San Gregorio magno: “Colui che ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove” «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23)

Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23)

 

San Gregorio magno, Papa e Dottore della Chiesa:

Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato. Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove. Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti”(Gv 14,24). Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,24). Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Gv 14,26). Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.»

(da San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

STUPENDA OMELIA -VI DOMENICA DI PASQUA-

di Padre Mariano Pellegrini (dei Francescani dell’ Immacolata)

 

“Dio ci ama a tal punto da voler rimanere sempre con noi. Egli non si disinteressa delle sue creature. Con la sua grazia, Egli entra nell’anima come il sole entra attraverso il vetro e illumina l’interno di una stanza. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo prendono dimora nel nostro cuore e noi, pertanto, diveniamo tempio della Santissima Trinità. Non c’è più distanza tra noi e Dio. Dio è in cielo e in terra, e anche nel nostro cuore, se accettiamo che Egli abiti dentro di noi, se noi lo amiamo. Gesù ce lo dice chiaramente nel Vangelo di oggi: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
Questo ci insegna che non siamo mai soli, se veramente vogliamo amare Dio. La vita del cristiano è una vita di comunione con Colui che ci ha creati e ci ha redenti. Anzi, diciamo di più: quanto più ci sembra di essere soli, tanto più siamo vicini al nostro Dio. Egli non fa sentire la sua presenza del chiasso e nel frastuono, ma solamente nel silenzio e nella solitudine. Questa certezza ci deve spingere a cercare, nel corso della giornata, dei momenti da dedicare a questa presenza silenziosa e misteriosa. Quando preghiamo, chiudiamo la porta della nostra stanza, chiudiamo i nostri occhi, e pensiamo che Dio è dentro di noi. Parliamogli con grande familiarità e Lui ci ispirerà sempre qualche buon proposito. Sarà soprattutto nel momento della prova che sperimenteremo la sua presenza benefica: quanto più si sarà lontani dagli aiuti umani, tanto più saremo vicini all’aiuto divino.
Il fatto, purtroppo, è che, quando preghiamo, siamo molto distratti. La nostra preghiera si riduce a una ripetizione superficiale di parole, alle quali nemmeno pensiamo. Per pregare bene, dobbiamo pensare innanzitutto che Dio è presente in noi e dobbiamo porre attenzione al senso delle parole che pronunciamo. Allora, e solo allora, la nostra preghiera non rimarrà mai senza effetto: od otterrà quello che domandiamo, oppure ci procurerà qualcosa di ancora più grande.
Dio in me e io in Lui! Certo, con un Ospite così vivo e così grande, badiamo bene di non sfigurare. Pensiamo spesso che Dio ci vede, che Dio è nel nostro cuore. Pertanto non dobbiamo offendere questa presenza in noi con il peccato. C’è, infatti, una condizione affinché Dio dimori in noi: dobbiamo amarlo. E lo ameremo veramente solo se osserveremo la sua parola, oppure, se non lo abbiamo fatto per il passato, se ci impegneremo ad osservarla. Anche queste sono parole di Gesù: «Chi non mi ama, non osserva le mie parole» (Gv 14,24). Se si ama veramente Dio, non costerà fatica fare la sua Volontà, osservare i suoi Comandamenti d’amore. Solo se faremo così, godremo della pace che Gesù è venuto a portare su questa terra. Altrimenti, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e nella società umana, vi sarà sempre guerra e divisione.
Il Vangelo di oggi ci parla inoltre del Paraclito, ovvero dello Spirito Santo. Paraclito significa Consolatore. Egli consola i nostri cuori nelle prove della vita e ci fa assaporare, nel segreto della preghiera, quella che sarà la gioia senza fine del Paradiso. Lo Spirito Santo è il santificatore della nostra anima. Il Padre lo ha inviato su questa terra nel giorno di Pentecoste. Nel brano del Vangelo di oggi, Gesù dice che il Paraclito ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Gesù ha insegnato (cf Gv 14,26).
Bisogna dunque pregarlo. Ci avviciniamo ormai alla sua festa. Proponiamoci fin d’ora di invocare la sua discesa nei nostri cuori, affinché Egli ci arricchisca con i suoi Sette Doni e ci faccia comprendere sempre di più le parole di Gesù.”

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Gesù: “Abbiate sempre i fianchi cinti (Lc 12,35)” “Noi cingiamo i fianchi quando, con la continenza, rintuzziamo la lussuria della carne” San Gregorio Magno, Mortificazione e Continenza della Carne.

 

“I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese;  siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze, per aprirgli appena giungerà e busserà. Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.” (Lc 12,35-40)

 

San Gregorio Magno:

“Con il nome di fianchi – e con riferimento al sesso maschile – il signore intendeva parlare della lussuria quando diceva: <<Abbiate sempre i fianchi cinti>> (Lc 12, ).

Noi cingiamo i fianchi quando, con la continenza, rintuzziamo la lussuria della carne e siccome non basta astenersi dal male ma bisogna anche ingegnarsi a compiere buone opere, ecco che il Signore subito aggiunge: <<E abbiate lucerne accese nelle vostre mani>> (Lc 12 ).

Noi teniamo in mano le lucerne accese, quando con le buone azioni mostriamo al prossimo i nostri esempi di virtù. A proposito di queste buone azioni dice il Signore: <<Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere e rendano gloria al Padre che è nei cieli>> (Mt 5,16).

Due sono, dunque, i comandi che ci vengono rivolti: cingere i fianchi e tenere le lucerne accese; affinché nel corpo si trovi la mondezza della castità e nell’azione risplenda la luce della verità. Al nostro Redentore non può piacere una di queste virtù separata dall’altra. Se colui che opera il bene non abbandona le sozzure della lussuria; o se colui che si distingue per la castità non si esercita nelle buone opere, non piace a Dio. Si può, dunque, concludere così: la castità non è gran cosa senza le buone opere, le buone opere non valgono nulla senza la castità.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, XIII , pag. 135)

 

“Dei servi che aspettano il padrone è detto giustamente: <<Affinché  possano aprire subito, appena arriva e bussa alla porta>> (Lc 12,35).

Il Signore viene quando si avvicina per giudicarci, bussa quando, con le molestie delle malattie, ci annuncia che la morte è vicina. E noi gli apriamo prontamente, se lo riceviamo con amore. Non vuole, infatti, aprire al giudice che bussa, colui che teme di uscire da questo corpo e non ha piacere di vedere quel Giudice che sa d’aver disprezzato. Ma chi è sicuro della sua speranza e delle sue opere, subito apre al Giudice che bussa, perché serenamente lo aspetta; e quando sente che la morte è vicina si rallegra per la gloria che gli verrà dal premio.

Per questo, subito dopo è detto: <<Beati quei servi, che il padrone, al suo ritorno, troverà vigilanti>> (Lc 12,35).

Veglia colui che tiene gli occhi aperti in cerca della vera luce. Veglia chi pratica con le opere quello che tiene con la fede. Veglia chi allontana da sé le tenebre della pigrizia e della negligenza.

A tal proposito dice San Paolo: <<Vegliate, o giusti, e non vogliate peccare>> (1Cor 15,34). E ancora: <<Ormai è ora che voi vi svegliate dal sonno>> (Rm 13,11).”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, XIII , pag. 136)

 

“Il Libro sacro dice: <<Così mangerete l’agnello: avrete i fianchi cinti>>.

Che cosa s’intende quando la Scrittura parla di fianchi o di lombi? S’intende sempre il piacere della carne; per questo anche il Salmista prega Dio dicendo: <<Essicca, o Signore, i miei reni>> (Sal 25,2). Se non avesse saputo che il diletto della lussuria ha la sua sede nei reni, mai il salmista avrebbe chiesto al Signore di essiccarglieli. E, poiché il dominio del diavolo sul genere umano si è affermato soprattutto per mezzo della lussuria, il Signore stesso dice così, riguardo al demonio: <<La sua potenza sta nei reni>> (Gb 40,11).

Chi mangia la Pasqua deve avere i fianchi cinti. Ciò significa: chi celebra la festa della risurrezione e della incorruzione, non sia soggetto alla corruzione, a causa dei suoi vizi. Domini i piaceri della carne, mortifichi la lussuria, perché dimostra di non conoscere la festa dell’incorruzione colui che per impudicizia rimane ancora soggetto alla corruzione. Questo per alcuni è un discorso duro. Lo so, ma la porta che conduce alla vita, è stretta e abbiamo a nostra disposizione molti esempi di purezza.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui Vangeli, XXII, pag. 246)

 

“Il Vangelo ricorda che erano con Lui, a mangiare, Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo e altri due discepoli (Gv 21,1-14). E perché celebra l’ultimo banchetto con sette discepoli? Perché vuole convincerci che prenderanno parte con Lui all’eterno banchetto soltanto coloro che ora sono ripieni della grazia dello Spirito settiforme.

( … ) nel banchetto eterno godranno la divina presenza coloro che in questa vita cercano di sorpassare le cose terrene con la brama della perfezione.

( … ) Di questo celeste banchetto, dice altrove lo stesso San Giovanni: <<Beati quelli che sono invitati alla cena nuziale dell’agnello!>> (Ap 19,9).

( … ) Considerate queste cose, fratelli carissimi, e desiderate di essere ripieni della presenza di questo Spirito. Potete arguire dal presente ciò che sarà di voi in futuro. Osservate se siete ripieni di questo Spirito e potrete sapere già se sarete capaci di giungere al banchetto celeste. Chiunque ora non è ricreato interiormente dalla presenza del divino Spirito, digiunerà dalla refezione nel banchetto eterno.

Ricordate ciò che dice San Paolo a proposito dello Spirito santo: <<Se qualcuno non ha lo Spirito di cristo, non appartiene a lui>> (Rm 8,9). Questo Spirito d’amore è come un titolo che garantisce il possesso dell’uomo da parte di Dio.

Ha forse lo Spirito di Cristo, quell’anima che è lacerata dagli odi, gonfia di superbia, esasperata dall’ira fino ad accogliere le inimicizie, ho è tormentata dall’avarizia, snervata dalla lussuria?

Pensate ora quale sia lo Spirito di Cristo. Certamente quello che fa amare gli amici e i nemici; fa sprezzare le cose del mondo e bruciare d’amore per le cose celesti; fa mortificare la carne contro i vizi e frenare l’anima dalle concupiscenze. Se, dunque volete accertare il vostro diritto al possesso di Dio, cercate di riconoscere la persona di colui che possiede voi.

Quel che noi abbiamo detto, Paolo lo conferma con voce di verità: <<Se uno non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a lui!>>. E’ come dire: chi ora non è guidato da Dio che inabita in lui, non potrà poi rallegrarsi nella contemplazione della divina bellezza.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui Vangeli, XXIV, pag. 260-261-262.

Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)” San Gregorio Magno: “la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio”

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)”

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

“Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato.

Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove.

Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24)”. Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24).” Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.”

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“Ma io domando: che cosa offrirà, nel giorno del giudizio, colui che sarà rapito dal cospetto del Giudice, separato dalla compagnia degli eletti, privato della luce, tormentato nel fuoco eterno? Il Signore stesso ci suggerisce questo pensiero quando dice rapidamente: <<Così avverrà alla fine del mondo: gli angeli verranno e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco, dove sarà pianto e stridore di denti>> (Mt 13, ).

Queste parole del signore, fratelli carissimi, sono piuttosto da temere che da spiegare. I tormenti riservati ai peccatori sono indicati chiaramente, affinché nessuno possa addurre la scusa che non lo sapeva, perché dei tormenti futuri era stato parlato oscuramente. Per di più il Signore domanda: <<Avete udito tutte queste cose? >>. E quelli rispondono: <<Si!>> (Mt 13).”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, XI , pag. 121)

 

“Colui che ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, o si deturpa con le immondizie della lussuria, o si insuperbisce della sua dignità, o brucia nel fuoco dell’invidia, o desidera prosperità negli affari del mondo, rifiuta di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Va per una via sbagliata, colui che cerca gioie e piaceri, dopo che la sua guida gli ha indicato la via della penitenza.

Richiamiamo alla nostra mente i peccati commessi; pensiamo che il Giudice verrà a punirli severamente; prepariamo l’animo ai lamenti: la nostra vita si maceri per poco tempo nella penitenza, se non vuol sentire un’eterna amarezza dopo il castigo. Attraverso il pianto si giunge alla gioia; così ci promette la stessa Verità, che dice: <<Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!>> (Mt 5,5). Per la via del piacere, invece, si arriva al pianto, come ci assicura il signore quando dice: <<Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e vi lamenterete!>> (Lc 6,25). Se, dunque, vogliamo la gioia del premio quando saremo alla meta, accettiamo l’amarezza della penitenza finché siamo in cammino.”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, II, pag. 60)

 

“Se ciascuno di voi, in misura della propria capacità e dell’ispirazione che gli viene dall’alto, richiama il prossimo dal vizio, lo esorta a ben fare, lo istruisce sul regno eterno e sui castighi riservati ai peccatori, mentre annunzia la parola di salvezza, è veramente un angelo. Nessuno si scusi con il dire: io non ho l’arte di ammonire; non sono atto a esortare. Fa’ quello che puoi, se non vuoi che ti sia richiesto nei tormenti quel talento che avevi ricevuto e hai mal trafficato. Ricordi? Aveva ricevuto un solo talento quel tale che si preoccupò di nasconderlo e non di farlo fruttare.

( … ) Chi in cuor suo ha già udito la voce del divino amore, faccia risuonare alle orecchie del prossimo una parola di esortazione. Ci sarà forse chi non ha pane per fare l’elemosina ai bisognosi, ma è dono molto più prezioso quello che può dare chi ha la lingua. Val più nutrire di celeste dottrina l’anima destinata a vivere in eterno, che non saziare di pane terrestre il ventre di questo corpo destinato a morire. Non vogliate, dunque, o miei fratelli, negare al prossimo l’elemosina della parola!”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, VI , pag. 85-86)

E Gesù gli disse: “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato” San Gregorio Magno: “La preghiera e la Grazia di Cristo”

 

Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43

“Mentre Gesù si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: “Passa Gesù il Nazareno!”

 Allora incominciò a gridare: “Gesù, figlio di Davide, abbi compassione di me!”. Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi compassione di me!”

Gesù allora si fermò e volle che gli fosse condotto davanti. Quando gli fu vicino, gli domandò: “Che vuoi che io faccia per te?”
Egli rispose: “Signore, che io riabbia la vista”.

E Gesù gli disse: “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato”.
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.”

 

Dal commento di San Gregorio Magno, Papa:

Il cieco è figura di tutto il genere umano, cacciato fuori dal Paradiso nella persona del primo padre Adamo. Da quel momento gli uomini non vedono più lo splendore della luce superna, e soffrono le pene della loro condanna.

Tuttavia, l’umanità è illuminata dalla presenza del suo Salvatore, affinché possa vedere – almeno con il desiderio – il gaudio della luce interiore, e possa altresì dirigere i passi delle buone opere sulla via della vita.

( … ) dice il Vangelo che il cieco sedeva lungo la via e mendicava; Gesù, infatti, che è la Verità, afferma: <<Io sono la Via>> (Gv 14,6).

Chiunque ignora lo splendore della luce eterna è cieco; se questo cieco già crede nel Redentore, allora è uno che siede lungo la via. Ma ciò non basta! Se egli trascura di pregare per ricevere la fede e abbandona le implorazioni, è un cieco che siede lungo la via, ma senza mendicare. Se invece ha creduto e – convinto della tenebra che gli grava il cuore – chiede di essere illuminato, in tal caso è un cieco che siede lungo la via e mendica.

Chiunque ha imparato a conoscere la tenebra della sua cecità, chiunque comprende che cosa sia questa luce d’eternità di cui siamo privi, gridi con tutte le potenze del cuore, gridi con tutta la forza dell’anima e dica: <<Gesù, figlio di David, abbi compassione di me!>>.

Ma ascoltiamo ora come fu risposto al cieco che gridava: <<Quelli che camminavano innanzi gli dicevano di tacere>>.

Che cosa simboleggiano questi tali i quali vanno innanzi a Gesù che viene?

Sono il simbolo dei desideri carnali e del tumulto dei vizi. Costoro – prima che Gesù giunga a noi – ci turbano la mente con le tentazioni e confondono la voce del cuore durante la nostra orazione.

( … ) Quando noi insistiamo fortemente nella preghiera, fermiamo nell’anima nostra Gesù che passava. Per questo il nostro testo evangelico soggiunge: <<Gesù si fermò e volle che il cieco li fosse condotto davanti>>. Osservate. Ora <<Sta>>, colui che prima <<passava>>.

E’ così quando, nella nostra preghiera, dobbiamo ancora sopportare le turbe dei fantasmi, sentiamo Gesù come se passasse; ma quando perseveriamo costantemente nella preghiera, Gesù si ferma per renderci la luce. Quando Dio si ferma nel cuore, allora si riacquista la luce perduta.

( … ) Mentre <<passava>>, il Signore udì le grida del cieco; mentre <<stava>>, compì il miracolo dell’illuminazione. Il <<passare>> è proprio dell’umanità, lo <<stare>> è proprio della Divinità. In quanto uomo il Signore poté nascere, morire, risorgere, spostarsi da un luogo all’altro. In Dio, infatti, non esiste mutazione, e mutare è lo stesso che passare. Pertanto il passaggio di cui parla il Vangelo è un passaggio dell’umanità di Cristo, non della sua divinità.

In quanto è Dio, Gesù sempre sta; Egli è dappertutto: non viene camminando, né camminando si allontana. Dicevamo, dunque, che il Signore udì, <<passando>>, le grida del cieco, e poi, <<stando>>, lo illuminò. Il che significa che in virtù della sua umanità Egli si muove a compassione del buio in cui siamo, ma solo in virtù della sua Divinità infonde in noi il lume della Grazia.

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa, Da “le Omelie sui vangeli”)

San Gregorio magno: “E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). “Colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove”

 

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23).

 

«Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato. Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove. Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24). Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24). Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.»

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

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