Don Giacomo Tantardini: «Lasciati portare dal legno della Sua umiltà» La Confessione, il Peccato e la Grazia.

«Lasciati portare dal legno della Sua umiltà»

Una delle meditazioni degli esercizi spirituali predicati da don Giacomo Tantardini ai sacerdoti della diocesi suburbicaria di Porto – Santa Rufina nel novembre 2006      

di don Giacomo Tantardini    

Quelli che seguono sono solo alcuni suggerimenti, come aiuto a vivere il sacramento della penitenza, il sacramento della confessione.  Vorrei iniziare ripetendo l’invito di sant’Agostino a «lasciarsi portare dal legno della Sua umiltà». Dobbiamo attraversare il mare della vita, dobbiamo arrivare al Signore, che è la nostra felicità. L’unico modo per  attraversare questo mare è lasciarsi portare dal legno della Sua umiltà. Lasciarsi portare da questa nave che è la croce del Signore. A me è cara l’espressione di sant’Agostino: «Lasciati portare dal legno della Sua umiltà». Che cos’è la confessione se non accettare umilmente di lasciarsi portare dal Signore, dal legno della Sua umiltà? Se non accettare umilmente di confessare i nostri poveri peccati così come Gesù ha voluto, così come la santa Chiesa ha stabilito?

Per questo mi sono permesso di dare a chi lo voleva il piccolo libro Chi prega si salva, come aiuto a confessarsi bene, così come la santa Chiesa suggerisce, anzi comanda. Permettetemi di accennare a un’intuizione, una  scoperta per me recente: chi si confessa bene, diventa santo. È stata una scoperta recente (l’anno scorso, durante la santa messa nella festa di Tutti i Santi, mentre leggevo il Vangelo delle beatitudini) e di un’evidenza immediata: chi si confessa bene, diventa santo. Chi si confessa bene, con umiltà, con sincerità, con la completezza dell’accusa, diventa santo.     Diventa santo nei tempi del Signore, ma chi si confessa bene diventa santo. Chi si lascia portare umilmente dal legno della Sua umiltà, diventa     santo. Diventare santi vuol dire che la presenza di Gesù Cristo diventa sempre più cara, sempre più vicina. «Familiaritas stupenda nimis / sempre più stupenda», come dice l’Imitazione di Cristo, «la Sua familiarità». Come dice una strofa dell’inno Iesu dulcis memoria, questo lungo inno medievale che è attribuito a san Bernardo.

È la strofa che negli ultimi mesi della sua vita don Giussani più frequentemente ripeteva: «O Iesu mi dulcissime, / O  Gesù mio dolcissimo, / spes suspirantis  animae, / Tu speranza del mio cuore che geme [di  noi che sospiriamo, come diciamo nella Salve Regina], / te quaerunt piae lacrimae / Ti cercano le mie lacrime pie [lacrime che non pretendono, che attendono, che domandano] / et clamor mentis intimae / e il grido ultimo del cuore». Anche quando, magari, questo grido del cuore non sale neppure alle nostre labbra. Ecco, se ci confessiamo bene, diventiamo santi. Cioè, la presenza del Signore, la Sua presenza, la Sua bellezza («Cara beltà»), la Sua dolcezza diventa più cara e più vicina alla nostra vita.

Leggiamo ora il brano del rinnegamento di Pietro e dello sguardo di Gesù a Pietro, secondo il Vangelo di Luca: «Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa  del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”, ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22, 54-62).

Vorrei suggerirvi tre brevi pensieri di sant’Ambrogio. Sant’Ambrogio è uno dei Padri della Chiesa che più evidenzia la misericordia. Forse la frase con cui     conclude l’Esamerone, il racconto della creazione, è nota a tutti voi: «Ha creato il cielo e non leggo che si sia riposato, ha creato la terra e non leggo che si sia riposato, ha creato il sole, la luna e le stelle e non  leggo che abbia riposato. Leggo che ha creato l’uomo e allora si  è riposato / habens cui peccata     dimitteret / perché finalmente aveva uno cui poteva perdonare i peccati». Questo è il riposo di Dio. Lo dice Gesù nel  Vangelo: «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo [cioè nel cuore di Dio] per un peccatore che si converte che  non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7). Ambrogio non aggiunge nulla a queste parole di Gesù circa la gioia del cuore di Dio; semplicemente è bello che dica che Dio si è riposato perché finalmente aveva uno cui poteva perdonare i peccati. Il brano che ora leggo è tratto dal commento di  sant’Ambrogio al Vangelo di Luca: «Bonae lacrimae quae lavant culpam. / Come sono buone  [care al cuore] le lacrime che lavano i peccati. / Denique quos Iesus respicit plorant. / Pertanto, quelli che Gesù guarda, si mettono a piangere [quando Gesù guarda un povero peccatore, questo si mette a piangere]. Pietro ha negato una prima volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva guardato. Pietro ha negato una seconda volta e non ha pianto perché il Signore ancora non lo aveva guardato. Pietro ha negato la terza volta: / respexit Iesus et ille amarissime flevit / Gesù lo ha guardato e lui ha pianto amaramente».

Il pianto non viene dal peccato. «Chi commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). Il peccato ci conduce al vizio, non al pianto. «Se il Figlio vi fa liberi sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). Quando Gesù  guarda, si piange. E si piange nella memoria di Lui. «Il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò» (Lc 22, 61). Si piange non per l’umiliazione, si piange perché si è così voluti bene. Si piange per gratitudine, perché siamo guardati così. Perché, poveri peccatori, siamo così voluti bene. «Respice, Domine Iesu, / Guardaci, Signore Gesù, / ut sciamus nostrum deflere peccatum. / perché impariamo a  piangere i nostri peccati. / Unde etiam lapsus sanctorum utilis. / Per questo anche il peccato dei santi è utile. Non mi ha recato nessun danno che Pietro Lo abbia tradito, mi ha giovato il fatto che [Gesù] lo abbia perdonato».

Un secondo brano. Ambrogio sta commentando un salmo, e  parla di Pietro: «Quem Dominus respicit salvat. / Chi il Signore guarda, lo salva. Pertanto, nella passione del Signore, quando Pietro tradì / [e qui Ambrogio dice una cosa che mi sembra così bella] sermone, non mente / [quando Pietro tradì] con la     parola, ma non con il cuore…». Così sant’Ambrogio distingue i peccati di fragilità dal progetto del peccato. Anche i peccati di     fragilità possono essere peccati mortali; non è questo che sant’Ambrogio contesta. I nostri peccati di fragilità possono essere peccati mortali, se ci sono le tre condizioni perché un’azione sia peccato mortale. Ma il peccato di fragilità è diverso dal progetto del peccato. Il peccato di fragilità è diverso dall’avere la progettualità del peccato. Ambrogio ha nei confronti di Pietro questo sguardo di tenerezza, come verso     un bambino che sbaglia. Pietro ha rinnegato, ma con le labbra (sermone) non con il cuore (non mente). E aggiunge un’osservazione stupenda: «(benché le parole di Pietro che Lo rinnega siano più piene di fede che non la dottrina di molti [le parole di Pietro, che per paura Lo tradisce, non distruggono un attaccamento al Signore, un attaccamento più fedele che non i  discorsi di molti]) /respexit eum Christus / Cristo lo ha guardato / et Petrus flevit; / e Pietro ha pianto; e così [col pianto] ha lavato il proprio errore. / Ita quem visus est voce denegare /  Così colui che con la parola è sembrato agli altri [forse     anche a Giovanni quando ha visto Pietro dire quello che ha detto] rinnegare  il Signore, / lacrimis fatebatur / con le lacrime Lo testimoniava». Con le lacrime Pietro ha testimoniato il Signore.

Vorrei aggiungere un’osservazione. C’è un indizio che distingue la fragilità del peccato dalla progettualità del peccato, ed è evitare le occasioni prossime di peccato. Lo diremo nell’Atto di dolore quando ci confesseremo. L’indizio che il peccato non è il nostro progetto, è la volontà di fuggire le occasioni prossime di peccato. Perché il peccato si compie nel cuore. Il peccato si compie quando si aderisce nel cuore al desiderio cattivo. È nel cuore che si compie il peccato. Il gesto, qualunque gesto peccaminoso, è una conseguenza del cuore che aderisce al desiderio cattivo; del cuore che cede al desiderio cattivo, invece di mettersi in ginocchio a domandare. Anche il mettersi in ginocchio, anche solo questo gesto fisico di mettersi in ginocchio, come è prezioso al Signore! Mettersi in ginocchio e domandare. E la grazia della domanda certa, quando il Signore la dona, la certezza della domanda che chiede senza dubitare è infallibile. Lo dice Gesù  (cf. Mc 11, 23-25). Lo scrive l’apostolo prediletto: «Chiunque rimane in Lui non può peccare» (1Gv 3, 6). Quando si rimane nel Signore non si pecca. Quando il Signore dona di rimanere in Lui, questa preghiera è infallibile. Evitare le occasioni prossime di peccato è il segno che i nostri sono poveri peccati di fragilità, ma che non sono il progetto della nostra vita. Non sono una progettualità cattiva.

Cito un terzo brano, sempre di sant’Ambrogio, tratto dal Commento al Salmo 1188 al versetto: «“Adiutor et susceptor meus es tu, et in verbum tuum spero” / “Tu sei il mio aiuto e il mio sostegno e spero nella tua parola”». In questo brano di sant’Ambrogio sono raccolte tutte le cose che ci siamo detti in questi giorni. «Adiutor per legem, / Tu sei aiuto con la legge [i dieci comandamenti], / susceptor per Evangelium / Tu sei sostegno [mi prendi in braccio] con la grazia». Questa è la sintesi del cammino morale cristiano. Con la legge ci aiuti. La legge fa conoscere i comandamenti di Dio. La legge ha come scopo semplicemente quello di indicarci e farci conoscere con chiarezza ciò che bisogna fare e ciò che bisogna evitare. E la legge non si mette in pratica se vi si fanno sopra discorsi teologici. La legge si mette in pratica in virtù di un’altra realtà distinta dalla legge che è la grazia.

È bellissima la lettura del breviario della festa della Natività della Madonna, in cui sant’Andrea di Creta, vescovo, afferma che, come sono distinte e non     confuse la natura umana e la natura divina del Verbo incarnato, così anche la legge e la grazia sono due realtà distinte, non confuse.Ciascuna realtà conserva le sue caratteristiche. La legge ha la caratteristica di indicare con chiarezza la strada, la grazia ha la caratteristica di prendere in braccio e di portare e quindi di far camminare sulla strada. «Adiutor per legem, susceptor per gratiam. Quos lege adiuvit, in carne suscepit /Quelli che ha aiutato con la legge [indicando la strada] li ha portati nella Sua carne / quia scriptum est: / perché è stato scritto: / “Hic peccata nostra portat” /     “Questi porta su di sé i nostri peccati” / et ideo in verbum eius spero. / e perciò io spero nella Sua parola. / Pulchre autem ait: / È bello che il salmo dica: /     “In verbum tuum speravi”, / “Ho sperato nella Tua parola”, / hoc est: Non in prophetas speravi, / cioè: Non ho sperato nei profeti [buona è la profezia ma non ho sperato nei profeti], / non in legem, / non ho sperato nella legge [buona è la legge di Dio ma non ho sperato nella legge], / sed in verbum tuum speravi / ma ho sperato nella Tua parola / hoc est in adventum tuum… / cioè che Tu venga…»: questa è la cosa più bella! Ho sperato nella Tua parola cioè che Tu venga. Cioè nel Tuo venire a me. Se guardiamo un bambino, un bambino non spera astrattamente nella mamma. Il bambino spera che la mamma gli stia vicino. Che la mamma venga vicino a lui; «… ut venias / … che Tu venga /et suscipias peccatores, / e prenda in braccio i peccatori, / delicta condones, / perdoni i nostri delitti, / ovem lassam tuis in cruce humeris bonus pastor inponas / e metta come buon pastore sulle Tue spalle, cioè     sulla Tua croce, questa pecorella affaticata». Come è bello:«In verbum tuum speravi / ho sperato nella Tua parola / hoc est in adventum tuum, / cioè nel Tuo  arrivare, / ut venias / che Tu venga vicino /et suscipias / e Tu prenda in braccio» questa pecorella smarrita che sono io. Conclude Ambrogio: «Se uno spera in Gesù Cristo, si deve allontanare dalla compagnia dei cattivi».

Un piccolo accenno decisivo: se uno spera in Lui, evita le occasioni prossime di peccato (cf. 1Gv 3, 3). 

Concludo con due preghiere della liturgia ambrosiana. Due preghiere di sant’Ambrogio. Prima preghiera, dall’inno Al canto del gallo, Aeterne rerum conditor, che nell’antica liturgia ambrosiana si recitava sempre, ogni giorno, al Mattutino. Insieme all’inno dei Vespri Deus creator omnium, l’inno Aeterne rerum     conditor credo che sia la più bella poesia della letteratura cristiana antica: «Iesu, labantes respice / O Gesù, guarda noi che cadiamo [i lapsi erano quelli che durante le persecuzioni avevano tradito la fede] / et nos videndo corrige; / e sollevaci guardandoci [corrige vuol dire cum-regere, sollevare]; / si respicis labes  cadunt / se Tu ci guardi i peccati vengono meno / fletuque culpa solvitur / e nel pianto la colpa viene sciolta». Seconda preghiera, una piccola preghiera, la preghiera  del Buon ladrone. Come sarà per santa Teresina di Gesù Bambino, così per sant’Ambrogio il Buon ladrone è uno dei santi preferiti. L’inno di Pasqua, Hic est dies verus Dei, di sant’Ambrogio, è tutto sul Buon ladrone. Nella liturgia di oggi del breviario, san Cirillo di Gerusalemme usa la stessa espressione che usa sant’Ambrogio in questo inno: il Signore dona la salvezza «con la fede di un istante». La preghiera dice: «Manum tuam porrige lapsis / Porgi la tua mano a noi che siamo caduti, / qui latroni confitenti Paradisi ianuas aperuisti / Tu che al ladrone che Ti ha riconosciuto hai aperto le porte del Paradiso».

Come è bello quel latroni confitenti! Non ha fatto niente quell’assassino. Lo ha solo riconosciuto. Ha solo riconosciuto. Confessio. E domandato. Supplex confessio: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno». Solo quel «Gesù», quel: «Ricordati  di me». Solo quel riconoscimento supplice. E Gesù gli ha detto: «Oggi sarai con me in Paradiso» (cf. Lc 23, 39-43). Oggi, in questo istante. Come nel sacramento della confessione: «Io ti assolvo». Così, in questa fede di un istante, così si comunica anche a noi la salvezza di Gesù Cristo.

Sulla concupiscenza.
Il desiderio cattivo e il desiderio buono

Appunti dalle lezioni di don Giacomo Tantardini alla Libera Università San Pio V di Roma, anno 2000-2001

di don Giacomo Tantardini

Senso religioso, peccato originale, fede in sant’Agostino, don Giacomo Tantardini

Nel De Spiritu et littera Agostino chiama l’attrattiva della grazia concupiscenza buona1.

Il termine concupiscenza cristianamente indica che la dinamica umana è ferita dal peccato. Anche la dimensione più alta della dinamica umana, il senso religioso, che è la sintesi dello spirito umano, è ferito. «La concupiscenza [questa è una definizione del Concilio di Trento] nei battezzati non è peccato, ma dal peccato nasce e al peccato inclina»2. Non la dinamica umana così come è uscita dalle mani del Creatore, ma le dinamiche umane, dopo il peccato originale, sono ferite dal peccato e tendono a corrompersi nei vizi. Così che dalla considerazione degli stessi vizi (vitia) si possono intravvedere le tendenze buone originarie (appetitus)3. Questo termine, concupiscenza, è uno dei termini che gli stessi apostoli usano. Lo si trova nelle lettere di Paolo (per esempio Rm 7, 7), nelle lettere di Pietro (2Pt 1, 4), nella lettera di Giacomo (Gc 1, 14-15) e nelle lettere di Giovanni (1Gv 2, 16).

L’alternativa a questo impulso può essere solo una concupiscenza buona, più evidente e corrispondente al cuore che non la concupiscenza dovuta alla ferita del peccato originale. Se non fosse più evidente e corrispondente al cuore non ci sarebbe reale motivo per diventare e rimanere cristiani.

Oggi leggeremo due brani del De Spiritu et littera.

De Spiritu et littera 4, 6

«Doctrina quippe illa qua mandatum accipimus continenter recteque vivendi / Quella dottrina dalla quale riceviamo il comandamento di vivere sobriamente e piamente [sobriamente e piamente per usare due termini di Paolo nella lettera a Tito (Tt 2, 12)] / littera est occidens nisi adsit vivificans Spiritus / è lettera che uccide se non è presente lo Spirito che dona la vita». Questa è come la sintesi di tutto quello che Agostino scrive nel De Spiritu et littera. Quella dottrina – potremmo tradurre la dottrina della fede e della morale evidentemente buona – è lettera che uccide se non è presente, se non viene donato lo Spirito che dà la vita.

«[…] Nam hoc ideo elegit Apostolus generale quiddam, quo cuncta complexus est, tamquam haec esset vox legis ab omni peccato prohibentis, quod ait: “Non concupisces” [Agostino sta commentando la Lettera ai Romani, in particolare il capitolo 7]; / […] Ecco perché l’apostolo ha scelto [come espressione della dottrina] il comandamento più generale, nel quale ha riassunto tutti i comandamenti, come se fosse questa la voce della legge che proibisce ogni peccato; cioè il comandamento che dice: “non desiderare”; / neque enim illum peccatum nisi concupiscendo committitur / e infatti nessun peccato si commette se non attraverso il desiderio». Nessun peccato viene commesso se non attraverso il desiderio. L’inizio del peccato è sempre e solo il desiderio. Come dice Gesù quando, parlando del sesto comandamento «Non commettere adulterio», afferma: «Ma io vi dico: Chiunque guarda una donna per desiderarla / iam moechatus est eam in corde suo / ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 27).

Questo non per una rigidezza più grande rispetto alla legge di Mosè4, ma perché così sia evidente che occorre un altro desiderio per vincere il peccato. Se il peccato inizia dal desiderio, occorre qualcosa che sia al livello del desiderio, occorre qualcosa che desti, con un’attrattiva più grande, un desiderio buono. Se il peccato avviene nel cuore col desiderare, per non commettere peccati occorre un’attrattiva buona che attinga al cuore, al desiderio. Così proprio quella che sembra l’affermazione moralmente più esigente di Gesù, è l’affermazione più antimoralistica che esiste. Per cui è così evidente, per esperienza, che il peccato si compie quando, tentati dal diavolo, non si domanda. Non si compie dopo, si compie lì. Quando uno non domanda, ha già deciso in cuore suo il peccato, ha già compiuto il peccato. La domanda destata dalla grazia, infatti, non può peccare (cfr. 1Gv 3, 6. 9. 22).

«Neque enim ullum peccatum nisi concupiscendo commititur. / Nessun peccato infatti avviene se non attraverso il desiderio. / Proinde quae hoc praecipit bona et laudabilis lex est. / Dunque quella legge che comanda di non desiderare è buona e lodevole. / Sed ubi sanctus non adiuvat Spiritus inspirans pro concupiscentia mala concupiscentiam bonam / Ma dove non aiuta lo Spirito Santo ispirando invece del desiderio cattivo un desiderio buono, / hoc est caritatem diffundens in cordibus nostris / cioè diffondendo la carità nei nostri cuori [la carità è questa concupiscenza buona. Carità cioè un’attrattiva che unisce. Delectatio è l’attrattiva e dilectio è l’unità cui l’attrattiva porta. Questa è la carità. L’attrattiva Gesù. La carità è l’attrattiva di quella presenza fino all’adesione a quella presenza, l’attrattiva fino all’abbraccio5], profecto illa lex, quamvis bona, auget prohibendo desiderium malum / senza dubbio quella legge, sebbene buona, aumenta, con la proibizione, il desiderio cattivo». La legge, evidentemente buona, aumenta di fatto il desiderio cattivo. Dicendo “non desiderare la donna d’altri”, questo comando buono aumenta nell’uomo il desiderio della donna d’altri.

E Agostino suggerisce l’esempio dell’impeto delle acque. Quando le acque corrono verso un’unica direzione, se si mette qualcosa che impedisce alle acque di correre, una volta che hanno travolto questo impedimento, esse corrono con più violenza e con più massa.

«[…] Nescio quo enim modo hoc ipsum, quod concupiscitur, fit iocundius, dum vetatur. / […] Io non so perché capita che si desideri con più piacere una cosa proprio quando viene vietata. / Et hoc est quod fallit peccatum per mandatum / Ed è per questo che il peccato seduce attraverso il comandamento [proprio per il fatto che la legge buona dice di non desiderare la donna d’altri, il peccato usa di questa legge buona per aumentare il desiderio, per sedurre] / et per illud occidit, / e attraverso esso uccide, / cum accedit etiam praevaricatio quae nulla est ubi lex non est / perché vi si aggiunge anche la trasgressione, che non ci sarebbe se non ci fosse la legge». Quindi la legge aggiunge al peccato anche il fatto di essere una trasgressione. Non solo si compie una cosa cattiva, ma si disubbidisce alla legge. Si trasgredisce la legge, mentre la trasgressione non ci sarebbe se non ci fosse la legge.
Ma la frase centrale di questo brano è: «Sed ubi sanctus non adiuvat Spiritus inspirans pro concupiscentia mala / Ma dove non aiuta lo Spirito Santo ispirando, invece del desiderio cattivo, / concupiscentiam bonam... / un desiderio buono…».

Inspirans vuol dire che tocca la sorgente del cuore lì dove il desiderio nasce. È tutto qui. Occorre un’attrattiva che attinga dove il desiderio nasce. E questo si può solo domandare6. Altrimenti si può apparire giusti davanti agli uomini, ma non davanti a Dio che scruta i cuori. Perché anche se uno non va contro nessun comandamento, Dio che scruta i cuori sa che preferirebbe, nel suo cuore, come desiderio, andare contro il comandamento. Soltanto che circostanze – che sono comunque strumento del disegno del Signore – gli impediscono o non favoriscono il soddisfare quello che come desiderio preferirebbe (cfr. De Spiritu et littera 8, 13-14). Se il peccato si compie al livello del desiderio, l’alternativa al peccato non può che essere un’attrattiva che tocca il cuore lì dove il desiderio nasce. L’alternativa può essere solo un’attrattiva buona invece dell’impulso cattivo. Questa attrattiva buona si chiama anche carità. La carità (dilectio) compie l’attrattiva (delectatio) nell’abbraccio, nell’unità (cfr. 1Cor 6, 17).

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Meditazione di don Giacomo Tantardini (Amico di Don Luigi Giussani): “Nel ventre tuo si raccese l’amore” “Te cerca il grido del cuore, quando dormiamo e quando siamo svegli. Te, Gesù Cristo, figlio di Maria, Figlio di Dio, il grido di ogni cuore cerca”

“Nel ventre tuo si raccese l’amore Per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore” ( Dante)

“La carità è quando il desiderio del cuore è soddisfatto, quando ciò che il cuore desidera è appagato.”

 

Meditazione di don Giacomo Tantardini ( recentemente scomparso) Santuario di San Leopoldo Mandic – Padova mercoledì 18 dicembre 2002

 

di don Giacomo Tantardini

Spesso, quando occorre parlare, mi vengono alla mente le parole di Péguy che sono così attuali: «Ce ne han dette tante, o Regina degli Apostoli / Abbiamo perso il gusto per i discorsi / Non abbiamo più altari se non i vostri / Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice». Questa sera le mie parole, il dovere di parlare, quindi l’ubbidienza a questo dovere, vorrebbero soltanto ridestare in me e in voi questa preghiera semplice, questo «vieni», «sì, vieni», «vieni, Gesù». Non si può dire nulla al Signore se non domandando. Questa è una delle cose più belle che il Signore, nell’esperienza di grazia che facciamo, ci ha reso possibile sperimentare. Un bambino non dimostra che la mamma c’è. Quando dice «mamma» ne riconosce la presenza chiedendo di essere voluto bene. Non è una dimostrazione. Non si dimostra una presenza. Quando la si riconosce, si domanda. Non per nulla il Credo cristiano è una preghiera. In fondo, al Signore si può solo dire: «Vieni», «sì, vieni».
Lo pensavo in questi giorni: quante volte abbiamo detto «sia fatta la Tua volontà» come una risposta nostra! Ma l’uomo non può dire «sia fatta la Tua volontà» se non come domanda. «Sia fatta la Tua volontà» è una domanda. Anche quando diciamo noi queste parole, non è una risposta nostra, è una domanda. Soprattutto nei momenti in cui è come impossibile che dal cuore salga una parola così. «Sia fatta la Tua volontà» è una domanda. Che accada in noi. Ma il soggetto non siamo noi che facciamo la Sua volontà. Sia fatta la Tua volontà in me, ma sia fatta da Te, da Te sia fatta la Tua volontà in me. Il Padre nostro è una preghiera.

Ora voglio accennare a una cosa, che è stata per me una scoperta, la settimana scorsa, assistendo a una messa. Ascoltando parlare un prete, un buon sacerdote. Ho ripensato improvvisamente al mio vecchio parroco, quello per cui da piccolo sono entrato in seminario (dopo la terza media, perché mio papà e mia mamma non hanno voluto che ci andassi dopo la quinta elementare). Il prete per cui sono entrato in seminario era proprio un buon prete, semplice e molto concreto. E pensavo che tutte le parole che diceva in fondo erano moralistiche. In fondo parlava soltanto dei comandamenti. Di quello che bisognava fare. Eppure tutte le parole che diceva erano cattoliche.

Mentre, mi dicevo, le parole che questo prete sta dicendo sono tutte gnostiche. La gnosi o gnosticismo è la grande eresia che san Giovanni, il discepolo prediletto, definisce così: «L’An­ticristo è colui che nega che il Figlio di Dio Gesù è venuto nella carne». Tutte le parole del mio vecchio parroco rimandavano all’umanità di Gesù. E quindi ai sacramenti. Tutte! E invece tutte le parole che si dicono adesso rimandano a idee. A idee cristiane, perché si riferiscono a contenuti cristiani. Ma sono idee, sono parole cristiane in cui non c’è più l’umanità di Gesù.

L’umanità di Gesù.

L’uomo creato da Dio aveva peccato. E c’erano stati tanti secoli di attesa del Messia. Poi duemila anni fa è venuto. L’umanità di Gesù è qualcosa di reale, che ha iniziato ad esistere a Nazareth quando è avvenuto il suo concepimento. La Madonna ha detto «eccomi» e il Figlio eterno di Dio è diventato carne. In quel momento ha incominciato ad essere uomo, solo in quel momento, prima era solo Dio. In quel momento ha cominciato ad essere anche uomo. L’umanità di Gesù vuol dire che la sua mamma l’ha portato nove mesi nel suo ventre. Gesù non sarebbe vero uomo se non fosse stato soggetto al tempo e allo spazio. Soggetto al tempo e allo spazio: nove mesi nel piccolo ventre di Maria. E in quei nove mesi la Madonna guardava la sua pancia che diventava più grossa. Alvus tumescit virginis. È stato sottomesso al tempo. E poi il parto mirabile, cioè pieno di stupore, a Betlemme. Talis decet partus Deum. E poi il bambino è diventato grande, a dodici anni già rispondeva e interrogava i dottori della legge. E poi, dopo i trent’anni di silenzio e lavoro a Nazareth, i miracoli, i suoi discepoli. Poi la morte. E la morte è stata morte reale. E la resurrezione non coincide con la morte, ma è avvenuta il mattino del terzo giorno dopo la morte. Il mattino di Pasqua.

Invece, la perversione della gnosi è che non ci sono più queste distinzioni reali. Non ci sono più! La morte è vita, il dolore è felicità, il peccato è grazia. No! Il peccato è peccato. Il peccato mortale dà la morte all’anima, e se si muore in peccato mortale si va all’inferno. Tutto è affidato alla misericordia di Dio che è e rimane mistero. E così con speranza nei confronti di ogni uomo, cioè pregando, la santa Chiesa dice che se si muore in grazia di Dio si va in Paradiso, ma se si muore in peccato mortale si precipita nella seconda morte che non ha fine, nella morte eterna.

Tutto questo è come se non esistesse più. Le parole non rimandano più a queste cose così semplici, cioè non rimandano più all’umanità di Gesù. Diceva Péguy: che cosa è un bambino cristiano rispetto a un bambino non cristiano? «Un bambino cristiano è un bambino al quale migliaia di volte è stata presentata davanti agli occhi l’infanzia di Gesù». È stata presentata la storia di Gesù. Non delle idee, ma la storia di Gesù. E così le domande non dobbiamo artificiosamente suscitarle noi. È la realtà che desta le domande al cuore. È la vita che pone le domande. E la risposta a tutte le domande che la vita pone non è una spiegazione cristiana che diamo noi. La risposta a tutte le domande che la vita pone è l’umanità di Gesù. La risposta al dolore è Gesù e questi crocefisso. Il Venerdì Santo è morto in croce. E la notte precedente, quella notte del Giovedì Santo(noctem cruentam criminis / quella notte cruenta di quel crimine così grande), quella notte ha sofferto fino a sudare sangue nell’orto del Getsemani. E poi il processo, la flagellazione, la coronazione di spine. La Sua umanità! Non la risposta cristiana che ci inventiamo noi. Questa Sua umanità, guardare la Sua umanità è risposta al dolore. E così il mistero rimane intatto, e nel cuore, se il Signore lo tocca, rimane compiuta l’attesa e compiuta ogni risposta.

Insomma, cinquant’anni fa le parole che si ascoltavano in chiesa, anche le più moralistiche, rimandavano all’umanità di Gesù. Rimandavano a una storia, rimandavano a un uomo che era stato concepito nel ventre di sua madre che si chiamava Maria, che era stato portato nove mesi in grembo, che era stato partorito, che era stato allattato (come abbiamo ascoltato prima: Lactas sacrato ubere), allattato come ogni bambino, che aveva iniziato a sorridere come ogni bambino sorride a suo papà e a sua mamma. Quel bambino, diventato grande, aveva vissuto quei tre anni raccogliendo una piccola compagnia attorno a sé. Quell’uomo è tutto ciò che il Mistero ha voluto rivelarci e comunicarci. Quell’uomo è Dio. «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia». Così Giovanni, il discepolo prediletto. E san Paolo: «In Lui abita corporalmente la pienezza di Dio». Tutto ciò che Dio ha voluto manifestarci e donarci è nella Sua umanità.

«Tabernaculum eius, caro eius» scrive sant’Agostino. La dimora di Dio è la Sua carne. La Sua umanità: come guardava, come domandava, come si stupiva, come piangeva, come si affaticava. Come quando si è seduto al pozzo di Giacobbe, quel pomeriggio, quando quella donna, che non era certo la donna più morale del villaggio, è andata ad attingere l’acqua. Tutto quello che Dio è, che il Mistero eterno e infinito è, noi lo conosciamo e ne godiamo attraverso la Sua umanità. Abbracciando, guardando la Sua umanità. Tant’è vero che la sera del Giovedì Santo, a Filippo (Filippo è un apostolo simpatico, perché fa tante domande. Così come tutti gli apostoli che sono uno più simpatico dell’altro) che gli chiedeva: «Mostraci il Padre e ci basta», Gesù guardandolo ha risposto: «Filippo, è da tanto tempo che sono con te e tu ancora non mi conosci? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Chi ha visto me. Non in una visione mistica. Chi ha visto con gli occhi, con gli occhi di carne, chi ha visto quell’uomo ha visto il Padre.

Insomma, la settimana scorsa è come se avessi intuito per la prima volta… E mi sono venute alla mente le parole di san Girolamo: «Ingemuit totus orbis, et arianum se esse miratus est». Tutto il mondo si è accorto con sgomento di non essere più cristiano. Perché il cristianesimo è solo questo. Si è accorto di non essere più cristiano, con tutte le sue parole cristiane. Con tutte le sue idee cristiane, di non essere più cristiano. Se non c’è più riferimento immediato, se le parole non rimandano immediatamente alla Sua umanità, non c’è più cristianesimo. Non c’è più questa storia meravigliosa. Non c’è più né creazione né grazia, tanto è vero che confondono la creazione e la grazia. Non c’è più né peccato né salvezza, tanto è vero che confondono il peccato e la salvezza, arrivando a dire che nel peccato si trova la salvezza. Tutto si confonde, perché non c’è più il rimando immediato alla Sua umanità, alla Sua storia.

Accennerò ora a tre cose che i canti di Natale che abbiamo ascoltato questa sera hanno suggerito.

1. La prima cosa, innanzitutto, contro cui la gnosi, la grande eresia gnostica combatte, è il fatto che la creatura è buona ed è stata ferita dal peccato originale. Il peccato originale. Tutti i canti che abbiamo ascoltato (tutti!) parlano del peccato originale. Quod Eva tristis abstulit. Dicono che Eva è diventata triste. Era così bella quella compagnia, era così bello il Paradiso terrestre. Era una sorpresa continua. È diventata triste, Eva, peccando, e ci ha fatto cadere in questa condizione che non è più bella. Rimane il cuore che attende, ma la condizione non è più bella. E invece della sorpresa, c’è la preoccupazione. Questa è una delle cose più belle che dice Péguy. Che cosa ha provocato il peccato originale? Ha reso tutto una preoccupazione. Invece della sorpresa, ha reso tutto un darsi da fare, una preoccupazione.
Riguardo al peccato originale vi voglio leggere la strofa dell’inno di Alessandro Manzoni sul Natale, perché è riassuntiva della condizione dell’uomo che nasce ferito dal peccato. «Qual mai tra i nati all’odio». Così si nasce dopo il peccato di Adamo ed Eva, si nasce all’odio. «Voi siete tutti cattivi», dice Gesù. «Qual mai tra i nati all’odio, / Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile / Potesse dir: perdona?». Chi poteva dire «perdona» al Santo inaccessibile, che non aveva un volto? Perché, prima dell’umanità di Gesù, il Mistero non aveva un volto da guardare, prima di quell’umanità che si è potuta guardare, che Maria ha guardato, che Giuseppe ha guardato. Quei due ragazzi che per primi hanno visto Dio, quando lei, Maria, l’ha partorito.
«Qual mai tra i nati all’odio, / Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile…». Inaccessibile. A cui non si può arrivare. Tant’è vero che in un canto si dice che «tu sei la porta aperta del cielo», tu, Madonna, tu, Sua madre, sei porta spalancata, pervia, facile, a Dio. «Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile / Potesse dir: perdona? / Far novo patto eterno?». Chi poteva rinnovare l’alleanza, per cui il Mistero, il Signore, il Creatore non avrebbe più destato paura? Perché dopo il peccato l’uomo ha paura di Dio: «Ho avuto paura e mi sono nascosto». Chi poteva ridonare quell’amicizia per cui l’avvicinarsi di Dio non fa paura, ma è una compagnia ineffabile, una sorpresa continua?
Far novo patto eterno? / Al vincitore inferno / La preda sua strappar?». All’inferno che aveva trionfato strappare la preda.
Questa è la condizione dell’uomo. Si nasce così, e nessuno avrebbe potuto neppure dire «perdona». Si nasce così. Ma, proprio perché si nasce così, i cristiani non condannano nessuno. Perché quell’uomo che si è imbattuto nei briganti, scendendo da Gerusalemme a Gerico, e che è rimasto sull’orlo della strada mezzo morto, ferito mortalmente, il Buon Samaritano, che è Gesù, che passava, non lo ha condannato. Non gli ha detto «guarda come sei disperato». No, ha avuto compassione di lui. Se non si accetta il peccato originale, ci si condanna a vicenda, ci si ricatta a vicenda. Non c’è nemmeno quella compassione che un pagano come Cicerone diceva essere la virtù più umana. Si è nati feriti, si è nati cattivi. Alla lunga a nessuno è possibile da solo osservare nemmeno quelle leggi scritte nel cuore che sono i dieci comandamenti. Si è poveri peccatori. Il Buon Samaritano non ha accusato nessuno, non ha sgridato nessuno, ha preso in braccio, ha messo sulla sua cavalcatura, ha asciugato e fasciato le piaghe di quest’uomo ferito.

2. Ma è accaduto qualcosa. L’uomo non poteva dire «perdona», l’uomo non poteva ritornare, come il sasso che cade dalla montagna e sta sul fondo della valle e non può ritornare se una forza amica, altra dal sasso, non lo tira su. Lo dice ancora Manzoni nello stesso inno. Ma è accaduto qualcosa. E questo lo accenno con le parole di Dante. «Nel ventre tuo si raccese l’amore». Duemila anni fa. Duemila anni fa! Non fuori del tempo. Ma in un momento del tempo. A Nazareth, in quel paese di estrema periferia del popolo eletto, nella Galilea dei gentili. In quel momento di tempo, «nel ventre tuo», nel ventre di quella ragazza di nome Maria, di quella donna (non della Donna con la D maiuscola), nel ventre di quella donna (quel ventre, quella carne e quel sangue) «si raccese l’amore». L’amore, la possibilità di essere perdonati, la possibilità di dire «perdona», si accese nel ventre di quella ragazza.

«Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo». Non per le parole che diciamo, non per le risposte che ci inventiamo noi: «per lo cui caldo». Caldo, cosa c’è di più fisico del caldo, del caldo che si è acceso nel ventre di quella ragazza? «Per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore». «Per lo cui caldo» la vita rifiorisce, la vita, che era stata ferita mortalmente, rifiorisce. «Per lo cui caldo», per il caldo di quella presenza umana che è stata concepita nel ventre di Maria. «Nel ventre tuo si raccese l’amore / per lo cui caldo». A contatto con questa umanità, a contatto visibile… perché dopo nove mesi l’ha partorito, con un parto stupendo, con un parto senza dolore. Mentre il parto di ogni donna, in conseguenza del peccato originale, è un parto nel dolore, il parto di questa donna, di questa ragazza, è stato un parto nello stupore. Com’è bello ciò che la Chiesa chiama la verginità nel parto di Maria. Un parto che riempiva di stupore. Così l’ha partorito, con un parto che ha riempito lei, e poi Giuseppe, e poi i pastori… ha riempito quelli che poi lo hanno visto di stupore.

«Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace» in Paradiso. In Paradiso la vita fiorisce per sempre. Ma già qui, quando questo caldo raggiunge il cuore, anche solo per un istante, anche solo con una stilla di questa rugiada, anche solo con una promessa di germoglio di primavera… questo caldo, raggiungendo i cuori, fa germogliare. «Così è germinato questo fiore».
Vi voglio leggere come san Pio X nel suo catechismo, in maniera così semplice e bella, dice queste cose. «In che modo il Figlio di Dio si è fatto uomo? Il Figlio di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo e un’anima, come abbiamo noi, nel seno purissimo di Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo». Dio ha preso un corpo e un’anima come li abbiamo noi. Il corpo è venuto tutto da quella ragazza, tutto dal suo sangue e dalla sua carne. Un corpo umano. E poi ancora: «Il Figlio di Dio, facendosi uomo» (perché è accaduto, è avvenuto! Verbum caro factum est: è avvenuto che il Verbo eterno si è fatto carne. È accaduto duemila anni fa a Nazareth), «cessò di essere Dio? Il Figlio di Dio, facendosi uomo, non cessò di esser Dio, ma, restando vero Dio, cominciò ad essere anche vero uomo». E poi l’ultima: «Gesù Cristo è stato sempre? Gesù Cristo come Dio è stato sempre; come uomo cominciò ad essere dal momento dell’Incarnazione». Come uomo cominciò ad esistere quando Maria ha detto sì.

3. Cosa accade quando questo caldo raggiunge il cuore dell’uomo, il caldo riacceso nel ventre di quella ragazza? «Nel ventre tuo si raccese l’amore». L’amore! La possibilità di essere perdonati. Fino a quell’istante, a quel momento, di questo amore, di questo perdono si intravvedeva solo l’ombra, il riflesso, l’attesa. L’Antico Testamento è ombra, riflesso rispetto alla realtà. Quando arriva la realtà, l’ombra viene con rispetto messa da parte. Quando c’è la presenza che ama, uno guarda la presenza, senza continuare a guardare la fotografia. Così è il rapporto tra la realtà umana di Gesù e l’Antica Alleanza. La realtà umana di Gesù è l’imprevisto e imprevedibile compimento di ogni attesa. «Tutto è stato fatto in vista di Lui».
Quando questo caldo raggiunge il cuore, cosa desta? Desta nel cuore la speranza. Quando questo caldo raggiunge il cuore dell’uomo, stupisce il cuore dell’uomo. La seconda virtù, la speranza, indica questo stupore. Quando lo raggiunge, commuove il cuore dell’uomo. Quando questo caldo tocca il cuore, l’uomo, preoccupato, ha un istante in cui si stupisce, in cui non è più preoccupato. Affaccendato in mille cose, preoccupato (pre-occupato vuol dire che il cuore è appesantito da tante cose), il cuore si stupisce. E il cuore ritorna, ridiventa o diventa come quello del bambino. Quando questo caldo raggiunge il cuore, desta questa commozione, desta questo stupore, desta questa speranza. Questa speranza non è un mero sapere che dopo ci sarà qualcosa. Questa speranza è l’inizio di quel fiorire del Paradiso sulla terra. Il germoglio è l’inizio, non è ancora il fiore completo. La prima gemma è solo l’inizio. Quando questo caldo tocca il cuore, il cuore germoglia. Si chiama speranza.

Leggiamo Dante. «Qui se’ a noi» qui in Paradiso, è san Bernardo che prega, «meridïana face / di caritate». In Paradiso è diverso dalla terra. Perché il Paradiso è questo amore assicurato per sempre. In terra tutto è solo in speranza, cioè in stupore, in stupore reale ma precario, tanto è vero che si può perdere. La grazia di Dio si può perdere. Anzi, dice il dogma della fede, senza un aiuto speciale della grazia, non si può rimanere in grazia. Quindi è uno stupore precario. Reale, certissimo, ma precario. «Le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle». Così Giussani, descrivendo la sua vita. «Le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva e mi accade davanti agli occhi». Tessendo così la trama di un cammino che mi accadeva e che mi accade davanti agli occhi.

«Qui se’ a noi meridïana face / di caritate», qui sei a noi sole splendente di carità, splendore di carità. La carità è quando il desiderio del cuore è soddisfatto, quando ciò che il cuore desidera è appagato. «E giuso», giù sulla terra, «intra ’ mortali»: come è realista il cristianesimo: tra coloro che vanno verso la morte. «E giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace». Sei la possibilità che quello stupore si rinnovi continuamente. Tu! Tu, o Maria, Tu, o Madonna, sei la possibilità che la grazia di Dio si rinnovi, sei la possibilità che quel caldo («nel ventre tuo si raccese l’amore») tocchi il nostro cuore, lo tocchi così che la nostra vita vada da inizio in inizio, lo abbracci possibilmente in ogni istante. La santità è quando quel caldo abbraccia quasi (quasi, perché la terra non è il Paradiso) ogni istante. Padre Leopoldo è stato così. Quel caldo, quello stupore quasi ogni istante abbracciava il cuore, così che era caro al cuore. «Lo stupore vero», intuiva Cesare Pavese, «è fatto non di novità, ma di memoria». Così che diventa caro al cuore, come la casa in cui il cuore abita.

«Qui se’ a noi meridïana face / di caritate, e giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace». E poi Dante conclude, parlando della preghiera. Che cosa può fare l’uomo, l’uomo ferito dal peccato e l’uomo graziato, quando questo caldo, riacceso duemila anni fa nel ventre di Maria, lo raggiunge? L’uomo può domandare. «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ali». Donna, sei tanto grande e tanto vali, che chi vuole grazia e a te non ricorre, il suo desiderio è come se volesse volare senza le ali. Ma poi c’è una strofa ancora più bella, più bella, perché suggerisce che anche il domandare è frutto della Sua grazia. «La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fïate / liberamente al dimandar precorre». E questo è un mistero. Il mistero più ineffabile della predilezione di Dio: che non solo risponde alla domanda, ma precorre la stessa domanda. Altrimenti non sapremmo neppure domandare. La tua benignità, di te, Maria, non solo soccorre a chi domanda, ma tante volte (possiamo anche dire sempre, altrimenti non si domanda, altrimenti si pretende o si dicono parole) «liberamente al dimandar precorre». Precorre, viene prima, precede. «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Precede vuol dire che viene prima, viene prima anche della domanda. Per domandare occorre, almeno all’orizzonte ultimo, essere attratti, essere destati da quel caldo che si è acceso nel ventre di Maria.

E così concludo. Prima, in ginocchio, nella celletta di padre Leopoldo, ho promesso di concludere dicendo queste cose. Dicendo quella che, secondo me, non secondo me, secondo la santa Chiesa, è l’alternativa alla grande eresia di cui all’inizio dicevo, quando parlavo della gnosi nella Chiesa. Fu Giuda, uno dei dodici, a tradirlo. La persecuzione del mondo, del diavolo, avviene sempre attraverso cristiani. Giuda, uno dei dodici, l’ha tradito: era uno dei dodici! Così Pietro e Paolo, uccisi a Roma per invidia di cristiani. È sempre così. Anche oggi è così. Comunque, l’alternativa all’Anticristo, a chi non riconosce Gesù, il Figlio di Dio nella carne, secondo me sono tre cose.

La prima è la confessione.

La confessione così come il Concilio di Trento ha definito che è. Alla cui umile fedeltà il Papa ha richiamato recentemente tutto il popolo cristiano. La confessione, cioè accusa sincera, completa, umile, breve e prudente (sono le cinque caratteristiche dell’accusa dei peccati del catechismo di san Pio X. La confessione sincera e completa di tutti i singoli peccati mortali. La confessione comporta questo realismo. Per cui il peccato è peccato). E il gesto, il più semplice di questo mondo, di un povero peccatore, magari molto più peccatore di te, come è il confessore, un gesto posto da lui, ma realizzato da Gesù Cristo, un gesto di Gesù Cristo ti perdona. Il sacramento della confessione come Gesù lo ha istituito e la santa Chiesa domanda che sia: giudizio e misericordia. Tant’è vero che nel catechismo, quand’ero piccolo, c’era un’immagine che descriveva bene il fatto che se uno si confessa male compie sacrilegio. Era l’immagine di un bambino che si allontanava con dietro le spalle il diavolo. Mentre c’era l’immagine dell’angelo custode vicino a un bambino sorridente che si confessava bene. La confessione, quindi, come la santa Chiesa domanda che ci si confessi. Il sacramento della confessione è il primo modo con cui Maria ha sconfitto da sola tutte le eresie. Così diceva un’antifona della liturgia ripresa da san Giovanni Bosco nella sua preghiera alla Madonna: «Tu che hai distrutto da sola [da sola lei, non noi!] tutte le eresie del mondo».

La seconda cosa è il santo Rosario.

Vi leggo alcune frasi di papa Luciani, quand’era patriarca di Venezia, sul Rosario. «Personalmente, quando parlo da solo a Dio e alla Madonna, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo». Questo vale per tutta la vita. Essere adulti nella fede vuol dire accorgersi più facilmente di quello che si è, cioè niente: «Senza di me non potete far nulla». Prosegue papa Luciani: «…per abbandonarmi alla tenerezza spontanea che ha un bambino davanti a papà e mamma. Essere davanti a Dio quello che in realtà sono con la miseria e con il meglio di me stesso. Il Rosario, preghiera semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo. E non me ne vergogno punto». Il Rosario (con il Padre nostro, l’Ave Maria e le giaculatorie che si ripetono) è la preghiera in cui siamo quello che realmente siamo, cioè niente. In cui per grazia diventiamo bambini, in cui il cuore diventa bambino, così che entra (che entra, già dicendo il Rosario!) nel Regno dei cieli. Così che il cuore rifiorisce.

E infine la terza cosa: le giaculatorie.

La confessione, il Rosario, le giaculatorie. Le giaculatorie, cioè le piccole preghiere. Come quando si entra in chiesa e si dice: «Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento». Ogni momento! E uno s’accorge magari che è da tanto tempo che non dice grazie. Ma entrando in chiesa e facendo la genuflessione, uno ripete: «Sia lodato e ringraziato ogni momento». E il grazie di quell’istante abbraccia tutto, abbraccia le ore, i giorni, le settimane e i mesi in cui uno non ha mai detto grazie. E poi quell’altra giaculatoria, così semplice e cara, che tante volte Giussani ci ha raccomandato: «Veni, Sancte Spiritus, veni per Mariam». Vieni, o Santo Spirito. Lo Spirito Santo è Colui che nel ventre di Maria «raccese l’amore», Colui che ha destato nel ventre di Maria l’amore. Lo Spirito Santo è l’infinita corrispondenza tra il Padre e il Figlio. Mi sorprende questa cosa, da quando l’ho intuita. È l’infinita corrispondenza tra il Padre e il Figlio. L’infinita, eterna, sovrabbondante corrispondenza tra il Padre che genera e il Figlio che è generato. Per cui per sovrabbondanza di corrispondenza, e non per dialettica, per sovrabbondanza di gioia la Trinità ha creato il mondo e ha creato anche me. «Veni, Sancte Spiritus, veni per Mariam». Vieni attraverso Maria.

Termino ripetendo la strofa di un inno che Giussani quindici giorni fa ha suggerito: «Jesu mi dulcissime», Gesù mia dolcezza. Intendevo dire solo questo, solo dire l’umanità di Gesù. «Jesu mi dulcissime», Gesù dolcezza per me. Solo una presenza è dolcezza al cuore. Dolcezza è una parola che per due volte nella Salve Regina ripetiamo alla Madonna: «dulcedo», dolcezza, «dulcis virgo Maria». Così, affidando a lei quello che noi non siamo capaci e che tante volte non vogliamo… «Jesu mi dulcissime, spes suspirantis animae»: speranza, sorpresa, commozione dell’anima che sospira, che attende («il mio gemito a te non è nascosto»). È la vita, è la realtà che fa sospirare. Le cose fanno sospirare. «Spes suspirantis animae». Anima che sospira, anche quando non ce ne accorgiamo, a quella dolcezza, che sospira a quella presenza che Maria ha portato in grembo nove mesi e che ha partorito a Betlemme. «Spes suspirantis animae. Te quaerunt piae lacrymae». Ti cercano le lacrime pie. Lacrime, perché il dolore della vita fa piangere. Anche i nostri poveri peccati fanno piangere. E le lacrime si trasfigurano in lacrime di gratitudine. Altrimenti dopo un po’ non si piange neppure più, dopo un po’ anche il volto si irrigidisce e diventa una maschera. Le lacrime del dolore, di fronte a questa presenza, diventano lacrime di gratitudine, perché il Suo perdono, la Sua dolcezza, la Sua tenerezza è più grande. «Te quaerunt piae lacrymae et clamor mentis intimae». Te cerca il grido del cuore, quando dormiamo e quando siamo svegli. Te, Gesù Cristo, figlio di Maria, Figlio di Dio, il grido di ogni cuore cerca. E a noi, per grazia, è stato dato di iniziare a cercare e di essere trovati già qui sulla terra.

 

 

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