Papa Paolo VI: “SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA” “È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina”

 

PAPA PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 agosto 1968

 

I mirabili doni della scienza soprannaturale

LA PERSONALITÀ DEL SEGUACE DI CRISTO

Diletti Figli e Figlie!

In queste conversazioni Noi andiamo cercando qualche nota caratteristica del cristiano; Noi vogliamo individuare qualche elemento che qualifica il seguace di Cristo in quanto tale, e che definisce intimamente la sua nuova personalità. Vi è una differenza esistenziale fra il cristiano ed uno che non lo è? Certamente. Vi è una differenza che lo caratterizza profondamente; ed è appunto il «carattere» cristiano, quell’impronta spirituale, che, in vario grado, tre sacramenti stampano indelebilmente nell’anima di chi li riceve, come ognuno sa: il battesimo, che consacra il fedele con un certo potere sacerdotale al culto di Dio e lo fa membro del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1 Petr. 2, 5); la cresima, che lo abilita alla professione e alla milizia cristiana (cfr. Act. 8, 17; S. Th. 3, 72, 5); e l’ordine sacro, che lo assimila al sacerdozio potestativo di Cristo e lo fa suo qualificato ministro (cfr. Presb. Ord., n. 2). Il carattere comporta una prerogativa originale, propria del cristiano, che così segnato acquista una data qualificazione incancellabile, con un certo potere spirituale di compiere date azioni in ordine ai rapporti con Dio e conseguentemente nella comunità ecclesiale (cfr. S. Th. 3, 63, 2). S. Agostino ne parlò più volte, polemizzando con i Donatisti (cfr. Contra Epist. Parmeniani, II, 28); il Concilio di Firenze dapprima (cfr. Denz. Sch. 1310; 695), poi il Concilio di Trento tradussero in termini dogmatici l’insegnamento tradizionale della Chiesa al riguardo (cfr. Denz.-Sch. 1609; 852-1797; 960).

IMPEGNO ALLA FEDELTÀ AL RISCHIO ALLA TESTIMONIANZA

Una meditazione sarebbe da farsi su questo «segno distintivo», impresso nel cristiano, il quale sigillo si sovrappone all’immagine divina, già delineata, per via di natura, nell’anima razionale dell’uomo, e vi configura, sempre più marcato, il volto di Cristo, che diventa il volto del cristiano insignito da tale mistica impressione. È questa una stupenda antropologia, della quale spesso non si fa abbastanza caso nella concezione dell’uomo diventato cristiano. Anzi oggi la tendenza alla secolarizzazione, o alla trascuranza dei valori e dei doveri religiosi, porta a negligere la fisionomia cristiana modellata dal carattere sacramentale, così che sovente essa viene mascherata (perché cassare non si può) da sembianze profane, quasi per farle riprendere un profilo puramente naturale o anche pagano, dimenticando che la qualifica cristiana non è semplicemente nominale, ma reale, e comporta un?inserzione in Cristo, decisiva per il destino di chi gli è seguace, impegnandolo a fondo, se non vuol tradire l’onore del suo titolo, alla fedeltà, al rischio, alla testimonianza (cfr. Act. 11, 26; 1 Phil. 4, 16).

SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA

Ma vi è di più. Vi è la grazia, lo stato di grazia, cioè quella luce, quella qualità di cui l’anima è rivestita, anzi profondamente investita e imbevuta, quando il nuovo, soprannaturale rapporto, al quale Dio ha voluto elevare l’uomo che a Lui si abbandona, si stabilisce nello sforzo da parte dell’uomo della conversione, della disponibilità fiduciosa, e nell’accettazione della sua Parola, mediante la fede, in umile implorante amore, al quale subito l’Amore infinito, ch’è Dio stesso, risponde col fuoco dello Spirito Santo, vivificante nell’uomo la forma di Cristo. È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’ Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina. Lo stato di grazia non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita stessa di Dio, per cui noi diventiamo in certa misura partecipi della sua trascendente natura, è una elevazione all’adozione di figli del Padre celeste, di fratelli di Cristo, di membra vive del Corpo mistico mediante l’animazione dello Spirito Santo. È un rapporto personale: ma pensate: fra il Dio vivente, misterioso e inaccessibile per la sua infinita pienezza, e la nostra infima persona. È un rapporto che dovrebbe diventare cosciente; ma solo i puri di cuore, i contemplativi, quelli che vivono nella cella interiore del loro spirito, i santi ce ne sanno dire qualche cosa. Anche i teologi ci possono bene istruire. Perché è un rapporto ancora segreto; non è evidente, non cade nell’ambito dell’esperienza sensibile, sebbene la coscienza educata acquista una certa sensibilità spirituale; avverte in sé i «frutti dello spirito», di cui San Paolo fa un lungo elenco: «la carità, il gaudio, la pace» (questi specialmente: una gioia interiore, e poi la pace, la tranquillità della coscienza), e poi: la pazienza, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la padronanza di sé, la castità (Gal. 5, 22): pare d’intravedere il profilo d’un santo. Questa è la grazia; questa è la trasfigurazione dell’uomo che vive in Cristo.

Nessuna meraviglia se tale condizione, di per sé forte e permanente («nulla ci potrà separare dalla carità di Dio», dice ancora San Paolo [Rom. 8, 39]), è tuttavia delicata ed esigente; essa proietta sulla vita morale dell’uomo doveri particolari, sensibilità finissime; e fortunatamente infonde anche energie nuove e proporzionate, affinché l’equilibrio di questa soprannaturale posizione sia fermo e gioioso. Ma resta il fatto ch’esso può essere turbato e rovesciato, quando noi disgraziatamente lo disprezziamo e preferiamo scendere al livello della nostra natura animale e corrotta; quando commettiamo un volontario distacco dall’ordine a cui Dio ci ha associato, dalla sua vita fluente nella circolazione della nostra, cioè un peccato vero e volontario, che perciò, quando è grave, chiamiamo mortale.

LA TRISTE DEVIAZIONE DEL PECCATO

È strano vedere come molti cristiani oggi hanno un comportamento molto discutibile rispetto a tale condizione soprannaturale della nostra vita: da un lato cercano di minimizzare il concetto di peccato, coonestando anche gravi infrazioni della norma morale e quindi della condizione indispensabile della nostra relazione con Dio, come fosse senza importanza, e come fosse necessario, per francare la coscienza da possibili eccessivi timori, da scrupoli imbarazzanti e fantastici, non dare sufficiente peso alla rovina che il peccato produce; dall’altro, attribuiscono a sé la guida dello Spirito Santo, conferendo ai propri pensieri e alla propria condotta un gratuito e spesso fallace carisma di sicurezza e d’infallibilità. È una tendenza di moda, questa; e spesso in tacita polemica con l’economia propria della grazia, che esige ordinariamente l’intervento sacramentale per essere stabilita, conservata e alimentata e, se occorre, ristabilita.

I SUPREMI FULGORI: LA PAROLA DI DIO, L’AZIONE SACRAMENTALE, LA CHIESA

Ricordiamo, Figli carissimi, che durante la nostra vita temporale a noi non è dato «vedere» le realtà divine (cfr. Io. 20, 29); è dato «sapere»; ed anche questo sapere deriva non da una conoscenza naturale e normale, ma dalla fede; l’uomo credente procede «come se vedesse l’invisibile» (Hebr. 11, 27; cfr. Loew, Comme s’il voyait l’invisible, riferito all’apostolato); e la sicurezza., in via ordinaria, gli è data da segni, da certi segni sacri, simbolo e causa strumentale di ciò che rappresentano, i sacramenti. Il mistero della salvezza a noi è comunicato mediante due vie: quella obiettiva della Parola di Dio, cioè soggettivamente della fede; e quella dell’azione sacramentale. Alle quali vie una terza possiamo aggiungere, quella della Chiesa, quel grande sacramento che tutti gli altri contiene e dispensa, e che stilizza cristianamene la nostra vita e ci offre l’atmosfera dello Spirito, di cui essa è anima e che a noi, se fedeli, fa respirare.

Sì, è questa scienza soprannaturale dell’uomo un mondo difficile, un regno insolito ed arduo; ma è il vero mondo della nostra vocazione umana e cristiana; un regno che i violenti, cioè i violenti, forti e risoluti, conquistano e rapiscono (Matth. 11, 12); ma un regno vicino (Luc. 9, 10), un regno che già ci circonda, fino ad essere già fra noi, dentro di noi (Luc. 17, 21); un regno che i poveri, gli umili, i semplici, i fanciulli, i puri di cuore possono facilmente possedere. A tanto Cristo vi invita, e a ciò vi conduca anche la Nostra Benedizione Apostolica.

 

SANT’AGOSTINO: -Cristiani di nome, non di fatto- “Perché mai Gesù non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio”

 

DAL COMMENTO ALLA LETTERA DI SAN GIOVANNI, SANT’AGOSTINO

 

[Confessare il peccato e lottare con la grazia di Dio.]

3. Se voi sapete che egli è giusto, sappiate che chiunque si diporta giustamente, è nato da lui (1 Gv 2, 29). Attualmente la nostra giustizia deriva dalla fede. La giustizia perfetta si trova solo negli angeli, ma se li mettiamo a confronto con Dio, dovremo dire che a mala pena essi sono nella giustizia. Ma se esiste una giustizia relativamente perfetta nelle anime e negli spiriti creati da Dio, questa si trova negli angeli buoni santi e giusti, che non hanno abbandonato Dio con nessun peccato, non sono caduti in atti di superbia, ma sono sempre rimasti fedeli nella contemplazione del Verbo di Dio, nulla avendo di più dolce se non la visione di colui dal quale sono stati creati. Orbene in questi angeli noi troviamo la perfetta giustizia, mentre in noi si trova quella giustizia che ha avuto inizio dalla fede secondo lo Spirito. Allorché leggevamo il salmo, avete sentito queste parole: Incominciate a lodare il Signore con la confessione (Sal 146, 7). Il salmista dunque ci dice di incominciare: ora l’inizio della nostra giustizia è la confessione dei nostri peccati. Se hai incominciato a non scusare il tuo peccato, già hai dato inizio alla tua giustificazione: essa diventerà poi perfetta, quando il tuo unico diletto sarà la giustizia, e la morte sarà assorbita nella vittoria (cf. 1 Cor 15, 54), né più ti attirerà la concupiscenza, non si avrà più in te la lotta contro la carne ed il sangue e tu avrai la corona della vittoria, il trionfo sul nemico: allora ci sarà anche in te la perfetta giustizia.

Per il momento dobbiamo ancora combattere e se combattiamo significa che ancora ci troviamo nello stadio; possiamo infliggere ferite ma anche essere feriti, ed aspettiamo di vedere chi sarà il vincitore. Ora vincitore sarà colui che riesce a ferire, non facendo affidamento sulle sue forze, ma sulla spinta di Dio. Il diavolo è solo nel combatterci. Noi vinciamo il diavolo se stiamo vicini a Dio. Se pretendi di opporti da solo al diavolo, sarai sconfitto. Egli è un avversario avveduto ed esperto. Quante vittorie ha al suo attivo! Guardate da quale altezza ci ha precipitato: per farci nascere mortali, riuscì a scacciare dal paradiso i nostri progenitori. Che cosa fare dunque, dal momento che egli è tanto esperto? Si invochi l’Onnipotente contro il diavolo che è un nemico agguerrito. Abiti dentro di te colui che non può essere vinto, ed allora certamente vincerai colui che è solito vincere. Chi però il diavolo riesce sempre a vincere? Colui nel quale non abita il Signore. Adamo, infatti, mentre era nel paradiso disprezzò, come sapete, il comando del Signore e divenne superbo, desiderando essere indipendente, non più soggetto alla volontà di Dio; e così cadde dalla sua condizione di immortalità e di beatitudine (cf. Gn 3, 6). Ci fu un tempo un uomo agguerrito anche se mortale, che, sedendo nello sterco tra putridi vermi, vinse il diavolo: fu Adamo stesso che lo vinse nella persona di Giobbe, essendo questi un suo discendente; Adamo, quando era nel paradiso, subì la sconfitta; quando invece si trovò nello sterco, conseguì la vittoria. Quando era nel paradiso diede ascolto alle parole suasive della donna, che le aveva sentite suggerire dal diavolo; ma quando si trovò in mezzo allo sterco, egli disse ad Eva: Hai parlato da donnetta stolta (Gb 2, 10). Là, nel paradiso, si lasciò suggestionare, ma qui sa rispondere a tono; quando era in condizioni di felicità, si lasciò convincere; ma quando si trovò in mezzo alla disgrazia, ottenne la vittoria. Fate perciò attenzione, o fratelli, alle parole successive di questa Epistola: ci viene raccomandato di vincere il diavolo, ma non da soli. Se sapete che egli è giusto – ci dice l’apostolo Giovanni – sappiate che chi agisce con giustizia è nato da lui, cioè da Dio, da Cristo. Parlando di chi è nato da lui è a noi che si rivolge. Dunque per il fatto di essere nati da lui già siamo perfetti.

[Cristiani di nome, non di fatto.]

4. Ascoltate: Ecco quale amore ci mostrò il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà (1 Gv 3, 1). Chi di figlio ha soltanto il nome, non è vero figlio, che vantaggio ha da tal nome, se nulla significa per lui? Quanti si dicono medici ma non sanno curare i malati! Quanti hanno il nome di guardia, ma dormono tutta la notte! Allo stesso modo molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita, non nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità. Ricordate, o fratelli, quanto avete udito: Ecco quale amore ci ha dimostrato il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà. Per questo il mondo non ci conosce; dal momento che il mondo non ha conosciuto il Padre, non conosce neanche noi (1 Gv 3, 1). Il mondo è tutto cristiano e in pari tempo è tutto empio; gli empi infatti sono sparsi in tutto il mondo e lo stesso si verifica per le persone pie: gli uni non conoscono gli altri. Come sappiamo che non si conoscono a vicenda? Da questo: che gli empi lanciano insulti contro coloro che vivono bene. Fate bene attenzione perché costoro si trovano forse anche in mezzo a voi.

Ciascuno di voi già vive religiosamente, già disprezza le cose del secolo, non va agli spettacoli, non si ubriaca come si trattasse di un rito, non si rende impuro (e la cosa è molto importante) nelle feste dei santi, col pretesto di ottenere il loro patrocinio. Perché mai, dunque, chi non compie tali azioni viene insultato da chi le compie? Ma come potrebbe essere oggetto di insulto, se fosse conosciuto? Perché allora non sono conosciuti? Perché il mondo non conosce il Padre. Chi sono coloro che formano il mondo? Evidentemente quelli che abitano il mondo, così come, dicendo casa, si intende parlare dei suoi abitatori. Queste cose già le abbiamo dette e ripetute, né ci stanchiamo di ripeterle. Quando sentite parlare del mondo in senso cattivo, dovete intendere solo gli amatori del mondo. Essi abitano nel mondo in quanto lo amano; e poiché lo abitano, hanno anche meritato di assumerne il nome. Il mondo perciò non ci conosce, perché non conosce il Padre. Gesù stesso camminava per le strade del mondo ed era Dio in carne umana, Dio nascosto nella debolezza della carne. Perché mai non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio: amando ciò che la febbre suggeriva loro, facevano ingiuria al medico.

[Cristo è venuto per essere giudicato, tornerà per giudicare.]

5. Ma noi che faremo? Già siamo nati da lui, ma poiché restiamo ancora nella speranza, l’Apostolo ha aggiunto: Dilettissimi, ora siamo figli di Dio. Lo siamo già fin d’ora? Che cosa allora dobbiamo aspettare, se già siamo figli di Dio? Non ancora ci è stato rivelato ciò che saremo. Saremo qualcosa di diverso da ciò che sono i figli di Dio? Ascoltate le parole che seguono: Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Comprenda la vostra Carità questa grande cosa: sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è. Fate attenzione e vedete chi è qui indicato con la parola: è. Già voi sapete chi viene così chiamato. Viene detto è non soltanto chi è di nome ma chi è anche di fatto; chi ha un essere immutabile, eterno, incorruttibile; un essere che non migliora, perché già perfetto, né diminuisce perché eterno. Che cosa significa questo? In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Che cosa significano queste altre parole? Egli pur sussistendo in forma divina non giudicò un’usurpazione essere uguale a Dio (Fil 2, 6).

I cattivi non possono vedere Cristo nella sua forma divina, come il Verbo di Dio, l’Unigenito del Padre, uguale al Padre. Anche i cattivi invece potevano vederlo come Verbo fatto carne: nel giorno del giudizio lo vedranno anche i cattivi; egli verrà a giudicare, così come era venuto per essere giudicato. Egli è, nella medesima forma, uomo e Dio. Dice la Scrittura: Sia maledetto l’uomo che mette la sua speranza nell’uomo (Ger 17, 5). Egli venne come uomo, per essere giudicato, e come uomo verrà a giudicare. Se fosse impossibile vederlo, perché mai è stato scritto: Guarderanno a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37)? Degli empi infatti è detto che lo vedranno e saranno confusi. In che senso allora non potranno vederlo, quando il Signore metterà alcuni alla sua destra ed altri alla sua sinistra? A quelli che metterà alla destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio, possedete il Regno (Mt 25, 34). A quelli di sinistra dirà invece: Andate al fuoco eterno (Mt 25,.41). Essi vedranno in Cristo solo l’aspetto di servo, non vedranno la sua forma di Dio. Perché? Perché sono empi ed il Signore stesso dice: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Godremo dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia (cf. 1 Cor 2, 9): una visione che supererà tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza.

[Il desiderio amplia le nostre capacità recettive.]

6. Che cosa saremo dunque, allorché potremo godere questa visione? Che cosa ci è stato promesso? Saremo simili a lui, perché lo vedremo come è. La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto immaginatelo colla mente. Che cosa sono le rivelazioni di Giovanni messe a confronto con Colui che è? Che cosa possiamo esprimere noi che siamo creature assolutamente impari alla sua grandezza? Torniamo adesso a parlare della sua unzione, di quell’unzione che insegna interiormente ciò che a parole non possiamo esprimere. Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla.

La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l’otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti. Ammirate l’apostolo Paolo che dilata le capacità della sua anima, per poter accogliere ciò che avverrà. Egli dice infatti: Non che io abbia già raggiunto il fine o che io sia perfetto; non penso di avere già raggiunto la perfezione, o fratelli (Fil 3, 12-13). Ma allora che cosa fai, o Paolo, in questa vita, se non hai raggiunto la soddisfazione del tuo desiderio? Una sola cosa, inseguire con tutta l’anima la palma della vocazione celeste, dimentico di ciò che mi sta dietro, proteso invece a ciò che mi sta davanti (Fil 3, 13-14). Ha dunque affermato di essere proteso in avanti e di tendere al fine con tutto se stesso. Comprendeva bene di essere ancora incapace di accogliere ciò che occhio umano non vide, né orecchio intese, né fantasia immaginò.

In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall’amore del mondo. Già l’abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo intorno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com’è.

[L’attesa paziente rafforza il desiderio.]

7. Ed ognuno che ha questa speranza in lui (1 Gv 3, 3). Vedete dunque come egli ci ha posto nella speranza. Considerate la perfetta armonia tra il pensiero dell’apostolo Paolo e quello del suo confratello nell’apostolato. Nella speranza – afferma san Paolo – noi siamo salvati. La speranza che si vede, non è speranza. Se uno vede qualcosa, come può sperarla? Se dunque speriamo ciò che non vediamo, attendiamolo nella pazienza (Rm 8, 24-25). La pazienza da parte sua mette in esercizio il desiderio. Anche a te tocca mantenerti costante, dal momento che Dio sempre resta; persevera nel cammino verso di lui, e lo raggiungerai; egli infatti, verso cui sei indirizzato, non si allontanerà. Vedete: chiunque spera in lui, si rende puro così come egli è puro (1 Gv 3, 3).

Vedete come Dio non distrugge il libero arbitrio; dice infatti si rende puro. Chi ci rende puri se non Dio? Ma Dio non ti purifica, se tu non lo vuoi. Per il fatto che insieme alla volontà di Dio metti anche la tua, tu rendi puro te stesso. Questo non si verifica in forza delle tue capacità, ma per merito di Colui che viene ad abitare dentro di te. Siccome però in questi atti c’è la parte della tua volontà, anche a te ne è attribuito il merito. Ma in tal modo che tu debba dire col salmo: Sii tu il mio aiuto, non abbandonarmi (Sal 26, 9). Se dici: sii tu il mio aiuto, significa che qualche cosa stai facendo; perché se nulla fai, in che cosa Dio dovrebbe aiutarti?

[Giustificazione e fede.]

8. Chiunque fa peccato, commette anche una iniquità (1 Gv 3, 4). Nessuno dica: il peccato non è una iniquità; non si dica: io sono peccatore ma non una persona iniqua. Perché: chiunque fa peccato, commette anche una iniquità. Il peccato è una iniquità. Che faremo dunque dei nostri peccati e delle nostre iniquità? Ascolta che cosa aggiunge Giovanni: Voi sapete che Gesù si è rivelato per togliere via il peccato e che in lui non c’è peccato (1 Gv 3, 5). Proprio colui nel quale non c’è peccato, è venuto a togliere il peccato. Se il peccato si trovasse anche in lui, occorrerebbe toglierlo da lui; ed egli non sarebbe in grado di toglierlo agli altri. Chiunque rimane in lui non pecca. Nella misura in cui uno rimane in lui, non pecca. Chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce (1 Gv 3, 6).

Qui sorge un grande problema. Nessuna meraviglia che Giovanni affermi: chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce. Noi ora non lo vediamo ma lo vedremo un giorno; noi non lo conosciamo ma lo conosceremo; noi crediamo in uno che ancora non conosciamo. Forse vuol dire che lo conosciamo per fede ma non lo conosciamo ancora nella visione? No, perché nella fede noi lo vediamo e lo conosciamo. Se non lo vedessimo per mezzo della fede, perché mai siamo detti illuminati? C’è una illuminazione che si attua con la fede e c’è una illuminazione che si attua nella visione diretta. Finché dura il pellegrinaggio terreno, noi non camminiamo nella visione ma nella fede (cf. 2 Cor 5, 7). Anche la nostra giustizia si attua dunque nella fede, non già nella visione, e sarà perfetta quando raggiungeremo la visione. Non dobbiamo abbandonare la giustizia che proviene dalla fede, perché il giusto vive di fede (Rm 1, 17), ci dice l’Apostolo. Chiunque rimane in lui non pecca; infatti chi pecca, né lo vede, né lo conosce. Chi pecca è uno che non crede, perché se credesse, per quanto dipendesse dalla sua fede, egli non peccherebbe.

Gesù a Santa Gertrude: Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa “In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo!”

 

S. Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 70-76

70 – Il merito della pazienza

 

 

Accadde una volta che una persona, durante il lavoro, si ferì provandone una grande sofferenza. Essa, compatendola, chiesa al Signore di salvarle questo membro, ferito in un lavoro comandato dall’obbedienza. Il Signore rispose con bontà: «Il membro non corre alcun pericolo e questa persona inoltre, per la grande sofferenza che ha incontrato, acquisterà un premio grandissimo e tutte le sue altre membra che si son sforzate di sollevare il membro ferito otterranno un’eterna ricompensa. Se si immerge una stoffa in un bagno di zafferano, qualsiasi altro oggetto che cada in questo stesso bagno si tinge dello stesso colore; parimenti quando un membro soffre, tutte le altre membra che lo soccorrono ricevono con lui la stessa ricompensa».

«O Signore – disse allora – come mai le membra che si aiutano vicendevolmente otterranno una sì grande ricompensa, dal momento che non agiscono perché la persona ferita soffra con pazienza e amore, ma soltanto al fine di attenuare la sua sofferenza?». Il Signore le diede questa risposta consolante: «La sofferenza che nessun rimedio umano riesce ad addolcire e che l’uomo sopporta per amor mio, viene santificata per quella parola che ho detta al Padre nel momento supremo della mia agonia: «Pater, si fieri potest, transeat a me calicis iste: Padre, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26,39). Ripetendo questa parola l’uomo acquista un grande merito e un incomparabile premio».

Essa insistette: «Non ti è forse più gradito, o mio Dio, che l’uomo soffra con pazienza tutto ciò che accade, piuttosto che soffrire con pazienza soltanto ciò a cui nessun modo può sfuggire?». Il Signore rispose: «Questo è nascosto nell’abisso dei miei giudizi divini e oltrepassa l’intelligenza umana. Tuttavia, per parlare il linguaggio dell’uomo, ti dirò che fra queste due sofferenze passa la differenza che c’è fra due colori dei quali è difficile giudicare qual sia  da preferire». Essa desiderò allora che queste parole, riferite alla persona colpita dall’infortunio suddetto, le portassero grande consolazione. E il Signore: «No. Sappi però che per una segreta disposizione della mia infinita sapienza ti do questo rifiuto perché la sua anima sia più provata, e consegua maggior eccellenza nella virtù della pazienza, della fede e dell’umiltà. Nella pazienza: perché se essa trovasse in queste parole la consolazione che tu senti, la sua sofferenza sarebbe del tutto alleviata e il merito della sua pazienza diminuirebbe. Nella fede: affinché creda più fermamente alla parola altrui che a quanto sperimenta essa stessa, poiché, è S. Gregorio che ve lo ricorda, non ha merito la fede quando l’esperienza umana le offre il suo soccorso. Nell’umiltà infine: affinché creda che altri può  sapere per ispirazione divina ciò che essa non merita conoscere».

 

71 – Riconoscimento dei benefici

 

 

Un giorno, presa da compassione per una persona che aveva proferito delle parole impazienti contro Dio, mentre pregava domandò al Signore perché le mandasse delle pene che non erano fatte per lei. Il Signore le disse: «Domanda a quella persona quali sarebbero le prove che essa giudica convenirle, e dille che, non potendo andare in cielo senza sofferenza, scelga ora le pene che gradisce e che quando sopravverranno, conservi la pazienza». Comprese allora che è imprudenza pericolosissima il credere di poter essere pazienti in altre circostanze, diverse da quelle che il Signore ora permette; l’uomo deve credere invece fermissimamente che le sofferenze più utili sono quelle che Dio manda, e quando non riesca in queste a conservare la pazienza deve umiliarsene.

Il Signore poi soggiunse con benevolenza: «E tu, che cosa pensi delle tue prove? Quelle che ti mando sono forse sproporzionate alle tue forze?». «Oh, no Signore! – rispose – confesso invece in tutta verità e confesserò fino all’ultimo respiro, che così nelle circostanze avverse come nelle prospere hai disposto ogni cosa nel miglior modo sia per il corpo, sia per la mia anima. Nessuna sapienza creata potrebbe mai uguagliarti, o mio dolcissimo Dio, o sola increata Sapienza,  che ti estendi con forza da una estremità all’altra del mondo e tutto governi con soavità: Attingens a fine usque ad finem, fortiter et suaviter disponens omnia: Essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8,1).

Allora il Figlio di Dio la condusse davanti al Padre invitandola a riconoscere anche davanti a Lui il bene ricevuto. «Io ti  rendo grazie – essa disse – o Padre santo, per mezzo di Colui che siede alla tua destra, per i doni magnifici di cui mi ha colmato la tua generosità. Riconosco infatti che nessuna potenza umana avrebbe potuto conferirmeli, ma solo la tua potenza divina che con la sua virtù dà vita ad ogni cosa creata». Il Signore la presentò poi allo Spirito Santo, affinché anche a Lui rendesse omaggio per la sua bontà: «Io ti ringrazio – essa disse allora –, o Spirito Santo, o divin Paraclito, per Colui che con la tua cooperazione si è incarnato nel seno della Vergine. Nonostante sia così indegna, mi hai prevenuta con le tue gratuite benedizioni della tua dolcezza, e questo solo per l’infinita tua Bontà, nella quale si nascondono, dalla quale procedono e per la quale si ricevono tutti i beni».

Il Figlio di Dio la strinse allora al suo Cuore e la baciò dicendo: «Dopo questa tua confessione Io ti prendo sotto la mia speciale custodia più che alcun’altra creatura e più di quanto tu ne abbia diritto come anima da me redenta e chiamata con speciale elezione». Essa comprese a queste parole che il Signore accoglie sotto la sua speciale custodia l’anima che loda la divina bontà e si affida con fiducia e gratitudine alla sua Provvidenza, così come un prelato si sente in obbligo di provvedere ai bisogni di colui che per la professione religiosa è diventato suo suddito.

 

72 – Effetti della preghiera

 

 

Pregava un’altra volta per parecchie persone che le erano state raccomandate e con particolare affetto per una di esse: «o Signore pieno di bontà – disse -, che il tuo paterno amore mi esaudisca quando ti prego per questa persona». «Io ti esaudisco sovente, quando preghi per lei», il Signore rispose. Ed essa: «Ma perché allude tanto spesso alla sua indegnità e ricorre al mio aiuto come se Tu non le concedessi mai alcuna consolazione?». «È un modo delicato per eccitare il mio amore verso di lei che la fa agire così; il suo più bell’ornamento, quello che più mi piace in lei, è appunto il fatto che essa dispiace a se stessa. Questa grazia si accresce quanto tu preghi per lei in modo particolare».

Un giorno pregava di nuovo per questa stessa persona e insieme per altre. Il Signore le disse: «io le ho attirate più vicino a Me; è necessario perciò che siano purificate da qualche prova. Esse sono come una bambina che, epr il tenero affetto che porta alla madre, vuol sedersi vicino a lei sulla sua stessa seggiola. Naturalmente ci sta un poco più scomoda di quanto non stian le sue sorelle che son sedute vicino alla madre ciascuna sulla propria seggiolina, e la mamma inoltre non può con altrettanta facilità rivolgere su di lei, come sulle sorelline che le stanno sedute di fronte, il suo materno affettuoso sguardo».

 

73 – Vantaggi della preghiera

 

 

Un giorno, volendo pregare per alcune persone che le si erano raccomandate per diversi motivi, si prosternò devotamente ai piedi del Signore e, dopo averne baciate con fervente amore le piaghe, gli affidò i loro interessi. Nello stesso momento vide come un rivoletto scaturire dal Cuore stesso del Figlio di Dio e riempire tutto il luogo in cu i si trovava. Comprese allora che tutte le sue richieste erano state esaudite, e perciò disse: «Signore mio, ma che vantaggio ne ritrarranno dal momento che non sentono alcun effetto delle mie preghiere? Non crederanno neppure che io le abbia raccomandate». Il Signore rispose con questo paragone: «Quando un re – disse – dopo una lunga guerra conchiude la pace, quelli che abitano lontano non ne hanno notizia fino a tanto che essa venga loro annunziata; allo stesso modo quelli che mi stanno lontano per diffidenza o per altri difetti, non possono sentire che si prega per loro». «Signore – essa riprese -, nel numero delle persone per cui ti ho pregato ce ne sono tuttavia alcune che  ti son molto vicine, a quanto so per tua stessa testimonianza». «È vero – rispose il Signore –, tuttavia colui al quale il re vuole comunicare personalmente i suoi decreti, deve aspettare che il suo Signore giudichi venuto il momento opportuno. Allo stesso modo mi propongo di manifestare a queste anime l’effetto della tua preghiera al momento giusto».

Pregò in seguito in modo particolare per una certa persona che le aveva una volta procurato delle noie. Ricevette questa risposta: «Come non è possibile che il piede si ferisca senza che il cuore lo senta, così è impossibile alla mia paterna bontà di non considerare con misericordia colui che, spinto da carità, mi supplica per la salvezza del prossimo, pur essendo egli stesso gravato da colpe per le quali però riconosce di aver bisogno del perdono di Dio».

Bisogna spesso pregare per gli infermi. Costei volendo un giorno compiere questo dovere per un infermo, domandò al Signore che cosa doveva chiedere per lui. Il Signore rispose: «Chiedi per lui soltanto due cose con tutta devozione. Primo, chiedimi che tutti i momenti della sua malattia servano a procurare la mia maggior gloria e il maggior bene dell’anima sua, conformemente alla’eterna disposizione della mia paterna carità». E aggiunse: «ogni volta che ripeterai questa preghiera, così il tuo merito come quello dell’infermo si accresceranno, come si accresce lo splendore dei colori quando si ritocca una pittura».

Mentre pregava per alcuni dignitari comprese più di una volta che ciò che il Signore maggiormente gradisce in quelli che son giunti alle più alte cariche, è che essi le esercitino con distacco, vale a dire che si servano del potere loro conferito come se fosse stato loro concesso soltanto per un giorno, anzi per un’ora, tenendosi sempre pronti a rinunciarvi, e applicandosi tuttavia con ogni sollecitudine al compimento delle opere loro ingiunte, a lode sua. Dovrebbero sempre ripetere a se stessi: Su, affrettati a promuovere la gloria di Dio: un giorno deporrai volentieri la tua carica se potrai riconoscere di aver fatto ciò che potevi a servizio di Dio e ad utilità del prossimo.

Una volta ricorse al Signore per una certa persona che, sia direttamente sia per mezzo di altri, si era raccomandata con umiltà e fiducia alle sue preghiere. Essa vide in questa occasione il Signore piegarsi con bontà verso quest’anima, avvolgerla di uno splendore celeste e, in questa luce, comunicarle la sua grazia con tutto ciò che aveva sperato ottenere per mezzo della di lei preghiera. Il Signore diede poi a Gertrude il seguente ammaestramento: «Tutte le volte che una persona si raccomanda alle preghiere di un’altra, fiduciosa di poter così ottenere per i di lei meriti la grazia di Dio, il Signore la ricompensa secondo il suo desiderio, anche se la persona su cui ha contato avesse trascurato di pregare con devozione».

 

74 – Diversi ordini di persone

 

 

Pregava un giorno per una persona la cui anima era piena di grandi desideri, e ricevette questa risposta: «Dille da parte mia che se desidera unirsi a Me col vincolo di un intimo amore, cerchi di fare ai miei piedi il suo nido, fabbricandosi come l’aquila reale con ramoscelli secchi (quelli della propria miseria) e con rami di palma (quelli della propria grandezza). Vi prenda il suo riposo nel ricordo continuo della sua bassezza, poiché l’uomo mortale è per se stesso sempre incline al male e tardo al bene, a meno che sia prevenuto dalla grazia. Mediti anche spesso sulla mia misericordia, ricordando quanto Io sia disposto, nella mia paterna bontà, ad accogliere dopo il peccato colui che ritorna a Me con la penitenza. Quando poi desidera allontanarsi dal nido per cercare il suo cibo, si diriga verso il mio Cuore e lì, con affettuosa gratitudine, ripensi agli immensi benefici che gratuitamente le elargisco nella sovrabbondanza della mia tenerezza. Se poi desidera spingere più lontano il volo del suo desiderio, si innalzi come un’aquila veloce al di sopra di sé con la contemplazione delle cose celesti, si libri sulle ali, e, sostenuta dai Serafini, fissi il mio volto nell’ardore della sua carità, e contempli il Re nello splendore della sua gloria col penetrante sguardo dello spirito».

«Nessuno però, nella  vita presente, può rimanere a lungo sulle vette della contemplazione che, secondo S. Bernardo, a mala pena quaggiù si raggiunge rara hora, parva mora: ben di rado e per breve momento. L’anima dovrà dunque spesso ripiegare le ali ricordando la sua miseria, e discendendo nel nido per cercarvi un po’ di riposo. Ritroverà ancora in seguito le sue delizie volando in spirito di riconoscenza verso i campi fioriti dell’amore, per raggiungere bene presto, nell’estasi dello spirito, le cime della contemplazione divina. Con l’alternarsi di questi due movimenti, la considerazione cioè della propria fragilità e lo slancio d’amore che contempla i benefici ricevuti, essa sempre troverà la consolazione del gaudio celeste».

Si ricordò ancora di un’altra persona che le si era devotamente raccomandata. Questa, dopo aver passato nel mondo la sua prima giovinezza, aveva rinunciato al secolo per consacrarsi a Dio nello stato religioso. Gertrude si volse dunque al Signore per presentargli il suo proprio cuore e ricordargli insieme la sua divina promessa, come cioè esso dovesse servire come canale per spandere la grazia delle divine consolazioni nelle anime che le avessero umilmente sollecitate per suo mezzo(1). Ad un tratto i Figlio di Dio le apparve sul trono reale: teneva in mano il cuore della sua eletta e lo stringeva al proprio dolcissimo Cuore. Essa vide anche la persona per la quale pregava avanzarsi verso il trono e piegare devotamente le ginocchia davanti al Signore il quale, stendendo con benevolo gesto la sua mano sinistra verso di lei le disse: «Sì, la riceverò nella mia incomprensibile Onnipotenza, nella mia insondabile Sapienza, e nella mia infinita Bontà». Pronunciando queste parole il Signore stendeva verso questa persona tre dita della sua mano sinistra: l’indice, il medio e l’anulare. A sua volta questa persona sovrapponeva delicatamente le corrispondenti dita della sua mano sinistra su quelle del Signore. Allora il Signore con rapido gesto voltò la sua benedetta mano, così che essa si trovò al disopra e quella della persona al disotto. Con queste tre dita e col gesto ora descritto, Egli voleva far capire i tre modi secondo i quali essa doveva regolare la sua vita.

Anzitutto doveva sottomettersi con umiltà, prima di cominciare qualsiasi azione, all’Onnipotenza divina, considerandosi come un servo inutile che aveva consumato inutilmente il vigore della sua giovinezza nella vanità del secolo, poco curandosi di Dio suo Creatore e Signore; e doveva chiedere alla divina Onnipotenza di concederle forza di agire secondo virtù. In secondo luogo doveva confessare all’insondabile Sapienza di Dio di essere indegna di ricevere le soavi illuminazioni divine, perché dalla sua infanzia non si era applicata allo studio delle cose del cielo, ma si era a preferenza servita delle sue facoltà per soddisfare la sua vanagloria. Doveva ora immergersi nella valle profonda dell’umiltà e poi, libera dalle cose terrene, dedicarsi alla  contemplazione, e sforzarsi in seguito (a suo tempo e luogo) di comunicare al prossimo le abbondanti ricchezze che la divina liberalità le avrebbe concesso. Infine doveva prepararsi a ricevere con grandi azioni di grazie la buona volontà, che è dono gratuito concesso dalla Bontà divina per praticare i due consigli precedenti.

Il Signore sembrava portare all’anulare sinistro un anello di vile metallo nel quale era però incastonata una gemma preziosissima che splendeva come il fuoco. Comprese che l’anello raffigurava la vita povera di meriti di questa persona che, rinunciando al mondo, si era consacrata al servizio di Dio. La pietra preziosa significava la liberalità della divina misericordia che inclinava il Signore ad infondere in quest’anima il dono della buona volontà, per il quale tutte le opere diventano perfette davanti a Dio. Per tale ragione la sua voce, vale a dire la sua intenzione, non doveva d’ora innanzi esprimere altro che una continua azione di grazie per questo liberalissimo dono della divina bontà. Le fu anche rivelato che, ogniqualvolta questa persona, con l’aiuto di Dio, compisse una buona azione, il Signore se ne farebbe subito un anello prezioso che avrebbe portato nella mano destra per mostrarlo a tutta la milizia celeste, quasi gloriandosi del regalo della sua sposa. Tutti gli abitanti del cielo allora avrebbero provato per questa persona un sentimento analogo a quello che possono provare i principi    della corte per la sposa del Re, e le avrebbero attestato la fedeltà e la devozione che spettano di diritto alla sposa del proprio Signore. Inoltre l’avrebbero aiutata in tutti i modi con cui i membri della Chiesa trionfante  aiutano coloro che ancora militano sulla terra, ogni volta che il Signore li avesse invitti a farlo ripetendo il gesto che abbiamo descritto.

Mentre pregava per un’altra persona, ricevette a suo riguardo questo insegnamento destinato a regolare la sua vita: che essa stabilisca il suo nido nel cavo della roccia, e cioè nel Cuore santissimo del Signore Gesù, e, riposando in esso, si applichi a gustare il miele che in questa roccia si forma e cioè la dolcezza di questo Cuore divino. Mediti attentamente nelle Scritture l’ammirabile vita di Cristo, e si applichi a seguirne gli esempi specialmente in tre cose: Il Signore trascorreva spesso le notti in preghiera; questa persona in tutte le sue tribolazioni e le sue prove dovrà dunque sempre ricorrere all’aiuto dell’orazione. Il Signore predicava nelle città e nei villaggi; anch’essa dunque  dovrà edificare il prossimo non soltanto con le sue parole, ma anche con le sue opere e col suo stesso contegno esteriore. Il Signore spandeva i suoi benefici su tutti quelli che ne avevano bisogno; allo stesso modo essa deve compiere il bene attendendosi alla norma seguente: quando vorrà dire o fare qualcosa, dovrà prima formulare l’intenzione di unirsi alle azioni perfettissime del Signore, affinché sia compiuta secondo la sua santissima volontà e per la salute del mondo intero; e quando poi l’avrà compiuta, dovrà offrirla di nuovo al Signore perché Egli le tolga ogni imperfezione e la presenti a Dio Padre, ad eterna sua lode.

Le fu ancora detto quanto segue: Ogni volta che detta persona vorrà uscir da questo nido dovrà servirsi di tre sostegni. Uno è l’ardente carità con la quale deve sforzarsi di attirare tutti a Dio e di servire tutti a gloria di Dio, in unione con l’amore col quale Gesù Cristo ha operato la salvezza del mondo. Il secondo è l’umile sottomissione con la quale deve assoggettarsi per amore di Dio ad ogni creatura, guardandosi bene dallo scandalizzare con le sue parole ed azioni e superiori ed inferiori. Il terzo è l’attenta vigilanza su se stessa per la quale deve preservare tutti i suoi pensieri, le sue parole ed i suoi atti dalla minima macchia che possa offendere lo sguardo di Dio.

Le fu anche rivelato, durante l’orazione, lo stato di un’altra anima. Questa persona le apparve nell’atto di costruirsi, davanti al trono di Dio, uno splendido trono formato di preziosissime pietre squadrate, cementate insieme con oro puro, sul quale di tanto in tanto si sedeva per poi alzarsi di nuovo e continuare la costruzione.  La Nostra comprese che le pietre preziose rappresentavano diverse pene destinate a conservare e perfezionare il dono di Dio in quell’anima; il Signore infatti prepara in questa vita ai suoi eletti un cammino aspro e duro, per timore che le attrattive di una strada comoda e facile facciano loro dimenticare le gioie della patria. Quanto all’oro che cementava le gemme, significava la grazia spirituale di cui doveva servirsi con piena fiducia per unire insieme saldamente tutte le sue pene interne ed esterne per l’edificazione della sua  eterna salvezza.

Si riposava poi di tanto in tanto sul trono, per mostrare che godeva talvolta la contemplazione divina, ma sia alzava subito per riprendere la costruzione onde figurare l’alternarsi continuo delle buone opre, che fanno progredire l’anima di giorno in giorno innalzandola alla vette della perfezione.

Le fu anche mostrato, durante la preghiera lo stato di un’altra anima. Vide davanti al trono di Dio un albero magnifico dal tronco e dai rami vigorosi e dalle foglie splendenti come l’oro. La persona per cui pregava stava salendo su quest’albero e, armata di uno strumento, tagliava alcuni rami novelli che cominciavano a seccarsi. Non appena ne aveva tagliato uno, subito dal trono di Dio, che appariva come circondato di fronde verdeggianti, le si offriva un altro ramo per sostituire quello reciso. Non appena esso era innestato, riprendeva tutto il suo vigore e produceva un frutto di color rosso che l’anima raccoglieva per offrirlo al Signore, il quale sembrava compiacersene in modo mirabile.

Quest’albero figurava la famiglia religiosa in cui questa persona era entrata per consacrarsi al servizio di Dio, e le fogli d’oro significavano le buone opere che essa compiva nell’ordine. Per i meriti di un certo suo parente che l’aveva indotta ad entrare, accompagnandola coi suoi devoti desideri e con le sue orazioni, queste superavano in valore altre opere simili di quanto l’oro supera in dignità gli altri metalli. Lo strumento di cui si serviva per tagliare i rami era la considerazione dei propri difetti che essa riconosceva ed eliminava con una degna penitenza. Il ramo che le veniva offerto dal trono di Dio per sostituire il ramo tagliato, figurava la perfetta e santissima vita di N. Signore Gesù Cristo che, per i meriti ed i suffragi del parente a cui abbiamo accennato, era sempre particolarmente pronto a supplire a tutti i suoi difetti. Infine il frutto raccolto ed offerto al Signore significava la buona volontà che metteva nel correggersi dalle sue mancanze,cosa di cui il Signore sommamente di compiace. Gli è infatti più gradita la buona volontà di un cuore sincero che non grandi opere compiute senza purezza d’intenzione.

Una volta pregava per due persone che le erano state devotamente raccomandate. Poiché non conosceva la loro disposizione d’animo, disse al Signore: «Tu, o Signore, che conosci tutti i cuori, degnati rivelare alla tua indegna serva ciò che credi e ciò che può riuscire a loro vantaggio». Il Signore, nella sua bontà, le ricordò allora due rivelazioni che in altro tempo le aveva concesso riguardo a due altre persone, delle quali una era letterata e l’altra no, e che avevano tutte e due rinunciato al mondo. La esortò poi ad applicare quanto allora le aveva detto anche a vantaggio delle due persone di cui si occupava attualmente. Ed aggiunse: «Le cinque rivelazioni precedenti e le due che ti farò, offrono un insegnamento che può essere utile a persone di qualsiasi ordine e stato».

La rivelazione che riguardava la persona letterata era la seguente. Il Signore aveva detto a suo riguardo: «Io l’ho presa coi miei apostoli per farla salire sul monte della trasfigurazione. Essa si applichi a regolare la sua vita e le sue opere secondo il significato del nome degli apostoli che mi hanno accompagnato sul Tabor. Pietro significa agnoscens(2): colui che conosce; che essa proponga dunque in tutte le sue letture di arrivare a conoscersi con serie riflessioni. Quando per esempio il libro parla dio vizi e di virtù, essa esamini se c’è in lei qualcosa di vizioso e quanto progredisca nella virtù. Quando poi avrà acquistato una più perfetta conoscenza di sé, si sforzi, secondo il significato del nome di Giacomo, che vuol dire suppleantator: colui che è vittorioso, di correggere ogni difetto lottando vigorosamente per conquistare la virtù con uno sforzo costante. Il nome di Giovanni significa poi: in quo est gratia, colui che è ripieno di grazia: si applichi dunque al mattino o alla sera, o quando ne abbia l’opportunità, almeno per un’ora a raccogliersi in se stessa e a cercare di conoscere la mia volontà, dopo aver allontanato da sé il pensiero di tutte le cose esteriori. Allora faccia ciò che Io le ispirerò: se le dirò di lodarmi, mi ringrazi per i benefici personali o generali; se l’inviterò a pregare per i peccatori o per le anime del purgatorio, lo faccia con somma devozione e il meglio che può, per il tempo che avrà stabilito».

Ed ecco la rivelazione che riguarda la persona illetterata. Essa aveva pregato per quest’anima che si rammaricava di vedersi impedita nell’orazione dalle diverse cure del suo ufficio. E ricevette questa risposta: «Io non l’ho scelta soltanto per servirmi in una determinata ora del giorno, ma per restare ininterrottamente con Me tutta la giornata; cioè perché offra continuamente a mia gloria ogni singola azione con la stessa intenzione con la quale mi offrirebbe la sua preghiera. Essa potrà aggiungere questa pratica: desiderare cioè che coloro i quali traggano vantaggio dalla sua fatica non solo ne siano ristorati nel corpo, ma progrediscano anche nello spirito e siano confermati in ogni bene. Se farà così ogni volta che si applicherà ad una azione qualunque sarà come se mi ristorasse con cibo squisito».

 

Vedi Capitolo 47 di questo Libro III

Certo dalla voce ebraica phatar, che significa interpretatus est [interpretato]. Così pure traduce Ludolfo il Certosino nella sua Vita Christi, parte II, capo 3: Petrus, che s’interpreta agnoscens – Nota dell’edizione latina

 

75 – Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa

 

 

Mentre stava pregando per una certa persona, le apparve il Re della gloria, il Signore Gesù, per mostrarle nel suo proprio corpo fisico il corpo mistico della Chiesa, di cui Egli degna chiamarsi ed essere lo Sposo ed il Capo. Era magnificamente rivestito dal lato destro di abiti regali, mentre il suo lato sinistro era nudo e tutto coperto di piaghe. Essa comprese che la parte destra raffigurava tutte le anime elette che appartengono alla Chiesa, e che sono prevenute dal Signore con le benedizioni della sua dolcezza per uno speciale dono di grazia e per il merito personale delle loro virtù. Il lato sinistro raffigurava gli imperfetti che sono ancora immersi nelle loro debolezze. I ricchi abiti che ornavano il lato destro del Signore, indicavano gli ossequi e i benefici spirituali che certe persone prodigano con particolare devozione a quelli che riconoscono a sé superiori per l’eccellenza della loro virtù e per lo speciale privilegio di familiarità col Signore. Ogni ossequio infatti dimostrato agli eletti di Dio a motivo della grazia ad essi conferita, è come un nuovo ornamento aggiunto alla sua destra. Alcuni si mostrano, sì, per il Signore, generosi coi buoni, ma riprendono con tanta durezza i cattivi e gli imperfetti che per la loro impazienza, li irritano anziché correggerli. Questi sembrano quasi colpire furiosamente col pugno le piaghe del Signore, e il sangue che la loro violenza ne fa scaturire è come se sprizzasse loro in volto sì da rimanere coperti e sfigurati. Il Signore tuttavia, indotto dalla sua pietà, e insieme eccitato dall’amore dei suoi amici coi quali queste persone sono state generose, sembra non farne caso e con le vesti che ornano la sua destra, cioè coi meriti degli eletti, deterge le macchie che deturpano il loro volto.

E il Signore aggiunse: «Oh se volessero, curando le piaghe dei loro amici, imparare a curare anche le piaghe del mio corpo che è la Chiesa, cioè quelle degli imperfetti! Essi dovrebbero dapprima toccar le loro piaghe con precauzione, con dolci ammonimenti fatti di spirito di carità. Se poi con questo mezzo non riuscissero a nulla, dovrebbero allora cercare di guarirli con crescente fermezza. Molti invece non sembrano darsi alcun pensiero delle mie ferite; e son coloro che, conoscendo i difetti del prossimo, lo disprezzano per la sua miseria e non cercano di correggerlo neppure con una sola parola, per timore di incorrere in qualche noia. Adducono con Caino questa vana scusa: Numquid custos fratis mei sum ego?: son forse il custode del mio fratello? (Gen 4,9). Costoro sembrano porre sulle mie piaghe un unguento che, anziché sanarle, le fa piuttosto marcire e coprir di vermi, poiché nascondendo col silenzio i difetti del prossimo anziché correggerli con qualche parola, lasciano che essi mettano radici.

«Vi sono poi alcuni che segnalano al prossimo i suoi difetti, ma se non li vedono immediatamente corretti o castigati come essi vorrebbero, subito si irritano e, indignati, giurano in cuor loro di non far più osservazioni in avvenire, di non correggere più nessuno, dal momento che non si dà peso alle loro parole. Non omettono tuttavia di accusare duramente in cuor loro il prossimo, ma si astengono da ogni parola di ammonimento e di correzione. Costoro è come se mi applicassero sulle piaghe un unguento che internamente le rode come potrebbe fare un ferro arroventato.

«altri ancora si astengono dal correggere il prossimo più per trascuratezza  che per malizia; ed è come se mi pestassero le piaghe dei piedi. Altri ancora non pensano che a fare in tutto la loro volontà propria, non curandosi dello scandalo degli altri pur di riuscire a compierla; ed è come se mi prendessero le mani e me le trapassassero con dardi infuocati.

«Vi sono poi di quelli che amano sinceramente i superiori virtuosi e perfetti, e non cessano, come è giusto, di mostrar loro ossequi e reverenza con le parole e con i fatti. Ma giudicano con rigore e disprezzano oltre misura i superiori che non osservano la Regola e son pieni di difetti. In questo caso essi ornano la parte destra del mio capo di gemme e di pietre preziose, ma quanto alla parte sinistra che è ricoperta di piaghe, e che Io avrei voluto appoggiare sulla loro spalla per un po’ di riposo, essi sembrano respingerla e colpirla con pugni senza alcuna pietà.

«Altri applaudiscono le cattive azioni dei prelati e dei superiori per attirarsi la loro benevolenza, ed esser liberi di fare in tutto la loro propria volontà. E questi mi piegano con violenza la testa all’indietro causandomi grandi dolori e, insultando alla mia sofferenza, sembrano quasi compiacersi delle mie piaghe putrefatte».

In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo! Sarebbe cosa ben indegna veder qualcuno lacerar con le mani le ferite di un suo amico, o coprire di un unguento avvelenato o respingere violentemente il capo che egli volesse posare sulla sua spalla o, peggio ancora, torceglielo all’indietro. Che ciascuno detesti dunque la sua colpa se, con la sua durezza, ha piuttosto offeso che servito il suo Creatore e Redentore, e cerchi di emendarsi per essere utile a questo fedelissimo Benefattore anziché nuocere alla sua causa. Che egli faccia tutto il bene possibile ai perfetti per eccitarli a progredir nel bene, e circondi di cura gli imperfetti affinché si emendino. Obbedisca con amore quando i superiori comandano ciò che è bene, e sopporti con rispetto i loro difetti. E tuttavia si guardi dall’adularli in ciò che è male, e quanto non può correggere in essi con la parola, si sforzi di correggerlo con l’ardore del desiderio e con la silenziosa preghiera del cuore davanti a Dio.

 

76 – Spirituale comunicazione di meriti

 

 

Un’altra persona si era devotamente raccomandata alle sue preghiere. Essa, come al solito, non appena entrò in coro per  fare orazione, chiese al Signore di far partecipe quest’anima di tutte le opere buone che Egli l’aiuterebbe a compiere, benché tanto indegna: digiuni, orazioni e altri atti di pietà. Il Signore rispose: «La farò certamente partecipe di tutto il bene che la mia infinita liberalità gratuitamente ti concede e ti concederà di fare fino alla morte». Ed essa: «Dal momento che tutta la tua Santa Chiesa partecipa a tutto ciò che Tu degni operare in me e per me tua serva indegna e anche in tutti gli altri tuoi eletti, che cosa riceverà in più questa perosna dalal tua bontà, quando io, per un affetto speciale, ti prego che essa abbia parte a tutti i benefici che Tu mi accordi?». Il Signore rispose con questo paragone: «Una nobile damigella che sa comporre ccon gemme e pietre preziose degli ornamenti di cui si serve per adornare tanto sé quanto sua sorella, procura in tal modo a suo padre e a sua madre e a tutti quelli di casa un certo lustro. La lode della gente è diretta soprattutto a colei che ha fabbricato questi ornamenti con le sue mani, e anche alla sua sorella prediletta che li ha condivisi, seppure in minor grado, con lei; però si riverserà anche in parte sulle altre sorelle che non hanno ricevuto nulla. Allo stesso modo, benché la Chiesa intera partecipi alle grazie, accordate a ciascuno dei fedeli in particolare, l’anima a cui sono accordati ne trae naturalmente più grande profitto; e per conseguenza ne ricavano speciale vantaggio anche coloro a cui desidera comunicarli per un particolare vincolo di affetto che ad essi la lega».

Ricordò allora al Signore che questa stessa persona aveva sovente mandato dei regali alla prima cantora, Donna Metilde di santa memoria(1), durante la sua malattia; e che si era spesso rammaricata sia di non averla abbastanza assistita, sia di non essersi trattenuta a parlare con lei di cose spirituali per timore di disturbarla o di recarle fastidio. Il Signore rispose: «A motivo della buona volontà e della gioiosa liberalità con cui egli  ha beneficato la mia Eletta, col desiderio di fare anche di più se avesse potuto, Io lo considero come uno che presti ogni giorno servizio alla mia mensa, così come un illustre principe serve alla tavola dell’Imperatore suo signore. Mi compiaccio di tutti gli atti di pietà con cui Donna Metilde mi ha devotamente servito, facendo uso delle forze che il suo corpo attingeva nel cibo e in ogni altro ristoro inviato da lui. E non intendo soltanto parlare del ristoro materiale che egli le ha dato, ma anche del conforto che è venuto alla mia Eletta da ogni suo pensiero, parola od azione. Quanto al suo rimpianto di non essersi abbastanza intrattenuto con Donna Metilde, vi supplirò Io stesso. Come uno sposo che ama teneramente la sua sposa e che la vede esitare per estrema delicatezza nel chiedere qualcosa che molto desidera, viene incontro alla sua modestia e le accorda il doppio di quanto essa desiderava, così Io supplirò a ciò che non ha avuto.

«Inoltre, per tutta la gioia che detta persona prova per i benefici di cui ho colmato Donna Metilde , la sua anima riceverà in cielo, insieme a ineffabili delizie, il riflesso di tutte le grazie che Io ho conferito all’anima di questa mia sposa; riflesso che emanerà dall’anima della mia Eletta e sarà l’infinito splendore della luce divina che la illumina. Come il raggio del sole si infrange sulla superficie dell’acqua e si riflette sul muro, così lo splendore dei miei benefici brillerà nelle anime di coloro che sono stati prevenuti in terra dalla particolare dolcezza della mie benedizioni, e si rifletterà eternamente su coloro che hanno goduto al  pensiero di questa mia glori. Ci sarà tuttavia questa differenza: che splenderanno non come il muro che è opaco, ma come uno specchio tersissimo che riflette distintamente l’immagine posta davanti ad esso».

 

Cioè Santa Metilde, morta da poco [Nota dell’edizione latina].

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