Sant’ Ambrogio: “È dalla santa Chiesa che devi imparare a trattenere Cristo..Quali dunque i mezzi con cui trattenere Cristo? Lo trattiene l’amore dell’anima” “Se vuoi anche tu possedere Cristo, cercalo incessantemente e non temere la sofferenza”

“Se vuoi anche tu possedere Cristo, cercalo incessantemente e non temere la sofferenza”

 Sant’Ambrogio:

È dalla santa Chiesa che devi imparare a trattenere Cristo. Anzi te l’ha già insegnato, se ben comprendi ciò che leggi: Avevo appena oltrepassato le guardie, quando trovai l’amato del mio cuore. L’ho stretto forte e non lo lascerò (cfr. Ct 3, 4). Quali dunque i mezzi con cui trattenere Cristo? Non la violenza delle catene, non le strette delle funi, ma i vincoli della carità, i legami dello spirito. Lo trattiene l’amore dell’anima.

Se vuoi anche tu possedere Cristo, cercalo incessantemente e non temere la sofferenza. È più facile spesso trovarlo tra i supplizi del corpo, tra le mani dei persecutori.

Lei dice: Poco tempo era trascorso da quando le avevo oltrepassate. Infatti una volta libera dalle mani dei persecutori e vittoriosa sui poteri del male, subito, all’istante ti verrà incontro Cristo, né permetterà che si prolunghi la tua prova.

Colei che così cerca Cristo, che ha trovato Cristo, può dire: L’ho stretto forte e non lo lascerò finché non lo abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice (cfr. Ct 3, 4).

Che cos’è la casa, la stanza di tua madre, se non il santuario più intimo del tuo essere?

Custodisci questa casa, purificane l’interno. Divenuta perfettamente pulita, e non più inquinata da brutture di infedeltà, sorga quale casa spirituale, cementata con la pietra angolare, si innalzi in un sacerdozio santo, e lo Spirito Paraclito abiti in essa. Colei che cerca Cristo a questo modo, colei che così prega Cristo, non è abbandonata da lui, anzi riceve frequenti visite. Egli infatti è con noi fino alla fine del mondo.”

(Sant’Ambrogio, Vescovo e Dottore della Chiesa, Sulla verginità , Cap. 12)

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Sant’Ambrogio: “Prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione”

 

“Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato” (Sal. 70, 22-23).”

 

“Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi? In essi leggo: “Canto d’amore” (SaI 44. 1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore. In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati. Che cos’è dunque il salmo se non lo strumento musicale delle virtù, suonando il quale con il plettro dello Spirito Santo, il venerando profeta fa echeggiare in terra la dolcezza del suono celeste? Modulava gli accordi di voci diverse sulle corde della lira e dell’arpa, che sono resti di animali morti, e così innalzava verso il cielo il canto della divina lode.

In tal modo ci insegnava che prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione. Davide ci ha dunque insegnato che bisogna cantare, che bisogna salmeggiare nell’intimo del cuore come cantava anche Paolo dicendo: “Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza ” (1 Cor 14, 15).

Davide ci ha detto che bisogna formare la nostra vita e i nostri atti alla contemplazione delle cose superne, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, dalle quali la nostra anima è oppressa e non liberata. Il santo profeta ci ha ricordato che egli salmeggiava per liberare la sua anima e per questo disse: “Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato” (Sal. 70, 22-23).”

(Sant’Ambrogio, dal Commento ai salmi)

Inno di Sant’Ambrogio: “Splendor paternae gloriae” (La Luce è venuta nel mondo)

 

Inno di Sant’Ambrogio:

“Splendor paternae gloriae” (La Luce è venuta nel mondo)

 

O Splendore della gloria del Padre

 che trai Luce dalla Luce,

 Luce della Luce e sorgente della luminosità,

 giorno che illumini il giorno,

 

Tu vero sole,

 che risplendi di eterno fulgore,

 vieni e infondi nei nostri cuori

 la luce radiosa dello Spirito Santo!

 

Supplichevoli invochiamo anche il Padre,

 Padre di perenne Gloria

 e di possente Grazia,

 perchè allontani la subdola colpa.

 

Susciti azioni valorose,

 respinga gli attacchi dell’invidia di Satana,

 ci sia propizio nelle avversità,

 ci doni la Grazia di agir bene.

 

La mente governi e regga

 in un corpo casto e fedele;

 la fede si infiammi di intenso fervore,

 e non conosca il veleno dell’inganno.

 

Cristo sia nostro cibo,

 sia nostra bevanda la fede,

 lieti attingiamo alla sobria

 ebbrezza dello Spirito.

 

Trascorra lieto questo giorno:

 il pudore sia come il chiarore dell’alba,

 la fede come il meriggio,

 l’animo non conosca il crepuscolo.

 

L’aurora procede nella sua corsa:

 si mostri tutto aurora,

 tutto il Figlio nel Padre

 e tutto il Padre nel Verbo.

 

 

Cristo è apparso nella carne: è lui nostra vita in tutto. La sua divinità è vita, la sua eternità è vita, la sua carne è vita, la sua passione è vita. La sua morte è vita, la sua ferita è vita, il suo sangue è vita, la sua sepoltura è vita, la sua resurrezione è vita di tutti.

E’ lui il chicco che si è dissolto, è morto nel suo corpo per noi, per produrre in noi una messe abbondante.

E così la sua morte è messe di vita. Quello dunque che è stato fatto in lui è vita. Carne è stata fatta in lui: è vita. Morte è stata fatta in lui: è vita. Remissione dei peccati è stata fatta in lui: è vita. Ferita è stata fatta in lui: è vita. Scherno è stato fatto in lui: è vita. Spartizione è stata fatta in lui: è vita. Sepoltura è stata fatta in lui: è vita. Risurrezione è stata fatta in lui: è vita. Guarda quante cose sono state fatte in lui! Da esse è stato prodotto il capovolgimento della nostra esistenza, che era rovinata e che ci è stata restituita.

Anche l’uomo, specificamente quello interiore, è stato fatto in lui, è stato crocifisso in lui, è stato rinnovato in lui, è stato sepolto in lui, sepolto insieme con lui, risuscitato con lui.

 (S. Ambrogio, Commento ai dodici salmi – salmo 36,36-37)

Sant’Ambrogio: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (San Paolo, Fil. 1,21) “La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro”

 

Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di Sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)

 
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.

 
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.

 
L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).

 

Sant’Ambrogio: “Chi cerca Cristo cerchi di vederlo non con gli occhi dell’uomo esteriore, ma con lo sguardo interiore. L’eterno non si scorge in parvenze corporee, giacché le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.”

 

 

Dal Commento al salmo 118 di Sant’Ambrogio

 

Sermo 18,41‑43. ft 15,1467.

 

Per mostrare come si fa a trovare Cristo, Filippo e­sclama:Vieni e vedi. Chi cerca Cristo venga, non con i passi delle gambe, ma con l’incedere dello spirito. Cerchi di vederlo non con gli occhi dell’uomo esteriore, ma con lo sguardo interiore. L’eterno non si scorge in parvenze corporee, giacché le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Ora, Cristo non è nel tempo, ma è generato dal Padre, prima del tempo; in quanto Dio, vero Figlio di Dio, e in quanto perfezione eterna, è fuori del tempo, e nessun limite di tempo lo circoscrive; in quanto è vita al di là del tempo, come tale non sarà mai raggiunto dal giorno della morte.

Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Comprendi ciò che ha  detto l’Apostolo? Egli morì al peccato una volta per tutte. Una volta per  sempre Cristo è morto per te che sei peccatore. Non perdere, o uomo, questo grande vantaggio! Per te Cristo si è assogget­tato al potere della morte, per liberarti dal giogo di quel potere. Egli ha preso su di sé la schiavitù della morte per renderti la libertà della vita eterna.

Perciò chi cerca Cristo cerca anche i suoi patimenti e non ne evita la passione. Nell’angoscia ho gridato al Signo­re, mi ha risposto e mi ha tratto in salvo. Com’è buona quella sofferenza che ci rende degni di essere ampiamente esauditi dal Signore! Essere esauditi dal Signore Dio nostro è pero una grazia.

Allora, chi cerca l’affanno, non lo evita. Chi non lo evita ne viene trovato. Non lo evita l’uomo che riflette sui comandamenti di Dio con il pensiero e con l’azione.

 

 

Sermo 19,36.38‑39. PL 15,1480.1481.

 

Tu, signore, sei vicino, tutti i tuoi precetti sono veri .

Il Signore è vicino a tutti, perché è in ogni luogo. Non pos­siamo sfuggirgli se lo offendiamo, né farla franca se sba­gliamo, né perderlo se ci nascondiamo. Dio osserva ogni cosa, vede tutto, sta al fianco di ognuno, dicendo: Io sono un Dio vicino.

Dove mai non potrebbe penetrare il Verbo di Dio, lo splendore eterno che illumina anche le riposte profondità del cuore, là dove nemmeno il sole fisico può penetrare? Il Verbo di Dio è una spada spirituale che penetra fino a dividere l’anima, le membra e le midolla. Di esso il giusto Simeone dice a Maria: Perché siano svelati i pensieri di molti cuori, anche a te una spada trafiggerà l’anima.

Il Verbo di Dio trapassa dunque l’anima e la rischiara tutta come un chiarore di luce eterna. E sebbene egli abbia una potenza che si estende attraverso tutti, che tutti rag­giunge e che sta sopra tutti ‑ perché per tutti egli è nato da una vergine, per i buoni e per i malvagi, come sopra buoni e malvagi fa nascere anche il suo sole ‑, tuttavia egli riscalda unicamente chi gli si avvicina.

E come tiene lontano da sé lo splendore del sole chi chiude le finestre della sua casa e sceglie di vivere in un luogo tutto buio, così chi volge le spalle al Sole di giustizia non può contemplarne lo splendore e cammina nelle tenebre; e mentre tutti godono della luce, lui stesso diventa causa della propria cecità.

Spalanca allora le tue finestre al Verbo di Dio, affinché tutta la tua casa sia illuminata dallo splendore del vero Sole! Apri bene gli occhi, per mirare il Sole di giustizia che sorge per te.

 

 

Sermo 20,54 ‑55. PL 15,1501.

 

Vedi che io amo i tuoi precetti, Signore, secondo la tua grazia dammi vita.

Rivolgendosi a Dio il salmista lo invita a posare lo sguardo sul suo sentimento pieno di amore.

Nessuno chiede di esser guardato se non chi pensa di poter piacere.

Il salmo dice bene vedianche in ossequio alla legge, la quale comandava che ciascuno si presentasse tre volte all’anno davanti al Signore. Il santo ogni giorno offre se stesso, ogni giorno si presenta davanti a lui, e non a vuoto. Non può essere vuoto colui che ha ricevuto parte della pienezza dell’Altissimo.

Ascolta in che modo anche tu devi offrirti a Cristo.

Non con doni materiali, visibili, ma sotto un aspetto celato, nel nascondimento, affinché il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompensi e ripaghi il tuo atteggiamento di fede.

Amo ‑ dice il salmo ‑ i tuoi precetti. Non dice “li ho osservati” e nemmeno “li ho custoditi”, poiché gl’imprudenti non hanno custodito le prescrizioni del Signore. Chi però ha una perfetta comprensione, una perfetta conoscenza, questi ama, che è ben più di osservare: l’osservanza per lo più dipende da costrizione e da paura, l’amore invece è segno di carità. L’osservanza è messa in pratica da chi annuncia il vangelo, ma riceve la ricompensa colui che lo annuncia liberamente. Quanto più allora riceve la ricom­pensa colui che lo ama! Possiamo anche non amare quel che  vogliamo, ma non possiamo non volere quello che amia­mo.

Ma per quanto grande possa essere la ricompensa dell’amore perfetto, chi ama chiede anche il conforto della divina misericordia, perché in essa il Signore gli infonde vita. Non è dunque un arrogante esattore di una ricompensa dovuta, ma un timido supplicante della misericordia divina.

 

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