Sant’Alfonso Maria de Liguori, Massime Eterne: “DEL FINE DELL’UOMO, DEL PECCATO MORTALE, DELLA MORTE, DEL GIUDIZIO, DELL’ETERNITÀ DELL’INFERNO” Fratello mio, sta attento, pensa che per te ancora sta l’inferno, se pecchi. Già arde sotto i tuoi piedi questa orrenda fornace, ed a quest’ora che leggi quante anime vi stan cadendo?

OPERA DI SANT’ALFONSO MARIA DE LIGUORI, DOTTORE DELLA CHIESA.

“Massime eterne cioè meditazioni per ciascun giorno della settimana”

Sette meditazioni, in tre punti, sul fine dell’uomo, la morte il giudizio e l’inferno, divise secondo i sette giorni della settimana

Atti cristiani prima dell’inizio delle meditazioni

Dio mio, verità infallibile, perché voi l’avete rivelato alla santa Chiesa, io credo tutto quello che la santa Chiesa mi propone a credere. Credo che voi siete il mio Dio, Creatore del tutto, che per un’eternità premiate i giusti col paradiso, e castigate i peccatori coll’inferno. Credo che voi siete uno nell’essenza, e trino nelle persone, cioè Padre, Figliuolo, e Spirito-Santo. Credo l’incarnazione e morte di Gesù-Cristo. Credo finalmente tutto quello che crede la santa Chiesa. Vi ringrazio d’avermi fatto cristiano, e mi protesto che in questa santa fede voglio vivere e morire.

Dio mio, fidato nelle vostre promesse, perché voi siete potente, fedele e misericordioso, spero per li meriti di Gesù-Cristo il perdono de’ miei peccati, la perseveranza finale e la gloria del paradiso.

Dio mio, perché voi siete bontà infinita, degno d’infinito amore, v’amo con tutto il cuore mio sopra ogni cosa. E di tutti i peccati miei, perché ho offeso voi bontà infinita, me ne pento con tutto il cuore e me ne dispiace. Propongo prima morire, che più disgustarvi, colla grazia vostra, che vi cerco per ora e sempre. E propongo ancora di ricevere i santi sacramenti in vita ed in morte.

Meditazione per la Domenica – DEL FINE DELL’UOMO

Considera anima mia, come quest’essere che tu hai, te l’ha dato Dio, creandoti a sua immagine, senza tuo merito: ti ha adottato per figlio col santo battesimo: ti ha amato più che da padre, e ti ha creato, acciò l’amassie servissi in questa vita, per poi goderlo in eterno in paradiso. Sicché non sei nato, né dei vivere per godere, per farti ricco e potente, per mangiare, per bere e dormire come i bruti, ma solper amare il tuo Dio, e salvarti in eterno. E le cose create te l’ha date il Signore in uso, acciocché t’aiutassero a conseguire il tuo gran fine. O me infelice, che a tutt’altro ho pensato, fuorchéal mio fine! Padre mio, per amore di Gesù fa ch’io cominci una nuova vita, tutta santa e tutta conforme al tuo divino volere.

Considera, come in punto di morte sentirai gran rimorsi, se non hai atteso a servire Dio. Che pena, quando alla fine de’ giorni tuoi ti avvederai che non ti resta altro in quell’ora, che un pugno di mosche, di tutte le ricchezze, grandezze, glorie e piaceri! Stupirai, come per vanità e cose da niente hai perduta la grazia di Dio e l’anima tua, senza poter rifare il mal fatto; né vi sarà più tempo da metterti nel buon cammino. O disperazione! O tormento! Vedrai allora quanto valga il tempo, ma tardi. Lo vorresti comperare col sangue, ma non potrai. O giorno amaro per chi non ha servito ed amato Dio.

Considera, quanto si trascura questo gran fine. Si pensa ad accumulare ricchezze, si pensa a banchettare, a festeggiare, a darsi bel tempo: e Dio non si serve, ed a salvar l’anima non si attende, e ‘l fine eterno si tiene per bagattella! E così la maggior parte de’ cristiani, banchettando, cantando e sonando se ne va all’inferno. Oh se essi sapessero che vuol dire inferno! O uomo, stenti tanto per dannarti, e nulla vuoi fare per salvarti! Moriva un segretario di Francesco re d’Inghilterra, e moriva dicendo: Misero me! ho consumato tanta carta per iscrivere le lettere del mio principe, e non ho speso un foglio per ricordarmi de’ miei peccati, e farmi una buona confessione! Filippo III re di Spagna dicea morendo: Oh fossi stato a servire Dio in un deserto, e non fossi stato mai re! Ma che servono allora questi sospiri, questi lamenti? Servono per maggior disperazione. Impara tu a spese d’altri a vivere sollecito di tua salute, se non vuoi cadere nella medesima disperazione. E sappi che quanto fai, dici e pensi fuor del gusto di Dio,tutto è perduto. Su via è tempo già di mutar vita. Che vuoi aspettare il punto della morte a disingannarti? alle porte dell’eternità, sulle fauci dell’inferno, quando non v’è più luogo di emendare l’errore? Dio mio, perdonami.Io t’amo sopra ogni cosa. Mi pento d’averti offeso sopra ogni male.

Maria, speranza mia, prega Gesù per me.

Meditazione per lo lunedì – DELL’IMPORTANZA DEL FINE

Considera uomo, quanto importi conseguire il tuo gran fine: importa il tutto; perché, se lo conseguisci e ti salvi, sarai per sempre beato, godrai in anima e in corpo ogni bene: ma se lo sgarri, perderai anima e corpo, paradiso e Dio: sarai eternamente misero, sarai per sempre dannato. Dunque questo è il negozio di tutti i negozi, solo importante, solo necessario, il servire Dio e salvarsi l’anima. Onde non dire più, cristiano mio: Ora vo’ soddisfarmi, appresso mi darò a Dio, e spero salvarmi. Questa speranza falsa oh quanti ne ha mandati all’inferno, i quali pure diceano così, ed ora son dannati, e non ci è più rimedio per essi! Qual dannato volea proprio dannarsi? Ma Dio maledice chi pecca per la speranza del perdono: «Maledictus homo qui peccat in spe».Tu dici, voglio far questo peccato e poi me lo confesso. E chi sa, se avrai questo tempo? Chi t’assicura, che non morirai di subito dopo il peccato? Frattanto perdi la grazia di Dio, e se non la trovi più? Dio fa misericordia a chi lo teme, non a chi lo disprezza: «Et misericordia eius timentibus eum» (Luc. I). Né dire più, tanto mi confesso due peccati, quanto tre: no, perché Dio due peccati ti perdonerà, e tre no. Dio sopporta, ma non sopporta sempre: «In plenitudine peccatorum puniat» (2. Mach. 5). Quando è piena la misura, Dio non perdona più, o castiga colla morte, o con abbandonar il peccatore, sì che da peccato in peccato se n’anderà all’inferno, castigo peggiore della morte. Attento, fratello, a questo ch’ora leggi. Finiscila, datti a Dio. Temi che questo sia l’ultimo avviso, che Dio ti manda. Basta quanto l’hai offeso. Basta quanto egli t’ha sopportato. Trema che ad un altro peccato mortale che farai, Dio non ti perdonerà più. Vedi che si tratta d’anima, si tratta d’eternità. Questo gran pensiero dell’eternità quanti ne ha cavati dal mondo, e gli ha mandati a vivere ne’ chiostri, ne’ deserti e nelle grotte! Povero me, che mi trovo di tanti peccati fatti? il cuore afflitto, l’anima aggravata, l’inferno acquistato, Dio perduto. Ah Dio mio e Padre mio, legamiall’amor tuo.

Considera, come quest’affare eterno è lo più trascurato. A tutto si pensa, fuorché a salvarsi. Per tutto v’è tempo, fuorché per Dio. Si dica ad un mondano che frequenti i sacramenti, che si facciamezz’ora d’orazione il giorno, risponde: Ho figli, ho nipoti, ho possessioni, ho che fare. Oh Dio, e non hai l’anima? Impegna pur le ricchezze, chiama i figli, i nipoti che ti diano aiuto in punto di morte, e ti caccino dall’inferno, se vai dannato. Non ti lusingare di poter accordare Dio e mondo, paradiso e peccati. Il salvarsi non è negozio da trattarlo alla larga; bisogna far violenzaa te stesso, bisogna farti forza, se vuoi guadagnarti la corona immortale. Quanti cristiani si lusingavano che appresso avrebbero servito Dio, e si sarebbero salvati, ed ora stanno nell’inferno! Che pazzia, pensar sempre a quello che finisce così presto, e pensar tanto poco a quello che non ha mai da finire! Ah cristiano, pensa a’ casi tuoi! Pensa che fra poco sloggerai da questa terra, ed anderai alla casa dell’eternità! Povero te, se ti danni! Vedi che non ci potrai rimediare più.

Considera cristiano, e dì: Un’anima ho, se questa mi perdo, ho perduto ogni cosa: un’anima ho, se a danno di questa mi guadagno un mondo, che mi serve? se divento un grand’uomo, e mi perdo l’anima, che mi giova? Se accumulo ricchezze, se avanzo la casa, se ingrandisco i figli, e mi perdo l’anima, che mi giova? Che giovarono le grandezze, i piaceri, le vanità a tanti che vissero nel mondo, ed ora sono polvere in una fossa, e confinati già nell’inferno? Dunque, se l’anima è mia, se un’anima ho, se la sgarro una volta, l’ho sgarrata per sempre; deggio ben pensare a salvarmi. Questo è un punto, che troppo importa. Si tratta di essere o sempre felice, o sempre infelice. O mio Dio, confesso e mi confondo che finora sono vivuto da cieco, sono andato così lontano da te, non ho pensato a salvare quest’unica anima mia. Salvami, o Padre, per Gesù-Cristo: mi contento di perder ogni cosa, purché non perda voi, mio Dio.

Maria, speranza mia, salvami tu colla tua intercessione.

Meditazione per lo martedì – DEL PECCATO MORTALE

Considera, come tu creato da Dio per amarlo, con ingratitudine d’inferno te gli sei ribellato, l’hai trattato da nemico, hai disprezzata la sua grazia, la sua amicizia. Conoscevi che gli davi un gran disgusto con quel peccato, e l’hai fatto? Chi pecca, che fa? volta le spalle a Dio, gli perde il rispetto, alza la mano per dargli uno schiaffo, affligge il cuore di Dio: «Et afflixerunt spiritum sanctum eius (Is. 63)». Chi pecca, dice a Dio col fatto: Allontanati da me, non ti voglio ubbidire, non ti voglio servire, non ti voglio riconoscere per mio Signore: non ti voglio tenere per Dio: il mio Dio è quel piacere, quell’interesse, quella vendetta. Così hai detto nel tuo cuore, quando hai preferita la creatura a Dio. S. Maria Maddalena de’ Pazzi non sapea credere, come un cristiano potesse ad occhi aperti far un peccato mortale; e tu che leggi, che dici? Quanti n’hai commessi? Dio mio, perdonami, abbi pietà di me. Ho offeso te, bontà infinita: odio i peccati miei: t’amo, e mi pento d’averti ingiuriato a torto, o Dio mio, degno d’infinito amore.

Considera, come Dio ti dicea, quando peccavi: Figlio, io sono il tuo Dio, che ti creai dal niente, e ti ricomprai col mio sangue; io ti proibisco di far questo peccato sotto pena della mia disgrazia. Ma tu peccando, dicesti a Dio: Signore, io non voglio ubbidirti, voglio pigliarmi questo gusto, e non m’importa che ti dispiace, e che perdo la tua grazia. «Dixisti, non serviam». Ah mio Dio, e ciò l’ho fatto più volte! come mi avete sopportato? Oh fossi morto prima che avervi offeso! Io non voglio più disgustarvi: io vi voglio amare, o bontà infinita. Datemi voi perseveranza. Datemi il vostro santo amore.

Considera, che quando i peccati giungono a certo numero, fanno che Dio abbandoni il peccatore: «Dominus patienter exspectat, ut cum iudicii dies advenerit, in plenitudine peccatorum puniat» (2. Mach. 6.14). Se dunque, fratello mio, sarai di nuovo tentato di peccare, non dire più: Poi me lo confesso. E se Dio ti fa morire allora? e se Dio ti abbandona? che ne sarà di te per tutta l’eternità? Così tanti si son perduti. Pur essi speravano il perdono, ma è venuta la morte, e si son dannati. Trema che lo stesso non avvenga a te. Non merita misericordia chi vuol servirsi della bontà di Dio per offenderlo. Dopo tanti peccati che Dio t’ha perdonati, giustamente hai a temere che ad un altro peccato mortale che farai, Dio non ti perdoni più. Ringrazialo che t’ha aspettato finora. E fa in questo punto una forte risoluzione di soffrir prima la morte che fare un altro peccato. Dì sempre da ogg’innanzi: Signore, basta quanto v’ho offeso; la vita che mi resta, non la voglio spendere a più disgustarvi (no, che voi non ve lo meritate), la voglio spendere solo ad amarvi, ed a piangere l’offese che v’ho fatte. Me ne pento con tutto il cuore. Gesù mio, vi voglio amare, datemi forza.

Maria, Madre mia, aiutatemi. Amen.

Meditazione per lo mercoledì – DELLA MORTE

Considera, come ha da finire questa vita. È uscita già la sentenza: hai da morire. La morte è certa, ma non si sa quando viene. Che ci vuole a morire? Una goccia che ti cade sul cuore, una vena che ti si rompe nel petto, una suffogazione di catarro, un torrente impetuoso di sangue, un animaletto velenoso che ti morde, una febbre, una puntura, una piaga, un’inondazione, un terremoto, un fulmine, un lampo basta a levarti la vita. La morte verrà ad assalirti, quando meno ci pensi. Quanti la sera si son posti a dormire, e la mattina si son trovati morti! Non può forse ciò succedere anche a te? Tanti che son morti di subito, non se lo pensavano di morir così; ma così sono morti, e se si trovavano in peccato, ora dove stanno? E dove staranno per tutta l’eternità? Ma sia come si voglia; è certo che ha da venire un tempo, nel quale per te si farà notte e non giorno, o si farà giorno e non vedrai la notte. Verrò come un ladro alla scordata e di nascosto, dice Gesu-Cristo. Te lo avvisa per tempo il tuo buon Signore, perché ama la tua salute.

Corrispondi a Dio, approfittati dell’avviso, preparati a ben morire, prima che venga la morte: «Estote parati». Allora non è tempo d’apparecchiarsi, ma di trovarsi apparecchiato. È certo ch’hai da morire. Ha da finire la scena di questo mondo per te, e non sai quando. Chi sa se fra un anno, fra un mese, se domani sarai vivo? Gesù mio, dammi luce e perdonami.

Considera, come nell’ora della morte ti troverai steso in un letto, assistito dal sacerdote che ti ricorderà l’anima, co’ parenti accanto che ti piangeranno, col Crocifisso a capo, colla candela a’ piedi, già vicino a passare all’eternità. Ti sentirai la testa addolorata, gli occhi oscurati, la lingua arsa, le fauci chiuse, il petto aggravato, il sangue gelato, la carne consumata, il cuore trafitto: lascerai ogni cosa, e povero e nudo sarai gittato a marcir in una fossa: quivi i vermi ed i sorci si roderanno tutte le tue carni, e di te non resterà che quattr’ossa spolpate, ed un poco di polvere fetente, e niente più. Apri una fossa, e vedi a che è ridotto quel riccone, quell’avaro, quella donna vana! Così finisce la vita. Nell’ora della morte ti vedrai circondato da’ demonii, che ti metteranno innanzi tutti i peccati commessi da che eri fanciullo. Ora il demonio per indurti a peccare, cuopre e scusa la colpa; dice che non è gran male quella vanità, quel piacere, quella confidenza, quel rancore, che non ci è mal fine in quella conversazione; ma in morte scoprirà la gravezza del tuo peccato; ed al lume di quell’eternità, alla quale starai per passare, conoscerai che male fu aver offeso un Dio infinito. Presto rimedia a tempo, ora che puoi, perché allora non sarà più tempo.

Considera, come la morte è un momento, dal quale dipende l’eternità. Giace l’uomo già vicino a morire, e per conseguenza vicino ad una delle due eternità; e questa sorte sta attaccata a quell’ultima chiusa di bocca, dopo la quale in un punto si trova l’anima o salva, o dannata per sempre. O punto! o chiusa di bocca! o momento donde dipende un’eternità! Un’eternità o di gloria o di pena. Un’eternità o sempre felice o sempre infelice: o di contenti o di affanni. Un’eternità o d’ogni bene o d’ogni male. Un’eternità o d’un paradiso o d’un inferno. Viene a dire che se in quel momento ti salvi, non avrai più guai, sarai sempre contento e beato. Ma se la sgarri, e ti danni, sarai sempre afflitto e disperato, mentre Dio sarà Dio. In morte conoscerai che vuol dire paradiso, inferno, peccato, Dio offeso, legge di Dio disprezzata, peccati lasciati in confessione, roba non restituita. Misero me! dirà il moribondo, da qui a pochi momenti ho da comparir innanzi a Dio? e chi sa qual sentenza mi toccherà? Dove anderò, al paradiso o all’inferno? a godere fra gli angioli o ad ardere fra’ dannati? Sarò figlio di Dio o schiavo del demonio? Fra poco oimè lo saprò, e dove alloggerò la prima volta, ivi resterò in eterno. Ah fra poche ore, fra pochi momenti che ne sarà di me? Che ne sarà di me, se non risarcisco quello scandalo; se non restituisco quella roba, quella fama? se non perdono di cuore al nemico? se non mi confesso bene? Allora detesterai mille volte quel giorno, che peccasti, quel diletto, quella vendetta che ti prendesti: ma troppo tardi, e senza frutto, perché lo farai per mero timor del castigo, senz’amore a Dio. Ah Signore, ecco da questo punto io mi converto a voi, non voglio aspettare la morte; ed ora io v’amo, v’abbraccio e voglio morire abbracciato con voi.

Madre mia Maria, fammi morire sotto il manto tuo, aiutami in quel punto.

Meditazione per lo giovedì – DEL GIUDIZIO FINALE

Considera, come appena l’anima uscirà dal corpo, che sarà condotta innanzi al tribunale di Dio, per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente, da te maltrattato, adirato al sommo. Gli accusatori sono i demonii nemici: i processi i tuoi peccati: la sentenza è inappellabile: la pena un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio te l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza de’ tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, d’omissione e di scandalo. Tutto si ha a pesare in quella gran bilancia della divina giustizia, ed in una cosa, in cui ti troverai mancante, sarai perduto.

Gesù mio e giudice mio, perdonami, prima che m’hai da giudicare.

Considera, come la divina giustizia dovrà giudicare tutte le genti nella valle di Giosafatte, quando (finito il mondo) risusciteranno i corpi per ricevere insieme coll’anima il premio o la pena, secondo le opere loro. Rifletti, come se ti danni, ripiglierai questo tuo medesimo corpo, che servirà per eterna prigione dell’anima sventurata. A quell’amaro incontro l’anima maledirà il corpo, e ‘l corpo maledirà l’anima; sicché l’anima ed il corpo, che ora si accordano in cercar piaceri proibiti, si uniranno a forza dopo morte per essere carnefici di se stessi. All’incontro se ti salvi, questo tuo corpo risorgerà tutto bello, impassibile e risplendente: e così in anima e corpo sarai fatto degno della vita beata. E così finirà la scena di questo mondo. Saran finite allora tutte le grandezze, i piaceri, le pompe di questa terra; tutto è finito. Vi restano solo due eternità, una di gloria e l’altra di pena; l’una beata e l’altra infelice: l’una di gaudii e l’altra di tormenti. Nel paradiso i giusti, nell’inferno i peccatori. Povero allora chi avrà amato il mondo, e per li miseri gusti di questa terra avrà perduto tutto, l’anima, il corpo, il paradiso e Dio.

Considera l’eterna sentenza. Cristo giudice si volterà contra i reprobi e lorodirà: L’avete finita, ingrati, l’avete finita? È già venuta l’ora mia, ora di verità e di giustizia, ora di sdegno e di vendetta. Su, scellerati, avete amata la maledizione, venga sopra di voi: siate maledetti nel tempo, maledetti nell’eternità. Partitevi dalla mia faccia, andate privi d’ogni bene e carichi di tutte le pene al fuoco eterno. «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum» (Matth. 25.41). DopoGesù si volterà agli eletti, e dirà: Venite voi figli miei benedetti, venite a possedere il regno de’ cieli a voi apparecchiato. Venite, non più per portare dietro di me la croce, ma insieme con me la corona. Venite ad essere eredi delle mie ricchezze, compagni della mia gloria; venite a cantare in eterno le mie misericordie: venite dall’esilio alla patria, dalle miserie alla gioia, venite dalle lagrime al riso, venite dalle pene all’eterno riposo: «Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum». Gesù mio, spero anch’io d’esser uno di questi benedetti. Io v’amo sopra ogni cosa; beneditemi da quest’ora.

E beneditemi voi, Madre mia Maria.

Meditazione per lo venerdì – DELL’INFERNO

Considera, come l’inferno è una prigione infelicissima, piena di fuoco. In questo fuoco stan sommersi i dannati, avendo un abisso di fuoco di sopra, un abisso d’intorno, un abisso di sotto. Fuoco negli occhi, fuoco nella bocca, fuoco per tutto. Tutti poi i sensi han la lor propria pena, gli occhi accecati dal fumo e dalle tenebre, ed atterriti dalla vista degli altri dannati e de’ demonii. Le orecchie odono giorno e notte continui urli, pianti, bestemmie. L’odorato èappestato dal fetore di quegl’innumerabili corpi puzzolenti. Il gusto è crucciato da ardentissima sete e da fame canina, senza potere ottener mai una goccia d’acqua, né un tozzo di pane. Onde quegl’infelici carcerati, arsi dalla sete, divorati dal fuoco, afflitti da tutti i tormenti, piangono, urlano, si disperano, ma non vi è, né vi sarà mai chi li sollevi o li consoli. O inferno, inferno! che non ti vogliono credere alcuni, se proprio non vi cadono! Che dici tu che leggi? Se ora avessi a morire, dove anderesti? Tu non ti fidi di soffrire una scintilla di candela sulla mano, e ti fiderai poi di stare in un lago di fuoco che ti divori, sconsolato ed abbandonato da tutti per tutta l’eternità?

Considera poi la pena che avranno le potenze. La memoria sarà sempre tormentata dal rimorso della coscienza: questo è quel verme che sempre roderà il dannato, nel pensare al perché si è dannato volontariamente, per pochi gusti avvelenati. Oh Dio che gli pareranno allora quei momenti di gusto, dopo cento, dopo mille milioni d’anni d’inferno? Questo verme gli ricorderà il tempo che l’ha dato Dio per rimediare; le comodità che l’ha presentate per salvarsi; i buoni esempi de’ compagni; i propositi fatti, ma non eseguiti. Ed allora vedrà che non vi è più rimedio alla sua rovina eterna. Oh Dio, oh Dio, e che doppio inferno sarà questo! La volontà sarà sempre contraddetta, e non avrà mai niente di ciò che vorrà, ed avrà sempre quel che non vorrà, cioè tutti i tormenti. L’intelletto conoscerà il gran bene che ha perduto, cioè il paradiso e Dio. O Dio, o Dio, perdonatemi per amor di Gesu-Cristo.

Peccatore, tu che ora non ti curi di perderti il paradiso e Dio, conoscerai la tua cecità, quando vedrai i beati trionfare e godere nel regno de’ cieli, e tu come cane puzzolente sarai cacciato via da quella patria beata, dalla bella faccia di Dio, dalla compagnia di Maria, degli angioli e de’ santi. Allora smaniando griderai: O paradiso di contenti, o Dio bene infinito, non sei né sarai più mio? Su, penitenza: muta vita: non aspettare che non vi sia anche per te più tempo. Datti a Dio: comincia ad amarlo davvero.

Prega Gesù, prega Maria che abbiano pietà di te.

Meditazione per lo sabbato – DELL’ETERNITÀ DELLE PENE

Considera, come nell’inferno non v’è fine: si patiscono tutte le pene, e tutte eterne. Sicché passeranno cento anni di quelle pene, ne passeranno mille, e l’inferno allora comincia; ne passeranno cento mila, e cento milioni, mille milioni d’anni e di secoli, e l’inferno sarà da capo. Se un angelo a quest’ora portasse la nuova ad un dannato che Dio lo vuol cacciare dall’inferno, ma quando? quando saran passati tanti milioni di secoli, quante sono le goccie d’acque, le frondi degli alberi e le arene del mare e della terra, voi vi spaventereste; ma pur è vero che quegli farebbe più festa a questa nuova, che non fareste voi, se aveste la nuova d’esser fatto re d’un gran regno. Sì, perché direbbe il dannato: È vero che hanno da passare tanti secoli, ma ha da venire un giorno che han da finire. Ma ben passeranno tutti questi secoli, e l’inferno sarà da capo; si moltiplicheranno tante volte tutti questi secoli, quante sono le arene, le goccie, le frondi, e l’inferno sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo patto con Dio: Signore, accrescete voi quanto vi piace la pena mia: allungatela per quanto tempo vi piace; basta che ponghiate termine, e son contento. Ma no, questo termine non vi sarà mai. Almeno il povero dannato potesse ingannare se stesso, e lusingarsi con dire: Chi sa, forse un giorno Dio avrà pietà di me, e mi caccerà dall’inferno! No, il dannato si vedrà sempre in faccia scritta la sentenza della sua dannazione eterna, e dirà: Dunque tutte queste pene ch’ora patisco, questo fuoco, questa malinconia, queste grida non hanno da finire mai, mai? E quanto tempo dureranno? sempre, sempre. Oh mai! Oh sempre! Oh eternità! Oh inferno! Come? gli uomini ti credono, e peccano, e seguitano a vivere in peccato?

Fratello mio, sta attento, pensa che per te ancora sta l’inferno, se pecchi. Già arde sotto i tuoi piedi questa orrenda fornace, ed a quest’ora che leggi quante anime vi stan cadendo? Pensa che se tu ci arrivi una volta, non ne potrai uscire più. E se qualche volta già t’hai meritato l’inferno, ringrazia Dio che non ti ci ha mandato; e presto, presto rimedia quanto puoi, piangi i tuoi peccati; piglia i mezzi più atti che puoi per salvarti: confessati spesso, leggi questo o altro libretto spirituale ogni giorno, prendi la divozione a Maria col rosario ogni giorno, col digiuno ogni sabbato: nelle tentazioni resisti, chiamando spesso Gesù e Maria: fuggi l’occasioni di peccare, e se Dio ti chiama anche a lasciare il mondo, fallo, lascialo: ogni cosa che si fa per iscampare da una eternità di pene è poco, è niente. «Nulla nimia securitas, ubi periclitatur aeternitas» (S. Bern.). Per assicurarci nell’eternità non vi è cautela che basti. Vedi quanti anacoreti, per sfuggire l’inferno sono andati a vivere nelle grotte, ne’ deserti! E tu che fai, dopoché tante volte t’hai meritato l’inferno? Che fai? che fai? Vedi che ti danni. Datti a Dio, e digli: Signore, eccomi, voglio fare tutto quello che volete da me.

Maria, aiutami.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori “Massime eterne cioè meditazioni per ciascun giorno della settimana”)

 

 

 

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Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori: “MORTE DEL PECCATORE MORTE DEL GIUSTO” “INFERNO, PURGATORIO, PARADISO” “SALVEZZA ETERNA DANNAZIONE ETERNA”

 “La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio”

(Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa)

 

“MORTE DEL PECCATORE”

PUNTO I

Al presente i peccatori discacciano la memoria e ‘l pensiero della morte, e così cercano di trovar pace (benché non la trovino mai) nel vivere che fanno in peccato; ma quando si troveranno nell’angustie della morte, prossimi ad entrare nell’eternità: «Angustia superveniente, pacem requirent, et non erit»; allora non possono sfuggire il tormento della loro mala coscienza; cercheranno la pace, ma che pace può trovare un’anima, ritrovandosi aggravata di colpe, che come tante vipere la mordono? che pace, pensando di dover comparire tra pochi momenti avanti di Gesu-Cristo giudice, del quale sino ad allora ha disprezzata la legge e l’amicizia? «Conturbatio super conturbationem veniet». La nuova già ricevuta della morte, il pensiero di doversi licenziare da tutte le cose del mondo, i rimorsi della coscienza, il tempo perduto, il tempo che manca, il rigore del divino giudizio, l’eternità infelice che si aspetta a’ peccatori: tutte queste cose componeranno una tempesta orrenda, che confonderà la mente ed accrescerà la diffidenza; e così confuso e sconfidato il moribondo passerà all’altra vita. Abramo con gran merito sperò in Dio contro la speranza umana, credendo alla divina promessa: «Contra spem in spem credidit»  (Rom.4. 18).

Ma i peccatori con gran demerito e falsamente per loro ruina sperano, non solo contro la speranza, ma ancora contro la fede, mentre disprezzano anche le minacce, che Dio fa agli ostinati. Temono essi la mala morte, ma non temono di fare una mala vita. Ma chi gli assicura di non morire di subito con un fulmine, con una goccia, con un butto di sangue? ed ancorché avessero tempo in morte da convertirsi, chi gli assicura che da vero si convertiranno? S. Agostino ebbe da combattere dodici anni per superare i suoi mali abiti; come potrà un moribondo, che sempre è stato colla coscienza imbrattata, in mezzo a i dolori, agli stordimenti della testa e nella confusione della morte fare facilmente una vera conversione? Dico «vera», perché allora non basta il dire e promettere; ma bisogna dire e promettere col cuore.

Oh Dio, e da quale spavento resterà preso e confuso allora il misero infermo, ch’è stato di coscienza trascurata, in vedersi oppresso da’ peccati e da’ timori del giudizio, dell’inferno e dell’eternità! In quale confusione lo metteranno questi pensieri, quando si troverà svanito di testa, oscurato di mente e assalito da’ dolori della morte già vicina! Si confesserà, prometterà, piangerà, cercherà pietà a Dio, ma senza sapere quel che si faccia; ed in questa tempesta di agitazioni, di rimorsi, d’affanni e di spaventi passerà all’altra vita. «Turbabuntur populi, et pertransibunt» (Iob. 34. 20). Ben dice un autoreche le preghiere, i pianti e le promesse del peccator moribondo sono appunto come i pianti e le promesse di taluno, che si vede assalito dal suo nemico, il quale gli tiene posto il pugnale alla gola per torgli allora la vita. Misero, chi si mette a letto in disgrazia di Dio, e di là se ne passa all’eternità!

Affetti e preghiere

O piaghe di Gesù, voi siete la speranza mia. Io dispererei del perdonode’ miei peccati e della mia salute eterna, se non rimirassi voi fonti di pietà e di grazia, per mezzo di cui un Dio ha sparso tutto il suo sangue, per lavare l’anima mia da tante colpe commesse. Vi adoro dunque, o sante piaghe, ed in voi confido. Detesto mille volte e maledico quei piaceri indegni, per li quali ho disgustato il mio Redentore, e miseramente ho perduta la sua amicizia. Guardando dunque voi, sollevo le mie speranze, e verso voi rivolgo gli affetti miei. Caro mio Gesù, Voi meritate che tutti gli uomini v’amino, e v’amino con tutto il loro cuore; ma io vi ho tanto offeso ed ho disprezzato il vostro amore, e Voi ciò non ostante mi avete così sopportato, e con tanta pietà mi avete invitato al perdono. Ah mio Salvatore, non permettete ch’io più vi offenda, e mi danni. Oh Dio! che pena mi sarebbe nell’inferno la vista del vostro sangue e di tante misericordie che mi avete usate! Io v’amo e voglio sempre amarvi. Datemi Voi la santa perseveranza. Staccate il mio cuore da ogni amore che non è per Voi, e stabilite in me un vero desiderio e risoluzione di amare da oggi avanti solamente Voi, mio sommo bene. O Maria Madre mia, tiratemi a Dio, e fatemi essere tutto suo, prima ch’io muoia.

PUNTO II

Non una, ma più e molte saranno le angustie del povero peccator moribondo. Da una parte lo tormenteranno i demoni. In morte questi orrendi nemici mettono tutta la forza per far perdere quell’anima, che sta per uscire diquesta vita, intendendoche poco tempo lor resta da guadagnarla, e che se la perdono allora, l’avran perduta per sempre. «Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Apoc. 12. 12). E non uno sarà il demonio, che allora tenterà, ma innumerabili che assisteranno al moribondo per farlo perdere. «Replebuntur domus eorum draconibus» (Is. 13. 21). Uno gli dirà: Non temere che sanerai. Un altro dirà: E come? tu per tanti anni sei stato sordo alle voci di Dio, ed ora esso vorrà usarti pietà? Un altro: Come ora puoi rimediare a quelli danni fatti? a quelle fame tolte? Un altro: Non vedi che le tue confessioni sono state tutte nulle, senza vero dolore, senza proposito? come puoi ora più rifarle?

Dall’altra parte si vedrà il moribondo circondato da’ suoi peccati. «Virum iniustum mala capient in interitu» (Ps. 139. 12). Questi peccati come tanti satelliti, dice S. Bernardo,lo terranno afferrato e gli diranno: «Opera tua sumus, non te deseremus». Noi siamo tuoi parti, non vogliamo lasciarti; ti accompagneremo all’altra vita, e teco ci presenteremo all’eterno giudice. Vorrà allora il moribondo sbrigarsi da tali nemici, ma per isbrigarsene bisognerebbe odiarli, bisognerebbe convertirsi di cuore a Dio; ma la mente è ottenebrata, e ‘l cuore è indurito. «Cor durum habebit male in novissimo: et qui amat periculum, peribit in illo» (Eccli. 3. 27).

Dice S. Bernardoche il cuore, ch’è stato ostinato nel male in vita, farà i suoi sforzi per uscire dallo stato di dannazione, ma non giungerà a liberarsene, ed oppresso dalla sua malizia nel medesimo stato finirà la vita. Egli avendo sino ad allora amato il peccato, ha insieme amato il pericolo della sua dannazione; giustamente perciò permetterà il Signore che allora perisca in quel pericolo, nel quale ha voluto vivere sino alla morte. Dice S. Agostino che chi è lasciato dal peccato, prima ch’egli lo lasci, in morte difficilmente lo detesterà come deve; perché allora quel che farà, lo farà a forza: «Qui prius a peccato relinquitur, quam ipse relinquat, non libere, sed quasi ex necessitate condemnat».

Misero dunque quel peccatore ch’è duro, e resiste alle divine chiamate! «Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Egli l’ingrato in vece di rendersi ed ammollirsi alle voci di Dio, si è indurito come più s’indurisce l’incudine a’ colpi del martello. In pena di ciò talancora si ritroverà in morte, benché si ritrovi in punto di passare all’eternità. «Cor durum habebit male in novissimo». I peccatori, dice il Signore, mi han voltate le spalle per amore delle creature: «Verterunt ad me tergum, et non faciem, et in tempore afflictionis suae dicent: Surge, et libera nos. Ubi sunt dii tui, quos fecisti tibi? surgant, et liberent te» (Ier. 2. 27). I miseri in morte ricorreranno a Dio, e Dio loro dirà: Ora a me ricorrete? chiamate le creature che vi aiutino; giacché quelle sono state i vostri dei. Dirà così il Signore, perché essi ricorreranno, ma senz’animo vero di convertirsi. Dice S. Girolamo tener egli quasi per certo ed averlo appreso coll’esperienza che non farà mai buon fine, chi ha fatta mala vita sino alla fine: «Hoc teneo, hoc multiplici experientia didici, quod ei non bonus est finis, cui mala semper vita fuit» (In epist. Eusebii ad Dam.).

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, aiutatemi, non mi abbandonate, io vedo l’anima mia tutta impiagata da’ peccati; le passioni mi fanno violenza, i mali abitimi opprimono; mi butto a’ piedi vostri; abbiate pietà di me e liberatemi da tanti mali.«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».Non permettete che si perda un’anima, che confida in Voi. «Ne tradas bestiis animam confitentem tibi». Io mi pento d’avervi offeso, o bontà infinita; ho fatto male, lo confesso: voglio emendarmi ad ogni costo; ma se Voi non mi soccorrete colla vostra grazia, io son perduto. Ricevete, o Gesù mio, questo ribelle, che vi ha tanto oltraggiato. Pensate che vi ho costato il sangue e la vita. Per li meriti dunque della vostra passione e morte ricevetemi tra le vostre braccia, e datemi la santa perseveranza. Io era già perduto, Voi mi avete chiamato; ecco io non voglio più resistere, a Voi mi consagro; legatemi al vostro amore, e non permettete ch’io vi perda più, con perdere di nuovo la vostra grazia; Gesù mio, non lo permettete.

Regina Mia Maria, non lo permettete; impetratemi prima la morte e mille morti ch’io abbiada perdere di nuovo la grazia del vostro Figlio.

PUNTO III

Gran cosa! Dio non fa altro che minacciare una mala morte a’ peccatori: «Tunc invocabunt me, et non exaudiam» (Prov. 1. 18). «Nunquid Deus exaudiet clamorem eius, cum venerit super eum angustia» (Iob. 27. 9). «In interitu vestro ridebo, et subsannabo» (Prov. 1. 26). («Ridere Dei est nolle misereri», S. Gregor.). «Mea est ultio, et ego retribuam eis in tempore, ut labatur pes eorum» (Deuter. 32. 35). Ed in tanti altri luoghi minaccia lo stesso; ed i peccatori vivono in pace, sicuri come Dio avesse certamente promesso loro in morte il perdono e il paradiso. È vero che in qualunque ora si converte il peccatore, Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà: «In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). «Moriemini in peccatis vestris» (ibid. 24). Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà: «Quaeretis me, et non invenietis (Io. 7. 34). Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: «Quaerite Dominum, dum inveniri potest» (Is. 55. 6). Sì, perché vi sarà un tempo che non potrà piùtrovarsi. Poveri peccatori! poveri ciechi, che si riducono a convertirsi all’ora della morte, in cui non sarà più tempo di convertirsi! Dice l’Oleastro: «Impii nusquam didicerunt benefacere, nisi cum non est tempus benefaciendi». Dio vuol salvi tutti, ma castiga gli ostinati.

Se mai alcun miserabile ritrovandosi in peccato, fosse colto dalla goccia, e stesse destituto di sensi, qual compassione farebbe a tutti il vederlo morire senza sagramentie senza segno di penitenza? qual contento poi avrebbe ognuno, se costui ritornasse in sé e cercasse l’assoluzione, e facesse atti di pentimento? Ma non è pazzo poi chi avendo tempo di far ciò, siegue a stare in peccato? o pure torna a peccare e si mette in pericolo che lo colga la morte, nel tempo della quale forse lo farà, e forse no? Spaventa il veder morire alcuno all’improvviso, e poi tanti volontariamente si mettono al pericolo di morire così, e morire in peccato!

«Pondus et statera iudicia Domini sunt» (Prov. 16. 21). Noi non teniamo conto delle grazie, che ci fa il Signore; ma ben ne tiene conto il Signore e le misura; e quando le vede disprezzate sino a certi termini, lascia il peccatore nel suo peccato, e così lo fa morire. Misero chi si riduce a far penitenza in morte. «Poenitentia, quae ab infirmo petitur, infirma est», dice S. Agostino (Serm. 57. de Temp. ). S. Geronimo dice che di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà: «Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus» (S. Hier. in Epist. Euseb. de morte eiusd.). Dice S. Vincenzo Ferrerio (Serm. I. de Nativ. Virg.) che sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. «Maius miraculum est, quod male viventes faciant bonum finem, quam suscitare mortuos». Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?

Narra il Bellarminoch’essendo egli andato ad assistere ad un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapea ciò che si fosse contrizione. Bellarmino procurò di spiegarcelo, ma l’infermo disse: «Padre, io non v’intendo, io non son capace di queste cose». E così se ne morì. «Signa damnationis suae satis aperte relinquens», come il Bellarmino lasciò scritto. Giusto castigo, dice S. Agostino, sarà del peccatore, che si dimentichi di sé in morte, chi in vita si è scordato di Dio: «Aequissime percutitur peccator, ut moriens obliviscatur sui qui vivens oblitus est Dei «(Serm. 10. de Sanct.).

«Nolite errare (intanto ci avverte l’Apostolo), Deus non irridetur: quae enim seminaverit homo, haec et metet; qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem» (Galat. 6.7) Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma «Deus non irridetur». Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati di carne, altro non tocca che corruzione, miseria e morte eterna.

Cristiano mio, quel che si dice per gli altri, si dice anche per voi. Ditemi se vi trovaste già in punto di morte, disperato da’ medici, destituto di sentimenti e ridotto già in agonia, quanto preghereste Dio che vi concedesse un altro mese, un’altra settimana di tempo allora, per aggiustare i conti della vostra coscienza? E Dio già vi dà questo tempo. Ringraziatelo e presto rimediate al mal fatto, e prendete tutti i mezzi per ritrovarvi in istato di grazia, quando verrà la morte, perché allora non sarà più tempo di rimediare.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, e chi avrebbe avuta tanta pazienza con me, quanta ne avete avuta Voi? Se la vostra bontà non fosse infinita, io diffiderei del perdono. Ma tratto con un Dio, ch’è morto per perdonarmi e per salvarmi. Voi mi comandate ch’io speri, ed io voglio sperare. Se i peccati miei mi spaventano e mi condannano, mi danno animo i vostri meriti e le vostre promesse. Voi avete promessa la vita della vostra grazia a chi ritorna a Voi: «Revertimini, et vivite (Ezech. 18. 32)». Avete promesso di abbracciare chi a Voi si volta: «Convertimini ad me, et convertar ad vos» (Zach.1. 3). Avete detto che non sapete disprezzare chi s’umilia e si pente: «Cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps. 50).

Eccomi, Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi volgo, mi confesso degno di mille inferni e mi pento d’avervi offeso: io vi prometto fermamente di non volervi più offendere e di volervi sempre amare. Deh non permettete che ioviva più ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per li meriti dell’ubbidienza di Gesu-Cristo, che morì per ubbidirvi, fate ch’io ubbidisca a’ vostri voleri sino alla morte. V’amo, o sommo bene, e per l’amore che vi porto, voglio ubbidirvi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando.

 

 “MORTE DEL GIUSTO”

PUNTO I

La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: «Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua» (Trans. Malach.). «Finis laborum», sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. «Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis» (Iob. 14. 1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? «Tanquam vita petitur supplicii mora» (Ep. 101).

Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino:«Quid est diu vivere, nisi diu torqueri?» (Serm. 17. de Verbo Dom.). Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: «Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem» (Ser. 43). Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: «Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che ci sia data per sollievo, non per castigo: «Ut mors remedium videatur esse, non poena». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. «Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis» (Apoc. 14. 13).

I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. «Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis» (Sap. 3. 1). I Santi, questi non già si accorano con quel «Proficiscere», che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. «Deus cordis mei» (sempre essi così sono andati dicendo), «et pars mea, Deus, in aeternum». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesu-Cristo spogliati de’ loro beni: «Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam» (Hebr. cap. 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: «Deus meus, et omnia», con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.

Chi muore poiamando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offrirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesu-Cristo offrì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: «In pace in idipsum dormiam, et requiescam». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesu-Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

Affetti e preghiere

O amato mio Gesù, che per ottenere a me una morte soave, avete voluto fare una morte sì acerba sul Calvario, quando sarà ch’io vi vedrò? La prima volta che mi toccherà a vedervi, io vi vedrò da mio giudice in quello stesso luogo dove spirerò. Che vi dirò io allora? Che mi direte Voi? Io non voglio aspettare a pensarvi allora, voglio ora premeditarlo. Io vi dirò così: Caro mio Redentore, Voi dunque siete quegli,che siete morto per me? Io un tempo v’ho offeso e vi sono stato ingrato, e non meritava perdono; ma poi aiutato dalla vostra grazia mi sono ravveduto, e nel resto della vita mia ho pianti i miei peccati, e Voi mi avete perdonato; perdonatemi di nuovo, ora che sto a’ piedi vostri, e datemi Voi stesso un’assoluzione generale delle mie colpe. Io non meritava d’amarvi più, per aver disprezzato il vostro amore; ma Voi per vostra misericordia vi avete tirato il mio cuore, che se non v’ha amato secondo il vostro merito, almeno v’ha amato sopra ogni cosa, lasciando tutto per dar gusto a Voi. Ora che mi dite? Vedo che ‘l paradiso e ‘l possedervi nel vostro regno è un bene troppo grande per me; ma io non mi fido di viver lontano da Voi, maggiormente ora che m’avete fatta conoscere la vostra amabile e bella faccia. Vi cerco dunque il paradiso, non per più godere, ma per meglio amarvi. Mandatemi al purgatorio per quanto vi piace. No, neppure iovoglio venire in quella patria di purità e vedermi tra quell’anime pure così sordido di macchie, come sono al presente. Mandatemi a purgarmi, ma non mi discacciate per sempre dalla vostra faccia; basta che un giorno poi, quando vi piace, mi chiamate al paradiso a cantare in eterno le vostre misericordie. Per ora via su, amato mio giudice, alzate la mano e beneditemi; e ditemi ch’io son vostro, e che Voi siete e sarete sempre mio. Io sempre vi amerò, Voi sempre mi amerete. Ecco ora vado lontano da Voi, vado al fuoco; ma vado contento, perché vo ad amarvi, mio Redentore, mio Dio, mio tutto. Vo contento sì, ma sappiate che in questo tempo, in cui starò lungi da Voi, sappiate che questa sarà la maggiore delle mie pene, lo star da Voi lontano. Vo, Signore, a contare i momenti della vostra chiamata. Abbiate pietà di un’anima, che v’ama con tutta se stessa, e sospira di vedervi per meglio amarvi.

Così spero, Gesù mio, di dirvi allora. Pertanto vi prego di darmi la grazia di vivere in modo, che possa dirvi allora quel che ora ho pensato. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore.

E soccorretemi Voi, o Madre di Dio, Maria, pregate Gesù per me.

PUNTO II

«Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit» (Apoc. 21. 4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra «inter laqueos ambulamus»: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa,ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.

Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso rideva; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? «Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis?» Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia rovina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. «Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius?» (Rom. 7. 24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: «Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum» (Cant. 4. 8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesu-Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» (Philipp. 1. 21).

È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: «Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius» (Sap. 4. 11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. «Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum», dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?

In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. «Septies enim cadet iustus» (Prov. 24. 16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. «Quid est mors (dicea S. Ambrogio ) nisi sepultura vitiorum?» (De Bono mort. cap. 4). Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogiodicea: «Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum?» Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. «Mortuus nescit peccare», dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: «Laudavi magis mortuos, quam viventes» (Eccl. 4. 2). Un certo uomoda bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

Affetti e preghiere

«In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis».Ah mio dolce Redentore, che sarebbe di me, se mi aveste fatto morire, quando io stava lontano da Voi? Starei già nell’inferno, dove non vi potrei più amare. Vi ringrazio di non avermi abbandonato e di avermi fatte tante grazie, per guadagnarvi il mio cuore. Mi pento di avervi offeso. V’amo sopra ogni cosa. Deh vi prego, fatemi sempre più conoscere il male che ho fatto in disprezzarvi, e l’amore che merita la vostra bontà infinita. V’amo, e desidero presto di morire (se a Voi così piace) per liberarmi dal pericolo di tornare a perdere la vostra grazia, e per assicurarmi di amarvi in eterno. Deh per questi anni che mi restano di vita, amato mio Gesù, datemi forza di fare qualche cosa per Voi, prima che venga la morte. Datemi fortezza contro le tentazioni e le passioni, specialmente contro la passione che per lo passato più mi ha tirato a disgustarvi. Datemi pazienza nelle infermità e nell’ingiurie che riceverò dagli uomini. Io ora per amor vostro perdono ognuno che mi ha fatto qualche disprezzo, e vi prego a fargli quelle grazie che desidera. Datemi forza di esser più diligente ad evitare anche le colpe veniali, circa le quali conosco d’esser trascurato. Mio Salvatore, aiutatemi, io spero tutto ne’ meriti vostri; e tutto confido nella vostra intercessione, o Madre e speranza mia Maria.

PUNTO III

La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. «Finis laborum, vitae ianua», come dice S. Bernardo.Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. «Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam» (Ps. 117. 20). S. Girolamopregava la morte, e le diceva: «Aperi mihi, soror mea». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprireil paradiso a vedere Dio.

Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: «Educ de custodia animam meam» (Ps. 141. 8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Dice S. Ambrogio: «Quasi necessitate teneretur, dimitti petit». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: «Cupio dissolvi, et esse cum Christo» (Philip. 1).

Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve deve essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? «Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino» (2. Cor. 5. 6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunoneche la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: «Mors dicenda non est, sed vitae principium». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. «Non est iustis mors, sed translatio», S. Attanagio.A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino,e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? «O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium!» Pertanto con ansia pregava il Santo:«Eia moriar, Domine, ut Te videam».

Ben deve temere la morte, dice S. Cipriano,il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: «Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesu-Cristo, come ci fu promesso per Osea: «Ero mors tua, o mors» (Os. 13. 41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegroalla morte? Rispose il Santo: «Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo» (Ap. Euseb. l. 4. c. 14). Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: «Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius».

Affetti e preghiere

Oh Dio dell’anima mia, io vi ho disonorato per lo passato, voltandovi le spalle; ma vi ha onorato il vostro Figlio, sagrificandovi la vita sulla croce; per l’onore dunque che vi ha dato il vostro diletto Figlio, perdonatemi il disonore che v’ho fatt’io. Mi pento, o sommo bene, d’avervi offeso, e vi prometto da oggi avanti di non amare altro che Voi. La mia salvezza da Voi la spero. Quanto al presente ho di bene, tutto è grazia vostra, tutto da Voi lo riconosco. «Gratia Dei sum id quod sum». Se per lo passato v’ho disonorato, spero d’onorarvi in eterno con benedire la vostra misericordia. Io mi sento un gran desiderio di amarvi; questo Voi me lo date, ve ne ringrazio, amor mio. Seguite, seguite ad aiutarmi, come avete cominciato, ch’io spero da ogg’innanzi d’esser vostro e tutto vostro. Rinunzio a tutt’i piaceri del mondo. E che maggior piacere posso aver io, che dar gusto a Voi, mio Signore così amabile, e che mi avete tanto amato? Amore solamente vi cerco, o mio Dio, amore, amore; e spero di cercarvi sempre amore, amore; finchémorendo nel vostro amore, io giunga al regno dell’amore, dove senza più domandarlo sarò pieno d’amore, senza mai cessare un momento di amarvi ivi in eterno, e con tutte le mie forze.

Maria Madre mia, Voi che tanto amate il vostro Dio, e tanto desiderate di vederlo amato, fate che iol’ami assai in questa vita, acciocché io l’ami assai nell’altra per sempre.

(SANT’ ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI da “APPARECCHIO ALLA MORTE”)

Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)” San Gregorio Magno: “la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio”

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)”

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

“Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato.

Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove.

Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24)”. Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24).” Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.”

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“Ma io domando: che cosa offrirà, nel giorno del giudizio, colui che sarà rapito dal cospetto del Giudice, separato dalla compagnia degli eletti, privato della luce, tormentato nel fuoco eterno? Il Signore stesso ci suggerisce questo pensiero quando dice rapidamente: <<Così avverrà alla fine del mondo: gli angeli verranno e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco, dove sarà pianto e stridore di denti>> (Mt 13, ).

Queste parole del signore, fratelli carissimi, sono piuttosto da temere che da spiegare. I tormenti riservati ai peccatori sono indicati chiaramente, affinché nessuno possa addurre la scusa che non lo sapeva, perché dei tormenti futuri era stato parlato oscuramente. Per di più il Signore domanda: <<Avete udito tutte queste cose? >>. E quelli rispondono: <<Si!>> (Mt 13).”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, XI , pag. 121)

 

“Colui che ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, o si deturpa con le immondizie della lussuria, o si insuperbisce della sua dignità, o brucia nel fuoco dell’invidia, o desidera prosperità negli affari del mondo, rifiuta di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Va per una via sbagliata, colui che cerca gioie e piaceri, dopo che la sua guida gli ha indicato la via della penitenza.

Richiamiamo alla nostra mente i peccati commessi; pensiamo che il Giudice verrà a punirli severamente; prepariamo l’animo ai lamenti: la nostra vita si maceri per poco tempo nella penitenza, se non vuol sentire un’eterna amarezza dopo il castigo. Attraverso il pianto si giunge alla gioia; così ci promette la stessa Verità, che dice: <<Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!>> (Mt 5,5). Per la via del piacere, invece, si arriva al pianto, come ci assicura il signore quando dice: <<Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e vi lamenterete!>> (Lc 6,25). Se, dunque, vogliamo la gioia del premio quando saremo alla meta, accettiamo l’amarezza della penitenza finché siamo in cammino.”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, II, pag. 60)

 

“Se ciascuno di voi, in misura della propria capacità e dell’ispirazione che gli viene dall’alto, richiama il prossimo dal vizio, lo esorta a ben fare, lo istruisce sul regno eterno e sui castighi riservati ai peccatori, mentre annunzia la parola di salvezza, è veramente un angelo. Nessuno si scusi con il dire: io non ho l’arte di ammonire; non sono atto a esortare. Fa’ quello che puoi, se non vuoi che ti sia richiesto nei tormenti quel talento che avevi ricevuto e hai mal trafficato. Ricordi? Aveva ricevuto un solo talento quel tale che si preoccupò di nasconderlo e non di farlo fruttare.

( … ) Chi in cuor suo ha già udito la voce del divino amore, faccia risuonare alle orecchie del prossimo una parola di esortazione. Ci sarà forse chi non ha pane per fare l’elemosina ai bisognosi, ma è dono molto più prezioso quello che può dare chi ha la lingua. Val più nutrire di celeste dottrina l’anima destinata a vivere in eterno, che non saziare di pane terrestre il ventre di questo corpo destinato a morire. Non vogliate, dunque, o miei fratelli, negare al prossimo l’elemosina della parola!”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, VI , pag. 85-86)

Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza e l’eternità dell’ INFERNO : “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

Parla Gesù Cristo:

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

I NOVISSIMI : MORTE, GIUDIZIO, INFERNO, PARADISO. Secondo le rivelazioni del Cielo e dei Santi

«In tutte le tue opere, dice il Savio, proponiti sotto gli occhi i tuoi novissimi, e non peccherai mai » (Eccli. VII, 40).

“In tutte le tue opere ricordati dei tuoi Novissimi e non cadrai mai nel peccato” Siracide (7, 36).

 

I. –  MORTE.

Gli ultimi momenti dei peccatori, degl’imperfetti e dei perfetti. 

Parole di Dio a S. Caterina da Siena: «I demonii sono ministri incaricati di tormen­tare i dannati nell’inferno e di esercitare e provare la virtù delle anime in questa vita. La loro intenzione non è certamente di provare la virtù, perchè non hanno la ca­rità; essi vogliono distruggerla in voi, ma non lo potranno mai fare, se voi non volete consentirvi.

« Ora considera la pazzia dell’uomo che si rende debole per il mezzo appunto ch’io gli avevo dato per esser forte, e che si abban­dona da se stesso nelle mani del demonio. Perciò voglio che tu sappia ciò che accade nel momento della morte a quelli che, du­rante la loro vita, hanno volontariamente ac­cettato il giogo del demonio, il quale non poteva costringerveli.

« I peccatori che muoiono nel loro pec­cato, non hanno altri giudici che se stessi; il giudizio della loro coscienza basta, ed essi si precipitano con disperazione nell’eterna dannazione. Prima di passarne la soglia, essi l’accettano per odio della virtù, scelgono l’in­ferno coi demonii, loro signori.

« All’opposto i giusti, che  vissero nella carità, muoiono nell’amore. Quando viene il loro ultimo istante, se hanno praticata perfettamente la virtù, illuminati dal lume della fede e sostenuti dalla speranza del sangue dell’Agnello; veggono il bene che io ho loro apparecchiato, e colle braccia dell’amore lo abbracciano stringendo con strette d’amore me sommo ed eterno bene nell’ultima estre­mità della morte. E così gustano vita eterna prima che abbiano lasciato il corpo mortale, cioè prima che sia separata l’anima dal corpo.

« Per quelli che passarono la loro vita in una carità comune senza aver raggiunta quella gran perfezione, quando arrivano alla morte, essi si gettano nelle braccia della mia misericordia col medesimo lume della fede e colla medesima speranza ch’ebbero in un grado inferiore. Essendo stati imperfetti, essi abbracciano la mia misericordia, perchè la trovano più grande delle loro colpe. I pec­catori fanno il contrario: essi veggono con disperazione il posto che li attende e con odio l’accettano.

« Gli uni e gli altri non attendono di es­sere giudicati, ma partonsi di questa vita, e riceve ognuno il luogo suo. Lo gustano e lo posseggono prima che si partano dal corpo, nell’estremità della morte. I dannati seguono l’odio e la disperazione; i perfetti seguono l’amore, il lume della fede, la speranza del sangue dell’Agnello; gl’imperfetti si affidano alla mia misericordia e vanno in purgatorio » (Dialogo, c. XLII).

Pace delle anime sante nel momento della morte. 

« Quant’è felice l’anima dei giusti quando essi arrivano al momento della morte… A costoro non nuoce la visione dei demonii, perchè veggono me per la fede e mi posseg­gono per l’amore e perchè in loro non è ve­leno di peccato. La oscurità e terribilezza loro ad essi non dà noia nè alcun timore, perchè il loro timore non è servile, ma santo. Onde non temono i loro inganni; perchè col lume soprannaturale e col lume della Sacra Scrittura ne conoscono gl’inganni; sicchè non ricevono tenebre nè turbazione di mente. Essi muoiono gloriosamente bagnati nel sangue del mio Figliuolo, colla fame della salute delle anime e, tutti affocati nella carità del pros­simo, passano per la porta del Verbo divino, entrano in me e dalla mia bontà sono collo­cati ciascuno nello stato suo, e vien misurato loro secondo la misura che hanno recata a me dell’affetto della carità » (Dialogo, ca­plt. CXXXI).

Il demonio e il peccatore morente. 

« Quanto spaventosa e terribile è la morte dei peccatori! Nei loro ultimi momenti, il demonio li accusa e li spaventa apparendo loro. Tu sai che la sua figura è tanto orri­bile, che la creatura eleggerebbe ogni pena, che in questa vita si potesse sostenere, an­zichè vedere il demonio nella visione sua.

« E tanto si rinfresca al peccatore lo sti­molo della coscienza, che miserabilmente lo rode nella coscienza sua.- Le disordinate de­lizie e la propria sensualità, la quale si fece signora e la ragione fece serva, l’accusano miserabilmente, perchè egli allora conosce la verità di quello che prima non conosceva. Onde viene a gran confusione dell’errore suo; perchè nella vita sua visse come infedele e non fedele a me; perchè l’amor proprio gli velò la pupilla del lume della santissima fede. Onde il demonio lo molesta d’infedeltà, per  farlo venire a disperazione…. In questo gran combattimento egli si trova nudo e senza alcuna virtù; e da qualunque lato si volti, non ode altro che rimproveri con grande confusione » (Dialogo, csaxu) (1).

(1) Le anime dei dannati, all’uscire dal loro corpo, sono invase dalle tenebre, dall’orrore, dal fetore, dall’amarezza, da una pena intollerabile, da una tristezza indicibile, dalla disperazione e da un’angoscia infinita. Sono in se stesse così devastate e destituite di tutto che, quand’anche non cadessero nell’inferno e in potere dei demonii, i mali di cui sono ripiene sarebbero per loro una tortura sufficiente (S. Matilde, P. V, c. xxi).

Come si fa per gli amici di Gesù il viaggio dalla terra al cielo. 

Nella sua ultima malattia, Geltrude, pre­parandosi alla morte, disse al Signore: qual sarà il carro che mi porterà quando mi troverò in quella regia via che deve con­durmi a voi, mio unico Diletto? — « La forza potente del desiderio divino, che partirà dal mio amore intimo, verrà a prenderti e a condurti fino a me », le rispose il Signore. – Su che potrò io sedermi? – « Sulla piena fiducia, la quale, facendoti sperare ogni bene dalla mia liberale bontà, sarà il sedile su cui siederai in questo passaggio ».

Con quali redini dirigerò io la mia corsa ? – « L’amore ardente che ti fa sospirare dall’intimo delle viscere ai miei amplessi ti servirà di redini. » La Santa soggiunse: siccome ignoro quello che è più necessario per viaggiare così, io non m’informerò di quello che ancora mi occorre per compire questo viaggio desiderabile. Il Signore rispose: «Per quanto grandi siano i tuoi desideri, avrai la gioia di trovare infinitamente di più, e la mia delizia è vedere lo spirito umano impo­tente a immaginarsi tutto quello ch’io ordi­nariamente preparo a miei eletti» (Lib. V, c. YXIVV).

« Quando l’anima tua uscirà dal tuo corpo, io ti metterò come all’ombra della mia protezione paterna, così come una madre tiene stretto al suo petto e nascosto sotto le sue vesti l’amato frutto delle viscere sue, allorchè attraversa un mare burrascoso. E poi, quan­d’avrai pagato il tuo debito alla morte, io ti prenderò meco per farti gustare le delizie incantevoli dei celesti spazi verdeggianti, come una madre che vuole che anche il suo bambino abbia parte alla gioia che si prova allo sbarcar sicuramente in porto, dopo averlo preservato dalle noie e dai pericoli del mare. (lib. V, c. xxv).

II. – GIUDIZIO PARTICOLARE. GIUDIZIO UNIVERSALE.

Giudizio delle anime peccatrici. 

Istruzioni divine date a S. Caterina da Siena: « Il peccatore non ha scusa, peroc­chè è ripreso e gli è mostrata la verità con­tinuamente. Onde s’egli non si correggerà, quando è ancor tempo, sarà condannato nella seconda riprensione, la quale si farà nell’ul­tima estremità della morte, dove grida la mia giustizia: Surgite mortui, venite ad iu­dicium, cioè, tu che sei morto alla grazia, e morto giungi alla morte corporale, levati su, e vieni dinanzi al Sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudizio tuo, e col lume spento della fede, il qual lume traesti acceso dal santo battesimo, e tu lo spegnesti al vento della superbia e vanità del cuore, del quale facevi vela ai venti, ch’erano contrari alla salute tua; il vento della propria ripu­tazione nutrivi colla vela dell’amor proprio. Onde correvi per lo fiume delle delizie e stati del mondo colla propria volontà, se­guitando la fragile carne e le molestie e le tentazioni del demonio. Il quale demonio con la vela della tua propria volontà t’ha me­nato per la via di sotto, la quale è un fiume corrente. Onde t’ha condotto con lui all’e­terna dannazione » (Dialogo, xxxvi).

Giudizio di colui che non volle sperare nella misericordia. 

« Quando compariste la morte e l’uomo vede che non può più sfuggirmi, il verme della coscienza, che era stato soffocato dal­l’amor proprio, comincia a risvegliarsi e a roder l’anima, giudicandola e mostrandole l’abisso dove per colpa sua sta per cadere. Se essa anima avesse lume che conoscesse e si dolesse della colpa sua, non per la pena dell’inferno, che ne la seguita, ma per me, che m’ha offeso, che sono somma ed eterna Bontà, ancora troverebbe miseri­cordia. Ma se passa il ponte della morte senza lume, e solo col verme della coscienza, e senza la speranza nel sangue del mio Figliuolo, o con propria passione dolendosi del danno suo, più che dell’offesa mia, egli giunge al­l’eterna dannazione.

E allora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso dell’ingiustizia e del falso giudizio; e non tanto dell’ingiustizia e giudizio generale, perchè ha seguito i sen­tieri colpevoli del mondo, ma molto maggior­mente sarà ripreso dell’ingiustizia e giudizio particolare, perchè nell’ultimo suo momento avrà giudicato la sua miseria più grande della mia misericordia. Questo è quel peccato che non è perdonato nè di qua nè di là. Egli ha respinto, disprezzato la mia misericordia, e questo peccato è maggiore di tutti quelli che ha commessi. Onde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliuolo, che non fu il tradimento ch’egli fece. Sicchè l’uomo è soprattutto condannato per aver falsamente giudicato il suo peccato maggiore che la mia misericordia; e perciò è punito coi demonii e crucciato eternamente con loro.

L’uomo è convinto d’ingiustizia, per­chè si duole più del danno suo, che dell’of­fesa mia. Allora commette ingiustizia, per­ché non rende a me quello che è mio, ed a lui quello che è suo. A me deve rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e afferirla dinanzi a me per l’offesa che m’ha fatta. Ed egli fa il contrario, per­chè piange solo per amore verso di se stesso, la pena che ha meritata. Tu vedi adunque ch’egli è colpevole d’ingiustizia e d’errore e che è punito dell’uno e dell’altro. Avendo egli dispregiata la misericordia mia, io con giustizia lo mando all’eterno supplizio, con la serva sua crudele della sensualità e col crudele tiranno del demonio di cui egli si è reso schiavo per mezzo de’ suoi sensi, che dovevano servirlo. Saranno insieme puniti e tormentati, come insieme m’hanno offeso: tormentati, dico, da’ miei ministri demonii che la mia giustizia ha messi a rendere tor­mento a chi ha fatto male » (Dialogo, ca­pit. XXXVII).

Giudizio di una persona mondana.

S. Brigida ebbe un giorno la visione di un’anima ch’era presentata al Giudice Su­premo dal suo angelo custode sotto la figura d’un soldato armato e dal demonio che aveva la forma d’un negro dell’Etiopia. L’anima era tutta nuda e dolentissima, non sapendo che sarebbe stato di lei. L’angelo custode parlò in questi termini: Non è giusto che si rimproverino a quest’anima i peccati che ha confessato. Chi parlava in tal modo, dice S. Brigida, sapeva tutto in Dio, ma parlava affinchè io l’intendessi. Il Giudice rispose « Quando quest’anima faceva penitenza – ­mediante la confessione – non aveva vera contrizione ». E parlando egli all’anima, le disse: « La tua coscienza dica e dichiari i pec­cati di cui non facesti degna penitenza ». Al­lora l’anima alzò talmente la voce da poter quasi essere udita dall’universo intero, di­cendo : Guai a me, perchè io non vissi secondo i comandamenti di Dio, che pure conoscevo. Io non temetti i giudizi di Dio. E la voce del Giudice le rispose: « Ed è perciò che ora tu devi temere i demonii ». – L’anima con­tinuò: Io non ebbi quasi nessun amore di Dio, ed è perciò che feci poco bene. Nulla v’ha in me, dalla pianta dei piedi fino al vertice del capo, ch’io non abbia rivestito di vanità. Inventai abiti vani e superbi; cercai di farmi lodar come bella. La mia bocca spesso era aperta alle paroline melate e alle leziosaggini. Godevo assai che molti imitas­sero le mie azioni e i miei costumi. La voce del Giudice allora rispose: « Giustizia vuole che chi sarà preso a commettere il peccato del quale tu sei punita, subisca le medesime pene. E quando qualcuno che avrà seguito le tue vane invenzioni, si troverà al punto in cui tu ti trovi, le tue pene aumenteranno ».

Allora, dice S. Brigida, mi parve che alla testa di quella persona fosse attaccata una fune, che la circondava e serrava così forte, che il davanti e il di dietro della testa si congiungevano insieme. I suoi occhi erano usciti dall’orbita e penzolavano per le loro radici lungo le gote; i capelli parevano essere stati bruciati dal fuoco. Il suo cervello colava per il naso e per le orecchie. Le usciva fuori la lingua e le si rompevano i denti; le ossa delle braccia le erano serrate con corde, le sue mani scorticate le venivano legate al collo. Il petto e il ventre erano così fortemente stretti che, spezzate le costole, il cuore e tutte le interiora schiattarono.

Allora il negro, ch’era il demonio, disse: O Giudice, i peccati di quest’anima sono con­dannati secondo giustizia; adunque congiun­gete insieme me e l’anima per modo che noi non ci separiamo mai più.

Il soldato armato, ch’era il buon angelo, rispose: Ascoltate, o Giudice. Nell’ultimo mo­mento della sua vita, questa persona ebbe questo pensiero: Se Dio volesse darmi qual­che tempo per vivere, io correggerei i miei peccati, lo servirei in tutto il corso della mia vita e non vorrei mai più offenderlo. Allora la voce del Giudice si fece sentire. « A chi ebbe tali pensieri alla fine della sua vita l’inferno non è dovuto. Per la mia passione il cielo sarà aperto a quest’anima, dopo che ella avrà data soddisfazione e si sarà puri­ficata per tanto tempo quanto avrà meritato, salvo che gli uomini non la soccorrano colle loro buone opere.

Quest’anima era quella d’una persona che aveva votata la sua verginità nelle mani d’un sacerdote e che, infedele alla sua pro­messa, s’era poi sposata (lib. IV, c. LI).

Dannazione d’un empio cavaliere. 

Nelle opere di S. Brigida si trova questa rivelazione di nostro Signore a proposito di un cavaliere ch’era stato infedele a Dio, aveva infranta la sua santa professione e violate le sue promesse: « Essendo uscito dal tempio dell’umiltà, disse nostro Signore, avendo gittato lo scudo della mia fede e ab­bandonata la spada del mio timore, egli in­superbì e si gonfiò d’orgoglio, si diede ad ogni sorta di voluttà, a tutti i capricci della sua volontà, ingolfandosi sempre più negli abissi del peccato e seppellendosi nei sozzi piaceri ».

Giunto all’estremo della sua vita, quando l’anima sua esalava dal suo corpo, i diavoli se ne impossessarono con gran violenza e tosto dall’inferno tre voci echeggiarono contro di lei. La prima diceva: Ecchè non è forse colui che, abbandonando l’umiltà, ci ha se­guiti in ogni sorta d’orgoglio? E se avesse potuto esser più orgoglioso di noi, lo sarebbe stato assai volentieri. L’anima rispose: Sì, son io. La giustizia gli rispose: « La ricom­pensa del tuo orgoglio sarà che tu precipiti da un demonio in un altro, finché tu sia piombato nel più profondo abisso dell’in­ferno… Non vi sarà alcun supplizio di cui tu non debba subire la violenza ».

La seconda voce gridò e disse: Questi non è forse colui che abbandonò la milizia di Dio che aveva professata e che si arruolò nella nostra milizia? L’anima rispose: Sì, sono io quel desco. E la Giustizia disse: « Tutti quelli che avranno seguita la tua perversità aumenteranno la tua pena e accresceranno il tuo dolore e, quando giungeranno al punto in cui tu sei, ti trafiggeranno come d’una piaga mortale. Come colui che ha una piaga cru­dele, se gli s’aggiungesse piaga sopra piaga, finchè il corpo ne fosse tutto coperto, soffri­rebbe dolori intollerabili, così una sventura attirerà sopra di te un mondo di sventure. La tua pena non cesserà mai e il tuo do­lore non scemerà punto ».

La terza voce diceva: Costui non è forse quello che vendette il suo Creatore per la creatura, l’amor del suo Dio per l’amor di se stesso? L’anima rispose: Sì, sono io quel cotale. – « Per questo appunto, riprese la voce della Giustizia, due porte gli saranno, aperte; per l’una entri ogni pena ed ogni dolore inflitto per tutti i peccati, piccoli e grandi, poichè egli vendette il suo Creatore per la sua voluttà. Per la seconda entri in lui ogni sorta di dolori e di vergogna, e mai non entreranno in lui nè consolazioni nè amore divino, perchè egli ha amato se stesso invece d’amar il suo Creatore. Perciò la sua pena durerà senza fine; egli vivrà senza mai morire e tutti i Santi rivolteranno da lui la loro faccia.

« Ecco, o mia sposa, quanto saranno mi­serabili coloro che mi disprezzano e quali dolori si procurano per una piccola e passeg­gera voluttà » (lib. II, c. ix).

È giusto che il corpo risusciti per partecipare alla pena o alla ricompensa. 

Nel Dialogo di S. Caterina da Siena si leggono questi insegnamenti dati dall’Eterno Padre: « Ogni operazione buona o cattiva è fatta col mezzo del corpo. E però giusta­mente, figliuola mia, è renduto ai miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorifi­cato, perchè il corpo e l’anima siano ricom­pensati entrambi delle fatiche che per me sopportarono insieme. Così agli iniqui sarà renduta pena eternale col mezzo del corpo loro, perchè esso fu strumento del male; il loro supplizio si rinnoverà e aumenterà quando ripiglieranno il loro corpo in presenza del mio Figliuolo.

« La loro miserabile sensualità coll’im­mondizia sua riceverà riprensione in vedere la natura umana unita in Gesù Cristo alla purezza della divinità, scorgendo la carne d’Adamo sopra tutti i cori degli angeli, mentre essi per i loro difetti si veggono profondati nel baratro dell’inferno. E veg­gono la larghezza e la misericordia rilucere nei beati, ricevendo il frutto del sangue dell’Agnello, e veggono le pene ch’essi hanno portate, che tutte stanno per adornamento nei corpi loro, sì come la fregiatura sopra del panno, non per virtù del corpo, ma solo per la plenitudine dell’anima, la quale rap­presenta al corpo il frutto della fatica, per­chè fu compagno con lei ad operare la virtù. Questa ricompensa è visibile, e appariste sul corpo come la faccia dell’uomo si riflette in uno specchio » (Dialogo, c. XLII).

Giudizio universale. Maestà del Giudice. 

« A queste terribili parole: Alzatevi, o morti, e venite al giudizio! l’anima si riu­nirà al corpo per glorificarlo nei giusti e torturarlo eternamente nei cattivi. I dannati saranno coperti di onta e di confusione in presenza della mia Verità e di tutti i miei beati » (Dialogo, c. XLVIII).

« Sappi che nell’ultimo dì del giudizio, quando verrà il mio Figliuolo colla divina mia Maestà, a riprendere il mondo colla po­tenza divina, egli non verrà in qualità di poverello, come quando nacque dal seno della Vergine, in una stalla, fra due ani­mali, e morì fra due ladroni.

« Allora io nascosi la potenza mia in lui, lasciandolo sostenere pene e tormenti come uomo; non che la natura mia divina fosse però separata dalla natura umana, ma lo lasciai patire come uomo, per soddisfare alle colpe vostre. Non verrà così ora in questo ultimo punto, ma verrà con potenza a ri­prendere colla propria persona; e non sarà alcuna creatura, che non riceva tremore, e renderà a ognuno il debito suo.

« Ai dannati miserabili darà tanto tor­mento l’aspetto suo e tanto terrore, che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. A’ giusti darà timore di riverenza con grande giocondità; non ch’egli si muti la faccia sua, perocchè egli è immutabile, perchè è una cosa con me, secondo la natura divina; e secondo la natura umana ancora la faccia sua è immutabile, poichè prese la gloria della risurrezione. Ma il reprobo lo vedrà solo con quell’occhio terribile e oscuro che egli ha in se medesimo. L’occhio malato che guarda la luce del sole non ci vede che tenebre, mentre che l’occhio sano ne ammira lo splen­dore. Questo non è per difetto della luce, che si muti più al cieco che all’illuminato, ma è per difetto dell’occhio che è infermo. Così i dannati lo veggono in tenebre, in con­fusione e in odio, non per difetto della mia Maestà, colla quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difetto loro » (Dialogo, ca­plt. XXXIX).

Terribile sentenza. 

« Allo spettacolo della gloria e della fe­licità degli eletti di cui si sono privati, i dannati sentiranno crescere la loro pena e la loro confusione. Nel loro corpo appari­ranno i segni dei peccati commessi e i sup­plizi che avranno meritato. Onde in quella parola, ch’essi udranno terribile: Andate, ma­ledetti, nel fuoco eterno, l’anima e il corpo andranno a dimorare coi demonii senz’alcun rimedio di speranza, in quella sentina (lei mondo ove ognuno porterà la puzza delle sue iniquità.

« L’avaro vi arderà insieme colla sua pas­sione de’ tesori della terra, il crudele colla sua crudeltà, l’immondo coll’immondizia e miserabile concupiscenza, l’ingiusto colle sue ingiustizie, l’invidioso coll’invidia, colui che odia il suo prossimo col suo odio. Quelli che si saranno amati di quell’amore disordinato che cagiona tutti i mali, perché insieme col­l’orgoglio, esso è il principio di tutti i vizi, saranno divorati da un fuoco intollerabile. Sicchè tutti in diversi modi saranno puniti in­sieme nell’anima e nel corpo » (Dialogo, ca­plt. XLII).

III. – INFERNO. 

La pena misurata secondo il peccato. 

Dio Padre disse a S. Caterina da Siena: « La mia giustizia esige ch’io proporzioni la pena all’offesa. Perciò il cattivo cristiano è punito più assai che il pagano. Il fuoco ter­ribile della mia vendetta, che arde senza consumare, lo tortura maggiormente e il verme roditore della coscienza lo divora più profondamente. Quali si siano i loro tormenti, i dannati non possono perdere l’essere, chie­dono la morte senza poter ottenerla, il peccato loro non toglie che la vita della grazia. Sì, il peccato è più punito dopo la Redenzione che prima, perchè gli uomini hanno ricevuto di più. I peccatori disgraziati non ci pensano; essi mi sono fatti nemici, dopo essere stati riconciliati nel prezioso sangue del mio Fi­gliuolo » (Dialogo, c. xv).

« Allora il verme della coscienza roderà il midollo dell’albero, cioè l’anima, e la cor­teccia di fuori, cioè il corpo. Rimproverato loro sarà il sangue che per loro fu pagato, e l’opere della misericordia, spirituali e tem­porali, le quali io feci a loro, col mezzo del mio Figliuolo, e quello ch’essi dovevano fare nel prossimo loro, siccome si contiene nel santo Evangelo. Ripresi saranno della crudelta, che essi hanno avuta verso il prossimo, della superbia e dell’amor proprio, dell’im­mondizia e avarizia loro. La vista della mi­sericordia che da me hanno ricevuta, renderà più terribile la loro condanna. Nel punto della morte essa tocca solamente l’anima, ma al giudizio finale colpirà ad un tempo e l’anima e il corpo; perchè il corpo è stato compagno e strumento dell’anima a fare il bene e il male, secondo che è piaciuto alla propria volontà » (Dialogo, c. XLII).

I quattro principali supplizi dell’inferno. 

« Figlia mia, disse Iddio a S. Caterina da Siena, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste anime tapinelle. Vi sono tre vizi principali: Amor proprio di sè, d’onde esce il secondo, cioè la propria riputazione, e dalla propria riputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e cru­deltà, e con altri immondi e iniqui peccati, che dopo questi seguitano. Così ti dico che nell’inferno vi sono quattro tormenti prin­cipali, ai quali seguitano tutti gli altri tor­menti. Il primo è che i dannati si veggono privati della mia visione, che per loro è pena così grande che, se loro fosse possibile, eleg­gerebbero piuttosto il fuoco e i crociati tor­menti e vedere me, anzichè stare fuori delle pene e non vedermi.

« Questa pena ne produce una seconda, che è il verme della coscienza che la rode incessantemente. Il dannato vede che, per colpa sua, si è privato della mia vista e della compagnia degli angeli e che si è reso degno della compagnia e della vista del demonio.

« Questa vista del demonio è la terza pena, e questa pena raddoppia la sua sventura. I Santi trovano la loro felicità eterna nella mia visione; vi gustano, nella gioia, la ri­compensa delle prove che sopportarono con tant’amore per me e con tanto disprezzo per se stessi. Quei disgraziati invece trovano in­cessantemente il loro supplizio nella visione del demonio, perchè vedendolo essi si cono­scono maggiormente e comprendono quello che meritarono colle loro colpe. Allora il verme della coscienza li rode più crudelmente e li divora come un fuoco insaziabile. Ciò che rende questa pena terribile si è ch’essi veg­gono il demonio nella sua realtà, e la sua figura è così spaventosa che l’immaginazione dell’uomo non potrebbe mai concepirlo.

« E se bene ti ricorda, io te lo mostrai un solo istante in mezzo alle fiamme e tale istante fu sì penoso che avresti preferito, poichè ritornasti in te, di andare per una strada di fuoco fino al giorno del giudizio piuttosto che rivederlo; eppure quello che vedesti non può farti comprendere quant’egli è orribile, perchè la giustizia divina lo mo­stra assai più orribile ancora all’anima che è separata, e l’orrore di quella visione è pro­porzionato alla grandezza della sua colpa. « Il quarto supplizio dell’inferno è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, perocchè l’anima non si può consumare. L’essere suo non è cosa materiale, che possa essere con­sumata dal fuoco, poichè è incorporea; ma, giustizia vuole che questo fuoco la arda e la torturi senza distruggerla, e questo sup­plizio è in rapporto con la diversità e la gravità delle sue colpe.

« Questi quattro principali tormenti sono accompagnati da molti altri, come dal freddo, dal caldo e dallo stridore di denti. Ecco come saranno puniti quelli che, dopo essere stati convinti d’ingiustizia e di errore durante la loro vita, non si saranno convertiti e, nel­l’ora della morte, non avranno voluto sperare in me e piangere l’offesa che mi avevano fatta, più che la pena che avevano meritata » (Dialogo, xxxviiI).

L’odio eterno. 

« Egli è tanto l’odio ch’essi hanno, che non posson volere nè desiderare verun bene, ma sempre mi bestemmiano. E sai perchè essi non possono desiderare il bene? Perchè, fi­nita la vita dell’uomo, è legato il libero ar­bitrio; per la qual cosa non possono meri­tare, perduto che hanno il tempo. Se essi finiscono in odio colla colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame dell’odio, e sempre sta ostinata, in quel male ch’ella ha, rodendosi in se medesima e aumentando la sua pena colle pene di quelli per cui ella fu causa di dannazione.

« Il ricco malvagio chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi fratelli i quali erano rimasti nel mondo ad annunziare le pene sue. Questo già non faceva per carità, nè per com­passione dei fratelli, perocchè egli era privato della carità, e non poteva desiderare bene nè in onore di me, nè in salute loro. Perchè già t’ho detto che ì dannati non possono voler alcun bene al prossimo e mi bestem­miano, perchè la loro vita finì nell’odio di me e della virtù.

« Ma perchè dunque il faceva? Facevalo, perchè egli era stato il maggiore e avevali nutriti nelle miserie; in cui egli era vissuto. Sicchè egli era cagione della dannazione loro e temeva di vedersi crescere la sua pena, dovendo i loro tormenti aggiungersi a’ suoi; perchè quelli che muoiono nell’odio eterna­mente si divorano fra loro nell’odio » (Dia­logo, c. xr.).

Rabbia dei dannati gli uni contro gli altri.

Dio Padre, parlando dell’inferno a santa Maria Maddalena de’ Pazzi, le disse: « Fra i dannati regna un odio eterno, perchè ciascuno di essi conosce colui che lo portò ad offendermi e che fu per conseguenza la causa della sua dannazione. Perciò quanto più cresce il loro numero, tanto maggiormente si accrescono le loro pene, perchè i nuovi ve­nuti non fanno che aumentare la rabbia che li anima gli uni contro gli altri » (Parte IV, cap. xi).

Supplizi di coloro che non amarono mai il loro Dio. 

S. Matilde, stando in orazione, vide sotto di sè l’inferno aperto e dentro una miseria e un orrore infinito: come serpenti e rospi, leoni e cani e ogni sorta di bestie feroci che si laceravano crudelmente fra loro. Allora ella disse: O Signore, chi sono quei disgra­ziati? – E il Signore a lei: « Sono coloro che mai non si sono ricordati dolcemente di me, nemmeno per un’ora » (P. V, c. xx).

L’Inferno. Visioni di S. Veronica Giuliani. 

S. Veronica Giuliani ebbe più volte visioni dell’inferno; noi crediamo utile riprodurle, come una conferma degl’insegnamenti di Dio a S. Caterina da Siena. Leggendole bisogna senza dubbio tener conto del simbolismo che sotto immagini materiali rappresenta supplizi spirituali, di cui noi non potremmo altrimenti farci una minima idea. Pare anche proba­bile che vi siano dei dannati che soffrano rneno di quelli di cui ella vide le orribili tor­ture; può anche darsi che il castigo, pur es­sendo eterno, non abbia sempre il medesimo grado d’acutezza. Ma il certo si è che nostro Signore nel Vangelo parla del fuoco e d’un fuoco eterno e che la sciagura della danna­zione oltrepassa tutto quello che noi possiamo immaginare.

Il 14 febbraio 1694, ella vide l’inferno aperto; vi cadevano molte anime ch’erano così turpi e così nere ch’era uno spavento a vederle. Si precipitavano una dietro al­l’altra e scomparivano tra le fiamme. Dal mezzo del fuoco che le inghiottiva si solle­vavano dei pugnali, dei rasoi e degli stru­menti di supplizio di varie sorta che poi ricadevano con tutto il loro peso per schiac­ciare quei miseri. La Santa chiese al Si­gnore se fra le anime ch’ella aveva veduto cadere si trovasse qualche religioso o reli­giosa. E il Signore le fece conoscere che fra le anime religiose ce n’erano che vi erano precipitate – e che l’avevano davvero meritato, perchè non avevano mantenuto quello che avevano promesso e perchè si erano rese colpevoli di tante violazioni delle loro regole.

Il 1° aprile 1696, S. Veronica fu condotta alla bocca dell’inferno. Ella udì le grida e

le bestemmie dei dannati, ma a tutta prima non notò altro che tenebre e puzza orribile; il fuoco era nero e fitto. Poi ella vide molti demonii ch’erano come vestiti di fuoco e che si eccitavano a percuotere; e le si fece sa­pere che picchiavano dei dannati.

Il 5 dicembre del medesimo anno, ebbe una visione simile. Nel medesimo tempo il Sal­vatore si mostrò a lei flagellato, coronato di spine e con una pesante croce sulle spalle, e le disse: « Guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Qui si esercita la mia giu­stizia e il mio terribile sdegno ».

Il 30 giugno 1697, fu detto alla Santa che ella stava per passare attraverso nuove pene. Fu come una partecipazione ai supplizi del­l’inferno ch’ella sopportò per un’ora a più riprese. In quel giorno ella si sentì posta in una fornace ardente e provò pene atroci, come lance che la trafiggevano, ferri che la bruciavano, piombo bollente che le era ver­sato su tutto il corpo.

Il primo luglio, al mattino, ella si ritrovò in quel luogo di terrore; vedevasi come ab­bandonata da Dio, incapace di raccomandarsi nè al Signore, nè ai Santi; non già ch’ella non avesse il pensiero di Dio, tutt’all’op­posto; ma ella lo vedeva senza misericordia e tutto giustizia.

Il 4 luglio, l’inferno le parve così vasto che tutta la macchina del mondo, dice ella, non sarebbe nulla al confronto. Vide una ruota – come una macina – di grandezza smisurata, che ad ogn’istante cadeva sui dan­nati, poi si sollevava per ricadere ancora.

Il 16 luglio sentì tutte le sue ossa strito­late da ruote che giravano tutt’intorno a lei. Nel medesimo tempo ella ebbe il sentimento della perdita di Dio, pena sì atroce, dice ella, che non si può spiegare. Tutti gli altri tor­menti sembrano poca cosa in confronto di questo.

Il 19 luglio, durante quello ch’ella chia­mava l’ora d’eternità, sentivasi ora punta da spilli ed aghi, ora arsa da lastre roventi, ed ora lacerata nelle carni da strumenti da taglio.

Il 6 febbraio 1703, il suo confessore aven­dole comandato di pregare per la città ove ella dimorava, il Signore le fece vedere come un immenso incendio che divorava la città; molte persone andavano a gettarsi nelle fiamme, altre sul punto di gettarvisi ritor­navano addietro. Fu rivelato alla Santa che quelle fiamme rappresentavano il peccato di impurità a cui s’abbandonava un numero troppo grande de’ suoi concittadini; ma altri, violentemente tentati, sapevano resistere. E il Signore le disse; « Di’ a colui che tiene il mio posto, al tuo confessore, che t’ha or­dinato di chiedermi in che cosa sono io più offeso, ch’io sono offeso in tutti i modi, ma particolarmente coi peccati della carne. Vi sono pure fra questo popolo delle inimicizie che m’offendono grandemente e molte anime per questo motivo vanno all’inferno per tutta l’eternità ».

Il 27 gennaio 1716, Maria, comparendo a S. Veronica, chiamò i due angeli che la servi­vano da custodi e loro ordinò di condurla in spirito all’inferno; ella la benedì e le disse: « Figlia mia, non temere, io sarò con te e t’aiuterò ». Ad un tratto, racconta la Santa, mi trovai in un luogo oscuro, profondo e fetente, udii mugghii di tori, ragli d’asino, ruggiti di leone, sibili di serpenti, ogni sorta di voci confuse e spaventose e grandi rombi di tuono che riempivano di terrore. Vidi lampi e fumo molto denso. Scorsi una gran montagna tutta coperta di serpenti, di vipere e di basilischi fra loro attorcigliati in numero incalcolabile. Udendo uscire di sotto a loro delle maledizioni e voci orrende, chiesi a’ miei angeli che voci fossero quelle, ed essi mi risposero che lì si trovavano molte anime nei tormenti. Infatti quella gran montagna ad un tratto s’aprì ed io la vidi tutta ripiena d’anime e di demonii. Quelle anime erano tutte avvinghiate insieme, per modo che formavano una sola massa; i de­monii le tenevano così legate a se stessi con catene di fuoco; ogni anima aveva parecchi demonii attorno a sè. Di là fui trasportata ad un’altra montagna ove si trovavano dei tori e dei cavalli furiosi che mordevano come cani arrabbiati. Loro usciva fuoco dagli occhi, dalla bocca e dal naso, i loro denti parevano lance acutissime e spade taglienti, che riducevano in frantumi in un istante tutto ciò che afferravano. Compresi che morde­vano e divoravano anime. Vidi altre mon­tagne ove si praticavano dei tormenti più crudeli, ma mi è impossibile descriverli. Al centro di tal soggiorno infernale si erge un trono altissimo; in mezzo a quel trono vi è un seggio formato dei demonii che sono i capi e i principi. Là siede Lucifero, spa­ventoso, orribile. O Dio che figura orrenda; sorpassa in orrore tutti gli altri demonii. Sembra avere una testa formata di cento teste e piena di lance, a capo di ciascuna delle quali vi è come un occhio che proietta frecce infiammate che infiammano tutto l’inferno. Benchè il numero dei demonii e dei dannati sia incalcolabile, tutti veggono quella testa orribile e ricevono tormenti sopra tormenti da quello stesso Lucifero. Esso li vede tutti e tutti lo vedono. Qui i miei angeli mi fecero comprendere che, come in cielo la vista di Dio rende beati tutti gli eletti, così nell’in­ferno l’orribile figura di Lucifero, orrendo mostro infernale, è un tormento per tutti i dannati. La loro maggior pena è l’aver per­duto Iddio. Questa pena Lucifero la sente per il primo, e tutti vi partecipano. Egli be­stemmia, e tutti bestemmiano; maledice e tutti maledicono; soffre ed è torturato, e tutti sof­frono e sono torturati.

In quel momento i miei angeli mi fecero osservare il cuscino ch’era sul seggio di Lu­cifero e su cui stava seduto; era l’anima di Giuda. Sotto i piedi di Lucifero vi era un cuscino molto grande, tutto lacero e coperto di segni; mi si fece capire ch’erano anime di religiosi. Allora il trono fu aperto e, in mezzo ai demonii che stavano sotto il seggio, vidi un gran numero d’anime. Chi sono que­ste? domandai a’ miei angeli; ed essi mi ri­sposero ch’erano dei prelati, dei dignitari della Chiesa, dei superiori d’anime consacrate a Dio.

Io credo che se non fossi stata accompa­gnata da’ miei angeli ed anche, come penso, invisibilmente fortificata dalla mia buona Ma­dre, io sarei morta di spavento. Tutto ciò ch’io ne dico non è nulla e tutto ciò che udii dire dai predicatori non è nulla in paragone di quello ch’io vidi (Diario, alle date indicate).

Visione del Ven. Bernardo Francesco de Hoyos. 

Il 9 gennaio 1730, il Ven. Bernardo Fran­cesco, che faceva gli esercizi spirituali ed era giunto alla meditazione dell’inferno, ne ebbe una visione terribile. D’improvviso si vide in un vasto campo; per ordine di Dio il suo angelo custode lo condusse fino all’orlo del­l’abisso infernale che s’aprì a’ suoi piedi: Vieni, gli diss’egli, e ti mostrerò questo grande spettacolo. Io vidi, scrive il santo giovane, un’immensa caverna piena di fuoco; da quel fuoco usciva un fumo così denso che offuscava la luce. Io dirigevo il mio sguardo su quella immensa distesa di fuoco, ma non ne vedevo la fine. Vidi certi dannati che, spinti dalla rabbia, uscivano fuori dalle fiamme, ma tosto vi ricadevano, precipitati dai demonii e tra­scinati verso l’abisso come una pietra verso il suo centro.

Il mio angelo si volse a me e mi disse: Fai ben attenzione. Allora vidi quali erano i castighi particolari per gl’impudici, per gli avari, per quelli che portano odio. Pieno d’or­rore per quel che vedevo, stordito dalle be­stemmie che udivo vomitare contro Dio e la sua santa Madre, spaventato dalla vista dei mostri che m’apparivano, distolsi gli sguardi e non distinsi più nulla. Avendo così percorso alla cieca un grande spazio, il mio angelo mi disse: Vieni e vedi, e scrivi ciò che vedrai.

Allora il sentiero ch’io seguivo s’aprì e mi trovai in un’altra cavità sopra la prima e più orribile. Là si tenevano i sacerdoti in­degni che – avevano avuto l’audacia di ricevere sacrilegamente nelle loro mani e nel loro cuore il Figlio della Vergine. Quei miserabili soffrivano tali torture che tutte quelle di cui ho parlato non sono nulla al loro confronto. Erano tormentati specialmente nelle parti del loro corpo che avevano toccata l’ostia consacrata; pel dolore si facevano scoppiare le mani ch’erano divenute come carboni ardenti; le loro lingue erano come fatte a pezzi e penzo­lavano fuori della loro bocca per significare i loro sacrilegi; tutto l’interno del loro corpo e specialmente il loro cuore era divorato dal fuoco e in preda ad orribili dolori. Là io vidi drizzarsi, come un serpente che vuol saltare, un cattivo sacerdote ch’io conobbi e che era morto subitaneamente dopo aver dato gravi scandali. Mi fissò con rabbia e subito ricadde nel più profondo della fornace (cap. x).

V. – IL PARADISO.  

L’entrata d’un eletto in Paradiso.

Il Figlio di Dio, dando a S. Brigida le sue istruzioni, le parlò in questi termini d’un generoso cavaliere che aveva praticato le virtù cristiane: «Quando quest’amico del mio Cuore fu arrivato all’estremo della sua vita e l’anima sua si separò dal corpo, cinque legioni d’angeli furono inviate incontro a lui. Si udirono allora in cielo voci melodiose che risonavano soavemente e dicevano: O Si­gnore e Padre, questi non è forse colui che aderì fortemente ai vostri voleri e che perfet­tamente li compì? Poi una voce da parte della Divinità gli disse: Io ti creai e ti diedi il corpo e l’anima. Tu sei mio figlio e facesti la volontà del Padre tuo. Ora vieni dunque al tuo Creatore onnipotente e al tuo Padre amantissimo. L’eredità eterna ti è dovuta, poiché tu sei figlio e fosti obbediente. Vieni dunque, o mio dolcissimo figlio, io ti rice­verò con gioia ed onore.

« Una seconda voce, ch’era quella del­l’Uomo Dio, gli disse: Vieni al tuo fratello, perché io mi sono offerto per te, ho versato il mio sangue per amor tuo. Vieni a me, per­ché hai seguito la mia volontà; vieni a me, perché hai versato sangue per sangue, hai dato vita per vita e morte per morte. Dunque tu che m’hai seguito, vieni alla mia vita, alla mia gioia che non finirà mai.

« Una terza voce parlò da parte dello Spi­rito Santo: Vieni, o mio cavaliere, che m’haì tanto desiderato e in cui io mi sono compia­ciuto di stabilire la mia dimora. Per le fa­tiche del tuo corpo, entra nel riposo; in cambio delle tribolazioni del tuo spirito, entra nelle consolazioni ineffabili; in ricompensa della tua carità e delle tue generose lotte, entra in me stesso; io rimarrò in te e tu rimarrai in me.

« Poi le cinque legioni d’angeli fecero echeggiare la loro voce. La prima diceva: andiamo incontro a questo generoso soldato e portiamo davanti a lui le sue armi; cioè presentiamo al nostro Dio la fede ch’egli con­servò senza vacillare e che difese contro i suoi nemici.

« La voce della seconda legione disse: por­tiamo davanti a lui il suo scudo e mostriamo al nostro Dio la sua pazienza; benchè ella sia a Dio nota, più gloriosa ne sarà per la nostra testimonianza.

« La terza legione disse: Andiamo in­ contro a lui e presentiamo a Dio la sua spada, cioè l’obbedienza ch’egli praticò, tanto nelle cose penose quanto in quelle facili.

« La quarta: andiamo e rendiamo testimo­nianza alla sua umiltà, perchè l’umiltà prece­deva e seguiva tutte le sue buone opere.

« La quinta voce disse: diamo testimo­nianza del suo desiderio divino, per cui egli sospirava a Dio. Ad ogni ora a lui pensava nel cuor suo; egli l’aveva sempre in bocca, sempre nelle sue opere; lo desiderava sopra tutte le cose; per amor di lui, egli sempre si mostrò come morto al mondo.

« Ecco come il mio amico viene a me e con qual premio è ricompensato. E, quantun-

que non tutti abbiano versato il loro sangue per amore del mio nome, pure riceveranno le medesime ricompense, se essi hanno la volontà di dar la loro vita per amor mio, quando se ne offriranno il tempio e l’occasione. Vedi quanti beni reca la mia volontà. (1. II, cap. xi).

Accoglienza fatta dal Signore all’anima glorificata. 

Il nostro buon Signore, racconta Giuliana di Norwich, mi disse: «Io ti ringrazio di ciò che facesti per me, e specialmente d’avermi consacrata la tua giovinezza». Poi Dio mi mostrò tre gradi di beatitudine in cielo per quell’anima che lo servì di buon animo: il primo, quando il Signore la ringrazia alla sua uscita dal purgatorio, ringraziamento così ele­vato e così glorioso ch’ella si sente ricolma e sufficientemente ricompensata. Il secondo è che tutta la corte celeste ne è testimonio, perchè Dio fa conoscere a tutti gli eletti i servizi che gli furono resi. Il terzo è che la gioia data all’anima nel momento in cui è così ringraziata deve durare per tutta l’eter­nità (VI Rivelazione, c. xiv).

« Quanto più avrai sofferto, disse l’eterna Sapienza al beato Enrico Susone, tanto più sarai ricevuto con riguardi e dignità. Qual gioia produce quest’onore come l’anima e il cuore sono inondati di felicità vedendosi lo­dati e glorificati da me dinanzi al Padre mio e a tutto il celeste esercito. Io li loderò d’aver sofferto tanto in questa vita, d’aver combat­tuto tanto, d’aver riportate tante vittorie (L’Exemplaire, Trattato II, c. XII).

Nostro Signore ci dichiara ancora nel Van­gelo ch’egli farà l’elogio degli eletti: « Ve­nite, benedetti del Padre mio; io ebbi fame e mi deste da mangiare, ecc. – Coraggio, servo buono e fedele, tu fosti fedele nelle piccole cose. – Chi mi avrà confessato da­vanti agli uomini io lo confesserò davanti al Padre mio. – Allora, dice l’Apostolo san Paolo, ognuno riceverà dal Signore la lode che gli sarà dovuta » (I Cor., Iv, 5).

Quello che perdono coloro che non hanno amore. 

Una volta, racconta S. Teresa, per lo spazio d’un’ora e più, nostro Signore, tenendosi sempre vicino a me, m’aveva scoperto cose meravigliose. Poi mi disse: « Vedi, figlia mia, quello che perdono coloro che sono contro di me. Non mancar di dirlo loro » (Vita, e. XXXVIII).

S. Caterina da Siena, che rimase morta per quattro ore e ritornò poi a vita, aveva veduto e le pene dei peccatori nell’altro mondo e la gloria degli eletti. E il Signore le disse: « Tu vedi di qual gloria sono privati e con quali pene sono puniti coloro che m’offen­dono. Ritorna dunque a loro per mostrare ad essi il loro errore, il loro pericolo e il torto che fanno a se stessi » (Vita, del B. Rai­mondo, Parte II, c. vi).

Parole simili furono dette a Francesca di Bona dopo ch’ella fu favorita d’un conosci­mento elevatissimo della SS. Trinità: « Figlia mia, io volli farti vedere di qual bene si pri­vano i peccatori che muoiono nel loro pec­cato » (lib. III, c. xiv).

La gloria di Dio veduta in lui, in noi e in tutto, ecco il cielo. 

S. Caterina da Bologna (1413-1483) ebbe una visione, in cui nostro Signore le apparve, circondato d’angeli e di Santi, che cantavano queste parole d’Isaia (Lx, 2) : « E la sua gloria sarà veduta in voi ». Il Salvatore con­dusse S. Caterina presso il suo trono e le disse: « Figlia mia, ascolta questo canto e intendi bene il senso di queste parole: E la sua gloria sarà veduta in voi » (Piccoli Bol­landisti, 9 marzo).

Dio tutto in tutti. 

In una visione, racconta S. Geltrude, in cui l’anirna rnia ben sentiva, in slanci d’una gioia perfetta, ch’ella ora arricchita dei gaudii del suo Diletto, io intesi il senso di queste parole così piene di dolcezza: « Dio sarà tutto in tutti » (I Cor., xv, 28). L’anima mia beveva, con un’avidità insaziabile, queste parole che il cielo presentava in una pozione deliziosa all’ardore della sua sete: « Com’io sono la figura della sostanza di Dio, mio Padre, nella Divinità stessa, così tu sarai la figura della mia sostanza nell’umanità e, come l’aria riceve la chiarezza dei raggi del sole, così tu riceverai nell’anima tua deificata le emanazioni della mia divinità; allora penetrata fino al midollo dai raggi della mia luce, tu diventerai capace d’una più familiare unione con me » (lib. II, c. vi).

Mentre S. Paolo della Croce, meditando sui novissimi, considerava le gioie del para­diso, udì il Signore che gli diceva: « Mio figlio, in cielo, il beato non sarà unito a me com’è un amico all’amico suo, ma come il ferro penetrato dal fuoco » (Vita, c. iv).

Dio in cielo ama di esser lodato ne’ suoi eletti. 

Dopo la morte di S. Matilde, Geltrude vide tre raggi che partivano dal Cuore di Dio e passavano per l’anima della sua santa amica per dirigersi su tutti i Santi che, essendo mirabilmente illuminati e rallegrati, si misero a lodare per lei il Signore, dicendo: noi vi lodiamo per l’incantevole bellezza della vo­stra sposa, per l’amabile compiacenza che ri­ponete in lei, per l’unione perfetta che la fece una sola cosa con voi. E vedendo Geltrude che il Signore si pigliava un gran piacere in quelle lodi, gli disse: Perchè, mio Signore, godete tanto d’esser lodato in quest’anima? Egli rispose: « Perchè nella sua vita ella desiderava sopra tutto di vedermi lodato; ella ha conservato questo desiderio ed io voglio saziarla colla mia lode incessante » (P. VII, cap. xvi).

Le nostre buone opere in cielo cantano la lode di Dio.

Suor Matilde aveva un fratello chiamato Balduino, che era domenicano. Il Signore, parlandole di questo fratello, ch’era assai vir­tuoso e zelante, le disse: « Ho saputo e ve­duto tutte le fatiche a cui si sobbarca, le let­ture che fa e i libri che scrive: tutto quello ch’egli fa canterà un cantico d’amore a mia lode davanti alla mia eterna famiglia e dirà: Dio grande, eterno, forte, ammirabile, alle­luia! Ed io esalterò il suo capo e tutte le sue forze, come feci per te, non solo nell’ordine della natura, ma ancora in quello della gra­zia » (lib. II, c. xxi).

Come Cristo fu glorificato nel suo corpo. 

Mentre Matilde pregava il Signore Gesù di rendere grazie a Dio della sua risurrezione futura, il Signore le disse: « Io lo faccio pre­sentemente per te e per ognuno de’ miei così volentieri come per me stesso, perchè consi­dero la gloria de’ miei membri come la mia stessa e l’onore che loro è reso come tribu­tato a me stesso. L’anima per cui io compio così queste lodi e questi ringraziamenti, men­tre ella è ancora sopra la terra, ne rice­verà una gran gloria e una gran gioia ne’ cieli ». E, poichè Matilde cercava in se stessa ciò che era stata la glorificazione dell’u­manità di Cristo nel momento della sua ri­surrezione, il Signore le disse: « La glori­ficazione del mio corpo consistette in questo, che mio Padre mi diede ogni potere in cielo e in terra, per modo ch’io fossi onnipotente nell’umanità, come nella divinità, per ricom­pensare, elevare e colmare i miei amici delle testimonianze del mio amore, secondo tutta la generosità de’ miei desideri. La glorifica­zione de’ miei occhi e dei miei orecchi mi diede modo di poter penetrare fino in fondo a tutti i bisogni e a tutte le tribolazioni de’ miei fedeli, udire ed esaudire i loro voti e le loro preghiere. Tutto il mio corpo ha al­tresì ricevuta questa gloria ch’io possa essere da per tutto nell’umanità compio sono nella divinità con tutti e con ciascuno de’ miei amici, dovunque io voglio; ciò che nessun altro, per potente che sia, non ha mai potuto e mai non potrà». (Parte I, c. xrx; ediz. lat., pag. 67).

La misura dell’amor meritorio è la misura dell’amor beatificato.

Ascoltiamo Iddio che a S. Caterina da Siena dice: « L’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità è eternamente legata in amore. Ella non può più crescere in virtù, perchè è venuto meno il tempo, ma può sempre amare coll’ardore ch’ella ebbe per venire a me, e quest’ardore è la misura della sua felicità. Sempre desidera me e sempre ama, onde il suo desiderio non è vuoto, ma avendo fame è saziato, e saziatosi ha fame, senza mai provare la noia della sazietà nè la pena della fame.

« Gli eletti dell’amore godono nell’eterna mia visione, partecipando quel bene ch’io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua, e questa misura è l’amore ch’essi avevano venendo a me. Perchè sono stati nella carità mia e in quella del prossimo, e uniti insieme colla carità comune e colla particolare, ch’esce pure da una medesima carità. Godono ed esultano, partecipando l’uno il bene dell’altro, con l’affetto della carità, oltre al bene universale, ch’essi hanno tutti insieme. E go­dono ed esultano cogli angeli, coi quali i Santi sono collocati, secondo le varie virtù, le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tutti nel legame della carità (Dialogo, c. XLI).

Partecipazione alla felicità di quelli che noi abbiamo amato di più sopra la terra. 

« Ed hanno una singolare partecipazione con coloro, coi quali strettamente d’amor sin­golare s’amavano nel mondo. Quest’amore era un mezzo d’aumentare in essi la virtù: erano gli uni per gli altri occasione di glorificare il mio nome in essi e nel prossimo loro e, siccome l’amore che li univa non è distrutto in cielo, essi ne godono con maggior abbon­danza, e tal amore accresce la loro felicità. « E non vorrei però che tu credessi che gli eletti soli godessero della loro felicità particolare; perchè essa è partecipata da tutti quanti i beati abitanti del cielo, dagli an­geli e da’ miei diletti figliuoli. Onde quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano il bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non già che il vaso suo, nè il loro, possa crescere, nè che abbia bisogno di empirsi, perocchè egli è pieno, e perciò non può crescere, ma hanno un’esultazione, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si rinfresca in loro per il conoscimento, che han trovato in quell’anima. Veggono che per mia misericordia ella è levata dalla terra, colla plenitudine della grazia; e così esultano in me, nel bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà. E quell’anima gode in me, e nelle anime, e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e la dolcezza della mia carità » (Dialogo, c. XLI).

Gli eletti infiammati di carità hanno sete della salute delle anime. 

« I loro desideri sempre gridano dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo; e perchè la loro vita finì nella carità del pros­simo, questa carità non li ha abbandonati, anzi con essa passeranno per la porta dell’U­nigenito mio Figliuolo, per lo modo che di sotto ti dirò. Sicchè vedi che con quel legame dell’amore in che finì la loro vita, con quello permangono ed esso dura eternamente » (Ibi­dem).

Unione perfetta alla volontà di Dio. 

« Essi sono tanto conformati alla mia vo­lontà, che non possono volere se non quello ch’io voglio; perchè l’arbitrio loro è legato nel legame della carità, per siffatto modo che venendo meno il tempo alla creatura che ha in sè ragione, morendo in stato di grazia non può più peccare. E in tanto è unita la sua volontà con la mia, che vedendo il padre, o la madre, il figliuolo nell’inferno, o il figliuolo il padre e la madre, non se ne curano; anzi sono contenti di vederli puniti, come nemici miei, onde in nessuna cosa si discordano da me, e i desideri loro sono tutti pieni » (Dia­logo, cap. XLI).

Desideri degli eletti sempre saziati.

« Il desiderio dei beati è di vedere l’onore mio in voi viandanti e quali siete peregrini, che sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e perciò sempre mi pregano per voi. Il qual desiderio è adempito da me dalla parte mia, colà dove voi ignoranti non recalcitrate alla mia misericordia. Hanno de­siderio ancora di riavere la dote del corpo loro; e questo desiderio non li affligge, non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza, ch’essi hanno ad avere il loro desiderio pieno, onde non li affligge, perocché non avendolo, non manca loro beatitudine, e perciò loro non dà pena » (Ibid.).

« Sai tu qual è il più singolar bene che hanno i beati? E’ avere la volontà loro piena di quel che desiderano. Desiderano me; e de­siderando me, essi mi hanno e mi gustano, senz’alcuna ribellione, perocchè hanno lasciata la gravezza del corpo, il quale era una legge che impugnava contro lo spirito… Ma poichè l’anima ha lasciato il peso del corpo, la volontà sua è piena; perocchè desiderando di vedere me, ella mi vede; nella qual visione sta la vostra beatitudine. E vedendo conosce, e co­noscendo ama, e amando gusta me, sommo ed eterno Bene, e gustando sazia e adempie la volontà sua, cioè il desiderio ch’egli ha di vedere e conoscere me. Onde desiderando ha, e avendo desidera. E com’io ti dissi, allonta­nata è la pena dal desiderio, e il fastidio dalla sazietà » (Dialogo, c. xLv).

Gloria e beatitudine del corpo. 

« Non ti pensare che la beatitudine del corpo, dopo la risurrezione, dia più beatitu­dine all’anima. Che se questo fosse, seguite­rebbe che infino che non avessero il corpo, avrebbero beatitudine imperfetta, la qual cosa non può essere, perchè in loro non manca alcuna perfezione. Sicchè non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma l’anima darà beatitudine al corpo; perocchè darà dell’ab­bondanza sua, rivestita, nell’ultimo dì del giu­dizio, del vestimento della carne che aveva lasciata.

« Come l’anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me, così il corpo in quell’unione diventa immortale, e, perduta la gravezza, è fatto sottile e leggero. Onde sappi che il corpo glorificato passerebbe per lo mezzo del muro; nè il fuoco nè l’acqua non l’offende­rebbe non per virtù sua, ma per virtù del­l’anima, la quale virtù; è mia data a lei per grazia e per l’amore ineffabile, col quale io la creai alla immagine e similitudine mia. L’occhio dell’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, nè l’orecchio a udire, nè la lingua a narrare, nè il cuore a pensare il bene loro.

« O quanto diletto hanno in vedere me, che sono ogni bene! O quanto diletto avranno, essendo col corpo glorificato il quale bene ora non avendo fino al giudizio generale, non hanno pena, perchè non manca loro beatitu­dine; perocchè l’anima è piena in sè; la quale beatitudine parteciperà col corpo, come ti ho detto » (Dialogo, c. XLI).

La comunione celeste, ossia l’unione deli­ziosa dei corpi gloriosi al corpo glorificato di nostro Signore Gesù Cristo.

« Che dire di quella gioia ineffabile dei corpi glorificati nell’umanità glorificata del­l’Unigenito mio Figliuolo, che vi dà la cer­tezza della vostra risurrezione! Ivi esulteranno nelle sue piaghe, le quali sono rimaste fre­sche, e conservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia: per voi a me sommo ed eterno Padre, e tutti saranno conformi con lui in gaudio e giocon­dità. Sì, per i vostri occhi, per le vostre mani, per il vostro corpo tutto quanto voi sarete uniti agli occhi, alle mani, al corpo del dolce Verbo mio Figliuolo. Essendo in me, voi sarete in lui, perchè egli è una me­desima cosa con me » (Dialogo, c. XLI).

Sempre avidi e sempre sazi.

« Quando l’anima è separata dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. Allora è saziata, ma senza fastidio, perchè es­sendo saziata ha sempre fame, senza aver la pena della fame; ribocca d’una felicità perfetta e nulla può desiderare senza averlo. Desidera di veder me e mi vede a faccia a faccia; desidera di veder la gloria del mio nome ne’ miei Santi e la vede nella natura angelica e nella natura umana » (Dialogo, ca­pit. LXXIX).

Gli eletti veggono risplendere la gloria di Dio sopra la terra ed anche nell’inferno.

« La vista dell’anima beata è tanto perfetta che vede la gloria e l’onore del mio nome non solo nei cittadini che sono a vita eterna, ma anche nelle creature mortali. Voglia o non voglia, il mondo mi rende gloria. Vero è che non me la rende come dovrebbe, amando me sopra ogni cosa; ma dalla parte mia io traggo dagli uomini gloria e lode al nome mio, poi­chè in loro brillano la mia misericordia e la grandezza della mia carità.

« Io loro lascio il tempo e non comando alla terra d’inghiottirli per i loro difetti; anzi io li aspetto, e alla terra comando, che loro doni i frutti suoi, al sole, che li scaldi e dia loro la luce e il caldo suo, al cielo che si muova, e spando la mia misericordiosa bontà su tutte le cose che sono fatte per loro. Non solo io non le sottraggo da essi per i difetti loro, ma ancora le do a1 peccatore come al giusto, ed anche spesse volte più al pecca­tore che al giusto, perchè il giusto può sof­frire ed io lo privo dei beni della terra per dargli più abbondantemente i beni del cielo. Così la mia misericordia e la mia carità bril­lano sopra di essi.

« Alcuna volta le persecuzioni che i servi del mondo fanno sopportare a’ miei servi, provano la loro pazienza e la loro carità; esse non servono che a farmi offrire da loro umili e continue preghiere: così ridondano a gloria e ad onore del nome mio; sicchè voglia o non voglia, l’iniquo salva la mia gloria, anche con ciò ch’egli fa per offendermi » (Dialogo, C. LXXX).

« I peccatori stanno in questa vita ad au­mentare la virtù ne’ servi miei, così come i demònii stanno nell’inferno, in qualità di miei giustizieri e aumentatori, cioè facendo giu­stizia dei dannati. Essi servono altresì alle mie creature, che, nel loro terreno pellegri­naggio, desiderano d’arrivare a me, loro fine. Servono loro esercitando la loro virtù con molte molestie e tentazioni in diversi modi, esponendoli alle ingiurie ed alle ingiustizie degli altri, a fine di far loro perdere la ca­rità; ma volendo spogliare i miei servi, essi li arricchiscono esercitando la loro pazienza, la loro fortezza e la loro perseveranza. Per que­sto modo rendono gloria e lode al nome mio » (Dialogo, C. LXXXI).

La vista dei peccati cagiona compassione, ma non tristezza, nel cuore degli eletti.

« L’anima, in cielo, vede l’offesa che mi è fatta; ella non può più, come un tempo, sentirne dolore, ma ne prova solo compas­sione; ama senza pena e prega sempre con carità perchè io faccia misericordia al mondo. In lei la pena è passata, ma non la carità. Il Verbo, mio Figliuolo, vide finire, nella morte dolorosa della croce, la pena del desiderio della vostra salute che lo tormentava, ma il desiderio della vostra salute non è cessato colla pena.

« Parimenti i Santi, che hanno la vita eterna, conservano il desiderio della salute delle anime, ma senza averne la pena; la pena si spense nella loro morte, ma non l’ar­dore della carità. Essi sono come inebriati del sangue dell’Agnello immacolato e rivestiti della carità del prossimo. Passarono per la porta stretta, tutti inondati del sangue di Gesù Crocifisso, e, in me, oceano della pace, si trovano liberati dall’imperfezione, cioè dalla pena del desiderio, perchè sono arrivati a quella perfezione in cui sono saziati d’ogni bene » (Dialogo, c. Lxxxii).

La beata Osanna da Mantova, all’età di dodici anni fu rapita in cielo, ové le fu dato di contemplare lo splendore dei Santi. Quello spettacolo accese il suo cuore d’un tale amore che avrebbe desiderato di non più ritornare sopra la terra. L’Onnipotente le disse: « Figlia mia carissima, io volli farti intravedere la gloria dei vergini e dei martiri, affinchè il ricordo di questa incomparabile felicità ti pre­servi da ogni immondezza e ti renda fedele e diligente nel mio servizio ».

L’anima immersa nella gioia celeste.

Dio Padre diede a S. Maria Maddalena de’ Pazzi quest’istruzione sulla felicità del cielo « Vedi, figlia mia, la differenza che corre fra un uomo che beve un bicchier d’acqua e un altro che si bagni nel mare. Si dice del primo che l’acqua entra in lui, perchè essa dalla bocca passa nello stomaco per rinfrescarlo; ma del secondo si dice ch’entra nel mare, perchè la quantità d’acqua che lo compone è così grande che eserciti interi possono en­trarvi e perdervisi, senza che ne resti la menoma traccia. Così è dell’anima. Le con­solazioni ch’ella riceve in questo mondo non fanno altro che entrare in lei, come l’acqua in un ristrettissimo vaso, per modo ch’ella non può riceverle se non in una misura assai limitata. Il che faceva dire ad una di tali anime, ricolma di dolcezze, deplorando la pic­ciolezza del suo vaso che non poteva conte­nerne quanta avrebbe voluto: basta, Signore, basta. Dovechè nel cielo si entra nella gioia del Signore, ci si immerge in un oceano senza fondo di dolcezze e di consolazioni ineffabili, cioè in Dio stesso, che sarà tutto in tutti. Dentro di voi, fuori di voi, sopra di voi, at­torno a voi, davanti a voi e dietro a voi, tutto sarà gioia, allegrezza, dolcezze e consolazioni, perchè da ogni lato troverete Iddio. Erit Deus omnia in omnibus » (P. I, c. XYII).

Dio si compiace ne’ suoi eletti e gli eletti si compiacciono in Dio. 

« Nel cielo, disse ancora l’Eterno Padre alla medesima Santa, le anime beate non ces­sano di godere nella compiacenza della sua divina essenza. Esse trovano in tale compia­cenza un piacere inenarrabile ed una grande gloria, il che fa si che anch’io mi compiaccia grandemente in esse; e siffatta compiacenza reciproca di me in loro e di loro in me produce, negli angeli, ineffabili trasporti d’al­legrezza e forma la felicità di tutto il para­diso » (P. IV, c. xiii).

Dolcezze corrispondenti ai dolori dell’esilio.

Il Signore disse a Geltrude a proposito di un’eletta: « Perchè il suo più gran dolore fu nel suo braccio, ella mi tiene abbracciato con una sì grande gloria di beatitudine che desidererebbe d’aver sofferto cento volte di più » (lib. V, e. III).

Una volta, dopo la Comunione, racconta Maria Amata, nostro Signore mi mostrò che un giorno si vedrebbero nelle anime tutti i pensieri della loro vita, tutti i loro sentimenti, affetti ed intenzioni (Vita, c. xvui).

Ciascun genere d’opere virtuose avrà una speciale ricompensa.

Il Signore diede un giorno a S. Geltrude questa istruzione: « In quella guisa che il corpo si compone di risolti membri fra loro uniti, così l’anima è costituita da diversi af­fetti, come il timore, il dolore, la gioia, l’a­more, la speranza, l’odio, il pudore. Secondo che l’uomo si sarà esercitato per la mia gloria in ciascuno di questi affetti egli ritro­verà in me altrettante gioie ineffabili e ine­stimabili. Nel dì della risurrezione quando questo corpo mortale rivestirà l’incorruttibi­lità, ciascun membro riceverà una ricompensa speciale per ciascuna delle opere che avrà compiute, e per ciascuno degli esercizi prati­cati in mio nome e per mio amore. Ma l’a­nima riceverà una ben più nobile ricompensa per ciascun movimento di santo affetto, che per mio amore l’avrà animata o penetrata di compunzione » (lib. III, c. Lxix).

Un giorno, festa di Tutti i Santi, S. Gel­trude ebbe la visione del cielo. Poi il Signore le mostrò sparsi e mescolati fra i Santi del cielo tutti i fedeli militanti ancora sopra la terra, ciascuno secondo i meriti suoi. Per esempio quelli che, vivendo onestamente nel matrimonio, si esercitano in buone opere nel timore di Dio apparivano aggiunti ai santi patriarchi. Quelli che meritano di conoscere i segreti di Dio sembravano riuniti ai profeti. Quelli che si dedicano alla predicazione e all’insegnamento della santa dottrina erano riuniti agli apostoli e così degli altri. Vide altresì che i martiri avevano nelle loro file i religiosi che vivono sotto l’obbedienza. I santi martiri, nella parte del loro corpo dove soffrirono per il Signore, ricevevano uno splendore speciale e una dilettazione d’una potenza inestimabile. Similmente i religiosi per tutte le delicatezze che rifiutarono a se stessi nei sensi della vista, del gusto, dell’u­dito, nel passeggio o nella conversazione, o per altri simili sacrifizi, hanno in cielo la medesima ricompensa dei martiri » (lib. IV, cap. Lv).

« I giusti brilleranno come il sole nel regno del Padre mio ».

Parole del Signore a S. Matilde: « Il corpo, nella sua risurrezione, sarà sette volte più brillante del sole, e l’anima sette volte più brillante del corpo, cui ella ripiglierà come un vestimento, spandendo la luce in tutte le sue membra come il sole in un cristallo. Ed io penetrerò tutte le parti più intime dell’a­nima con una luce ineffabile e così, nel ce­leste soggiorno, brilleranno corpo ed anima, per sempre » (Parte V, c. xiv).

Gli eletti nei cori degli angeli.

Il Signore disse a Margherita da Cortona: « Tu mi pregasti per Gilia, ebbene io per amor tuo e per le sue opere virtuose la col­locherò in paradiso nell’ordine dei Cherubini » (cap. VIII, § 6). E qualche tempo dopo: « Oggi rallegrati con Frate Giunta (France­scano, confessore della santa penitente e autore della sua vita) di vedere la sua cara figlia Gilia, ammessa, secondo la mia promessa, nel coro dei Cherubini » (cap. ix, § 31). Gilia era un’amica intima della santa peni­tente. Il Signore un giorno disse a questa: « Tu sai che Giovannello e Gilia, tua com­pagna, per imitare la tua vita penitente, vol­lero mortificare il loro corpo all’eccesso e abbreviarono così la loro vita » (c. x, § 14). Poichè Margherita pregava per Gilia morta allora, un angelo le disse: « Ella starà per un mese in purgatorio, non vi soffrirà che pene leggere, per essersi lasciata trascorrere all’ira per eccesso di zelo ». Il Signore inviò quattro angeli per liberarla dal purgatorio (cap. ix, § 30 e 31).

Ciascun eletto gode della felicità di tutti.

« Nel cielo, figlia mia, disse l’Eterno Padre a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ogni beato non si rallegra meno della gloria degli altri che della sua propria, perchè l’amore, come sai, mette tutto in comune, e il cielo è il sog­giorno del sincero e perfetto amore. Dirò di più: la perfezione di quest’amore è così grande che un’anima, vedendo un’altra rive­stita di una gloria più fulgida della sua, per­chè ebbe sulla terra una carità più grande, si rallegra più di quella gloria estranea che della sua propria. Così s’aumenta la gloria di ciascun’anima beata, a misura che la sua carità si dilata, poichè ella partecipa della gloria di tutte le altre, così come di quella degli angeli e di tutti gli spiriti da me glo­rificati nel cielo. Vedi, figlia mia, quale abisso di gloria! » (Parte  I, c. xxiii).

Il Signore disse a Matilde: « Loda la mia bontà nei Santi, ch’io rimunerai con una tal beatitudine ch’essi abbondano di tutti i beni, non solo in se stessi, ma la gioia dell’uno si accresce ancora colla gioia dell’altro, a tal segno che uno gode della felicità dell’altro più che una madre dell’elevazione dell’unico suo figliuolo, o che un padre del trionfo e della gloria del suo figlio. Così ognuno di loro gode dei meriti particolari di tutti in una dolce carità » (Parte I, c. xxxiv).

“Gesù istruisce Giuda Iscariota” dalle rivelazioni di Gesù alla mistica Maria Valtorta

“Gesù istruisce Giuda Iscariota” dalle rivelazioni di Gesù alla mistica Maria Valtorta

Ancora Gesù e Giuda che, dopo aver pregato nel luogo più vicino al Santo, concesso agli israeliti maschi, escono dal Tempio. Giuda vorrebbe rimanere con Gesù. Ma questo desiderio trova l’opposizione del Maestro. «Giuda, Io desidero di rimanere solo nelle ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare altri a vivere la stessa vita, deve posporre la carne, direi quasi ucciderla nelle sue prepotenze, per dare tutte le sue cure allo spirito. Tutti, sai, Giuda. Anche tu, se vuoi veramente essere di Dio, ossia del soprannaturale».

«Ma noi siamo ancora della terra, Maestro. Come possiamo trascurare la carne dando tutte le cure allo spirito? Non è, ciò che dici, in antitesi con il comando di Dio: “Non ucciderai”? In questo non è anche compreso il non uccidersi? Se la vita è dono di Dio, dobbiamo amarla o meno?».

«Risponderò a te come non risponderei ad un semplice, al quale basta fare alzare lo sguardo dell’anima, o della mente, a sfere soprannaturali, per portarselo seco noi in volo nei regni dello spirito. Tu non sei un semplice. Ti sei formato in ambienti che ti hanno affinato… ma che anche ti hanno inquinato con le loro sottigliezze e colle loro dottrine. Ricordi Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi che disse (Qoèlet 1, 1-2; 12, 8.13), dopo aver conosciuto tutto il sapere? “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi comandamenti, questo è tutto l’uomo”. Or Io ti dico che occorre saper prendere dai cibi nutrimento, ma non veleno. E se un cibo lo si comprende a noi nocivo, perché vi sono in noi reazioni per cui quel cibo è nefasto, essendo più forte dei nostri umori buoni che lo potrebbero neutralizzare, occorre non prendere più di quel cibo, anche se è appetitoso al gusto. Meglio semplice pane e acqua di fonte ai piatti complicati della mensa del re, in cui sono droghe che turbano e avvelenano».

«Che devo lasciare, Maestro?».

«Tutto quello che sai che ti turba. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da tutto ciò che pace non è e porta seco turbamento. So che è difficile riformare se stesso. Ma Io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per aiutare l’uomo a tornare figlio di Dio, a ricrearsi come per una seconda creazione, un’autogenesi voluta dallo stesso. Ma lascia che Io ti risponda a quanto chiedevi, acciò tu non dica che sei rimasto in errore per mia colpa. È vero che l’uccidersi è uguale all’uccidere. Sia la propria o l’altrui, la vita è dono di Dio, e solo a Dio che l’ha data è deferito il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua superbia, e la superbia è odiata da Dio».

«La superbia confessa? Io direi la disperazione».

«E che è la disperazione se non superbia? Considera, Giuda. Perché uno dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da sé vincerle e non riesce a tanto. Oppure perché è colpevole e si giudica non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la superbia che è regina? Quell’uomo che vuole fare da sé non ha più l’umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: “Io non posso, ma Tu puoi. Aiutami, perché da Te io tutto spero e attendo”. Quell’altro uomo che dice: “Dio non mi può perdonare”, lo dice perché, misurando Dio su se stesso, sa che uno, offeso come egli ha offeso, non potrebbe perdonarlo. Ossia è superbia anche qui. L’umile compatisce e perdona, anche se soffre dell’offesa ricevuta. Il superbo non perdona. È superbo anche perché non sa chinare la fronte e dire: “Padre, ho peccato, perdona al tuo povero figlio colpevole”. Ma non sai, Giuda, che tutto sarà perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono con cuore sincero e contrito, umile e volonteroso di risurrezione nel bene?».

«Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati».

«Tu lo dici. E vero sarà perché così l’uomo vorrà. Ma in verità, oh! in verità ti dico che anche dopo il delitto dei delitti, se il colpevole corresse ai piedi del Padre – si chiama Padre per questo, o Giuda, ed è Padre di perfezione infinita – e piangendo lo supplicasse di perdonarlo, offrendosi all’espiazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe modo di espiare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».

«Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita, e che si uccisero, fecero male». (Giudici 9, 54; 1 Samuele 31, 4-5; 2 Samuele 17, 23; 1 Re 16, 18; 2 Maccabei 14, 41-46)

«Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso. Fecero male. Nella loro relativa conoscenza del bene avranno, in certi casi, avuto ancor misericordia da Dio. Ma da quando il Verbo avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore in disperazione. Né nell’attimo del particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato, tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: Dio non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo di mio applicarmi giustizia per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire dai rimorsi”, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto se tu fossi venuto sul mio paterno seno. E, come hai giudicato, abbiti. Io non violento la libertà che ti ho data. Questo dirà l’Eterno al suicida.

Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è? Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché la carne regge. Poi comincia la grande Vita, l’eterna Vita. Di beatitudine per i giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è scopo o è mezzo? È mezzo. Serve per il fine che è l’eternità. E allora diamo alla vita quel tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista. Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti. Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano. Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo: amore di Dio e di prossimo, volontà di servire Dio e prossimo, ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù. Io ti ho risposto, Giuda. Ne sei persuaso? Ti basta la spiegazione? Sii sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per esser Maestro».

«Ho compreso e mi basta. Ma… è molto difficile fare ciò che ho compreso. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io… Sono un uomo, giovane, pieno di vitalità…».

«Sono venuto per gli uomini, Giuda. Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio. Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché l’Intelligenza, che è loro Vita, li fa cogniti di tutto, anche quelli che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono avere che un peccato, come uno lo ebbe di loro, e seco trascinò i meno forti nella carità: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più bello degli arcangeli, e ne fece il mostro orripellente dell’Abisso. Non sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero, inorridiscono anche solo alla larva di un pensiero d’orgoglio. Ma sono venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli. L’uomo era la perfezione del creato. Aveva dell’angelo lo spirito e dell’animale la completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non vi era creatura che l’eguagliasse. Era il re della terra, come Dio è il Re del Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l’ultima volta sulla terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha strappato le ali all’angelo-uomo e vi ha messo artigli di fiera e brame di immondezza e ne ha fatto un che ha più nome di uomo-demone che di uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all’uomo, riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che l’uomo, se vuole volerlo, può fare quanto Io dico per tornare re e angelo.

Non vi direi cose che non potreste fare. Non sono uno dei retori che predicano dottrine impossibili. Ho preso vera carne per poter sapere, per esperienza di carne, quali sono le tentazioni dell’uomo».

«E i peccati?».

«Tentati, tutti lo possono essere. Peccatori, solo chi vuole esserlo».

«Non hai mai peccato, Gesù? »

«Non ho mai voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma questo ho voluto e vorrò per mostrare all’uomo che il Figlio dell’uomo non peccò perché non volle peccare e che l’uomo, se non vuole, può non peccare».

«Sei stato mai in tentazione?».

«Ho trent’anni, Giuda. E non sono vissuto in una spelonca su un monte. Ma fra gli uomini. E, anche fossi stato nel più solitario luogo della terra, credi tu che le tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il male. (Queste affermazioni sono esatte in quanto riferite alla condizione umana in genere) Tutto portiamo con noi. E sul bene ventila il soffio di Dio e lo avviva come turibolo di graditi e sacri incensi. E sul male soffia Satana e lo accende in rogo di feroce vampa. Ma la volontà attenta e la preghiera costante sono umida rena sulla vampa d’inferno: la soffoca e doma».

«Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?».

«Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!… Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre più nel dire ” ora mi siedo al desco “, o nel dire non vi è cibo per me “?».

«Soffre di più nel secondo caso, perché solo il sapere che ne è privo gli riporta l’odore delle vivande, e le viscere si torcono nella voglia».

«Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda. Satana la rende più acuta, esatta, seducente di ogni atto compiuto. Inoltre l’atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazione non cade ma, come albero potato, getta più robusta fronda».

«E non hai mai ceduto?».

«Non ho mai ceduto».

«Come hai potuto?».

«Ho detto: ” Padre, non mi indurre in tentazione “»

«Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l’aiuto del Padre?».

«Non solo l’aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione. Credi tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche tutto il Figlio riceve dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in mio nome al Padre verrà concesso. Ma eccoci al Get-Sammì, dove Io abito. Già sono i primi ulivi oltre le mura. Tu stai oltre Tofet. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te».

«La pace a Te pure, Maestro… Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e sarebbero dimore di Te più degne».

«Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l’indegno sono in tutti i ceti. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia, ti dico che l’indegno, e maliziosamente indegno, è sovente fra i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto il mio seguo. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo «Ma per essere rispettato, per imporsi… »

«È rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono subiti e maledetti dalle labbra e dai cuori. Sui buoni, o anche solamente nei volonterosi di bontà, credi, Giuda, che saprò impormi più con la modestia che con l’imponenza».

«Ma allora… spregerai sempre i potenti? Te ne farai dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco e che hanno un nome… »

«Io non spregerò nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi, agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io sarò curvo sempre sui poveri, gli afflitti e i peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere. Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va’. E Dio ti ispiri ciò che è bene».

Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi, e ogni cosa finisce.

Dall’ editoriale di “Radicati nella fede”: NON PREDICANO I NOVISSIMI, NON ASCOLTATELI! “Come fare per sapere se i pastori sono degni di essere ascoltati e seguiti? È semplice: se parlano ancora della salvezza eterna, se parlano dei Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Se nel loro parlare tutto questo non compare mai, diffidate, hanno già cambiato la fede.”

 

Dall’ Editoriale di “Radicati nella fede” di Novembre

 

NON PREDICANO I NOVISSIMI, NON ASCOLTATELI!

 

 

Per la salvezza eterna dell’uomo, di ogni uomo, e non per renderlo cosciente di una salvezza già avvenuta: per questo c’è la Chiesa.

La differenza sta tutta qui. Ormai il Cattolicesimo in mezzo a noi ha preso un’altra forma, questo fatto è sotto gli occhi di tutti. La preoccupazione non è più la salvezza delle anime. Chi frequenta ancora le chiese, difficilmente sentirà predicare questo che è il cuore del cristianesimo: Nostro Signore Gesù Cristo è l’unico Redentore, occorre pentirsi e cambiare vita, essere battezzati e accostarsi ai sacramenti, occorre vivere in grazia di Dio per la salvezza dell’anima nostra. No, di tutto questo non si parla più. E lo vedremo in questo “Anno della fede”, nel quale, ahimè, si sarà preoccupati di celebrare le date della Chiesa, ma non si affermerà la preoccupazione della salvezza delle anime.

Perché tutto questo? Semplicemente perché dopo il Concilio si è di fatto prodotta una mutazione della fede cattolica, i cui tragici frutti cogliamo pienamente in questi tempi.

Hanno in testa molti, troppi, quasi tutti, che la salvezza delle anime è già avvenuta, e che ora bisogna solo rendere coscienti gli uomini di questo dono dall’alto. È una Chiesa, questa, che ha spostato tutto sull’umano, sull’antropologia, sul benessere della persona, sulla ricerca della felicità.

Ma questo è ancora Cristianesimo? Gesù non è venuto perché senza di Lui non possiamo salvarci? Non è morto in Croce per liberarci dal potere del Demonio e per riaprirci il Paradiso? Non ha comandato ai suoi discepoli di predicare il Vangelo sino agli estremi confini della terra e di battezzare?: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato” …non è scritto così?

Invano attenderete, nei dibattiti televisivi sul Concilio, che l’ecclesiastico di turno vi parli della questione della salvezza eterna.

Ma se non è in gioco questo, che ci sta a fare l’ecclesiastico di turno e la Chiesa stessa? Capita di vedere un Cardinale, quello di Milano, su “LA7”, sfoderare un irenismo ridicolo e cieco sulla situazione della Chiesa (“Quando visito le chiese, sono sempre piene”… “Non è vero che c’è crisi”), sentirlo parlare di un fumoso cristianesimo in un discorso che assomiglia più ad una lezione di antropologia, reagire infastidito alle chiare affermazioni del Prof. De Mattei sulla spaventosa crisi seguita al Vaticano II, mentre il laico di turno, nel caso Giuliano Ferrara, ricorda che occorre parlare anche dell’Inferno, oltre che della “pienezza umana” portata da Cristo. Siamo a questo punto: quelli fuori della Chiesa ricordano alla Chiesa l’essenziale, che essa non predica più.

Ma attenti tutto questo è più che drammatico, perché cambiare la prospettiva vuol dire cambiare tutto.

Se lo scopo è rendere migliore, più cosciente la vita di quaggiù, e non la salvezza eterna, siamo di fronte ad una modificazione profonda del Cristianesimo, siamo di fronte ad una nuova religione, che non è più quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Siamo di fronte alla religione dell’uomo, e non alla religione di Dio.

Un grande sacerdote santo, il Père Emmanuel Andrè, chiamava tutto questo “Naturalismo”: tutto è ridotto alla natura, all’uomo. È il più grande e devastante cancro del Cattolicesimo. E lo stesso Pére Emmanuel diceva che occorre, di fronte a questo male, essere “uomini di Dio, uomini di reazione”: entrambe le cose… di Dio e di reazione. Sì: occorre PREGARE E REAGIRE, dire basta!, non avere più a che fare con coloro che stanno affossando la Chiesa e la fede Cattolica.

Sono nostri pastori coloro che custodiscono il cattolicesimo, non coloro che lo svendono trasformandolo in antropologia religiosa per entrare nei salotti culturali di questa stanca società occidentale. Come fare per sapere se i pastori sono degni di essere ascoltati e seguiti? È semplice: se parlano ancora della salvezza eterna, se parlano dei Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Se nel loro parlare tutto questo non compare mai, diffidate, hanno già cambiato la fede.

 

SANT’AGOSTINO: -Cristiani di nome, non di fatto- “Perché mai Gesù non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio”

 

DAL COMMENTO ALLA LETTERA DI SAN GIOVANNI, SANT’AGOSTINO

 

[Confessare il peccato e lottare con la grazia di Dio.]

3. Se voi sapete che egli è giusto, sappiate che chiunque si diporta giustamente, è nato da lui (1 Gv 2, 29). Attualmente la nostra giustizia deriva dalla fede. La giustizia perfetta si trova solo negli angeli, ma se li mettiamo a confronto con Dio, dovremo dire che a mala pena essi sono nella giustizia. Ma se esiste una giustizia relativamente perfetta nelle anime e negli spiriti creati da Dio, questa si trova negli angeli buoni santi e giusti, che non hanno abbandonato Dio con nessun peccato, non sono caduti in atti di superbia, ma sono sempre rimasti fedeli nella contemplazione del Verbo di Dio, nulla avendo di più dolce se non la visione di colui dal quale sono stati creati. Orbene in questi angeli noi troviamo la perfetta giustizia, mentre in noi si trova quella giustizia che ha avuto inizio dalla fede secondo lo Spirito. Allorché leggevamo il salmo, avete sentito queste parole: Incominciate a lodare il Signore con la confessione (Sal 146, 7). Il salmista dunque ci dice di incominciare: ora l’inizio della nostra giustizia è la confessione dei nostri peccati. Se hai incominciato a non scusare il tuo peccato, già hai dato inizio alla tua giustificazione: essa diventerà poi perfetta, quando il tuo unico diletto sarà la giustizia, e la morte sarà assorbita nella vittoria (cf. 1 Cor 15, 54), né più ti attirerà la concupiscenza, non si avrà più in te la lotta contro la carne ed il sangue e tu avrai la corona della vittoria, il trionfo sul nemico: allora ci sarà anche in te la perfetta giustizia.

Per il momento dobbiamo ancora combattere e se combattiamo significa che ancora ci troviamo nello stadio; possiamo infliggere ferite ma anche essere feriti, ed aspettiamo di vedere chi sarà il vincitore. Ora vincitore sarà colui che riesce a ferire, non facendo affidamento sulle sue forze, ma sulla spinta di Dio. Il diavolo è solo nel combatterci. Noi vinciamo il diavolo se stiamo vicini a Dio. Se pretendi di opporti da solo al diavolo, sarai sconfitto. Egli è un avversario avveduto ed esperto. Quante vittorie ha al suo attivo! Guardate da quale altezza ci ha precipitato: per farci nascere mortali, riuscì a scacciare dal paradiso i nostri progenitori. Che cosa fare dunque, dal momento che egli è tanto esperto? Si invochi l’Onnipotente contro il diavolo che è un nemico agguerrito. Abiti dentro di te colui che non può essere vinto, ed allora certamente vincerai colui che è solito vincere. Chi però il diavolo riesce sempre a vincere? Colui nel quale non abita il Signore. Adamo, infatti, mentre era nel paradiso disprezzò, come sapete, il comando del Signore e divenne superbo, desiderando essere indipendente, non più soggetto alla volontà di Dio; e così cadde dalla sua condizione di immortalità e di beatitudine (cf. Gn 3, 6). Ci fu un tempo un uomo agguerrito anche se mortale, che, sedendo nello sterco tra putridi vermi, vinse il diavolo: fu Adamo stesso che lo vinse nella persona di Giobbe, essendo questi un suo discendente; Adamo, quando era nel paradiso, subì la sconfitta; quando invece si trovò nello sterco, conseguì la vittoria. Quando era nel paradiso diede ascolto alle parole suasive della donna, che le aveva sentite suggerire dal diavolo; ma quando si trovò in mezzo allo sterco, egli disse ad Eva: Hai parlato da donnetta stolta (Gb 2, 10). Là, nel paradiso, si lasciò suggestionare, ma qui sa rispondere a tono; quando era in condizioni di felicità, si lasciò convincere; ma quando si trovò in mezzo alla disgrazia, ottenne la vittoria. Fate perciò attenzione, o fratelli, alle parole successive di questa Epistola: ci viene raccomandato di vincere il diavolo, ma non da soli. Se sapete che egli è giusto – ci dice l’apostolo Giovanni – sappiate che chi agisce con giustizia è nato da lui, cioè da Dio, da Cristo. Parlando di chi è nato da lui è a noi che si rivolge. Dunque per il fatto di essere nati da lui già siamo perfetti.

[Cristiani di nome, non di fatto.]

4. Ascoltate: Ecco quale amore ci mostrò il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà (1 Gv 3, 1). Chi di figlio ha soltanto il nome, non è vero figlio, che vantaggio ha da tal nome, se nulla significa per lui? Quanti si dicono medici ma non sanno curare i malati! Quanti hanno il nome di guardia, ma dormono tutta la notte! Allo stesso modo molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita, non nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità. Ricordate, o fratelli, quanto avete udito: Ecco quale amore ci ha dimostrato il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà. Per questo il mondo non ci conosce; dal momento che il mondo non ha conosciuto il Padre, non conosce neanche noi (1 Gv 3, 1). Il mondo è tutto cristiano e in pari tempo è tutto empio; gli empi infatti sono sparsi in tutto il mondo e lo stesso si verifica per le persone pie: gli uni non conoscono gli altri. Come sappiamo che non si conoscono a vicenda? Da questo: che gli empi lanciano insulti contro coloro che vivono bene. Fate bene attenzione perché costoro si trovano forse anche in mezzo a voi.

Ciascuno di voi già vive religiosamente, già disprezza le cose del secolo, non va agli spettacoli, non si ubriaca come si trattasse di un rito, non si rende impuro (e la cosa è molto importante) nelle feste dei santi, col pretesto di ottenere il loro patrocinio. Perché mai, dunque, chi non compie tali azioni viene insultato da chi le compie? Ma come potrebbe essere oggetto di insulto, se fosse conosciuto? Perché allora non sono conosciuti? Perché il mondo non conosce il Padre. Chi sono coloro che formano il mondo? Evidentemente quelli che abitano il mondo, così come, dicendo casa, si intende parlare dei suoi abitatori. Queste cose già le abbiamo dette e ripetute, né ci stanchiamo di ripeterle. Quando sentite parlare del mondo in senso cattivo, dovete intendere solo gli amatori del mondo. Essi abitano nel mondo in quanto lo amano; e poiché lo abitano, hanno anche meritato di assumerne il nome. Il mondo perciò non ci conosce, perché non conosce il Padre. Gesù stesso camminava per le strade del mondo ed era Dio in carne umana, Dio nascosto nella debolezza della carne. Perché mai non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio: amando ciò che la febbre suggeriva loro, facevano ingiuria al medico.

[Cristo è venuto per essere giudicato, tornerà per giudicare.]

5. Ma noi che faremo? Già siamo nati da lui, ma poiché restiamo ancora nella speranza, l’Apostolo ha aggiunto: Dilettissimi, ora siamo figli di Dio. Lo siamo già fin d’ora? Che cosa allora dobbiamo aspettare, se già siamo figli di Dio? Non ancora ci è stato rivelato ciò che saremo. Saremo qualcosa di diverso da ciò che sono i figli di Dio? Ascoltate le parole che seguono: Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Comprenda la vostra Carità questa grande cosa: sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è. Fate attenzione e vedete chi è qui indicato con la parola: è. Già voi sapete chi viene così chiamato. Viene detto è non soltanto chi è di nome ma chi è anche di fatto; chi ha un essere immutabile, eterno, incorruttibile; un essere che non migliora, perché già perfetto, né diminuisce perché eterno. Che cosa significa questo? In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Che cosa significano queste altre parole? Egli pur sussistendo in forma divina non giudicò un’usurpazione essere uguale a Dio (Fil 2, 6).

I cattivi non possono vedere Cristo nella sua forma divina, come il Verbo di Dio, l’Unigenito del Padre, uguale al Padre. Anche i cattivi invece potevano vederlo come Verbo fatto carne: nel giorno del giudizio lo vedranno anche i cattivi; egli verrà a giudicare, così come era venuto per essere giudicato. Egli è, nella medesima forma, uomo e Dio. Dice la Scrittura: Sia maledetto l’uomo che mette la sua speranza nell’uomo (Ger 17, 5). Egli venne come uomo, per essere giudicato, e come uomo verrà a giudicare. Se fosse impossibile vederlo, perché mai è stato scritto: Guarderanno a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37)? Degli empi infatti è detto che lo vedranno e saranno confusi. In che senso allora non potranno vederlo, quando il Signore metterà alcuni alla sua destra ed altri alla sua sinistra? A quelli che metterà alla destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio, possedete il Regno (Mt 25, 34). A quelli di sinistra dirà invece: Andate al fuoco eterno (Mt 25,.41). Essi vedranno in Cristo solo l’aspetto di servo, non vedranno la sua forma di Dio. Perché? Perché sono empi ed il Signore stesso dice: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Godremo dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia (cf. 1 Cor 2, 9): una visione che supererà tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza.

[Il desiderio amplia le nostre capacità recettive.]

6. Che cosa saremo dunque, allorché potremo godere questa visione? Che cosa ci è stato promesso? Saremo simili a lui, perché lo vedremo come è. La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto immaginatelo colla mente. Che cosa sono le rivelazioni di Giovanni messe a confronto con Colui che è? Che cosa possiamo esprimere noi che siamo creature assolutamente impari alla sua grandezza? Torniamo adesso a parlare della sua unzione, di quell’unzione che insegna interiormente ciò che a parole non possiamo esprimere. Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla.

La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l’otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti. Ammirate l’apostolo Paolo che dilata le capacità della sua anima, per poter accogliere ciò che avverrà. Egli dice infatti: Non che io abbia già raggiunto il fine o che io sia perfetto; non penso di avere già raggiunto la perfezione, o fratelli (Fil 3, 12-13). Ma allora che cosa fai, o Paolo, in questa vita, se non hai raggiunto la soddisfazione del tuo desiderio? Una sola cosa, inseguire con tutta l’anima la palma della vocazione celeste, dimentico di ciò che mi sta dietro, proteso invece a ciò che mi sta davanti (Fil 3, 13-14). Ha dunque affermato di essere proteso in avanti e di tendere al fine con tutto se stesso. Comprendeva bene di essere ancora incapace di accogliere ciò che occhio umano non vide, né orecchio intese, né fantasia immaginò.

In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall’amore del mondo. Già l’abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo intorno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com’è.

[L’attesa paziente rafforza il desiderio.]

7. Ed ognuno che ha questa speranza in lui (1 Gv 3, 3). Vedete dunque come egli ci ha posto nella speranza. Considerate la perfetta armonia tra il pensiero dell’apostolo Paolo e quello del suo confratello nell’apostolato. Nella speranza – afferma san Paolo – noi siamo salvati. La speranza che si vede, non è speranza. Se uno vede qualcosa, come può sperarla? Se dunque speriamo ciò che non vediamo, attendiamolo nella pazienza (Rm 8, 24-25). La pazienza da parte sua mette in esercizio il desiderio. Anche a te tocca mantenerti costante, dal momento che Dio sempre resta; persevera nel cammino verso di lui, e lo raggiungerai; egli infatti, verso cui sei indirizzato, non si allontanerà. Vedete: chiunque spera in lui, si rende puro così come egli è puro (1 Gv 3, 3).

Vedete come Dio non distrugge il libero arbitrio; dice infatti si rende puro. Chi ci rende puri se non Dio? Ma Dio non ti purifica, se tu non lo vuoi. Per il fatto che insieme alla volontà di Dio metti anche la tua, tu rendi puro te stesso. Questo non si verifica in forza delle tue capacità, ma per merito di Colui che viene ad abitare dentro di te. Siccome però in questi atti c’è la parte della tua volontà, anche a te ne è attribuito il merito. Ma in tal modo che tu debba dire col salmo: Sii tu il mio aiuto, non abbandonarmi (Sal 26, 9). Se dici: sii tu il mio aiuto, significa che qualche cosa stai facendo; perché se nulla fai, in che cosa Dio dovrebbe aiutarti?

[Giustificazione e fede.]

8. Chiunque fa peccato, commette anche una iniquità (1 Gv 3, 4). Nessuno dica: il peccato non è una iniquità; non si dica: io sono peccatore ma non una persona iniqua. Perché: chiunque fa peccato, commette anche una iniquità. Il peccato è una iniquità. Che faremo dunque dei nostri peccati e delle nostre iniquità? Ascolta che cosa aggiunge Giovanni: Voi sapete che Gesù si è rivelato per togliere via il peccato e che in lui non c’è peccato (1 Gv 3, 5). Proprio colui nel quale non c’è peccato, è venuto a togliere il peccato. Se il peccato si trovasse anche in lui, occorrerebbe toglierlo da lui; ed egli non sarebbe in grado di toglierlo agli altri. Chiunque rimane in lui non pecca. Nella misura in cui uno rimane in lui, non pecca. Chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce (1 Gv 3, 6).

Qui sorge un grande problema. Nessuna meraviglia che Giovanni affermi: chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce. Noi ora non lo vediamo ma lo vedremo un giorno; noi non lo conosciamo ma lo conosceremo; noi crediamo in uno che ancora non conosciamo. Forse vuol dire che lo conosciamo per fede ma non lo conosciamo ancora nella visione? No, perché nella fede noi lo vediamo e lo conosciamo. Se non lo vedessimo per mezzo della fede, perché mai siamo detti illuminati? C’è una illuminazione che si attua con la fede e c’è una illuminazione che si attua nella visione diretta. Finché dura il pellegrinaggio terreno, noi non camminiamo nella visione ma nella fede (cf. 2 Cor 5, 7). Anche la nostra giustizia si attua dunque nella fede, non già nella visione, e sarà perfetta quando raggiungeremo la visione. Non dobbiamo abbandonare la giustizia che proviene dalla fede, perché il giusto vive di fede (Rm 1, 17), ci dice l’Apostolo. Chiunque rimane in lui non pecca; infatti chi pecca, né lo vede, né lo conosce. Chi pecca è uno che non crede, perché se credesse, per quanto dipendesse dalla sua fede, egli non peccherebbe.

Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza dell’ INFERNO : “Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto” “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

 

Parla Gesù Cristo:

 

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

Dio rivela la visione dell’inferno a Santa Ildegarda di Bingen: “Nella Geenna c’è ogni genere di pena, perché essa è il regno degli spiriti malvagi, che infondono ogni vizio negli uomini che sono consenzienti” “Le cose che vedi sono vere, e sono così come le vedi, e sono moltissime. Infatti, nelle tenebre che hai visto c’è pianto e stridore di denti”

 

Visione dell’inferno di Sant’Ildegarda di Bingen

 

Riguardo all’inferno, nel suo secondo testo di visioni, “Liber vitae meritorum”, la badessa benedettina scrive:

 

“In quel momento vidi l’uomo e mi sembrò che si muovesse insieme alle quattro regioni della terra. Ed ecco che vicino alla sua coscia sinistra apparve un unicorno. Mentre era intento a leccargli le ginocchia, disse: “Ciò  che è stato fatto sarà distrutto, e ciò che non è stato fatto sarà realizzato. Verranno esaminati i peccati dell’uomo e la bontà delle sue giuste opere sarà portata a perfezione ed egli accederà all’altra vita”. Io mi chiedevo se si manifestassero delle immagini di vizi, che avevo visto prima o qualcos’altro di simile; ma non mi è stato mostrato  nulla di questo genere. Fu allora che sentii una voce dal cielo che mi diceva: Dio Onnipotente, il cui potere si estende su tutte le creature, mostrerà la sua potenza alla fine del mondo, quando trasformerà il mondo in qualcosa di meraviglioso. Infatti, l’uomo che vedi ruotare insieme alle quattro regioni del mondo indica Dio il quale, alla fine del mondo, mostrando la sua potenza insieme alle virtù celesti, percuoterà i confini della terra. È così che ogni anima potrà prepararsi al giudizio.

Allora anche l’uomo che è beato, purificato negli elementi, verrà assorbito nel cerchio dorato della ruota, brucerà nella carne e nello spirito ed ogni segreto nascosto sarà reso manifesto. Così gli uomini saranno vicini a Dio ed Egli darà loro una gioia perfetta. […] Gli uomini non saranno più afflitti dal dolore che nasce dal sapore del peccato, dalla brama di possesso e dal timore di perdere ciò che si possiede, e non saranno turbati da ogni altro possesso temporale, ma saranno al sicuro da ogni male: queste furono le cose che scomparvero per prime, poiché furono nel mondo temporale e nei tormenti del tempo. Chi desidera la vita, nel suo desiderio deve prestare attenzione a queste parole, e deve nasconderle nel luogo più segreto del suo cuore.

Vidi tenebre con diversi supplizi, diffuse come se fossero una nebbia senza limiti. In esse però non vedevo tormenti di fuoco o di vermi o altre atroci sofferenze. C’erano solo alcune anime, che erano prive del segno del battesimo, senza il peso di altri peccati ma con la condanna di Adamo; tra queste, nelle medesime tenebre, alcune erano avvolte da un certo fumo, altre no. Queste anime non soffrivano gravi tormenti, ma sopportavano le tenebre dell’infedeltà: perché durante la vita terrena, erano state prive del battesimo, e non avevano altri peccati da scontare; il fumo spettava a quelle che erano afflitte da peccati lievi o pesanti, ma non avevano il segno della fede cristiana, non erano avvolte dal fumo di quelle tenebre, ma erano avvolti dalle tenebre dell’incredulità. Ne vedevo altre, di tenebre, vicine a quelle di prima: scurissime, orribili e infinite. Bruciavano tutte nella loro oscurità, ma non c’era traccia di fiamma. E questa era la Geenna che ha in sé ogni genere di tormenti, di miserie, di fetori ed di pene. Ma non potevo vedere niente di quello che c’era dentro le tenebre, perché le vedevo dall’esterno e non dall’interno. Di fatto, non potevo vedere nemmeno la stessa Geenna. Sentivo però le urla delle anime che si lamentavano, fortissime e indistinte, e le grida delle anime che piangevano, e i rumori delle pene: sembrava di sentire il suono del mare quando inonda le terre o quello dei fiumi quando sono ingrossati.

 

Nella Geenna c’è ogni genere di pena, perché essa è il regno degli spiriti malvagi, che infondono ogni vizio negli uomini che sono consenzienti. Ci sono tante cose, quante l’anima, gravata dal peso del corpo non può scorgere e capire, perché sono al di sopra delle capacità umane; ma grazie allo Spirito vivente vidi e compresi tutto questo. E di nuovo sentii la voce della luce vivente che mi diceva: “Le cose che vedi sono vere, e sono così come le vedi, e sono moltissime. Infatti, nelle tenebre che hai visto c’è pianto e stridore di denti, ma nel luogo nel quale non vedi le pene dei gravi tormenti, sono tenute le anime di uomini che hanno vissuto prima della vittoria del Figlio di Dio. E tra queste vi sono alcune anime che non sono della sacra fonte, perché non hanno la visione della vera fede: alcune subiscono le pene dello stesso fumo perché hanno gustato alcuni mali secolari, altre per la semplice ignoranza della fede sopportano le tenebre”.

Ci sono altre tenebre, a cui sono vicine le tenebre precedenti, sono entrambe nella perdizione , orrende e che bruciano senza fiamma, poiché mancano l’aria della luce e la fiamma del fuoco brillante. Questa è la Geenna. Sorse con la caduta degli angeli perduti e accolse Satana. Dentro di essa si trovano di tutte le miserie senza consolazione e senza speranza; vi sono le anime perdute e l’inventore antico del peccato. Quanti siano o quanto grandi o quali, l’uomo non può capirlo, perché sono tanti che nessuno se li ricorda e ci saranno per sempre. Coloro che non cercano la Grazia di Dio e non vogliono vedere Dio e non desiderano avere la vita vera, resteranno tra questi. E la morte dell’uomo cosa potrebbe vedere di quelli che di fronte a Dio sono caduti nella dimenticanza, più del fatto che la condanna comporta le pene dell’inferno?

 

Di tutto ciò l’antico serpente gode, perché non desidera e non vuole il bene, essendo l’autore di tutti i mali e i peccati. Infatti, lui per primo vide la lucentezza di Dio, e subito iniziò quel male che non avrebbe né dovuto né potuto essere. Ogni creatura è stata generata; ma il male che ha origine dal serpente,è stato fatto senza l’intervento di Dio. Lucifero era fatto in tutto e per tutto come uno specchio: ma volle essere luce, e non ombra della stessa luce. Allora Dio volle fare il sole, per illuminare tutte le creature contro la luce del demonio; e pose la luna, per illuminare tutte le tenebre contro le sue insidie; e fece le stelle perché offuscassero tutti i vizi. Infatti, Dio è quella pienezza in cui non c’è né può esservi alcun vuoto. Il diavolo è un vaso vuoto: perse la sua luce a causa della superbia e si seppellì nell’inferno, dove resterà senza gloria e senza onore; è lui il predone che denudò il primo uomo e che lo espulse dal paradiso; e fu l’omicida di Abele e uccise gli uomini col primo male, quando si mostrò loro come Dio”. (Liber vitae meritorum, VI, 1-14).

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