Fra Jacopo Passavanti – Specchio della vera penitenza: “Niuna cosa è più certa che la morte, né è più incerta che l’ora della morte. Ed è troppo grande pericolo che ella sopravvenga e truovi l’uomo sanza penitenzia”

 

“Come dice santo Agustino, Iddio, che ti promette perdonanza de’ tuoi peccati, se ti pentirai, non ti promette il dì di domani, nel quale ti possa pentire.”

Brano del frate domenicano Jacopo Passavanti, nato a Firenze nel 1302, tratto dalla sua opera “Lo specchio della vera penitenza”

“Niuna cosa è più certa che la morte, né è più incerta che l’ora della morte. Ed è troppo grande pericolo che ella sopravvenga e truovi l’uomo sanza penitenzia. E ha Iddio ordinato che la morte sia incerta, secondo che dice santo Gregorio, a ciò che non sappiendo quando debba venire, sempre stiamo apparecchiati come se sempre dovesse venire: che, come dice santo Agustino, Iddio, che ti promette perdonanza de’ tuoi peccati, se ti pentirai, non ti promette il dì di domani, nel quale ti possi pentere […]. E molti sono gli impedimenti che non lasciano altrui veramente pentere: ché, alcuna volta la morte è sùbita o è si brieve la infermitade, e tempo molto si mette nelle medicine, e il duolo della infermitade occupa l’uomo e mettelo in travaglio, e fallo si dimenticare lui medesimo che non s’avvede che dee morire. E avvegna pure che la infermitade sia lunga, è tanta la voglia del guarire, e la speranza ch’è data da’ medici e da quelle persone che sono d’intorno, parenti e amici, che celano allo infermo il male ch’egli ha, e non lasciano che né prete né frate gliene dicano; anzi il confessare e gli altri sacramenti, e il fare testamento o restituzione che abbia a fare lo infermo, impediscono, dicendo, con pregiudicio delle loro anime, che non vogliono lo infermo isbigottire. E però gli dicono, mentendo sopra il capo loro: Tu non hai male di rischio: tosto sarai libero; i medici ti pongono nel sicuro di questa infermitade: a tale ora ch’egli è nel maggiore dubbio; si che lo infermo appena s’avvede d’avere grande male e spesse volte muore, non avveggendosi né credendosi dovere morire. O gente mortale! ponete rimedio a così pericoloso errore e non vi lasciate ingannare alle false promesse degli ignoranti medici, alle lusinghe malvagie de’ non veri amici, alle lagrime affinte de’ parenti traditori, all’affettuoso amore della male amata moglie e de’ mal veduti figliuoli, al bugiardo conforto della famiglia stolta, alla desiderosa voglia del tosto guarire; e innanzi ad ogni altra cosa vada la salute dell’anima, la quale se a sanitade non è provveduta, o non tanto che basti, immantenente, nel principio della infermitade anzi che sopravvenghino gli accidenti gravi, che danno impedimento e fanno l’uomo dimenticare sé medesimo, si faccia ciò che è da fare del confessare, del restituire, del fare testamento […].
E se si trovasse alcuno che dicesse: lo non farò penitenzia nella vita mia, ma alla fine io mi pentirò e andrò a fare penitenzia nel purgatorio, stolto sarebbe questo detto: che come è detto di sopra, non ogni persona che crede fare buona fine la fa; anzi molti ne rimangono ingannati, però che comunemente il più delle volte, come l’uomo vive, così muore […].
Ma pogniamo che l’uomo fusse certo di pentersi alla fine; che sciocchezza sarebbe di volere anzi andare alle pene del purgatorio, delle quali dice santo Agustino che avanzano ogni pena che sostenere si possa in questa vita, che volere sostenere qui un poco di penitenzia? […].
Leggesi scritto da Elinando, che nel contado di Niversa fu uno povero uomo il quale era buono, e temeva Iddio; ed era carbonaio, e di quell’arte si viveva. E avendo egli accesa la fossa de’ carboni, una volta, istando la notte in una sua caparmetta a guardia dell’accesa fossa, senti in su l’ora della mezzanotte, grandi strida. Usci fuori per vedere che fusse, e vide venire in verso la fossa correndo e stridendo una femmina iscapigliata e ignuda; e dietro le veniva uno cavaliere in su uno cavallo nero, correndo, con uno coltello ignudo in mano; e della bocca, e degli occhi, e del naso del cavaliere e del cavallo usciva una fiamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva di gittarsi, ma correndo intorno alla fossa fu sopraggiunta dal cavaliere, che dietro le correva: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferii per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E, cadendo in terra, con molto spargimento di sangue, si la riprese per li insanguinati capelli, e gittolla nella fossa de’ carboni ardenti: dove, lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutta focosa e arsa la ritolse; e ponendolasi davanti in su il collo del cavallo, correndo se ne andò per la via onde era venuto. E così la seconda e la terza notte vide il carbonaio simile visione. Onde, essendo egli dimestico del conte di Niversa, tra per l’arte sua de’ carboni e per la bontà sua la quale il conte, che era uomo d’anima, gradiva, venne al conte, e diss’egli la visione che tre notti avea veduta. Venne il conte col carbonaio al luogo della fossa. E vegghiando il conte e il carbonaio insieme nella cappannetta, nell’ora usata venne la femmina stridendo, e il cavaliere dietro, e feciono tutto ciò che il carbonaio aveva veduto. Il conte, avvegna che per l’orribile fatto che aveva veduto fosse molto spaventato prese ardire. E partendosi il cavaliere ispietao con la donna arsa, attraversata in suI nero cavallo, gridò iscongiurandolo che dovesse ristare, e isporre la mostrata visione. Volse il cavaliere il cavallo e fortemente piangendo rispuose e disse: Da poi, conte, che tu vuoi sapere i nostri martiri i quali Dio t’ha voluto mostrare, sappi ch’io fui Giuffredi tuo cavaliere, e in tua corte nutrito. Questa femmina contro alla quale io sono tanto crudele e fiero, è dama Beatrice, moglie che fu del tuo caro cavaliere Berlinghieri. Noi, prendendo piacere di disonesto amore l’uno dell’altro, ci conducemmo a consentimento di peccato; il quale a tanto condusse lei che, per potere più liberamente fare il male, uccise il suo marito. E perseverammo nel peccato insino alla infermitade della morte; ma nella infermitade della morte, in prima ella e poi io tornammo a penitenzia; e, confessando il nostro peccato, ricevemmo misericordia da Dio, il quale mutò la pena eterna dello inferno in pena temporale di purgatorio. Onde sappi che non siamo dannati, ma facciamo in cotale guisa come hai veduto, nostro purgatorio, e averanno fine, quando che sia, i nostri gravi tormenti. E domandando il conte che gli desse ad intendere le loro pene più specificamente, rispuose con lacrime e con sospiri, e disse: imperò che questa donna per amore di me uccise il marito suo, le è data questa penitenzia, che, ogni notte tanto quanto ha istanziato la divina iustizia, patisca per le mie mani duolo di penosa morte di coltello, e imperò ch’ella ebbe in verso di me ardente amore di carnale concupiscienza, per le mie mani ogni notte, è gittata ad ardere nel fuoco, come nella visione vi fu mostrato. E come già ci vedemmo con grande disio e con piacere di grande diletto, così ora ci veggiamo con grande odio, e ci perseguitamo con grande sdegno. E come l’uno fu cagione all’altro d’accendimento di disonesto amore, così l’uno è cagione all’altro di crudele tormento: ché ogni pena ch’io lo patire a lei, sostengo io, che il coltello di che io la ferisco, tutto è fuoco che non si spegne; e, gittandola nel fuoco, e traendonela e portandola, tutto ardo io di quello medesimo fuoco che arde ella. Il cavallo è uno dimonio al quale noi siamo dati, che ci ha a tormentare. Molte altre sono le nostre pene. Pregate Iddio per noi, e fate limosine e dite messe, accio che Dio alleggeri i nostri martirii. E, detto questo, sparirono come fussono una saetta.”

  (Jacopo Passavanti, Lo specchio della vera penitenza)

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IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA-CONFESSIONE (DAL CATECHISMO TRIDENTINO) “Una volta perduta l’innocenza battesimale, se non si ricorre alla tavola della Penitenza, non v’è speranza di salvezza” “Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in grande amicizia” “Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana, il peccato”

“Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2; 4,17)

 “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà” (Ez 18,21)

 “Non godo della morte dell’empio, ma che l’empie desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11)

“Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, osserverà i miei precetti e praticherà il giudizio e la giustizia, vivrà e non morrà, ne io mi ricorderò delle iniquità da lui commesse” (Ez 18,21). E san Giovanni: “Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto e ce li perdonerà” (1 Gv 1,9).

 

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA, RICONCILIAZIONE, CONFESSIONE

(DAL CATECHISMO TRIDENTINO)

Si deve sovente inculcare la dottrina intorno alla Penitenza  

239 Essendo notissime la debolezza e la fragilità della natura umana, come ciascuno può facilmente sperimentare in se stesso, nessuno può disconoscere la grande necessità del sacramento della Penitenza. Che se lo zelo dei pastori si deve misurare dall’importanza della materia da loro trattata, bisogna concludere che essi non saranno mai abbastanza zelanti nello spiegare questo argomento. Anzi, con tanta maggior diligenza si dovrà trattare di questo in confronto con il Battesimo, in quanto il Battesimo si somministra una sola volta, ne si può reiterare, mentre la Penitenza si può ricevere ed è necessario riceverla ogni volta che ci avvenga di ricadere nel peccato dopo il Battesimo. Perciò il Concilio di Trento ha detto che il sacramento della Penitenza è così necessario per la salvezza di coloro che sono caduti in peccato dopo il Battesimo, come questo è necessario a quelli che non sono ancora rigenerati alla fede (sess. 14, cap. 2). San Girolamo ha scritto quella notissima sentenza, approvata pienamente da quelli che hanno scritto di questo argomento sacro dopo di lui, secondo la quale la Penitenza è la seconda tavola di salvezza (Epist. 130, 9). Come, infranta la nave, rimane una sola via di scampo, quella cioè di aggrapparsi a una tavola scampata al naufragio, così una volta perduta l’innocenza battesimale, se non si ricorre alla tavola della Penitenza, non v’è speranza di salvezza.

Queste considerazioni si rivolgono non solo ai pastori ma a tutti i fedeli, affinché in materia così necessaria non pecchino di negligenza. Convinti dell’umana fragilità, il loro primo e più ardente desiderio sia di camminare nella via di Dio, con il soccorso della sua grazia, senza inciampi ne cadute. Ma se inciampassero, considerando subito la somma benignità di Dio, che da buon pastore cura le ferite delle sue pecorelle e le risana (Ez 34,10), ricorreranno senza indugio a questa saluberrima medicina della Penitenza.

 

Vari significati del termine “Penitenza”

240 Per entrare subito in materia, spieghiamo anzitutto il valore e il significato del termine “penitenza”, per evitare che alcuno sia indotto in errore dall’ambiguità del vocabolo. Taluni intendono penitenza come soddisfazione; altri, ben lontani dalla dottrina cattolica, la definiscono una nuova vita, ritenendo che non abbia alcuna relazione con il passato. Bisogna dunque chiarire i significati di questo vocabolo.

Anzitutto diciamo che prova pentimento (o penitenza) chi si rammarica di una cosa, che prima gli era piaciuta, a parte la considerazione se fosse buona o cattiva. Tale è il pentimento di coloro la cui tristezza è di carattere mondano e non secondo Dio, pentimento che arreca non la salute, ma la morte (2 Cor 7,10). Altra specie di pentimento è quello di coloro che si dolgono di un misfatto commesso, di cui si erano compiaciuti, non per riguardo di Dio, ma di se stessi (Mt 27,3). Una terza specie si ha quando non solo ci addoloriamo con intimo sentimento del peccato commesso, o ne mostriamo anche qualche segno esterno, ma ci rammarichiamo principalmente per l’offesa di Dio (Gl 2,12).

A tutte e tre queste specie di dolore conviene propriamente il nome di penitenza; quando invece leggiamo nella Scrittura che Dio “si pente”, tale parola ha un valore metaforico, adattato alla maniera umana di parlare, che la Scrittura adopera come per dire che Dio ha mutato divisamente. Infatti in questo caso Dio sembra quasi agire alla maniera degli uomini che, quando si pentono di qualche cosa, cercano con ogni studio di mutarla. In questo senso leggiamo che Dio “si pentì” di avere creato l’uomo (Gl 6,6) e di aver eletto re Saul (1 Sam 15,11).

Ma v’è una grande diversità tra queste tre specie di penitenza. La prima è difettosa, la seconda è l’afflizione di un animo commosso e turbato, solo la terza è nello stesso tempo una virtù e un sacramento; di questa propriamente qui si tratta.

 

La penitenza in quanto virtù

241 Trattiamo prima di tutto della penitenza in quanto è una virtù, non solo perché i popolo deve essere dai suoi pastori istruito intorno a ogni genere di virtù, ma anche perché gli atti di questa virtù offrono la materia riguardante il sacramento della Penitenza; sicché, se non si conosce prima bene che cosa sia la virtù della penitenza, si dovrà necessariamente ignorare l’inefficacia di questo sacramento.

Bisogna dunque esortare dapprima i fedeli a fare ogni sforzo per raggiungere quella interiore penitenza dell’anima che noi chiamiamo virtù e senza la quale la penitenza esteriore riuscirà di ben poco giovamento. La penitenza interna è quella per la quale noi con tutto l’animo ci convertiamo a Dio e detestiamo profondamente i peccati commessi, proponendo insieme fermamente di emendare le nostre cattive abitudini e i costumi corrotti, fiduciosi di conseguire il perdono dalla misericordia di Dio. Si associa a questa penitenza, come compagna della detestazione del peccato, una dolorosa tristezza che è una vera affezione emotiva dell’animo e da molti viene chiamata “passione”. Perciò parecchi santi Padri definiscono la penitenza partendo da un così fatto tormento dell’anima. E tuttavia necessario che nel pentito la fede preceda la penitenza, perché nessuno può convertirsi a Dio senza la fede. Da ciò segue che a ragione non si può dire che la fede sia una parte della penitenza.

Che questa interiore penitenza sia una virtù, come abbiamo detto, è chiaramente dimostrato dai molti precetti che la riguardano (Mt 3,2; 4,17; Mc 1,4.15; Lc 3,3; At 2,38), poiché la Legge ordina solo quegli atti che si esercitano mediante la virtù. Del resto nessuno vorrà negare che sia atto di virtù il dolersi nel tempo, nel modo e nella misura opportuna. Tutto questo ce lo insegna a dovere la virtù della penitenza. Spesso avviene infatti che gli uomini non si pentano dei peccati quanto dovrebbero; che anzi vi sono taluni, a detta di Salomone, che si rallegrano del male commesso (Prv 2,14), mentre vi sono altri che se ne affliggono cosi amaramente, da disperare di salvarsi. Tale sembra essere stato il caso di Caino che esclamò: “II mio peccato è più grande del perdono di Dio” (Gn 4,13) e tale fu certamente quello di Giuda, il quale pentito, appendendosi al laccio, perdette insieme la vita e l’anima (Mt 27,3; At 1,18). La virtù della penitenza ci aiuta pertanto a conservare la giusta misura nel nostro dolore.

La stessa cosa si deduce anche da quanto si propone come fine chi davvero si pente del peccato. Questi, infatti, prima vuole cancellare la colpa e lavare tutte le macchie dell’anima; secondo, vuole dare soddisfazione a Dio per i peccati commessi, il che è evidentemente un atto di giustizia, poiché, sebbene tra Dio e gli uomini non possano esserci rapporti di vera e rigorosa giustizia, dato l’infinito abisso che li separa, pure taluno ve n’è, nel genere di quelli che si verificano tra padre e figli, tra padrone e servi; terzo, delibera di ritornare in grazia di Dio, nella cui inimicizia e disgrazia era caduto per motivo del peccato. Tutto ciò chiaramente mostra che la penitenza è una virtù.

 

I vari gradi per giungere alla penitenza

242 Importa anche insegnare ai fedeli attraverso quali gradini possiamo progredire in questa divina virtù.

Anzitutto la misericordia di Dio ci previene e converte a sé i nostri cuori. Questo domandava al Signore il Profeta quando implorava: “Convertici a te, o Signore, e saremo convertiti” (Lam 5,21).

Secondo: illuminati da questa luce, ci rivolgiamo a Dio sulle ali della fede, poiché, come afferma l’Apostolo, chi si accosta a Dio deve credere che Dio esiste e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano (Eb 11,6). Terzo: segue il senso del timore, quando l’anima, considerando l’atrocità delle pene, si ritira dal peccato. A questo sembrano riferirsi le parole di Isaia: “Come una donna incinta, prossima al parto, si lagna e grida fra le sue doglie, tali siamo noi” (Is 26,17). Quarto: si aggiunge la speranza di impetrare la misericordia di Dio, sollevati dalla quale, risolviamo di emendare la vita e i costumi.

Quinto: finalmente la carità infiamma i nostri cuori e da essa scaturisce quel filiale timore che degnamente conviene a figli probi e assennati. Per essa, non temendo più che l’offesa della maestà di Dio, abbandoniamo del tutto l’abitudine del peccato.

Questi sono i gradi attraverso i quali si giunge alla più sublime virtù della penitenza, che agli occhi nostri deve apparire tutta celeste e divina. Infatti la Sacra Scrittura le promette il regno dei cieli, come si legge in san Matteo: “Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2; 4,17) e in Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà” (Ez 18,21) e ancora: “Non godo della morte dell’empio, ma che l’empie desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11), parole che devono evidentemente riferirsi alla vita eterna e beata.

 

La Penitenza come sacramento

243 Circa la penitenza esteriore si deve insegnare che essa costituisce propriamente sacramento e consiste in talune azioni esterne e sensibili, che esprimono quello che avviene nell’interno dell’anima. Anzitutto si deve spiegare ai fedeli perché Gesù Cristo ha messo la Penitenza nel novero dei sacramenti. Ciò è perché non avessimo più a dubitare della remissione dei peccati, da lui promessa con le parole citate: “Se l’empio farà penitenza, ecc.”. Poiché se giustamente ciascuno deve temere del proprio giudizio sulle sue azioni, di necessità saremmo stati condotti a dubitare del nostro pentimento interiore. Il Signore, volendo rimediare a questa nostra ansietà, ha istituito il sacramento della Penitenza, per il quale, in virtù dell’assoluzione del sacerdote, noi fossimo certi della remissione dei nostri peccati e la coscienza si calmasse in grazia della fede che dobbiamo avere nella virtù dei sacramenti. La parola del sacerdote che legittimamente assolve dai peccati avrà per noi lo stesso valore di quella che Gesù Cristo disse al paralitico: “Confida figliolo, che i tuoi peccati ti sono rimessi” (Mt 9,2).

Inoltre poiché nessuno può conseguire la salvezza se non per Cristo e per i meriti della sua passione, era conveniente e assai utile per noi che venisse istituito questo sacramento per la cui efficacia il sangue di Cristo, scorrendo su di noi, lava i peccati commessi dopo il Battesimo e ci obbliga così a riconoscere che soltanto al nostro divino Salvatore dobbiamo il beneficio della riconciliazione.

Che la Penitenza sia un vero sacramento i parroci lo dimostreranno facilmente così: come è un sacramento il Battesimo, perché cancella tutti i peccati e specialmente quello originale, così lo è pure in senso pieno la Penitenza, che toglie tutti i peccati commessi con il desiderio o con l’opera, dopo il Battesimo. Di più (e questo è l’argomento principale), siccome gli atti esterni del penitente e del sacerdote indicano quel che avviene nell’interno dell’anima, chi vorrà negare che la Penitenza abbia vera e propria natura di sacramento? Il sacramento infatti è il segno di una cosa sacra: ora, il peccatore pentito esprime chiaramente con le parole e con gli atti di avere distaccato l’animo dal peccato. D’altra parte, dalle parole e dagli atti del sacerdote, facilmente rileviamo la misericordia di Dio che perdona quei peccati. Del resto, una prova chiara l’abbiamo nelle parole del Salvatore: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli; qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,19). L’assoluzione pronunciata dal sacerdote esprime la remissione dei peccati che essa produce nell’anima.

Ma non basta insegnare ai fedeli che la Penitenza è un sacramento: occorre aggiungere che è uno di quelli che si possono ripetere. Infatti quando Pietro domandò al Signore se doveva perdonare fino a sette volte un peccato, si ebbe per risposta: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22). Pertanto, qualora si abbia a trattare con uomini che sembrino diffidare della somma bontà e clemenza di Dio, dovrà il loro animo esser rafforzato e sollevato alla speranza della grazia divina. Ciò sarà facile, illustrando questo e altri passi numerosi della Sacra Scrittura e insieme allegando quei motivi e quelle argomentazioni, che si trovano nel trattato Sui caduti in peccato, di san Giovanni Crisostomo e in quello Sulla Penitenza di sant’Agostino.

 

Materia della Penitenza

244 Poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri soprattutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4).

Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono, per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l’integrità del sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti “quasi materia” non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l’acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento, perché, come diciamo che la legna è materia del fuoco, perché dal fuoco è consumata, così a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati.

 

Forma della Penitenza

245 Né dovranno i pastori tralasciar di spiegare la forma del sacramento, perché questa conoscenza ecciterà gli animi dei fedeli a riceverne con gran devozione la grazia che gli è propria. La forma è “Io ti assolvo”, come si ricava non solo da quelle parole: “Quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo” (Mt 18,18), ma anche dall’insegnamento di Gesù Cristo tramandateci dagli Apostoli. Poiché i sacramenti significano quel che operano, le parole “Io ti assolvo” mostrano che la remissione dei peccati avviene mediante l’amministrazione di questo sacramento. E chiaro dunque che questa è la forma perfetta della Penitenza, in quanto i peccati sono quasi lacci che tengono avvinte le anime, da cui si liberano con il sacramento della Penitenza. Si noti anzi che il sacerdote pronuncia con eguale verità la forma anche su di un penitente che, mosso da contrizione perfetta, accompagnata dal desiderio di confessarsi, abbia già ottenuto da Dio il perdono dei peccati.

Si aggiungono a queste parole varie preghiere, non necessario alla forma del sacramento, ma dirette ad allontanare tutto ciò che potrebbe impedirne la virtù e l’efficacia per difetto di chi lo riceve.

Grazie infinite rendano dunque i peccatori a Dio che ha conferito ai suoi sacerdoti una cosi ampia potestà nella Chiesa. Oggi i sacerdoti non hanno soltanto il potere di dichiarare il penitente assolto dai peccati, come quelli del Vecchio Testamento, che si limitavano a testificare che il lebbroso era guarito dal suo male (Lv 13,9), ma lo assolvono veramente, come ministri di Dio, il quale opera lui stesso principalmente, essendo autore e padre della grazia e della giustizia.

I fedeli osserveranno con cura anche i riti propri di questo sacramento. Così avranno più altamente scolpito nell’animo ciò che hanno conseguito in questo sacramento: la loro riconciliazione di servi con un Padrone clementissimo; o piuttosto, di figlioli con un ottimo Padre; e comprenderanno meglio quel che convenga fare a coloro che vogliono (e tutti devono volerlo) mostrarsi grati e memori di tanto beneficio. Colui che si pente dei peccati, si getta con animo umile e dimesso ai piedi del sacerdote, per riconoscere, mentre compie quest’atto di umiltà, che si devono estirpare le radici della superbia, di cui hanno principio e origine tutti quei peccati che piange e detesta. Nel sacerdote, che siede come suo legittimo giudice, riconosce la persona e la potestà di Gesù Cristo, poiché il sacerdote nell’amministrare la Penitenza, come pure gli altri sacramenti, tiene il luogo di Cristo. Dopo di che il penitente enumera tutti i suoi peccati, riconoscendo di meritare le pene più grandi e acerbe, e ne domanda supplichevole il perdono. In san Dionigi si trovano le più chiare testimonianze sull’antichità di tutte queste pratiche.

 

Effetti della Penitenza

246 Ma nulla gioverà tanto ai fedeli e desterà in essi il vivo desiderio di appressarsi alla Penitenza, quanto la frequente spiegazione della sua utilità fatta dal parroco; vedranno allora quanto giustamente si possa dire della Penitenza che, se sono amare le sue radici, dolcissimi ne sono i frutti.

Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in grande amicizia. Ne segue, massime negli uomini pii che la ricevono con santa devozione, una ineffabile pace e tranquillità di coscienza, accompagnate da viva gioia spirituale. Infatti non c’è colpa per quanto grave ed empia, che non si cancelli grazie alla Penitenza; e non una sola volta, ma molte e molte volte. A questo proposito così parla il Signore per bocca di Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, osserverà i miei precetti e praticherà il giudizio e la giustizia, vivrà e non morrà, ne io mi ricorderò delle iniquità da lui commesse” (Ez 18,21). E san Giovanni: “Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto e ce li perdonerà” (1 Gv 1,9). E poco più oltre: “Se taluno avrà peccato [si noti che non eccettua nessun genere di peccato] abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto, il quale è propiziazione per i nostri peccati; ne solamente per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1.2).

Se leggiamo nella Scrittura che alcuni non hanno ricevuto misericordia da Dio, pur avendola caldamente implorata (2 Mac 9,13; Eb 12,17), ciò avvenne perché essi non erano pentiti di vero cuore dei loro misfatti. Perciò quando occorrono nella Scrittura o nei Padri frasi che sembrano affermare che per alcuni peccati non c’è remissione (1 Sam 2,25; Mt 12,31; Eb 6,4; 10,26), bisogna intenderle nel senso che il loro perdono è oltremodo difficile. Come infatti una malattia viene detta insanabile quando il malato respinge l’uso della medicina, così c’è una specie di peccati che non si rimette ne si perdona, perché rifugge dalla grazia di Dio che è il rimedio suo proprio. In questo senso sant’Agostino ha scritto: “Quando un uomo, giunto alla conoscenza di Dio per la grazia di Gesù Cristo, viola la carità fraterna e invidiosamente si agita contro la grazia stessa, la macchia di tale peccato è tanta che il peccatore non riesce a umiliarsi per domandarne perdono, sebbene i rimorsi lo obblighino a riconoscere e confessare il suo fallo” (De serm. Dom. in monte, 1, 22, 73).

Per ritornare alla Penitenza, la sua efficacia nel rimettere i peccati le è in tal modo propria che senza di essa è impossibile non solo ottenere, ma neppure sperarne il perdono, essendo scritto: “Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3).

E’ vero che queste parole si applicano solo ai peccati gravi o mortali; ma anche i peccati più leggeri o veniali esigono la loro congrua penitenza. Dice infatti sant’Agostino: “Quella specie di penitenza, che si fa ogni giorno nella Chiesa per i peccati veniali, sarebbe certo vana se detti peccati si potessero rimettere senza di essa”.

 

Le parti costitutive della Penitenza

247 Ma poiché in materia pratica non basta dare nozioni e spiegazioni generali, i parroci cureranno di spiegare a parte quanto i fedeli devono sapere sulle doti di una vera e salutare penitenza. Ora, questo sacramento, oltre alla materia e alla forma, che ha in comune con gli altri sacramenti, contiene, come abbiamo già detto, tre elementi necessari a renderlo integro e perfetto: la contrizione, la confessione e la soddisfazione. Dice in proposito san Giovanni Crisostomo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare tutto volentieri: nel suo cuore è la contrizione, sulla bocca la confessione, nelle opere grande umiltà, ossia la salutare soddisfazione” (Grat., 2, causa 33, q. 3, dist. 1, can. 40). Ora queste parti sono indispensabili alla costituzione di un tutto.

Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell’insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, così la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua essenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e così ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due.

La ragione della necessità di queste tre parti è che noi offendiamo Dio in tre maniere: in pensieri, parole e opere. Perciò è giusto e ragionevole che noi, sottomettendoci alle chiavi della Chiesa, ci sforziamo di placare l’ira di Dio e di ottenere da lui il perdono dei peccati con quegli stessi mezzi adoperati per offendere il suo santissimo nome. Vi è un’altra ragione. La Penitenza è una specie di compenso dei peccati, che procede dalla volontà del peccatore ed è stabilita dalla volontà di Dio, contro cui si è peccato. Bisogna quindi da un lato che il penitente voglia dare questo compenso (questo costituisce la contrizione) e dall’altro, che egli si sottometta al giudizio del sacerdote, che tiene il luogo di Dio, affinché si possa fissare una pena proporzionata alle colpe; ecco la necessità della confessione e della soddisfazione.

Poiché tuttavia si devono insegnare ai fedeli la natura e la proprietà di ciascuna di queste parti, bisogna cominciare dalla contrizione e spiegarla con tanta maggior cura in quanto noi dobbiamo concepirla nel nostro cuore non appena i peccati commessi ci ritornano alla memoria, quando ne commettiamo dei nuovi.

 

La contrizione: sua natura

248 Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: “La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare per l’avvenire” (sess. 14, cap. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: “Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza”. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo è chiaramente provato dai gemiti dei santi, che così spesso troviamo nei libri sacri. Dice David: “Io sono stanco di piangere; ogni notte spargo di lacrime il mio giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto” (Sai 6,7.9). E in Isaia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15). Queste parole e altre simili sono l’espressione evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una detestazione della vita passata.

Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il termine dolore  la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa così (dice David al Signore: “Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? “) (Sal 12,3), sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore; i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero far penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21; Lc 10,13).

La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l’efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, così i cuori induriti dall’orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione, ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l’innocenza.

Ci sono anche altri vocaboli atti a esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata “contrizione di cuore”, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, così la volontà regola e governa tutte le potenze dell’anima. Talora i Padri la chiamano “compunzione del cuore” e appunto così hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono con il ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, così con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo; “Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori” (Gl 2,12).

 

La contrizione: sue qualità

249 II dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore. È facile dimostrarlo con le ragioni seguenti.

Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.

Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convenitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere ne limite ne misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (De dilig. Deo, 1, 1). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.

Oltre che massima, la contrizione dev’esser vivissima e così perfetta da escludere ogni negligenza e pigrizia. Sta scritto nel Deuteronomio: “Quando cercherai il Signore Dio tuo lo troverai, purché lo cerchi con tutto il cuore e tutto il dolore dell’anima tua” (Dt  4,29). E in Geremia: “Voi mi cercherete e mi troverete purché mi cerchiate con tutto il vostro cuore, perché allora io mi farò trovare da voi, dice il Signore” (Ger 29,13).

Ma quand’anche la contrizione non fosse così perfetta, può esser sempre vera ed efficace. Poiché avviene spesso che le cose sensibili ci commuovono più delle spirituali, sicché taluni sentono per la morte dei figli, maggior dolore che per la turpitudine del peccato. Il medesimo si dica quando l’acerbità del dolore non suscita le lacrime, che però nella Penitenza sono da desiderare e lodare assai, come ben dice sant’Agostino: “Non hai viscere di carità cristiana tu, che piangi un corpo abbandonato dall’anima e non piangi un’anima abbandonata da Dio” (Sermo 65, 6). A questo si possono riferire le parole del Signore citate sopra: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21). A conferma di questa verità basti ricordare gli esempi famosi dei niniviti (Gio 3,5), di David (Sal 6,7), della Maddalena (Lc 7,37), del principe degli apostoli (Mt 26,75), i quali tutti implorarono con lacrime abbondanti la misericordia di Dio e ottennero il perdono dei peccati.

Sarà utile ammonire i fedeli ed esortarli nella maniera più efficace a esprimere un particolare atto di contrizione per ogni peccato mortale, poiché dice Ezechia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15).

Dar conto di tutti gli anni significa ricercare uno a uno tutti i peccati, per deplorarli dal fondo del cuore. Leggiamo ancora in Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, vivrà” (Ez 18,21).

In questo stesso senso sant’Agostino ha detto: “II peccatore esamini la qualità del suo peccato secondo il luogo, il tempo, la specie e la persona” (De vera et falsa paenit., 14,19).

Ma i fedeli non disperino mai della bontà e clemenza infinita di Dio, il quale, bramoso com’è della nostra salute, non tarda mai ad accordarci il perdono. Egli abbraccia con paterna carità il peccatore, appena questi, rientrato in se stesso, si ravvede e, detestando in genere tutti i suoi peccati, si rivolge al Signore, purché intenda di ricordarli e detestarli ciascuno in particolare a tempo opportuno. Dio stesso ci comanda di sperare, dicendo per bocca del suo Profeta: “Non nuocerà all’empio la sua empietà, dal giorno in cui egli si sarà convertito” (Ez 33,12).                  ,

 

Quanto è richiesto per una vera contrizione

250 Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessario per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa.

La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: “Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge” (Gc 2,10).

La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo.

La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; ne mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso”. E più oltre: “Quando l’empio si allontanerà dall’empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua”. E più oltre ancora: “Convenitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; così queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,21ss).

La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso dicendo all’adultera: “Va’ e non peccare più” (Gv 8,11) e al paralitico risanato nella piscina: “Ecco, sei risanato: non peccare più” (Gv 5,14).

Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si voglia riconciliare con un amico che ha offeso deve insieme deplorare l’ingiuria fatta e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana, alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. È noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: “Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto” (Epist., 153, 6, 20).

Né si consideri come poco importante, tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: “Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe” (Mt 6,14s).

Questo è quanto i fedeli devono osservare rispetto alla contrizione. Tutte le altre considerazioni che i pastori potranno facilmente raccogliere in proposito, posson riuscire a render la contrizione più perfetta nel suo genere, ma non devono essere considerate come assolutamente necessarie, potendosi avere anche senza di esse una penitenza vera e salutare.

 

Utilità e mezzi per eccitare la contrizione

251 Perché i parroci insegnino quanto occorre alla salvezza, affinché i fedeli indirizzino a essa la vita e le opere, non trascurino di ricordare spesso con diligenza, sia l’utilità, sia l’efficacia della contrizione. Infatti le altre opere di devozione, come le elemosine, i digiuni, le orazioni e altre simili sono talora respinte da Dio per colpa di chi le offre, mentre la contrizione non può non essergli sempre grata e accetta. “Tu non respingerai, o Signore” dice il Profeta “un cuore contrito e umiliato” (Sal 50,19). Che anzi, appena l’abbiano concepita nel cuore, Dio da il perdono dei peccati, come il Profeta stesso dichiara in altro luogo: “Io dico: confesso il mio delitto davanti al Signore e tu rimetti l’empietà del mio peccato” (Sal 31,5). Di tale verità abbiamo come una figura nei dieci lebbrosi che il Signore inviò ai sacerdoti e che furono guariti prima che a loro giungessero (Lc 17,14). Da ciò si rileva che la vera contrizione, di cui abbiamo fin qui parlato, possiede sì grande efficacia che per essa il Signore accorda immediatamente la remissione di tutti i nostri peccati.

Molto varrà ancora, ad accendere la pietà dei fedeli, il fornire loro un metodo per eccitarsi alla contrizione. A tale scopo sarà opportuno ammonirli di esaminare spesso la propria coscienza e vedere se hanno fedelmente osservato i precetti di Dio e della Chiesa. Se si riconoscono colpevoli di qualche fallo, se ne accusino subito davanti a Dio e gliene domandino umilmente perdono, scongiurandolo di accordare loro il tempo di confessarsi e fare penitenza. Soprattutto implorino il soccorso della sua grazia, per non più ricadere in quelle colpe che essi deplorano amaramente di aver commesse.

Cercheranno infine i pastori d’ispirare nei fedeli un odio sommo contro il peccato, sia a motivo della sua immensa e vergognosa bruttezza, sia perché arreca gravissimi danni in quanto aliena da noi la benevolenza di Dio, da cui abbiamo ricevuti tanti beni e tanti maggiori ce ne ripromettiamo, mentre poi ci condanna alla morte eterna con i suoi acerbi tormenti senza fine.

 

Utilità e necessità della confessione

252 Fin qui abbiamo trattato della contrizione; passiamo alla confessione o accusa, che costituisce la seconda parte della Penitenza. Con quanta cura e diligenza i parroci debbano spiegarla s’intenderà facilmente (com’è evidente per tutti i buoni cristiani), considerando che tutto quel che di santo, pio e religioso è piaciuto a Dio di conservare nella Chiesa ai nostri tempi, lo si deve attribuire in gran parte alla confessione. Sicché nessuno si meraviglierà se il nemico del genere umano, che vorrebbe distruggere dalle fondamenta la fede cattolica, si stia sforzando a tutta possa, per mezzo dei suoi satelliti e ministri della sua empietà, di abbattere questa rocca della virtù cristiana.

Si insegni anzitutto che l’istituzione della confessione fu per noi utilissima, anzi necessaria. Pur ammettendo che la contrizione cancella i peccati, chi non sa che essa deve, in tal caso, essere così viva e ardente da eguagliare la grandezza del peccato? Ma poiché pochi sono capaci di giungere a un grado sì alto di pentimento, ne segue che pochissimi potrebbero sperare da questa via il perdono dei peccati. Fu dunque necessario che il Signore, nella sua clemenza, fornisse un più agevole modo alla salvezza degli uomini e lo fece in maniera mirabile, dando alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli.

Secondo la dottrina della Chiesa cattolica, tutti devono credere e affermare senza riserva che se uno è sinceramente pentito dei suoi peccati e risoluto di non più commetterli per l’avvenire, quand’anche non sentisse un dolore sufficiente a ottenergli il perdono, otterrà il perdono e la remissione di tutte le colpe, in virtù delle chiavi, purché li confessi nel debito modo al sacerdote. In questo senso tutti i santi Padri hanno proclamato con ragione che il cielo ci è aperto dalle chiavi della Chiesa e il Concilio di Firenze ha messo questa verità fuori dubbio, dichiarando che l’effetto della Penitenza è la remissione dei peccati (Decr. pro Arm.).

Ma v’è un’altra considerazione che mostra l’utilità della confessione. L’esperienza prova che nulla giova tanto a emendare i costumi di persone che menano una vita corrotta, quanto la manifestazione dei segreti pensieri del loro animo, delle loro parole e azioni, a un amico prudente e fedele, che li possa aiutare coi suoi servigi e consigli. Allo stesso modo dobbiamo considerare sommamente profittevole a quelli che son turbati dal rimorso dei loro peccati, lo scoprire le malattie e le piaghe della loro anima al sacerdote, il quale tiene il luogo di nostro Signore Gesù Cristo ed è sottoposto dalle leggi più severe a un perpetuo silenzio. In tal guisa troveranno pronti dei rimedi pieni di quella celeste virtù, atta non solo a sanare la presente infermità, ma ancora a disporre le anime in modo che per l’avvenire non ricadano sì facilmente nella stessa malattia o nello stesso vizio.

Né si dimentichi un altro vantaggio della confessione, che interessa vivamente la vita sociale. Tolta infatti dalla vita cristiana la confessione sacramentale, il mondo sarà inondato da occulte e nefande scelleratezze. A poco a poco l’abitudine del male renderà gli uomini così depravati, che non si periteranno di commettere in pubblico queste iniquità e altre ancora più gravi. Invece il pudore di doversi confessare raffrena la licenza e il desiderio del peccato, ponendo un argine alla irrompente malizia degli uomini.

 

Natura della confessione

253 Esposta l’utilità della confessione, i parroci ne spiegheranno la natura e il valore.

La confessione si definisce così: è un’accusa dei peccati, nel sacramento della Penitenza, fatta per riceverne il perdono, in virtù delle chiavi.

Anzitutto e a ragione è detta accusa; perché noi non dobbiamo confessare i peccati quasi con ostentazione, come fanno coloro che si compiacciono di operare il male (Prv 2,14), ovvero come una narrazione, quasi volessimo trattenerci con una persona oziosa che non avesse altro da fare, ma enumerarli con l’intenzione di confessarci colpevoli e con il desiderio di punirli in noi stessi. Noi confessiamo i peccati per ottenerne il perdono; perché il tribunale della Penitenza è diverso dai tribunali umani, nei quali alla confessione del delitto è riservata la pena, non già la liberazione dalla colpa e il perdono dell’offesa. In questo medesimo senso, sebbene con altre parole, sembrano aver definito la confessione alcuni santi Padri, per esempio sant’Agostino: “La confessione è la manifestazione di una infermità occulta, fatta con la speranza del perdono” (In Psalmos, 66,7) e san Gregorio: “La confessione è una detestazione dei peccati” (Hom. in ev., 40, 2). Queste due definizioni possono riportarsi a quella data più sopra, che le contiene tutt’e due.

I parroci poi insegneranno ai fedeli, senza la minima esitazione, una verità di massima importanza e cioè che Gesù Cristo medesimo, il quale ha operato tutto per il bene e in vista della nostra salvezza, ha istituito questo sacramento per la sua somma bontà e misericordia. Infatti essendo gli Apostoli riuniti insieme il giorno della sua resurrezione, alitò su di essi dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo. Saranno perdonati i peccati a chi voi li rimetterete e ritenuti a coloro, cui voi li avrete ritenuti” (Gv 20,22). Avendo dunque il Signore concessa ai sacerdoti la facoltà di perdonare o di ritenere i peccati, è chiaro che egli li costituì giudici di quello che dovessero fare.

La stessa cosa il Signore parve volesse significare, quando agli Apostoli comandò di sciogliere Lazzaro risuscitato dalle bende in cui era avvolto (Gv 11,44). Sant’Agostino spiega così quel passo: “I sacerdoti possono ora andare più in là, possono più abbondantemente perdonare a chi confessa, rimettendo le colpe. Infatti il Signore affidò agli Apostoli l’incarico di sciogliere Lazzaro, ch’egli aveva risuscitato, mostrando che la facoltà di sciogliere veniva concessa ai sacerdoti”.

Può anche invocarsi a questo proposito il comando impartito dal Signore ai lebbrosi, guariti lungo la strada, di presentarsi ai sacerdoti e di sottoporsi al loro giudizio (Lc 17,14).

Poiché dunque il Signore ha conferito ai sacerdoti la facoltà di rimettere o di ritenere i peccati, evidentemente essi sono costituiti giudici in questa materia. E siccome secondo l’ammonimento sapiente del santo Concilio Tridentino non è possibile pronunciare una sentenza giusta su qualsiasi argomento, ne si può rispettare la regola della giustizia nell’assegnare le pene dei delitti, se la causa non sia stata ampiamente esposta e ponderata, ne segue che i penitenti nella loro confessione devono presentare ai sacerdoti tutte e singole le loro colpe.

I parroci quindi spiegheranno minutamente quanto su ciò ha stabilito il santo Concilio Tridentino e la Chiesa cattolica ha sempre insegnato. Se leggiamo con attenzione i santi Padri, rintracceremo dovunque testimonianze esplicite, che confermano come questo sacramento sia stato istituito da nostro Signore Gesù Cristo e come esista nel Vangelo la legge della confessione sacramentale, che essi chiamano, alla greca, exomologesi ed exagoreusi. Che se poi ci volgiamo al Vecchio Testamento in cerca di immagini, ci appariranno come indubbiamente pertinenti alla confessione dei peccati quei vari generi di sacrifici, compiuti dai sacerdoti in espiazione delle varie specie di peccati.

Né basta: come occorre mostrare ai fedeli l’istituzione divina della confessione, occorre anche insegnare che per autorità della Chiesa furono aggiunti riti e cerimonie solenni, non inerenti all’essenza del sacramento, ma tali da farne maggiormente risaltare il valore e da predisporre le anime dei penitenti, riscaldate dalla pietà, a ricevere più copiosamente la grazia del Signore. Prostrati a capo scoperto ai piedi del sacerdote, gli occhi abbassati, le mani in atto di supplica, dando prova anche in altri modi, non necessari all’essenza del sacramento, di cristiana umiltà, confessiamo i nostri peccati. Mostriamo così di comprendere che nel sacramento è racchiusa una forza celeste e che doverosamente con tutto l’ardore imploriamo e cerchiamo la misericordia divina.

 

Necessità della confessione

254 Nessuno osi pensare che la confessione sia stata istituita dal Signore in modo che la pratica non ne sia necessaria. I fedeli sono tenuti a credere che chi ha la coscienza gravata da peccato mortale deve essere richiamato alla vita spirituale mediante il sacramento della confessione. Vediamo che il Signore espresse questa necessità con una magnifica immagine, quando definì il potere di amministrare questo sacramento “chiave del regno dei cieli” (Mt 16,19). Chi può penetrare in un luogo chiuso senza ricorrere a chi ne ha le chiavi? Così nessuno può entrare in cielo, se i sacerdoti, alla fedeltà dei quali il Signore consegnò le chiavi, non ne dischiudano le porte. Altrimenti sarebbe assolutamente inutile l’uso delle chiavi nella Chiesa e inutilmente chi ha questo potere potrebbe interdire l’ingresso in cielo ad alcuno, se vi fosse un’altra via per giungervi.

Bene spiegò la cosa sant’Agostino, dicendo: “Nessuno pretenda di far penitenza di nascosto, alla presenza del Signore, pensando: il Signore che mi deve perdonare, sa quel che è nel mio cuore. Ma allora è stato detto invano: “Quel che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo”? E senza ragione sono state consegnate le chiavi alla Chiesa di Dio?” (Sermo 392, 3). Nel medesimo senso sant’Ambrogio scrive nel libro Sulla penitenza, combattendo l’eresia dei novaziani, i quali riservavano soltanto a Dio la potestà di rimettere i peccati: “Chi dunque presta maggiore ossequio a Dio: chi si uniforma ai suoi comandi o chi vi resiste? Orbene: Dio ha comandato di obbedire ai suoi ministri; ciò facendo, tributiamo in realtà onore direttamente a Dio”.

Non potendo esserci dubbio alcuno sull’origine e istituzione divina della legge della confessione, ne segue che occorre ricercare chi debba a essa sottostare, in quale età e in quale tempo dell’anno. Dal canone del Concilio del Laterano, il quale comincia con le parole: “Ogni individuo dell’uno o dell’altro sesso”, risulta che nessuno è vincolato dalla legge della confessione prima dell’età in cui può avere l’uso della ragione. Tale età però non si desume da un definito numero di anni. Sicché sembra doversi ritenere genericamente che la confessione comincia a obbligare il fanciullo quando abbia raggiunto la capacità di distinguere tra bene e male e la sua anima sia capace di malizia.

Si devono, cioè, confessare i propri peccati al sacerdote, non appena pervenuti a quella età in cui è dato di ragionare e di decidere intorno alla vita eterna, non essendoci altro modo di sperare in essa, per chi ha la consapevolezza di aver peccato.

Con il medesimo canone la santa Chiesa stabiliva così il tempo in cui è obbligatorio fare la confessione: “Tutti i fedeli devono confessare i propri peccati almeno una volta l’anno”. Vediamo però se la cura della nostra salvezza non esiga qualcosa di più. In realtà, ogni volta che sembra imminente il pericolo di morte, o iniziarne un atto impraticabile per un uomo macchiato di colpa, come quando amministriamo o riceviamo i sacramenti, la confessione non deve essere tralasciata. Lo stesso faremo quando siamo nel dubbio di avere dimenticato una colpa. Non possiamo, evidentemente, confessare peccati che non ricordiamo, ma neppure otteniamo da Dio il perdono dei peccati, se attraverso la confessione non li cancella il sacramento della Penitenza.

 

Proprietà della confessione

255 Nel fare la confessione si devono osservare molte prescrizioni, di cui alcune appartengono all’essenza stessa del sacramento, mentre altre non sono così necessario. Il parroco spiegherà le une e le altre. Non mancano peraltro opere e commenti, da cui è facile ricavare le spiegazioni in proposito.

Anzitutto i parroci dovranno insegnare che la confessione deve essere integra e assoluta, dovendosi manifestare al sacerdote tutti i peccati mortali. I peccati veniali invece, che non tolgono la grazia di Dio e in cui cadiamo più di frequente, sebbene si possano opportunamente e utilmente confessare, come dimostra la consuetudine dei buoni cristiani, possono però tralasciarsi senza colpa ed espiarsi in molte altre maniere. Ma, ripetiamo, i peccati mortali devono essere tutti e singoli enunciati, anche i più segreti, come quelli che violano solamente i due ultimi comandamenti del Decalogo.

Accade sovente che tali colpe feriscano l’anima più seriamente di quelle altre, che gli uomini sogliono commettere apertamente. Così ha definito il Concilio Tridentino (sess. 14, cap. 5, can. 7) e ha sempre insegnato la Chiesa cattolica, come ne fan fede le testimonianze dei santi Padri. Leggiamo, per esempio, in sant’Ambrogio; “Nessuno può essere perdonato di una colpa, se non abbia confessato il suo peccato” (De parad., 14, 71). Commentando l’Ecclesiaste, san Girolamo conferma la medesima verità: “Chi sia stato segretamente morso dal serpente diabolico e infettato dal veleno del peccato all’insaputa di tutti, se tacerà e non farà penitenza, ne scoprirà la sua ferita al fratello e al maestro, questo maestro, che ha nella lingua la capacità di curare, non potrà essergli utile” (Comm. in Eccl., 10, 11). E san Cipriano, nel discorso sui Lapsi apertamente sentenzia: “Sebbene costoro non abbiano commesso il peccato di sacrificare [agli idoli] o di comprare il relativo libello, se ne ebbero il pensiero, devono nel dolore confessare la colpa ai sacerdoti di Dio”. Su questo punto il parere dei santi Dottori è unanime.

Nella confessione si deve usare quella somma e diligentissima cura che usiamo nelle contingenze più gravi: dobbiamo mirare con tutte le energie a sanare le ferite dell’anima e a svellere le radici del peccato, ne dobbiamo limitarci a spiegare nella confessione i peccati gravi, ma anche le circostanze di ciascuno, che ne accrescono o diminuiscono notevolmente la malizia. Infatti vi sono circostanze così aggravanti, che da sole rendono mortale il peccato: è necessario perciò sempre confessarle. Chi abbia ucciso, dovrà dire se la vittima era laico o ecclesiastico. Chi abbia avuto rapporti carnali con una donna, dovrà spiegare se questa era nubile o coniugata, parente o consacrata a Dio con voto. Tutte queste circostanze costituiscono altrettanti generi di peccati: nel primo caso si tratta di fornicazione semplice; nel secondo di adulterio; nel terzo d’incesto; nel quarto, sempre secondo la nomenclatura dei teologi, di sacrilegio.

Anche il furto è genericamente un peccato; ma chi ruba uno scudo pecca molto più lievemente di chi ne ruba cento o duecento o, comunque, sottragga una forte somma, specialmente se sacra. Simile considerazione vale anche per il tempo e per il luogo, come appare dagli esempi ben noti addotti da tanti mai libri, che non occorre ripeterli. Tutto ciò va spiegato in confessione; però si ricordi che le circostanze non aggravanti la colpa in misura notevole possono essere taciute senza peccato.

E’ veramente indispensabile che la confessione sia integra e completa. Chi di proposito confessi in parte i peccati e in parte li ometta, non solo non ritrarrà alcun vantaggi dalla confessione, ma si renderà reo di una nuova colpa. Simile difettosa manifestazione di colpe non potrà meritare il nome di confessione sacramentale. In tal caso il penitente dovrà rinnovare la confessione e in più si è fatto reo di un altro peccato, perché ha violato la santità sacramentale con la simulazione della confessione.

Si badi però che le lacune della confessione, non volute di proposito, ma provenienti da involontaria dimenticanza o da manchevole esplorazione della propria coscienza pur sussistendo l’intenzione di confessare tutte le proprie colpe, non impongono che tutta la confessione sia ripetuta. Basterà in un’altra occasione confessare al sacerdote le colpe dimenticate, dopo che esse siano tornate alla memoria. Occorre badare a che l’esame di coscienza non sia troppo sommario e rapido. Se saremo stati cosi negligenti nell’esaminarci sui peccati commessi, che possa dirsi di noi di non averli in realtà voluti ricordare, saremo tenuti a ripetere la confessione.

La confessione deve essere schietta, semplice, aperta, non artificiosamente concepita come sogliono fare tanti che sembrano fare più la storia della loro vita, che confessare i peccati. Essa deve mostrarci al sacerdote quali noi siamo, quali compariamo a noi stessi, dando il certo per certo, il dubbio per dubbio. Simili doti mancheranno alla confessione, se i peccati non vengono nettamente espressi, o in essa vengono mescolati discorsi estranei alla materia.

Meritano lode coloro che espongono le cose con prudenza e verecondia. Non è bene perdersi in lunghe frasi; ma succintamente, modestamente, deve dirsi quanto riguarda la natura e l’entità di ciascun peccato. Così il confessore come il penitente devono cercare con ogni mezzo che la loro conversazione nella confessione sia segreta. Perciò non è mai lecito confessare i peccati per mezzo di una terza persona o per lettera, non essendo questi i modi di tener segreta una cosa.

Sarà massima cura dei fedeli purificare incessantemente l’anima mediante la confessione frequente dei peccati. Nulla è più salutare per chi ha l’anima gravata da colpa mortale, in mezzo ai molti pericoli della vita, che confessare senza indugio i propri peccati. Del resto, pur potendosi ripromettere una lunga vita, è veramente riprovevole che noi, mentre usiamo tanta diligenza nel mondare il corpo e le vesti, non usiamo altrettanta diligenza nel far sì che lo splendore dell’anima non sia offuscato dalle macchie di turpissimi peccati.

 

Ministro della confessione

256 È tempo di parlare del ministro di questo sacramento, che è il sacerdote fornito della facoltà ordinaria o delegata di assolvere, come vogliono le leggi ecclesiastiche. Chi deve attendere a simile mansione riveste non solo la potestà dell’ordine, ma anche quella di giurisdizione. Alcune parole del Signore nel Vangelo di san Giovanni offrono un’insigne testimonianza intorno a questo sacro ministero: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e saranno ritenuti a chi li riterrete” (20,23). È evidente che queste parole non furono rivolte a tutti, ma solamente agli Apostoli, ai quali i sacerdoti succedono in questa funzione. E poiché ogni specie di grazia, impartita mediante questo sacramento, rifluisce dal capo, che è Gesù Cristo, nelle membra, è logico che esso sia impartito al corpo mistico di Gesù Cristo, vale a dire ai fedeli, solo da coloro che hanno la potestà di consacrare sull’altare il suo corpo reale; tanto più che, in virtù del sacramento della Penitenza, i fedeli vengono preparati e abilitati a ricevere l’Eucaristia.

I vecchi decreti dei Padri lasciano agevolmente comprendere di quanto rispetto fosse circondata nella Chiesa antichissima la potestà del sacerdote ordinario. Essi stabilivano che nessun vescovo o sacerdote compisse atti di amministrazione sacramentale nella parrocchia altrui, senza l’autorizzazione di chi vi fosse preposto o senza la giustificazione di un’estrema necessità. In sostanza la stessa cosa sanciva l’Apostolo, ordinando a Tito di porre sacerdoti in ogni città, perché nutrissero e formassero i fedeli con il pascolo celeste della dottrina e dei sacramenti (Tt 1,5).

Qualora però sussista pericolo imminente di morte, ne sia possibile avere pronto il proprio parroco, affinchè nessuno in tali circostanze si perda, il Concilio di Trento insegna essere consuetudine della Chiesa di Dio che ogni sacerdote possa non solamente assolvere da ogni genere di peccato, comunque riservato, ma anche sciogliere dal vincolo della scomunica.

Oltre la potestà di ordine e di giurisdizione, strettamente necessarie, il ministro di questo sacramento sia fornito di vasta dottrina e di prudenza, poiché egli deve essere insieme giudice e medico. Non basta una scienza qualsiasi, perché tale giudice deve conoscere a fondo i peccati commessi, assegnarli alle rispettive specie, distinguere i leggeri dai gravi, secondo la qualità e il rango dei penitenti. Anche come medico ha bisogno della massima sagacia, dovendo con cura apprestare al malato quei rimedi che sembrino più acconci a risanarne l’anima e a premunirla in avvenire dall’insidia del male.

Da ciò i fedeli comprenderanno come ciascuno debba porre ogni studio nello scegliersi un sacerdote raccomandato per integrità di vita, dottrina e chiaroveggenza, capace di valutare convenientemente l’importanza gravissima del suo ufficio, quale pena convenga a ciascun peccato, chi sia da sciogliere e chi da lasciar senza assoluzione.

 

Legge del segreto

257  Siccome tutti desiderano ardentemente che le proprie colpe e le proprie vergogne rimangano occulte, i pastori assicureranno i fedeli che non v’è ragione di temere che il sacerdote riveli mai ad alcuno i peccati ascoltati in confessione e ne possa giammai derivare alcun genere di pericolo. Le sanzioni sacre minacciano gravissimamente quei sacerdoti che non abbiano tenuti sepolti nel più inviolabile silenzio i peccati da chiunque confessati loro nel sacramento. Leggiamo fra i decreti del grande Concilio Lateranense: ” Badi il sacerdote a non rivelare mai con la parola, con i segni o con qualsiasi altro mezzo il peccatore”.

 

Regole per ricevere le confessioni

258 L’ordine della nostra esposizione esige che, dopo aver trattato del ministro, svolgiamo alcuni punti principali sull’uso e lo svolgimento della confessione. Vi sono molti fedeli ai quali par mill’anni che trascorrano i giorni dalla legge ecclesiastica stabiliti per la confessione e sono così remoti dalla genuina professione cristiana, da non curarsi di ricordare bene i peccati che dovrebbero denunciare al sacerdote, trascurando tutto ciò che può massimamente contribuire al conseguimento della grazia divina. Con tanto maggiore studio occorre quindi venire in soccorso della loro salvezza. Perciò i sacerdoti osserveranno bene se il penitente abbia concepito vero dolore dei suoi peccati e se nutra deliberato proposito di non ricadervi.

Se si accorgono che egli possiede tali disposizioni, lo esortino a ringraziare Dio di cosi singolare beneficio e a implorare incessantemente l’aiuto della divina grazia, con il sussidio della quale potrà resistere vittoriosamente alle malvagie concupiscenze. Lo ammaestrino a meditare ogni giorno per un po’ di tempo sui misteri della passione di nostro Signore, a imitarlo e a riscaldare il cuore d’amore per lui. Mediante tale meditazione si sentirà ogni giorno più al sicuro dalle demoniache tentazioni. Causa vera della nostra rapida e facile disfatta dinanzi agli assalti del nemico è appunto il non cercare di attingere dalla meditazione delle verità celesti il fuoco della divina carità, capace di rinnovare e rafforzare lo spirito.

Qualora il sacerdote comprenda che il penitente non si duole dei suoi peccati in modo da dirsi veramente contrito, si sforzi perché concepisca vivo desiderio di tale contrizione.

Il desiderio ardente di tanto dono lo indurrà a invocarlo dalla misericordia divina.

Si deve però anzitutto reprimere la superbia di chi si sforza di scusare o attenuare le proprie colpe. Vi sarà, per esempio, chi, confessando i propri scatti d’ira, ne vorrà far ricadere la causa su altri, da cui si lamenterà di aver ricevuto ingiuria. Il sacerdote gli faccia osservare che qui v’è un indizio di animo superbo, che non tiene conto o addirittura ignora l’entità della propria colpa; che simile genere di scuse finisce con l’accrescere, anziché diminuire, la gravita del male, poiché chi lo vuole spiegare così, lascia intendere d’essere disposto a usare pazienza solo quando non sia ingiuriato da altri. Ci potrebbe mai essere cosa meno degna di un cristiano? Avrebbe dovuto invece dolersi quanto mai per colui che lo ha ingiuriato. Invece non è colpito dallo spettacolo del male, ma si adira e anziché cogliere l’ottima occasione per prestare ossequio a Dio con la sua pazienza e correggere il fratello con la mitezza, trasforma un mezzo di salute in mezzo di rovina.

Più perniciosa appare la colpa di coloro che, trattenuti da uno sciocco pudore, non osano manifestare i propri peccati. Bisogna far loro animo con le esortazioni, far loro intendere che non c’è motivo di vergognarsi nel rivelare i loro vizi e che non c’è da meravigliarsi nell’apprendere che un uomo ha peccato. Non è questo un male universale, che rientra nella sfera dell’umana debolezza?

Vi sono altri poi che, per la poca consuetudine o per la nessuna cura posta nell’evocare il ricordo delle loro colpe, non sanno condurre bene a termine una confessione cominciata, o non sanno neppure cominciarla. Occorre vivamente rimproverarli e insegnare che, prima di presentarsi al sacerdote, devono con ogni cura concepire dolore dei peccati, il che è impossibile se questi non sono stati distintamente e minutamente ricordati.

Se il sacerdote riconosce che cedesti penitenti sono del tutto impreparati, li congedi cortesemente, non mancando di esortarli a prendere tempo per ricordare le proprie colpe e poi tornare. Se protesteranno di avere già posto nella preparazione ogni studio e ogni diligenza, poiché il sacerdote deve sempre avere timore che se respinti non tornino più, dovranno essere ascoltati, specialmente nel caso che dimostrino sincera brama di correggere la propria vita e finiscano con l’accusare la propria negligenza e promettere di compensarla nell’avvenire con una maggiore riflessione. Però in tutto questo è necessaria una scrupolosa cautela.

Ascoltata la confessione, se il sacerdote giudica che non mancano al penitente né la diligenza nell’esposizione delle colpe, né il dolore di averle commesse, potrà assolverlo; altrimenti, come abbiamo detto, raccomanderà maggiore attenzione nell’esame di coscienza e lo congederà con la maggiore delicatezza.

Siccome accade che qualche donna, avendo dimenticato di accusare un peccato in una confessione precedente, non osa tornare al sacerdote, nel timore di essere considerata dal popolo rea di singolare malvagità, o avida di lode per la sua religiosità, non sarà male insistere, in pubblico e in privato, che nessuno può vantare tale memoria, da ricordare tutti e singoli i suoi atti, i suoi detti e i suoi pensieri. Perciò i fedeli non devono in nessun modo vergognarsi di tornare al sacerdote, qualora ricordino un peccato prima dimenticato. Queste e altre simili regole dovranno essere osservate dai sacerdoti nella confessione.

 

Definizione e proprietà della soddisfazione

259 Veniamo alla terza parte della Penitenza, che è la soddisfazione.

Esporremo anzitutto il significato e l’efficacia della soddisfazione, da cui i nemici della Chiesa cattolica hanno tratto ripetute occasioni di divergenza e discordia, con gravissimo pregiudizio del popolo cristiano.

La soddisfazione è l’integrale pagamento di ciò che è dovuto, poiché è soddisfacente ciò a cui nulla manca. Sicché trattando della riconciliazione per riottenere la grazia, soddisfare significa offrire quel che a un animo irato appare sufficiente a vendicare l’ingiuria. In altre parole, la soddisfazione è il compenso offerto per l’ingiuria arrecata ad altri. Nel caso nostro i teologi usarono il vocabolo soddisfazione, per indicare quel genere di compenso che l’uomo offre a Dio per i peccati commessi.

Poiché in questo campo possono esserci molte gradazioni, la soddisfazione può intendersi in vari modi.

La più alta ed eccellente soddisfazione è quella con la quale, a compenso delle nostre colpe, è stato dato a Dio tutto ciò che da parte nostra gli si doveva, pur supponendo che Dio abbia voluto trattarci a rigore di diritto. Tale soddisfazione, che ci rese Dio placato e propizio, fu offerta unicamente da Gesù Cristo, che sulla croce scontò l’intero debito dei nostri peccati. Nessuna creatura avrebbe potuto sgravarci di così pesante onere; per questo egli, secondo la parola di san Giovanni, si diede pegno di propiziazione per le colpe nostre e per quelle di tutto il mondo (1 Gv 2,2).

Questa è dunque la piena e globale soddisfazione, perfettamente adeguata al debito contratto con il cumulo di cattive azioni commesse in tutta la storia del mondo. Il suo valore riabilita gli atti umani al cospetto di Dio; senza di esso, questi apparirebbero destituiti di qualsiasi pregio. Sembrano valere in proposito le parole di David che, dopo avere esclamato nella contemplazione dello spirito: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha donato?” nulla rinvenne degno di tanti e così grandi benefici, al di fuori di questa soddisfazione, che espresse con il nome di calice: “Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 115, 12).

Un secondo genere di soddisfazione e detto canonico e si compie in un determinato periodo di tempo. E antichissima consuetudine ecclesiastica che, al momento dell’assoluzione, sia assegnata ai penitenti una penitenza determinata, il cui soddisfacimento è appunto chiamato soddisfazione.

Con il medesimo nome è pure indicato ogni genere di penalità, che spontaneamente e deliberatamente affrontiamo a sconto dei nostri peccati, anche senza l’imposizione del sacerdote.

Quest’ultima soddisfazione non spetta alla natura del sacramento, di cui invece fa parte quella imposta per i peccati dal sacerdote di Dio, con unito il fermo proposito di evitare in avvenire ogni peccato. Perciò alcuni proposero questa definizione: “Soddisfare significa tributare a Dio l’onore dovuto”. Ma è evidente che nessuno può tributare a Dio l’onore dovutogli, se non si proponga di evitare assolutamente ogni colpa. Quindi soddisfare è anche un recidere le cause dei peccati, non lasciare varco alla loro suggestione. Per questo altri preferiscono definire la soddisfazione come la purificazione dell’anima da ogni bruttura di peccato e l’affrancamento dalle pene temporali stabilite, i cui vincoli la stringevano.

 

Necessità della soddisfazione

260 Ciò posto, non sarà difficile persuadere i fedeli della necessità, in cui si trovano i penitenti, di esercitarsi nella pratica della soddisfazione.

Si deve loro insegnare che dal peccato scaturiscono due conseguenze: la “macchia” e la “pena”. Poiché perdonata la colpa, risparmiato il supplizio della morte eterna nell’inferno, non sempre accade, secondo la definizione del Tridentino, che il Signore condoni i residui dei peccati e la pena temporanea loro dovuta. Esempi significativi di questa verità si riscontrano nella Sacra Scrittura, nel terzo capitolo della Genesi, nei capitoli dodici e venti dei Numeri e altrove.

L’esempio più insigne è però offerto da David, il quale, sebbene avesse udito dal profeta Natan le parole rassicuratrici: “II Signore ha cancellato il tuo peccato e tu non morrai” (2 Sam 12,13), pure dovette sottostare a pene gravissime, implorando notte e giorno la misericordia divina: “Lavami abbondantemente dalla mia iniquità; mondami dal mio peccato; riconosco la mia colpa; ho sempre dinanzi a me il mio peccato” (Sal 50,4). Così chiedeva al Signore di condonargli non solamente il delitto, ma anche la pena a esso dovuta e che lo volesse reintegrare nel primitivo stato di decoro, purgandolo da ogni residuo peccaminoso. Eppure il Signore, nonostante le sue incessanti preci, colpì David con il tradimento e la morte del figlio adulterino e di Assalonne, il prediletto, e con altre punizioni, in precedenza annunciate.

Anche nell’Esodo leggiamo che, sebbene il Signore, placato dalle preghiere di Mosè, avesse perdonato al popolo idolatra, pure minacciò di chiedere conto con gravi pene di così grande colpa e lo stesso Mosè previde che il Signore ne avrebbe tratto severissima vendetta fino alla terza e quarta generazione (Es 32,33). L’autorità dei santi Padri attesta come questi ammaestramenti siano stati sempre vivi nella Chiesa cattolica.

Il santo Concilio Tridentino spiega luminosamente la ragione per cui non tutta la pena viene condonata nel sacramento della Penitenza, come invece accade nel Battesimo, con queste parole: “L’essenza della giustizia divina esige che in modo diverso siano ricevuti in grazia coloro che, per ignoranza, peccarono prima del Battesimo e coloro che, una volta affrancati dalla schiavitù del peccato e del demonio e insigniti del dono dello Spirito Santo, non esitano a violare consapevolmente il tempio di Dio e a contristare lo Spirito Santo. In questo caso conviene alla divina clemenza che non siano condonati i peccati senza alcuna soddisfazione, perché alla prima occasione, reputando poca cosa la colpa, disprezzando lo Spirito Santo, non cadiamo in misfatti più gravi, accumulando l’ira divina per il giorno della vendetta. Senza dubbio le pene soddisfattorie trattengono efficacemente dal peccato e ci stringono con un freno potente, rendendoci più cauti e vigili per l’avvenire” (sess. 14,cap. 8).

Esse inoltre sono come prove documentarie del dolore concepito per i peccati commessi: sono riparazione data alla Chiesa, gravemente lesa nel suo decoro dalle nostre colpe. Scrive sant’Agostino: “Dio non ripudia un cuore contrito e umiliato, ma perché spesso il dolore di un cuore è ignorato da un altro e non giunge a cognizione altrui con parole o con altri segni, opportunamente sono stati fissati dalla Chiesa i periodi della penitenza, affinché sia data soddisfazione alla Chiesa stessa, nel cui grembo i peccati vengono rimessi” (Ench., 65).

Si aggiunga che gli esempi della nostra penitenza insegnano agli altri come essi stessi debbano regolare la loro vita e battere la via della pietà. Scorgendo le pene imposteci per i nostri peccati, gli altri comprendono come siano necessario nella vita speciali cautele e come i costumi vadano corretti. Per questo la Chiesa ha saggiamente stabilito che chi ha pubblicamente peccato sottostia a una penitenza parimenti pubblica; così gli altri, intimoriti, sappiano più diligentemente evitare in seguito la colpa. Del resto anche per i peccati occulti s’imponeva talvolta la penitenza pubblica, quando fossero molto gravi. La regola però non ammetteva eccezione per i peccati pubblici che non venivano assolti prima della pubblica penitenza. Frattanto i pastori pregavano Dio per il peccatore e nel medesimo tempo lo esortavano a fare altrettanto.

Va ricordata in proposito la premura di sant’Ambrogio, le cui lacrime, a quanto è narrato, riuscirono più volte a infondere autentico dolore in anime che si erano avvicinate con molta freddezza al sacramento della Penitenza (Paolino, Vita Ambr., 39). Più tardi, purtroppo, si è abbandonata la severità dell’antica disciplina, essendosi raffreddata la carità; sicché molti fedeli hanno finito con il non ritenere necessari, per impetrare il perdono dei peccati, alcun dolore intimo dell’animo, ne gemito del cuore, credendo sufficiente la semplice parvenza del dolore.

Infine, sottostando alle debite pene, noi riproduciamo l’immagine del nostro capo Gesù Cristo, che ha affrontato la passione e la prova (Eb 2,18). Come ha detto san Bernardo: “Che cosa si potrebbe concepire di più deforme che un membro delicato, unito a un capo coronato di spine?” (Sermo de omn. sanct., 5, 9). Scrive Infatti l’Apostolo che saremo coeredi con Cristo, se soffriremo con lui (Rm 8,17); vivremo con lui, se saremo morti insieme; regneremo con lui, se con lui avremo sofferto (2 Tm 2,11).

Anche san Bernardo ha affermato che nel peccato si riscontrano la macchia e la piaga; la prima è cancellata dalla misericordia divina, ma a sanare la seconda è indispensabile la cura, che consiste nel rimedio della penitenza. Come nella ferita rimarginata rimangono cicatrici, che esigono esse stesse una cura, così nell’anima, assolta dalla colpa, rimangono tracce bisognose ancora di rimedio. Una sentenza del Crisostomo conferma questa verità, quando osserva che non basta estrarre dal corpo la freccia, ma bisogna risanarne la ferita; così appunto nell’anima, dopo conseguito il perdono della colpa, deve curarsi con la penitenza la piaga rimasta. Ripetutamente insegna sant’Agostino che nella Penitenza è necessario distinguere la misericordia dalla giustizia di Dio; la prima rimette le colpe e le pene eterne meritate; la seconda infligge al peccatore pene temporali (In Psalmos, 50, 7).

Del resto la pena penitenziale, volenterosamente accettata, previene i supplizi stabiliti da Dio, come insegna l’Apostolo. Se ci giudicassimo da noi stessi non saremmo giudicati, quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo castigati per non essere condannati con questo mondo (1 Cor 11,31). Nell’apprendere tutto ciò, i fedeli si sentiranno necessariamente stimolati a opere di penitenza.

 

Efficacia e base della soddisfazione

261 Quanto grande sia l’efficacia della soddisfazione risulta dal fatto che essa scaturisce tutta dai meriti della passione di nostro Signore Gesù Cristo, in virtù della quale noi conseguiamo con le azioni virtuose i due massimi beni: il premio della gloria immortale, poiché è scritto che neppure un bicchiere d’acqua fresca dato nel suo nome mancherà di congrua mercede (Mt 10,42), e il soddisfacimento che facciamo per i nostri peccati.

Non è oscurata per questo la perfetta e sovrabbondante soddisfazione, offerta da nostro Signore Gesù Cristo. Al contrario, è resa più insigne e più luminosa. Risulta infatti più copiosa la grazia di Gesù Cristo per il fatto che ci vengono comunicati non solo i suoi meriti personali, ma anche quelli che, come capo, egli attua nei santi e nei giusti, che sono sue membra. Infatti solo di là le azioni giuste e oneste dei pii ricevono tanto valore e tanta importanza. Come la testa in rapporto a tutto il corpo e la vite in rapporto ai tralci (Gv 15,4; Ef 4,15), Gesù Cristo non cessa di diffondere la sua grazia in coloro che gli sono uniti nella carità. Questa grazia previene sempre le nostre buone azioni, le accompagna e le segue, rendendoci possibili il merito e la soddisfazione da darsi a Dio.

Ne segue che nulla manca ai giusti. Mediante le opere compiute con il soccorso di Dio, essi possono soddisfare alla legge divina, secondo la capacità della natura umana e mortale, e possono meritare la vita eterna, che conseguiranno se escono da questa vita ornati della grazia divina. E nota la sentenza del Salvatore: “Chi avrà bevuto l’acqua che io darò, non avrà sete in eterno, e l’acqua che gli avrò dato, si trasformerà in lui in una sorgente d’acqua che sale all’eterna vita” (Gv 4,13).

La soddisfazione però deve possedere due requisiti. Anzitutto, chi soddisfa deve essere giusto e amico di Dio. Le opere compiute senza fede e senza carità non possono essere in nessun modo gradite a Dio. In secondo luogo le opere intraprese siano tali da recare dolore e disagio, perché dovendo esse riuscire compensatrici di passati peccati e quasi, secondo le parole di san Cipriano, redentrici del male fatto (Epist., 55), occorre assolutamente che racchiudano qualcosa di amaro, sebbene non sempre sia vero che chi si esercita in azioni onerose, per questo stesso ne senta dolore. Spesso l’abitudine del soffrire o l’ardente amore di Dio fanno sì che anche pene gravissime siano appena percepite. Ciò non toglie a tali opere la capacità di soddisfazione, poiché è proprio dei figli di Dio l’essere così infiammati dall’amore divino da non provare incomodo in mezzo ai più acerbi dolori, sopportando tutto con animo invitto.

 

Azioni soddisfattorie

262 I parroci insegneranno che le opere capaci di valore soddisfattorio possono ridursi a tre categorie: orazioni, digiuni, elemosine, in corrispondenza al triplice ordine di beni, spirituali, corporali ed esteriori, che abbiamo ricevuto da Dio. Si trovano qui i mezzi più atti ed efficaci a recidere le radici del peccato. Poiché infatti il mondo è impastato di cupidigia carnale, di cupidigia degli occhi, di superbia della vita, è chiaro che a queste tre cause di male vanno contrapposte tre medicine: il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Tale classificazione appare ragionevole anche se si considerano le persone offese dai nostri peccati, che sono Dio, il prossimo, noi stessi. Ora noi plachiamo Dio con la preghiera; diamo soddisfazione al prossimo con l’elemosina; dominiamo noi stessi con il digiuno.

Ma poiché fatalmente la vita è accompagnata da innumerevoli angosce e disgrazie, ai fedeli si deve con ogni cura ricordare che tollerando pazientemente quanto a Dio piaccia di mandarci, si accumula buon materiale di meriti e di soddisfazione; mentre recalcitrando e ripugnando alla sofferenza, si perde ogni frutto di soddisfazione, esponendosi alla diretta punizione di Dio, giusto vendicatore della colpa.

Veramente degna di ogni lode e di ogni ringraziamento è la bontà clemente di Dio, il quale concesse all’umana debolezza che uno potesse soddisfare per un altro; cosa che è in modo speciale propria di questa parte della Penitenza. Se nessuno può pentirsi o fare la confessione delle colpe al posto di altri, può però, chi è in grazia, sciogliere per altri il debito contratto verso Dio; in altre parole, portare in qualche modo il carico altrui. Il fedele non può in alcun modo dubitarne, poiché nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere nella comunione dei santi.

Infatti se tutti, lavati nel medesimo Battesimo, rinasciamo a Cristo, partecipiamo ai medesimi sacramenti e principalmente ci alimentiamo e ci dissetiamo con il medesimo corpo e sangue di nostro Signore Gesù Cristo, siamo evidentemente membra del medesimo corpo. Orbene, come il piede adempie la sua funzione per il vantaggio, non solamente proprio, ma anche, per esempio, degli occhi, e a sua volta la vista giova agli occhi e insieme a tutte le membra, così dobbiamo reputare comuni fra tutti noi le opere della soddisfazione. Vi sono però delle eccezioni, per quanto riguarda i vantaggi che da esse scaturiscono. Le opere soddisfattorie infatti sono come medicine e metodi di cura, prescritti al penitente per risanare le cattive inclinazioni del suo spirito: perciò non possono partecipare della loro virtù risanatrice coloro che personalmente nulla fanno per soddisfare.

 

A chi deve negarsi l’assoluzione

263 Le tre parti della Penitenza, dolore, confessione, soddisfazione, devono essere abbondantemente spiegate. I sacerdoti però, ascoltata la confessione dei peccati e prima di assolvere il penitente, vedano bene se questi sia veramente reo di avere sottratto qualcosa alla sostanza o alla fama del prossimo. In tal caso dovrà riparare il danno e non potrà essere assolto se non promette di affrettarsi a restituire. E poiché molti si dilungano nel promettere la riparazione, ma non si decidono mai ad assolvere la promessa, devono esservi assolutamente costretti, ripetendo l’ammonimento dell’Apostolo: “Chi ha rubato, ormai non rubi più; lavori piuttosto con le sue mani per venire incontro alle necessità di chi soffre” (Ef 4,28).

Nell’assegnare la pena soddisfattoria, i sacerdoti ricordino di non fissarla a capriccio, bensì con giustizia, prudenza e pietà. Affinché i peccati risultino valutati secondo una regola e i penitenti riconoscano più agevolmente la gravita dei loro misfatti, sarà bene dir loro talvolta quali pene fossero decretate dai vecchi canoni, detti “penitenziali”, per determinati peccati. In generale la misura della soddisfazione sarà data dalla natura della colpa. Tra tutte le forme di soddisfazione è bene specialmente imporre ai penitenti di pregare in determinati giorni per tutti, ma in modo particolare per coloro che hanno lasciato questa vita nel nome del Signore. I sacerdoti li esorteranno a ripetere spesso le medesime opere soddisfattorie; a foggiare i loro costumi in modo che, pur avendo coscienziosamente compiuti tutti gli atti pertinenti al sacramento della confessione, non tralascino per questo la pratica della virtù della penitenza. Che se talora, a causa del pubblico scandalo, sarà necessario imporre una penitenza pubblica, anche se il penitente cerchi di evitarla e per questo preghi, non gli si presti facilmente ascolto, ma è necessario convincerlo a sottostare con animo pronto a quanto riesce salutare a lui e agli altri.

Quanto siamo venuti esponendo relativamente al sacramento della Penitenza e alle sue parti, sia spiegato in modo che non solo i fedeli l’intendano perfettamente, ma anche, con l’aiuto del Signore, si sentano indotti a eseguirlo piamente e religiosamente.

(Dal Catechismo tridentino)

INTRODUZIONE  AL

 CATECHISMO DEL

 CONCILIO DI TRENTO

 

Il Catechismo del Concilio di Trento detto anche Catechismo tridentino o Catechismo romano è un catechismo rivolto ai sacerdoti (ad parochos) promulgato ufficialmente dalla Chiesa Cattolica riunita durante il Concilio di Trento del XVI secolo; è stato l’unico catechismo ecumenico prima dell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 da cui ha preso la struttura e tutti gli insegnamenti. Esso aveva lo scopo di fornire un manuale autorevole che fosse base per gli insegnamenti dei sacerdoti ai fedeli laici e che contribuisse ad affermare la dottrina cattolica contro la Riforma protestante.

 Storia:

L’esplosione della Riforma protestante nel XVI secolo e le nuove tecnologie della stampa fecero si che un gran quantitativo di trattati teologici popolari e catechismi si diffondesse in Europa, gran parte dei quali promulgavano dottrine in aperto contrasto con la Chiesa Cattolica e da questa considerate eretiche. I parroci ed i sacerdoti più a diretto contatto con il popolo spesso non avevano le conoscenze teologiche necessarie a contrastare gli ideali riformatori che si diffondevano rapidamente e portavano molti fedeli lontano dalla chiesa di Roma.

Nelle discussioni in seno al concilio ecumenico di Trento emerse la volontà di riunire in un unico testo ufficiale le basi di tutti gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: “Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l’ufficio di legittimi pastori e insegnanti.” (Prefazione del Catechismo Romano, n°4)

Questa decisione fu presa nel corso della diciottesima sessione del Concilio Ecumenico (26 febbraio 1562) su suggerimento del cardinale San Carlo Borromeo che desiderava ardentemente una riforma del clero. Papa Pio IV affidò la composizione del catechismo a quattro eminenti teologi: l’arcivescovo Leonardo Marino di Lanciano, Muzio Calidi di Zara, il vescovo di Modena Egidio Foscarini e il dominicano portoghese Francisco Fureiro; la supervisione del lavoro fu compito di tre cardinali. Borromeo supervisionò la redazione del testo originale italiano che grazie ai suoi sforzi fu terminato nel 1564, quindi fu riesaminato dal cardinal Guglielmo Sirleto e tradotto in latino da due famosi umanisti: Paulus Manutius e Julius Pogianus.

La pubblicazione avvenne contemporaneamente in latino ed italiano nel 1566 su ordine di Papa Pio V con il titolo:

“CATECHISMUS EX DECRETO

CONCILII   TRIDENTINI AD PAROCHOS   PII  V

JUSSU EDITUS,   ROMÆ,   1566”

(in-folio). Il concilio ordinò le traduzioni in tutte le altre lingue (Sess. XXIV, “De Ref.”, C. VII).

 

 Contenuto:

Il Sacrosanto Concilio Tridentino intese il Catechismo come il manuale ufficiale per l’istruzione popolare, il settimo canone cita: “Perché il fedele possa avvicinarsi ai sacramenti con maggior reverenza e devozione, il Santo Sinodo incarica tutti i vescovi che li amministrano a spiegare i gesti e le usanze in modo che sia adatto alla comprensione del popolo; devono inoltre osservare che i propri parroci osservino la stessa regola con pietà e prudenza, facendo uso per le loro spiegazioni, dove necessario e conveniente, della lingua volgare; e siano conformi alle prescrizioni del Santo Sinodo nei loro insegnamenti (catechesi) per i vari Sacramenti: i vescovi devono accertarsi che tutti questi insegnamenti siano accuratamente tradotti in lingua volgare e spiegati da ogni parroco ai fedeli…”. (Concilio Ecumenico di Trento, De Reformatione Sess. XXIV.)

Nelle intenzioni della Chiesa il catechismo, benché scritto primariamente per i parroci, fu inteso anche come uno schema fisso e stabile di insegnamenti per i fedeli, specialmente riguardo alla grazia; per questo compito il lavoro segue fedelmente le definizioni dogmatiche del concilio.

Il testo è diviso in quattro parti:

1. La Fede ed il suo Simbolo;

2. I Sacramenti

3. I precetti del Decalogo

4. L’Orazione ed in particolare il Padre Nostro

I vescovi si affrettarono a diffondere in ogni modo il nuovo catechismo, sia leggendolo essi stessi per memorizzarlo che esortando i sacerdoti a discutere su di esso in ogni loro raduno e a utilizzarlo per l’istruzione dei fedeli.

 

 I Catechismi di ieri di oggi: un’unica fede e dottrina senza evoluzioni.

Questo Catechismo rimane tuttora a disposizione dei fedeli. È un grave errore dottrinale, supporre che con l’edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, questo glorioso Catechismo Tridentino abbia perso valore e sia considerato superato. Il Catechismo Romano (così come il catechismo di san Pio X) è ancora un luminoso faro che può e deve continuare a trovare accoglienza così come ha trovato accoglienza tra i fedeli di tutti il mondo del Catechismo di Giovanni Paolo II e del suo Compendio edito da Benedetto XVI.

Così come in una sinfonia dove gli strumenti musicali seppur diversi suonano all’unisono creando un’armonia melodia così è la Dottrina Cattolica che per rispendere e per essere compresa da tutti ha bisogno che i Catechismi di San Pio V, San Pio X (Pio XI), Giovanni Paolo II, e Benedetto XVI siano accolti e approfonditi egualmente perché ciò che non è presente in un catechismo certamente sarà presente nell’altro e nel mutuo scambio e condivisione il fedele potrà comprendere quale ricchezza dottrinale immutabile ed eterna  ha la nostra religione.

Infatti ciò che muta nel tempo non è la Verità, che rimane scolpita, fissa e ancorata al reale e che dunque non conosce contraddizione o evoluzione, quasi come se ciò che è vero e giusto in un’epoca possa diventare falso e ingiusto in un’altra. Ciò che muta è sempre la condizione sociale del popolo di Dio e pertanto, la Chiesa nella sua attività pastorale è sempre impegnata nella realizzazione del suo ufficio di insegnare, di adeguarsi pastoralmente a quelle che sono le condizioni reali della gente.

Questo spiega il proliferare di catechismi da parte della Chiesa: non perché la dottrina in essa contenuta debba essere emendata, riformata, superata da chissà quali nuove conquiste del pensiero moderno, ma semplicemente perché le persone di epoche differenti, hanno condizioni culturali, sociali, economiche, politiche e spirituali differenti. L’attività di insegnamento della Chiesa, nel tenere conto di queste circostanze è sempre venuta incontro alle specifiche esigenze dell’uomo contemporaneo.

Nell’epoca del Concilio di Trento, erano i parroci a dover svolgere l’attività di divulgatori dell’insegnamento cristiano, non potendo il popolo istruirsi da sè. Per questo motivo, il catechismo tridentino si rivolge ai parroci e non direttamente ai fedeli. Secoli dopo, san Pio X e Pio XI sapranno trasformare l’esposizione del catechismo tridentino, compendiandola in una forma che faciliti l’alfabetizzazione religiosa delle masse, attraverso le familiari formule del Catechismo della Dottrina Cristiana. Mutate le condizioni del popolo di Dio, è sempre rimasta l’esigenza di abbeverarsi alla medesima fonte di Verità.

La Chiesa ha sempre saputo porgere la Verità immutabile e divina, nelle forme più efficaci per l’edificazione del popolo. Con la cultura di massa e l’ingresso della società nella post-modernità, la Chiesa si rivolge direttamente ai fedeli laici, attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica, che rappresenta una esposizione organica di tutta la fede, che permette all’uomo moderno certamente più erudito rispetto al passato, di avviare tramite una base sicura la sua personale ricerca e studio del cattolicesimo.

Infine il Compendio culmina l’opera iniziata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che nella sua completezza appare come un’opera considerevolmente voluminosa. Con la sua forma più semplice e diretta riprendendo lo stile intramontabile del catechismo di San Pio X e Pio XI, permette all’uomo d’oggi, incline al pragmatismo, di ottenere la risposta corretta alla domanda della fede.

Dunque, come si vede, la fede è sempre la stessa, poiché essa è sempre la medesima ricerca, in ogni epoca, del medesimo Dio, Signore e Creatore.

Ci permettiamo di deporre, sotto lo sguardo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, l’intero lavoro svolto per la Maggior Gloria di Dio. Alla Madre della Chiesa rifugio dei peccatori e Madre della Misericordia affidiamo opere ed intenzioni perché le orienti e le sostenga e perché l’uomo nella riscoperta della Verità possa incontrare la Salvezza.

 

DAL SITO IN CUI SI TROVA TUTTO IL CATECHISMO TRIDENTINO: http://www.maranatha.it/catrident/00page.htm

 

 

Don Dolindo Ruotolo, Il Sacramento del perdono: “Il Cuore di Gesù è il medico dell’umana infermità, e chi va a Lui è risanato, risale all’altezza della sua nobiltà, e la stessa sua miseria gli si muta in bene ed in merito.”

 

-Il Sacramento del perdono- Don Dolindo Ruotolo:

“Il mondo non è che un immenso ospedale di infermità, la cui radice è sempre nel peccato maledetto, perché ogni male morale o fisico deriva solo dal peccato.

Dio ha fatto tutto nell’ordine, e quello che è uscito dalle sue mani è perfetto nel genere suo; il peccato, essendo l’allontanamento della creatura da Dio, la sostituzione della creatura a Dio, non può portare con sé che il disordine, ed allora l’uomo perde quella forza dominatrice che ha ricevuta, cade in un ordine inferiore, e con lui trascina anche tante creature che domina o che hanno con lui una relazione più o meno prossima.

Le leggi della provvidenza non sono turbate, per la potenza di Dio che si serve anche del male per ritrarne il bene, ma l’uomo risente in tanti modi gli effetti della sua caduta. L’ordine della provvidenza per lui è veramente turbato, ed egli non trova più pace, è agitato internamente, è sopraffatto anche esternamente dai malanni e dal dolore.

Il Cuore di Gesù è il medico dell’umana infermità, e chi va a Lui è risanato, risale all’altezza della sua nobiltà, e la stessa sua miseria gli si muta in bene ed in merito. La tribolazione, per l’anima che vive di Lui ed in Lui, si muta in vita, perché diventa un complemento della sua passione nell’anima stessa. E in Lui che tutto rifluisce e tutto si trasforma.

Abbiamo mai considerato il mistero della remissione del peccato? Come è che il peccato che è un fatto storico, un fatto che è sempre reale nell’infinità di Dio, come è che è annullato e perdonato? Cerchiamo di meditarlo e di capire questo grande mistero.

Quando l’uomo ritorna a Dio per la penitenza, non fa che rimettere in Gesù Redentore il triste fardello delle sue colpe. E’ la Passione di Cristo Gesù che trasforma ed assorbe queste miserie, ed il fatto storico del male diventa fatto storico della sua Passione. Gesù ha caricato sopra di Sé tutte le iniquità umane, fino alle ultime che si consumeranno sulla terra, ed in Sé le ha annientate per l’amore; le ha mutate, per il sacrifizio, in un’armonia di giustizia e di riparazione.

Noi, per il Sacramento della penitenza ci congiungiamo a Lui, e diventiamo veramente una parte del suo corpo immolato; logicamente, quindi, il peccato, in questo modo, non è solo coperto, ma è annientato nel Sangue e nell’amore di Cristo. Il fatto storico che è incancellabile diventa una delle attività della sua Passione, quindi rimane come fatto storico, ma rimane in Lui, rimane come attività del suo amore.

Questo è il grande segreto del mistero della espiazione del peccato e della sua remissione. Alcuni eretici dissero che il peccato era solo coperto; ignoravano completamente la natura ed il valore del sacrifizio di Gesù.

Per intendere questa grande verità, immaginiamo una macchina che è capace di trasformare ogni cosa putrefatta nei suoi elementi puri. Noi vi gettiamo dentro una carogna di animale e la macchina lavora, tritura quell’ammasso impuro, geme essa stessa e raccoglie il fetore di quella carogna; ma da essa non viene fuori poi che un elemento chimico puro.

Finché la carogna è fuori della macchina, mette orrore; ma basta che si congiunga alla macchina, che subito la stessa sua putrefazione si trasforma, e quello che prima nauseava, ecco diventa un bene. Allora l’animale morto non esiste più storicamente, ma diventa materia prima del lavoro della macchina. Così succede nella remissione dei peccati. L’uomo pecca ed è un ammasso di disordine; è un fatto reale il suo peccato, ed il fatto non può cancellarsi.

L’uomo si pente; il suo dolore ha reso già il peccato un’occasione per rivolgersi a Dio; esso non è più il male che divideva da Dio, ma è la spinta che risolleva a Dio! E’ la base della umiltà che fa riconoscere alla creatura il suo nulla. Il peccatore riceve il Sacramento della penitenza e si congiunge alla passione di Gesù; il suo peccato era stato già da Lui raccolto e trasformato in amore nel suo Cuore; il peccatore, quindi, nel congiungersi con Lui, non trova più la miseria, ma la sua attività espiatrice, che è solo amore a Dio; ed ecco che non rimane più il peccato, ma rimane la giustizia, e l’uomo è giustificato e vive in Lui e per Lui.

Il pentimento naturale del male fatto non porta la pace nell’anima, mentre l’assoluzione sacramentale ci porta la gioia. Questa gioia, questa soddisfazione non è la gioia effimera di chi si libera da un segreto dell’anima, perché spesso con tanti si confessano le proprie colpe; a tanti si confidano, ed in tanti modi, le proprie miserie, senza averne pace; quella soddisfazione è la percezione precisa, spesso subcosciente di un bene, di una ricchezza ricevuta… è la soddisfazione dell’anima che non sente più il peso del peccato perché il peccato è giustificato in Gesù Redentore, si è mutato, è stato trasformato. L’uomo si sente giusto, non ha più rimorso, ha la pace, perché Gesù accolse il suo fango, e lo mutò nel suo Sangue in ricchezza luminosa di cristallini lucenti nell’infinito sole.

Quale meraviglia è dunque la remissione di un accenno soltanto di questa meraviglia, un peccato! che in realtà sarà oggetto di eterna contemplazione, poiché in Cristo appariranno tutti i peccati del mondo, trasformati in amore. Questo è il glorioso trionfo di Dio sul male; questo è il debellamento completo di satana.

I nostri peccati e gli atti della penitenza sono, diciamo, la materia del Sacramento della Penitenza. Oh, come la Chiesa è sublime e precisa in ogni suo insegnamento! La materia prima che Gesù lavora, che con la formula nuova si trasforma per Lui ed in Lui e diventa ricchezza, amore e pace. La penitenza che a noi impone la Chiesa è parte integrante del Sacramento, perché è diretta al nostro utile, a completare quella piena unione col Cristo, che è rara tra i fedeli, a risanare le piaghe nostre.

Così, quando l’acqua di un pantano si è cristallizzata, soffia il vento benefico e gelido, che spazza via gli ultimi miasmi che ancora ammorbavano l’infetta palude. Oh, quali miracoli di amore in una sola assoluzione! Noi possiamo sempre confessare i peccati più gravi passati, anzi in ogni confessione li confessiamo con un’accusa generale, recitando il Confiteor. Che cosa produce questa confessione di peccati già rimessi? Noi li depositiamo novellamente in Cristo Redentore, e questo è un novello atto di fiducia che aggiunge novella grazia alla giustificazione già avuta, perché rende più intimo il nostro amore e la nostra unione con Lui. Ricordando i peccati passati noi ci umiliamo, e facciamo fiorire l’anima nostra di novelli fiori, e raccogliamo come una folata di vento e di profumo dalla sua attività redentrice.

Oh, l’amore di Dio quanto è grande nella giustificazione di un’anima! Se meditiamo questa parola intenderemo quanto Egli ci ha amati e quanto ci ama!”

(Don Dolindo Ruotolo)

“Dieci Regole per celebrare bene il Sacramento della Confessione”

 

Dal Blog di Costanza Miriano:

 

“Dieci Regole per celebrare bene il Sacramento della Confessione”

di autori vari

Riceviamo da fr Filippo Maria 

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Tenendo conto che la parte principale del Sacramento della Confessione (o Penitenza o Riconciliazione) è la Misericordia di Dio che penetra nella vita del credente rendendolo una creatura nuova, ecco alcune semplici e concrete indicazioni di cui il penitente potrà tenere conto per vivere al meglio il grande mistero dell’amore di Dio racchiuso nel Sacramento:

 

  1. La confessione ben fatta va innanzitutto preparata; è bene accostarsi al Sacramento solo dopo aver fatto un diligente esame di coscienza. L’esame di coscienza poi và accompagnato dalla volontà e dal proposito di non ricadere più in quelle mancanze che si sono individuate, non dalla certezza che quelle cose non accadranno più; siamo essere limitati e sempre in cammino, e probabilmente per tutta la vita avremo qualcosa da migliorare e da cambiare… tuttavia se, ad esempio, mentre mi confesso ho già programmato di compiere un furto, ovviamente la mia confessione è invalida. Di contro, se quando vado a confessarmi non sono realmente intenzionato a cambiare qualcosa nella mia vita… sarebbe meglio non confessarsi!
  1. Prima di iniziare l’accusa dei peccati sarebbe opportuno, ma non obbligatorio, presentarsi al confessore (se questi non vi conosce, naturalmente!): chi sono, se sono sposato, se ho figli, che tipo di attività svolgo, se sono un consacrato, se in ricerca vocazionale, fidanzato, celibe, nubile e quant’altro… un conto sono i doveri cristiani di uno sposato, un conto i doveri di un consacrato, un altro conto ancora quelli di un celibe…
  1. Durante la confessione sacramentale sei chiamato a consegnare al sacerdote tutti i peccati gravi commessi dall’ultima confessione ben fatta (specificando numero e caso, almeno in maniera approssimativa). Tacere consapevolmente, per qualsiasi motivo, anche un solo peccato, rende invalida (e sacrilega) la confessione stessa.
  1. Non confessare solo i peccati «secondo te», ma tutti quegli atti che sono peccato secondo Dio e secondo la legge della Chiesa. In caso di dubbio, parlane col sacerdote.
  1. Durante l’accusa dei peccati, non ti giustificare e non giustificare il fatto che tu abbia commesso quella o quest’altra cosa… Dio sa e conosce tutto! Tu sei chiamato con grande umiltà a riconoscerti peccatore e a confidare nell’infinita misericordia di Dio.
  1. Durante l’accusa dei peccati (e prima ancora durante l’esame di coscienza) non ti paragonare a quelli che stanno peggio di te (“non ho ammazzato nessuno, non ho rubato…”); confrontati con la legge di Dio e della sua Chiesa e, se proprio vuoi paragonarti con qualcuno, esamina la vita di Gesù Cristo e confrontala con la tua!
  1. Non confessare i peccati degli altri (marito, moglie, genitori, figli, amici, ecc.); confessa i tuoi!
  1. Nella confessione dei peccati và subito al nocciolo della questione! Se hai un cancro, prima il medico curerà il cancro, poi, eventualmente, andrai dal dentista per il mal di denti…
  1. La penitenza sacramentale che il sacerdote ti impone fa parte della confessione stessa. Essa non è una punizione, ma il semplice segno che vuoi iniziare una vita nuova riparando i peccati commessi.
  1. Non lasciare la pratica della Confessione all’improvvisazione! Confessati regolarmente… decidi una scadenza entro cui confessarti (quindici giorni, un mese, un mese e mezzo, ecc.) e prestavi fede! Assumi uno stile di vita scandito dai Sacramenti.

NB La confessione sacramentale non è necessariamente la direzione spirituale. Sono due momenti distinti che però possono essere anche celebrati insieme. Nella direzione spirituale c’è un cammino di accompagnamento e di consiglio da parte della guida che porta il fedele a saper dirigere più speditamente la propria vita verso il Signore per poter compiere la Sua volontà. La confessione sacramentale ha lo scopo di rimettere i peccati e donare la grazia necessaria per la vita cristiana di tutti i giorni. È possibile confessarsi anche senza fare direzione spirituale!

 

http://costanzamiriano.com/2013/03/29/dieci-regole-per-celebrare-bene-il-sacramento-della-confessione/

Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)” San Gregorio Magno: “la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio”

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)”

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

“Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato.

Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove.

Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24)”. Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24).” Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.”

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“Ma io domando: che cosa offrirà, nel giorno del giudizio, colui che sarà rapito dal cospetto del Giudice, separato dalla compagnia degli eletti, privato della luce, tormentato nel fuoco eterno? Il Signore stesso ci suggerisce questo pensiero quando dice rapidamente: <<Così avverrà alla fine del mondo: gli angeli verranno e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco, dove sarà pianto e stridore di denti>> (Mt 13, ).

Queste parole del signore, fratelli carissimi, sono piuttosto da temere che da spiegare. I tormenti riservati ai peccatori sono indicati chiaramente, affinché nessuno possa addurre la scusa che non lo sapeva, perché dei tormenti futuri era stato parlato oscuramente. Per di più il Signore domanda: <<Avete udito tutte queste cose? >>. E quelli rispondono: <<Si!>> (Mt 13).”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, XI , pag. 121)

 

“Colui che ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, o si deturpa con le immondizie della lussuria, o si insuperbisce della sua dignità, o brucia nel fuoco dell’invidia, o desidera prosperità negli affari del mondo, rifiuta di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Va per una via sbagliata, colui che cerca gioie e piaceri, dopo che la sua guida gli ha indicato la via della penitenza.

Richiamiamo alla nostra mente i peccati commessi; pensiamo che il Giudice verrà a punirli severamente; prepariamo l’animo ai lamenti: la nostra vita si maceri per poco tempo nella penitenza, se non vuol sentire un’eterna amarezza dopo il castigo. Attraverso il pianto si giunge alla gioia; così ci promette la stessa Verità, che dice: <<Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!>> (Mt 5,5). Per la via del piacere, invece, si arriva al pianto, come ci assicura il signore quando dice: <<Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e vi lamenterete!>> (Lc 6,25). Se, dunque, vogliamo la gioia del premio quando saremo alla meta, accettiamo l’amarezza della penitenza finché siamo in cammino.”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, II, pag. 60)

 

“Se ciascuno di voi, in misura della propria capacità e dell’ispirazione che gli viene dall’alto, richiama il prossimo dal vizio, lo esorta a ben fare, lo istruisce sul regno eterno e sui castighi riservati ai peccatori, mentre annunzia la parola di salvezza, è veramente un angelo. Nessuno si scusi con il dire: io non ho l’arte di ammonire; non sono atto a esortare. Fa’ quello che puoi, se non vuoi che ti sia richiesto nei tormenti quel talento che avevi ricevuto e hai mal trafficato. Ricordi? Aveva ricevuto un solo talento quel tale che si preoccupò di nasconderlo e non di farlo fruttare.

( … ) Chi in cuor suo ha già udito la voce del divino amore, faccia risuonare alle orecchie del prossimo una parola di esortazione. Ci sarà forse chi non ha pane per fare l’elemosina ai bisognosi, ma è dono molto più prezioso quello che può dare chi ha la lingua. Val più nutrire di celeste dottrina l’anima destinata a vivere in eterno, che non saziare di pane terrestre il ventre di questo corpo destinato a morire. Non vogliate, dunque, o miei fratelli, negare al prossimo l’elemosina della parola!”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, VI , pag. 85-86)

Papa Benedetto XVI: «Far penitenza è grazia..vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita»

 

“Far penitenza è grazia”

 

«Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura. Adesso sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita».

(Papa Benedetto XVI – Omelia 15 aprile 2010)

Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Brigida: “Chi non vuole abbandonare il peccato, non è degno della grazia dello Spirito Santo”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

 

Risposte ad alcune domande

Il giudice rispose: «Amico mio, da molto tempo la superbia degli uomini è tollerata grazie alla mia pazienza, affinché l’umiltà sia esaltata e la mia virtù manifesta; e poiché la superbia non è una creazione mia bensì del diavolo, bisogna evitarla. Occorre mantenersi umili, perché l’umiltà conduce in cielo; è grazie a questa virtù che ho insegnato con la parola e l’esempio. Ho dato all’uomo i beni temporali perché ne faccia un uso ragionevole e le cose create siano tramutate in onore, ossia in me, loro Dio; l’uomo, perciò, deve lodarmi, ringraziarmi e onorarmi per tutti i beni di cui l’ho colmato, e non vivere e abusarne secondo i desideri della carne. Sono io che ho stabilito la giustizia e la legge, perché fossero compiute nella carità suprema e nella compassione mirabile, e affinché tra gli uomini si consolidassero l’unità divina e la concordia. Se ho dato all’uomo il riposo del corpo, l’ho fatto per rinvigorire la carne inferma e perché l’anima fosse più forte e più virtuosa. Ma, poiché la carne diventa spesso insolente, occorre sopportare le tribolazioni, le angosce e tutto quanto concorre alla correzione». Libro V, 1, Interrogazione 2

«Ho dato all’uomo il libero arbitrio, affinché abbandonasse la propria volontà per amore mio, che sono il suo Dio e per questo avesse più merito. Ho dato all’uomo il cuore, perché io, Dio, che sono ovunque e incomprensibile, possa essere contenuto per amore nel suo cuore e l’uomo, pensando di essere in me, ne ricavi piaceri indicibili». Libro V, 1, Interrogazione 3

«Chiunque goda del libero arbitrio, deve temere e capire veramente che nulla conduce più facilmente alla dannazione eterna di una volontà priva di guida. Per questo chi abbandona la propria volontà e l’affida a me, che sono il suo Dio, entrerà in cielo senza fatica». Libro V, 1, Interrogazione 4

«Tutte le cose che ho creato non sono semplicemente buone, ma buone in sommo grado e sono state fatte per essere impiegate dall’uomo, o per metterlo alla prova, o ancora per l’utilità degli animali e affinché l’uomo stesso serva ancora più umilmente il suo Dio, che eccelle in felicità. Ma, poiché l’uomo, peccando, si è rivoltato contro di me, suo Dio, tutte le cose si sono rivoltate contro di lui». Libro V, 1, Interrogazione 5

«Alla domanda perché le avversità assalgono il giusto, rispondo con le seguenti parole. La mia giustizia desidera che ogni uomo giusto ottenga ciò che desidera; ma non è un uomo giusto chi non è disposto a soffrire per l’amore dell’obbedienza e per la perfezione della giustizia, così come non è un giusto colui che non ha la carità di fare del bene al prossimo. Per questo motivo i miei amici – considerando che sono il loro Dio e Redentore, pensando a ciò che ho fatto e promesso loro e vedendo la perversità che anima il mondo -, chiedono con maggior decisione di sopportare le avversità temporali, per evitare i peccati, essere più avveduti ed avere la salvezza eterna. Per questa ragione permetto che le loro tribolazioni siano frequenti, sebbene alcuni non le tollerino con sufficiente pazienza; tuttavia ammetto le loro sofferenze a ragion veduta, e li aiuto a sopportarle. Infatti, io sono come la madre che, colma di carità, corregge il proprio figlio adolescente e questi non la ringrazia nemmeno perché non comprende le motivazioni materne e tuttavia raggiunta la maturità la ringrazia, cosciente che la guida della madre lo ha distolto dalle cattive abitudini educandolo ai buoni costumi; ebbene io mi comporto nello stesso modo con i miei eletti, poiché essi rimettono la loro volontà alla mia, e mi amano sopra ogni cosa. Perciò permetto che talvolta siano afflitti da tribolazioni e, sebbene al momento essi non capiscano completamente la grandezza di tale beneficio, compio cose di cui in futuro trarranno dei vantaggi». Libro V, 1, Interrogazione 6

 

Come non dimenticare i peccati veniali, affinché non ci inducano in peccati mortali

Il Figlio di Dio eterno parlò alla sua sposa, dicendole: «Perché sei inquieta e provi ansia?» Ella rispose: «Perché sono assalita da una moltitudine di pensieri vari e inutili che non riesco a scacciare; e sentir parlare dei tuoi terribili giudizi mi turba». Il Figlio di Dio rispose: «È questa la vera giustizia: così come prima godevi degli affetti del mondo contro la mia volontà, allo stesso modo ora permetto che svariati pensieri ti importunino contro la tua volontà. Tuttavia, temi con moderazione e abbi fiducia in me, tuo Dio, sapendo con certezza che quando la volontà non prova piacere nei pensieri del peccato ed anzi li scaccia perché li detesta, essi fungono da purificazione e da corona per l’anima. Se provi piacere nel commettere qualche piccolo peccato che sai essere tale e malgrado questo lo compi, nutrendo fiducia nell’astinenza e nella presunzione della grazia, senza pentirti né dare altra soddisfazione, ebbene sappi che ciò ti dispone al peccato mortale. Se, dunque, la tua volontà si diletta in un qualsiasi peccato, pensa subito alle conseguenze e pentitene, perché nel momento in cui la natura è debilitata dal peccato lo commette più di sovente; non c’è uomo, infatti, che non pecchi almeno venialmente.

Ma Dio, nella sua immensa misericordia, ha fornito all’uomo il rimedio della vera contrizione di tutte le colpe, anche quelle che abbiamo scontato, per paura che non siano state espiate a sufficienza; il Padre, infatti, non odia nulla quanto il peccato e quanto l’insensibilità di chi non si cura di abbandonarlo e crede di meritare più degli altri; tuttavia Dio ti permetterà di compiere il male, perché fai anche del bene; quand’anche tu stessa compissi mille buone azioni per ogni peccato, non potresti compensare uno dei mali minori commessi, né soddisfare Dio, l’amore che nutre nei tuoi confronti e la bontà che ti ha trasmesso. Se non riesci a scacciare i pensieri, sopportali dunque con pazienza e sforzati di opporti ad essi con la volontà, anche se si insinuano nella tua mente; sebbene tu non possa impedire loro di entrarvi, puoi comunque fare in modo di non trarne diletto. Evita con timore che la superbia, tuo malgrado, sia causa della tua rovina, perché chiunque resiste senza cadere, permane nella virtù dell’unico Dio.

Il timore, quindi, permette di accedere al cielo; molti, infatti, sono caduti nei precipizi e nella morte perché avevano abbandonato questa paura, e hanno avuto vergogna di confessare i loro peccati davanti agli uomini, mentre non si sono vergognati di commetterli davanti a Dio: essi, infatti, non si sono preoccupati di chiedere perdono per un piccolo peccato. Poiché non mi degnerò di rimettere e perdonare la loro colpa, i peccati si moltiplicheranno in ogni loro azione; quindi ciò che era veniale e remissibile con la contrizione, sarà aggravato dal disprezzo, come puoi vedere in quest’anima giudicata ora. Ella, infatti, dopo aver commesso un atto veniale e remissibile, lo ha acuito con la consuetudine, fidando in qualche buona azione compiuta, senza considerare che io giudico ogni minima cosa; così l’anima, lasciandosi andare ai piaceri sregolati che le erano consueti, non li ha corretti, né ha represso la volontà del peccato, finché non ha visto approssimarsi il Giudizio e la fine dell’esistenza. Per questo, al volgere della vita, d’un tratto la sua coscienza è caduta in uno stato di sciagurata confusione: da una parte le doleva essere prossima alla morte, non volendo separarsi dalle misere cose temporali che amava; dall’altra sapeva che Dio soffriva e che l’avrebbe attesa sino all’ultimo momento. Ella, infatti, avrebbe voluto abbandonare la volontà libertina che la spingeva a commettere il peccato, ma poiché tale volontà non si correggeva, l’anima era tormentata in modo incessante. Il diavolo, sapendo che ognuno viene giudicato secondo la propria coscienza e la propria volontà, cerca particolarmente di illudere l’anima, per farla deviare dalla retta via; e Dio lo permette perché l’anima non ha voluto vegliare su di sé quando invece avrebbe dovuto farlo». Libro III, 19

 

Chi non vuole abbandonare il peccato, non è degno della grazia dello Spirito Santo

La Santa Vergine Maria dice: «Sei abituata a dare qualcosa a chi viene a te con una borsa pura e pulita, e a giudicare indegno di ricevere qualcosa da te chi non vuole aprire né pulire la sua borsa piena di fango e di sporcizia. Lo stesso succede nella vita spirituale: quando la volontà non intende abbandonare le sue offese, la giustizia non vuole che goda dell’influenza dello Spirito Santo; e quando una persona è priva della volontà di correggere la propria vita, non merita il cibo dello Spirito Santo, che si tratti di un re, di un imperatore, di un sacerdote, di un povero o di un ricco».

 

Disposizione interiore dell’anima

Così come il corpo esternamente è composto da membra, allo stesso modo interiormente l’anima deve essere disposta in senso spirituale. Il corpo è provvisto di ossa, midollo e carne e nella carne scorre il sangue e il sangue è nella carne; similmente l’anima deve avere tre cose: la memoria, la coscienza e l’intelletto. Alcuni, infatti, comprendono cose sublimi sulle sacre Scritture, ma non hanno la ragione: manca loro una parte preziosa. Altri hanno una coscienza assennata, tuttavia sono privi dell’intelligenza. Altri ancora hanno l’intelletto ma non la memoria, e ciò li rende molto infermi. Invece sono fiorenti nell’anima coloro che hanno la ragione sana, la memoria e l’intelletto. Del resto, il corpo ha tre ricettacoli: il primo è il cuore, rivestito da una membrana fragile che lo protegge da qualsiasi cosa immonda, perché, se anche avesse la minima macchia, l’uomo morirebbe in men che non si dica. Il secondo ricettacolo è lo stomaco. Il terzo sono le viscere, tramite cui viene espulsa ogni cosa nociva.

Allo stesso modo l’anima deve avere tre ricettacoli di tipo spirituale: il primo è un desiderio divino e ardente come un cuore acceso, in modo che essa non desideri nulla al di fuori di me che sono il suo Dio; diversamente, se la colpisse una qualche affezione perniciosa, benché piccola di per sé, ne sarebbe subito macchiata. Il secondo ricettacolo è lo stomaco, ossia una segreta disposizione del tempo e delle opere, poiché ogni cibo viene digerito nello stomaco: similmente i pensieri e le opere devono sempre essere assimilati e disposti secondo l’ordine della divina Provvidenza, con saggezza e utilità. Il terzo ricettacolo sono le viscere, ossia la contrizione divina attraverso cui vengono purificate le cose immonde e il cibo della saggezza divina viene gustato meglio. D’altra parte, il corpo ha tre cose mediante cui progredisce: la testa, le mani e i piedi. La testa rappresenta la carità divina; infatti, così come la testa custodisce i cinque sensi, allo stesso modo l’anima assapora nella carità divina tutto ciò che è vista e udito e compie con grande costanza tutto ciò che viene ordinato. Di conseguenza, così come l’uomo privo della testa muore, allo stesso modo muore l’anima priva di carità nei confronti di Dio, che è la vita dell anima. Le mani dell’anima simboleggiano la fede: la mano è una ma composta da varie dita e allo stesso modo la fede, benché unica, custodisce diversi articoli; per questo motivo la fede perfetta permette il compimento della divina volontà, e deve partecipare a ogni opera di bene; infatti, così come esteriormente si compiono le opere con la mano, allo stesso modo, grazie alla fede perfetta, lo Spirito Santo opera a livello intimo nell’anima, essendo la fede il fondamento di ogni virtù; infatti, là dove non c’è fede, la carità e le opere di bene sono svilite. I piedi dell’anima sono la speranza, in quanto attraverso essa l’anima va verso Dio; il corpo cammina grazie ai piedi e similmente l’anima si avvicina a Dio con il passo dei desideri ardenti e della speranza. La pelle che copre tutte le membra rappresenta la consolazione divina, che placa l’anima turbata. E benché talvolta al diavolo sia permesso turbare la memoria, oppure altre volte le mani o i piedi, Dio difende sempre l’anima come un lottatore, la consola come un padre pio e la cura come un medico, perché non muoia». Libro IV, 115

 

Come nostro Signore sarebbe pronto a morire nuovamente per i peccatori

«Io sono Dio. I miei poteri sono infiniti. Ho creato tutte le cose perché fossero utili agli uomini e servissero tutte a istruire l’uomo; ma questi abusa di ognuna di esse a suo svantaggio. E del resto si preoccupa poco di Dio e l’ama meno degli altri uomini. Durante la Passione, gli ebrei adirati mi inflissero tre tipi di pena: una fu il legno sul quale venni inchiodato, flagellato e incoronato; l’altra fu il ferro con cui mi legarono i piedi e le mani; la terza fu il fiele che mi diedero da bere. Inoltre bestemmiarono contro di me dicendo che ero uno stolto, poiché in tutta libertà mi ero esposto alla morte, e mi accusarono di dire menzogne. Quante persone di questa fatta ci sono al giorno d’oggi, persone che mi danno ben poche consolazioni poiché mi legano al legno con la loro volontà di peccare; mi flagellano con la loro impazienza, perché non una di loro tollera una parola per amore mio; e mi incoronano con spine di superbia, in quanto desiderano essere più grandi di me. Mi trafiggono le mani e i piedi con il ferro della loro insensibilità, poiché si gloriano di aver peccato e diventano duri in modo da non temermi. Con il fiele mi offrono tribolazioni insopportabili; per la dolorosa Passione che avevo accettato con gioia, mi credono uno sciocco e dicono che sono un bugiardo. In realtà sono così potente da sommergerli, e l’intero mondo con loro, per via dei loro peccati, se solo lo volessi; e se li sommergessi, quelli che resterebbero mi servirebbero per timore; ma ciò non sarebbe giusto ed equo, poiché in realtà dovrebbero servirmi fedelmente per amore. Ora, se apparissi loro in modo visibile e di persona, i loro occhi non mi potrebbero guardare, né le loro orecchie sentirmi. Infatti, come può un mortale vedere un immortale? Certo che morirei senza tirarmi indietro, se fosse necessario e possibile, spinto dall’incomparabile amore che provo per l’uomo». Allora apparve la Beata Vergine Maria, e suo Figlio le disse: «Cosa desideri, amatissima Madre mia?» Ed ella rispose: «Ahimè! Figlio mio, abbi misericordia degli uomini per amore del tuo amore». E nostro Signore riprese: «Avrò misericordia di loro ancora una volta per amore tuo». Poi lo Sposo, nostro Signore, parlò alla sposa dicendo: «Sono Dio e Signore degli angeli. Sono Signore della morte e della vita. Io in persona desidero restare nel tuo cuore. Ecco quanto amore nutro per te: il cielo, la terra e tutto quello che contengono non può contenere me, eppure desidero rimanere nel tuo cuore, che è un semplice brandello di carne. E allora chi dovrai temere? Di chi potresti avere bisogno dopo aver ricevuto dentro di te il Dio onnipotente che custodisce in sé ogni bene?

Bisogna dunque che ci siano tre cose nel cuore che deve essere la mia dimora: il letto su cui riposarsi, la sedia su cui sedersi, la luce per essere illuminati. Quindi, che nel tuo cuore ci sia un letto per il riposo e la quiete, affinché tu possa abbandonare i pensieri perversi e i desideri del mondo, e pensare incessantemente alla gioia eterna. La sedia deve essere la volontà di abitare con me, sebbene a volte tu ne abbia in eccesso: infatti è contro l’ordine naturale delle cose essere sempre nella medesima condizione. Ora, rimane sempre nella stessa condizione chi desidera stare al mondo e non sedersi mai con me. La luce deve essere la fede, con la quale tu credi che io possa tutto e sia onnipotente al di sopra di ogni cosa». Libro 1, 30

(Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia)

 

“La crisi del Sacramento della Penitenza (Confessione)” Padre Giovanni Cavalcoli

 

Un pezzo tratto da: “La crisi del Sacramento della Penitenza” Autore: Padre Giovanni Cavalcoli, l’articolo intero si trova sul Link in fondo.

 

“Uno degli aspetti preoccupanti della situazione ecclesiale da alcuni decenni a questa parte è, come lo sappiamo bene soprattutto noi sacerdoti, il calo impressionante dell’accesso dei fedeli al Sacramento della Penitenza.”

Questo disastro ha certamente una causa determinante nella diffusione non corretta dall’autorità ecclesiastica di una certa falsa teologia che ormai da quarant’anni sta rovinando le anime mettendole in serio pericolo di non salvarsi. Si tratta di quella teologia che ormai si conviene di chiamare “buonista” di origine luterana, ma di un luteranesimo annacquato e trasformato in una vera droga dello spirito, un vero “oppio dei popoli”, per usare la famosa formula di Karl Marx. La si potrebbe chiamare la fabbrica dell’irresponsabilità.

Lutero, come si sa, morbosamente oppresso in gioventù da scrupoli spropositati, pensò di liberarsene abbandonando qualunque cura penitenziale della propria coscienza e il Sacramento stesso della Penitenza con la convinzione che il peccato mortale, secondo lui inevitabile, erroneamente confuso con la tendenza al peccato (concupiscentia, fomes peccati), questa sì mai del tutto eliminabile nella vita presente, fosse “ignorato” o “non considerato” da Dio (“giustificazione forense”) in forza di una semplice atto di “fede” col quale bisognava credere di essere salvi senza merito. Lutero “rimediò” – si fa per dire – ad un estremismo rigorista con un estremismo opposto di tipo lassista.

I suoi seguaci, a cominciare da tempi recenti, mantennero questo metodo estremista o pendolare, passando dalla esagerata e tragica sensazione luterana del peccato alla perdita totale del senso del peccato, quale si verifica nei giorni nostri insinuandosi anche nei nostri ambienti cattolici. Da qui il disprezzo o il fraintendimento della pratica del confessionale.

Si tratta dell’idea, oggi ben nota, di grande successo, purtroppo diffusa da predicatori e scrittori impostori, che comunque vadano le cose o quali che siano i peccati che si commettono, ammesso che si dia il peccato cosciente e volontario, tutti si salvano. Infatti, in questa concezione, nessuno ha mai una cattiva intenzione, nessuno ha cattiva volontà, ma tutti, anche chi fa il male, non lo sa e non lo vuole, ma lo fa senza accorgersene o senza saperlo e involontariamente.

Molti si confessano di “peccati” intesi in questo modo. Da qui l’idea che in fondo non si fa mai nulla di male, salvo, però l’essere bravissimi nel denunciare senza dubbi ed esitazioni i peccati degli altri. Così Lutero era sicurissimo di essere stato perdonato e di andare in paradiso, mentre era altrettanto certo che il Papa e i Cardinali andavano all’inferno.

Oggi i nipoti di Lutero non credono più nell’inferno, ma la convinzione di Lutero che comunque Dio perdona è rimasta. Per Lutero ogni atto che compiamo, anche se ci sembra buono, è sempre peccato mortale, mentre ogni peccato, anche se ci sembra male, in realtà è perdonato. Basta credere che siamo perdonati per metterci il cuore in pace (se ci si riesce), anche se non siamo pentiti, se la coscienza ci rimprovera  e continuiamo a peccare. Così la colpa è diventato il freudiano “senso di colpa”, che non si toglie con la confessione ma con la psicanalisi, la quale ti dimostra che in realtà non hai nessuna colpa o che la colpa è un’invenzione dei preti. O crudeli aguzzini della anime! Guai a sognarli di notte!

Oggi – oh, tempi luminosi della Chiesa postconciliare! – c’è l’idea che tutti siamo sempre in grazia sin dalla nascita, puri come la Madonna, viene negato il peccato originale che parla di una colpa che ereditiamo da Adamo e si pensa che il peccato, se c’è, è sempre perdonato, ed anche se resta, c’è comunque la grazia, e in ciò vien conservata la convinzione di Lutero: simul iustus et peccator.

Per la verità l’anima resta in grazia, come insegna il Concilio di Trento, solo con  i peccati veniali, i quali effettivamente non tolgono la grazia. Senonchè però oggi i “penitenti” non si accusano neppure dei peccati veniali, i quali invece in realtà, come dice ancora il Concilio di Trento, sono frequenti, inevitabili e li fanno anche i santi, corrispondendo a nostri lati deboli che permangono anche per tutta la vita, per cui sono ripetitivi, perchè quando pecchiamo, l’occasione è data da quei lati deboli.

Per questo non dovrebbe essere difficile ricordarli, eppure ci sono “penitenti” che dopo un  anno dalla confessione precedente non ricordano neppure quelli, persone magari di 70 o 80 anni che sono cristiani sin da bambini. Mi chiedo che effetto ha fatto o che risultati ha portato il Concilio su anime di questo tipo? Nessuno. Ma la domanda è ancora più seria, per non dire drammatica: e i confessori, che cosa hanno fatto in questi quarant’anni? Si sono aggiornati? Hanno educato i penitenti? Per nulla. Si vedono i risultati. Invece di studiare Rahner nei seminari, non sarebbe meglio tornare a S.Tommaso?

Bisogna dire tuttavia, ed anche questa è una esperienza di molti confessori e fedeli, che in alcuni luoghi privilegiati dalla grazia, le confessioni sono ancora numerose e ben fatte. E ciò si verifica soprattutto nei santuari mariani. Si vede che la Madonna ha uno speciale potere di convertire le anime e di attirarle a Cristo. Certamente non mancano vescovi zelanti, non mancano ottimi e santi confessori e guide spirituali, non mancano i penitenti preparati, consapevoli, zelanti, desiderosi di purificazione, di salvezza, di santità, di progresso nelle virtù, che vogliono guarire dai loro vizi e peccati. Li noto soprattutto tra i giovani e in fanciulli: sono pochi ma buoni! E indubbiamente i religiosi e i sacerdoti continuano generalmente a confessarsi bene. A volte commuovono certi grandi peccatori fortissimamente pentiti, che magari non vengono da molti anni: come si rinnova il Vangelo! A volte mi capita di incontrare dei penitenti talmente sinceri, i quali si commuovono fino alle lacrime e parimenti mi fanno commuovere anche me.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2013/01/la-crisi-del-sacramento-della-penitenza/

Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Brigida: “Chi non vuole abbandonare il peccato(volontario), non è degno della grazia dello Spirito Santo” «Ho dato all’uomo il cuore, perché io, Dio, che sono ovunque e incomprensibile, possa essere contenuto per amore nel suo cuore e l’uomo, pensando di essere in me, ne ricavi piaceri indicibili»

 

 

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

 

Risposte ad alcune domande

Il giudice rispose: «Amico mio, da molto tempo la superbia degli uomini è tollerata grazie alla mia pazienza, affinché l’umiltà sia esaltata e la mia virtù manifesta; e poiché la superbia non è una creazione mia bensì del diavolo, bisogna evitarla. Occorre mantenersi umili, perché l’umiltà conduce in cielo; è grazie a questa virtù che ho insegnato con la parola e l’esempio. Ho dato all’uomo i beni temporali perché ne faccia un uso ragionevole e le cose create siano tramutate in onore, ossia in me, loro Dio; l’uomo, perciò, deve lodarmi, ringraziarmi e onorarmi per tutti i beni di cui l’ho colmato, e non vivere e abusarne secondo i desideri della carne. Sono io che ho stabilito la giustizia e la legge, perché fossero compiute nella carità suprema e nella compassione mirabile, e affinché tra gli uomini si consolidassero l’unità divina e la concordia. Se ho dato all’uomo il riposo del corpo, l’ho fatto per rinvigorire la carne inferma e perché l’anima fosse più forte e più virtuosa. Ma, poiché la carne diventa spesso insolente, occorre sopportare le tribolazioni, le angosce e tutto quanto concorre alla correzione». Libro V, 1, Interrogazione 2

«Ho dato all’uomo il libero arbitrio, affinché abbandonasse la propria volontà per amore mio, che sono il suo Dio e per questo avesse più merito. Ho dato all’uomo il cuore, perché io, Dio, che sono ovunque e incomprensibile, possa essere contenuto per amore nel suo cuore e l’uomo, pensando di essere in me, ne ricavi piaceri indicibili». Libro V, 1, Interrogazione 3

«Chiunque goda del libero arbitrio, deve temere e capire veramente che nulla conduce più facilmente alla dannazione eterna di una volontà priva di guida. Per questo chi abbandona la propria volontà e l’affida a me, che sono il suo Dio, entrerà in cielo senza fatica». Libro V, 1, Interrogazione 4

«Tutte le cose che ho creato non sono semplicemente buone, ma buone in sommo grado e sono state fatte per essere impiegate dall’uomo, o per metterlo alla prova, o ancora per l’utilità degli animali e affinché l’uomo stesso serva ancora più umilmente il suo Dio, che eccelle in felicità. Ma, poiché l’uomo, peccando, si è rivoltato contro di me, suo Dio, tutte le cose si sono rivoltate contro di lui». Libro V, 1, Interrogazione 5

«Alla domanda perché le avversità assalgono il giusto, rispondo con le seguenti parole. La mia giustizia desidera che ogni uomo giusto ottenga ciò che desidera; ma non è un uomo giusto chi non è disposto a soffrire per l’amore dell’obbedienza e per la perfezione della giustizia, così come non è un giusto colui che non ha la carità di fare del bene al prossimo. Per questo motivo i miei amici – considerando che sono il loro Dio e Redentore, pensando a ciò che ho fatto e promesso loro e vedendo la perversità che anima il mondo -, chiedono con maggior decisione di sopportare le avversità temporali, per evitare i peccati, essere più avveduti ed avere la salvezza eterna. Per questa ragione permetto che le loro tribolazioni siano frequenti, sebbene alcuni non le tollerino con sufficiente pazienza; tuttavia ammetto le loro sofferenze a ragion veduta, e li aiuto a sopportarle. Infatti, io sono come la madre che, colma di carità, corregge il proprio figlio adolescente e questi non la ringrazia nemmeno perché non comprende le motivazioni materne e tuttavia raggiunta la maturità la ringrazia, cosciente che la guida della madre lo ha distolto dalle cattive abitudini educandolo ai buoni costumi; ebbene io mi comporto nello stesso modo con i miei eletti, poiché essi rimettono la loro volontà alla mia, e mi amano sopra ogni cosa. Perciò permetto che talvolta siano afflitti da tribolazioni e, sebbene al momento essi non capiscano completamente la grandezza di tale beneficio, compio cose di cui in futuro trarranno dei vantaggi». Libro V, 1, Interrogazione 6

 

Come non dimenticare i peccati veniali, affinché non ci inducano in peccati mortali

Il Figlio di Dio eterno parlò alla sua sposa, dicendole: «Perché sei inquieta e provi ansia?» Ella rispose: «Perché sono assalita da una moltitudine di pensieri vari e inutili che non riesco a scacciare; e sentir parlare dei tuoi terribili giudizi mi turba». Il Figlio di Dio rispose: «È questa la vera giustizia: così come prima godevi degli affetti del mondo contro la mia volontà, allo stesso modo ora permetto che svariati pensieri ti importunino contro la tua volontà. Tuttavia, temi con moderazione e abbi fiducia in me, tuo Dio, sapendo con certezza che quando la volontà non prova piacere nei pensieri del peccato ed anzi li scaccia perché li detesta, essi fungono da purificazione e da corona per l’anima. Se provi piacere nel commettere qualche piccolo peccato che sai essere tale e malgrado questo lo compi, nutrendo fiducia nell’astinenza e nella presunzione della grazia, senza pentirti né dare altra soddisfazione, ebbene sappi che ciò ti dispone al peccato mortale. Se, dunque, la tua volontà si diletta in un qualsiasi peccato, pensa subito alle conseguenze e pentitene, perché nel momento in cui la natura è debilitata dal peccato lo commette più di sovente; non c’è uomo, infatti, che non pecchi almeno venialmente.

Ma Dio, nella sua immensa misericordia, ha fornito all’uomo il rimedio della vera contrizione di tutte le colpe, anche quelle che abbiamo scontato, per paura che non siano state espiate a sufficienza; il Padre, infatti, non odia nulla quanto il peccato e quanto l’insensibilità di chi non si cura di abbandonarlo e crede di meritare più degli altri; tuttavia Dio ti permetterà di compiere il male, perché fai anche del bene; quand’anche tu stessa compissi mille buone azioni per ogni peccato, non potresti compensare uno dei mali minori commessi, né soddisfare Dio, l’amore che nutre nei tuoi confronti e la bontà che ti ha trasmesso. Se non riesci a scacciare i pensieri, sopportali dunque con pazienza e sforzati di opporti ad essi con la volontà, anche se si insinuano nella tua mente; sebbene tu non possa impedire loro di entrarvi, puoi comunque fare in modo di non trarne diletto. Evita con timore che la superbia, tuo malgrado, sia causa della tua rovina, perché chiunque resiste senza cadere, permane nella virtù dell’unico Dio.

Il timore, quindi, permette di accedere al cielo; molti, infatti, sono caduti nei precipizi e nella morte perché avevano abbandonato questa paura, e hanno avuto vergogna di confessare i loro peccati davanti agli uomini, mentre non si sono vergognati di commetterli davanti a Dio: essi, infatti, non si sono preoccupati di chiedere perdono per un piccolo peccato. Poiché non mi degnerò di rimettere e perdonare la loro colpa, i peccati si moltiplicheranno in ogni loro azione; quindi ciò che era veniale e remissibile con la contrizione, sarà aggravato dal disprezzo, come puoi vedere in quest’anima giudicata ora. Ella, infatti, dopo aver commesso un atto veniale e remissibile, lo ha acuito con la consuetudine, fidando in qualche buona azione compiuta, senza considerare che io giudico ogni minima cosa; così l’anima, lasciandosi andare ai piaceri sregolati che le erano consueti, non li ha corretti, né ha represso la volontà del peccato, finché non ha visto approssimarsi il Giudizio e la fine dell’esistenza. Per questo, al volgere della vita, d’un tratto la sua coscienza è caduta in uno stato di sciagurata confusione: da una parte le doleva essere prossima alla morte, non volendo separarsi dalle misere cose temporali che amava; dall’altra sapeva che Dio soffriva e che l’avrebbe attesa sino all’ultimo momento. Ella, infatti, avrebbe voluto abbandonare la volontà libertina che la spingeva a commettere il peccato, ma poiché tale volontà non si correggeva, l’anima era tormentata in modo incessante. Il diavolo, sapendo che ognuno viene giudicato secondo la propria coscienza e la propria volontà, cerca particolarmente di illudere l’anima, per farla deviare dalla retta via; e Dio lo permette perché l’anima non ha voluto vegliare su di sé quando invece avrebbe dovuto farlo». Libro III, 19

 

Chi non vuole abbandonare il peccato, non è degno della grazia dello Spirito Santo

La Santa Vergine Maria dice: «Sei abituata a dare qualcosa a chi viene a te con una borsa pura e pulita, e a giudicare indegno di ricevere qualcosa da te chi non vuole aprire né pulire la sua borsa piena di fango e di sporcizia. Lo stesso succede nella vita spirituale: quando la volontà non intende abbandonare le sue offese, la giustizia non vuole che goda dell’influenza dello Spirito Santo; e quando una persona è priva della volontà di correggere la propria vita, non merita il cibo dello Spirito Santo, che si tratti di un re, di un imperatore, di un sacerdote, di un povero o di un ricco».

 

Disposizione interiore dell’anima

Così come il corpo esternamente è composto da membra, allo stesso modo interiormente l’anima deve essere disposta in senso spirituale. Il corpo è provvisto di ossa, midollo e carne e nella carne scorre il sangue e il sangue è nella carne; similmente l’anima deve avere tre cose: la memoria, la coscienza e l’intelletto. Alcuni, infatti, comprendono cose sublimi sulle sacre Scritture, ma non hanno la ragione: manca loro una parte preziosa. Altri hanno una coscienza assennata, tuttavia sono privi dell’intelligenza. Altri ancora hanno l’intelletto ma non la memoria, e ciò li rende molto infermi. Invece sono fiorenti nell’anima coloro che hanno la ragione sana, la memoria e l’intelletto. Del resto, il corpo ha tre ricettacoli: il primo è il cuore, rivestito da una membrana fragile che lo protegge da qualsiasi cosa immonda, perché, se anche avesse la minima macchia, l’uomo morirebbe in men che non si dica. Il secondo ricettacolo è lo stomaco. Il terzo sono le viscere, tramite cui viene espulsa ogni cosa nociva.

Allo stesso modo l’anima deve avere tre ricettacoli di tipo spirituale: il primo è un desiderio divino e ardente come un cuore acceso, in modo che essa non desideri nulla al di fuori di me che sono il suo Dio; diversamente, se la colpisse una qualche affezione perniciosa, benché piccola di per sé, ne sarebbe subito macchiata. Il secondo ricettacolo è lo stomaco, ossia una segreta disposizione del tempo e delle opere, poiché ogni cibo viene digerito nello stomaco: similmente i pensieri e le opere devono sempre essere assimilati e disposti secondo l’ordine della divina Provvidenza, con saggezza e utilità. Il terzo ricettacolo sono le viscere, ossia la contrizione divina attraverso cui vengono purificate le cose immonde e il cibo della saggezza divina viene gustato meglio. D’altra parte, il corpo ha tre cose mediante cui progredisce: la testa, le mani e i piedi. La testa rappresenta la carità divina; infatti, così come la testa custodisce i cinque sensi, allo stesso modo l’anima assapora nella carità divina tutto ciò che è vista e udito e compie con grande costanza tutto ciò che viene ordinato. Di conseguenza, così come l’uomo privo della testa muore, allo stesso modo muore l’anima priva di carità nei confronti di Dio, che è la vita dell anima. Le mani dell’anima simboleggiano la fede: la mano è una ma composta da varie dita e allo stesso modo la fede, benché unica, custodisce diversi articoli; per questo motivo la fede perfetta permette il compimento della divina volontà, e deve partecipare a ogni opera di bene; infatti, così come esteriormente si compiono le opere con la mano, allo stesso modo, grazie alla fede perfetta, lo Spirito Santo opera a livello intimo nell’anima, essendo la fede il fondamento di ogni virtù; infatti, là dove non c’è fede, la carità e le opere di bene sono svilite. I piedi dell’anima sono la speranza, in quanto attraverso essa l’anima va verso Dio; il corpo cammina grazie ai piedi e similmente l’anima si avvicina a Dio con il passo dei desideri ardenti e della speranza. La pelle che copre tutte le membra rappresenta la consolazione divina, che placa l’anima turbata. E benché talvolta al diavolo sia permesso turbare la memoria, oppure altre volte le mani o i piedi, Dio difende sempre l’anima come un lottatore, la consola come un padre pio e la cura come un medico, perché non muoia». Libro IV, 115

 

Come nostro Signore sarebbe pronto a morire nuovamente per i peccatori

«Io sono Dio. I miei poteri sono infiniti. Ho creato tutte le cose perché fossero utili agli uomini e servissero tutte a istruire l’uomo; ma questi abusa di ognuna di esse a suo svantaggio. E del resto si preoccupa poco di Dio e l’ama meno degli altri uomini. Durante la Passione, gli ebrei adirati mi inflissero tre tipi di pena: una fu il legno sul quale venni inchiodato, flagellato e incoronato; l’altra fu il ferro con cui mi legarono i piedi e le mani; la terza fu il fiele che mi diedero da bere. Inoltre bestemmiarono contro di me dicendo che ero uno stolto, poiché in tutta libertà mi ero esposto alla morte, e mi accusarono di dire menzogne. Quante persone di questa fatta ci sono al giorno d’oggi, persone che mi danno ben poche consolazioni poiché mi legano al legno con la loro volontà di peccare; mi flagellano con la loro impazienza, perché non una di loro tollera una parola per amore mio; e mi incoronano con spine di superbia, in quanto desiderano essere più grandi di me. Mi trafiggono le mani e i piedi con il ferro della loro insensibilità, poiché si gloriano di aver peccato e diventano duri in modo da non temermi. Con il fiele mi offrono tribolazioni insopportabili; per la dolorosa Passione che avevo accettato con gioia, mi credono uno sciocco e dicono che sono un bugiardo. In realtà sono così potente da sommergerli, e l’intero mondo con loro, per via dei loro peccati, se solo lo volessi; e se li sommergessi, quelli che resterebbero mi servirebbero per timore; ma ciò non sarebbe giusto ed equo, poiché in realtà dovrebbero servirmi fedelmente per amore. Ora, se apparissi loro in modo visibile e di persona, i loro occhi non mi potrebbero guardare, né le loro orecchie sentirmi. Infatti, come può un mortale vedere un immortale? Certo che morirei senza tirarmi indietro, se fosse necessario e possibile, spinto dall’incomparabile amore che provo per l’uomo». Allora apparve la Beata Vergine Maria, e suo Figlio le disse: «Cosa desideri, amatissima Madre mia?» Ed ella rispose: «Ahimè! Figlio mio, abbi misericordia degli uomini per amore del tuo amore». E nostro Signore riprese: «Avrò misericordia di loro ancora una volta per amore tuo». Poi lo Sposo, nostro Signore, parlò alla sposa dicendo: «Sono Dio e Signore degli angeli. Sono Signore della morte e della vita. Io in persona desidero restare nel tuo cuore. Ecco quanto amore nutro per te: il cielo, la terra e tutto quello che contengono non può contenere me, eppure desidero rimanere nel tuo cuore, che è un semplice brandello di carne. E allora chi dovrai temere? Di chi potresti avere bisogno dopo aver ricevuto dentro di te il Dio onnipotente che custodisce in sé ogni bene? Bisogna dunque che ci siano tre cose nel cuore che deve essere la mia dimora: il letto su cui riposarsi, la sedia su cui sedersi, la luce per essere illuminati. Quindi, che nel tuo cuore ci sia un letto per il riposo e la quiete, affinché tu possa abbandonare i pensieri perversi e i desideri del mondo, e pensare incessantemente alla gioia eterna. La sedia deve essere la volontà di abitare con me, sebbene a volte tu ne abbia in eccesso: infatti è contro l’ordine naturale delle cose essere sempre nella medesima condizione. Ora, rimane sempre nella stessa condizione chi desidera stare al mondo e non sedersi mai con me. La luce deve essere la fede, con la quale tu credi che io possa tutto e sia onnipotente al di sopra di ogni cosa». Libro 1, 30

 

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