LA CONTINENZA, OPERA DI SANT’AGOSTINO: “Questa lotta interiore contro la carne l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza” “San Paolo: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze”

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

“Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze” (San Paolo Gal 5, 24.)

 

Ripasso: Dal Catechismo della Chiesa cattolica

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

 Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491.In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità? Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità? Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ».

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione-confessione.

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ».

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

Sant’Agostino:

“Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga]” (San Paolo Gal 5, 22-23) …. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze (Gal 5, 24.). Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.” (dall’opera sottostante di Sant’Agostino)

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

Introduzione.

1. 1. È difficile trattare in modo adeguato ed esauriente della virtù dell’anima che chiamiamo continenza, virtù che è un insigne dono del Signore. Speriamo che colui che ce la elargisce aiuti la nostra pochezza perché non venga meno sotto il peso d’un compito così grave. Difatti chi dona la continenza ai fedeli che ne fanno pratica è lo stesso che dona la parola adatta a quanti, fra i suoi ministri, osano tentarne una esposizione. Volendo, dunque, trattare un argomento così elevato per dirne quello che Dio ci concederà, prima di tutto affermeremo e dimostreremo che la continenza è un dono di Dio. Lo troviamo scritto nel libro della Sapienza: Nessuno può essere continente se Dio non gliene fa dono 1. E anche il Signore, a proposito di quella continenza più rigorosa per cui ci si astiene dal matrimonio, diceva: Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto coloro cui è stato donato 2. Né solo questa, ma anche la castità coniugale non la si può osservare senza la continenza da ogni forma illecita di rapporto carnale. E di tutt’e due le forme di vita, tanto degli sposati come dei non sposati, affermava l’Apostolo che sono doni di Dio. Io vorrei – diceva – che tutti fossero come me stesso; tuttavia ciascuno ha da Dio il suo dono: uno così, e un altro differentemente 3.

La bocca interiore del cuore.

1. 2. La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra 4. Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. Tuttavia sarebbe cosa da poco tenere a freno la bocca, in senso materiale, perché non ne escano parole sconvenienti. C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. Se dal cuore non esce nulla, al di fuori non si pronunciano parole. Se dal cuore escono cose cattive, anche se la lingua non vibra, l’anima rimane macchiata. È al cuore, dunque, che bisogna imporre la continenza: là dove parla la coscienza anche di coloro che stanno zitti con la bocca. E questa continenza, a guisa di porta, farà sì che dal cuore non esca niente di ciò che, anche a labbra chiuse, contaminerebbe la vita dell’uomo mediante il pensiero.

Continenza interiore.

2. 3. Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne 5. Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. Come sta scritto con verità: Principio di ogni azione è la parola 6. Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza.

La continenza interiore nell’insegnamento evangelico.

2. 4. Per questo motivo il Signore di sua propria bocca ebbe a dire: Ripulite ciò che sta dentro; così sarà puro anche ciò che sta fuori 7. E in altra circostanza, quando si mise a confutare la scempiaggine dei giudei che rimproveravano ai discepoli d’andare a mensa senza lavarsi le mani: Non sono le cose che entrano nella bocca a sporcare l’uomo; sono piuttosto quelle che escono dalla bocca che lo rendono impuro 8. La quale asserzione, se dovesse riferirsi esclusivamente alla bocca in senso proprio, finirebbe col diventare un assurdo: difatti come non ci si sporca per il cibo così non ci si sporca per il vomito, il cibo che entra per la bocca, il vomito che ne esce. Ma, evidentemente, le parole iniziali della frase, cioè: Ciò che entra nella bocca non sporca l’uomo, si riferiscono alla bocca in senso proprio; mentre il seguito, e cioè: Quanto esce dalla bocca sporca l’uomo, si riferisce alla bocca del cuore. Lo precisò il Signore quando, alla richiesta dell’apostolo Pietro che gli venisse spiegata la parabola, rispose: Siete anche voi ancora senza cervello? Non capite come tutto ciò che entra nella bocca va nell’intestino e lo si scarica nel gabinetto? 9. Riconosciamo da qui senza esitazione che la bocca in cui entra il cibo è la bocca, organo del nostro corpo. Quanto alle parole successive, dobbiamo invece intenderle della bocca del cuore: interpretazione alla quale non sarebbe giunta l’ottusità del nostro cuore se la Verità non si fosse degnata di camminare al fianco di noi ottusi. Diceva infatti: Le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore 10. Come se volesse dire: Quando senti dalla bocca, intendi dal cuore. Dico tutt’e due le cose, ma con la seconda spiego la prima. L’uomo interiore ha una bocca interiore, e delle sue parole ha percezione l’orecchio interiore. Le cose che escono da questa bocca provengono dal cuore e rendono impuro l’uomo. In ultimo, lasciando da parte la parola “bocca”, che si sarebbe potuta intendere anche della bocca che sta nel corpo, il Signore mostrò con ogni chiarezza ciò che voleva dire. Dal cuore – diceva – escono i pensieri cattivi, gli omicidi, gli adultèri, le disonestà, i furti, le false testimonianze, le bestemmie; e queste sono le cose che macchiano l’uomo 11. Di questi mali, che si possono compiere anche con le membra del corpo, nessuno ce n’è che non sia preceduto dal pensiero cattivo; ed è questo pensiero che macchia l’uomo, anche se sopravvengono ostacoli ad impedire che si eseguano con le membra le opere esterne, delittuose o criminali. Ecco uno che non è riuscito ad uccidere una persona perché la cosa gli si è resa impossibile. La sua mano non ha commesso il delitto, ma può forse dirsi che ne sia immune il suo cuore? Ancora: uno non ce la fa ad appropriarsi, come avrebbe voluto, della roba altrui. Può forse dirsi che egli nella sua volontà non sia un ladro? Ancora: un libertino si mette in testa un adulterio, però si imbatte in una donna casta che lo respinge. Forse che non è già adultero nel suo cuore? O un altro che cerchi d’incontrare una prostituta: se non riesce a trovarne alcuna per la strada, forse che non si è reso già colpevole nella mente? Come quando uno si sia deciso a rovinare il prossimo con la menzogna. Anche se poi non lo fa per mancanza di tempo o di occasione, forse che non ha detto già con la bocca del cuore una falsa testimonianza? Un altro per un certo senso di riguardo verso la gente si trattiene dal proferire bestemmie. Se costui in cuor suo negasse l’esistenza di Dio 12, lo si potrebbe forse scusare da colpa? E così di tante altre malefatte. Esse non si compiono con gesti del corpo, anzi, vengono ignorate dai sensi esterni; eppure rendono colpevole l’uomo nell’intimo [della coscienza]. Egli viene reso impuro mediante il consenso a peccati di pensiero, quel consenso che noi chiamiamo parola colpevole della bocca interiore. Verso questa parola temeva il salmista che il suo cuore deviasse, e pertanto chiedeva al Signore che gli ponesse un uscio, quello della continenza, attorno alle labbra perché il suo cuore fosse tenuto a bada e non deviasse verso parole maligne. Voleva cioè quella continenza che impedisse al suo pensiero di consentire al male. In tal modo il peccato, secondo il precetto dell’Apostolo, non regna nel nostro corpo mortale, e le nostre membra non vengono offerte al peccato come armi per perpetrare azioni inique 13. Ma una tale prescrizione non l’adempiono certo coloro che, sebbene non si lascino andare a colpe esterne per il fatto che non ne hanno la possibilità, tuttavia quando l’occasione si presenta, attraverso l’uso che fanno delle membra, come di armi, mettono bene in mostra chi sia il padrone del loro cuore. Pertanto questi tali, per quanto è in loro, tengono le membra a servizio del peccato, come armi per gesta inique. Essi infatti vogliono il peccato, e, se non lo commettono all’esterno, è solo perché non lo possono.

Continenza interiore e condotta esterna.

2. 5. Non sarà mai possibile che si violi od offenda la continenza in senso stretto, cioè il dominio che per la castità si esercita sugli organi della generazione, finché si conserva nel cuore quella superiore continenza di cui stiamo trattando. Per questo motivo il Signore, detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: Gli omicidi, gli adultèri ecc. 14. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a mo’ d’esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa eseguirsi con atti [esterni] se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dalla bocca del cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo, per mancanza di occasione. Si ha dunque da porre l’uscio della continenza sulla bocca del cuore, da cui promanano tutte le cose che macchiano l’uomo: così, nulla di sconveniente potrà uscirne, ché anzi ne seguirà uno stato di purezza di cui la coscienza non potrà non rallegrarsi, per quanto non si sia ancora raggiunta quella perfezione dove la continenza non ha da lottare col vizio. Attualmente però, finché la carne avanza pretese contrarie a quelle dello spirito – così come lo spirito è contro la carne 15 -, è per noi sufficiente non consentire al male che avvertiamo in noi. Che se invece si presta questo consenso, allora esce dalla bocca del cuore ciò che macula l’uomo. Viceversa, se in virtù della continenza questo consenso non viene prestato, in nessun modo potrà nuocere quel male che è la concupiscenza della carne, contro la quale lotta lo spirito con le sue aspirazioni.

La lotta interiore.

3. 6. Condurre una buona battaglia – come si fa adesso, mentre si resiste alla invadenza della morte – è tutt’altra cosa dall’essere senza avversari: cosa che attendiamo per quando sarà stato annientato l’ultimo nemico che è la morte 16. Peraltro la continenza, mentre tiene a freno e modera gli appetiti sregolati, aspira anche al bene immortale a cui tendiamo, e respinge il male col quale lottiamo nella nostra condizione di esseri mortali. Del bene futuro è amante e ad esso è orientata; del male presente è avversaria e [solo] testimone. Ambisce ciò che nobilita, fugge ciò che degrada. Non si affaticherebbe, la continenza, a frenare le voglie della passione, se in noi non vi fossero tendenze per ciò che non conviene né moti della concupiscenza disordinata contrastanti con la nostra buona volontà. Lo grida l’Apostolo: So che in me, cioè nella mia carne, non risiede il bene; difatti, se mi riesce a volere il bene, quanto al praticarlo non ci riesco 17. Attualmente quindi può praticarsi il bene, nel senso di non consentire alle passioni disordinate; la perfezione del bene però si conseguirà soltanto quando la stessa cattiva concupiscenza verrà eliminata. Per cui lo stesso Dottore delle genti grida: Secondo l’uomo interiore mi compiaccio della legge di Dio; ma scorgo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente 18.

Legge e grazia.

3. 7. Questa lotta interiore l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza. Quanto poi agli altri che non avvertono affatto le esigenze della legge di Dio e non collocano fra i nemici le brame della concupiscenza ma con lagrimevole cecità si pongono al loro servizio, costoro si stimano beati quando possono, non dico domarle, ma piuttosto soddisfarle. Altri, invece, ce ne sono che ad opera della legge hanno conosciuto le voglie della carnalità: è infatti dalla legge che viene la conoscenza del peccato; come è detto ancora: Io non avrei conosciuto la concupiscenza se nella legge non ci fosse la proibizione di desiderare [l’illecito] 19. Costoro le hanno conosciute, ma vengono superati dal loro prolungato assedio, perché vivono sotto la legge, che prescrive di fare il bene senza fornire i mezzi per attuarlo, e non sotto la grazia che mediante l’azione dello Spirito Santo dà facoltà di attuare ciò che la legge prescrive. La legge, quando sopraggiunse, fece sì che in loro traboccasse il numero delle trasgressioni 20. La proibizione accrebbe la forza delle passioni e le rese insuperabili; e si giunse così alla prevaricazione, che, se non ci fosse stata la legge, non sarebbe esistita, nonostante l’esistenza del peccato. Difatti, dove non c’è legge, non c’è nemmeno prevaricazione 21. In tal modo, la legge, senza l’aiuto della grazia, col suo proibire il peccato divenne una potenza del peccato; per cui l’Apostolo poté dire: La forza del peccato è la legge 22. Né ci deve sorprendere che l’infermità umana, mentre presume di adempiere la legge confidando nelle sue sole forze, proprio mediante la legge, che di per sé è buona, abbia accresciuto la forza al male. Misconoscendo infatti la giustizia che Dio accorda al debole e pretendendo di istaurare una sua giustizia personale – di cui egli, infermo, è sprovvisto -, viene a sottrarsi alla giustizia di Dio 23, e, nella sua superbia, rimane riprovato. Se però la legge rende l’uomo prevaricatore, lo fa perché, ferito più gravemente, egli desideri il medico, e in tal modo, come un pedagogo, conduce l’uomo alla grazia 24. In contrasto con quell’attrattiva perniciosa per la quale riportava le sue vittorie la concupiscenza, il Signore accorda allora una dolcezza salutare che fa prevalere le attrattive della continenza. In tal modo la nostra terra produce i suoi frutti 25: quei frutti di cui si ciba il soldato di Cristo che, con l’aiuto di Dio, debella il peccato.

Reagire alla concupiscenza.

3. 8. Per tali soldati squillò la tromba apostolica, ed essi, al suono di queste parole, furono infervorati a battaglia. Che il peccato – diceva – non abbia a regnare nel vostro corpo mortale in modo che obbediate ai suoi desideri. Non offrite le vostre membra, come armi d’ingiustizia, al peccato; ma offrite voi stessi a Dio, come viventi, da morti che eravate. E le vostre membra offritele a Dio come armi di giustizia. Il peccato allora non vi dominerà; poiché voi non siete più sotto la legge ma sotto la grazia 26. E altrove: Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, sì da dover vivere secondo la carne. Difatti, se vivrete secondo la carne, morrete; mentre se, in forza dello Spirito, farete morire le opere della carne, vivrete. Tutti coloro infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 27. Attualmente dunque, cioè mentre rinati alla grazia abbiamo a durare nella nostra vita mortale, il nostro compito consiste nell’impedire che il peccato, cioè la concupiscenza peccaminosa (qui appunto chiamata peccato), domini da tiranno nel nostro corpo mortale. La quale tirannia è in noi manifesta quando ci si assoggetta alle sue voglie disordinate. Concludendo: esiste in noi una concupiscenza peccaminosa, a cui non si deve dar modo di regnare; ci sono delle voglie, nate da lei, a cui non si deve dar retta, perché non succeda che, assecondandole, la concupiscenza diventi nostra padrona. Che delle nostre membra non abbia, quindi, a servirsi la concupiscenza, ma le diriga la continenza; e così siano armi di giustizia in mano a Dio e non armi di iniquità al servizio del peccato. In questa maniera il peccato non spadroneggerà in noi. Noi infatti non siamo sotto la legge, che prescrive il bene ma non lo dona, ma siamo in regime di grazia: la quale, facendoci amare ciò che la legge prescrive, può comandarcelo come a dei figli.

Le opere della carne e i frutti dello Spirito.

3. 9. Nelle altre parole ci esorta a vivere non secondo la carne, per non morire, ma piuttosto a mortificare le opere della carne, in modo da ottenere la vita. È una tromba che squilla. Essa addita la guerra che infuria attorno a noi e ci infervora a combattere da forti e a debellare i nostri nemici, perché non succeda che veniamo messi a morte da loro. Quali poi siano questi nemici, lo indica assai chiaramente, ordinandoci ancora di ucciderli. Essi sono le opere della carne. Dice infatti: Mediante lo Spirito uccidete le opere della carne, e conseguirete la vita 28. E se vogliamo sapere quali siano queste opere, ascoltiamo lo stesso Apostolo nella lettera ai Galati: È chiaro quali siano le opere della carne. Sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, le gozzoviglie, ed altre cose simili. Riguardo a tali cose vi avverto, come già vi ho avvertiti, che chi si dedica a tali opere non possederà il regno di Dio 29. Ciò dicendo, mostra ancora come lì sia la guerra, e con tromba celeste e spirituale incita i soldati di Cristo a dare la morte a questi nemici. Poco prima aveva detto: Io però vi dico così: Vivete secondo lo Spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello Spirito, come anche lo Spirito ha desideri contrari a quelli della carne. Essi sono in contrasto tra loro; sicché voi non potete fare ciò che vorreste. Se però siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge 30. Vuole pertanto che quanti sono rinati alla grazia sostengano questo conflitto contro le opere della carne; e per indicare quali siano queste opere della carne, aggiunge la serie sopra riferita: Le opere della carne – è facile scoprirle – sono la fornicazione 31 e tutto il resto, tanto le altre che elenca subito appresso quanto quelle che lascia sottintendere, specialmente nelle parole: e altre cose simili. Volendo poi presentare in detta battaglia un’altra armata, di ordine, per così dire, spirituale, in lotta contro quella specie di esercito carnale, soggiungeva: Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga] 32. Non dice “contro queste”, perché non si pensasse che siano esse sole (per quanto anche se avesse detto così, avremmo potuto intendere tutti i valori che rientrano in tali categorie); ma dice: Contro virtù di questo genere, cioè contro queste e contro tutte le altre simili a queste. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze 33. Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.

Guardarsi dalla presunzione.

4. 10. Per evitare cedimenti in fatto di continenza, dobbiamo stare in guardia contro le insidie e le suggestioni del diavolo, evitando soprattutto di presumere delle nostre forze. Poiché maledetto l’uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 34. E chi è ciascuno se non un uomo? Non si può quindi riporre la propria fiducia in se stessi e dire che non la si pone in un uomo. Orbene, se il vivere in conformità alla propria natura umana è vivere secondo la carne, chiunque venga allettato a seguire le lusinghe della passione, ascolti e, se gli è rimasto un po’ di senso cristiano, si spaventi. Ascolti, ripeto: Se vivrete secondo la carne, morrete 35.

Non camminare secondo la carne.

4. 11. Qualcuno potrebbe obiettarmi che una cosa è vivere secondo l’uomo, e un’altra secondo la carne. L’uomo infatti è una creatura razionale e in lui c’è un’anima razionale per la quale si differenzia dal bruto, mentre la carne è la sua parte inferiore e terrena. Per cui vivere secondo la carne è, sì, vizioso; ma colui che vive secondo l’uomo non vivrebbe secondo la carne, ma piuttosto secondo quella parte della sua umanità per la quale è un uomo, cioè secondo lo spirito e la ragione, che lo fanno superiore ai bruti. Un tal modo d’argomentare vale, forse, qualcosa nell’ambito delle scuole filosofiche; ma noi, per comprendere l’Apostolo di Cristo, dobbiamo investigare quale sia il modo di esprimersi dei nostri libri cristiani. È certamente articolo di fede, per tutti noi che in Cristo abbiamo la vita, che il Verbo di Dio assunse l’umanità non priva dell’anima razionale (come pretendono certi eretici); eppure leggiamo: Il Verbo si fece carne ed abitò tra noi 36, in un passo come questo, cosa bisognerà intendere per carne se non l’uomo? E vedrà ogni carne la salvezza di Dio 37, cosa intendere anche qui se non ogni uomo? Verrà a te ogni carne 38, che cosa significa se non ogni uomo? Hai dato a lui il potere su ogni carne 39 su che cosa se non su tutti gli uomini? Mediante le opere della legge non sarà resa giusta alcuna carne 40, cosa vuol dire se non che nessun uomo verrà giustificato? Idea che lo stesso Apostolo esprime più chiaramente in un altro passo dove dice: Dalle opere della legge l’uomo non viene giustificato 41. Parimenti, quando rimprovera i Corinzi dice loro: Ma non siete voi delle persone carnali e vi comportate da uomini? 42. Li chiama persone carnali, e nel precisare, non ripete: “Voi vi regolate secondo la carne” ma come uomini. Vuol dire che la frase da uomini equivale a secondo la carne. Che se, al contrario, comportarsi o vivere secondo la carne fosse colpa, e vivere secondo l’uomo fosse un pregio, non direbbe in tono di rimprovero: vi comportate da uomini. Si riconosca, quindi, il rimprovero; si muti il proposito; si eviti la rovina. Ascolta, o uomo: non comportarti secondo l’uomo, ma conforme ai voleri di colui che fece l’uomo. Non allontanarti da chi ti ha creato, fosse anche per ripiegarti su di te. Ci fu infatti un uomo, che non viveva a livello di uomo, il quale diceva: Non siamo in grado di pensare alcunché da noi stessi, in base alle nostre risorse, ma ogni nostra riuscita è da Dio 43. Vedi un po’ se vive da uomo [decaduto] colui che, con tanta verità, afferma queste cose. Avvertendo, dunque, l’uomo a non vivere da [semplice] uomo, l’Apostolo restituisce l’uomo a Dio. Che se uno non vive secondo l’uomo, ma secondo Dio, certo non vive più per se stesso, perché anche egli è un uomo. Tuttavia anche di uno che così vive si dice che vive secondo la carne, perché, anche se viene menzionata solo la carne, si intende tutto l’uomo, come abbiamo dimostrato. Proprio come quando si menziona solo l’anima, e si intende tutto l’uomo. Per cui sia scritto: Ogni anima sia soggetta ai poteri più elevati 44, e questo vuol dire: Ogni uomo sia soggetto. E ancora: Settantacinque anime discesero in Egitto insieme a Giacobbe 45: significa settantacinque persone. Non voler, dunque, o uomo, vivere secondo la tua natura. Ciò facendo ti eri rovinato, ma sei stato recuperato. Non vivere – ripeto – secondo quell’essere che sei tu: così facendo ti eri smarrito, ma sei stato ritrovato. Non prendertela contro la tua umanità, quando senti le parole: Se vivrete secondo la carne, morrete 46. Avrebbe potuto dire, e dirlo con la massima esattezza: Se condurrete una vita secondo la vostra natura di uomini, morrete. Il diavolo infatti non ha carne, eppure, avendo voluto vivere secondo la sua natura, non rimase nella verità 47. Che sorpresa, allora, se egli vivendo in conformità della sua natura, quando suggerisce menzogne, parla di quello che ha di proprio 48? È una verità asserita nei suoi riguardi da colui che è la Verità.

Diffidenza di sé.

5. 12. Ascolta le parole: Il peccato non domini in voi 49, e non fidarti di te stesso. Così il peccato non verrà a dominarti. Fidati piuttosto di colui al quale un santo rivolgeva la preghiera: Indirizza il mio camminare in conformità alle tue parole; e non venga a soggiogarmi alcuna iniquità 50. Difatti, per evitare che, inorgogliti dalle parole: Il peccato non vi tiranneggi, attribuissimo a noi stessi questo risultato, l’Apostolo, proprio in vista di ciò, soggiunse: Voi non siete sotto la legge ma sotto la grazia 51. È dunque la grazia che impedisce al peccato di dominare su di te. Non poggiare la tua fiducia su te stesso, perché non si consolidi maggiormente su di te il dominio del peccato. Ugualmente, quando sentiamo dirci: Se mediante lo Spirito mortificherete le opere carnali, avrete la vita 52, non dobbiamo attribuire un bene così grande alle forze del nostro spirito, quasi che esso, da solo, abbia tali risorse. Non accettiamo questo senso carnale, che ci darebbe uno spirito morto esso stesso e non in grado di dare la morte alla carne. Ce lo dice subito appresso: Quanti sono mossi dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio 53. È, dunque, lo Spirito di Dio quello che ci muove a mortificare col nostro spirito le opere della carne. Egli dà la continenza, mediante la quale riusciamo a frenare, a domare e a vincere la concupiscenza.

Le ferite del peccato.

5. 13. È una grande lotta quella in cui vive l’uomo rinato alla grazia, e, quando con l’aiuto divino riesce a combattere bene, esperimenta nel Signore una trepida esultanza. Tuttavia, anche ai combattenti più gagliardi e a quanti con animo indomito mortificano le opere della carne, non mancano ferite, loro inferte dal peccato. Sono le ferite per la cui guarigione ogni giorno supplichiamo con verità: Rimetti a noi i nostri debiti 54. Contro questi vizi e contro il diavolo, principe e sovrano dei vizi, si ha da ingaggiare, mediante l’orazione, una lotta molto accorta e accanita, affinché certe sue perniciose suggestioni non abbiano a spuntarla. Dico delle tentazioni che, oltre tutto, inclinano il peccatore a scusare, non ad accusare, le proprie colpe: per cui le ferite non solo non guariscono ma, anche se prima non erano mortali, divengono più gravi e danno la morte. È questo un campo in cui occorre una continenza veramente rigorosa. Essa deve essere in grado di frenare la smania boriosa per la quale l’uomo vuol piacere a se stesso e non riconoscersi colpevole, e, anche se è in peccato, rifiuta di ammettere che è stato lui a peccare. Non si decide ad accusare se stesso con quell’umiltà che lo salverebbe; ma mosso dall’orgoglio cerca piuttosto di scusarsi, e così va in rovina. Per arginare quest’orgoglio, chiedeva quel tale al Signore il dono della continenza: quel tale di cui sopra ho riferito le parole, commentandole come ho potuto. Aveva infatti esclamato: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – la continenza – sulle mie labbra. Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne; ma, per farci meglio comprendere a che cosa si riferiva, soggiunse: che non avanzi scuse di fronte ai peccati 55. Cosa, infatti, può esserci di più perverso delle parole con le quali il colpevole, convinto dell’azione cattiva che non può negare, rifiuta di riconoscersi colpevole? E, siccome non può nascondere il fatto né può chiamarlo azione onesta, e d’altra parte si rende conto che a tutti è noto chi ne sia l’autore, si ingegna di riversare su un altro la responsabilità dell’accaduto: quasi che, ciò facendo, possa evitarne la responsabilità. Col non riconoscersi reo, aumenta piuttosto la sua colpa; e non comprende che, scusando i propri peccati, invece di accusarli, non si scrolla di dosso la pena ma ne ostacola il perdono. Presso i giudici umani, soggetti come sono a sbagliare, se uno anche con menzogne riesce a scolparsi del male commesso, può conseguirne un qualche momentaneo vantaggio. Ma Dio non può essere tratto in inganno, e quindi non è il caso di ricorrere a false difese ma piuttosto alla sincera confessione dei peccati.

Cause esterne di peccato e responsabilità personale.

5. 14. C’è della gente che, per scusarsi dei peccati, se la prendono col destino, quasi che sia stato lui a spingerli al male, o con le stelle, dove il male sarebbe stato determinato. Il primo a peccare sarebbe stato, quindi, il cielo, perché ha stabilito un ordine per il quale, in un secondo momento, l’uomo pecca traducendo in atto quei decreti. Altri preferiscono ascrivere alla sorte i loro peccati: credono che ogni cosa sia mossa dal cieco fato, ma, quanto alla loro scienza e alle loro asserzioni, lì sono duri a sostenere che non è questione di caso o di sorte ma di motivi controllati. Ma quale balordaggine non è mai quella di attribuire alla ragione le proprie argomentazioni, e voler attribuire le proprie azioni ai capricci della sorte? Altri riversano sul diavolo la responsabilità di tutto ciò che fanno di male, né vogliono ammettere che, insieme con lui, anche loro hanno almeno una parte di colpa. Invece, anche quando si può sospettare che lui abbia spinto al male con suggestioni occulte, non si può mettere in dubbio che il consenso a tali suggestioni, da qualunque parte provenienti, sono stati loro a darlo. Ce ne sono anche di quelli che, pur di scusarsi, giungono ad accusare Dio. Miseri, in riferimento al giudizio divino che li attende; blasfemi, in riferimento al furore che li anima. In opposizione a lui, essi suppongono nell’uomo una sostanza del male, originata da un principio contrario e in continuo stato di ribellione. A questo principio ribelle, Dio non avrebbe potuto resistere, se non gli avesse abbandonato una porzione della sua propria sostanza e natura, affinché, mescolandosi con esso, venisse contaminata e corrotta. Il peccato – dicono essi – avviene quando in essi la natura del male prende il sopravvento sulla natura di Dio. È, questa, la turpissima follia dei manichei, i cui artifizi diabolici vengono molto facilmente infranti dalla verità, da tutti ammessa, che ritiene essere la natura di Dio esente da ogni contaminazione e corruzione. Ma quale scellerata contaminazione e corruzione non si ha diritto di supporre in questa gente, che si immagina corruttibile e soggetto a contaminazione Dio stesso che è l’essere sommamente e incomparabilmente buono?

Dio abomina il peccato, anche se lo permette.

6. 15. Ci sono di quelli che, volendo scusare i loro peccati, ne accusano Dio, dicendo persino che egli trova gusto nel peccato. Se gli dispiacesse – dicono -, onnipotente com’è, non permetterebbe in alcun modo il peccato. Quasi che Dio lasci impunite le colpe. E questo, in quegli stessi che, avendoli perdonati, libera dal castigo eterno. Non c’è infatti alcuno cui venga condonata una pena grave che gli era dovuta, e che non abbia a scontare un’altra pena, per quanto assai più leggera di quella che s’era meritata. E se Dio dispensa con larghezza la sua misericordia, lo fa a patto che non vengano trascurate le esigenze della sua giustizia. Anche il peccato che sembra rimanere impunito è accompagnato, come da un’ancella, dalla pena: di modo che tutti ci si debba dispiacere amaramente delle colpe commesse o, se non ci si dispiace, è questione di cecità. E allora, se tu mi dici: “Perché permette certe cose, se gli dispiacciono?”, io ti replico: “Come fa a punirle, se gli piacciono?”. Ne segue che, come io ammetto che nessun peccato accadrebbe se Dio nella sua onnipotenza non lo permettesse, così anche tu devi ammettere che i peccati non si debbono fare, se Dio nella sua giustizia li punisce. Evitando di fare ciò che egli punisce, potremo meritarci di conoscere perché egli permetta ciò che poi punisce. Il cibo solido è – dice la Scrittura – degli uomini perfetti 56. E coloro che hanno fatto progressi in questa via, già comprendono come rientri nello stile dell’onnipotenza divina il permettere che ci siano dei mali, derivanti dal libero arbitrio della volontà. È infatti così grande la sua onnipotenza e bontà che può trarre il bene anche dal male : o perdonandolo, o guarendolo, ovvero ordinandolo e volgendolo in bene per le persone fedeli, o anche castigandolo con somma giustizia. Tutti questi interventi sono buoni e degnissimi di un Dio buono e onnipotente; eppure non ci sarebbero se non ci fosse il male. Cosa dunque c’è di più buono, cosa di più onnipotente di colui che, mentre non compie alcun male, ricava il bene anche dal male? Coloro che hanno commesso il male gridano a lui: Rimetti a noi i nostri debiti 57. Egli li ascolta e li perdona. Peccando, s’erano fatti del male; Dio li soccorre e porta rimedio al loro male. I nemici infieriscono sugli amici di Dio. Dio, attraverso la loro crudeltà, forma i martiri. Alla fine poi condanna quelli che giudica degni di castigo: essi gemono nel proprio male, Dio tuttavia fa una cosa buona. Ogni cosa giusta è, infatti, anche buona; e certamente, com’è ingiustizia il peccato, così è cosa giusta la punizione del peccato.

L’uomo attende l’impeccabilità.

6. 16. Non mancava a Dio il potere di creare l’uomo con la prerogativa di non poter peccare, ma egli preferì crearlo tale che, se avesse voluto, gli fosse permesso di peccare e, se non avesse voluto, fosse potuto restare senza peccato. Gli proibì pertanto il peccato e gli prescrisse di non peccare, affinché conseguisse, in un primo tempo, il merito di non aver peccato, e poi, come giusto premio, gli fosse accordato di non poter peccare. Egli infatti alla fine renderà i suoi santi tali che non possano assolutamente peccare, come sono adesso gli angeli di Dio. E noi, questi angeli, li amiamo nel Signore, e siamo certi che nessuno di loro col peccato diventerà diavolo. Quanto agli uomini, invece, per quanto giusti, noi di nessuno presumiamo una tal cosa finché resta in questa vita mortale, ma ce l’attendiamo tutti per la vita immortale. Dio onnipotente, che sa ricavare il bene anche mediante i nostri mali, quali beni non saprà darci, quando ci avrà liberati da tutti i mali? Si potrebbero sviluppare trattazioni più ampie e più sottili sul valore e le finalità del male; ma non è questo il tema del presente opuscolo; e poi bisogna stare attenti che non divenga troppo prolisso.

Continenza e giustizia.

7. 17. Ritorniamo al tema che ci ha spinti alla presente digressione. Noi abbiamo bisogno della continenza e riconosciamo che essa è un dono di Dio, mediante il quale il nostro cuore non si lascia andare a parole maliziose volendo scusare i peccati. Della continenza abbiamo bisogno per trattenerci da ogni sorta di peccati e non commetterli. Per suo mezzo ugualmente, qualora il peccato sia stato commesso, ci asteniamo dal difenderlo con micidiale superbia. In ogni maniera, dunque, è necessaria la continenza se vogliamo evitare il male. Fare il bene, invece, sembra esser compito di un’altra virtù, la giustizia, come ci inculca il santo salmo dove leggiamo: Allontànati dal male e fa’ il bene. E soggiunge anche il fine per cui lo dobbiamo fare: Ricerca la pace e mettiti sulle sue orme 58. Ma la pace perfetta la conquisteremo solo quando la nostra natura sarà unita inseparabilmente al suo Creatore e in noi non ci sarà niente che si ribelli contro di noi. È – per quanto mi è dato capire – quanto volle inculcare il nostro Salvatore allorché disse: I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese 59. Cosa vuol dire cingere i fianchi? Tenere a freno le passioni sregolate: e questo è compito della continenza. Avere le lampade accese vuol dire invece splendere ed essere fervorosi nelle opere buone: e questo è compito della giustizia. Né volle passare sotto silenzio il fine per cui dobbiamo agire così, ma soggiunse: Siate simili a quelle persone che stanno in attesa del padrone, finché non ritorni dalle nozze 60. Quando egli verrà, ci ricompenserà per esserci frenati in quello che la passione suggeriva e per aver compiuto quel che la carità ordinava. Regneremo allora nella sua pace perfetta ed eterna, né avremo più da lottare col male ma godremo sommamente nella gioia del bene.

Buona la natura, per quanto inferma.

7. 18. Noi crediamo in Dio vivo e vero, la cui natura è sommamente buona e immutabile, incapace di fare il male e di riceverne. Da lui deriva ogni bene, anche quello che è soggetto a diminuzioni, mentre in quel bene che è la sua stessa essenza diminuzioni non possono esserci. Convinti di questo, ascoltiamo rettamente le parole dell’Apostolo: Regolatevi secondo lo spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito desideri opposti a quelli della carne. Essi sono in contrasto fra loro, di modo che voi non non potete fare quello che vorreste 61. Non crediamo assolutamente a quello che sostengono pazzescamente i manichei, che cioè in questo passo si presentino due nature, una del bene e l’altra del male, in lotta fra loro per via dei loro principi opposti. Sono – queste due realtà – assolutamente buone, l’una e l’altra: buono lo spirito, buona la carne. E buono è anche l’uomo, che risulta delle due sostanze, l’una che comanda, l’altra che sta soggetta, anche se egli è mutevole nella sua bontà. Autore del tutto, poi, non potrebbe essere se non quell’Uno che è immutabile nella bontà. È lui che ha creato buona ogni cosa tanto se piccola come se grande. Se essa è piccola, chi l’ha tratta all’esistenza è grande. Se è grande, non è certo da paragonarsi in alcun modo con la grandezza del Creatore. Tuttavia in questa natura dell’uomo, sebbene buona e creata rettamente e convenientemente strutturata da quell’Uno che è buono, attualmente esiste una guerra, poiché non ha ancora conseguito la salute. Guarita l’infermità, ci sarà la pace; e mi riferisco all’infermità causata dalla colpa, non affermo che essa sia congenita nella natura. Questa colpa è stata, sì, rimessa ai fedeli quando per grazia di Dio sono stati lavati a rigenerazione; ma, sebbene in mano al medico, la natura ha ancora da combattere con le proprie malattie. In tale combattimento la salute verrà con la vittoria completa: non una salute temporanea ma eterna. Là avrà fine il presente languore, né alcun altro ne sorgerà. Da ciò si spiega l’apostrofe che il giusto rivolge alla sua anima: Benedici, anima mia, il Signore, e non scordarti dei tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità 62. È propizio alle iniquità, quando rimette i peccati; sana le malattie, quando raffrena i cattivi desideri. È propizio alle iniquità, quando accorda il perdono; risana le malattie, quando concede la continenza. Il primo dono ci venne accordato nel battesimo, quando confessammo il suo Nome; l’altro ci si concede mentre combattiamo nell’arena, quando, sorretti dal suo aiuto, ci impegniamo a vincere la nostra malattia. Ogni giorno, anzi, ci si concedono i due doni: il primo quando viene esaudita l’invocazione: Rimetti a noi i nostri debiti; il secondo quando Dio ascolta le altre parole: Non ci esporre alla tentazione 63. Difatti, ognuno è tentato – secondo quel che dice l’apostolo san Giacomo – perché fuorviato e sedotto dalla sua concupiscenza 64: vizio per il quale si implora l’aiuto e la medicina da colui che è in grado di guarire tutti i languori spirituali. Egli non strappa da noi la nostra natura, quasi che sia estranea a noi, ma la rimette in ordine. Ragion per cui il citato apostolo non dice: Ognuno è tentato dalla concupiscenza, ma precisa: dalla sua. E allora, ascoltando queste parole, impariamo a supplicare: Io esclamo: Signore, abbi pietà di me; risana l’anima mia, perché ho peccato contro di te 65. Non avrebbe infatti – l’anima – avuto bisogno d’essere guarita, se peccando non si fosse viziata. E il vizio sta in questo: che la carnalità avanza desideri contrastanti con quelli dello spirito. Cioè: l’anima, per la parte che è diventata inferma e asservita alla carnalità, sta in guerra con se stessa.

Amare la carne combattendone i vizi.

8. 19. La carne non avanza desideri se non attraverso l’anima; e se si dice della carne che è in contrasto con lo spirito, lo si dice in quanto l’anima, dietro la spinta della concupiscenza carnale, si ribella allo spirito. Tutto questo siamo noi; e di noi la parte inferiore è la carne, quella carne che muore quando l’anima se ne separa: non nel senso che la abbandona come cosa da fuggirsi, ma solamente la lascia da parte per un certo tempo per poi riassumerla e, una volta ripresala, non abbandonarla mai più. Si semina un corpo animale; risorgerà un corpo spirituale 66. Allora la carne non nutrirà voglie contrarie a quelle dello spirito, ma meriterà anche lei il nome di sostanza spirituale. Sarà sottomessa allo spirito senza ribellarglisi, e sarà dotata d’una vita eterna, esente da ogni bisogno di alimento materiale. Attualmente, però, questi due elementi, che poi siamo noi stessi, sono in contrasto fra loro; e bisogna pregare e lavorare perché si mettano d’accordo. Non dobbiamo pensare che uno dei due sia nostro nemico, ma, se la carne avanza desideri contro lo spirito, dipende dal vizio. Quando questo vizio sarà guarito, cesserà anche di esistere, e le due sostanze saranno salve e ogni contrasto verrà abolito. Prestiamo ascolto all’Apostolo: So – dice – che non abita in me, cioè nella mia carne, il bene 67. Questo, senza dubbio, perché la viziosità della carne, anche se subiettata in una realtà buona, non è un bene. Quando poi cesserà il vizio, resterà ugualmente la carne, ma non sarà più né viziata né viziosa. Essa comunque fa sempre parte della nostra natura: come dice san Paolo: So che non abita in me il bene, aggiungendo, a scopo di precisazione: In me, vale a dire: Nella mia carne. Se stesso e carne sua significano la stessa cosa. In se stessa, dunque, la carne non è nostra nemica; e quando opponiamo resistenza ai suoi vizi, dimostriamo amore per lei, poiché la vogliamo curare. Nessuno, infatti – dice ancora l’Apostolo –, ha mai avuto in odio la sua propria carne 68. Come in un altro passo dice ancora: Pertanto io stesso con la mente servo alla legge di Dio, ma con la carne alla legge del peccato 69. Lo ascoltino quanti hanno orecchi: io stesso. Io per la mente, io per la carne. Solo che nella mente servo alla legge di Dio, mentre nella carne servo alla legge del peccato. In che modo, con la carne servo alla legge del peccato? Forse consentendo alla concupiscenza carnale? Certo no. Si dice servo, in quanto nella carne ha da sostenere certi moti e appetiti che non avrebbe voluto avere, eppure aveva. Negando ad essi il consenso, serviva con la mente alla legge di Dio, e teneva in suo dominio le membra perché non divenissero armi di peccato.

La lotta avrà fine.

8. 20. Ci sono dunque in noi dei desideri cattivi, ai quali, se non consentiamo, non viviamo malamente. Ci sono delle voglie peccaminose, alle quali, finché non diamo retta, non commettiamo il male; ma pure, per il solo fatto d’averle non raggiungiamo la perfezione del bene. L’Apostolo precisa le due cose: che non si è perfetti nel bene finché esistono in noi desideri di male; che non si commette il male finché si resiste a tali desideri. La prima cosa, la sottolinea là dove dice: Mi riesce di volere il bene, ma non di realizzarlo in pieno 70; la seconda, in quell’altro passo: Camminate secondo lo spirito, e non traducete in atto le voglie della carne 71. Non dice, in quel primo passo, che non gli riesce di fare il bene ma di realizzarlo in pieno. Né in quell’altro proibisce di avere le passioni carnali, ma di attuarle con opere. Le passioni cattive agiscono in noi tutte le volte che esperimentiamo un piacere per cose illecite, ma non si traducono in atto se la mente, al servizio della legge di Dio, riesce a frenare questi appetiti disordinati. E così anche il bene: lo si compie, in qualche modo, tutte le volte che, docili all’attrattiva del bene, neghiamo il consenso al piacere sregolato. La perfezione del bene, tuttavia, non la si raggiunge finché la carne rimane al servizio del peccato, si lascia lusingare dal piacere disordinato, e, sebbene tenuta a freno, tuttavia si muove verso l’illecito. Non ci sarebbe infatti bisogno di frenarla se non si muovesse. Verrà una buona volta questa perfezione del bene, e allora sarà abolito ogni male. Quello sarà sommo; questo totalmente scomparso. Ma queste cose, se ce le aspettiamo per la vita presente e mortale, ci inganniamo: saranno per quando non ci sarà più la morte e, quanto al luogo, saranno là dove la vita sarà eterna. Difatti in quell’eternità e in quel regno il bene sarà assoluto e il male non esisterà in alcun modo. E sarà, allora, sommo l’amore per la sapienza, e non ci sarà più il dovere penoso della continenza. Non è dunque cattiva la nostra carne; basta che sia sottratta al potere del male, cioè ai vizi che hanno deteriorato l’uomo: il quale non fu creato malamente ma si causò il proprio male. Per l’un elemento e per l’altro, cioè quanto all’anima e quanto al corpo, l’uomo fu creato buono e da un Dio buono; fu lui stesso a rendersi cattivo commettendo il male. E sebbene mediante il perdono sia stato già liberato dal reato della colpa originale, gli resta tuttavia da lottare mediante la continenza contro i suoi vizi, perché si convinca che non fu colpa leggera quella che commise. Quanto poi a coloro che regnano nella pace che ha da venire, impossibile pensare che abbiano a lottare coi vizi. Non potrebbe essere altrimenti, poiché, nella guerra che quaggiù si combatte dai proficienti, ogni giorno si riducono non solo i peccati ma anche le passioni sregolate. E la lotta sta proprio nel negare loro il consenso, mentre si commette peccato quando loro si consente……………

Ambito della continenza.

13. 28. Della continenza dice la Scrittura che è dono della Sapienza conoscere da chi proviene 110. Orbene, non sia mai detto che questo dono celeste lo posseggano quei tali che si contengono perché schiavi dell’errore, o coloro che riescono a domare qualcuna delle loro vogliuzze al fine di soddisfare poi le altre più grandi, di cui sono schiavi. La continenza vera, quella che viene dall’alto, non vuole che nuovi mali si sostituiscano ai mali precedenti, ma, mediante il bene, vuol guarire ogni sorta di mali. Eccone in brevi parole tutto il campo d’azione. La continenza ha il compito di vigilare perché siano dominate e risanate tutte, senza eccezione, quelle voglie di godere che, nate dalla concupiscenza, si oppongono alle gioie della sapienza. Ne restringono, pertanto, troppo l’ambito quei tali che sentenziano essere suo ufficio frenare soltanto i piaceri carnali. Un po’ meglio, certo, coloro che, senza aggiungere la delimitazione corpo, dicono che la sfera d’azione della continenza si estende, generalmente, a moderare ogni sorta di desideri o cupidigie sregolate. Tale cupidigia, la si ritiene vizio, e vizio non solo del corpo ma anche dell’anima. Se infatti la passione carnale agisce nelle fornicazioni e nelle ubriachezze, nessuna soddisfazione si procura al corpo con le inimicizie, le contese, le gelosie, le stizze: le quali si esercitano con l’anima e ne sono moti o passioni 111. Eppure l’Apostolo chiama opere della carne tutte queste passioni, tanto quelle che rientrano nell’ambito dello spirituale quanto quelle che propriamente sono della carne. Ciò dipende dal fatto che egli chiama carne l’uomo in quanto tale; e opere dell’uomo sono tutte quelle che non sono opere di Dio. Difatti l’uomo che le compie, e proprio perché le compie, vive secondo il suo proprio naturale e non secondo Dio. Mentre ci sono altre opere che, sebbene dell’uomo, tuttavia sono da chiamarsi opere di Dio. È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi e il volere e il realizzare le opere, secondo la buona volontà 112. E ancora: Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 113.

La continenza nel rinato in Cristo.

13. 29. Lo spirito dell’uomo, dunque, se aderisce allo Spirito di Dio, nutre dei desideri contrari alla carne, cioè in ultima analisi, contrari a se stesso. Questo però torna a suo vantaggio, nel senso che si tratta di moti umani non conformi alla legge di Dio: moti che, nati dall’infermità contratta col peccato, seguitano tuttora ad insorgere tanto nel corpo quanto nell’anima. Essi vengono rintuzzati dalla continenza, per il conseguimento della salute. In tal modo, l’uomo, non vivendo più da uomo decaduto, potrà dire: Veramente non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me 114. Dove infatti non c’è più il mio io, là ci sono io in una forma più sublime e fortunata. In tale situazione, quando si solleva un qualche moto naturale e riprovevole, siccome la persona, che con la mente è al servizio dello Spirito di Dio, non gli consente, può anche affermare che non è lei a compiere quel male 115. A tal sorta di persone vengono dette quelle parole che dobbiamo essere in grado d’intendere anche noi, in quanto anche noi siamo loro colleghi e compartecipi: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, dov’è il Cristo, assiso alla destra di Dio; pensate alle cose dell’alto, e non a quelle che sono sulla terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando comparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria 116. Cerchiamo di capire a chi siano indirizzate queste parole, anzi, ascoltiamolo con maggiore attenzione, poiché nulla è più chiaro e manifesto di questo. Egli si rivolge a coloro che sono risuscitati con Cristo: risuscitati spiritualmente, non ancora col corpo. Li dice morti, ma da questa morte usciti ancora più vivi; difatti afferma che la loro vita è nascosta con Cristo in Dio. Sono di tali morti le parole: Veramente non vivo più io; è Cristo che vive in me 117. Eppure a questa gente, la cui vita è nascosta con Cristo in Dio, rivolge il monito e l’esortazione di mortificare le loro membra finché sono sulla terra. Così infatti prosegue: Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra 118. E affinché nessuno, magari perché tardo d’ingegno, pensasse che la loro mortificazione dovesse esercitarsi sulle membra visibili del corpo, subito precisando il senso delle sue parole, soggiunge: La fornicazione, l’impurità, la passione, il desiderio cattivo, l’avarizia, che è una specie d’idolatria 119. Ma allora, bisognerà forse credere che queste persone, che erano già morte e la cui vita era nascosta con Cristo in Dio, fossero ancora dedite alla fornicazione, o che menassero una vita scostumata, si dessero ad opere malvagie, al servizio delle voglie della concupiscenza o dell’avarizia, sì da esserne sconvolte? Nessuno, per quanto insipiente, potrebbe pensare una tal cosa nei loro riguardi. Se pertanto l’Apostolo vuole che pratichino la mortificazione, esercitando la virtù della continenza, lo dice per certi moti che ancora sussistono in noi e ci disturbano con i loro richiami al di là del consenso della nostra mente e senza esplicarsi in opere esterne attraverso le membra del corpo. Questi moti vengono mortificati dalla continenza tutte le volte che ad essi si rifiuta il consenso della mente e non si somministrano le armi, cioè le membra del corpo. E poi, c’è qualcosa di più importante, che occorre sottoporre a una vigilanza e continenza ancora più rigorose. È il nostro stesso pensiero, che, sebbene in certo qual modo sfiorato dal richiamo e, per così dire, dal bisbiglio di questi moti, deve resistere alle loro lusinghe e restarne immune, sì da potersi volgere meglio alle cose del cielo e gustarne la soavità. Di questi moti si occupa l’Apostolo nei suoi scritti, inculcando che non ci si soffermi in essi ma piuttosto che li si fugga. La qual cosa ci sarà consentita se ne ascolteremo con impegno le parole e, con l’aiuto di colui che per mezzo del suo Apostolo ci dà il precetto, le metteremo in pratica. Cercate – dice – le cose dell’alto, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose dell’alto, non a quelle della terra 120.

Le opere della continenza postulate dalla fede.

14. 30. Dopo aver elencato i mali di cui sopra, Paolo soggiunge: Fu per queste [aberrazioni] che venne l’ira di Dio sui figli dell’incredulità 121. È un salutare spavento che vuole incutere, perché, divenuti credenti, non pensassero che per la sola loro fede potessero salvarsi se avessero seguitato a vivere nei vizi di prima. Contro una tale interpretazione protesta l’apostolo Giacomo quando, con parole quanto mai chiare, afferma: Uno dice d’avere la fede. Se costui non ha le opere, potrà forse la fede portarlo a salvezza? 122. Ma anche il Dottore delle genti osservava che a causa di quei disordini era scesa l’ira di Dio sui figli infedeli; e, affermando che anche voi un tempo vi camminavate e conducevate una vita immersa negli stessi vizi 123, lascia sufficientemente intendere che adesso non ci vivevano più. Erano infatti morti ai vizi e la loro vita di adesso era nascosta con Cristo in Dio. Non vivevano più, dunque, nei vizi; eppure dà loro il comando di mortificarli. È segno che mentre essi, le persone, non vivevano nel vizio, i moti viziosi erano ancora in vita, come ho precisato or ora. Si menzionano le membra, ma in realtà si trattava dei vizi che albergano nelle membra, in forza di quella figura retorica che nomina il contenente per il contenuto. Come quando, ad esempio, si dice: “Ne parla tutta la piazza”, che vuol dire: “Ne parla tutta la gente che è in piazza”. E nel salmo, per la stessa locuzione figurata, si canta: Ti adori tutta la terra 124. Vale a dire: Tutti gli uomini che sono sulla terra.

Anche i santi obbligati alla continenza.

14. 31. Continua l’Apostolo: Spogliatevi dunque anche voi di tutte le cose 125, ed elenca una lunga serie di vizi. Perché non si contenta di dire: Spogliatevi di tutte le cose, ma vi aggiunge la congiunzione anche voi? Lo fa senza dubbio perché non pensassero che loro si potevano abbandonare a questi disordini e ci potevano vivere impunemente per il fatto che la fede li aveva sottratti all’ira divina, che invece si effondeva sugli increduli, dediti appunto a tali opere e, privi della fede, viventi nel vizio. Dice: Sbarazzatevi anche voi di quei mali, per causa dei quali scese l’ira di Dio sui figli dell’incredulità, né ripromettetevi l’impunità per il merito della fede. Parlando a gente che da tali vizi s’era liberata e non consentiva più ad essi né prestava loro le proprie membra come strumenti di peccato, non avrebbe detto: Sbarazzatevi, se la vita dei santi quaggiù – finché dura la nostra condizione di esseri mortali – non si trovasse davvero in tale situazione né avesse ad occuparsi di tale lavoro. Purtroppo però, finché lo spirito ha delle brame contrarie a quelle della carne, c’è proprio questo problema in cui ci si dibatte con grande tensione spirituale: resistere mediante l’attrattiva della santità, l’amore per la castità, la vigoria dello spirito e l’armonia interiore prodotta dalla continenza, ai piaceri sregolati, alle passioni disoneste, ai movimenti carnali e indecorosi. In questo modo si liberano definitivamente dalle tendenze cattive coloro che sono già morti ad esse e che, negando loro il consenso, non vivono più immersi in esse. Vengono eliminate – dico – se mediante una mai interrotta continenza le si reprime perché non rinascano. Che se uno, invece, sicuro di sé, volesse interrompere questo lavoro di repressione, subito gli balzerebbero sulla roccaforte della mente, e ne la spodesterebbero e la ridurrebbero in schiavitù, prigioniera in una condizione disonorevole e quanto mai brutta. Regnerebbe allora, nel corpo mortale dell’uomo, il peccato, e lo costringerebbe ad obbedire ai suoi desideri; ed egli, l’uomo, presterebbe le sue membra al peccato come armi di iniquità 126. E il punto d’arrivo, di questo tale, sarebbe peggiore che non quello di partenza 127. È infatti molto più tollerabile non aver mai intrapreso una lotta anziché averla intrapresa e abbandonarla, rassegnandosi a diventare prigioniero, da combattente valoroso e vittorioso che si era. Ragion per cui il Signore non dice: “Sarà salvo chi avrà cominciato”, ma: Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo 128.

Per concludere.

14. 32. Sia dunque che lottiamo con ardore per non essere sopraffatti, sia che vinciamo, come talora capita, con quella facilità che non avremmo osato né sperare né immaginarci, diamo gloria a colui che ci fa dono della continenza. Ricordiamoci di quel tal giusto che nella prosperità diceva: Io non sarò mai smosso dalla mia strada 129; e invece gli fu fatto constatare quanto fossero avventate le sue parole, mentre attribuiva alle sue proprie forze quello che gli veniva accordato dall’alto. Lo apprendiamo dalla confessione che ci fa lui stesso, quando, subito appresso, soggiunge: O Signore, nel tuo beneplacito mi avevi conferito la virtù e l’onorabilità. Quando invece mi voltasti la faccia, caddi nel turbamento 130. Il Signore nella sua Provvidenza lo abbandonò temporaneamente, e ciò fu una medicina, affinché egli stesso, nella sua micidiale superbia, non abbandonasse il Rettore. È certo, quindi che tutto in noi accade per la nostra salute, sia che combattiamo contro i nostri vizi al fine di domarli e ridurli – compito della vita presente -, sia che non abbiamo più nemici né mali da cui essere contagiati – cosa che ci sarà riservata alla fine dei tempi nel mondo avvenire -. Scopo ultimo di tutto questo è che chi si gloria, si glori nel Signore 131.

(Sant’Agostino)

FONTE: http://www.augustinus.it/italiano/continenza/index2.htm

1 – Sap 8, 21.

2 – Mt 19, 11.

3 – 1 Cor 7, 7.

4 – Sal 140, 3.

5 – Sal 140, 3-4.

6 – Sir 37, 16 (sec. LXX).

7 – Mt 23, 26.

8 – Mt 15, 11.

9 – Mt 15, 16-17.

10 – Mt 15, 18.

11 – Mt 15, 19-20.

12 – Sal 13, 1.

13 – Rm 6, 12-13.

14 – Mt 15, 19.

15 – Gal 5, 17.

16 – 1 Cor 15, 55. 26.

17 – Rm 7, 18.

18 – Rm 7, 22-23.

19 – Rm 3, 20; 7, 7.

20 – Rm 5, 20.

21 – Rm 4, 15.

22 – 1 Cor 15, 56.

23 – Rm 10, 3.

24 – Cf. Gal 3, 24.

25 – Sal 66, 7; 84, 13.

26 – Rm 6, 12-14.

27 – Rm 8, 12-14.

28 – Rm 8, 13.

29 – Gal 5, 19-21.

30 – Gal 5, 16-18.

31 – Gal 5, 19.

32 – Gal 5, 22-23.

33 – Gal 5, 24.

34 – Ger 17, 5.

35 – Rm 8, 13.

36 – Gv 1, 14.

37 – Lc 3, 6.

38 – Sal 64, 3.

39 – Gv 17, 2.

40 – Rm 3, 20.

41 – Gal 2, 16.

42 – 1 Cor 3, 3.

43 – 2 Cor 3, 5.

44 – Rm 13, 1.

45 – Gn 46, 27.

46 – Rm 8, 13.

47 – Gv 8, 44.

48Ibidem.

49 – Rm 6, 14.

50 – Sal 118, 133.

51 – Rm 6, 14.

52 – Rm 8, 13.

53 – Rm 8, 14.

54 – Mt 6, 12.

55 – Sal 140, 3-4.

56 – Eb 5, 14.

57 – Mt 6, 12.

58 – Sal 33, 15.

59 – Lc 12, 35.

60 – Lc 12, 36.

61 – Gal 5, 16-17.

62 – Sal 102, 2-3.

63 – Mt 6, 12-13

64 – Gc 1, 14.

65 – Sal 40, 5.

66 – 1 Cor 15, 44.

67 – Rm 7, 18.

68 – Ef 5, 29.

69 – Rm 7, 25.

70 – Rm 7, 18.

71 – Gal 5, 16.

72 – Sap 9, 15.

73 – Rm 8, 10.

74 – Ef 5, 29.

75 – Ef 5, 25-28.

76 – Ef 5, 29.

77 – Gal 5, 17.

78 – Rm 7, 18.

79 – Ef 5, 29.

80 – Rm 7, 23.

81 – Ef 5, 25. 28.

82 – Ef 5, 22-23.

83 – Ef 5, 25.

84 – Ef 5, 24.

85 – Ef 5, 25.

86 – Ef 5, 28.

87 – 2 Tm 2, 8.

88 – Lc 24, 39.

89Ibidem.

90 – 1 Cor 6, 15.

91 – 1 Cor 11, 12.

92 – 1 Cor 12, 12.

93 – 1 Cor 12, 18.

94 – 1 Cor 12, 24-26.

95 – Rm 12, 1.

96 – Ef 5, 24.

97 – Gal 5, 16-17.

98 – 1 Cor 1, 13.

99 – 1 Cor 3, 1-3.

100 – Mt 6, 12.

101 – Cf. Gv 13, 23.

102 – 1 Gv 1, 8.

103 – 1 Cor 1, 30.

104 – Sal 102, 3.

105 – Ef 5, 29.

106 – 1 Cor 11, 31.

107 – Sal 93, 19.

108 – Rm 14, 23.

109 – 1 Cor 7, 6.

110 – Sap 8, 21.

111 – Cf. Gal 5, 19-21.

112 – Fil 2, 13.

113 – Rm 8, 14.

114 – Gal 2, 20.

115 – Rm 7, 17.

116 – Col 3, 1-4.

117 – Gal 2, 20.

118 – Col 3, 4.

119 – Col 3, 5.

120 – Col 3, 1-2.

121 – Col 3, 6.

122 – Gc 2, 14.

123 – Col 3, 7.

124 – Sal 65, 4.

125 – Col 3, 8.

126 – Rm 6, 13.

127 – Mt 12, 45.

128 – Mt 10, 22.

129 – Sal 29, 7.

130 – Sal 29, 8.

131 – 1 Cor 1, 31.

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Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori: “MORTE DEL PECCATORE MORTE DEL GIUSTO” “INFERNO, PURGATORIO, PARADISO” “SALVEZZA ETERNA DANNAZIONE ETERNA”

 “La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio”

(Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa)

 

“MORTE DEL PECCATORE”

PUNTO I

Al presente i peccatori discacciano la memoria e ‘l pensiero della morte, e così cercano di trovar pace (benché non la trovino mai) nel vivere che fanno in peccato; ma quando si troveranno nell’angustie della morte, prossimi ad entrare nell’eternità: «Angustia superveniente, pacem requirent, et non erit»; allora non possono sfuggire il tormento della loro mala coscienza; cercheranno la pace, ma che pace può trovare un’anima, ritrovandosi aggravata di colpe, che come tante vipere la mordono? che pace, pensando di dover comparire tra pochi momenti avanti di Gesu-Cristo giudice, del quale sino ad allora ha disprezzata la legge e l’amicizia? «Conturbatio super conturbationem veniet». La nuova già ricevuta della morte, il pensiero di doversi licenziare da tutte le cose del mondo, i rimorsi della coscienza, il tempo perduto, il tempo che manca, il rigore del divino giudizio, l’eternità infelice che si aspetta a’ peccatori: tutte queste cose componeranno una tempesta orrenda, che confonderà la mente ed accrescerà la diffidenza; e così confuso e sconfidato il moribondo passerà all’altra vita. Abramo con gran merito sperò in Dio contro la speranza umana, credendo alla divina promessa: «Contra spem in spem credidit»  (Rom.4. 18).

Ma i peccatori con gran demerito e falsamente per loro ruina sperano, non solo contro la speranza, ma ancora contro la fede, mentre disprezzano anche le minacce, che Dio fa agli ostinati. Temono essi la mala morte, ma non temono di fare una mala vita. Ma chi gli assicura di non morire di subito con un fulmine, con una goccia, con un butto di sangue? ed ancorché avessero tempo in morte da convertirsi, chi gli assicura che da vero si convertiranno? S. Agostino ebbe da combattere dodici anni per superare i suoi mali abiti; come potrà un moribondo, che sempre è stato colla coscienza imbrattata, in mezzo a i dolori, agli stordimenti della testa e nella confusione della morte fare facilmente una vera conversione? Dico «vera», perché allora non basta il dire e promettere; ma bisogna dire e promettere col cuore.

Oh Dio, e da quale spavento resterà preso e confuso allora il misero infermo, ch’è stato di coscienza trascurata, in vedersi oppresso da’ peccati e da’ timori del giudizio, dell’inferno e dell’eternità! In quale confusione lo metteranno questi pensieri, quando si troverà svanito di testa, oscurato di mente e assalito da’ dolori della morte già vicina! Si confesserà, prometterà, piangerà, cercherà pietà a Dio, ma senza sapere quel che si faccia; ed in questa tempesta di agitazioni, di rimorsi, d’affanni e di spaventi passerà all’altra vita. «Turbabuntur populi, et pertransibunt» (Iob. 34. 20). Ben dice un autoreche le preghiere, i pianti e le promesse del peccator moribondo sono appunto come i pianti e le promesse di taluno, che si vede assalito dal suo nemico, il quale gli tiene posto il pugnale alla gola per torgli allora la vita. Misero, chi si mette a letto in disgrazia di Dio, e di là se ne passa all’eternità!

Affetti e preghiere

O piaghe di Gesù, voi siete la speranza mia. Io dispererei del perdonode’ miei peccati e della mia salute eterna, se non rimirassi voi fonti di pietà e di grazia, per mezzo di cui un Dio ha sparso tutto il suo sangue, per lavare l’anima mia da tante colpe commesse. Vi adoro dunque, o sante piaghe, ed in voi confido. Detesto mille volte e maledico quei piaceri indegni, per li quali ho disgustato il mio Redentore, e miseramente ho perduta la sua amicizia. Guardando dunque voi, sollevo le mie speranze, e verso voi rivolgo gli affetti miei. Caro mio Gesù, Voi meritate che tutti gli uomini v’amino, e v’amino con tutto il loro cuore; ma io vi ho tanto offeso ed ho disprezzato il vostro amore, e Voi ciò non ostante mi avete così sopportato, e con tanta pietà mi avete invitato al perdono. Ah mio Salvatore, non permettete ch’io più vi offenda, e mi danni. Oh Dio! che pena mi sarebbe nell’inferno la vista del vostro sangue e di tante misericordie che mi avete usate! Io v’amo e voglio sempre amarvi. Datemi Voi la santa perseveranza. Staccate il mio cuore da ogni amore che non è per Voi, e stabilite in me un vero desiderio e risoluzione di amare da oggi avanti solamente Voi, mio sommo bene. O Maria Madre mia, tiratemi a Dio, e fatemi essere tutto suo, prima ch’io muoia.

PUNTO II

Non una, ma più e molte saranno le angustie del povero peccator moribondo. Da una parte lo tormenteranno i demoni. In morte questi orrendi nemici mettono tutta la forza per far perdere quell’anima, che sta per uscire diquesta vita, intendendoche poco tempo lor resta da guadagnarla, e che se la perdono allora, l’avran perduta per sempre. «Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Apoc. 12. 12). E non uno sarà il demonio, che allora tenterà, ma innumerabili che assisteranno al moribondo per farlo perdere. «Replebuntur domus eorum draconibus» (Is. 13. 21). Uno gli dirà: Non temere che sanerai. Un altro dirà: E come? tu per tanti anni sei stato sordo alle voci di Dio, ed ora esso vorrà usarti pietà? Un altro: Come ora puoi rimediare a quelli danni fatti? a quelle fame tolte? Un altro: Non vedi che le tue confessioni sono state tutte nulle, senza vero dolore, senza proposito? come puoi ora più rifarle?

Dall’altra parte si vedrà il moribondo circondato da’ suoi peccati. «Virum iniustum mala capient in interitu» (Ps. 139. 12). Questi peccati come tanti satelliti, dice S. Bernardo,lo terranno afferrato e gli diranno: «Opera tua sumus, non te deseremus». Noi siamo tuoi parti, non vogliamo lasciarti; ti accompagneremo all’altra vita, e teco ci presenteremo all’eterno giudice. Vorrà allora il moribondo sbrigarsi da tali nemici, ma per isbrigarsene bisognerebbe odiarli, bisognerebbe convertirsi di cuore a Dio; ma la mente è ottenebrata, e ‘l cuore è indurito. «Cor durum habebit male in novissimo: et qui amat periculum, peribit in illo» (Eccli. 3. 27).

Dice S. Bernardoche il cuore, ch’è stato ostinato nel male in vita, farà i suoi sforzi per uscire dallo stato di dannazione, ma non giungerà a liberarsene, ed oppresso dalla sua malizia nel medesimo stato finirà la vita. Egli avendo sino ad allora amato il peccato, ha insieme amato il pericolo della sua dannazione; giustamente perciò permetterà il Signore che allora perisca in quel pericolo, nel quale ha voluto vivere sino alla morte. Dice S. Agostino che chi è lasciato dal peccato, prima ch’egli lo lasci, in morte difficilmente lo detesterà come deve; perché allora quel che farà, lo farà a forza: «Qui prius a peccato relinquitur, quam ipse relinquat, non libere, sed quasi ex necessitate condemnat».

Misero dunque quel peccatore ch’è duro, e resiste alle divine chiamate! «Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Egli l’ingrato in vece di rendersi ed ammollirsi alle voci di Dio, si è indurito come più s’indurisce l’incudine a’ colpi del martello. In pena di ciò talancora si ritroverà in morte, benché si ritrovi in punto di passare all’eternità. «Cor durum habebit male in novissimo». I peccatori, dice il Signore, mi han voltate le spalle per amore delle creature: «Verterunt ad me tergum, et non faciem, et in tempore afflictionis suae dicent: Surge, et libera nos. Ubi sunt dii tui, quos fecisti tibi? surgant, et liberent te» (Ier. 2. 27). I miseri in morte ricorreranno a Dio, e Dio loro dirà: Ora a me ricorrete? chiamate le creature che vi aiutino; giacché quelle sono state i vostri dei. Dirà così il Signore, perché essi ricorreranno, ma senz’animo vero di convertirsi. Dice S. Girolamo tener egli quasi per certo ed averlo appreso coll’esperienza che non farà mai buon fine, chi ha fatta mala vita sino alla fine: «Hoc teneo, hoc multiplici experientia didici, quod ei non bonus est finis, cui mala semper vita fuit» (In epist. Eusebii ad Dam.).

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, aiutatemi, non mi abbandonate, io vedo l’anima mia tutta impiagata da’ peccati; le passioni mi fanno violenza, i mali abitimi opprimono; mi butto a’ piedi vostri; abbiate pietà di me e liberatemi da tanti mali.«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».Non permettete che si perda un’anima, che confida in Voi. «Ne tradas bestiis animam confitentem tibi». Io mi pento d’avervi offeso, o bontà infinita; ho fatto male, lo confesso: voglio emendarmi ad ogni costo; ma se Voi non mi soccorrete colla vostra grazia, io son perduto. Ricevete, o Gesù mio, questo ribelle, che vi ha tanto oltraggiato. Pensate che vi ho costato il sangue e la vita. Per li meriti dunque della vostra passione e morte ricevetemi tra le vostre braccia, e datemi la santa perseveranza. Io era già perduto, Voi mi avete chiamato; ecco io non voglio più resistere, a Voi mi consagro; legatemi al vostro amore, e non permettete ch’io vi perda più, con perdere di nuovo la vostra grazia; Gesù mio, non lo permettete.

Regina Mia Maria, non lo permettete; impetratemi prima la morte e mille morti ch’io abbiada perdere di nuovo la grazia del vostro Figlio.

PUNTO III

Gran cosa! Dio non fa altro che minacciare una mala morte a’ peccatori: «Tunc invocabunt me, et non exaudiam» (Prov. 1. 18). «Nunquid Deus exaudiet clamorem eius, cum venerit super eum angustia» (Iob. 27. 9). «In interitu vestro ridebo, et subsannabo» (Prov. 1. 26). («Ridere Dei est nolle misereri», S. Gregor.). «Mea est ultio, et ego retribuam eis in tempore, ut labatur pes eorum» (Deuter. 32. 35). Ed in tanti altri luoghi minaccia lo stesso; ed i peccatori vivono in pace, sicuri come Dio avesse certamente promesso loro in morte il perdono e il paradiso. È vero che in qualunque ora si converte il peccatore, Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà: «In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). «Moriemini in peccatis vestris» (ibid. 24). Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà: «Quaeretis me, et non invenietis (Io. 7. 34). Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: «Quaerite Dominum, dum inveniri potest» (Is. 55. 6). Sì, perché vi sarà un tempo che non potrà piùtrovarsi. Poveri peccatori! poveri ciechi, che si riducono a convertirsi all’ora della morte, in cui non sarà più tempo di convertirsi! Dice l’Oleastro: «Impii nusquam didicerunt benefacere, nisi cum non est tempus benefaciendi». Dio vuol salvi tutti, ma castiga gli ostinati.

Se mai alcun miserabile ritrovandosi in peccato, fosse colto dalla goccia, e stesse destituto di sensi, qual compassione farebbe a tutti il vederlo morire senza sagramentie senza segno di penitenza? qual contento poi avrebbe ognuno, se costui ritornasse in sé e cercasse l’assoluzione, e facesse atti di pentimento? Ma non è pazzo poi chi avendo tempo di far ciò, siegue a stare in peccato? o pure torna a peccare e si mette in pericolo che lo colga la morte, nel tempo della quale forse lo farà, e forse no? Spaventa il veder morire alcuno all’improvviso, e poi tanti volontariamente si mettono al pericolo di morire così, e morire in peccato!

«Pondus et statera iudicia Domini sunt» (Prov. 16. 21). Noi non teniamo conto delle grazie, che ci fa il Signore; ma ben ne tiene conto il Signore e le misura; e quando le vede disprezzate sino a certi termini, lascia il peccatore nel suo peccato, e così lo fa morire. Misero chi si riduce a far penitenza in morte. «Poenitentia, quae ab infirmo petitur, infirma est», dice S. Agostino (Serm. 57. de Temp. ). S. Geronimo dice che di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà: «Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus» (S. Hier. in Epist. Euseb. de morte eiusd.). Dice S. Vincenzo Ferrerio (Serm. I. de Nativ. Virg.) che sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. «Maius miraculum est, quod male viventes faciant bonum finem, quam suscitare mortuos». Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?

Narra il Bellarminoch’essendo egli andato ad assistere ad un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapea ciò che si fosse contrizione. Bellarmino procurò di spiegarcelo, ma l’infermo disse: «Padre, io non v’intendo, io non son capace di queste cose». E così se ne morì. «Signa damnationis suae satis aperte relinquens», come il Bellarmino lasciò scritto. Giusto castigo, dice S. Agostino, sarà del peccatore, che si dimentichi di sé in morte, chi in vita si è scordato di Dio: «Aequissime percutitur peccator, ut moriens obliviscatur sui qui vivens oblitus est Dei «(Serm. 10. de Sanct.).

«Nolite errare (intanto ci avverte l’Apostolo), Deus non irridetur: quae enim seminaverit homo, haec et metet; qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem» (Galat. 6.7) Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma «Deus non irridetur». Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati di carne, altro non tocca che corruzione, miseria e morte eterna.

Cristiano mio, quel che si dice per gli altri, si dice anche per voi. Ditemi se vi trovaste già in punto di morte, disperato da’ medici, destituto di sentimenti e ridotto già in agonia, quanto preghereste Dio che vi concedesse un altro mese, un’altra settimana di tempo allora, per aggiustare i conti della vostra coscienza? E Dio già vi dà questo tempo. Ringraziatelo e presto rimediate al mal fatto, e prendete tutti i mezzi per ritrovarvi in istato di grazia, quando verrà la morte, perché allora non sarà più tempo di rimediare.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, e chi avrebbe avuta tanta pazienza con me, quanta ne avete avuta Voi? Se la vostra bontà non fosse infinita, io diffiderei del perdono. Ma tratto con un Dio, ch’è morto per perdonarmi e per salvarmi. Voi mi comandate ch’io speri, ed io voglio sperare. Se i peccati miei mi spaventano e mi condannano, mi danno animo i vostri meriti e le vostre promesse. Voi avete promessa la vita della vostra grazia a chi ritorna a Voi: «Revertimini, et vivite (Ezech. 18. 32)». Avete promesso di abbracciare chi a Voi si volta: «Convertimini ad me, et convertar ad vos» (Zach.1. 3). Avete detto che non sapete disprezzare chi s’umilia e si pente: «Cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps. 50).

Eccomi, Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi volgo, mi confesso degno di mille inferni e mi pento d’avervi offeso: io vi prometto fermamente di non volervi più offendere e di volervi sempre amare. Deh non permettete che ioviva più ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per li meriti dell’ubbidienza di Gesu-Cristo, che morì per ubbidirvi, fate ch’io ubbidisca a’ vostri voleri sino alla morte. V’amo, o sommo bene, e per l’amore che vi porto, voglio ubbidirvi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando.

 

 “MORTE DEL GIUSTO”

PUNTO I

La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: «Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua» (Trans. Malach.). «Finis laborum», sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. «Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis» (Iob. 14. 1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? «Tanquam vita petitur supplicii mora» (Ep. 101).

Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino:«Quid est diu vivere, nisi diu torqueri?» (Serm. 17. de Verbo Dom.). Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: «Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem» (Ser. 43). Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: «Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che ci sia data per sollievo, non per castigo: «Ut mors remedium videatur esse, non poena». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. «Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis» (Apoc. 14. 13).

I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. «Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis» (Sap. 3. 1). I Santi, questi non già si accorano con quel «Proficiscere», che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. «Deus cordis mei» (sempre essi così sono andati dicendo), «et pars mea, Deus, in aeternum». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesu-Cristo spogliati de’ loro beni: «Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam» (Hebr. cap. 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: «Deus meus, et omnia», con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.

Chi muore poiamando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offrirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesu-Cristo offrì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: «In pace in idipsum dormiam, et requiescam». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesu-Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

Affetti e preghiere

O amato mio Gesù, che per ottenere a me una morte soave, avete voluto fare una morte sì acerba sul Calvario, quando sarà ch’io vi vedrò? La prima volta che mi toccherà a vedervi, io vi vedrò da mio giudice in quello stesso luogo dove spirerò. Che vi dirò io allora? Che mi direte Voi? Io non voglio aspettare a pensarvi allora, voglio ora premeditarlo. Io vi dirò così: Caro mio Redentore, Voi dunque siete quegli,che siete morto per me? Io un tempo v’ho offeso e vi sono stato ingrato, e non meritava perdono; ma poi aiutato dalla vostra grazia mi sono ravveduto, e nel resto della vita mia ho pianti i miei peccati, e Voi mi avete perdonato; perdonatemi di nuovo, ora che sto a’ piedi vostri, e datemi Voi stesso un’assoluzione generale delle mie colpe. Io non meritava d’amarvi più, per aver disprezzato il vostro amore; ma Voi per vostra misericordia vi avete tirato il mio cuore, che se non v’ha amato secondo il vostro merito, almeno v’ha amato sopra ogni cosa, lasciando tutto per dar gusto a Voi. Ora che mi dite? Vedo che ‘l paradiso e ‘l possedervi nel vostro regno è un bene troppo grande per me; ma io non mi fido di viver lontano da Voi, maggiormente ora che m’avete fatta conoscere la vostra amabile e bella faccia. Vi cerco dunque il paradiso, non per più godere, ma per meglio amarvi. Mandatemi al purgatorio per quanto vi piace. No, neppure iovoglio venire in quella patria di purità e vedermi tra quell’anime pure così sordido di macchie, come sono al presente. Mandatemi a purgarmi, ma non mi discacciate per sempre dalla vostra faccia; basta che un giorno poi, quando vi piace, mi chiamate al paradiso a cantare in eterno le vostre misericordie. Per ora via su, amato mio giudice, alzate la mano e beneditemi; e ditemi ch’io son vostro, e che Voi siete e sarete sempre mio. Io sempre vi amerò, Voi sempre mi amerete. Ecco ora vado lontano da Voi, vado al fuoco; ma vado contento, perché vo ad amarvi, mio Redentore, mio Dio, mio tutto. Vo contento sì, ma sappiate che in questo tempo, in cui starò lungi da Voi, sappiate che questa sarà la maggiore delle mie pene, lo star da Voi lontano. Vo, Signore, a contare i momenti della vostra chiamata. Abbiate pietà di un’anima, che v’ama con tutta se stessa, e sospira di vedervi per meglio amarvi.

Così spero, Gesù mio, di dirvi allora. Pertanto vi prego di darmi la grazia di vivere in modo, che possa dirvi allora quel che ora ho pensato. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore.

E soccorretemi Voi, o Madre di Dio, Maria, pregate Gesù per me.

PUNTO II

«Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit» (Apoc. 21. 4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra «inter laqueos ambulamus»: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa,ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.

Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso rideva; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? «Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis?» Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia rovina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. «Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius?» (Rom. 7. 24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: «Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum» (Cant. 4. 8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesu-Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» (Philipp. 1. 21).

È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: «Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius» (Sap. 4. 11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. «Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum», dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?

In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. «Septies enim cadet iustus» (Prov. 24. 16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. «Quid est mors (dicea S. Ambrogio ) nisi sepultura vitiorum?» (De Bono mort. cap. 4). Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogiodicea: «Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum?» Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. «Mortuus nescit peccare», dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: «Laudavi magis mortuos, quam viventes» (Eccl. 4. 2). Un certo uomoda bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

Affetti e preghiere

«In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis».Ah mio dolce Redentore, che sarebbe di me, se mi aveste fatto morire, quando io stava lontano da Voi? Starei già nell’inferno, dove non vi potrei più amare. Vi ringrazio di non avermi abbandonato e di avermi fatte tante grazie, per guadagnarvi il mio cuore. Mi pento di avervi offeso. V’amo sopra ogni cosa. Deh vi prego, fatemi sempre più conoscere il male che ho fatto in disprezzarvi, e l’amore che merita la vostra bontà infinita. V’amo, e desidero presto di morire (se a Voi così piace) per liberarmi dal pericolo di tornare a perdere la vostra grazia, e per assicurarmi di amarvi in eterno. Deh per questi anni che mi restano di vita, amato mio Gesù, datemi forza di fare qualche cosa per Voi, prima che venga la morte. Datemi fortezza contro le tentazioni e le passioni, specialmente contro la passione che per lo passato più mi ha tirato a disgustarvi. Datemi pazienza nelle infermità e nell’ingiurie che riceverò dagli uomini. Io ora per amor vostro perdono ognuno che mi ha fatto qualche disprezzo, e vi prego a fargli quelle grazie che desidera. Datemi forza di esser più diligente ad evitare anche le colpe veniali, circa le quali conosco d’esser trascurato. Mio Salvatore, aiutatemi, io spero tutto ne’ meriti vostri; e tutto confido nella vostra intercessione, o Madre e speranza mia Maria.

PUNTO III

La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. «Finis laborum, vitae ianua», come dice S. Bernardo.Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. «Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam» (Ps. 117. 20). S. Girolamopregava la morte, e le diceva: «Aperi mihi, soror mea». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprireil paradiso a vedere Dio.

Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: «Educ de custodia animam meam» (Ps. 141. 8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Dice S. Ambrogio: «Quasi necessitate teneretur, dimitti petit». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: «Cupio dissolvi, et esse cum Christo» (Philip. 1).

Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve deve essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? «Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino» (2. Cor. 5. 6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunoneche la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: «Mors dicenda non est, sed vitae principium». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. «Non est iustis mors, sed translatio», S. Attanagio.A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino,e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? «O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium!» Pertanto con ansia pregava il Santo:«Eia moriar, Domine, ut Te videam».

Ben deve temere la morte, dice S. Cipriano,il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: «Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesu-Cristo, come ci fu promesso per Osea: «Ero mors tua, o mors» (Os. 13. 41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegroalla morte? Rispose il Santo: «Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo» (Ap. Euseb. l. 4. c. 14). Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: «Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius».

Affetti e preghiere

Oh Dio dell’anima mia, io vi ho disonorato per lo passato, voltandovi le spalle; ma vi ha onorato il vostro Figlio, sagrificandovi la vita sulla croce; per l’onore dunque che vi ha dato il vostro diletto Figlio, perdonatemi il disonore che v’ho fatt’io. Mi pento, o sommo bene, d’avervi offeso, e vi prometto da oggi avanti di non amare altro che Voi. La mia salvezza da Voi la spero. Quanto al presente ho di bene, tutto è grazia vostra, tutto da Voi lo riconosco. «Gratia Dei sum id quod sum». Se per lo passato v’ho disonorato, spero d’onorarvi in eterno con benedire la vostra misericordia. Io mi sento un gran desiderio di amarvi; questo Voi me lo date, ve ne ringrazio, amor mio. Seguite, seguite ad aiutarmi, come avete cominciato, ch’io spero da ogg’innanzi d’esser vostro e tutto vostro. Rinunzio a tutt’i piaceri del mondo. E che maggior piacere posso aver io, che dar gusto a Voi, mio Signore così amabile, e che mi avete tanto amato? Amore solamente vi cerco, o mio Dio, amore, amore; e spero di cercarvi sempre amore, amore; finchémorendo nel vostro amore, io giunga al regno dell’amore, dove senza più domandarlo sarò pieno d’amore, senza mai cessare un momento di amarvi ivi in eterno, e con tutte le mie forze.

Maria Madre mia, Voi che tanto amate il vostro Dio, e tanto desiderate di vederlo amato, fate che iol’ami assai in questa vita, acciocché io l’ami assai nell’altra per sempre.

(SANT’ ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI da “APPARECCHIO ALLA MORTE”)

Gesù: «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,26).

Se non ci purifichiamo interiormente, rinnegando noi stessi, attraverso la Grazia, non vedremo Dio qui e neanche dopo la morte.

Allora, nel vecchio testamento, era punito solo l’adulterio; ora, neanche lo sguardo cupido gettato su di una donna resta impunito. Perché ora si riversa su di noi in abbondanza la grazia dello spirito, e perché grande è il dono rappresentato dalla venuta di Cristo! La legge non è più carnale(esteriore) ma spirituale(interiore)!

Dice Gesù: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere e del piatto, affinché anche l’esterno diventi pulito.”

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia! Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente; ma dentro siete pieni  d’ipocrisia e d’iniquità!”

Scritti tratti dalla “Verginità” di San Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa

LXXXIII. A noi non viene proposto lo stesso metro di virtù che era stato proposto agli uomini del Vecchio Testamento

1. Ma a parte questo, ripeto ciò che avevo detto al principio: non ci è richiesto lo stesso metro di virtù che veniva richiesto ai patriarchi. Ora infatti non si può essere perfetti se non si vende tutto e se non si rinunzia a tutto – non solo ai beni ed alla casa, ma anche alla propria anima; in quei tempi, invece, non si conoscevano ancora esempi di una moralità così severa. «E allora? – mi si chiede –. Adesso conduciamo una vita più severa di quella del patriarca?». Lo dovremmo e ci è stato ordinato, ma non la conduciamo, e per questo siamo molto inferiori a quel giusto: che a noi vengano richieste prove più difficili, è evidente a tutti. Per questo la Scrittura non esprime la sua ammirazione per Noè in modo assoluto, ma con un’aggiunta limitativa. Dice infatti: «Noè, che era giusto e perfetto nella sua generazione, piaceva a Dio». Non dice semplicemente «perfetto», ma aggiunge «in quel periodo»: molti sono i tipi di perfezione che si determinano a seconda delle differenti epoche, e con il passare del tempo ciò che prima era perfetto diventa imperfetto.

2. Faccio un esempio: allora la perfezione consisteva nel vivere secondo la legge. «Chi mette in pratica le prescrizioni – è detto – vivrà in esse». Cristo però, una volta giunto tra noi, ha mostrato che questa perfezione era in realtà imperfetta. Dice infatti: «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Allora soltanto l’omicidio era ritenuto un misfatto; adesso, l’ira e le offese possono da sole mandare nella Geenna. Allora era punito solo l’adulterio; ora, neanche lo sguardo cupido gettato su di una donna resta impunito. Allora era considerato proveniente dal Maligno solo lo spergiuro; adesso, è considerato tale anche il giuramento. «Ciò che si aggiunge – dice il Signore – proviene dal Maligno». Allora, agli uomini era richiesto solo di riamare chi li amava; adesso, questa cosa così importante ed ammirevole appare così imperfetta, che noi, anche dopo averla realizzata, non possediamo nulla in più dei pubblicani.

LXXXIV. È giusto che per gli stessi atti virtuosi a noi ed agli uomini dell’Antico Testamento non venga accordata la stessa ricompensa

1. Perché mai dunque per gli stessi atti virtuosi non viene accordata a noi ed agli uomini dell’Antico Testamento la stessa ricompensa, e perché noi, se vogliamo ottenere lo stesso trattamento che è riservato loro, dobbiamo dar prova di una virtù più grande? Perché ora si riversa su di noi in abbondanza la grazia dello spirito, e perché grande è il dono rappresentato dalla venuta di Cristo, che da bambini che eravamo ci ha resi uomini perfetti. Quando i nostri figli arrivano all’adolescenza, noi pretendiamo da loro degli atti virtuosi molto più impegnativi: una volta che sono divenuti adulti, non ammiriamo più allo stesso modo gli atti che lodavamo all’epoca della loro prima infanzia, ma ingiungiamo loro di dar prova di altre virtù, d’importanza ben maggiore. Allo stesso modo, Dio ai primi tempi non pretese dei grandi atti virtuosi dalla natura umana, perché era ancora bambina Dopo avere fatto ascoltare agli uomini i profeti e gli apostoli ed aver concesso loro la grazia dello spirito, Egli accrebbe però l’importanza delle azioni virtuose da compiere: era giusto, giacché assegnò anche dei premi maggiori e delle ricompense molto più fulgide A chi realizza queste virtù non sono infatti riservate la terra e le cose della terra, ma il cielo ed i beni che superano ogni capacità di comprensione.

2. Non è dunque assurdo, dopo che si è divenuti uomini, continuare a rimanere piccoli come prima? Allora la natura umana era lacerata nel suo intimo e vittima di una guerra implacabile. Spiegando questa situazione, Paolo così parlò: «Vedo nelle mie membra un’altra legge che combatte contro la legge della mia mente e che mi cattura con la legge del peccato che si trova nelle mie membra». Ma ora le cose non stanno più così. «Ciò che era impossibile alla legge perché era debole a causa della carne, Dio l’ha reso possibile mandando a causa del peccato il proprio figlio rivestito di una carne simile a quella del peccato e condannando il peccato della carne». Ringraziando Dio di questo, Paolo disse: «O me misero, chi mi libererà da questo corpo di morte? Rendo grazie a Dio tramite Gesù Cristo».

3. La punizione che ci tocca è quindi giusta: pur essendo liberi, non vogliamo correre come le persone legate; ma neanche se corressimo come loro potremmo sfuggire alla punizione. Chi infatti gode di una pace più sicura deve innalzare dei trofei molto più grandi e splendenti di quelli che può innalzare chi è tanto oppresso dalla guerra. Se ci volgiamo verso le ricchezze, il lusso, le donne e la cura degli affari, quando mai potremo diventare uomini, quando mai potremo vivere secondo lo spirito, quando mai potremo pensare alle cose del Signore? Forse quando ce ne andremo via di qui? Allora però non sarà più il momento delle fatiche e delle gare, ma delle corone e dei castighi. Allora anche la vergine se non avrà l’olio nella sua lampada, non potrà farselo dare dalle altre vergini, e dovrà rimanere fuori; e chi si presenterà con indosso un vestito sudicio, non potrà uscire per cambiarlo, ma sarà gettato nel fuoco della Geenna: anche se invocherà Abramo, non otterrà nulla. Quando il giorno del giudizio è giunto, quando la tribuna è pronta, quando il giudice è già seduto, quando il fiume di fiamme già scorre ed ha luogo l’esame delle nostre azioni, non ci è più consentito di deporre i nostri peccati, ma siamo, volenti o nolenti, trascinati al castigo che essi meritano. Nessuno potrà più intercedere per noi, neanche chi possiede la stessa sicurezza di quei grandi e straordinari uomini di allora, neanche un Noè, un Giobbe o un Daniele, neanche chi prega per i propri figli e le proprie figlie: sarà tutto inutile.

4. I peccatori dovranno essere puniti in eterno, così come i virtuosi dovranno essere onorati in eterno. Che non ci sarà fine né per i premi né per i castighi l’ha mostrato Cristo, là dove ha detto che sia la vita che la punizione saranno eterne. Quando accoglierà quelli alla sua destra e condannerà quelli alla sua sinistra, Egli aggiungerà: «Questi ultimi andranno al castigo eterno, mentre i giusti andranno alla vita eterna». Dobbiamo quindi sforzarci mentre siamo ancora qui: chi ha la moglie si comporti come se non l’avesse , e chi non l’ha veramente pratichi assieme alla verginità tutte le altre virtù; solo così non avremo modo di lamentarci inutilmente dopo la nostra dipartita da qui.

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