Paolo Rodari: “I penitenti. Don Julián Carrón porta Comunione e liberazione nel deserto. Nella chiesa, dopo tanta politica, s’apre la stagione dello Spirito”

Paolo Rodari

“I penitenti. Don Julián Carrón porta Comunione e liberazione nel deserto. Nella chiesa, dopo tanta politica, s’apre la stagione dello Spirito”

12 novembre 2012

IL FOGLIO

 

Peppino Zola, avvocato milanese, fra i primi aderenti al movimento di Comunione e liberazione, non ha dubbi. Scrive al settimanale Tempi che “contro Cl, in questi giorni, è in atto una campagna di calunniosa disinformazione”.

 

Per lui, e per la maggioranza dei ciellini insieme a lui, la disinformazione colpisce anche Roberto Formigoni, presidente della regione Lombardia nonché l’ex assessore della stessa Regione, Antonio Simone. Hanno commesso degli errori? “Se hanno fatto errori (come tutti noi) ne risponderanno al confessore oppure agli elettori”, scrive Antonio Socci. Che incalza: “E’ certo però che la Lombardia governata da Formigoni, secondo i princìpi della dottrina sociale della chiesa, è stata la regione più prospera, solidale ed efficiente d’Italia. Fra le prime d’Europa. Usciranno indenni dalle indagini come nel passato? Glielo auguro. Ma anche in questo caso sono certo che porteranno addosso il dolore dei propri limiti che oggi vengono usati dal mondo per picchiare su Cl. Ma la storia cristiana è fatta così. Da duemila anni. E’ fatta di uomini che si sentono umiliati per la propria miseria, ma la cui imperfezione è usata dal Signore dell’universo come piedistallo della sua gloria”.

 

Già, eppure anche dentro Cl una cosa sembra evidente a molti. Julián Carrón, successore di don Luigi Giussani alla guida del movimento, è su nuovi lidi che vuole traghettarlo.

 

Dopo anni in cui la sostanziale sovrapposizione tra fede e impegno politico è stata prassi in Cl (con un’infinita serie di polemiche con i progressisti, ma anche con l’Azione cattolica, a proposito delle distinzioni conciliari tra sfera della fede e autonomia della politica), oggi la strada da imboccare è un’altra. Un mutamento di rotta che porterebbe quell’esperienza di cristianesimo – “integralismo” lo definì il giornale ufficiale della chiesa cattolica francese, la Croix, il giorno successivo la morte di Giussani – verso un tempo nuovo, di penitenza, anzitutto, e di purificazione.

 

Carrón, non a caso, usa la parola “esodo”. Pochi giorni fa, a commento dei giorni trascorsi in Vaticano al Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, ha scritto ai ciellini per dire loro testualmente che “in questi tempi, davanti a quanto accade al nostro movimento, mi viene spesso alla mente l’esperienza del popolo d’Israele”. Certo, dice di augurarsi “che non ci debba capitare quello che è successo a esso: rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio”. Ma ricorda anche l’opportunità che una vita da esuli comporta per chi ha fede e questo ovviamente vale anche per i ciellini. “Solo allora Israele” scrive, “spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza – l’esilio – Dio purificò il suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti. Ricordando che ‘a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato’ (Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui, obbedendo alla voce del mistero che ci chiama attraverso quel grande testimone che è Benedetto XVI. Se ci risparmiassimo questo che è il lavoro della vita, mancheremmo al compito della testimonianza per cui il Signore ha suscitato il carisma del movimento nella chiesa, che continua a destare curiosità e interesse, come ho potuto verificare anche al Sinodo”.

 

Una stagione è al suo tramonto. E’ innegabile. Come già nel 1975 Giussani stravolse Cl raddrizzando la barra di un movimento che era divenuto in fretta fin troppo politico, aderendo o rispondendo allo Zeitgeist (spirito del tempo), così sembra voler fare oggi Carrón. “Non espressione pubblica, culturale, politica e sociale del movimento, ma conversione del movimento: questa è la parola”, disse nel settembre 1975 Giussani portando via Cl dall’“utopia” in cui era incappata: alla pressione politica culturale e sociale “così imponente” del ’68 il movimento era tentato di rispondere con un progetto politico alternativo, appunto un’utopia. Giussani, invece, voleva altro perché questo progetto alternativo, spiegò, dimentica che “la novità non è l’avanguardia ma il Resto”.

 

Il Resto, appunto. Il Resto d’Israele. Un Resto che cammina in esilio, che vive di fede e non di guerra politica. Un Resto che fa penitenza anche per riparare ai propri errori. Una penitenza che in qualche modo fa scendere Cl dal piedistallo sul quale il movimento era stato messo negli spumeggianti anni del pontificato wojtyliano e, in Italia, della chiesa militante della gestione del cardinale Camillo Ruini.

 

Una penitenza che allinea il movimento alla chiesa come la sta intendendo Joseph Ratzinger dopo la svolta penitenziale seguita all’annus horribilis del clamore mediatico per i problemi di pedofilia del clero. Ma come Ratzinger ci sono tanti altri vescovi e cardinali. Fra questi un cardinale di peso, nato in Cl e poi cresciuto di formazione propria: Angelo Scola.

 

Quanto accaduto a seguito della trasmissione “Report” condotta da Milena Gabanelli domenica scorsa ne è una prova. Nella puntata tutta dedicata a Cl, a un certo punto è Marco Palmisano, ex membro dei Memores Domini, tra i promotori del Movimento popolare, poi dirigente Mediaset e presidente del Club Santa Chiara, a ricordare le lezioni “private” di politica e dottrina sociale impartite nel 1979 a Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri da un gruppetto di ciellini d’alto rango formato dall’allora don Angelo Scola, Sante Bagnoli fondatore dell’editrice Jaca Book, Roberto Formigoni, Rocco Buttiglione e Guido Folloni, giornalista e futuro direttore di Avvenire. Le lezioni, su richiesta di Berlusconi e su mandato di Giussani, si tennero a Milano in via Rovani e durarono quattro fine settimana di fila, dal venerdì alla domenica. Secondo molti l’aneddoto raccontato da Palmisano altro non è stato che un modo attraverso il quale la vecchia guardia ciellina ha voluto ricordare che un tempo il movimento non provava vergogna a impastare le mani nella politica, tanto che allora certe cose le faceva pure Scola.

 

Il ricordo carpito da “Report” ha però in qualche modo infastidito Scola se è vero che, immediatamente dopo la trasmissione, egli ha fatto sapere attraverso il suo portavoce don Davide Milani che soltanto “in una giornata tra l’autunno del 1975 e la primavera del 1976 – non dunque per quattro anni, ndr – l’allora don Angelo Scola, come era solito fare in diversi ambiti ecclesiali e laici (non dunque soltanto in Cl, ndr) intervenne per una lezione su temi di filosofia e antropologia nell’ambito di un ciclo di incontri organizzato dall’imprenditore Silvio Berlusconi per l’aggiornamento dei manager suoi collaboratori”. Come a dire: Scola tenne un unico seminario per Berlusconi su un tema fra le altre cose ampio, ma nulla più. La stagione di Cl impastata con la politica non era insomma e non è la sua stagione. Anche se, come scrive parlando di quegli anni Massimo Camisasca nella sua storia di Cl, “in un contesto altamente politicizzato, i primi giessini diventati adulti non potevano evitare di prendere posizione sulla questione politica in quanto tale”.

 

Finita ora, e con i noti trambusti, quella lunga stagione sulla ribalta della politica, l’allineamento di Cl a una linea che sarà gioco forza più spirituale, lascia spazio all’ascesa di altri movimenti e gruppi ecclesiali all’interno della chiesa cattolica. Su tutti l’esplosione inaspettata, e in alcune sue declinazioni incontrollata, dei gruppi carismatici. Nel ’900 non esistevano. Oggi un cristiano su tre al mondo appartiene alle loro schiere.

 

E molti di questi cristiani sono cattolici, riconosciuti e benedetti anche da Roma. E’ un movimento in grande espansione, che dilaga proprio a motivo del fatto che per nulla si occupa di politica e vicende simili. Ma tutto fa soltanto nel nome dello spirito. O meglio, dello Spirito Santo. Anche a Roma sono in migliaia. Riempiono le chiese. Mani levate al cielo, volti ispirati, mormorio di sillabe sconosciute. I loro canti non sono melodie qualunque, bensì “canti in lingua”, una lingua ancestrale, sconosciuta, che sgorga incontrollata dal profondo dell’anima, la lingua dello Spirito Santo. Parole ripetute all’infinito che crescono potentemente per poi tornare a spegnersi. Dicono che il loro canto ha un unico direttore d’orchestra: appunto lo Spirito. Quello Spirito a cui si abbeverava anche sant’Ambrogio: “Lieti beviamo la sobria ebbrezza dello Spirito”, disse.

 

E’ nel nome dello Spirito che oggi i carismatici si radunano oltre che per cantare anche per fare altre cose: usare i carismi che lo Spirito Santo, per chi ha fede, ha dato e dà. E cioè guarire, profetare, parlare in linguaggi celesti. Anche liberare i fedeli dal male, gli spiriti del male, financo le malattie. Nati sulla scia del pentecostalismo protestante, è negli ultimi decenni che hanno fatto seguaci fra i cattolici, grazie a una forma ortodossa assunta da diversi gruppi cattolici, fra questi il movimento del Rinnovamento nello Spirito Santo.

 

Quel movimento che riuscì, anni addietro, a fare suo uno dei porporati più influenti del Sudamerica, l’ex prefetto del clero Claudio Hummes. Dalle giovanili simpatie per la teologia della liberazione si convertì a fervente sostenitore del Rinnovamento. Ma prima di Hummes il grande salto fra i carismatici lo fece il cardinale Léon-Joseph Suenens, primate del Belgio e grande riformatore al Concilio Vaticano II.

 

La prossima estate, a Rio de Janeiro, durante la Giornata mondiale della gioventù, è questa fede principalmente che Papa Ratzinger, di schianto, troverà innanzi a sé. Ricorda Sandro Magister che “oggi, secondo le stime di uno studioso attendibile come David Barrett, i protestanti pentecostali e i cattolici carismatici totalizzano insieme, in Brasile, ottanta milioni di fedeli, il 40 per cento dell’intera popolazione. Di questi, i cattolici sarebbero circa 35 milioni. E un esempio che diversi osservatori dicono essere “più stupefacente” di questa versione cattolica del pentecostalismo che dilaga in tutto il mondo è padre Marcelo Rossi. Di lui, “star che riempie gli stadi predicando l’amore di Dio” si è occupato in un lungo reportage anche Avvenire, lo scorso giugno. E’ questo prete di 44 anni, un metro e 94 di altezza, “corporatura da atleta e sguardo soave” a essere la figura di punta del rinnovamento carismatico cattolico nel continente, colui che è stato in grado di richiamare 3 milioni di persone all’autodromo di San Paolo nel 2008, in un raduno all’insegna di musica e preghiera che ha visto accorrere Ivete Sangalo, Claudia Leite e altre stelle della musica leggera del paese. Dal 1998 a oggi ha vinto con i suoi album ben dodici dischi di platino, il riconoscimento assegnato a un cantante quando i dischi venduti superano il milione. Il suo ultimo libro, “Ágape”, è stato di gran lunga il bestseller del 2011, raggiungendo picchi di vendita toccati in passato soltanto da Paulo Coelho.

 

Padre Marcelo salì alla ribalta in occasione di un meeting che organizzò col titolo “Sono felice di essere cattolico”, a cui parteciparono 70 mila persone. Da lì in avanti fu un crescendo. Nel 1998 esordì come cantante e incise “Musica per lodare il Signore”, che vendette 4 milioni di copie, seguito a ruota dall’album “Un regalo per Gesù”.

 

Un crescendo inarrestabile fino al 2008, il raduno a San Paolo. Perché questo successo? Risponde: “Quando ho ritrovato la fede era un periodo in cui la chiesa era immersa nelle questioni politiche, per influsso della teologia della liberazione. Teologia che ha avuto certamente un ruolo positivo durante la dittatura, ma che ha lasciato un vuoto. Io avevo perso un cugino e andavo in cerca della parola di Dio, però arrivavo in chiesa e sentivo parlare di politica. Da quel momento ho capito cosa dovevo fare”. Cosa? Lo scrive Avvenire per lui: “Tornare all’essenziale, ad annunciare il Vangelo, usando i mezzi di comunicazione, la musica in particolare”.

 

Anche a Roma, anche in Vaticano, i monsignori osservano, si adeguano e, infine, benedicono. Era il 2007 quando Papa Benedetto XVI volò in Brasile. Prima del suo arrivo nella grande spianata di Campo di Marte a San Paolo, nelle primissime ore del mattino quando ancora il sole non era apparso all’orizzonte per non creare imbarazzi o malumori, venne fatto entrare in scena nello stupore generale padre Marcelo. Racconta Avvenire, infatti, che “vedere un sacerdote che galvanizza le folle cantando e ballando, seppur con decoro, è uno spettacolo ancora indigesto a molti”.

 

Ma la sua presenza era necessaria, per scaldare il popolo. Fu lo spettacolo dei tempi nuovi. Fu un piccolo segno di una nuova èra appena iniziata. L’era dello Spirito. Una strada nuova per il cattolicesimo contemporaneo. L’ascesa di nuovi movimenti.

 

Paolo Rodari

 

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