Beato John Henry Newman: “I cristiani – avendo Cristo nel cuore – sorreggono il mondo (Amor meus crucifixus est). Più ci avviciniamo a Lui, più entra in noi; più abita in noi, più intimamente lo possediamo… Ecco, perché è così facile per noi morire per la nostra fede, tanto da stupire il mondo… Perché non ti avvicini a Lui?”

Nel romanzo “Callista”, Newman ha dimostrato cosa intende dire quando parla della “profonda ferita della natura umana” nel dialogo tra Callista e il prete Cecilio (che in realtà è Cipriano, Vescovo di Cartagine):

“Vuol dire – disse Callista con calma – che dopo questa vita finirò nel Tartaro per l’eternità?

– Tu sei felice? – chiese il sacerdote a sua volta.

Callista indugiò, abbassò gli occhi e poi disse con voce chiara e profonda:

– No.

Abbi il coraggio di guardare in faccia la realtà. Ogni giorno che passa senti su di te un peso in più. Questa è la legge della nostra vita terrena… Non puoi rifiutare di accettare ciò che non è un’opinione ma un fatto.

Voglio dire che questo peso di cui parlo non è solo un dogma della nostra fede, ma un fatto naturale innegabile. E i nostri sentimenti non potranno mai cambiarlo; anche se tu vivessi duecento anni, constateresti che è sempre più vero. Alla fine dei duecento anni, la tua infelicità sarebbe tale da non far rallegrare neppure i tuoi peggiori nemici….

– Ma tu non vivrai tanto, dovrai morire. Forse mi risponderai che così cesserai d’esistere. So però che non la pensi così. Tu pensi, come me e come una moltitudine d’altri individui, che continuerai a vivere, che continuerai ad esistere.

– Se, d’altra parte – continuò Cecilio, senza badare alla sua interruzione – tutti i tuoi pensieri seguono una stessa direzione; se tutti i tuoi bisogni, desideri, aspirazioni sono rivolti a un solo oggetto, e suppongono, per il fatto stesso della loro esistenza, che esista anche tale oggetto; e se niente in questo mondo può appagarli, e se una dottrina ti dice che vengono da quell’oggetto che hai presentito e di cui ti parlano, e così sono una risposta alla tua brama; e se quelli che hanno accettato quella risposta dicono che è soddisfacente; allora,Callista, non ti sentirai obbligata almeno a guardare quella soluzione, a esaminare ciò che ti hanno detto, e a chiedere il suo aiuto, se può darti la forza di credere in Lui?

– E’ ciò che mi diceva una mia vecchia schiava – commentò improvvisamente Callista -… Qual è il vostro rimedio, il vostro oggetto, il vostro amore, o maestro cristiano?…

Cecilio tacque un momento, come se non trovasse la risposta. Alla fine disse:

– Ogni individuo si trova nella tua situazione. Purtroppo, non amiamo l’unico amore che dura per sempre.

Noi amiamo le realtà che passano, che finiscono. Dato che le cose stanno così, colui che dovremmo amare ha deciso di riportarci a sé. Per questo, è venuto in questo mondo, sotto forma di uomo. E sotto questa forma umana, ci apre le braccia e cerca di farci tornare a Lui, nostro Creatore. Questa è la nostra fede, questo è il nostro amore, Callista…

È il solo che ama le anime – disse con foga Cecilio – ed ama ciascuno di noi come se fosse l’unica persona da amare. È morto per ciascuno di noi come se fossimo l’unica persona per cui morire. È morto su una croce obbrobriosa. “Amor meus crucifixus est”. L’amore ispirato da Lui dura per sempre, perché è l’amore dell’immutabile. È un amore che appaga perfettamente, perché è inesauribile. Più ci avviciniamo a Lui, più entra in noi; più abita in noi, più intimamente lo possediamo… Ecco, perché è così facile per noi morire per la nostra fede, tanto da stupire il mondo… Perché non ti avvicini a Lui? Perché non lasci le creature per il creatore?

Sì, la separazione dal creatore, che mette il creato al posto di Dio, questa è “la profonda ferita della natura umana”, quella ferita di cui il mondo si gloria ma che minaccia la caduta del mondo. Eppure il mondo, simile a un bambino piagnucoloso che allontana dalla sua bocca la medicina necessaria per la sua guarigione e mena colpi alla sua mamma che gliela porge, non solo rifiuta il rimedio per la sua ferita mortale, ma arriva persino a perseguitare il datore del rimedio.

Sì, sono i cristiani che sorreggono il mondo, con la loro comunione in Cristo, la loro santità, il loro vivere nel mondo senza appartenere al mondo, col dare tutto per amore di Cristo, disposti a perdere tutto pur di restare con Lui, in una parola, seguendo colui dal quale hanno ereditato il proprio nome. Sì, malgrado le forze contrarie, i cristiani – avendo Cristo nel cuore – sorreggono il mondo, non a guisa di una fascia che stringe insieme una ferita, ma come un nutrimento e una cura attenta che aiuta la ferita a guarire dal di dentro.”

(Beato John Henry Newman,Callista, Paoline, Roma 1983, p. 126-129.)

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Sant’Agostino, l’ascensione di Cristo: “Con lui salga pure il nostro cuore” “Come Egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso”

 

“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3, 1-2).

 

Ascensione

 

“Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.
Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.
Cristo ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9, 4). E così pure: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25, 35).

Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).

Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.
Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo” (1 Cor 12,12). L’Apostolo non dice: “Così Cristo”, ma sottolinea: “Così anche Cristo”. Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.
Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.”

Dai Discorsi di Sant’Agostino, vescovo (Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495).

Rivelazioni di Dio Padre a Santa Ildegarda di Bingen: “L’eternità è il Padre, il Verbo è il Figlio, e il soffio che li connette è chiamato Spirito santo, e di ciò Dio ha posto il segno nell’uomo, in cui vi sono corpo, anima e razionalità.”

 

-Ildegarda di Bingen Dottore della Chiesa Universale-

Volevo condividere un pezzo tratto dal Libro delle opere divine. LIBER DIVINORUM OPERUM (Libro delle opere divine), scritta fra il 1161 e il 1173, Ildegarda in dieci visioni descrive la Creazione nel suo stretto rapporto con Dio, riprendendo l’immagine dell’uomo in una struttura complessa di rapporti fra microcosmo e macrocosmo.

“O uomo, guarda l’uomo: egli contiene in sé il cielo e le altre creature; è una forma e in lui tutte le cose sono implicite.”

 […]Ecco nel quarantesimo anno della mia esistenza, mentre ero avvinta dalla visione celeste, spaventata e tremante, vidi una gran luce dalla quale usciva una voce che mi diceva_ O fragile essere umano, cenere di cenere, putredine di putredine, parla e scrivi, secondo quanto ascolti e vedi[…]Le parole che dico non provengono da me, ma io le vedo in una suprema visione…Fin dalla mia infanzia, quando ero debole di ossa e di nervi e soffrivo nel sangue, sempre fin da allora, ho ricevuto le visioni… (Ildegarda di Bingen, “Vita”).

 

INNO ALLA FORZA DELLA VITA

“E vidi come nel centro dell’aria australe un’immagine nel mistero di Dio bella e mirabile, di forma simile a quella umana, il cui volto era così bello e splendente, che è più facile fissare il sole che non quel volto. Così parlò l’immagine, che comprendiamo essere l’amore, che rivela il suo nome come vita di fuoco della sostanza divina e narra i molteplici effetti della sua potenza sulle nature e le qualità delle creature: Io sono la suprema forza di fuoco che ho acceso tutte le scintille viventi, in nessuna cosa mortale ho posto il mio soffio, le distinguo nel loro essere, ed ho ordinato rettamente con le mie penne più alte – cioè con la sapienza che vola – il circolo che le circonda.

Io, vita di fuoco, fiammeggio sulla bellezza dei campi, risplendo nelle acque e ardo nel sole, nella luna e nelle stelle, e con l’aereo vento suscito tutte le cose, vivificandole con la vita invisibile, che tutte le sostiene.

Perché l’aria vive nella vegetazione e nei fiori, le acque scorrono come se vivessero, e il sole vive nella sua luce, e la luna, quando è quasi scomparsa, è riaccesa dalla luce del sole come per vivere di nuovo, e le stelle risplendono nel suo splendore come esseri viventi. Io ho posto le colonne che contengono tutto il globo terrestre e quei venti che hanno penne a loro sottomesse, cioè i venti più lievi, che con la loro levità fanno da sostegno ai più forti, affinché non si mostrino pericolosamente, come il corpo è a contatto dell’anima e la contiene, affinché non evapori. E come il soffio dell’anima tiene insieme con fermezza il corpo, affinché non muoia, così i venti più forti animano quelli a loro sottomessi, affinché essi possano svolgere debitamente il loro compito. Ed io, forza di fuoco, sono nascosta in essi, essi da me avvampano, come il respiro continuo dell’uomo, o come nel fuoco la fiamma che guizza.

 Tutte queste cose sono vive nella loro essenza, non possono morire, perché io sono la vita.

 E sono anche la razionalità, col vento della parola che risuona, da cui ogni creatura è stata fatta, ed in tutte ho immesso il mio soffio, affinché nessuna nel proprio genere sia mortale, perché io sono la vita.

Sono la vita nella sua integrità, non quella che manca alle pietre, non quella che fa nascere le fronde dai rami, non quella che ha radice nella forza virile, ma io sono la radice di ogni vivente.

La razionalità infatti è la radice, la parola che risuona fiorisce in essa. E poiché Dio è razionale, come potrebbe non operare? le sue opere giungono a perfetta fioritura nell’essere umano, che fece a sua immagine e somiglianza, ponendo in esso il segno di tutte le creature secondo la sua misura.

Nell’eternità, da sempre, Dio volle fare l’essere umano, la sua opera, e quando ebbe fatto quest’opera le dette tutte le creature perché facesse le sue opere con esse, allo stesso modo in cui Dio aveva fatto la propria opera, l’essere umano. Ma sono io il suo ministro, perché tutte le cose vitali ricevono da me il loro ardore; sono la vita che permane uguale nell’eternità, che non ha avuto inizio e non avrà fine, e Dio è la vita stessa che si muove ed opera, una sola vita in un triplice vigore. L’eternità è il Padre, il Verbo è il Figlio, e il soffio che li connette è chiamato Spirito santo, e di ciò Dio ha posto il segno nell’uomo, in cui vi sono corpo, anima e razionalità.”

Ildegarda di Bingen “Liber divinorum operum, pars I, visio I, PL 741C-744A”

Pieter Van der Meer: “Sento che la forza della fede cattolica s’impadronisce del mio cuore. Questa fede mi fa vedere Dio, mi libera dalla materia, rompe le mie catene, porta lo spirito come aquila verso la Luce.”

Lo scrittore olandese Pieter Van Der Meer, amico e confidente di Léon Bloy (1846-1917) e del Maritain (1882-1972), molto legato al grande pensiero cristiano francese della prima metà di questo secolo,  convertitosi al cattolicesimo, attraversò periodi di crisi violentee si chiedeva che cosa fare per trovare la pace.

 

Pieter Van der Meer, dal “Diario di un convertito”, Milano 1969, Pag. 148-149-202:

Pellegrinaggio di un’anima

-In attesa,  Scruto l’anima come un dannato-

“Solo, col cuore che sanguina e con l’anima che piange”

Forse è meglio non cercare, non riflettere, vivere senza problemi, senza la tortura di questi eterni quesiti che non hanno risposta: meglio vivere da bestia soddisfatta.

Ho l’anima lacerata dall’incertezza. Posso chiamare bianco il nero, ridermi delle cose sacre, prenderle in ridicolo: nulla me Io impedisce. Mi compiaccio di questi cattivi pensieri e vorrei possedere la purezza di un bambino. Quale tormento non sapere a chi chiedere, dove trovare un medico per l’intelligenza e per il cuore!

Sciocchezze. La vita è un gioco da prendere sorridendo. Ecco il solo mezzo per non disperare.

Che cosa sono la felicità, questo nostro bambino che cresce? Gran belle cose, senz’altro: ci aiutano e ci danno forza. Ma perché non mi danno tanta forza di modo che possa scacciare questa crudele inquietudine e questo problema che continuamente mi tormenta? Perché Vivo?

Non accade nulla: nulla che mi interessi. Vivo nell’attesa. Da sempre, la mia vita è attesa di qualcosa, d’una catastrofe, d’una gioia, di qualcosa che sia grande e bello… Non ho avuto l’ambizione o il desiderio di occupare una carica, un posto di responsabilità. Vivo per qualcosa d’altro. Non so che cosa sia quest’altro, ma vivo nell’attesa di qualcosa.

Ho visto diversi amici, ho parlato con persone di cultura, ma non ho imparato nulla. Io cerco le verità fondamentali e queste persone invece accettano la vita in modo passivo.

Chi sono io? Io e tutti gli altri che, mai soddisfatti come me, spingiamo sogni e desideri verso mondi sconosciuti? Cerchiamo forse qualcosa che abbiamo perduto?

Perché non mi accontento di quanto sta davanti a me, vero, palpabile, reale? Perché il mio spirito invoca l’Infinito, l’Eternità? È stupido cercare una risposta, si perde tempo. Ma perché allora questi problemi mi assalgono furiosi come una tempesta?

La nostra vita non dura più di un attimo, portiamo nel cuore la tempesta selvaggia delle passioni, siamo torturati dai desideri e dalla speranza, vogliamo raggiungere l’impossibile e tenerlo ben fermo tra le mani. Interroghiamo il passato, leggiamo quello che gli uomini hanno scritto, ma non comprendiamo. Interroghiamo la terra ‘ il cielo, gli astri, gli abissi dello spazio e gli abissi dell’anima; piangiamo di nostalgia e di compassione davanti ad ogni cosa bella, compiamo gesti di passione ardente e poi, all’improvviso, restiamo freddi, immobili. Più nulla, più nulla…

Tutte le strade sono mie, ma sento in me l’incertezza. Contemplo questa tragica bellezza di creatura abbandonata, mi accorgo di vivere come un re in esilio cosciente della sua forza e della sua debolezza, tremo di estasi e di spavento quando guardo la Via Lattea, nutro la mia disperazione con la certezza che non potrà mai liberarmi dalla materia che mi tiene prigioniero, e tremo. Dove troverà la terra promessa della felicità e della pace?

-Una lama di luce-

Ho visitato Notre-Dame: è tutta bella. Belli i portali pieni di ombra, le torri potenti, la nobile magnificenza delle proporzioni armoniose e audaci, la gravità di sapersi casa di Dio. Ogni forma architettonica racchiude un’idea: ho capito in questa chiesa che cosa è la dirittura interiore, il legame tra bontà visibile e mondo spirituale… Non c’era nessuno nella chiesa. Dall’alto degli archi, già nascosti dall’ombra, scendeva sulla mia anima inquieta una stranissima pace.

Ora sono solo: mi siedo e penso. Non capisco nulla della vita. Se Dio non esiste, se l’idea di Dio è stata creata dall’uomo per il bisogno di vincere la solitudine, ripudiare e calpestare le gioie della vita è ridicolo e assurdo. Ma qui, in questo convento, trovo tranquillità e pace, sento che i pensieri si volgono all’anima, capisco che la mia vita e quella di uomini come me è un’esistenza caotica, cieca e senza meta: qui capisco che fino ad oggi sono vissuto per cose effimere, che mi sono accontentato di ciò che passa.

Le parole non bastano a descrivere quello che ho provato e quanto ancora brucia in me di luce forte edolce. Ho intravisto un abisso, un vortice luminoso e accecante. Penso alla fede e capisco che essa è nemica del dubbio e delle questioni inutili. Mi pare di udire una voce: tieni in alto i pensieri e sii pronto. La luce può manifestarsi nel momento più buio della disperazione e perciò conquistarci sull’orlo della felicità. Sii vigilante.

Ho paura; il palazzo della mia gioia trema dalle fondamenta: questa mia emozione non è forse frutto della bellezza? Non mi sono forse lasciato commuovere da un magnifico poema? E se queste mie parole non fossero altro che il vestito esteriore di un sogno bello ma vano e inutile?

Questo mio spirito ha sete di certezza, vuole una realtà che Io soddisfi in tutto. Potrà lddio appagarmi?…

Dio è il desiderio che l’uomo ha dell’infinito, del bello, del sublime. Dio esiste soltanto nella mente dei sognatori e delle anime semplici. Ma perché allora sentiamo la nostalgia di vette inaccessibili? Perché questo interrogativo ci tortura? Chi ha posto nel nostro spirito questa domanda, chi ci fa sentire il desiderio inderogabile d’una risposta? Se il mondo è materia, di dove hanno origine l’intelligenza e questa furiosa ricerca di una soluzione?

Mi fanno impressione la gioia e il rispetto con cui nostro figlio entra in chiesa, i suoi occhi di fanciullo si posano su tutto e vogliono la spiegazione di ogni particolare. Qualche giorno fa mi disse: « Papà, perché noi non ci inginocchiamo mai? ».

Ciò che non è Dio non dà gioia all’uomo: è passatempo, superficialità, menzogna; non accontenta il nostro sentimento né il nostro desiderio di Bellezza. Ho conosciuto in questo albergo una strana signora non più giovane: viene dall’America e una sera, seduta al mio tavolo, m’ha raccontato la sua vita. Non ha amici né parenti… ma si, un amico Io possiede, ben prezioso, e me Io mostra: il libretto degli assegni. Dice di annoiarsi… Viaggia senza meta, spinta dall’inquietudine, senza gioia.

-Ecco perché ho speranza-

Non penso al denaro, non desidero essere riverito, non bramo il piacere. Che cosa voglio dunque? Il lavoro, la bellezza e quelle ore di calma durante le quali, come bambino spaurito, cerco il significato del mondo: sono le uniche realtà che fanno tacere la mia inquietudine. Talvolta mi sento abbagliato da una luce improvvisa. Ecco perché ho speranza.

Mi pare di contemplare l’anima in uno specchio e di camminare oltre questa porta, verso l’eternità divina. Il mio cuore è un incendio, soffro, eppure provo una grande gioia: il pensiero corre ai miei morti, scruta la terra, la vita, gli spazi infiniti; l’inquietudine si placa, posseggo per un attimo la certezza, ho fiducia, mi sento vicino all’Assoluto.

Chi ha ragione? Queste donne che hanno rinunziato a quanto noi stimiamo indispensabile -amore, libertà, figli, gloria -, che si sono consacrate a Dio, che allontanano il desiderio che sempre rinasce, che pregano e cantano la gloria dell’Essere invisibile? Oppure noi che nella dispersione di ogni giorno gridiamo con pianto disperato, noi che attendiamo nel domani il compiersi della nostra speranza, che soffochiamo l’angoscia con gioie raffinate, che ci accechiamo alla luce cruenta del mondo visibile?

Alcuni giorni orsono, mentre ero nella  chiesa delle Benedettine, ho sentito un tuffo al cuore: Dio esiste, immenso, eterno, principio e fine di ogni cosa; in quel momento avevo la certezza che un giorno tutto sarà armonia, sentivo fiducia e gioia.

La vita è buia e impenetrabile. Non posso liberarmi dal tormento che distrugge la certezza, eppure sento che la forza della fede cattolica s’impadronisce del mio cuore. Questa fede mi fa vedere Dio, mi libera dalla materia, rompe le mie catene, porta Io spirito come aquila verso la luce. Dio mio, non è possibile che tutto sia inutile, che la vita sia un sogno della nostra fantasia: si, Dio esiste, Dio è il centro del mondo.

-Voglio trovare Dio oltre le parole-

Mi piacciono gli uomini che cercano, quelli che indagano, gli uomini che non si accontentano delle cose comuni, che gridano verso Dio.

So che cos’è questa follia di grandezza. Non mi accontento della vita di tutti i giorni. Io voglio Dio.

Ecco la salvezza: credere che la vita ha un senso, credere che è basata su di un solido fondamento. Colui che vive nel raccoglimento e che non si lascia stordire dalle cose e dagli uomini, colui che guarda al di là delle apparenze deve convincersi dell’esistenza di un Principio, deve accettare l’ordine, la presenza dello Spirito di Dio. Io ho provato la calma di questi momenti di certezza; sento, sulle rovine del cuore, il grido di questa indistruttibile speranza.

Quanto deve essere profonda la gioia di colui che, all’improvviso, dopo aver camminato a lungo e cercato la pace inutilmente, capisce che lui pure è figlio di un Padre che lo conosce e che lo ama, e non un atomo sperduto nell’immensità dello spazio! Quest’uomo camminava disperato nel vuoto, e ora la coscienza gli dice con parole di fuoco che la sua vita non è inutile, che Dio lo vede, che Gesù lo ama, che la sua angoscia è compresa e amorevolmente seguita da una mano divina.

Accetto. Voglio la verità. Il mio spirito è conquistato da queste cose meravigliose. Come uomo non capisco, ma l’anima sente. Mi abbandono a Dio.

Mi pare di destarmi da un sogno: dopo lungo errare attraverso la notte vuota e oscura, ho ritrovato l’anima. Recito il Pater, e al suo confronto tutta la scienza dell’uomo mi pare vuota e assurda. L’anima ha fame, e la semplice preghiera insegnata da Gesù ha il potere di saziarla. Traccio il segno di Croce, e sento in me la pace. Non capisco, non so spiegare, ma questa è la realtà. Mi sento infinitamente debole e immensamente grande. Ero arido al pari della terra bruciata, ed ecco che la pioggia benefica mi irrora. Che cosa ho fatto per meritare questo dono? Perché è stato concesso a me e alla mia famiglia e non ad altri? Ho cercato a lungo una risposta ai problemi e non ho capito questa semplice verità: basta mettersi in ginocchio, offrire il cuore a Dio e ogni mistero si fa luminoso come il sole.

Tutto è mutato in me. Quello che prima giudicavo degno di grande attenzione ora non mi interessa più. Ripenso al tempo passato e non mi riconosco: ero io l’infelice, l’inquieto che cercava con ansia e che giocava con la sua angoscia perché non trovava pace? Ero io l’ignorante che tentava di saziare la sua fame di Dio con cibi terreni e che ingannava se stesso con menzogne nutrite d’orgoglio? Si, ero proprio io. La disperazione mi faceva sanguinare, gli uomini che incontravo mi davano la sensazione del caos, eppure giudicavo la religione come il sogno fatuo, sorpassato e inutile, di uomini fuori tempo, e mi credevo generoso e sapiente perché ero disposto ad accordare diritto di cittadinanza a tutte le idee. Ero ridicolo e cieco. Ora invece vedo. Sono in ginocchio e inizio così la mia nuova vita.

 

PIETER VAN DER MEER (1880-1970) è stato una delle più forti figure della rinascita cattolica olandese contemporanea. Dopo una giovinezza scettica, ma nella costante ricerca di valori autentici, l’ansia di superare le sue inquietudini e il desiderio di una completa certezza lo spinsero alla fede cattolica e alla conversione. La sua straordinaria avventura spirituale è proposta in intense pagine di arnore e di fede che costituiscono la nurnerosa raccolta dei suoi scritti, tra,i quali sono stati pubblicati dalle Edizioni Paoline: La verità vi renderà liberi (1973); Diario di un convertito (19757), dal quale vengono estratti i seguenti brani; Uomini e Dio (19757); Il paradiso bianco (1975 2 ); Tutto è amore (1974′); La Terra e il Regno (1975′.).

Don Dolindo Ruotolo, Il Sacramento del perdono: “Il Cuore di Gesù è il medico dell’umana infermità, e chi va a Lui è risanato, risale all’altezza della sua nobiltà, e la stessa sua miseria gli si muta in bene ed in merito.”

 

-Il Sacramento del perdono- Don Dolindo Ruotolo:

“Il mondo non è che un immenso ospedale di infermità, la cui radice è sempre nel peccato maledetto, perché ogni male morale o fisico deriva solo dal peccato.

Dio ha fatto tutto nell’ordine, e quello che è uscito dalle sue mani è perfetto nel genere suo; il peccato, essendo l’allontanamento della creatura da Dio, la sostituzione della creatura a Dio, non può portare con sé che il disordine, ed allora l’uomo perde quella forza dominatrice che ha ricevuta, cade in un ordine inferiore, e con lui trascina anche tante creature che domina o che hanno con lui una relazione più o meno prossima.

Le leggi della provvidenza non sono turbate, per la potenza di Dio che si serve anche del male per ritrarne il bene, ma l’uomo risente in tanti modi gli effetti della sua caduta. L’ordine della provvidenza per lui è veramente turbato, ed egli non trova più pace, è agitato internamente, è sopraffatto anche esternamente dai malanni e dal dolore.

Il Cuore di Gesù è il medico dell’umana infermità, e chi va a Lui è risanato, risale all’altezza della sua nobiltà, e la stessa sua miseria gli si muta in bene ed in merito. La tribolazione, per l’anima che vive di Lui ed in Lui, si muta in vita, perché diventa un complemento della sua passione nell’anima stessa. E in Lui che tutto rifluisce e tutto si trasforma.

Abbiamo mai considerato il mistero della remissione del peccato? Come è che il peccato che è un fatto storico, un fatto che è sempre reale nell’infinità di Dio, come è che è annullato e perdonato? Cerchiamo di meditarlo e di capire questo grande mistero.

Quando l’uomo ritorna a Dio per la penitenza, non fa che rimettere in Gesù Redentore il triste fardello delle sue colpe. E’ la Passione di Cristo Gesù che trasforma ed assorbe queste miserie, ed il fatto storico del male diventa fatto storico della sua Passione. Gesù ha caricato sopra di Sé tutte le iniquità umane, fino alle ultime che si consumeranno sulla terra, ed in Sé le ha annientate per l’amore; le ha mutate, per il sacrifizio, in un’armonia di giustizia e di riparazione.

Noi, per il Sacramento della penitenza ci congiungiamo a Lui, e diventiamo veramente una parte del suo corpo immolato; logicamente, quindi, il peccato, in questo modo, non è solo coperto, ma è annientato nel Sangue e nell’amore di Cristo. Il fatto storico che è incancellabile diventa una delle attività della sua Passione, quindi rimane come fatto storico, ma rimane in Lui, rimane come attività del suo amore.

Questo è il grande segreto del mistero della espiazione del peccato e della sua remissione. Alcuni eretici dissero che il peccato era solo coperto; ignoravano completamente la natura ed il valore del sacrifizio di Gesù.

Per intendere questa grande verità, immaginiamo una macchina che è capace di trasformare ogni cosa putrefatta nei suoi elementi puri. Noi vi gettiamo dentro una carogna di animale e la macchina lavora, tritura quell’ammasso impuro, geme essa stessa e raccoglie il fetore di quella carogna; ma da essa non viene fuori poi che un elemento chimico puro.

Finché la carogna è fuori della macchina, mette orrore; ma basta che si congiunga alla macchina, che subito la stessa sua putrefazione si trasforma, e quello che prima nauseava, ecco diventa un bene. Allora l’animale morto non esiste più storicamente, ma diventa materia prima del lavoro della macchina. Così succede nella remissione dei peccati. L’uomo pecca ed è un ammasso di disordine; è un fatto reale il suo peccato, ed il fatto non può cancellarsi.

L’uomo si pente; il suo dolore ha reso già il peccato un’occasione per rivolgersi a Dio; esso non è più il male che divideva da Dio, ma è la spinta che risolleva a Dio! E’ la base della umiltà che fa riconoscere alla creatura il suo nulla. Il peccatore riceve il Sacramento della penitenza e si congiunge alla passione di Gesù; il suo peccato era stato già da Lui raccolto e trasformato in amore nel suo Cuore; il peccatore, quindi, nel congiungersi con Lui, non trova più la miseria, ma la sua attività espiatrice, che è solo amore a Dio; ed ecco che non rimane più il peccato, ma rimane la giustizia, e l’uomo è giustificato e vive in Lui e per Lui.

Il pentimento naturale del male fatto non porta la pace nell’anima, mentre l’assoluzione sacramentale ci porta la gioia. Questa gioia, questa soddisfazione non è la gioia effimera di chi si libera da un segreto dell’anima, perché spesso con tanti si confessano le proprie colpe; a tanti si confidano, ed in tanti modi, le proprie miserie, senza averne pace; quella soddisfazione è la percezione precisa, spesso subcosciente di un bene, di una ricchezza ricevuta… è la soddisfazione dell’anima che non sente più il peso del peccato perché il peccato è giustificato in Gesù Redentore, si è mutato, è stato trasformato. L’uomo si sente giusto, non ha più rimorso, ha la pace, perché Gesù accolse il suo fango, e lo mutò nel suo Sangue in ricchezza luminosa di cristallini lucenti nell’infinito sole.

Quale meraviglia è dunque la remissione di un accenno soltanto di questa meraviglia, un peccato! che in realtà sarà oggetto di eterna contemplazione, poiché in Cristo appariranno tutti i peccati del mondo, trasformati in amore. Questo è il glorioso trionfo di Dio sul male; questo è il debellamento completo di satana.

I nostri peccati e gli atti della penitenza sono, diciamo, la materia del Sacramento della Penitenza. Oh, come la Chiesa è sublime e precisa in ogni suo insegnamento! La materia prima che Gesù lavora, che con la formula nuova si trasforma per Lui ed in Lui e diventa ricchezza, amore e pace. La penitenza che a noi impone la Chiesa è parte integrante del Sacramento, perché è diretta al nostro utile, a completare quella piena unione col Cristo, che è rara tra i fedeli, a risanare le piaghe nostre.

Così, quando l’acqua di un pantano si è cristallizzata, soffia il vento benefico e gelido, che spazza via gli ultimi miasmi che ancora ammorbavano l’infetta palude. Oh, quali miracoli di amore in una sola assoluzione! Noi possiamo sempre confessare i peccati più gravi passati, anzi in ogni confessione li confessiamo con un’accusa generale, recitando il Confiteor. Che cosa produce questa confessione di peccati già rimessi? Noi li depositiamo novellamente in Cristo Redentore, e questo è un novello atto di fiducia che aggiunge novella grazia alla giustificazione già avuta, perché rende più intimo il nostro amore e la nostra unione con Lui. Ricordando i peccati passati noi ci umiliamo, e facciamo fiorire l’anima nostra di novelli fiori, e raccogliamo come una folata di vento e di profumo dalla sua attività redentrice.

Oh, l’amore di Dio quanto è grande nella giustificazione di un’anima! Se meditiamo questa parola intenderemo quanto Egli ci ha amati e quanto ci ama!”

(Don Dolindo Ruotolo)

San Romano il Melode: “Rifletti, anima, all’esame che il Giudice farà della tua vita”

-San Romano il Melode-

 

Rifletti, anima, all’esame che il Giudice farà della tua vita.

Ricordati dei gemiti del Pubblicano, dei lamenti della peccatrice, e grida tu in pentimento:

“Per le preghiere dei Santi, concedi il perdono, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini”

 

1. Molti sono stati i mortali che hanno conosciuto il tuo amore per gli uomini, che il pentimento ha reso manifesto: hai giustificato il Pubblicano che gemeva e la peccatrice che versava lacrime. Tu guardi infatti all’intenzione di ognuno ed accordi il perdono. Come a loro, dona la conversione anche a me, ricco in misericordia quale sei, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

2. L’anima mia si è macchiata e si è rivestita della tunica dei peccati. Tu stesso donami di versare dai miei occhi acque a torrente, che possano purificarla per mezzo del pentimento. Rivestimi della tunica bianca degna delle tue nozze, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

3. Il mio tempo sta per ultimarsi ed il terribile trono è già preparato. La vita passa ed il giudizio sta per sopraggiungere, minacciandomi del supplizio del fuoco e della fiamma inestinguibile. Mandami pioggia di lacrime e arrestane tu l’irruenza, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

4. Compatisci la mia voce, come a figliuol prodigo, o Padre celeste. Perché io cado avanti a te e grido come quello fece: «Padre, ho peccato». Non mi ricusare, o mio Salvatore, quantunque sia tuo figlio indegno. Concedi piuttosto che i tuoi angeli si rallegrino anche per me, o Buono, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

5. Per la grazia hai fatto di me figlio tuo ed erede. Io invece ti ho offeso, sono divenuto prigioniero e, vendendomi al barbaro peccato mi sono fatto anche schiavo, me misero! Abbi compassione della immagine tua e richiamami , o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

6. Il cattivo, sempre all’erta, mi ha depredato vedendomi svagato nell’indolenza. Quel ladro, pessimo, ha ingannato la mia intelligenza, ha catturato il mio spirito ed ha saccheggiato il tesoro della grazia tua. Ma rialza tu quel caduto che io sono e richiamami, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

7. Ho necessità del tuo aiuto, come Pietro sbattuto di qua e di là dal moto ondoso delle acque del mare. Procedendo sull’oceano della vita sto per essere sommerso. Perciò mi affretto avanti a te. Si avvicini a me la tua mano e mi salvi, Signore. Come facesti a Pietro per il mare, estrai me dalla tempesta dei mali, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

8. Ho ascoltato la voce del Profeta che mi esorta alla salvezza. Dicendo che tu ti accosti a quanti ti invocano egli mi sollecita a gridare senza pausa verso di te e a sollecitarti al mio soccorso. Ricorda le tue misericordie e sollevami, qual Dio che vuoi salvare tutti gli uomini.

9. Salvatore, riconosco in te il liberatore che assolve tutte le mie cattive azioni. Cancella i miei peccati, conferma il tuo perdono, tu che sai tralasciare la memoria dei mali. Strappa il mio titolo di condanna, e liberami. Tu sei infatti, Signore, il mio Re e mio Dio, che vuoi salvare tutti gli uomini.

10. O mia leggerezza! Ho paura, e, neppure pensando al gemito che farà seguito, io divengo saggio. Mi sconvolge l’idea della punizione e vado commettendo opere di punizione meritevoli. Temo di essere castigato e non mi astengo dal peccare. Presto, donami per una volta almeno il ravvedimento, o unico Salvatore, che vuoi salvare tutti gli uomini.

11. Ahimè! poco mi addoloro del peccato, illudendomi in un rimedio caduco. Questo mi appare favorevole, ma nella realtà mi accusa. Sembra consigliarmi per il mio bene, ma mi accorgo che è una insidia: ha fretta di vedermi affondare. Liberamene, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

12. Sempre mi affliggo di nascosto, perché la coscienza mi rimorde, e ho un giudice personale che mi accusa e mi impaurisce prima ancora di essere sottomesso al castigo eterno. Perciò, finché sono quaggiù, correggimi e poi, di là risparmiami, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

13. È ora il tempo del pentimento per quanti vogliono rendere fruttuoso il talento . Il mercato è ancora in corso ma io non mi do da fare per avvantaggiare la mia moneta sul tempo del lavoro e sul sollievo dalla fatica. Prima che sia troppo tardi, dammi la conversione, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

14. La parola di Paolo mi sollecita a perseverare nella preghiera e ad aspettare te. Confido dunque e mi raccolgo in preghiera, perché conosco bene le tue misericordie: tu sarai il primo a venirmi incontro e a prestarmi aiuto. Se tu tardi è nel solo fine di darmi il compenso della perseveranza, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

15. Dammi la capacità di cantare te e di glorificarti sempre attraverso una vita pura. Degnati di farmi armonizzare opere e parole, o Onnipotente; possa io cantare e ricevere da te quanto a te chiedo! Accordami di offrire una preghiera pura a te, unico Cristo, a te che vuoi salvare tutti gli uomini.

(San Romano il Melode “Inni”)

La Santa Eucaristia: “Fa che l’anima mia abbia fame di te, pane degli Angeli, ristoro delle anime sante, pane nostro quotidiano, pane soprannaturale che hai ogni dolcezza ed ogni sapore e procuri la gioia più soave”

-Il Santissimo Sacramento è la base, il fondamento della Chiesa-

«Io non sapevo neppure chi fosse il Cristo, non sapevo che Egli è Dio. Non avevo la minima idea che esistesse qualcosa come il Santissimo Sacramento. Credevo che le chiese fossero semplicemente luoghi dove la gente si riunisce per cantare qualche inno. E tuttavia io dico a voi che siete quel che io fui un tempo, a voi increduli, che è quel Sacramento e soltanto quello, il Cristo che vive tra noi, sacrificato da noi, e per noi e con noi, nel puro ed eterno sacrificio, è soltanto Lui a tenere unito il mondo, a impedirci dal piombare subito, a capofitto, nell’abisso della nostra eterna distruzione. E io dico che da quel Sacramento deriva una forza di luce e di verità capace di penetrare sin nei cuori di coloro che di Lui non hanno mai sentito parlare e sembrano incapaci di credere».

(Thomas Merton, “La montagna dalle sette balze”)

«Quanta gente dice oggi: “Vorrei vedere il volto di Cristo, i suoi lineamenti, le sue vesti, i suoi sandali”. Ebbene, è Lui che vedi, che tocchi, che mangi! Desideri vedere le sue vesti; ed è Lui stesso che si dona a te non solo per esser visto, ma toccato, mangiato, accolto nel cuore. Nessuno dunque si avvicini con indifferenza o con mollezza; ma tutti vengano a Lui con l’anima ardente di amore».

(San Giovanni Crisostomo)

«Il Santissimo Sacramento è la base, il fondamento della Chiesa. Senza il Santissimo Sacramento la Chiesa scompare, perché tutta la Chiesa è scaturita da questa Cena e avanza verso questa Cena che ha per scopo di farci partecipare alla Cena eterna, vale a dire a un’unione totale con Dio».

(P. Théodossios-Marie de la Croix, “Resta con noi Signore. Omelie e insegnamenti sull’Eucaristia”)

 

Preghiere alla
Santa Eucaristia

“Alla mensa del tuo dolcissimo convito, o pio Signore Gesù Cristo, io, peccatore e privo di meriti, mi accosto tremante, solo confidando nella tua misericordia e bontà. Anima e corpo ho macchiati di molte colpe, la mente e la lingua non ben custodite. Dunque, o pio Signore, o terribile maestà, io misero, stretto fra le angustie, ricorro a te, fonte di misericordia, a te mi affretto per essere risanato, sotto la tua protezione mi rifugio. Quello che non posso sostenere come Giudice, sospiro di averLo come Salvatore.

A te, o Signore, mostro le mie piaghe, a te scopro la mia vergogna. Conosco i miei peccati, che sono molti e grandi, per i quali io temo. Spero nelle tue misericordie senza numero. Guarda dunque verso di me con gli occhi della tua clemenza, o Signore Gesù Cristo, Re eterno, Dio e uomo, che per l’uomo fosti crocifisso. Esaudiscimi, poiché spero in te, abbi misericordia di me pieno di miseria e di peccati, tu che non cesserai mai di far scaturire la fonte della misericordia. Salve, o vittima della Salvezza, offerta sul patibolo della Croce per me e per tutto il genere umano. Salve, o nobile e prezioso Sangue, che sgorghi dalle ferite del mio crocifisso Signore Gesù Cristo e lavi i peccati di tutto il mondo. Ricordati, o Signore, della tua creatura, che hai redento col tuo Sangue. Mi pento di aver peccato e desidero di rimediare a ciò che ho fatto. Togli dunque da me, o clementissimo Padre, tutte le mie iniquità ed i miei peccati, affinché, purificato di mente e di corpo, meriti di gustare degnamente il Santo dei santi; e concedimi che questa santa partecipazione del Corpo e del Sangue tuo, che io, sebbene indegno, intendo di ricevere, sia remissione dei miei peccati, perfetta purificazione dei miei delitti, fuga dei cattivi pensieri, rigenerazione dei buoni sentimenti, salutare efficacia di opere che ti piacciano, sicura tutela dell’anima e del corpo contro le insidie dei miei nemici. Così sia.”

(Preghiera di Sant’Ambrogio)

 

“Trafiggi, o dolcissimo Signore Gesù, la parte più intima dell’anima mia con la soavissima e salutare ferita dell’amor tuo, con vera, pura, santissima, apostolica carità, affinché continuamente languisca e si strugga l’anima mia per l’amore e il desiderio di te solo. Te brami, e venga meno presso i tuoi tabernacoli, e sospiri di essere sciolta (dai lacci del corpo) e di essere con te. Fa’ che l’anima mia abbia fame di te, pane degli Angeli, ristoro delle anime sante, pane nostro quotidiano, pane soprannaturale che hai ogni dolcezza ed ogni sapore e procuri la gioia più soave. Di te, che gli Angeli desiderano di contemplare incessantemente, abbia fame e si sazi il cuor mio, e della dolcezza del tuo sapore sia riempita la parte più intima dell’anima mia: abbia ella sempre sete di te, fonte di vita, fonte di saggezza e di scienza, sorgente dell’eterna luce, torrente di delizie, dovizia della casa di Dio. Te sempre ambisca, te cerchi, te trovi, te si prefigga come meta, a te giunga, a te pensi, di te parli e tutte le cose faccia ad onore e gloria del tuo nome con umiltà e con discernimento, con amore e con piacere, con facilità e con affetto, con perseveranza che duri fino alla fine. E tu solo sii sempre la mia speranza e la mia fede, la mia ricchezza e il mio diletto, la mia gioia, il mio gaudio, il mio riposo, la mia tranquillità, la mia pace, la mia soavità, il mio profumo, la mia dolcezza, il mio cibo, il mio ristoro, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia scienza, la mia parte, il mio bene, il mio tesoro, nel quale fissi e fermi, con salde radici, rimangano la mente ed il cuor mio.”

(Preghiera di San Bonaventura)

 

“Ti rendo grazie, o Signore santo, Padre Onnipotente, eterno Dio, che non certo per i miei meriti, ma per solo effetto della tua misericordia ti sei degnato di saziare, col prezioso Corpo e col Sangue del Figlio tuo signor nostro Gesù Cristo, me peccatore, indegno tuo servo. Ti prego che questa santa comunione non sia per me un reato degno di pena, ma valida intercessione per ottenere il perdono. Sia essa per me armatura di fede e scudo di buona volontà. Sia liberazione dei miei vizi, sterminio della concupiscenza e delle passioni, aumento di carità, di pazienza, di umiltà, di obbedienza, di tutte le virtù, sicura difesa contro le insidie dei miei nemici tanto visibili quanto invisibili, assoluta tranquillità delle passioni carnali e spirituali, perfetto abbandono in te, unico e vero Dio, felice compimento del mio fine. E ti prego affinché ti degni di condurre me peccatore a quell’ineffabile convito dove tu col Figlio tuo e con lo Spirito Santo sei luce vera ai Santi tuoi, sazietà piena, gioia eterna, gioia completa, felicità perfetta. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.”

(Preghiera di San Tommaso d’Aquino)

 

“Onnipotente, eterno Iddio, mi accosto al sacramento dell’unigenito Figlio tuo, il Signore nostro Gesù Cristo: mi accosto come l’infermo al medico che gli ridona la vita, come l’immondo alla fonte della misericordia, come il cieco alla luce dello splendore eterno, come il povero e il bisognoso al Signore del cielo e della terra. Prego dunque la tua grande ed immensa generosità perché ti degni di curare il mio male, di lavare le mie macchie, di arricchire la mia povertà, di vestire la mia nudità, affinché riceva il pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei signori con tanta riverenza ed umiltà, con tanta contrizione e devozione, con tanta purità e fede, con tali propositi e buone intenzioni, quanto occorre alla salute dell’anima mia.

Dammi, ti prego’ di ricevere non solo il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la grazia e la virtù del sacramento. O mitissimo Iddio, concedimi di ricevere il Corpo dell’unigenito Figlio tuo, Signore nostro Gesù Cristo, che nacque dalla Vergine Maria, in modo che meriti di essere incorporato al suo mistico corpo, e di essere annoverato fra le membra di lui. O amantissimo Padre, concedimi di contemplare finalmente a viso aperto per l’eternità, il diletto Figlio tuo, che intendo ricevere ora nel mio terrestre cammino, sotto i veli del mistero, Colui che teco vive e regna in unione con lo Spirito Santo. per tutti i secoli dei secoli. Amen.”

(Preghiera di San Tommaso d’Aquino)

 

“Signor mio Gesù Cristo, che per l’amore che porti agli uomini, Te ne stai notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e di amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarti, io Ti credo presente nel Sacramento dell’Altare. Ti adoro nell’abisso del mio niente, e Ti ringrazio di quante grazie mi hai fatte; specialmente di avermi donato Te stesso in questo Sacramento, e di avermi data per Avvocata la tua Santissima Madre Maria e di avermi chiamato a visitarti in questa chiesa. Io saluto oggi il tuo amantissimo Cuore ed intendo salutarlo per tre fini: primo, in ringraziamento di questo gran dono; secondo, per compensarti di tutte le ingiurie, che hai ricevuto da tutti i tuoi nemici in questo Sacramento: terzo, intendo con questa visita adorarti in tutti i luoghi della terra, dove Tu sacramentato te ne stai meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io ti amo con tutto il cuore. Mi pento di aver per il passato tante volte disgustata la tua Bontà infinita. Propongo con la tua grazia di non offenderti più per l’avvenire: ed al presente, miserabile qual sono, io mi consacro tutto a Te: ti dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi in avanti fai di me e delle mie cose tutto quello che ti piace. Solo ti chiedo e voglio il tuo santo amore, la perseveranza finale e l’adempimento perfetto della tua volontà. Ti raccomando le anime del Purgatorio, specialmente le più devote del Santissimo Sacramento e di Maria Santissima. Ti raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvator mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del tuo amorosissimo Cuore e così uniti li offro al tuo Eterno Padre, e lo prego in nome tuo, che per tuo amore li accetti e li esaudisca. Così sia.”

(Preghiera di Sant’Alfonso Maria de Liguori)

 

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