Rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena, IL Peccato, La Grazia, Il Libero arbitrio, Giustizia e Misericordia: “Morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia li mette all’inferno, nel fuoco il quale dura eternamente” “Mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento e ricorrendo ai miei sacerdoti con i sacramenti”

“Dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena”

 

SULL’INCARNAZIONE DEL VERBO

– IL PECCATO, LA GRAZIA E IL LIBERO ARBITRIO, LA GIUSTIZIA E MISERICORDIA DI DIO –

PARLA DIO PADRE:

“E però donai il Verbo de l’unigenito mio Figlio, perché la massa de l’umana generazione era corrotta per lo peccato del primo uomo Adam; e però tutti voi, vaselli fatti di questa massa, eravate corrotti e non disposti ad avere vita eterna. Così per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanità, per rimediare alla corruzione e morte dell’umana generazione e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdette. (1Gv 4,9-10) Non potendo Io sostenere pena, e della colpa voleva la divina mia giustizia che n’uscisse la pena, e non essendo sufficiente pur uomo a soddisfare – che se egli avesse pure in alcuna cosa soddisfatto, non soddisfaceva altro che per sé e non per l’altre creature che hanno in loro ragione; benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli soddisfare, perché la colpa era fatta contro a me, che sono infinita bontà – volendo Io pure restituire l’uomo, il quale era indebolito, e non poteva soddisfare per la cagione detta e perché era molto indebolito, mandai il Verbo del mio Figlio vestito di questa medesima natura che voi, massa corrotta d’Adam, affinché sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso; e sostenendo sopra il corpo suo fino all’obrobiosa morte della croce, placasse l’ira mia.

E così satisfeci alla mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse soddisfare la colpa dell’uomo e disponerlo a quel bene per mezzo del quale Io l’avevo creato. Sì che la natura umana unita con la natura divina fu sufficiente a soddisfare per tutta l’umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d’Adam, ma per la virtù della deità eterna, natura divina infinita. Unita l’una natura e l’altra, ricevetti e accettai lo sacrificio del sangue de l’unigenito mio Figlio, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina mia carità, la quale fu quello legame che il tenne confitto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a soddisfare la colpa la natura umana, solo per virtù della natura divina.

Per questo modo fu tolta la colpa del peccato d’Adam, e rimase solo il segno, cioè l’inclinazione al peccato, e ogni difetto corporale, sì come la conseguenza che rimane quando l’uomo è guarito della piaga.

Cosí la colpa d’Adamo, la quale menò marcia mortale: venuto il grande medico de l’unigenito mio Figlio, curò questo infermo, bevendo la medicina amara, la quale l’uomo bere non poteva perché era molto indebolito (Mt 9,12 Lc 5,31). Lui fece come baglia che piglia la medicina in persona del fanciullo, perché ella è grande e forte ed il fanciullo non è forte per potere portare l’amarezza. Sì che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della deità, unita con la natura vostra, l’amara medicina della penosa morte della croce, per sanare e dar vita a voi, fanciulli indeboliti per la colpa. Solo lo segno rimase del peccato originale, il quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sete concepiti da loro. Il quale segno si toglie dell’anima, bene che non a tutto, e questo si fa nel santo battesimo, il quale battesimo ha virtù e dà vita di grazia in virtù di questo glorioso e prezioso sangue.

Subito che l’anima ha ricevuto lo santo battesimo l’è tolto il peccato originale, e l’è infusa la grazia. E l’inclinazione al peccato, che è la conseguenza che rimane del peccato originale, come detto è, indebolisce, ma può l’anima frenarlo se ella vuole.

Allora il vasello dell’anima è disposto a ricevere e aumentare in sé la grazia, assai e poco; secondo che piacerà a lei di voler disporre se medesima, con affetto e desiderio, ad amare e servire me. Così si può disporre al male come al bene, non ostante che egli abbi ricevuta la grazia nel santo battesimo. Così, venuto il tempo della discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace alla volontà sua.

Ed è tanta la libertà che ha l’uomo, e tanto è fatto forte per la virtù di questo glorioso sangue, che né demonio né creatura lo può costringere a una minima colpa, più che egli si voglia. Tolta gli fu la servitudine e fatto libero, affinché signoreggiasse la sua propria sensualità e avesse il fine per il quale era stato creato.

O miserabile uomo, che si diletta nel loto come fa l’animale, e non riconosce tanto beneficio quanto ha ricevuto da me! Più non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranza.

Voglio che tu sappi, figlia mia, che per la grazia che hanno ricevuta, avendoli ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figlio, e restituita a grazia l’umana generazione sì come detto ti ho non riconoscendola ma andando sempre di male in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguendomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io gli ho fatte e fo che non tanto che essi se le reputino a grazia, ma i lo’ pare ricevere alcune volte da me ingiuria, né più né meno come se Io volesse altro che la loro santificazione – dico che lo’ sarà più duro, e degni saranno di maggiore punizione. E così saranno più puniti ora, poi che hanno ricevuta la redenzione del sangue del mio Figlio, che innanzi la redenzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d’Adam. (Jn 15,22) Cosa ragionevole è che chi più riceve più renda, e più sia tenuto a colui da cui egli riceve. Molto era tenuto l’uomo a me per l’essere che Io gli avevo dato creandolo ad immagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l’obedienzia mia posta a lui e diventommi nimico; ed Io con l’umiltà distrussi la superbia sua, umiliandomi e pigliando la vostra umanità, cavandovi della servitudine del demonio, e fecivi liberi. E non tanto che Io vi dessi libertà, ma, se tu vedi bene, l’uomo è fatto Dio e Dio è fatto uomo per l’unione della natura divina nella natura umana.

Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del sangue dove essi sono ricreati a grazia. Sì che vedi quanto essi sono più obligati a rendere a me dopo la redenzione che innanzi la redenzione. Sono tenuti di rendere gloria e loda a me, seguendo le vestigia della Parola incarnata de l’unigenito mio Figlio, e allora mi rendono debito d’amore di me e carità del prossimo, con vere e reali virtù, sì come di sopra ti dissi. Non facendolo, perché molto mi debbono amare, cadono in maggiore offesa, e però Io, per divina mia giustizia, rendo loro più gravezza di pena, dando loro l’eterna dannazione. Così molto ha più pena uno falso cristiano che uno pagano, e più lo consuma il fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affligge; e affliggendo si sentono consumare col verme (16v) della coscienza, e nondimeno non consuma, (Mc 9,47) perché i dannati non perdono l’essere per alcun tormento che ricevano. Così Io ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perché non possono perdere l’essere. Perderon l’essere della grazia per la colpa loro, ma l’essere no.

Sì che la colpa è molto più punita dopo la redenzione del sangue che prima, perché hanno più ricevuto; e non pare che se n’aveggano né si sentano dei mali loro. Essi mi sono fatti nimici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figlio.

Uno rimedio ci ha, col quale Io placarò l’ira mia, cioè col mezzo dei servi miei, se solliciti saranno di costringermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu mi possiedi legato, il quale legame Io ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio nei servi miei verso l’onore di me e salvezza delle anime affinché, costretto dalle lacrime loro, mitighi il furore della divina mia giustizia. (Oraz XII 166ss.) Tolle dunque le lacrime il sudore tuo, e trale della fontana della divina mia carità, tu e gli altri servi miei, e con esse lavate la faccia alla sposa mia, ché Io ti prometto che con questo mezzo le sarà renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra nei con crudeltà riavarà la bellezza sua, ma con la pace e umili e continue orazioni, sudori e lacrime gittate con veemente desiderio, dei servi miei. (Let 272; § 86 , 2142ss.) E cosí adempirò il desiderio tuo con molto sostenere gittando lume la pazienza vostra nelle tenebre degl’iniqui uomini del mondo. E non temete perché il mondo vi perseguiti, ché Io sarò per voi, e in nessuna cosa vi mancarà la mia Provvidenza.”…..

“Allora Dio, come ebbro d’amore verso la salvezza nostra, teneva modo da accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo, mostrando con quanto amore aveva creato l’uomo, sì come di sopra alcuna cosa dicemmo, e diceva: – Or non vedi tu che ognuno mi percuote, (Is 50,6 Ps 101,5) e Io li ho creati con tanto fuoco d’amore, e dotatili di grazia, e molti quasi infiniti doni ho dato a loro per grazia e non per debito? Or vedi figlia, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e specialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, da cui procede ogni male.”…..

Sappi che alcun può uscire delle mie mani, poiché Io sono colui che sono, (Ex 3,14) e voi non sete per voi medesimi, se non quanto siete fatti da me, il quale sono creatore di tutte le cose che participano essere, eccetto che del peccato che non è, e però non è fatto da me. E perché non è in me, non è degno d’essere amato. E però offende la creatura, perché ama quello che non debba amare, cioè il peccato, e odia me; ché è tenuta e obligata d’amarmi, ché sono sommamente buono e gli ho dato l’essere con tanto fuoco d’amore. Ma di me non possono uscire: o eglino ci stanno per giustizia, per le colpe loro, o eglino ci stanno per misericordia.

Apre dunque l’occhio dell’intelletto e mira nella mia mano, e vedrai ch’egli è la verità quello che Io ti ho detto. – Allora ella, levando l’occhio per obbedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tutto l’universo mondo, dicendo Dio: – Figlia mia, or vedi e sappi che alcun me ne può essere tolto, poiché tutti ci stanno, o per giustizia o per misericordia (Tb 13,2 Sg 16,15) come detto è, poiché sono miei e creati da me, e amogli ineffabilmente. E però, non ostanti le iniquità loro, Io lo’ farò misericordia col mezzo dei servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai addimandata.”….

“E perché Io ti dissi che del Verbo de l’unigenito mio Figlio avevo fatto ponte, e così è la verità, voglio che sappiate, figli miei, che la strada si ruppe per lo peccato e disobbedienza di Adam, (Is 59,2) per sì fatto modo che alcun poteva arrivare a vita durabile, e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per mezzo del quale Io gli avevo creati, e non avendolo non s’adempiva la mia verità.

Questa verità è che Io l’avevo creato ad imagine e similitudine mia perché egli avesse vita eterna, e participasse me e gustasse la somma ed eterna dolcezza e bontà mia. Per lo peccato suo non giungeva a questo termine, e non s’adempiva la verità mia; e questo era poiché la colpa aveva serrato il cielo e la porta della mia misericordia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie, la creatura trovò ribellione a se medesima: subito che l’uomo ebbe ribellato a me, esso medesimo si fu ribelle.

La carne ribellò subito contro lo spirito perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo, e tutte le cose create le furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obbedienti se egli si fosse conservato nello stato dove Io lo posi. Non conservandosi, trapassò l’obedienzia mia e meritò morte eternale ne l’anima e nel corpo. (Gn 1,28 Gn 3,17-19) E corse, di subito che ebbe peccato, un fiume tempesto che sempre lo percuote con l’onde sue, portando fatiche e molestie da sé e molestie dal demonio e dal mondo. Tutti annegavate, poiché alcun, con tutte le sue giustizie, non poteva arrivare a vita eterna.

E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, vi ho dato il ponte del mio Figlio, affinché passando il fiume non annegaste; il qual fiume è questo mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto è tenuta la creatura a me, e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il rimedio che Io gli ho dato.

Apre l’occhio dell’intelletto tuo e vedrai gli accecati e ignoranti; e vedrai gl’imperfetti, e perfetti che in verità seguono me, affinché tu ti doglia della dannazione degli ignoranti, e rallegrati della perfezione dei diletti figli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre.

Ma innanzi voglio che riguardi il ponte de l’unigenito mio Figlio, e vedi la grandezza sua che tiene dal cielo alla terra; cioè riguarda che è unita con la grandezza della deità la terra della vostra umanità. E però dico che tiene dal cielo alla terra: cioè per l’unione che Io ho fatto nell’uomo. Questo fu di necessità a volere rifare la via che era interrotta, sì come Io ti dissi, affinché giungeste a vita e passaste l’amarezza del mondo. Pure di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fosse sufficiente a passare il fiume e darvi vita eterna; cioè che pure la terra della natura dell’uomo non era sufficiente a soddisfare la colpa e togliere via la marcia del peccato d’Adam, la quale marcia corruppe tutta l’umana generazione e trasse puzza da lei, sì come di sopra ti dissi. Convennesi dunque unire con l’altezza della natura mia, Deità eterna, affinché fusse sufficiente a soddisfare a tutta l’umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana accettasse il sacrificio del mio Figlio offerto a me per voi, per togliervi la morte e darvi la vita.

Sì che l’altezza s’umiliò alla terra della vostra umanità, e unita l’una con l’altra se ne fece ponte e rifece la strada. Perché si fece via? Affinché in verità veniste a godere con la natura angelica. E non basterebbe a voi, ad avere la vita, perché il Figlio mio vi sia fatto ponte, se voi non passaste per esso.

(Parla Santa Caterina) Qui mostrava, la Verità eterna, che egli ci aveva creati senza noi, ma non ci salverà senza noi. Ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio esercitando il tempo con le vere virtù. E però soggiunse, a mano a mano, dicendo: 

“Tutti vi conviene passare per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salvezza delle anime, con pena sostenendo le molte fatiche, seguendo le vestigia di questo dolce e amoroso Verbo: in altro modo non potreste venire a me.

Voi siete miei lavoratori, ché vi ho messi a lavorare nella vigna della santa Chiesa. (Mt 20,1-16) Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana, messi da me per grazia, avendovi dato il lume del santo battesimo, il quale battesimo aveste nel corpo mistico della santa Chiesa per le mani dei ministri, i quali Io ho posto a lavorare con voi.

Voi sete nel corpo universale, ed essi sono nel corpo mistico, posti a pascere l’anime vostre ministrandovi il sangue nei sacramenti che ricevete da lei traendone essi le spine dei peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sono miei lavoratori nella vigna delle anime vostre, legati nella vigna della santa Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna dell’anima sua, della quale la volontà, col libero arbitrio, nel tempo n’è fatto lavoratore, cioè mentre che egli vive. Ma poi che è passato il tempo nessuno lavorio può fare né buono né cattivo; ma mentre che egli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho posto. E ha ricevuto tanta fortezza questo lavoratore dell’anima, che né demonio né altra creatura glielo può togliere se egli non vuole; poiché ricevendo il santo battesimo si fortificò, § 14 ,116-120; § 14 ,130-133) e fugli dato uno coltello d’amore di virtù e odio del peccato.

Il quale amore e odio trova nel sangue, poiché per amore di voi e odio del peccato morì l’unigenito mio Figlio dandovi il sangue, per lo qual sangue aveste vita nel santo battesimo. § 75 ; § 115 ,484-5) Sì che avete il coltello, il quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine dei peccati mortali e piantare le virtù. Poiché in altro modo da essi lavoratori che Io ho posto nella santa Chiesa, dei quali ti dissi che toglievano il peccato mortale della vigna dell’anima e davano la grazia ministrandovi il sangue nei sacramenti che ordinati sono nella santa Chiesa, non ricevereste il frutto del sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore, pentimento del peccato e amore della virtù e allora riceverete il frutto d’esso sangue. Ma in altro modo non lo potreste ricevere, non disponendovi dalla parte vostra come tralci uniti nella vite de l’unigenito mio Figlio, il quale disse: «Io sono vite vera e voi siete tralci, e il Padre mio è il lavoratore». (Gv 15,1) E così è la verità, che Io sono il lavoratore, poiché ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenza mia è inestimabile, e con la mia potenza e virtù governo tutto l’universo mondo: nessuna cosa è fatta o governata senza me. Sì che Io sono il lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figlio nella terra della vostra umanità, affinché voi, tralci, uniti con la vite, faceste frutto.

E però chi non farà frutto di sante e buone opere sarà tagliato da questa vite e seccarassi. § 11 ,630ss.) Poiché, separato da essa vite, perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco eternale, sì come il tralcio che non fa frutto, che è tagliato subito dalla vite ed è messo nel fuoco, perché non è buono ad altro. (Gv 15,6) Or così questi cotali tagliati per l’offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia, non essendo buoni ad altro, gli mette nel fuoco il quale dura eternamente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro, anco l’hanno disfatta, la loro e l’altrui: non solo che ci abbiano messa qualche pianta buona di virtù ma essi n’hanno (20v) tratto il seme della grazia, il quale avevano ricevuto nel lume del santo battesimo partecipando il sangue del mio Figlio, il quale fu il vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l’hanno tratto, questo seme, e dato da mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto ai piedi del disordinato affetto. (Lc 8,6 Lc 8,12) Col quale affetto hanno offeso me e fatto danno a loro e al prossimo.

Ma i servi miei non fanno così, e così dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite, e allora riporterete molto frutto perché parteciparete de l’umore di questa vite; (Rm 11,17; OrazX) e stando nel Verbo del mio Figlio state in me perché Io sono una cosa con lui ed egli con me. (Jn 10,30) Stando in lui seguiterete la dottrina sua; seguendo la sua dottrina partecipate della sustanzia di questo Verbo, cioè partecipate della deità eterna unita nell’umanità, traendone voi un amore divino dove l’anima s’inebria. E però ti dissi che partecipate della sustanzia della vite.

Sai che modo Io tengo, poi che i servi miei sono uniti in seguire la dottrina del dolce e amoroso Verbo? Io li poto, affinché facciano molto frutto, e il frutto loro sia provato e non insalvatichisca. Sì come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore lo pota perché facci migliore vino e più, e quello che non fa frutto taglia e mette nel fuoco, e così fo Io, lavoratore vero. I servi miei, che stanno in me, Io li poto con le molte tribolazioni, affinché facciano piú frutto e migliore, e sia provata in loro la virtù. (Gv 15,2; § 145 , 1345) E quegli che non fanno frutto sono tagliati e messi nel fuoco, come detto ti ho.

Questi cotali sono lavoratori veri, e lavorano bene l’anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra dell’affetto loro in me. E nutrono e crescono il seme della grazia, il quale ebbero nel santo battesimo. Lavorando la loro, lavorano quella del prossimo, e non possono lavorare l’una senza l’altra.

E già sai che Io ti dissi che ogni male si faceva col mezzo del prossimo e ogni bene. Sì che voi siete miei lavoratori esciti di me, sommo ed eterno lavoratore, il quale vi ho uniti e innestati nella vite per l’unione che Io ho fatto con voi.

Tiene a mente che tutte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé, la quale è unita senza alcun mezzo col prossimo loro, cioè l’uno con l’altro; e sono tanto uniti, che nessuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né male che non lo facci a lui.

Di tutti quanti voi è fatta una vigna universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, i quali sete uniti nella vigna del corpo mistico della santa Chiesa, così traete la vita. Nella quale vigna è piantata questa vite de l’unigenito mio Figlio, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sete subito ribelli alla santa Chiesa e sete come membri tagliati dal corpo, che subito imputridisce.

E’ vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento e ricorrere ai miei ministri, i quali sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del sangue, uscito di questa vite; il quale sangue è sì fatto e di tanta perfezione, che per alcun difetto del ministro non vi può essere tolto il frutto d’esso sangue. Il legame della carità è quello che li lega con vera umiltà, acquistata nel conoscimento di sé e di me. Sì che vedi che tutti vi ho messi per lavoratori. Ed ora di nuovo v’invito, perché il mondo già viene meno, tanto sono multiplicate le spine che hanno affogato il seme, (Lc 8,7) in tanto che nessuno frutto di grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aiutiate a lavorare l’anime nel corpo mistico della santa Chiesa. A questo vi scelgo, perché Io voglio fare misericordia al mondo, per mezzo del quale tu tanto mi preghi”

(dal “Dialogo della divina Provvidenza” di Santa Caterina da Siena”)

Rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena: “Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fatica fino alla morte per la salvezza delle anime. Quanto l’uomo più sostiene, più dimostra che mi ama; amandomi più conosce della mia verità e quanto più conosce più sente pena e dolore intollerabile per le offese fattemi”

“Dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena”

Levandosi un’anima ricolma di grandissimo desiderio per l’onore di Dio e la salvezza delle anime, esercitatasi per uno spazio di tempo nella virtù, abituata e abitata nella cella del conoscimento di sé, per meglio conoscere la bontà di Dio in sé, perché al conoscimento segue l’amore, amando cerca di seguire e vestirsi della verità. E perché in alcun modo gusta tanto ed è illuminata da questa verità quanto col mezzo dell’orazione umile e continua, fondata nel conoscimento di sé e di Dio, poiché l’orazione, esercitandola nel modo detto, unisce l’anima in Dio seguendo le vestigia di Cristo crocifisso, e così per desiderio, affetto e unione d’amore ne fa un altro sé. Questo parve che dicesse Cristo quando disse: «Chi mi amerà e conserverà la parola mia, Io manifesterò me medesimo a lui, e sarà una cosa con me ed Io con lui» (Gv 14,21-23 Gv 17,2); ed in più luoghi troviamo simili parole, per le quali possiamo vedere che egli è la verità che per affetto d’amore l’anima diventa un altro lui e per vederlo più chiaramente.

Dio tra l’altre cose diceva: “Apri l’occhio dell’intelletto e mira in me, e vedrai la dignità e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la bellezza che Io ho data all’anima creandola all’immagine e similitudine mia, guarda costoro che son vestiti del vestimento nunziale della carità, adornato di molte vere virtù: uniti sono con me per amore. E però ti dico che se tu domandassi a me chi son costoro, risponderei – diceva lo dolce e amoroso Verbo – sono un altro me; perché hanno perduta e annegata la volontà loro propria, e vestitisi e unitisi e conformatisi con la mia”.………

Allora la Verità eterna, rapendo e tirando a sé più forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio, che quando facevano sacrificio a Dio veniva un fuoco e tirava a sé il sacrificio che era accetto a lui, così faceva la dolce Verità a quella anima, ché mandava il fuoco della clemenza dello Spirito santo e rapiva il sacrificio del desiderio che ella faceva di sé a lui dicendo:

 “Non sai tu figlia mia, che tutte le pene che sostiene, o può sostenere l’anima in questa vita, non sono sufficienti a punire una minima colpa? Poiché l’offesa che è fatta a me, che sono Bene infinito, richiede soddisfazione infinita. E però Io voglio che tu sappia, che non tutte le pene che si danno in questa vita son date per punizione, ma per correzione, per castigare il figlio quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio dell’anima si soddisfa, cioè con la vera contrizione e pentimento del peccato. La vera contrizione soddisfa alla colpa e alla pena, non per pena finita che sostenga, ma per lo desiderio infinito; perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole.

Infinito dolore vuole in due modi. L’uno è della propria offesa, la quale ha commessa contro al suo Creatore. L’altro è dell’offesa che vede fare al prossimo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito, cioè che sono uniti per affetto d’amore in me – e però si dolgono quando offendono o vedono offendere – ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e soddisfa alla colpa che meritava infinita pena; poniamo che siano state opere finite, fatte in tempo finito. Ma perché fu adoperata la virtù e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e pentimento infinito della colpa, però valse.

Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapessi le cose future, dessi lo mio ai poveri, e dessi il corpo mio ad ardere e non avessi carità, nulla mi varrebbe» (1Co 13,1-3). Mostra il glorioso apostolo che le opere finite non sono sufficienti, né a punire né a remunerare, senza lo condimento de l’affetto della carità.

Ti ho mostrato, carissima figlia, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore, non per virtù della pena, ma per la virtù del desiderio dell’anima, sì come il desiderio ed ogni virtù vale ed ha in sé vita per Cristo crocifisso unigenito mio Figlio, in quanto l’anima ha tratto l’amore da lui (Mt 1,21) e con virtù segue le vestigia sue. Per questo modo (3v) valgono e non per altro; e così le pene soddisfanno alla colpa col dolce e unitivo amore, acquistato nel conoscimento dolce della mia bontà, e amarezza e contrizione di cuore, conoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. Il quale conoscimento genera odio e pentimento del peccato e della propria sensualità, così egli si reputa degno delle pene e indegno del frutto. Sì che – diceva la dolce Verità – vedi che per la contrizione del cuore, con l’amore della vera pazienza e con vera umiltà, reputandosi degni della pena e indegni del frutto per umiltà, portano con pazienza; sì che vedi che soddisfa nel modo detto.

Tu mi chiedi pene, affinché si soddisfi alle offese che sono fatte a me dalle mie creature, e domandi di volere conoscere e amare me che sono somma Verità. Questa è la via a volere venire a perfetto conoscimento e gustare me, Vita eterna: che tu non esca mai del conoscimento di te, e abbassata che tu sei nella valle dell’umiltà, e tu conosca me in te, del quale conoscimento trarrai quello che ti bisogna ed è necessario.

Nessuna virtù può avere in sé vita se non dalla carità; e l’umiltà è balia e nutrice della carità. Nel conoscimento di te ti umilierai, vedendo te per te non essere, e l’essere tuo conoscerai da me, che vi ho amati prima che voi fuste. E per l’amore ineffabile che Io v’ebbi, volendovi ricreare a grazia, vi ho lavati e ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figlio, sparto con tanto fuoco d’amore.

Questo sangue fa conoscere la verità a colui che s’ha levata la nuvola de l’amore proprio per lo conoscimento di sé, ché in altro modo non la conoscerebbe. Allora l’anima s’accenderà in questo conoscimento di me con un amore ineffabile, per mezzo del quale amore sta in continua pena, non pena affliggitiva, che affligga né disecchi l’anima, anco la ingrassa; ma perché ha conosciuta la mia verità e la propria colpa sua e la ingratitudine e cecità del prossimo, ha pena intollerabile; e però si duole perché m’ama, che se ella non m’amasse non si dorrebbe.

Subito che tu e gli altri servi miei avrete nel modo detto conosciuta la mia verità, vi converrà sostenere fino alla morte le molte tribolazioni, ingiurie e rimproveri in detto e in fatto, per gloria e loda del nome mio (Mt 24,9), sì che tu porterai e patirai pene.

Tu dunque, e gli altri miei servi, portate con vera (4r) pazienza, con dolore della colpa e con amore della virtù per gloria e loda del nome mio. Facendo così, soddisfarò le colpe tue e degli altri servi miei, sì che le pene che sosterrete saranno sufficienti per la virtù della carità a soddisfare e remunerare in voi e in altrui. In voi ne riceverete frutto di vita, spente le macchie delle vostre ignoranze, ed Io non mi ricorderò che voi m’offendeste mai (Is 43,25 Ez 18,21-22 He 10,17 Jr 31,34). In altrui soddisfarò per la carità e affetto vostro, e donerò secondo la disposizione loro con la quale riceveranno.

In particolare, a coloro che si dispongono umilmente e con deferenza a ricevere la dottrina dei servi miei, lo’ perdonerò la colpa e la pena. Come? Che per questo verranno a questo vero conoscimento e contrizione dei peccati loro, sì che con lo strumento dell’orazione e desiderio dei servi miei riceveranno frutto di grazia, ricevendoli umilmente come detto è; e meno e più secondo che vorranno esercitare con virtù la grazia. In generale dico che per li desideri vostri ricevaranno remissione e donazione. Guarda già che non sia tanta la loro ostinazione, che essi vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando il sangue del quale con tanta dolcezza son ricomperati (1P 1,18-19).

Che frutto ricevono? Il frutto è che Io gli aspetto, costretto dall’orazione dei servi miei, e do loro lume e fo loro destare il cane della coscienza; fo loro sentire l’odore della virtù e dilettarsi della conversazione dei servi miei. Ed alcune volte permetto che il mondo lo’ mostri quello che egli è, sentendovi diverse e variate passioni, affinché conoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di vita eterna. E così per questi e molti altri modi, i quali l’occhio non è sufficiente a vedere, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare (1Co 2,9 Is 64,4) quante sono le vie e modi che Io tengo, solo per amore e per ridurgli a grazia, affinché la mia verità sia compita in loro.

Costretto sono di farlo dalla inestimabile carità mia con la quale Io li creai, e dall’orazione e desideri e dolore dei servi miei, perché non sono spregiatore della lacrime, sudori e umile orazione loro, anco gli accetto poiché Io sono colui che gli fo amare e dolere del danno delle anime, ma non lo’ dà soddisfazione di pena, a questi cotali generali, ma sì di colpa. Perché non sono disposti dalla parte loro a pigliare con perfetto amore l’amore mio e dei miei servi né non pigliano il loro dolore con amarezza e perfetta contrizione della (4v) colpa commessa, ma con amore e contrizione imperfetta, però non hanno né ricevono soddisfazione di pena come gli altri, ma sì di colpa, perché richiede disposizione dall’una parte e dall’altra cioè di chi dà e di chi riceve; e perché sono imperfetti, imperfettamente ricevono la perfezione dei desideri di coloro che con pena li offerano dinanzi da me per loro.

Perché ti dissi che ricevevano soddisfazione e anco l’era donato? Cosí è la verità, che nel modo che lo ti ho detto, per gli strumenti che di sopra contiammo del lume della coscienza e dell’altre cose, l’è soddisfatto la colpa, cioè cominciandosi a riconoscere vomitano lo fracidume dei peccati loro, e cosí ne ricevono dono di grazia.

Questi sono coloro che stanno nella carità comune. Se essi hanno ricevuto per correzione quello che hanno avuto, e non hanno fatta resistenza alla clemenza dello Spirito santo, ne ricevono vita di grazia uscendo della colpa.

Ma se essi, come ignoranti, sono ingrati e irriconoscenti verso di me e verso le fatiche dei miei servi, esso fatto lo’ torna in ruina e a giudizio quello che era dato per misericordia; non per difetto della misericordia, né di colui che impetrava la misericordia per l’ingrato, ma solo per la miseria e durezza sua, il quale ha posta con la mano del libero arbitrio in sul cuore la pietra del diamante che, se non si rompe col sangue, non si può rompere.

Anco ti dico che, nonostante la durezza sua, mentre che egli ha il tempo e può usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figlio, e con essa medesima mano lo ponga sopra la durezza del cuore suo, lo spezzerà e riceverà il frutto del sangue che è pagato per lui. Ma se egli s’indugia, passato il tempo non ha remedio alcun, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me, dandogli la memoria perché ritenesse i benefici miei, e l’intelletto perché vedesse e conoscesse la verità, e l’affetto perché egli amasse me, Verità eterna, la quale l’intelletto cognobbe.

Questa è la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e sbarattata al demonio, il demonio con esso lui ne va e portane quello che in questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordo di disonestà, superbia, avarizia e amore proprio di sé, odio e pentimento del prossimo; ed è perseguetore dei servi miei. In queste miserie, offuscato l’intelletto per la disordinata voluntà, così ricevono con le puzze loro pena (5r) eternale, infinita pena, perché non satisfecero la colpa con la contrizione e pentimento del peccato.

Sì che hai come la pena soddisfa a la colpa per la perfetta contrizione del cuore, non per le pene finite, e non tanto la colpa, ma la pena che segue dopo la colpa, a quegli che hanno questa perfezione; ed ai generali, come detto è, soddisfa la colpa, cioè che privati del peccato mortale ricevono la grazia, e non avendo sufficente contrizione e amore a soddisfare alla pena, vanno alle pene del purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.

Sì che vedi che soddisfa per lo desiderio dell’anima unito in me che sono infinito bene, poco e assai, secondo la misura del perfetto amore di colui che dà l’orazione e il desiderio, e di colui che riceve. Con quella medesima misura che egli dà a me, e colui riceve in sé, con quella l’è misurato dalla mia bontà (Mt 7,2 Mc 4,24 Lc 6,38). Sì che cresce il fuoco del desiderio tuo, e non lasciare passare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e continua orazione dinanzi a me per loro. Così dico a te e al padre dell’anima tua, il quale Io ti ho dato in terra, che virilmente portiate, e morto sia ad ogni propria sensualità.

Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fatica fino alla morte per la salvezza delle anime. Quanto l’uomo più sostiene, più dimostra che mi ama; amandomi più conosce della mia verità e quanto più conosce più sente pena e dolore intollerabile per le offese fattemi..

Tu domandavi di sostenere e di punire i difetti altrui sopra di te, e tu non ti accorgevi che tu domandavi amore, lume e conoscimento della verità, perché già ti dissi che quant’era maggiore l’amore, tanto cresce il dolore e la pena: a cui cresce amore cresce dolore. Perciò Io vi dico che voi domandiate e vi sarà dato: Io non respingerò chi mi domanderà in verità (Mt 7,7 Lc 11,9). Pensa che l’amore della divina carità che è nell’anima è tanto unito con la perfetta pazienza, che non si può partire l’una che non si parta l’altra. E però debba l’anima, come sceglie d’amare me, cosí scegliere di portare per me pene in qualunque modo e di qualunque cosa Io le concedo. La pazienza non si prova se non nelle pene, la quale pazienza è unita con la carità, come detto è. Perciò sopportate virilmente, altrimenti non dimostrereste d’essere, né sareste, sposi fedeli (5v) e figli della mia Verità, né che voi siete gustatori del mio onore e della salvezza delle anime.”

(dal “Dialogo della divina Provvidenza” di Santa Caterina da Siena”)

Dalle rivelazioni di Gesù a Maria Valtorta: Dice Gesù “Uno solo mi riconobbe. Colui che aveva anima, pensiero e carne limpidi da ogni lussuria. Insisto sul valore della purezza” Io ho detto: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

Dall’opera della mistica Maria Valtorta: ‘L’evangelo come mi è stato rivelato’

 L’incontro con Giovanni e Giacomo. Giovanni di Zebedeo è il puro fra i discepoli

Io ho detto: “Beati i puri di cuore  perché vedranno Dio”. Anche dalla terra. Essi, ai quali il fumo del senso non turba il pensiero, “vedono” Dio e l’odono e lo seguono, e l’additano agli altri. Giovanni  di Zebedeo è un puro.  E’ il puro fra i miei discepoli.

[da L’Evangelo come mi è stato rivelato, cap. 47.1/3.6/8; 49.7/11] [L’incontro con Giovanni e Giacomo di Zebedeo]
L’incontro con Giovanni e Giacomo.  Giovanni  di Zebedeo è il puro fra i discepoli.25  febbraio 1944. 

Maria Valtorta scrive le visioni che Gesù le rivela:

Vedo  Gesù che cammina lungo la striscia verde che costeggia il Giordano.  E’ tornato su per giù al posto che ha visto  il suo battesimo.  Presso il guado che  pare fosse molto conosciuto e frequentato per passare all’altra sponda verso la  Perea.  Ma il luogo, dianzi tanto  affollato di gente, ora appare spopolato.   Solo qualche viandante, a piedi o a cavallo di asini o cavalli, lo  percorre.  Gesù pare non accorgersene  neppure.  Procede per la sua strada  risalendo a nord, come assorto nei suoi pensieri. Quando  giunge all’altezza del guado incrocia un gruppo di uomini di età diverse, che  discutono animatamente fra loro e che poi si separano, parte andando verso sud  e parte risalendo a nord.  Fra quelli che  si dirigono a nord vedo esservi Giovanni e Giacomo. Giovanni  vede per primo Gesù e lo indica al fratello e ai compagni.  Parlano fra loro per un poco e poi Giovanni  si dà a camminare velocemente per raggiungere Gesù.  Giacomo lo segue più piano.  Gli altri non se ne occupano.  Camminano lentamente, discutendo. Quando  Giovanni è presso a Gesù, alle sue spalle, lontano appena un due o tre metri,  grida: « Agnello di Dio che levi i peccati del mondo! ». Gesù  si volge e lo guarda. I due sono a pochi passi l’uno dall’altro.  Si osservano.   Gesù col suo aspetto serio e indagatore. Giovanni col suo occhio puro e  ridente nel bel viso giovanile che pare di fanciulla.  Gli si danno si e no vent’anni, e sulla gota  rosata non vi è altro segno che quello di una peluria bionda, che pare una velatura  d’oro. «  Chi cerchi?» , chiede Gesù. «Te,  Maestro». «  Come sai che sono maestro? «  Me lo ha detto il Battista ». «  E allora perché mi chiami Agnello? ». «Perché  ti ho udito indicare così da lui un giorno che Tu passavi, poco più di un mese fa». «Che  vuoi da Me? ». «Che  Tu ci dica le parole di vita eterna e che ci consoli ». «Ma  chi sei? ». «  Giovanni di Zebedeo sono, e questo è Giacomo mio fratello. Siamo di  Galilea.  Pescatori siamo.  Ma siamo pure discepoli di Giovanni.  Egli ci diceva parole di vita e noi lo  ascoltavamo, perché vogliamo seguire Dio e con la penitenza meritar il suo  perdono, preparando le vie del cuore alla venuta del Messia.  Tu lo sei.   Giovanni l’ha detto, perché ha visto il segno della Colomba posarsi su  Te.  A noi l’ha detto: ” Ecco  l’Agnello di Dio “. Io ti dico: Agnello di Dio, che togli i peccati del  mondo, dàcci la pace, perché non abbiamo più chi ci guidi e l’anima è turbata  ». «  Dove è Giovanni? ». «  Erode l’ha preso.  In prigione è, a Macheronte.   I più fedeli fra i suoi hanno tentato di liberarlo.  Ma non si può.  Torniamo di là.  Lasciaci venire con Te, Maestro.  Mostraci dove abiti». «  Venite.  Ma sapete cosa chiedete?  Chi mi segue dovrà tutto lasciare: e casa, e  parenti, e modo di pensare, e vita anche.   Io vi farò miei discepoli e miei amici, se volete.  Ma io non ho ricchezze e protezioni.  Sono, e più lo sarò, povero sino a non avere  dove posare il capo e perseguitato più di sperduta pecora dai lupi.  La mia dottrina è ancor più severa di quella  di Giovanni, perché interdice anche il risentimento.  Non tanto all’esterno si volge, quanto allo  spirito.  Rinascere dovrete se volete  essere miei.  Lo volete voi fare?». «  Sì, Maestro.  Tu solo hai parole che ci  dànno luce.  Esse scendono e, dove era  tenebra di desolazione perché privi di guida, mettono chiarore di sole ».  «Venite,  dunque, e andiamo.  Vi ammaestrerò per  via ».

Dice Gesù:

«  Il gruppo che mi aveva incontrato era numeroso.   Ma uno solo mi riconobbe.  Colui  che aveva anima, pensiero e carne limpidi da ogni lussuria. Insisto  sul valore della purezza.  La castità è  sempre fonte di lucidità di pensiero.  La  verginità affina, poi, e conserva la sensibilità intellettiva ed affettiva a  perfezione, che solo chi è vergine prova. Vergine  si è in molti modi.  Forzatamente, e  questo specie per le donne, quando non si è stati scelti per nozze di  sorta.  Dovrebbe esserlo anche per gli  uomini.  Ma non lo è. E ciò è male,  perché da una gioventù anzitempo sporcata dalla libidine non potrà che venire  un capo famiglia malato nel sentimento e sovente anche nella carne. Vi  è la verginità voluta, ossia quella di coloro che si consacrano al Signore in  uno slancio dell’animo.  Bella  verginità!  Sacrificio gradito a Dio!  Ma non tutti poi sanno permanere in quel loro  candore di giglio che sta rigido sullo stelo, teso al cielo, ignaro del fango  del suolo, aperto solo al bacio del sole di Dio e delle sue rugiade. Tanti  restano fedeli materialmente al voto fatto.   Ma infedeli col pensiero che rimpiange e desidera ciò che ha sacrificato.  Questi non sono vergini che a metà.  Se  la carne è intatta, il cuore non lo è. Fermenta, questo cuore, ribolle,  sprigiona fumi di sensualità, tanto più raffinata e riprovata quanto più è  creazione del pensiero che accarezza, pasce, e aumenta continuamente immagini  di appagamenti illeciti anche a chi è libero, più che illeciti a chi è votato. Viene  allora l’ipocrisia del voto.  L’apparenza  c’è, ma la sostanza manca.  Ed in verità  vi dico che, fra chi viene a Me col giglio spezzato dall’imposizione di un tiranno  e chi vi viene col giglio non materialmente spezzato, ma sbavato dal rigurgito  di una sensualità accarezzata e coltivata per empire di essa le ore di  solitudine, Io chiamo ‘vergine’ il primo e ‘non vergine’ il secondo.  E al primo do corona di vergine e duplice  corona di martirio per la carne ferita e per il cuore piagato dalla non voluta  mutilazione. Il  valore della purezza è tale che, tu lo hai visto, Satana si preoccupa per prima  cosa di convincermi all’impurità.  Esso lo sa bene che la colpa sensuale  smantella l’anima e la fa facile preda alle altre colpe.  La cura di Satana si è vòlta a questo punto  capitale per vincermi. Il  pane, la fame, sono le forme materiali per l’allegoria dell’appetito, degli appetiti che Satana sfrutta ai  suoi fini.  Ben altro è il cibo che esso  mi offriva per farmi cadere come ebbro ai suoi piedi!  Dopo sarebbe venuta la gola, il denaro, il  potere, l’idolatria, la bestemmia, l’abiura della Legge divina.  Ma il primo passo per avermi era questo.  Lo stesso che usò per ferire Adamo. Il  mondo schernisce i puri.  I colpevoli di  impudicizia li colpiscono.  Giovanni  Battista è una vittima della lussuria di due osceni.  Ma se il mondo ha ancora un poco di luce, ciò  si deve ai puri del mondo.  Sono essi i  servi di Dio e sanno capire Dio e ripetere le parole di Dio.  Io ho detto: ” Beati i puri di cuore  perché vedranno Dio “. Anche dalla terra.   Essi, ai quali il fumo del senso non turba il pensiero, ” vedono  ” Dio e l’odono e lo seguono, e l’additano agli altri. Giovanni  di Zebedeo è un puro.  E’ il puro fra i  miei discepoli.  Che anima di fiore in un  corpo d’angelo!  Egli mi chiama con le  parole del suo primo maestro e mi chiede di dargli pace.  Ma la pace l’ha in sé per la sua vita pura,  ed lo l’ho amato per questa sua purezza, alla quale ho affidato gli  insegnamenti, i segreti, la Creatura più cara che avessi. E’  stato il mio primo discepolo, il mio amante dal primo istante che mi vide.  La sua anima s’era fusa con la mia sin dal  giorno che m’aveva visto passare lungo il Giordano e m’aveva visto indicare dal  Battista.  Se anche non m’avesse  incontrato di poi, al mio ritorno dal deserto, m’avrebbe cercato tanto da  riuscire a trovarmi, perché chi è puro è umile e desideroso di istruirsi nella  scienza di Dio e viene, come va l’acqua al mare, verso quelli che riconosce  maestri nella dottrina celeste »

(Dall’opera della mistica Maria Valtorta: ‘L’evangelo come mi è stato rivelato’)

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