Papa Paolo VI: “SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA” “È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina”

 

PAPA PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 agosto 1968

 

I mirabili doni della scienza soprannaturale

LA PERSONALITÀ DEL SEGUACE DI CRISTO

Diletti Figli e Figlie!

In queste conversazioni Noi andiamo cercando qualche nota caratteristica del cristiano; Noi vogliamo individuare qualche elemento che qualifica il seguace di Cristo in quanto tale, e che definisce intimamente la sua nuova personalità. Vi è una differenza esistenziale fra il cristiano ed uno che non lo è? Certamente. Vi è una differenza che lo caratterizza profondamente; ed è appunto il «carattere» cristiano, quell’impronta spirituale, che, in vario grado, tre sacramenti stampano indelebilmente nell’anima di chi li riceve, come ognuno sa: il battesimo, che consacra il fedele con un certo potere sacerdotale al culto di Dio e lo fa membro del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1 Petr. 2, 5); la cresima, che lo abilita alla professione e alla milizia cristiana (cfr. Act. 8, 17; S. Th. 3, 72, 5); e l’ordine sacro, che lo assimila al sacerdozio potestativo di Cristo e lo fa suo qualificato ministro (cfr. Presb. Ord., n. 2). Il carattere comporta una prerogativa originale, propria del cristiano, che così segnato acquista una data qualificazione incancellabile, con un certo potere spirituale di compiere date azioni in ordine ai rapporti con Dio e conseguentemente nella comunità ecclesiale (cfr. S. Th. 3, 63, 2). S. Agostino ne parlò più volte, polemizzando con i Donatisti (cfr. Contra Epist. Parmeniani, II, 28); il Concilio di Firenze dapprima (cfr. Denz. Sch. 1310; 695), poi il Concilio di Trento tradussero in termini dogmatici l’insegnamento tradizionale della Chiesa al riguardo (cfr. Denz.-Sch. 1609; 852-1797; 960).

IMPEGNO ALLA FEDELTÀ AL RISCHIO ALLA TESTIMONIANZA

Una meditazione sarebbe da farsi su questo «segno distintivo», impresso nel cristiano, il quale sigillo si sovrappone all’immagine divina, già delineata, per via di natura, nell’anima razionale dell’uomo, e vi configura, sempre più marcato, il volto di Cristo, che diventa il volto del cristiano insignito da tale mistica impressione. È questa una stupenda antropologia, della quale spesso non si fa abbastanza caso nella concezione dell’uomo diventato cristiano. Anzi oggi la tendenza alla secolarizzazione, o alla trascuranza dei valori e dei doveri religiosi, porta a negligere la fisionomia cristiana modellata dal carattere sacramentale, così che sovente essa viene mascherata (perché cassare non si può) da sembianze profane, quasi per farle riprendere un profilo puramente naturale o anche pagano, dimenticando che la qualifica cristiana non è semplicemente nominale, ma reale, e comporta un?inserzione in Cristo, decisiva per il destino di chi gli è seguace, impegnandolo a fondo, se non vuol tradire l’onore del suo titolo, alla fedeltà, al rischio, alla testimonianza (cfr. Act. 11, 26; 1 Phil. 4, 16).

SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA

Ma vi è di più. Vi è la grazia, lo stato di grazia, cioè quella luce, quella qualità di cui l’anima è rivestita, anzi profondamente investita e imbevuta, quando il nuovo, soprannaturale rapporto, al quale Dio ha voluto elevare l’uomo che a Lui si abbandona, si stabilisce nello sforzo da parte dell’uomo della conversione, della disponibilità fiduciosa, e nell’accettazione della sua Parola, mediante la fede, in umile implorante amore, al quale subito l’Amore infinito, ch’è Dio stesso, risponde col fuoco dello Spirito Santo, vivificante nell’uomo la forma di Cristo. È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’ Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina. Lo stato di grazia non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita stessa di Dio, per cui noi diventiamo in certa misura partecipi della sua trascendente natura, è una elevazione all’adozione di figli del Padre celeste, di fratelli di Cristo, di membra vive del Corpo mistico mediante l’animazione dello Spirito Santo. È un rapporto personale: ma pensate: fra il Dio vivente, misterioso e inaccessibile per la sua infinita pienezza, e la nostra infima persona. È un rapporto che dovrebbe diventare cosciente; ma solo i puri di cuore, i contemplativi, quelli che vivono nella cella interiore del loro spirito, i santi ce ne sanno dire qualche cosa. Anche i teologi ci possono bene istruire. Perché è un rapporto ancora segreto; non è evidente, non cade nell’ambito dell’esperienza sensibile, sebbene la coscienza educata acquista una certa sensibilità spirituale; avverte in sé i «frutti dello spirito», di cui San Paolo fa un lungo elenco: «la carità, il gaudio, la pace» (questi specialmente: una gioia interiore, e poi la pace, la tranquillità della coscienza), e poi: la pazienza, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la padronanza di sé, la castità (Gal. 5, 22): pare d’intravedere il profilo d’un santo. Questa è la grazia; questa è la trasfigurazione dell’uomo che vive in Cristo.

Nessuna meraviglia se tale condizione, di per sé forte e permanente («nulla ci potrà separare dalla carità di Dio», dice ancora San Paolo [Rom. 8, 39]), è tuttavia delicata ed esigente; essa proietta sulla vita morale dell’uomo doveri particolari, sensibilità finissime; e fortunatamente infonde anche energie nuove e proporzionate, affinché l’equilibrio di questa soprannaturale posizione sia fermo e gioioso. Ma resta il fatto ch’esso può essere turbato e rovesciato, quando noi disgraziatamente lo disprezziamo e preferiamo scendere al livello della nostra natura animale e corrotta; quando commettiamo un volontario distacco dall’ordine a cui Dio ci ha associato, dalla sua vita fluente nella circolazione della nostra, cioè un peccato vero e volontario, che perciò, quando è grave, chiamiamo mortale.

LA TRISTE DEVIAZIONE DEL PECCATO

È strano vedere come molti cristiani oggi hanno un comportamento molto discutibile rispetto a tale condizione soprannaturale della nostra vita: da un lato cercano di minimizzare il concetto di peccato, coonestando anche gravi infrazioni della norma morale e quindi della condizione indispensabile della nostra relazione con Dio, come fosse senza importanza, e come fosse necessario, per francare la coscienza da possibili eccessivi timori, da scrupoli imbarazzanti e fantastici, non dare sufficiente peso alla rovina che il peccato produce; dall’altro, attribuiscono a sé la guida dello Spirito Santo, conferendo ai propri pensieri e alla propria condotta un gratuito e spesso fallace carisma di sicurezza e d’infallibilità. È una tendenza di moda, questa; e spesso in tacita polemica con l’economia propria della grazia, che esige ordinariamente l’intervento sacramentale per essere stabilita, conservata e alimentata e, se occorre, ristabilita.

I SUPREMI FULGORI: LA PAROLA DI DIO, L’AZIONE SACRAMENTALE, LA CHIESA

Ricordiamo, Figli carissimi, che durante la nostra vita temporale a noi non è dato «vedere» le realtà divine (cfr. Io. 20, 29); è dato «sapere»; ed anche questo sapere deriva non da una conoscenza naturale e normale, ma dalla fede; l’uomo credente procede «come se vedesse l’invisibile» (Hebr. 11, 27; cfr. Loew, Comme s’il voyait l’invisible, riferito all’apostolato); e la sicurezza., in via ordinaria, gli è data da segni, da certi segni sacri, simbolo e causa strumentale di ciò che rappresentano, i sacramenti. Il mistero della salvezza a noi è comunicato mediante due vie: quella obiettiva della Parola di Dio, cioè soggettivamente della fede; e quella dell’azione sacramentale. Alle quali vie una terza possiamo aggiungere, quella della Chiesa, quel grande sacramento che tutti gli altri contiene e dispensa, e che stilizza cristianamene la nostra vita e ci offre l’atmosfera dello Spirito, di cui essa è anima e che a noi, se fedeli, fa respirare.

Sì, è questa scienza soprannaturale dell’uomo un mondo difficile, un regno insolito ed arduo; ma è il vero mondo della nostra vocazione umana e cristiana; un regno che i violenti, cioè i violenti, forti e risoluti, conquistano e rapiscono (Matth. 11, 12); ma un regno vicino (Luc. 9, 10), un regno che già ci circonda, fino ad essere già fra noi, dentro di noi (Luc. 17, 21); un regno che i poveri, gli umili, i semplici, i fanciulli, i puri di cuore possono facilmente possedere. A tanto Cristo vi invita, e a ciò vi conduca anche la Nostra Benedizione Apostolica.

 

Sant’Agostino: -Timore di Dio, coscienza del peccato e Carità- “Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16) prepara il posto alla carità” “Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell’animo.”

 

Dal commento alla prima lettera di san Giovanni, Sant’Agostino:

 

 

OMELIA 9

 

In questo il nostro amore è perfetto…

La carità che ci fa rimanere in Dio, si estende ai nemici e, preparata dal timore servile, guidata da quello casto, ci rende belli agli occhi di Dio, perché la carità è Dio stesso. Con essa rimaniamo uniti a Cristo e nell’unità della Chiesa.

Non so come Giovanni avrebbe potuto farci l’elogio della carità con parole più sublimi di queste: Dio è carità (1 Gv 4, 8). C’è qui una lode tanto breve eppure tanto grande: breve nelle parole, grande nel significato. Si fa tanto presto a pronunciare la frase: Dio è amore! Una frase breve, di un solo periodo, ma quanto peso di significato essa contiene. Dio è amore; e Giovanni aggiunge: Chi resta nell’amore, resta in Dio e Dio resta in lui (1 Gv 4, 16). Dio sia la tua casa e tu sii la casa di Dio: resta in Dio e che Dio resti in te. Dio resta in te per contenerti; tu resti in Dio per non cadere. L’apostolo Paolo dice infatti della carità: La carità non cade mai (1 Cor 13, 8). Come è possibile che cada colui che Dio contiene?

[C’è chi sopporta la morte e chi la vita.]

2. In questo il nostro amore ha raggiunto la perfezione, che nel giorno del giudizio saremo pieni di fiducia, perché anche noi, in questo mondo, siamo così come è lui (1 Gv 4, 17). Ci dice qui in quale modo ciascuno può provare sin dove la carità è progredita in lui o meglio fin dove lui è progredito nella carità. Infatti, se è vero che Dio è carità, Dio né progredisce, né regredisce. Dicendo allora che in te progredisce la carità, si vuol intendere che tu progredisci in essa. Chiediti dunque quanto è il tuo progresso nella carità, ascolta che cosa può risponderti la coscienza, al fine di conoscere la misura dei tuoi progressi. Giovanni ci ha promesso di mostrarci il segno da cui possiamo avere la certezza di conoscere Dio, quando ci disse: In questo consiste la perfezione della carità. Chiedi pure: in che? Nel fatto di sentirci animati da fiducia nel giorno del giudizio. Chi appunto si sentirà animato da fiducia nel giorno del giudizio, ha raggiunto la perfezione della carità. Ma che significa avere fiducia nel giorno del giudizio? Significa non temerne l’arrivo.

Alcuni non credono nel giorno del giudizio; essi non possono certo avere fiducia in quel giorno in cui non credono. Ma costoro lasciamoli pure da parte; Dio un giorno li susciterà alla vita; ma ora a che pro interessarci di morti, quali essi sono? Essi non credono che ci sarà un giorno del giudizio, non lo temono e naturalmente neppure lo desiderano. Tutto questo perché non credono. Ma se uno incomincia a credere che verrà il giorno del giudizio, da quel momento incomincerà anche a temerlo. Se però lo teme soltanto, non è ancora fiducioso nel giorno del giudizio, né la carità in lui è ancora perfetta. Che fare allora? Disperarsi? Ma perché non sperare che ci sarà la fine, allorché vedi che c’è stato l’inizio? Quale inizio? mi chiederai. Quello del timore.

Senti cosa dice la Scrittura: Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16). Quando si incomincia a temere il giorno del giudizio, ci si incomincia anche ad emendare ed a combattere i nemici che sono i propri peccati. Si incomincia a risuscitare interiormente e a mortificare le proprie membra terrene, secondo le parole dell’Apostolo: Mortificate le vostre membra terrene (Col 3, 5). Membra terrene sono – a detta dello stesso Apostolo – la malizia spirituale, che viene poi così specificata quando ricorda: l’avarizia, l’immondezza, ed altri vizi di cui ci dà l’enumerazione. Chi ha incominciato a temere il giorno del giudizio, quanto più mortifica le membra terrene tanto più risuscita ed irrobustisce quelle celesti. Membra celesti sono tutte le opere buone. Sviluppandosi le membra celesti, si incomincia anche a desiderare ciò che prima si temeva. Chi prima temeva il ritorno di Cristo, perché pauroso che Cristo avesse trovato in lui un empio da condannare, ora desidera che egli venga, poiché potrà trovare in lui una persona pia da premiare. Dal momento in cui un’anima casta desidera il ritorno di Cristo, desiderando l’abbraccio dello sposo, lascia gli amori adulteri; diventa, interiormente, una vergine ad opera della fede, della speranza e della carità. Essa allora si sente tutta fiduciosa nel giorno del giudizio. Quando prega e dice: Venga il tuo regno (Mt 6, 10), non ripete una frase che potrebbe volgersi a suo danno. Chi teme che venga il Regno di Dio, teme che questa preghiera venga esaudita. Come pregare, se si ha il timore di essere esauditi? Chi prega nella fiducia che nasce dalla carità, brama che il Regno di Dio venga già fin d’ora. Mosso da tale desiderio, così pregava il salmista: Tu, Signore, perché tardi? Volgiti, o Signore, e chiama a te l’anima mia (Sal 6, 4-5). Gemeva perché Dio tardava a mostrarsi. Certi uomini sopportano la morte; altri, che hanno raggiunto la perfezione, sopportano la vita. Mi spiego. Chi ama ancora questa vita mortale, quando giunge la morte, la sopporta con pazienza, lotta contro se stesso, rassegnandosi alla volontà di Dio; e così agisce più per fare la volontà di Dio che non la propria: e dal desiderio della vita presente sorge una lotta tra lui e la morte; ha bisogno di pazienza e fortezza per morire in serenità d’animo. Così chi muore con sopportazione. Ma chi è attratto dal desiderio della morte e brama, come dice l’Apostolo, di andarsene per essere insieme col Cristo, non muore con sopportazione; anzi, dopo aver sopportato la vita, muore con gioia. Ecco l’esempio dell’Apostolo, che ha vissuto sopportando la vita, non amando cioè la vita presente ma tollerandola. E’ molto meglio – afferma lui stesso – partire, per stare col Cristo: ma è pur necessario, a causa di voi, restare nella carne (Fil 1, 23-24). Orsù dunque, o miei fratelli, fate che sorga dentro di voi il desiderio del giorno del giudizio. Non si dà prova di perfetta carità, se non quando si incomincia a desiderare il giorno del giudizio. Ma lo desidera questo giorno chi si sente animato da fiducia al suo pensiero; e questo avviene in coloro la cui coscienza non è agitata da timore, perché confermata dalla perfetta e sincera carità.

[Il timore via alla carità.]

4. Di questa fiducia, che stiamo esaminando, vedete ora quel che ha da dirci Giovanni. Quale è il segno della carità perfetta? Ci risponde negativamente: La vera carità non consiste nel timore. Che cosa diremo di colui che incomincia a temere il giorno del giudizio? Se fosse in lui una carità perfetta, non avrebbe questo timore. La perfetta carità lo renderebbe perfetto nella giustizia e gli toglierebbe perciò ogni motivo di timore: anzi lo porterebbe a desiderare che passi l’ora dell’iniquità e venga il Regno di Dio. Nella carità dunque non c’è posto per il timore. In quale carità? Non certo in quella iniziale: in quale dunque? La perfetta carità – dice Giovanni – esclude il timore (1 Gv 4, 18). All’inizio ci sia pure il timore, perché il timore di Dio è inizio di sapienza. Il timore prepara il posto alla carità. Ma non appena la carità incomincia a prenderne possesso, ne scaccia il timore che le aveva preparato il posto. Quanto più cresce la carità, altrettanto diminuisce il timore; più la carità penetra dentro di noi, più il timore viene espulso fuori. Maggiore è la carità, minore il timore; minore è la carità, maggiore il timore. Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell’animo.

Così vediamo che si introduce un filo di lino per mezzo di un filo di seta, quando si ha da cucire; si fa prima entrare la seta, ma se poi non la si fa uscire, non si può far entrare il lino: allo stesso modo dapprima il timore occupa la mente, ma non vi resta, perché vi è entrato per questo preciso scopo: far strada alla carità. Stabilita ormai nel nostro animo la sicurezza, quale sarà la gioia in questa e nella vita futura? Chi potrà nuocerci, in questo secolo, così ripieni come siamo di carità? Guardate l’esultanza dell’Apostolo, quando parla della carità: Chi ci separerà dalla carità di Cristo? la tribolazione? le angustie? la persecuzione? la fame? la nudità? il pericolo? la spada? (Rm 8, 35). E Pietro da parte sua afferma: Chi vi potrà nuocere, se sarete gli emulatori del bene? (1 Pt 3, 13). Nell’amore non esiste timore; ma l’amore perfetto esclude il timore; perché il timore procura tormento. Tormenta il cuore la coscienza dei peccati: la giustificazione non è ancora compiuta. C’è qualcosa che lo prude e lo punge. Che cosa si dice nel salmo circa la perfezione della giustizia? Tu hai cambiato in gaudio il mio lutto: hai stracciato il mio sacco di penitenza e mi hai riempito di letizia perché il mio canto ti dia lode e io non resti nell’amarezza (Sal 29, 12-13). Che significa questo “non restare nell’amarezza”? Che più nulla tormenta la mia coscienza. Il timore tormenta la coscienza; ma tu non temere; ecco la carità che subentra per risanare ciò che è ferito dal timore.

Il timore di Dio arreca ferite, come fa il ferro del chirurgo; toglie il marcio e sembra quasi che allarghi la ferita. Quando era nel corpo questo marcio, la ferita era meno larga ma più pericolosa; interviene il ferro del chirurgo e la ferita incomincia a dolorare più di prima. Essa duole di più quando viene curata che non quando la si lascia come è; ma appunto, quando si applica la medicina, duole di più, affinché, conseguita la salute, più non dolga. Il timore dunque entri nel tuo cuore per preparare il posto alla carità; dopo il ferro del chirurgo non resta altro che la cicatrice. Qui si tratta poi di un medico tanto bravo da far scomparire anche le cicatrici. Da parte tua non devi far altro che affidarti alla sua mano. Se non hai il timore, impossibile per te la giustificazione. C’è un testo delle Scritture ad affermarlo: Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Bisogna dunque che il timore entri per primo ed attraverso il timore arrivi la carità. Il timore è medicina, la carità è salute. Ma chi teme non ha raggiunto la perfezione della carità (1 Gv 4, 18). Perché? Perché il timore tormenta così come la ferita aperta dal chirurgo.

[Il timore casto.]

5. C’è tuttavia un’altra affermazione che sembra contraria a questa, se non sarà convenientemente compresa. In un certo passo del salmo si dice: Il timore di Dio è casto, esso dura nei secoli dei secoli (Sal 18, 10). Il salmista ci mostra qui un timore eterno ma casto. Se il timore è eterno, tale affermazione non contraddice forse questa Epistola? Dice infatti l’Epistola: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità scaccia il timore. Vediamo di penetrare a fondo queste due divine dichiarazioni. Si tratta del medesimo Spirito che parla, anche se la sua parola è riferita in due libri diversi, da due diverse bocche, da due diverse lingue. La prima affermazione è di Giovanni, la seconda di David; ma non bisogna credere che si tratti di ispirazione diversa dell’unico ed identico Spirito. Se avviene che un unico fiato vada a finire in due trombe, non potrà forse un unico Spirito riempire due cuori e muovere due lingue? Se due trombe ripiene di un unico identico fiato emettono insieme uno stesso suono, avverrà forse che due lingue, ripiene dello stesso Spirito, possano dissentire? Le due affermazioni che abbiamo ricordato hanno dunque una loro consonanza, una loro segreta concordanza che esige però un buon intenditore. Ecco dunque che lo Spirito ha soffiato e riempito due cuori, due bocche, ha mosso due lingue. Dalla prima lingua abbiamo udito queste parole: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità espelle il timore. Dall’altra lingua abbiamo invece sentito queste parole: Casto è il timore di Dio; esso rimane per i secoli dei secoli. Sembra che le due affermazioni discordino tra loro. Ma non è così. Apri bene le tue orecchie, ascolta la melodia. Non è senza motivo che in una delle espressioni è definito casto il timore, perché evidentemente c’è anche un timore non casto. Vediamo di tener ben distinti questi due tipi di timore e capiremo che le due trombe suonano in perfetta armonia.

Come capire, come discernere? Faccia attenzione la vostra Carità. Certi uomini temono Dio, perché non vogliono cadere nell’inferno e bruciare col diavolo in un fuoco eterno. Questo appunto è il timore che prepara il posto alla carità; ma è un timore transeunte. Se tu temi il Signore ancora a causa dei suoi castighi, non lo ami ancora. Non desideri il bene ma ti astieni unicamente dal male. Ma per il fatto che ti astieni dal male, ti correggi ed incominci a desiderare il bene. E quando incominci a desiderare il bene, il tuo timore diventa un casto timore. Quale timore è casto? Il timore di perdere gli stessi beni. Comprendetemi: altra cosa è temere Dio perché non ti mandi all’inferno, altra cosa temerlo perché egli non si allontani da te. Il primo timore che ti porta a scongiurare di essere condannato all’inferno insieme col diavolo, non è ancora un timore casto; non deriva infatti dall’amore di Dio, ma dal timore del castigo. Ma quando tu temi il Signore perché la sua presenza non si sottragga a te, allora tu l’abbracci e desideri godere di lui.

[Due generi di spose.]

6. Non è possibile spiegare meglio la differenza tra questi due timori, quello che esclude la carità e quello casto che resta per sempre, se non ricorrendo all’esempio di due donne sposate di cui una è intenzionata a commettere adulterio e trovare gioia nell’iniquità, ma timorosa delle vendette del marito. Costei teme il marito, ma lo teme precisamente perché ama ciò che è disonesto. La presenza del marito le è tutt’altro che gradita e confortevole. Se per caso la sua condotta è cattiva, essa teme di essere sorpresa dal marito. Simili a questa donna sono quelli che temono la venuta del giorno del giudizio. L’altra donna, che abbiamo preso come esempio, ama il suo sposo, lo circonda di casti amplessi, non si macchia di nessun adulterio, brama la presenza del marito. Come si distinguono questi due tipi di timore? Soggetta al timore è la prima come la seconda donna.

Interrogale; ti daranno quasi la stessa risposta. Interroghiamo la prima: Temi il marito? Essa risponderà: sì, lo temo. Interroga la seconda: Temi tuo marito? Ti risponderà ugualmente: Lo temo. La risposta è identica, ma diverso lo spirito. Interroghiamole ancora, domandando loro perché temono il marito. La prima risponde: Temo che torni mio marito. La seconda invece: Temo che si allontani. La prima: temo di essere castigata; e la seconda: temo di essere abbandonata. Applica queste risposte nell’anima cristiana e scoprirai il timore che esclude la carità ed il casto timore che resta per sempre.

[L’una teme la condanna.]

7. Ci rivolgiamo dapprima a quelli che temono Dio alla maniera della donna disonesta: essa teme che il marito la condanni. Parliamo dunque a costoro. O anima, tu temi Iddio perché Dio non ti condanni, proprio come quella donna che agisce disonestamente e teme il marito per paura di essere castigata. Come a te dispiace quella donna, così dispiaciti di te stesso. Tu non vorresti una moglie che ti teme per paura del castigo e che sarebbe ben contenta di fare il male, ma se ne astiene per la grave paura che ha di te, non perché condanna il male. La vuoi casta, perché ti ami, non già perché ti tema. Anche tu offriti così a Dio, come vorresti che sia la tua sposa. Se ancora non hai moglie ma la vuoi avere, è così che la vuoi. Che cosa stiamo dicendo, o fratelli? Quella moglie che teme il marito solo per non essere ripudiata dal marito, probabilmente non commette adulterio, perché non venga scoperto dal marito e non le tolga questa luce temporale. Il marito potrebbe anche ingannarsi; è infatti una creatura umana come colei che può ingannarlo.

Orbene quella donna teme un marito, ai cui sguardi potrebbe sottrarsi, e tu non temi gli sguardi del tuo sposo sempre fissi sopra di te? La faccia del Signore è sempre rivolta sopra coloro che fanno il male (Sal 33, 17). La donna adultera approfitta dell’assenza del marito ed è sollecitata forse dal piacere dell’adulterio; essa tuttavia dice a se stessa: Non mi azzarderò: egli è assente, è vero, ma la cosa non potrà non essere risaputa da lui. Essa dunque si trattiene dal male per paura che le cose siano sapute da un uomo, soggetto all’ignoranza ed all’errore, che potrebbe giudicare buona anche la donna malvagia, ritenere casta la moglie adultera. Tu invece non temi gli occhi di Dio che nessuno può ingannare? Non temi la presenza del Signore che non può mai esserti tolta? Prega il Signore che rivolga il suo sguardo sopra di te e allontani il suo volto dai tuoi peccati. Allontana la tua faccia dai miei peccati (Sal 50, 11). Come puoi meritare che egli distolga la sua faccia dai tuoi peccati? Facendo in modo che tu non distolga l’attenzione dai tuoi peccati. Sono le parole stesse del salmo che dicono: Io riconosco la mia iniquità ed il mio peccato sta sempre davanti a me (Sal 50, 5). Tu, dunque, riconosci i tuoi peccati ed egli te li condonerà.

[L’altra teme l’abbandono.]

8. Ci siamo rivolti all’anima che ancora nutre un timore non duraturo per l’eternità, ma quel timore che viene scacciato e bandito dalla carità. Ci rivolgiamo anche all’anima che già possiede il timore casto, duraturo nei secoli eterni. Pensiamo forse di trovarla da poterle parlare? Ritieni che ci sia in questo popolo? In questa sala? Su questa terra? Impossibile che non ci sia e tuttavia resta nascosta. Siamo d’inverno ed il verde delle foglie sta ancora tutto dentro la radice. Può darsi però che le nostre parole giungano alle sue orecchie. Dovunque si trovi quell’anima, possa io giungere a scoprirla, e sentire io la sua voce, non lei la mia. Essa mi istruirebbe piuttosto che imparare da me. Un’anima santa, un’anima di fuoco che desidera il regno di Dio; non io le rivolgo la parola ma Dio stesso, e la consola, finché sopporta la presente vita terrena, con queste parole: Tu vuoi che io già venga a te ed io lo so bene: so che sei tale da poter aspettare con serenità la mia venuta. So della tua pena, ma attendi ancora un poco, sopporta: ecco vengo, vengo presto. Questa venuta sembra un ritardo all’anima che ama. Odila cantare come fosse un giglio tra le spine; odila sospirare e dire: Io canterò e comprenderò sulla via dell’innocenza; quando verrai da me? (Sal 100, 1-2).

A ragione essa non teme, stando sulla via dell’innocenza, perché la carità perfetta scaccia ogni timore. Quando quest’anima giungerà all’amplesso del Signore teme, ma nella sicurezza. Che cosa teme? Starà attenta a togliere da sé ogni macchia di peccato, per non peccare più: non per la paura di essere mandata al fuoco, ma per non essere abbandonata dal Signore. E che cosa ci sarà in lei se non il casto timore che resta per sempre? Abbiamo ascoltato dunque le due trombe suonare in perfetto accordo. La prima parla del timore come la seconda; ma la prima parla del timore che ha l’anima di essere condannata, l’altra del timore che ha l’anima di essere abbandonata. Il primo è quel timore che viene eliminato dalla carità, il secondo invece è quel timore che rimane per sempre.

[L’amore ci rende belli.]

9. Noi dunque amiamolo, perché egli per primo ci ha amati (1 Gv 4, 19). Quale fondamento avremmo per amare, se egli non ci avesse amati per primo? Amando, siamo diventati amici; ma egli ha amato noi, quando eravamo suoi nemici, per poterci rendere amici. Ci ha amati per primo e ci ha donato la capacità di amarlo. Ancora noi non lo amavamo; amandolo, diventiamo belli. Che cosa fa un uomo deforme, colla faccia sformata, quando ama una bella donna? Che cosa fa, a sua volta, una donna brutta, sciatta e nera, se amasse un uomo bello? Potrà diventare forse bella, amando quell’uomo? Potrà l’uomo a sua volta diventare bello, amando una donna bella? Ama costei e quando si guarda allo specchio, arrossisce di sollevare il suo volto verso di lei, la bella donna che ama. Che farà per essere bello? aspetta forse che sopraggiunga in lui la bellezza? Nell’attesa, al contrario, sopravviene la vecchiaia che lo rende più brutto. Non c’è dunque nulla da fare, non c’è possibilità di dargli altro consiglio che ritirarsi, perché, non essendo all’altezza, non osi amare una donna a lui superiore. Se per caso l’amasse veramente e desiderasse prenderla in moglie, dovrà amare la sua castità, non la forma del suo corpo. La nostra anima, o fratelli, è brutta per colpa del peccato: essa diviene bella amando Dio. Quale amore rende bella l’anima che ama? Dio sempre è bellezza, mai c’è in lui deformità o mutamento. Per primo ci ha amati lui che sempre è bello, e ci ha amati quando eravamo brutti e deformi. Non ci ha amati per congedarci brutti quali eravamo, ma per mutarci e renderci belli da brutti quali eravamo. In che modo saremo belli? Amando lui, che è sempre bello. Quanto cresce in te l’amore, tanto cresce la bellezza; la carità è appunto la bellezza dell’anima. Noi, dunque, amiamolo, perché lui per primo ci ha amati. Ascolta l’apostolo Paolo: Dio ha dimostrato il suo amore per noi, perché quando ancora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9), lui giusto per noi ingiusti, lui bello per noi brutti. Quale fonte ci afferma che Gesù è bello? Le parole del salmo: Egli è bello tra i figli degli uomini, sulle sue labbra ride la grazia (Sal 44, 3). Dove sta il fondamento di questa asserzione? Eccolo: Egli è bello tra i figli degli uomini perché in principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Assumendo un corpo, egli prese sopra di sé la tua bruttezza, cioè la tua mortalità, per adattare se stesso a te, per rendersi simile a te e spingerti ad amare la bellezza interiore. Ma quali fonti ci rivelano un Gesù brutto e deforme, come ce lo hanno rivelato bello e grazioso più dei figli degli uomini? Dove troviamo che è deforme? Interroga Isaia. Lo abbiamo visto: egli non aveva più bellezza né decoro (Is 53, 2). Queste affermazioni scritturistiche sono come due trombe che suonano in modo diverso ma uno stesso Spirito vi soffia dentro l’aria. La prima dice: Bello d’aspetto, più dei figli degli uomini; e la seconda, con Isaia, dice: Lo abbiamo visto: egli non aveva bellezza, non decoro. Le due trombe son suonate da un identico Spirito; esse dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirle, ma cercare di capirle. Interroghiamo l’apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia delle due trombe. Suoni la prima: Bello più dei figli degli uomini: essendo nella forma di Dio, non credette che fosse una preda l’essere lui eguale a Dio. Ecco in che cosa egli sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche la seconda tromba: Lo abbiamo visto e non aveva bellezza, né decoro: questo perché egli annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto per la sua maniera di essere, come uomo (Fil 2, 6-7). Egli non aveva né bellezza né decoro, per dare a te bellezza e decoro Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità; affinché tu possa correre amando e possa amare correndo Già sei bello: ma non guardare te stesso, per non perdere ciò che hai preso; guarda a colui dal quale sei stato reso bello. Sii bello in modo tale che egli possa amarti. Da parte tua volgi tutto il tuo pensiero a lui, a lui corri, chiedi i suoi abbracci, temi di allontanarti da lui; affinché sia in te il timore casto che resta in eterno. Noi amiamolo, perché lui stesso ci ha amati per primo.

[Amare il prossimo è amare Dio.]

10. Se uno dirà: io amo Dio. Ma quale Dio? perché lo amiamo? Perché lui stesso per primo ci ha amati e ci ha fatto dono di amarlo. Egli ha amato noi che eravamo empi, per renderci pii; ingiusti, per renderci giusti; ammalati, per renderci sani. Dunque anche noi amiamolo perché per primo ci ha amati. Interroga ciascuno singolarmente e ti dica se ama Dio. Ciascuno grida, ciascuno confessa: io lo amo; lui lo sa. Ma c’è un’altra domanda da fare. Dice Giovanni: Se uno dirà: io amo Dio, ma poi odia suo fratello, è impostore. Quale prova si ha di ciò? Eccola: Chi non ama il suo fratello che vede, come potrà amare Dio, che non vede? (1 Gv 4, 20). Dunque, chi ama il fratello, ama anche Dio? Inevitabilmente ama Dio, inevitabilmente ama l’amore stesso. Si può forse amare il proprio fratello e non amare l’amore? E’ inevitabile che ami l’amore. Ma costui ama Dio appunto perché ama l’amore stesso? Proprio così. Amando l’amore, ama Dio. Hai forse dimenticato che poco prima Giovanni ha detto: Dio è amore? Se Dio è amore, chiunque ama l’amore ama Dio. Ama dunque tuo fratello e sta’ sicuro (cf. 1 Gv 4, 8-16). Tu non puoi dire: Amo il fratello ma non amo Dio. Allo stesso modo che menti quando dici: Amo Dio, se non ami il fratello; così ti inganni, quando dici: io amo il fratello, e poi ritieni di non amare Dio. Necessariamente, amando il fratello, ami l’amore stesso. L’amore infatti è Dio; e chi ama il proprio fratello, necessariamente ama Dio. Ma se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi? Perché questi non vede Dio? Perché non possiede l’amore stesso. Perciò non vede Dio, perché appunto non possiede l’amore; e non possiede l’amore perché non ama il fratello; quindi non vede Dio, proprio perché non possiede l’amore.

Ma se ha l’amore, vede Dio, perché Dio è amore; ed il suo occhio viene sempre più purificato dall’amore, per essere in grado di vedere quella sostanza incommutabile che è Dio, e per poter sempre godere della sua presenza e in eterno gioirne insieme con gli angeli. Ma ora corra in tal modo che possa poi rallegrarsi, quando sarà nella patria. Non ami il pellegrinaggio, non ami la via: tutto consideri amaro, ad eccezione di colui che lo chiama, fino al momento in cui non ci congiungeremo con lui e potremo dire ciò che fu detto nel salmo: Hai mandato in perdizione tutti quelli che si sono prostituiti lontano da te.

Chi sono questi fornicatori? Quelli che se ne vanno via da lui per amare il mondo. Tu in che posizione sei? Prosegue il salmo: Per me è buona cosa stare vicino al Signore (Sal 72, 27-28). Tutto il mio bene è questo: attaccarmi a Dio gratuitamente. Se tu interrogassi il salmista e gli dicessi: perché aderisci a Dio? e ti rispondesse: per avere dei doni da lui; e tu gli chiedessi: quali doni? Lui stesso ha fatto il cielo e la terra: che cosa deve ancora donarti? Già aderisci a lui: trova di meglio ed egli te lo dona.

[Rimaniamo con la carità uniti a Cristo e alla Chiesa.]

11. Chi pertanto non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Da lui abbiamo ricevuto questo comandamento, che ami anche il fratello colui che ama Dio (1 Gv 4, 20-21). Tu hai detto molto bene: Amo Dio; ma odi il fratello! O omicida, in che modo puoi amare Dio? Non hai sentito le parole precedenti dell’Epistola? Chi odia il suo fratello, è omicida (1 Gv 3, 15). Ma io continuo ad amare Dio, pur odiando il fratello. Decisamente tu non ami Dio, se odi il fratello. Adesso ve lo dimostro con un altro passo. Giovanni ha detto: Cristo ci ha dato il precetto di amarci a vicenda (1 Gv 3, 23): come puoi amare quel Dio di cui tieni in odio il comandamento? Chi mai direbbe: io amo l’imperatore, ma ne odio le leggi? L’imperatore capisce che lo si ama da questo: se le sue leggi sono osservate nelle province.

Quale è la legge del nostro imperatore? Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro (Gv 13, 34). Tu affermi di amare Cristo: osserva il suo comandamento ed ama il tuo fratello. Se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento? O fratelli, non mi sazio di parlare della carità, nel nome di Cristo. Più voi siete avari di questo bene, più speriamo che esso cresca in voi, scacci il timore, perché rimanga quel casto timore che dura per sempre. Cerchiamo di tollerare il mondo, le tribolazioni, gli scandali delle tentazioni. Non abbandoniamo la giusta via, manteniamo l’unità della Chiesa, teniamoci uniti a Cristo, conserviamo la carità. Non separiamoci dalle membra della sua sposa, non strappiamoci dalla fede, perché possiamo gloriarci quando egli si farà presente; resteremo in lui senza turbamenti, ora con la fede, più tardi con la visione, di cui abbiamo come caparra certissima il dono dello Spirito Santo.

Pio XII «Il più grande peccato di oggi è che gli uomini hanno perduto il senso del peccato». -Effetti del peccato impuro sull’anima, prima che sopraggiunga la morte-

 

Insegna Pio XII, «il più grande peccato di oggi è che gli uomini hanno perduto il senso del peccato». Perduto o laicizzato: essi possono avere ancora il senso della colpa, un complesso di colpevolezza, ma non più il vero senso del peccato. Perciò bisogna ritrovare il vero senso di Dio e dell’uomo, della creatura davanti al suo Creatore; il peccato non è una semplice mancanza, una contravvenzione, un mancamento: è una ribellione a Dio stesso, è porre i beni transitori prima o al posto del Bene ultimo, che è Dio; anche la contrizione è ben altra dal semplice dispetto di aver compiuto qualcosa di irregolare. Bisogna tornare a concepire il peccato nel suo senso teologico di offesa a Dio, il che suppone una retta conoscenza della psicologia del peccatore e della sua vera responsabilità. 

Effetti del peccato impuro sull’anima, prima che sopraggiunga la morte

Colui che pecca con piena consapevolezza e deliberato consenso contro la purezza, assecondando lo spirito di lussuria compie un atto gravemente disordinato di disaffezione nei confronti di Dio. Trattandosi di peccato mortale, l’anima subisce una netta separazione da Dio. L’affezione al peccato anestetizza, ammutolisce la voce della coscienza, la “voce di Dio” che costantemente richiama l’uomo sulla retta via e pertanto conduce verso un progressivo abbrutimento dell’anima, che si manifesta con la comparsa di comportamenti istintuali e peccaminosi. “Il peccato genera peccato”(cf Mc 4,25).

A proposito di questa “anestesia della coscienza” si legga quanto afferma S. Alfonso Maria de Liguori:

CONSIDERAZIONE XXII – DEL MAL’ABITO

Uno de’ maggiori danni, che a noi cagionò il peccato di Adamo, fu la mala inclinazione al peccare. Ciò facea piangere l’Apostolo, in vedersi spinto dalla concupiscenza verso quegli stessi mali, ch’egli abborriva: «Video aliam legem in membris meis… captivantem me in lege peccati» (Rom. 7. 23). E quindi riesce a noi, infettati da questa concupiscenza, e con tanti nemici che ci spingono al male, sì difficile il giungere senza colpa alla patria beata. Or posta una tal fragilità che abbiamo, io dimando: Che direste voi d’un viandante, che dovesse passare il mare in una gran tempesta, con una barca mezza rotta, ed egli poi volesse caricarla di tal peso, che senza tempesta, e quantunque la barca fosse forte, anche basterebbe ad affondare? Che prognostico fareste della vita di costui? Or dite lo stesso d’un mal abituato che dovendo passare il mare di questa vita (mare in tempesta, dove tanti si perdono) con una barca debole e ruinata, qual’è la nostra carne, a cui stiamo uniti, questi volesse poi aggravarla di peccati abituati. Costui è molto difficile che si salvi, perché il mal’abito accieca la mente, indurisce il cuore, e con ciò facilmente lo rende ostinato sino alla morte.

Per prima il mal’abito «accieca». E perché mai i santi sempre cercano lume a Dio, e tremano di diventare i peggiori peccatori del mondo? perché sanno che se in un punto perdon la luce, possono commettere qualunque scelleragine. Come mai tanti cristiani ostinatamente han voluto vivere in peccato, sino che finalmente si son dannati? «Excaecavit eos malitia eorum» (Sap. 2. 21). Il peccato ha tolto loro la vista, e così si son perduti. Ogni peccato porta seco la cecità; accrescendosi i peccati, si accresce l’accecazione. Dio è la nostra luce; quanto più dunque l’anima si allontana da Dio, tanto resta più cieca. «Ossa eius implebuntur vitiis» (Iob. 20. 11). Siccome in un vaso, ch’è pieno di terra, non può entrarvi la luce del sole, così in un cuore pieno di vizi non può entrarvi la luce divina.

GLI EFFETTI DEL PECCATO IMPURO SULL’ANIMA

Come dice San Tommaso d’Aquino della Summa Theologica “ Niente impedisce che l’effetto di un peccato sia causa di un altro. Infatti dal momento che l’anima viene disordinata da un peccato, più facilmente è inclinata a peccare”. 

Quando un’anima commette un peccato si dice che questa viene macchiata. Cos’è questa macchia?

Dice San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, Questione 86: 

[…]In senso proprio si parla di macchia per le cose materiali, quando un corpo nitido, p. es., l’oro, l’argento, o una veste, perde la sua lucentezza a contatto con altri corpi. Perciò nelle cose spirituali se ne deve parlare per analogia a codesta macchia. Ora, l’anima umana può avere due tipi di lucentezza: l’una dovuta allo splendore della luce naturale della ragione, che la dirige nei suoi atti; l’altra dovuta allo splendore della luce divina, cioè della sapienza e della grazia, che porta l’uomo a compiere il bene dovuto. Ma quando l’anima aderisce con l’amore a una cosa, si ha come un contatto di essa. E quando pecca aderisce a qualche cosa che è contraria alla luce della ragione e della legge divina, com’è evidente da quanto sopra abbiamo detto. Ebbene, codesta perdita di luminosità metaforicamente è chiamata macchia dell’anima.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:

1. L’anima non viene macchiata dalle cose inferiori per la virtù di esse, come se queste agissero su di essa: al contrario è l’anima che col suo agire si sporca, aderendo ad esse disordinatamente, contro la luce della ragione e della legge divina.

2. L’atto intellettivo si compie con la presenza delle cose intelligibili nell’intelletto; perciò l’intelletto non può esserne macchiato, ma piuttosto ne riceve un perfezionamento. Invece l’atto della volontà consiste in un moto verso le cose, cosicché l’amore unisce l’anima alla cosa amata. Per questo l’anima si macchia quando vi aderisce disordinatamente, secondo il detto di Osea: “Diventarono abominevoli come le cose che amarono”.

3. La macchia non è qualche cosa di positivo nell’anima, e non indica una semplice privazione: indica invece una privazione della lucentezza dell’anima in rapporto alla sua causa, cioè al peccato. Perciò peccati diversi arrecano macchie diverse. Avviene qualche cosa di simile con l’ombra, privazione della luce dovuta all’interposizione di un corpo: secondo la diversità dei corpi le ombre cambiano. […]

La macchia rimane nell’anima anche dopo l’attaccamento 

[…] RISPONDO: La macchia del peccato resta nell’anima anche dopo l’atto peccaminoso. E la ragione si è che la macchia importa, come si è visto, un difetto di luminosità dovuto a un rifiuto di fronte alla luce della ragione, o della legge divina. Perciò finché uno rimane estraneo a codesta luce, resta in lui la macchia del peccato: questa scompare soltanto col ritorno della luce di Dio e della ragione, mediante la grazia. Infatti, pur cessando l’atto del peccato, col quale si era allontanato dalla luce della ragione e della legge divina, l’uomo non torna immediatamente al punto in cui era; ma si richiede un moto della volontà contrario al precedente. Se uno, p. es., si allontana da una persona con una camminata, non si ritrova subito vicino a lei appena smette di camminare, ma deve riavvicinarsi tornando con un moto contrario.[…]

Il peccato è una terribile forza disgregatrice, che provoca lentamente ed inesorabilmente la rovina dell’anima. E’ più che evidente la differenza tra una persona che ha costruito la propria anima, attraverso decisioni e azioni, nella propria libertà, seguendo un percorso tracciato nel bene, e un’altra persona che con decisioni e azioni malvage, si è costruita nel male, acconsentendo al male, piuttosto che combatterlo. In sintesi: tra bontà e perversione la differenza è abissale! Il potere del peccato abbrutisce l’umanità, degradandola attraverso una via discendente, che ci avvicina all’animalità, privando per gradi dell’autentica dignità originaria: lo spirito si asservisce alla carne, che prende il sopravvento senza alcun controllo. La via discendente, la via del piacere, la via della carne, è quella che conduce a Satana. Questo è il percorso nel quale la coscienza individuale perde la sua sensibilità, dove è sempre più difficile distinguere tra il bene e il male: progressivamente l’anima muore, nel senso che cade totalmente immersa nelle tenebre del nulla; si vive solo per soddisfare l’istinto e l’egoismo. In questo processo, ha la sua genesi il peccato mortale: totale separazione da Dio, anticipazione della sofferenza eterna. 

Se non interviene la Grazia di Dio, se l’anima non ritorna a Dio(=confessione del peccato), convertendo il proprio cuore cambiando radicalmente strada, da un cammino discendente verso un cammino ascendente, l’anima in stato di peccato mortale continuerà a vivere nella separazione da Dio per tutta l’eternità! 

Effetti del peccato impuro sull’anima, in seguito alla morte

Come abbiamo precedentemente accennato, l’anima che fino alla fine della propria vita terrena rimane tenacemente legata alla propria situazione di peccato mortale, morendo impenitente sarà necessariamente destinata all’inferno. 

Qualcuno, evidentemente poco addentrato nella s. teologia potrà ritenere eccessive queste parole sui castighi che Dio infligge.
Per queste persone aggiungo il seguente testo di Paolo VI , Papa, tratto dalla “Indulgentiarum doctrina”al n. 2 

“ È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene inflitte dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi, è apparso sempre alla coscienza di ogni cristiano non soltanto come trasgressione della legge divina, ma anche, sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo e misconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo. Così come è pure apparso vera ed inestimabile offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di Dio offerto agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi i suoi discepoli.”

Come dice la Scrittura: non c’è pace per gli empi!! Chi pecca non avrà mai la vera pace, perché la pace viene dalla carità, è dono di Dio e non si potrà mai trovare in chi è contro Dio! 

Dunque siamo nell’alveo della vera teologia cattolica si noti la distinzione che il Papa fa tra le pene del fuoco e i tormenti che dicono la pena, e dunque la punizione, che è propria dell’inferno, ed è eterna, e le pene purificatrici, che sono proprie del Purgatorio, e che sono limitate nel tempo.
Questa falsa cultura di cui dicevo tende precisamente a nascondere la reale gravità morale della lussuria e la pena terribile che ad essa segue, presentando il peccato che è un grave male come un grande bene. Di questi tali, paladini dell’inganno e del male, Dio, per bocca del profeta Isaia, afferma “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro.” (Isaia 5:20)

Circa il merito di una pena eterna per chi muore in condizione di peccato mortale, afferma San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, Questione 87: 

[…]un peccato merita una punizione in quanto sconvolge un dato ordine. E finché rimane la causa, rimane anche l’effetto. Quindi finché dura il sovvertimento dell’ordine, deve rimanere l’obbligazione alla pena. Ora, uno può sconvolgere l’ordine in modo riparabile, o in modo irreparabile. Ebbene, irreparabile è la mancanza che ne elimina il principio stesso: invece se ne salva il principio, in virtù di esso le deficenze si possono riparare. Se si corrompe, p. es., il principio visivo, la vista non è più ricuperabile, se non per virtù divina: se invece la vista soffre delle difficoltà, ma ne è salvo il principio, è ancora riparabile per la natura o per l’arte. Ma ogni ordine ha un principio in rapporto al quale le altre cose ne divengono partecipi. Se quindi il peccato distrugge il principio dell’ordine, col quale la volontà umana è sottomessa a Dio, si avrà un disordine di per sé irreparabile, sebbene possa essere riparato dalla virtù di Dio. Ora, il principio di quest’ordine è il fine ultimo, al quale l’uomo aderisce con la carità. Perciò tutti i peccati che ci distaccano da Dio, col distruggere la carità, di per sé importano un’obbligazione alla pena eterna.
[…]
come insegna S. Gregorio, è giusto che sia punito nell’eternità di Dio, chi osò peccare contro Dio nell’eternità del proprio essere. E si dice che uno ha peccato nell’eternità del proprio essere, non solo per la continuità dell’atto peccaminoso durante tutta la sua vita: ma perché costituendo il proprio fine nel peccato, mostra la volontà di voler peccare eternamente. Perciò S. Gregorio afferma, che “gli iniqui avrebbero voluto vivere senza fine, per poter rimanere senza fine nel peccato”.  

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