Rivelazioni di Maria Vergine, Madre di Dio, a Suor Maria di Ágreda: “In questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime”

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

Insegnamento della Regina del cielo

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

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Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza e l’eternità dell’ INFERNO : “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

Parla Gesù Cristo:

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza dell’ INFERNO : “Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto” “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

 

Parla Gesù Cristo:

 

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

Rivelazioni della Vergine Madre di Dio a Suor Maria: “In questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime”

 

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

Insegnamento della Regina del cielo

 

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce e sinderesi, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Metilde di Hackeborn “Se uno si lega le mani per non fare nessun’opera di peccato, io lo Onorerò, liberandolo da ogni fatica; gli darò il riposo eterno, esalterò le sue buone opere unite con le mie, con tale magnificenza che l’intera corte celeste ne riceverà un grande aumento di gaudio”.

DAL  “IL LIBRO DELLA GRAZIA SPECIALE”

RIVELAZIONI DI SANTA METILDE VERGINE DELL’ORDINE DI S. BENEDETTO

 

CAPITOLO X

 

LA RINUNCIA ALLA PROPRIA VOLONTÀ

Una persona la pregò di offrire al Signore un grave sacrificio che aveva fatto per amor di Lui; era un atto di rinuncia alla volontà propria. Metilde adempì questo messaggio durante la messa e dal ciborio, dove era contenuto il Corpo del Signore, vide uscire la figura di un infante che ad un tratto si fece grande a segno da diventare una bellissima vergine, la quale simboleggiava la volontà. divina. Alcune persone, essendosi approssimate a questa vergine, la guardavano con infinita tenerezza, l’abbracciavano e si mettevano a conversare con lei. Queste significavano le anime che si applicano a conformare la loro volontà il quella di Dio nelle loro pene come nelle loro gioie, e si sottomettono sempre agli ordini dei maggiori.

Ella vide pure dall’altra parte uno sguattero con gli abiti anneriti dal fumo, il quale era il simbolo della volontà propria e del sentimento proprio. Questo spregevole servo si sforzava di distogliere da quella vergine le suddette persone e di attirare a sé i loro sguardi. Parecchie non prestarono attenzione ad una tale insidia e si misero subito a contemplare la vergine; ma altre, essendosi rivolte verso quell’omiciattolo nero, gli sorridevano confabulando e bisbigliando con lui.

Queste ultime significavano le anime che si distolgono talvolta dalla volontà divina per seguire la propria volontà e preferiscono abbondare nel proprio senso piuttosto che accomodarsi agli avvisi dei loro Superiori. Se non ritornano con la penitenza verso quella Vergine, cioè verso la volontà di Dio, dovranno soffrire con quell’omiciattolo una perpetua povertà, perché la volontà propria non genera nulla nella vita spirituale se non l’eterna indigenza.

CAPITOLO XII

IL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO

Quella pia vergine vide un giorno il Signor Gesù e in faccia a Lui un uomo in piedi. Nel divin Cuore scorse pure una ruota che girava senza posa e una corda lunga che si dirigeva verso il cuore di quell’uomo nel quale era pure una ruota in movimento.

Questo uomo raffigurava tutti i mortali e la ruota significava che Dio agli uomini ha fatto parte del suo libero arbitrio, dando loro la libera volontà di volgersi al bene o al male.

La corda è la volontà di Dio che attira sempre al bene; essa dal Cuore di Dio va al cuore dell’uomo, e quanto più la ruota gira rapidamente, tanto più l’uomo si avvicina a Dio. Ma se la creatura sceglie il male, la ruota tosto si mette a girare in senso contrario e l’uomo si allontana da Dio. Se poi persevera nel male sino alla morte, la corda si spezza e l’uomo cade nell’eterna dannazione. Se si rialza con la penitenza, Dio, sempre pronto a perdonare, di nuovo lo accoglie nella sua grazia; la ruota allora gira nel medesimo senso di prima e l’uomo ritorna ad avvicinarsi a Dio.

CAPITOLO XIII

 

MORTIFICARE I SENSI

Metilde, in un trasporto d’amore, aveva detto al Signore: “Come vorrei essere vostra prigioniera” ! Il Signore si degnò rispondere: “Chi desidera essere mio prigioniero su la terra, deve distogliere i suoi occhi dà ogni sguardo illecito o inutile, ed incatenarli; ed io gli aprirò gli occhi nella gloria del mio cielo, gli svelerò la luce del mio volto e gli manifesterò la mia gloria; a lui mi rivelerò in una maniera così deliziosa che la milizia celeste ne rimarrà esultante ed ammirata.

“Deve pure chiudere le orecchie alle inutilità ed alle cose pericolose; ed io nell’eternità userò della più soave melodia della mia voce nel cantargli la dolce armonia di una gloria tutta particolare.

“Se terrà la sua bocca chiusa ad ogni parola oziosa o nociva, io gliela aprirò per lodarmi così perfettamente che celebrerà la mia gloria con una dignità speciale.

“Se uno tiene lontano dal suo cuore ogni pensiero vano o, perverso ed ogni desiderio nocivo, lo arricchirò con tale una liberalità che avrà in suo potere me stesso e tutto ciò che vorrà; inoltre il suo cuore eternamente trasalirà nel mio divin Cuore e vi godrà una deliziosa libertà.

“Se uno si lega le mani per non fare nessun’opera di peccato, io lo Onorerò, liberandolo da ogni fatica; gli darò il riposo eterno, esalterò le sue buone opere unite con le mie. con tale magnificenza che l’intera corte celeste ne riceverà un grande aumento di gaudio”.

CAPITOLO XIV

 

LA PREGHIERA IN COMUNE

In una pressante necessità, la Comunità delle Suore aveva recitato un intero salterio e l’aveva affidato alla Serva di Cristo perché lo presentasse a Dio. Ella disse al suo Angelo custode: “Angelo mio diletto, voi conoscete come siete conosciuto, mentre io non conosco che in parte (I Cor., XIII, 12); vogliate dunque presentare le nostre preghiere al Re che voi servite nella gloria e nelle delizie”.

L’Angelo rispose: “No, io non conosco come sono conosciuto, perché Colui che mi ha fatto mi conosce nella sua somma potenza, nella sua somma sapienza, nel suo sommo amore, mentre io lo conosco soltanto giusta la misura del mio spirito creato. Tuttavia, nel presentare al mio Dio il tuo messaggio, sono più felice di una madre che vedesse il suo unico figlio colmato di onori e di ricchezze”.

L’Angelo pigliò quelle preghiere e le offri al suo Signore, il quale disse: “Quante sono le persone che hanno recitato queste preghiere, altrettante volte voglio rimirarle con gli occhi della mia misericordia ed inclinare verso di loro le orecchie della mia clemenza”.

CAPITOLO XV

 

GESÙ CRISTO SUPPLISCE A CIÒ CHE CI MANCA.

Quella Serva di Dio pregava un giorno per una persona che le aveva confidato quanto fosse triste l’anima sua perché non amava Dio, né lo serviva con divozione.

Metilde si trovava ella pure oppressa da grande tristezza, credendosi affatto inutile, perché dopo aver ricevuto grazie così grandi non amava Dio come avrebbe dovuto. Il Signore le disse: “Orsù, diletta mia, non darti alla tristezza; tutto quanto è mio è tuo”.

Ella ripigliò: “Se davvero tutto quanto è vostro è mio, anche il vostro amore è dunque mio, e il vostro amore siete Voi medesimo, come dice San Giovanni: Dio è amore (Joann. IV, 16); ve l’offro dunque questo amore, perché supplisca a tutto ciò che mi manca”.

Il Signore graziosamente accettò tale offerta: “Va bene, rispose, quando vorrai lodarmi od amarmi e non potrai soddisfare il tuo desiderio, tu dirai: lo vi lodo, o buon Gesù; a tutto ciò che mi manca, ve ne supplico, supplite Voi stesso. – E quando desidererai amarmi, dirai: Vi amo, o buon Gesù; a ciò che mi manca, degnatevi di supplire Voi medesimo con l’offrire al Padre vostro per me l’amore del vostro Cuore.

“A quella persona per la quale tu preghi, dirai che offra me stesso al Padre per lei; se lo farà anche migliaia di volte al giorno, altrettante volte mi offrirò per lei al Padre, perché io non provo mai né tedio né stanchezza”.

CAPITOLO XVI

 

NELLA TRISTEZZA

Avendo rivolto a Dio una preghiera per un’altra persona, che era, molto rattristata, Metilde ricevette questa risposta: “Reciti sovente questo versetto: Siete benedetto, o Adonai, nel firmamento del cielo, degno di lode e glorioso ed esaltato nei secoli, Voi che avete fatto il cielo, la terra, il mare e tutto quanto essi contengono! Siate lodato, glorificato ed esaltato nei secoli. Alleluia[1].

“Se mai le viene alla mente il pensiero che non si trovi nel numero degli eletti, si comporti come uno che cammina in una valle tenebrosa, il quale se d’un tratto vedesse il sole, volentieri dalla vane oscura salirebbe sul colle e a questo modo sfuggirebbe alle tenebre. Così deve fare lei pure; se si trova avvolta nelle nubi della tristezza, salga sul monte della speranza e mi contempli con gli occhi della fede, perché io sono il celeste firmamento in cui sono fisse, a guisa di astri, le anime di tutti gli eletti. Tali astri benché talvolta siano velati dalle nuvole dei peccati e dalla nebbia dell’ignoranza, tuttavia non possono oscurarsi nel loro firmamento, cioè nel mio divino splendore; perché gli eletti, quantunque talvolta siano involti in gravi peccati, io nondimeno li miro sempre in quella carità nella quale li elessi, e in quella eterna luce alla quale devono pervenire.

“Laonde è cosa buona all’uomo che sovente pensi e ripensi alla mia gratuita bontà la quale, dopo averlo eletto, può nei suoi meravigliosi e segreti giudizi, rimirarlo come giusto, anche se attualmente si trovi nel peccato; perché con infinito amore penso a lui onde sostituire al male quel bene che voglio vedere in lui. Perciò mi benedica perché sono l’eterno firmamento degli eletti, con queste parole: Che tutti gli Angeli ed i Santi vi benedicano![2], desiderando di lodarmi con loro”.

* * *

Pregando ancora per un’altra persona, Metilde ebbe dal Signore questa risposta: “Quando uno si trova nella pena, si prostri ai miei piedi e vi deponga il suo peso, confidandolo tutto a me con questa preghiera: Guardate, ve ne preghiamo, o Signore, questo vostro servo per il quale Nostro Signore non ha dubitato di abbandonarsi nelle mani dei suoi nemici e di soffrire il supplizio della Croce. Per il medesimo Gesù Cristo nostro Signore. Così sia[3].

“Così mi preghi ch’io lo rimiri con occhio di misericordia e illumini l’anima sua, facendogli conoscere per qual motivo e con quale amore ho permesso ciò che l’affligge; quindi sopporti per la mia. gloria la sua pena e tutte le sue avversità.

“Si rivolga inoltre alle mie mani, dicendo il responsorio: “Emitte Domine sapientiam etc.: Inviate o Signore la divina sapienza dal trono d’ella vostra Maestà, affinché dimori con me, e si degni di prendere parte ai miei travagli, perché in ogni tempo io conosca il mezzo di piacervi. Datemi, o Signore, questa sapienza che assiste ai vostri consigli eterni.

“Così domandi che la mia sapienza sia la sua cooperatrice e l’aiuti a sopportare quelle pene per la gloria mia, per la sua utilità propria e a beneficio di tutti.

“Infine, si accosti al mio Cuore, dicendo: “O mira circa nos tuae pietatis dignatio, etc., poi O admirabile pretium, etc., O meravigliosa condiscendenza della vostra bontà per noi; eccesso incomparabile della vostra carità! Per riscattare lo schiavo, avete dato il Figlio vostro! O prezzo ammirabile con cui avete abolito la schiavitù del mondo, spezzato le barriere infernali e aperto per noi la porta della vita! – Preghi in questo modo affinché l’amore del mio divin Cuore il quale mi indusse a portare il carico delle pene di tutti gli uomini, l’aiuti a sopportare con amore riconoscente il peso della sua tristezza”.

* * *

Mentre Metilde ringraziava il Signore per il desiderio da Lui espresso con queste parole: Ho grandemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi (Luc. XXII, 15), il Signore si degnò di dirle: “Io vorrei che tutti si ricordassero della lunga attesa che venne imposta a questo mio desiderio; così porterebbero pazienza quando i loro desiderii non vengono subito esauditi”.

NELLA TRIBOLAZIONE

OFFRIRE A DIO IL PROPRIO CUORE.

Metilde, mentre pregava per una persona che desiderava essere sicura della sua perseveranza nel bene, vide l’anima della medesima in ginocchio davanti a Dio cui porgeva il proprio cuore sotto il simbolo di una coppa con due anse, le quali significavano la volontà e il desiderio con cui offriva il suo cuore al Signore. Dio accettò volentieri questa coppa e se la nascose in seno. Presso di Lui vi erano due anfore, una d’oro alla sua destra, l’altra d’argento alla sua sinistra, e ciò che Egli alternativamente versava ,dall’una e dall’altra si mescolava in quella coppa. Dalla prima anfora scorrevano le dolcezze della sua Divinità, dall’altra gli stenti della sua Umanità. Non è forse ciò che Egli ad un tempo versa nel cuore dell’uomo, quando nella pena gli fa sentire le dolcezze della divina consolazione e in pari tempo gli dona in premio i meriti della sua santa Umanità?

Il Signore disse: “Quando un’anima viene afflitta da qualche pena, se avesse subito l’intenzione di darmi da bere, le mie labbra nel portarsi al calice, vi infonderebbero tale una dolcezza che la tristezza diventerebbe per lui nobile e fruttuosa. Ma se l’uomo per il primo beve nel calice, corrompe la bevanda; e quanto più beve, tanto più la coppa diventa amara, dimodochè non è più conveniente ch’io vi accosti le labbra, a meno che venga purificata dalla penitenza e dalla confessione”.

Questo deve intendersi in questo modo: Quando ci assale la tristezza, dobbiamo subito offrirne il peso a Dio; e Dio ci manderà la dolcezza della sua consolazione, ci animerà a portar pazienza, e non permetterà che l’afflizione resti per noi senza frutto. Che se l’uomo per debolezza nella sua pena cadrà in fallo nei pensieri o nelle parole, la sua colpa sarà subito cancellata con la penitenza. Ma quando uno vuole portare da sé medesimo il peso dei suoi affanni, cade nell’impazienza e quanto più se ne occupa, ora per raccontarli, ora per pensarci nella sua mente, tanto più con maggior gravezza e amarezza ne resta afflitto; quando poi ritorna in sé stesso, non ardisce più offrirli al Signore, perché ciò gli sembra sconveniente. Tuttavia, neppure allora deve perdere la fiducia, perché se con la confessione e la penitenza purificherà quella sua pena, potrà ancora offrirla a Dio con un cuore contrito ed umiliato.

Dopo queste parole, il Signore con bontà abbracciò quella persona dicendo: “L’anima tua non mi sarà mai rapita”. Poi la bene dì tracciando sopra di lei il segno della croce accompagnata da Queste parole: “La mia Divinità ti benedica, la mia Umanità ti conforti, la mia Pietà ti nutrisca, l’Amor mio ti conservi.”.

CAPITOLO XVII

 

NEL CUORE DI DIO L’ANIMA

DEVE CERCARE TUTTO CIÒ CHE DESIDERA

Metilde, pregando per una persona che a lei si era raccomandata, domandava a1 Signore che desse a quella un cuore puro, umile, animato da buoni desiderii, ardente e tutto spirituale. Sentì questa risposta: “Ciò che vuole, ciò di cui ha bisogno, lo cerchi nel mio Cuore; mi preghi alla maniera di un figlio che al padre suo esprime tutti i suoi desiderii. Vuole la purità? ricorra alla mia innocenza; vuole l’umiltà? la pigli dalla mia umiltà; Nel medesimo tesoro prenda pure lo spirito di desiderio; con tutta fiducia si approprii il mio amore e tutta la mia santa e divina vita”.

Metilde soggiunse: “Mio Signore, vi prego che abbiate a trattare quella persona con misericordia nei suoi estremi momenti, dandole in quell’ora la sicurezza che non verrà mai separata da Voi”.

Il Signore rispose: “Qual è l’uomo saggio che getterebbe via o distruggerebbe un tesoro carissimo acquistato a forza di gravi stenti? Nella mia santa Umanità santificai tutto il suo essere umano; col battesimo vivificai nel mio spirito tutto il suo essere spirituale. Aderisca dunque a me per mezzo delle mie due nature. A me affidi le sue tentazioni, le sue avversità e tutto ciò che è dell’uomo esteriore, unendo tutto alla mia Umanità; e per tutto ciò che riguarda l’uomo spirituale, tutto indirizzi a me solo, con la speranza, la gioia e l’amore: ed io non l’abbandonerò mai”.

CAPITOLO XVIII

 

RIPARARE CON LA LODE LE PROPRIE NEGLIGENZE

Pregando un giorno per una persona afflitta, Metilde la vide davanti al Signore, il quale diceva: “Ecco, io le ‘rimetto tutti i suoi peccati; ma dovrà con la lode riparare; le sue colpe e le sue negligenze. Quando nel Prefazio della messa sentirà queste parole: Per quem majestatem tuam laudant Angeli: Cristo per il quale gli Angeli lodano la vostra Maestà mi loderà in unione con quella celeste e suprema lode con la quale le persone dell’adorabile Trinità lodano se stesse e reciprocamente si lodano a vicenda. È questa suprema lode che si sparge dapprima nella Beata Vergine Maria e in seguito negli Angeli e nei Santi. Reciti un Pater e lo offra in unione con questa lode che il cielo, la terra, ed ogni creatura fanno risonare per lodarmi e benedirmi. Chieda che per me, ossia per Gesù Cristo Figlio di Dio, la sua preghiera sia accetta, poiché ciò che viene offerto al Padre per mezzo mio, sommamente gli piace. In tal modo, io supplirò ai suoi peccati ed alle sue negligenze”.

Chiunque si dedica alla medesima pratica, deve credere con piena fiducia che riceverà la medesima grazia, poiché, come sopra ha detto il Signore, è impossibile che l’uomo non consegua tutto quanto crede e spera.

CAPITOLO XIX

 

IL SIGNORE SI RIVESTE DELL’ANIMA

Una suora essendosi trovata sofferente in un giorno di festa, quella vergine di Cristo, compresa da un sentimento di tenerezza, rivolgeva al Signore per lei preghiere e dolci lamenti, dolendosi perché Egli avesse in tal modo resa inferma una suora a Lui diletta, in un giorno in cui essa in coro l’avrebbe servito con tanto fervore e con tanta divozione. ­ “E da quando, rispose:il Signore, mi sarebbe proibito di giocondamente trastullarmi a mio talento e far festa con la mia diletta? Quando una persona è ammalata, io mi rivesto dell’anima sua come di un manto di gloria, e nella letizia del mio Cuore, mi presento a mio Padre rendendogli grazie e lodi per tutte le sofferenze di quella”. E soggiunse: “Se qualcuno desidera ch’io mi rivesta pure dell’anima sua fin dal mattino sospiri con ardore verso di me, desiderando ch’io compia in lui in quella giornata tutte le sue opere. Aspirandomi, per così dire, in lui coi suoi sospiri, diventerà il mio vestito; e in quella guisa che l’anima vivifica e regge il corpo, così l’anima che vive di me, per me opera tutto”.

***

Il Signore disse ancora: “Grandi sono gli effetti del gemito. Mai nessuno gemé davanti a Dio, senza ch’io mi avvicini a lui. I sospiri che provengono dall’amore e dal desiderio di me stesso o della mia grazia, operano nell’anima, tre buoni effetti: dapprima la fortificano, come un profumo soave e forte riconforta l’uomo; poi, la illuminano come il sole rischiara una casa oscura; da ultimo, diffondono dolcezza nelle sue azioni e nelle sue sofferenze, comunicando loro un sapore più delizioso. Ma il gemito che nasce dalla contrizione dei peccati, come un buon messaggero riconcilia l’anima con Dio, ottiene grazia al colpevole e rasserena la coscienza turbata”.

A Metilde venne allora in mente questo pensiero: “Come può verificarsi la parola di Ezechiele. (XVIII, 22): In qualunque ora il peccatore sospirerà, oblierò tutte le sue iniquità, poiché a meno d’impossibilità rimane l’obbligo di confessare tutti i propri peccati?”; Il Signore si degnò rispondere: “Quando si abbia domandato grazia per un servitore colpevole, questi non ha tuttavia la presunzione di presentarsi subito alla presenza del Suo padrone, ma incomincia col lavarsi e vestirsi convenientemente. In tal modo è giusto che il peccatore già rientrato in grazia si purifichi dalle sue macchie e si rivesta dell’ornamento e delle bellezze delle virtù”.

CAPITOLO XX

 

COME L’UOMO DEBBA RICORRERE A DIO

Avevano supplicato quella pia Serva di Cristo di pregare per una persona che desiderava conoscere in qual modo potesse vivere in conformità col beneplacito di Dio. Il Signore le diede questa risposta: “Si comporti come una giovane sposa che adorna il suo capo, le sue mani, le sue braccia, e si copre di un manto.

“Il suo capo rappresenta la mia Divinità, ch’essa con la lode e la riverenza può coronare come di un diadema.

“Le sue mani e le sue braccia saranno ornate di anelli, di braccialetti e di gioielli, se nelle sue azioni e nel suo lavoro si unirà all’intenzione che animava le mie opere e le mie fatiche.

“Porti l’anello della sapienza, ossia si dedichi all’assidua lettura dei libri sacri, perché la sposa della Sapienza ha il dovere di essere dotta nelle cose divine.

“Porti l’anello dell’amore, ossia ami Dio solo con tutto il cuore e con tutte le forze; poi l’anello della fede, conservando gelosamente la fedeltà che mi ha giurata; l’anello della nobiltà, imitando le mie virtù: l’umiltà, l’obbedienza, la pazienza, la povertà volontaria e le altre mie virtù che la nobiliteranno e la renderanno degna dei miei abbracci.

“Adorni pure il suo petto; ossia si trattenga in pensieri di amore. Delle mie parole, delle mie azioni e delle mie sofferenze si faccia un mazzolino che porterà sempre sul suo cuore per un mio intimo ricordo. Si avvolga infine nel manto del buon esempio, mostrandosi agli occhi altrui come un modello di ogni virtù”.

* * *

Un’altra volta, pregando ancora con la medesima intenzione, le parve che il Signore stendesse la mano verso quèlla persona e che, la medesima badasse ciascuna delle dita di questa divina mano. Metilde intese il senso di questo atto nel modo seguente: Il mignolo significava che doveva amare e venerare tutte le opere e le sofferenze dell’Umanità di Gesù Cristo; l’anulare indicava l’intimo amore e la fedeltà dovuta a Cristo suo Sposo; il medio, l’elevazione della conoscenza e della contemplazione; l’indice, la sapienza e l’istruzione ch’essa doveva porgere a chi ne aveva bisogno; il pollice infine, la forza e la perseveranza nel divino amore e nelle opere buone. Quel bacio alle dita del Signore dava ad intendere che non basta possedere queste virtù, ma che bisogna inoltre amarle, poiché l’anima giunge a trovarvi le proprie delizie nella proporzione. in cui realmente le acquista.

CAPITOLO XXI

 

COME COMPORTARSI COL SIGNORE

Metilde pregò per una persona che desiderava sapere quale fosse principalmente la volontà di Dio a suo riguardo. Ella udì la seguente risposta: “Si comporti con me come un figlio che ama teneramente suo padre, perciò a lui unicamente si rivolge per ottenere ogni cosa che possa desiderare e a motivo della sua filiale affezione trova sempre bello e prezioso ciò che ne riceve. Così, quella persona desideri ardentemente la mia grazia, e qualunque cosa ch’io le dia, non la ritenga mai né piccola né di poco valore; bensì, mossa dall’amore, tutto riceva con profonda riconoscenza e di tutto mi renda grazie.

“Si comporti ancora come una giova ne sposa che, non essendo distinta né per bellezza, né per ricchezza, né per nobiltà, soltanto per amore venne scelta, amata ed innalzata agli onori del regno. Questa sposa naturalmente sarà. più riconoscente e più fedele ed amerà di più; che se dovrà. soffrire qualche cosa da parte del Re suo sposo o per lui, dimostrerà maggior pazienza. In tal modo quella persona si ricordi continuamente ch’io la elessi gratuitamente prima ancora della crèazione del mondo; e la riscattai col prezzo del mio sangue; più ancora, la destinai ad un amore speciale ed alla familiarità con me.

“Poi, prenda verso di me l’atteggiamento di un amico il quale ritiene come suo tutto quanto concerne l’amico; cerchi dunque, lei pure, in ogni cosa la gloria di Dio e per quanto può la promuova sempre, né mai guardi con indifferenza ciò che può oltraggiare il Signore.

“Se tuttavia non giunge in questo modo al compimento dei suoi desiderii, ovvero le viene sottratta la sua grazia solita o la consolazione, non si affligga, né pensi che ciò sia indizio che Dio sia malcontento di lei e l’abbandoni. Quando un buon padre rifiuta ad un figlio suo una cosa che questo figlio vuole, ma non è conveniente; quando uno sposo prende verso la sposa un contegno severo, non è la collera che li ispira, ma il desiderio di dare al figlio ed alla sposa qualche ammaestramento.

“Così, Dio vuole mettere alla prova la fedeltà delle anime; non già che la ignori, Lui che conosce tutte le cose prima che esistano (Sap. VIII, 8), ma vuole che sia esaltata davanti ai Santi tutti”.

* * *

Per un’altra persona, il Signore le disse: “Si diporti meco in tre modi: dapprima allorquando si trova in società, si comporti con me come un cagnolino il quale, benché sia scacciato, ritorna senza posa dietro al suo padrone; cosi, se nel conversare con gli uomini viene offesa da qualche parola, non si perda nell’impazienza; se si sente turbata, il pentimento la riconduca a me e confidi nella mia misericordia la quale anche per un sol gemito tutto perdona.

“In coro o nella preghiera, si comporti con me come la sposa col suo sposo, dimostrandomi il suo amore e la sua tenera familiarità.

“Nella santa comunione, venga da me come una regina dal suo Re. Una regina ammessa alla mensa del Re si mostra liberale, e fa con prodigalità doni ed elemosine; essa dunque a tutti generosamente distribuisca i beni che dal suo Re celeste le vengono donati, e a tutti caritatevolmente sovvenga con le sue preghiere”.

* * *

Una volta, mentre la Serva di Cristo si raccomandava alla gloriosa Vergine Maria, le parve che Maria la coprisse del suo manto come di una valida protezione, dicendo: “L’anima che vuol entrare in società con mio Figlio, deve comportarsi come una nobile figliuola la quale, unita con uno sposo di condizione molto superiore, per l’onore di lui con grande attenzione osserva tutte le regole dell’etichetta, per paura di dargli dispiacere con la minima scorrettezza. Così l’anima deve guardarsi bene da qualsiasi peccato volontario per quanto sia piccolo.

“Inoltre, in tutte le sue necessità e in tutti i suoi desiderii, cerchi in Dio un sicuro – rifugio, e a Lui solo chieda soccorso e consolazione. Se Dio non le concede subito il desiderato sollievo, sopporti con pazienza, a guisa di una sposa fedele la quale unicamente allo sposo confida i suoi segreti ed i suoi bisogni, perché ritiene cosa sconveniente essere consolata da altri fuorché da lui.

“Infine imiti per quanto è possibile le virtù del Figlio mio. Perché Gesù Cristo fu umile ed obbediente, si sforzi di sottomettersi ad ogni creatura ed anche, se le circostanze lo esigessero, di obbedire sino alla morte. Un atto di virtù unito in tal modo alle virtù di Cristo è più nobile di mille altri che siano fatti senza questa intenzione”.

CAPITOLO XXII

 

CRISTO COMUNICA ALL’UOMO LE SUE OPERE ­

COME SI TENGA PREZIOSA L’ANIMA NOSTRA

Pregando un giorno per una religiosa impegnata in ogni sorta di faccende, soprattutto nelle più vili, Metilde la vide come in orazione davanti al Signore, in ginocchio, le mani levate al cielo. Il Signore su le mani di questa persona applicò le sue divine mani dalle quali scorreva un liquore profumato. Egli faceva stillare questo balsamo a goccia a goccia, dicendo: “Ecco, io ti dono tutte le mie opere per santificare le tue e supplire a ciò che ti manca”. Metilde intese così che le fatiche di quella religiosa erano molto gradite a Dio. Il Signore soggiunse: “Quando la sua occupazione le impedirà di pensare a me, reciti l’antifona: Gratias tibi, Deus etc.: Vi rendo grazie, o Trinità veramente una e Verità trina: o quest’altra: Ex quo omnia, dal quale ogni cosa, per il quale ogni cosa nel quale ogni cosa. A Lui la gloria nei secoli. Si sforzi inoltre di dimostrarsi affabile e mansueta con tutti”.

* * *

Pregando ancora per un’altra religiosa, Metilde vide il Signore prendere quella suora per mano e condurla in un prato delizioso e tutto fiorito. Questo le fece intendere che quella suora prima di morire sarebbe provata da varie malattie.

Il Signore sul petto portava delle rose, dei gigli e dei piccoli scudi d’oro che quella suora da lui ricevette con gaudio e fiducia, poi li aggiustò sopra di sé stessa come trastullandosi. Metilde intese che i piccoli scudi d’oro indicavano la costanza e la vittoria; le rose, la pazienza per cui quell’anima avrebbe trionfato delle malattie; i gigli, la purezza del cuore per cui sarebbe stata somigliante a Cristo.

Metilde disse al Signore: “Io vi prego; o dolcissimo mio Dio, che nell’ora della sua morte le facciate gustare un saggio della vita eterna, ossia la sicurezza di non essere mai da Voi separata”.

Il Signore rispose: “Quale navigante, dopo aver felicemente trasportato al porto le sue ricchezze, le getterebbe allora volontariamente in mare? Quest’anima, ch’io ho eletta fin dall’infanzia per la vita religiosa, che ho tenuta con la mano destra e condotta nella mia volontà (Ps. LXXXII, 24), quando l’avrò resa perfetta secondo il mio beneplacito, la assumerò con me nella gloria”.

CAPITOLO XXIII

ISTRUZIONI E CONSOLAZIONI

PER LE ANIME AFFLITTE

Quella divota Vergine, mentre pregava per un’anima afflitta, da Dio ricevette questa risposta: “In questo mondo io camminai per tre vie, nelle quali dovrà pure seguirmi chi vorrà imitarmi perfettamente. La prima fu arida e stretta, la seconda cosparsa di fiori e piantata ad alberi fertili; la terza, piena di spine e di triboli.

“La prima è quella della povertà volontaria che mi tenni strettamente abbracciata in tutti i giorni della mia vita; la seconda è la mia vita medesima, piena di virtù e degna di ogni lode: la terza è la mia amara ed acerba Passione. Perciò chi vuole seguirmi, per amore della povertà non desideri nessun possesso in questo mondo; poi imiti la mia vita lodevolissima; e infine, per amor mio sopporti volentieri le pene e le tribolazioni”.

* * *

Pregando per un’altra anima che molto soffriva, Metilde dal Signore ebbe questa risposta: “Se qualcuno è talmente rattristato che gli sembri di voler piuttosto morire che sopportare la sua tristezza, offra a me la sua pena, proponendosi di voler per l’avvenire sopportarla sino a tanto, che mi piacerà. Quante volte mi farà quest’offerta, tante volte la riceverò come se avesse sofferto la Passione per me”.

Come una persona risentiva un’estrema tristezza, Metilde nella sua compassione, devotamente pregò onde ottenerle la consolazione dello Spirito Santo. Il Signore disse: “Perché si turba? L’ho creata per me, a lei mi sono dato per tutto quanto può desiderare da me. Le sono stato padre nella creazione, madre nella redenzione, fratello nella divisione del regno e sorella per la nostra dolce compagna”.

Una persona che aveva da lagnarsi di un’altra, venne a confidarle le sue pene. Essa si rivolse al Signore, il quale rispose: “Le dirai di consegnare a me i suoi nemici, ed io, in eterna ricompensa, darò me stesso a lei con tutti i miei Santi”.

* * *

Una volta Metilde vide sé stessa in piedi in presenza del Signore, in atto di salutare le di Lui sacratissime piaghe le quali erano ornate di gemme preziose. Restandone ella meravigliata, il Signore le disse:

“In quella guisa che le perle hanno un valore speciale e possono anche scacciare certe malattie[4], così le mie piaghe hanno un’efficacia tale che guariscono tutte le. infermità dell’anima.

“Vi sono dei cuori timidi che non ardiscono mai affidarsi alla mia tenerezza e nel loro timore cercano di fuggire la mia faccia; si può dire che sono colpiti da paralisi tremolante; se volessero rifugiarsi nella mia Passione e sovente salutare le mie piaghe con amore, tosto si troverebbero liberati da ogni timore.

“Altri sono instabili e vagabondi e corrono da un pensiero all’altro; basta una parola per farli cadere nell’impazienza e nella collera. Se volessero ricordarsi della mia Passione ed imprimere nei loro cuori le mie piaghe, acquisterebbero la stabilità dell’animo e ritroverebbero la pazienza.

“Ve ne sono altri che sono affetti da paralisi dormiente, vale a dire che in tutto operano con pigrizia e tiepidezza. Quanto sarebbe efficace per liberarli dall’accidia il ricordo della mia Passione con l’attenta considerazione delle mie piaghe così profonde e dolorose!”

* * *

La Santa si mise a pregare per una persona, e le sembrò di vederla davanti a Dio coperta di una veste bianca. Le mani del Signore erano posate su le mani di essa, ciò che faceva intendere che la destra del Signore avrebbe dato a quest’anima aiuto e forza per ogni opera buona, mentre la sinistra l’avrebbe protetta contro ogni avversità.

Il Signore disse: “A quella persona dirai che trattenga le sue lagrime. Quando non lo può, le unisca almeno alle mie, dolendosi che non siano versate per i peccatori o per mio amore. Allora, secondo il suo desiderio, presenterò al Padre mio, come lode, le sue lagrime unite con le mie”.

Pregando un’altra volta per la medesima, ne vide l’anima sotto la forma ai un bambino che pareva in piedi nel Cuore di Dio, e in pari tempo teneva tra le mani questo divin Cuore. Il Signore disse: “Venga da me con tale confidenza in tutte le sue tribolazioni, si tenga nel mio Cuore, vi cerchi la consolazione e io non l’abbandonerò mai”.

LE LAGRIME TRASFORMATE

Una persona provava una gran pena perché, per una sua infermità, non poteva trattenere le lagrime. Durante quasi cinque anni, aveva tanto pianto, che senza un soccorso speciale della divina misericordia, ne avrebbe perduta o la vista o il sentimento. Supplicò dunque la Santa di pregare il Signore affinché, nella sua clemenza, la volesse liberare da tale penosa prova. Mossa da profonda compassione, la Santa sovente la consolava e raddoppiava le sue preghiere per lei. Quella persona allora fu d’un tratto liberata, a segno che Metilde domandò al Signore come mai una tristezza simile avesse potuto così d’un tratto scomparire.

Il Signore rispose: “La sua liberazione, è effetto della mia bontà”; e soggiunse: “Le dirai che mi preghi di trasformare tutte quelle lagrime come se le avesse sparse per amore, per divozione o per contrizione dei suoi peccati”.

Da tali parole Metilde restò vivamente sorpresa; come mai lagrime versate così inutilmente potrebbero venire trasformate in lagrime sante? – “Essa confidi unicamente nella mia bontà, disse il Signore, e nella misura della sua fede: compirò in lei l’opera mia”.

O stupenda ed ammirabile condiscendenza della misericordia divina, che nella sua liberalità, si degna venire in aiuto d’egli infelici con tali consolazioni! Lettore, tu che senti come Dio per mezzo della santa sua Amante, abbia dato agli uomini le sue consolazioni, ti consiglio di appropriartele e farle tue, perché Dio, come ancora le rivelò, si compiace che tu pure richieda per te medesimo quel beneficio spirituale che ha concesso ad altri.

Gran numero di persone per mezzo di Metilde ricevettero spirituali consolazioni; ma il più delle volte la Santa le porgeva sotto forma di istruzioni, come se le avesse imparate da qualche intermediario. Dio sia dunque benedetto per averci concesso una tale mediatrice che si è dimostrata tenera madre degli infelici con le continue preghiere, le zelanti istruzioni e dolcissime consolazioni!


[1] Benedictus es Adonai in firmamento coeli, et laudabilis, et gloriosus, et superexaltatus in saecula!

[2] Simul benedicant te, Domine, omnes Angeli et Sancti tui!

[3] Respice, Domine sancte, Pater omnipotens, super me famulum tuum, pro quo Dominus noster Jesus Christus non dubitavit: manibus tradi nocentium et Crucis subire tormentum. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

[4] Secondo una credenza propria di quei tempi.

Sant’ Alberto Magno : “L’UNIONE CON DIO” Il fine della nostra vita

SANT’ ALBERTO MAGNO
(1193-1280)
vescovo dell’Ordine dei Predicatori, maestro di San Tommaso d’Aquino, Dottore della Chiesa

L’UNIONE CON DIO

Alcuni capitoli 

CAPITOLO I

LA MASSIMA PERFEZIONE SPIRITUALE E’ POSSIBILE ALL’UOMO MEDIANTE IL DISTACCO DELLA INTELLIGENZA E DELLA VOLONTA’ DA TUTTE LE COSE

 

 

Perché l’autore scrive questo opuscolo

Ho pensato di scrivere un’ultima parola (per quanto mi è possibile nei languori di questo esilio e pellegrinaggio) sul distacco completo da tutte le cose; e sull’unione libera, sicura, assoluta e totale con Dio. Il fine della perfezione cristiana, infatti, non è altro che la carità che a Dio ci unisce (1).

 

L’unione con Dio quale s’impone a tutti gli uomini

L’uomo che vuol giungere a salvezza è obbligato a questa unione di carità, e deve per conseguenza praticare i divini precetti e conformarsi alla divina volontà.

Tale vita escluderà tutto ciò che ripugna all’essenza della virtù della carità, cioè il peccato mortale.

 

L’unione con Dio quale si impone ai religiosi

Ma i religiosi si sono votati inoltre alla perfezione evangelica e alle opere di supererogazione e di consiglio, per arrivare più facilmente al loro fine ultimo che è Dio (2). Per cui essi evitano ciò che potrebbe impedire l’atto e il fervore della carità e ostacolare il loro slancio verso Dio.

Essi hanno rinunciato a tutti i beni del corpo e dell’ingegno e non osservano che il voto della loro professione religiosa (3).

 

Condizioni dell’unione perfetta con Dio

Dio è spirito, e coloro che l’adorano devono adorarlo “in spirito e verità” (4), devono cioè adorarlo con una conoscenza e un amore, una intelligenza e una volontà spogli da ogni illusione terrena.

Infatti il Vangelo dice: “Quando adorate, entrate nella vostra casa” ossia nell’intimo del vostro cuore e “dopo aver chiusa la porta” dei vostri sensi, con cuore puro, con coscienza senza rimproveri e con fede senza finzione “pregate il Padre in spirito e verità, nel segreto della vostra anima” (5).

L’uomo saprà realizzare questo ideale quando sarà disinteressato e spogliato di tutto, quando sarà interamente raccolto in se stesso, quando avrà messo da parte e dimenticato l’universo intero per mantenersi nel silenzio in presenza di Gesù Cristo, mentre la sua anima purificata eleverà con sicurezza e confidenza i suoi desideri a Dio, e con tutto lo slancio del suo cuore e del suo amore si dilaterà, s’inabisserà, s’infiammerà, si immedesimerà in lui, fino nel più intimo del suo essere, con una sincerità e una pienezza senza limiti.

 

CAPITOLO II

SI POSSONO DISPREZZARE TUTTE LE COSE TERRENE PER TENDERE ALL’UNIONE INTIMA CON DIO

 

Per raggiungere l’unione perfetta con Dio, bisogna disprezzare i beni terrestri

Ma l’uomo che intende raggiungere realmente tale stato di perfezione ed entrarvi, deve assolutamente chiudere occhi e sensi; non preoccuparsi, non turbarsi, non inquietarsi, non curarsi per nulla delle creature.

 

Raccogliersi in se stessi e attaccarsi a Cristo

Bisogna ch’egli rinunzi completamente a tutte le cose di questo mondo come inutili, nocive, funeste (6); che si raccolga in se stesso, e la sua anima non abbia altro pensiero che per il Cristo doloroso.

Egli dovrà fare ogni sforzo e serbare tutta la sua perseveranza per arrivare a lui per mezzo di lui: cioè a Dio per mezzo dell’Uomo­Dio, all’intimo della sua divinità per mezzo delle piaghe della sua umanità.

 

Bisogna anche abbandonarsi alla Divina provvidenza

Egli dovrà infine con tutta semplicità e confidenza abbandonare senza restrizione ogni cosa alla infinita provvidenza di Dio, secondo le parole di S. Pietro: “Deponete in Lui tutte le vostre angustie, perché Egli si prende cura di voi” (7). E altrove è detto “Non inquietatevi di nulla” (8); “Affida al Signore le tue cure: ed egli sarà il tuo tutore” (9); “Mi fan lieto, o Signore, le opere tue” (10); “Sempre io tengo il Signore innanzi a me” (11); “Incontrai l’amato del mio cuore” (12) e “mi venne ogni bene insieme” (13) con lui.

 

Bisogna infine cercare di esplorare il tesoro celeste

Ecco il tesoro celeste e nascosto, la pietra preziosa che si deve preferire a tutto, e cercare con umile fiducia e con sforzo costante, nella tranquillità del silenzio, con la massima energia dell’anima, dovesse pur costarci la perdita del benessere corporale, della lode, dell’onore.

Se così non fosse, per qual motivo ci faremmo religiosi? “Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo se perdesse l’anima sua?” (14).

Che importa lo stato, la santità della professione, l’abito dei perfetti, la testa tosata, tutto l’esteriore di una vita separata dal mondo, se poi manca lo spirito d’umiltà e di verità dove soltanto abita il Cristo per mezzo della fede e della carità? Dice S. Luca: “Il regno di Dio è dentro di voi” (15) ed è appunto il Cristo.

 

 

 

CAPITOLO III

LA LEGGE DELLA PERFEZIONE DELL’ UOMO IN QUESTA VITA

 

L’unione con Dio è proporzionata al distacco dalle cose terrestri

Più lo spirito è assorbito dal pensiero e dalle cure delle cose di questo mondo, più perde l’intimità della sua devozione e s’allontana dalle cose celesti. Al contrario, più si darà premura di allontanare le sue facoltà dal ricordo, dall’amore, dal pensiero delle cose inferiori per fissarle nelle cose superiori, più sarà perfetta la sua devozione, e più diventerà pura la sua contemplazione.

E’ impossibile che l’anima possa applicarsi, perfettamente a due oggetti nello stesso tempo, quando essi sono dissimili come il giorno e la notte (16).

Chi vive unito a Dio abita nella luce, chi si attacca al mondo vive nelle tenebre.

 

In che consiste la più alta perfezione in questo mondo

La più alta perfezione dell’uomo in questa vita consisterà dunque nel raggiungere una tale intimità con Dio, da procurare che tutte le facoltà e potenze dell’anima rimangano raccolte in lui e formino come un medesimo spirito con lui (17) e l’anima non ricordi che Dio, non senta e non comprenda che Dio, che tutti i suoi affetti, uniti nella gioia dell’amore, non trovino riposo che nel possesso del Creatore.

L’immagine di Dio, impressa nell’anima, è infatti costituita dalla ragione, della memoria e dalla volontà; ma fino a quando queste facoltà non portano l’impronta perfetta di Dio, non gli rassomigliano come nei giorni della prima creazione dell’uomo (18).

 

L’immagine di Dio deve essere impressa negli atti dell’uomo

La forma dell’anima è Dio, che deve imprimersi in essa come il sigillo sulla cera, come la marca sul proprio oggetto (19).

E ciò si realizza pienamente soltanto quando la ragione è completamente illuminata dalla conoscenza di Dio, verità suprema, e la volontà è interamente incatenata all’amore dell’eccelso bene, e quando la memoria è pienamente assorta nella contemplazione e nel godimento della felicità eterna e nel soave, dolce riposo di tale felicità. E siccome la gloria dei Beati in cielo, non è altro che il possesso di questo stato, è chiaro che l’iniziato possesso del medesimo, costituirà la perfezione dell’uomo nella vita presente.

 

 

CAPITOLO IV

L’UOMO DEVE OPERARE SECONDO LA SUA INTELLIGENZA E NON SECONDO I SENSI

 

Bisogna purificare l’anima dalle illusioni e preoccupazioni terrene

Beato colui che allontana da sé assiduamente le illusioni e le immaginazioni, e che orienta ed eleva la sua anima verso Dio. Fortunato colui che riesce ad obliare le apparenze e opera interiormente, dirigendo con purezza e semplicità la propria intelligenza e volontà verso il purissimo Dio!

Sforzatevi di allontanare dalla vostra anima le illusioni, le apparenze, le immaginazioni, insomma tutto ciò che non è Dio (20).

E’ necessario che tutto ciò che voi fate per Iddio derivi da una intelligenza, da una affezione, da una volontà egualmente purificate.

In poche parole, fine di tutte le vostre azioni deve essere di tendere verso Dio e di trovare in lui il riposo intimo, per mezzo di una intelligenza perfettamente pura e di una volontà completamente a lui consacrata, esente da rappresentazioni e preoccupazioni umane.

 

Non si arriva a Dio per mezzo dei sensi

Non con gli organi materiali né coi sensi esterni si arriva a Dio, ma con ciò che caratterizza l’essere umano, vale a dire con l’intelligenza e la volontà (21). Per conseguenza fino a che l’uomo s’indugia e si diverte in cose che interessano l’immaginazione e i sensi, è evidente che non ha ancora superato gli istinti e i limiti di ciò che vi è di animale in lui, di ciò che egli ha in comune coi bruti.

L’animale irragionevole non comprende, e non è impressionato che nella immaginazione e nei sensi, perché non ha facoltà più nobili. Ben altrimenti accade all’uomo, dotato di intelligenza, di volontà, di libero arbitrio, e creato ad immagine e somiglianza di Dio. Soltanto dunque per mezzo di queste facoltà, senza altri intermediari, egli deve tendere a lui e fissarsi in lui (22).

 

Il demonio ci tenta per mezzo dei sensi per impedire la nostra unione con Dio

Il demonio fa tutto il possibile per impedire questo santo esercizio.

Egli vede in esso un principio, un dolce preludio di vita eterna e ne è invidioso; si sforza dunque, con una tentazione o con l’altra, di allontanare l’anima da Dio. Eccita le passioni, provoca agitazioni inutili, preoccupazioni. indiscrete, turbamenti, conversazioni sregolate, irragionevoli curiosità.

Seduce per mezzo della lettura di libri vani, di relazioni pericolose, con l’agitazione e con le novità; ricorre alle dure prove, alle avversità, ecc.

 

Le preoccupazioni terrestri, anche se oneste possono essere di ostacolo alla nostra unione con Dio

Può anche darsi che tutte queste cose non siano talvolta che colpe leggere, o non siano neppure colpe; è nondimeno fuori di dubbio che rappresentino sempre un grande ostacolo all’opera di unione con Dio.

Dobbiamo dunque concludere che quand’anche tutto ciò sembrasse utile o, se si vuole, necessario, conviene 1iberarne i sensi, come di un male, si tratti di grandi o di piccole cose.

Ciò che in qualsiasi modo si è udito o fatto, o detto, non deve lasciare in noi alcuna preoccupazione, o effervescenza dell’immaginazione. Né prima, né dopo, né durante, dobbiamo attaccarvi i sensi interni o esterni al punto da esserne turbati.

 

Risultati del distacco dalle cose terrene

Quando le rappresentazioni sensibili non agitano più la memoria né lo spirito, allora l’uomo non è più disturbato nelle sue preghiere, nelle meditazioni, nella recita del divino ufficio, in nessuno insomma dei suoi esercizi spirituali.

Non vi saranno più in lui quei ricordi del passato che generano le distrazioni.

Voi potrete allora, senza difficoltà e con sicurezza, nel silenzio e nella pace, affidare voi stessi e quanto vi appartiene all’infallibile e salda Provvidenza. Iddio allora combatterà per voi, vi darà una libertà e delle consolazioni migliori, più nobili, più dolci di quelle che avreste goduto abbandonandovi giorno e notte alle corse folli della immaginazione, alle vane agitazioni lusinghiere della vostra anima, che sarebbe stata sacrificata, senza ragione, col vostro corpo, il vostro tempo, le vostre forze (23).

 

Non bisogna impressionarsi di nulla

Bisogna dunque che ogni avvenimento, qualunque ne sia l’origine, sia accettato in silenzio, nella pace e tranquillità dello spirito. Essi ci vengono sempre dalla mano patema della Provvidenza.

Allontaniamo dunque con molta cura le preoccupazioni materiali, per quanto ce lo permette la nostra professione.

Purifichiamo pensieri ed affetti, per fissarci in Colui al quale ci siamo votati così frequentemente e così totalmente.

Non vi siano più intermediari fra lui e la nostra anima.

Allora soltanto noi potremo senza indugi e inciampi, passare direttamente dalle piaghe dell’umanità di Gesù Cristo alla luce della sua divinità.

 

 

CAPITOLO V

DOBBIAMO RICERCARE LA PUREZZA DI CUORE PIÙ D’OGNI ALTRA COSA

 

Si trova la purezza del cuore riunendo le proprie affezioni in Dio

Voi dunque che desiderate percorrere il sentiero più breve e più sicuro per arrivare un giorno alla patria celeste, alla grazia, alla gloria eterna, mettete ogni vostra cura a mantenere il cuore in una inviolabile purezza, l’anima in libertà, i sensi nella quiete.

Raccogliete tutte le affezioni del vostro cuore per gettarle in seno a Dio.

Bisogna, quanto più è possibile, liberarsi dalle preoccupazioni inutili

Staccatevi, per quanto è possibile, dalle vostre conoscenze e da tutto ciò che potrebbe ostacolare i vostri propositi.

Cercate ardentemente e continuamente il luogo, il tempo, il modo di godere la pace e la contemplazione. Non amate nulla più del segreto della solitudine, evitate i discorsi mondani sempre pronti ad ostacolarvi, fuggite le turbolenze di un mondo incessantemente agitato e rumoroso (24).

Sforzatevi costantemente di purificare, di illuminare e pacificare il vostro cuore, chiudete le porte dei sensi carnali, per raccogliervi abitualmente in voi stessi, e fate in modo che il vostro cuore resti chiuso, per quanto è possibile, a tutto ciò che può venirvi dalla terra.

 

Importanza della purezza di cuore

Fra tutti gli esercizi spirituali la purezza del cuore tiene il primo posto.

Essa è il fine e la ricompensa di tutto il lavoro spirituale e non appartiene che a colui il quale vive veramente secondo lo spirito e da buon religioso.

Mettete dunque ogni vostra cura, ogni vostra capacità e ogni energia per liberare il vostro cuore, i vostri sensi e le vostre affezioni da tutto ciò che potrebbe ostacolarne la libertà, incatenarvi e rendervi schiavi.

Combattete costantemente per riunire tutte le affezioni disordinate del vostro cuore nell’amore della sola e pura verità e del bene supremo.

 

Effetti della purezza di cuore

L’anima vostra allora potrà ancorarsi tenacemente in Dio e nelle cose divine, voi sdegnerete le frivolezze della terra e il vostro cuore si verrà trasformando, fino nella più intima fibra, in Nostro Signore Gesù.

Quando avrete incominciato a spogliarvi e a liberarvi di ciò che è terrestre, a semplificare e tranquillizzare con fiducia il cuore e lo spirito in Dio, per bere ed assaporare con tutte le vostre potenze i flutti dei favori divini, e a fissare la vostra volontà ed intelligenza in Dio, allora non vi sarà più necessario ricorrere agli insegnamenti della divina Scrittura per apprendervi l’amor di Dio e del prossimo: lo Spirito Santo vi istruirà e dirigerà (25).

 

Non bisogna trascurare nulla per uscire da se stessi

Non risparmiate dunque nessuno sforzo, nessuna fatica, nessuno slancio, per purificare il vostro cuore, per fissarvi immobili e tranquilli in Dio, come se fosse già spuntato per voi il giorno dell’eternità che è il giorno di Dio.

Per amore di Gesù plasmate in voi stessi un’anima pura, una coscienza serena e una fede sincera, e di fronte a tutte le prove, a tutti gli eventi, confidate in Dio senza restrizione, non curandovi d’altro che di obbedire assolutamente alla sua volontà e ai suoi desideri.

Per arrivare a questo, dovete rientrare frequentemente in voi stessi e rimanervi il più possibile, onde effettuare in voi il distacco da ogni cosa terrena.

Serbate la vostra anima nella purezza e nella calma; preservate la vostra intelligenza dalla polvere di quaggiù, proteggete la libertà della vostra volontà, attaccatevi con ardente amore al bene supremo, tenete la vostra memoria al disopra delle cose di questo mondo, per fissarla nel bene essenziale e increato.

 

L’unione di intelligenza e d’amore con Dio è la suprema perfezione sulla terra

La vostra anima con tutte le sue facoltà e potenze sia raccolta in Dio in modo da formare con lui un solo spirito. In questo consiste tutta la perfezione possibile all’uomo sulla terra.

Tale unione d’intelligenza e d’amore per cui l’uomo si conforma in tutto alla volontà eterna e suprema, ci permette di diventare, per grazia, ciò che Dio è per natura (26).

Non dimentichiamolo: nello stesso istante in cui l’uomo, con l’aiuto di Dio riesce a vincere la sua volontà, vale a dire, riesce ad allontanare da sé ogni amore, ogni preoccupazione disordinata, per lanciarsi decisamente, con tutte le sue miserie, nel seno di Dio, diventa immediatamente così gradito a Dio che ne riceve il dono della grazia.

La grazia poi gli comunica la carità e l’amore; la carità mette termine a tutte le esitazioni, a tutti i timori, ed egli confida soltanto in Dio.

E’ dunque ben vero che la più grande felicità consiste nel porre tutta la nostra fiducia in Colui che non può mancarci. Fino a quando resterete in voi stessi, sarete vacillanti e instabili. Gettatevi con confidenza sul cuore di Dio, egli vi riceverà, vi guarirà, vi salverà (27).

 

La felicità dell’unione con Dio

Se saprete riflettere frequentemente su queste verità, troverete in esse più felicità e gioia per la vita che non in tutte le ricchezze, in tutti gli onori, in tutte le delizie; non solo, ma persino più che in tutta la sapienza e la scienza di questo mondo menzognero e ripieno di corruzione, anche se possedeste tali beni in copia maggiore di quanta ne ebbero coloro che vi hanno preceduti.

 

CAPITOLO VI

L’UOMO CHE VUOLE ACQUISTARE LA VERA PIETA’ DEVE PURIFICARE LA PROPRIA INTELLIGENZA E I PROPRI AFFETTI

 

Il distacco interiore fa gustare le cose del cielo

E’ fuor di dubbio che più voi sarete liberi dalle occupazioni e dai ricordi esteriori e mondani, più la vostra anima riacquisterà forza e capacità per gustare le cose del cielo. Imparate perciò a staccarvi dalle cose terrene.

Dio ama molto tale rinuncia. Le sue delizie sono di stare coi figlioli degli uomini (28) cioè con coloro che dopo avere allontanato le distrazioni e le passioni, sanno, con cuore puro e retto, tendere, donarsi e attaccarsi a lui.

Se la memoria, l’immaginazione, i pensieri strisciano spesso a terra, accadrà necessariamente che gli avvenimenti nuovi, i ricordi del passato e molte altre cose, inevitabilmente vi preoccuperanno e distrarranno. Lo Spirito Santo è assente da questi pensieri che mancano di saggezza.

Il vero amico di Gesù Cristo deve dunque essere talmente unito con la propria intelligenza e buona volontà alla volontà e alla bontà divina, da togliere alle passioni ogni appiglio su lui e da evitare di indagare se è schernito, amato o considerato come persona da poco. La buona volontà può arrivare a tutto, può dominare ogni cosa.

 

Suscita nell’anima il disinteresse per le miserie personali

Se la volontà è buona e pienamente conforme e unita alla volontà di Dio, come consiglia l’intelligenza, poco importa che la carne, i sensi, l’uomo esteriore, siano inclini al male e fiacchi per il bene, oppure che l’uomo interiore si trovi senza amore per le cose spirituali (29). Importa soltanto che per la fede e la buona volontà l’uomo resti unito a Dio con tutta l’anima.

Egli vi riuscirà, se riconoscerà la propria imperfezione e il proprio nulla; se comprenderà che il proprio bene non si trova che nel suo Creatore; se abbandona a Lui se stesso con tutte le sue potenze, le sue forze e le creature tutte, per nascondersi interamente in seno a lui con pieno slancio, per dirigere ogni sua azione verso Dio, senza cercare nulla all’infuori di Dio; se riconosce d’aver trovato in lui tutto il bene e tutta la felicità della perfezione.

 

Divinizza l’uomo

L’uomo allora, giunto a questo stato di perfezione, sarà, in certo qual modo, trasformato in Dio; non potrà più pensare, amare, comprendere, ricordare che Dio o le cose di Dio; non vedrà più se stesso e le altre creature se non in Dio; non avrà altro amore che per Iddio; le creature e se stesso si presenteranno alla sua memoria solo più nella luce di Dio.

 

Rende l’anima veramente umile

Simile conoscenza della verità, rende sempre l’anima umile, severa verso se stessa e non verso gli altri; mentre la saggezza mondana rende l’anima superba, frivola, piena d’orgoglio e d’alterigia.

 

La libertà interiore è necessaria per elevarsi a Dio

E’ dunque necessario considerare come dottrina fondamentale e veramente spirituale quella che ci mostra quanto sia chimerico aspirare di giungere alla conoscenza, al servizio, alla familiarità con Dio e al suo pieno possesso, se non si è prima distaccato il proprio cuore dalle affezioni terrene, non solamente dalle persone, ma da ogni altra creatura o cosa; se non si riesce a tendere verso il Creatore con tutto il cuore, liberamente, senza secondi fini, senza timori né esitazioni, con fiducia illimitata nella sua universale provvidenza (30).

CAPITOLO XII

EFFICACIA DELL’AMORE DI DIO

 

Importanza dell’amore di Dio

Tutto ciò che abbiamo detto nei capitoli precedenti, tutto ciò che è necessario alla salvezza, non può ricevere che dall’amore il suo più intimo e salutare perfezionamento.

L’amore supplisce a tutto ciò che potrebbe mancarci per la nostra salvezza; racchiude in sé l’abbondanza di ogni bene e non gli manca neppure la presenza dell’oggetto supremo dei nostri desideri.

Soltanto per l’amore noi ci orientiamo verso Dio, aderiamo a Dio, siamo uniti a Dio, per diventare uno stesso spirito con lui e ricevere da lui e per lui la felicità, quaggiù nella grazia e lassù nella gloria.

L’amore non trova riposo che nel bene amato, ossia nel suo possesso pacifico e completo.

 

L’amore conduce a Dio

L’amore, o la carità, è la via che conduce Dio all’uomo e l’uomo a Dio.

Dio non può stare ove non c’è la carità.

Chi ha la carità, possiede Dio, perché “Dio è carità ”.

Non vi è nulla di più acuto, sottile, penetrante della carità.

Essa non ha riposo fino a che non ha esplorato tutta la potenza e la profondità dell’oggetto amato. Essa vorrebbe immedesimarsi in lui, e, se lo potesse, essere con lui una cosa sola.

Ecco perché non può sopportare intermediari fra lei e il suo oggetto che è Dio: essa si slancia violentemente verso di lui e non ha pace fino a quando ha superato tutto per giungere a lui.

L’amore ha la virtù di unire e di trasformare; trasforma l’amante nell’amato e l’amato nell’amante. Nei limiti del passibile, l’uno diventa l’altro.

 

L’amore crea l’unione fra l’amante e l’amato

E anzitutto con quale perfezione d’intelligenza trasporta la persona amata in colui che ama!

Con quale dolcezza e soavità l’una vive nel ricordo del secondo! Colui che ama, si sforza di sapere, non in maniera superficiale, ma fino all’intimo, ciò che riguarda la persona amata e di penetrare, per quanto gli è possibile, addentro nella sua vita!

Dopo viene la volontà.

Essa trasporta la persona amata nel soggetto che ama.

Quindi, le due persone, amante e amata, sono unite in una amorosa compiacenza, in una dolce e intima gioia procurata loro dal reciproco possesso.

Inoltre, colui che ama si trova nella persona amata anche per la sua conformità di desideri, di attrazioni e di ripugnanze, di gioie e di tristezze. Si direbbe che è propria una cosa sola con lui.

Poiché “l’amore è forte come la morte” (57), porta l’amante fuori di se stesso e fino nell’intimo dell’amato fortemente ve lo incatena.

L’anima è molto più presente là dove ama che non dove è principio di vita, perché essa è nella persona amata con la sua propria natura, con la ragione e la volontà, mentre nell’essere da essa vivificata è presente soltanto per dargli l’esistenza, ciò che accade anche negli animali (58).

 

Soltanto l’amore di Gesù Cristo può distoglierci da ciò che non è Lui

Bisogna dunque concludere che una cosa sola può distoglierci dagli oggetti esteriori, per ricondurci prima in noi stessi e in seguito nella divina intimità con Gesù Cristo. Essa è l’amore a Gesù e il desiderio delle sue soavità che ci permettono di sentire, comprendere e gustare la presenza della sua divinità.

La forza dell’amore è la sola capace di trasportare l’anima dalla terra alle altezze del cielo.

Nessuno può pervenire alla suprema beatitudine, se l’amore e il desiderio non gli danno le ali.

L’amore è la vita dell’anima, la sua veste nuziale, la sua perfezione (59).

“La legge, le profezie, i precetti del Signore dipendono da esso” (60). Per questo l’Apostolo diceva ai Romani: “Il compimento della legge è l’amore” (61) e nella prima Epistola a Timoteo: “Fine della legge è la carità” (62).

 

 

 

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