LA MORMORAZIONE CONTRO I SUPERIORI E IL PAPA È UN GRAN MALE – COME AGISCE LA CHIESA QUANDO C’È IL RISCHIO DI UNO SCISMA?: “Chi si ribella all’autorità della Chiesa dimostra di non aver avuta nessuna missione dal Signore e di essere un’anima falsa.” RIBELLARSI ALLA CHIESA È MATRICIDIO – COMMENTO MOLTO ATTUALE E IMPORTANTE DI DON DOLINDO RUOTOLO!

Anche nella Chiesa, nei momenti più difficili della sua vita, il Signore suscita provvidenzialmente alcune anime che ricevono da Lui direttamente una missione. Sono casi piuttosto rari; su settanta anziani (i 70 d’Israele), anzi può dirsi su tutto il popolo, due soltanto furono ripieni dello Spirito Santo da Dio stesso. Queste anime, a cui il Signore affida una missione straordinaria, non possono essere giudicate con le leggi comuni, appunto perché costituiscono un’eccezione. Dio ha con loro una speciale provvidenza, ma non le sottrae per nulla all’autorità della Chiesa; chi si ribella a questa, per ciò stesso dimostra di non aver avuta nessuna missione dal Signore e di essere un’anima falsa.

In fondo Mosè, non impedendo a quei due di profetare, indirettamente li autorizzava a farlo. Lutero che s’inalberò contro la Chiesa non aveva un mandato da Dio, e perciò non profetò, ma dolorosamente bestemmiò. I protestanti perciò errano supponendo che Lutero avesse avuta la missione di riformare la Chiesa. Dio non chiama nessuno a compiere tale riforma, ma quando vuol farlo, suscita in Essa i capi provvidenziali che compiono la sua volontà.

Dio suscita direttamente nella Chiesa solo le anime che gemendo ed immolandosi, nell’ umiltà e nell’obbedienza, gettano in Lei il fermento santo di una vita novella, o vivificano in Lei gli occulti germi della sua feconda ricchezza. Queste anime, anche quando sono perseguitate e contraddette, non si ribellano, ma profetano con l’umiltà, con il dolore, con l’esempio, con le preghiere, e portano su di loro la Croce che è il segnale più bello dello Spirito di Dio. (…)

Non bisogna illudersi; i superiori rappresentano Dio, ed è un grave affronto fatto al Signore il mormorare contro di loro. Noi oggi non ci vediamo colpiti evidentemente dai divini castighi quando mormoriamo contro i superiori, ma questo non significa che Dio non se ne offenda. Nell’antica legge, com’era esterna e legale la santità, così erano più manifesti i castighi contro le prevaricazioni; nella nuova legge la santità è interiore ed il castigo è il più delle volte interiore, non si vede, ma non è meno vero e grave.

L’anima ribelle diventa lebbrosa; Dio si ritira da lei e ritira le sue grazie, come si ritirò dalla nube e ritirò la stessa nube dal Tabernacolo. L’anima senza obbedienza è corrosa dalle sue miserie come da una lebbra, e non guarisce che dopo essersi umiliata dinanzi a chi le rappresenta il Signore. È terribile il pensare che Dio sputi in faccia all’anima che non si sottomette all’autorità, e ne mormora, riguardandosi come sua eguale.

Così fanno i poveri protestanti che riguardano il Papa come uno di loro, e dicono spavaldamente: “Forse Dio parla solo al Papa ? Non ha parlato anche a noi?”
Abbiamo nella Santa Scrittura due che profetano, Eldad e Medad, ma non presumono di fare a meno di Mosè, e Dio rimane con loro; abbiamo due, Maria e Aronne, che protestano contro la supremazia di Mosè, e sono sputati in faccia da Dio. La frase apparisce dura, senza dubbio, ma l’ha detta Dio stesso: la povera chiesa protestante è sputata in faccia da Dio, perché rifiuta l’autorità e la supremazia del Papa.

Nelle stesse condizioni si trovano pure le chiese scismatiche che presumono di fare a meno dell’autorità del Papa. È vano illudersi, è vano appellarsi alle proprie ispirazioni, come faceva Maria (sorella di Mosè) quando mormorava; bisogna sottomettersi. Dio non parla che dal Tabernacolo vivo della Chiesa Cattolica, e dalla nube dove discende, che è solo il Papa. II Papa è l’uomo di fiducia nella casa di Dio, perché è il Vicario di Gesù Cristo; il Papa ha il sacro deposito della divina rivelazione ed è illuminato infallibilmente da Dio.

Non c’è cosa più sublime della sua infallibilità, in tutto ciò che riguarda la Fede ed i costumi; in questo “Egli solo vede Dio faccia a faccia, cioè come è”; lo vede nelle Sue sembianze, cioè come si rivela, senza enigmi e senza figure. Nessuno ardisca dunque di sparlare di questo servo di Dio, che gli è caro come la pupilla degli occhi! Lo sdegno divino cade sugli individui, sulle famiglie, sulle nazioni che sparlano del Papa, e Dio si ritira lasciandole nella desolazione della lebbra intellettuale e morale che le deturpa e le avvilisce. (…)

Quando l’uomo è preso dall’ambizione e vuole elevarsi, rinnova la triste ribellione degli Angeli caduti, e dalla sua altezza precipita nell’abisso. È questo il fondo di tutte le sedizioni che hanno desolata la Chiesa nel corso dei secoli, e principalmente della sedizione protestante. Come Core (cugino di Mosè) desiderava il comando e voleva compiere un ufficio che non gli spettava, così si sono levati nel suo seno uomini ambiziosi che hanno rinnegato l’autorità del Papa, che hanno preteso di avere essi una missione, che hanno lusingata l’ambizione altrui, ed hanno rinnegato le verità fondamentali della Fede, formando una falsa Chiesa e cagionando in tal modo la perdizione di tante anime. Come Core s’inalberò in un momento nel quale il popolo d’Israele era decaduto dal suo primitivo fervore, così nella Chiesa di Dio le rivolte sono frutto del decadimento della vita cristiana, sono come il verminare di una piaga purulenta. Lutero alzò il suo vessillo di rivolta in uno di questi momenti e dalla pretesa di predicare le Indulgenze passò a quella di riformare la Chiesa, ribellandosi al suo capo legittimo e sostituendosi a lui. Quando le grazie sono poche nella Chiesa, per l’impedimento che vi pone la rilassata vita dei Sacerdoti e dei fedeli, le insidie diaboliche sono molte, l’ovile santo è indifeso per il sonno dei suoi pastori, ed il male dilaga facilmente come un malanno. Dio però veglia sulla sua Chiesa e la sorregge anche nei momenti più tristi, e la potenza infernale non può giammai prevalere contro di essa. (…)

Noi vediamo le cose dal nostro limitato orizzonte e non sappiamo valutare i disegni di Dio. Egli ha formata nel mondo una meraviglia stupenda, la Chiesa Cattolica, peregrinante e militante; è una milizia singolare questa, il cui vessillo è la Croce, e la cui forza è l’immolazione ed il dolore. La Chiesa è come agnella fra i lupi, è indifesa, benché assalita fieramente da tutte le potenze dell’inferno. L’unica sua difesa e l’unica sua forza è Dio che le dona la resistenza a tutti gli assalti ; è proprio questa resistenza, storicamente provata, che ha lasciato tante volte pensosi e perplessi i suoi nemici.

Il carattere soprannaturale, evidentissimo, della forza della Chiesa e della divina assistenza che la tutela, è una delle più grandi testimonianze dell’infinita realtà divina. La Chiesa non ha che armi spirituali; quando è assalita, a somiglianza di Mosè, si getta con la faccia per terra e prega, rifugiandosi nel Santuario presso la divina Arca Eucaristica; quando è minacciata nella sua unità, fa appello a Dio, e fulmina le sue pene spirituali contro i sediziosi che intaccano la sua Fede e la sua autorità. Le sue pene spirituali sono una tremenda potenza, che Dio stesso conferma e sanziona. Mosè, vedendo che si voleva intaccare l’unità d’Israele creando un’altra autorità e cagionando per necessità uno scisma, ricorse all’unica forza che aveva, alla potenza della sua autorità, e domandò che i dissidenti sediziosi fossero inghiottiti dalla terra.

Così fa la Chiesa nei momenti nei quali è in pericolo la sua mirabile unità, solo così ha resistito all’urto dei secoli ed è ancora rigogliosa per la sua perenne giovinezza. L’uomo non sa intendere questa potenza tutta spirituale che si leva gigante nelle tempeste e negli uragani; egli è capace solo d’intimorirsi delle armi. Era dunque necessario alla vita stessa della Chiesa il formare gradatamente nell’umana coscienza la persuasione di una potenza spirituale più formidabile di un esercito schierato. Chi ardisce toccare il pesce torpedine, quando sa che da quel corpo si scarica una potente corrente elettrica che può produrre un danno? Dio vuol dimostrare che la sua Chiesa è capace di ricacciare da sè le insidie e le sedizioni facendo sperimentare la potenza della vitale corrente ch’Essa possiede. È logico quindi che in mezzo al popolo ebreo, immagine e figura della Chiesa, Egli manifesti in modo sensibile questa potenza, che non fa capo alle armi ma a Lui, e che pure è capace di travolgere ogni insidia.

(Don Dolindo Ruotolo, dal commento al libro dei Numeri)

LA NOVITÀ NELLA LITURGIA E LE ANIME SCANDALIZZATE

Quando la Chiesa apre le fonti delle sue ineffabili ricchezze, non siamo così meschini e gretti di cuore da scandalizzarci o da porre ostacolo alle sue materne sollecitudini. La Chiesa è eminentemente conservatrice, perchè è completa nella sua compagine ed è perfetta nella sua costituzione, ma alcuni scambiano la propria mania di non volere novità con l’immobile saldezza della Chiesa, e si ostinano a conservare anche quello che fu manomesso dall’incoscienza degli uomini, e che la Chiesa ridona al suo primitivo splendore.

Dimenticano queste anime grette, piovre pericolose della vita spirituale, che la Chiesa è perenne freschezza di vita, e può avere anche nel suo seno quello che Essa stessa nell’orazione del martedì santo chiama “la santa novità”.

Quando il Papa parla, i fedeli non debbono fare altro che obbedire, perchè il Papa ha in custodia le fonti della Chiesa, ed il Papa sa come deve distribuirle secondo l’opportunità dei tempi.

Alcuni, per esempio, si scandalizzano delle preghiere liturgiche tradotte in italiano o dei canti italiani fatte nelle Chiese, appellandosi alla tradizione antica. Essi dimenticano queste severe parole di San Paolo, che da sole basterebbero a disingannarli:

“Se io faccio orazione in una lingua (sconosciuta a me), il mio spirito prega, (perchè è unito a Dio), ma la mia mente rimane priva di frutto. Che farò dunque? Pregherò con lo spirito e pregherò con la mente, salmeggerò con lo spirito e salmeggerò con la mente. Se tu invero renderai grazie (cioè pregherai) con lo spirito, quegli che sta al posto dell’idiota come risponderà amen al tuo rendimento di grazie, mentre non intende quello che tu dici? Tu per certo fai il tuo rendimento di grazie, ma l’altro non è edificato. Rendo grazie al mio Dio che io parlo le lingue che parlate tutti voi, poichè nella Chiesa io amo dire piuttosto cinque parole in modo da essere compreso, per istruire anche gli altri, che diecimila parole in altra lingua. Fratelli, non siate fanciulli nell’intelligenza. (I Corint. XIV, 14-20).

Sì, non siamo fanciulli nell’intelligenza e non presumiamo di saperne più del Papa, nè pretendiamo di monopolizzare le nostre idee, perchè la Chiesa non ha monopoli. Così quando Pio X riformò il canto gregoriano, ci furono quelli che pretesero conservare i loro libroni corali, ripieni di strafalcioni, perchè credevano conservare l’antico, mentre custodivano solo ciò che era stato corrotto.

Allorchè Pio X invitò i fanciulli ad andare a Gesù, ci furono quelli ai quali l’età di sette anni, ed anche meno, stabilita dal Papa, sembrò prematura e mormorarono.

Quando il Papa vuole aprire il pozzo delle ricchezze della Chiesa, non siamo così stolti da appellarci agli usi comuni, come fecero i pastori che parlavano con Giacobbe, ma conduciamo le greggi alla fonte perché si dissetino.

(Dal commento alla Genesi del Sacerdote Dolindo Ruotolo)

RIBELLARSI ALLA CHIESA È MATRICIDIO:

La Chiesa cominciava a dare i primi passi nel mondo. Fondata sugli Apostoli, raccolta nella preghiera, sotto la protezione materna di Maria SS., guidata e retta da S. Pietro nell’unità della carità, in attesa dello Spirito Santo, che doveva vivificarla soprannaturalmente santificandola, e doveva diffonderla in tutto il mondo, i suoi caratteri erano già ben definiti e determinati.

Le sette che dolorosamente sarebbero sorte nei tempi futuri con la presunzione di riformarla, si sarebbero fondate non su Pietro e sugli Apostoli, ma su poveri traviati dalla verità e dalla disciplina, che avrebbero rifiutato il materno e dolcissimo appoggio di Maria SS., e sarebbero state fonte e fomite di dissensioni e di rovine.

Leghiamoci perciò con vivo amore alla unità della Chiesa, anche se per la miseria e la cattiveria degli uomini che ne fanno parte ciò dovesse costarci sacrificio. È una forma di martirio che è carissima e graditissima a Dio, il quale avrà cura nella sua carità infinita di farci giustizia.

Morire anche nell’obbrobrio, anche come malfattori, per l’unità e la disciplina della Chiesa, ecco la più grande abnegazione di un’anima cristiana e sacerdotale, posta alle strette dall’ingiustizia e dalla miseria umana.

Ribellarsi sarebbe un matricidio, perché la rivolta non colpisce gli uomini ma la Chiesa, e sarebbe anche un suicidio, perché la ribellione dividerebbe l’anima non dai mestatori ma dalla Chiesa. Che cosa importa la misera vita, la gloria od anche semplicemente la buona riputazione di uno o di pochi di fronte all’interesse della vita della Chiesa?

Difendersi è un diritto e può essere anche un dovere quando la propria difesa implica la difesa della gloria di Dio; ma quando non è possibile la difensiva senza l’offensiva contro i supremi poteri della Chiesa, chi l’ama veramente, per amore di Gesù Cristo che l’ha fondata e l’ha resa intangibile, si raccoglie nel silenzio, si umilia, prega e rimette al Signore la propria causa, che diventa allora causa di gloria divina.

Allontanarsi da questa linea di condotta significa agire da stolti, poiché significa compromettere la salute del corpo per salvaguardare quella di un membro. La rovina del corpo porta anche quella del povero membro offeso.

Per un patereccio punirai il cuore colpendolo? Per una infezione di pelle avvelenerai tutto il sangue? E quale salute puoi sperare da un cuore spezzato o da un sangue avvelenato? La nostra figura storica è un atomo fuggente, che rimane seppellita dall’oblio, mentre la figura della Chiesa è una perennità di sempre freschissima vita. Or tu che farai? Disseccherai l’albero per conservare la piccola pianta che vive nelle sue radici, e che da una stagione all’altra si dissecca e non lascia traccia di sé?

O poveri cuori ulcerati dall’ingiustizia, posti al cimento della malignità umana, sollevatevi al di sopra di essa e vincetela col vostro sacrificio e la vostra immolazione. Qui sta l’eroismo, qui sta la grandezza vera d’un vero e profondo amore alla Chiesa Cattolica.

Chi sente diversamente ha la sorte di Giuda traditore: compra il “campo del vasaio” e lo muta in “akeldamà”, poiché il prezzo della gloria della sua povera argilla diventa prezzo del sangue della vita della Chiesa; “acquista, si, un campo con la mercede della sua iniquità”, un campo ristretto di misera soddisfazione e di più misera vendetta, ma si “appicca” con le sue mani e “crepa nel mezzo, spargendo tutte le sue viscere”, perché rovina se stesso e cade negli orrori della morte interiore e nel disordine dei sensi.

Noi siamo nella vita mortale come in una continua attesa dello Spirito Santo, perché non possiamo vivere ed operare soprannaturalmente senza la grazia del Signore; perseveriamo perciò concordi nell’orazione unendoci alle preghiere della Chiesa, a quelle delle anime sante ed a quella della SS. Vergine Maria, dalla cui materna mediazione possiamo aspettarci gli aiuti particolari dei quali abbiamo bisogno.

Persuadiamoci che tutte le nostre iniziative e la nostra scienza non valgono nulla, e che solo per lo Spirito Santo possiamo essere rivestiti di soprannaturale vigore dall’alto.

Ogni giorno perciò tendiamo le mani allo Spirito Santo, e come piante intristite dalla siccità, imploriamo da Lui la rugiada della grazia che ci faccia rifiorire e ci faccia portare frutti abbondanti.

(Dal commento agli Atti degli Apostoli del Sacerdote Dolindo Ruotolo)

Ascoltiamo don Dolindo Ruotolo:

“La Chiesa è guidata dalla Provvidenza di Dio.
Gli scandali dei membri della Chiesa sono un segno della sua vita, poiché le malattie non colpiscono le statue o le figure dipinte, ma gli esseri vivi. Nella sua anima la Chiesa è invece immacolata, santa, senza macchie e senza rughe.

Le sette che sono un corpo senza vita, hanno spesso un volto incipriato e dipinto, si gloriano della loro apparenza, ma vanamente. Un fiore soverchiamente manierato e simmetrico, è un fiore artificiale, senza profumo e senza vita, mentre quasi sempre il fiore sbocciato da una pianta viva, ha qualche petalo che cade, o qualche foglia intristita dal gelo. La Chiesa non è una vetrina di fiori artificiali, belli solo in apparenza; è un giardino fecondo dove cresce il germe cattivo con quello buono, fino alla raccolta e alla mietitura.

Non ci scandalizziamo dunque quando veniamo a conoscenza di Sacerdoti cattivi o di membra guaste della Chiesa, piuttosto pensiamo noi a consolarla nei suoi dolori con la nostra virtù.

La Chiesa in mezzo alle sue pene dà a Dio le anime privilegiate, formate esse pure dall’angustia e dal dolore; fioriscono in Lei per la lotta fra il bene ed il male gli atti più vivi di amore, le riparazioni, l’apostolato, la virtù. Germinano in Lei i gigli candidi della purezza, i fiori vermigli del martirio, e le gemme profumate della carità in mezzo all’uragano che vorrebbe sradicare da Lei ogni vita, come germinarono dal Corpo piagato del suo Redentore i fiori dell’amore, della riparazione e della vita che salvò il mondo.

Persuadiamoci che la Chiesa è guidata da una specialissima Provvidenza di Dio, e che ogni male in Lei è utilizzato come concime delle piante buone. Essa è tutto un ricamo ammirabile della grazia, dove, proprio come nel ricamo; ci sono anche dei vuoti, che fanno risaltare la bellezza dell’insieme. Giudicarla a modo umano, significa non intendere nulla della sua divina costituzione, significa smarrirsi nelle conclusioni più stolte e più menzognere.”

(Don Dolindo Ruotolo)

“Non si rinnova il popolo cristiano con le rivoluzioni, con le ribellioni, con i sogni del proprio cervello, ma lo si rinnova, come hanno fatto i Santi, con la vita perfetta, con l’obbedienza cieca, col dolore e con l’immolazione”

Molte anime nella Chiesa sono state elette dal Signore per compiere un’opera santa di rinnovazione nel popolo cristiano, e sopraffatte dal loro orgoglio e dalla loro ambizione, sono diventate pietra di scandalo e causa di litigio e di dissensione. Chi veramente vuole cooperare al bene dei fedeli, deve essere pieno di vera santità e sopratutto pieno di sottomissione alle Autorità costituite da Dio nella Chiesa. (…)

Non si rinnova il popolo cristiano con le rivoluzioni, con le ribellioni, con i sogni del proprio cervello, ma lo si rinnova, come hanno fatto i Santi, con la vita perfetta, con l’obbedienza cieca, col dolore e con l’immolazione. Un movimento di rinascita e di riforma quando non fa capo all’autorità, diventa una congestione nell’organismo della Chiesa, e non può produrre altro che l’infiammazione, il tumore purulento e la paralisi in una parte del popolo cristiano. Il sangue non può rinnovare l’organismo se non passa per il cuore e per i polmoni, se non pulsa nel cuore e non depone le tossine che lo infettano.

I movimenti arbitrari nella Chiesa sono afflussi di sangue disordinati al cervello, che producono solo la trombosi cerebrale e la morte. Il protestantesimo che pretese e pretende rinnovare la vita della Chiesa senza passare per il Papa che ne è il cuore vivo e pulsante, non rinnova e non ha rinnovato nulla; ha reso solo anchilosate le membra del corpo mistico del Redentore e le ha private della Circolazione del Sangue divino.

(Don Dolindo Ruotolo dal commento al Terzo libro dei Re)

COME RICONOSCERE UN VERO UOMO DI DIO DA UNO FALSO?

“Intorno alle anime false si forma sempre un’atmosfera di ribellione alla Chiesa”

I Santi e le Sante vere hanno altro carattere, per la carità sono sepolti nel loro nulla, sono a contatto con poche anime, e vivono nel caldo e vivifico seno della Chiesa. Intorno alle anime false si forma sempre un’atmosfera di ribellione alla Chiesa, perché il fanatismo è sempre ostinato ed orgoglioso fino al delirio. I Santi veri sono nascosti, disprezzati, umiliati, confusi con la massa del popolo, rifuggono da ogni ostentazione, non osano consigliare, non osano parlare, e compiono gemendo la missione che loro dà il Signore.

Elia disse agli uomini che venivano a catturarlo: “Se io sono uomo di Dio, discenda il fuoco dal cielo e vi divori”. Ecco il segno di un vero Sacerdote di Dio: il fuoco che discende dal cielo, che divora nelle anime il male e le iniquità. Quando il Sacerdote non brucia intorno a sè il male che viene a catturarlo, le passioni delle creature lo assalgono per catturarne l’amore nei lacci dell’inganno, allora non è uomo di Dio, è già caduto prigioniero; deve tremare e deve ritornare a Dio spezzando col fuoco del pentimento e della penitenza i lacci di morte che lo avvincono.

Un predicatore non è uomo di Dio se alle sue parole non discende dall’alto il fuoco divino che incenerisce nelle anime le illusioni dell’idolatria della ragione e dei sensi. Un pastore di anime non è uomo di Dio se non dà fuoco di azione e di vita alla sua parrocchia od alla sua diocesi. Un cristiano, anche un semplice cristiano, non è uomo di Dio se non diffonde dalla sua vita il fuoco santo di un carattere fermo nella Fede, che incenerisce intorno a sé tutto quello che non è cristiano, senza farsi catturare dalle suggestioni del mondo o dell’empietà. Un’anima consacrata al Signore in un casa religiosa non è di Dio se non manda fuori le fiamme vive di quel purissimo amore dello Sposo divino che incenerisce intorno a lei tutto quello che non è santo e perfetto.

(Don Dolindo Ruotolo dal commento al Quarto libro dei Re)

GESÙ ALLA BEATA CONCHITA: “Non è Dio che condanna, ma è l’uomo che rinnega Dio e sceglie l’inferno con assoluta libertà”

Appena sono arrivata ai suoi piedi prese a dirmi:

«E se sapessi perché come Dio sono paziente? Perché sono eterno, perché per Me tutto è presente. Vedo i peccati e il pentimento nelle anime; vedo ciò che nel presente mi offende e l’avvenire che redime. Gli avvenimenti, che per l’uomo sono futuri, per Me sono presenti, in cui ogni cosa si muove ed esiste nella mia pace immutabile, in cui si schianta l’inferno stesso. Perciò, la mia bontà non concede alle anime ciò che può essere dannoso anche se me lo chiedono; per l’uomo, è un bene ciò che chiede, ma lo so che quello è un male che lo nuoce. Quanto è ingrato l’uomo che non si china davanti alla mia Volontà che è sempre amorevole nei suoi confronti. Quanti mi chiamano ingiusto, senza conoscere i benefici che hanno ricevuto! Sono paziente nei confronti dei peccatori e delle anime perché so misurare la debolezza dell’uomo, e la mia infinita bontà non ha misura. Questo Dio è la misericordia stessa! E quando castiga, obbligato dall’uomo, quegli stessi castighi sono misericordia sulla terra».

«Dunque, se tutto per Te è presente, sai in anticipo chi si salva e chi si danna?».

«Come Dio, che vede tutto al presente, sì, perché non può essere diversamente; ma tra vedere chi sarà dannato e volere la sua dannazione c’è un abisso. Per salvarsi o dannarsi, l’uomo ha la libertà di scegliere, libertà che è stata data da Me. Questa libertà è una soddisfazione per Me, la volontà amorosa dell’uomo che per amore sceglie di essere mio. Se lo avessi fatto in modo che tutti si salvassero senza condizioni, la mia giustizia sarebbe di troppo e il mio amore non avrebbe la scelta dell’uomo che tanto mi soddisfa. Ciò che Dio fa è ben fatto. L’ uomo ha la mia Chiesa con i suoi Sacramenti, ha le mie leggi che recano felicità a chi le compie e la dannazione eterna a chi volontariamente le rifiuti. Dio non condanna, ma è l’uomo che condanna se stesso, per sua volontà, trasgredendo e contrastando la Legge divina nei suoi precetti. Nessuno innocentemente si condanna; per condannarsi occorre la malizia, la piena consapevolezza e la volontà di calpestare i miei comandamenti. Non è Dio che condanna, ma è l’uomo che rinnega Dio e sceglie l’inferno con assoluta libertà; nessuno che si pente, nessuno che torna a Me, nessuno che mi invoca e che mi ama, può condannarsi».

«Ma Tu vedi chi sono quelli che ti amano e quelli che non ti ameranno mai».

«Certamente, perché non posso non vedere l’avvenire e il passato in quanto Dio, in virtù della Divinità, una con quella del Dio-Uomo. Fino all’ultimo istante offro alle anime il cielo, la mia Passione, il mio Sangue e i miei meriti infiniti per lavarli e salvarli».

«Ma devi soffrire nel vedere l’avvenire di coloro che non corrisponderanno e si dannano».

«Come Dio non soffro, perché nella mia Giustizia in tutti i modi ricevo gloria. Come Dio-Uomo, soffrii molto e ora il mio Cuore soffre misticamente a causa delle ingratitudini e delle offese fatte alla mia Divinità, in cui si trovano le altre divine Persone e a causa del disprezzo del mio Sangue, dell’amore e delle grazie di un Dio-Uomo. Ma anche mi duole molto il male nelle anime, negli uomini che sono la mia Carne e il mio Sangue, i miei fratelli, eredi del cielo e incorporati alla Divinità in Me, che per la loro nefanda volontà si perderanno eternamente».

«E quale, mio Gesù, è il rimedio per tutto questo?».

«C’è la preghiera, il sacrificio, la comunione dei santi, per ottenere luce per quelle anime e forzarle mediante la grazia a pentirsi e a raggiungere il cielo. Hanno il ricorso infinito alla mia Misericordia e ai miei meriti; ma tocca a loro rifiutarli o utilizzarli. Hanno Maria. Se tu sapessi quale è il numero (mi trattengo a dirtelo) dei sacerdoti che sono la mia stessa vita e che rifiutano nel loro cuore il Dio-Uomo che pazientemente e umilmente offre loro il perdono, la misericordia e il cielo? Questo mi strazia il Cuore perché chi più di loro ha il ricorso al mio Sangue nelle Messe, ai miei meriti messi a loro disposizione e al mio infinito, eterno e speciale amore? Io vedo la fine di ogni anima, perché non posso non vederla, ma raddoppio, soprattutto, nei miei sacerdoti, i miei divini ricorsi, le mie grazie straordinarie, i santi ricordi e il mio infinito amore di Vittima con il quale possono, fino all’ultimo istante della loro vita, saldare tutti i debiti».

«Signore, ma non permettere loro di ordinarsi se devono offenderti con la loro impenitenza finale».

«E la libertà che lo ho dato all’uomo [dov’è]?».

«Dicono giustamente, mio Gesù!, che qualche volta ti sei pentito di creare l’uomo» (cfr. Gen 6,6).

«Prega instancabilmente per i sacerdoti e sacrificati per loro in Mia unione per scuotere i loro cuori…».

«Tu sei destinata alla santificazione delle anime, specialmente dei sacerdoti. Attraverso di te, molti si infiammeranno dell’amore e del dolore… fa’ amare la croce per mezzo dello Spirito Santo. Verrà una pleiade di sacerdoti santi, che incendieranno specialmente il mondo con il fuoco della croce».

(Beata Conchita Cabrera de Armida, da “Il Riposo di Gesù, esercizi spirituali 1933” edizioni OCD)

GESÙ ALLA BEATA CONCHITA: “L’INVIDIA FRA I SACERDOTI OFFENDE GRAVEMENTE IL MIO CUORE E PRODUCE DANNI INCALCOLABILI ALLA CHIESA”

“Quante mormorazioni, quanta malevolenza, quanti odi, perfino scandali, lagnanze e ingiustizie per l’invidia fra i miei sacerdoti! Quanta gelosia, quanti litigi e accuse manifeste, e quante amarezze, superbia e odi, covati nell’intimo, provoca questo vizio che addirittura può diventare passione che offusca!”

Un’altra realtà che mi offende, gravissima e molto diffusa, è l’invidia che molti dei miei sacerdoti nutrono verso altri sacerdoti loro confratelli. Sorgono sentimenti d’invidia per coloro che sono particolarmente dotati per la predicazione, o esercitano il ministero della confessione, per chi ha amicizie con persone di alto rango, per le preferenze accordate da vescovi e superiori, per gli incarichi assegnati ad altri, per i gradi gerarchici che si pensa di meritare, per gli studi, le doti, gli affetti, ecc., ecc..

Tutto ciò è molto comune, perché i sacerdoti sono uomini, hanno passioni da uomini, camminano sulla terra e la polvere si attacca anche ai loro piedi. Ma poiché sono sacerdoti, anime predilette e vasi di elezione, devono vivere, pur essendo sulla terra, una vita di cielo; devono rifuggire da certe passioni banali e non lasciare che s’impossessino dei loro cuori, poiché in questo modo perderanno la pace e resteranno coinvolti in mille altre passioni, che formeranno una catena che li trascinerà a mali peggiori.

Queste invidie reciproche, fra coloro che si dicono miei, hanno delle conseguenze incalcolabili e arrecano danni molte volte irreparabili, che mi offendono gravemente! Questo vizio è molto sottile in coloro che si dedicano al mio servizio, e la mia Chiesa ne risente le conseguenze: i Vescovi soffrono per questi dissensi, i fedeli ne restano scandalizzati e Io ne sono offeso.

Che importa se alcuni sacerdoti hanno più talento, godono di maggiori simpatie e brillano più di altri? Per Me la vera grandezza non consiste in ciò che brilla, in ciò che passa, in ciò che si vede, in ciò che è umano, ma in ciò che si nasconde nel segreto di un cuore puro, umile e pieno d’amore. Io non vengo ripagato dai successi clamorosi e la mia maggior gloria non consiste nel commuovere le folle, ma nella santità e perfezione interiore delle anime. Io sono padrone di distribuire i miei talenti a chi Mi piace, ma trovo la mia consolazione nel sacerdote puro, umile, nel sacerdote che ha un cuore di apostolo, che non cerca la propria gloria negli applausi, ma la mia gloria con i suoi sacrifici nascosti, con la sua abnegazione silenziosa, con la sua carità verso gli altri sacerdoti, che si reputa da meno di loro, li rispetta, li loda e li ama con cuore sincero.

Il danno che proviene da quanto ho detto è grave, ferisce la mia Chiesa e il mio Cuore; è qualcosa di molto doloroso che mi rattrista, e che desidero ardentemente sia eliminato. Quante mormorazioni, quanta malevolenza, quanti odi, perfino scandali, lagnanze e ingiustizie per l’invidia fra i miei! Quanta gelosia, quanti litigi e accuse manifeste, e quante amarezze, superbia e odi, covati nell’intimo, provoca questo vizio che addirittura può diventare passione che offusca! Sei miei sacerdoti si preoccupassero di trasformarsi in Me, tutto ciò sparirebbe e la mia carità risplenderebbe in loro con un Sole radioso che fa dileguare le tenebre nelle quali il Maligno nasconde le sue perverse astuzie e intenzioni!

Che importanza ha che alcuni mi diano più gloria, o almeno così sembri, in alcune opere od Associazioni che in altre? Se tutti i sacerdoti formassero un unico Corpo, il cui Capo sono Io, con una sola anima che è lo Spirito Santo, cosa potrebbe importare che alcuni sono i piedi o le mani di quel corpo mistico, dal momento che tutto sarebbe uno nella mia unità; tutto, pur in forme diverse, tenderebbe allo stesso fine? Se tutti fossero parte di un’unica croce, se tutti fossero frammenti di essa, cosa potrebbe importare l’essere in alto o in basso, dal momento che tutti formerebbero la mia croce?

Voglio i miei vescovi e i miei sacerdoti puri, molto luminosi, senza quelle macchie che li rendono spiacevoli ai miei occhi. Essi vivono sulla terra ed è inevitabile che la polvere delle umane miserie li contamini. Ma hanno Me e Maria, che sono più premurosi verso di loro che verso le altre creature. Essi ogni giorno nel sacrificio della Messa si trasformano in Me; nel loro ministero vengono a trovarsi in un contatto quasi continuo con la Trinità, scoprono la mia presenza in tante anime; nelle loro preghiere, nel Breviario e nell’esercizio dei loro doveri sacerdotali hanno la mia intima presenza. Tutto ciò li mette al riparo, li aiuta e li eleva sopra le mille passioni della terra. Se, come è loro dovere, possiedono nella preghiera una vita di unione e un rapporto intimo con Me, è un controsenso che con queste armi potenti, con questi scudi che li difendono, diano adito a simili umane miserie, che possono condurli, e li conducono, a quei peccati che impediscono l’effusione delle grazie per le loro anime.

(Beata Conchita Cabrera de Armida, da “Sacerdoti di Cristo” Città Nuova Editrice)

GESÙ ALLA BEATA CONCHITA: “CHIEDO PUREZZA! IL PECCATO D’IMPURITÀ È SPAVENTOSAMENTE DILAGATO, STRAZIANDO IL MIO CUORE!”

Chiunque s’innamora della purezza e la possiede, verrà trasformato, entrerà cioè in quegli stadi fecondi e ascendenti di trasformazione in Gesù. Si deve insistere molto nella vita interiore, e questa vita aprirà i cuori sacerdotali per ricevere il Sole divino, e insieme a Lui, la purezza che è necessaria per la loro trasformazione. Questa purezza implica il sacrificio dell’uomo vecchio insieme alle concupiscenze che porta con sé; ma allora nascerà e rinascerà il sacerdote santo, capace di darmi gloria.

Un sacerdote non puro nel corpo e nell’anima potrà pure fare molto chiasso, ma non possiederà e, quindi, non potrà donare Gesù, la stessa purezza, né a sé né alle anime. Dio può irradiarsi soltanto in ciò che è puro, e il Figlio non può riflettersi senza riflettere il Padre e lo Spirito Santo. E ciò che un sacerdote, per santificarsi e per santificare gli altri, deve avere è sempre e soprattutto la purezza del cuore in cui Dio si riflette, si comunica e salva.

Quanto è importante la purezza per il sacerdote! È il fondamento della santità, perché mediante la purezza si vede Dio, si sente Dio e si comunica con Dio. Questo è il primo dovere del sacerdote: vedere Dio, sentire Dio e comunicare Dio tramite Me, Gesù. E non puó vedere, sentire, e comunicare luce chi non riflette Dio, chi non vede Dio con gli occhi limpidi e puri della sua anima. Soltanto i puri, soltanto i casti riflettono in se stessi il candore eterno, colui che è Luce da Luce, il divino Sole che riscalda, illumina e santifica, purificando.

Ma ci sono molti gradi di purezza come ci sono molti gradi di luce. La purezza è proporzionale all’intensità dell’amore, e l’amore si accende con la vita interiore, le virtù e la preghiera, che sono le lenti attraverso le quale soltanto si può vedere Dio e l’unico mezzo per ripulire il candido specchio delle anime. E se questo è vero per tutte le anime che vivono nel mondo, quanto più per coloro che hanno il sacro e imprescindibile dovere di essere puri? Fate di tutto per impetrare in unione con Me la conversione, la crescita spirituale, la trasformazione dei sacerdoti in Me, offrendomi al Padre e offrendovi. Fatelo con impegno santo, se volete procurarmi sollievo, consolazione, cioè offrirmi tutti i sacerdoti trasformati in Me. Solamente in cielo si capirà cosa è la purezza, perché solamente in cielo si contemplerà Dio senza veli. (…)

Coloro che hanno a che fare con la mia Chiesa, immacolata e senza macchia, devono essere puri! I cuori di coloro che la formano devono avere il candore della neve, una limpidezza maggiore di quella degli angeli! Le mani che mi toccano e le labbra che pronunciano le parole divine della Consacrazione devono essere purificate da ogni macchia! Quelle mani devono spargere benefici! Quelle labbra non devono aprirsi se non per glorificarmi sugli altari e nelle anime! E soprattutto quei cuori devono, come tersi cristalli, far trasparire la Trinità: devono essere più preziosi delle pissidi che mi contengono. Devono essere altri Me, immacolati e puri, limpidi e santi, profondamente uniti alla Trinità!

Per questo i sacerdoti, più di ogni altro, devono ricorrere molto frequentemente al sacramento della penitenza, poiché in ogni atto del loro ministero devono essere come angeli, e così puri di cuore da riflettere quel Dio che rappresentano. Quale profonda emozione Io provo nel sognare una legione di sacerdoti che realizzino questi ideali del mio Cuore! Se saranno altri Me, il Padre mio li ascolterà compiaciuto, e gli sorriderà, perché in ognuno vedrà Me; e invece di fare loro la volontà di Dio, sarà Dio a fare la loro, poiché allora vi sarà un’unica volontà, un solo volere e amore in Lui!

È dunque indispensabile che tutti i sacerdoti prendano sul serio la propria trasformazione in Me in questo momento della storia nella quale, più che mai, devono somigliarmi! Quanto è necessaria la loro unità: questa deve fare di loro un insieme di cuori puri, di mani immacolate che mi innalzano verso il cielo, implorando misericordia! Questa schiera di sacerdoti santi, con la loro unione a Me e con la purezza dei loro cuori sarà in grado di trasformare il mondo. Ho sete di quella purezza che fa diventare più simili a Me. Ho sete di sacrifici che, uniti al mio Sacrificio, vengano offerti al Padre come incenso di espiazione infinita. Voglio che i miei sacerdoti, dimentichi di se stessi, puri e vittime con Me Vittima, mi offrano e si offrano per la salvezza del mondo.

Chiedo e imploro oggi dai miei vescovi e dai sacerdoti che diano, con l’aiuto di Maria, un nuovo impulso alla loro ricerca di purezza, per la mia Chiesa e per la gloria della Trinità vergine. Chiedo purezza!… Chiedo purezza! Potranno negarmela i cuori dei miei, che Io amo con la tenerezza di mille madri, con il candore di un Dio? Per il mio Sangue, per la loro sublime vocazione, per quella predilezione ineffabile che ho per loro, chiedo loro purezza e Unità nella Trinità. Chiedo loro che ravvivino nella propria anima l’amore per la mia Chiesa, e che la sostengano, la difendano, la proteggano e diano ad essa gloria insieme a migliaia di anime pure.

II peccato d’impurità è spaventosamente dilagato, straziando il mio Cuore. Per questo invoco: purezza, purezza! E a chi devo chiederla in primo luogo, se non ai miei, sui quali ho diritti d’amore e di predilezione?

(Beata Conchita Cabrera de Armida, da “Sacerdoti di Cristo” Città Nuova Editrice)

GESÙ SPIEGA ALLA BEATA CONCHITA COME DOVREBBERO PREDICARE I SUOI SACERDOTI: “La missione dei sacerdoti è quella di seminare la mia parola, muovere a pentimento, istruire gli spiriti, convertire le anime, scuotere i cuori”

Che vuoto profondo lascia negli spiriti un predicatore mondano e vanitoso! Ma quale sarà la resa dei conti di un sacerdote che usa così i pulpiti, lasciando solo gelo in quelli che lo ascoltano e amarezza nel mio Cuore!

La missione dei sacerdoti è quella di seminare la mia parola, muovere a pentimento, istruire gli spiriti, convertire le anime, scuotere i cuori e non gettare l’amo per trarne lodi. Il predicatore deve avere buon senso e discrezione con l’uditorio e deve adattarsi alle circostanze: la sua parola dev’essere semplice con i semplici. Ma se è brillante ed efficace deve essere anche piena di modestia e carità verso tutti. Deve cercare non di abbagliare, ma di convertire, e solo chi è santo santifica.

È necessario che per questo ministero, il sacerdote sia uomo di preghiera, perché per dare alle anime bisogna ricevere dall’alto, e non si riceve se non si prega e se non ci si mortifica. Il sacerdote non deve nemmeno trattare con superficialità ciò che è sacro, salendo sul pulpito senza aver prima studiato e senza essersi preparato, perché le anime percepiranno il soprannaturale dalle sue labbra, ed egli depositerà il germe delle sante realtà nei cuori.

Che non ci sia mai un’omelia nella quale non si nomini Maria: esaltino le sue eccelse prerogative, parlino delle sue virtù e stimolino le anime ad imitarle; facciano conoscere, meditare e amare le sofferenze della sua solitudine così poco considerate e conosciute dalle anime. Che facciano ardere i cuori per colui che è Amore e così poco conosciuto e ancor meno predicato: lo Spirito Santo; che parlino dei suoi Doni, dei suoi Frutti, della sua grandezza, della sua azione così intima nelle anime. Che predichino Me, il Verbo fatto carne, crocifisso; le bellezze del dolore, le ricchezze del patire, la necessità della sofferenza che purifica, redime e salva; l’inutilità dei patimenti, se non sono uniti ai miei. La mia dottrina è vastissima, i Vangeli sono ricchissimi e inesauribili.

Perché allora cercare argomenti estranei alla mia gloria? Il pulpito, le prediche sono poco valorizzati nella mia Chiesa, quando invece sono una risorsa potentissima, sulla quale i sacerdoti possono contare per la salvezza e la perfezione delle anime. Quanti sacerdoti si fanno pregare per una predica! Su questo punto la tiepidezza è grande; lo zelo per la mia gloria molto limitato e la preparazione, in molti dei miei sacerdoti, certamente mediocre.

Se i sacerdoti mi amassero, arderebbero di zelo per la mia gloria e non si concederebbero riposo per procurarmela in tutti i modi, rinunciando a se stessi. Che questa celeste scintilla divampi e accenda il fuoco santo nelle anime sacerdotali, che scompaia dai cuori l’inerzia, l’egoismo, l’apatia, la pigrizia e il tedio. Scuotendo il letargo che invade tanti, si lancino senza altro interesse se non quello di darmi anime, e in esse consolazione; si mettano a lavorare per puro amore nella mia Vigna: Io nella mia grande liberalità saprò ricompensarli.

(Beata Conchita Cabrera de Armida, da “Sacerdoti di Cristo” Città Nuova Editrice)

GESÙ ALLA BEATA CONCHITA: LA SALVEZZA DELLE ANIME NEGLI ULTIMI ISTANTI DI VITA…”Molte anime si salvano, ripeto, nell’ultima lotta tra il Maligno e la grazia mediante la comunione dei santi”

Nella mia infinita Bontà ho anche una risorsa potentissima (unita ovviamente ai miei meriti) per salvare le anime peccatrici e ostinate, anche nell’ultimo istante di vita. Questa risorsa è “la comunione dei santi”. I miei sacerdoti spiegano poco questo mistero, importantissimo tra le molte risorse che la mia Chiesa possiede. Vorrei che lo facessero conoscere sempre di più e che le anime ne apprezzassero l’efficacia. È questo un mezzo di salvezza che ottiene risultati non indifferenti e -a volte- infallibili, perché Dio non resiste alla preghiera. I peccatori hanno nella comunione dei santi una grande risorsa, una miniera, un filone che la misericordia e l’infinita carità di Dio sfrutta a loro favore.

Che madre è la Chiesa! E quanto grande la bontà di Dio che non permette che neanche una briciola delle opere buone, fatte soprannaturalmente, cada o si sprechi! Molte anime si salvano, ripeto, nell’ultima lotta tra il Maligno e la grazia mediante la comunione dei santi; grazie alla catena ininterrotta e potente delle grazie ottenute che Dio distribuisce secondo la sua sovrana volontà. Che i miei sacerdoti spieghino ai fedeli, questo affascinante e fecondo mistero della comunione dei santi. Questa grande verità è poco apprezzata e ancor meno predicata, nonostante i grandi e numerosi trionfi che riporta tra le anime peccatrici, che senza sapere da dove provenga la grazia, profondamente colpiti, si convertono.

È una risorsa di cui mi servo per i peccatori impenitenti; è una moneta che, nella mia grande carità verso i peccatori, prelevo da questo Tesoro della Chiesa, con la quale pago i debiti e acquisto grazie straordinarie per salvare le anime negli ultimi istanti di vita. Se si potesse vedere la sorpresa di quelle anime peccatrici nell’incontrarsi con la misericordia infinita del mio Cuore! Se si potesse contemplare come, dopo una vita di crimini inauditi, di odio verso la Religione, di avversione verso la Chiesa e di migliaia di offese fatte a Me, in un istante, nell’ultimo istante, diventano contrite e umili davanti alla mia Bontà misericordiosa. Riconoscenti vorrebbero acquistare a qualunque prezzo il più grande amore e la più grande riconoscenza per riparare e cancellare la loro vita passata, mentre si gettano confuse tra le mie braccia e in esse trionfa la grazia! Per questo nel cielo c’è grande festa per un peccatore che si converte!

Queste conquiste ignote si verificano giorno per giorno, conseguite dalla comunione dei santi, cioè, dai miei meriti infiniti che danno valore a quell’insieme di buone e sante azioni compiute dai suoi figli fedeli, di cui la mia Chiesa dispone. Quante volte atti eroici, ma ignoti, che soltanto lo vedo, fatti per amore di Dio in un angolo del mondo, Mi servono per salvare un’anima, per ottenerle grazie e farla uscire da questo mondo purificata per presentarla al Padre mio quale trofeo della vittoria della grazia.

Come potrebbe la mia Chiesa non avere risorse per i suoi figli che sono ancora in vita, per quelli che stanno morendo, e per quelli che si trovano in Purgatorio? Se è nata dal mio costato, se è la Sposa di colui che è tutto amore e Carità? Pensate forse che, per esempio, nelle guerre dove muoiono migliaia e migliaia di persone lo non sia presente accanto a tutte e ad ognuna, per applicare loro le grazie della comunione dei santi, per bagnarle con il mio Sangue e dare loro il cielo mediante un atto di contrizione? Per Me basta un solo attimo di contrizione amorosa per cancellare anni e anni di crimini, di odi implacabili e di migliaia di peccati.

E Maria? È un’altra risorsa immensa di cui le anime dei peccatori dispongono per salvarsi. Ella con le sue suppliche e i suoi gemiti ottiene per i peccatori migliaia e migliaia di grazie dell’ultima ora: suscita in loro la contrizione e li salva. lo non so negare nulla a questa Madre di misericordia. Quando Ella s’interessa di un peccatore che la chiama e mette davanti al tribunale di Dio la sua intercessione amorosa, ottiene la salvezza di molti. Maria è il più grande aiuto per tutte le anime. (…)

Studiando la mia Chiesa, e approfondendo la sua essenza che è carità, si potrà capire qualcosa dell’infinita Bontà di Dio che l’ha voluto stabilire come riflesso della carità divina per santificare e salvare. Solo colui che vuole dannarsi, si danna, perché in lei può trovare tutti i mezzi necessari per salvarsi. Se permetto lotte e se concedo al Maligno una certa libertà di tentare le anime, è solo con il fine di mettere nelle mani dei miei la possibilità di guadagnare dei meriti, perché nelle lotte si riportano le vittorie che più mi glorificano. Se permetto le tentazioni non è per nuocere alle anime, ma per rendere più preziosa la loro corona nel cielo.Mai abuso delle forze di un’anima e, nella mia Sapienza e Carità infinita, misuro le tentazioni per trarre del bene e mai del male.

Se si studiasse, se si approfondisse, se si capisse almeno un po’ della Carità di Dio! Se i miei sacerdoti elevassero le anime sì da permettere loro di vedermi, non come un Nerone, ma come un Padre tutto amore, sempre pronto a perdonare, a dimenticare e a salvare! Predicare la mia giustizia è molto utile e anzi necessario, ma instaurare nelle anime il regno della fiducia, della misericordia e dell’amore lo è ancora di più! Questo faranno i miei sacerdoti trasformati in Me.

l cuori mai oppongono resistenza all’amore, perché hanno in sé una fibra d’amore che risponderà sempre, prima o poi, all’amore di un Dio, perché Dio fa tutto ciò che può per salvarli. Io sono lo stesso Gesù in cielo e in terra, e il mio Cuore ha gli stessi sentimenti d’amore e di tenerezza anche verso gli uomini ingrati. Facilmente mi lascio commuovere dalle suppliche di Maria di riversare le mie grazie; ma per salvare le anime ricorro spesso anche ai mezzi ordinari della mia Chiesa, alla comunione dei santi. Ma prometto ancora di lasciarmi commuovere dalle preghiere e dalle richieste dei miei sacerdoti trasformati in Me, di portare, fino al trono del Padre mio, le suppliche dei sacerdoti nel Sacerdote eterno, e di lì tornare con le mani piene di grazie, ordinarie e straordinarie per le anime, che poi si riverseranno, attraverso i sacerdoti altri Me, nelle anime peccatrici e indurite.

lo, il Verbo del Padre, sono la più grande possibilità salvatrice, Colui che dal Padre può ottenere ciò che nessuno è capace di ottenere. Se i miei sacerdoti saranno altri Me, se si presenteranno davanti al Padre mio come se fossero Me, con la mia umiltà amorosa, i miei meriti e la mia carità, il Padre mio, grazie alla forza della loro trastormazione in Me, mai tralascerà di ascoltare favorevolmente le loro richieste, perché vede Me in loro. Allora, se i miei sacerdoti saranno altri Me, potranno anche servirsi del tesoro della comunione dei santi per chiedere la conversione e le grazie di cui hanno bisogno tanti peccatori. È una miniera di grazie che i sacerdoti trasformati in Me avranno a loro disposizione per trarne profitto e così aiutarmi a salvare le anime ribelli e a far trionfare lo Spirito Santo sull’inferno.

(Beata Conchita Cabrera de Armida, da “Sacerdoti di Cristo” Città Nuova Editrice)

“Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa”

Scriveva Don Divo Barsotti: Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa.

Noi, invece, attratti – anzi – inchiodati alla nostra umanità, siamo abituati a ringraziare Dio per le cose che ci dà, non per le cose che ci chiede e non pensiamo che quando Dio ci chiede qualcosa, prepara cose grande per noi, quelle che valgono per l’eternità. Quando Dio ci chiede o ci toglie cose a cui teniamo o quando siamo colpiti da sofferenze corporali o spirituali, prepotente entra in gioco la nostra umanità. Ci assalgono l’angoscia e il terrore e chiediamo – umanamente – condivisione della pena e la partecipazione a chi ci è vicino. Il parente, l’amico, anche il distante da noi. Qual è, di solito, la reazione di coloro a cui ci rivolgiamo, ai quali chiediamo partecipazione al nostro dolore, alla nostra tristezza?
La prefigura il Vangelo, perché è la stessa dei discepoli di Gesù. Quando il Signore si reca al Getsemani, prende con sé due dei Suoi discepoli, Pietro e i due figli di Zebedeo e dice loro di sedersi mentre Lui va a pregare (Mt 26, 36-39).

Gesù comincia a provare tristezza e angoscia ed è questa l’ora in cui esprime tutta la Sua umanità, come quella che esprimiamo noi, quando ci sentiamo avvolti dalla cose della terra, che ci opprimono e ci allontanano da Dio. E’ proprio in quei momenti che il demonio ci assale e prende il sopravvento. Nel caso di Gesù, il demonio – che dopo le tentazioni del deserto, si era da Lui allontanato per ritornare al tempo fissato (Lc 4,13) – torna di nuovo all’attacco: è il momento della Passione e il principe di questo mondo fa affidamento sulla ripugnanza dell’Uomo-Cristo e della Sua carne per la sofferenza. Questa è la sua ora, è l’impero delle tenebre (Lc 22,53). Gesù deve condurre la sua battaglia contro Satana e questo prefigura anche l’itinerario dell’uomo che ha fede e che vive su questa Terra: la sua battaglia è quella che ha combattuto Gesù, contro il Principe di questo mondo..

Ai Suoi amici, Gesù chiede aiuto, fa una richiesta: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me. Aiutatemi con la preghiera – sembra dire – e aiutate anche voi stessi a fronteggiare le tentazioni che si avvicinano. Il Signore chiede compagnia nella preghiera, chiede di farlo sentire meno solo, di partecipare in qualche modo alla sua tristezza mortale. Gesù è dolcissimo e delicatissimo nel rivolgere quest’invito, tanto che avanza un poco (alla distanza di un tiro di sasso, secondo Luca, 22, 41) rispetto al luogo in cui si trovano i discepoli, perché forse li vuole preservare dalla visione della Sua angoscia e della Sua tristezza, della Sua lacerante e straziante agonia. Li vuole partecipi e li ama e nel momento della Sua estrema sofferenza, il Suo è un pensiero e un agire d’amore per loro.

Il Signore si prostra con la faccia a terra e prega dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! Le fonti storiche – checchè ne dica il Padre Arturo Sosa Abascal, il capo generale dei Gesuiti, che se mette in dubbio quello che ha detto Gesù, figuriamoci se conosce le sequenze storiche dei giorni sulla Terra del Figlio di Dio – raccontano che si era in tempo di plenilunio e quindi i discepoli potevano vedere il Signore e forse potevano anche sentire le Sue parole. Ma i discepoli né vedono né sentono. Gesù torna da loro e che cosa vede? Vede che dormono. Dice a Pietro, rimproverandolo: Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carte è debole.

Gesù si allontana di nuovo e prega, dicendo: Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io beva, sia fatta la tua volontà. Torna dai Suoi, ma anche questa volta i discepoli dormono. Si allontana e prega per la terza volta. Poi si avvicina ai discepoli. Tutto ormai sta per compiersi. Dice loro: Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’Uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo: ecco, colui che mi tradisce si avvicina.
Gli apostoli, quindi, non partecipano – come Gesù chiede loro ripetutamente in questa meravigliosa scena del Vangelo – alla tristezza mortale del Signore, all’ora terrena che sta per scoccare, al Suo martirio. Gli apostoli dormono. Se avessero vegliato forse avrebbero capito meglio, forse non sarebbero scappati.

Nel Vangelo non risulta mai che il Signore chieda agli apostoli la partecipazione al suo stato interiore di gioia ineffabile di unione con il Padre; non chiede mai la partecipazione alla Sua vita intima, in nessun altro tipo di sentimento o situazione spirituale [tranne che sul Tabor e ai discepoli più intimi]. Chiede la partecipazione solo la sera del Getsemani, alla Sua tristezza mortale. Sembra dunque che l’unione tra Dio e gli uomini avvenga massimamente, in questa terra, nell’ora del Getsemani, dove il Signore non chiede tanto: chiede solo di essere consolato, di vegliare, di pregare. Chiede ai Suoi amici fedeltà, che è il solo modo per stare con il Signore.

Di sicuro noi vorremmo altro, ossia la condivisione della gloria e della gioia ineffabile di saperci e sentirci uniti a Gesù in quanto Verbo del Padre. Ma evidentemente per quella avremo tutto il tempo in Paradiso. Qui in terra l’unione con Gesù è quella richiesta nel Getsemani. Chi non crede vive le sofferenze nelle tenebre, chi crede le vive nella luce, anche se le prove esteriori aumentano. Per questo padre Pio diceva che la vita dei santi è una vita da cani. Padre Pio scherzava. In realtà, era felicissimo di vivere una vita da cani, perché non avrebbe barattato una sua Messa (nella quale soffriva enormemente) con null’altro al mondo. Perché, proprio nella Messa, viveva il senso dell’attesa dell’altra vita, partecipava al sacrificio e alla gloria del Signore. Che non gl’interessasse questa vita – come ripeteva Santa Monica, madre di Agostino – e la considerasse una vita da cani, sta nel fatto che questa vita, con le sue sofferenze, è proprio questo: attesa di compimento e di splendore. Il Signore ci chiede di rimanere qui, per qualche suo motivo. E ci stiamo. E, quel che più conta, il Signore ci chiede di rimanere qui a lui fedeli, da Santi, perché chiamati, giustificati, purificati e glorificati!

Se questa è l’unione con il Cristo, questa è anche l’unione con gli uomini, perché noi siamo uniti in Cristo per e con i nostri fratelli, attraverso l’amore che abbiamo ricevuto in dono, che riversiamo ai nostri fratelli. Trattiamo con amore, quindi – come ha fatto Cristo – anche coloro che non partecipano alle nostre sofferenze terrene. Preghiamo anche per loro, oltre che per noi. E non lamentiamoci mai con Dio. Non sentiamoci mai soli. La nostra solitudine non è mai totale, come disse Dio ad Elia, che si era lamentato di essere rimasto solo, anche quando c’è il vuoto intorno a noi e tutti ci abbandonano. Ci sono altri settemila che non hanno piegato il ginocchio a Baal, gli dice l’Altissimo. Dove fossero questi settemila, non si sa, ma c’erano. Così, con questa certezza, si può continuare la buona battaglia.

(Danilo Quinto)

I SANTI e LA PREGHIERA : Perchè preghiamo?.. Perchè Dio nasca nell’anima e l’anima rinasca in Dio…Un essere tutto intimo, tutto raccolto ed uno in Dio: questa è la Grazia, questo significa “Iddio con te”.

“Certo bisogna imparare a pregare. E a pregare si impara pregando, come si impara a camminare camminando.”

S.Teresa d’Avila ha detto:

L’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento, da solo a solo, con Colui da cui sappiamo d’essere amati. (Vita 8,5)

… la porta per cui mi vennero tante grazie fu soltanto l’orazione. Se Dio vuole entrare in un’anima per prendervi le sue delizie e ricolmarla di beni, non ha altra via che questa, perché Egli la vuole sola, pura e desiderosa di riceverlo. (Vita 8,9)

Certo bisogna imparare a pregare. E a pregare si impara pregando, come si impara a camminare camminando.

…nel cominciare il cammino dell’orazione si deve prendere una risoluzione ferma e decisa di non fermarsi mai, né mai abbandonarla. Avvenga quel che vuole avvenire, succeda quel che vuole succedere, mormori chi vuole mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare, ma piuttosto di morire a mezza strada, scoraggiati per i molti ostacoli che si presen-tano, si tenda sempre alla méta, ne vada il mondo intero. (Cammino di perfezione 21,4)

Pensate di trovarvi innanzi a Gesù Cristo, conversate con Lui e cercate di innamorarvi di Lui, tenendolo sempre presente. (Vita 12,2)

La continua conversazione con Cristo aumenta l’amore e la fiducia. (Vita 37,5)

Buon mezzo per mantenersi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirsene ad intrattenervi spesso con Lui ed Egli vi suggerirà quello che gli dovete dire.

Se parlando con le creature le parole non vi mancano mai, perché vi devono esse mancare parlando con il Creatore? Non temetene: io almeno non lo credo! (Cammino di perfezione 26,9)

Non siate così semplici da non domandargli nulla! (Cammino di perfezione 28,3)

Chiedetegli aiuto nel bisogno, sfogatevi con Lui e non lo dimenticate quando siete nella gioia, parlandogli non con formule complicate ma con spontaneità e secondo il bisogno. (Vita 12,2)

Cercate di comprendere quali siano le risposte di Dio alle vostre domande.Credete forse che Egli non parli perché non ne udiamo la voce? Quando è il cuore che prega, Egli risponde. (Cammino di perfezione 24,5)

A chi batte il cammino della preghiera giova molto un buon libro.

Per me bastava anche la vista dei campi, dell’acqua, dei fiori: cose che mi ricordavano il Creatore, mi scuotevano, mi raccoglievano, mi servivano da libri. (Vita 9,5)

Per molti anni, a meno che non fosse dopo la Comunione, io non osavo cominciare a pregare senza libro. (Vita 4,9)

E’ troppo bella la compagnia del buon Gesù per dovercene separare! E’ altrettanto si dica di quella della sua Santissima Madre. (Seste Mansioni 7,13)

… fate il possibile di stargli sempre accanto. Se vi abituerete a tenervelo vicino ed Egli vedrà che lo fate con amore e che cercate ogni mezzo per contentarlo, non solo non vi mancherà mai, ma, come suol dirsi, non ve lo potrete togliere d’attorno.

L’avrete con voi dappertutto e vi aiuterà in ogni vostro travaglio. Credete forse che sia poca cosa aver sempre vicino un così buon amico? (Cammino di perfezione 26,1)

Poiché Gesù vi ha dato un Padre così buono, procurate di essere tali da gettarvi fra le sue braccia e godere della sua compagnia.

E chi non farebbe di tutto per non perdere un tal Padre? Quanti motivi di consolazione! Li lascio alla vostra intuizione! In effetti, se la vostra mente si mantiene sempre tra il Padre e il Figlio, interverrà lo Spirito Santo ad innamorare la vostra volontà col suo ardentissimo amore. (Cammino di perfezione 27, 6-7)

Quelli che sanno rinchiudersi nel piccolo cielo della loro anima, ove abita Colui che la creò e che creò pure tutto il mondo, e si abituano a togliere lo sguardo e a fuggire da quanto distrae i loro sensi, vanno per buona strada e non mancheranno di arrivare all’acqua della fonte.

Essendo vicinissimi al focolare, basta un minimo soffio dell’intelletto perché si infiammino d’amore, già disposti come sono a ciò, trovandosi soli con il Signore, lontani da ogni oggetto esteriore. (Cammino di perfezione 28,5.8)

Per cominciare a raccogliersi e perseverare nel raccoglimento, si deve agire non a forza di braccia ma con dolcezza. Quando il raccoglimento è sincero, l’anima sembra che d’improvviso s’innalzi sopra tutto e se ne vada, simile a colui che per sottrarsi ai colpi di un nemico, si rifugia in una fortezza.

Dovete saper che questo raccoglimento non è una cosa soprannaturale, ma un fatto dipendente dalla nostra volontà e che noi possiamo realizzare con l’aiuto di Dio. (Cammino di perfezione 28,6; 29,4)

Sapevo benissimo di avere un’anima, ma non ne capivo il valore, né chi l’abitava, perché le vanità della vita mi avevano bendati gli occhi per non lasciarmi vedere.

Se avessi inteso, come ora, che nel piccolo albergo dell’anima mia abita un Re così grande, mi sembra che non l’avrei lasciato tanto solo…e sarei stata più diligente per conservami senza macchia. (Cammino di perfezione 28,11)

Non si creda che nuoccia al raccoglimento il disbrigo delle occupazioni necessarie.

Dobbiamo ritirarci in noi stessi, anche in mezzo al nostro lavoro, e ricordarci di tanto in tanto, sia pure di sfuggita, dell’Ospite che abbiamo in noi, per-suadendoci che per parlare con Lui non occorre alzare la voce. (Cammino di perfezione 29,5)

Il Signore ci conceda di non perdere mai di vista la sua divina presenza! (Cammino di perfezione 29,8)

Quando un’anima… non esce dall’orazione fermamente decisa a sopportare ogni cosa, tema che la sua orazione non venga da Dio. (Cammino di perfezione 36,11)

Quando un’anima si unisce così intimamente alla stessa misericordia, alla cui luce si riconosce il suo nulla e vede quanto ne sia stata perdonata, non posso credere che non sappia anch’essa perdonare a chi l’ha offesa.

Siccome le grazie ed i favori di cui si vede inon-data le appariscono come pegni dell’amore di Dio per lei, è felicissima di avere almeno qualche cosa per testimoniare l’amore che anch’ella nutre per lui. (Cammino di perfezione 36,12)

La preghiera non è qualcosa di statico, è un’amicizia che implica uno sviluppo e spinge a una trasformazione, a una somiglianza sempre più forte con l’amico. (da L’amicizia con Cristo, cap VII)

S.  Agostino ha detto:

“Nutri la tua anima con la lettura biblica: essa ti preparerà un banchetto spirituale”.

“La preghiera muore, quando il desiderio si raffredda”.

S. Tommaso d’Aquino ha detto:

“La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che Egli non sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi prega.”

S. Girolamo ha detto:

“Chi è assiduo nella lettura della Parola di Dio, quando legge si affatica, ma in seguito è felice perché gli amari semi della lettura producono in lui i dolci frutti.”

“Studiamo ora che siamo sulla terra quella Realtà la cui conoscenza resterà anche quando saremo in cielo”.

“Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? E’ lo Sposo che parla a te”.

S. Ignazio di Loyola ha detto:

“Pregare è seguire Cristo che va tra gli uomini, quasi accompagnandolo”.

S. Caterina da Bologna ha detto:

La preghiera è l’estatica contemplazione dell’ Altissimo, nella sua infinita bellezza e bontà: uno sguardo semplice e amoroso su Dio”.

S. Giovanni Crisostomo ha detto:

“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”.

S. Giovanni Damasceno ha detto:

“La preghiera è un’elevazione della mente a Dio”.

S. Ignazio d’Antiochia ha detto:

Procurate di riunirvi più frequentemente per il rendimento di grazie e per la lode a Dio. Quando vi radunate spesso le forze di satana sono annientate ed il male da lui prodotto viene distrutto nella concordia della vostra fede.

S. Bernardo di Chiaravalle ha detto:

“I tuoi desideri gridino a Dio. la preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio.”

Tertulliano ha detto:

L’unico compito della preghiera è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti. (L’orazione, cap. 29)

Charles de Focauld ha detto:

“Bisogna lodare Dio. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perchè l’amore è inseparabilmente unito ad un’ammirazione senza riserve.

Dunque, lodare significa struggersi ai suoi piedi in parole di ammirazione e d’amore. Significa ripetergli che Egli è infinitamente perfetto, infinitamente amabile, infinitamente amato.

Significa dirgli che Egli è buono e che l’amiamo”.

Maestro Eckhart ha detto:

“Perchè preghiamo?.. Perchè Dio nasca nell’anima e l’anima rinasca in Dio…Un essere tutto intimo, tutto raccolto ed uno in Dio: questa è la Grazia, questo significa “Iddio con te”.

Detti dei Padri del deserto:

L’importanza della preghiera del mattino

Non appena ti levi dopo il sonno, subito, in primo luogo, la tua bocca renda gloria a Dio e intoni cantici e salmi, poiché la prima preoccupazione, alla quale lo Spirito si apprende fin dall’aurora, esso continua a macinarla, come una mola, per tutto il giorno, sia grano sia zizzania. Perciò sii sempre il primo a gettar grano, prima che il nemico getti la zizzania.

Pregare prima di ogni cosa

Un anziano diceva: “Non far nulla senza pregare e non avrai rimpianti”

Detti di S. Isidoro

“Chi vuole essere sempre unito a Dio, deve pregare spesso e leggere spesso, perché nella preghiera siamo noi che parliamo a Dio, ma nella lettura della Bibbia è Dio che parla a noi”.

“Tutto il progresso spirituale si basa sulla lettura e sulla meditazione: ciò che ignoriamo, lo impariamo con la lettura; ciò che abbiamo imparato, lo conser-viamo con la meditazione.”

“La lettura della Bibbia ci procura un duplice vantaggio: istruisce la nostra intelligenza e ci introdu-ce all’amore per Iddio distogliendoci dalle cose vane.”

“Nessuno può capire il senso della Bibbia, se non acquista consuetudine e familiarità con essa mediante la lettura”.

Detti di S. Pacomio

Mettiamo freno all’effervescenza dei pensieri che ci angosciano e che salgono dal nostro cuore come acqua in ebollizione, leggendo le Scritture e ruminandole incessantemente…e ne sarete liberati .

Detti di Arisitide l’Apologeta

“E’ per la preghiera dei cristiani che il mondo sta in piedi”.

Detti di Evagrio Pontico

“La preghiera è sorgente di gioia e di grazia”.

“Quando, dedicandoti alla preghiera, sei giunto al di sopra di ogni altra gioia, allora veramente hai trovato la preghiera.

Detti di Giovanni Climaco

“La preghiera è sostegno del mondo, riconciliazione con Dio, misura del progresso spirituale, giudizio del Signore prima del futuro giudizio”.

Detti di Barsanufio

“Anche tu, mentre resti tra gli uomini, aspettati tribolazioni, rischi e urti alla sensibilità. Ma se raggiungi il porto del silenzio, per te preparato, non avrai più paura”

“Osserva, fratello, quanto siamo meschini: parliamo soltanto con le labbra e le nostre azioni mostrano che siamo differenti da ciò che diciamo”

“Evita la collera quanto puoi, non giudicare nessuno e specialmente quelli che ti mettono alla prova. Pensandoci bene, capirai che sono loro che ti conducono alla maturità”

“Mi hai scritto chiedendo che pregassi per i tuoi peccati. Ti dirò la stessa cosa: Prega per i miei”

Dio Padre rivela a Santa Caterina da Siena: “La gloria dei Beati e dei Santi in Paradiso!” “Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene!”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 41

La gloria dei beati.

Parla Dio Padre:

“Anche l’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell’amore, non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù, ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me, e con tale misura le viene misurato il premio. Sempre mi desidera e sempre mi ama, onde il suo desiderio non è vuoto; ma sebbene abbia fame, è saziato, e saziato ha fame; e tuttavia è lungi il fastidio della sazietà, come è lungi la pena della fame.

Nell’amore i beati godono dell’eterna mia visione, partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene, che io ho in me medesimo. Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato. Essi sono rimasti nella mia carità ed in quella del prossimo; sono stati insieme uniti nella carità comune ed in quella particolare, che esce pure da una medesima carità.

Godono ed esultano, partecipando l’uno del bene dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale, che essi hanno tutti insieme. Godono ed esultano cogli angeli, coi quali sono collocati i santi, secondo le diverse e varie virtù, che principalmente ebbero nel mondo, essendo tutti legati nel legame della carità. Hanno poi una partecipazione singolare di bene con coloro coi quali si amavano strettamente d’amore speciale nel mondo, col quale amore crescevano in grazia, aumentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e lode del mio nome, in sé e nel prossimo. Nella vita eterna non hanno perduto questo affetto, ma l’hanno aggiunto al bene generale, partecipando più strettamente e con più abbondanza l’uno del bene dell’altro.

Non vorrei però che tu credessi che questo bene partico­lare, di cui ti ho parlato, l’avessero solo per sé: non è così, ma esso è partecipato da tutti quanti i gustatori, che sono i cittadini del cielo, i miei figli diletti, e da tutte le creature angeliche. Quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano del bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non è che il vaso di ciascuno possa crescere, né che abbia bisogno di empirsi, poiché è pieno e quindi non può crescere; ma hanno un’esultanza, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si ravvivano in loro, per quanto sono venuti a conoscere di quell’anima. Vedono che per mia misericordia ella è tolta alla terra con la pienezza della grazia, e così esultano in me per il bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà.

E quell’anima gode pure in me, nelle altre anime, e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la bellezza e dolcez­za della mia carità. I loro desideri gridano sempre dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo. Poiché la loro vita finì nella carità dei prossimo, non hanno lasciata questa carità, ma sono passati con essa per la porta del mio Unige­nito Figliuolo, nel modo che ti dirò più sotto. Vedi dunque che essi restano con quel legame dell’amore, col quale finì la loro vita: esso resta e dura per tutta l’eternità.

Sono tanto conformi alla mia volontà, che non possono volere se non quello che io voglio; poiché il loro libero arbi­trio è legato per siffatto modo col legame della carità che, quando viene meno il tempo di questa vita alla creatura, che ha in sé ragione e che muore in stato di grazia, essa non può più peccare. Ed è tanto unita la sua volontà alla mia che, se il padre o la madre vedessero il figliolo nell’inferno, o il figlio ci vedesse la madre, non se ne curerebbero; anzi sono contenti di vederli puniti come miei nemici. In nessuna cosa si scordano di me; i loro desideri sono appagati. Desiderio dei beati è di vedere trionfare il mio onore in voi viandanti, che siete pellegrini in questa terra e sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore bramano la vostra salute, e perciò sempre mi pregano per voi. Un tale desiderio è sempre adempiuto per parte mia, se voi ignoranti non recalcitraste contro la mia misericordia.

Hanno ancora il desiderio di riavere la dote della loro anima, che è il corpo; questo desiderio non li affligge al presente, ma godono per la certezza che hanno di vederlo appagato: non li affligge, perché, sebbene ancora non abbiano il corpo, tuttavia non manca loro la beatitudine, e perciò non risentono pena. Non pensare che la beatitudine del corpo, dopo la resurre­zione, dia maggiore beatitudine all’anima. Se fosse così, ne ver­rebbe che i beati avrebbero una beatitudine imperfetta, fino a che non riprendessero il corpo; cosa impossibile, perché in loro non manca perfezione alcuna. Non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma sarà l’anima a dare beatitudine al corpo; darà della sua abbondanza, rivestendo nel dì del giudizio la propria carne, che aveva lasciato in terra.

Come l’anima è resa immortale, ferma e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale; perduta la gravezza della materia, diviene sottile e leggero. Sappi che il corpo glorificato passerebbe di mezzo a un muro. Né il fuoco né l’acqua potrebbero nuocergli, non per virtù sua ma per virtù dell’anima, la quale virtù è mia, ed è stata data a lei per grazia e per quell’amore ineffabile col quale la creai a mia immagine e somiglianza. L’occhio del tuo intelletto non è sufficiente a ve­dere, né l’orecchio a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare, il bene loro.

Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene! Oh, quanto diletto avranno, allorché il loro corpo sarà glorificato! E sebbene manchino di questo bene fino al giorno del giudizio universale, non hanno pena, perché l’anima è piena di felicità in se stessa. Una tale beatitudine sarà poi partecipata al corpo, come ti ho spiegato.

Ti parlavo del bene, che ritrarrebbe il corpo glorificato nell’Umanità glorificata del mio Figlio Unigenito, la quale dà a voi certezza della vostra resurrezione. Esultano i beati nelle sue piaghe, che sono rimaste fresche; sono conservate nel suo corpo le cicatrici, che continuamente gridano a me, sommo ed eterno Padre, misericordia. Tutti si conformano a lui in gaudio e giocondità, occhio con occhio, mano con mano, e con tutto il corpo del dolce Verbo, mio Figlio. Stando in me, starete in lui, poiché egli è una cosa sola con me; ma l’occhio del vostro corpo si diletterà nell’Umanità glorificata del Verbo Unigenito mio Figlio. Perché questo? Perché la loro vita finì nella dilezione della mia carità, e perciò dura loro eternamente.

Non possono guadagnare alcun nuovo bene, ma si godono quello che si sono portato, non potendo fare alcun atto meritorio, perché solo in vita si merita e si pecca, secondo che piace al libero arbitrio della vostra volontà. Essi non aspettano con timore, ma con allegrezza, il giudizio divino; e la faccia del mio Figlio non parrà loro terribile, né piena d’odio, perché sono morti nella carità, nella dilezione di me e nella benevolenza del prossimo. Così tu comprendi come la mutazione della faccia non sarà in lui, quando verrà a giudicare con la mia maestà, ma in coloro che saranno giudicati da lui. Ai dannati apparirà con odio e con giustizia; ai salvati, con amore e misericordia.”

(Dal Dialogo della divina provvidenza, Santa Caterina da Siena)

Rivelazione della Vergine Maria alla Venerabile Suor Maria: “Così Lucifero continuamente trascina all’Inferno un gran numero di uomini, sollevandosi sempre di più contro l’Altissimo nella sua superbia” “Facendo dimenticare agli uomini i ‘Novissimi’: Morte, Giudizio, Inferno e Gloria”

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

 

Insegnamento della Regina del cielo, parla Maria Vergine:

773. Figlia mia, tutte le opere del mio Figlio santissimo e mie sono colme di insegnamenti e istruzioni per gli uomini che le considerano con attenta stima. Sua Maestà si allontanò da me affinché cercandolo con dolore e lacrime lo ritrovassi poi con gioia a mio vantaggio spirituale. Anche tu devi cercare il Signore con amaro dolore, affinché questo dolore ti procuri un’incessante sollecitudine, senza riposare su cosa alcuna per tutto il tempo della tua vita, sino a quando tu non arrivi a possederlo e non lo lasci più. Perché tu comprenda meglio il mistero del Signore, sappi che la sua sapienza infinita plasma le creature capaci della sua eterna felicità ponendole sì sul cammino che conduce ad essa, ma allo stesso tempo così lontane e non sicure di arrivarvi. Fintanto che non siano giunte a possedere l’eterna felicità, vivano sempre pronte e nel dolore, affinché la sollecitudine generi in esse un continuo timore e orrore per il peccato, il quale fa perdere la beatitudine. Anche nel tumulto della conversazione umana la creatura non si lasci legare né avviluppare dalle cose visibili e terrene. Il Creatore aiuta in questa sollecitudine, aggiungendo alla ragione naturale le virtù della fede e della speranza, le quali stimolano l’amore con cui cercare e trovare il fine ultimo. Oltre a queste virtù e ad altre infuse con il battesimo, manda ispirazioni e aiuti per ridestare e rimuovere l’anima lontana dallo stesso Signore, affinché non lo dimentichi né si scordi di se stessa mentre è priva della sua amabile presenza. Anzi continui la sua strada sino a giungere al bene desiderato, dove troverà la pienezza del suo amore e dei suoi desideri.

774. Potrai, dunque, capire quanto grande sia la cecità dei mortali e quanto scarso il numero di coloro che si concedono il tempo di considerare attentamente l’ordine meraviglioso della loro creazione e giustificazione e le opere che l’Altissimo ha compiuto per così alto fine. A questa dimenticanza fanno seguito tanti mali, quanti ne soffrono le creature attaccandosi al possesso dei beni terreni e dei piaceri ingannevoli, come se questi fossero la loro felicità e il fine ultimo: è cattiveria grande, rivolta contro la volontà del Signore. I mortali vogliono in questa breve e transitoria vita dilettarsi di ciò che è visibile, come se fosse il loro ultimo fine, mentre dovrebbero usare le creature come mezzo per raggiungere il sommo Bene e non per perderlo. Avverti, dunque, o carissima, questo rischio della stoltezza umana. Tutto ciò che è dilettevole, piacevole e poco serio giudicalo un errore; di’ all’appagamento dei sensi che si lascia ingannare invano e che è madre della stoltezza, rende il cuore ubriaco, impedisce e distrugge tutta la vera sapienza. Vivi sempre con il santo timore di perdere la vita eterna e sino a quando non l’avrai raggiunta non ti rallegrare in altre cose se non nel Signore. Fuggi dalle conversazioni umane e temine i pericoli. Se per obbedienza o a gloria sua Dio ti porrà in mezzo ad essi, devi confidare nella sua protezione, e tuttavia con la necessaria prudenza non devi essere né svogliata né negligente. Non ti affidare all’amicizia e alla relazione con le creature, perché vi è riposto il tuo pericolo più grande. Il Signore ti ha dato un animo grato e un’indole dolce, affinché tu sia incline a non resistergli nelle sue opere, usando per suo amore i benefici che ti ha concesso. Se permetterai che in te entri l’amore delle creature, queste sicuramente ti trasporteranno, allontanandoti dal sommo Bene. Altererai, così, l’ordine e le opere della sua sapienza infinita. È cosa molto indegna utilizzare il più grande beneficio della natura con un oggetto che non sia il più nobile di tutta la natura stessa. Sublima le azioni delle tue facoltà e rappresenta ad esse l’oggetto nobilissimo dell’essere di Dio e del suo Figlio diletto tuo sposo, il più bello tra i figli dell’uomo, e amalo con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente.

792. Figlia mia, l’Altissimo, buono e clemente, ha dato e continua a dare l’esistenza a tutti gli esseri viventi, non nega ad alcuno la sua provvidenza e illumina fedelmente ogni uomo, affinché possa intraprendere il cammino della conoscenza di Lui e poi entrare nel gaudio perenne, se non oscura questa luce con le sue colpe, abbandonando la conquista del regno dei cieli. Dio, con le anime che per i suoi segreti giudizi chiama a far parte della Chiesa, si dimostra più generoso. Nel battesimo, infatti, comunica loro con la grazia le virtù “infuse essenzialmente”, dette così perché nessuno può acquistarle da se stesso, e quelle “infuse accidentalmente”, che cioè potrebbero ottenere con le opere. Egli le anticipa loro perché siano più pronte e devote nell’osservare la sua santa legge. Ad alcune, oltre alla fede, la sua benevolenza aggiunge speciali doni soprannaturali di maggior intelligenza e forza per comprendere e attuare i comandamenti evangelici. In questo favore si è mostrato verso di te più liberale di quanto non lo sia stato con molte generazioni; perciò ti devi contraddistinguere nella carità e nella corrispondenza che gli spetta, stando sempre umiliata e abbracciata alla polvere.

793. Con la sollecitudine e l’affetto di una madre, ti voglio insegnare l’astuzia con la quale satana si sforza di distruggere questi benefici dell’Onnipotente. Da quando le creature cominciano a usare la ragione, molti demoni le seguono una per una con vigilanza e, proprio nel momento in cui esse dovrebbero innalzare la mente alla cognizione di Dio e iniziare ad esercitare le virtù ricevute, con incredibile furore e sagacia tentano di sradicare la semenza divina. Se non ci riescono, fanno in modo che questa non dia frutto, incitando gli uomini ad atti viziosi, inutili e infantili. Li distraggono con tale iniquità perché non si servano della fede, della speranza e di quanto ancora è stato loro elargito, non si ricordino che sono cristiani e non cerchino di conoscere il loro Dio, i misteri della redenzione e della vita eterna. Inoltre, questi nemici introducono nei genitori una stolta inavvertenza o un cieco amore carnale verso i propri figli e spingono i maestri ad altre negligenze, affinché non si preoccupino della maleducazione, permettano loro di corrompersi e di acquisire cattive consuetudini e di perdere le loro buone inclinazioni, avviandosi così alla rovina.

794. Il pietosissimo Signore, però, non tralascia di ovviare a questo rischio. Rinnova loro la luce interiore con altri aiuti e sante ispirazioni, con la dottrina della Chiesa attraverso i suoi predicatori e ministri, con l’uso e il rimedio efficace dei sacramenti, e con altri mezzi che servono a ricondurli sulla via della salvezza. Se nonostante questi numerosi provvedimenti sono pochi coloro che tornano alla salute spirituale, la causa di ciò sta nell’empia legge dei vizi e nelle abitudini depravate che si prendono durante la fanciullezza. Siccome è vera la sentenza: «Quali furono i giorni della gioventù, tale sarà anche la vecchiaia», i diavoli acquistano sempre più coraggio e potere sulle anime. Pensano, infatti, che, come le dominavano quando esse avevano commesso meno e minori colpe, così lo potranno fare con più facilità quando senza timore si saranno macchiate di molte altre e più gravi. Poi le muovono alla trasgressione e le colmano d’insensata audacia. Ciascun peccato compiuto da una persona toglie a questa forze interiori e la soggioga maggiormente a satana che, come tiranno, se ne impossessa e l’assoggetta a tale malvagità e meschinità da schiacciarla sotto i piedi della sua iniquità; quindi la conduce dove vuole, da un precipizio a un altro. Questo è il castigo che spetta a chi la prima volta si sottomette a lui. Così Lucifero continuamente trascina all’inferno un gran numero di uomini, sollevandosi sempre di più contro l’Altissimo nella sua superbia. Per tale via ha introdotto nel mondo la sua prepotenza, facendo dimenticare agli uomini i “novissimi”: morte, giudizio, inferno e gloria; ha gettato tante nazioni di abisso in abisso, sino a farle cadere in errori così ciechi e bestiali quanto quelli che contengono tutte le eresie e le false sette degli infedeli. Pensa, dunque, figlia mia, a un pericolo così grande e non scordarti mai dei precetti di Dio e delle verità cattoliche. Non ci sia giorno in cui tu non mediti su questo; consiglia alle tue religiose e a tutti coloro ai quali parlerai di fare lo stesso, perché il nemico, il diavolo, si affatica e veglia per oscurare il loro intelletto e deviarlo dalla legge divina, affinché l’intelligenza non indirizzi la volontà, potenza cieca, a compiere gli atti per la giustificazione, che si consegue tramite viva fede, speranza certa, amore fervente e cuore contrito e umiliato.

“Maria di Ágreda, nata María Fernández Coronel y Arana (Ágreda, 2 aprile 1602Ágreda, 24 maggio 1665), è stata  una mistica, cattolica, spagnola, appartenente all’ordine delle monache Concezioniste francescane con il nome “Maria di Gesù di Ágreda“.

È stata un’originalissima figura di donna, religiosa, mistica e scrittrice della Spagna del XVII secolo; è in corso il processo di beatificazione; la Chiesa cattolica le ha attribuito il titolo di venerabile.”

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