61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE! UN LIBRO IMPERDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

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DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

MIRACOLO A SIENA PER L’INTERCESSIONE DI FULTON SHEEN? “Un Sacerdote intossicato dal monossido di carbonio si salva grazie al Cielo”

Intossicato dal monossido di carbonio si salva grazie al Cielo

Don Oscar Ziliani era a Siena quando è finito in coma. Ne è uscito in modo sorprendente, i medici: «Un esito non scontato». Gli effetti di una catena incessante di preghiere rivolte anche al venerabile Fulton Sheen. Il racconto di una storia straordinaria nel reportage di Raffaella Frullone.

-Dal giornale “Il Timone”, numero 216 di Aprile 2022-

«Ma io sono risorto vero?». Don Oscar Ziliani si è rivolto così, da un letto d’ospedale, a un medico, poco dopo il suo risveglio dal coma. «Ho avuto subito questa percezione netta, senza sapere praticamente nulla di quello che era successo, non sapevo nemmeno dove fossi e che giorno fosse, un’esperienza fortissima».  

Era il 17 gennaio di quest’anno, don Oscar si trovava nel reparto di terapia intensiva e rianimazione dell’ospedale di Grosseto, dove era stato ricoverato 8 giorni prima per una gravissima intossicazione da monossido di carbonio. Ma riavvolgiamo il nastro. Don Oscar Ziliani ha 56 anni ed è parroco di Vezza D’Oglio, comune con poco meno di 1.500 abitanti in Valle Camonica, provincia e diocesi di Brescia. Agli inizi di gennaio insieme a un confratello, don Ermanno Magnolini, decide di trascorrere un paio di giorni di riposo e preghiera a casa di un comune amico, don Alessandro Galeotti, anche lui sacerdote bresciano ma parroco a Quercegrossa, vicino a Siena. I due arrivano a destinazione il pomeriggio del 10 gennaio e la sera i tre sacerdoti cenano insieme nei locali della canonica nuova di Quercegrossa – di recente costruzione, attaccata alla chiesa parrocchiale – dove don Galeotti ospita parenti e amici di passaggio, mentre lui risiede nella vecchia canonica. I tre si danno poi appuntamento la mattina seguente, alle 8.30, per la Messa. Ma don Oscar e don Ermanno non si presentano all’appuntamento.

«Al momento non mi sono preoccupato più di tanto, ho pensato che avessero deciso di dormire un po’ di più -spiega don Galeotti – così ho celebrato la Messa e subito dopo sono andato a Siena per una seduta di fisioterapia. Tornando ho chiamato i miei amici: don Oscar non rispondeva, don Ermanno mi ha risposto ma in modo decisamente poco lucido, così mi sono insospettito, ho cominciato a pensare che qualcosa non andasse e con un’altra chiave sono entrato in canonica. Erano circa le 11.45». 

Don Galeotti trova don Oscar in una stanza privo di sensi e don Ermanno in un’altra in stato confusionale, entrambi sporchi di vomito. Pensa a un’intossicazione alimentare e subito chiama i soccorsi. Non appena i sanitari del 118 varcano la soglia della canonica i sensori che portano sul camice iniziano a segnalare la presenza di monossido di carbonio. Vengono chiamati i vigili del fuoco, mentre le ambulanze, caricati i due preti, partono a sirene spiegate verso l’Ospedale Misericordia di Grosseto, che con la sua camera iperbarica è un punto di riferimento a livello regionale per casi simili. Sulla caldaia della canonica nuova erano stati eseguiti tutti i controlli previsti, tutto sembrava in ordine, eppure qualcosa è andato storto. La stanza da letto di don Ermanno era più distante dalla fonte del monossido, quindi le sue condizioni sono apparse subito meno gravi. Per don Oscar, invece, la situazione si è presentata come drammatica.

«Il monossido di carbonio è un gas inodore, che determina gravissime intossicazioni, che possono essere mortali, in pazienti totalmente inconsapevoli di venire intossicati – spiega Genni Spargi, direttore dell’Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Grosseto – e don Oscar infatti non si era accorto di niente».

Intanto in parrocchia a Quercegrossa sono ore di angoscia, ricorda don Galeotti: «Sono stati momenti terribili, sentivo la responsabilità di quello che era accaduto, di aver messo in pericolo la vita dei miei amici. Ma anche la comunità: per ragioni ancora non chiare il monossido di carbonio era presente anche nelle sale del catechismo e persino in chiesa dove avevo celebrato la Messa, fortunatamente a porte aperte. Ma era principalmente per don Oscar la mia preoccupazione, perché il medico che lo ha soccorso per primo mi ha detto chiaramente: “È un caso disperato, respira appena”. A quel punto non potevo che alzare gli occhi al cielo, e ho iniziato a pregare. Abbiamo iniziato a pregare tutti quanti, in parrocchia da noi e nella parrocchia di don Oscar a Vezza D’Oglio, e poi a catena tantissime persone amiche sparse in tutta Italia». 

Intanto don Oscar viene sottoposto a un coma indotto. «Hanno chiamato mia sorella – racconta il sacerdote camuno – e le hanno eccezionalmente permesso di entrare in terapia intensiva poiché, le hanno detto, non erano certi che mi avrebbe potuto rivedere vivo. E hanno aggiunto che se anche mi avesse rivisto vivo, c’era una grossa incognita su come mi sarei risvegliato, poiché il monossido di carbonio colpisce i tessuti e li manda in necrosi quindi le conseguenze possono essere invalidanti».

Eppure il 17 gennaio don Oscar, contro ogni pronostico, si risveglia. «Ho capito subito di essere in ospedale e di essere in un reparto particolare. Il mio primo pensiero è stato di avvisare mia mamma e mia sorella che ero lì e che ero sveglio. C’era un’infermiera che mi ha detto di stare tranquillo, poi mi ha chiamato un medico, il quale mi ha chiesto di provare a stringergli la mano, cosa che ho fatto. È stato lui che mi ha detto che avevo subito un avvelenamento da monossido di carbonio e mi ha spiegato dove mi trovavo».

Tre giorni dopo il risveglio, don Oscar sta meglio, e viene trasferito nel reparto ordinario dello stesso Ospedale. «Un esito decisamente non scontato – dice oggi la dottoressa Spargi – perché era arrivato in condizioni molto critiche. Per come sono andate le cose possiamo dire che è stato miracolato, lo dico tra virgolette. Lui è un uomo di grande spessore e ha capito, rivedendo la sua storia, quello che era successo e quindi ha anche voluto manifestare la sua gratitudine verso di noi con una lettera che abbiamo pubblicato sul sito dell’ospedale». 

Anche se forse c’è anche qualcun altro da ringraziare. Don Galeotti rivela un particolare: «Fin dalla prima sera mi sono chiesto: “Chi mi può aiutare in questo momento buio a vivere la mia vocazione? E a chi posso affidare don Oscar?”. E ho pensato subito a Fulton Sheen, di cui stavo leggendo un libro. Così ho chiesto alle persone a me più vicine di unirsi alla mia preghiera a questo venerabile».

Forse il grande vescovo e predicatore statunitense morto nel 1979, di cui si attende la data della beatificazione dopo che nel 2019 è stata riconosciuta la sua intercessione in una guarigione miracolosa, ha compiuto un altro favore soprannaturale, e lo ha fatto per uno di quei sacerdoti che amava con cuore di padre? 

«Ho attraversato un mare buio sotto un cielo senza stelle – ha scritto di suo pugno don Oscar Ziliani, che oggi è tornato a fare il parroco a Vezza d’Oglio, senza aver riportato alcun danno – e sono approdato in terre lontane dove i granelli di sabbia della mia clessidra avevano le dimensioni di pesanti macigni. Ho visitato regioni inesplorate segnate dall’oblio della memoria, sono stato chiamato a ripercorrere le vie dell’umanità e spogliato delle mie difese e messo a nudo nelle mie emozioni ho ripreso il mio cammino. In questo luogo senza spazio e tempo non ho visto la luce in fondo al tunnel, ma in modo misterioso,ma non per questo meno reale, ho percepito il sostegno di chi mi ha curato, la preghiera, la forza e l’energia di chi ha pregato per me, di chi mi ha pensato e sostenuto in ogni modo. Risvegliato dal torpore di un sogno senza confini mi sono chiesto il perché di questa nuova opportunità, negata a tanti, ma concessami per grazia da Colui che mi ha creato e redento. Non ho trovato risposta se non nell’Amore. In quell’Amore che mi ha tessuto nel seno di mia madre, e che mi ha chiamato alla vita. Per quell’amore di tante persone che conoscendomi o no hanno interceduto presso Colui che tutto può». 

LA GRANDE LEZIONE DEL GIORNO DI PASQUA: “Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione…E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo…Nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente”

Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione. Colui che aveva il potere di offrire la propria vita aveva anche il potere di riprenderla di nuovo; Colui che volle nascere nella carne, volle anche morire; Colui che sapeva come sarebbe morto, sapeva anche come sarebbe risorto per dare a questo minuscolo e misero nostro pianeta un onore ed una gloria che astri fiammeggianti e Pianeti gelosi non condividono: la gloria dell’unica tomba lasciata vuota.

La grande lezione del giorno di Pasqua consiste nel fatto che un Vincitore può essere considerato sotto un duplice punto di vista: quello del mondo e quello di Dio. Secondo il mondo, Cristo quel Venerdì Santo fu sconfitto, secondo Dio Egli fu vincitore. Coloro che lo condannarono a morte gli offrirono proprio l’occasione di cui Egli aveva bisogno, coloro che chiusero con la pietra il sepolcro, gli offrirono proprio la porta che Egli desiderava spalancare; il loro apparente trionfo aprì la strada alla Sua suprema vittoria. II Natale ha insegnato che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno si attendeva di trovarlo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. La Pasqua conferma la lezione ripetendo che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno fra quelli del mondo si attendeva che uno sconfitto sarebbe stato il vincitore, che la pietra scartata dai costruttori sarebbe divenuta testata d’angolo, che Colui che era morto, sarebbe ritornato a camminare e che, ignorato, posto in un sepolcro, sarebbe diventato la nostra Risurrezione e la nostra Vita. 

Nel giorno di Pasqua, io non intono il canto dei vincitori, ma quello di coloro che hanno subito la sconfitta:

«Io canto l’inno dei vinti, quelli che caddero nella battaglia della Vita, l’inno dei feriti, dei battuti, che perirono soccombendo nella mischia. Non il canto di giubilo dei vincitori, per i quali risuona l’acclamazione elevata in coro dalle nazioni, di quelli con la corona della gloria terrena sulla fronte, ma l’inno dei miseri, degli umili, degli esausti, di quelli dal cuore spezzato, che lottarono e persero, facendo con coraggio la loro parte, silenziosa e senza speranza; la loro gioventù non fu ricca di fiori, le loro speranze finirono in cenere, dalle loro mani sfuggì il bottino che cercavano di afferrare, al loro tramonto stavano fra i cocci della loro vita sparsi attorno, senza ricevere da nessuno compassione o attenzione, soli ed abbandonati. La morte spazzò via il loro fallimento, tutto venne travolto eccetto la loro fede. Mentre il mondo, in coro, innalza il suo elogio a coloro che hanno vinto, mentre la tromba, tenuta alta nella brezza ed al sole suona trionfante, mentre le bandiere sventolano, scrosciano applausi e ci si affretta dietro ai vincitori, cinti d’alloro, io rimango nel campo dei vinti, nell’ombra, con i caduti, i feriti, gli agonizzanti, là recito sottovoce un requiem, gli poso le mie mani sulla loro fronte contratta dalla sofferenza, innalzo sommessamente una preghiera, tengo la mano impotente e sussurro: “Otterranno la vittoria solo coloro che hanno combattuto la buona battaglia, che hanno sbaragliato il demone che li tentava nel loro intimo, che hanno conservato la fede rifiutando di farsi sedurre da quei beni che il mondo stima così tanto; che, per una causa superiore, hanno osato soffrire, resistere, combattere e, se necessario, morire”. Parla, o Storia! Chi sono i vincitori nella battaglia della Vita? Scorri i tuoi annali e di’, sono quelli che il mondo chiama vincitori che conquistarono il successo effimero di un giorno? Sono i martiri o Nerone? Gli Spartani, caduti alle Termopili? O i Persiani e Serse? I suoi giudici o Socrate? Pilato o Cristo?». 

Srotola le pergamene del tempo ed osserva come la lezione di quella prima Pasqua Cristiana si ripete, quando, ad ogni celebrazione della Pasqua si raccontano le vicende del grande Condottiero che è uscito dal sepolcro per rivelare che la vittoria finale, quella definitiva, deve sempre essere intesa come sconfitta agli occhi del mondo. Almeno una dozzina di volte nel corso della sua storia bimillenaria, il mondo nell’impeto di un effimero trionfo, ha posto la pietra a sigillo sul sepolcro della Chiesa, vi ha posto la guardia e l’ha considerata come morta, esausta, sconfitta, solo per vederla risorgere vittoriosa nell’aurora della sua Pasqua. (…)

Infine la Pasqua ci offre una lezione che riguarda la nostra stessa vita.

E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo seguendo la voce della propria coscienza piuttosto che essere vincenti secondo la falsa opinione del mondo; è meglio essere vinti nella santità del vincolo matrimoniale che ottenere l’effimera vittoria del divorzio; è meglio essere vinti in mezzo a tanti figlioli, frutti dell’amore, che vincenti in un’unione volutamente sterile; è meglio essere vinti dall’amore della Croce, che conseguire l’effimera vittoria del mondo che mette in croce. In conclusione è meglio essere sconfitti agli occhi del mondo dando a Dio ciò che è interamente e assolutamente nostro. Se diamo a Dio la nostra energia, Gli restituiamo un Suo dono; se Gli diamo i nostri talenti, le nostre gioie, i nostri beni, Gli rendiamo ciò che Egli mise nelle nostre mani non per esserne proprietari, bensì semplici amministratori. Una sola cosa c’è al mondo che possiamo definire veramente nostra, la sola che possiamo dare a Dio, che è nostra invece che Sua, la sola che Egli non ci toglierà mai; questa cosa è la nostra volontà col suo potere di scegliere l’oggetto del suo amore. Quindi il dono più perfetto che possiamo offrire a Dio è quello della nostra volontà. Agli occhi del mondo, donarla a Dio è la suprema sconfitta che possiamo subire, ma è anche la suprema vittoria che possiamo conseguire agli occhi di Dio. Nel cedergliela ci sembra di perdere tutto, la sconfitta però è il seme della vittoria. La rinuncia alla propria volontà conduce a ritrovare tutto ciò che la volontà abbia mai cercato, la perfezione della Vita, della Verità, dell’Amore, cioè Dio.

E così, nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente. Cosa importa se la strada, in questa vita, sia ripida e disagevole, se la povertà di Betlemme, la solitudine della Galilea, le sofferenze della Croce siano il nostro pane? Mentre combattiamo, santamente ispirati da Colui che ha conquistato il mondo, perché mai dovremmo trattenerci dal manifestare la nostra sfida di fronte all’ipocrisia del mondo? Perché temere di estrarre la spada e assestare il primo colpo mortale al nostro egoismo? Marciando sotto la guida del Condottiero dalle cinque Piaghe, fortificati dai Suoi Sacramenti, resi incrollabili dal Suo essere Verità infallibile, divinizzati dal Suo Amore redentivo, non abbiamo alcun timore circa l’esito della battaglia della vita; nessun dubbio sull’epilogo della sola lotta che conta; nessun bisogno di chiederci se saremo vincitori o perdenti. Perché? Perché abbiamo già vinto – solo che la notizia non è ancora trapelata! 

(Fulton J. Sheen, da “The Morale Universe”)

IL PARADOSSO PIÙ STRAORDINARIO DELLA STORIA DEL MONDO

Per il paradosso più straordinario della storia del mondo, crocifiggendo Cristo hanno dimostrato che Lui aveva ragione e loro avevano torto, e sconfiggendolo hanno perso. Uccidendolo Lo hanno trasformato: per la potenza di Dio hanno cambiato la mortalità in Immortalità. La Croce era proprio ciò che Egli disse che un uomo deve portare per essere rifatto; Gli diedero la croce ed Egli la trasformò in un trono di gloria. Disse che un uomo deve morire per vivere; Gli diedero la morte ed Egli visse di nuovo. Disse che se il seme caduto in terra non muore, rimane solo; Lo piantarono come un seme il venerdì, e a Pasqua risuscitò nella novità della vita divina, come il fiore che spunta dalla zolla in primavera. Ha detto che nessuno sarà esaltato se non è umiliato; Lo hanno umiliato sul Calvario, ed Egli è stato esaltato e si è innalzato sopra un sepolcro vuoto. Hanno seminato il Suo corpo nel disonore ed è risorto nella gloria; Lo hanno seminato nella debolezza ed è risorto nella potenza. Nel togliergli la vita, Gli hanno dato Nuova Vita…Rifate l’uomo e rifarete il mondo!

(Fulton J. Sheen, da “Justice and Charity”)

PARTECIPARE ALLA MESSA È LO STESSO CHE ESSERE PRESENTI SUL CALVARIO: “Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione” FULTON SHEEN

La Messa, quindi, guarda avanti e indietro. Poiché viviamo nel tempo e possiamo servirci soltanto di simboli terreni, vediamo in successione quello che non è altro che un unico eterno movimento d’amore. Se una bobina cinematografica fosse dotata di coscienza, vedrebbe e capirebbe la storia in una volta; mentre noi non la afferriamo finché non ne vediamo lo svolgimento sullo schermo. Così accade con l’amore da cui Cristo ha preparato la sua venuta nell’Antico Testamento, ha offerto sé stesso sul Calvario e ora lo ripresenta nel sacrificio della Messa.

La Messa, di conseguenza, non è un’altra immolazione, ma una nuova presentazione dell’eterna vittima e la sua applicazione a noi. Partecipare alla Messa è lo stesso che essere presenti sul Calvario. Ma con alcune differenze. Sulla croce, Nostro Signore ha offerto sé stesso per tutta l’umanità; nella Messa noi applichiamo quella morte a noi stessi e uniamo il nostro sacrificio al suo.

Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione. Il Calvario è legato a un dato momento nel tempo e a una specifica collina nello spazio. La Messa temporalizza e spazializza quell’eterno atto di amore. Il sacrificio del Calvario è stato offerto in modo cruento mediante la separazione del suo corpo dal suo sangue.

Nella Messa, questa morte è presentata misticamente e sacramentalmente in modo incruento, mediante la consacrazione separata del pane e del vino. I due elementi non sono consacrati insieme, con parole del tipo: «Questo è il mio corpo e il mio sangue»; piuttosto, secondo le parole di Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», si dice sul pane; poi, «Questo è il mio sangue», si dice sul vino. La consacrazione separata è una sorta di spada mistica che divide il corpo dal sangue, nel modo in cui il Signore è morto sul Calvario.

Supponiamo che ci sia un’eterna stazione radiofonica che trasmetta onde eterne di saggezza e illuminazione. Le persone che vivono in differenti epoche potrebbero sintonizzarsi a quella sapienza, assimilarla e applicarla a sé stessi. L’eterno atto di amore di Cristo è qualcosa con cui possiamo sintonizzarci nelle successive epoche storiche mediante la Messa. La Messa, di conseguenza, trae la sua realtà e la sua efficacia dal Calvario e non ha senso al di fuori di esso. Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.

Questo è il solo perfetto atto d’amore, di sacrificio, di ringraziamento e di obbedienza con cui possiamo ripagare Dio; precisamente, quello che è offerto dal suo Figlio divino incarnato. Da noi stessi non siamo in grado di toccare il cielo perché non siamo abbastanza alti. Da noi stessi non possiamo toccare Dio. Abbiamo bisogno di un mediatore, qualcuno che sia Dio e uomo, che è Cristo.

Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore. Nella Messa siamo una volta di più sul Calvario, associati a Maria, alla Maddalena, e a Giovanni, mentre vediamo tristemente alle nostre spalle i carnefici che disputano ai dadi le vesti del Signore.

Il sacerdote che offre il sacrificio semplicemente presta a Cristo la propria voce e le proprie dita. È Cristo il Sacerdote; è Cristo la Vittima. In tutti i sacrifici pagani e nei sacrifici giudaici, la vittima era sempre distinta dal sacerdote. Poteva trattarsi di una capra, un agnello o un toro. Ma quando è venuto Cristo, Egli, il Sacerdote, ha offerto sé stesso come Vittima. Nella Messa è Cristo che ancora offre sé stesso e che è la Vittima con la quale diventiamo una cosa sola.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

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Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace! Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce! — Amici di Fulton John Sheen

“Nel mondo avrete tribolazioni; ma confidate in Me, Io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33) In un certo senso si può rispondere con un paradosso: Cattolico è colui che risente nello stesso momento ciò che può sembrare una contraddizione: inquietudine e pace. Prima l’inquietudine che non è, naturalmente, la falsa inquietudine di coloro che non […]

via Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace! Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce! — Amici di Fulton John Sheen

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“LA NASCITA DEL NOSTRO SALVATORE GESÙ CRISTO È LA SOLA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA” Beato Fulton J. Sheen

LA NASCITA DEL NOSTRO SALVATORE GESÙ CRISTO È LA SOLA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA

La storia è piena di uomini che hanno asserito di venire da Dio, o di essere Dio, o di recare il messaggio di Dio: Budda, Maometto, Confucio, Lao-Tse, e tanti e tanti altri(…)

La ragione ci suggerisce che, se qualcuno di tali uomini venisse realmente da Dio, Dio ne avrebbe perlomeno preannunciato l’avvento al fine di convalidarne l’affermazione (…) La ragione, inoltre, ci induce a credere che se Dio non agisse in questo modo, nulla potrebbe impedire a un qualunque impostore d’introdursi nella storia dicendo: “Provengo da Dio”, oppure: “Un angelo mi è apparso nel deserto e mi ha consegnato questo messaggio”(…)

Nessuno predisse la nascita di Socrate; nessuno preannunciò Budda e il di lui messaggio; di Confucio non ci sono stati tramandati né il nome della madre né il luogo di nascita. Quanto a Cristo, il discorso è diverso: date le profezie dell’Antico Testamento, la Sua venuta non era inaspettata. Perché, se mancò qualsiasi predizione relativa a Budda, a Confucio, a Maometto, o a chiunque altro, non mancarono per contro le predizioni relative alla venuta di Cristo.

Gli altri vennero e dissero: “Eccomi, credete in me”. Erano, quindi, solo uomini fra gli uomini, non erano divini fra gli umani. Unica eccezione fu Cristo, in quanto disse: “Ricercate fra gli scritti del popolo Ebraico e i riferimenti storici dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani”. Le profezie dell’Antico Testamento possono venir comprese nella loro pienezza alla luce del loro compimento (…)

In chi, se non in Cristo, queste profezie hanno trovato il loro compimento? Da un punto di vista meramente storico, si verifica qui una unicità che distingue Cristo da tutti gli altri fondatori di religioni terrene (…)

La seconda distinzione consiste nel fatto che Cristo, una volta apparso, con tanta violenza Egli percosse la storia da dividerla in due periodi: anteriore alla Sua venuta il primo, posteriore il secondo. Perfino coloro che negano l’esistenza di Dio devono così datare gli attacchi che conducono contro di Lui: l’anno tale Dopo Cristo (D.C.) oppure l’anno tale Avanti Cristo (A.C.).

La terza realtà che Lo differenzia da tutti gli altri è questa: chiunque altro sia mai venuto al mondo è venuto per vivere; Gesù Cristo è venuto per morire. Per Socrate, la morte fu una pietra d’inciampo, in quanto ne troncò l’insegnamento; mentre per Cristo fu la meta e il compimento della vita, la ricchezza che Egli ambiva. Delle Sue parole ed azioni, poche sono intelligibili ove non si stabilisca un riferimento con la Sua Croce, giacché Egli si manifestò come un Salvatore invece che come un semplice maestro. A nulla infatti sarebbe valso che Egli avesse insegnato agli uomini il modo d’esser buoni se non gli avesse anche concesso la facoltà d’esser buoni, dopo averli riscattati dall’amarezza della colpa.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

“MARIA IMMACOLATA È IL PARADISO DELL’INCARNAZIONE” Beato Fulton J. Sheen

MARIA IMMACOLATA È IL PARADISO DELL’INCARNAZIONE

Prima di fare l’uomo, Dio formò l’Eden, un giardino di delizie bello come solo Egli sa farlo. In quel Paradiso della Creazione si celebrarono le prime nozze dell’uomo e della donna. Ma l’uomo non volle altre benedizioni che quelle corrispondenti alla sua più bassa natura. Non soltanto perdette la sua Felicità, ma ferì persino la sua stessa mente e volontà. Allora Dio progettò la ricreazione o redenzione dell’uomo.

Ma prima, volle fare un altro Giardino. Questo nuovo Giardino non sarebbe stato di terra, ma di carne; sarebbe stato un Giardino sul cui ingresso non sarebbe mai stata scritta la parola “peccato”, un Giardino in cui non sarebbero cresciute le erbacce della ribellione per soffocare i fiori della Grazia; un Giardino dal quale sarebbero sgorgati i quattro fiumi della Redenzione per i quattro angoli della terra, un Giardino così Puro che il Padre Celeste non si sarebbe vergognato di mandarvi il Figlio Suo, e questo “Paradiso recinto di carne che doveva essere coltivato da Cristo Nuovo Adamo” era Maria, la Nostra Madre Benedetta.

Come l’Eden fu il Paradiso della Creazione così Maria è il Paradiso dell’Incarnazione. In Lei come in un Giardino vennero celebrate le prime nozze tra Dio e l’uomo.

Quanto più ci si avvicina al fuoco, tanto più se ne sente il calore: quanto più ci si avvicina a Dio, tanto maggiore è la purezza. Ma siccome nessuno fu più vicino a Dio della Donna i cui portali umani Egli valicò per venire su questa terra, nessuno poteva essere più puro di Maria. Questa sua Speciale Purezza la chiamiamo “Immacolata Concezione”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Il Primo Amore del mondo, la commovente storia della Madonna”)

La perfezione della vera maternità è Maria Madre di Gesù, perché in tutto il mondo Ella è l’unica Madre “espressamente creata” dal suo Divino Figliuolo. Nessuna creatura può creare la propria madre.(…) Egli creò Sua Madre in modo particolare. La pensò prima che Ella nascesse, come il poeta pensa il suo poema prima che esso sia scritto. Egli la concepì nella Sua Mente Eterna prima che Ella fosse concepita nel grembo di sua madre Sant’Anna. In un certo senso, quando Ella fu concepita eternamente nella Pura Mente di Dio, fu quella la sua prima “Immacolata Concezione”.(…) Ma Dio non si limitò a “pensare” Maria. Ne creò effettivamente l’anima e l’infuse in un corpo, alla cui creazione cooperarono i genitori di lei. Fu attraverso i portali di Lei come attraverso la Porta del Cielo, che Egli volle venire al mondo. Dio, che aveva impiegato sei giorni a preparare un Paradiso per l’uomo, volle impiegare più tempo a preparare un Paradiso per il Suo Divino Figliuolo. Come nell’Eden non crescevano erbacce, così non doveva esistere peccato in Maria, Paradiso dell’Incarnazione, poiché sarebbe stato quanto mai disdicevole, per il Dio senza peccato, essere partorito da una donna macchiata dal peccato. Dio nella Sua Misericordia rimette il peccato originale dopo la nostra nascita nel Sacramento del Battesimo, ma ben s’intende come Egli dovesse concedere uno speciale privilegio a Sua Madre e rimetterle il peccato originale prima che Ella nascesse. Questo è il significato dell’Immacolata Concezione: ossia che, per speciale Grazia e privilegio di Dio Onnipotente e in virtù dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore della specie umana, la Beata Vergine Maria fu preservata da ogni macchia di peccato originale fin dalla sua concezione. Ella fu in un certo senso, “concepita Immacolata” nella Mente di Dio fin dall’Eternità. Ma in parole proprie, Ella fu concepita Immacolata entro il seno di sua madre Sant’Anna nel tempo. Maria, quindi, non è un pensiero sopraggiunto nella Mente di Dio. Come l’Eden fu il Paradiso della perfetta delizia per l’uomo, così Maria divenne l’Eden dell’innocenza per il Figlio dell’Uomo. Per la semplice ragione che il Figlio di Dio la scelse come Sua Madre tra tutte le donne, Ella è tra tutte le donne la Madre modello del mondo. Nessuna madre fu mai celebre al mondo se non per virtù dei suoi figli. Nessuno ha mai sentito parlare della madre di Giuda, ma tutti conoscono Maria attraverso Gesù.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

-CONTRO IL TOTALITARISMO-“Solo quelli che riconoscono la moralità personale sono liberi” Beato Fulton J. Sheen

L’educazione moderna, dal darwinismo al freudismo, è legata alla negazione di questa realtà: che l’uomo ha dei peccati da confessare.

Ogni irresponsabilità implica il desiderio di essere posseduti: dalla musica afrodisiaca, dall’alcool o dalla droga, dai sonniferi o dal frastuono, insomma da tutto ciò che contribuisce all’evasione dalle responsabilità della coscienza.

Una volta che gli uomini ammettono di essere determinati dal di fuori da influenze estranee alla legge morale che è scritta nei loro cuori, diventano materia prima per una propaganda di ripetizione che li sommerge nel potere divinizzato dell’anonimo.

Come la responsabilità implica religione, così l’irresponsabilità implica anti-religione, poiché il nuovo collettivismo dà agli uomini spersonalizzati un oggetto di adorazione al posto di Dio. Il totalitarismo cresce in ragione diretta del declino della responsabilità nell’individuo.

Questa perdita di moralità personale viene compensata da un’intensa dedizione alla moralità sociale. La coscienza sociale sostituisce la coscienza individuale. Ecco perché i seguaci del nuovo misticismo demoniaco pensano che incolpando gli altri si scaricano del fardello della colpa: liquidando certe persone colpevoli di ingiustizia, si dispensano dalla colpa delle proprie ingiustizie personali. Ecco perché in qualsiasi forma di totalitarismo una grande passione per la riforma sociale si accoppia sempre con un completo disinteresse per l’urgenza della riforma individuale.

Togliendo la pagliuzza dagli occhi del loro vicino, i seguaci del totalitarismo non avvertono la necessità di preoccuparsi della trave nei propri occhi. La politica diventa allora la nuova teologia. L’accettazione di un’ideologia diventa la misura della Buona vita piuttosto che l’amorosa comunione con la Vita, con la Verità, con l’Amore, cioè con Dio.

La negazione della moralità allarga necessariamente l’area del male, e ogni aumento del male impone un potere repressivo da parte del dittatore.

Più raffinata e sensibile è la coscienza, meno necessario è il potere coercitivo. Solo quelli che riconoscono la moralità personale sono liberi. L’antiquata e disprezzata insistenza sulla santità individuale come una condizione dell’apostolato sociale produsse un ordine sociale di gran lunga migliore di quello attuale che è basato sulle ideologie idealistiche e sui fattori anti-morali nelle ideologie.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Comunismo e Coscienza dell’Occidente. 1948”)

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