Sant’Alfonso Maria de Liguori: “L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti” “Chi dunque vuol salvarsi, non solo deve lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare” “Se vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

SERMONE XXII. – PER LA DOMENICA II. DOPO PASQUA

 

Del fuggire le male occasioni.

Cum fores essent clausae, ubi erant discipuli congregati, venit Iesus, et stetit in medio eorum. (Ioan. 20. 19.)

Abbiamo nel presente vangelo, che ritrovandosi gli apostoli congregati in una casa, entrò ivi Gesù Cristo già risorto, benché le porte erano chiuse, e si pose in mezzo di loro: Cum fores essent clausae, venit Iesus et stetit in medio eorum. Scrive s. Tommaso l’angelico su questo fatto, che il Signore, misticamente parlando, volle con ciò farci intendere ch’egli non entra nelle anime nostre, se non quando esse tengono chiuse le porte de’ sensi: Mystice per hoc datur intelligi, quod Christus nobis apparet, quando fores, idest sensus sunt clausi. Se dunque vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi. E ciò voglio oggi dimostrarvi, il gran pericolo in cui si mette di perdere Dio chi non fugge le male occasioni.

Abbiamo nelle sacre Scritture, che risorse Cristo e risorse Lazaro; Cristo però risorse, e non tornò a morire, come scrisse l’apostolo: Christus resurgens ex mortuis, iam non moritur1. Lazaro all’incontro risorse e tornò a morire. Riflette Guerrico abate che Cristo risorse sciolto, ma Lazaro risorse ligatus manibus et pedibus2. Povero, soggiunge poi quest’autore, chi risorge dal peccato, ma legato da qualche occasione cattiva, questi tornerà a morire per perdere la divina grazia. Chi dunque vuol salvarsi, non solo dee lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare, cioè quella corrispondenza, quella casa, quei cattivi compagni e simili occasioni che incitano al peccato.

Per il peccato originale si è intromessa in tutti noi la mala inclinazione a peccare, cioè a fare quel che ci vien proibito; onde si lamentava s. Paolo, che provava in se stesso una legge contraria alla ragione: Video autem aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati3. Quando poi vi è l’occasione presente, ella sveglia con gran violenza l’appetito malvagio, al quale allora è molto difficile il resistere; poiché Dio nega gli aiuti efficaci a chi volontariamente si espone all’occasione: Qui amat periculum, in illo peribit4. Spiega s. Tommaso l’angelico: Cum exponimus nos periculo, Deus nos derelinquit in illo. Chi non fugge il pericolo, resta dal Signore in quello abbandonato. Dice pertanto s. Bernardino da Siena, che il migliore di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggire le occasioni di peccare: Inter consilia Christi, unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones.

Scrive s. Pietro che il demonio circuit quaerens quem devoret5. Il nemico gira sempre d’intorno ad ogni anima per entrarvi a pigliarne il possesso; e perciò va trovando di mettere avanti l’occasione del peccato, per cui il demonio entra nell’anima: Explorat, dice s. Cipriano, an sit pars cuius aditu penetret. Quando l’anima lasciasi indurre ad esporsi nell’occasione, il demonio facilmente entrerà in essa e la divorerà. Questa fu la causa della rovina dei nostri primi progenitori, il non fuggire l’occasione. Iddio avea lor proibito non solo di mangiare il pomo vietato, ma anche il toccarlo; così rispose la stessa Eva al serpente che la tentava a cibarsene: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud6. Ma l’infelice vidit, tulit, comedit: prima cominciò a guardar quel frutto, poi lo prese in mano e poi lo mangiò. E ciò accade ordinariamente a tutti coloro che volontariamente si mettono all’occasione. Quindi il demonio costretto una volta dagli esorcismi a dire qual predica fra tutte fosse quella che più gli dispiacesse, confessò esser la predica di fuggir l’occasione; e con ragione, mentre il nemico si ride di tutti i nostri propositi e promesse fatte a Dio; la maggior sua cura è d’indurci a non fuggir l’occasione; perché l’occasione è come una benda che ci si mette davanti gli occhi, e non ci lascia più vedere né lumi ricevuti, né verità eterne, né propositi fatti; insomma ci fa scordare di tutto, e quasi ci sforza a peccare.

Scito quoniam in medio laqueorum ingredieris1. Chi nasce nel mondo, entra in mezzo ai lacci. Onde avverte il Savio che chi vuole essere sicuro da questi lacci, bisogna che se ne guardi e se ne allontani: Qui cavet laqueos securus erit2. Ma se invece di allontanarsi dai lacci taluno a quelli si accosta, come potrà restarne libero? Perciò Davide, dopo che con tanto suo danno avea imparato il pericolo che reca l’esporsi alle cattive occasioni, dice che per conservarsi fedele a Dio, si avea proibito di accostarsi ad ogni occasione che potea condurlo a ricadere: Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam mandata tua3. Non solo dice da ogni peccato, ma da ogni via mala che conduce al peccato. Non manca al demonio di trovar pretesti per farci credere che quell’occasione, alla quale ci esponiamo, non sia volontaria, ma necessaria. Quando l’occasione è veramente necessaria, il Signore non lascerà di darci il suo aiuto a non cadere, se non la fuggiamo, ma alle volte noi ci fingiamo certe necessità, che siano tali che bastino a scusarci. Scrive s. Cipriano: Nunquam securus cum thesauro latro tenetur inclusus, nec inter unam caveam habitans cum lupo tutus est agnus4. Parla s. Cipriano contro coloro che non vogliono levar l’occasione, e poi dicono: Non ho paura di cadere. Non mai, dice il santo, può tenersi sicuro alcuno del suo tesoro, se insieme col tesoro seco si tiene chiuso il ladro, né l’agnello può star sicuro della sua vita, se vuole stare dentro la caverna insieme col lupo; e così niuno può star sicuro di conservar il tesoro della grazia se vuol rimanere nell’occasione del peccato. Dice s. Giacomo che ogni uomo ha dentro di sé un gran nemico, cioè la mala inclinazione che lo tenta a peccare: Unusquisque tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus5. Or se poi non fugge da quelle occasioni che lo tentano di fuori, come potrà resistere e non cadere? Perciò mettiamoci avanti gli occhi quell’avvertimento generale che ci diede Gesù Cristo per vincere tutte le tentazioni e salvarci: Si oculos tuus dexter scandalizat te, erue eum et proiice abs te6. Se vedi che l’occhio tuo destro è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano: proiice abs te: viene a dire che dove si tratta di perder l’anima, bisogna fuggire ogni occasione. Dicea s. Francesco d’Assisi, come io riferii in un altro sermone, che il demonio a certe anime che hanno timore di Dio, non cerca da principio di legarle colla fune di un peccato mortale, perché quelle spaventate dalla vista di un peccato mortale, fuggirebbero e non si farebbero legare; per tanto procura l’astuto di legarle con un capello, che non mette gran timore; perché così poi gli riuscirà più facile di accrescere i legami, finché le renda sue schiave. Onde chi vuol essere libero da tal pericolo, dee spezzare da principio tutti i capelli, cioè tutte le occasioni, quei saluti, quei biglietti, quei regalucci, quelle parole affettuose. E parlando specialmente di chi ha avuto l’abito all’impudicizia, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime; se non fugge anche le rimote, facilmente di nuovo tornerà a cadere.

L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti, e rari son quelli che ne escono vincitori: Communis pugna et rara victoria. Quanti miseri che han voluto porsi a combattere con questo vizio, ne sono restati vinti? Ma no, dice il demonio ad alcuno, per indurlo ad esporsi all’occasione, non dubitare che non ti farai vincere dalla tentazione: Nolo, risponde s. Girolamo, pugnare spe victoriae, ne perdam aliquando victoriam. No, non voglio pormi a combattere colla speranza di vincere, perché ponendomi volontariamente a combattere, un giorno resterò perditore, e perderò l’anima e Dio. In questa materia vi bisogna un grande aiuto di Dio per non restar vinto, e perciò dalla parte nostra, per renderci degni di questo aiuto divino, è necessario fuggir l’occasione; e bisogna continuamente raccomandarsi a Dio per osservar la continenza, noi non abbiamo forza di conservarla. Iddio ce l’ha da concedere: Et ut scivi, diceva il Savio, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum1. Ma se ci esporremo all’occasione, come dice l’apostolo, noi stessi provvederemo di armi la nostra carne ribelle a far guerra all’anima: Sed neque exhibeatis membra vestra arma iniquitatis peccato2. Spiega in questo passo s. Cirillo Alessandrino, e dice: Tu das stimulum carni tuae, tu illam adversus spiritum armas et potentem facis. In questa guerra del vizio disonesto, dicea san Filippo Neri, che vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l’occasione; all’incontro chi si mette all’occasione, arma la sua carne e la rende così potente, che sarà moralmente impossibile il resistere.

Dice Iddio ad Isaia: Clama: Omnis caro foenum3. Or se ogni uomo è fieno, dice s. Gio. Grisostomo, che il voler mantenersi puro l’uomo, quando volontariamente si mette nell’occasione di peccare, è lo stesso che pretendere di mettere la fiaccola nel fieno, senza che il fieno si bruci: Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur. No, scrive s. Cipriano, non è possibile stare in mezzo alle fiamme e non ardere: Impossibile est flammis circumdari et non ardere4. E lo stesso disse prima lo Spirito santo, dicendo essere impossibile il camminar sulle brace e non bruciarsi i piedi: Numquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius5? Il non bruciarsi sarebbe un miracolo; scrive s. Bernardo che il conservarsi casto uno che si espone all’occasione prossima, sarebbe maggior miracolo che risuscitare un morto: Maius miraculum est, quam mortuum suscitare, son le parole del santo.

Dice s. Agostino1: In periculo qui non vult fugere vult perire. Onde poi scrive in altro luogo, che chi vuol vincere e non perire dee fuggir l’occasione: In occasione peccandi apprehende fugam, si vis invenire victoriam2. Taluni scioccamente si fidano della loro fortezza, e non vedono che la loro fortezza è simile alla fortezza della stoppa che è posta sulla fiamma: Et erit fortitudo vestra, ut favilla stuppae3. Si lusingano altri sulla mutazione di vita che han fatta, sulle confessioni e promesse fatte a Dio, dicendo: per grazia del Signore con quella persona ora non ci ho più fine cattivo, non ci ho neppure più tentazioni. Sentite, voi che parlate così: nella Mauritania dicesi che vi sono certe orse le quali vanno a caccia delle scimie; le scimie, quando vedono le orse, salgono sugli alberi, e così da loro si salvano; ma l’orsa che fa? Si stende sul terreno e si finge morta, ed aspetta che le scimie scendano dall’albero; allorché poi le vede scese, si alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio, fa vedere che la tentazione è morta; ma quando poi l’uomo è sceso a mettersi nell’occasione, fa sorgere la tentazione e lo divora. Oh quante miserabili anime, anche applicate allo spirito, e che faceano orazione mentale, si comunicavano spesso, e menavano vita santa, con mettersi poi all’occasione, sono rimaste schiave del demonio! Si riferisce nelle storie ecclesiastiche, che una santa donna la quale praticava l’officio pietoso di seppellire i martiri, una volta fra quelli ne trovò uno il quale non era ancora spirato, ella condusselo in sua casa, e con medici e rimedii lo guarì; ma che avvenne? Questi due santi (come poteano chiamarsi, l’uno che già era stato vicino a morire per la fede, l’altra che facea quell’officio con tanto rischio di essere perseguitata da’ tiranni) prima caddero in peccato e perderono la grazia di Dio, e poi, fatti più deboli per il peccato, rinnegarono anche la fede. Di ciò narra s. Macario un fatto simile di un vecchio che era stato mezzo bruciato dal tiranno per non voler rinnegare la fede; ma ritornato alla carcere, per sua disgrazia prese confidenza con una donna divota che serviva que’ martiri e cadde in peccato.

Avverte lo Spirito santo che bisogna fuggire il peccato, come si fugge dalla faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccatum4. Onde siccome si fugge non solo il morso del serpe, ma anche il toccarlo, ed anche l’accostarsegli vicino; così bisogna fuggire non solo il peccato, ma l’occasione del peccato, cioè quella casa, quella conversazione, quella persona. S. Isidoro dice che chi vuole star vicino al serpente, non passerà gran tempo e ne resterà offeso: Iuxta serpentem positus non erit diu illaesus5. Onde dice il Savio che se qualche persona facilmente può esserti di rovina, Longe fac ab ea viam tuam, et ne appropinques foribus domus eius6. Non solo dice, astienti di più accostarti a quella casa, la quale è fatta via dell’inferno per te (Via inferi domus eius1); ma procura di non accostarti neppur vicino a quella, passane da lontano: Longe fac ab ea viam tuam. Ma io con lasciar quella casa perderò gl’interessi miei. È meglio perdere gl’interessi, che perdere l’anima e Dio. Bisogna persuadersi che in questa materia della pudicizia non vi è cautela che basti. Se vogliamo salvarci dal peccato e dall’inferno, bisogna che sempre temiamo e tremiamo, come ci esorta san Paolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini2. Chi non trema e si arrischia a porsi nelle occasioni cattive, difficilmente si salverà. E perciò fra le nostre preghiere dobbiamo replicare ogni giorno e più volte nel giorno quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem: Signore, non permettete che io mi trovi in quelle tentazioni che abbiano a farmi perdere la grazia vostra. La grazia della perseveranza da noi non può meritarsi, ma Dio certamente la concede, come dice s. Agostino, a chi la cerca, mentre ha promesso di esaudir chi lo prega; onde dice lo stesso santo che il Signore promittendo, debitorem se fecit.

 

(Sant’Alfonso Maria de Liguori)

1 Rom. 6. 9.

2 Matth. 22. 13.

3 Rom. 7. 23.

4 Eccl. 3. 27.

5 1. Petr. 5. 8.

6 Gen. 3. 3.

1 Eccl. 9. 20.

2 Prov. 11. 15

3 Psal. 118. 101.

4 L. de Sing. Cler.

5 Iac. 1. 14.

6 Matth. 5. 29.

1 Sap. 8. 21.

2 Rom. 6. 13.

3 Isa. 40. 6.

4 De Sing. Cler.

5 Prov. 6. 27. 28.

1 In psal. 5.

2 Serm. 250. de temp.

3 Isa. 1. 31.

4 Eccl. 21. 2.

5 Lib. 2. solit.

6 Prov. 5. 8.

1 Prov. 7. 27.

2 Phil. 2. 12.

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Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori: “MORTE DEL PECCATORE MORTE DEL GIUSTO” “INFERNO, PURGATORIO, PARADISO” “SALVEZZA ETERNA DANNAZIONE ETERNA”

 “La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio”

(Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa)

 

“MORTE DEL PECCATORE”

PUNTO I

Al presente i peccatori discacciano la memoria e ‘l pensiero della morte, e così cercano di trovar pace (benché non la trovino mai) nel vivere che fanno in peccato; ma quando si troveranno nell’angustie della morte, prossimi ad entrare nell’eternità: «Angustia superveniente, pacem requirent, et non erit»; allora non possono sfuggire il tormento della loro mala coscienza; cercheranno la pace, ma che pace può trovare un’anima, ritrovandosi aggravata di colpe, che come tante vipere la mordono? che pace, pensando di dover comparire tra pochi momenti avanti di Gesu-Cristo giudice, del quale sino ad allora ha disprezzata la legge e l’amicizia? «Conturbatio super conturbationem veniet». La nuova già ricevuta della morte, il pensiero di doversi licenziare da tutte le cose del mondo, i rimorsi della coscienza, il tempo perduto, il tempo che manca, il rigore del divino giudizio, l’eternità infelice che si aspetta a’ peccatori: tutte queste cose componeranno una tempesta orrenda, che confonderà la mente ed accrescerà la diffidenza; e così confuso e sconfidato il moribondo passerà all’altra vita. Abramo con gran merito sperò in Dio contro la speranza umana, credendo alla divina promessa: «Contra spem in spem credidit»  (Rom.4. 18).

Ma i peccatori con gran demerito e falsamente per loro ruina sperano, non solo contro la speranza, ma ancora contro la fede, mentre disprezzano anche le minacce, che Dio fa agli ostinati. Temono essi la mala morte, ma non temono di fare una mala vita. Ma chi gli assicura di non morire di subito con un fulmine, con una goccia, con un butto di sangue? ed ancorché avessero tempo in morte da convertirsi, chi gli assicura che da vero si convertiranno? S. Agostino ebbe da combattere dodici anni per superare i suoi mali abiti; come potrà un moribondo, che sempre è stato colla coscienza imbrattata, in mezzo a i dolori, agli stordimenti della testa e nella confusione della morte fare facilmente una vera conversione? Dico «vera», perché allora non basta il dire e promettere; ma bisogna dire e promettere col cuore.

Oh Dio, e da quale spavento resterà preso e confuso allora il misero infermo, ch’è stato di coscienza trascurata, in vedersi oppresso da’ peccati e da’ timori del giudizio, dell’inferno e dell’eternità! In quale confusione lo metteranno questi pensieri, quando si troverà svanito di testa, oscurato di mente e assalito da’ dolori della morte già vicina! Si confesserà, prometterà, piangerà, cercherà pietà a Dio, ma senza sapere quel che si faccia; ed in questa tempesta di agitazioni, di rimorsi, d’affanni e di spaventi passerà all’altra vita. «Turbabuntur populi, et pertransibunt» (Iob. 34. 20). Ben dice un autoreche le preghiere, i pianti e le promesse del peccator moribondo sono appunto come i pianti e le promesse di taluno, che si vede assalito dal suo nemico, il quale gli tiene posto il pugnale alla gola per torgli allora la vita. Misero, chi si mette a letto in disgrazia di Dio, e di là se ne passa all’eternità!

Affetti e preghiere

O piaghe di Gesù, voi siete la speranza mia. Io dispererei del perdonode’ miei peccati e della mia salute eterna, se non rimirassi voi fonti di pietà e di grazia, per mezzo di cui un Dio ha sparso tutto il suo sangue, per lavare l’anima mia da tante colpe commesse. Vi adoro dunque, o sante piaghe, ed in voi confido. Detesto mille volte e maledico quei piaceri indegni, per li quali ho disgustato il mio Redentore, e miseramente ho perduta la sua amicizia. Guardando dunque voi, sollevo le mie speranze, e verso voi rivolgo gli affetti miei. Caro mio Gesù, Voi meritate che tutti gli uomini v’amino, e v’amino con tutto il loro cuore; ma io vi ho tanto offeso ed ho disprezzato il vostro amore, e Voi ciò non ostante mi avete così sopportato, e con tanta pietà mi avete invitato al perdono. Ah mio Salvatore, non permettete ch’io più vi offenda, e mi danni. Oh Dio! che pena mi sarebbe nell’inferno la vista del vostro sangue e di tante misericordie che mi avete usate! Io v’amo e voglio sempre amarvi. Datemi Voi la santa perseveranza. Staccate il mio cuore da ogni amore che non è per Voi, e stabilite in me un vero desiderio e risoluzione di amare da oggi avanti solamente Voi, mio sommo bene. O Maria Madre mia, tiratemi a Dio, e fatemi essere tutto suo, prima ch’io muoia.

PUNTO II

Non una, ma più e molte saranno le angustie del povero peccator moribondo. Da una parte lo tormenteranno i demoni. In morte questi orrendi nemici mettono tutta la forza per far perdere quell’anima, che sta per uscire diquesta vita, intendendoche poco tempo lor resta da guadagnarla, e che se la perdono allora, l’avran perduta per sempre. «Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Apoc. 12. 12). E non uno sarà il demonio, che allora tenterà, ma innumerabili che assisteranno al moribondo per farlo perdere. «Replebuntur domus eorum draconibus» (Is. 13. 21). Uno gli dirà: Non temere che sanerai. Un altro dirà: E come? tu per tanti anni sei stato sordo alle voci di Dio, ed ora esso vorrà usarti pietà? Un altro: Come ora puoi rimediare a quelli danni fatti? a quelle fame tolte? Un altro: Non vedi che le tue confessioni sono state tutte nulle, senza vero dolore, senza proposito? come puoi ora più rifarle?

Dall’altra parte si vedrà il moribondo circondato da’ suoi peccati. «Virum iniustum mala capient in interitu» (Ps. 139. 12). Questi peccati come tanti satelliti, dice S. Bernardo,lo terranno afferrato e gli diranno: «Opera tua sumus, non te deseremus». Noi siamo tuoi parti, non vogliamo lasciarti; ti accompagneremo all’altra vita, e teco ci presenteremo all’eterno giudice. Vorrà allora il moribondo sbrigarsi da tali nemici, ma per isbrigarsene bisognerebbe odiarli, bisognerebbe convertirsi di cuore a Dio; ma la mente è ottenebrata, e ‘l cuore è indurito. «Cor durum habebit male in novissimo: et qui amat periculum, peribit in illo» (Eccli. 3. 27).

Dice S. Bernardoche il cuore, ch’è stato ostinato nel male in vita, farà i suoi sforzi per uscire dallo stato di dannazione, ma non giungerà a liberarsene, ed oppresso dalla sua malizia nel medesimo stato finirà la vita. Egli avendo sino ad allora amato il peccato, ha insieme amato il pericolo della sua dannazione; giustamente perciò permetterà il Signore che allora perisca in quel pericolo, nel quale ha voluto vivere sino alla morte. Dice S. Agostino che chi è lasciato dal peccato, prima ch’egli lo lasci, in morte difficilmente lo detesterà come deve; perché allora quel che farà, lo farà a forza: «Qui prius a peccato relinquitur, quam ipse relinquat, non libere, sed quasi ex necessitate condemnat».

Misero dunque quel peccatore ch’è duro, e resiste alle divine chiamate! «Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Egli l’ingrato in vece di rendersi ed ammollirsi alle voci di Dio, si è indurito come più s’indurisce l’incudine a’ colpi del martello. In pena di ciò talancora si ritroverà in morte, benché si ritrovi in punto di passare all’eternità. «Cor durum habebit male in novissimo». I peccatori, dice il Signore, mi han voltate le spalle per amore delle creature: «Verterunt ad me tergum, et non faciem, et in tempore afflictionis suae dicent: Surge, et libera nos. Ubi sunt dii tui, quos fecisti tibi? surgant, et liberent te» (Ier. 2. 27). I miseri in morte ricorreranno a Dio, e Dio loro dirà: Ora a me ricorrete? chiamate le creature che vi aiutino; giacché quelle sono state i vostri dei. Dirà così il Signore, perché essi ricorreranno, ma senz’animo vero di convertirsi. Dice S. Girolamo tener egli quasi per certo ed averlo appreso coll’esperienza che non farà mai buon fine, chi ha fatta mala vita sino alla fine: «Hoc teneo, hoc multiplici experientia didici, quod ei non bonus est finis, cui mala semper vita fuit» (In epist. Eusebii ad Dam.).

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, aiutatemi, non mi abbandonate, io vedo l’anima mia tutta impiagata da’ peccati; le passioni mi fanno violenza, i mali abitimi opprimono; mi butto a’ piedi vostri; abbiate pietà di me e liberatemi da tanti mali.«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».Non permettete che si perda un’anima, che confida in Voi. «Ne tradas bestiis animam confitentem tibi». Io mi pento d’avervi offeso, o bontà infinita; ho fatto male, lo confesso: voglio emendarmi ad ogni costo; ma se Voi non mi soccorrete colla vostra grazia, io son perduto. Ricevete, o Gesù mio, questo ribelle, che vi ha tanto oltraggiato. Pensate che vi ho costato il sangue e la vita. Per li meriti dunque della vostra passione e morte ricevetemi tra le vostre braccia, e datemi la santa perseveranza. Io era già perduto, Voi mi avete chiamato; ecco io non voglio più resistere, a Voi mi consagro; legatemi al vostro amore, e non permettete ch’io vi perda più, con perdere di nuovo la vostra grazia; Gesù mio, non lo permettete.

Regina Mia Maria, non lo permettete; impetratemi prima la morte e mille morti ch’io abbiada perdere di nuovo la grazia del vostro Figlio.

PUNTO III

Gran cosa! Dio non fa altro che minacciare una mala morte a’ peccatori: «Tunc invocabunt me, et non exaudiam» (Prov. 1. 18). «Nunquid Deus exaudiet clamorem eius, cum venerit super eum angustia» (Iob. 27. 9). «In interitu vestro ridebo, et subsannabo» (Prov. 1. 26). («Ridere Dei est nolle misereri», S. Gregor.). «Mea est ultio, et ego retribuam eis in tempore, ut labatur pes eorum» (Deuter. 32. 35). Ed in tanti altri luoghi minaccia lo stesso; ed i peccatori vivono in pace, sicuri come Dio avesse certamente promesso loro in morte il perdono e il paradiso. È vero che in qualunque ora si converte il peccatore, Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà: «In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). «Moriemini in peccatis vestris» (ibid. 24). Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà: «Quaeretis me, et non invenietis (Io. 7. 34). Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: «Quaerite Dominum, dum inveniri potest» (Is. 55. 6). Sì, perché vi sarà un tempo che non potrà piùtrovarsi. Poveri peccatori! poveri ciechi, che si riducono a convertirsi all’ora della morte, in cui non sarà più tempo di convertirsi! Dice l’Oleastro: «Impii nusquam didicerunt benefacere, nisi cum non est tempus benefaciendi». Dio vuol salvi tutti, ma castiga gli ostinati.

Se mai alcun miserabile ritrovandosi in peccato, fosse colto dalla goccia, e stesse destituto di sensi, qual compassione farebbe a tutti il vederlo morire senza sagramentie senza segno di penitenza? qual contento poi avrebbe ognuno, se costui ritornasse in sé e cercasse l’assoluzione, e facesse atti di pentimento? Ma non è pazzo poi chi avendo tempo di far ciò, siegue a stare in peccato? o pure torna a peccare e si mette in pericolo che lo colga la morte, nel tempo della quale forse lo farà, e forse no? Spaventa il veder morire alcuno all’improvviso, e poi tanti volontariamente si mettono al pericolo di morire così, e morire in peccato!

«Pondus et statera iudicia Domini sunt» (Prov. 16. 21). Noi non teniamo conto delle grazie, che ci fa il Signore; ma ben ne tiene conto il Signore e le misura; e quando le vede disprezzate sino a certi termini, lascia il peccatore nel suo peccato, e così lo fa morire. Misero chi si riduce a far penitenza in morte. «Poenitentia, quae ab infirmo petitur, infirma est», dice S. Agostino (Serm. 57. de Temp. ). S. Geronimo dice che di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà: «Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus» (S. Hier. in Epist. Euseb. de morte eiusd.). Dice S. Vincenzo Ferrerio (Serm. I. de Nativ. Virg.) che sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. «Maius miraculum est, quod male viventes faciant bonum finem, quam suscitare mortuos». Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?

Narra il Bellarminoch’essendo egli andato ad assistere ad un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapea ciò che si fosse contrizione. Bellarmino procurò di spiegarcelo, ma l’infermo disse: «Padre, io non v’intendo, io non son capace di queste cose». E così se ne morì. «Signa damnationis suae satis aperte relinquens», come il Bellarmino lasciò scritto. Giusto castigo, dice S. Agostino, sarà del peccatore, che si dimentichi di sé in morte, chi in vita si è scordato di Dio: «Aequissime percutitur peccator, ut moriens obliviscatur sui qui vivens oblitus est Dei «(Serm. 10. de Sanct.).

«Nolite errare (intanto ci avverte l’Apostolo), Deus non irridetur: quae enim seminaverit homo, haec et metet; qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem» (Galat. 6.7) Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma «Deus non irridetur». Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati di carne, altro non tocca che corruzione, miseria e morte eterna.

Cristiano mio, quel che si dice per gli altri, si dice anche per voi. Ditemi se vi trovaste già in punto di morte, disperato da’ medici, destituto di sentimenti e ridotto già in agonia, quanto preghereste Dio che vi concedesse un altro mese, un’altra settimana di tempo allora, per aggiustare i conti della vostra coscienza? E Dio già vi dà questo tempo. Ringraziatelo e presto rimediate al mal fatto, e prendete tutti i mezzi per ritrovarvi in istato di grazia, quando verrà la morte, perché allora non sarà più tempo di rimediare.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, e chi avrebbe avuta tanta pazienza con me, quanta ne avete avuta Voi? Se la vostra bontà non fosse infinita, io diffiderei del perdono. Ma tratto con un Dio, ch’è morto per perdonarmi e per salvarmi. Voi mi comandate ch’io speri, ed io voglio sperare. Se i peccati miei mi spaventano e mi condannano, mi danno animo i vostri meriti e le vostre promesse. Voi avete promessa la vita della vostra grazia a chi ritorna a Voi: «Revertimini, et vivite (Ezech. 18. 32)». Avete promesso di abbracciare chi a Voi si volta: «Convertimini ad me, et convertar ad vos» (Zach.1. 3). Avete detto che non sapete disprezzare chi s’umilia e si pente: «Cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps. 50).

Eccomi, Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi volgo, mi confesso degno di mille inferni e mi pento d’avervi offeso: io vi prometto fermamente di non volervi più offendere e di volervi sempre amare. Deh non permettete che ioviva più ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per li meriti dell’ubbidienza di Gesu-Cristo, che morì per ubbidirvi, fate ch’io ubbidisca a’ vostri voleri sino alla morte. V’amo, o sommo bene, e per l’amore che vi porto, voglio ubbidirvi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando.

 

 “MORTE DEL GIUSTO”

PUNTO I

La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: «Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua» (Trans. Malach.). «Finis laborum», sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. «Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis» (Iob. 14. 1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? «Tanquam vita petitur supplicii mora» (Ep. 101).

Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino:«Quid est diu vivere, nisi diu torqueri?» (Serm. 17. de Verbo Dom.). Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: «Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem» (Ser. 43). Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: «Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che ci sia data per sollievo, non per castigo: «Ut mors remedium videatur esse, non poena». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. «Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis» (Apoc. 14. 13).

I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. «Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis» (Sap. 3. 1). I Santi, questi non già si accorano con quel «Proficiscere», che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. «Deus cordis mei» (sempre essi così sono andati dicendo), «et pars mea, Deus, in aeternum». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesu-Cristo spogliati de’ loro beni: «Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam» (Hebr. cap. 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: «Deus meus, et omnia», con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.

Chi muore poiamando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offrirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesu-Cristo offrì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: «In pace in idipsum dormiam, et requiescam». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesu-Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

Affetti e preghiere

O amato mio Gesù, che per ottenere a me una morte soave, avete voluto fare una morte sì acerba sul Calvario, quando sarà ch’io vi vedrò? La prima volta che mi toccherà a vedervi, io vi vedrò da mio giudice in quello stesso luogo dove spirerò. Che vi dirò io allora? Che mi direte Voi? Io non voglio aspettare a pensarvi allora, voglio ora premeditarlo. Io vi dirò così: Caro mio Redentore, Voi dunque siete quegli,che siete morto per me? Io un tempo v’ho offeso e vi sono stato ingrato, e non meritava perdono; ma poi aiutato dalla vostra grazia mi sono ravveduto, e nel resto della vita mia ho pianti i miei peccati, e Voi mi avete perdonato; perdonatemi di nuovo, ora che sto a’ piedi vostri, e datemi Voi stesso un’assoluzione generale delle mie colpe. Io non meritava d’amarvi più, per aver disprezzato il vostro amore; ma Voi per vostra misericordia vi avete tirato il mio cuore, che se non v’ha amato secondo il vostro merito, almeno v’ha amato sopra ogni cosa, lasciando tutto per dar gusto a Voi. Ora che mi dite? Vedo che ‘l paradiso e ‘l possedervi nel vostro regno è un bene troppo grande per me; ma io non mi fido di viver lontano da Voi, maggiormente ora che m’avete fatta conoscere la vostra amabile e bella faccia. Vi cerco dunque il paradiso, non per più godere, ma per meglio amarvi. Mandatemi al purgatorio per quanto vi piace. No, neppure iovoglio venire in quella patria di purità e vedermi tra quell’anime pure così sordido di macchie, come sono al presente. Mandatemi a purgarmi, ma non mi discacciate per sempre dalla vostra faccia; basta che un giorno poi, quando vi piace, mi chiamate al paradiso a cantare in eterno le vostre misericordie. Per ora via su, amato mio giudice, alzate la mano e beneditemi; e ditemi ch’io son vostro, e che Voi siete e sarete sempre mio. Io sempre vi amerò, Voi sempre mi amerete. Ecco ora vado lontano da Voi, vado al fuoco; ma vado contento, perché vo ad amarvi, mio Redentore, mio Dio, mio tutto. Vo contento sì, ma sappiate che in questo tempo, in cui starò lungi da Voi, sappiate che questa sarà la maggiore delle mie pene, lo star da Voi lontano. Vo, Signore, a contare i momenti della vostra chiamata. Abbiate pietà di un’anima, che v’ama con tutta se stessa, e sospira di vedervi per meglio amarvi.

Così spero, Gesù mio, di dirvi allora. Pertanto vi prego di darmi la grazia di vivere in modo, che possa dirvi allora quel che ora ho pensato. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore.

E soccorretemi Voi, o Madre di Dio, Maria, pregate Gesù per me.

PUNTO II

«Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit» (Apoc. 21. 4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra «inter laqueos ambulamus»: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa,ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.

Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso rideva; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? «Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis?» Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia rovina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. «Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius?» (Rom. 7. 24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: «Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum» (Cant. 4. 8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesu-Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» (Philipp. 1. 21).

È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: «Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius» (Sap. 4. 11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. «Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum», dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?

In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. «Septies enim cadet iustus» (Prov. 24. 16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. «Quid est mors (dicea S. Ambrogio ) nisi sepultura vitiorum?» (De Bono mort. cap. 4). Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogiodicea: «Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum?» Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. «Mortuus nescit peccare», dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: «Laudavi magis mortuos, quam viventes» (Eccl. 4. 2). Un certo uomoda bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

Affetti e preghiere

«In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis».Ah mio dolce Redentore, che sarebbe di me, se mi aveste fatto morire, quando io stava lontano da Voi? Starei già nell’inferno, dove non vi potrei più amare. Vi ringrazio di non avermi abbandonato e di avermi fatte tante grazie, per guadagnarvi il mio cuore. Mi pento di avervi offeso. V’amo sopra ogni cosa. Deh vi prego, fatemi sempre più conoscere il male che ho fatto in disprezzarvi, e l’amore che merita la vostra bontà infinita. V’amo, e desidero presto di morire (se a Voi così piace) per liberarmi dal pericolo di tornare a perdere la vostra grazia, e per assicurarmi di amarvi in eterno. Deh per questi anni che mi restano di vita, amato mio Gesù, datemi forza di fare qualche cosa per Voi, prima che venga la morte. Datemi fortezza contro le tentazioni e le passioni, specialmente contro la passione che per lo passato più mi ha tirato a disgustarvi. Datemi pazienza nelle infermità e nell’ingiurie che riceverò dagli uomini. Io ora per amor vostro perdono ognuno che mi ha fatto qualche disprezzo, e vi prego a fargli quelle grazie che desidera. Datemi forza di esser più diligente ad evitare anche le colpe veniali, circa le quali conosco d’esser trascurato. Mio Salvatore, aiutatemi, io spero tutto ne’ meriti vostri; e tutto confido nella vostra intercessione, o Madre e speranza mia Maria.

PUNTO III

La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. «Finis laborum, vitae ianua», come dice S. Bernardo.Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. «Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam» (Ps. 117. 20). S. Girolamopregava la morte, e le diceva: «Aperi mihi, soror mea». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprireil paradiso a vedere Dio.

Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: «Educ de custodia animam meam» (Ps. 141. 8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Dice S. Ambrogio: «Quasi necessitate teneretur, dimitti petit». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: «Cupio dissolvi, et esse cum Christo» (Philip. 1).

Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve deve essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? «Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino» (2. Cor. 5. 6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunoneche la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: «Mors dicenda non est, sed vitae principium». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. «Non est iustis mors, sed translatio», S. Attanagio.A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino,e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? «O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium!» Pertanto con ansia pregava il Santo:«Eia moriar, Domine, ut Te videam».

Ben deve temere la morte, dice S. Cipriano,il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: «Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesu-Cristo, come ci fu promesso per Osea: «Ero mors tua, o mors» (Os. 13. 41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegroalla morte? Rispose il Santo: «Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo» (Ap. Euseb. l. 4. c. 14). Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: «Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius».

Affetti e preghiere

Oh Dio dell’anima mia, io vi ho disonorato per lo passato, voltandovi le spalle; ma vi ha onorato il vostro Figlio, sagrificandovi la vita sulla croce; per l’onore dunque che vi ha dato il vostro diletto Figlio, perdonatemi il disonore che v’ho fatt’io. Mi pento, o sommo bene, d’avervi offeso, e vi prometto da oggi avanti di non amare altro che Voi. La mia salvezza da Voi la spero. Quanto al presente ho di bene, tutto è grazia vostra, tutto da Voi lo riconosco. «Gratia Dei sum id quod sum». Se per lo passato v’ho disonorato, spero d’onorarvi in eterno con benedire la vostra misericordia. Io mi sento un gran desiderio di amarvi; questo Voi me lo date, ve ne ringrazio, amor mio. Seguite, seguite ad aiutarmi, come avete cominciato, ch’io spero da ogg’innanzi d’esser vostro e tutto vostro. Rinunzio a tutt’i piaceri del mondo. E che maggior piacere posso aver io, che dar gusto a Voi, mio Signore così amabile, e che mi avete tanto amato? Amore solamente vi cerco, o mio Dio, amore, amore; e spero di cercarvi sempre amore, amore; finchémorendo nel vostro amore, io giunga al regno dell’amore, dove senza più domandarlo sarò pieno d’amore, senza mai cessare un momento di amarvi ivi in eterno, e con tutte le mie forze.

Maria Madre mia, Voi che tanto amate il vostro Dio, e tanto desiderate di vederlo amato, fate che iol’ami assai in questa vita, acciocché io l’ami assai nell’altra per sempre.

(SANT’ ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI da “APPARECCHIO ALLA MORTE”)

Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)” San Gregorio Magno: “la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio”

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)”

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

“Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato.

Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove.

Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24)”. Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24).” Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.”

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“Ma io domando: che cosa offrirà, nel giorno del giudizio, colui che sarà rapito dal cospetto del Giudice, separato dalla compagnia degli eletti, privato della luce, tormentato nel fuoco eterno? Il Signore stesso ci suggerisce questo pensiero quando dice rapidamente: <<Così avverrà alla fine del mondo: gli angeli verranno e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco, dove sarà pianto e stridore di denti>> (Mt 13, ).

Queste parole del signore, fratelli carissimi, sono piuttosto da temere che da spiegare. I tormenti riservati ai peccatori sono indicati chiaramente, affinché nessuno possa addurre la scusa che non lo sapeva, perché dei tormenti futuri era stato parlato oscuramente. Per di più il Signore domanda: <<Avete udito tutte queste cose? >>. E quelli rispondono: <<Si!>> (Mt 13).”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, XI , pag. 121)

 

“Colui che ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, o si deturpa con le immondizie della lussuria, o si insuperbisce della sua dignità, o brucia nel fuoco dell’invidia, o desidera prosperità negli affari del mondo, rifiuta di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Va per una via sbagliata, colui che cerca gioie e piaceri, dopo che la sua guida gli ha indicato la via della penitenza.

Richiamiamo alla nostra mente i peccati commessi; pensiamo che il Giudice verrà a punirli severamente; prepariamo l’animo ai lamenti: la nostra vita si maceri per poco tempo nella penitenza, se non vuol sentire un’eterna amarezza dopo il castigo. Attraverso il pianto si giunge alla gioia; così ci promette la stessa Verità, che dice: <<Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!>> (Mt 5,5). Per la via del piacere, invece, si arriva al pianto, come ci assicura il signore quando dice: <<Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e vi lamenterete!>> (Lc 6,25). Se, dunque, vogliamo la gioia del premio quando saremo alla meta, accettiamo l’amarezza della penitenza finché siamo in cammino.”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, II, pag. 60)

 

“Se ciascuno di voi, in misura della propria capacità e dell’ispirazione che gli viene dall’alto, richiama il prossimo dal vizio, lo esorta a ben fare, lo istruisce sul regno eterno e sui castighi riservati ai peccatori, mentre annunzia la parola di salvezza, è veramente un angelo. Nessuno si scusi con il dire: io non ho l’arte di ammonire; non sono atto a esortare. Fa’ quello che puoi, se non vuoi che ti sia richiesto nei tormenti quel talento che avevi ricevuto e hai mal trafficato. Ricordi? Aveva ricevuto un solo talento quel tale che si preoccupò di nasconderlo e non di farlo fruttare.

( … ) Chi in cuor suo ha già udito la voce del divino amore, faccia risuonare alle orecchie del prossimo una parola di esortazione. Ci sarà forse chi non ha pane per fare l’elemosina ai bisognosi, ma è dono molto più prezioso quello che può dare chi ha la lingua. Val più nutrire di celeste dottrina l’anima destinata a vivere in eterno, che non saziare di pane terrestre il ventre di questo corpo destinato a morire. Non vogliate, dunque, o miei fratelli, negare al prossimo l’elemosina della parola!”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, VI , pag. 85-86)

Rivelazioni di Maria Vergine, Madre di Dio, a Suor Maria di Ágreda: “In questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime”

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

Insegnamento della Regina del cielo

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale!

La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale!

Dal Catechismo della Chiesa cattolica:

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

2340-2347

Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491. In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità?

2348-2350; 2394

Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ». 236

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:

« Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali ». 115

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

 

1. La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale.

(Padre Angelo http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1671)

Il Magistero della Chiesa lo ha ribadito molte volte.
Tra le più recenti la dichiarazione Persona Humana, del 29.12. 1975 nella quale si legge: “sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato” (PH 9).
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica annovera questo peccato tra quelli che “sono gravemente contrari alla castità” (n. 492).
Mi permetto di sottolineare l’affermazione secondo cui “il senso morale dei fedeli” afferma “senza esitazione” che la masturbazione è u peccato grave e fa perdere la grazia.
Ciò che prova una persona quando si lascia andare all’impurità è proprio questa: la perdita della presenza personale di Dio dentro sé, la perdita della grazia, il venir meno di tutti quei principi spirituali (grazia, virtù teologali e doni dello Spirito Santo) che fanno abitare Dio dentro di noi come in un tempio santo.
Chi si lascia andare all’impurità si sente un tempio profanato, un tempio diroccato. Sente di non essere più un tempio santo e che ha bisogno di purificazione e di una santificazione. E questo avviene nel sacramento della Confessione.

2. La preghiera di chi è in peccato mortale non perde il suo valore di impetrazione.
San Tommaso dice che: “Il merito si fonda sulla giustizia, mentre l’impetrazione si fonda sulla misericordia” (Somma teologica, II-II, 83, 16, ad 2).
E proprio per questo afferma che “Dio ascolta la preghiera di chi non è in grazia… purché siano rispettate le quattro condizioni: e cioè che chieda per sé, cose necessarie alla salvezza, con pietà e con perseveranza” (Somma teologica, II-II, 83, 16).
Quando san Tommaso tra le varie condizioni vi mette anche che uno chieda per sé, non intende escludere la preghiera per gli altri. Vuol dire solo questo: che la preghiera fatta per gli altri (cosa sempre ben fatta e lodevole) potrebbe trovare in essi resistenza oppure ostacoli a ricevere le grazie e le misericordie del Signore.
Ma se questi impedimenti non vi sono e se quanto chiesto è conforme alla divina volontà dobbiamo ritenere che Dio ascolti almeno in virtù della sua misericordia.

 

PERSONA HUMANA

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

ALCUNE QUESTIONI DI ETICA SESSUALE

29 dicembre 1975(1)

Difficoltà incontrate dai pastori ed educatori

2. La chiesa non può restare indifferente dinanzi a tale confusione degli spiriti e a tale rilassamento dei costumi. Si tratta, infatti, di una questione importantissima per la vita personale dei cristiani e per la vita sociale del nostro tempo.(2)

Ogni giorno i vescovi sono indotti a costatare le crescenti difficoltà che incontrano i fedeli nel prendere coscienza della sana dottrina morale, specialmente in materia sessuale, e i pastori nell’esporla con efficacia. Essi si sentono chiamati, in forza del loro ufficio pastorale, a rispondere su questo punto così grave ai bisogni dei fedeli ad essi affidati; e già importanti documenti sono stati pubblicati circa questa materia da alcuni di loro, o da alcune conferenze episcopali. Tuttavia, poiché le opinioni erronee e le deviazioni che ne risultano continuano a diffondersi dappertutto, la congregazione per la dottrina della fede, in virtù della sua funzione nei confronti della chiesa universale(3) e per mandato del sommo pontefice, ha ritenuto necessario pubblicare la presente dichiarazione.

3. Gli uomini del nostro tempo sono sempre più persuasi che la dignità e la vocazione della persona umana richiedono che, alla luce della loro ragione, essi scoprano i valori inscritti nella loro natura, che li sviluppino incessantemente e li realizzino nella loro vita, in vista di un sempre maggiore progresso.

Ma, in materia morale, l’uomo non può emettere giudizi di valore secondo il suo personale arbitrio: «Nell’intimo del propria coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a dati e alla quale deve obbedire… Egli ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore, obbedire alla quale è la dignità stessa del l’uomo e secondo la quale egli sarà giudicato».(4)

Inoltre, a noi cristiani, Dio mediante la sua rivelazione ha fatto conoscere il suo disegno di salvezza e ha proposto il Cristo, salvatore e santificatore, nella sua dottrina e nel suo esempio, come la norma suprema e immutabile della vita, lui, il quale ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Non può, dunque, esserci vera promozione della dignità dell’uomo se non nel rispetto dell’ordine essenziale della sua natura. Certo, nella storia della civiltà, molte condizioni concrete ed esigenze della vita umana sono mutate e muteranno ancora; ma ogni evoluzione dei costumi e ogni genere di vita devono essere contenuti nei limiti imposti dai principi immutabili, fondati sugli elementi costitutivi e le relazioni essenziali di ogni persona umana: elementi e relazioni che trascendono le contingenze storiche.

Questi principi fondamentali, che la ragione può cogliere, sono contenuti nella «legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio, nel suo disegno di sapienza e di amore, ordina, dirige e governa l’universo e le vie della società umana. Dio rende partecipe l’uomo di questa sua legge, cosicché l’uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l’immutabile verità».(5) Questa legge è accessibile alla nostra conoscenza.

Rapporti prematrimoniali

6. La presente dichiarazione non intende trattare di tutti gli abusi della facoltà sessuale né di tutto ciò che implica la pratica della castità; essa si propone di richiamare la dottrina della chiesa intorno ad alcuni punti particolari, considerata l’urgente necessità di opporsi a gravi errori e a comportamenti aberranti e largamente diffusi.

7. Molti oggi rivendicano il diritto all’unione sessuale prima del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi e un affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti, richiedono questo completamento, che essi stimano connaturale; ciò soprattutto quando la celebrazione del matrimonio è impedita dalle circostanze esterne, o se questa intima relazione sembra necessaria perché sia conservato l’amore.

Questa opinione è in contrasto con la dottrina cristiana. secondo la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta vero, però, che questi non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna e, specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci. Ora, è un’unione stabile quella che Gesù ha voluto e che ha restituito alla sua condizione originale, fondata sulla differenza del sesso. «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non separi» (cf. Mt 19,4-6). San Paolo è ancora più esplicito quando insegna che, se celibi e vedovi non possono vivere in continenza non hanno altra scelta che la stabile unione del matrimonio: È meglio sposarsi che ardere» (1 Cor 7,9). Col matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è assunto nell’amore irrevocabile che Cristo ha per la chiesa (cf. Ef 5,25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia(12) contamina il tempio dello Spirito santo, quale è divenuto il cristiano. L’unione carnale, dunque, non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita.

Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la chiesa,(13) trovando, peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni della storia un accordo profondo con la sua dottrina.

L’esperienza ci insegna che, affinché l’unione sessuale possa rispondere veramente alle esigenze della finalità, che le è propria dell’umana dignità, l’amore deve trovare la sua salvaguardia nella stabilità del matrimonio. Queste esigenze richiedono un contratto matrimoniale sancito e garantito dalla società, tale da instaurare uno stato di vita di capitale importanza, sia per l’unione esclusiva dell’uomo e della donna, sia anche per il bene della loro famiglia e della comunità umana. Il più delle volte, infatti, accade che le relazioni prematrimoniali escludono la prospettiva della prole. Ciò che viene presentato come un amore coniugale non potrà, come dovrebbe essere, espandersi in un amore paterno e materno; oppure, se questo avviene, risulterà a detrimento della prole, che sarà privata dell’ambiente stabile, nel quale dovrebbe svilupparsi per poter in esso trovare la via e i mezzi per il suo inserimento nell’insieme della società.

Il consenso che si scambiano le persone, che vogliono unirsi in matrimonio, deve, perciò, essere esternamente manifestato e in modo che lo renda valido dinanzi alla società. Quanto ai fedeli, è secondo le leggi della chiesa che essi devono esprimere il loro consenso all’instaurazione di una comunità di vita coniugale, consenso che farà del loro matrimonio un sacramento di Cristo.

Masturbazione

9. Spesso, oggi, si mette in dubbio o si nega espressamente la dottrina tradizionale cattolica, secondo la quale la masturbazione costituisce un grave disordine morale. La psicologia e la sociologia, si dice, dimostrano che, soprattutto tra gli adolescenti, essa è un fenomeno normale dell’evoluzione della sessualità. Non ci sarebbe colpa reale e grave, se non nella misura in cui il soggetto cedesse deliberatamente ad un’auto soddisfazione chiusa in se stessa («ipsazione»), perché in tal caso l’atto sarebbe radicalmente contrario a quella comunione amorosa tra persone di diverso sesso, che secondo certuni sarebbe quel che principalmente si cerca nell’uso della facoltà sessuale.

Questa opinione è contraria alla dottrina e alla pratica pastorale della chiesa cattolica. Quale che sia il valore di certi argomenti d’ordine biologico o filosofico, di cui talvolta si sono serviti i teologi, di fatto sia il magistero della chiesa – nella linea di una tradizione costante -, sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato.(15) La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti, la relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, «in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».(16) Soltanto a questa relazione regolare dev’essere riservato ogni esercizio deliberato sulla sessualità. Anche se non si può stabilire con certezza che la Scrittura riprova questo peccato con una distinta denominazione, la tradizione della chiesa ha giustamente inteso che esso veniva condannato nel nuovo testamento, quando questo parla di «impurità», di «impudicizia», o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza.

Le inchieste sociologiche possono indicare la frequenza questo disordine secondo i luoghi, la popolazione o le circostanze prese in considerazione; si rilevano così dei fatti. Ma i fatti non costituiscono un criterio che permette di giudicare del valore morale degli atti umani.(17) La frequenza del fenomeno in questione è, certo, da mettere in rapporto con l’innata debolezza dell’uomo in conseguenza del peccato originale, ma anche con la perdita del senso di Dio, la depravazione dei costumi, generata dalla commercializzazione del vizio, la sfrenata licenza di tanti spettacoli e di pubblicazioni, come anche con l’oblio del pudore, custode della castità.

La psicologia moderna offre, in materia di masturbazione, parecchi dati validi e utili, per formulare un giudizio più equo sulla responsabilità morale e per orientare l’azione pastorale. Essa aiuta a vedere come l’immaturità dell’adolescenza, che può talvolta prolungarsi oltre questa età, lo squilibrio psichico, o l’abitudine contratta possano influire sul comportamento, attenuando il carattere deliberato dell’atto, e far sì che, soggettivamente, non ci sia sempre colpa grave. Tuttavia, in generale, l’assenza di grave responsabilità non deve essere presunta; ciò significherebbe misconoscere la capacità morale delle persone.

Nel ministero pastorale, per formarsi un giudizio adeguato nei casi concreti, sarà preso in considerazione, nella sua totalità, il comportamento abituale delle persone, non soltanto per ciò che riguarda la pratica della carità e della giustizia, ma anche circa la preoccupazione di osservare il precetto particolare della castità. Si vedrà, specialmente, se si fa ricorso ai mezzi necessari, naturali e soprannaturali, che l’ascesi cristiana, nella sua esperienza di sempre, raccomanda per dominare le passioni e far progredire la virtù.

Secondo la dottrina della chiesa, il peccato mortale che si oppone a Dio non consiste soltanto nel rifiuto formale e diretto del comandamento della carità; esso è ugualmente in questa opposizione all’autentico amore, inclusa in ogni trasgressione deliberata, in materia grave, di ciascuna delle leggi morali.

Cristo stesso ha indicato il duplice comandamento dell’amore quale fondamento della vita morale; ma da questo comandamento «dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40): esso dunque comprende gli altri precetti particolari. Di fatto, al giovane che gli domandava: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Gesù rispose: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:… non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,16-19).

L’uomo pecca, dunque, mortalmente non soltanto quando il suo atto procede dal disprezzo diretto di Dio e del prossimo, ma anche quando coscientemente e liberamente, per un qualsiasi motivo, egli compie una scelta il cui oggetto è gravemente disordinato. In questa scelta, infatti, come è stato detto sopra, è già incluso il disprezzo del comandamento divino: l’uomo si allontana da Dio e perde la carità. Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.(18)

È vero che nelle colpe di ordine sessuale, visto il loro genere e le loro cause, avviene più facilmente che non sia pienamente dato un libero consenso, e questo suggerisce di esser prudenti e cauti nel dare un giudizio circa la responsabilità del soggetto. Qui, in particolare, è il caso di richiamare le parole della Scrittura: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1 Sam 16,7). Tuttavia, raccomandare una tale prudenza di giudizio circa la gravità soggettiva di un atto peccaminoso particolare non significa affatto che si debba ritenere che, nel campo sessuale, non si commettano peccati mortali.

I pastori devono, dunque, dar prova di pazienza e di bontà; ma non è loro permesso né di rendere vani i comandamenti di Dio, né di ridurre oltre misura la responsabilità delle persone. «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare, Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone».(19)

 

Il Catechismo Maggiore di San Pio X – CATECHISMO MAGGIORE

COMPENDIO DELLA DOTTRINA CRISTIANA PRESCRITTO DA SUA SANTITÀ PAPA PIO X ALLE DIOCESI DELLA PROVINCIA DI ROMA, ROMA, TIPOGR.VATICANA, 1905 PARTE TERZA – DEI COMANDAMENTI DI DIO E DELLA CHIESA

1 – Del sesto e del nono comandamento.

423. Che cosa ci proibisce il sesto comandamento: Non fornicare?

Il sesto comandamento: Non fornicare, ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l’infedeltà nel matrimonio.

424. Che cosa proibisce il nono comandamento?

Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio: e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento.

425. É un gran peccato l’impurità?

È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.

426. Sono peccati tutti i pensieri che ci vengono in mente contro la purità?

I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato.

427. Quando è che sono peccati i pensieri cattivi?

I pensieri cattivi, ancorché siano inefficaci, sono peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi.

428. Che cosa ci ordinano il sesto e nono comandamento?

Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore.

429. Che cosa ci convien fare per osservare il sesto e il nono comandamento?

Per ben osservare il sesto e il nono comandamento, dobbiamo pregare spesso e di cuore Iddio, essere divoti di Maria Vergine Madre della purità, ricordarci che Dio ci vede, pensare alla morte, ai divini castighi, alla passione di Gesù Cristo, custodire i nostri sensi, praticare la mortificazione cristiana e frequentare colle dovute disposizioni i sacramenti.

430. Che cosa dobbiamo fuggire per mantenerci casti?

Per mantenerci casti conviene fuggire l’ozio, i cattivi compagni, la lettura dei libri e dei giornali cattivi, l’intemperanza, il guardare le immagini indecenti, gli spettacoli licenziosi, le conversazioni pericolose, e tutte le altre occasioni di peccato.

 

Un sacerdote risponde a delle considerazioni sulla masturbazione: “la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale?” “la masturbazione è oggettivamente un peccato mortale”

Un sacerdote risponde

Considerazioni sulla masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, mi piacerebbe  porgerle alcune domande riguardanti la morale cattolica. 1) Il Catechismo  della Chiesa Cattolica ritiene, in perfetto accordo col Decalogo biblico, che  la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale? 2) La psicanalisi ha  da tempo capito che la masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli  uomini, che favorisce la produzione degli ormoni androgini. Gli impulsi  sessuali, che se non erro la   Chiesa non considera peccaminosi (dopotutto non vedrei perchè  debbano essere considerati tali visto che sono, per così dire, involontari e  insiti alla natura stessa dell’uomo), sono all’origine della  masturbazione stessa. Nella fase adolescenziale, durante la pubertà, è in corso  la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a dei momentanei  squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio corpo, a  provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere masturbazione  che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per “formare”  la propria natura sessuale. Molti adolescenti cattolici praticanti, come  me, sono spesso assaliti da forti sensi di colpa e tristezza dopo l’atto, ma è  anche vero che tutti i ragazzi si masturbano, allora mi chiedo: è possibile che  Dio, creatore dell’uomo, misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente  la masturbazione come peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e  sessuale dell’individuo? E’ anche vero che non si può prescindere in maniera  totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per “cadere”. La  prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che il proprio inconscio  provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per la  produzione di ormoni androgini. 3) Non è più  verosimile che la masturbazione sia considerata peccato grave da Dio soltanto  quando diventa una abitudine rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a  cui è difficile rinunciare? Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria,  le dipendenze? Grazie, aspetto con  ansia una vostra risposta, possibilmente in maniera fedele sia al  Magistero Ecclesiastico che alle nozioni psicanalitiche che ho precedentemente  illustrato. Dopotutto esse fanno  parte della natura umana e la natura è il creato di Dio. Ricordatevi di me  nelle vostre preghiere quotidiane, Gaetano


Risposta del sacerdote

Caro Gaetano, riprendo puntualmente tutte le tue affermazioni.

1. “Il Catechismo della Chiesa Cattolica ritiene,  in perfetto accordo col Decalogo biblico, che la masturbazione è un peccato  grave. E’ esso veniale o mortale?”. Sei onesto nel  riconoscere che tanto il Magistero della Chiesa quanto la Divina Rivelazione  considerino la masturbazione un peccato grave.   Ma a tua volta  chiedi: questo peccato grave come va considerato: mortale o veniale?   Giovanni Paolo II,  in Reconciliatio et Poenitentia, ha affermato che “il peccato grave si  identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (RP 17).   A questo punto bisogna dire con Sant’Agostino: Roma locuta, causa finita (il Magistero  ha parlato, la discussione è finita).   Pertanto la masturbazione è oggettivamente un peccato  mortale.

2. “La psicanalisi ha da tempo capito che la  masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli uomini, che favorisce la  produzione degli ormoni androgini”. Intanto sulla  psicanalisi: non è una scienza esatta come la matematica, secondo la quale due  più due fanno quattro, e fanno quattro per tutti e per sempre.   Quante scuole vi  sono nella psicanalisi! Ognuno dice la sua. E non può esser diversamente  essendo in se stessa una scienza empirica, che parte dalle vicende umane e  cerca di conoscere determinati meccanismi di carattere psicologico alla luce di  alcune costanti. Ma questi meccanismi non sono interpretati univocamente.   Inoltre la psicanalisi non dice che la  masturbazione è comune a tutti gli uomini. Compirebbe un errore grossolano se  dicesse questo, perché vi sono state e vi sono molte persone, di sesso maschile  e soprattutto di sesso femminile, che non l’hanno mai conosciuta.   Ancora: quand’anche  tutti passassero per questa strada, non si può costituire un dato  comportamentale come un criterio veritativo. Tutti, questo sì (almeno più o  meno) hanno detto bugie, soprattutto da piccoli. Ma con questo la bugia non  diventa criterio verità. Rimane bugia, falsificazione della realtà.

3. “Gli impulsi sessuali, che se non erro la Chiesa non considera peccaminosi  (dopotutto non vedrei perchè debbano essere considerati tali visto che sono,  per così dire, involontari e insiti alla natura stessa dell’uomo),  sono all’origine della masturbazione stessa”. Sono d’accordo, ma  questi impulsi non sono costrittivi.   La masturbazione  parte infine da un atto della volontà.   Come ti ho detto, in  alcuni questo ulteriore passaggio non c’è e stanno meglio di chi si masturba,  stante il disagio interiore provato da tutti quelli che passano attraverso  questo fenomeno.

4. “Nella fase adolescenziale, durante la  pubertà, è in corso la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a  dei momentanei squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio  corpo, a provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere  masturbazione che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per  “formare” la propria natura sessuale”. Come ti ho detto,  diverse persone cadono in questo peccato.   Alcuni si rialzano  subito o quasi, altri se lo portano dietro per anni e altri ancora per tutta la  vita, pur essendo sposati.   Il Signore, che  indubbiamente ne sa più di tutti, ha detto: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo  del peccato” (Gv 8,34).   Caro Gaetano, io  sono anche confessore. So per certo che tutti o quasi non avrebbero mai  desiderato cominciare con questo vizio, che ormai li rende schiavi della  concupiscenza e li fa star male perché sentono che è una vittoria dell’egoismo  e della sensualità nella loro vita.   Altro che aiuto ad  aprirsi all’altro sesso! Semmai, la masturbazione aiuta ad aprirsi all’altro  sesso in maniera sbagliata, considerandolo come oggetto di passione e di  libidine.   Senza dire che chi  compie questo peccato avverte di perdere la presenza personale di Dio dentro di  sé, e cioè sente – anche tangibilmente – di perdere la grazia, che è il tesoro  più grande che una persona può possedere sulla terra.

5. “Molti  adolescenti cattolici praticanti, come me, sono spesso assaliti da forti sensi  di colpa e tristezza dopo l’atto”. Vedi che mi dai  ragione sul senso di colpa e di tristezza.   In confessione non  ne trovo uno che sia contento di questo peccato.   Ti ripeto, non ne  trovo neanche uno.   Tutti vorrebbero  essere liberati.

6. “ma è anche vero che tutti i ragazzi si  masturbano, allora mi chiedo”. È sbagliata la  premessa.   È un dato di fatto,  rilevato anche statisticamente che non è come dici tu.   Te lo garantisco.

7. “è possibile che Dio, creatore dell’uomo,  misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente la masturbazione come  peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e sessuale  dell’individuo?” Come si fa a dire  che è funzionale allo sviluppo!   E invece è  funzionale al contrario del vero sviluppo, tant’è vero che come tu stesso  rilevi la masturbazione causa sensi di  colpa e tristezza.   L’autentico sviluppo  di una persona causa sensi di colpa e  tristezza?   Dio non proibisce il  male per gusti personali!   Piuttosto,  proibendo, avverte l’uomo che con quel peccato si danneggia.

8. “E’ anche vero che non si può prescindere in  maniera totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per  “cadere”. La prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che  il proprio inconscio provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per  la produzione di ormoni androgini”. Ripeto: non è vero  che prima o poi si finisce per cadere.   Inoltre proprio  l’espulsione autonoma nel sonno del surplus sta ad evidenziare che non è  affatto necessario passare attraverso la strada indicata da te.

9. “Non è più verosimile che la masturbazione  sia considerata peccato grave da Dio soltanto quando diventa una abitudine  rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a cui è difficile rinunciare?  Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria, le dipendenze?”   Ma l’abitudine  rovinosa da che cosa è causata?   Evidentemente da un  atto che le è proporzionato.   Se gli atti sono  lievi, non  causano dipendenze gravi. Al  massimo causano dipendenze lievi.   Solo gli atti gravi  causano dipendenze gravi.   Come è peccato grave  l’assunzione della droga e non solo la dipendenza, così avviene anche nel  nostro caso.

8. Ti ricordo molto  volentieri nelle mie preghiere soprattutto perché tu giunga a presentarmi la  prossima volta non già l’apologia della masturbazione, ma l’apologia della  purezza. Questa, sì, favorisce il vero sviluppo, rende lieti, interiormente  liberi, soprattutto pone le premesse per volare in alto e stare uniti a Dio  cuore a  cuore. Te lo auguro di cuore.

Ti saluto e ti  benedico.   Padre Angelo

 

Un sacerdote risponde

Chiedo una chiarificazione sulla gravità  della masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, è la prima volta che  le scrivo, e colgo l’occasione per ringraziarla di cuore per la sua  disponibilità. Mi chiamo A.,  ho 29 anni e vivo un’esistenza “normale”, tipica dei trentenni di  oggi, incentrata sulla ricerca di un lavoro (sono avvocato ma sto svolgendo  altri concorsi, in particolare quello per diventare magistrato), sulla  condivisione dei momenti più belli con amici cari, sullo sport… Una componente  essenziale della mia esistenza è data dalla fede, e dalla sua pratica in ambito  parrocchiale. Vivo la Grazia di un legame estremamente solido e sincero col  Parroco e con un bel gruppo di amici che frequentano la mia Parrocchia, con i  quali condivido periodicamente e sistematicamente esperienze forti di  preghiera, di approfondimento culturale e di carità. Credo, e sono  contento di testimoniare la mia fede laddove se ne presenti l’occasione. Però, fin  dall’adolescenza mi accompagna un “punto debole”: si tratta –  riprendendo la definizione di una e-mail che le è già stata inviata – del  “vizio solitario”. Io so che si tratta  di un comportamento disordinato e da evitarsi, ma – soprattutto in particolari  periodi di “vulnerabilità” – vivo il confronto come una lotta impari  e spesso ne esco sconfitto. Ho letto il prezioso  consiglio che lei ha già dato ad un altro fedele, e cercherò di farne tesoro. Ma la domanda che vorrei porle ha un’angolatura leggermente  diversa. Si potrebbe riassumere così:  questo tipo di peccato rientra nel novero dei peccati “mortali”? O  invece può essere considerato un peccato “veniale”? Non si tratta di un  quesito che nasca da una mia “pigrizia” nel confessarmi. Accedo al  sacramento della Riconciliazione con una certa regolarità. Piuttosto, il mio  dubbio è “sostanziale”: davvero un unico gesto disordinato può  interrompere integralmente il rapporto con Dio e con il Suo Amore? E se io  dovessi “ritardare” nel confessarlo, rischio di precludermi la  salvezza eterna in caso di morte? Nella mia esperienza, avverto distintamente  il carattere peccaminoso dell’atto, ma al tempo stesso non avverto  un’interruzione nel mio rapporto con Dio e nelle mie attenzioni al prossimo che  da tale rapporto prendono vita. E’ un “sintomo” del carattere veniale  del peccato, o solo una mia falsa percezione? La ringrazio fin da  ora per l’attenzione che vorrà concedermi, e le assicuro la mia povera  preghiera quale sostegno alla sua preziosa attività pastorale.

A.


Risposta del sacerdote

Caro A., 1. ti ringrazio  anzitutto per la bella testimonianza di vita cristiana che ci hai dato: la vita  di grazia anzitutto, poi la vita nella comunità parrocchiale, la testimonianza  e la condivisione di fede con i tuoi amici, la frequentazione del sacerdote che  per te, da quanto arguisco, è anche un padre spirituale. La vita cristiana va  vissuta così: in profondità, all’interno della comunità, nel rapporto con colui  che il Signore ha messo a pascere il suo gregge. Sono contento anche  del tuo desiderio di affermarti sempre di più nella vita sociale, così da  mettere a disposizione di tutti e al meglio i talenti che il Signore ti ha dato. È importante anche  la tua condivisione dell’attività sportiva con gli amici. Lo sport non è  soltanto un hobby. È una necessità ed è anche un momento particolare per vivere  la fraternità nella distensione e nell’agonismo. L’amicizia e la vita  cristiana hanno bisogno di questi momenti. Penso a Pier Giorgio Frassati e alla  sua passione per la montagna…

2. Ti ringrazio  anche per la sincerità nell’esporre una fragilità, che oggi purtroppo è comune  a molti.   Sottolineo oggi, perché “non si può tacere  che la masturbazione non è nota in tutte le culture, non essendo presente in  ambienti dove esistono forti sti­moli all’integrazione precoce dell’io e  all’assunzione di responsabilità sociali e fami­liari; per cui non si può  affermare che la masturbazione sia una fase obbliga­toria della vita” (achille dedé, Gesti e parole espressivi dell’io, edu­cazione alla maturità sessuale,  pp. 120-121).   Ma non è di questo  che tu vuoi parlare, perché sei profondamente convinto che si tratta di un  disordine.   Mi poni invece il  quesito sul piano dottrinale: se si tratti sempre di un peccato mortale, dal  momento che tu poi vivi ugualmente la tua relazione con Dio e di carità verso  il prossimo.

3. Ed ecco la  risposta.   Sul piano oggettivo  “sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia  il senso morale dei fedeli hanno af­fermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e  gravemente disordinato” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Il termine masturbazione non si trova nella Sacra Scrittura,  ma “la tradizione della Chiesa ha giustamente inteso che questo peccato veniva  condannato nel Nuovo Testamento quando parla di impurità, di impudicizia,  o di altri vizi, contrari alla castità e  alla continenza” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Inoltre è interessante il riferimento al senso morale dei fedeli che viene fatto  dalla Dichiarazione citata. Per quanto oggi si cerchi di banalizzare il gesto,  tuttavia il soggetto che lo compie avverte che si tratta di un disordine che lo  lascia per terra.   Giovanni Paolo II diceva che la sessualità tocca l’intimo nucleo della persona. E per  questo uno si disorienta nel fondo di se stesso.

4. Ma anche su  questo tu sei d’accordo.   E mi chiedi se di  fatto sia un peccato grave quando uno sente che la relazione con Dio e con il  prossimo non è integralmente interrotta.   Ebbene, caro  Antonio, il peccato grave interrompe la relazione con Dio per quanto riguarda  la carità, e cioè l’essere all’unisono col Signore, con la sua volontà.   Ma non interrompe la  relazione con Dio per quanto concerne la fede e la speranza, perché anche col  peccato mortale uno continua a credere in Dio, a relazionarsi con Lui  domandandogli perdono e chiedendogli aiuto.   Non viene distrutta  neanche l’opzione fondamentale per Dio, che può coesistere col peccato grave.  Quando San Pietro ha rinnegato ripetutamente il Signore, non aveva smesso di  stimarlo e, in qualche modo, anche di amarlo. Ma il suo rinnegamento è stato un  peccato grave e ne pianse amaramente.   Il peccato grave  dunque è quel peccato che distrugge la carità, vale a dire l’amicizia col  Signore, l’essere con lui una sola cosa, possederlo nel proprio cuore e godere  della sua presenza.   Ora la masturbazione  è un peccato di questo tipo. Si continua a credere, ad avere una relazione con  Dio. Ma questa relazione è bene diversa da quando ci si trova in grazia.

5. Tuttavia devo  dirti ancora una cosa. Lo stato di grazia non si riacquista solo con la  confessione. Lo si può raggiungere ben prima, attraverso un atto di sincero  pentimento e anche attraverso atti di carità, fatti per amore di Dio e del  prossimo e in espiazione dei propri peccati.   Allora sebbene il  peccato del vizio solitario sia grave, tuttavia può succedere che la comunione  con Dio si riallacci prima della confessione, ma non senza il suo desiderio  almeno implicito.   E penso che sia  proprio questo che capita a te sicché spontaneamente ti domandi se sia peccato  grave o peccato veniale.   È dunque peccato  grave, ma non di rado la comunione con Dio viene riacquistata prima della  confessione.   Questo tuttavia non  dà la possibilità di fare la santa Comunione, perché manca ancora la piena  riconciliazione con Dio e con la Chiesa. Manca  ancora l’espiazione del peccato, e questa viene attuata mediante il Sangue  di Cristo che il Sacerdote versa sulla tua anima per purificarla, toglierle  ogni macchia e santificarla.   Pertanto qualora di  capitasse di cadervi ancora, accostati con umile perseveranza alla Confessione.  La tua Comunione sacramentale sarà vera Comunione, ben diversa da quella  preceduta solo dal pentimento, per quanto sincero.

Ti ringrazio per la  domanda. E penso che ti ringrazieranno molti nostri visitatori che attraverso  la risposta possono ricevere maggiore chiarificazione su una questione delicata  della nostra vita cristiana.   Ti saluto, ti  accompagno con la preghiera e ti benedico.   Padre Angelo

Dal catechismo della Chiesa Cattolica:

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ». 236

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:

« Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali ». 115

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

Il domenicano Padre Angelo, risponde: “Perché la vita intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?”

 

Il domenicano Padre Angelo, risponde

Perché la vita intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?

Quesito

Caro Padre  Angelo,   un altro problema  riguarda la sessualità   Il “problema”, è che nell’esercizio sbagliato della  propria sessualità non è visibile un danno tangibile a qualcuno, come può  essere ad esempio un omicidio o un furto. Per cui si pensa “E ma non faccio  male a nessuno”, per cui peccare contro il proprio corpo non è vista come  una cosa sbagliata, tanto che una ragazza cattolica praticamente mi ha detto  “E ma se due si amano e non sono sposati non si può chiamare disordinato  l’atto sessuale che hanno” (e sinceramente a questa risposta ci sono  rimasto amareggiato..). Cosa potrei rispondere? Considerando anche che non  basta rispondere “c’è questa enciclica che dice” o “il Papa ha  detto così..” perché purtroppo ho notato una certa sfiducia nei confronti  del Magistero e relative Verità di fede.   La domanda che più mi preme è questa però: perché la vita  intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la  propria sessualità?   La  ringrazio tantissimo per l’eventuale risposta! Francesco


Risposta del sacerdote

Caro Francesco, 1. neanche quando uno bestemmia è visibile il danno. E neanche quando si tralascia di santificare la festa. Ma il più delle volte non è visibile neanche quando si compie  un adulterio… Allora identificare il peccato solo con i suoi effetti visibili  è sbagliato. Forse solo nel caso dell’omicidio e del furto gli effetti sono  visibili. Ma i comandamenti non sono due, bensì dieci.

2. Il peccato porta un disordine nel fondo di se stesso,  nell’orientamento del proprio io.   Il peccato, come lo definisce Sant’Agostino, consiste  essenzialmente “nell’allontanarsi da Dio e nel rivolgersi in maniera  disordinata alle creature”. Ecco il male. Le creature che Dio ci ha dato perché  ci parlino di Lui, ci portino a Lui e ci uniscano a Lui, diventano il nostro Dio.   Ma le creature non possono saziare il bisogno di felicità  dell’uomo, perché questo bisogno è infinito, mentre le creature sono tutte  finite, limitate.   Con ragione Sant’Agostino diceva: “Tu Dio ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te”  (Confessioni, 1,1).   Il male del peccato non è anzitutto un male materiale, ma di  ordine morale. Consiste in un disorientamento di fondo della propria vita,  un destinarsi all’infelicità nella vita presente e alla perdita irrevocabile di  Dio in quella futura.

3. “E… ma se due si amano e non sono sposati non si può  chiamare disordinato l’atto sessuale che hanno”.   Sì, è disordinato perché quell’atto ha un duplice significato:  di donarsi all’altro in totalità anche temporalmente. Ora fuori del matrimonio  la totalità del dono non è ancora stata sancita, non è irrevocabile, ognuno può  ancora tornare indietro, è libero, non appartiene per sempre ad un’altra  persona.   Inoltre la contraccezione manifesta ulteriormente  un’alterazione del disegno divino sulla sessualità perché non si vuole che  raggiunga il suo obiettivo intrinseco.   Ti pare ordinato darsi a uno che non  è ancora tuo, quando quel gesto significa  invece proprio quello?   Ti pare ordinato “usarsi” a vicenda e poi lasciarsi?   Ti pare ordinato compiere un gesto che rimane sempre  potenzialmente procreativo e talvolta lo è nonostante tutti gli artifizi?   Il dare il proprio corpo anche nella dimensione genitale è  proprio la stessa cosa che darsi la mano?

4. “Se due di amano”. Quest’espressione è soggetta ad ambiguità.   Talvolta si tratta di vero amore. E allora se due persone si  amano in maniera vera non falsificano un gesto che di suo ha degli obiettivi  ben precisi: donazione totale di sé e apertura alla vita. Si amano e si  rispettano in tutti i sensi.   Talvolta invece per amore s’intende semplicemente l’attrazione  erotica. Allora ci si può domandare se sia sufficiente l’attrazione erotica per  giustificare l’atto sessuale? È ancora vero amore quello in cui ci si usa per  un attimo e per sfogare la propria libidine e poi ci si lascia?

5. Certo, se svanisce Dio e il senso ultimo della nostra vita  non ha più senso parlare di bene e di male. San Paolo dice: “Se i morti  non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1 Cor 15,31).   Stupisce che una ragazza che si dice cattolica abbia un modo  di pensare che non solo non è cattolico, ma neanche da credenti in Dio.   Comprendo la tua amarezza.   Ma viene da ricordare quanto Benedetto XVI ha detto ai  giornalisti mentre si recava a Fatima nel 2010: “Quando si parla di credenti si  da per presupposto che ci sia la fede, ma spesso questa non c’è”. Se per fede s’intende sapere che Dio c’è, ebbene questa fede  ce l’hanno anche i demoni.   Aver fede invece significa orientare la propria vita a Dio e  obbedire a Dio.

6. Infine mi chiedi: “perché la vita intima con Dio, è  così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?” Perché la sessualità, come rileva Giovanni Paolo II “non è  affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda  l’intimo nucleo della persona umana come tale” (Familiaris consortio 11).   Ne va di mezzo la disposizione di fondo di se stessi.

7. La santificazione è legata alla carità, e cioè alla  maniera di amare di Dio.   L’impurità è tutto il contrario: non porta ad amare col  cuore di Dio, a desiderare e a donare all’altro quello che Dio gli vuole  donare, ma porta a usare dell’altro.   L’impurità non è vero amore e non è senza conseguenze perché  “la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari  alla carne” (Gal 5,16-17).   L’impurità, in qualunque modo si esprima, spegne il gusto  delle cose di Dio.

8. Sentirai nella seconda lettura di domenica prossima (2a  del tempo ordinario b): “Il corpo non è  per l’impurità, ma per il Signore” 1 Cor 6,13) e ancora: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi  peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità,  pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo  avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi”(1 Cor 6,18-19).   Desidero ricordare anche quanto ha detto il Signore nel suo  primo discorso, quello della montagna: “Beati i puri di cuore perché vedranno  Dio” (Mt 5,8). Quando impera  l’impurità, Dio non interessa più.   Anzi si può giungere a quanto San Paolo diceva piangendo:  “Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi,  ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte  finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano  di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della  terra”  (Fil 3,19).

Non vado oltre perché non si finirebbe più.   Ti saluto, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.   Padre Angelo

San Gregorio di Nissa: “Calunnia dunque il nome di Cristo chi se ne appropria senza però testimoniare nella sua vita le virtù” “Cristo non può non essere giustizia, purezza, verità e allontanamento da ogni male; così non può non essere cristiano autentico chi prova la presenza in sé di quei nomi”

 

Dai Trattati sull’ideale del perfetto cristiano di san Gregorio di Nissa.

De Instituto christiano. PG 46, 291. De professione christiana. PG 46, 242-246.

 

Dal vangelo secondo Matteo.

Gesù ammaestrava le folle dicendo: “Voi siete la luce del mondo”.

 

Come mai il Signore dice: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli? Perché egli ordina a chi obbedisce ai comandamenti di Dio di pensare a lui in ogni sua azione e di cercare di piacere soltanto a lui, senza andare a caccia della gloria umana. Occorre rifuggire dalle lodi degli uomini e dall’ostentazione, però farsi riconoscere come autentici cristiani tramite la vita e le opere, affinché tutti ne diventino spettatori.

Il Signore non ha detto: “Perché tutti ammirino chi le mette in mostra”, ma: Perché rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Cristo ci ordina di far risalire ogni gloria a colui che tiene in serbo il premio delle azioni virtuose, e di compiere ogni azione secondo il suo volere.

Aspira quindi alle lodi di lassù, ripetendo le parole di Davide: Sei tu la mia lode. Io mi glorio nel Signore [Sal 21,26; Sal 33,3].

 

La Divinità, libera da qualsiasi vizio, trova espressione nei nomi delle virtù: ella è quindi giustizia, sapienza, potenza, verità, bontà, vita, salvezza, incorruttibilità, immutabilità e inalterabilità. E Cristo si identifica con tutti i concetti elevati indicati da tali nomi e riceve da essi i suoi appellativi.

Se dunque nel nome di Cristo si possono pensare compresi tutti i concetti più alti, possiamo forse arrivare a comprendere il significato del termine «cristianesimo». Come abbiamo ricevuto il nome di cristiani perché siamo divenuti partecipi di Cristo, così, di conseguenza, dobbiamo entrare in comunione con tutti i nomi più alti.

Chi tira a sé il gancio estremo di una catena attira anche tutti gli anelli attaccati strettamente gli uni agli altri; allo stesso modo, dato che nel nome di Cristo sono strettamente uniti anche i termini che esprimono la natura beata, ineffabile e molteplice della divinità, chi ne afferra uno, non può non trascinarne assieme anche gli altri.

Calunnia dunque il nome di Cristo chi se ne appropria senza però testimoniare nella sua vita le virtù che si contemplano in esso; è come se costui facesse indossare a una scimmia una maschera priva di vita, che di umano ha solo la forma.

 

Cristo non può non essere giustizia, purezza, verità e allontanamento da ogni male; così non può non essere cristiano autentico chi prova la presenza in sé di quei nomi. Per esprimere con una definizione il concetto di cristianesimo, diremo che esso consiste nell’imitazione della natura divina. La primitiva conformazione dell’uomo imitava infatti la somiglianza a Dio; e la professione cristiana consiste nel far ritornare l’uomo alla primitiva condizione fortunata.

Supponiamo che un pittore riceva l’ordine di raffigurare l’immagine del re per quanti risiedono in zone lontane. Se, dopo aver delineato su una tavola una figura brutta e deforme, chiamasse immagine del re questo sconveniente dipinto, non attirerebbe su di sé l’ira delle autorità? A causa del suo brutto dipinto, infatti, le persone ignare penserebbero che, se è brutto il quadro, brutto è anche l’originale.

Se il cristianesimo è definito imitazione di Dio, chi non ha ancor accolto il senso del mistero, crede erroneamente che la nostra vita imiti quella di Dio e che a immagine e somiglianza della nostra vita sia la Divinità.

 

Se chi ancora non crede vedrà in noi esempi di tutte le virtù, reputerà che quel Dio che adoriamo sia buono. Se invece uno sarà vizioso e poi dichiarerà d’essere cristiano, mentre tutti sanno che questo implica l’imitazione di Dio, farà che a causa della sua vita il nostro Dio sia disprezzato dai non credenti. Per questo la Scrittura pronunzia contro questi tali una spaventosa minaccia, dicendo: Guai a quelli per i quali il mio nome è stato disprezzato fra le nazioni [Cf Is 52,5].

Mi pare che proprio questo il Signore voleva far capire ai suoi uditori, dicendo: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste [Mt 5,48]. Chiamando Padre il Padre dei credenti, il Signore vuole che anche quanti sono da lui generati si avvicinino ai beni perfetti che si contemplano in lui.

Tu mi chiederai: Come può la piccolezza umana raggiungere la beatitudine che si vede in Dio? La nostra impotenza non risulta chiara proprio dal comandamento? Come può un essere terreno somigliare a chi sta in cielo, se la diversità di natura mostra impossibile l’imitazione? È comunque chiaro che il vangelo non parla di somiglianza di natura, ma di opere buone, per cui noi secondo la nostra possibilità ci facciamo simili a Dio.

 

Dio rivela la visione dell’inferno a Santa Ildegarda di Bingen: “Nella Geenna c’è ogni genere di pena, perché essa è il regno degli spiriti malvagi, che infondono ogni vizio negli uomini che sono consenzienti” “Le cose che vedi sono vere, e sono così come le vedi, e sono moltissime. Infatti, nelle tenebre che hai visto c’è pianto e stridore di denti”

 

Visione dell’inferno di Sant’Ildegarda di Bingen

 

Riguardo all’inferno, nel suo secondo testo di visioni, “Liber vitae meritorum”, la badessa benedettina scrive:

 

“In quel momento vidi l’uomo e mi sembrò che si muovesse insieme alle quattro regioni della terra. Ed ecco che vicino alla sua coscia sinistra apparve un unicorno. Mentre era intento a leccargli le ginocchia, disse: “Ciò  che è stato fatto sarà distrutto, e ciò che non è stato fatto sarà realizzato. Verranno esaminati i peccati dell’uomo e la bontà delle sue giuste opere sarà portata a perfezione ed egli accederà all’altra vita”. Io mi chiedevo se si manifestassero delle immagini di vizi, che avevo visto prima o qualcos’altro di simile; ma non mi è stato mostrato  nulla di questo genere. Fu allora che sentii una voce dal cielo che mi diceva: Dio Onnipotente, il cui potere si estende su tutte le creature, mostrerà la sua potenza alla fine del mondo, quando trasformerà il mondo in qualcosa di meraviglioso. Infatti, l’uomo che vedi ruotare insieme alle quattro regioni del mondo indica Dio il quale, alla fine del mondo, mostrando la sua potenza insieme alle virtù celesti, percuoterà i confini della terra. È così che ogni anima potrà prepararsi al giudizio.

Allora anche l’uomo che è beato, purificato negli elementi, verrà assorbito nel cerchio dorato della ruota, brucerà nella carne e nello spirito ed ogni segreto nascosto sarà reso manifesto. Così gli uomini saranno vicini a Dio ed Egli darà loro una gioia perfetta. […] Gli uomini non saranno più afflitti dal dolore che nasce dal sapore del peccato, dalla brama di possesso e dal timore di perdere ciò che si possiede, e non saranno turbati da ogni altro possesso temporale, ma saranno al sicuro da ogni male: queste furono le cose che scomparvero per prime, poiché furono nel mondo temporale e nei tormenti del tempo. Chi desidera la vita, nel suo desiderio deve prestare attenzione a queste parole, e deve nasconderle nel luogo più segreto del suo cuore.

Vidi tenebre con diversi supplizi, diffuse come se fossero una nebbia senza limiti. In esse però non vedevo tormenti di fuoco o di vermi o altre atroci sofferenze. C’erano solo alcune anime, che erano prive del segno del battesimo, senza il peso di altri peccati ma con la condanna di Adamo; tra queste, nelle medesime tenebre, alcune erano avvolte da un certo fumo, altre no. Queste anime non soffrivano gravi tormenti, ma sopportavano le tenebre dell’infedeltà: perché durante la vita terrena, erano state prive del battesimo, e non avevano altri peccati da scontare; il fumo spettava a quelle che erano afflitte da peccati lievi o pesanti, ma non avevano il segno della fede cristiana, non erano avvolte dal fumo di quelle tenebre, ma erano avvolti dalle tenebre dell’incredulità. Ne vedevo altre, di tenebre, vicine a quelle di prima: scurissime, orribili e infinite. Bruciavano tutte nella loro oscurità, ma non c’era traccia di fiamma. E questa era la Geenna che ha in sé ogni genere di tormenti, di miserie, di fetori ed di pene. Ma non potevo vedere niente di quello che c’era dentro le tenebre, perché le vedevo dall’esterno e non dall’interno. Di fatto, non potevo vedere nemmeno la stessa Geenna. Sentivo però le urla delle anime che si lamentavano, fortissime e indistinte, e le grida delle anime che piangevano, e i rumori delle pene: sembrava di sentire il suono del mare quando inonda le terre o quello dei fiumi quando sono ingrossati.

 

Nella Geenna c’è ogni genere di pena, perché essa è il regno degli spiriti malvagi, che infondono ogni vizio negli uomini che sono consenzienti. Ci sono tante cose, quante l’anima, gravata dal peso del corpo non può scorgere e capire, perché sono al di sopra delle capacità umane; ma grazie allo Spirito vivente vidi e compresi tutto questo. E di nuovo sentii la voce della luce vivente che mi diceva: “Le cose che vedi sono vere, e sono così come le vedi, e sono moltissime. Infatti, nelle tenebre che hai visto c’è pianto e stridore di denti, ma nel luogo nel quale non vedi le pene dei gravi tormenti, sono tenute le anime di uomini che hanno vissuto prima della vittoria del Figlio di Dio. E tra queste vi sono alcune anime che non sono della sacra fonte, perché non hanno la visione della vera fede: alcune subiscono le pene dello stesso fumo perché hanno gustato alcuni mali secolari, altre per la semplice ignoranza della fede sopportano le tenebre”.

Ci sono altre tenebre, a cui sono vicine le tenebre precedenti, sono entrambe nella perdizione , orrende e che bruciano senza fiamma, poiché mancano l’aria della luce e la fiamma del fuoco brillante. Questa è la Geenna. Sorse con la caduta degli angeli perduti e accolse Satana. Dentro di essa si trovano di tutte le miserie senza consolazione e senza speranza; vi sono le anime perdute e l’inventore antico del peccato. Quanti siano o quanto grandi o quali, l’uomo non può capirlo, perché sono tanti che nessuno se li ricorda e ci saranno per sempre. Coloro che non cercano la Grazia di Dio e non vogliono vedere Dio e non desiderano avere la vita vera, resteranno tra questi. E la morte dell’uomo cosa potrebbe vedere di quelli che di fronte a Dio sono caduti nella dimenticanza, più del fatto che la condanna comporta le pene dell’inferno?

 

Di tutto ciò l’antico serpente gode, perché non desidera e non vuole il bene, essendo l’autore di tutti i mali e i peccati. Infatti, lui per primo vide la lucentezza di Dio, e subito iniziò quel male che non avrebbe né dovuto né potuto essere. Ogni creatura è stata generata; ma il male che ha origine dal serpente,è stato fatto senza l’intervento di Dio. Lucifero era fatto in tutto e per tutto come uno specchio: ma volle essere luce, e non ombra della stessa luce. Allora Dio volle fare il sole, per illuminare tutte le creature contro la luce del demonio; e pose la luna, per illuminare tutte le tenebre contro le sue insidie; e fece le stelle perché offuscassero tutti i vizi. Infatti, Dio è quella pienezza in cui non c’è né può esservi alcun vuoto. Il diavolo è un vaso vuoto: perse la sua luce a causa della superbia e si seppellì nell’inferno, dove resterà senza gloria e senza onore; è lui il predone che denudò il primo uomo e che lo espulse dal paradiso; e fu l’omicida di Abele e uccise gli uomini col primo male, quando si mostrò loro come Dio”. (Liber vitae meritorum, VI, 1-14).

Rivelazioni della Vergine Madre di Dio a Suor Maria: “In questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime”

 

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

Insegnamento della Regina del cielo

 

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce e sinderesi, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

I Sette Vizi Capitali: Superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia

 

Dal Catechismo Maggiore:

959. Che cosa è il vizio?

Il vizio è una cattiva disposizione dell’animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi.

960. Che differenza v’è tra peccato e vizio?

Tra peccato e vizio v’è questa differenza, che il peccato è un atto che passa, mentre il vizio è la cattiva abitudine contratta di cadere in qualche peccato.

961. Quali sono i vizi che si chiamano capitali?

I vizi che si chiamano capitali sono sette:

1.Superbia;
2.Avarizia;
3.Lussuria;
4.Ira;
5.Gola;
6.Invidia;
7.Accidia.

962. I vizi capitali come si vincono?

I vizi capitali si vincono con l’esercizio delle virtù opposte. Cosi la superbia si vince con l’umiltà; l’avarizia con la liberalità; la lussuria con la castità; l’ira con la pazienza; la gola con l’astinenza; l’invidia con l’amor fraterno; l’accidia con la diligenza e col fervore nel servizio di Dio.

963. Perché questi vizi si chiamano capitali?

Questi vizi si chiamano capitali, perché sono la sorgente e la cagione di molti altri vizi e peccati.

LUSSURIA

Uno dei vizi che fa più strage morale in mezzo all’umanità, è la lussuria, cioè il piacere sensuale. Questo vizio si suole anche chiamare disonestà, immoralità o impurità.

Iddio ci ha dato un corpo fornito di sensi ed un’anima intelligente e volitiva. Il corpo ha delle funzioni particolari, stabilite dal Creatore, funzioni che se si compiono contrariamente all’ordine vo­luto da Dio, sono un male molto grande.

Per la qual cosa il Signore ha mes­so nel Decalogo due comandamenti espli­citi, uno che riguarda le azioni: « Non commettere atti impuri » e l’altro che ri­guarda i pensieri: « Non desiderare la persona degli altri ». Chiunque manca volontariamente contro questi comanda­menti, commette sempre peccato mortale, non ammettendo la lussuria parvità di materia.

Funeste conseguenze.

La lussuria è un vizio così potente, che guai a lasciarsene dominare! La schiavitù delle impure passioni è infatti la più vergognosa ed umiliante.

Davanti a questo vizio si sacrifica la propria dignità e si diventa simili alle bestie senza ragione; si sacrifica la salute, per cui si va a finire al manicomio, op­pure si va alla tomba prima del tempo. Si sacrifica il denaro, la pace della famiglia, la pace del cuore; e più che tutto si sacri­fica l’anima rendendola un tizzone d’in­ferno.

Al tempo di Noè il Signore punì questo brutto vizio con il diluvio universale; ed al tempo di Abramo punì le città delle Pentapoli mandando il fuoco dal cielo, che incenerì tutti gli abitanti. Se riflet­tiamo bene, possiamo convincerci che buona parte dei mali che oggi affliggono l’umanità, sono dovuti, al dilagare della disonestà.

PUREZZA

Alla disonestà si oppone la purezza, che è chiamata « la bella virtù » per ec­cellenza; essa è detta anche virtù angelica, virtù sublime, compendio di ogni virtù.
Il simbolo di questa virtù è il giglio, fiore candido e profumato; infatti l’anima che possiede la purezza, è come un giglio che attira sopra di se gli occhi di Dio.

Gesù Cristo.

Nella Sacra Scrittura Gesù è chiamato l’Agnello che si pasce tra i gigli. Pren­dendo Egli forma umana, volle un corpo purissimo e lo prese da Maria Vergine, la più pura delle creature. Volle un custode o Padre Putativo e lo scelse nella persona di Giuseppe, il fabbro di Nazaret, uomo oltremodo puro, degno di stare a fianco di Maria Santissima.

Volle un Precursore, cioè uno che gli preparasse la via in mezzo al popolo ebreo, e lo trovò in Giovanni Battista, uomo austero, di costumi illibati, e che mori’ poi martire della purezza.

Gesù si circondò degli Apostoli, uomini ben costumati, ed amò stare tra i piccoli perchè innocenti e puri, dicendo con en­fasi: Lasciate che i pargoli vengano a me! –

Davanti alla moltitudine che lo ascol­tava estasiata, esclamò: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio! –

Il Signore permise che i suoi nemici invidiosi lo chiamassero impostore, be­stemmiatore, indemoniato … ma non permise che lo tacciassero riguardo alla purezza, tanto che potè sfidare pubblica­mente i suoi avversari, dicendo: Chi di voi può accusarmi di peccato? – e tutti tacquero.

Purezza matrimoniale.

Tutti abbiamo il dovere di essere puri, ciascuno secondo il proprio stato. C’è la purezza matrimoniale e quella verginale. Coloro che sono uniti col vincolo ma­trimoniale, hanno degli obblighi gravi, ai quali non devono mancare. Si ricordino che anche per essi c’è il sesto e il nono Comandamento. Per gli sposati il mancare contro la virtù della purezza importa una gravità maggiore che non per i celibi. Purtroppo la santità matrimoniale è profanata con tanta facilità. Iddio vede tutto e darà a suo tempo a ciascuno il dovuto castigo.

Nella vita di S. Caterina da Siena si legge che il Signore in una rivelazione le disse essere molto offeso per i peccati che si commettono dai coniugati. È bene perciò che gli sposati esami­nino la propria coscienza, per vedere se c’è da correggere qualche cosa.

Purezza verginale.

Chiamasi purezza verginale quella che devono osservare tutti coloro che sono liberi dal vincolo matrimoniale.

Per praticare bene questa virtù ci vuole buona volontà; il premio però è gran­dissimo.

Un’anima vergine dà a Dio molta gloria e si arricchisce continuamente di meriti per il Cielo.

Non mancano nel mondo queste ani­me generose, che sacrificano ogni umano diletto per amore del regno dei Cieli. Co­storo godono in terra le gioie pure dello spirito ed avranno nell’altra vita un premio particolare.

San Giovanni Evangelista in una vi­sione vide il Paradiso ed i Beati vicino al trono di Dio. Scorse una schiera di anime che seguivano festanti l’Agnello Immacolato, Gesù Cristo, dovunque Egli andasse, e cantavano un inno, che sola­mente a loro era permesso di cantare. San Giovanni chiese: – Chi sono costoro? – Gli fu risposto: Sono le ani­me vergini, che hanno lavato la loro stola nel Sangue dell’Agnello. –

Attratti dalla sublimità di questa virtù, tante anime fanno il voto di purezza, o temporanea o perpetua. Prima però di emettere un tal voto, si domandi il pa­rere al proprio Confessore, poiché è fa­cile in un momento di fervore offrirsi al Signore, ma non è sempre facile essere puri come si deve. Si sappia che chiunque fa il voto di purezza, guadagna doppio me­rito delle opere buone che compie riguar­do a questa virtù. Però se manca volonta­riamente contro la purità, o nei pensieri o nelle parole o nelle opere, commette allora doppio peccato grave, uno contro il Comandamento di Dio e l’altro contro il voto emesso. In Confessione si deve dire: Padre, ho peccato contro la purità; però ho anche il voto. –

Dal voto di purezza temporanea, cioè per mesi o per anni, si può ottenere la dispensa dal Vescovo o da altro Sacerdo­te che ne abbia facoltà. Dal voto di purezza perpetua, cioè di tutta la vita, si può ottenere la dispensa solamente dalla Santa Sede. Però, se il voto perpetuo è stato fatto prima dei diciotto anni, non occorre rivolgersi alla Santa Sede per la dispensa.

Il corpo. 
Se vogliamo essere puri, dobbiamo custodire il corpo, il quale è il più gran­de nemico della purezza.

Pur dando al corpo quanto gli spetta, non gli si conceda troppa libertà. Chi non riesce a dominare con facilità i pro­pri sensi, presto o tardi perderà la bella virtù.

Iddio ci ha dato gli occhi affinché po­tessimo servircene in bene. Essi però sono chiamati le finestre dell’impurità; difatti guardare, pensare e peccare, sono spesso indivisibili.

Non è lecito guardare ciò che non è lecito desiderare. Si custodiscano dunque gli occhi e non si posino maliziosamente nè sopra oggetti nè sopra persone. Uno sguardo cattivo può dare la morte al­l’anima. Eppure, con quanta facilità si profa­nano gli occhi! …

Dovremmo essere tanto grati a Dio per il dono della lingua; invece la maggior parte delle persone se ne serve in male. Quante parolacce triviali e libere si pro­nunziano nella rabbia, oppure nello scherzo! Quante frasi equivoche si met­tono fuori per fare dello spirito!

Tuttavia ciò che costituisce un gran­de male, è il discorso disonesto o vergo­gnoso. Il parlare scandalosamente è la rovina della propria purezza e dell’al­trui e costituisce per lo più un grande male.

Bisognerebbe fare una lotta spietata al parlare immorale, rimproverando senza tanto riserbo chi ha la sfacciataggine d’intavolare certi discorsi … che fan­no vergogna.

È necessario mortificare la curiosità di sapere e di sentire ciò che non è con­veniente.

Siccome le orecchie non si possono chiudere, come si fa per gli occhi, la mi­glior cosa è allontanarsi da chi tiene cat­tivi discorsi. Nè si pensi che l’ascoltare chi parla scandalosamente sia cosa insi­gnificante, poiché si comporta male chi fa il discorso disonesto e chi l’ascolta volentieri.

Il corpo è tempio dello Spirito Santo; si rispetti perciò come una cosa sacra. Il senso del tatto sia delicatamente custodito e si porti grande rispetto alla propria ed all’altrui persona, evitando ogni libertà illecita con se e con gli altri. Il cuore è fatto per amare; perciò non tutti gli amori sono leciti.

Quando ci si accorge che il cuore tende ad un amore non buono, bisogna subito troncare gli affetti, diversamente le fiam­me amorose aumenteranno sempre più e si svilupperà un incendio inestinguibile. Il cuore umano non tenuto a freno, porta nell’abisso della impurità e poi nell’abis­so infernale.

Pensino a custodire bene il cuore specialmente le donne, le quali sono tan­to facili ad amare!

I pensieri.

Ad una certa età, quando cioè si esce dalla fanciullezza, i pensieri cattivi co­minciano a disturbar la mente. Non è il caso di preoccuparsi per tali pensieri, perchè non sono mai peccato quando la volontà è contraria.

Chi ha nella mente cattivi pensieri ed impure immaginazioni, ma senza ba­dare al male che fa, unicamente per di­strazione ed inavvertitamente, non com­mette peccato alcuno.

Chi si ferma nei brutti pensieri con poca avvertenza, oppure senza la piena volontà, commette un semplice peccato leggero.

Chi invece si pasce di pensieri e desi­deri illeciti e fa ciò con piena conoscen­za e con piena volontà, è colpevole di grave peccato contro la purezza.

Coloro che si accorgono del cattivo pensiero e subito lo scacciano, o fanno ad esso l’atto contrario, non peccano, ma guadagnano merito davanti a Dio. Si confortino perciò le anime tentate, pen­sando che neppure i più grandi Santi sono stati esenti da simili assalti.

La cattiva abitudine.

Tutte le abitudini cattive sono fu­neste; ma l’abitudine del peccato impu­ro è la più disastrosa. Infelice chi cade e ricade con frequenza in questo pec­cato! O l’anima si rimette sulla buona via o andrà inesorabilmente perduta.

Ci sono dei mezzi efficaci per tron­care l’abitudine dell’impurità. Il primo è la buona volontà. Il demonio sugge­risce che è impossibile rompere la cate­na della cattiva abitudine; ma ciò non è vero. Chi vuole può. Quanti infatti, già schiavi del brutto vizio, si sono cor­retti ed hanno fatto penitenza! Mad­dalena, la Samaritana, Sant’Agostino, Santa Taide, Santa Maria Egiziaca, ecc…. furono anime grandemente peccatrici e scandalose, ruppero però la catena della rea abitudine ed ora sono degne di pubbli­ca venerazione sugli Altari.

Il secondo mezzo è la preghiera. Pre­gando, si rafforza la volontà ed aumenta l’energia spirituale. E’ bene anche far celebrare qualche Santa Messa.

Un mezzo potente assai è la Confes­sione frequente e ben fatta, unita alla Santa Comunione. Se è il caso, ci si con­fessi ogni giorno. Commesso un peccato impuro, non si aspetti che se ne faccia un altro prima di andare a confessarsi. Se si ritarda a mettersi in grazia di Dio, il demonio farà moltiplicare i peccati e sarà poi più difficile il rialzarsi. La Con­fessione sia fatta bene, cioè sincera e col dovuto dolore. Purtroppo, chi cade nel­l’impurità, non di raro per vergogna tace in Confessione ciò che è tenuto a mani­festare al Ministro di Dio e così commet­te il sacrilegio. Altri invece, pur confes­sando tutto, non hanno il vero dolore per detestare il peccato impuro e così non ri­cavano utilità dalla Confessione. Ripor­to una visione di San Giovanni Bosco.

La corda limacciosa.

Dice il Santo: Mi trovai in una gran­de sala illuminata, ed ecco comparire una schiera di bellissimi giovanetti come An­geli, che tenevano nelle mani dei gigli e li distribuivano qua e là, e coloro che li ricevevano si sollevavano da terra. Doman­dai alla mia guida che cosa significassero quei giovani che portavàno il giglio e mi fu risposto: Sono quelli che seppero con­servare la virtù della purità. –

Scomparve la bellissima luce ed io ri­masi al buio. Di poi vedevo facce rosse, quasi infuocate. Vidi alcuni giovani che si affaticavano attorno ad una corda li­macciosa, pendente dall’alto, e si sfor­zavano di arrampicarsi ed andare in alto; ma la corda cedeva sempre e veniva giù un poco, di modo che quei poverini erano sempre a terra con le mani e la persona infangate. Meravigliato di ciò, domandai cosa volesse significare quello che vedevo. Mi fu risposto: La corda è la Confessione; chi sa bene attaccarvisi, arriverà al Cielo, e questi sono quei giovani che vanno so­vente a confessarsi e si attaccano a questa corda per potersi innalzare; ma vanno a confessarsi senza le dovute disposizioni, con poco dolore e poco proponimento. –

Vidi in seguito un altro spettacolo più desolante. Certi giovani di aspetto tetro avevano attorcigliato al collo un gran serpentaccio, che con la coda an­dava al cuore e sporgeva innanzi la te­sta e la posava vicino alla bocca del me­schino, come per mordergli la lingua, se mai aprisse le labbra. La faccia di quei giovani era così brutta che mi faceva paura; gli occhi erano stravolti; la loro bocca era torta ed essi erano in una po­sizione da mettere spavento. Domandai il significato di ciò e mi fu detto: Il ser­pente stringe la gola a quegl’infelici e, per non lasciarli parlare in Confessione, sta attento se aprono la bocca per morderli. Poveretti! Se parlassero, farebbero una buona Confessione ed il demonio non potrebbe più niente contro di loro. Ma per rispetto umano non parlano, tengono i loro peccati nella coscienza, tornano più e più volte a confessarsi, senza mai osare di mettere fuori il ve­leno che racchiudono nel cuore. Va’ a dire ai tuoi giovani che stiano attenti e racconta loro quello che hai visto. –

La penitenza.

Tra i rimedi per vincere la cattiva abitudine del peccato impuro, è da met­tere la mortificazione o penitenza. Il cor­po è come un cavallo furioso e bizzarro, che ha bisogno della frusta e degli spe­roni per essere tenuto a bada.

Chi vuol correggersi, si privi di tanto in tanto di piaceri anche leciti, faccia qualche penitenza speciale, come sarebbe un digiuno, il battere il corpo con qualche strumento, il portare un piccolo cilizio … Se facevano questo i Santi, i quali non ne avevano tanto bi­sogno, perchè non hanno da farlo coloro che facilmente cadono nell’impurità? … Si è provato che la penitenza del corpo mette in fuga la disonestà.

In conclusione, chi vuol correggersi davvero, ogni qual volta ha la disgrazia di cadere nel brutto peccato, s’imponga una qualche penitenza corporale. Ad ogni nuova caduta, una nuova peni­tenza. E’ impossibile non correggersi con tale rimedio.

Consigli per custodire la purezza.

Per custodire il giglio della purezza si procuri di tenere occupata la mente in buoni pensieri. Si stia sempre occu­pati, perchè l’ozio è il padre dei vizi. Si pensi che vicino a noi c’è l’Angelo Custode, notte e giorno, e perciò non deve farsi mai cosa alcuna che sia in­degna della sua presenza.

Si pensi spesso che Iddio vede tutto, anche i pensieri più nascosti, e non si abbia la spudoratezza di fare alla pre­senza del Signore, quel male che non si farebbe alla presenza dei genitori o di persona riguardevole. Quando la ten­tazione assale e minaccia di aumentare l’energia, è bene interrompere l’occu­pazione che si ha per mano, mettersi a passeggiare, lasciare la solitudine cer­cando un poco di onesta compagnia, cantare lodi sacre, ecc….

Se con tutto ciò la tentazione ingi­gantisce, il che è molto raro, non ri­mane altro che gettarsi in ginocchio, baciare il Crocifisso o la medaglia, fare la Croce possibilmente con l’acqua be­nedetta e dire con fede: Prima la morte, o Signore, anzichè peccare!

Fuga delle occasioni.

E’ occasione di peccato tutto ciò che esternamente sollecita la volontà a pec­care, sia persona, sia oggetto, sia luogo. L’occasione può essere remota e prossima. Si dice remota, quando non è ta­le da spingere fortemente la volontà alla colpa grave; è prossima, quando ordinariamente trascina al peccato mor­tale.

Chi si mette in una data occasione, ad esempio, dieci volte, e sempre o la maggior parte delle volte cade nella col­pa grave, allora si trova nella vera oc­casione prossima di peccato. Si tenga bene in mente questo: Chiunque si mette nell’occasione prossima di grave peccato volontariamente e senza una forte ragione, commette peccato mortale volta per volta, anche se casualmente non acconsentisse alla tentazione!

Attenzione a certe persone.

Occasione di peccato contro la pu­rezza sogliono essere le persone di ses­so differente. Si eviti dunque la compa­gnia di coloro che sono poco timorati di Dio e che non hanno stima della purezza.

Le donne si guardino anche dai pa­renti e specialmente dai cognati e dai cugini.

Un’occasione grave, ma necessaria, è il fidanzamento; si abbia perciò la massima vigilanza per non deturpare il giglio della purezza. I fidanzati non stiano mai soli, abbiano un grande ri­spetto vicendevole e siano disposti a dispiacere alla creatura anziché offen­dere il Creatore. I fidanzati tengano lontano il pensiero della fuga vergogno­sa, perché è peccato mortale contro la purezza. Commettono anche grave pec­cato coloro che hanno il dovere e la possibilità d’impedire questa fuga e non lo fanno, coloro che in qualche modo l’aiutano e quelli che la consi­gliano oppure l’approvano.

Scuola e laboratorio.

La compagnia dei buoni aiuta a di­ventare migliori; quella dei cattivi tra­scina al male.

Non manca la cattiva compagnia nel­le pubbliche scuole e nei laboratori. La gioventù bramosa di conservarsi pura, stia più lontano che sia possibile dagli appestati morali e, pur frequentando la scuola o il laboratorio, usi tutti i mez­zi necessari per non lasciarsi contami­nare. Per riuscire, conosciuti gli esseri pericolosi, si fugga la loro compagnia, si facciano conoscere a chi fa da superiore e, se sarà necessario, si cambi labora­torio.

Chi ha la responsabilità di un labo­ratorio, specialmente di giovani, vigili e mandi via chi può seminare l’immora­lità e non lasci mai soli i giovani lavo­ranti, perchè quando manca il capo, or­dinariamente il demonio impuro semi­na il male.

I divertimenti mondani.

Il divertirsi onestamente è lecito. Ma i divertimenti che oggi il mondo appre­sta, sono un’insidia continua alla vir­tù della purezza. Bisogna sapersi guardare. Si dovrebbero meditare bene que­ste tremende parole di Gesù Cristo: Guai al mondo per gli scandali!

Quando il cinema ed i teatri sono buo­ni, non si fa male ad andarvi; quando sono cattivi, non si vada assolutamen­te; quando si è in dubbio sulla mora­lità di qualche rappresentazione, è pru­denza cristiana non andarvi.

Allorché si ci trova davanti a certe scene poco castigate, non sempre basta abbassare gli occhi, ma è necessario al­zarsi ed andare via. Questo dovere è chiesto dalla dignità personale, dalla re­sponsabilità verso coloro che forse ivi si sono condotti e dal buon esempio che deve darsi al prossimo. – Ma facendo così, si perde il denaro del biglietto! – È meglio perdere un po’ di denaro, an­zichè il candore della purezza.

Quanti, dopo aver pascolato la mente tra scene immorali, escono dal cinema morti alla grazia di Dio, col rimorso e con le durature conseguenze delle brut­te impressioni!

Facciano un buon esame di coscienza i genitori, che fossero facili ad accon­tentare i figli con questi divertimenti e si esaminino pure tutti coloro che ac­corrono con frequenza a tali spettacoli.

Il ballo.

Di per se stesso il ballo non sareb­be un male, però la malvagità umana l’ha ridotto ad una scuola d’immoralità. I vari balli moderni, eseguiti special­mente tra persone di diverso sesso, co­stituiscono un vero pericolo per la pu­rezza.

Si faccia di tutto per impedire si­mili balli e non si permettano nelle fa­miglie che si dicono cristiane; anzi, non vi si assista neppure, per non approva­re colla propria presenza il male che al­tri commette.

I genitori, desiderosi di custodire la purezza delle figliuole, siano molto vi­gilanti su questo spasso mondano, che giustamente è chiamato il divertimento del diavolo.

La spiaggia.

Anche la vita di spiaggia è conside­rata oggi come rovina della purezza. Il costume molto ridotto, l’ozio, la pre­senza di giovani dissoluti, tutto ciò con­corre alla rovina delle anime.

È necessario quindi prendere le do­vute cautele, diversamente, mentre si va al mare per pulire il corpo e rafforzarlo, si macchia l’anima e la si potrebbe per­dere eternamente.

La moda.

Le donne son portate naturalmente a seguire la moda. Se la moda è modesta, la purezza ne avvantaggia; se è troppo libera, i buoni costumi ne risentono assai.

Al presente l’abito femminile lascia molto a desiderare, tanto che si può chiamare la provocazione delle umane passioni. Ordinariamente le donne non pensano al male che fanno col vestire immodesto; esse cercano di appagare la vanità; il demonio invece si serve di ciò per tendere insidie agl’incauti e farli cadere nel male.

Coloro che confezionano abiti femmi­nili, siano prudenti e delicati nell’eser­cizio della loro professione per non coo­perare alla rovina delle anime. Prefe­riscano perdere certi clieti, anzichè macchiare la propria coscienza.

I genitori cristiani s’impongano ener­gicamente sulle figliuole e non permet­tano di vestire immodestamente. Si ri­cordi che il migliore ornamento di una giovane è la serietà del vestire e la mo­destia del portamento.

Altri pericoli.

Libri cattivi ce n’è molti e si trovano anche presso famiglie cristiane. Si leg­gono con la scusa d’istruirsi o con la falsa idea di non ricavarne del male. Quando un libro è cattivo, non solo si fa male a leggerlo, ma si fa male pure a prestarlo, a consigliarlo ed a tenerlo conservato. Non resta dunque che di­struggere subito i libri cattivi o pericolosi.

Quello che si dice per i libri, valga anche per i giornali, le riviste ed i perio­dici cattivi.

Il televisore costituisce un pericolo per la moralità; si trasmettono opere, films e dialoghi che lasciano assai a desiderare in fatto di purezza.

In ultimo, si considerino come veri pericoli i quadri e le statuette indecen­ti, esposte senza riserbo nelle villette, lungo le scale e sulle pareti delle ca­mere. Quanto male non fanno certi la­vori, chiamati artistici, ma che in realtà si dovrebbero chiamare scandalosi!

Si distruggano anche certe cartoline indecenti, che persone senza timore di Dio mettono in circolazione.

Custodire i piccoli.

Ad una certa età, conosciuto il valore della purezza, ciascuno è in grado di vi­gilare sopra di se e sopra degli altri. I piccoli però non possono fare questo, in quanto non conoscono il male.

I genitori ed i superiori hanno il do­vere grave di vigilare affinché i piccoli non vengano scandalizzati.

I ragazzini e le ragazzine sogliono es­sere facilmente vittime delle umane passioni. Ma guai a chi compie quest’o­pera diabolica! Dice Gesù: Guai a chi dà scandalo ad uno di questi piccoli che credono in me! –

In pratica, si sia prudenti a non fare riposare, ad una certa età, nello stesso letto parecchi figliuoli. Non si la­scino senza sorveglianza i piccoli quan­do attendono al giuoco, specialmente se cercano di nascondersi per non essere visti. Non ci si fidi troppo delle persone di servizio, in modo particolare se sono poco timorate di Dio.

SUPERBIA

Dicesi superbia il desiderio disordi­nato della propria eccellenza. È un vizio molto radicato in noi, il quale è causa di una grande quantità di peccati.

Iddio odia la superbia e la punisce. Il primo peccato di superbia fu com­messo dagli Angeli in Cielo, allorché si ribellarono a Dio con a capo Lucifero. La punizione fu tremenda, poiché subito fu creato l’inferno e vi precipitarono tutti i ribelli, per starvi eternamente. Un altro grave peccato di superbia fecero i nostri progenitori Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, quando fu­rono tentati dal demonio a mangiare il frutto proibito da Dio. – Perché non mangiate di questo frutto? – domandò il tentatore. – Non possiamo, risposero, perché Iddio ce l’ha proibito! – Se lo mangerete, continuò il demonio, diven­terete simili a Dio! – Adamo ed Eva prestarono fede e, mossi dal desiderio di diventare simili al Creatore, colsero il frutto e lo mangiarono. Il peccato fu grave, non solo per la disubbidienza, ma anche per la superbia. Iddio, fortemente sdegnato, tolse ai due peccatori i doni soprannaturali, già dati gratuitamente, li condannò a morire e li cacciò dal Pa­radiso Terrestre.

Il Redentore.

Dio, giusto punitore della colpa, non tralascia però di compatire l’uomo im­pastato di debolezza e gli dà un rimedio efficace contro la superbia. Infatti la se­conda Persona della Santissima Trinità, il Figlio Eterno di Dio, lascia lo splen­dore del Cielo e si riveste di umana car­ne. Lo scopo dell’Incarnazione è di ria­prire il Paradiso agli uomini e di dare un meraviglioso esempio di umiltà, in opposizione all’innata superbia.

La vita terrena di Gesù Cristo fu una lotta continua al vizio della super­bia. Avrebbe egli potuto nascere in un palazzo reale e farsi ricoprire di gloria dagli uomini; ed invece nacque in una stalla, visse in una bottega facendo il fa­legname e mori ignudo sulla Croce, tra due ladroni, come un malfattore.

Gl’insegnamenti di Gesù.

Il Vangelo è ricco di massime e di parabole, che hanno per scopo di abbat­tere la superbia e d’insegnare l’umiltà. Gli Apostoli domandarono a Gesù: Maestro, chi è il più grande nel regno dei Cieli? –

Egli prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e poi disse: Chi si umilie­rà, facendosi piccolo come questo bam­bino, costui sarà il più grande nel re­gno dei Cieli. –

E vedendo che gli Apostoli tende­vano alla superiorità, disse loro: I prin­cipi di questo mondo signoreggiano i loro sudditi; per voi non sia così. Chi di voi vuole essere il primo, sia l’ul­timo. –

Trovandosi in un convito Gesù ed osservando che gl’invitati brigavano per avere i primi posti, parlò in questo mo­do: Quando tu sei invitato a pranzo, non andare a metterti al primo posto, poiché potrà darsi che sia stato invi­tato uno superiore a te ed allora il pa­drone dovrà dirti: Amico, lascia questo posto e mettiti in fondo! – Allora ne avrai vergogna presso tutti i commen­sali. Quando invece sei invitato a tavola, mettiti nell’ultimo posto, affinché chi ti ha invitato abbia a dirti: Amico, vieni avanti! Così ne avrai onore presso tutti i convitati. Poichè chi s’innalza sarà u­miliato e chi si umilia sarà esaltato. –

Essendo la superbia come una feb­bre che spossa ed anche il motivo dell’in­quietudine del cuore umano, Gesù Cristo si dà quale modello a tutti, dicen­do: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete il riposo per le anime vostre! –

Fortunati coloro che vivono in con­formità a questi divini insegnamenti!

Lo spirito di superbia.

L’amor proprio, o l’alta stima che cia­scuno sente di sé, fa sempre capolino e bisogna vigilare per non restarne vit­tima.

S. Giovanni Bosco confessa lui stesso di aver sentito nell’animo fin dalla fan­ciullezza una forte inclinazione allo spi­rito di superbia. Subito però si mise all’opera e riuscì vittorioso. Una volta potè dire in maniera lepida: Ho dovuto propormi di prendere per il collo la mia superbia, metterla sotto i piedi e cal­pestarla. –

Lo spirito di superbia porta ad es­sere ambiziosi, presuntuosi, vanitosi e rende ribelli all’autorità, per cui non si sopporta di stare soggetti ad altri e, quando lo si è costretti, internamente ci si rode. Veniamo ora alle particolari manife­stazioni della superbia.

I pensieri.

Il superbo nella sua mente ingran­disce i propri meriti e si gonfia come un pallone. Crede di essere qualche cosa di grande e perciò guarda dall’alto in basso, studiando i mezzi per eccellere sempre.

Se il superbo riceve un’offesa o una mancanza di riguardo, non sa darsi pace. Pensa e ripensa il torto ricevuto e con­cepisce desideri di vendetta. – A me fare questo affronto? … Trattare in tal modo me, che ho tanti meriti? … Ah! questo è troppo! – In preda a tali sen­timenti, perde la pace del cuore.

Le parole.

Il superbo non si contenta di pen­sare altamente di se, ma sente il biso­gno di esternare con le parole i suoi sentimenti. Si loda facilmente, metten­do in mostra i titoli di onore, dicendo di appartenere a nobile famiglia, par­lando con entusiasmo delle proprie cose e mettendo sempre avanti il proprio « io ». – Io faccio così … Io in quel­l’occasione mi comportai in tal modo … Io sono salutato sempre … Io sono sti­mato assai … Io porto abiti di lusso …

Insomma s’incensa di continuo e non ricorda il proverbio: Chi si loda, s’im­broda! –

Chi ha il vizio della superbia, non si limita a lodarsi; è anche portato natu­ralmente a disprezzare gli altri.

Il parlare del superbo suole essere impastato di critica, di mormorazione e di bugia.

Coloro che assistono a simili conver­sazioni, esternamente dimostrano di approvare, per non irritare il superbo, ma appena questi si allontana, cominciano a ridere alle sue spalle, dicendo: Che superba persona! . .. Oh, quanto è scioc­ca! … Ma cosa crede di essere?… –

E così si avvera il detto di Gesù: Chi s’innalza, sarà umiliato! –

Il volere comparire.

Il superbo è smanioso di comparire e fa di tutto per apparire in società qualche cosa di più degli altri. Se è ric­co, spende grosse somme per avere un’a­bitazione più bella degli altri ricchi, compra gioielli di grande valore ed in­dossa abiti lussuosi.

Se il superbo non è ricco, fa grande economia pur di comparire davanti agli altri; perciò limita le spese giornaliere, va forse in prestito di denaro e tutto spende in abiti eleganti ed in pro­fumi.

La persona superba e vanitosa ama di stare lungamente davanti allo specchio e studia la conciatura dei capelli e l’abbellimento del volto; studia anche il sorriso ed i movimenti del corpo, per apparire sempre più attraente. Esce di casa, non tanto per sbrigare faccende, quanto per mettersi in mostra. Lungo le vie cammina con affettazione e pare voglia dire a tutti: Guardatemi! … Chi c’è simile a me? … Desidera ricevere saluti e gode nel suo cuore ad ogni pic­cola dimostrazione di stima.

Poveri superbi vanitosi! … Ma credete che tutti abbiano a pensare a voi?… Ognuno ha i propri fastidi e tira per la sua strada! … Vale dunque la pena sprecare tanto tempo e denaro per la voglia di comparire? … Cosa ne resta a voi di utile? Vanità della vanità!…

Le opere del superbo.

Le nostre opere devono essere diret­te alla gloria di Dio ed al bene del pros­simo; soltanto così sono meritorie per l’altra vita. Ma il superbo non bada a ciò, anzi agisce in senso contrario; il fi­ne del suo operare è l’appagamento del­l’orgoglio, con la ricerca della stima e dell’approvazione altrui.

È bene qui ricordare gli Scribi ed i Farisei, uomini superbi, i quali fu­rono riprovati da Gesù Cristo. Costoro facevano elemosina, pregavano a lungo, digiunavano ed erano osservanti scru­polosi della legge di Mosè. Tuttavia non erano accetti a Dio, perchè le loro opere erano fatte per riscuotere la lode degli uomini. Gesù perciò disse ai suoi disce­poli: Se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei Cieli. –

Il superbo, quando non è visto, si astiene dal far la carità o ne fa assai poca; se invece sa di essere osservato, fa elemosina ed anche abbondante­mente, affinché possa sentirsi dire: Oh, com’è caritatevole e di buon cuore! –

Quello che si dice per la carità, si dica per tutto il resto.

Quale ricompensa può sperare il su­perbo da Dio in questa o nell’altra vita? Nessuna!

La superbia spirituale.

E’ superbia spirituale il credersi buono, anzi più buono degli altri ed il disprezzare il prossimo perchè peccatore. Questo ge­nere di superbia dispiace moltissimo a Dio, il quale conosce la miseria di ciascu­no e sa che senza il suo aiuto non può farsi niente di buono.

Il Signore suole abbandonare questi superbi, lasciandoli in balia di se stessi, permette che poco per cadano in nei peccati e specialmente in quelli più ver­gognosi, affinchè imparino a conoscere la propria miseria spirituale.

Bisogna perciò guardarsi da un vizio così funesto; e per riuscirvi, ci si umili tanto più, quanto maggiore è il progresso che si fa nella via della perfezione.

UMILTA

L’umiltà è la virtù opposta alla su­perbia e consiste nello stimarci per quello che siamo, cioè un impasto di miseria, e nell’attribuire a Dio l’onore di qualche bene che in noi riscontria­mo. Non dovremmo faticare molto a praticare l’umiltà, se fossimo davvero convinti di ciò che siamo.

Facciamo delle brevi considerazioni sopra l’umana miseria, per invogliarci sempre più dell’umiltà.

Il corpo umano.

Quanti vanno superbi del proprio corpo! C’è chi va orgoglioso per la bel­lezza del volto, chi per il colore dei capelli, chi per la freschezza della carna­gione, chi per la robustezza delle mem­bra, chi per la voce, ecc. Eppure, che cosa è il corpo umano, anche il più bello? E’ un pugno di fango.

Basta un po’ di febbre per abbattere una forte corporatura; un foruncolo può deturpare in breve il viso più avve­nente; da ogni parte del corpo umano emanano odori nauseanti, per cui si ha da ricorrere alle ciprie ed ai profumi.

Appena avvenuta la morte, il corpo diventa freddo cadavere e presto ha principio la putrefazione. Si è costretti a chiuderlo in una cassa, ben saldata, e dopo lo si affida alla terra. Guai a tro­varsi vicino al corpo umano quando la dissoluzione è avanzata! La carne puru­lenta si stacca dallo scheletro e serve di pasto ai rettili più schifosi del sotto­suolo.

O uomini, o donne, che tanto vanto menate del vostro corpo e tanta cura ponete nel comparire, pensate a ciò che vi ridurrà presto o tardi la morte!

I beni di fortuna.

Cosa sono le ricchezze e la nobiltà del casato? Sono delle semplici vanità. Che merito ne hai tu, o uomo, se sei nato da nobili genitori e ne hai ereditato il nome, il denaro, il palazzo e le altre proprietà? Il merito, al massimo, sarebbe di chi ha faticato per procurar­ti tali beni. Quale differenza c’è tra te nobile e l’ultimo dei poveri? Tutti e due siete figli di Adamo e soggetti en­trambi ad un cumulo di miserie. Come tu non hai avuto merito a nascere ricco, così l’altro non ha avuto colpa a nascere povero. E dunque, perché disprezzare il povero, aver vergogna di stargli vicino e pretendere da lui atti di umiliazio­ne? …

Si pensi che i beni di fortuna oggi ci sono e domani potrebbero non esser­ci. Un terremoto, un’inondazione, un furto, un fallimento… e scompaiono le ricchezze! Quanti nobili decaduti ricor­da la storia! Vale dunque la pena d’insuperbirsi per i beni di fortuna? …

Le doti mentali.

Taluni hanno sortito da natura una memoria prodigiosa, oppure una intel­ligenza superiore, per cui ritengono quanto vedono e sentono e con facilità riescono in diversi rami della scienza. Altri, pur non avendo memoria ed in­telligenza straordinaria, hanno tuttavia un’attitudine particolare alla musica, alla poesia, alla pittura o ad altra arte bella.

Costoro hanno diritto d’insuperbir­si? Niente affatto! Le doti intellettuali sono doni di natura e si possono perde­re o in parte o completamente. Basta visitare un manicomio, per convincersi di ciò. Quanti professori valenti, medici di grido, avvocati celebri, ecc…. hanno perduto l’uso della ragione e sono rico­verati tra gli scemi!

Il bene spirituale.

Oltre alla memoria ed all’intelligen­za, noi abbiamo la volontà, che é la fa­coltà più nobile dell’anima nostra. La volontà è fatta per il bene e tende ad esso.

Molti vanno in cerca di beni falsi e passeggeri e trascurano i veri beni, che si acquistano con l’esercizio delle virtù cristiane.

Ci sono invece anime ricche di beni spirituali, che moltiplicano gli sforzi quotidiani e che hanno già raggiunto un buon grado di perfezione. Possono que­ste insuperbirsi della propria virtù? No! L’anima può fare il bene, perchè è sorretta dalla grazia di Dio; se manca quest’aiuto, la volontà non può fare niente. La volontà umana è tanto de­bole: oggi vuole il bene e domani si ap­piglia al male; oggi ama e domani odia.

Come possono insuperbirsi i virtuosi, pensando alla debolezza della loro volontà? Basta pensare al principe degli Apostoli, S. Pietro, che disse a Gesù Cristo: Io sono pronto a morire con Te! Non ti abbandonerò! – La stessa notte invece Lo rinnegò tre volte.

Quanti, che prima erano virtuosi e modello agli altri di vita cristiana, si pervertirono e divennero di scandalo! Dunque, si stia sempre umili e diffidenti di sè.

La parabola dei talenti.

Un tempo noi non esístevamo; quin­di eravamo nulla. Il Signore per sua in­finita bontà ci ha creati, dotandoci di beni nell’anima e nel corpo. Nel fare ciò, ha avuto dei fini particolari. Ascol­tiamo la parabola dei talenti, che Gesù narrò per il nostro ammaestramento:

« Un uomo, dovendo andare lontano, chiamò i suoi servi e diede loro i suoi beni. Ad uno consegnò cinque talenti, ad un altro due e ad un altro uno solo, a ciascuno secondo la propria capacità; e subito dopo partì.

Colui che aveva ricevuto cinque ta­lenti, andò a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Similmente colui che ne aveva ricevuto due. Il servo però che ne aveva ricevuto uno, andò a scavare in terra e nascose il denaro del suo pa­drone.

Dopo molto tempo venne il padrone di quei servi e fece i conti con essi. E fattosi avanti chi aveva ricevuto cinque talenti, ne consegnò altri cinque di­cendo: Padrone, mi hai dato cinque ta­lenti; ecco ne ho guadagnati altri cin­que. – Gli rispose il padrone: Ben ti sta, servo buono e fedele; poichè sei stato fedele nel poco, ti costituirò a capo di molto; entra nel gaudio del tuo pa­drone! –

Si fece avanti poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Padrone, mi hai dato due talenti; ecco ne ho gua­dagnati altri due. Gli disse il padrone: Ben ti sta, servo buono e fedele, poiché sei stato fedele nel poco, ti costituirò a capo di molto; entra nel gaudio del tuo padrone. –

Dopo venne avanti anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Padrone, so che sei uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; avendo io timore, sono andato a nascondere sotto terra il tuo talento. Eccoti ciò che è tuo! – Gli ri­spose il padrone: Servo cattivo e infin­gardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso; bisognava dunque che tu affi­dassi il mio denaro alle banche e così ritornando io avrei percepito il mio de­naro con il frutto. Perciò, sia tolto a lui il talento e sia dato a chi ne ha dieci; imperocché a chi ha, sarà dato ed ab­bonderà; a colui che non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere. E que­sto servo inutile sia gettato nelle tene­bre esteriori; ivi sarà pianto a stridor di denti».

Questa parabola c’insegna che Iddio dà a ciascuno dei beni, ma a chi dà più ed a chi meno. Ad uno dà molta ric­chezza, ad un altro il puro necessario; a chi offre un corpo vigoroso e bello, a chi dà un corpo debole e difettoso; ad uno largisce un’intelligenza vasta e pro­fonda, ad un altro una mente mediocre oppure incapace.

Alla fine della vita, quando si ha da comparire davanti a Cristo Giudice, ciascuno dovrà dar conto dei doni rice­vuti e sarà domandato più a colui al quale più è stato dato.
Quando perciò si hanno doni parti­colari, materiali o spirituali, invece di montare in superbia, si pensi ad essere grati a Dio ed a corrispondere alle sue mire divine.

Per conservare l’umiltà, giova il con­siderare il seguente paragone.

Un ricco signore vuol cambiare di­mora e stabilisce di trasportare tutto alla nuova abitazione servendosi di al­cuni asini.

Sul primo asino mette la cassaforte, con il denaro ed i gioielli; sul secondo colloca dei quadri, capolavori di arte; sul terzo mette i drappi preziosi, sul quarto gli intensili di poco valore; sul quinto infine depone gli stracci ed altri oggetti di basso uso.

Supponiamo che questi asini possano parlare e lungo il tragitto tengano una conversazione:

– State lontani da me, dice il primo asino ai compagni; io sono il più nobile, perché ho tanta ricchezza; mi vergogno di stare accanto a voi! – Gli altri potreb­bero rispondere: Sciocco e superbo! So­no forse tuoi i tesori che porti? Non sono del padrone? Non avrebbe potuto metterli sulla nostra groppa? Del resto, appena arrivati alla nuova dimora, tutto ti sarà tolto e resterai un povero asino come noi! Pensa dunque che asino sei ed asino rimarrai! –

Quanto insegnamento dà questo pa­ragone! … Dovrebbero tenerlo presente i superbi!

L’umiltà è verità; come tale, se ci fa riconoscere la nostra miseria, non c’im­pedisce di riconoscere quanto in noi ci sia di buono, purchè tutto si riferisca a Dio.

Perciò non manca d’umiltà chi ri­conosce di essere ricco o intelligente o di bell’aspetto o arricchito di doni spiri­tuali. Quando però si riceve qualche lode per le buone qualità, si dica in cuore: Non a me, o Signore, ma sia glo­ria a te, datore d’ogni bene! –

È tanto facile però rubare a Dio la gloria! Questo si fa quando volontaria­mente noi godiamo delle nostre belle doti, quasi fosse merito nostro l’averle.

L’insegnamento della Madonna.

Maria Santissima, scelta a diventare Madre del Figlio di Dio, si umiliò davanti all’Arcangelo Gabriele, che la salutava « Piena di grazia ». Quanta umiltà in que­ste parole: « Ecco la serva del Signore! Si faccia di me secondo la tua parola! »

Iddio la sceglieva per Madre e lei si di­chiarava serva! Quantunque umilissima, la Vergine sciolse un inno d’amore e di gratitudine al Signore riconoscendo la propria dignità.

Allorché S. Elisabetta le disse: E don­de a me quest’onore, che la Madre del mio Signore viene a me! – le rispose: L’anima mia magnifica il Signore ed esul­ta il mio spirito in Dio, mia salvezza! Poi­che Egli guardò l’umiltà della sua ser­va; da questo momento tutte le gene­razioni mi chiameranno beata! Impe­rocche ha fatto a me cose grandi Colui che è potente ed il cui nome è Santo! –

La Madonna c’insegna che anche nell’umiltà possiamo riconoscere in noi i doni di Dio e gioire di ciò, purché di tutto si dia gloria al Signore.

Umiltà davanti a Dio.

Non dobbiamo mai confidare in noi stessi, come se fossimo qualche cosa davanti a Dio, stimandoci giusti. Ecco la parabola che fa al caso nostro.

– Due uomini, dice Gesù Cristo, anda­rono al Tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così: Ti ringra­zio, o Dio, che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nean­che sono come quel pubblicano. Io digiu­no due volte nel sabato; do decime di tutto ciò che possiedo.

Il pubblicano invece stando in fondo al Tempio, non osava neanche alzare gli occhi al cielo; ma batteva il petto dicendo: O Dio, siate propizio a me pec­catore! –

Io vi dico, conclude Gesù, che que­sto pubblicano ritornò a casa giustifica­to, a differenza dell’altro; perché chiun­que si esalta sarà umiliato e chiunque si umilia sarà esaltato. –

La parabola é molto eloquente. Se vogliamo che Iddio ci perdoni i peccati, umiliamoci sinceramente davanti a Lui, riconoscendo la nostra miseria.

Se fossimo realmente buoni, se cioè osservassimo bene la legge di Dio, non potremmo allora pensare altamente di noi? Neppure questo è lecito. Infatti Ge­sù ci dice: Quando voi avrete fatto tutto ciò che vi è stato comandato, dite: Sia­mo servi inutili! Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare! –

Ora, se chi adempie bene i comanda­menti di Dio, deve dirsi servo inutile, che cosa pensare di chi ha fatto, oppure fa qualche peccato? … E chi è sulla ter­ra che non pecca? …

I patimenti.

Il Signore non lascia mancare la cro­ce ne’ ai cattivi ne’ ai buoni. Ai primi il soffrire serve a castigo dei peccati ed a mezzo di richiamo sulla buona via; ai secondi è fonte di merito per il Paradiso.

Il vero umile quando riceve una cro­ce, sia una malattia, sia una disgrazia o una contrarietà, non si ribella a Dio, ma tutto facilmente abbraccia, dicendo: Signore, ho peccato! … Merito questa cro­ce, a motivo dei miei peccati! Abbiate pietà di me e datemi la forza di soffri­re! – Chi può dire quali tesori per il Cielo guadagna, facendo così l’anima umi­le?…

Il superbo invece, se si trova nella sofferenza, si arrabbia e dice: Ma che co­sa ho fatto a Dio, perché abbia a trattar­mi così? Ho fatto bene nella mia vita! – Povero superbo, come si sbaglia davan­ti a Dio! …

Umiltà col prossimo.

L’umiltà con gli altri si pratica pen­sando bene di tutti e scusando quelli che sbagliano; non mormorando dei difetti altrui, anzi sopportandoli con pazienza; trattando con rispetto e cortesia tutti, anche i poveri, i rozzi e gl’ignoranti; non usando parole sprezzanti coi dipendenti e persone di servizio; non disprezzando la compagnia di chi è di bassa condizione; finalmente, aiutando i bisognosi.

Facendo così, si diventa amici di tut­ti e naturalmente si è stimati e lodati con disinteresse.

Umiltà con se stessi.

Si pratica l’umiltà con se stessi, non soltanto riconoscendo la propria miseria, ma anche accettando con calma le umilia­zioni. Un insulto, una mancanza di ri­guardo, un merito non riconosciuto, un favore ricambiato in male … son cose che feriscono la superbia umana. L’u­miltà ci fa scoprire tutto ciò con corag­gio cristiano, pensando che per i nostri peccati siamo meritevoli di ogni umilia­zione.

L’umiltà c’insegna anche a pregare per chi ci ha umiliati.

Ma come avere la forza di praticare l’umiltà in tal guisa? Tenendo presen­te l’esempio di Gesù Cristo!

Nelle umiliazioni pensiamo a Gesù quando era insultato, ingiuriato, sputacchiato e preso a schiaffi dai perfidi Giu­dei. Se Gesù, Figlio di Dio, innocentis­simo, sopportò tante e sì gravi umilia­zioni, noi Cristiani, essendo suoi segua­ci, sforziamoci d’imitarlo come facevano i Santi e così troveremo il riposo per le anime nostre.

AVARIZIA

Il secondo vizio capitale è l’avarizia, cioè l’amore disordinato dei beni terreni, chiamati comunemente « beni di fortu­na ».

L’avarizia è peccato più o meno gra­ve, secondo che offende più o meno gra­vemente la carità o la giustizia.

Se il cuore umano è dominato da que­sto vizio, ad altro non pensa e non mira che alla ricchezza; diventa schiavo del denaro, sino ad adorare come Dio la mo­neta.

Gli avari, propriamente detti, non so­no molti; costoro si privano del neces­sario pur di accumulare denaro. Però gli attaccati alle ricchezze più del giusto, so­no in gran numero. Per convincersi di ciò, basta vedere con quale avidità si compera e si vende, quante liti si sosten­gono ed a quanti sacrifici si va incontro per accrescere il proprio guadagno.

Non è da confondersi con l’avarizia il giusto desiderio di guadagnare del de­naro, per sovvenire ai propri bisogni ed a quelli della famiglia; neppure è avarizia quel senso di economia, per cui si limi­tano le spese non necessarie, allo scopo di mettere da parte qualche cosa per gl’im­previsti della vita.

Conseguenze.

Il desiderio di arricchire suole spin­gere all’usura.

Il bisognoso si rivolge al benestante per avere in prestito denaro. Bisognereb­be immedesimarsi della necessità del pros­simo e dare in prestito generosamente, senza domandare interesse, oppure chie­dere il minimo. Chi però è attaccato alla ricchezza, o non dà in prestito o, se dà, richiede molto interesse. Quanti usurai fanno piangere intiere famiglie, spillando denaro a più non posso! Giustamente questi miserabili sono chiamati strozzini, perché strozzano il prossimo, prendendolo per la gola.

L’amore sregolato al denaro fa froda­re anche la giusta mercede all’operaio. Il lavoro dev’essere retribuito come si conviene, cioè la paga dev’essere in rap­porto alla fatica ed all’abilità.

L’avaro invece esige molto lavoro e re­tribuisce poco, dando così motivo di be­stemmiare e d’imprecare.

L’amore al denaro mette a tacere anche la voce del sangue. Perché tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra zii e ni­poti, non si mantiene la dovuta cordia­lità? … Perché spesso costoro non si vi­sitano, non si salutano, anzi si calunniano, augurandosi ogni male? È la conseguen­za dell’attacco al denaro.

E quanti delitti non si commettono per appropriarsi della roba altrui! Ed a quanti parenti si desidera la morte pre­matura, nella speranza di aver presto l’ere­dità o qualche lascito!

Giuda tradì Gesù Cristo per trenta de­nari; e chiunque si lascia vincere dall’amo­re ai beni di questo mondo, non c’è ma­le che non possa commettere, davanti alla possibilità di arricchire ancora.

IL NECESSARIO

L’esempio di Gesù.

I beni di questo mondo ci sono stati dati da Dio come mezzo di sostenimento; non bisogna dunque attaccarvi troppo il cuore e cambiare così il mezzo col fine. Gesù diede al mondo l’esempio del più completo distacco dai beni terreni, per far comprendere che le vere ricchezze sono quelle celesti. Egli perciò volle una Ma­dre povera ed un Padre Putativo povero; nacque nella massima povertà; lavorò e visse da povero, sino a dire ad un tale che voleva seguirlo: Gli uccelli dell’aria hanno i loro nidi e le volpi le loro tane, ma il Figlio dell’uomo non ha neppure dove posare il capo. –

L’insegnamento divino.

Gesù amava i poveri, sino a chiamarli beati, e proclamò questo solennemente quando disse alla moltitudine dall’alto di una montagna: Beati i poveri di spirito,. cioè i distaccati dalle ricchezze, perché di essi è il regno dei Cieli! –

Ma mentre il Divin Maestro ai poveri dice questo, ai ricchi rivolge parole terri­bili: Guai ai ricchi! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, anziché un ricco entrare in Paradiso! – Ciò significa che chi è ricco ed è molto legato ai beni, difficilmente potrà salvare l’anima sua.

I bisogni della vita.

Finché si sta sulla terra, si ha biso­gno di cibo, di vestiti e di altre cose accessorie. Dunque si ha da brigare af­finché niente venga a mancarci.

Dice S. Paolo: Avendo di che nutrir­ci e di che coprirci, di ciò dobbiamo es­sere contenti. –

Perciò non è male cercare quello che è necessario. Il Signore però vuole che non si abbia troppa preoccupazione del cibo e del vestito; desidera invece che si viva con maggiore fiducia nella sua prov­videnza.

Gli uccelli ed i fiori.

« Guardate, – dice Gesù Cristo, – gli uccelli dell’aria; non seminano, non mietono e non raccolgono nei granai; ep­pure il vostro Padre Celeste li nutrisce. Non valete voi più di molti uccelli? E chi di voi, pensando, può aggiungere alla sua statura un solo cubito? E del vesti­mento perché vi preoccupate? Conside­rate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non tessono. Ed io vi dico che neppure Salomone nella sua glo­ria fu coperto come uno di essi. Se adun­que l’erba del campo, che oggi c’è e do­mani si getta nel fuoco, Iddio veste in tale modo, quanto più vestirà voi, uo­mini di poca fede? Non vogliate perciò essere troppo solleciti, dicendo: Che co­sa mangeremo o che cosa berremo o come ci copriremo? – Tutte queste cose infatti cercano i pagani. Sa il vostro Padre Ce­leste che voi abbisognate di tutte queste cose ».

Queste parole sono uscite dalla boc­ca di Dio e quindi sono verissime. Ma come si spiega che tanti mancano del necessario?

La ragione la dà lo stesso Gesù, con­cludendo il discorso precedente: Cercate prima il regno di Dio e la sua giusti­zia e tutte queste cose vi saranno date per giunta. Non vogliate dunque essere preoccupati soverchiamente del doma­ni. –

Se si osserva la legge di Dio, come si deve, il Signore non ci farà mancare il necessario.

Il più datelo ai poveri! Gesù c’insegna a pensare anche al pros­simo bisognoso e dice: Quello che avete di più, datelo ai poveri! –

Oh! se si mettesse in pratica questo divino precetto, come si solleverebbe l’u­manità! Non avremmo i ricconi e neppure i miserabili.

I veri tesori.

La virtù opposta all’avarizia è la li­beralità e consiste nell’avere il cuore stac­cato dalla ricchezza e nel beneficare gli altri, nel limite della propria possibilità.

« Non vogliate, – dice il Signore; – affaticarvi per guadagnare tesori sulla ter­ra, tesori che la ruggine e la tignola di­struggono e che i ladri dissotterrano e rubano. Procuratevi invece tesori per il Cielo … Fatevi degli amici col Mam­mona d’iniquità, (cioè col denaro,) affin­ché quando verrete meno, possiate esse­re ricevuti negli eterni tabernacoli ».

Il Signore in tal modo ci esorta a te­soreggiare per il Paradiso e ci dice di servirci del denaro per assicurarci la feli­cità eterna. Chi infatti fa buon uso del denaro, esercitando la cristiana carità, sconta i peccati e si arricchisce di tesori, che troverà in Cielo quando verrà meno con la morte.

Ma mentre è promesso il Paradiso a chi fa buon uso delle ricchezze, è minac­ciato il fuoco dell’inferno a chi non fa carità, avendone la possibilità.

Il ricco epulone.

Leggiamo nel Vangelo: C’era un uo­mo ricco, che vestiva porpora e tutti i giorni dava grandi banchetti. C’era an­che un mendicante, di nome Lazzaro, il quale pieno di piaghe giaceva alla porta di lui, bramoso dl sfamarsi con le bri­ciole che cadevano dalla tavola del ricco, ma nessuno gliene dava; soltanto i cani andavano a leccargli le piaghe. Il mendi­cante mori’ e fu portato dagli Angeli in seno ad Abramo; mori’ anche il ricco e fu sepolto nell’inferno. Alzando costui gli occhi, mentre era nei tormenti, vide da lungi Abramo e Lazzaro nel suo seno. Allora ad alta voce esclamò: Padre Abra­mo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito per rinfrescare la mia lingua, perché io spasi­mo in questa fiamma! – Ma Abramo gli rispose: Ricordati che tu avesti la tua parte di beni durante la vita, mentre Laz­zaro ebbe nel medesimo tempo la sua parte di mali; perciò ora egli è consolato e tu sei tormentato. Oltre a questo, una grande voragine è posta tra noi e voi. –

Quegli replicò: Io ti prego adunque che tu lo mandi a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, per avvertirli di queste cose, affinché non abbiano anch’essi a venire in questo luogo di tor­mento. – Abramo rispose. Hanno Mosè ed i Profeti; ascoltino quelli. – E l’altro replicò: No, Padre Abramo, se un morto andrà a loro, faranno penitenza. – Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure ad un uomo risuscitato. –

Il ricco epulone fu condannato al fuoco eterno per il solo fatto che aveva tanti beni e non si dava pensiero di farne partecipe il povero mendicante.

IRA

Il quarto vizio capitale è l’ira o col­lera, che può definirsi, in senso stretto, come il desiderio disordinato della ven­detta. Considerata in senso largo, la col­lera è una viva commozione dell’animo, che ci fa respingere con forza e sdegno ciò che ci dispiace.

Qualche volta la collera non è pec­cato; questo avviene quando è conforme alla retta ragione. Un esempio l’abbia­mo nel Vangelo. Gesù trovò nel Tempio i profanatori; allora prese il cingolo, ne fece come un flagello e con esso battè i profanatori, mandandoli fuori dalla Casa di Dio.

Anche quando la collera è conforme alla retta ragione, potrebbe divenire peccato, più o meno grave, per quello che si fa durante l’ira o per il modo con cui si fa. Nella collera infatti si può pec­care o perché si punisce chi non merita, o perché si punisce più gravemente che non comporti la colpa, o perché si ha di mira più la vendetta anzichè la cor­rezione del colpevole, o perchè si esage­ra nella maniera di adirarsi.

Da ciò ne segue che è meglio non arrabbiarsi mai, piuttosto che arrab­biarsi giustamente, poichè è difficile mantenersi nei giusti limiti.

Simile alla pazzia.

Chi è pazzo, parla ed opera senza ri­flettere; può recare del male a se ed agli altri. Non è però responsabile del suo agire. Chi si lascia dominare dalla collera, finché è in preda alla passione, è come un pazzo: non sa ciò che dice o fa. Quante stranezze si commettono nella rabbia! Si battono i piedi, si tira­no i capelli, si mordono le mani, si bestemmia, s’impreca, si getta addosso al primo che capita ciò che si ha fra le mani, sì ferisce il prossimo e si può an­che dargli la morte. Cessata la rabbia, il collerico suole restare umiliato e dice a se stesso: Ma cosa ho fatto?… Guarda un po’ a che estremi sono arrivato!… Ah! questi nervi! Invece di pentirsi dopo, è meglio pensarci prima e non montare in col­lera.

Il collerico è di tormento agli altri ed a se. Guai a contrastarlo! Ne sanno qualche cosa le spose ed i figli, quando hanno da fare con il capo di famiglia assai nervoso. Sono ingiurie, minacce e botte! La presenza del collerico in casa tronca il sorriso dei familiari.

Chi facilmente monta sulle furie, vive nell’inquietudine, credendo che tutte le cose avverse capitino proprio a lui; pensa e ripensa i torti ricevuti, torti che a volte sono immaginari; suole avere la mente eccitata, per cui si rende inquieto lo stesso sonno.

Questi caratteri sono simili alle pen­tole in ebollizione; basta un poco più di calore ed ecco saltare il coperchio e riversarsi l’acqua; è necessario togliere legna dal fuoco, oppure aggiungere nella pentola un poco d’acqua fresca.

Al collerico si devono togliere le oc­casioni che possano eccitarlo; gli si fa così un vero atto di carità.

Quando si mantiene il dominio di se, si vede meglio la situazione delle cose e si possono prendere delle decisio­ni prudenti.

Invece il nervoso, alterandosi, non può vedere chiaramente, non è in gra­do di valutare le circostanze e facilmente può sbagliare negli affari d’importanza.

La nervosità è madre della precipi­tazione. Si sa per esperienza che la preci­pitazione è causa di tanti e tanti sbagli.

Il danno maggiore che arreca questo vizio, è quello spirituale, perché duran­te la collera si sogliono commettere di­versi peccati, con i pensieri, con le pa­role e con le azioni.

PAZIENZA

La virtù della pazienza è molto ma­gnificata dal Signore. Infatti Gesù dice: Beati i mansueti, poichè essi possederan­no la terra!

Queste parole significano che chi è paziente può divenire padrone del cuore degli uomini, è stimato dagli altri e bene­detto da Dio.

Inoltre Gesù vuole mettersi a model­lo della pazienza e proclama a tutti gli uomini: Imparate da me, che sono mite!

Pazienza con se stessi.

La pazienza è necessaria a tutti e sempre. Non mancano le occasioni in cui essa viene messa alla prova. Si deve esercitare questa virtù prima di tutto con noi stessi. Essere pa­zienti significa frenare la commozione dell’animo o mantenere in calma le po­tenze spirituali e sensitive. Non è sem­pre facile conservare il dominio di se stessi e mostrarsi sereni quando avvie­ne qualche contrarietà. La padronanza di se si acquista con un continuo eser­cizio e con l’aiuto della preghiera.

San Francesco di Sales aveva un’in­dole rabbiosa; sin da fanciullo si propo­se di correggersi e riuscì ad avere un grande dominio di se.

La pazienza deve farci sopportare i nostri stessi difetti. Tutti abbiamo del­le deficienze e per conseguenza cadia­mo in molti mancamenti. Anche quan­do commettiamo uno sbaglio, non dob­biamo arrabbiarci. Del resto, cosa giova adirarci quando lo sbaglio è avvenuto? Invece, dopo un mancamento, dobbiamo con calma dirci: Questa volta ho sba­gliato; starò più attento in seguito. –

E’ bene comportarsi così anche quan­do si commettono gravi colpe morali, poiché taluni, facendo il proposito di non cadere più in un dato vizio, si ri­tengono sicuri di sé, e, se per casa mancano, s’indispettiscono, perdono il coraggio e forse depongono il pensiero di migliorarsi.

Pazienza. col prossimo.

Il pretendere che nessuno manchi verso di noi, è assurdo. Coloro con i qua­li abbiamo da trattare, sono come noi ri­pieni di difetti e conseguentemente ci dispiacciono in molte cose. Ognuno ha i propri gusti e le proprie vedute, ed è difficile trovare due che se la inten­dano perfettamente. A questo si ag­giunge anche l’antipatia, che suole in­grandire i difetti del prossimo.

Dato questo, è necessario avere una buona dose di pazienza, per vivere in discreta armonia in famiglia ed in so­cietà. Per riuscire, è bene partire da questo principio di carità cristiana: Co­me voglio essere io sopportato e compatito nei miei difetti, così devo sop­portare e compatire il prossimo.

I pensieri.

Giova fare qualche riflessione d’in­dole pratica.

Tu, ad esempio, provi risentimento e rabbia interna verso una persona per il suo fare scortese e nervoso. Per compatirla, tieni conto dell’indole sua forse irascibile, dei dispiaceri, che forse avrà avuto in famiglia per cui è esaspe­rata; tieni conto pure della sua età, per­chè ad un certo periodo della vita l’orga­nismo è logoro ed il sistema nervoso ne risente gli effetti; tieni ancora conto dell’educazione che avrà avuto nell’in­fanzia. Insomma hai da tenere presenti tante cose, per non arrabbiarti nella tua mente contro il prossimo.

Le parole.

Quando si perde la pazienza, è la lin­gua a prendere il sopravvento. E’ necessario perciò frenarla, tenendo, se fa bi­sogno, la bocca chiusa quando si è trat­tati male e si sente già la fiamma della collera. Di certo questo è ottimo rime­dio! Si cominci a parlare quando, passa­ta la prima eccitazione interna, si rico­nosce di poter conservare la calma nelle parole e nelle opere.

L’Imperatore Augusto era d’indole collerica; avendo da trattare con ogni categoria di persone, era sovente nell’oc­casione di perdere la pazienza. Conosce­va la necessità di dominare i nervi, ma non sempre vi riusciva. Domandò con­siglio al filosofo Atenodoro. Questi gli rispose: Imperatore, se tu senti la rab­bia e vuoi subito parlare, comincia a recitare le lettere dell’alfabeto greco; quando avrai finito, comincerai a par­lare; ti troverai bene. –

Il rimedio era molto buono, poiché recitando lentamente le lettere dell’al­fabeto, la mente si distraeva un poco, il sangue circolava con più regolarità, i nervi si calmavano e così dopo era facile dominare la lingua e parlare con serenità e prudenza.

A tutti sarebbe utile questo rimedio. Però i Cristiani, invece di recitare le lettere dell’alfabeto, farebbero bene a dire lentamente il « Padre Nostro » o « 1’Ave Maria »; in questo modo, oltre a calmarsi prima di parlare, si può pre­gare per chi ha mancato.

Un Parroco.

Celebrandosi qualche Matrimonio, era solito un Parroco rivolgere la parola ai novelli sposi, raccomandando l’accordo ed il compatimento vicendevole. In par­ticolare diceva: Ogni volta che tra voi due sta per avvenire qualche contesa o diver­bio dovete subito dire: « Rimandiamo la contesa a domani! Per ora non ne par­liamo affatto! ». La mattina seguente, o sposi, voi non penserete più alla contesa, oppure se vi penserete, farete tutto con calma. –

Non solo gli sposi, ma tutti dovrebbero seguire questa norma. Quanti di­spiaceri e quanti peccati si potrebbero evitare!

La risposta dolce.

La risposta dolce rompe l’ira. Par­lando aspramente a chi è in collera, non si ottiene niente, anzi lo si irrita di più. Se gli si parla dolcemente e con garbo, naturalmente il collerico resta disarmato. Viene a proposito il prover­bio: Si prendono più mosche con una goccia di miele, anziché con un barile di aceto.

Il Santo Curato d’Ars aveva conver­tito alla fede cattolica una donna ebrea. Il marito di essa, pure ebreo, montò sul­le furie e si presentò al Santo con un col­tello in mano, minacciando:

– Siete voi, gli disse, colui che ha pervertito mia moglie? – Sono stato io a convertirla! … Cosa volete adesso? – Son venuto per strapparvi un occhio con questo coltello! – Quale volete strapparmi, il destro o il sinistro? – Vi strappo l’occhio destro. – Allora mi resterà il sinistro per guardarvi ed amarvi! – Vi strapperò anche il sini­stro! – Mi resterà il cuore per amarvi e vi aiuterò in ciò che potrò! –

A queste parole, improntate a calma e dolcezza, l’ebreo da leone diventò agnello e sentì il bisogno d’inginocchiar­si davanti al Santo Sacerdote per chie­dergli perdono.

La pazienza cristiana non solo mo­dera la lingua, ma tiene a freno tutti i sensi del corpo. Cosa vale non aprire bocca quando si è arrabbiati, se poi si alzano le mani, oppure si scaraventano a terra sedie, bottiglie od altro?

Bisogna sforzarsi di non apparire arrabbiati, anche quando l’animo è tur­bato assai. Il fare certi gesti sgarbati e sprezzanti, il guardare con occhio bieco, il sorridere sarcasticamente … so­no cose contrarie alla virtù della pazienza.

Norme pratiche.

Credo di fare cosa utile ai lettori, presentando norme pratiche da seguire in famiglia e fuori. Metterò sott’occhio alcune categorie di persone. Voglio spe­rare di contribuire in tal modo alla pace domestica di certe famiglie ed al loro bene spirituale.

Gli sposi.

La convivenza dell’uomo con la don­na nei primi mesi dopo la celebrazione del Matrimonio, non è difficile; il loro affetto in quel primo tempo suole es­sere grande e quindi facilmente si com­patiscono. Coll’andare del tempo, gli sposi manifestano apertamente il loro carattere e per conseguenza cominciano le dolenti note; l’uomo vuole coman­dare e la donna pure; l’uno vuol sem­pre ragione e l’altra non vuole mai torto; lo sposo alza la voce e la sposa grida; lui minaccia e lei si avventa.

Se non c’è pazienza, la vita degli sposi diviene un purgatorio e qualche volta un vero inferno. I fiori dei novelli sposi di­ventano spine e forse anche chiodi. Que­sta è la ragione per cui si domanda da taluni la separazione legale.

Perchè ci sia la pace, è necessario che gli sposi conoscano il vicendevole carat­tere; conosciutolo, facciano di tutto per non toccare i lati deboli.

Tu, o donna, sai che il marito non vuole essere contrariato? Cedi subito, anche con tuo sacrificio! Sai che egli ha un dato gusto e gli piace quel modo di pensare e di agire? Fa’ di tutto per accontentarlo, prevenendo anche i suoi desideri! Se tu agisci così, lo sposo ti apprezzerà di più ed anch’eglí si sforzerà di fare altrettan­to con te.

Tu, o sposo, ti accorgi che la con­sorte qualche giorno ha la luna a tra­verso? Sai che quando si altera non vede più dagli occhi? Compatiscila in quel gior­no, non irritarla di più, togli ogni occa­sione di contrasto! Tu forse dici: Ma io sono il capo di casa! Io devo coman­dare … e la donna mi deve stare sogget­ta! – Hai ragione; però non dimenticare che la sposa è compagna e non serva e tanto meno schiava. Ama la tua donna come te stesso e perciò compatiscila!

Ci vuole lo spirito di sacrificio e l’aiuto del Signore. È bene quindi che gli sposi, dicendo le preghiere del mattino o della sera, recitino anche un Padre Nostro con questa intenzione: « Per la pace in fami­glia ». Chi persevera in tale preghiera, presto ne vedrà i buoni frutti.

Correzione fruttuosa.

Un operaio aveva il vizio di bere trop­po, specialmente il sabato sera. La moglie era stanca di convivere con lui. A vederlo ritornare barcollante in casa, a sentirlo bestemmiare e vomitare ingiurie e paro­lacce … provava i brividi. Questo non era tutto. Sovente il marito nell’ubria­chezza rompeva qualche cosa e rovesciava le sedie; alla fine si sdraiava e si addor­mentava a terra.

La sposa sopportava sino ad un certo punto; ma dopo montava sulle furie e lo rimproverava aspramente. Finita la tempesta, quando cioè il marito si era addormentato a terra, con grande fatica lo prendeva di peso e lo metteva a letto; dopo rassettava la camera e finalmente si coricava. L’indomani riprendeva i rimpro­veri contro il marito per quello che aveva fatto la sera precedente. L’uomo, non ri­cordando niente perchè la sera era in ba­lia del vino, non faceva caso dei rimpro­veri, anzi rispondeva con una risatina. La cosa non poteva più durare.

Un giorno la donna ebbe la felice idea di chiedere consiglio ad un Sacerdote; ebbe un buon suggerimento e si affrettò ad attuarlo.

La prima sera che il marito era rinca­sato ubriaco, non gli rivolse la parola, anzi lo lasciò libero di fare. Nel bollore del vino, il misero uomo afferrò il lume e lo buttò a terra; rovesciò il piccolo tavolo su cui era la cena e tutto andò a male, minestra, piatti e bicchieri; in ultimo, come al solito, si addormentò sul pavimen­to. Questa volta la moglie si contentò di guardare; subito dopo andò a letto, senza rassettare la camera e lasciando il marito a terra. L’indomani mattina si sve­gliò l’uomo ed a vedersi in quello stato, chiamò la donna; questa con calma gli disse: Dunque cosa desideri? – Come mai mi trovo qui a terra?… Ho le ossa rotte! … E questo tavolo perché è rove­sciato? E questi, piatti ed i bicchieri?… Guarda quanta minestra per terra!… – La moglie rispose: Sono i miracoli che fai tu quando ritorni a casa ubriaco! – Sono stato io a fare questo? – Proprio tu! … Se vuoi continuare ad ubriacarti, continua pure; ma ti lascerò tutta la notte a terra. –

Quando il marito constatò con i pro­pri occhi il male che proveniva dall’u­briachezza. propose fermamente di cor­reggersi e poco per volta ci riuscì.

Questo episodio insegna che tra gli sposi è necessaria la mutua correzione; questa però si deve fare con calma e prudenza; soltanto allora è fruttuosa.

GOLA

Il vizio della gola consiste nell’abuso del mangiare e del bere.

Il corpo ha bisogno di riparare di con­tinuo le perdite che necessariamente de­ve subire; il nutrirlo quindi è un dovere. Se è un bene dare l’alimento al corpo, è però un male l’esagèrare nella quantità ed anche nella qualità. Questa esagera­zione è causata dal piacere che sente la gola. Il Creatore ha disposto che si provas­se gusto nel palato e nella gola, affinchè fa­cilmente il corpo potesse assumere i cibi e le bevande; ma quando la gola prende il sopravvento, si va contro la disposizione di Dio, perchè allora si mangia e si beve più del bisogno unicamente per saziare l’avidità della gola.

Di per sè il peccato di gola è leggero; diventa peccato grave quando l’abuso del mangiare e del bere pregiudica gravemen­te la salute del corpo e quando si beve si­no ad ubriacarsi, perdendo del tutto la ragione.

Il troppo mangiare ed il troppo bere arreca al corpo tanto male. Non poten­do l’organismo assimilare la quantità su­periore dei cibi, si sforza di riuscirvi; questo sforzo se è continuo porta all’esau­rimento. Inoltre, il cibo che non può as­similarsi, si converte in veleno per l’or­ganismo; da ciò hanno origine certe malat­tie, che presto o tardi portano al sepolcro. Le vittime della gola sono molte, tanto che c’è la frase proverbiale: Ne uccide più la gola che la spada.

L’esagerazione nel bere il vino od altre sostanze alcooliche, porta alle malattie del cervello.

L’intemperanza della gola è sorgente di molti gravi peccati.

Innanzi tutto, quando lo stomaco è troppo pieno, la volontà resta snervata e non sente la forza di operare il bene, anzi prova noia e disgusto delle cose spiri­tuali.

Quando il corpo è bene nutrito, facil­mente insorgono le passioni e specialmen­te la passione dell’impurità. Chi non sa fre­nare la gola, difficilmente è in grado di frenare gli altri sensi, per cui si può affer­mare che spesso chi cede alla gola, diven­ta debole in fatto di purezza.

Dall’ubriachezza hanno origine le be­stemmie, le parole indecenti, le percosse, i ferimenti e gli omicidi.

TEMPERANZA

Chiamasi temperanza la virtù che mo­dera e frena i sensi del corpo, specialmen­te la gola.

La temperanza è di grande utilità al­l’anima ed al corpo. I medici la raccoman­dano. Noi però dobbiamo praticare que­sta virtù in vista della nostra salvezza eterna.

Parte integrale della temperanza è la mortificazione cristiana, tanto inculcata da Gesù Cristo e dalla Santa Chiesa.

L’esempio di Gesù.

Gesù Cristo è perfetto Dio e perfetto uomo. Come tale, aveva un corpo simile al nostro, soggetto cioè al bisogno della nutrizione. Egli però era molto frugale. Durante le peregrinazioni della sua vita pubblica, veniva alimentato dalla carità di pie persone; qualche volta si conten­tava di nutrirsi con alcune spighe di grano raccolto nei campi.

Gesù volle dare inoltre un grande esempio di penitenza corporale, restan­do digiuno per quaranta giorni e quaran­ta notti. In tutto questo tempo non prese ne cibo ne bevanda; alla fine ebbe fame, tanto che il demonio colse l’occasione per tentarlo. – Se sei Figlio di Dio, gli disse, fa’ che queste pietre diventino pane.

Gli rispose Gesù: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che pro­cede dalla bocca di Dio. –

L’esempio dei Santi.

Persuasi i Santi della necessità di se­guire le orme di Gesù, erano molto li­mitati nel cibo e per lo più si contenta­vano dello stretto necessario.

Sappiamo di alcuni Santi che s’indu­striavano di rendere disgustosi i cibi e le bevande, mettendovi sostanze amare o nauseanti.

Gli eremiti vivevano nel deserto e si nutrivano di erbe, di qualche frutto e di un po’ di acqua; con tutto ciò, sappiamo che buon numero di essi raggiunse un’età avanzata, anzi parecchi oltrepassarono i cento anni, come Sant’Antonio Abate e San Paolo, primo eremita.

Si sa di altri Santi che arrivarono a tale grado di mortificazione della gola, da su­perare la naturale ripugnanza assumendo cibi disgustosi. Un esempio lo troviamo nella vita di San Giovanni Bosco.

Questo Santo lavorava molto e man­giava poco, tanto da recare meraviglia ai commensali.

Una sera, dopo una giornata fatico­sissima, rincasò ad ora tarda; nell’Ora­torio tutti erano a riposo. Per non mo­lestare alcuno, entrò in cucina, speran­do trovare qualche boccone, fosse anche freddo. Scorse in un cantuccio un pentolino, con qualche cosa dentro. Si cibò di quella sostanza. L’indomani mattina la madre sua cercava la colla e non poteva darsi pace avendo trovato il pentolino vuoto. – Non datevi pensiero, disse tran­quillamente Don Bosco; mi servì di cena ieri sera. – Ma come potesti mangiare quella roba? – Eh, madre mia, l’appe­tito condisce ogni cosa! E poi non ci si vedeva bene in cucina; del resto il fatto è fatto. –

L’esempio dei Santi è un forte rim­provero a quelli che trattano troppo de­licatamente la gola.

Quanto tempo s’impiega nella prepa­razione di cibi prelibati! Quanto dena­ro si spreca in dolciumi ed in bibite non necessarie, e forse anche dannose!

Quanti lamenti, se un cibo non in­contra il proprio gusto! …

Coloro che assecondano il vizio della gola, invertono l’ordine voluto da Dio, cioè non mangiano per vivere, ma vivo­no per mangiare. Il loro Dio è lo sto­maco; ad esso rivolgono le cure principali della giornata; imitano in qualche modo le bestie, le quali non hanno al­tra preoccupazione.

La pratica della Chiesa.

Data l’importanza della mortificazione della gola, la Santa Chiesa prescrive delle penitenze.

È bene conoscere le norme per l’a­dempimento del precetto ecclesiastico. La Santa Chiesa prescrive che al ve­nerdì non si mangi la carne, per un sen­so di gratitudine e di rispetto verso Gesù Cristo, che in detto giorno morì in Croce. Il venerdì non si mangia la carne (o il sanguinaccio o le interiora degli ani­mali a sangue caldo). Però si può sup­plire in questo giorno con qualche altra opera buona.

In Quaresima non si mangia la carne in tutti i venerdì e nel giorno delle Ce­neri, cioè, l’indomani di carnevale, che è primo giorno di Quaresima.

Sino ai quattordici anni compiuti non si è tenuti ad osservare questa legge ec­clesiastica. Dopo i quattordici anni que­sto Precetto non ha limite di età.

Sono esenti gli ammalati e quelli che hanno qualche grave motivo. Ma in que­sto caso si può soltanto consigliare di fare qualche altra opera buona.

Il digiuno è prescritto due volte l’an­no: il giorno delle Ceneri ed il Venerdì Santo.

È tenuto al digiuno chi ha compiuti i ventuno anni di età, sino ai cinquanta­nove anni compiuti. Ne sono dispensati gli ammalati, chi è troppo debole e chi fa lavori molto faticosi. A costoro si può soltanto consigliare di fare qualche altra opera buona.

Può digiunarsi così: a colazione è per­messo, a chi ne sentisse il bisogno, un leggerissimo cibo. Il caffè non rompe il digiuno. A pranzo, che può iniziare alle ore undici, è permesso tutto, in quantità ed in qualità, tranne la carne. La cena sia molto moderata. Si può invertire il pranzo con la cena.

La mortificazione della gola.

La mortificazione della gola non so­lo fa evitare l’eccesso del mangiare e del bere, ma anche priva la gola di qualche piacere lecito. Ecco un piccolo elenco di mortificazioni, che potrà essere utile alle anime di buona volontà.

1) Sentendo la sete, non bere subito, ma aspettare alquanto; oppure bere in quantità minore di quanto si vorrebbe, cioè senza saziarsi.

2) Fuori dei pasti ordinari, non pren­dere alcun cibo o bevanda, tranne il caso di vera necessità o di convenienza sociale.

3) Avendo desiderio di mangiare un frutto, una caramella oppure qualche dol­ce, rimandare ad altro orario; meglio an­cora se ci si priva del tutto e se ne fa dono a un bambino o ad un poverello.

4) Tenere in bocca qualche sostanza amara o disgustosa, unicamente per con­trariare il gusto.

5) Privarsi dello zucchero nel pren­dere il caffè oppure il latte.

6) Stando à tavola, mangiare e bere senza avidità, anzi scegliere le porzioni meno appetitose.

7) Non lamentarsi se i cibi sono in poca quantità o se sono mal preparati.

8) Non parlare dei cibi che piaccio­no di più e non brigare per averli.

9) Dare ai poverelli il denaro che si vorrebbe destinare ai gelati, alle bibite o ai dolciumi.

10) Prendere le medicine senza lamen­tarsi e senza lasciare trasparire la natu­rale ripugnanza.

Chi si esercita nelle piccole mortifi­cazioni di gola, arreca grande bene al­l’anima sua.

Ecco l’utilità di queste mortificazioni: Si acquista il dominio di se stessi, per cui con facilità si possono tenere a freno gli altri sensi del corpo; si scontano i peccati commessi col corpo; si acquista un grado di gloria maggiore per il Paradiso; nel­l’anima scende di continuo la rugiada della grazia divina, per cui si è sempre più disposti ad operare il bene; più che tutto si dà piacere a Dio, perchè gli si offrono dei sacrifici.

INVIDIA

L’invidia è il rincrescimento o tri­stezza del bene altrui, in quanto lo si riguarda come dannoso al bene nostro.

Sembrerebbe l’invidia un piccolo vi­zio, eppure tra i vizi capitali occupa un posto eminente, in quanto è comune e dà origine a molti peccati.

Giustamente si dice che se l’invidia facesse divenire gobbi, nel mondo diffi­cilmente si vedrebbe un uomo od una donna senza gobba.

L’invidia è un vizio tutto interno, na­scosto nell’intima del cuore umano; è un vizio vile, perciò tenta di nascondersi; ma per quanto faccia l’invidioso a celare la sua malignità, non sempre vi riesce.

Dobbiamo amare il prossimo come noi stessi; è questo il comando datoci da Dio; dobbiamo cioè rallegrarci del bene altrui come del bene nostro e dobbiamo rattri­starci del male altrui come del nostro male.

L’invidioso fa al contrario; gode del male della persona che invidia e soffre del bene suo. Come tale, l’invidia è un vero peccato, opponendosi al comando di Dio.

Un pittore dipinse un quadro raffi­gurante l’invidia. Vi era rappresentata una vecchia, stecchita e corrucciata, che guardava attraverso una lente d’ingran­dimento; era circondata da serpenti, che le mordevano il cuore. Questo ritratto riproduce a meraviglia l’invidioso.

Il ladro, rubando, si procura del de­naro e con esso può godere la vita; il goloso prova il diletto del gusto ed il sensuale gode nei sensi; ma l’invidioso non riceve alcuna utilità dal suo vizio.

È indovinato il detto: Chi d’invidia campa, disperato muore!

Peggiore dei demoni.

I demoni tentano al peccato gli uo­mini per l’invidia che provano verso di loro, sapendo che potranno andare in Paradiso.

Tuttavia, pur sfogando l’ira e l’invi­dia sugli uomini, si risparmiano tra loro stessi.

L’invidioso è peggiore dei demoni, perchè non risparmia il suo simile.

Non ha rispetto a vincolo di sangue o di amicizia; cosicchè troviamo il fra­tello che per invidia lotta il fratello; la sorella che perseguita la sorella, l’amico che fa guerra all’amico.

La madre dei peccati.

La superbia è la vera madre dei peccati; l’invidia ne è figlia; però l’invidia diventa subito madre di tanti peccati, che l’enu­merarli non sarebbe facile: desideri del male altrui, giudizi temerari, sentimenti di avversione e di odio, parole mordaci, discorsi di mormorazione e di calunnia, in­sidie, crudeltà e delitti inauditi … Abele offriva a Dio le primizie della campagna e del gregge; attirò così sopra di sè lo sguardo amoroso del Creatore. Il fratello Caino ne senti’ invidia e gli tolse la vita, fracassandogli la testa. Ne ebbe però il meritato castigo, facendo una fine molto misera.

Giuseppe, figlio del Patriarca Giacob­be, fu oggetto d’invidia da parte dei fra­telli, perchè il padre lo prediligeva. In conseguenza di ciò, prima fu calato in una cisterna secca, per trovarvi la mor­te, e dopo fu venduto ad un mercante, in qualità di schiavo. Iddio, che veglia sugli innocenti, fece sl che Giuseppe diventasse il Vice Re d’Egitto e che i suoi stessi fratelli in tempo di carestia andassero a domandargli frumento. Quan­ta vergogna allorchè Giuseppe si manife­stò! – Io sono il vostro fratello … colui che per invidia volevate uccidere e poi vendeste! …

Il Re Saul sentì invidia di David, suo suddito, e lo perseguitò spietatamente. Più volte gli gettò la lancia addosso, per conficcarlo al muro; non riuscì nel mal­vagio intento, perchè la mano del Si­gnore era sopra David.

E Gesù non fu condannato a morte per invidia? Gli Scribi, i Farisei ed i capi del popolo, si rodevano di rabbia a vedere Gesù, che credevano il Figlio del fabbro di Nazaret, circondato di gloria e di stima.

Adunque, chi può enumerare gli ese­crandi delitti. che ovunque e sempre l’in­vidia ha compiuto?

COMPIACENZA

La virtù opposta all’invidia è la com­piacenza del bene altrui.

Come si è detto innanzi, la carità, o amore del prossimo, esige che amiamo il nostro simile come noi stessi. Noi ci au­guriamo sempre il bene e godiamo di quanto di buono ci possa accadere. Per il comando di Dio, dovendo amare il prossimo, dobbiamo augurargli il bene.

L’egoismo individuale trascina al la­to opposto; ma è dovere di ognuno re­primere le cattive tendenze e sforzarsi di nobilitare i propri sentimenti nei ri­guardi del prossimo.

Come reprimersi.

Appena ci accorgiamo che una per­sona eccita la nostra invidia, dobbiamo stare sull’attenti per non assecondare la passione e per reprimere subito i primi assalti.

La preghiera è utile a tutto; pre­ghiamo perciò per colui contro il quale siamo tentati d’invidia, domandando a Dio ogni benedizione per lui.

Parliamo sempre in bene della per­sona che siamo tentati ad invidiare; non opponiamoci quando sentiamo dirne bene dagli atri, anzi cerchiamo le, occasioni per lodarla.

Se possiamo fare un bene a chi muove la nostra invidia, prestiamoci volentieri. Agendo in tal modo, noi mettiamo del­l’acqua fredda sul fuoco dell’invidia e il nostro cuore godrà la pace dei figli di Dio.

La madre.

La madre è tutta per il bene dei figli; quando però viene a conoscere che i figli di altre donne, specialmente se parenti o amiche, hanno ottenuto un posto in socie­tà, hanno superato un esame ed eccellono per buone qualità, allora naturalmente, ac­cecata dall’amore dei propri figli, comincia a soffrirne internamente a motivo dell’in­vidia. Il marciume interno presto va alla bocca e così questa donna semina lamenti e calunnie.

– Già, i figli di quella signora riescono sempre! È naturale! Hanno denaro e col denaro possono fare qualunque imbro­glio! … I miei figli invece sono onesti e restano indietro! … Non c’è più giu­stizia in questo mondo! –

O donna, cosa ne guadagni dicendo così? Piuttosto educa meglio i tuoi figliuo­li, inculca loro il timore di Dio, esigi che si applichino allo studio o all’arte e poi prega il Signore affinchè prepari ad essi un buon avvenire!

L’eterna lotta!

La suocera e la nuora!… L’eterna lotta familiare! La suocera spesso ha invidia della nuora, perchè pensa: Mio figlio l’ama assai! Io sono la madre, ho fatto tanto per il figlio ed ora ecco mia nuora a goderselo! – Spesso avviene il contrario: Mio ma­rito, dice la nuora, appartiene a me, do­vrebbe essere tutto mio ed intanto pen­sa a sua madre! Va a trovarla spesso, le porta dei regali… ; io invece sono l’ul­tima ad essere pensata! –

Chi non vede la forte gelosia in tutto ciò? La madre dovrebbe essere contenta che il figlio ami la sposa, perchè da que­sto amore nasce l’armonia nella famiglia.

La sposa dovrebbe essere anche lieta che il marito ami la propria madre pen­sando che un giorno essa pure avrà da di­venire suocera e vorrà certamente essere amata e rispettata dai figli sposati.

Tra sorelle ed amiche.

Non è difficile trovare sì brutto vizio anche tra sorelle.

Una giovane è stata chiesta per fi­danzata. Dovrebbero in famiglia goderne tutti, quando il partito si presenta bene; qualche sorella invece sente gelosia.

– Hanno scelto mia sorella!… Io so­no stata posposta! Eppure sono più gran­de, più giudiziosa; ho il viso più grazio­so! – Questi e simili sentimenti sorgono dal cuore invidioso e superbo, e presto co­minciano in famiglia i malumori e le rabbie.

Non è raro il caso in cui la sorella metta in cattiva luce la sorella presso il fidanzato e solo allora è contenta quan­do ha tirato dalla sua parte il giovane, oppure questi si è allontanato definitiva­mente dalla famiglia. Lo stesso e peggio ancora suole av­venire tra amiche.

Quando la gelosia ha preso piede nel cuore di una giovane, perché l’amica ha trovato un buon fidanzato, subito comin­ciano le parole mordaci, le critiche e le mormorazioni.

Si mettono alla luce i difetti occulti dell’amica, le magagne segrete della sua famiglia e, quando ciò non basta, si ri­corre alle lettere anonime calunniose.

Non sempre, ma spesso l’invidiosa ami­ca raggiunge lo scopo di far perdere al­l’amica il fidanzato.

Quante lacrime ha fatto versare l’in­vidia a schiere di signorine!

Quante giovani si sono ammalate o suicidate in seguito a simili calunnie!

E quante altre sono state rinchiuse nel manicomio in conseguenza di un amore fallito!

Grande responsabilità davanti a Dio hanno le sorelle e le amiche invidiose! In questa categoria di persone, cioè tra sorelle e tra amiche, non solo trovasi l’invidia per il fidanzato, ma per tante altre cose: per la casa, per la mobilia, per le vesti, per la bellezza, ecc.

In questo campo la gelosia fa conimettere un gran numero di piccinerie, di ridicolaggini, le quali dovrebbero far vergogna a persona che abbia un po’ di dignità!

ACCIDIA

L’ultimo dei vizi capitali è l’accidia. Consiste in una certa noia nel fare il bene e nel fuggire il male. In conse­guenza di ciò, si trascurano i doveri del­la vita cristiana, oppure si compiono ma­lamente.

Esempi d’accidia sono: il tralasciare la preghiera per pigrizia, il pregare sba­datamente, senza sforzo di stare rac­colti; il rimandare da un giorno all’al­tro un buon proponimento, senza poi attuarlo; il mettere da parte l’esercizio della virtù per non imporsi dei sacrifici; il darsi poco pensiero dell’anima pro­pria, ecc….

L’assecondare l’accidia è peccato. Se per accidia si tralascia, ad esempio, la Messa in giorno festivo, si pecca grave­mente; se invece si trascura qualche pre­ghiera, unicamente per noia, si manca leg­germente.

Pericolo di dannarsi.

La persona accidiosa dice: Io non vo­glio darmi fastidio di combattere le mie perverse tendenze! … Mi piace vivere nella tranquillità! La vita è così breve e tanto cosparsa di spine! Perchè ama­reggiarsela di più?! … Purchè in non am­mazzi alcuno … non, rubi … e non be­stemmi … ciò mi basta! Tutte le altre attenzioni per custodire l’anima mia, mi seccano e non ci voglio pensare! … Per­ché tante Comunioni? Basta quella di Pasqua! … Perché andare spesso in Chiesa? … Posso pensare a Dio anche stando in casa! Perché andare ad ascoltare le prediche? Ne so fin troppe cose di Re­ligione! Perché tante preghiere lungo il giorno? Mi è sufficiente il segno della Croce prima di coricarmi! … A me non piacciono gli scrupoli! Questo ballo non si può fare … quella pellicola non si deve vedere … quel romanzo non si può leg­gere … quell’amicizia non è ammes­sa! … Queste cose le osservino i Frati e le Monache, ma non io, che devo saper stare in società … Nell’altra vita spero di passarmela bene lo stesso; del resto, come fanno gli altri, faccio io! –

Facilmente si può comprendere co­me una tale anima accidiosa si metta in pericolo di perdersi eternamente. Ha più sollecitudine degli affari temporali e del benessere del corpo, che non della salvezza eterna. Se quest’anima non si risolverà una buona volta a cominciare una vita veramente cristiana, finirà con l’essere travolta dal torrente delle cat­tive inclinazioni.

Quante di queste anime neghittose ci sono nel mondo! Esse appartengono alla categoria di coloro di cui parla Gesù: La via che conduce all’eterna per- dizione è larga e sono molti quelli che s’incamminano per essa! –

Effetti dell’accidia.

Questo vizio capitale snerva poco per volta l’anima, come l’ozio snerva il corpo. Per l’accidia la volontà diviene debole; si decide e non si decide, vuole e non vuole.

Le opere buone sogliono produrre un certo gusto spirituale, il quale ap­paga il cuore, come il cibo appaga il palato. L’accidia fa perdere il gusto spi­rituale, sicché le opere buone diventa­no pesanti e noiose e per questo moti­vo si mettono da parte o si fanno di mala voglia.

Lo Spirito Santo paragona l’anima dell’accidioso ad una vigna affidata ad un contadino poltrone. Una tale vigna, poco curata, si ricopre di erbe cattive e di spine e non produce frutto; così l’anima accidiosa resta priva di virtù e di meriti e si riempe di passioni. Può piacere a Dio un’anima che sia do­minata dall’accidia?

DILIGENZA

La virtù che si oppone all’accidia è la diligenza spirituale, cioé il vero in­teressamento della salvezza dell’anima propria.

Gesù c’inculca questa virtù quando dice: Una sola cosa è necessaria: salvar­si l’anima! Che cosa giova all’uomo gua­dagnare il mondo intero, se poi perde­rà l’anima sua? Che cosa potrà dare in cambio di essa? –

I Santi ci sono maestri a questo ri­guardo; si misero di buona volontà, si diedero all’esercizio delle cristiane vir­tù, attinsero dalla preghiera e dalla fre­quenza ai Sacramenti la forza necessa­ria; così riuscirono ad avere la pace della coscienza in vita e conseguirono an­che il Paradiso.

Nè si pensi che i Santi siano nati Santi! Anch’essi erano come noi, fatti di carne e di ossa; avevano tutte le cat­tive tendenze che ha ogni figlio di Ada­mo; per riuscire a santificarsi, dovette­ro imporsi dei veri sacrifici, sino a per­dere taluni anche la vita. Quanti milio­ni di Martiri perdettero prima le ric­chezze e poi la vita tra tormenti! Quan­ti abbandonarono i piaceri della vita e si ritirarono nel _deserto a fare peniten­za! Quanti, rinunziando a cariche ono­rifiche, si chiusero nei conventi per pen­sare unicamente all’anima! E quanti, pur restando nel mondo, intrapresero una vita di mortificazione rigorosa!

Non solo i Santi propriamente detti, ma anche innumerevoli schiere di uo­mini e di donne attualmente ci sono mae­stri in proposito: i Missionari che vanno fra i selvaggi; le Suore di Carità che spen­dono l’esistenza negli ospedali; le anime vergini dell’uno e dell’altro sesso, le quali pur restando in famiglia, conducono una vita di continua mortificazione per con­servare immacolato il corpo ed il cuore. Costoro lottano contro l’accidia e supe­rano generosamente le difficoltà della pra­tica del bene.

Pia riflessione.

Chi vive nella pigrizia spirituale, ri­sorga dal suo stato compassionevole, ser­vendosi di una pia riflessione.

La vita è breve, molto breve; da un momento all’altro possiamo morire e tro­varci davanti a Dio per dargli conto del­l’anima nostra. Quale scusa potrà por­tare al tribunale di Dio l’accidioso, tro­vandosi con l’anima sprovvista di opere buone e carica di colpe? …

L’etisia spirituale.

L’anima che è schiava dell’accidia, è come il corpo colpito dalla etisia. Il ti­sico cammina, ride, mangia e sembra che stia bene; invece si avvia alla tomba a grandi passi; ha bisogno di cura urgente e forte per resistere al microbo micidiale; se tralascia la cura, è segno che vuole perdere presto la vita.

Tu, o anima accidiosa, hai urgente bisogno di cura spirituale. Voglio sug­gerirti dei buoni rimedi per guarirti. Come l’ammalato ha bisogno di aria pu­ra e di sana nutrizione, così a te occor­re il tenere la mente occupata in buoni pensieri ed il pregare con frequenza e devozione. Leggi dunque qualche buon libro, recita mattina e sera le tue pre­ghiere, non lasciare mai la recita del Santo Rosario e lungo il giorno alza spes­so la mente a Dio con fervorose giacula­torie.

La Confessione.

Mezzo infallibile di risveglio spiri­tuale è la frequenza ai Sacramenti della Confessione e della Comunione.

. Comincia col fare una buona Confes­sione, la quale ti lasci la coscienza tran­quilla.

Discopri perciò al Ministro di Dio le píaghe dell’anima tua, senza nascon­dere volontariamente nessuna colpa grave e senza diminuirne la malizia.

Prendi dopo una magnanima risolu­zione di vita più cristiana. Ritorna in seguito con fede a questo Sacramento della Divina Misericordia, ogni qual volta ne sentissi il bisogno.

La Confessione mensile, e meglio an­cora settimanale, ti fornirà un valido aiuto per sollevarti spiritualmente.

Non è vero, o anima, che quando nella vita passata ricorrevi a questo Sacramento con le dovute disposizioni, ti sentivi lie­ta e più disposta a fare il bene? Pensaci con serietà! …

La Comunione.

La Santissima Eucaristia è il Pane dei forti. L’anima accidiosa è molto de­bole; ricorra a questo Cibo Celeste e subito sentirà aumentare la forza spi­rituale.

Tu, o anima cristiana, desiderosa or­mai di lasciare la vita accidiosa, va’ a ricevere la Santa Comunione con più frequenza che ti sarà possibile! Proverai tanta pace nel cuore, quanta da tempo non ne hai trovata nelle creature! Ogni giorno festivo sia per te una vera festa spirituale ricevendo Gesù Sacramentato.

L’esame di coscienza. Come lo specchio serve a vedere i difetti del volto, così l’esame di coscienza fa scoprire i difetti dell’anima. Chi de­sidera aver cura dell’anima sua, non la­sci passare giorno senza aver fatto alcu­ni minuti di questo esame.

Ogni sera, o anima cristiana, rientra in te stessa e pensa alle mancanze che avrai potuto commettere nella giornata; chiedi poi perdono a Dio con tutto il cuore, promettendo di essere più vigi­lante il giorno appresso.

Meditazione e lettura spirituale. Giova moltissimo al progresso spiri­tuale la pratica della meditazione e della lettura spirituale. Non è necessario im­piegarvi molto tempo; bastano alcuni mi­nuti al giorno. Volendo, il tempo si può trovare.

“Non nobis, Domine, sed nomine Tuo da gloriam”
Non a noi, o Signore, ma al Tuo nome da’ gloria
il che esprime l’aspirazione al retto agire secondo la Santa Dottrina Cattolica

 

 

 

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