Ultima Udienza di Papa Benedetto XVI: “Noi possiamo credere in Dio perché Egli si avvicina a noi e ci tocca, perché lo Spirito Santo, dono del Risorto, ci rende capaci di accogliere il Dio vivente. La fede allora è anzitutto un dono soprannaturale, un dono di Dio.” “il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti”

 

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 24 ottobre 2012

 

L’Anno della fede. Che cosa è la fede?

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso, con l’inizio dell’Anno della fede, ho cominciato con una nuova serie di catechesi sulla fede. E oggi vorrei riflettere con voi su una questione fondamentale: che cosa è la fede? Ha ancora senso la fede in un mondo in cui scienza e tecnica hanno aperto orizzonti fino a poco tempo fa impensabili? Che cosa significa credere oggi? In effetti, nel nostro tempo è necessaria una rinnovata educazione alla fede, che comprenda certo una conoscenza delle sue verità e degli eventi della salvezza, ma che soprattutto nasca da un vero incontro con Dio in Gesù Cristo, dall’amarlo, dal dare fiducia a Lui, così che tutta la vita ne sia coinvolta.

Oggi, insieme a tanti segni di bene, cresce intorno a noi anche un certo deserto spirituale. A  volte, si ha come la sensazione, da certi avvenimenti di cui abbiamo notizia tutti i giorni, che il mondo non vada verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica; le stesse idee di progresso e di benessere mostrano anche le loro ombre. Nonostante la grandezza delle scoperte della scienza e dei successi della tecnica, oggi l’uomo non sembra diventato veramente più libero, più umano; permangono tante forme di sfruttamento, di manipolazione, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia… Un certo tipo di cultura, poi, ha educato a muoversi solo nell’orizzonte delle cose, del fattibile, a credere solo in ciò che si vede e si tocca con le proprie mani. D’altra parte, però, cresce anche il numero di quanti si sentono disorientati e, nella ricerca di andare oltre una visione solo orizzontale della realtà, sono disponibili a credere a tutto e al suo contrario. In questo contesto riemergono alcune domande fondamentali, che sono molto più concrete di quanto appaiano a prima vista: che senso ha vivere? C’è un futuro per l’uomo, per noi e per le nuove generazioni? In che direzione orientare le scelte della nostra libertà per un esito buono e felice della vita? Che cosa ci aspetta oltre la soglia della morte?

Da queste insopprimibili domande emerge come il mondo della pianificazione, del calcolo esatto e della sperimentazione, in una parola il sapere della scienza, pur importante per la vita dell’uomo, da solo non basta. Noi abbiamo bisogno non solo del pane materiale, abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. La fede ci dona proprio questo: è un fiducioso affidarsi a un «Tu», che è Dio, il quale mi dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che mi viene dal calcolo esatto o dalla scienza. La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un «Tu» che mi dona speranza e fiducia. Certo questa adesione a Dio non è priva di contenuti: con essa siamo consapevoli che Dio stesso si è mostrato a noi in Cristo, ha fatto vedere il suo volto e si è fatto realmente vicino a ciascuno di noi. Anzi, Dio ha rivelato che il suo amore verso l’uomo, verso ciascuno di noi, è senza misura: sulla Croce, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo, ci mostra nel modo più luminoso a che punto arriva questo amore, fino al dono di se stesso, fino al sacrificio totale. Con il mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, Dio scende fino in fondo nella nostra umanità per riportarla a Lui, per elevarla alla sua altezza. La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla malvagità dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza. Avere fede, allora, è incontrare questo «Tu», Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile che non solo aspira all’eternità, ma la dona; è affidarmi a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel «tu» della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini. Penso che dovremmo meditare più spesso – nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche –sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. E questa certezza liberante e rassicurante della fede dobbiamo essere capaci di annunciarla con la parola e di mostrarla con la nostra vita di cristiani.

Attorno a noi, però, vediamo ogni giorno che molti rimangono indifferenti o rifiutano di accogliere questo annuncio. Alla fine del Vangelo di Marco, oggi abbiamo parole dure del Risorto che dice : «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16), perde se stesso. Vorrei invitarvi a riflettere su questo. La fiducia nell’azione dello Spirito Santo, ci deve spingere sempre ad andare e predicare il Vangelo, alla coraggiosa testimonianza della fede; ma, oltre alla possibilità di una risposta positiva al dono della fede, vi è anche il rischio del rifiuto del Vangelo, della non accoglienza dell’incontro vitale con Cristo. Già sant’Agostino poneva questo problema in un suo commento alla parabola del seminatore: «Noi parliamo – diceva -, gettiamo il seme, spargiamo il seme. Ci sono quelli che disprezzano, quelli che rimproverano, quelli che irridono. Se noi temiamo costoro, non abbiamo più nulla da seminare e il giorno della mietitura resteremo senza raccolto. Perciò venga il seme della terra buona» (Discorsi sulla disciplina cristiana,13,14: PL 40, 677-678). Il rifiuto, dunque, non può scoraggiarci. Come cristiani siamo testimonianza di questo terreno fertile: la nostra fede, pur nei nostri limiti, mostra che esiste la terra buona, dove il seme della Parola di Dio produce frutti abbondanti di giustizia, di pace e di amore, di nuova umanità, di salvezza. E tutta la storia della Chiesa, con tutti i problemi, dimostra anche che esiste la terra buona, esiste il seme buono, e porta frutto.

Ma chiediamoci: da dove attinge l’uomo quell’apertura del cuore e della mente per credere nel Dio che si è reso visibile in Gesù Cristo morto e risorto, per accogliere la sua salvezza, così che Lui e il suo Vangelo siano la guida e la luce dell’esistenza? Risposta: noi possiamo credere in Dio perché Egli si avvicina a noi e ci tocca, perché lo Spirito Santo, dono del Risorto, ci rende capaci di accogliere il Dio vivente. La fede allora è anzitutto un dono soprannaturale, un dono di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma: «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e sono necessari gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”» (Cost. dogm. Dei Verbum, 5). Alla base del nostro cammino di fede c’è il Battesimo, il sacramento che ci dona lo Spirito Santo, facendoci diventare figli di Dio in Cristo, e segna l’ingresso nella comunità della fede, nella Chiesa: non si crede da sé, senza il prevenire della grazia dello Spirito; e non si crede da soli, ma insieme ai fratelli. Dal Battesimo in poi ogni credente è chiamato a ri-vivere e fare propria questa confessione di fede, insieme ai fratelli.

La fede è dono di Dio, ma è anche atto profondamente libero e umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: «È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo» (n. 154). Anzi, le implica e le esalta, in una scommessa di vita che è come un esodo, cioè un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze, dai propri schemi mentali, per affidarsi all’azione di Dio che ci indica la sua strada per conseguire la vera libertà, la nostra identità umana, la gioia vera del cuore, la pace con tutti. Credere è affidarsi in tutta libertà e con gioia al disegno provvidenziale di Dio sulla storia, come fece il patriarca Abramo, come fece Maria di Nazaret. La fede allora è un assenso con cui la nostra mente e il nostro cuore dicono il loro «sì» a Dio, confessando che Gesù è il Signore. E questo «sì» trasforma la vita, le apre la strada verso una pienezza di significato, la rende così nuova, ricca di gioia e di speranza affidabile.

Cari amici, il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Persone che siano quasi un libro aperto che narra l’esperienza della vita nuova nello Spirito, la presenza di quel Dio che ci sorregge nel cammino e ci apre alla vita che non avrà mai fine. Grazie.

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Papa Benedetto XVI – L’Anno della Fede – : L’incontro con Cristo “Avere fede nel Signore è un cambiamento che coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 17 ottobre 2012

 

L’Anno della Fede. Introduzione

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei introdurre il nuovo ciclo di catechesi, che si sviluppa lungo tutto l’Anno della fede appena iniziato e che interrompe – per questo periodo – il ciclo dedicato alla scuola della preghiera. Con la Lettera apostolica Porta Fidei ho indetto questo Anno speciale, proprio perché la Chiesa rinnovi l’entusiasmo di credere in Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, ravvivi la gioia di camminare sulla via che ci ha indicato, e testimoni in modo concreto la forza trasformante della fede.

La ricorrenza dei cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II è un’occasione importante per ritornare a Dio, per approfondire e vivere con maggiore coraggio la propria fede, per rafforzare l’appartenenza alla Chiesa, «maestra di umanità», che, attraverso l’annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti e le opere della carità ci guida ad incontrare e conoscere Cristo, vero Dio e vero uomo. Si tratta dell’incontro non con un’idea o con un progetto di vita, ma con una Persona viva che trasforma in profondità noi stessi, rivelandoci la nostra vera identità di figli di Dio. L’incontro con Cristo rinnova i nostri rapporti umani, orientandoli, di giorno in giorno, a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore. Avere fede nel Signore non è un fatto che interessa solamente la nostra intelligenza, l’area del sapere intellettuale, ma è un cambiamento che coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane. Con la fede cambia veramente tutto in noi e per noi, e si rivela con chiarezza il nostro destino futuro, la verità della nostra vocazione dentro la storia, il senso della vita, il gusto di essere pellegrini verso la Patria celeste.

Ma – ci chiediamo – la fede è veramente la forza trasformante nella nostra vita, nella mia vita? Oppure è solo uno degli elementi che fanno parte dell’esistenza, senza essere quello determinante che la coinvolge totalmente? Con le catechesi di quest’Anno della fede vorremmo fare un cammino per rafforzare o ritrovare la gioia della fede, comprendendo che essa non è qualcosa di estraneo, di staccato dalla vita concreta, ma ne è l’anima. La fede in un Dio che è amore, e che si è fatto vicino all’uomo incarnandosi e donando se stesso sulla croce per salvarci e riaprirci le porte del Cielo, indica in modo luminoso che solo nell’amore consiste la pienezza dell’uomo. Oggi è necessario ribadirlo con chiarezza, mentre le trasformazioni culturali in atto mostrano spesso tante forme di barbarie, che passano sotto il segno di «conquiste di civiltà»: la fede afferma che non c’è vera umanità se non nei luoghi, nei gesti, nei tempi e nelle forme in cui l’uomo è animato dall’amore che viene da Dio, si esprime come dono, si manifesta in relazioni ricche di amore, di compassione, di attenzione e di servizio disinteressato verso l’altro. Dove c’è dominio, possesso, sfruttamento, mercificazione dell’altro per il proprio egoismo, dove c’è l’arroganza dell’io chiuso in se stesso, l’uomo viene impoverito, degradato, sfigurato. La fede cristiana, operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana.

La fede è accogliere questo messaggio trasformante nella nostra vita, è accogliere la rivelazione di Dio, che ci fa conoscere chi Egli è, come agisce, quali sono i suoi progetti per noi. Certo, il mistero di Dio resta sempre oltre i nostri concetti e la nostra ragione, i nostri riti e le nostre preghiere. Tuttavia, con la rivelazione è Dio stesso che si autocomunica, si racconta, si rende accessibile. E noi siamo resi capaci di ascoltare la sua Parola e di ricevere la sua verità. Ecco allora la meraviglia della fede: Dio, nel suo amore, crea in noi – attraverso l’opera dello Spirito Santo – le condizioni adeguate perché possiamo riconoscere la sua Parola. Dio stesso, nella sua volontà di manifestarsi, di entrare in contatto con noi, di farsi presente nella nostra storia, ci rende capaci di ascoltarlo e di accoglierlo. San Paolo lo esprime con gioia e riconoscenza così: «Ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete» (1 Ts 2,13).

Dio si è rivelato con parole e opere in tutta una lunga storia di amicizia con l’uomo, che culmina nell’Incarnazione del Figlio di Dio e nel suo Mistero di Morte e Risurrezione. Dio non solo si è rivelato nella storia di un popolo, non solo ha parlato per mezzo dei Profeti, ma ha varcato il suo Cielo per entrare nella terra degli uomini come uomo, perché potessimo incontrarlo e ascoltarlo. E da Gerusalemme l’annuncio del Vangelo della salvezza si è diffuso fino ai confini della terra. La Chiesa, nata dal costato di Cristo, è divenuta portatrice di una nuova solida speranza: Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, salvatore del mondo, che siede alla destra del Padre ed è il giudice dei vivi e dei morti. Questo è il kerigma, l’annuncio centrale e dirompente della fede. Ma sin dagli inizi si pose il problema della «regola della fede», ossia della fedeltà dei credenti alla verità del Vangelo, nella quale restare saldi, alla verità salvifica su Dio e sull’uomo da custodire e trasmettere. San Paolo scrive: «Ricevete la salvezza, se mantenete [il vangelo] in quella forma in cui ve l’ho annunciato. Altrimenti avreste creduto invano» (1 Cor 15,2).

Ma dove troviamo la formula essenziale della fede? Dove troviamo le verità che ci sono state fedelmente trasmesse e che costituiscono la luce per la nostra vita quotidiana? La risposta è semplice: nel Credo, nella Professione di Fede o Simbolo della fede, noi ci riallacciamo all’evento originario della Persona e della Storia di Gesù di Nazaret; si rende concreto quello che l’Apostolo delle genti diceva ai cristiani di Corinto: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per  i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno» (1 Cor 15,3).

Anche oggi abbiamo bisogno che il Credo sia meglio conosciuto, compreso e pregato. Soprattutto è importante che il Credo venga, per così dire, «riconosciuto». Conoscere, infatti, potrebbe essere un’operazione soltanto intellettuale, mentre «riconoscere» vuole significare la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana, perché queste verità siano veramente e concretamente – come sempre sono state – luce per i passi del nostro vivere, acqua che irrora le arsure del nostro cammino, vita che vince certi deserti della vita contemporanea. Nel Credo si innesta la vita morale del cristiano, che in esso trova il suo fondamento e la sua giustificazione.

Non è un caso che il Beato Giovanni Paolo II abbia voluto che il Catechismo della Chiesa Cattolica, norma sicura per l’insegnamento della fede e fonte certa per una catechesi rinnovata, fosse impostato sul Credo. Si è trattato di confermare e custodire questo nucleo centrale delle verità della fede, rendendolo in un linguaggio più intellegibile agli uomini del nostro tempo, a noi. E’ un dovere della Chiesa trasmettere la fede, comunicare il Vangelo, affinché le verità cristiane siano luce nelle nuove trasformazioni culturali, e i cristiani siano capaci di rendere ragione della speranza che portano (cfr 1 Pt 3,14). Oggi viviamo in una società profondamente mutata anche rispetto ad un recente passato, e in continuo movimento. I processi della secolarizzazione e di una diffusa mentalità nichilista, in cui tutto è relativo, hanno segnato fortemente la mentalità comune. Così, la vita è vissuta spesso con leggerezza, senza ideali chiari e speranze solide, all’interno di legami sociali e familiari liquidi, provvisori. Soprattutto le nuove generazioni non vengono educate alla ricerca della verità e del senso profondo dell’esistenza che superi il contingente, alla stabilità degli affetti, alla fiducia. Al contrario, il relativismo porta a non avere punti fermi,  sospetto e volubilità provocano rotture nei rapporti umani, mentre la vita è vissuta dentro esperimenti che durano poco, senza assunzione di responsabilità. Se l’individualismo e il relativismo sembrano dominare l’animo di molti contemporanei, non si può dire che i credenti restino totalmente immuni da questi pericoli, con cui siamo confrontati nella trasmissione della fede. L’indagine promossa in tutti i continenti per la celebrazione del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, ne ha evidenziato alcuni: una fede vissuta in modo passivo e privato, il rifiuto dell’educazione alla fede, la frattura tra vita e fede.

Il cristiano spesso non conosce neppure il nucleo centrale della propria fede cattolica, del Credo, così da lasciare spazio ad un certo sincretismo e relativismo religioso, senza chiarezza sulle verità da credere e sulla singolarità salvifica del cristianesimo. Non è così lontano oggi il rischio di costruire, per così dire, una religione «fai-da-te». Dobbiamo, invece, tornare a Dio, al Dio di Gesù Cristo, dobbiamo riscoprire il messaggio del Vangelo, farlo entrare in modo più profondo nelle nostre coscienze e nella vita quotidiana.

Nelle catechesi di quest’Anno della fede vorrei offrire un aiuto per compiere questo cammino, per riprendere e approfondire le verità centrali della fede su Dio, sull’uomo, sulla Chiesa, su tutta la realtà sociale e cosmica, meditando e riflettendo sulle affermazioni del Credo. E vorrei che risultasse chiaro che questi contenuti o verità della fede (fides quae) si collegano direttamente al nostro vissuto; chiedono una conversione dell’esistenza, che dà vita ad un nuovo modo di credere in Dio (fides qua). Conoscere Dio, incontrarlo, approfondire i tratti del suo volto mette in gioco la nostra vita, perché Egli entra nei dinamismi profondi dell’essere umano.

Possa il cammino che compiremo quest’anno farci crescere tutti nella fede e nell’amore a Cristo, perché impariamo a vivere, nelle scelte e nelle azioni quotidiane, la vita buona e bella del Vangelo. Grazie.

Sant’Agostino: -Timore di Dio, coscienza del peccato e Carità- “Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16) prepara il posto alla carità” “Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell’animo.”

 

Dal commento alla prima lettera di san Giovanni, Sant’Agostino:

 

 

OMELIA 9

 

In questo il nostro amore è perfetto…

La carità che ci fa rimanere in Dio, si estende ai nemici e, preparata dal timore servile, guidata da quello casto, ci rende belli agli occhi di Dio, perché la carità è Dio stesso. Con essa rimaniamo uniti a Cristo e nell’unità della Chiesa.

Non so come Giovanni avrebbe potuto farci l’elogio della carità con parole più sublimi di queste: Dio è carità (1 Gv 4, 8). C’è qui una lode tanto breve eppure tanto grande: breve nelle parole, grande nel significato. Si fa tanto presto a pronunciare la frase: Dio è amore! Una frase breve, di un solo periodo, ma quanto peso di significato essa contiene. Dio è amore; e Giovanni aggiunge: Chi resta nell’amore, resta in Dio e Dio resta in lui (1 Gv 4, 16). Dio sia la tua casa e tu sii la casa di Dio: resta in Dio e che Dio resti in te. Dio resta in te per contenerti; tu resti in Dio per non cadere. L’apostolo Paolo dice infatti della carità: La carità non cade mai (1 Cor 13, 8). Come è possibile che cada colui che Dio contiene?

[C’è chi sopporta la morte e chi la vita.]

2. In questo il nostro amore ha raggiunto la perfezione, che nel giorno del giudizio saremo pieni di fiducia, perché anche noi, in questo mondo, siamo così come è lui (1 Gv 4, 17). Ci dice qui in quale modo ciascuno può provare sin dove la carità è progredita in lui o meglio fin dove lui è progredito nella carità. Infatti, se è vero che Dio è carità, Dio né progredisce, né regredisce. Dicendo allora che in te progredisce la carità, si vuol intendere che tu progredisci in essa. Chiediti dunque quanto è il tuo progresso nella carità, ascolta che cosa può risponderti la coscienza, al fine di conoscere la misura dei tuoi progressi. Giovanni ci ha promesso di mostrarci il segno da cui possiamo avere la certezza di conoscere Dio, quando ci disse: In questo consiste la perfezione della carità. Chiedi pure: in che? Nel fatto di sentirci animati da fiducia nel giorno del giudizio. Chi appunto si sentirà animato da fiducia nel giorno del giudizio, ha raggiunto la perfezione della carità. Ma che significa avere fiducia nel giorno del giudizio? Significa non temerne l’arrivo.

Alcuni non credono nel giorno del giudizio; essi non possono certo avere fiducia in quel giorno in cui non credono. Ma costoro lasciamoli pure da parte; Dio un giorno li susciterà alla vita; ma ora a che pro interessarci di morti, quali essi sono? Essi non credono che ci sarà un giorno del giudizio, non lo temono e naturalmente neppure lo desiderano. Tutto questo perché non credono. Ma se uno incomincia a credere che verrà il giorno del giudizio, da quel momento incomincerà anche a temerlo. Se però lo teme soltanto, non è ancora fiducioso nel giorno del giudizio, né la carità in lui è ancora perfetta. Che fare allora? Disperarsi? Ma perché non sperare che ci sarà la fine, allorché vedi che c’è stato l’inizio? Quale inizio? mi chiederai. Quello del timore.

Senti cosa dice la Scrittura: Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16). Quando si incomincia a temere il giorno del giudizio, ci si incomincia anche ad emendare ed a combattere i nemici che sono i propri peccati. Si incomincia a risuscitare interiormente e a mortificare le proprie membra terrene, secondo le parole dell’Apostolo: Mortificate le vostre membra terrene (Col 3, 5). Membra terrene sono – a detta dello stesso Apostolo – la malizia spirituale, che viene poi così specificata quando ricorda: l’avarizia, l’immondezza, ed altri vizi di cui ci dà l’enumerazione. Chi ha incominciato a temere il giorno del giudizio, quanto più mortifica le membra terrene tanto più risuscita ed irrobustisce quelle celesti. Membra celesti sono tutte le opere buone. Sviluppandosi le membra celesti, si incomincia anche a desiderare ciò che prima si temeva. Chi prima temeva il ritorno di Cristo, perché pauroso che Cristo avesse trovato in lui un empio da condannare, ora desidera che egli venga, poiché potrà trovare in lui una persona pia da premiare. Dal momento in cui un’anima casta desidera il ritorno di Cristo, desiderando l’abbraccio dello sposo, lascia gli amori adulteri; diventa, interiormente, una vergine ad opera della fede, della speranza e della carità. Essa allora si sente tutta fiduciosa nel giorno del giudizio. Quando prega e dice: Venga il tuo regno (Mt 6, 10), non ripete una frase che potrebbe volgersi a suo danno. Chi teme che venga il Regno di Dio, teme che questa preghiera venga esaudita. Come pregare, se si ha il timore di essere esauditi? Chi prega nella fiducia che nasce dalla carità, brama che il Regno di Dio venga già fin d’ora. Mosso da tale desiderio, così pregava il salmista: Tu, Signore, perché tardi? Volgiti, o Signore, e chiama a te l’anima mia (Sal 6, 4-5). Gemeva perché Dio tardava a mostrarsi. Certi uomini sopportano la morte; altri, che hanno raggiunto la perfezione, sopportano la vita. Mi spiego. Chi ama ancora questa vita mortale, quando giunge la morte, la sopporta con pazienza, lotta contro se stesso, rassegnandosi alla volontà di Dio; e così agisce più per fare la volontà di Dio che non la propria: e dal desiderio della vita presente sorge una lotta tra lui e la morte; ha bisogno di pazienza e fortezza per morire in serenità d’animo. Così chi muore con sopportazione. Ma chi è attratto dal desiderio della morte e brama, come dice l’Apostolo, di andarsene per essere insieme col Cristo, non muore con sopportazione; anzi, dopo aver sopportato la vita, muore con gioia. Ecco l’esempio dell’Apostolo, che ha vissuto sopportando la vita, non amando cioè la vita presente ma tollerandola. E’ molto meglio – afferma lui stesso – partire, per stare col Cristo: ma è pur necessario, a causa di voi, restare nella carne (Fil 1, 23-24). Orsù dunque, o miei fratelli, fate che sorga dentro di voi il desiderio del giorno del giudizio. Non si dà prova di perfetta carità, se non quando si incomincia a desiderare il giorno del giudizio. Ma lo desidera questo giorno chi si sente animato da fiducia al suo pensiero; e questo avviene in coloro la cui coscienza non è agitata da timore, perché confermata dalla perfetta e sincera carità.

[Il timore via alla carità.]

4. Di questa fiducia, che stiamo esaminando, vedete ora quel che ha da dirci Giovanni. Quale è il segno della carità perfetta? Ci risponde negativamente: La vera carità non consiste nel timore. Che cosa diremo di colui che incomincia a temere il giorno del giudizio? Se fosse in lui una carità perfetta, non avrebbe questo timore. La perfetta carità lo renderebbe perfetto nella giustizia e gli toglierebbe perciò ogni motivo di timore: anzi lo porterebbe a desiderare che passi l’ora dell’iniquità e venga il Regno di Dio. Nella carità dunque non c’è posto per il timore. In quale carità? Non certo in quella iniziale: in quale dunque? La perfetta carità – dice Giovanni – esclude il timore (1 Gv 4, 18). All’inizio ci sia pure il timore, perché il timore di Dio è inizio di sapienza. Il timore prepara il posto alla carità. Ma non appena la carità incomincia a prenderne possesso, ne scaccia il timore che le aveva preparato il posto. Quanto più cresce la carità, altrettanto diminuisce il timore; più la carità penetra dentro di noi, più il timore viene espulso fuori. Maggiore è la carità, minore il timore; minore è la carità, maggiore il timore. Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell’animo.

Così vediamo che si introduce un filo di lino per mezzo di un filo di seta, quando si ha da cucire; si fa prima entrare la seta, ma se poi non la si fa uscire, non si può far entrare il lino: allo stesso modo dapprima il timore occupa la mente, ma non vi resta, perché vi è entrato per questo preciso scopo: far strada alla carità. Stabilita ormai nel nostro animo la sicurezza, quale sarà la gioia in questa e nella vita futura? Chi potrà nuocerci, in questo secolo, così ripieni come siamo di carità? Guardate l’esultanza dell’Apostolo, quando parla della carità: Chi ci separerà dalla carità di Cristo? la tribolazione? le angustie? la persecuzione? la fame? la nudità? il pericolo? la spada? (Rm 8, 35). E Pietro da parte sua afferma: Chi vi potrà nuocere, se sarete gli emulatori del bene? (1 Pt 3, 13). Nell’amore non esiste timore; ma l’amore perfetto esclude il timore; perché il timore procura tormento. Tormenta il cuore la coscienza dei peccati: la giustificazione non è ancora compiuta. C’è qualcosa che lo prude e lo punge. Che cosa si dice nel salmo circa la perfezione della giustizia? Tu hai cambiato in gaudio il mio lutto: hai stracciato il mio sacco di penitenza e mi hai riempito di letizia perché il mio canto ti dia lode e io non resti nell’amarezza (Sal 29, 12-13). Che significa questo “non restare nell’amarezza”? Che più nulla tormenta la mia coscienza. Il timore tormenta la coscienza; ma tu non temere; ecco la carità che subentra per risanare ciò che è ferito dal timore.

Il timore di Dio arreca ferite, come fa il ferro del chirurgo; toglie il marcio e sembra quasi che allarghi la ferita. Quando era nel corpo questo marcio, la ferita era meno larga ma più pericolosa; interviene il ferro del chirurgo e la ferita incomincia a dolorare più di prima. Essa duole di più quando viene curata che non quando la si lascia come è; ma appunto, quando si applica la medicina, duole di più, affinché, conseguita la salute, più non dolga. Il timore dunque entri nel tuo cuore per preparare il posto alla carità; dopo il ferro del chirurgo non resta altro che la cicatrice. Qui si tratta poi di un medico tanto bravo da far scomparire anche le cicatrici. Da parte tua non devi far altro che affidarti alla sua mano. Se non hai il timore, impossibile per te la giustificazione. C’è un testo delle Scritture ad affermarlo: Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Bisogna dunque che il timore entri per primo ed attraverso il timore arrivi la carità. Il timore è medicina, la carità è salute. Ma chi teme non ha raggiunto la perfezione della carità (1 Gv 4, 18). Perché? Perché il timore tormenta così come la ferita aperta dal chirurgo.

[Il timore casto.]

5. C’è tuttavia un’altra affermazione che sembra contraria a questa, se non sarà convenientemente compresa. In un certo passo del salmo si dice: Il timore di Dio è casto, esso dura nei secoli dei secoli (Sal 18, 10). Il salmista ci mostra qui un timore eterno ma casto. Se il timore è eterno, tale affermazione non contraddice forse questa Epistola? Dice infatti l’Epistola: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità scaccia il timore. Vediamo di penetrare a fondo queste due divine dichiarazioni. Si tratta del medesimo Spirito che parla, anche se la sua parola è riferita in due libri diversi, da due diverse bocche, da due diverse lingue. La prima affermazione è di Giovanni, la seconda di David; ma non bisogna credere che si tratti di ispirazione diversa dell’unico ed identico Spirito. Se avviene che un unico fiato vada a finire in due trombe, non potrà forse un unico Spirito riempire due cuori e muovere due lingue? Se due trombe ripiene di un unico identico fiato emettono insieme uno stesso suono, avverrà forse che due lingue, ripiene dello stesso Spirito, possano dissentire? Le due affermazioni che abbiamo ricordato hanno dunque una loro consonanza, una loro segreta concordanza che esige però un buon intenditore. Ecco dunque che lo Spirito ha soffiato e riempito due cuori, due bocche, ha mosso due lingue. Dalla prima lingua abbiamo udito queste parole: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità espelle il timore. Dall’altra lingua abbiamo invece sentito queste parole: Casto è il timore di Dio; esso rimane per i secoli dei secoli. Sembra che le due affermazioni discordino tra loro. Ma non è così. Apri bene le tue orecchie, ascolta la melodia. Non è senza motivo che in una delle espressioni è definito casto il timore, perché evidentemente c’è anche un timore non casto. Vediamo di tener ben distinti questi due tipi di timore e capiremo che le due trombe suonano in perfetta armonia.

Come capire, come discernere? Faccia attenzione la vostra Carità. Certi uomini temono Dio, perché non vogliono cadere nell’inferno e bruciare col diavolo in un fuoco eterno. Questo appunto è il timore che prepara il posto alla carità; ma è un timore transeunte. Se tu temi il Signore ancora a causa dei suoi castighi, non lo ami ancora. Non desideri il bene ma ti astieni unicamente dal male. Ma per il fatto che ti astieni dal male, ti correggi ed incominci a desiderare il bene. E quando incominci a desiderare il bene, il tuo timore diventa un casto timore. Quale timore è casto? Il timore di perdere gli stessi beni. Comprendetemi: altra cosa è temere Dio perché non ti mandi all’inferno, altra cosa temerlo perché egli non si allontani da te. Il primo timore che ti porta a scongiurare di essere condannato all’inferno insieme col diavolo, non è ancora un timore casto; non deriva infatti dall’amore di Dio, ma dal timore del castigo. Ma quando tu temi il Signore perché la sua presenza non si sottragga a te, allora tu l’abbracci e desideri godere di lui.

[Due generi di spose.]

6. Non è possibile spiegare meglio la differenza tra questi due timori, quello che esclude la carità e quello casto che resta per sempre, se non ricorrendo all’esempio di due donne sposate di cui una è intenzionata a commettere adulterio e trovare gioia nell’iniquità, ma timorosa delle vendette del marito. Costei teme il marito, ma lo teme precisamente perché ama ciò che è disonesto. La presenza del marito le è tutt’altro che gradita e confortevole. Se per caso la sua condotta è cattiva, essa teme di essere sorpresa dal marito. Simili a questa donna sono quelli che temono la venuta del giorno del giudizio. L’altra donna, che abbiamo preso come esempio, ama il suo sposo, lo circonda di casti amplessi, non si macchia di nessun adulterio, brama la presenza del marito. Come si distinguono questi due tipi di timore? Soggetta al timore è la prima come la seconda donna.

Interrogale; ti daranno quasi la stessa risposta. Interroghiamo la prima: Temi il marito? Essa risponderà: sì, lo temo. Interroga la seconda: Temi tuo marito? Ti risponderà ugualmente: Lo temo. La risposta è identica, ma diverso lo spirito. Interroghiamole ancora, domandando loro perché temono il marito. La prima risponde: Temo che torni mio marito. La seconda invece: Temo che si allontani. La prima: temo di essere castigata; e la seconda: temo di essere abbandonata. Applica queste risposte nell’anima cristiana e scoprirai il timore che esclude la carità ed il casto timore che resta per sempre.

[L’una teme la condanna.]

7. Ci rivolgiamo dapprima a quelli che temono Dio alla maniera della donna disonesta: essa teme che il marito la condanni. Parliamo dunque a costoro. O anima, tu temi Iddio perché Dio non ti condanni, proprio come quella donna che agisce disonestamente e teme il marito per paura di essere castigata. Come a te dispiace quella donna, così dispiaciti di te stesso. Tu non vorresti una moglie che ti teme per paura del castigo e che sarebbe ben contenta di fare il male, ma se ne astiene per la grave paura che ha di te, non perché condanna il male. La vuoi casta, perché ti ami, non già perché ti tema. Anche tu offriti così a Dio, come vorresti che sia la tua sposa. Se ancora non hai moglie ma la vuoi avere, è così che la vuoi. Che cosa stiamo dicendo, o fratelli? Quella moglie che teme il marito solo per non essere ripudiata dal marito, probabilmente non commette adulterio, perché non venga scoperto dal marito e non le tolga questa luce temporale. Il marito potrebbe anche ingannarsi; è infatti una creatura umana come colei che può ingannarlo.

Orbene quella donna teme un marito, ai cui sguardi potrebbe sottrarsi, e tu non temi gli sguardi del tuo sposo sempre fissi sopra di te? La faccia del Signore è sempre rivolta sopra coloro che fanno il male (Sal 33, 17). La donna adultera approfitta dell’assenza del marito ed è sollecitata forse dal piacere dell’adulterio; essa tuttavia dice a se stessa: Non mi azzarderò: egli è assente, è vero, ma la cosa non potrà non essere risaputa da lui. Essa dunque si trattiene dal male per paura che le cose siano sapute da un uomo, soggetto all’ignoranza ed all’errore, che potrebbe giudicare buona anche la donna malvagia, ritenere casta la moglie adultera. Tu invece non temi gli occhi di Dio che nessuno può ingannare? Non temi la presenza del Signore che non può mai esserti tolta? Prega il Signore che rivolga il suo sguardo sopra di te e allontani il suo volto dai tuoi peccati. Allontana la tua faccia dai miei peccati (Sal 50, 11). Come puoi meritare che egli distolga la sua faccia dai tuoi peccati? Facendo in modo che tu non distolga l’attenzione dai tuoi peccati. Sono le parole stesse del salmo che dicono: Io riconosco la mia iniquità ed il mio peccato sta sempre davanti a me (Sal 50, 5). Tu, dunque, riconosci i tuoi peccati ed egli te li condonerà.

[L’altra teme l’abbandono.]

8. Ci siamo rivolti all’anima che ancora nutre un timore non duraturo per l’eternità, ma quel timore che viene scacciato e bandito dalla carità. Ci rivolgiamo anche all’anima che già possiede il timore casto, duraturo nei secoli eterni. Pensiamo forse di trovarla da poterle parlare? Ritieni che ci sia in questo popolo? In questa sala? Su questa terra? Impossibile che non ci sia e tuttavia resta nascosta. Siamo d’inverno ed il verde delle foglie sta ancora tutto dentro la radice. Può darsi però che le nostre parole giungano alle sue orecchie. Dovunque si trovi quell’anima, possa io giungere a scoprirla, e sentire io la sua voce, non lei la mia. Essa mi istruirebbe piuttosto che imparare da me. Un’anima santa, un’anima di fuoco che desidera il regno di Dio; non io le rivolgo la parola ma Dio stesso, e la consola, finché sopporta la presente vita terrena, con queste parole: Tu vuoi che io già venga a te ed io lo so bene: so che sei tale da poter aspettare con serenità la mia venuta. So della tua pena, ma attendi ancora un poco, sopporta: ecco vengo, vengo presto. Questa venuta sembra un ritardo all’anima che ama. Odila cantare come fosse un giglio tra le spine; odila sospirare e dire: Io canterò e comprenderò sulla via dell’innocenza; quando verrai da me? (Sal 100, 1-2).

A ragione essa non teme, stando sulla via dell’innocenza, perché la carità perfetta scaccia ogni timore. Quando quest’anima giungerà all’amplesso del Signore teme, ma nella sicurezza. Che cosa teme? Starà attenta a togliere da sé ogni macchia di peccato, per non peccare più: non per la paura di essere mandata al fuoco, ma per non essere abbandonata dal Signore. E che cosa ci sarà in lei se non il casto timore che resta per sempre? Abbiamo ascoltato dunque le due trombe suonare in perfetto accordo. La prima parla del timore come la seconda; ma la prima parla del timore che ha l’anima di essere condannata, l’altra del timore che ha l’anima di essere abbandonata. Il primo è quel timore che viene eliminato dalla carità, il secondo invece è quel timore che rimane per sempre.

[L’amore ci rende belli.]

9. Noi dunque amiamolo, perché egli per primo ci ha amati (1 Gv 4, 19). Quale fondamento avremmo per amare, se egli non ci avesse amati per primo? Amando, siamo diventati amici; ma egli ha amato noi, quando eravamo suoi nemici, per poterci rendere amici. Ci ha amati per primo e ci ha donato la capacità di amarlo. Ancora noi non lo amavamo; amandolo, diventiamo belli. Che cosa fa un uomo deforme, colla faccia sformata, quando ama una bella donna? Che cosa fa, a sua volta, una donna brutta, sciatta e nera, se amasse un uomo bello? Potrà diventare forse bella, amando quell’uomo? Potrà l’uomo a sua volta diventare bello, amando una donna bella? Ama costei e quando si guarda allo specchio, arrossisce di sollevare il suo volto verso di lei, la bella donna che ama. Che farà per essere bello? aspetta forse che sopraggiunga in lui la bellezza? Nell’attesa, al contrario, sopravviene la vecchiaia che lo rende più brutto. Non c’è dunque nulla da fare, non c’è possibilità di dargli altro consiglio che ritirarsi, perché, non essendo all’altezza, non osi amare una donna a lui superiore. Se per caso l’amasse veramente e desiderasse prenderla in moglie, dovrà amare la sua castità, non la forma del suo corpo. La nostra anima, o fratelli, è brutta per colpa del peccato: essa diviene bella amando Dio. Quale amore rende bella l’anima che ama? Dio sempre è bellezza, mai c’è in lui deformità o mutamento. Per primo ci ha amati lui che sempre è bello, e ci ha amati quando eravamo brutti e deformi. Non ci ha amati per congedarci brutti quali eravamo, ma per mutarci e renderci belli da brutti quali eravamo. In che modo saremo belli? Amando lui, che è sempre bello. Quanto cresce in te l’amore, tanto cresce la bellezza; la carità è appunto la bellezza dell’anima. Noi, dunque, amiamolo, perché lui per primo ci ha amati. Ascolta l’apostolo Paolo: Dio ha dimostrato il suo amore per noi, perché quando ancora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9), lui giusto per noi ingiusti, lui bello per noi brutti. Quale fonte ci afferma che Gesù è bello? Le parole del salmo: Egli è bello tra i figli degli uomini, sulle sue labbra ride la grazia (Sal 44, 3). Dove sta il fondamento di questa asserzione? Eccolo: Egli è bello tra i figli degli uomini perché in principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Assumendo un corpo, egli prese sopra di sé la tua bruttezza, cioè la tua mortalità, per adattare se stesso a te, per rendersi simile a te e spingerti ad amare la bellezza interiore. Ma quali fonti ci rivelano un Gesù brutto e deforme, come ce lo hanno rivelato bello e grazioso più dei figli degli uomini? Dove troviamo che è deforme? Interroga Isaia. Lo abbiamo visto: egli non aveva più bellezza né decoro (Is 53, 2). Queste affermazioni scritturistiche sono come due trombe che suonano in modo diverso ma uno stesso Spirito vi soffia dentro l’aria. La prima dice: Bello d’aspetto, più dei figli degli uomini; e la seconda, con Isaia, dice: Lo abbiamo visto: egli non aveva bellezza, non decoro. Le due trombe son suonate da un identico Spirito; esse dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirle, ma cercare di capirle. Interroghiamo l’apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia delle due trombe. Suoni la prima: Bello più dei figli degli uomini: essendo nella forma di Dio, non credette che fosse una preda l’essere lui eguale a Dio. Ecco in che cosa egli sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche la seconda tromba: Lo abbiamo visto e non aveva bellezza, né decoro: questo perché egli annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto per la sua maniera di essere, come uomo (Fil 2, 6-7). Egli non aveva né bellezza né decoro, per dare a te bellezza e decoro Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità; affinché tu possa correre amando e possa amare correndo Già sei bello: ma non guardare te stesso, per non perdere ciò che hai preso; guarda a colui dal quale sei stato reso bello. Sii bello in modo tale che egli possa amarti. Da parte tua volgi tutto il tuo pensiero a lui, a lui corri, chiedi i suoi abbracci, temi di allontanarti da lui; affinché sia in te il timore casto che resta in eterno. Noi amiamolo, perché lui stesso ci ha amati per primo.

[Amare il prossimo è amare Dio.]

10. Se uno dirà: io amo Dio. Ma quale Dio? perché lo amiamo? Perché lui stesso per primo ci ha amati e ci ha fatto dono di amarlo. Egli ha amato noi che eravamo empi, per renderci pii; ingiusti, per renderci giusti; ammalati, per renderci sani. Dunque anche noi amiamolo perché per primo ci ha amati. Interroga ciascuno singolarmente e ti dica se ama Dio. Ciascuno grida, ciascuno confessa: io lo amo; lui lo sa. Ma c’è un’altra domanda da fare. Dice Giovanni: Se uno dirà: io amo Dio, ma poi odia suo fratello, è impostore. Quale prova si ha di ciò? Eccola: Chi non ama il suo fratello che vede, come potrà amare Dio, che non vede? (1 Gv 4, 20). Dunque, chi ama il fratello, ama anche Dio? Inevitabilmente ama Dio, inevitabilmente ama l’amore stesso. Si può forse amare il proprio fratello e non amare l’amore? E’ inevitabile che ami l’amore. Ma costui ama Dio appunto perché ama l’amore stesso? Proprio così. Amando l’amore, ama Dio. Hai forse dimenticato che poco prima Giovanni ha detto: Dio è amore? Se Dio è amore, chiunque ama l’amore ama Dio. Ama dunque tuo fratello e sta’ sicuro (cf. 1 Gv 4, 8-16). Tu non puoi dire: Amo il fratello ma non amo Dio. Allo stesso modo che menti quando dici: Amo Dio, se non ami il fratello; così ti inganni, quando dici: io amo il fratello, e poi ritieni di non amare Dio. Necessariamente, amando il fratello, ami l’amore stesso. L’amore infatti è Dio; e chi ama il proprio fratello, necessariamente ama Dio. Ma se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi? Perché questi non vede Dio? Perché non possiede l’amore stesso. Perciò non vede Dio, perché appunto non possiede l’amore; e non possiede l’amore perché non ama il fratello; quindi non vede Dio, proprio perché non possiede l’amore.

Ma se ha l’amore, vede Dio, perché Dio è amore; ed il suo occhio viene sempre più purificato dall’amore, per essere in grado di vedere quella sostanza incommutabile che è Dio, e per poter sempre godere della sua presenza e in eterno gioirne insieme con gli angeli. Ma ora corra in tal modo che possa poi rallegrarsi, quando sarà nella patria. Non ami il pellegrinaggio, non ami la via: tutto consideri amaro, ad eccezione di colui che lo chiama, fino al momento in cui non ci congiungeremo con lui e potremo dire ciò che fu detto nel salmo: Hai mandato in perdizione tutti quelli che si sono prostituiti lontano da te.

Chi sono questi fornicatori? Quelli che se ne vanno via da lui per amare il mondo. Tu in che posizione sei? Prosegue il salmo: Per me è buona cosa stare vicino al Signore (Sal 72, 27-28). Tutto il mio bene è questo: attaccarmi a Dio gratuitamente. Se tu interrogassi il salmista e gli dicessi: perché aderisci a Dio? e ti rispondesse: per avere dei doni da lui; e tu gli chiedessi: quali doni? Lui stesso ha fatto il cielo e la terra: che cosa deve ancora donarti? Già aderisci a lui: trova di meglio ed egli te lo dona.

[Rimaniamo con la carità uniti a Cristo e alla Chiesa.]

11. Chi pertanto non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Da lui abbiamo ricevuto questo comandamento, che ami anche il fratello colui che ama Dio (1 Gv 4, 20-21). Tu hai detto molto bene: Amo Dio; ma odi il fratello! O omicida, in che modo puoi amare Dio? Non hai sentito le parole precedenti dell’Epistola? Chi odia il suo fratello, è omicida (1 Gv 3, 15). Ma io continuo ad amare Dio, pur odiando il fratello. Decisamente tu non ami Dio, se odi il fratello. Adesso ve lo dimostro con un altro passo. Giovanni ha detto: Cristo ci ha dato il precetto di amarci a vicenda (1 Gv 3, 23): come puoi amare quel Dio di cui tieni in odio il comandamento? Chi mai direbbe: io amo l’imperatore, ma ne odio le leggi? L’imperatore capisce che lo si ama da questo: se le sue leggi sono osservate nelle province.

Quale è la legge del nostro imperatore? Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro (Gv 13, 34). Tu affermi di amare Cristo: osserva il suo comandamento ed ama il tuo fratello. Se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento? O fratelli, non mi sazio di parlare della carità, nel nome di Cristo. Più voi siete avari di questo bene, più speriamo che esso cresca in voi, scacci il timore, perché rimanga quel casto timore che dura per sempre. Cerchiamo di tollerare il mondo, le tribolazioni, gli scandali delle tentazioni. Non abbandoniamo la giusta via, manteniamo l’unità della Chiesa, teniamoci uniti a Cristo, conserviamo la carità. Non separiamoci dalle membra della sua sposa, non strappiamoci dalla fede, perché possiamo gloriarci quando egli si farà presente; resteremo in lui senza turbamenti, ora con la fede, più tardi con la visione, di cui abbiamo come caparra certissima il dono dello Spirito Santo.

Papa Benedetto XVI, Libano “E’ possibile non lasciarsi vincere dal male e vincere il male con il bene”

Papa Benedetto XVI “E’ possibile non lasciarsi  vincere dal male e vincere il male con il bene”

Dobbiamo essere ben coscienti che il male non è una forza anonima che agisce  nel mondo in modo impersonale o deterministico. Il male, il demonio, passa  attraverso la libertà umana, attraverso l’uso della nostra libertà. Cerca un  alleato, l’uomo. Il male ha bisogno di lui per diffondersi. È così che, avendo  offeso il primo comandamento, l’amore di Dio, viene a pervertire il secondo,  l’amore del prossimo. Con lui, l’amore del prossimo sparisce a vantaggio della  menzogna e dell’invidia, dell’odio e della morte. Ma è possibile non lasciarsi  vincere dal male e vincere il male con il bene (cfr Rm 12, 21). È a  questa conversione del cuore che siamo chiamati. Senza di essa, le «liberazioni» umane tanto desiderate deludono, perché si muovono nello spazio ridotto concesso  dalla ristrettezza di spirito dell’uomo, dalla sua durezza, dalle sue  intolleranze, dai suoi favoritismi, dai suoi desideri di rivincita e dalle sue  pulsioni di morte. La trasformazione in profondità dello spirito e del cuore è  necessaria per ritrovare una certa chiaroveggenza e una certa imparzialità, il  senso profondo della giustizia e quello del bene comune. Uno sguardo nuovo e più  libero renderà capaci di analizzare e di mettere in discussione sistemi umani  che conducono a vicoli ciechi, per andare avanti tenendo conto del passato, per  non ripeterlo più con i suoi effetti devastanti. Questa conversione richiesta è  esaltante perché apre delle possibilità facendo appello alle innumerevoli  risorse che abitano il cuore di tanti uomini e donne desiderosi di vivere in  pace e pronti ad impegnarsi per la pace. Ora essa è particolarmente esigente: si  tratta di dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le  scuse senza cercarle, e infine di perdonare. Perché solo il perdono dato e  ricevuto pone le fondamenta durevoli della riconciliazione e della pace per  tutti (cfr Rm 12,16b.18).

Solo allora può crescere la buona intesa tra le culture e le religioni, la  stima delle une per le altre senza sensi di superiorità e nel rispetto dei  diritti di ciascuna. In Libano, la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso  spazio da secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni.  Se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a  livello dell’intera società? La specificità del Medio Oriente consiste nella  mescolanza secolare di componenti diverse. Certo, ahimè, esse si sono anche  combattute! Una società plurale esiste soltanto per effetto del rispetto  reciproco, del desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo. Questo  dialogo tra gli uomini è possibile solamente nella consapevolezza che esistono  valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della  persona umana. Questi valori, che sono come un substrato, esprimono i tratti  autentici e caratteristici dell’umanità. Essi appartengono ai diritti di ogni  essere umano. Nell’affermazione della loro esistenza, le diverse religioni  recano un contributo decisivo. Non dimentichiamo che la libertà religiosa è il  diritto fondamentale da cui molti altri dipendono. Professare e vivere  liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la  propria libertà deve essere possibile a chiunque. La perdita o l’indebolimento  di questa libertà priva la persona del sacro diritto ad una vita integra sul  piano spirituale. La sedicente tolleranza non elimina le discriminazioni,  talvolta invece le rinforza. E senza l’apertura al trascendente, che permette di  trovare risposte agli interrogativi del cuore sul senso della vita e sulla  maniera di vivere in modo morale, l’uomo diventa incapace di agire secondo  giustizia e di impegnarsi per la pace. La libertà religiosa ha una dimensione  sociale e politica indispensabile alla pace! Essa promuove una coesistenza ed  una vita armoniose attraverso l’impegno comune al servizio di nobili cause e la  ricerca della verità, che non si impone con la violenza ma con «la forza stessa  della verità» (Dignitatis humanae, 1), quella Verità che è in Dio. Perché  la fede vissuta conduce inevitabilmente all’amore. La fede autentica non può  condurre alla morte. L’artigiano di pace è umile e giusto. I credenti hanno  dunque oggi un ruolo essenziale, quello di testimoniare la pace che viene da Dio  e che è un dono fatto a tutti nella vita personale, familiare, sociale, politica  ed economica (cfr Mt 5,9; Eb 12,14). L’inoperosità degli uomini  dabbene non deve permettere al male di trionfare. E il non far nulla è ancora  peggio.

Queste brevi riflessioni sulla pace, la società, la dignità della persona,  sui valori della famiglia e della vita, sul dialogo e la solidarietà non possono  rimanere ideali semplicemente enunciati. Possono e devono essere vissuti. Siamo  in Libano ed è qui che devono essere vissuti. Il Libano è chiamato, ora più che  mai, ad essere un esempio. Politici, diplomatici, religiosi, uomini e donne del  mondo della cultura, vi invito dunque a testimoniare con coraggio intorno a voi,  a tempo opportuno e inopportuno, che Dio vuole la pace, che Dio ci affida la  pace. «سَلامي أُعطيكُم», dice Cristo (Gv  14,27)! Dio vi benedica! Grazie!

[01143-01.02] [Testo originale: Francese]
Si tratta di un passaggio tratto dall’incontro del Papa con i membri del governo, delle istituzioni della repubblica, con il Corpo diplomatico, con i capi religiosi e i rappresentanti del mondo della cultura nel palazzo presidenziale di Baabda in Libano. Ma sembra un discorso fatto anche a tutti noi che ci dibattiamo per un mondo migliore di serenità e di pace, dimenticando che vi sono delle condizioni ben precise per realizzarlo. Condizioni che valgono sempre e dovunque.

Gesù a Santa Gertrude: Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa “In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo!”

 

S. Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 70-76

70 – Il merito della pazienza

 

 

Accadde una volta che una persona, durante il lavoro, si ferì provandone una grande sofferenza. Essa, compatendola, chiesa al Signore di salvarle questo membro, ferito in un lavoro comandato dall’obbedienza. Il Signore rispose con bontà: «Il membro non corre alcun pericolo e questa persona inoltre, per la grande sofferenza che ha incontrato, acquisterà un premio grandissimo e tutte le sue altre membra che si son sforzate di sollevare il membro ferito otterranno un’eterna ricompensa. Se si immerge una stoffa in un bagno di zafferano, qualsiasi altro oggetto che cada in questo stesso bagno si tinge dello stesso colore; parimenti quando un membro soffre, tutte le altre membra che lo soccorrono ricevono con lui la stessa ricompensa».

«O Signore – disse allora – come mai le membra che si aiutano vicendevolmente otterranno una sì grande ricompensa, dal momento che non agiscono perché la persona ferita soffra con pazienza e amore, ma soltanto al fine di attenuare la sua sofferenza?». Il Signore le diede questa risposta consolante: «La sofferenza che nessun rimedio umano riesce ad addolcire e che l’uomo sopporta per amor mio, viene santificata per quella parola che ho detta al Padre nel momento supremo della mia agonia: «Pater, si fieri potest, transeat a me calicis iste: Padre, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26,39). Ripetendo questa parola l’uomo acquista un grande merito e un incomparabile premio».

Essa insistette: «Non ti è forse più gradito, o mio Dio, che l’uomo soffra con pazienza tutto ciò che accade, piuttosto che soffrire con pazienza soltanto ciò a cui nessun modo può sfuggire?». Il Signore rispose: «Questo è nascosto nell’abisso dei miei giudizi divini e oltrepassa l’intelligenza umana. Tuttavia, per parlare il linguaggio dell’uomo, ti dirò che fra queste due sofferenze passa la differenza che c’è fra due colori dei quali è difficile giudicare qual sia  da preferire». Essa desiderò allora che queste parole, riferite alla persona colpita dall’infortunio suddetto, le portassero grande consolazione. E il Signore: «No. Sappi però che per una segreta disposizione della mia infinita sapienza ti do questo rifiuto perché la sua anima sia più provata, e consegua maggior eccellenza nella virtù della pazienza, della fede e dell’umiltà. Nella pazienza: perché se essa trovasse in queste parole la consolazione che tu senti, la sua sofferenza sarebbe del tutto alleviata e il merito della sua pazienza diminuirebbe. Nella fede: affinché creda più fermamente alla parola altrui che a quanto sperimenta essa stessa, poiché, è S. Gregorio che ve lo ricorda, non ha merito la fede quando l’esperienza umana le offre il suo soccorso. Nell’umiltà infine: affinché creda che altri può  sapere per ispirazione divina ciò che essa non merita conoscere».

 

71 – Riconoscimento dei benefici

 

 

Un giorno, presa da compassione per una persona che aveva proferito delle parole impazienti contro Dio, mentre pregava domandò al Signore perché le mandasse delle pene che non erano fatte per lei. Il Signore le disse: «Domanda a quella persona quali sarebbero le prove che essa giudica convenirle, e dille che, non potendo andare in cielo senza sofferenza, scelga ora le pene che gradisce e che quando sopravverranno, conservi la pazienza». Comprese allora che è imprudenza pericolosissima il credere di poter essere pazienti in altre circostanze, diverse da quelle che il Signore ora permette; l’uomo deve credere invece fermissimamente che le sofferenze più utili sono quelle che Dio manda, e quando non riesca in queste a conservare la pazienza deve umiliarsene.

Il Signore poi soggiunse con benevolenza: «E tu, che cosa pensi delle tue prove? Quelle che ti mando sono forse sproporzionate alle tue forze?». «Oh, no Signore! – rispose – confesso invece in tutta verità e confesserò fino all’ultimo respiro, che così nelle circostanze avverse come nelle prospere hai disposto ogni cosa nel miglior modo sia per il corpo, sia per la mia anima. Nessuna sapienza creata potrebbe mai uguagliarti, o mio dolcissimo Dio, o sola increata Sapienza,  che ti estendi con forza da una estremità all’altra del mondo e tutto governi con soavità: Attingens a fine usque ad finem, fortiter et suaviter disponens omnia: Essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8,1).

Allora il Figlio di Dio la condusse davanti al Padre invitandola a riconoscere anche davanti a Lui il bene ricevuto. «Io ti  rendo grazie – essa disse – o Padre santo, per mezzo di Colui che siede alla tua destra, per i doni magnifici di cui mi ha colmato la tua generosità. Riconosco infatti che nessuna potenza umana avrebbe potuto conferirmeli, ma solo la tua potenza divina che con la sua virtù dà vita ad ogni cosa creata». Il Signore la presentò poi allo Spirito Santo, affinché anche a Lui rendesse omaggio per la sua bontà: «Io ti ringrazio – essa disse allora –, o Spirito Santo, o divin Paraclito, per Colui che con la tua cooperazione si è incarnato nel seno della Vergine. Nonostante sia così indegna, mi hai prevenuta con le tue gratuite benedizioni della tua dolcezza, e questo solo per l’infinita tua Bontà, nella quale si nascondono, dalla quale procedono e per la quale si ricevono tutti i beni».

Il Figlio di Dio la strinse allora al suo Cuore e la baciò dicendo: «Dopo questa tua confessione Io ti prendo sotto la mia speciale custodia più che alcun’altra creatura e più di quanto tu ne abbia diritto come anima da me redenta e chiamata con speciale elezione». Essa comprese a queste parole che il Signore accoglie sotto la sua speciale custodia l’anima che loda la divina bontà e si affida con fiducia e gratitudine alla sua Provvidenza, così come un prelato si sente in obbligo di provvedere ai bisogni di colui che per la professione religiosa è diventato suo suddito.

 

72 – Effetti della preghiera

 

 

Pregava un’altra volta per parecchie persone che le erano state raccomandate e con particolare affetto per una di esse: «o Signore pieno di bontà – disse -, che il tuo paterno amore mi esaudisca quando ti prego per questa persona». «Io ti esaudisco sovente, quando preghi per lei», il Signore rispose. Ed essa: «Ma perché allude tanto spesso alla sua indegnità e ricorre al mio aiuto come se Tu non le concedessi mai alcuna consolazione?». «È un modo delicato per eccitare il mio amore verso di lei che la fa agire così; il suo più bell’ornamento, quello che più mi piace in lei, è appunto il fatto che essa dispiace a se stessa. Questa grazia si accresce quanto tu preghi per lei in modo particolare».

Un giorno pregava di nuovo per questa stessa persona e insieme per altre. Il Signore le disse: «io le ho attirate più vicino a Me; è necessario perciò che siano purificate da qualche prova. Esse sono come una bambina che, epr il tenero affetto che porta alla madre, vuol sedersi vicino a lei sulla sua stessa seggiola. Naturalmente ci sta un poco più scomoda di quanto non stian le sue sorelle che son sedute vicino alla madre ciascuna sulla propria seggiolina, e la mamma inoltre non può con altrettanta facilità rivolgere su di lei, come sulle sorelline che le stanno sedute di fronte, il suo materno affettuoso sguardo».

 

73 – Vantaggi della preghiera

 

 

Un giorno, volendo pregare per alcune persone che le si erano raccomandate per diversi motivi, si prosternò devotamente ai piedi del Signore e, dopo averne baciate con fervente amore le piaghe, gli affidò i loro interessi. Nello stesso momento vide come un rivoletto scaturire dal Cuore stesso del Figlio di Dio e riempire tutto il luogo in cu i si trovava. Comprese allora che tutte le sue richieste erano state esaudite, e perciò disse: «Signore mio, ma che vantaggio ne ritrarranno dal momento che non sentono alcun effetto delle mie preghiere? Non crederanno neppure che io le abbia raccomandate». Il Signore rispose con questo paragone: «Quando un re – disse – dopo una lunga guerra conchiude la pace, quelli che abitano lontano non ne hanno notizia fino a tanto che essa venga loro annunziata; allo stesso modo quelli che mi stanno lontano per diffidenza o per altri difetti, non possono sentire che si prega per loro». «Signore – essa riprese -, nel numero delle persone per cui ti ho pregato ce ne sono tuttavia alcune che  ti son molto vicine, a quanto so per tua stessa testimonianza». «È vero – rispose il Signore –, tuttavia colui al quale il re vuole comunicare personalmente i suoi decreti, deve aspettare che il suo Signore giudichi venuto il momento opportuno. Allo stesso modo mi propongo di manifestare a queste anime l’effetto della tua preghiera al momento giusto».

Pregò in seguito in modo particolare per una certa persona che le aveva una volta procurato delle noie. Ricevette questa risposta: «Come non è possibile che il piede si ferisca senza che il cuore lo senta, così è impossibile alla mia paterna bontà di non considerare con misericordia colui che, spinto da carità, mi supplica per la salvezza del prossimo, pur essendo egli stesso gravato da colpe per le quali però riconosce di aver bisogno del perdono di Dio».

Bisogna spesso pregare per gli infermi. Costei volendo un giorno compiere questo dovere per un infermo, domandò al Signore che cosa doveva chiedere per lui. Il Signore rispose: «Chiedi per lui soltanto due cose con tutta devozione. Primo, chiedimi che tutti i momenti della sua malattia servano a procurare la mia maggior gloria e il maggior bene dell’anima sua, conformemente alla’eterna disposizione della mia paterna carità». E aggiunse: «ogni volta che ripeterai questa preghiera, così il tuo merito come quello dell’infermo si accresceranno, come si accresce lo splendore dei colori quando si ritocca una pittura».

Mentre pregava per alcuni dignitari comprese più di una volta che ciò che il Signore maggiormente gradisce in quelli che son giunti alle più alte cariche, è che essi le esercitino con distacco, vale a dire che si servano del potere loro conferito come se fosse stato loro concesso soltanto per un giorno, anzi per un’ora, tenendosi sempre pronti a rinunciarvi, e applicandosi tuttavia con ogni sollecitudine al compimento delle opere loro ingiunte, a lode sua. Dovrebbero sempre ripetere a se stessi: Su, affrettati a promuovere la gloria di Dio: un giorno deporrai volentieri la tua carica se potrai riconoscere di aver fatto ciò che potevi a servizio di Dio e ad utilità del prossimo.

Una volta ricorse al Signore per una certa persona che, sia direttamente sia per mezzo di altri, si era raccomandata con umiltà e fiducia alle sue preghiere. Essa vide in questa occasione il Signore piegarsi con bontà verso quest’anima, avvolgerla di uno splendore celeste e, in questa luce, comunicarle la sua grazia con tutto ciò che aveva sperato ottenere per mezzo della di lei preghiera. Il Signore diede poi a Gertrude il seguente ammaestramento: «Tutte le volte che una persona si raccomanda alle preghiere di un’altra, fiduciosa di poter così ottenere per i di lei meriti la grazia di Dio, il Signore la ricompensa secondo il suo desiderio, anche se la persona su cui ha contato avesse trascurato di pregare con devozione».

 

74 – Diversi ordini di persone

 

 

Pregava un giorno per una persona la cui anima era piena di grandi desideri, e ricevette questa risposta: «Dille da parte mia che se desidera unirsi a Me col vincolo di un intimo amore, cerchi di fare ai miei piedi il suo nido, fabbricandosi come l’aquila reale con ramoscelli secchi (quelli della propria miseria) e con rami di palma (quelli della propria grandezza). Vi prenda il suo riposo nel ricordo continuo della sua bassezza, poiché l’uomo mortale è per se stesso sempre incline al male e tardo al bene, a meno che sia prevenuto dalla grazia. Mediti anche spesso sulla mia misericordia, ricordando quanto Io sia disposto, nella mia paterna bontà, ad accogliere dopo il peccato colui che ritorna a Me con la penitenza. Quando poi desidera allontanarsi dal nido per cercare il suo cibo, si diriga verso il mio Cuore e lì, con affettuosa gratitudine, ripensi agli immensi benefici che gratuitamente le elargisco nella sovrabbondanza della mia tenerezza. Se poi desidera spingere più lontano il volo del suo desiderio, si innalzi come un’aquila veloce al di sopra di sé con la contemplazione delle cose celesti, si libri sulle ali, e, sostenuta dai Serafini, fissi il mio volto nell’ardore della sua carità, e contempli il Re nello splendore della sua gloria col penetrante sguardo dello spirito».

«Nessuno però, nella  vita presente, può rimanere a lungo sulle vette della contemplazione che, secondo S. Bernardo, a mala pena quaggiù si raggiunge rara hora, parva mora: ben di rado e per breve momento. L’anima dovrà dunque spesso ripiegare le ali ricordando la sua miseria, e discendendo nel nido per cercarvi un po’ di riposo. Ritroverà ancora in seguito le sue delizie volando in spirito di riconoscenza verso i campi fioriti dell’amore, per raggiungere bene presto, nell’estasi dello spirito, le cime della contemplazione divina. Con l’alternarsi di questi due movimenti, la considerazione cioè della propria fragilità e lo slancio d’amore che contempla i benefici ricevuti, essa sempre troverà la consolazione del gaudio celeste».

Si ricordò ancora di un’altra persona che le si era devotamente raccomandata. Questa, dopo aver passato nel mondo la sua prima giovinezza, aveva rinunciato al secolo per consacrarsi a Dio nello stato religioso. Gertrude si volse dunque al Signore per presentargli il suo proprio cuore e ricordargli insieme la sua divina promessa, come cioè esso dovesse servire come canale per spandere la grazia delle divine consolazioni nelle anime che le avessero umilmente sollecitate per suo mezzo(1). Ad un tratto i Figlio di Dio le apparve sul trono reale: teneva in mano il cuore della sua eletta e lo stringeva al proprio dolcissimo Cuore. Essa vide anche la persona per la quale pregava avanzarsi verso il trono e piegare devotamente le ginocchia davanti al Signore il quale, stendendo con benevolo gesto la sua mano sinistra verso di lei le disse: «Sì, la riceverò nella mia incomprensibile Onnipotenza, nella mia insondabile Sapienza, e nella mia infinita Bontà». Pronunciando queste parole il Signore stendeva verso questa persona tre dita della sua mano sinistra: l’indice, il medio e l’anulare. A sua volta questa persona sovrapponeva delicatamente le corrispondenti dita della sua mano sinistra su quelle del Signore. Allora il Signore con rapido gesto voltò la sua benedetta mano, così che essa si trovò al disopra e quella della persona al disotto. Con queste tre dita e col gesto ora descritto, Egli voleva far capire i tre modi secondo i quali essa doveva regolare la sua vita.

Anzitutto doveva sottomettersi con umiltà, prima di cominciare qualsiasi azione, all’Onnipotenza divina, considerandosi come un servo inutile che aveva consumato inutilmente il vigore della sua giovinezza nella vanità del secolo, poco curandosi di Dio suo Creatore e Signore; e doveva chiedere alla divina Onnipotenza di concederle forza di agire secondo virtù. In secondo luogo doveva confessare all’insondabile Sapienza di Dio di essere indegna di ricevere le soavi illuminazioni divine, perché dalla sua infanzia non si era applicata allo studio delle cose del cielo, ma si era a preferenza servita delle sue facoltà per soddisfare la sua vanagloria. Doveva ora immergersi nella valle profonda dell’umiltà e poi, libera dalle cose terrene, dedicarsi alla  contemplazione, e sforzarsi in seguito (a suo tempo e luogo) di comunicare al prossimo le abbondanti ricchezze che la divina liberalità le avrebbe concesso. Infine doveva prepararsi a ricevere con grandi azioni di grazie la buona volontà, che è dono gratuito concesso dalla Bontà divina per praticare i due consigli precedenti.

Il Signore sembrava portare all’anulare sinistro un anello di vile metallo nel quale era però incastonata una gemma preziosissima che splendeva come il fuoco. Comprese che l’anello raffigurava la vita povera di meriti di questa persona che, rinunciando al mondo, si era consacrata al servizio di Dio. La pietra preziosa significava la liberalità della divina misericordia che inclinava il Signore ad infondere in quest’anima il dono della buona volontà, per il quale tutte le opere diventano perfette davanti a Dio. Per tale ragione la sua voce, vale a dire la sua intenzione, non doveva d’ora innanzi esprimere altro che una continua azione di grazie per questo liberalissimo dono della divina bontà. Le fu anche rivelato che, ogniqualvolta questa persona, con l’aiuto di Dio, compisse una buona azione, il Signore se ne farebbe subito un anello prezioso che avrebbe portato nella mano destra per mostrarlo a tutta la milizia celeste, quasi gloriandosi del regalo della sua sposa. Tutti gli abitanti del cielo allora avrebbero provato per questa persona un sentimento analogo a quello che possono provare i principi    della corte per la sposa del Re, e le avrebbero attestato la fedeltà e la devozione che spettano di diritto alla sposa del proprio Signore. Inoltre l’avrebbero aiutata in tutti i modi con cui i membri della Chiesa trionfante  aiutano coloro che ancora militano sulla terra, ogni volta che il Signore li avesse invitti a farlo ripetendo il gesto che abbiamo descritto.

Mentre pregava per un’altra persona, ricevette a suo riguardo questo insegnamento destinato a regolare la sua vita: che essa stabilisca il suo nido nel cavo della roccia, e cioè nel Cuore santissimo del Signore Gesù, e, riposando in esso, si applichi a gustare il miele che in questa roccia si forma e cioè la dolcezza di questo Cuore divino. Mediti attentamente nelle Scritture l’ammirabile vita di Cristo, e si applichi a seguirne gli esempi specialmente in tre cose: Il Signore trascorreva spesso le notti in preghiera; questa persona in tutte le sue tribolazioni e le sue prove dovrà dunque sempre ricorrere all’aiuto dell’orazione. Il Signore predicava nelle città e nei villaggi; anch’essa dunque  dovrà edificare il prossimo non soltanto con le sue parole, ma anche con le sue opere e col suo stesso contegno esteriore. Il Signore spandeva i suoi benefici su tutti quelli che ne avevano bisogno; allo stesso modo essa deve compiere il bene attendendosi alla norma seguente: quando vorrà dire o fare qualcosa, dovrà prima formulare l’intenzione di unirsi alle azioni perfettissime del Signore, affinché sia compiuta secondo la sua santissima volontà e per la salute del mondo intero; e quando poi l’avrà compiuta, dovrà offrirla di nuovo al Signore perché Egli le tolga ogni imperfezione e la presenti a Dio Padre, ad eterna sua lode.

Le fu ancora detto quanto segue: Ogni volta che detta persona vorrà uscir da questo nido dovrà servirsi di tre sostegni. Uno è l’ardente carità con la quale deve sforzarsi di attirare tutti a Dio e di servire tutti a gloria di Dio, in unione con l’amore col quale Gesù Cristo ha operato la salvezza del mondo. Il secondo è l’umile sottomissione con la quale deve assoggettarsi per amore di Dio ad ogni creatura, guardandosi bene dallo scandalizzare con le sue parole ed azioni e superiori ed inferiori. Il terzo è l’attenta vigilanza su se stessa per la quale deve preservare tutti i suoi pensieri, le sue parole ed i suoi atti dalla minima macchia che possa offendere lo sguardo di Dio.

Le fu anche rivelato, durante l’orazione, lo stato di un’altra anima. Questa persona le apparve nell’atto di costruirsi, davanti al trono di Dio, uno splendido trono formato di preziosissime pietre squadrate, cementate insieme con oro puro, sul quale di tanto in tanto si sedeva per poi alzarsi di nuovo e continuare la costruzione.  La Nostra comprese che le pietre preziose rappresentavano diverse pene destinate a conservare e perfezionare il dono di Dio in quell’anima; il Signore infatti prepara in questa vita ai suoi eletti un cammino aspro e duro, per timore che le attrattive di una strada comoda e facile facciano loro dimenticare le gioie della patria. Quanto all’oro che cementava le gemme, significava la grazia spirituale di cui doveva servirsi con piena fiducia per unire insieme saldamente tutte le sue pene interne ed esterne per l’edificazione della sua  eterna salvezza.

Si riposava poi di tanto in tanto sul trono, per mostrare che godeva talvolta la contemplazione divina, ma sia alzava subito per riprendere la costruzione onde figurare l’alternarsi continuo delle buone opre, che fanno progredire l’anima di giorno in giorno innalzandola alla vette della perfezione.

Le fu anche mostrato, durante la preghiera lo stato di un’altra anima. Vide davanti al trono di Dio un albero magnifico dal tronco e dai rami vigorosi e dalle foglie splendenti come l’oro. La persona per cui pregava stava salendo su quest’albero e, armata di uno strumento, tagliava alcuni rami novelli che cominciavano a seccarsi. Non appena ne aveva tagliato uno, subito dal trono di Dio, che appariva come circondato di fronde verdeggianti, le si offriva un altro ramo per sostituire quello reciso. Non appena esso era innestato, riprendeva tutto il suo vigore e produceva un frutto di color rosso che l’anima raccoglieva per offrirlo al Signore, il quale sembrava compiacersene in modo mirabile.

Quest’albero figurava la famiglia religiosa in cui questa persona era entrata per consacrarsi al servizio di Dio, e le fogli d’oro significavano le buone opere che essa compiva nell’ordine. Per i meriti di un certo suo parente che l’aveva indotta ad entrare, accompagnandola coi suoi devoti desideri e con le sue orazioni, queste superavano in valore altre opere simili di quanto l’oro supera in dignità gli altri metalli. Lo strumento di cui si serviva per tagliare i rami era la considerazione dei propri difetti che essa riconosceva ed eliminava con una degna penitenza. Il ramo che le veniva offerto dal trono di Dio per sostituire il ramo tagliato, figurava la perfetta e santissima vita di N. Signore Gesù Cristo che, per i meriti ed i suffragi del parente a cui abbiamo accennato, era sempre particolarmente pronto a supplire a tutti i suoi difetti. Infine il frutto raccolto ed offerto al Signore significava la buona volontà che metteva nel correggersi dalle sue mancanze,cosa di cui il Signore sommamente di compiace. Gli è infatti più gradita la buona volontà di un cuore sincero che non grandi opere compiute senza purezza d’intenzione.

Una volta pregava per due persone che le erano state devotamente raccomandate. Poiché non conosceva la loro disposizione d’animo, disse al Signore: «Tu, o Signore, che conosci tutti i cuori, degnati rivelare alla tua indegna serva ciò che credi e ciò che può riuscire a loro vantaggio». Il Signore, nella sua bontà, le ricordò allora due rivelazioni che in altro tempo le aveva concesso riguardo a due altre persone, delle quali una era letterata e l’altra no, e che avevano tutte e due rinunciato al mondo. La esortò poi ad applicare quanto allora le aveva detto anche a vantaggio delle due persone di cui si occupava attualmente. Ed aggiunse: «Le cinque rivelazioni precedenti e le due che ti farò, offrono un insegnamento che può essere utile a persone di qualsiasi ordine e stato».

La rivelazione che riguardava la persona letterata era la seguente. Il Signore aveva detto a suo riguardo: «Io l’ho presa coi miei apostoli per farla salire sul monte della trasfigurazione. Essa si applichi a regolare la sua vita e le sue opere secondo il significato del nome degli apostoli che mi hanno accompagnato sul Tabor. Pietro significa agnoscens(2): colui che conosce; che essa proponga dunque in tutte le sue letture di arrivare a conoscersi con serie riflessioni. Quando per esempio il libro parla dio vizi e di virtù, essa esamini se c’è in lei qualcosa di vizioso e quanto progredisca nella virtù. Quando poi avrà acquistato una più perfetta conoscenza di sé, si sforzi, secondo il significato del nome di Giacomo, che vuol dire suppleantator: colui che è vittorioso, di correggere ogni difetto lottando vigorosamente per conquistare la virtù con uno sforzo costante. Il nome di Giovanni significa poi: in quo est gratia, colui che è ripieno di grazia: si applichi dunque al mattino o alla sera, o quando ne abbia l’opportunità, almeno per un’ora a raccogliersi in se stessa e a cercare di conoscere la mia volontà, dopo aver allontanato da sé il pensiero di tutte le cose esteriori. Allora faccia ciò che Io le ispirerò: se le dirò di lodarmi, mi ringrazi per i benefici personali o generali; se l’inviterò a pregare per i peccatori o per le anime del purgatorio, lo faccia con somma devozione e il meglio che può, per il tempo che avrà stabilito».

Ed ecco la rivelazione che riguarda la persona illetterata. Essa aveva pregato per quest’anima che si rammaricava di vedersi impedita nell’orazione dalle diverse cure del suo ufficio. E ricevette questa risposta: «Io non l’ho scelta soltanto per servirmi in una determinata ora del giorno, ma per restare ininterrottamente con Me tutta la giornata; cioè perché offra continuamente a mia gloria ogni singola azione con la stessa intenzione con la quale mi offrirebbe la sua preghiera. Essa potrà aggiungere questa pratica: desiderare cioè che coloro i quali traggano vantaggio dalla sua fatica non solo ne siano ristorati nel corpo, ma progrediscano anche nello spirito e siano confermati in ogni bene. Se farà così ogni volta che si applicherà ad una azione qualunque sarà come se mi ristorasse con cibo squisito».

 

Vedi Capitolo 47 di questo Libro III

Certo dalla voce ebraica phatar, che significa interpretatus est [interpretato]. Così pure traduce Ludolfo il Certosino nella sua Vita Christi, parte II, capo 3: Petrus, che s’interpreta agnoscens – Nota dell’edizione latina

 

75 – Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa

 

 

Mentre stava pregando per una certa persona, le apparve il Re della gloria, il Signore Gesù, per mostrarle nel suo proprio corpo fisico il corpo mistico della Chiesa, di cui Egli degna chiamarsi ed essere lo Sposo ed il Capo. Era magnificamente rivestito dal lato destro di abiti regali, mentre il suo lato sinistro era nudo e tutto coperto di piaghe. Essa comprese che la parte destra raffigurava tutte le anime elette che appartengono alla Chiesa, e che sono prevenute dal Signore con le benedizioni della sua dolcezza per uno speciale dono di grazia e per il merito personale delle loro virtù. Il lato sinistro raffigurava gli imperfetti che sono ancora immersi nelle loro debolezze. I ricchi abiti che ornavano il lato destro del Signore, indicavano gli ossequi e i benefici spirituali che certe persone prodigano con particolare devozione a quelli che riconoscono a sé superiori per l’eccellenza della loro virtù e per lo speciale privilegio di familiarità col Signore. Ogni ossequio infatti dimostrato agli eletti di Dio a motivo della grazia ad essi conferita, è come un nuovo ornamento aggiunto alla sua destra. Alcuni si mostrano, sì, per il Signore, generosi coi buoni, ma riprendono con tanta durezza i cattivi e gli imperfetti che per la loro impazienza, li irritano anziché correggerli. Questi sembrano quasi colpire furiosamente col pugno le piaghe del Signore, e il sangue che la loro violenza ne fa scaturire è come se sprizzasse loro in volto sì da rimanere coperti e sfigurati. Il Signore tuttavia, indotto dalla sua pietà, e insieme eccitato dall’amore dei suoi amici coi quali queste persone sono state generose, sembra non farne caso e con le vesti che ornano la sua destra, cioè coi meriti degli eletti, deterge le macchie che deturpano il loro volto.

E il Signore aggiunse: «Oh se volessero, curando le piaghe dei loro amici, imparare a curare anche le piaghe del mio corpo che è la Chiesa, cioè quelle degli imperfetti! Essi dovrebbero dapprima toccar le loro piaghe con precauzione, con dolci ammonimenti fatti di spirito di carità. Se poi con questo mezzo non riuscissero a nulla, dovrebbero allora cercare di guarirli con crescente fermezza. Molti invece non sembrano darsi alcun pensiero delle mie ferite; e son coloro che, conoscendo i difetti del prossimo, lo disprezzano per la sua miseria e non cercano di correggerlo neppure con una sola parola, per timore di incorrere in qualche noia. Adducono con Caino questa vana scusa: Numquid custos fratis mei sum ego?: son forse il custode del mio fratello? (Gen 4,9). Costoro sembrano porre sulle mie piaghe un unguento che, anziché sanarle, le fa piuttosto marcire e coprir di vermi, poiché nascondendo col silenzio i difetti del prossimo anziché correggerli con qualche parola, lasciano che essi mettano radici.

«Vi sono poi alcuni che segnalano al prossimo i suoi difetti, ma se non li vedono immediatamente corretti o castigati come essi vorrebbero, subito si irritano e, indignati, giurano in cuor loro di non far più osservazioni in avvenire, di non correggere più nessuno, dal momento che non si dà peso alle loro parole. Non omettono tuttavia di accusare duramente in cuor loro il prossimo, ma si astengono da ogni parola di ammonimento e di correzione. Costoro è come se mi applicassero sulle piaghe un unguento che internamente le rode come potrebbe fare un ferro arroventato.

«altri ancora si astengono dal correggere il prossimo più per trascuratezza  che per malizia; ed è come se mi pestassero le piaghe dei piedi. Altri ancora non pensano che a fare in tutto la loro volontà propria, non curandosi dello scandalo degli altri pur di riuscire a compierla; ed è come se mi prendessero le mani e me le trapassassero con dardi infuocati.

«Vi sono poi di quelli che amano sinceramente i superiori virtuosi e perfetti, e non cessano, come è giusto, di mostrar loro ossequi e reverenza con le parole e con i fatti. Ma giudicano con rigore e disprezzano oltre misura i superiori che non osservano la Regola e son pieni di difetti. In questo caso essi ornano la parte destra del mio capo di gemme e di pietre preziose, ma quanto alla parte sinistra che è ricoperta di piaghe, e che Io avrei voluto appoggiare sulla loro spalla per un po’ di riposo, essi sembrano respingerla e colpirla con pugni senza alcuna pietà.

«Altri applaudiscono le cattive azioni dei prelati e dei superiori per attirarsi la loro benevolenza, ed esser liberi di fare in tutto la loro propria volontà. E questi mi piegano con violenza la testa all’indietro causandomi grandi dolori e, insultando alla mia sofferenza, sembrano quasi compiacersi delle mie piaghe putrefatte».

In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo! Sarebbe cosa ben indegna veder qualcuno lacerar con le mani le ferite di un suo amico, o coprire di un unguento avvelenato o respingere violentemente il capo che egli volesse posare sulla sua spalla o, peggio ancora, torceglielo all’indietro. Che ciascuno detesti dunque la sua colpa se, con la sua durezza, ha piuttosto offeso che servito il suo Creatore e Redentore, e cerchi di emendarsi per essere utile a questo fedelissimo Benefattore anziché nuocere alla sua causa. Che egli faccia tutto il bene possibile ai perfetti per eccitarli a progredir nel bene, e circondi di cura gli imperfetti affinché si emendino. Obbedisca con amore quando i superiori comandano ciò che è bene, e sopporti con rispetto i loro difetti. E tuttavia si guardi dall’adularli in ciò che è male, e quanto non può correggere in essi con la parola, si sforzi di correggerlo con l’ardore del desiderio e con la silenziosa preghiera del cuore davanti a Dio.

 

76 – Spirituale comunicazione di meriti

 

 

Un’altra persona si era devotamente raccomandata alle sue preghiere. Essa, come al solito, non appena entrò in coro per  fare orazione, chiese al Signore di far partecipe quest’anima di tutte le opere buone che Egli l’aiuterebbe a compiere, benché tanto indegna: digiuni, orazioni e altri atti di pietà. Il Signore rispose: «La farò certamente partecipe di tutto il bene che la mia infinita liberalità gratuitamente ti concede e ti concederà di fare fino alla morte». Ed essa: «Dal momento che tutta la tua Santa Chiesa partecipa a tutto ciò che Tu degni operare in me e per me tua serva indegna e anche in tutti gli altri tuoi eletti, che cosa riceverà in più questa perosna dalal tua bontà, quando io, per un affetto speciale, ti prego che essa abbia parte a tutti i benefici che Tu mi accordi?». Il Signore rispose con questo paragone: «Una nobile damigella che sa comporre ccon gemme e pietre preziose degli ornamenti di cui si serve per adornare tanto sé quanto sua sorella, procura in tal modo a suo padre e a sua madre e a tutti quelli di casa un certo lustro. La lode della gente è diretta soprattutto a colei che ha fabbricato questi ornamenti con le sue mani, e anche alla sua sorella prediletta che li ha condivisi, seppure in minor grado, con lei; però si riverserà anche in parte sulle altre sorelle che non hanno ricevuto nulla. Allo stesso modo, benché la Chiesa intera partecipi alle grazie, accordate a ciascuno dei fedeli in particolare, l’anima a cui sono accordati ne trae naturalmente più grande profitto; e per conseguenza ne ricavano speciale vantaggio anche coloro a cui desidera comunicarli per un particolare vincolo di affetto che ad essi la lega».

Ricordò allora al Signore che questa stessa persona aveva sovente mandato dei regali alla prima cantora, Donna Metilde di santa memoria(1), durante la sua malattia; e che si era spesso rammaricata sia di non averla abbastanza assistita, sia di non essersi trattenuta a parlare con lei di cose spirituali per timore di disturbarla o di recarle fastidio. Il Signore rispose: «A motivo della buona volontà e della gioiosa liberalità con cui egli  ha beneficato la mia Eletta, col desiderio di fare anche di più se avesse potuto, Io lo considero come uno che presti ogni giorno servizio alla mia mensa, così come un illustre principe serve alla tavola dell’Imperatore suo signore. Mi compiaccio di tutti gli atti di pietà con cui Donna Metilde mi ha devotamente servito, facendo uso delle forze che il suo corpo attingeva nel cibo e in ogni altro ristoro inviato da lui. E non intendo soltanto parlare del ristoro materiale che egli le ha dato, ma anche del conforto che è venuto alla mia Eletta da ogni suo pensiero, parola od azione. Quanto al suo rimpianto di non essersi abbastanza intrattenuto con Donna Metilde, vi supplirò Io stesso. Come uno sposo che ama teneramente la sua sposa e che la vede esitare per estrema delicatezza nel chiedere qualcosa che molto desidera, viene incontro alla sua modestia e le accorda il doppio di quanto essa desiderava, così Io supplirò a ciò che non ha avuto.

«Inoltre, per tutta la gioia che detta persona prova per i benefici di cui ho colmato Donna Metilde , la sua anima riceverà in cielo, insieme a ineffabili delizie, il riflesso di tutte le grazie che Io ho conferito all’anima di questa mia sposa; riflesso che emanerà dall’anima della mia Eletta e sarà l’infinito splendore della luce divina che la illumina. Come il raggio del sole si infrange sulla superficie dell’acqua e si riflette sul muro, così lo splendore dei miei benefici brillerà nelle anime di coloro che sono stati prevenuti in terra dalla particolare dolcezza della mie benedizioni, e si rifletterà eternamente su coloro che hanno goduto al  pensiero di questa mia glori. Ci sarà tuttavia questa differenza: che splenderanno non come il muro che è opaco, ma come uno specchio tersissimo che riflette distintamente l’immagine posta davanti ad esso».

 

Cioè Santa Metilde, morta da poco [Nota dell’edizione latina].

Beato John Henry Newman: “la vera religiosità è una vita nascosta nel cuore” “I veri cristiani”, disse Newman, “sono vigilanti, e i cristiani incoerenti non lo sono”

 

 “la vera religiosità è una vita nascosta nel cuore; sebbene essa non possa esistere senza le azioni, queste sono per lo più azioni segrete: segrete opere di carità, segrete preghiere, segrete rinunce, segrete lotte, segrete vittorie” (Gesù, p. 206).

“E’ compito specifico del cristiano opporsi al mondo” (Sermoni, p. 545). cioè, “essere distaccati da ciò che è presente e vivere in quello che non è visibile; vivere nel pensiero di Cristo che è venuto una volta, e che verrà nuovamente; desiderando la sua seconda venuta per il ricordo affezionato e grato della sua incarnazione nel grembo di Maria”

Vegliare con Cristo significa rinnovare la vita di Cristo nella nostra vita, comprese la sua passione e morte. “Chiunque vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,24). “I veri cristiani”, disse Newman, “sono vigilanti, e i cristiani incoerenti non lo sono” (Come guardare, p. 33).

Siamo forse tentati di trascurare il servizio di Dio per qualche scopo temporale? Questo è del mondo, e da non accettare. Siamo messi in ridicolo perla nostra condotta coscienziosa? Ancora una volta questo è un giudizio del mondo, a cui bisogna resistere. Siamo tentati di dare troppo tempo ai nostri svaghi, di stare oziosi quando dovremmo lavorare; leggere o parlare quando dovremmo occuparci del nostro dovere temporale; sperare cose impossibili, sognare di essere in uno stato di vita diverso dal nostro; troppo ansiosi dell’opinione degli altri; attenti a ricevere credito per la propria laboriosità, onestà e prudenza? Tutte queste cose sono tentazioni del mondo. Siamo insoddisfatti della nostra sorte, oppure le siamo troppo legati, piagnucolosi e abbattuti quando Dio richiama il bene che ci ha dato? Questi uomini sono di mentalità mondana (PS VII, p. 39-40).

“In questo allora,” sostiene Newman in un altro sermone, “consiste il nostro totale dovere, primo nel contemplare Dio onnipotente, come in cielo così nei nostri cuori e nell’anima; poi, pur contemplandolo, nel lavorare in Lui e per Lui, nelle opere di ogni giorno, nell’ammirare con fede la sua gloria con e senza di noi, e nel riconoscerlo con la nostra obbedienza” (PS III, p. 269).

“Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 13).

“Sembra”, disse Newman, “che la volontà di Cristo sia che i suoi discepoli non debbano avere alcuna meta o fine, occupazione o affare che appartenga meramente a questo mondo” (PS II, p. 82).

Occorre compiere tutti i nostri doveri nell’obbedienza alla volontà e alla luce di Dio. Precisa: “Ogni atto di obbedienza è un avvicinarsi – un avvicinarsi a Lui che non è lontano, anche se lo sembra, ma molto vicino al visibile schermo delle cose che lo nascondono da noi. Egli è dietro questa struttura; terra e cielo non sono che un velo frapposto tra Lui e noi; il giorno verrà quando Egli strapperà quel velo e si mostrerà a noi. E allora, secondo il modo con cui lo abbiamo aspettato, ci ricompenserà” (PS IV, p. 332).

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -Ma se il Papa per mantenere l’ostacolo alla venuta dell’Anticristo viene ad essere disconosciuto, messo da parte, rigettato, con lui sparirà anche l’ostacolo e l’Anticristo sarà libero di comparire-

 

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

 

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

Conclusione: – Chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia levato di mezzo.

 

Sommario. – I. Un ostacolo alla venuta dell’Anticristo e un custode per mantenere l’ostacolo. – II Che ha fatto Leone XIII per mantenerlo. – III. Che cosa fa attualmente Pio X. – IV. Che sarebbe l’apostasia se divenisse generale. – V. Tutto si può restaurare in Cristo.

 

I.

 

Poichè l’apostasia deve essere il mezzo preparatorio alla venuta dell’Anticristo, e il flagello più formidabile che metterà in iscompiglio, il mondo; non è dunque chiaro che abbiamo da lottare per respingerlo, sforzandoci di ricondurre a Gesù Cristo e alla chiesa le nazioni, le famiglie, gli individui, che se ne son separati o minacciano di farlo? Il vento d’acciecamento e di defezione che trasporta già una parte della società e la vuol laicizzata, ossia sottratta al Vangelo e alla Chiesa, forse è passeggero, avendo Dio fatto sanabili le nazioni. L’idea cristiana può anche ora rallegrare, imbalsamare e vivificare il mondo come per il passato. Non bisogna dunque scoraggiarsi.

Tutt’altro! bisogna mettersi risolutamente all’opera e mettervisi con confidenza e generosità. Leone XIII non ne dette l’esempio e Pio X non lo dà attualmente?

Che non fece Leone XIII per rattenere gli individui e le nazioni sul baratro fatale dell’apostasia? Limitiamoci alle nazioni.

Tutta la politica religiosa di quel gran Papa sembra essersi ispirata a quella esortazione di S. Paolo: “Chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia levato di mezzo: Qui tenet nunc, retineat, donec de medio fiat[1].

È noto in qual occasione S. Paolo fece intendere quest’ esortazione. Dopo aver delineato il ritratto dell’Anticristo, come è stato riprodotto in questo pagine, S. Paolo scoprì ancora ai Tessalonicesi che un ostacolo ritardava la venuta dell’uomo del peccato: “Voi sapete che sia quello che lo rattiene, affinchè sia manifestato a suo tempo[2]; poi aggiunge: “Che chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia tolto di mezzo“. Siccome la Tradizione non ha conservato le spiegazioni verbali date dall’Apostolo ai Tessalonicesi, alcune opinioni contrarissime si sono formate nel corso dei secoli. Rispettando profondamente le une e le altre, noi preferiamo quella data da san Tommaso d’Aquino. L’interpretazione dell’Angelo delle scuole spiega, il passato e rischiara l’avvenire.

Risulta evidentemente dalle parole di san Paolo che v’ha, contro l’apparizione dell’Anticristo , un ostacolo (to« kate«con) e qualcuno che trattiene l’ostacolo (oj kate«cwn); v’ha una barriera e una contro barriera. L’Anticristo non farà la sua apparizione se non quando, rigettato e messo da parte il custode dell’ostacolo, l’ostacolo stesso sarà tolto.

Or qual è quest’ ostacolo, qual è la barriera ?

È, risponde S. Tommaso, l’unione e la sottomissione alla Chiesa Romana, sede e centro della fede cattolica. Finchè la società rimarrà fedele e sottomessa all’impero spirituale romano, trasformazione dell’antico impero temporale romano[3], l’Anticristo non potrà comparire. Questa è la barriera, questo e l’ostacolo.

Ma, per benefizio di Dio, accanto a questo ostacolo, v’è un custode, incaricato di vegliare, incaricato di custodirlo; e questo custode è il Papa, Vicario di Gesù Cristo. Finchè il custode sarà riconosciuto, rispettato, ubbidito, l’ostacolo sussisterà, la società rimarrà fedele all’impero spirituale romano e alla fede cattolica. Ma se questo custode, il Papa, viene ad essere disconosciuto, messo da parte, rigettato, con lui sparirà anche l’ostacolo e l’Anticristo sarà libero di comparire: “Qui tenet, scilicet, romanum imperium, teneat illud donec ipsum fiat de medio. Quia medium est dum universis circumquaque imperat, quibus ab ipso recedentibus, de medio anferetur, et tunc ille iniquus opportuno sibi tempore revelabitur[4].

 

 

II.

 

Ebbene, Leone XIII non fu fedele all’esortazione dell’Apostolo? Non si sforzò di mantenere l’ostacolo, cioè la fedeltà alla fede cattolica e all’impero spirituale romano? È stato questo lo scopo di tutta la sua vita pontificale, come lo esprimeva un giorno al Sacro Collegio: “Il governo della Chiesa, diceva egli, ci apparve da prima come un peso formidabile e tale è ancora pel sopravvenire di tempi malvagi e la condizione fatta difficile alla Chiesa, dal timore di un avvenire più terribile ancora per la Chiesa e la società… A questo scopo abbiamo creduto che l’opera più opportuna e più conforme alla Nostra dignità era di mostrare ai popoli e ai principi questo porto di salute e di aiutarli ad entrarvi. Noi abbiamo consacrato la Nostra vita a questo scopo, persuasi che noi facciamo così per gli interessi della religione e della società”[5].

Con quanta costanza e fermezza questo scopo non è stato seguito dall’augusto Pontefice! Appena posto al governo della navicella di Pietro, Leone XIII, come il pescatore che riprende una dopo l’altra le maglie rotte delle sue reti malconcie, si mise a riprendere tutti i fili intricati delle relazioni diplomatiche. Ogni Stato, non solamente dell’ Europa, ma del mondo intero, fu l’obietto delle sue cortesie e delle sue cure: Chi or rattiene, rattenga. Limitiamoci a un compendio rapido de’ suoi sforzi per ricuperare, magari con un sol filo, le nazioni alla Chiesa:

Concordato con la Repubblica dell’Equatore (nel 1881).

Concordato con l’Austria-Ungheria per la Bosnia e l’Erzegovina (1888l).

Accordo col governo Russo su certe questioni ecclesiastiche (l882).

Convenzioni colla Svizzera per regolare l’amministrazione ecclesiastica del Ticino e l’amministrazione regolare della diocesi di Basilea (1884).

Concordato col Portogallo per le Indie Orientali (1885).

Concordato col Montenegro (1886).

Ristabilimento delle relazioni diplomatiche col Belgio (1886).

Promozione di un cardinale negli Stati Uniti (1886).

Arbitraggio tra la Germania e la Spagna, riguardo alle Caroline (1886).

Scambio di benevoli rapporti con la Turchia, la Persia, la Cocincina, la Cina (1886).

Conciliazioni con la Germania e cessazione del Kulturkampf (1887).

Concordato colla repubblica della Colombia (1887).

Riallacciamento delle relazioni diplomatiche con la Russia (1888).

Conciliazioni col governo Inglese su certi punti dell’amministrazione ecclesiastica dell’isola di Malta (1890).

Appello all’Oriente e visita di un Legato, il cardinal Langénieux, a Gerusalemme (1893) ecc. ecc.

Quanto cure, quanta pazienza, quanta prudenza tutti questi spinosi negoziati non hanno richiesto! Ma importava che Colui che rattiene, rattenga! Nella sua allocuzione al Sacro Collegio, in occasione dei XXV˚ anniversario della sua elezione, il 29 febbr. 1903 Leone XIII diceva: “Ecco l’ultima nostra lezione: ascoltatela ed imprimetevela bene nell’anima: Iddio ordina di ricercare soltanto nella Chiesa la salute, di ricercare l’istrumento della salute, veramente forte e sempre utile, nel Pontificato Romano”.

Ma tra tutte le nazioni che Leone XIII cercò così di richiamare e ritenere nell’unione col Pontificato Romano, ve ne è una, la Francia, ~ cui il suo cuore paterno prodigò forse più che a ogni altra tesori d’affetto, di longanimità e di delicatezza. Perchè il male v’era più profondo, e la tendenza all’apostasia più grave, non indietreggiò dinanzi ad alcun sacrifizio per arrestare la defezione! Il giornale Il Monitore di Roma lo disse con tali parole che ci sembra utile riferire. “Chi più del Papa attuale ha versato sulla Francia tesori d’affettuosa longanimità e di paterna misericordia? Si esamini la storia delle relazioni tra Parigi e Roma durante questo pontificato. Quando si è veduto unirsi il tatto più meraviglioso alla pazienza più dolce, mentre la guerra incrudeliva, le istituzioni religiose minacciavano di cadere in ruina, quando le più basse passioni di parte erano condotte all’assalto contro la Chiesa? È Leone XIII che ha scritto quell’Enciclica Nobilissima Gallorum gens il cui titolo solo, superbo ed armonico, resterà sempre come un omaggio glorioso reso a questa nazione privilegiata; è Leone XIII che ha indirizzato al sig. Grévy una lettera di pace e di spirito di conciliazione, per arrestare la Repubblica sulla via dei conflitti; è lui che, non ostante le riduzioni continuamente fatte al bilancio dei culti, volle onorar quel paese creando tre cardinali, sicchè la Francia resterà sempre, dopo Roma, alla testa del Sacro Collegio; è lui che ha esaurite tutte le vie della riconciliazione, che non ha voluto nè rompere col Governo, nè lasciare scindere il Concordato, che è la base della pace religiosa in Francia; è, in una parola, lui, e forse lui solo che, colla maestà della sua pazienza e maestria, ha mantenuto gli ultimi avanzi di lunghi secoli d’armonia e di feconda cooperazione. Alla dolcezza di Pio VII, Leone XIII ha unito l’affezione affettiva, continuamente operosa, lo spirito ponderato, l’equilibrio armonioso degli atti e degli insegnamenti, per forzare in qualche modo il partito al potere a indietreggiare dinanzi a tante responsabilità e mancanze. Al disopra delle fervide gare delle combriccole parlamentari, Leone XIII ha veduto ed amato la Francia; non ha voluto farne la vittima espiatrice della persecuzione del radicalismo alleato colla framassoneria”[6].

Sì, un giorno la storia lo dirà, Leone XIII fece di tutto per strappare la Francia all’apostasia, per conservarle i benefizi inapprezzabili della pace civile e religiosa. E tuttavia con quanta ingratitudine non hanno pagato i suoi sforzi! Quanti lamenti contro le sue direzioni pontificie! Quante accuse, quante violenze di linguaggio! Ma egli sempre calmo e intrepido in mezzo alle contraddizioni da qualunque parte vengano, non cessò di effettuare la sua parola: “Una gran tempesta si prepara, bisogna sostenere una lotta accanita”. Questa lotta accanita, o magnanimo Pontefice, voi la sosteneste per mantenere l’ostacolo contro l’apostasia della Primogenita della Chiesa. È per esser fedele fino all’ultimo momento alla vostra missione di custode dell’unione, che voi volete morire in piedi!

 

 

III

 

L’esempio dato da Leone XIII viene conti-nuato da Pio X gloriosamente regnante. Assiso appena sulla cattedra di S. Pietro , una delle prime parole del novello Pontefice è questa : “Tutto ciò che Leone XIII ha detto,scritto e fatto, Pio X l’ha confermato e lo conferma”. Leone XIII aveva faticato, lottato e sofferto per tener unite le nazioni, magari con un filo, alla Chiesa Romana, centro della fede cattolica e ostacolo alla venuta dell’Anticristo: Chi or lo rattiene lo rattenga! Prima che allontanarsi da questo programma Pio X ha affermato ed anche aumentato: “Non solamente ricuperare, ma tutto restaurare: Instaurare omnia in Christo, tutto restaurare in Cristo”[7]. , Quando Leone XIII, ben sapendo le distruzioni progettate dalle sette massoniche e anticristiane, ordinò, come segno della perpetuità della Chiesa , il riabbellimento di S. Giovanni Laterano, si racconta elle dicesso agli architetti: “Mentre il mondo s’allontana da Cristo, io voglio che la sua immagine risplenda in una chiesa più bella![8]” Non è solamente in una chiesa più bella, quella del Laterano, ma nel mondo intero, che Pio X ha la nobile ambizione eli far risplendere l’immagine di Cristo: Tutto restaurare in Cristo! Coll’Enciclica pontificia E supremi apostolatus cathedra, le grandi linee di questa restaurazione sono tracciate. Già sotto la condotta sì perspicace, sì ferma del nuovo Papa, i cattolici si organizzano, prendono posizione, riparano le breccie e fanno fronte al nemico. “Perchè, infatti, la guerra è dichiarata”. Il Pontefice lo afferma. Egli ha inteso “fremer le nazioni” ed ha sorpreso “i popoli che meditano cose vane”. O piuttosto ha avvicinato l’orecchio al cuore dell’umanità agonizzante ed ha compreso che una malattia acuta la rode fino a minacciarla di morte. Questa malattia è l’abbandono di Dio: è l’apostasia. È la ribellione dell’orgoglio che si innalza contro il Creatore, contro Dio da cui deriva ogni benefizio, per dirgli di ritirarsi dall’uomo: Recede a nobis, È il delitto dell’uomo che sostituisce sè stesso a Dio. È la follia dell’Anticristo che si presenta invece di Dio medesimo alle adorazioni del mondo: le verità sante non solamente impugnate, ma rigettate con disprezzo; la legge divina calpestata, la morale cristiana sconosciuta o vilipesa. E, come conseguenza inevitabile, in mezzo ai progressi materiali che nessuno può contestare, la lotta dell’uomo contro l’uomo, ogni di più implacabile”[9].

Al momento presente due vie stanno dunque dinanzi alla società umana: O corrispondere agli insegnamenti di Leone XIII e agli inviti di Pio X. E questa sarebbe la restaurazione in Cristo, la guarigione delle nazioni, il ritorno ad una saggia e vera libertà, all’eguaglianza di tutti nel cuore di Dio, a una fratellanza sincera tra i piccoli e i grandi, tra il capitale e il lavoro.

O, disprezzando gli insegnamenti di Leone decimoterzo e gli inviti di Pio X, la società umana si ostinerà a proseguire la via nella quale si è incamminata; e allora questa potrà essere, in un tempo non lontano, il generalizzarsi dell’apostasia.

 

 

IV.

 

Che cos’è dunque l’apostasia generalizzata? Un episodio del popolo ebraico, nell’XI secolo della sua storia, lo spiega:

Uno de’ suoi profeti , Ezechiele , era stato trasportato in ispirito dal soffio di Dio nel tempio di Gerusalemme, in quel famoso tempio in cui si concentrava la vita intiera della nazione: Figliuolo dell’uomo, alza i tuoi occhi e guarda, dice il Signore al suo Profeta. Fili hominis, leva oculos! E il Profeta alzando gli occhi, guardò nel santuario, la parte più santa del tempio, e vi vide un idolo, l’idolo della Gelosia. Questo ora Baal, la più infame di tutto le divinità fenicie, chiamata cosi da Jahvé stesso, ferito al cuore. E davanti a Baal chi dunque stava prostrato? Il sacerdozio!… Si, una parte del sacerdozio, alcuni sacerdoti divenuti apostati![10] Il Profeta rimase stupefatto. Ma già il soffio di Dio lo trascina in un’altra parte del tempio: Figliuolo dell’uomo, apri la muraglia, Fili hominis, fode parietem. Ed a traverso al foro praticato nella muraglia, il Profeta scopre una stanza segreta; sui muri di questa stanza segreta, tutto all’intorno, pitture di rettili e di animali, dinanzi a queste pitture di rettili e d’animali, settanta uomini, co’ turiboli in mano, che le adoravano. E i settanta uomini che cosi adoravano le pitture dei rettili e degli animali, erano settanta seniori, cioè i nobili, la classe dirigente presso il popolo ebraico; e la classe dirigente era divenuta spostata[11]. Il Profeta tremava; ma il soffio di Dio ancora lo trasportò in un’altra parte dei tempio: Figliuolo dell’uomo, volgiti da questa parte e vedrai! Adhuc conversus videbis! Ed il Profeta voltandosi, vide alcune donne assise per terra. Queste donne assise in terra piangevano; ma quello ch’esse piangevano, era Adonai, il Dio della voluttà, che si diceva morto. Lacrime e singhiozzi! Ah! vi ha ordinariamente qualcosa di sacro nelle lacrime. Ma mentre nella donna, solamente le tenerezze legittime o le estasi della pietà dovrebbero farle versare, sulla faccia apostata delle indegne discendenti di Rebecca e di Rachele, era la passione non soddisfatta che io faceva versare![12]

Ma il soffio di Dio trasportò, per la quarta volta, il Profeta, all’ingresso del tempio. Tu, certamente, figliuolo dell’uomo, hai veduto! Se anche altrove ti volgerai, vedrai. Certe vidisti, fili hominis; adhuc conversus videbis. E il Profeta guardando vide venticinque uomini vicini al vestibolo. Questi venticinque uomini vicini al vestibolo voltavano la schiena al tempio dei Signore e la faccia all’oriente e adoravano il sole. Ora, questi venticinque uomini in fondo al tempio appartenevano al popolo; e perchè il popolo è precipitoso nelle sue conclusioni, si vede bene che i venticinque uomini voltavano la schiena al tempio del Signore[13].

E così, popolo, donne, nobili, sacerdozio: l’apostasia era dappertutto, in alto e in basso della società giudaica. L’ apostasia, il più grande de’ peccati, che consiste, come indica l’etimologia della parola (ajpo« stasi«ß) mettersi lontano; lontano dalla verità conosciuta, lontano dalla vera religione. L’apostata nel giudaismo si metteva lontano dal Dio unico. L’apostata nel cristianesimo si mette lontano da Cristo Redentore e dal Papa suo Vicario, che lo rappresenta qui in terra.

Ma il Signore, dice la Bibbia, continua a rivolgersi al profeta Ezechiele: Certamente, o figliuolo dell’uomo, tu hai veduto; è forse piccola cosa per la casa di Giuda il fare queste abominazioni al suo Dio? eppure le hanno commesse e mi hanno irritato[14]. Anch’io pertanto nel mio furore agirò… Successe allora una di quelle scene bibliche che provano quanto è paziente in questo mondo la giustizia di Dio.

La scena s’era ingrandita. Tutti i veli erano caduti. Jeova stesso, in persona, s’era all’improvviso manifestato al suo Profeta. Il Signore aveva preso un atteggiamento di maestà oltraggiata, stava in procinto di andarsene. Fiamme abbaglianti l’attorniavano da tutte le parti. Non eran più angeli dalle forme graziose, come nella visione di Giacobbe, che gli facevano scorta, ma quattro animali straordinari, ciascuno de’ quali aveva alla sua volta figura d’uomo, di toro, di leone, d’aquila, che gli formavano come un cocchio[15]. Ora, cosa degna d’esser notata, Jahvé, che stava per abbandonare Gerusalemme, non poteva risolversi a lasciare muovere il suo cocchio. Il Profeta lo vide, quando, lasciato il santuario, si era fermato nel vestibolo de’ sacerdoti: e pareva attendesse un grido di pentimento; il corteo s’arresta ancora sulla soglia del tempio: una terza volta in mezzo alla città. A ciascuna formata si sentiva come un romore di singhiozzi: “Popolo mio, Popolo mio, che t’ho dunque fatto per dover esser trattato in tal guisa da te Non sono io che ho benedetto la tua cuna, il posto di onore che tu occupi? Non sono io che ti ho dato una terra privilegiata, uomini grandi, eroine, una letteratura, una storia senza uguali? Convertiti dunque, o Gerusalemme, chè vi è tempo ancora! Tu ti sei adirata; ma io non voglio adirarmi!… , Ed il corteo si rimise in marcia. Si era arrivati alle mura della città; il cocchio le passa. Sembrava che tutto fosse ormai finito. Ebbene, no. Oh tenacità dell’amore, che ha risoluto di tentar l’ultima prova. Sovra una montagna vicino a Gerusalemme, quella degli Olivi, andò a porsi la gloria del Signore. Là, riferisce un’antica tradizione ebraica, Jahvé attese tre mesi, nel medesimo punto dove, sei secoli più tardi, il Cristo rigettato doveva fare ascoltare il suo singhiozzo di dolore: Geusalemme, Gerusalemme, io ho voluto radunare i tuoi figli! Ma finalmente, dopo lungo attendere, un giorno, il cocchio disparve…[16].

Alcune settimane più tardi l’esercito dei Caldei col terribile Nabucodonosor e, in seguito, quello de’ Romani con Tito, l’uno e l’altro, agili come leopardi, mettevano tutto a fuoco e sangue: e sulle ruine di quella che ora una patria, si poteva innalzare una colonna con questa iscrizione : Finis Judaeae! Fine della Giudea!

Con l’Anticristo, succeduto all’apostasia generale, questa sarà più che la ruina delle nazioni, sarà un giogo pesante e ignominioso, tale che l’umanità non ne avrà nel passato subito uno simile[17].

Che Dio delle misericordie salvi per lungo tempo ancora la società da un si terribile avvenire. Apportando ai piedi di Pio X un costante e generoso concorso, i cattolici possono sperare una riedificazione dell’edifizio sociale, che richiamerà i bei giorni. Pio X stesso, la pensa così e ne fa cenno nella sua enciclica “sull’Azione cattolica”. – “Quale prosperità e benessere, quale pace e concordia, quale rispettosa soggezione all’Autorità e quale eccellente governo si otterrebbero nel mondo, se si potesse attuare per tutto il perfetto ideale della civiltà cristiana. Ma posta la lotta continua della carne contro lo spirito, delle tenebre contro la luce, di Satana contro Dio, tanto non è da sperare, almeno nella sua piena misura. Non per questo è da perdere punto il coraggio. La Chiesa va innanzi imperterrita, o mentre diffonde il regno di Dio là dove non fu peranco predicato, si studia per ogni maniera di riparare alle perdite nel regno già conquistato. Instaurare omnia in Christo è sempre stata la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo. Ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono”[18].

La nostra vecchia Europa, parte costitutiva e, per lungo tempo, principale di questa civiltà cristiana non contiene più questi elementi di ristorazione?… “Figlio dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che si vede da questa parte (e vi ringraziamo, o Signore, di farcelo vedere), è un santuario, ma un santuario mondo da ogni idolo di Gelosia. In questo santuario, un sacerdozio, e quanto è bello nella scarsa gerarchia questo sacerdozio! Alcuni sacerdoti intorno ai loro vescovi, alcuni vescovi intorno al Papa, il Papa unito a Cristo! Sulla faccia di molti, le stimmate del dolore; ma sulle loro labbra il cantico di S. Paolo: “Maledetti, benediciamo, Maledicimur et benedicimus: perseguitati, abbiamo pazienza; bestemmiati, porgiamo suppliche”[19]. O Europa puoi andar superba del sacerdozio cattolico! Spera, spera ancora… Questo sacerdozio può giovare ancora per molto tempo al bene delle nazioni!

“Figliuolo dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che ancora si vede, o Signore, è la fede addormentata che si risveglia nelle classi elevate, un movimento che principia, scuole che rinascono, circoli, patronati, catechismi che si moltiplicano, congressi che si tengono, una stampa coraggiosa che combatte, le idee di giustizia, di diritto, di libertà che si raddrizzano, vibrano, non vogliono morire.

“E da questa parte ancora, figliuolo dell’uomo, che cosa tu vedi? Adhuc conversus videbis?

Si vedono, o Signore, donne in ginocchioni, che piangono. Ma questa volta le lacrime versate sono per il Signore; per il Signore nell’amore; per il Signore nella penitenza; per il Signore nell’espiazione. Vergini dei Carmelo, Figlie della Carità , Piccole suore dei Poveri, o spose di Gesù Cristo! E voi ancora, o madri cristiane, nobili donne di tutti i paesi! Un mondo empio vi motteggia o vi bestemmia. Si sappia almeno che, sovra un suolo che trema e in un orizzonte di tempeste, vi sono cuori di donne che amano Gesù Cristo, la Chiesa e la patria di un amore di cui le labbra sono impotenti a esprimere gli infuocati ardori. Il cielo ne è commosso, e la terra esulta di speranza.

“Figliuolo dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che si vede, o Signore, è uno spettacolo incantevole! Sono operai, lavoratori, i figliuoli del popolo, di quel popolo il cuore del quale ha per sì lungo tempo e sì fortemente palpitato per Gesù Cristo! Fuori del tempio di Dio, dove i settari e i caporioni li avevano trascinati, si vedono dei gruppi che. rivoltano, che risalgono, che ritornano al tempio del Signore. Le loro mani tese si volgono di nuovo verso la croce: e, al bisogno, il loro petto diverrebbe scudo per difenderla.

 

V.

 

Allo spettacolo di questi segni consolatori e fortificanti, ah! non è la disperazione nè lo scoraggiamento, ma la confidenza e l’energia che devono trovar posto nel loro cuore. Con Pio X abbiamo la volontà e la forza di tutto restaurare in Cristo. Ricondurre la società a Cristo! tutto il resto è secondario dinanzi a questo grande compito. Impavidi e fedeli ai consigli pontifici![20] l Tale dove essere la nostra parola d’ordine. Le ultime generazioni cristiane, nel loro insieme più provate di noi, sapranno innalzarsi sino all’eroismo, per mantenere contro l’Anticristo il complesso delle verità cristiane, base di ogni civiltà. Lasciamo ad esse un profumo d’esempi che le allieti e le incoraggi.

Affermare le verità cristiane, comunicare le verità cristiane, difendere le verità cristiane, sono le tre parole che compendiano i nostri doveri verso Cristo e la società. Per compiere questi doveri la Chiesa non risparmia pene e fatiche e, ad esempio della Chiesa, non le deve risparmiare neppure il cristiano.

 


[1] II  Thess. II, 7.

[2] II  Thess. II, 6,7. “ Et quid deitneat scitis, ut reveletur in suo tempore… tantum ut qui tenet nunc, teneat, donec de medo fiat”.

[3] “Cum temporale Romanorum imperium a longo jam tempore sit eversum, nec tamen apparuerit Antichristus, ipsa patet experientia id de temporali hoc imperio intelligi non debere.

“De qua itaque?

“De defectione a spirituali Romanorum imperio, seu de defectione generali a fide catholica romanae Ecclesiae: Ita S. Thomas, et alii communiter.

“Dicendum, inquit S. Thomas, quod nondum cessavit (Romanorum imperium), sed est commutatum de temporali in spirituale; et ideo dicendum est quod discessio a romano impeio itelligi debet, non solum a temporali, sed a spirituali, scilicet a fide catholica romanae Ecclesiae (Bernard. a Piconio, Epist. B. Pauli triplex expositit.: II Epist. Ad Thess., cap. II, 3.)

[4] S. Thomas, Opusc. LXVIII, De Antichrist., ed. di Parma, 1864, t. XVII, p. 439. – L’espressione ebraica “De medio fiat” significa, dice Estio, la separazione da qualcuno o da più. “Exibunt Angeli, et separabunt malos de medio justorum” (Matth. XIII). “Exite de medio eorum, et separamini” (II Corinth. VI)

[5] Allocuz. di Leone XIII al Sacro Collegio 2 marzo 1887.

[6] Il Monitore di Roma, 24 maggio 1886

[7] Encicl. E supremi apostolatus cathedra.

[8] L’Univers, 26 luglio 1896.

[9] Lettera di S, E. il cardinal Coulliè, arcivescovo di Lione, per la pubblicazione dell’ Encicl. E supremi apostolatus cathedra.

[10] Ezech. VIII, 3-6.

[11] Ezech. VIII, 7-12.

[12] Id. VIII, 13,14.

[13] Ezech. VIII, 15-18.

[14] Id. VIII, 17, 18.

[15] Ezech. VIII, 2-4; I, 4-14; 26-28.

[16] Ezech. VIII, 6; IX, 3; X, 4, 18, 19; XI, 22, 23.

[17] Si domanda: Questo generalizzarsi dell’apostasia, che darà luogo alla venuta dell’Antecristo, sarà un fatto compiuto prima della sua venuta; oppure, già stabilita o, piuttosto, già stabilita in larga scala, si compirà soltanto pel fatto e sotto il regno del figlio di perdizione?

L’apostasia o la separazione dalla fede cattolica e dal Pontificato romano, dovrà essere generale, un fatto compiuto, dicono Engelberto, Trionfo, Estio. – Esso non sarà che una via da compiersi, ma già su larga scala, rispondono il Sote, il Bellarmino, Giustiniano. Quest’ultima opinione sembra più probabile, poichè S. Paolo dice che dopo la defezione e l’apostasia, l’Anticristo apparirà in omne seuctione iniquitatis (II Thess. II, 10). Esso dunque aumenterà l’apostasia e la renderà più universale.

[18] Lett. Encicl. di S. S. Pio X ai vescovi d’Italia sull’Azione Cattolica, 11 giugno 1905.

[19] I Cor. IV, 12.

[20] È questa l’insistente preghiera di Pio X nella lettera indirizzata al cardinale arcivescovo di Lione:

 

Al nostro caro Figlio, S. Eminenza Rev. Pietro Coullié, Cardinal Prete, Arcivescovo di Lione e Vienna.

 

PIO X PAPA

 

Carissimo Figlio, salute e apostolica benedizione.

 

L’attenzione che hai avuto verso di Noi, scrivendoci ultimamente, nell’anniversario della Nostra esaltazione al sommo Pontificato ci é stata di vero conforto in mezzo a tutte le Nostre preoccupazioni specialmente a quelle procurateci, come ben comprenderai, dalle cose di Francia. I sentimenti di profondo attaccamento e di rispettosa unione alla Nostra persona e alla Sede Apostolica, che tu vi manifesti, Ci erano già noti. Ma ciò che nella tua lettera Ci è riuscito particolarmente grato è la confidenza con cui affermi che i  tuoi compatriotti non abbandoneranno giammai la fede degli avi; e che nella tua diocesi specialmente, tutti i fedeli si uniscano fermamente per la difesa della fede e gareggino di zelo nell’obbedire alle prescrizioni del Pontefice romano. Qual soggetto di consolazione per Noi! v’e bisogno di dirtelo? È questa una prova smagliante che Dio è ancora con la Francia, e che non permetterà mai che essa cada nell’abisso in cui vorrebbe precipitarla la malizia di troppi.

In quanto a Noi non cesseremo mai d’implorare la divina misericordia su di te, la tua chiesa e la tua patria; ma al tempo stesso Noi preghiamo, noi supplichiamo tutti i buoni di ascoltare con zelo ogni dì più docile le istruzioni del Vicario di Cristo per la comune salvezza.

Dato in Roma, presso S. Pietro, il 9 agosto 1905, anno terzo del nostro pontificato.

 

PIO X PAPA.

 

 

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -INCERTEZZA DELL’EPOCA DELLA VENUTA DELL’ANTICRISTO E PROIBIZIONE DI FISSARLA.-

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

INCERTEZZA DELL’EPOCA DELLA VENUTA

DELL’ANTICRISTO E PROIBIZIONE DI FISSARLA.

 

 

Sommario. – I. Silenzio della Tradizione e della Scrittura sull’epoca della venuta dell’Anticristo. – II. Testo del V Concilio ecumenico di Laterano che proibisce di fissarla. – III. Motivi di questa proibizione. – IV. Ciò che é tollerato.

 

I.

 

In qual anno del mondo comparirà l’Anticristo?

Nessuno saprebbe dirlo, poichè la Tradizione e la Scrittura tacciono su questo punto. Dio solo ne conosce l’anno e l’ora, ed è un segreto che si è riserbato. Tutte le investigazioni son dunque vane. V’ha una barriera che è insormontabile. L’apostolo san Paolo, scrivendo dell’Anticristo ai Tessalonicesi, ha fatto allusione a questa barriera nelle seguenti espressioni: … Affinchè sia manifestato a suo tempo, Ut reveletur in suo tempore[1]. In qual epoca del mondo arriverà questo tempo? Siccome l’apostolo san Paolo non lo ha indicato, ma si e’ servito di un’espressione indeterminata; la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e sempre prudente, non ha aggiunto nulla e non aggiungerà nulla alla breve indicazione dell’Apostolo. Rispettando la sua riserva, s’è astenuta da sollevare il volo o di guardare più oltre.

 

 

II.

 

Inoltre, per tagliar corto alle indiscrezioni che s’eran prodotte, non ha esitato di proibire sotto pena di scomunica di annunziare per un’epoca determinata la venuta dell’Anticristo e il giorno del giudizio finale. Sotto Leone X, nell’anno 1516, il 11 avanti le calende di gennaio, nel V concilio ecumenico di Laterano[2] venne emanato questo decreto: “Ordiniamo a tutti coloro che esercitano l’ufficio della predicazione o che l’eserciteranno in futuro, di non presumere di fissare nelle loro predicazioni o nelle loro affermazioni un tempo determinato per i mali futuri, sia per la venuta dell’Anticristo, sia per il giudizio finale: attesochè la verità ha detto: Non v’è dato di conoscere il tempo o il momento che il Padre ha fissato di sua propria autorità: coloro dunque che, sino al presente, hanno osato asserire simili cose, hanno mentito, e si è avverato che, per fatto loro, un gran danno è stato arrecato all’autorità di coloro che predicano saggiamente”[3].

 

 

III.

 

I motivi di questa proibizione sono indicati nel testo di essa:

Prima di tutto, il rispetto dovuto alla volontà di Dio. Egli è il padrone assoluto del tempo e di quanto in esso succede: non conviene, dunque, che gli uomini, da indiscreti voglian conoscere, in antecedenza, il risultato de’ suoi eterni decreti. Come si devono comportare, riguardo a questi eterni decreti, lo, dice l’autore ispirato dell’Ecclesiastico: “Non cercare quello the è sopra di te, e non voler indagare quelle cose che sorpassano le tue forze… Non essere curioso scrutatore delle molte opere di Dio[4]. Il rispetto dovuto ai decreti e alle opere di Dio, la penna di sant’Agostino l’ha espresso in quest’ammirabile sentenza: “Onora ciò che ancora non comprendi, e tanto più onoralo quanto i veli son più fitti. Quanto più uno è degno di onore tanti più veli pendono nella sua casa. I veli comandano l’onore dovuto al segreto e si alzano a coloro che si vogliono onorare”[5].

Il secondo motivo della proibizione è di risparmiare ai fedeli preoccupazioni fastidiose, pericolose pe’ doveri da compiere all’ora presente. Si ricordi la paura de’ Tessalonicesi che san Paolo fu costretto a rassicurare: “Noi vi preghiamo, o fratelli, che non vi lasciate atterrire; …quasi imminente sia il giorno del Signore[6]. E dopo aver tracciato il ritratto dell’Anticristo nel capitolo II della sua lettera, l’Apostolo lo fa seguire, al capitolo III, da questo consiglio: “Abbiam udito che alcuni tra voi procedono disordinatamente, i quali non fanno nulla, ma si affaccendano senza pro. Ora a questi tali facciamo sapere e li scongiuriamo nel Signor Gesù Cristo, che lavorando in silenzio mangino il loro pane[7].

Il terzo motivo è d’impedire gli scandali, sempre dannosi alle anime. Perchè allorquando l’avvenimento non giustifica le predizioni avventate, coloro che son deboli nella fede ne prendono occasione per disprezzare le vere profezie della Scrittura e di dubitarne. Così è accaduto più d’una volta in diversi tempi; e la storia ecclesiastica ha dovuto registrare i nomi di molti di questi sognatori che ebbero l’audacia di annunziare per un’epoca determinata la venuta dell’Anticristo; per esempio :

Un giovane parigino visionario annunzia pubblicamente da una cattedra di Parigi, verso il 960, che l’Anticristo verrebbe alla fine dell’anno 1000. Fu confutato vittoriosamente da Abbone, il futuro abate di Fleury[8]:

Fluentino da Firenze, condannato nel 1105 da Pasquale II;

Arnoldo da Villanuova, condannato nel 1311. Avea fissato la venuta e la persecuzione dell’Auticristo all’anno 1377:

Bartolomeo Janovesio, condannato da Papa Urbano V per aver fissato questa venuta nel giorno della Pentecoste del 1360;

Niccolò Cusin l’annunziò per gli anni 1700 o 1734;

Mmmero Bruschio, pel 15S9 o 1643:

Girolamo Cardano, per l’anno 1800:

M. d’Hedouville, tra il 1952 e 1953;

L’autore anonimo dei Precursori dell’Anticristo, per l’anno 1957;

L’abate Maitre fissa la fine del mondo alla fine del secolo XX o nel corso del XXI.

Questi esempi non sono una dimostrazione della sapienza della Chiesa nel proibire che ha fatto di fissare una data determinata sia per questa venuta, sia per la fine del mondo?[9]

 

 

IV

 

Si potrà dire che essa proibisce egualmente di emettere delle congetture? No: la proibizione fatta dal V Concilio ecumenico di Laterano non va più in là. Essa riguarda solamente ogni data fissa. Le generalità, le congetture prudenti, l’indicazione dei segni precursori restano cose permesse, ad esempio di certi Padri e d’eminenti Dottori che non ne sono mancanti.

Eusebio “designa la venuta dell’avversario, il quale avrà la libertà di assalire la Chiesa di Cristo”[10].

Giuda Cyr, altro storico ecclesiastico, crede che la venuta dell’Anticristo sia prossima[11].

Tertulliano parla dell’Anticristo che si avvicina: “Antichristo jam instante[12].

S. Cipriano: “Dovete tener per certo che il tempo dell’afflizione è cominciato, che la fine del secolo e il tempo dell’Anticristo si avvicinano”[13].

Sant’Ilario parla dell’Anticristo imminente: “imminentis Antichristi[14].

San Basilio: “Non siamo all’ultim’ora? Non è questa l’apostasia? Non si manifesta l’empio, il figlio della perdizione?”[15]

Sant’Ambrogio: “Perchè siamo arrivati alla fine del mondo, certe malattie ne sono i segni. La malattia del mondo, è la fame; la malattia del mondo, è la poste la malattia del mondo, è la persecuzione”[16].

San Girolamo: “Noi non curiamo che l’Anticristo si avvicina”[17].

San Bernardo, descrivendo le empietà del suo secolo, emette questo grido d’allarme: “Sol questo ci resta da vedere che l’uomo del peccato, il figliuolo di perdizione, faccia la sua comparsa”[18].

San Gregorio Magno: ” Il re della superbia è vicino. Rex superbiae prope est[19].

Altre citazioni potrebbero esser riferite. Chi non conosce, del resto, la famosa omelia del citato gran Papa san Gregorio, sui “segni della fine del mondo”, omelia che la Chiesa, ogni anno rimette sotto gli occhi dei sacerdoti e dei fedeli, la prima domenica dell’Avvento, per ricordar ad essi la fine dei tempi? Di questi segni precursori, san Gregorio nota che alcuni sono adempiuti, e altri non tarderanno ad esserlo. “Ex quibus profecto onnibus alta jam facta cernimus, alia in proximo ventura formidamus[20].

Come s’è potuto vedere, alcuni de’ Padri citati non si son permessi di fissare una data certa per la venuta dell’Anticristo o per la fine dei mondo. Essi si fermano tutti alle generalità, rammentano i segni, congetturano; non fissano nulla. La loro maniera di predicare o di scrivere, è conforme agli annunzi alle volte deterininati e prudenti del nostro Signore stesso, e del suo apostolo san Paolo. Ai capitoli XXIV e XXV di san Matteo, nostro Signore annunzia chiaramente la fine del mondo, ne dà i segni precursori, ma non fissa la data. Ad esempio del suo Maestro, san Paolo, al capitolo II della seconda lettera ai Tessalonicesi, annunzia chiaramente l’Anticristo, ma non fissa la data della sua venuta; si limita a indicare il segno precursore di questo avvenimento: l’Apostasia: Discessio primum et revelatus fuerit homo peccati[21].

 

 


[1] II Thess. II, 6.

[2] Sess. XI, Constit. Supernus majestatis praesidio.

[3]Mandantes omnibus, qui hoc onus praedicationis sustinent, quique in futurum sustinebunt, ut tempus qua fixum futurorum malorum, vel Antichristi adventum aut certum, diem Judicii praedicare, vel asserere, e nequaquam prasumant; cum Veritas dicat: Non est Vestrum nosse tempora vel momenta, qua Pater posuit in sua potestate: ipsosque qui hactenus, similia asserere ausi sunt, mentitos, ac eorum causa, reliquorum etiam recte praedicantium auctoritati non modicum detractum fuisse constet. (Cit. in Ferraris, Prompt. bibl. alla parola Praedicare. Mansi, Sacrorum Conciliorum collectio, t. XXII. p. 945-947).

[4] Ecclesiastic. III, 22-24.

[5]Honora quod nondum intelligis et tanto magis honora quanto plura vela cernis. Quanto enim quisque honaratior est, tanto plura vela pendent in domo ejus. Vela faciunt honorem secreti; sed honorantibus levantur vela“. (S. August., Serm. LI, 5).

[6] II Thess. II, 11, 12.

[7] II Thess. III. 11, 12.

[8] Abbonis apologeticum in Migne, Patr. Lat.,  t. CXXXIX, c. 162.

[9] Tra gli autori che hanno fissato una data alla venuta dell’Anticristo, ci siamo meravigliati di trovarvi il ven. servo di Dio Bartolomeo Holzhauser, restauratore della disciplina ecclesiastica in Germania, fondatore dell’Associazione dei Preti secolari viventi in comune, morto il 20 maggio 1658. Autore di una Interpretazione dell’Apocalisse, applauditissima in Germania, e in cui vi sono certamente delle pagine bellissime e commoventissime, L’Holzhauser ha scritto quanto segue: “Alla metà dell’anno di Gesù Cristo 1865, nel secolo XIX, nascerà l’Anticristo e vivrà cinquantacinque anni e mezzo. Negli ultimi tra anni e mezzo della sua vita, perseguiterà col più grande furore la cristianità, e d’accordo col suo falso profeta l’antipapa, sterminerà la Chiesa, disperderà il gregge di Gesù Cristo, vincerà ed ucciderá tutti i fedeli colla possanza che gli verrà data per quarantadue mesi sovra ogni tribù, popolo, lingua e nazione, per far guerra contro i santi di Dio e per vincerli durante il tempo in cui sarà assiso nella pienezza del suo regno. Così dunque, nel 1911, il figlio di perdizione sarà ucciso nel cinquantaseiesimo anno della sua vita dal soffio, cioè dalla parola, che uscirà dalla bocca di Gesù di Nazaret crocifisso”. (Interpretazione dell’Apocalisse, 3ª ediz., t. II, pag. 120, Parigi, 1872: librer. Lodovico Vivés). – Se la causa di beatificazione del ven. servo di Dio si dovrà proseguire, queste linee non siano un ostacolo. L’onorevole Promotore della Fede esamini bene da quale spirito provengono. Nel caso in cui non fossero che un’interpretazione personale, non si potrebbe invocare in favore del loro autore l’ignoranza del decreto del V° Concilio Lateranense, cioè la buona fede? Errare humanum est, specialmente quando si tratta di un decreto ricoperto dalla polvere dei secoli, ed ignorato da moltissimi nella Chiesa. Se ci siamo presi la libertà di rimettere in evidenza questo decreto, lo abbiamo fatto perché nei tempi turbolenti in cui si trovano la Chiesa e la società umana, le anime stiano in guardia contro calcoli capaci di inquietarle.

[10] Euseb., Hist. Eccl., lib. V, cap. I.

[11] Euseb., Hist. Eccl., lib. V, cap. VI.

[12] Tertull., De fuga in persecuzione, c. XII.

[13] S. Cyprian., Epist. LVI ad Thibaritanos.

[14] S. Hilar., Lib. contra Auxentium.

[15] S. Basil., Epist. LXXI ad Alexandrinos.

[16] S. Ambros., Oratio in obit. Satyri fratris.

[17] S. Hieronym., Epist. II ad Ageruch.

[18] S. Bernard., Serm. 6 in Psalm. 90.

[19] S. Gregor. Magn., Epist. XXXVIII ad Joan. Constantin.

[20] Id., Hom. I in Evang.

[21] II Thess. II, 3.

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -PERSONA, REGNO, PERSECUZIONE,FINE-

 

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

 

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

PERSONA, REGNO, PERSECUZIONE,

FINE DELL’ANTICRISTO.

 

Sommario. – I. Cose certe. – II. Cose probabili. III. Cose indecise. – IV. Cose fantastiche.

 

Prima certezza: – L’Anticristo sarà una prova per i buoni, un castigo per gli empi e gli apostati.

 

Prova: – “Ecco che quel corno faceva guerra contro de’ santi e li superava[1]. – “E fu conceduto a lei (alla Bestia) di far la guerra coi santi e di vincerli[2].

Castigo: – “L’arrivo di quest’empio apra luogo… con tutte le seduzioni dell’iniquità per coloro i quali si perdono, per non aver abbracciato l’amor della Verità per essere salvi. E perciò manderà Dio l’operazione dell’errore, talmente che credano alla menzogna, onde siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell’iniquità[3].

Dio non pone la pietra d’inciampo sulla via dei cattivi, se non allorquando han proprio meritato la punizione: essi mettono allora il colmo ai loro delitti.

È, dunque, per una permissione divina che si avvererà la venuta dell’Anticristo. Per provare, da una parte, la fede degli eletti, per castigare, dall’altra, l’apostasia di un gran numero, Satana riceverà, come avvenne con Giobbe, la libertà d’esercitare, per un dato tempo, la sua funesta possanza contro il genere umano. Allora sorgerà colui che S. Ireneo chiama il compendio di ogni malizia[4], e sorgerà quel tempo di persecuzione, di cui nostro Signore ha detto: “Grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo sino a quest’oggi, nè mai sarà[5].

 

Seconda certezza: – L’Anticristo sarà un uomo, un individuo.

 

Bisogna che prima si sia manifestato l’uomo del peccato[6].

L’Anticristo non è dunque una finzione, un mito, come una penna di critico leggiero, quella di Rénan, si è sforzata di stabilire[7]. Esso non deve inoltre esser confuso con una setta qualunque, una collezione d’empi, un centro d’ateismo, un periodo di persecuzione, come hanno pensato alcune anime pie. L’Anticristo sarà un vero individuo, una persona, che sorgerà, è vero, in un’epoca d’ateismo e di sétte perverso, ma, pur ritenendo legami stretti con queste sétte e con questo centro di ateismo, non lascerà d’essere una persona, un individuo “avente gli occhi di un uomo ed una bocca che proferiva grandi cose e bestemmie[8].

 

Terza certezza: – L’Anticristo non sarà Satana incarnato, nè un demonio sotto apparenza umana, ma un membro della famiglia umana, un uomo, nient’ altro che un uomo. “L’uomo del peccato[9].

Senza dubbio quest’essere sarà ispirato da Satana e sarà come il suo strumento; Satana sarà il suo consigliere e il suo ispiratore invisibile: gli presterà il suo appoggio, ma non sarà l’Anticristo egli stesso[10].

 

Quarta certezza: – L’Anticristo sarà seduttore per certe sue qualità personali.

Questo corno aveva occhi quasi occhi d’uomo e una bocca che spacciava cose grandi[11]. – “E fu data alla bestia una bocca per dir cose grandi[12]. – “E adorarono la bestia dicendo. Chi è da paragonarsi colla bestia?[13]L’arrivo di quest’empio sarà con tutte le seduzioni dell’iniquità[14].

È un errore popolare quello di figurarsi l’Anticristo sotto apparenze ributtanti, come un compendio di tutto le laidezze fisiche. Questo proviene probabilmente dall’interpretazione data a questo passo dell’Apocalisse: “Io vidi una bestia elle saliva dal mare, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue coma dieci diademi, e sopra le sue teste nomi di bestemmia. E la bestia ch’io vidi era simile al pardo, e i suoi piedi come piedi d’orso, e la sua bocca come bocca di leone”[15].

Lungi dal rappresentare l’esteriore fisico dell’Anticristo, questo passo simbolico non ha altro scopo che di darci un’idea della sua vasta potenza e dell’estensione del suo impero, cose di cui tra poco tratteremo. i. diversi testi, che sono stati riportati, provano, al contrario, che la persona dell’Anticristo non mancherà di attrattive seduttrici. So, infatti, la descrizione di Daniele fa risaltare gli occhi dell’Anticristo: “Questo corno aveva occhi quasi occhi d’uomo” è perchè gli occhi denotano l’intelligenza, la perspicacia, l’abilità. Ma fra le bellezze seduttrici, Daniele e l’Apocalisse s’accordano a descrivere, come più dannose, la bellezza della voce e dell’eloquenza : “E fu dato alla bestia una bocca per dire cose grandi“. Cose grandi! Gli interpreti danno generalmente a queste espressioni il senso di parole strane, di parole d’orgoglio, di ribellione… di enormità. Ma la parola ebraica in Daniele “NDb√rVbår” significando “grandissimo“, indica che si può trattare anche di parole sublimi, eloquenti, affascinanti. L’angelo decaduto avendo scelto l’Anticristo come capo visibile dell’ultima battaglia da combattersi contro Cristo e la sua Chiesa, gli comunicherà qualche cosa delle bellezze naturali e incomparabili che l’Eden contemplò un tempo con stupore in Lucifero, bellezze che a lui non furon tolte, ma di cui abusa per fare il male. Sotto questa influenza occulta, il sublime, nella bocca dei figliuolo di perdizione, s’ unirà alla bestemmia; e questa tentazione del sublime sarà così attraente, che gli eletti stessi, se è possibile, saranno ingannati[16]. V’ha di più: il ritratto, tracciato nell’epistola ai Tessalonicesi, lascia intravedere nell’Anticristo una potenza di seduzione più vasta di quella della voce e dell’eloquenza: Con tutte le seduzioni dell’iniquità, vi è detto; per conseguenza, seduzione di una bella presenza e di un bel volto, seduzione di un bell’ingegno, seduzione di una falsa virtù, seduzione di prestigi e falsi miracoli uniti alla seduzione della voce e dell’eloquenza. Ed è, per questo che la terra, sedotta e in mezzo all’ammirazione griderà: Chi è da paragonarsi colla Bestia?

 

Quinta certezza: – I principî dell’Anticristo saranno umili e poco osservati.

Io considerava le corna, quand’ecco un altro piccolo corno spuntò in mezzo a queste[17].

L’espressione piccolo significa una potenza debole al suo principio; essa parrà da prima affatto trascurabile[18].

 

Sesta certezza: – L’Anticristo crescerà e farà conquiste.

Tre delle prime corna le furono svelte all’apparire di questo[19]. – “Questo corno era maggiore di tutti gli altri[20]. – “E l’angelo così mi disse: I dieci corni saran dieci re; e un altro si alzerà dopo di essi… e umilierà tre regi[21].

L’Anticristo crescerà sino a diventar re, e re conquistatore. Tre de’ dieci corni, cioè tre degli Stati nati, smembrati dall’antico impero romano, cadranno sotto la sua potenza. Essi saranno svèlti all’apparire di esso; ebraismo che significa: svèlti da lui. E anche notato che l’aspetto del piccolo corno divenne maggiore di quello de’ suoi compagni. Questa denominazione di “compagni“, applicata ai dieci corni indica che i dieci Stati esisteranno simultaneamente; l’Anticristo, undicesimo corno, è sorto e cresciuto in mezzo ad essi, e riesce ad abbatterne tre. Se è detto dall’Angelo che un altro si alzerà dopo di essi, l’espressione dopo di essi significa che l’Anticristo apparirà dopo la sparizione dei dieci re o dei dieci Stati, poichè, secondo il versetto 8 (quinta certezza), il piccolo corno (l’Anticristo) sorge, s’innalza in mezzo ai dieci Stati (ai dieci corni) e riesce ad abbatterne tre. Che significa dunque l’espressione dopo di essi? Significa che il regno dell’Anticristo deriverà dalla medesima sorgente che gli altri suoi predecessori, cioè dalle rovine dell’antico impero romano[22].

 

Settima certezza: – L’impero dell’Anticristo sarà universale.

E fu dato potere alla Bestia sopra ogni tribù e popolo e lingua e nazione[23].

Quest’accumulamento di espressioni non lascia alcun dubbio sulla universalità dell’ impero dell’Anticristo. Esso diventerà, o da sè medesimo o per mezzo de’ suoi luogotenenti, padrone del mondo. Si avrà allora la cattolicità dell’anticristianesimo dinanzi alla cattolicità della Chiesa.

Come nostro Signore meritò di riscattare col suo sangue l’umanità tutta intera[24], così l’Anticristo, in maniera opposta e per una permissione divina, estenderà per un dato tempo, il suo giogo di ferro e di empietà sopra ogni tribù e popolo e lingua e nazione[25]. Le scoperte moderne, che abbreviano il tempo e fanno sparire le distanze, mostrano che “l’uomo del peccato” non mancherà dei mezzi per arrivare a questo dominio. Alla facilità delle comunicazioni, unirà al suo servizio la potenza, detta scientifica, con tutto ciò che v’è mischiato di antirazionale e di anticristiano. Concentrando così le forze dello spirito rivoluzionario, trascinerà le folle sempre pronte a seguire tutti i servaggi. Coll’appoggio che troverà nelle società anticristiane[26], questo nemico di Gesù Cristo potrà formare in breve tempo un impero gigantesco. Allora si avvereranno in tutta la loro pienezza quelle espressioni dell’epistola ai Tessalonicesi: Revelabitur ille iniquus, quest’empio si manifesterà: egli sarà in evidenza, la sua potenza risplenderà per ogni dove.

 

Ottava certezza: – L’Anticristo farà una guerra accanita a Dio e alla Chiesa.

E parlerà male contro l’Altissimo e calpesterà i santi dell’Altissimo e si crederà di poter cangiare i tempi e le leggi[27]. – “Ed essa (la Bestia) aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo. E fu conceduto a lei di far guerra ai santi e di vincerli[28].

Se si interroga la Tradizione e le si domanda in qual maniera avverrà, secondo i testi, la persecuzione dell’ Anticristo, si alza S. Agostino e risponde: “La prima persecuzione (quella dei Cesari), fu violenta: per costringere i cristiani a sacrificare agli idoli, si proscrivevano, si tormentavano, si scannavano. La seconda, quella attuale, è insidiosa e ipocrita : gli eretici ed i fratelli sleali ne sono gli autori. Più tardi ne succederà un’altra, più funesta delle precedenti; perchè aggiungerà la seduzione alla violenza, e questa sarà la persecuzione dell’Anticristo”[29].

Subito il suo odio si rivolgerà contro Dio medesimo: “E la Bestia aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo“. Proibizione di rendere a Dio il menomo culto, proibizione di pronunziarne il nome, proibizione di comunicare colla Chiesa, suo tabernacolo vivente, proibizione di onorare i santi del cielo. Ma, al contrario, libertà di bestemmia contro Dio, libertà di bestemmia contro il suo nome, libertà di bestemmia contro la Chiesa, libertà di bestemmia contro i santi del cielo! Ma, tra tutte queste bestemmie, quelle proferite dall’Anticristo provocheranno un entusiasmo indescrivibile. Da un punto all’altro del mondo si spaccerà, si ripeterà: “Chi è da paragonarsi colla Bestia?” Tale sarà il grido di trionfo di empietà e d’orgia che farà rintronare l’aria! grido selvaggio che sarà la più grande bestemmia di cui gli uomini si saranno resi colpevoli, poichè esso supporrà che tutto ciò che esiste e che viene da Dio sia inferiore alla Bestia, portavoce di Lucifero[30].

E, insieme a questi attentati contro Dio, oppressione della Chiesa, oppressione di tutti coloro che vorranno rimanere fedeli a Gesù Cristo[31]. Contro di essi ogni sorta d’iniqui provvedimenti. Eccone alcuni:

Proscrizione di ogni insegnamento cristiano. Non più neutralità, ma proscrizione! Proibizione assoluta d’insegnare le verità cristiane e, per conseguenza, soppressione di scuole, chiusura di chiese, interdizione di predicazione. Esclusione eziandio di un insegnamento qualunque.

Già sotto Giuliano l’Apostata s’era fatta un a prova di questo iniquo provvedimento. “Allora, così scrive S. Gregorio di Nazianzo, si spogliarono le chiese, e le ricchezze ne furono trasportato nei templi degli idoli che si restauravano a spese de’ cristiani. Allora si chiusero le scuole e fu vietato ai cristiani d’insegnare la grammatica, la retorica, la medicina e le arti liberali. Non sta bene, diceva sghignazzando l’imperatore Giuliano, che gli adoratori del vero Dio coltivino le muse e la letteratura pagana, poichè stimano le nostro divinità infami ed empia la nostra scienza”[32].

Altro iniquo provvedimento: Lacerazione e distruzione dei Libri santi. Si farà anche più che proscrivere le opere in cui s’incontra il nome di Dio, come già si è fatto; si perseguiteranno specialmente i Libri santi, per lacerarli e distruggerli. Così avvenne nei tempi passati, durante la cruda persecuzione di Antioco Epifane, preludio, secondo la testimonianza di S. Girolamo, a quella dell’ Anticristo[33]. Si vide allora, come rilevasi dal primo libro dei Maccabei, tutto un esercito di funzionari e di sbirri occupati a invader le case, e a frugarne tutti i nascondigli. “Stracciati i libri della legge di Dio, li gettarono ad ardere nel fuoco. E se presso alcuni trovavano i libri del testamento del Signore, erano trucidati a tenor dell’editto del re[34].

Allora eziandio, secondo un altro passo del medesimo libro, torme di Ebrei fedeli abbandonarono Gerusalemme per rifugiarsi nelle montagne, nel profondo delle caverne. Gli sfortunati avevano, per salvarsi la vita, lasciato tutto, salvo qualche foglietto di quei, libri, rapiti alla fiamma e imporporati del sangue dei martiri. Morenti di fame e di freddo, ma vicini a questi foglietti, li leggevano, per rinvigorire l’animo, alla luce vacillante di torce pallide come le loro facce. Ma avvenne che quelle caverne della Giudea s’illuminarono, come più tardi le catacombe romane, di tali fiamme divine e di tali entusiasmi, che, dopo pochi anni di persecuzione, Gionata Maccabeo, uno dei superstiti di quelle lotte eroiche, Poteva rispondere agli Sparziati, i quali gli avean proposto un’alleanza: “Noi, non abbiamo bisogno di consolazioni umane, perché abbiamo per nostra consolazione i Libri santi, che sono nelle nostre mani”[35].

Ancora un altro provvedimento iniquo: Insegnamento obbligatorio ed universale dell’errore. Questo intanto si prepara nelle scuole senza Dio, o piuttosto contro Dio. Rese generali al tempo dell’Anticristo, esso poseranno la loro mano di ferro, per piegarli all’apostasia, non solamente sui giovanotti e le fanciulle, ma ancora sui bambini incapaci di difendersi, ad onta delle proteste dei padri e delle lacrime delle loro madri !

Sotto l’oppressione di questi iniqui provvedimenti e di altri ancora, si vedrà adempire alla lettera una delle più formidabili sentenze della santa Scrittura: “La verità sarà abbattuta sopra la terra, Prosternetur veritas in terra[36]. Nella lunga serie dei tentativi umani sin dall’origine dei secoli si è veduta la verità diminuita, sbeffeggiata, sfigurata, ma rovesciata a terra, mai! O che ciò sarà al tempo dell’Anticristo? Nessuno lo creda! Se il profeta Daniele adoperò questa espressione, l’adoperò per dipingere in modo energico tutto il furore che si sarebbe visto nella persecuzione di Antioco, e tutto il furore che si vedrà in quella dell’Anticristo. Egli usa lo stesso linguaggio, allorchè, parlando delle prove alle quali i fedeli cristiani saranno sottoposti, annunzia che “il corno farà la guerra contro de’ santi e li supererà[37]. Si, assalti contro i cristiani, assalti contro la verità cristiana. Ma mentre i santi, assaliti e feriti nei loro corpi, rimarranno impavidi, indipendenti e fermi nella loro anima, la verità cristiana, meglio radicata nel seno della Chiesa di quel che non sono le montagne nelle viscere della terra, renderà vani tutti questi assalti; e gli ultimi discendenti dei nostri contemporanei ripeteranno come noi, all’ora del canto del vespro, quel versetto del salmo, che proclama il felice esito delle battaglie di Dio: “Veritas Domini manet in aeternum, La verità del Signore è immutabile in eterno”![38]

Ma, tra i testi che annunziano la guerra incessante che l’Anticristo farà a Dio e alla Chiesa, ve n’è uno che non bisogna lasciare senza spiegazione: “Ed ei si crederà di poter cangiare, dice Daniele, i tempi e le leggi”. Che stanno a significare queste parole? Voglion dire che l’Anticristo si arrogherà una Potenza sovrumana, poichè appartiene soltanto a Dio, legislatore supremo, di regolare e di cambiare i tempi. L’uomo del peccato vorrà rovesciare tutto le istituzioni più sacre, tutti i fondamenti della religione e della società. Se n’è già avuto una specie di saggio da parte dei suoi precursori. Maometto cambiò i giorni festivi e la legge pubblicando il Corano. Anche ai giorni nefasti della tirannide giacobina, nel 1792, il culto cattolico venne proibito in Francia, ed il computo de’ tempi modificato introducendo un nuovo calendario. Ai santi di ciascun giorno, i cui nomi furono cancellati, si fecero succedere i legumi, gli animali, la carota e perfino il porco…

Ma a che pro rammentare il passato? Il presente non è bastantemente istruttivo e minaccioso? Non vi è stato in sono al parlamento di una grande Nazione europea chi ha osato proporre poco fa la modificazione seguente perchè venisse eretta a legge: “Le quattro feste dette concordatarie, stabilite sotto un vocabolo religioso, si chiameranno, cominciando dalla promulgazione della presente legge: quella dell’Ascensione, festa dei Fiori; quella dell’Assunzione, festa delle Raccolto; quella di Ognissanti, festa dei Ricordi; quella del Natale, festa della Famiglia”?[39] Il motivo allegato dall’autore di tale modificazione era questo: “Il cristianesimo ha fatto sparire tutte le feste dell’ antichità… Le feste pagane avevano almeno un merito, quello di idealizzare la vita, di esaltarla, di celebrarla. Il cristianesimo ha voluto metter sempre tra l’uomo e la natura il suo Dio”. E con 356 voti contro 195 la modificazione proposta venne respinta. Se sarà ripresa al tempo dell’uomo nefasto, che crederà di poter cangiare i tempi e le leggi, otterrà una maggioranza.

Ma ecco l’abominazione delle abominazioni.

 

Nona certezza: – L’Anticristo si spaccerà per Dio e vorrà essere adorato lui solo.

“L’avversario che s’innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora, talmente che sederà egli nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio”[40]. – “Ed essi adoreranno la Bestia”[41].

Le parole: “L’avversario che si innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora” ci stordiscono. Esse rivelano subito che l’uomo d’iniquità vorrà essere adorato, e adorato lui solo. Allorchè il più bello tra gli angeli distolse gli occhi dalla faccia del Signore e li rivolse su sè stesso, rimase sedotto, inebriato della propria bellezza, ed osò pretendere di essere adorato, ma insieme a Dio: “Salirò al cielo, diceva in cuor suo, sopra tutte le stelle innalzerò il mio trono, salirò sul monte del testamento, sarà simile all’Altissimo”[42]. L’ Anticristo sarà più sacrilego di Lucifero. Eccitato da lui non tenterà solamente di eguagliare Dio, di assidersi accanto a lui sulla sommità delle nubi; pretenderà di sostituirlo ed essere adorato lui solo. Persuaderà gli uomini che egli solo è il vero Dio e che fuori di lui non esisto altro Dio. La formula incomunicabile che Dio s, è riserbato sin ab eterno: “Io sono il Signore, e non havvene un altro”[43], l’Anticristo se ne approprierà[44].

La conseguenza di questa pretensione incredibile sarà, il testo lo indica, che l’uomo d’iniquità non farà solamente la guerra al vero Dio e alla vera religione, ma a tutti i culti esistenti. S’è avuto come un abbozzo di questo avvenimento in un fatto della persecuzione di Antioco Epifane. Questo principe empio, di cui erasi vaticinato che s’innalzerebbe e insolentirebbe contro tutti gli dei[45], non si peritò infatti di prendere sulle sue monete il nome di qeóß,, Dio, e di ordinare a tutti i suoi sudditi di praticare la sua propria religione[46]. Cosa degna di nota: tutte le false religioni del suo regno si sottomisero immediatamente a questo editto, senza manco l’ombra di resistenza: “Tutte le nazioni si accordarono in obbedire al comando del re Antioco”[47]. E frattanto non erano in piccolo numero queste false religioni, poichè il regno di Siria, circondato al settentrione dall’Asia Minore, al mezzogiorno dall’Egitto, al levante dall’impero dei Parti, a tramontana dal Mediterraneo, abbracciava, nella vasta estensione, tutte le false divinità della Mesopotamia, di Ninive, della Siria, d’Ammone, di Moab, della Samaria, d’una parte dell’Arabia, dell’Idumea, del paese dei Filistei. Eppure nemmeno l’ombra di una protesta: “Tutte le nazioni si accordarono in obbedire“. Infatti è nella natura dell’ errore, e si vedrà anche meglio al tempo del vero Anticristo, il curvarsi con prontezza sotto il giogo di un padrone, e non opporsi alla più detestabile delle tirannidi, a quella che esige la rinunzia della coscienza, il silenzio del vinto, il silenzio dello schiavo.

A Gerusalemme vi furono molte defezioni.

Parecchi Giudei ebbero la debolezza di sottomettersi. Ma la maggior parte della nazione rimase fedele al vero Dio. Come sotto il colpo di una commozione repentina, la fede assopita si risvegliò, levandosi calma e, intrepida dinanzi al tiranno delle coscienze.

Fu allora che si aprì il martirologio della Sinagoga, dove si videro inseriti, alla testa di migliaia di vittime, i nomi indimenticabili del santo vecchio Eleazaro, dei sette Maccabei e della loro madre[48]. Per tre anni e mezzo, questo martirologio rimarrà aperto…

L’editto di Antioco, che ordinava l’unità dei culto in tutto il regno siriaco, era stato seguito da un secondo editto, speciale per Israele, cioè per la vera religione. Siccome, il suo tenore è molto istruttivo, per il tempo presente, e più specialmente per l’avvenire, così merita di esser fatto conoscere:

“Proibizione di fare nel tempio di Dio gli olocausti e i sacrifizi e le oblazioni.

Proibizione di santificare il sabato e le solennità.

Sian profanati i luoghi santi e il popol santo d’Israele.

Si innalzino altari e templi agli idoli, e a loro s’immolino carni di porco e bestie immonde.

Non si pratichi la circoncisione e si contamini con ogni sorta d’immondezze e di abominazioni, l’anima dei bambini affinchè si diinentichino della legge di Dio e ne conculchino tutti i precetti. E tutti quelli che non obbediscono all’ordine del re Antioco, siano messi a morte”[49].

Per quanto sembrino mostruosi quest’ordini, tuttavia saranno sorpassati sotto il dominio dell’Anticristo, poichè tutti saranno obbligati ad adorare la sua persona[50]. L’autore ispirato dell’Apocalisse, che ha intraveduto da lontano quest’adorazione, ha fremuto e ha mandato questo grido d’orrore: Ed essi adoreranno la Bestia[51]. Così verrà stravolto e profanato, ai piedi del ministro di Satana, quel bel testo delle Scritture consacrato al vero Dio: “Le fatiche dell’Egitto, il commercio dell’Etiopia, e i Sabei uomini di grande statura passeranno dalla tua parte e saran tuoi; cammineran dietro a te colle mani legate e te adoreranno e a te porgeranno preghiere. In te solamente è Dio, e non è Dio fuori di te[52]. L’Apocalisse aggiunge un’ultima notizia: insieme a quest’adorazione della Bestia, vi sarà l’adorazione del Dragone, di Satana “E adorarono il dragone che dette potestà alla Bestia[53]. L’adorazione di Satana negli antri tenebrosi di certe logge massoniche non si pratica forse già?

 

Decima certezza: – Per mezzo di prodigi diabolici l’Anticristo pretenderà dimostrare che egli è Dio.

La venuta di quest’empio per operazione di Satana sarà con tutta potenza e con segni e prodigi bugiardi[54].

Con miracoli numerosi e strepitosi Gesù Cristo avea provato la sua filiazione e missione divina. “Le opere che mi ha dato il Padre da adempire, queste opere stesse le quali io fo, testificano a favor mio, che il Padre mi ha mandato”[55]. L’Anticristo avrà la pretensione di stabilire ugualmente la sua falsa divinità su prodigi esteriori. E con l’aiuto di Satana, per la potenza di lui, li compirà.

Ma questi miracoli saranno veri ?

“Si domanda spesso, dice S. Agostino, se queste espressioni di segni o prodigi ingannatori vogliono fare intendere l’inanità de’ prodigi di cui l’Anticristo abuserà contro l’uomo, essendo tutte questo opere apparenti: o devo dirsi che la verità stessa di questi miracoli trascinerà alla menzogna coloro che crederanno vedervi la presenza della forza divina?” E l’illustre dottore risponde: “Si saprà più tardi”[56].

Questo imbarazzo ha fatto nascere due opinioni differenti. Alcuni pensano che i miracoli, fatti dall’Anticristo con la potenza di Satana, saranno reali, veri miracoli e che trascineranno alla menzogna, cioè alla credenza della divinità dell’Anticristo[57].

Altri stimano che tutti i miracoli dell’Anticristo saranno bugiardi, il demonio illudendo i sensi de’ suoi seguaci[58].

Qualunque sentenza si adotti, ciò che v’ha di certo, si è che i prodigi compiuti dall’uomo del peccato saranno considerevoli, le parole accumulate di “miracoli, segni, prodigi”, indicano una molteplicità che sbalordisce.

 

Undecima certezza: – Il dominio e la persecuzione dell’Anticristo saranno passaggeri, l’uomo del peccato sarà distrutto.

Il giudizio sarà assiso, affinchè si tolga a lui la potenza, ed ei sia distrutto, e per sempre perisca[59]. “E la Bestia fu presa[60]. – “…Quest’iniquo, cui il Signor Gesù ucciderà coi fiato della sua bocca, e lo annichilerà con lo splendore di sua venuta[61].

Dopo tante dure prove, ecco finalmente l’annunzio consolante: L’Anticristo, quando sarà arrivato a poco a poco al fastigio del potere, verrà subito rovesciato per sempre. “E la Bestia fu presa”. La vittoria sarà facile quanto subitanea. Infatti non sarà necessario un grand’atto di potenza divina per distruggere l’Empio, Il soffio di Gesù ed il primo splendore della sua seconda venuta saranno bastanti a rovesciar per sempre il figliuolo di perdizione, l’uomo abominevole, che pareva invincibile.

In qual punto del suo regno nefasto, ne accadrà la ruina? Non ci fermeremo a indagarlo, ma è certissimo che accadrà… Un giorno, quando la persecuzione di Antioco Epifane s’era alquanto rallentata, un cocchio sollevando turbini di polvere, si dirigeva a galoppo vertiginoso sulla via d’Ecbatana a Babilonia, alla volta di Gerusalemme. Irritato, perchè il sangue de’ martiri non correva più a torrenti, un uomo assiso su questo cocchio non cessava di affrettarne, con esecrabili bestemmie, la corsa vertiginosa: “Vola dunque, urlava ad ogni istante al suo auriga, non sai che ho stabilito di arrivare a Gerusalemme! Voglio farne la tomba de’ Giudei; darò i loro cadaveri in preda agli uccelli di rapina e alle fiere; sterminerò anche i loro bambini”[62]. Scintille meno infuocate della rabbia dell’uomo, assiso sul carro[63], mandavano le zampe de’ cavalli; e in questa corsa d’inferno, alberi, case, colline, sparivano come ombre… Or ecco che all’improvviso un romore sinistro si fa sentire. Piomba dal cielo la vendetta divina. L’uomo empio è caduto dal suo cocchio. Dalle sue membra contuse e dalle sue carni ancor vive usciva, di mezzo a migliaia di vermi, un tal fetore che nessuno dell’esercito, che lo seguiva, volle trasportare questo Anticristo dell’Antico Testamento[64].

Infatti era lui, Antioco! ed il compito assegnatogli dalla permissione divina era finito.

Aveva, colla sua persecuzione, ravvivata la fede ed il coraggio degli eletti, le cui vesti si eran purificate nel sangue de’ martiri.

Avea curvato e schiacciato sotto il ferreo piede tutte le false religioni e tutti gli apostati[65].

Egli stesso, apostata e scellerato più di tutti[66], era annichilito senza opera d’uomo, come avea profetizzato Daniele[67].

Ma Gerusalemme era in piedi ! Sotto le sue mura risuonavano le trombe vittoriose dei Maccabei…

Qualche cosa di più rapido e di più improvviso succederà contro il vero Anticristo, quello del Nuovo Testamento. Un semplice soffio della bocca di Cristo lo ucciderà, ed il primo splendore della sua venuta lo annienterà.

Come all’alba le tenebre spariscono all’apparire del sole, così all’avvicinarsi del Sole di giustizia, anche avanti la gloria della seconda venuta, senza alcuno sforzo di Cristo, il Corno sarà svelto, la Bestia sparirà, l’uomo d’iniquità sarà distrutto.

 

II.

 

Prima probabilità:   I Giudei acclameranno l’Anticristo come Messia e lo aiuteranno a stabilire il suo regno.

Io son venuto nel nome del Padre Mio e non mi ricevete: se un altro verrà di propria autorità o riceverete[68].

E su questa parola, indirizzata da Gesù Cristo ai Giudei, suoi contemporanei e suoi nemici, che questa credenza si è stabilita: e si può dire che tale sia il sentimento unanime dei Padri della Chiesa. Nominiamo S. Ireneo, S. Ippolito, S. Ilario, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Gregorio di Nazianzo, sant’Efrem, sant’Ambrogio, Rufino, S. Girolamo, S. Giovanni Crisostomo, S. Prospero, S. Cirillo Alessandrino, Teodoreto, Vittorino, S. Gregorio il Grande, Andrea di Cesarea, il Venerabile Beda, S. Giovanni Damasceno, Teofilatto, sant’Anselmo, ecc.

Basterà qui citare i più rinomati.

San Girolamo: “Il Signore, parlando dell’Anticristo, disse ai Giudei: Io son venuto nel nome del Padre mio e non mi ricevete; un altro verrà di propria autorità e lo riceverete. I Giudei dopo aver disprezzata la verità nella persona di Gesù Cristo, riceveranno la menzogna, ricevendo l’Anticristo”[69].

S. Crisostomo: “Chi è colui che il Salvatore annunzia come da venire, ma non in nome del Padre? l’Anticristo: e denunzia in modo evidente la perfidia dei Giudei”[70].

S. Ambrogio: “Questo mostra che i Giudei, i quali non han voluto credere in Gesù Cristo, crederanno nell’Anticristo”[71].

S. Efrem: “L’Anticristo colmerà di favori in modo speciale la nazione giudaica. Ma pur di onori straordinari la Nazione deicida lo coprirà e applaudirà al suo regno”[72].

S. Gregorio Magno: “I Giudei rimetteranno tutta la loro confidenza in un uomo, essi che ricusarono di credere al Redentore, quando alla fine del mondo si affideranno all’Anticristo”[73].

S. Giovanni Damasceno: “I Giudei hanno dunque rigettato il Signore Gesù Cristo e Dio e Figlio di Dio; essi riceveranno al contrario l’impostore che si attribuirà arrogantemente la divinità”[74].

S. Ippolito, discepolo di S. Ireneo e uno dei primi che abbia scritto su questo soggetto, fa cosi parlare i Giudei: “Essi si domanderanno gli uni gli altri: «Si trova nella nostra generazione un uomo così buono e cosi giusto?» Andranno a lui e gli diranno : «Noi tutti ti serviremo; riponiamo in te la nostra confidenza; ti riconosciamo come il più giusto di tutta la terra; da te aspettiamo la salute». E lo proclameranno re”[75].

Ogni meraviglia vien meno dinanzi a questi commenti e a questi annunzi che vengono dall’alto, specialmente quando si vede ogni giorno più crescere l’enorme potenza finanziaria de’ Giudei, i loro intrighi, il salire che fanno ai primi posti nei principali Stati, la loro unione da un punto all’altro del mondo. Dinanzi ad una tal preponderanza non si dura molta fatica a comprendere e ad ammettere come essi potrebbero contribuire allo stabilimento della formidabile potenza dell’Anticristo.

Quest’acclamazione della sua persona e l’aiuto, che gli presterebbero son dunque cose probabili. Ma perchè non certe?

Eccone la ragione:

La maggior parte delle testimonianze patristiche su riferite, si fondano su quelle parole da Gesù Cristo indirizzato ai Giudei: “Io son venuto nel nome del Padre mio e non mi ricevete, un altro verrà, di propria autorità e lo riceverete”[76]. Ora a proposito di questo testo, S. Tommaso d’Aquino osserva che, dopo il vero Cristo, un gran numero di falsi Cristi essendo già comparsi presso i Giudei ed essendo stati ricevuti da loro[77], egli suppone che il testo, considerato in sè stesso, si riferisca non all’Anticristo, ma a qualcuno di que’ falsi Messia, di que’ falsi Cristi. Tuttavia, aggiunge san Tommaso, questo testo può essere con probabilità riferito secondo il senso relativo all’Anticristo, a causa dell’autorità dei SS. Padri, che l’hanno inteso così: “Locus probabilis est propter auctoritatem sanctorum Patrum[78].

 

Seconda probabilità: – La persecuzione, dell’Anticristo durerà tre anni e mezzo.

“I santi saranno posti in mano a lui pei un tempo, due tempi e per la meta di un tempo”[79]. – “Fu dato potere alla Bestia di agire per mesi quarantadue”[80].

Si disse precedentemente (11ª certezza) che la potenza e la persecuzione dell’ Anticristo sarebbero passeggere. Questo è certo. Ma sarà possibile precisarne la durata?

Non si può dare, su tal punto, altro che una risposta probabile, non certa, secondo i due testi citati. Quello di Daniele, infatti, è misterioso: esso non precisa che tre tempi e mezzo, senza determinare ciò che bisogna intendere per quelle espressioni, che possono significare un periodo di giorni, di mesi, di anni, di secoli. Molti commentatori antichi (S. Efrem, S. Girolamo, Teodoreto, ecc.), moderni e contemporanei suppongono che un tempo corrisponda ad un anno. Dal testo infatti, dell’Apocalisse è chiarito quello di Daniele. Vaticinando che la persecuzione dell’Anticristo durerà quarantadue mesi, l’Apocalisse autorizza a concludere che “un tempo e due tempi e la metà di un tempo, rappresentano tre anni e mezzo, durata equivalente a quarantadue mesi[81].

Un’osservazione ingegnosa è stata fatta. “Bisogna osservare che Daniele non dice semplicemente tre tempi e mezzo, ma: un tempo, due tempi… Egli divide così l’êra dell’Anticristo in tre periodi integrali: uno relativamente corto, durante il quale il nemico di Dio e degli uomini stabilirà la Sua possanza; il secondo più lungo, che lo vedrà esercitare la sua influenza nefasta: il terzo, che sembrava dovesse prolungarsi più ancora, sarà al contrario cortissimo, perchè il suo potere sarà all’improvviso fiaccato dal Signore”[82].

 

 

III.

 

Son cose indecise quelle che non sono stabilite nè dal consenso unanime dei Padri, nè da testi precisi della Sacra Scrittura.

 


[1] Dan. VII, 21.

[2] Apoc. XIII, 7.

[3] II Thess. II, 9-11.

[4] “Recapitulatio universae iniquitatis” (Ireneus, Advers. Haeres., l. V, XXIX).

[5] Matth. XXIV, 21.

[6] II Thess II, 3.

[7] Rénan, L’Antéchrist, Paris, 1873, pag, 478, 479.

[8] Dan. VII, 8, 20; Apoc. XIII, 5. – Catech. Conc. Trid., P. 1, art. VII, n. VIII: Signa iudicium praecedentia: – “Dicendum est Antichristum futurum esse verum hominem. Existimo esse assertionem certam de fide. (Suarez, De Antichristo, sect. I, n, 4; ediz. Vivés, t. XIX, Paris 1860).

[9] II Thess. II, 3.

[10]Dicendum est, Antichristum non solum futurum verum hominem, sed etiam veram humanam personam, propriam, et connaturalem humanitati: itaque non erit persona demonis incarnata” (Suarez, De Antichr., sect. I, n. 5). – S. Thom., Summ. theol., P. III, q. 8, a. 8. “Erit homo (non daemon incamatus, ut quidam Scholastici opinati sunt); sed homo pessimus“. (Van Stennkiste, Pauli Epistolae, t. II, p. 276).

[11] Dan. VII, 8.

[12] Apoc. XIII, 5.

[13] Id., 4.

[14] II Thess. II, 8-10.

[15] Apoc. XIII, 5.

[16] Matth. XXIV, 24.

[17] Dan. 7, 8.

[18]Est certum Antichristum non habiturum aliquod regnum ªure haereditario, sed habiturum potius humilem originem, et paulatim ac fraudolenter regnum occupaturum“. (Suarez, De Antichr., sect. V, n. 2).

Vocatur cornu parvum, quod sensim crescet, quodque non haereditate, sed fraude regnum obtinebit” (Corn. a Lapide, in II Epist. ad Thesss. II, 11, ediz. Vivès, t. XIX).

[19] Dan. VII, 8.

[20] Id. 20.

[21] Id. 24.

[22]Antichristum futurum esse regem magnumque monarcham aperte colligitur ex Daniel VII, supposita communi interpretalione Sanctorum, qui de Antichristo ea loca intelligunt. Cap. enim VII explicatur, cornu illud parvulum, quod Antichristum significare diximus iis verbis: «Cornua decem, decem reges erunt, et alius consurget post eos, et ipso potentior erit prioribus, et tres reges humiliabit». Erit ergo absque ulla dubitatione Antichristo rex temporalis“. (Suarez, De Antichr., sect, V, n. 1).

[23] Apoc. XIII, 7.

[24] Id. V, 19.

[25]Cum dicitur regnaturusrus in universo orbe, non est necesse intelligi de omnibus provinciis Asiae, Africae et Europae, in quibus fides et Ecclesia diutius viguit: Praeterea, etiamsi priori modo intelligitur, non erit factu difficile, preaesertim eum neque copia auri et argenti, neque daemonum industria defutura sit“. (Suarez, De Antichr., sect, V, n. 4). – Cf. Corn. a Lapide, II epist. in Thess, II; ediz. Vivès, t. XIX, p. 162.

[26] Un celebre scrittore, Donoso Cortes, ha avuto come un’intuizione di questo impero nefasto, nei disegni attuali della demagogia:         “… Di là quelle aspirazioni immense al dominio universale per la futura demagogia che si estenderà su tutti i continenti e fino agli ultimi confini della terra ; di là quel progetti d’una follia furiosa, che pretende mescolare e confondere tutte le famiglie, tutte le classi, tutti i popoli, tutte le razze umano, per triturarle insieme nel gran mortaio della rivoluzione, affinché da questo oscuro e sanguinoso caos esca un giorno il Dio unico, vincitore di tutto ciò che è dissimile, il Dio universale, vincitore di tutto ciò che e particolare, il Dio eterno, senza principio e senza fine, vincitore di tutto ciò che nasce e muore; il Dio Demagogia annunziato dagli ultimi profeti, astro unico del firmamento futuro, che apparirà portato dalla tempesta, coronato di folgori e servito dagli uragani. La Demagogia è il gran Tutto, il vero Dio, Dio armato d’un solo attributo, l’onnipotenza, e senza bontà, senza misericordia e senza amore che sono le tre grandi debolezze del Dio cattolico. A questi tratti chi non riconoscerebbe il Dio dell’orgoglio, Lucifero?” – “Quando si considerino attentamente queste abbominevoli dottrine, pare impossibile di non vedervi qualcosa del segno misterioso, ma visibile, il cui orrore sarà riconosciuto al tempo annunziato dall’Apocalisse. Se un timore religioso non impedisse cercar di sollevare il velo che cuopre questi tempi terribili, io potrei forse appoggiare su potenti ragioni d’analogia questa opinione: che il grande impero anticristiano sarà un impero demagogico colossale, retto da un plebeo di grandezza satanica, l’uomo del peccato” (Donoso Cortes, Oeuvres, t. II, p. 229, 230).

[27] Dan. VII, 27.

[28] Apoc. XIII, 6, 7.

[29] S. Aug, Enarratio in Psalm., IX, n. 27.

[30] È come una prefazione alle bestemmie dell’Anticristo intese e sopportate dalla società contemporanea. “Il primo dovere dell’uomo intelligente, ha osato dire Proudhon, é scancellare incessantemente l’idea di Dio dal suo spirito e dalla sua coscienza; perché Dio, se esiste, é essenzialmente ostile alla nostra natura… Dio é sciocchezza e viltà; Dio è ipocrisia e menzogna; Dio è tirannia e miseria; Dio è il male”. (Système des contradictions, cap. VIII, t. I, pag. 382).

[31]Certum est Antichristum persecuturum esse Ecclesiam; et fideles, ac sanctos acerbius ti cri,delius quani ab ullo nunquam tyranno tentati aut afflicti fuerint. Hoc de fide est… Secundo dicendum est persecutionom hanc non tantum futuram esse temporalem, sed etiam spiritualem“. (Suarez, De Antichr., sect. VI, nn. 1 e 2).

[32] Greg. Naz., Oratio in Julianum.

[33] Hunc locum plerique nostrorum ad Antichristum, et quod sub Antiocho in typo factum est, sub illo veritate dicunt esse complendum… Sicut igitur Salvator habet et Salomonem el caeteros sanctos in typum adventus sui; sic et Antichristus pessimum regem Antiochum, qui sanctos pesecutus est, templumque violavit recte typum sui habuisse credendus est. (Hieron., Comment. in Dan., cc. VIII, 14; XI, 21).

[34] I Mach. I, 59, 60.

[35] I Mach. II, 28-80; XII, 8, 9, 13, 14, 15, – Joseph, Antiq., lib. XII, c. VI.

[36] Dan. VIII, 12.

[37] Dan. VII, 21.

[38] Ps. CXVI, 2.

[39] Modificazione proposta dal Gérault-Richard alla Camera dei deputati nella seduta del 2 luglio 1905.

[40] II Thess. II, 4.

[41] Apoc. XIII, 4.

[42] Isaia, XIV, 14.

[43] Id., XLV, 5, 6, 18, 22.

[44]Dicendum est Antichristum docturum ac persuasurum hominibus, ut credant nullum esse verum Deum praeter seipsum; verisimile autem est non esse hoc docturum, donec rerum omnium potiatur“. (Suarez, De Antichr., sect. IV n. 4).

[45] Dan. XI, 36.

[46] I Machab. cap. I, vers. 43; Diodoro Siculo, XXXI, 1; Polibio XXXI, 4 ecc.

[47] Mach. I, 44.

[48] II Mach. VI e VII.

[49] I Mach., 46-52. – Joseph, Antiq., lib. XII, cap. V.

[50] Apoc. XIII, 12-15.

[51] Id. XIII, 4.

[52] Isaia, XLV, 14.

[53] Apoc. XIII.

[54] II Thess. II, 9.

[55] S. Giovanni, V, 36.

[56] S. Agostino, La Città di Dio, lib. XX, n. XX.

[57] Suarez, De Antichr., sect: IV, n. 10.

[58] Bern. a Piconio, II Ep. ad Thess., cap. II, 9. – Corn. a

Lapide. II Thess. II, 9.

[59] Dan. VII, 26.

[60] Apoc. XIX, 20.

[61] II Thess. II, 8.

[62] “Antioco fuori di se per lo sdegno… ordinò che il suo cocchio accelerasse, e camminava senza darsi riposo, spronato dalla vendetta del cielo, perchè con tanta arroganza avea detto, che andava a Gerusalemme, e che volea farne una sepoltura de’ Giudei… Aveva detto che li darebbe in preda agli uccelli di rapina e alle fiere e di sterminarli anche col loro bambini”. (II Mach. IX, 4,15).

[63] “Spirando fiamme contro i Giudei, pregava perchè si accelerasse il viaggio”. (Id. IX, 7)

[64] II Mach. IX, 7-9.

[65] I Mach. I, 41, 45.

[66] II Mach. IX, 13-28.

[67] Dan. VIII, 25.

[68] S. Giovanni, V, 43.

[69] Hieron., Epist. 151 ad Algasiam, quaest. II. – Comm. in Dan., II, 24; – in Abdiam, XVIII; – in Zachar., II, 17.

[70] Chrysost., Homil. XL in Joannem.

[71] Ambros., in Psalm. XLIII.

[72] Ephr., Serm. de Antichr.

[73] Gregor. Magn., in I Regum, II.

[74] Johann. Damasc., De fide orthodoxa, lib. IV, oap. XXVII.

[75] Hippol., Oratio de cosummat. Mundi.

[76] S. Giovanni, v, 43.

[77] Enumeriamo alcuni di questi pseudo Cristi: Teuda, in Palestina, l’anno 45. – Simon Mago, in Palestina, nel 34-37. – Menandro, nello stesso tempo. – Dositeo, in Palestina, nel 50-60. – Barcoba, in Palestina, Del 138. – Mosé, nell’isola di Creta, nel 434. – Giuliano, in Palestina, nel 580. – Un Siro sotto il regno di Leone Isaurico, nel 721. – Sereno, in Ispagna, nel 724. – Un altro in Francia, nel 1137. – Un altro in Persia, nel 1138. – Un altro a Cordova, nel 1157. – Un altro a Fez, nel 1167. – Un altro in Arabia, nel 1167. – Un altro in Babilonia, nel 1168. – Un altro in Persia, nel 1174, – David Almusser, in Moravia, nel 1176. – Un altro, nel 1280. – David Eldavid, in Persia, nel 1300. – Ismael Sophi in Mesopotamia, nel 1497. – Il rabbino Lenilen, in Austria, nel 1500. – Un altro in Ispagna, nel 1534. – Un altro nelle Indie Orientali, nel 1615. – Un altro in Olanda nel 1624, – Zabathai Tzevi, in Turchia, nel 1666.

[78] S. Thomas, Opusc. de Antichr., sect. 1, § 3. – Suarez, De Antichr., sect. 1, n. 7.

[79] Dan. VII, 25.

[80] Apoc. XII, 5.

[81] “Queste espressioni: un tempo, due tempi e la metà di un tempo, significano un anno e due anni e la metà di un anno: e per conseguenza tre anni e sei mesi… e, in un altro passo della Scrittura, si determina il numero dei mesi. (S. Agost. Città di Dio, lib. XX, n. 23). Anche la persecuzione di Antioco duro tre anni e sei mesi”. Antichristi suprema potestas ac monarchia tantum per tres annos et dimidium durabit. Loquar autem de monarchia et suprema potestate, quia, ut dicitur, data est illi potestas in omnem tribum, et populum, et linguam et gentem. Quantum vero temporis in augenda stabiliendaque monarchia ponere debeat, non mihi constat; quia neque ex preadictis locis satis colligitur, acque videtur admodum verisimile, brevi tempore trium annorum, cum dimidio haec omnia esse perfecturum. Illud ergo solum est certum, ad summum permansurum in throno suo tribus annis cum dimidio, stalimque se ipsum interficiendum, et regnum eius evertendum. (Suarez, De Antichr. sect. II, n. 3).

[82] Fillon, La Sainte Bible commentée: Daniel, cap. VII, vers. 23-27.

GEORGE BERNANOS: “Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale” “Voi la vostra fede non l’avete vissuta e allora essa è diventata astratta, è come disincarnata. Forse è in questa disincarnazione del Verbo la sorgente delle nostre disgrazie.”

“Una cristianità non si nutre di marmellata più di quanto se ne nutra un uomo. Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire.”

( George Bernanos, Il diario di un curato di campagna )

 

Sermone dell’agnostico

da “I grandi cimiteri sotto la luna”

di George Bernanos

 

Quanti predicatori chiacchieroni, quanti ripetitori del niente!

Immaginiamo che, per assurdo, nel giorno della festa di santa Teresa di Lisieux, uno di questi insopportabili chiacchieroni, al suo posto faccia salire sul pulpito un non credente, di media intelligenza.

 

Devoti e devote, io non condivido la vostra fede, ma la storia della Chiesa, della vostra Chiesa, è forse più familiare a me che a voi. Io l’ho letta, ma mi pare che non ci siano molti parrocchiani che potrebbero dire altrettanto.

Mi sbaglio? Gli interessati alzino la mano!

Fedeli, è bello che voi lodiate i vostri santi. È giusto che voi vi rallegriate per loro.

Ma scusatemi! Non posso credere che essi abbiano tanto sofferto e combattuto solo per permettervi di fare delle belle feste. E feste, peraltro, che restano solo vostre, giacché migliaia di poveri diavoli non hanno mai sentito parlare di questi eroi. E chi non conosce i santi, permettetemi, non può proprio contare su di voi!

Noi, i non credenti, non conosciamo i santi, ma, scusatemi, mi sembra che neppure voi li conosciate in modo serio. Chi di voi sarebbe capace di scrivere venti righe sul suo Santo protettore?

Prima restavo davvero perplesso. Adesso purtroppo ho capito che voi non vi preoccupate di quel che pensa la gente della mia specie. Anche i più devoti fra voi evitano ogni discussione con noi che non crediamo, dicono, per timore di perdere la fede.

Ma scusatemi, che razza di fede è questa? Questi mediocri per noi sono infelici perché ipocriti. E questo ci procura tanta tristezza. Ed ecco una grande differenza tra noi e voi: voi non vi interessate dei non credenti, ma i non credenti s’interessano enormemente a voi.

Già noi ci interessiamo a voi, ma rimaniamo proprio delusi!

Vi studiamo, vi scrutiamo e che scopriamo? Molti fra voi agiscono per interesse; altri vivono una fede che non cambia nulla nella loro vita.

Non c’è nulla di più grottesco che vedervi parlare, come tutti, delle vicende di questo mondo. E la vostra morale poi non differisce molto da quella comune.

Che mediocrità. E dove sta l’eroismo? Léon Bloy affermava giustamente che un cristiano, se non è un eroe non è che un porco.

Devoti e devote, devo confessarvi che il vostro vocabolario ci fa sognare.

Per esempio, quel termine misterioso: stato di grazia.

Quando uscite dal confessionale siete in “stato di grazia”. Stato di grazia. E che vi devo dire? Non si vede proprio. Noi continuiamo a chiederci: «ma che ne fate della grazia di Dio Ma dove diavolo la nascondete la vostra gioia?

Sì è vero, noi, come gli uomini del Vecchio Testamento, abbiamo il nostro vitello, noi sogniamo un Messia carnale che si chiama Progresso, Scienza. Potete dire quello che volete, ma non potete affermare che siamo stati noi ad aver crocifisso il Salvatore.

Il deicidio non è un crimine come gli altri ed esso è stato commesso proprio dalla classe dei sacerdoti più in vista, con l’approvazione dell’alta borghesia e degli intellettuali del tempo. Potete sghignazzare quanto vi pare, ma non sono stati i comunisti né gli infedeli che hanno messo il Signore in croce.

E com’è che non vi stupite che il Buon Dio abbia riservato le sue più dure maledizioni a dei personaggi importanti, inappuntabili nei loro doveri, attentissimi osservatori del digiuno e ben istruiti nella religione? Questa enormità non vi meraviglia?

Voi siete il sale della terra. E allora, se il mondo perde sapore, ma con chi volete che me la prenda? È davvero inutile che vi vantiate dei meriti dei vostri santi, giacché voi non siete che gli intendenti di questi beni.

Cristiani, siete voi che la liturgia della Messa dichiara partecipi della divinità, siete voi, uomini divini: dopo l’Ascensione del Cristo, siete quaggiù la sua persona visibile. Abbiate la coscienza di ammettere che non siete sempre riconoscibili al primo colpo.

Voi trovate queste mie osservazioni certamente fuori posto. Può darsi, ma hanno almeno il merito di essere semplici.

E certo la nostra amica Teresa non si dispiacerà.

Ahimè! Non avete molto da temere da me. Temete piuttosto quelli che vi giudicheranno, temete i fanciulli innocenti. La sola decisione che vi resta da prendere è quella che vi propone la santa: ritornate fanciulli, ritrovate lo spirito d’infanzia!

La società in cui vivete sembra più complessa delle altre perché eccelle nel complicare i problemi, o almeno nel presentarli in cento maniere diverse, il che le permette di inventare di volta in volta soluzioni provvisorie, che, naturalmente, vengono presentate come definitive.

Quanti sforzi per arrivare ad una società che si pretende materialista e che non è più in grado né di produrre né di vendere!

Cristiani che siete in ascolto, sta qui il pericolo!

È davvero rischioso subentrare ad una società che si è inabissata in un uragano di risate, perché anche i frantumi saranno inutilizzabili. Voi dovrete ricostruire. E dovrete ricostruire tutto davanti ai fanciulli. Ritornate dunque bambini. essi hanno trovato il modo di armarsi e voi disarmerete la loro ironia solo a forza di semplicità, di lealtà, di audacia. Voi li disarmerete solo a forza di eroismo.

Parlando così credo di non tradire il pensiero di santa Teresa di Lisieux. Mi limito a interpretarlo. Cerco di utilizzarlo in termini umani, di applicarlo alle vicende di questo mondo. Lei ha predicato lo spirito d’infanzia.

I santi si rivolgono a voi, vi hanno indicato una strada. Ma quanti li seguono?

Molti fra voi cristiani somigliate a quei leggendari soldati italiani che aspettavano l’ora dell’assalto. All’improvviso il colonnello sguaina la sciabola, scavalca il parapetto, si mette a correre da solo in mezzo al fuoco di sbarramento gridando: «Avanti! Avanti! Avanti!», mentre i suoi soldati, sempre rannicchiati nel fondo della trincea, elettrizzati da tanto coraggio, battono energicamente le mani, con le lacrime agli occhi: «Bravo! Bravo! Bravo!» E restano dove sono! E come sono…

Il messaggio di santa Teresa rivela un carattere tragicamente urgente. Vi viene offerta un’ultima possibilità: “Siete capaci di ringiovanire il mondo, sì o no? Il Vangelo è sempre giovane, siete voi che siete vecchi!”

Voi la vostra fede non l’avete vissuta e allora essa è diventata astratta, è come disincarnata. Forse è in questa disincarnazione del Verbo la sorgente delle nostre disgrazie.

Molti fra voi si servono delle verità del Vangelo come di un tema iniziale, da cui traggono una sorta di orchestrazione ispirata dalla logica di questo mondo. Nella pretesa di giustificare le verità evangeliche dinanzi ai Politici, non vi viene il timore di renderle inaccessibili ai Semplici?

Giovanna d’Arco non era che una santa, eppure si è messa in tasca i dottori dell’università di Parigi.

E se lasciaste la parola al Bambino Gesù?

Quando i potenti di questo mondo vi pongono domande insidiose su un mucchio di complicatissimi problemi: e la guerra, e il rispetto dei trattati e l’organizzazione capitalista, etc. etc. non vi vergognate di confessare che siete troppo stupidi per rispondere, e che il Vangelo risponderà al posto vostro. Allora forse la Parola divina compirà il miracolo di riunire tutti gli uomini di buona volontà.

Certo, è paradossale per noi sperare nel miracolo. Ma, consentite, non è ancora più paradossale aspettarcelo da voi?

Devoti e devote, mi spiace di non potervi benedire, essendo non credente. Ma ho comunque l’onore di salutarvi. Io non pretendo di interpretare il Vangelo, ma supplico voi cristiani di viverlo pienamente, secondo la vostra fede, secondo la fede della vostra Chiesa.

Sì, ve ne prego, vivete il Vangelo!

 

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