LA CONTINENZA, OPERA DI SANT’AGOSTINO: “Questa lotta interiore contro la carne l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza” “San Paolo: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze”

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

“Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze” (San Paolo Gal 5, 24.)

 

Ripasso: Dal Catechismo della Chiesa cattolica

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

 Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491.In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità? Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità? Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ».

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione-confessione.

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ».

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

Sant’Agostino:

“Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga]” (San Paolo Gal 5, 22-23) …. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze (Gal 5, 24.). Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.” (dall’opera sottostante di Sant’Agostino)

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

Introduzione.

1. 1. È difficile trattare in modo adeguato ed esauriente della virtù dell’anima che chiamiamo continenza, virtù che è un insigne dono del Signore. Speriamo che colui che ce la elargisce aiuti la nostra pochezza perché non venga meno sotto il peso d’un compito così grave. Difatti chi dona la continenza ai fedeli che ne fanno pratica è lo stesso che dona la parola adatta a quanti, fra i suoi ministri, osano tentarne una esposizione. Volendo, dunque, trattare un argomento così elevato per dirne quello che Dio ci concederà, prima di tutto affermeremo e dimostreremo che la continenza è un dono di Dio. Lo troviamo scritto nel libro della Sapienza: Nessuno può essere continente se Dio non gliene fa dono 1. E anche il Signore, a proposito di quella continenza più rigorosa per cui ci si astiene dal matrimonio, diceva: Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto coloro cui è stato donato 2. Né solo questa, ma anche la castità coniugale non la si può osservare senza la continenza da ogni forma illecita di rapporto carnale. E di tutt’e due le forme di vita, tanto degli sposati come dei non sposati, affermava l’Apostolo che sono doni di Dio. Io vorrei – diceva – che tutti fossero come me stesso; tuttavia ciascuno ha da Dio il suo dono: uno così, e un altro differentemente 3.

La bocca interiore del cuore.

1. 2. La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra 4. Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. Tuttavia sarebbe cosa da poco tenere a freno la bocca, in senso materiale, perché non ne escano parole sconvenienti. C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. Se dal cuore non esce nulla, al di fuori non si pronunciano parole. Se dal cuore escono cose cattive, anche se la lingua non vibra, l’anima rimane macchiata. È al cuore, dunque, che bisogna imporre la continenza: là dove parla la coscienza anche di coloro che stanno zitti con la bocca. E questa continenza, a guisa di porta, farà sì che dal cuore non esca niente di ciò che, anche a labbra chiuse, contaminerebbe la vita dell’uomo mediante il pensiero.

Continenza interiore.

2. 3. Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne 5. Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. Come sta scritto con verità: Principio di ogni azione è la parola 6. Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza.

La continenza interiore nell’insegnamento evangelico.

2. 4. Per questo motivo il Signore di sua propria bocca ebbe a dire: Ripulite ciò che sta dentro; così sarà puro anche ciò che sta fuori 7. E in altra circostanza, quando si mise a confutare la scempiaggine dei giudei che rimproveravano ai discepoli d’andare a mensa senza lavarsi le mani: Non sono le cose che entrano nella bocca a sporcare l’uomo; sono piuttosto quelle che escono dalla bocca che lo rendono impuro 8. La quale asserzione, se dovesse riferirsi esclusivamente alla bocca in senso proprio, finirebbe col diventare un assurdo: difatti come non ci si sporca per il cibo così non ci si sporca per il vomito, il cibo che entra per la bocca, il vomito che ne esce. Ma, evidentemente, le parole iniziali della frase, cioè: Ciò che entra nella bocca non sporca l’uomo, si riferiscono alla bocca in senso proprio; mentre il seguito, e cioè: Quanto esce dalla bocca sporca l’uomo, si riferisce alla bocca del cuore. Lo precisò il Signore quando, alla richiesta dell’apostolo Pietro che gli venisse spiegata la parabola, rispose: Siete anche voi ancora senza cervello? Non capite come tutto ciò che entra nella bocca va nell’intestino e lo si scarica nel gabinetto? 9. Riconosciamo da qui senza esitazione che la bocca in cui entra il cibo è la bocca, organo del nostro corpo. Quanto alle parole successive, dobbiamo invece intenderle della bocca del cuore: interpretazione alla quale non sarebbe giunta l’ottusità del nostro cuore se la Verità non si fosse degnata di camminare al fianco di noi ottusi. Diceva infatti: Le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore 10. Come se volesse dire: Quando senti dalla bocca, intendi dal cuore. Dico tutt’e due le cose, ma con la seconda spiego la prima. L’uomo interiore ha una bocca interiore, e delle sue parole ha percezione l’orecchio interiore. Le cose che escono da questa bocca provengono dal cuore e rendono impuro l’uomo. In ultimo, lasciando da parte la parola “bocca”, che si sarebbe potuta intendere anche della bocca che sta nel corpo, il Signore mostrò con ogni chiarezza ciò che voleva dire. Dal cuore – diceva – escono i pensieri cattivi, gli omicidi, gli adultèri, le disonestà, i furti, le false testimonianze, le bestemmie; e queste sono le cose che macchiano l’uomo 11. Di questi mali, che si possono compiere anche con le membra del corpo, nessuno ce n’è che non sia preceduto dal pensiero cattivo; ed è questo pensiero che macchia l’uomo, anche se sopravvengono ostacoli ad impedire che si eseguano con le membra le opere esterne, delittuose o criminali. Ecco uno che non è riuscito ad uccidere una persona perché la cosa gli si è resa impossibile. La sua mano non ha commesso il delitto, ma può forse dirsi che ne sia immune il suo cuore? Ancora: uno non ce la fa ad appropriarsi, come avrebbe voluto, della roba altrui. Può forse dirsi che egli nella sua volontà non sia un ladro? Ancora: un libertino si mette in testa un adulterio, però si imbatte in una donna casta che lo respinge. Forse che non è già adultero nel suo cuore? O un altro che cerchi d’incontrare una prostituta: se non riesce a trovarne alcuna per la strada, forse che non si è reso già colpevole nella mente? Come quando uno si sia deciso a rovinare il prossimo con la menzogna. Anche se poi non lo fa per mancanza di tempo o di occasione, forse che non ha detto già con la bocca del cuore una falsa testimonianza? Un altro per un certo senso di riguardo verso la gente si trattiene dal proferire bestemmie. Se costui in cuor suo negasse l’esistenza di Dio 12, lo si potrebbe forse scusare da colpa? E così di tante altre malefatte. Esse non si compiono con gesti del corpo, anzi, vengono ignorate dai sensi esterni; eppure rendono colpevole l’uomo nell’intimo [della coscienza]. Egli viene reso impuro mediante il consenso a peccati di pensiero, quel consenso che noi chiamiamo parola colpevole della bocca interiore. Verso questa parola temeva il salmista che il suo cuore deviasse, e pertanto chiedeva al Signore che gli ponesse un uscio, quello della continenza, attorno alle labbra perché il suo cuore fosse tenuto a bada e non deviasse verso parole maligne. Voleva cioè quella continenza che impedisse al suo pensiero di consentire al male. In tal modo il peccato, secondo il precetto dell’Apostolo, non regna nel nostro corpo mortale, e le nostre membra non vengono offerte al peccato come armi per perpetrare azioni inique 13. Ma una tale prescrizione non l’adempiono certo coloro che, sebbene non si lascino andare a colpe esterne per il fatto che non ne hanno la possibilità, tuttavia quando l’occasione si presenta, attraverso l’uso che fanno delle membra, come di armi, mettono bene in mostra chi sia il padrone del loro cuore. Pertanto questi tali, per quanto è in loro, tengono le membra a servizio del peccato, come armi per gesta inique. Essi infatti vogliono il peccato, e, se non lo commettono all’esterno, è solo perché non lo possono.

Continenza interiore e condotta esterna.

2. 5. Non sarà mai possibile che si violi od offenda la continenza in senso stretto, cioè il dominio che per la castità si esercita sugli organi della generazione, finché si conserva nel cuore quella superiore continenza di cui stiamo trattando. Per questo motivo il Signore, detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: Gli omicidi, gli adultèri ecc. 14. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a mo’ d’esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa eseguirsi con atti [esterni] se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dalla bocca del cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo, per mancanza di occasione. Si ha dunque da porre l’uscio della continenza sulla bocca del cuore, da cui promanano tutte le cose che macchiano l’uomo: così, nulla di sconveniente potrà uscirne, ché anzi ne seguirà uno stato di purezza di cui la coscienza non potrà non rallegrarsi, per quanto non si sia ancora raggiunta quella perfezione dove la continenza non ha da lottare col vizio. Attualmente però, finché la carne avanza pretese contrarie a quelle dello spirito – così come lo spirito è contro la carne 15 -, è per noi sufficiente non consentire al male che avvertiamo in noi. Che se invece si presta questo consenso, allora esce dalla bocca del cuore ciò che macula l’uomo. Viceversa, se in virtù della continenza questo consenso non viene prestato, in nessun modo potrà nuocere quel male che è la concupiscenza della carne, contro la quale lotta lo spirito con le sue aspirazioni.

La lotta interiore.

3. 6. Condurre una buona battaglia – come si fa adesso, mentre si resiste alla invadenza della morte – è tutt’altra cosa dall’essere senza avversari: cosa che attendiamo per quando sarà stato annientato l’ultimo nemico che è la morte 16. Peraltro la continenza, mentre tiene a freno e modera gli appetiti sregolati, aspira anche al bene immortale a cui tendiamo, e respinge il male col quale lottiamo nella nostra condizione di esseri mortali. Del bene futuro è amante e ad esso è orientata; del male presente è avversaria e [solo] testimone. Ambisce ciò che nobilita, fugge ciò che degrada. Non si affaticherebbe, la continenza, a frenare le voglie della passione, se in noi non vi fossero tendenze per ciò che non conviene né moti della concupiscenza disordinata contrastanti con la nostra buona volontà. Lo grida l’Apostolo: So che in me, cioè nella mia carne, non risiede il bene; difatti, se mi riesce a volere il bene, quanto al praticarlo non ci riesco 17. Attualmente quindi può praticarsi il bene, nel senso di non consentire alle passioni disordinate; la perfezione del bene però si conseguirà soltanto quando la stessa cattiva concupiscenza verrà eliminata. Per cui lo stesso Dottore delle genti grida: Secondo l’uomo interiore mi compiaccio della legge di Dio; ma scorgo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente 18.

Legge e grazia.

3. 7. Questa lotta interiore l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza. Quanto poi agli altri che non avvertono affatto le esigenze della legge di Dio e non collocano fra i nemici le brame della concupiscenza ma con lagrimevole cecità si pongono al loro servizio, costoro si stimano beati quando possono, non dico domarle, ma piuttosto soddisfarle. Altri, invece, ce ne sono che ad opera della legge hanno conosciuto le voglie della carnalità: è infatti dalla legge che viene la conoscenza del peccato; come è detto ancora: Io non avrei conosciuto la concupiscenza se nella legge non ci fosse la proibizione di desiderare [l’illecito] 19. Costoro le hanno conosciute, ma vengono superati dal loro prolungato assedio, perché vivono sotto la legge, che prescrive di fare il bene senza fornire i mezzi per attuarlo, e non sotto la grazia che mediante l’azione dello Spirito Santo dà facoltà di attuare ciò che la legge prescrive. La legge, quando sopraggiunse, fece sì che in loro traboccasse il numero delle trasgressioni 20. La proibizione accrebbe la forza delle passioni e le rese insuperabili; e si giunse così alla prevaricazione, che, se non ci fosse stata la legge, non sarebbe esistita, nonostante l’esistenza del peccato. Difatti, dove non c’è legge, non c’è nemmeno prevaricazione 21. In tal modo, la legge, senza l’aiuto della grazia, col suo proibire il peccato divenne una potenza del peccato; per cui l’Apostolo poté dire: La forza del peccato è la legge 22. Né ci deve sorprendere che l’infermità umana, mentre presume di adempiere la legge confidando nelle sue sole forze, proprio mediante la legge, che di per sé è buona, abbia accresciuto la forza al male. Misconoscendo infatti la giustizia che Dio accorda al debole e pretendendo di istaurare una sua giustizia personale – di cui egli, infermo, è sprovvisto -, viene a sottrarsi alla giustizia di Dio 23, e, nella sua superbia, rimane riprovato. Se però la legge rende l’uomo prevaricatore, lo fa perché, ferito più gravemente, egli desideri il medico, e in tal modo, come un pedagogo, conduce l’uomo alla grazia 24. In contrasto con quell’attrattiva perniciosa per la quale riportava le sue vittorie la concupiscenza, il Signore accorda allora una dolcezza salutare che fa prevalere le attrattive della continenza. In tal modo la nostra terra produce i suoi frutti 25: quei frutti di cui si ciba il soldato di Cristo che, con l’aiuto di Dio, debella il peccato.

Reagire alla concupiscenza.

3. 8. Per tali soldati squillò la tromba apostolica, ed essi, al suono di queste parole, furono infervorati a battaglia. Che il peccato – diceva – non abbia a regnare nel vostro corpo mortale in modo che obbediate ai suoi desideri. Non offrite le vostre membra, come armi d’ingiustizia, al peccato; ma offrite voi stessi a Dio, come viventi, da morti che eravate. E le vostre membra offritele a Dio come armi di giustizia. Il peccato allora non vi dominerà; poiché voi non siete più sotto la legge ma sotto la grazia 26. E altrove: Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, sì da dover vivere secondo la carne. Difatti, se vivrete secondo la carne, morrete; mentre se, in forza dello Spirito, farete morire le opere della carne, vivrete. Tutti coloro infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 27. Attualmente dunque, cioè mentre rinati alla grazia abbiamo a durare nella nostra vita mortale, il nostro compito consiste nell’impedire che il peccato, cioè la concupiscenza peccaminosa (qui appunto chiamata peccato), domini da tiranno nel nostro corpo mortale. La quale tirannia è in noi manifesta quando ci si assoggetta alle sue voglie disordinate. Concludendo: esiste in noi una concupiscenza peccaminosa, a cui non si deve dar modo di regnare; ci sono delle voglie, nate da lei, a cui non si deve dar retta, perché non succeda che, assecondandole, la concupiscenza diventi nostra padrona. Che delle nostre membra non abbia, quindi, a servirsi la concupiscenza, ma le diriga la continenza; e così siano armi di giustizia in mano a Dio e non armi di iniquità al servizio del peccato. In questa maniera il peccato non spadroneggerà in noi. Noi infatti non siamo sotto la legge, che prescrive il bene ma non lo dona, ma siamo in regime di grazia: la quale, facendoci amare ciò che la legge prescrive, può comandarcelo come a dei figli.

Le opere della carne e i frutti dello Spirito.

3. 9. Nelle altre parole ci esorta a vivere non secondo la carne, per non morire, ma piuttosto a mortificare le opere della carne, in modo da ottenere la vita. È una tromba che squilla. Essa addita la guerra che infuria attorno a noi e ci infervora a combattere da forti e a debellare i nostri nemici, perché non succeda che veniamo messi a morte da loro. Quali poi siano questi nemici, lo indica assai chiaramente, ordinandoci ancora di ucciderli. Essi sono le opere della carne. Dice infatti: Mediante lo Spirito uccidete le opere della carne, e conseguirete la vita 28. E se vogliamo sapere quali siano queste opere, ascoltiamo lo stesso Apostolo nella lettera ai Galati: È chiaro quali siano le opere della carne. Sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, le gozzoviglie, ed altre cose simili. Riguardo a tali cose vi avverto, come già vi ho avvertiti, che chi si dedica a tali opere non possederà il regno di Dio 29. Ciò dicendo, mostra ancora come lì sia la guerra, e con tromba celeste e spirituale incita i soldati di Cristo a dare la morte a questi nemici. Poco prima aveva detto: Io però vi dico così: Vivete secondo lo Spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello Spirito, come anche lo Spirito ha desideri contrari a quelli della carne. Essi sono in contrasto tra loro; sicché voi non potete fare ciò che vorreste. Se però siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge 30. Vuole pertanto che quanti sono rinati alla grazia sostengano questo conflitto contro le opere della carne; e per indicare quali siano queste opere della carne, aggiunge la serie sopra riferita: Le opere della carne – è facile scoprirle – sono la fornicazione 31 e tutto il resto, tanto le altre che elenca subito appresso quanto quelle che lascia sottintendere, specialmente nelle parole: e altre cose simili. Volendo poi presentare in detta battaglia un’altra armata, di ordine, per così dire, spirituale, in lotta contro quella specie di esercito carnale, soggiungeva: Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga] 32. Non dice “contro queste”, perché non si pensasse che siano esse sole (per quanto anche se avesse detto così, avremmo potuto intendere tutti i valori che rientrano in tali categorie); ma dice: Contro virtù di questo genere, cioè contro queste e contro tutte le altre simili a queste. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze 33. Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.

Guardarsi dalla presunzione.

4. 10. Per evitare cedimenti in fatto di continenza, dobbiamo stare in guardia contro le insidie e le suggestioni del diavolo, evitando soprattutto di presumere delle nostre forze. Poiché maledetto l’uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 34. E chi è ciascuno se non un uomo? Non si può quindi riporre la propria fiducia in se stessi e dire che non la si pone in un uomo. Orbene, se il vivere in conformità alla propria natura umana è vivere secondo la carne, chiunque venga allettato a seguire le lusinghe della passione, ascolti e, se gli è rimasto un po’ di senso cristiano, si spaventi. Ascolti, ripeto: Se vivrete secondo la carne, morrete 35.

Non camminare secondo la carne.

4. 11. Qualcuno potrebbe obiettarmi che una cosa è vivere secondo l’uomo, e un’altra secondo la carne. L’uomo infatti è una creatura razionale e in lui c’è un’anima razionale per la quale si differenzia dal bruto, mentre la carne è la sua parte inferiore e terrena. Per cui vivere secondo la carne è, sì, vizioso; ma colui che vive secondo l’uomo non vivrebbe secondo la carne, ma piuttosto secondo quella parte della sua umanità per la quale è un uomo, cioè secondo lo spirito e la ragione, che lo fanno superiore ai bruti. Un tal modo d’argomentare vale, forse, qualcosa nell’ambito delle scuole filosofiche; ma noi, per comprendere l’Apostolo di Cristo, dobbiamo investigare quale sia il modo di esprimersi dei nostri libri cristiani. È certamente articolo di fede, per tutti noi che in Cristo abbiamo la vita, che il Verbo di Dio assunse l’umanità non priva dell’anima razionale (come pretendono certi eretici); eppure leggiamo: Il Verbo si fece carne ed abitò tra noi 36, in un passo come questo, cosa bisognerà intendere per carne se non l’uomo? E vedrà ogni carne la salvezza di Dio 37, cosa intendere anche qui se non ogni uomo? Verrà a te ogni carne 38, che cosa significa se non ogni uomo? Hai dato a lui il potere su ogni carne 39 su che cosa se non su tutti gli uomini? Mediante le opere della legge non sarà resa giusta alcuna carne 40, cosa vuol dire se non che nessun uomo verrà giustificato? Idea che lo stesso Apostolo esprime più chiaramente in un altro passo dove dice: Dalle opere della legge l’uomo non viene giustificato 41. Parimenti, quando rimprovera i Corinzi dice loro: Ma non siete voi delle persone carnali e vi comportate da uomini? 42. Li chiama persone carnali, e nel precisare, non ripete: “Voi vi regolate secondo la carne” ma come uomini. Vuol dire che la frase da uomini equivale a secondo la carne. Che se, al contrario, comportarsi o vivere secondo la carne fosse colpa, e vivere secondo l’uomo fosse un pregio, non direbbe in tono di rimprovero: vi comportate da uomini. Si riconosca, quindi, il rimprovero; si muti il proposito; si eviti la rovina. Ascolta, o uomo: non comportarti secondo l’uomo, ma conforme ai voleri di colui che fece l’uomo. Non allontanarti da chi ti ha creato, fosse anche per ripiegarti su di te. Ci fu infatti un uomo, che non viveva a livello di uomo, il quale diceva: Non siamo in grado di pensare alcunché da noi stessi, in base alle nostre risorse, ma ogni nostra riuscita è da Dio 43. Vedi un po’ se vive da uomo [decaduto] colui che, con tanta verità, afferma queste cose. Avvertendo, dunque, l’uomo a non vivere da [semplice] uomo, l’Apostolo restituisce l’uomo a Dio. Che se uno non vive secondo l’uomo, ma secondo Dio, certo non vive più per se stesso, perché anche egli è un uomo. Tuttavia anche di uno che così vive si dice che vive secondo la carne, perché, anche se viene menzionata solo la carne, si intende tutto l’uomo, come abbiamo dimostrato. Proprio come quando si menziona solo l’anima, e si intende tutto l’uomo. Per cui sia scritto: Ogni anima sia soggetta ai poteri più elevati 44, e questo vuol dire: Ogni uomo sia soggetto. E ancora: Settantacinque anime discesero in Egitto insieme a Giacobbe 45: significa settantacinque persone. Non voler, dunque, o uomo, vivere secondo la tua natura. Ciò facendo ti eri rovinato, ma sei stato recuperato. Non vivere – ripeto – secondo quell’essere che sei tu: così facendo ti eri smarrito, ma sei stato ritrovato. Non prendertela contro la tua umanità, quando senti le parole: Se vivrete secondo la carne, morrete 46. Avrebbe potuto dire, e dirlo con la massima esattezza: Se condurrete una vita secondo la vostra natura di uomini, morrete. Il diavolo infatti non ha carne, eppure, avendo voluto vivere secondo la sua natura, non rimase nella verità 47. Che sorpresa, allora, se egli vivendo in conformità della sua natura, quando suggerisce menzogne, parla di quello che ha di proprio 48? È una verità asserita nei suoi riguardi da colui che è la Verità.

Diffidenza di sé.

5. 12. Ascolta le parole: Il peccato non domini in voi 49, e non fidarti di te stesso. Così il peccato non verrà a dominarti. Fidati piuttosto di colui al quale un santo rivolgeva la preghiera: Indirizza il mio camminare in conformità alle tue parole; e non venga a soggiogarmi alcuna iniquità 50. Difatti, per evitare che, inorgogliti dalle parole: Il peccato non vi tiranneggi, attribuissimo a noi stessi questo risultato, l’Apostolo, proprio in vista di ciò, soggiunse: Voi non siete sotto la legge ma sotto la grazia 51. È dunque la grazia che impedisce al peccato di dominare su di te. Non poggiare la tua fiducia su te stesso, perché non si consolidi maggiormente su di te il dominio del peccato. Ugualmente, quando sentiamo dirci: Se mediante lo Spirito mortificherete le opere carnali, avrete la vita 52, non dobbiamo attribuire un bene così grande alle forze del nostro spirito, quasi che esso, da solo, abbia tali risorse. Non accettiamo questo senso carnale, che ci darebbe uno spirito morto esso stesso e non in grado di dare la morte alla carne. Ce lo dice subito appresso: Quanti sono mossi dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio 53. È, dunque, lo Spirito di Dio quello che ci muove a mortificare col nostro spirito le opere della carne. Egli dà la continenza, mediante la quale riusciamo a frenare, a domare e a vincere la concupiscenza.

Le ferite del peccato.

5. 13. È una grande lotta quella in cui vive l’uomo rinato alla grazia, e, quando con l’aiuto divino riesce a combattere bene, esperimenta nel Signore una trepida esultanza. Tuttavia, anche ai combattenti più gagliardi e a quanti con animo indomito mortificano le opere della carne, non mancano ferite, loro inferte dal peccato. Sono le ferite per la cui guarigione ogni giorno supplichiamo con verità: Rimetti a noi i nostri debiti 54. Contro questi vizi e contro il diavolo, principe e sovrano dei vizi, si ha da ingaggiare, mediante l’orazione, una lotta molto accorta e accanita, affinché certe sue perniciose suggestioni non abbiano a spuntarla. Dico delle tentazioni che, oltre tutto, inclinano il peccatore a scusare, non ad accusare, le proprie colpe: per cui le ferite non solo non guariscono ma, anche se prima non erano mortali, divengono più gravi e danno la morte. È questo un campo in cui occorre una continenza veramente rigorosa. Essa deve essere in grado di frenare la smania boriosa per la quale l’uomo vuol piacere a se stesso e non riconoscersi colpevole, e, anche se è in peccato, rifiuta di ammettere che è stato lui a peccare. Non si decide ad accusare se stesso con quell’umiltà che lo salverebbe; ma mosso dall’orgoglio cerca piuttosto di scusarsi, e così va in rovina. Per arginare quest’orgoglio, chiedeva quel tale al Signore il dono della continenza: quel tale di cui sopra ho riferito le parole, commentandole come ho potuto. Aveva infatti esclamato: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – la continenza – sulle mie labbra. Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne; ma, per farci meglio comprendere a che cosa si riferiva, soggiunse: che non avanzi scuse di fronte ai peccati 55. Cosa, infatti, può esserci di più perverso delle parole con le quali il colpevole, convinto dell’azione cattiva che non può negare, rifiuta di riconoscersi colpevole? E, siccome non può nascondere il fatto né può chiamarlo azione onesta, e d’altra parte si rende conto che a tutti è noto chi ne sia l’autore, si ingegna di riversare su un altro la responsabilità dell’accaduto: quasi che, ciò facendo, possa evitarne la responsabilità. Col non riconoscersi reo, aumenta piuttosto la sua colpa; e non comprende che, scusando i propri peccati, invece di accusarli, non si scrolla di dosso la pena ma ne ostacola il perdono. Presso i giudici umani, soggetti come sono a sbagliare, se uno anche con menzogne riesce a scolparsi del male commesso, può conseguirne un qualche momentaneo vantaggio. Ma Dio non può essere tratto in inganno, e quindi non è il caso di ricorrere a false difese ma piuttosto alla sincera confessione dei peccati.

Cause esterne di peccato e responsabilità personale.

5. 14. C’è della gente che, per scusarsi dei peccati, se la prendono col destino, quasi che sia stato lui a spingerli al male, o con le stelle, dove il male sarebbe stato determinato. Il primo a peccare sarebbe stato, quindi, il cielo, perché ha stabilito un ordine per il quale, in un secondo momento, l’uomo pecca traducendo in atto quei decreti. Altri preferiscono ascrivere alla sorte i loro peccati: credono che ogni cosa sia mossa dal cieco fato, ma, quanto alla loro scienza e alle loro asserzioni, lì sono duri a sostenere che non è questione di caso o di sorte ma di motivi controllati. Ma quale balordaggine non è mai quella di attribuire alla ragione le proprie argomentazioni, e voler attribuire le proprie azioni ai capricci della sorte? Altri riversano sul diavolo la responsabilità di tutto ciò che fanno di male, né vogliono ammettere che, insieme con lui, anche loro hanno almeno una parte di colpa. Invece, anche quando si può sospettare che lui abbia spinto al male con suggestioni occulte, non si può mettere in dubbio che il consenso a tali suggestioni, da qualunque parte provenienti, sono stati loro a darlo. Ce ne sono anche di quelli che, pur di scusarsi, giungono ad accusare Dio. Miseri, in riferimento al giudizio divino che li attende; blasfemi, in riferimento al furore che li anima. In opposizione a lui, essi suppongono nell’uomo una sostanza del male, originata da un principio contrario e in continuo stato di ribellione. A questo principio ribelle, Dio non avrebbe potuto resistere, se non gli avesse abbandonato una porzione della sua propria sostanza e natura, affinché, mescolandosi con esso, venisse contaminata e corrotta. Il peccato – dicono essi – avviene quando in essi la natura del male prende il sopravvento sulla natura di Dio. È, questa, la turpissima follia dei manichei, i cui artifizi diabolici vengono molto facilmente infranti dalla verità, da tutti ammessa, che ritiene essere la natura di Dio esente da ogni contaminazione e corruzione. Ma quale scellerata contaminazione e corruzione non si ha diritto di supporre in questa gente, che si immagina corruttibile e soggetto a contaminazione Dio stesso che è l’essere sommamente e incomparabilmente buono?

Dio abomina il peccato, anche se lo permette.

6. 15. Ci sono di quelli che, volendo scusare i loro peccati, ne accusano Dio, dicendo persino che egli trova gusto nel peccato. Se gli dispiacesse – dicono -, onnipotente com’è, non permetterebbe in alcun modo il peccato. Quasi che Dio lasci impunite le colpe. E questo, in quegli stessi che, avendoli perdonati, libera dal castigo eterno. Non c’è infatti alcuno cui venga condonata una pena grave che gli era dovuta, e che non abbia a scontare un’altra pena, per quanto assai più leggera di quella che s’era meritata. E se Dio dispensa con larghezza la sua misericordia, lo fa a patto che non vengano trascurate le esigenze della sua giustizia. Anche il peccato che sembra rimanere impunito è accompagnato, come da un’ancella, dalla pena: di modo che tutti ci si debba dispiacere amaramente delle colpe commesse o, se non ci si dispiace, è questione di cecità. E allora, se tu mi dici: “Perché permette certe cose, se gli dispiacciono?”, io ti replico: “Come fa a punirle, se gli piacciono?”. Ne segue che, come io ammetto che nessun peccato accadrebbe se Dio nella sua onnipotenza non lo permettesse, così anche tu devi ammettere che i peccati non si debbono fare, se Dio nella sua giustizia li punisce. Evitando di fare ciò che egli punisce, potremo meritarci di conoscere perché egli permetta ciò che poi punisce. Il cibo solido è – dice la Scrittura – degli uomini perfetti 56. E coloro che hanno fatto progressi in questa via, già comprendono come rientri nello stile dell’onnipotenza divina il permettere che ci siano dei mali, derivanti dal libero arbitrio della volontà. È infatti così grande la sua onnipotenza e bontà che può trarre il bene anche dal male : o perdonandolo, o guarendolo, ovvero ordinandolo e volgendolo in bene per le persone fedeli, o anche castigandolo con somma giustizia. Tutti questi interventi sono buoni e degnissimi di un Dio buono e onnipotente; eppure non ci sarebbero se non ci fosse il male. Cosa dunque c’è di più buono, cosa di più onnipotente di colui che, mentre non compie alcun male, ricava il bene anche dal male? Coloro che hanno commesso il male gridano a lui: Rimetti a noi i nostri debiti 57. Egli li ascolta e li perdona. Peccando, s’erano fatti del male; Dio li soccorre e porta rimedio al loro male. I nemici infieriscono sugli amici di Dio. Dio, attraverso la loro crudeltà, forma i martiri. Alla fine poi condanna quelli che giudica degni di castigo: essi gemono nel proprio male, Dio tuttavia fa una cosa buona. Ogni cosa giusta è, infatti, anche buona; e certamente, com’è ingiustizia il peccato, così è cosa giusta la punizione del peccato.

L’uomo attende l’impeccabilità.

6. 16. Non mancava a Dio il potere di creare l’uomo con la prerogativa di non poter peccare, ma egli preferì crearlo tale che, se avesse voluto, gli fosse permesso di peccare e, se non avesse voluto, fosse potuto restare senza peccato. Gli proibì pertanto il peccato e gli prescrisse di non peccare, affinché conseguisse, in un primo tempo, il merito di non aver peccato, e poi, come giusto premio, gli fosse accordato di non poter peccare. Egli infatti alla fine renderà i suoi santi tali che non possano assolutamente peccare, come sono adesso gli angeli di Dio. E noi, questi angeli, li amiamo nel Signore, e siamo certi che nessuno di loro col peccato diventerà diavolo. Quanto agli uomini, invece, per quanto giusti, noi di nessuno presumiamo una tal cosa finché resta in questa vita mortale, ma ce l’attendiamo tutti per la vita immortale. Dio onnipotente, che sa ricavare il bene anche mediante i nostri mali, quali beni non saprà darci, quando ci avrà liberati da tutti i mali? Si potrebbero sviluppare trattazioni più ampie e più sottili sul valore e le finalità del male; ma non è questo il tema del presente opuscolo; e poi bisogna stare attenti che non divenga troppo prolisso.

Continenza e giustizia.

7. 17. Ritorniamo al tema che ci ha spinti alla presente digressione. Noi abbiamo bisogno della continenza e riconosciamo che essa è un dono di Dio, mediante il quale il nostro cuore non si lascia andare a parole maliziose volendo scusare i peccati. Della continenza abbiamo bisogno per trattenerci da ogni sorta di peccati e non commetterli. Per suo mezzo ugualmente, qualora il peccato sia stato commesso, ci asteniamo dal difenderlo con micidiale superbia. In ogni maniera, dunque, è necessaria la continenza se vogliamo evitare il male. Fare il bene, invece, sembra esser compito di un’altra virtù, la giustizia, come ci inculca il santo salmo dove leggiamo: Allontànati dal male e fa’ il bene. E soggiunge anche il fine per cui lo dobbiamo fare: Ricerca la pace e mettiti sulle sue orme 58. Ma la pace perfetta la conquisteremo solo quando la nostra natura sarà unita inseparabilmente al suo Creatore e in noi non ci sarà niente che si ribelli contro di noi. È – per quanto mi è dato capire – quanto volle inculcare il nostro Salvatore allorché disse: I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese 59. Cosa vuol dire cingere i fianchi? Tenere a freno le passioni sregolate: e questo è compito della continenza. Avere le lampade accese vuol dire invece splendere ed essere fervorosi nelle opere buone: e questo è compito della giustizia. Né volle passare sotto silenzio il fine per cui dobbiamo agire così, ma soggiunse: Siate simili a quelle persone che stanno in attesa del padrone, finché non ritorni dalle nozze 60. Quando egli verrà, ci ricompenserà per esserci frenati in quello che la passione suggeriva e per aver compiuto quel che la carità ordinava. Regneremo allora nella sua pace perfetta ed eterna, né avremo più da lottare col male ma godremo sommamente nella gioia del bene.

Buona la natura, per quanto inferma.

7. 18. Noi crediamo in Dio vivo e vero, la cui natura è sommamente buona e immutabile, incapace di fare il male e di riceverne. Da lui deriva ogni bene, anche quello che è soggetto a diminuzioni, mentre in quel bene che è la sua stessa essenza diminuzioni non possono esserci. Convinti di questo, ascoltiamo rettamente le parole dell’Apostolo: Regolatevi secondo lo spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito desideri opposti a quelli della carne. Essi sono in contrasto fra loro, di modo che voi non non potete fare quello che vorreste 61. Non crediamo assolutamente a quello che sostengono pazzescamente i manichei, che cioè in questo passo si presentino due nature, una del bene e l’altra del male, in lotta fra loro per via dei loro principi opposti. Sono – queste due realtà – assolutamente buone, l’una e l’altra: buono lo spirito, buona la carne. E buono è anche l’uomo, che risulta delle due sostanze, l’una che comanda, l’altra che sta soggetta, anche se egli è mutevole nella sua bontà. Autore del tutto, poi, non potrebbe essere se non quell’Uno che è immutabile nella bontà. È lui che ha creato buona ogni cosa tanto se piccola come se grande. Se essa è piccola, chi l’ha tratta all’esistenza è grande. Se è grande, non è certo da paragonarsi in alcun modo con la grandezza del Creatore. Tuttavia in questa natura dell’uomo, sebbene buona e creata rettamente e convenientemente strutturata da quell’Uno che è buono, attualmente esiste una guerra, poiché non ha ancora conseguito la salute. Guarita l’infermità, ci sarà la pace; e mi riferisco all’infermità causata dalla colpa, non affermo che essa sia congenita nella natura. Questa colpa è stata, sì, rimessa ai fedeli quando per grazia di Dio sono stati lavati a rigenerazione; ma, sebbene in mano al medico, la natura ha ancora da combattere con le proprie malattie. In tale combattimento la salute verrà con la vittoria completa: non una salute temporanea ma eterna. Là avrà fine il presente languore, né alcun altro ne sorgerà. Da ciò si spiega l’apostrofe che il giusto rivolge alla sua anima: Benedici, anima mia, il Signore, e non scordarti dei tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità 62. È propizio alle iniquità, quando rimette i peccati; sana le malattie, quando raffrena i cattivi desideri. È propizio alle iniquità, quando accorda il perdono; risana le malattie, quando concede la continenza. Il primo dono ci venne accordato nel battesimo, quando confessammo il suo Nome; l’altro ci si concede mentre combattiamo nell’arena, quando, sorretti dal suo aiuto, ci impegniamo a vincere la nostra malattia. Ogni giorno, anzi, ci si concedono i due doni: il primo quando viene esaudita l’invocazione: Rimetti a noi i nostri debiti; il secondo quando Dio ascolta le altre parole: Non ci esporre alla tentazione 63. Difatti, ognuno è tentato – secondo quel che dice l’apostolo san Giacomo – perché fuorviato e sedotto dalla sua concupiscenza 64: vizio per il quale si implora l’aiuto e la medicina da colui che è in grado di guarire tutti i languori spirituali. Egli non strappa da noi la nostra natura, quasi che sia estranea a noi, ma la rimette in ordine. Ragion per cui il citato apostolo non dice: Ognuno è tentato dalla concupiscenza, ma precisa: dalla sua. E allora, ascoltando queste parole, impariamo a supplicare: Io esclamo: Signore, abbi pietà di me; risana l’anima mia, perché ho peccato contro di te 65. Non avrebbe infatti – l’anima – avuto bisogno d’essere guarita, se peccando non si fosse viziata. E il vizio sta in questo: che la carnalità avanza desideri contrastanti con quelli dello spirito. Cioè: l’anima, per la parte che è diventata inferma e asservita alla carnalità, sta in guerra con se stessa.

Amare la carne combattendone i vizi.

8. 19. La carne non avanza desideri se non attraverso l’anima; e se si dice della carne che è in contrasto con lo spirito, lo si dice in quanto l’anima, dietro la spinta della concupiscenza carnale, si ribella allo spirito. Tutto questo siamo noi; e di noi la parte inferiore è la carne, quella carne che muore quando l’anima se ne separa: non nel senso che la abbandona come cosa da fuggirsi, ma solamente la lascia da parte per un certo tempo per poi riassumerla e, una volta ripresala, non abbandonarla mai più. Si semina un corpo animale; risorgerà un corpo spirituale 66. Allora la carne non nutrirà voglie contrarie a quelle dello spirito, ma meriterà anche lei il nome di sostanza spirituale. Sarà sottomessa allo spirito senza ribellarglisi, e sarà dotata d’una vita eterna, esente da ogni bisogno di alimento materiale. Attualmente, però, questi due elementi, che poi siamo noi stessi, sono in contrasto fra loro; e bisogna pregare e lavorare perché si mettano d’accordo. Non dobbiamo pensare che uno dei due sia nostro nemico, ma, se la carne avanza desideri contro lo spirito, dipende dal vizio. Quando questo vizio sarà guarito, cesserà anche di esistere, e le due sostanze saranno salve e ogni contrasto verrà abolito. Prestiamo ascolto all’Apostolo: So – dice – che non abita in me, cioè nella mia carne, il bene 67. Questo, senza dubbio, perché la viziosità della carne, anche se subiettata in una realtà buona, non è un bene. Quando poi cesserà il vizio, resterà ugualmente la carne, ma non sarà più né viziata né viziosa. Essa comunque fa sempre parte della nostra natura: come dice san Paolo: So che non abita in me il bene, aggiungendo, a scopo di precisazione: In me, vale a dire: Nella mia carne. Se stesso e carne sua significano la stessa cosa. In se stessa, dunque, la carne non è nostra nemica; e quando opponiamo resistenza ai suoi vizi, dimostriamo amore per lei, poiché la vogliamo curare. Nessuno, infatti – dice ancora l’Apostolo –, ha mai avuto in odio la sua propria carne 68. Come in un altro passo dice ancora: Pertanto io stesso con la mente servo alla legge di Dio, ma con la carne alla legge del peccato 69. Lo ascoltino quanti hanno orecchi: io stesso. Io per la mente, io per la carne. Solo che nella mente servo alla legge di Dio, mentre nella carne servo alla legge del peccato. In che modo, con la carne servo alla legge del peccato? Forse consentendo alla concupiscenza carnale? Certo no. Si dice servo, in quanto nella carne ha da sostenere certi moti e appetiti che non avrebbe voluto avere, eppure aveva. Negando ad essi il consenso, serviva con la mente alla legge di Dio, e teneva in suo dominio le membra perché non divenissero armi di peccato.

La lotta avrà fine.

8. 20. Ci sono dunque in noi dei desideri cattivi, ai quali, se non consentiamo, non viviamo malamente. Ci sono delle voglie peccaminose, alle quali, finché non diamo retta, non commettiamo il male; ma pure, per il solo fatto d’averle non raggiungiamo la perfezione del bene. L’Apostolo precisa le due cose: che non si è perfetti nel bene finché esistono in noi desideri di male; che non si commette il male finché si resiste a tali desideri. La prima cosa, la sottolinea là dove dice: Mi riesce di volere il bene, ma non di realizzarlo in pieno 70; la seconda, in quell’altro passo: Camminate secondo lo spirito, e non traducete in atto le voglie della carne 71. Non dice, in quel primo passo, che non gli riesce di fare il bene ma di realizzarlo in pieno. Né in quell’altro proibisce di avere le passioni carnali, ma di attuarle con opere. Le passioni cattive agiscono in noi tutte le volte che esperimentiamo un piacere per cose illecite, ma non si traducono in atto se la mente, al servizio della legge di Dio, riesce a frenare questi appetiti disordinati. E così anche il bene: lo si compie, in qualche modo, tutte le volte che, docili all’attrattiva del bene, neghiamo il consenso al piacere sregolato. La perfezione del bene, tuttavia, non la si raggiunge finché la carne rimane al servizio del peccato, si lascia lusingare dal piacere disordinato, e, sebbene tenuta a freno, tuttavia si muove verso l’illecito. Non ci sarebbe infatti bisogno di frenarla se non si muovesse. Verrà una buona volta questa perfezione del bene, e allora sarà abolito ogni male. Quello sarà sommo; questo totalmente scomparso. Ma queste cose, se ce le aspettiamo per la vita presente e mortale, ci inganniamo: saranno per quando non ci sarà più la morte e, quanto al luogo, saranno là dove la vita sarà eterna. Difatti in quell’eternità e in quel regno il bene sarà assoluto e il male non esisterà in alcun modo. E sarà, allora, sommo l’amore per la sapienza, e non ci sarà più il dovere penoso della continenza. Non è dunque cattiva la nostra carne; basta che sia sottratta al potere del male, cioè ai vizi che hanno deteriorato l’uomo: il quale non fu creato malamente ma si causò il proprio male. Per l’un elemento e per l’altro, cioè quanto all’anima e quanto al corpo, l’uomo fu creato buono e da un Dio buono; fu lui stesso a rendersi cattivo commettendo il male. E sebbene mediante il perdono sia stato già liberato dal reato della colpa originale, gli resta tuttavia da lottare mediante la continenza contro i suoi vizi, perché si convinca che non fu colpa leggera quella che commise. Quanto poi a coloro che regnano nella pace che ha da venire, impossibile pensare che abbiano a lottare coi vizi. Non potrebbe essere altrimenti, poiché, nella guerra che quaggiù si combatte dai proficienti, ogni giorno si riducono non solo i peccati ma anche le passioni sregolate. E la lotta sta proprio nel negare loro il consenso, mentre si commette peccato quando loro si consente……………

Ambito della continenza.

13. 28. Della continenza dice la Scrittura che è dono della Sapienza conoscere da chi proviene 110. Orbene, non sia mai detto che questo dono celeste lo posseggano quei tali che si contengono perché schiavi dell’errore, o coloro che riescono a domare qualcuna delle loro vogliuzze al fine di soddisfare poi le altre più grandi, di cui sono schiavi. La continenza vera, quella che viene dall’alto, non vuole che nuovi mali si sostituiscano ai mali precedenti, ma, mediante il bene, vuol guarire ogni sorta di mali. Eccone in brevi parole tutto il campo d’azione. La continenza ha il compito di vigilare perché siano dominate e risanate tutte, senza eccezione, quelle voglie di godere che, nate dalla concupiscenza, si oppongono alle gioie della sapienza. Ne restringono, pertanto, troppo l’ambito quei tali che sentenziano essere suo ufficio frenare soltanto i piaceri carnali. Un po’ meglio, certo, coloro che, senza aggiungere la delimitazione corpo, dicono che la sfera d’azione della continenza si estende, generalmente, a moderare ogni sorta di desideri o cupidigie sregolate. Tale cupidigia, la si ritiene vizio, e vizio non solo del corpo ma anche dell’anima. Se infatti la passione carnale agisce nelle fornicazioni e nelle ubriachezze, nessuna soddisfazione si procura al corpo con le inimicizie, le contese, le gelosie, le stizze: le quali si esercitano con l’anima e ne sono moti o passioni 111. Eppure l’Apostolo chiama opere della carne tutte queste passioni, tanto quelle che rientrano nell’ambito dello spirituale quanto quelle che propriamente sono della carne. Ciò dipende dal fatto che egli chiama carne l’uomo in quanto tale; e opere dell’uomo sono tutte quelle che non sono opere di Dio. Difatti l’uomo che le compie, e proprio perché le compie, vive secondo il suo proprio naturale e non secondo Dio. Mentre ci sono altre opere che, sebbene dell’uomo, tuttavia sono da chiamarsi opere di Dio. È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi e il volere e il realizzare le opere, secondo la buona volontà 112. E ancora: Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 113.

La continenza nel rinato in Cristo.

13. 29. Lo spirito dell’uomo, dunque, se aderisce allo Spirito di Dio, nutre dei desideri contrari alla carne, cioè in ultima analisi, contrari a se stesso. Questo però torna a suo vantaggio, nel senso che si tratta di moti umani non conformi alla legge di Dio: moti che, nati dall’infermità contratta col peccato, seguitano tuttora ad insorgere tanto nel corpo quanto nell’anima. Essi vengono rintuzzati dalla continenza, per il conseguimento della salute. In tal modo, l’uomo, non vivendo più da uomo decaduto, potrà dire: Veramente non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me 114. Dove infatti non c’è più il mio io, là ci sono io in una forma più sublime e fortunata. In tale situazione, quando si solleva un qualche moto naturale e riprovevole, siccome la persona, che con la mente è al servizio dello Spirito di Dio, non gli consente, può anche affermare che non è lei a compiere quel male 115. A tal sorta di persone vengono dette quelle parole che dobbiamo essere in grado d’intendere anche noi, in quanto anche noi siamo loro colleghi e compartecipi: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, dov’è il Cristo, assiso alla destra di Dio; pensate alle cose dell’alto, e non a quelle che sono sulla terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando comparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria 116. Cerchiamo di capire a chi siano indirizzate queste parole, anzi, ascoltiamolo con maggiore attenzione, poiché nulla è più chiaro e manifesto di questo. Egli si rivolge a coloro che sono risuscitati con Cristo: risuscitati spiritualmente, non ancora col corpo. Li dice morti, ma da questa morte usciti ancora più vivi; difatti afferma che la loro vita è nascosta con Cristo in Dio. Sono di tali morti le parole: Veramente non vivo più io; è Cristo che vive in me 117. Eppure a questa gente, la cui vita è nascosta con Cristo in Dio, rivolge il monito e l’esortazione di mortificare le loro membra finché sono sulla terra. Così infatti prosegue: Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra 118. E affinché nessuno, magari perché tardo d’ingegno, pensasse che la loro mortificazione dovesse esercitarsi sulle membra visibili del corpo, subito precisando il senso delle sue parole, soggiunge: La fornicazione, l’impurità, la passione, il desiderio cattivo, l’avarizia, che è una specie d’idolatria 119. Ma allora, bisognerà forse credere che queste persone, che erano già morte e la cui vita era nascosta con Cristo in Dio, fossero ancora dedite alla fornicazione, o che menassero una vita scostumata, si dessero ad opere malvagie, al servizio delle voglie della concupiscenza o dell’avarizia, sì da esserne sconvolte? Nessuno, per quanto insipiente, potrebbe pensare una tal cosa nei loro riguardi. Se pertanto l’Apostolo vuole che pratichino la mortificazione, esercitando la virtù della continenza, lo dice per certi moti che ancora sussistono in noi e ci disturbano con i loro richiami al di là del consenso della nostra mente e senza esplicarsi in opere esterne attraverso le membra del corpo. Questi moti vengono mortificati dalla continenza tutte le volte che ad essi si rifiuta il consenso della mente e non si somministrano le armi, cioè le membra del corpo. E poi, c’è qualcosa di più importante, che occorre sottoporre a una vigilanza e continenza ancora più rigorose. È il nostro stesso pensiero, che, sebbene in certo qual modo sfiorato dal richiamo e, per così dire, dal bisbiglio di questi moti, deve resistere alle loro lusinghe e restarne immune, sì da potersi volgere meglio alle cose del cielo e gustarne la soavità. Di questi moti si occupa l’Apostolo nei suoi scritti, inculcando che non ci si soffermi in essi ma piuttosto che li si fugga. La qual cosa ci sarà consentita se ne ascolteremo con impegno le parole e, con l’aiuto di colui che per mezzo del suo Apostolo ci dà il precetto, le metteremo in pratica. Cercate – dice – le cose dell’alto, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose dell’alto, non a quelle della terra 120.

Le opere della continenza postulate dalla fede.

14. 30. Dopo aver elencato i mali di cui sopra, Paolo soggiunge: Fu per queste [aberrazioni] che venne l’ira di Dio sui figli dell’incredulità 121. È un salutare spavento che vuole incutere, perché, divenuti credenti, non pensassero che per la sola loro fede potessero salvarsi se avessero seguitato a vivere nei vizi di prima. Contro una tale interpretazione protesta l’apostolo Giacomo quando, con parole quanto mai chiare, afferma: Uno dice d’avere la fede. Se costui non ha le opere, potrà forse la fede portarlo a salvezza? 122. Ma anche il Dottore delle genti osservava che a causa di quei disordini era scesa l’ira di Dio sui figli infedeli; e, affermando che anche voi un tempo vi camminavate e conducevate una vita immersa negli stessi vizi 123, lascia sufficientemente intendere che adesso non ci vivevano più. Erano infatti morti ai vizi e la loro vita di adesso era nascosta con Cristo in Dio. Non vivevano più, dunque, nei vizi; eppure dà loro il comando di mortificarli. È segno che mentre essi, le persone, non vivevano nel vizio, i moti viziosi erano ancora in vita, come ho precisato or ora. Si menzionano le membra, ma in realtà si trattava dei vizi che albergano nelle membra, in forza di quella figura retorica che nomina il contenente per il contenuto. Come quando, ad esempio, si dice: “Ne parla tutta la piazza”, che vuol dire: “Ne parla tutta la gente che è in piazza”. E nel salmo, per la stessa locuzione figurata, si canta: Ti adori tutta la terra 124. Vale a dire: Tutti gli uomini che sono sulla terra.

Anche i santi obbligati alla continenza.

14. 31. Continua l’Apostolo: Spogliatevi dunque anche voi di tutte le cose 125, ed elenca una lunga serie di vizi. Perché non si contenta di dire: Spogliatevi di tutte le cose, ma vi aggiunge la congiunzione anche voi? Lo fa senza dubbio perché non pensassero che loro si potevano abbandonare a questi disordini e ci potevano vivere impunemente per il fatto che la fede li aveva sottratti all’ira divina, che invece si effondeva sugli increduli, dediti appunto a tali opere e, privi della fede, viventi nel vizio. Dice: Sbarazzatevi anche voi di quei mali, per causa dei quali scese l’ira di Dio sui figli dell’incredulità, né ripromettetevi l’impunità per il merito della fede. Parlando a gente che da tali vizi s’era liberata e non consentiva più ad essi né prestava loro le proprie membra come strumenti di peccato, non avrebbe detto: Sbarazzatevi, se la vita dei santi quaggiù – finché dura la nostra condizione di esseri mortali – non si trovasse davvero in tale situazione né avesse ad occuparsi di tale lavoro. Purtroppo però, finché lo spirito ha delle brame contrarie a quelle della carne, c’è proprio questo problema in cui ci si dibatte con grande tensione spirituale: resistere mediante l’attrattiva della santità, l’amore per la castità, la vigoria dello spirito e l’armonia interiore prodotta dalla continenza, ai piaceri sregolati, alle passioni disoneste, ai movimenti carnali e indecorosi. In questo modo si liberano definitivamente dalle tendenze cattive coloro che sono già morti ad esse e che, negando loro il consenso, non vivono più immersi in esse. Vengono eliminate – dico – se mediante una mai interrotta continenza le si reprime perché non rinascano. Che se uno, invece, sicuro di sé, volesse interrompere questo lavoro di repressione, subito gli balzerebbero sulla roccaforte della mente, e ne la spodesterebbero e la ridurrebbero in schiavitù, prigioniera in una condizione disonorevole e quanto mai brutta. Regnerebbe allora, nel corpo mortale dell’uomo, il peccato, e lo costringerebbe ad obbedire ai suoi desideri; ed egli, l’uomo, presterebbe le sue membra al peccato come armi di iniquità 126. E il punto d’arrivo, di questo tale, sarebbe peggiore che non quello di partenza 127. È infatti molto più tollerabile non aver mai intrapreso una lotta anziché averla intrapresa e abbandonarla, rassegnandosi a diventare prigioniero, da combattente valoroso e vittorioso che si era. Ragion per cui il Signore non dice: “Sarà salvo chi avrà cominciato”, ma: Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo 128.

Per concludere.

14. 32. Sia dunque che lottiamo con ardore per non essere sopraffatti, sia che vinciamo, come talora capita, con quella facilità che non avremmo osato né sperare né immaginarci, diamo gloria a colui che ci fa dono della continenza. Ricordiamoci di quel tal giusto che nella prosperità diceva: Io non sarò mai smosso dalla mia strada 129; e invece gli fu fatto constatare quanto fossero avventate le sue parole, mentre attribuiva alle sue proprie forze quello che gli veniva accordato dall’alto. Lo apprendiamo dalla confessione che ci fa lui stesso, quando, subito appresso, soggiunge: O Signore, nel tuo beneplacito mi avevi conferito la virtù e l’onorabilità. Quando invece mi voltasti la faccia, caddi nel turbamento 130. Il Signore nella sua Provvidenza lo abbandonò temporaneamente, e ciò fu una medicina, affinché egli stesso, nella sua micidiale superbia, non abbandonasse il Rettore. È certo, quindi che tutto in noi accade per la nostra salute, sia che combattiamo contro i nostri vizi al fine di domarli e ridurli – compito della vita presente -, sia che non abbiamo più nemici né mali da cui essere contagiati – cosa che ci sarà riservata alla fine dei tempi nel mondo avvenire -. Scopo ultimo di tutto questo è che chi si gloria, si glori nel Signore 131.

(Sant’Agostino)

FONTE: http://www.augustinus.it/italiano/continenza/index2.htm

1 – Sap 8, 21.

2 – Mt 19, 11.

3 – 1 Cor 7, 7.

4 – Sal 140, 3.

5 – Sal 140, 3-4.

6 – Sir 37, 16 (sec. LXX).

7 – Mt 23, 26.

8 – Mt 15, 11.

9 – Mt 15, 16-17.

10 – Mt 15, 18.

11 – Mt 15, 19-20.

12 – Sal 13, 1.

13 – Rm 6, 12-13.

14 – Mt 15, 19.

15 – Gal 5, 17.

16 – 1 Cor 15, 55. 26.

17 – Rm 7, 18.

18 – Rm 7, 22-23.

19 – Rm 3, 20; 7, 7.

20 – Rm 5, 20.

21 – Rm 4, 15.

22 – 1 Cor 15, 56.

23 – Rm 10, 3.

24 – Cf. Gal 3, 24.

25 – Sal 66, 7; 84, 13.

26 – Rm 6, 12-14.

27 – Rm 8, 12-14.

28 – Rm 8, 13.

29 – Gal 5, 19-21.

30 – Gal 5, 16-18.

31 – Gal 5, 19.

32 – Gal 5, 22-23.

33 – Gal 5, 24.

34 – Ger 17, 5.

35 – Rm 8, 13.

36 – Gv 1, 14.

37 – Lc 3, 6.

38 – Sal 64, 3.

39 – Gv 17, 2.

40 – Rm 3, 20.

41 – Gal 2, 16.

42 – 1 Cor 3, 3.

43 – 2 Cor 3, 5.

44 – Rm 13, 1.

45 – Gn 46, 27.

46 – Rm 8, 13.

47 – Gv 8, 44.

48Ibidem.

49 – Rm 6, 14.

50 – Sal 118, 133.

51 – Rm 6, 14.

52 – Rm 8, 13.

53 – Rm 8, 14.

54 – Mt 6, 12.

55 – Sal 140, 3-4.

56 – Eb 5, 14.

57 – Mt 6, 12.

58 – Sal 33, 15.

59 – Lc 12, 35.

60 – Lc 12, 36.

61 – Gal 5, 16-17.

62 – Sal 102, 2-3.

63 – Mt 6, 12-13

64 – Gc 1, 14.

65 – Sal 40, 5.

66 – 1 Cor 15, 44.

67 – Rm 7, 18.

68 – Ef 5, 29.

69 – Rm 7, 25.

70 – Rm 7, 18.

71 – Gal 5, 16.

72 – Sap 9, 15.

73 – Rm 8, 10.

74 – Ef 5, 29.

75 – Ef 5, 25-28.

76 – Ef 5, 29.

77 – Gal 5, 17.

78 – Rm 7, 18.

79 – Ef 5, 29.

80 – Rm 7, 23.

81 – Ef 5, 25. 28.

82 – Ef 5, 22-23.

83 – Ef 5, 25.

84 – Ef 5, 24.

85 – Ef 5, 25.

86 – Ef 5, 28.

87 – 2 Tm 2, 8.

88 – Lc 24, 39.

89Ibidem.

90 – 1 Cor 6, 15.

91 – 1 Cor 11, 12.

92 – 1 Cor 12, 12.

93 – 1 Cor 12, 18.

94 – 1 Cor 12, 24-26.

95 – Rm 12, 1.

96 – Ef 5, 24.

97 – Gal 5, 16-17.

98 – 1 Cor 1, 13.

99 – 1 Cor 3, 1-3.

100 – Mt 6, 12.

101 – Cf. Gv 13, 23.

102 – 1 Gv 1, 8.

103 – 1 Cor 1, 30.

104 – Sal 102, 3.

105 – Ef 5, 29.

106 – 1 Cor 11, 31.

107 – Sal 93, 19.

108 – Rm 14, 23.

109 – 1 Cor 7, 6.

110 – Sap 8, 21.

111 – Cf. Gal 5, 19-21.

112 – Fil 2, 13.

113 – Rm 8, 14.

114 – Gal 2, 20.

115 – Rm 7, 17.

116 – Col 3, 1-4.

117 – Gal 2, 20.

118 – Col 3, 4.

119 – Col 3, 5.

120 – Col 3, 1-2.

121 – Col 3, 6.

122 – Gc 2, 14.

123 – Col 3, 7.

124 – Sal 65, 4.

125 – Col 3, 8.

126 – Rm 6, 13.

127 – Mt 12, 45.

128 – Mt 10, 22.

129 – Sal 29, 7.

130 – Sal 29, 8.

131 – 1 Cor 1, 31.

Sant’Alfonso Maria de Liguori: “Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matteo 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….Sant’ Alfonso Maria De Liguori

“Senti dunque quel che ti dice Dio, o peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate: altrimenti può …essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque, fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti, promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b. Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum, resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono le parole del Cartusiano.
Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia, che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo: poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai? Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici: Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua? Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di restar perduto in eterno.
Faresti tu per quella breve soddisfazione un vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso, l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato.”
  (Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

Sant’Alfonso Maria de Liguori, sermoni per la quaresima “Del numero de’ peccati, oltre il quale Dio più non perdona” “Presto, peccatori, fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Due sermoni per la quaresima

“1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.” (Luca 4,1-13)

Sermone XV – Per la Domenica I di Quaresima

Del numero de’ peccati, oltre il  quale Iddio più non perdona.

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matt. 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Nel corrente vangelo si legge che essendo andato  Gesù Cristo al deserto, permise che il demonio lo  portasse sopra il pinnacolo, o sia sommità del tempio, ed ivi gli  dicesse: Si filius Dei es, mitte te deorsum; soggiungendogli che gli  angeli l’avrebbero liberato da ogni offesa. Ma il Signore gli rispose che nelle  sacre carte sta scritto: Non tentabis Dominum Deum tuum” Non tentare il Signore Dio tuo”. Quel peccatore  che si abbandona al peccato senza voler resistere alle tentazioni, e senza  volere almeno raccomandarsi a Dio che gli dia l’aiuto per resistere, sperando  che il Signore un giorno lo caverà da quel precipizio; costui tenta Dio a far  miracoli, oppure ad usare con esso una misericordia straordinaria fuori  dell’ordine comune. Iddio vuol salvi tutti, come dice l’apostolo: Omnes  homines vult salvos fieri, ma vuole che ancora noi ci  adoperiamo per la nostra salvazione, almeno col prendere i mezzi per non restar  vinti dal nemico, e coll’ubbidire a Dio quando ci chiama a penitenza. I  peccatori ricevono le chiamate da Dio, e se ne scordano e seguitano ad  offenderlo; ma Dio non se ne scorda. Egli numera così le grazie che ci dispensa,  come i peccati che noi facciamo; onde allorché giunge il tempo da Dio  determinato egli ci priva delle sue grazie, e mette mano a’ castighi. E ciò  appunto voglio oggi dimostrarvi nel presente discorso, che quando i peccati  arrivano a certo numero, Iddio castiga e più non perdona. Attenti.

Dicono molti santi padri, s. Basilio, s.  Girolamo, s. Ambrogio, s. Gio. Grisostomo, s. Agostino ed altri, che siccome  Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo dei giorni di vita, de’ gradi  di sanità o di talento che vuol dargli, secondo il detto della Scrittura:  Omnia in mensura et numero, et pondere disposuisti, così  ancora per ciascuno tiene determinato il numero de’ peccati che vuol  perdonargli, compito il quale, più non perdona. Illud sentire nos  convenit, dice s. Agostino, tamdiu unumquemque a Dei patientia  sustineri, quo consummato, nullam illi veniam reservari. Lo  stesso scrive Eusebio Cesariense: Deus expectat usque ad certum numerum, et  postea deserit. E lo stesso scrivono i padri nominati di  sopra.

Misit me Dominus, ut mederer contritis  corde. Iddio è pronto a sanare quei che tengono buona volontà  di mutar vita, ma non può compatire gli ostinati. Il Signore perdona i peccati,  ma non può perdonare chi ha volontà di peccare. Né possiamo noi chiedere ragione  a Dio, perché ad uno perdoni cento peccati, e ad un altro, al terzo o quarto  peccato gli mandi la morte, e lo condanni all’inferno. Egli disse per il profeta  Amos: Super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non  convertam eum. In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire  coll’apostolo: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei! Quam  incomprehensibilia sunt iudicia eius! Quegli che è perdonato,  dice s. Agostino, è perdonato per sola misericordia di Dio; quegli che è  castigato, giustamente è castigato: Quibus datur misericordia, gratis datur:  quibus non datur, ex iustitia non datur. Quanti Iddio ha  mandati all’inferno al primo peccato! Scrive san Gregorio che un fanciullo di  cinque anni, che avea già l’uso di ragione, in dire una bestemmia fu preso dai  demoni e portato all’inferno. Rivelò la divina Madre a quella serva di Dio  Benedetta di Firenze, che un fanciullo di dodici anni al primo peccato fu  condannato; un altro figliuolo di otto anni al primo peccato morì e si dannò. Tu  dici: ma io son giovine, vi sono tanti che tengono più peccati di me. Ma che  perciò? Perciò Iddio, se pecchi, è obbligato ad aspettarti! Nel vangelo di s.  Matteo si dice che il nostro Salvatore la prima volta che trovò un  albero di fico senza frutto, lo maledisse dicendo: Numquam ex te nascatur  fructus; e quello seccò. E pertanto bisogna tremare di commettere un  peccato mortale, e tanto più se tu prima ne hai commessi altri.

Dice Dio: De propitiato peccato noli esse  sine metu; neque adiicias peccatum super peccatum. Non dire  dunque, peccatore mio: siccome Dio mi ha perdonati gli altri peccati, così mi  perdonerà quest’altro se lo commetto. Ciò non lo dire, perché se tu aggiungi un  altro peccato al peccato perdonato, devi temere che questo peccato nuovo si  unisca al primo peccato, e così si compisca il numero, e tu resti abbandonato da  Dio. Ecco come ciò più chiaramente lo spiega la scrittura in altro luogo:  Dominus patienter expectat, ut eas (nationes), cum iudicii dies  advenerit, in plenitudine peccatorum puniat. Iddio dunque  aspetta ed ha pazienza sino a certo numero; ma quando è piena la misura de’  peccati, non aspetta più e castiga: Signasti quasi in sacculo delicta  mea. I peccatori mettono i loro peccati nel sacco, senza  tenerne conto, ma ben ne tiene conto Iddio per dare il castigo, quando è  maturata la messe, cioè quando è compito il numero: Mittite falces, quoniam  maturavit messis.

Di tali esempi poi ve ne sono molti nelle divine  scritture. In un luogo parlando il Signore degli ebrei disse: Tentaverunt me  per decem vices, ecco come egli numera i peccati, non videbunt  terram, ecco come compito il numero, castiga. In altro luogo  parlando degli amorrei, disse che trattenea il loro castigo, perché non ancora  era compito il numero delle loro colpe: Necdum enim completae sunt  iniquitates amorrhaeorum. In altro luogo abbiamo l’esempio di  Saulle, che avendo la seconda volta disubbidito a Dio, restò abbandonato,  talmente che pregando egli Samuele che si fosse interposto per lui appresso il  Signore: Porta, quaeso, peccatum meum, et revertere mecum, ut adorem  Deum: Samuele che sapea averlo Dio abbandonato, rispose:  Non revertar tecum, quia abiecisti sermonem Domini, et proiecit te Dominus  etc: Saulle, tu hai abbandonato Dio e Dio ha abbandonato te.  Di più vi è l’esempio di Baldassarre, il quale stando a mensa colle sue donne  profanò i vasi del tempio, ed allora vide una mano che scrisse sul muro:  Mane, Thecel, Phares. Venne Daniele e richiesto della spiegazione di  tali parole, spiegando la parola Thecel, disse al re: Appensus es  in statera, et inventus es minus habens: dandogli così ad  intendere che il peso de’ suoi peccati avea fatto traboccar la bilancia della  divina giustizia; ed in fatti nella stessa notte fu ucciso: Eadem nocte  interfectus est Balthassar rex chaldaeus. Ed oh a quanti  miseri avviene lo stesso, che seguitano essi ad offendere Dio, quando giungono i  loro peccati ad un certo numero, son colti dalla morte, e mandati  all’inferno! Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferna  descendunt! Trema, fratello mio, che ad un altro peccato  mortale che fai Iddio ti mandi all’inferno.

Se Dio mettesse mano a’ castighi subito quando  l’uomo l’offende, non si vedrebbe Dio così disprezzato, come ora si vede; ma  perché egli non castiga subito, e per sua misericordia aspetta e trattiene il  castigo, perciò i peccatori si danno animo a seguire ad offenderlo: Quia non  profertur cito contra malos sententia, absque timore ullo filii hominum  perpetrant mala. Ma bisogna persuadersi che Dio aspetta e  sopporta, ma non aspetta e non sopporta sempre. Sansone seguitando a trescare  con Dalila sperava di liberarsi dalle insidie de’ filistei, come avea fatto  altre volte: Egrediar sicut ante feci, et me excutiam. Ma  in quella volta restò preso, e gli fu tolta la vita. Non dire, avverte il  Signore: io ho fatti tanti peccati, e Dio non mi ha castigato: Ne dixeris,  peccavi, et quid accidit mihi triste? Altissimus enim est patiens  redditor. Iddio ha pazienza sino a certo termine, passato il  quale, egli castiga i primi peccati e gli ultimi. Viene una, come suol dirsi, e  paga tutto. E quanto maggiore sarà stata la pazienza di Dio, tanto più grave  sarà la sua vendetta.

Onde dice il Grisostomo che più dee temersi  quando Iddio sopporta, che quando subito castiga: Plus timendum est, cum  tolerat, quam cum festinanter punit. E perché? Perché, dice s. Gregorio che  coloro, coi quali Dio usa più misericordia, se non la finiscono, più  rigorosamente sono puniti: Quo diutius expectat (Deus) durius  damnat. E soggiunse il santo che questi tali spesso sono castigati da Dio  con una morte improvvisa, senza aver tempo di convertirsi: Saepe qui diu  tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem liceat. E  quanto più grande è la luce che il Signore dà ad alcuni per emendarsi, tanto  maggiore è la loro accecazione ed ostinazione nel peccato. Scrisse s. Pietro:  Melius enim erat illi non cognoscere viam iustitiae, quam post agnitionem  retrorsum converti. Miseri quei peccatori che dopo la luce  avuta tornano al vomito; mentre dice s. Paolo essere impossibile, moralmente  parlando, che costoro di nuovo si convertano: Impossibile est enim, eos qui  semel illuminati sunt, gustaverunt etiam donum coeleste… et prolapsi sunt,  rursus renovari ad poenitentiam.

Senti dunque quel che ti dice Dio, o  peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis  deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese  a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate:  altrimenti può essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si  chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque,  fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te  stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E  se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual  sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà  misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano  le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro  ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego  quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti,  promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua  morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non  irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad  vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b.  Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome  rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha  vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha  detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum,  resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono  le parole del Cartusiano.

Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già  tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se  prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far  danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per  una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia,  che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo:  poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai?  Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che  avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è  succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non  tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici:  Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui  poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non  promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non  ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà  tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua?  Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di  restar perduto in eterno.

Faresti tu per quella breve soddisfazione un  vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per  quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del  paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso,  l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato  per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità  di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub  spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno  con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti  all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne  porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam  habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum  eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina  misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che  dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a  Dio, ti piango per dannato.

 

S. Alfonso Maria  de’ Liguori: Sermone XVIII. – Per la Domenica IV. di  Quaresima

La tenera  compassione che ha Gesù Cristo de’ peccatori.

Facite omnes discumbere.  (Ioan. 6. 10.)

Abbiamo nel vangelo di  questo giorno, che ritrovandosi il nostro Salvatore sopra di un monte co’ suoi  discepoli e colla moltitudine di quasi cinquemila persone che lo aveano seguito,  in vedere i miracoli che facea sopra gl’infermi, dimandò egli a san Filippo: ove  compreremo tanti pani che bastino a dar da mangiare a questa povera gente?  Rispose s. Filippo: Signore, per comprar tanti pani non ci bastano dugento  danari. Allora dice s. Andrea: qui vi è un fanciullo che tiene cinque pani  d’orzo e due pesci; ma che possono bastare a tanti? Ciò non ostante Gesù Cristo  disse: via su fate che tutti siedano a terra, facite omnes  discumbere; e poi fece dispensare quei pani e quei pesci, che non solo  bastarono a tutti, ma raccogliendo in fine gli avanzi del pane, se ne empirono  dodici cofani. Il Signore fece questo gran miracolo per compassione che ebbe di  tanti poveri nel corpo, ma assai più grande è la compassione che egli ha de’  poveri nell’anima, quali sono i peccatori, che sono privi della divina grazia; e  questo sarà il soggetto del presente sermone: La tenera compassione che ha Gesù  Cristo de’ peccatori.

Il nostro amantissimo  Redentore, spinto dalle viscere della sua misericordia verso degli uomini che  gemeano miseramente sotto la schiavitù del peccato e del demonio, scese dal  cielo in terra per redimerli e salvarli dalla morte eterna colla sua propria  morte: così cantò s. Zaccaria padre del Battista, allorché venne in casa sua la  b. Vergine Maria, già fatta madre del Verbo Incarnato: Per viscera  misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex  alto.

Quindi dichiarò poi Gesù  Cristo che esso era quel buon pastore ch’era venuto in terra a dar la salute a  noi sue pecorelle: Ego veni ut vitam habeant, et abundantius  habeant. Notate quella parola abundantius, la  quale esprime che egli era venuto non solo a farci ricuperare la vita perduta  della grazia, ma a donarci una vita più abbondante e migliore della vita perduta  da noi col peccato. Sì, perché dice s. Leone, che Gesù colla sua morte ci recò  maggior bene, che non ci avea recato di danno il demonio col  peccato: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli  amiseramus invidiam. E ciò significò ben anche l’apostolo,  quando disse che la grazia avea sopravanzato il delitto: Ubi abundavit  delictum, superabundavit et gratia.

Ma, Signor mio, giacché  avete voluto prender carne umana, bastava una sola vostra preghiera a redimere  tutti gli uomini; che bisogno vi era di fare una vita così povera e disprezzata  per 33 anni, ed una morte così amara e vituperosa, morendo di dolore sopra di un  legno infame, spargendo tutto il vostro sangue a forza di tormenti? Sì, risponde  Gesù Cristo, ben so che bastava una goccia del mio sangue, una semplice mia  preghiera a salvare il mondo; ma non bastava a dimostrare l’amore che io porto  agli uomini: e perciò ho voluto tanto patire e morire con una morte così atroce,  per essere dagli uomini amato, dopo che mi avessero veduto così morto per loro  amore. Questo importa, disse, essere buon pastore: Ego sum pastor  bonus, bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis.

O uomini, uomini, e qual  maggior segno d’affetto potea darci il Figlio di Dio, che dar la vita per noi  sue pecorelle? In hoc, scrive s. Giovanni, cognovimus  caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit. Non  può alcuno, disse il medesimo Salvatore, dimostrar maggiore amore a’ suoi amici,  che dare per essi la vita: Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut  animam suam ponat quis pro amicis suis. Ma voi, Signore, non  solo per gli amici, ma siete morto per noi, che per i nostri peccati eravamo  vostri nemici: Cum inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem  Filii eius. Oh amore immenso del nostro Dio, esclama s.  Bernardo: Ut parceret servis, nec Pater Filio, nec Filius sibi ipsi  pepercit! Per perdonare a noi servi ribelli, il Padre non ha voluto  perdonare al Figlio, e il Figlio non ha voluto perdonare a se stesso,  soddisfacendo colla sua morte la divina giustizia per i peccati da noi  commessi.

Mentre Gesù Cristo si  avvicinava alla sua passione, andò un giorno a Samaria; ma i samaritani non  vollero riceverlo, onde s. Giacomo e s. Giovanni sdegnati contro i samaritani  per questo affronto fatto al lor maestro, rivolti a lui gli dissero: Signore,  volete che facciamo scender fuoco dal cielo per castigare questi  temerarj? Domine, vis dicimus, ut ignis descendat de coelo et consumat  illos? Ma Gesù che era pieno di dolcezza anche verso coloro che  lo disprezzavano, che rispose? Et conversus  increpavit illos dicens: Nescitis, cuius spiritus estis. Filius hominis non  venit animas perdere, sed salvare. Fortemente li  riprese dicendo: e qual mai è questo spirito vostro? Questo non è lo spirito  mio; il mio è spirito di pazienza e compassione verso de’ peccatori, mentre io  son venuto a salvare le anime, non già a perderle; e voi parlate di fuoco, di  castighi e di vendetta? Perciò in altro luogo disse a’ suoi  discepoli: Discite a me, quia mitis sum et humilis  corde. Io non voglio che impariate da me a castigare, ma ad  esser mansueti e sopportare e perdonare le ingiurie.

Ben egli dichiarò la  tenerezza del suo cuore verso dei peccatori, quando disse: Quis ex  vobis homo, qui habet centum oves, et si perdiderit unam ex illis, nonne  dimittit nonagintanovem in deserto, et vadit ad illam quae perierat, donec  inveniat eam? Se alcuno, disse, ha cento pecorelle, e ne perde  una, egli lascia le novantanove, e va in cerca della pecorella perduta, e non  lascia di cercarla, finché non la ritrova. E poi soggiunse: Et cum  invenerit eam, imponit in humeros suos gaudens, et veniens domum convocat amicos  et vicinos, dicens illis: Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam, quae  perierat. E quando la ritrova, per più non perderla se la  mette sulle spalle e poi chiama gli amici e i vicini a consolarsene seco, per  aver ritrovata la pecorella perduta. Ma, Signore, l’allegrezza dee essere non  tanto di voi, quanto della pecorella in aver ritrovato voi suo pastore e Dio.  Sì, dice Gesù Cristo, gode la pecorella in ritrovare me suo pastore, ma più  grande è il mio contento in ritrovare la pecorella perduta. E poi conchiude  dicendo: Dico vobis, quod ita gaudium erit in coelo super uno peccatore  poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis qui non indigent  poenitentia. È più grande, dice, l’allegrezza che si fa in  cielo sopra d’un peccatore il quale si converte, che sopra di novantanove giusti  che ritengono la loro innocenza. E qual sarà quel peccatore così duro, che  intendendo ciò, e sapendo l’amore col quale sta Gesù Cristo per abbracciarlo e  porselo sopra le spalle, quando si pente de’ suoi peccati, non voglia subito  andare a gittarsi a’ piedi suoi?

Similmente dichiarò il  Signore questa sua tenerezza verso de’ peccatori pentiti nella parabola del  figlio prodigo, come sta in san Luca ove dicesi che un certo  giovine non volendo aver più la soggezione del padre per vivere a modo suo tra i  vizj, domandò la sua porzione; e il padre glie la diede con dolore, piangendo la  di lui ruina. Il figlio si partì dalla casa del padre, e tra poco tempo, avendo  già dissipata la sua sostanza, si ridusse a tal miseria, che per vivere fu  costretto di mettersi a pascere i porci. Tutto è figura del peccatore, che  partendosi da Dio e perdendo la divina grazia, perde tutti i meriti acquistati,  e si riduce a fare una vita misera sotto la schiavitù del demonio. Dicesi poi in  s. Luca, che vedendosi quel giovine ridotto a tanta miseria, si risolse di  ritornare al padre; ed il padre, che è figura di Gesù Cristo, quando vide il  figlio che ritornava a’ piedi suoi, subito se ne mosse a  compassione: Vidit illum pater ipsius, et misericordia motus est.  Onde invece di scacciarlo, come meritava quell’ingrato, Accurrens  cecidit super collum eius et osculatus est eum; gli andò all’ncontro colle  braccia aperte, ed abbracciandolo venne per la tenerezza a cadere sopra il suo  collo, e lo consolò coi suoi baci. Indi disse a’ suoi servi: Cito  proferte stolam primam et induite illum; portate la veste più bella e  vestitelo: Stolam primam significa la grazia divina, che Dio  perdonando restituisce al peccatore pentito coll’aggiunta di nuovi doni celesti,  come spiegano s. Girolamo e s. Agostino: Et date annulum in manum  eius, dategli l’anello di sposa, poiché l’anima ricuperando la grazia di  Dio ritorna ad essere sposa di Gesù Cristo. Et adducite vitulum  saginatum, et occidite, et manducemus et epulemur: portate il vitello  ingrassato, che significa Gesù sacramentato, misticamente sacrificato ed ucciso  nell’altare, cioè la s. comunione: Via su, dice, facciamo  festa, manducemus et epulemur. Ma perché, o Padre divino, tanta  festa per il ritorno d’un figlio che vi è stato così  ingrato? Quia, egli risponde, hic filius meus mortuus  erat et revixit, perierat et inventus est; io fo festa, perché questo mio  figlio era morto per me, ed ora è risorto; per me era perduto, ed ora l’ho  ritrovato.

Questa tenerezza poi di  Gesù Cristo ben la sperimentò quella donna peccatrice, che s. Gregorio vuole  essere stata s. Maria Maddalena, la quale un giorno andò a gittarsi a’ piedi di  Gesù Cristo, come si legge in s. Luca, e gli lavò i piedi colle sue  lagrime; onde il Signore tutto dolcezza a lei rivolto la consolò  dicendole: Remittuntur tibi peccata… Fides tua te salvam fecit, vade in  pace. Figlia, ti sieno rimessi i tuoi peccati, la confidenza che hai avuta  in me ti ha salvata, va in pace. La sperimentò ancora quel povero infermo di  trent’otto anni, che era infermo di corpo e d’anima: il Signore lo sanò dal suo  male, e gli perdonò i suoi peccati; onde poi gli disse: Ecce sanus  factus es: iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid  contingat. La sperimentò ancora quel lebbroso, il  quale disse a Gesù Cristo: Signore, se voi volete, potete  sanarmi: Domine, si vis potes me mundare. E Gesù  rispose: Volo, mundare: come dicesse: sì che voglio, mentre a  questo fine sono sceso dal cielo per consolare tutti: sii guarito come desideri;  e così nello stesso punto avvenne: Et confestim mundata est lepra  eius.

La sperimentò ancora la  donna adultera, che dagli scribi e farisei fu presentata a Gesù Cristo: questi  gli dissero: nella legge di Mosè sta ordinato che tali donne debbano esser  lapidate; tu dunque che ne dici? In lege autem Moyses mandavit nobis  huiusmodi lapidare. Tu ergo quid dicis? E ciò, come  scrive s. Giovanni, lo dissero per tentarlo a rispondere, affinché poi potessero  accusarlo come trasgressor della legge se rispondea che si dovesse liberare, o  per far perdere a lui il nome di mansueto se rispondea che si dovesse  lapidare: Si dicat lapidandam (spiega s.  Agostino), famam perdet mansuetudinis; sin dimittendam,  transgressae legis accusabitur. Ma il Signore che rispose? Non disse né  l’uno né l’altro, ma chinandosi scrisse col dito sulla terra: Iesus  autem inclinans se deorsum, digito scribebat in terra. Questo scritto sulla  terra, dicono gl’interpreti, che verisimilmente era qualche sentenza di  scrittura, la quale ammoniva gli accusatori de’ proprj peccati, ch’erano forse  maggiori di quello della donna, e poi disse loro: chi di voi è senza peccato,  sia il primo a lapidarla: Qui sine peccato est vestrum, primus in illam  lapidem mittat. Ma quelli, come narra il Vangelista, l’uno dopo l’altro se  ne uscirono, e restò ivi solamente la donna, a cui rivolto Gesù Cristo  disse: Nemo te condemnavit… nec ego te condemnabo; vade, et iam amplius  noli peccare. Or via, le disse, giacché niuno di costoro ti ha condannata,  non pensare che abbia a condannarti io che non sono venuto in terra a condannare  i peccatori, ma a perdonarli e salvarli: va in pace e da qui avanti non  commettere più peccati.

No che non è venuto Gesù  Cristo per condannare i peccatori, ma per liberarli dall’inferno sempreché  vogliano emendarsi. E quando li vede ostinati a volersi perdere, egli quasi  piangendo dice loro per Ezechiele: Et quare moriemini  domus Israel? Come volesse dire: figli miei, e perché volere morire, perché  volere andare all’inferno, quando io son venuto dal cielo a liberarvi colla  morte da quest’inferno? E poi soggiunge per lo stesso profeta: voi siete già  morti alla divina grazia, ma io non voglio la vostra morte; ritornate a me, ed  io vi restituirò la vita che miseramente voi avete perduta: Quia nolo  mortem morientis, dicit Dominus Deus; revertimini et vivite.  Ma qualche peccatore, che si ritrova troppo aggravato da’ peccati, dirà: ma chi  sa se Gesù Cristo mi discaccia? No, gli risponde Gesù Cristo: Eum qui  venit ad me, non eiiciam foras. Niuno che viene a me pentito  dei peccati fatti, sarà da me discacciato, ancorché le sue colpe fossero molte  ed enormi.

Ecco come il nostro  Redentore in altro luogo ci dà animo di andare a’ suoi piedi, con sicura  speranza di essere consolati e perdonati: Venite,  dice, ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam  vos. Venite a me tutti, poveri peccatori che faticate per  dannarvi e gemete sotto il peso delle vostre iniquità; venite, ed io vi libererò  da tutte le vostre angustie. Ed in altro luogo giunge a dirci: Venite,  et arguite me, dicit Dominus, si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix  dealbabuntur. Venite pentiti delle offese che mi avete fatte,  e se io non vi perdono, arguite me; come dicesse, prendetevela con  me, e rimproveratemi qual mentitore, mentr’io vi prometto che quantunque i  peccati vostri fossero neri come la semenza di cremisi (viene a dire, ancorché  fossero orrendi ed enormissimi) la vostra coscienza, per mezzo del sangue mio,  con cui la laverò, diventerà candida e bella come la neve.

Presto, peccatori,  fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che  ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte  queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante  spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità.

(Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

 

Rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena “Gesù è il ponte, la Via per la salvezza…disse Egli: «Io sono via, verità, e vita; chi va per me non va per le tenebre ma per la luce» Quelli che seguono questa via sono figli della verità, perché seguono la verità, e passano per la porta della verità, e trovansi in me, unito con la porta e via del mio Figlio, Verità eterna, mare pacifico”

“Dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena”

PARLA DIO PADRE:

E passato il ponte si giogne alla porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tutti vi conviene entrare. (Gv 10,9) E però disse egli: «Io sono via, verità, e vita; chi va per me non va per le tenebre ma per la luce».

E in altro luogo disse la mia Verità che nessuno poteva venire a me se non per lui, (Gv 14,6 Jn 8,12) e così è.

E, se bene ti ricorda, così ti dissi e mostrato te l’ ho, volendoti fare vedere la via. Così, se egli dice che è via, egli dice la verità; e già te gli ho mostrato che egli è via, in forma d’uno ponte. E dice che è verità, e così è, perciò che egli è unito con me che sono somma Verità, e chi lo segue va per la verità.

Ed è vita, e chi segue questa verità riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Verità vi s’è fatto cibo; né può cadere in tenebre perché egli è luce, privato della bugia, anco con la verità confuse e distrusse la bugia del demonio, la quale egli disse ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo e la Verità l’ha racconcia e murata col sangue.

Quegli che segueno questa via sono figli della verità, perché segueno la verità, e passano per la porta della verità, e trovansi in me, unito con la porta e via del mio Figlio, Verità eterna, mare pacefico.

Ma chi non tiene per questa via tiene di sotto per lo fiume, il quale è via non posta con pietre ma con acqua. E perché l’acqua non ha ritegno alcun, nessuno vi può andare che non annieghi.

Cosí sono fatti i diletti e gli stati del mondo (23v), e perché l’affetto non è posto sopra la pietra, (Mt 7,24-27) ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle son fatte come l’acqua che continuamente corre, così corre l’uomo come elleno; ben che a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pure egli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendogli meno: o per la morte, che egli lassi loro, o per mia dispensazione, che le cose create siano tolte dinanzi alle creature; ed egli non può tenerle.

Costoro segueno la bugia, tenendo per la via della bugia, e sono figli del demonio il quale è padre delle bugie (Gv 8,4) e perché passano per la porta della bugia ricevono eterna dannazione. Sì che vedi che Io ti ho mostrata la verità e mostrata la bugia, cioè la via mia che è verità, e quella del demonio che è bugia.

Queste sono due strade, e per ciascuna si passa con fatica.

Mira quanta è l’ignoranza e cecità dell’uomo che, essendogli fatta la via, vuole tenere per l’acqua. La quale via è di tanto diletto a coloro che vanno per essa, che ogni amarezza lo’ diventa dolce e ogni grande peso lo’ diventa leggiero. (Mt 11,30) Essendo nelle tenebre del corpo trovano il lume, ed essendo mortali trovano la vita immortale, gustando per affetto d’amore, col lume della fede, la Verità eterna che promette di dare refrigerio a chi s’affatica per me che sono grato e conoscente e sono giusto, che a ognuno rendo giustamente secondo che merita, così ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

Lo diletto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l’orecchie a poterlo udire, né l’occhio a poterlo vedere, poiché in questa vita gusta e participa di quello bene che gli è apparecchiato nella vita durabile. (1Co 2,9) Bene è (24r) dunque matto colui che schifa tanto bene ed sceglie innanzi di gustare in questa vita la caparra de l’inferno tenendo per la via di sotto dove va con molte fatiche e sanza nessuno refrigerio e senza alcun bene; poiché per lo peccato loro sono privati di me che sono sommo ed eterno bene.

Bene hai dunque ragione, e voglio, che tu e gli altri servi miei stiate in continua amarezza per le offese fattemi., e compassione della ignoranza e danno loro, con la quale ignoranza m’offendono.

Ora hai veduto e udito del ponte come egli sta, e questo ho detto per dichiarare quello che Io ti dissi, che era ponte l’unigenito mio Figlio, e così vedi che è la verità, fatto nel modo che Io ti ho detto cioè unita l’altezza con la bassezza.

Poi che l’unigenito mio Figlio ritornò a me doppo la resurrezione quaranta dì, questo ponte si levò dalla terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtù della natura mia divina, e siede dalla mano dritta di me, Padre eterno. Sì come disse l’angelo ai discepoli il dì dell’ascensione stando quasi come morti, perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in cielo colla Sapienza del mio Figlio.

Disse: «Non state più qui, ché egli siede dalla mano dritta del Padre». (Ac 1,11) Levato in alto e tornato a me, Padre, Io mandai il maestro, cioè lo Spirito santo, il quale venne con la potenza mia e con la sapienza del mio Figlio, e con la clemenza sua, d’esso Spirito santo. (Let94) Egli è una cosa con me Padre e col Figlio mio. Così fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel mondo. E però, partendosi la presenza, non si partì la dottrina né le virtù, vere pietre fondate sopra questa dottrina, la quale è la via che v’ha fatto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoperò egli e con le sue opere fece la via, dando la dottrina a voi per esempio più che per parole; anco prima fece che egli dicesse. (Ac 1,1) Questa dottrina certificò la clemenza dello Spirito santo, (Let 164) fortificando le menti dei discepoli a confessare la verità e annunziare questa via, cioè la dottrina (24v) di Cristo crocifisso, riprendendo per mezzo di loro il mondo delle ingiustizie e dei falsi giudicii, delle quali ingiustizie e giudicio di sotto più distesamente ti narrarò. (Jn 16,8; § 35 -XXXVI) Ti ho detto questo affinché nelle menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente, cioè che volessero dire che di questo corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana; questo vedo che egli è la verità. Ma questo ponte si partì da noi salendo in cielo. Egli c’era una via che c’insegnava la verità, vedendo l’esempio e costumi suoi, ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranza.

La via della dottrina sua, la quale Io ti ho detta, confermata dagli apostoli e dichiarata nel sangue dei martiri, illuminata col lume dei dottori e confessata per li confessori, e trattane la carta per gli evangelisti, i quali stanno tutti come testimoni a confessare la verità nil corpo mistico della santa Chiesa. (Ep 4,7-12; § 85 ,1993) Essi sono come lucerna posta in sul candelabro (Mt 5,15 Mc 4,21 Lc 8,16) per mostrare la via della verità, la quale conduce a vita con perfetto lume, come detto ti ho.

E come te la dicono? Per prova, perché l’hanno provata in loro medesimi. Sì che ogni persona è illuminata in conoscere la verità, se egli vuole, cioè che egli non si voglia togliere il lume della ragione col proprio disordinato amore. Sì che egli è verità che la dottrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anime fuore del mare tempestoso e conducerle a porto di salvezza.

Sì che in prima Io vi feci il ponte del mio Figlio attualmente, come ho detto, conversando con gli uomini; e levato il ponte attuale rimase il ponte e la via della dottrina, como detto è, essendo la dottrina unita con la potenza mia, con la sapienza del Figlio e con la clemenza dello Spirito santo.

Questa potenza dà virtù di fortezza a chi segue questa via, la sapienza gli dà lume (25r) che in essa via conosce la verità, e lo Spirito santo gli dà amore, il quale consuma e tolle ogni amore sensitivo dell’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtù. Sì che in ogni modo, o attuale o per dottrina, egli è via verità e vita, la quale via è il ponte che vi conduce all’altezza del cielo.

Questo volse egli dire quando disse: «Io venni dal Padre e ritorno al Padre» e «tornerò a voi». (Jn 16,28) Cioè a dire: il Padre mio mi mandò a voi e àmmi fatto vostro ponte affinché esciate del fiume e potiate arrivare alla vita. Poi dice: «E tornarò a voi: Io non vi lassarò orfani ma mandaròvi lo Paraclito». (Jn 14,18 Jn 14,26) Quasi dicesse la mia Verità: Io n’andarò al Padre e tornarò, cioè che, venendo lo Spirito santo, il quale è detto Paraclito, vi mostrerà piú chiaramente e vi confermerà me, via di verità, cioè la dottrina che io vi ho data.

Disse che tornarebbe ed egli tornò, poiché lo Spirito santo non venne solo, ma venne con la potenza di me Padre, con la sapienza del Figlio, e con essa clemenza di Spirito santo. (Let94) Vedi dunque che torna, non attualmente ma con la virtù come detto ti ho, fortificando la strada della dottrina. La quale via e strada non può venire meno, né essere tolta a colui che la vuole seguire, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.

Perciò virilmente dovete seguire la via e senza alcuna nuvola, ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel santo battesimo.

Ora ti ho mostrato a pieno e dichiarato il ponte attuale e la dottrina, la quale è una cosa insieme col ponte; ed ho mostrato all’ignorante chi gli manifesta questa via, che ella è verità, e dove stanno coloro che la ‘nsegnano. E dissi che erano gli apostoli ed evangelisti, martiri e confessori e santi dottori, posti nel luogo della santa Chiesa come lucerne. (Mt 5,14-15) E Ti ho mostrato e detto come venendo a me egli tornò a voi, non presenzialmente ma con (25v) la virtù, come detto è, cioè venendo lo Spirito santo sopra discepoli, poiché presenzialmente non tornarà se non ne l’ultimo dì del giudicio, quando verrà colla mia maestà e potenza divina a giudicare il mondo, e a rendere bene ai buoni e remunerargli delle loro fatiche, l’anima e il corpo insieme, e a rendere male di pena eternale a coloro che iniquamente sono vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che Io, Verità, ti promisi, § 22 ,398) cioè di mostrarti quelli che vanno imperfettamente e quelli che vanno perfettamente e altri con la grande perfezione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro s’anniegano nel fiume, giungendo ai crociati tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figli miei, che voi teniate sopra il ponte e non di sotto, poiché quella non è la via della verità, anco è quella della bugia dove vanno gl’iniqui peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate, e per li quali Io vi richiedo lacrime e sudori, affinché da me ricevano misericordia. –

Allora quell’anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere, ma quasi stando nel cospetto di Dio diceva: – O eterna misericordia, la quale ricopri i difetti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricordarò che tu m’offendessi mai». (Jr 31,34 Ez 18,21-22 He 10,17) O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono dal peccato, quando tu dici di coloro che ti persegueno; «Io voglio che mi preghiate per loro, affinché Io lo’ facci misericordia».

O misericordia, la quale esce dalla deità tua, Padre eterno, la quale governa con la tua potenza tutto quanto il mondo! Nella misericordia tua fummo creati; nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figlio.

La misericordia tua ci conserva. La misericordia tua fece giocare in sul legno della croce il Figlio tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E allora la vita (26r) sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immacolato Agnello. Chi rimase vénto? La morte. Chi ne fu cagione? La misericordia tua.

La tua misericordia dà vita; ella dà lume per mezzo del quale si conosce la tua clemenza in ogni creatura, nei giusti e nei peccatori. Nell’altezza del cielo riluce la tua misericordia, cioè nei santi tuoi. Se io mi vollo alla terra, ella abonda della tua misericordia. Nelle tenebre dell’inferno riluce la tua misericordia non dando tanta pena ai dannati quanta meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d’amore: non ti bastò incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco descendesti all’inferno, traendone i santi padri, per adempire la tua verità e misericordia in loro? Poiché la tua bontà promette bene a coloro che ti servono in verità, imperò discendesti al limbo per trare di pena chi t’aveva servito, e renderlo’ il frutto delle loro fatiche! La misericordia tua vedo che ti costrinse a dare anco più a l’uomo, cioè lassandoti in cibo affinché noi debili avessimo conforto, e gl’ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza dei benefici tuoi. § 112 E però lo dài ogni dì a l’uomo, rappresentandoti nel sacramento dell’altare nil corpo mistico della santa Chiesa. Questo chi l’ha fatto? La misericordia tua.

O misericordia! Il cuore ci s’affoga a pensare di te, ché ovunque io mi vollo a pensare non truovo altro che misericordia. O Padre eterno, perdona all’ignoranza mia, che ho presunto di favellare innanzi a te, ma l’amore della tua misericordia me ne scusi dprima della benignità tua.

Ho voluto che l’abbi gustata questa misericordia ed anco la dignità dell’uomo la quale di sopra ti mostrai, affinché tu meglio conosca la crudeltà e la indegnità degl’iniqui uomini che tengono per la via di sotto.

Apre l’occhio dell’intelletto e mira costoro che volontariamente s’annegano, e mira in quanta indegnità essi sono caduti per le colpe loro.

Prima è che essi sono diventati infermi, e questo si è quando concepirono il peccato mortale nelle menti loro; poi lo partoriscono e perdono la vita della grazia.

E come il morto, che nessuno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo, se non quanto egli è levato da altrui, così costoro, che sono annegati nel fiume de l’amore disordinato del mondo, sono morti a grazia. E perché essi sono morti, la memoria non ritiene il ricordo della mia misericordia; l’occhio dell’intelletto non vede né conosce la mia verità, perché il sentimento è morto, cioè che l’intelletto non s’ha posto dinanzi altro che sé, con l’amore morto della propria sensualità. E però la volontà ancora è morta alla volontà mia, perché non ama altro che cose morte.

Essendo morte queste tre facoltà, tutte le opere sue, e attuali e mentali, sono morte quanto che a grazia; e già non si può difendere da’nimici suoi, né aiutarsi per se medesimo, se non quanto è aiutato da me.

Bene è vero che ogni volta che (27r) questo morto, nel quale è rimasto solo il libero arbitrio, mentre che egli è nel corpo mortale dimanda l’aiuto mio, lo può avere, ma per sé non potrà mai.

Egli è fatto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare lo mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. Il peccato è non nulla ed essi son fatti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d’amore con vita di grazia, la quale ebbero nel santo battesimo, ed essi sono fatti arbori di morte, perché sono morti come detto ti ho.

Sai dove egli tiene la radice questo albero? Nell’altezza della superbia, la quale l’amore sensitivo proprio di loro medesimi nutre; il suo midollo è la impazienza, e il suo figlio è la indiscrezione. Questi sono quattro principali vizi che in tutto uccidono l’anima di colui il quale ti dissi che era albero di morte, perché n’hanno tratta la vita della grazia.

Dentro dall’albero si nutre uno verme di conscienzia, il quale, mentre che l’uomo vive in peccato mortale, è accecato dal proprio amore, e però poco lo sente.

I frutti di questo albero sono mortali: perché hanno tratto l’umore dalla radice della superbia, la tapinella anima è piena d’ingratitudine, così procede ogni male. E se ella fosse grata dei benefici ricevuti conoscerebbe me, e conoscendo me conoscerebbe sé e così starebbe nella mia carità; ma ella come cieca si va attaccando pure per lo fiume, e non vede che l’acqua non l’aspetta.

Tanto sono diversi i frutti di questo albero, che danno morte, quanto sono diversi i peccati. Alcuni ne vedi che sono cibi da bestie, e questi sono quelli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s’involle nel loto. Così s’invollono nel loto della carnalità – o anima brutta dove hai lasciata la tua dignità? tu eri fatta sorella degli angeli ora sei fatta animale bruto – in tanta miseria che non tanto che siano sostenuti da me, che sono somma purezza, ma i demoni, di (27v) cui essi sono fatti amici e servi, non possono vedere commettere tanta immondizia.

Alcun peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga il lume dell’intelletto all’uomo quanto questo…..

Come dunque daranno la vita per la salvezza delle anime, quando non danno la sustanzia? come daranno la carità, quando essi si rodono per invidia? O miserabili vizi, i quali atterrano il cielo dell’anima. «Cielo» la chiamo, perché Io la feci cielo dove Io abitavo per grazia, celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affetto d’amore. Ora s’è partita da me sì come adultera, amando sé le creature e le cose create più che me. Anco di sé s’ha fatto Dio, e me persegue (Ac 9,4 Ac 22,7 Ac 26,14) con molti e diversi peccati. E tutto questo fa perché non ripensa il beneficio del sangue sparto con tanto fuoco d’amore……

….questo volse dire la mia Verità quando disse: «Io mandarò il Paraclito, che riprenderà il mondo della ingiustizia e del falso giudicio». (Jn 16,8) Allora fu ripreso, quando mandai lo Spirito santo sopra gli appostoli.

Tre reprensioni sono. L’una fu data quando lo Spirito santo venne sopra i discepoli, come detto è, i quali fortificati dalla potenza mia, illuminati dalla sapienza del Figlio mio diletto, tutto ricevettono nella plenitudine dello Spirito santo. Allora lo Spirito santo, che è una cosa con me e col Figlio mio, riprendette il mondo, per la bocca dei discepoli, con la dottrina della mia Verità. (Ac 2,22-36) Essi e tutti gli altri che sono discesi da loro, seguendo la verità, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono il mondo.

Questa è quella continua reprensione che Io fo al mondo col mezzo della santa Scrittura e dei servi miei ponendosi lo Spirito santo nelle lingue loro, annunziando la verità, sì come il demonio si pone in su la bocca dei servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua nel modo detto, per grandissimo affetto d’amore che Io ho alla salvezza delle anime.

E non possono dire «io non ebbi chi mi riprendesse», poiché già l’è mostrata la verità, mostrandolo’ il vizio e la virtù e fattolo’ vedere il frutto della virtù e il danno del vizio, per darlo’ amore e timore santo con odio del vizio e amore della virtù. E già non l’è stata mostrata questa dottrina e verità per angelo, affinché non possano dire «l’angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro». Questo l’ è tolto che non lo possono dire, perché l’è stata data da la mia Verità, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sono stati gli altri che hanno seguito questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la lotta della carne contro lo spirito, sì come ebbe il glorioso San Paolo mio banditore, (2Co 12,7) e così di molti altri santi i quali, chi da una cosa chi da un’altra, sono stati passionati. Le quali passioni Io permettevo e permetto per accrescimento di grazia e per aumentare la virtù nell’anime loro. E così nacquero di peccato come voi, e nutriti d’uno medesimo cibo; e così sono Dio Io ora come allora: non è infermata né può infermare la mia potenza, sì che Io posso sovvenire e voglio e so sovvenire a chi vuol essere sovvenuto da me. Allora vuole essere sovvenuto da me quando esce del fiume dl peccato e va per lo ponte, seguendo la dottrina della mia Verità.

Sì che non hanno scusa, poiché sono ripresi ed è loro mostrata la verità continuamente. Così se essi non si correggeranno mentre che essi hanno il tempo, saranno condannati nella seconda reprensione, la quale si farà ne l’ultima estremità della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: “Surgite mortui, venite ad giudicium” (Mi 6,1); cioè: tu che sei morto alla grazia e morto giungi alla morte corporale, levati su e vieni dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. Il quale lume traesti acceso del santo battesimo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanità di cuore, del quale facevi vela ai venti che erano contrari alla salvezza tua; e il vento della propria reputazione nutrivi con la vela dell’amore proprio, così correvi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontà, seguendo la fragile carne e le molestie e tentazioni del demonio. Il quale demonio con la vela della tua propria volontà t’ha menato per la via di sotto, la quale è uno fiume corrente, così t’ha condotto con lui insieme all’eterna dannazione. 

Questa seconda reprensione, carissima figlia, è in fatto perché è giunta all’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condotta alla estremità della morte dove il verme della coscienza, del quale Io ti dissi ch’era accecato per il proprio amore che egli aveva di sé, ora, nel punto della morte, perché vede sé non potere uscire delle mie mani, questo verme comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difetto è condotto in tanto male.

Se essa anima avesse lume che conoscesse e dolessesi della colpa sua, non per la pena dell’inferno che ne le segue, ma perché ha offeso me che sono somma ed eterna Bontà, anco trovarebbe misericordia.

Ma se passa il punto della morte senza lume, e solo col verme della coscienza e senza la speranza del sangue, o con propria passione dolendosi del danno suo più che per le offese fattemi., egli giunge all’eterna dannazione ed allora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e dlo falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tutte le sue opere, ma molto maggiormente sarà ripreso della ingiustizia e giudicio particolare, il quale ha (30v) usato nell’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. (Gn 4,13) Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia, (Mt 12,31-32) poiché più m’è grave questo che tutti gli altri peccati che egli ha commessi.

Così la disperazione di Giuda mi dispiacque più, e più fu grave al mio Figlio, che non fu il tradimento ch’egli gli fece. Sì che sono ripresi di questo falso giudicio, d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sono puniti con i demoni e crociati eternamente con loro.

(dal “Dialogo della divina Provvidenza” di Santa Caterina da Siena”)

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