Sant’Alfonso Maria de Liguori: “L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti” “Chi dunque vuol salvarsi, non solo deve lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare” “Se vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

SERMONE XXII. – PER LA DOMENICA II. DOPO PASQUA

 

Del fuggire le male occasioni.

Cum fores essent clausae, ubi erant discipuli congregati, venit Iesus, et stetit in medio eorum. (Ioan. 20. 19.)

Abbiamo nel presente vangelo, che ritrovandosi gli apostoli congregati in una casa, entrò ivi Gesù Cristo già risorto, benché le porte erano chiuse, e si pose in mezzo di loro: Cum fores essent clausae, venit Iesus et stetit in medio eorum. Scrive s. Tommaso l’angelico su questo fatto, che il Signore, misticamente parlando, volle con ciò farci intendere ch’egli non entra nelle anime nostre, se non quando esse tengono chiuse le porte de’ sensi: Mystice per hoc datur intelligi, quod Christus nobis apparet, quando fores, idest sensus sunt clausi. Se dunque vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi. E ciò voglio oggi dimostrarvi, il gran pericolo in cui si mette di perdere Dio chi non fugge le male occasioni.

Abbiamo nelle sacre Scritture, che risorse Cristo e risorse Lazaro; Cristo però risorse, e non tornò a morire, come scrisse l’apostolo: Christus resurgens ex mortuis, iam non moritur1. Lazaro all’incontro risorse e tornò a morire. Riflette Guerrico abate che Cristo risorse sciolto, ma Lazaro risorse ligatus manibus et pedibus2. Povero, soggiunge poi quest’autore, chi risorge dal peccato, ma legato da qualche occasione cattiva, questi tornerà a morire per perdere la divina grazia. Chi dunque vuol salvarsi, non solo dee lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare, cioè quella corrispondenza, quella casa, quei cattivi compagni e simili occasioni che incitano al peccato.

Per il peccato originale si è intromessa in tutti noi la mala inclinazione a peccare, cioè a fare quel che ci vien proibito; onde si lamentava s. Paolo, che provava in se stesso una legge contraria alla ragione: Video autem aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati3. Quando poi vi è l’occasione presente, ella sveglia con gran violenza l’appetito malvagio, al quale allora è molto difficile il resistere; poiché Dio nega gli aiuti efficaci a chi volontariamente si espone all’occasione: Qui amat periculum, in illo peribit4. Spiega s. Tommaso l’angelico: Cum exponimus nos periculo, Deus nos derelinquit in illo. Chi non fugge il pericolo, resta dal Signore in quello abbandonato. Dice pertanto s. Bernardino da Siena, che il migliore di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggire le occasioni di peccare: Inter consilia Christi, unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones.

Scrive s. Pietro che il demonio circuit quaerens quem devoret5. Il nemico gira sempre d’intorno ad ogni anima per entrarvi a pigliarne il possesso; e perciò va trovando di mettere avanti l’occasione del peccato, per cui il demonio entra nell’anima: Explorat, dice s. Cipriano, an sit pars cuius aditu penetret. Quando l’anima lasciasi indurre ad esporsi nell’occasione, il demonio facilmente entrerà in essa e la divorerà. Questa fu la causa della rovina dei nostri primi progenitori, il non fuggire l’occasione. Iddio avea lor proibito non solo di mangiare il pomo vietato, ma anche il toccarlo; così rispose la stessa Eva al serpente che la tentava a cibarsene: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud6. Ma l’infelice vidit, tulit, comedit: prima cominciò a guardar quel frutto, poi lo prese in mano e poi lo mangiò. E ciò accade ordinariamente a tutti coloro che volontariamente si mettono all’occasione. Quindi il demonio costretto una volta dagli esorcismi a dire qual predica fra tutte fosse quella che più gli dispiacesse, confessò esser la predica di fuggir l’occasione; e con ragione, mentre il nemico si ride di tutti i nostri propositi e promesse fatte a Dio; la maggior sua cura è d’indurci a non fuggir l’occasione; perché l’occasione è come una benda che ci si mette davanti gli occhi, e non ci lascia più vedere né lumi ricevuti, né verità eterne, né propositi fatti; insomma ci fa scordare di tutto, e quasi ci sforza a peccare.

Scito quoniam in medio laqueorum ingredieris1. Chi nasce nel mondo, entra in mezzo ai lacci. Onde avverte il Savio che chi vuole essere sicuro da questi lacci, bisogna che se ne guardi e se ne allontani: Qui cavet laqueos securus erit2. Ma se invece di allontanarsi dai lacci taluno a quelli si accosta, come potrà restarne libero? Perciò Davide, dopo che con tanto suo danno avea imparato il pericolo che reca l’esporsi alle cattive occasioni, dice che per conservarsi fedele a Dio, si avea proibito di accostarsi ad ogni occasione che potea condurlo a ricadere: Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam mandata tua3. Non solo dice da ogni peccato, ma da ogni via mala che conduce al peccato. Non manca al demonio di trovar pretesti per farci credere che quell’occasione, alla quale ci esponiamo, non sia volontaria, ma necessaria. Quando l’occasione è veramente necessaria, il Signore non lascerà di darci il suo aiuto a non cadere, se non la fuggiamo, ma alle volte noi ci fingiamo certe necessità, che siano tali che bastino a scusarci. Scrive s. Cipriano: Nunquam securus cum thesauro latro tenetur inclusus, nec inter unam caveam habitans cum lupo tutus est agnus4. Parla s. Cipriano contro coloro che non vogliono levar l’occasione, e poi dicono: Non ho paura di cadere. Non mai, dice il santo, può tenersi sicuro alcuno del suo tesoro, se insieme col tesoro seco si tiene chiuso il ladro, né l’agnello può star sicuro della sua vita, se vuole stare dentro la caverna insieme col lupo; e così niuno può star sicuro di conservar il tesoro della grazia se vuol rimanere nell’occasione del peccato. Dice s. Giacomo che ogni uomo ha dentro di sé un gran nemico, cioè la mala inclinazione che lo tenta a peccare: Unusquisque tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus5. Or se poi non fugge da quelle occasioni che lo tentano di fuori, come potrà resistere e non cadere? Perciò mettiamoci avanti gli occhi quell’avvertimento generale che ci diede Gesù Cristo per vincere tutte le tentazioni e salvarci: Si oculos tuus dexter scandalizat te, erue eum et proiice abs te6. Se vedi che l’occhio tuo destro è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano: proiice abs te: viene a dire che dove si tratta di perder l’anima, bisogna fuggire ogni occasione. Dicea s. Francesco d’Assisi, come io riferii in un altro sermone, che il demonio a certe anime che hanno timore di Dio, non cerca da principio di legarle colla fune di un peccato mortale, perché quelle spaventate dalla vista di un peccato mortale, fuggirebbero e non si farebbero legare; per tanto procura l’astuto di legarle con un capello, che non mette gran timore; perché così poi gli riuscirà più facile di accrescere i legami, finché le renda sue schiave. Onde chi vuol essere libero da tal pericolo, dee spezzare da principio tutti i capelli, cioè tutte le occasioni, quei saluti, quei biglietti, quei regalucci, quelle parole affettuose. E parlando specialmente di chi ha avuto l’abito all’impudicizia, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime; se non fugge anche le rimote, facilmente di nuovo tornerà a cadere.

L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti, e rari son quelli che ne escono vincitori: Communis pugna et rara victoria. Quanti miseri che han voluto porsi a combattere con questo vizio, ne sono restati vinti? Ma no, dice il demonio ad alcuno, per indurlo ad esporsi all’occasione, non dubitare che non ti farai vincere dalla tentazione: Nolo, risponde s. Girolamo, pugnare spe victoriae, ne perdam aliquando victoriam. No, non voglio pormi a combattere colla speranza di vincere, perché ponendomi volontariamente a combattere, un giorno resterò perditore, e perderò l’anima e Dio. In questa materia vi bisogna un grande aiuto di Dio per non restar vinto, e perciò dalla parte nostra, per renderci degni di questo aiuto divino, è necessario fuggir l’occasione; e bisogna continuamente raccomandarsi a Dio per osservar la continenza, noi non abbiamo forza di conservarla. Iddio ce l’ha da concedere: Et ut scivi, diceva il Savio, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum1. Ma se ci esporremo all’occasione, come dice l’apostolo, noi stessi provvederemo di armi la nostra carne ribelle a far guerra all’anima: Sed neque exhibeatis membra vestra arma iniquitatis peccato2. Spiega in questo passo s. Cirillo Alessandrino, e dice: Tu das stimulum carni tuae, tu illam adversus spiritum armas et potentem facis. In questa guerra del vizio disonesto, dicea san Filippo Neri, che vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l’occasione; all’incontro chi si mette all’occasione, arma la sua carne e la rende così potente, che sarà moralmente impossibile il resistere.

Dice Iddio ad Isaia: Clama: Omnis caro foenum3. Or se ogni uomo è fieno, dice s. Gio. Grisostomo, che il voler mantenersi puro l’uomo, quando volontariamente si mette nell’occasione di peccare, è lo stesso che pretendere di mettere la fiaccola nel fieno, senza che il fieno si bruci: Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur. No, scrive s. Cipriano, non è possibile stare in mezzo alle fiamme e non ardere: Impossibile est flammis circumdari et non ardere4. E lo stesso disse prima lo Spirito santo, dicendo essere impossibile il camminar sulle brace e non bruciarsi i piedi: Numquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius5? Il non bruciarsi sarebbe un miracolo; scrive s. Bernardo che il conservarsi casto uno che si espone all’occasione prossima, sarebbe maggior miracolo che risuscitare un morto: Maius miraculum est, quam mortuum suscitare, son le parole del santo.

Dice s. Agostino1: In periculo qui non vult fugere vult perire. Onde poi scrive in altro luogo, che chi vuol vincere e non perire dee fuggir l’occasione: In occasione peccandi apprehende fugam, si vis invenire victoriam2. Taluni scioccamente si fidano della loro fortezza, e non vedono che la loro fortezza è simile alla fortezza della stoppa che è posta sulla fiamma: Et erit fortitudo vestra, ut favilla stuppae3. Si lusingano altri sulla mutazione di vita che han fatta, sulle confessioni e promesse fatte a Dio, dicendo: per grazia del Signore con quella persona ora non ci ho più fine cattivo, non ci ho neppure più tentazioni. Sentite, voi che parlate così: nella Mauritania dicesi che vi sono certe orse le quali vanno a caccia delle scimie; le scimie, quando vedono le orse, salgono sugli alberi, e così da loro si salvano; ma l’orsa che fa? Si stende sul terreno e si finge morta, ed aspetta che le scimie scendano dall’albero; allorché poi le vede scese, si alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio, fa vedere che la tentazione è morta; ma quando poi l’uomo è sceso a mettersi nell’occasione, fa sorgere la tentazione e lo divora. Oh quante miserabili anime, anche applicate allo spirito, e che faceano orazione mentale, si comunicavano spesso, e menavano vita santa, con mettersi poi all’occasione, sono rimaste schiave del demonio! Si riferisce nelle storie ecclesiastiche, che una santa donna la quale praticava l’officio pietoso di seppellire i martiri, una volta fra quelli ne trovò uno il quale non era ancora spirato, ella condusselo in sua casa, e con medici e rimedii lo guarì; ma che avvenne? Questi due santi (come poteano chiamarsi, l’uno che già era stato vicino a morire per la fede, l’altra che facea quell’officio con tanto rischio di essere perseguitata da’ tiranni) prima caddero in peccato e perderono la grazia di Dio, e poi, fatti più deboli per il peccato, rinnegarono anche la fede. Di ciò narra s. Macario un fatto simile di un vecchio che era stato mezzo bruciato dal tiranno per non voler rinnegare la fede; ma ritornato alla carcere, per sua disgrazia prese confidenza con una donna divota che serviva que’ martiri e cadde in peccato.

Avverte lo Spirito santo che bisogna fuggire il peccato, come si fugge dalla faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccatum4. Onde siccome si fugge non solo il morso del serpe, ma anche il toccarlo, ed anche l’accostarsegli vicino; così bisogna fuggire non solo il peccato, ma l’occasione del peccato, cioè quella casa, quella conversazione, quella persona. S. Isidoro dice che chi vuole star vicino al serpente, non passerà gran tempo e ne resterà offeso: Iuxta serpentem positus non erit diu illaesus5. Onde dice il Savio che se qualche persona facilmente può esserti di rovina, Longe fac ab ea viam tuam, et ne appropinques foribus domus eius6. Non solo dice, astienti di più accostarti a quella casa, la quale è fatta via dell’inferno per te (Via inferi domus eius1); ma procura di non accostarti neppur vicino a quella, passane da lontano: Longe fac ab ea viam tuam. Ma io con lasciar quella casa perderò gl’interessi miei. È meglio perdere gl’interessi, che perdere l’anima e Dio. Bisogna persuadersi che in questa materia della pudicizia non vi è cautela che basti. Se vogliamo salvarci dal peccato e dall’inferno, bisogna che sempre temiamo e tremiamo, come ci esorta san Paolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini2. Chi non trema e si arrischia a porsi nelle occasioni cattive, difficilmente si salverà. E perciò fra le nostre preghiere dobbiamo replicare ogni giorno e più volte nel giorno quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem: Signore, non permettete che io mi trovi in quelle tentazioni che abbiano a farmi perdere la grazia vostra. La grazia della perseveranza da noi non può meritarsi, ma Dio certamente la concede, come dice s. Agostino, a chi la cerca, mentre ha promesso di esaudir chi lo prega; onde dice lo stesso santo che il Signore promittendo, debitorem se fecit.

 

(Sant’Alfonso Maria de Liguori)

1 Rom. 6. 9.

2 Matth. 22. 13.

3 Rom. 7. 23.

4 Eccl. 3. 27.

5 1. Petr. 5. 8.

6 Gen. 3. 3.

1 Eccl. 9. 20.

2 Prov. 11. 15

3 Psal. 118. 101.

4 L. de Sing. Cler.

5 Iac. 1. 14.

6 Matth. 5. 29.

1 Sap. 8. 21.

2 Rom. 6. 13.

3 Isa. 40. 6.

4 De Sing. Cler.

5 Prov. 6. 27. 28.

1 In psal. 5.

2 Serm. 250. de temp.

3 Isa. 1. 31.

4 Eccl. 21. 2.

5 Lib. 2. solit.

6 Prov. 5. 8.

1 Prov. 7. 27.

2 Phil. 2. 12.

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Sant’Anselmo d’Aosta: “E’ indispensabile che, chiunque desideri che Dio dimori in lui, abbia la purezza del cuore” “Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è indispensabile che ne provi dolore.” ESORTAZIONE DELLA MENTE A CONTEMPLARE DIO

Gesù: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8)

“Non può l’uomo scorgere il cuore dell’uomo, poiché <<nessuno conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui>> (1 Cor 2,11). Al contrario Dio, al quale nulla rimane nascosto, scorge senza impedimento il cuore dell’uomo e ciò a cui tende. Chi l’avrà puro, potrà vedere Dio; chi invece non l’avrà puro, senza dubbio non potrà vederlo in alcun modo. E allora è indispensabile che, chiunque desideri che Dio dimori in lui, abbia la purezza del cuore. Nessuno la potrà avere, se non libererà il suo cuore dalle brame terrene, e non si sforzerà di ardere d’amore celeste. Nella misura in cui amerà il mondo, nella stessa misura sarà privato dell’amore celeste. E tanto più ciascuno abbandona Cristo, quanto più col peccare si allontana dalla giustizia di Dio. ( … )

Chi pertanto vuol divenire dimora dello spirito del Signore, conservi la purezza del cuore, allontani i desideri della carne. ( … ) La nostra volontà sia pertanto pura, per essere chiamata ed essere sposa di Dio; né macchia alcuna d’impurità la deturpi, per non divenire adultera. Finché s’accorda al volere di Dio, è pura, è sposa; quando invece discorda dal suo volere, si guasta, s’insozza, si prostituisce.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap. 14, pag. 269, 271.)

“… nell’ora della tentazione prima di dar compimento alla colpa, non si deve mai pensare alla misericordia di Dio, ma alla sua giustizia e al suo giudizio, alla sua ira e al suo sdegno. Ciò si deve ponderare, ciò portare davanti agli occhi della mente, ciò prendere sovente in considerazione con gran spavento. Quando uno è tentato, non deve dire: <<la misericordia>> di Dio <<è grande>> (Sal 86,85,13); ben si dire: <<E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente>> (Eb 10,31). Quando la brama di lussuria agita chicchessia, non pensi che, in qualsiasi momento il peccatore li deplori, tutti i suoi peccati non saranno più ricordati, ma piuttosto, ripensandovi di frequente, consideri che, chiunque pecchi sperando, è maledetto. Pure questo: <<Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti!>> (Is 1,4).

( … ) Nell’ora della tentazione, deve ciascuno sforzarsi in tutti i modi per non essere vinto, perché, sebbene Dio abbia garantito il perdono a chi pecca, non ha però promesso di dare a chi pecca il desiderio di pentirsi.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap.1, pag.185)

“Quando la suggestione del peccato colpisce un animo che dall’amore per le cose presenti tende verso i beni eterni, lo lascerà subito andare, se quell’animo si mantiene fermamente nel suo proposito. Ma se rivolgendo la sua attenzione alla suggestione, quest’animo le consentirà di entrare dentro di sé, e quasi eccitandola la rimugina col pensiero, essa lo inquieterà sempre più frequentemente pur non procurandogli ferite, perché di semplice tentazione si tratta per sempre.

Ma se l’animo la culla troppo a lungo, il cane pesante si trasforma nel cagnetto, ossia la suggestione diventa piacere, il quale attacca con più accanimento e se non è scacciato prontamente ferisce l’anima. Ecco perché, non appena comincia a insorgere, l’anima sposa di Cristo deve respingerlo, pensando come le sarebbe ignominioso comparire al suo cospetto insozzata da un piacere così vergognoso. Se infatti l’anima non respingerà il piacere, il cagnetto si trasforma nell’enorme mastino, ossia il piacere si fa consenso che impossessandosi dell’anima, se essa non vi reagisce con grande energia, la uccide. Ma, non appena cerca di aggredire l’anima, questa deve opporsi con grande energia, cioè annientandolo in sé opponendogli un grandissimo timore della morte eterna.

Dunque non prestiamo nessuna attenzione alla suggestione, reprimiamo prontamente il piacere, opponiamoci con forza al consenso. E così sforziamoci di custodire il nostro cuore affinché il diavolo non sia messo in condizione di violarlo neppure con un solo pensiero superfluo.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, SUI COMPORTAMENTI UMANI MEDIANTE SIMILITUDINI, De Humanis moribus, capitolo 40, pag.47)

“Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è pertanto indispensabile che ne provi dolore.”

“Vi sono infatti taluni i quali ammettono di essere peccatori, ma non ne provano dolore alcuno. E’ indispensabile che costoro si dolgano, se vogliono meritare il perdono; poiché non conta che uno si riconosca peccatore, se non ne prova dolore. Se uno infatti peccasse contro il suo signore e non se ne dolesse, cosa pensi che direbbe di lui il signore? Come rimettergli l’offesa, finché sapesse che lui non se ne duole per nulla? Più che altro parrebbe buffo il suo chiedere perdono di cosa della quale non si duole.

Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è pertanto indispensabile che ne provi dolore. Viene poi la confessione, perché deve il peccatore confessare in che modo conosce se stesso e se ne duole.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap.1, pag.177)

 

Sant’ Anselmo d’Aosta – Esortazione della Mente a Contemplare Dio

dal Proslogion di Anselmo d’Aosta

 

1. Orsù, omuncolo, abbandona per un momento le tue occupazioni, nasconditi un poco ai tuoi tumultuosi pensieri. Abbandona ora le pesanti preoccupazioni, rimanda i tuoi laboriosi impegni. Per un po’ dedicati a Dio e riposati in Lui. «Entra nella camera» del tuo spirito, escludi da essa tutto, all’infuori di Dio e di ciò che ti possa giovare a cercarlo, e, «chiusa la porta», cercalo (Mt 6, 6). Di’ ora, o «mio cuore» nella tua totalità, di’ ora a Dio: «Io cerco il tuo volto; il tuo volto, o Signore, io cerco» (Sal 27, 8).

2. Orsù, dunque, o Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come possa cercarti e dove e come possa trovarti. O Signore, se non sei qui, dove te assente cercherò? E se invece sei ovunque, perché non ti vedo presente? Ma certo tu abiti «una luce inaccessibile» (1 Tm 6,16). E dov’è la luce inaccessibile? E come mi avvicinerò a questa luce inaccessibile? E chi mi condurrà e mi introdurrà in essa, affinché in essa io ti veda? Per mezzo di quali segni, di quale immagine ti cercherò? Non ti ho mai visto, o Signore Dio mio, non conosco il tuo volto. Che cosa farà, o altissimo Signore, che cosa farà codesto tuo esule lontano? Che cosa farà il tuo servo ansioso del tuo amore e gettato lontano «dal tuo volto» (Sal 51,13)? Anela di vederti ed è troppo lontano dai tuo volto. Desidera di avvicinarsi a te e il luogo dove tu abiti è inaccessibile. Brama di trovarti e non conosce dove tu stai. Fa di tutto per cercarti e ignora il tuo volto. O Signore, tu sei il mio Dio e sei il mio Signore e non ti ho mai visto. Tu mi hai fatto e rifatto e mi hai dato tutti i miei beni e io ancora non ti conosco. In breve: sono stato fatto per vederti e non ho ancora fatto ciò per cui sono stato fatto.

3. O misera sorte dell’uomo, che ha perduto ciò per cui è stato fatto! O dura e crudele quella caduta! Ohimè, che cosa ha perduto e che cosa ha trovato, che cosa è scomparso e che cosa è rimasto! Egli ha perso la beatitudine per la quale fu fatto e ha trovato la miseria per la quale non fu fatto. E’ scomparso ciò senza cui nessuno è felice ed è rimasto ciò che di per sé è soltanto misero. Allora «l’uomo mangiava il pane degli angeli» (Sal 78,25), di cui ora ha fame; ora mangia «il pane di dolore» (Sal 127,2), che allora non conosceva. Ohimè, lutto di tutti gli uomini, universale pianto dei figli di Adamo! Egli ruttava di sazietà, noi sospiriamo per fame. Egli era nell’abbondanza, noi mendichiamo. Egli felicemente possedeva e ha miseramente abbandonato ciò che possedeva, noi infelicemente abbiamo bisogno e miserevolmente desideriamo e, ohimè, restiamo senza! Perché Dio non ci ha conservato, pur potendolo facilmente fare, ciò di cui così gravemente sentiamo la mancanza? Perché Dio ci ha tolto la luce e ci ha avvolto nelle tenebre? Perché ci ha tolto la vita e ci ha inflitto la morte? Donde, pieni di miserie, siamo stati cacciati, dove siamo stati spinti! Donde siamo precipitati, dove siamo rovinati! Siamo stati cacciati dalla patria nell’esilio, dalla visione di Dio alla nostra cecità; dalla giocondità della immortalità all’amarezza e all’orrore della morte. Misero mutamento! Da quanto bene in quanto male! Grave danno, grave dolore, grave tutto.

4. Ma, ohimè, io misero, uno dei miseri figli di Eva lontani da Dio, che cosa ho intrapreso, che cosa ho condotto a termine? Dove ero diretto, dove sono giunto? A che cosa tendevo e di che cosa sospiro? «Ho cercato i beni» (Sal 122,9) «ed ecco il turbamento» (Ger 14,19)! Tendevo a Dio e ho urtato in me stesso. Cercavo riposo in me stesso e «ho trovato tribolazione e dolore» (Sal 116,3) nell’intimo mio. Volevo ridere per la gioia della mia mente e sono costretto a «ruggire per il gemito del mio cuore» (Sal 38,9). Speravo letizia ed ecco invece che si moltiplicano i miei sospiri!

5. «Ma tu, o Signore, fino a quando?» (Sal 6,4). «Fino a quando, o Signore, ti dimenticherai di noi, fino a quando ci nasconderai il tuo volto?» (Sal 13,1). Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai «il tuo volto» (Sal 80,4)? Quando ti restituirai a noi? Guardaci, o Signore, esaudiscici, illuminaci, mostraci te stesso. Restituisciti a noi, affinché il bene sia con noi, poiché senza di te solo il male è con noi. Abbi pietà delle nostre fatiche e dei nostri sforzi verso di te, poiché senza di te non possiamo nulla. Poiché ci inviti, «aiutaci» (Sal 79,9).

6. Ti supplico, o Signore, che io non disperi sospirando, ma che io respiri sperando. Ti supplico, o Signore il mio cuore è amareggiato per la sua desolazione, addolciscilo con la tua consolazione. Ti supplico, o Signore, ho incominciato a cercarti affamato, fa’ che io non desista di cercarti digiuno di te. Mi sono avvicinato famelico, fa’ che non mi allontani senza aver mangiato. Povero sono venuto al ricco, misero al misericordioso, fa’ che non ritorni senza nulla e disprezzato. E se «prima di mangiare debbo sospirare» (Gb 3,24), dammi almeno, dopo i sospiri, da mangiare. O Signore, incurvato non posso guardare altro che in basso: raddrizzami, affinché possa volgere lo sguardo in alto. «Le mie iniquità, che hanno superato il mio capo», mi avvolgono tutto e mi appesantiscono «come un grave carico» (Sal 38,5). Disseppelliscimi, alleggeriscimi, affinché «l’abisso» delle mie iniquità «non chiuda su di me la sua bocca» (Sal 69,16). Mi sia permesso di guardare la tua luce anche se da lontano o dal profondo. Insegnami a cercarti e mostrati a me che ti cerco, poiché non posso cercarti, se tu non me lo insegni, e non posso trovarti, se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti. Che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.

7. Riconosco, o Signore, e te ne ringrazio, che hai creato in me questa tua immagine affinché, memore di te, ti pensi e ti ami. Ma questa immagine è così cancellata dallo sfregamento dei vizi ed è così offuscata dal fumo dei peccati, che non può fare ciò per cui è stata fatta, se tu non la rinnovi e la riformi. Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità, poiché in nessun modo metto con essa a confronto il mio intelletto; ma desidero intendere in qualche modo la tua verità, quella che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di intendere per poter credere, ma credo per poter intendere. In verità credo in questo: «se non avrò creduto, non potrò intendere» (Is 7,9).

(Sant’ Anselmo d’Aosta, Dottore della chiesa)

Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori: “MORTE DEL PECCATORE MORTE DEL GIUSTO” “INFERNO, PURGATORIO, PARADISO” “SALVEZZA ETERNA DANNAZIONE ETERNA”

 “La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio”

(Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa)

 

“MORTE DEL PECCATORE”

PUNTO I

Al presente i peccatori discacciano la memoria e ‘l pensiero della morte, e così cercano di trovar pace (benché non la trovino mai) nel vivere che fanno in peccato; ma quando si troveranno nell’angustie della morte, prossimi ad entrare nell’eternità: «Angustia superveniente, pacem requirent, et non erit»; allora non possono sfuggire il tormento della loro mala coscienza; cercheranno la pace, ma che pace può trovare un’anima, ritrovandosi aggravata di colpe, che come tante vipere la mordono? che pace, pensando di dover comparire tra pochi momenti avanti di Gesu-Cristo giudice, del quale sino ad allora ha disprezzata la legge e l’amicizia? «Conturbatio super conturbationem veniet». La nuova già ricevuta della morte, il pensiero di doversi licenziare da tutte le cose del mondo, i rimorsi della coscienza, il tempo perduto, il tempo che manca, il rigore del divino giudizio, l’eternità infelice che si aspetta a’ peccatori: tutte queste cose componeranno una tempesta orrenda, che confonderà la mente ed accrescerà la diffidenza; e così confuso e sconfidato il moribondo passerà all’altra vita. Abramo con gran merito sperò in Dio contro la speranza umana, credendo alla divina promessa: «Contra spem in spem credidit»  (Rom.4. 18).

Ma i peccatori con gran demerito e falsamente per loro ruina sperano, non solo contro la speranza, ma ancora contro la fede, mentre disprezzano anche le minacce, che Dio fa agli ostinati. Temono essi la mala morte, ma non temono di fare una mala vita. Ma chi gli assicura di non morire di subito con un fulmine, con una goccia, con un butto di sangue? ed ancorché avessero tempo in morte da convertirsi, chi gli assicura che da vero si convertiranno? S. Agostino ebbe da combattere dodici anni per superare i suoi mali abiti; come potrà un moribondo, che sempre è stato colla coscienza imbrattata, in mezzo a i dolori, agli stordimenti della testa e nella confusione della morte fare facilmente una vera conversione? Dico «vera», perché allora non basta il dire e promettere; ma bisogna dire e promettere col cuore.

Oh Dio, e da quale spavento resterà preso e confuso allora il misero infermo, ch’è stato di coscienza trascurata, in vedersi oppresso da’ peccati e da’ timori del giudizio, dell’inferno e dell’eternità! In quale confusione lo metteranno questi pensieri, quando si troverà svanito di testa, oscurato di mente e assalito da’ dolori della morte già vicina! Si confesserà, prometterà, piangerà, cercherà pietà a Dio, ma senza sapere quel che si faccia; ed in questa tempesta di agitazioni, di rimorsi, d’affanni e di spaventi passerà all’altra vita. «Turbabuntur populi, et pertransibunt» (Iob. 34. 20). Ben dice un autoreche le preghiere, i pianti e le promesse del peccator moribondo sono appunto come i pianti e le promesse di taluno, che si vede assalito dal suo nemico, il quale gli tiene posto il pugnale alla gola per torgli allora la vita. Misero, chi si mette a letto in disgrazia di Dio, e di là se ne passa all’eternità!

Affetti e preghiere

O piaghe di Gesù, voi siete la speranza mia. Io dispererei del perdonode’ miei peccati e della mia salute eterna, se non rimirassi voi fonti di pietà e di grazia, per mezzo di cui un Dio ha sparso tutto il suo sangue, per lavare l’anima mia da tante colpe commesse. Vi adoro dunque, o sante piaghe, ed in voi confido. Detesto mille volte e maledico quei piaceri indegni, per li quali ho disgustato il mio Redentore, e miseramente ho perduta la sua amicizia. Guardando dunque voi, sollevo le mie speranze, e verso voi rivolgo gli affetti miei. Caro mio Gesù, Voi meritate che tutti gli uomini v’amino, e v’amino con tutto il loro cuore; ma io vi ho tanto offeso ed ho disprezzato il vostro amore, e Voi ciò non ostante mi avete così sopportato, e con tanta pietà mi avete invitato al perdono. Ah mio Salvatore, non permettete ch’io più vi offenda, e mi danni. Oh Dio! che pena mi sarebbe nell’inferno la vista del vostro sangue e di tante misericordie che mi avete usate! Io v’amo e voglio sempre amarvi. Datemi Voi la santa perseveranza. Staccate il mio cuore da ogni amore che non è per Voi, e stabilite in me un vero desiderio e risoluzione di amare da oggi avanti solamente Voi, mio sommo bene. O Maria Madre mia, tiratemi a Dio, e fatemi essere tutto suo, prima ch’io muoia.

PUNTO II

Non una, ma più e molte saranno le angustie del povero peccator moribondo. Da una parte lo tormenteranno i demoni. In morte questi orrendi nemici mettono tutta la forza per far perdere quell’anima, che sta per uscire diquesta vita, intendendoche poco tempo lor resta da guadagnarla, e che se la perdono allora, l’avran perduta per sempre. «Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Apoc. 12. 12). E non uno sarà il demonio, che allora tenterà, ma innumerabili che assisteranno al moribondo per farlo perdere. «Replebuntur domus eorum draconibus» (Is. 13. 21). Uno gli dirà: Non temere che sanerai. Un altro dirà: E come? tu per tanti anni sei stato sordo alle voci di Dio, ed ora esso vorrà usarti pietà? Un altro: Come ora puoi rimediare a quelli danni fatti? a quelle fame tolte? Un altro: Non vedi che le tue confessioni sono state tutte nulle, senza vero dolore, senza proposito? come puoi ora più rifarle?

Dall’altra parte si vedrà il moribondo circondato da’ suoi peccati. «Virum iniustum mala capient in interitu» (Ps. 139. 12). Questi peccati come tanti satelliti, dice S. Bernardo,lo terranno afferrato e gli diranno: «Opera tua sumus, non te deseremus». Noi siamo tuoi parti, non vogliamo lasciarti; ti accompagneremo all’altra vita, e teco ci presenteremo all’eterno giudice. Vorrà allora il moribondo sbrigarsi da tali nemici, ma per isbrigarsene bisognerebbe odiarli, bisognerebbe convertirsi di cuore a Dio; ma la mente è ottenebrata, e ‘l cuore è indurito. «Cor durum habebit male in novissimo: et qui amat periculum, peribit in illo» (Eccli. 3. 27).

Dice S. Bernardoche il cuore, ch’è stato ostinato nel male in vita, farà i suoi sforzi per uscire dallo stato di dannazione, ma non giungerà a liberarsene, ed oppresso dalla sua malizia nel medesimo stato finirà la vita. Egli avendo sino ad allora amato il peccato, ha insieme amato il pericolo della sua dannazione; giustamente perciò permetterà il Signore che allora perisca in quel pericolo, nel quale ha voluto vivere sino alla morte. Dice S. Agostino che chi è lasciato dal peccato, prima ch’egli lo lasci, in morte difficilmente lo detesterà come deve; perché allora quel che farà, lo farà a forza: «Qui prius a peccato relinquitur, quam ipse relinquat, non libere, sed quasi ex necessitate condemnat».

Misero dunque quel peccatore ch’è duro, e resiste alle divine chiamate! «Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Egli l’ingrato in vece di rendersi ed ammollirsi alle voci di Dio, si è indurito come più s’indurisce l’incudine a’ colpi del martello. In pena di ciò talancora si ritroverà in morte, benché si ritrovi in punto di passare all’eternità. «Cor durum habebit male in novissimo». I peccatori, dice il Signore, mi han voltate le spalle per amore delle creature: «Verterunt ad me tergum, et non faciem, et in tempore afflictionis suae dicent: Surge, et libera nos. Ubi sunt dii tui, quos fecisti tibi? surgant, et liberent te» (Ier. 2. 27). I miseri in morte ricorreranno a Dio, e Dio loro dirà: Ora a me ricorrete? chiamate le creature che vi aiutino; giacché quelle sono state i vostri dei. Dirà così il Signore, perché essi ricorreranno, ma senz’animo vero di convertirsi. Dice S. Girolamo tener egli quasi per certo ed averlo appreso coll’esperienza che non farà mai buon fine, chi ha fatta mala vita sino alla fine: «Hoc teneo, hoc multiplici experientia didici, quod ei non bonus est finis, cui mala semper vita fuit» (In epist. Eusebii ad Dam.).

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, aiutatemi, non mi abbandonate, io vedo l’anima mia tutta impiagata da’ peccati; le passioni mi fanno violenza, i mali abitimi opprimono; mi butto a’ piedi vostri; abbiate pietà di me e liberatemi da tanti mali.«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».Non permettete che si perda un’anima, che confida in Voi. «Ne tradas bestiis animam confitentem tibi». Io mi pento d’avervi offeso, o bontà infinita; ho fatto male, lo confesso: voglio emendarmi ad ogni costo; ma se Voi non mi soccorrete colla vostra grazia, io son perduto. Ricevete, o Gesù mio, questo ribelle, che vi ha tanto oltraggiato. Pensate che vi ho costato il sangue e la vita. Per li meriti dunque della vostra passione e morte ricevetemi tra le vostre braccia, e datemi la santa perseveranza. Io era già perduto, Voi mi avete chiamato; ecco io non voglio più resistere, a Voi mi consagro; legatemi al vostro amore, e non permettete ch’io vi perda più, con perdere di nuovo la vostra grazia; Gesù mio, non lo permettete.

Regina Mia Maria, non lo permettete; impetratemi prima la morte e mille morti ch’io abbiada perdere di nuovo la grazia del vostro Figlio.

PUNTO III

Gran cosa! Dio non fa altro che minacciare una mala morte a’ peccatori: «Tunc invocabunt me, et non exaudiam» (Prov. 1. 18). «Nunquid Deus exaudiet clamorem eius, cum venerit super eum angustia» (Iob. 27. 9). «In interitu vestro ridebo, et subsannabo» (Prov. 1. 26). («Ridere Dei est nolle misereri», S. Gregor.). «Mea est ultio, et ego retribuam eis in tempore, ut labatur pes eorum» (Deuter. 32. 35). Ed in tanti altri luoghi minaccia lo stesso; ed i peccatori vivono in pace, sicuri come Dio avesse certamente promesso loro in morte il perdono e il paradiso. È vero che in qualunque ora si converte il peccatore, Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà: «In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). «Moriemini in peccatis vestris» (ibid. 24). Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà: «Quaeretis me, et non invenietis (Io. 7. 34). Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: «Quaerite Dominum, dum inveniri potest» (Is. 55. 6). Sì, perché vi sarà un tempo che non potrà piùtrovarsi. Poveri peccatori! poveri ciechi, che si riducono a convertirsi all’ora della morte, in cui non sarà più tempo di convertirsi! Dice l’Oleastro: «Impii nusquam didicerunt benefacere, nisi cum non est tempus benefaciendi». Dio vuol salvi tutti, ma castiga gli ostinati.

Se mai alcun miserabile ritrovandosi in peccato, fosse colto dalla goccia, e stesse destituto di sensi, qual compassione farebbe a tutti il vederlo morire senza sagramentie senza segno di penitenza? qual contento poi avrebbe ognuno, se costui ritornasse in sé e cercasse l’assoluzione, e facesse atti di pentimento? Ma non è pazzo poi chi avendo tempo di far ciò, siegue a stare in peccato? o pure torna a peccare e si mette in pericolo che lo colga la morte, nel tempo della quale forse lo farà, e forse no? Spaventa il veder morire alcuno all’improvviso, e poi tanti volontariamente si mettono al pericolo di morire così, e morire in peccato!

«Pondus et statera iudicia Domini sunt» (Prov. 16. 21). Noi non teniamo conto delle grazie, che ci fa il Signore; ma ben ne tiene conto il Signore e le misura; e quando le vede disprezzate sino a certi termini, lascia il peccatore nel suo peccato, e così lo fa morire. Misero chi si riduce a far penitenza in morte. «Poenitentia, quae ab infirmo petitur, infirma est», dice S. Agostino (Serm. 57. de Temp. ). S. Geronimo dice che di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà: «Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus» (S. Hier. in Epist. Euseb. de morte eiusd.). Dice S. Vincenzo Ferrerio (Serm. I. de Nativ. Virg.) che sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. «Maius miraculum est, quod male viventes faciant bonum finem, quam suscitare mortuos». Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?

Narra il Bellarminoch’essendo egli andato ad assistere ad un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapea ciò che si fosse contrizione. Bellarmino procurò di spiegarcelo, ma l’infermo disse: «Padre, io non v’intendo, io non son capace di queste cose». E così se ne morì. «Signa damnationis suae satis aperte relinquens», come il Bellarmino lasciò scritto. Giusto castigo, dice S. Agostino, sarà del peccatore, che si dimentichi di sé in morte, chi in vita si è scordato di Dio: «Aequissime percutitur peccator, ut moriens obliviscatur sui qui vivens oblitus est Dei «(Serm. 10. de Sanct.).

«Nolite errare (intanto ci avverte l’Apostolo), Deus non irridetur: quae enim seminaverit homo, haec et metet; qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem» (Galat. 6.7) Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma «Deus non irridetur». Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati di carne, altro non tocca che corruzione, miseria e morte eterna.

Cristiano mio, quel che si dice per gli altri, si dice anche per voi. Ditemi se vi trovaste già in punto di morte, disperato da’ medici, destituto di sentimenti e ridotto già in agonia, quanto preghereste Dio che vi concedesse un altro mese, un’altra settimana di tempo allora, per aggiustare i conti della vostra coscienza? E Dio già vi dà questo tempo. Ringraziatelo e presto rimediate al mal fatto, e prendete tutti i mezzi per ritrovarvi in istato di grazia, quando verrà la morte, perché allora non sarà più tempo di rimediare.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, e chi avrebbe avuta tanta pazienza con me, quanta ne avete avuta Voi? Se la vostra bontà non fosse infinita, io diffiderei del perdono. Ma tratto con un Dio, ch’è morto per perdonarmi e per salvarmi. Voi mi comandate ch’io speri, ed io voglio sperare. Se i peccati miei mi spaventano e mi condannano, mi danno animo i vostri meriti e le vostre promesse. Voi avete promessa la vita della vostra grazia a chi ritorna a Voi: «Revertimini, et vivite (Ezech. 18. 32)». Avete promesso di abbracciare chi a Voi si volta: «Convertimini ad me, et convertar ad vos» (Zach.1. 3). Avete detto che non sapete disprezzare chi s’umilia e si pente: «Cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps. 50).

Eccomi, Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi volgo, mi confesso degno di mille inferni e mi pento d’avervi offeso: io vi prometto fermamente di non volervi più offendere e di volervi sempre amare. Deh non permettete che ioviva più ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per li meriti dell’ubbidienza di Gesu-Cristo, che morì per ubbidirvi, fate ch’io ubbidisca a’ vostri voleri sino alla morte. V’amo, o sommo bene, e per l’amore che vi porto, voglio ubbidirvi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando.

 

 “MORTE DEL GIUSTO”

PUNTO I

La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: «Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua» (Trans. Malach.). «Finis laborum», sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. «Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis» (Iob. 14. 1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? «Tanquam vita petitur supplicii mora» (Ep. 101).

Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino:«Quid est diu vivere, nisi diu torqueri?» (Serm. 17. de Verbo Dom.). Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: «Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem» (Ser. 43). Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: «Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che ci sia data per sollievo, non per castigo: «Ut mors remedium videatur esse, non poena». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. «Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis» (Apoc. 14. 13).

I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. «Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis» (Sap. 3. 1). I Santi, questi non già si accorano con quel «Proficiscere», che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. «Deus cordis mei» (sempre essi così sono andati dicendo), «et pars mea, Deus, in aeternum». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesu-Cristo spogliati de’ loro beni: «Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam» (Hebr. cap. 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: «Deus meus, et omnia», con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.

Chi muore poiamando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offrirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesu-Cristo offrì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: «In pace in idipsum dormiam, et requiescam». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesu-Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

Affetti e preghiere

O amato mio Gesù, che per ottenere a me una morte soave, avete voluto fare una morte sì acerba sul Calvario, quando sarà ch’io vi vedrò? La prima volta che mi toccherà a vedervi, io vi vedrò da mio giudice in quello stesso luogo dove spirerò. Che vi dirò io allora? Che mi direte Voi? Io non voglio aspettare a pensarvi allora, voglio ora premeditarlo. Io vi dirò così: Caro mio Redentore, Voi dunque siete quegli,che siete morto per me? Io un tempo v’ho offeso e vi sono stato ingrato, e non meritava perdono; ma poi aiutato dalla vostra grazia mi sono ravveduto, e nel resto della vita mia ho pianti i miei peccati, e Voi mi avete perdonato; perdonatemi di nuovo, ora che sto a’ piedi vostri, e datemi Voi stesso un’assoluzione generale delle mie colpe. Io non meritava d’amarvi più, per aver disprezzato il vostro amore; ma Voi per vostra misericordia vi avete tirato il mio cuore, che se non v’ha amato secondo il vostro merito, almeno v’ha amato sopra ogni cosa, lasciando tutto per dar gusto a Voi. Ora che mi dite? Vedo che ‘l paradiso e ‘l possedervi nel vostro regno è un bene troppo grande per me; ma io non mi fido di viver lontano da Voi, maggiormente ora che m’avete fatta conoscere la vostra amabile e bella faccia. Vi cerco dunque il paradiso, non per più godere, ma per meglio amarvi. Mandatemi al purgatorio per quanto vi piace. No, neppure iovoglio venire in quella patria di purità e vedermi tra quell’anime pure così sordido di macchie, come sono al presente. Mandatemi a purgarmi, ma non mi discacciate per sempre dalla vostra faccia; basta che un giorno poi, quando vi piace, mi chiamate al paradiso a cantare in eterno le vostre misericordie. Per ora via su, amato mio giudice, alzate la mano e beneditemi; e ditemi ch’io son vostro, e che Voi siete e sarete sempre mio. Io sempre vi amerò, Voi sempre mi amerete. Ecco ora vado lontano da Voi, vado al fuoco; ma vado contento, perché vo ad amarvi, mio Redentore, mio Dio, mio tutto. Vo contento sì, ma sappiate che in questo tempo, in cui starò lungi da Voi, sappiate che questa sarà la maggiore delle mie pene, lo star da Voi lontano. Vo, Signore, a contare i momenti della vostra chiamata. Abbiate pietà di un’anima, che v’ama con tutta se stessa, e sospira di vedervi per meglio amarvi.

Così spero, Gesù mio, di dirvi allora. Pertanto vi prego di darmi la grazia di vivere in modo, che possa dirvi allora quel che ora ho pensato. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore.

E soccorretemi Voi, o Madre di Dio, Maria, pregate Gesù per me.

PUNTO II

«Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit» (Apoc. 21. 4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra «inter laqueos ambulamus»: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa,ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.

Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso rideva; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? «Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis?» Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia rovina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. «Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius?» (Rom. 7. 24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: «Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum» (Cant. 4. 8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesu-Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» (Philipp. 1. 21).

È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: «Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius» (Sap. 4. 11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. «Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum», dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?

In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. «Septies enim cadet iustus» (Prov. 24. 16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. «Quid est mors (dicea S. Ambrogio ) nisi sepultura vitiorum?» (De Bono mort. cap. 4). Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogiodicea: «Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum?» Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. «Mortuus nescit peccare», dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: «Laudavi magis mortuos, quam viventes» (Eccl. 4. 2). Un certo uomoda bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

Affetti e preghiere

«In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis».Ah mio dolce Redentore, che sarebbe di me, se mi aveste fatto morire, quando io stava lontano da Voi? Starei già nell’inferno, dove non vi potrei più amare. Vi ringrazio di non avermi abbandonato e di avermi fatte tante grazie, per guadagnarvi il mio cuore. Mi pento di avervi offeso. V’amo sopra ogni cosa. Deh vi prego, fatemi sempre più conoscere il male che ho fatto in disprezzarvi, e l’amore che merita la vostra bontà infinita. V’amo, e desidero presto di morire (se a Voi così piace) per liberarmi dal pericolo di tornare a perdere la vostra grazia, e per assicurarmi di amarvi in eterno. Deh per questi anni che mi restano di vita, amato mio Gesù, datemi forza di fare qualche cosa per Voi, prima che venga la morte. Datemi fortezza contro le tentazioni e le passioni, specialmente contro la passione che per lo passato più mi ha tirato a disgustarvi. Datemi pazienza nelle infermità e nell’ingiurie che riceverò dagli uomini. Io ora per amor vostro perdono ognuno che mi ha fatto qualche disprezzo, e vi prego a fargli quelle grazie che desidera. Datemi forza di esser più diligente ad evitare anche le colpe veniali, circa le quali conosco d’esser trascurato. Mio Salvatore, aiutatemi, io spero tutto ne’ meriti vostri; e tutto confido nella vostra intercessione, o Madre e speranza mia Maria.

PUNTO III

La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. «Finis laborum, vitae ianua», come dice S. Bernardo.Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. «Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam» (Ps. 117. 20). S. Girolamopregava la morte, e le diceva: «Aperi mihi, soror mea». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprireil paradiso a vedere Dio.

Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: «Educ de custodia animam meam» (Ps. 141. 8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Dice S. Ambrogio: «Quasi necessitate teneretur, dimitti petit». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: «Cupio dissolvi, et esse cum Christo» (Philip. 1).

Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve deve essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? «Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino» (2. Cor. 5. 6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunoneche la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: «Mors dicenda non est, sed vitae principium». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. «Non est iustis mors, sed translatio», S. Attanagio.A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino,e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? «O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium!» Pertanto con ansia pregava il Santo:«Eia moriar, Domine, ut Te videam».

Ben deve temere la morte, dice S. Cipriano,il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: «Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesu-Cristo, come ci fu promesso per Osea: «Ero mors tua, o mors» (Os. 13. 41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegroalla morte? Rispose il Santo: «Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo» (Ap. Euseb. l. 4. c. 14). Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: «Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius».

Affetti e preghiere

Oh Dio dell’anima mia, io vi ho disonorato per lo passato, voltandovi le spalle; ma vi ha onorato il vostro Figlio, sagrificandovi la vita sulla croce; per l’onore dunque che vi ha dato il vostro diletto Figlio, perdonatemi il disonore che v’ho fatt’io. Mi pento, o sommo bene, d’avervi offeso, e vi prometto da oggi avanti di non amare altro che Voi. La mia salvezza da Voi la spero. Quanto al presente ho di bene, tutto è grazia vostra, tutto da Voi lo riconosco. «Gratia Dei sum id quod sum». Se per lo passato v’ho disonorato, spero d’onorarvi in eterno con benedire la vostra misericordia. Io mi sento un gran desiderio di amarvi; questo Voi me lo date, ve ne ringrazio, amor mio. Seguite, seguite ad aiutarmi, come avete cominciato, ch’io spero da ogg’innanzi d’esser vostro e tutto vostro. Rinunzio a tutt’i piaceri del mondo. E che maggior piacere posso aver io, che dar gusto a Voi, mio Signore così amabile, e che mi avete tanto amato? Amore solamente vi cerco, o mio Dio, amore, amore; e spero di cercarvi sempre amore, amore; finchémorendo nel vostro amore, io giunga al regno dell’amore, dove senza più domandarlo sarò pieno d’amore, senza mai cessare un momento di amarvi ivi in eterno, e con tutte le mie forze.

Maria Madre mia, Voi che tanto amate il vostro Dio, e tanto desiderate di vederlo amato, fate che iol’ami assai in questa vita, acciocché io l’ami assai nell’altra per sempre.

(SANT’ ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI da “APPARECCHIO ALLA MORTE”)

San Lorenzo Giustiniani: “Sappiamo che rinnegare se stessi e prendere la croce sulle proprie spalle non vuol dire altro che rinnegare tutti i desideri della carne”

 

Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23).

 

San Lorenzo Giustiniani, commento:

“Quanto un uomo possa amare Cristo lo si può sapere pienamente dalla generosità che pone in questa sua lotta spirituale (contro la carne). Si trovano, invece, cristiani che danno anche i loro averi ai poveri, mortificano nel digiuno il loro corpo, vanno pellegrini per il Signore, si espongono ad ogni fatica e pericolo, ma lasciano indomite le loro concupiscenze.

Eppure il Signore ha detto: <<Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua>> (Lc 9, 23). E sappiamo che rinnegare se stessi e prendere la croce sulle proprie spalle non vuol dire altro che rinnegare tutti i desideri della carne, che contrastano con l’anima e profanano la coscienza. Dentro di noi allora e contro di noi Egli ci indica di lottare, se vogliamo avere la speranza dell’eternità e del Cielo.”

(San Lorenzo Giustiniani, da “Opuscoli Spirituali”)

San Lorenzo Giustiniani, il peccato originale e la redenzione di Cristo: “Adamo, per colpa tua tutta la tua stirpe è stata miseramente ferita; per il tuo peccato è stata degradata e avvilita questa nostra umanità!…Ma venne l’Unigenito di Dio.”

San Lorenzo Giustiniani, il peccato originale e la redenzione di Cristo.

 

“In principio Dio aveva creato il paradiso felice e vi aveva posto l’uomo, plasmato con le Sue stesse mani (Gen 2, 8). Ma questi disprezzò l’ordine del Signore, acconsentì alla tentazione della donna e si rese colpevole di disobbedienza ai comandi divini, subendo così, di conseguenza, mali e sventure senza fine.

Con suo grande disonore fu scacciato da quel luogo di delizie, dov’era stato collocato in piena dignità, e di colpo fu privato di quella vita che possedeva in totale libertà e quasi del tutto di quella luce intellettuale che aveva ricevuto, in modo superbo, per conoscere Dio, se stesso e il mondo, senza più quel primato d’obbedienza di cui godeva, come un signore, su tutte le creature. Così, miserabile, gravato da tante calamità, mentre prima, obbediente, poteva essere annoverato fra gli spiriti angelici, disobbedendo si ritrovò in una condizione bestiale.

Tentò di divenire simile a Dio e fu invece condannato all’umiliazione di essere meno di un animale da soma. Sì, giustizia volle che tanto fosse castigata l’umana presunzione e tremendamente punita tanta vana superbia, che pretese di varcare i confini della sua natura e perdette anche quello che di proprio questa natura aveva non intese assoggettarsi alle leggi di Dio e fu così incatenata alle passioni della carne.

Quanto fu folle la sua presunzione, quanto cieca la sua superbia! Potrà mai essere la creatura pari al suo Creatore? O potrà I’ uomo, a suo capriccio, essere come Dio? Che la ragione umana non abbia previsto tanta assurdità, che la sua intelligenza proprio non l’abbia capito? Ma perché non ha pensato alla triste eredità che lasciava ai suoi figli? Perché non ha temuto di perdere tutti quei doni e quei benefici? Ah, Adamo, per colpa tua tutta la tua stirpe è stata miseramente ferita; per il tuo peccato è stata degradata e avvilita questa nostra umanità! Ora siamo tutti schiavi come di un implacabile tiranno.

Così ebbero origine tutte le infermità, tutte le lacrime, i pianti, i dolori, le fatiche, le schiavitù, le lotte, le discordie, l’avarizia e la lussuria, vale a dire tutto quanto è in contrasto con Dio. Di un attimo fu il cedimento; ma il danno fu senza fine. Ah, chi potrebbe mai narrare tutti gli affanni, tutti i mali che per causa tua, nostro primo padre, vennero inflitti a noi mortali? Ti dobbiamo certo molto, perché in te fummo creati; ma è di gran lunga maggiore quanto con te abbiamo perduto!

E quale beneficio avremmo tratto dal nascere alla vita, se poi non fossimo stati liberati dalla dannazione eterna?

Rendiamo quindi grazie a Dio e a Gesù, nostro Signore, che per la Sua carne, che assunse dalla nostra stirpe, ci elevò ancora alla gloria di un tempo; anzi, ad una gloria immensamente maggiore. In Lui infatti la natura umana è stata innalzata ad eccelsa dignità, oltre la stessa natura angelica. Non sarebbe mai giunta al trono di tanta grandezza, se non per la mediazione del Verbo incarnato. Con le sue forze non si sarebbe mai redenta, né avrebbe raggiunto la gloria del Cielo.

Ma venne l’Unigenito di Dio, prese da noi carne mortale e nel Suo immenso amore ci donò la Sua vita. Venne il signore, che nella Sua umiltà ci liberò dal giogo del nostro perfido aguzzino e fondò questo paradiso dello spirito, la Santa Chiesa, per collocarvi ancora l’uomo, che si era perduto (Sap 18,15). E per fondare tale Chiesa, purificarla, santificarla e perfezionarla, Egli stesso scese dal Suo trono regale e si donò completamente, versando per amor di lei anche il Suo sangue. E innalzò un muro a sua difesa: : i cori degli Angeli.

Vi piantò alberi e fronde: i santi sacramenti, del cui cibo si nutrono i suoi predestinati fedeli. E vi pose l’albero della scienza del bene e del male: la sacra rivelazione. E da questo luogo di delizie fece sgorgare un fiume, la grazia dello Spirito Santo, perché lo irrigasse e lo fecondasse (Gen 2,6); e nel mezzo di quel fiume pose l’Albero delle vita: il sacro dono del timore di Dio, eterno nei secoli (Sal 19,10), carico di dodici sorta di frutti.

Lo si legge verso la fine dell’Apocalisse: <<Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni>> (Ap 22,1-2).

Albero prezioso, albero di salvezza, di cui si dice che sorge nel mezzo di quel fiume e di cui il Salmista canta: <<L’onda impetuosa del fiume rallegra la città di Dio>> (Sal 46,5). Nessuno può ragionevolmente dubitare che il dono del timore sia veramente grazia dello Spirito Santo! Ne è testimone Isaia: <<Si compiacerà del timore del Signore>> (Is 11,3). Ed è perciò da tale timore, che procede dallo Spirito vivificante, che giustamente prende nome di Albero della vita il timore medesimo; per cui la sua radice è santa, poiché è radicato nella fede dell’unico vero Dio. Come sta scritto che i suoi frutti sono dodici, perché, sebbene in esso abbiano cardine tutte le virtù, non potrebbero affatto sussistere al di fuori della sua azione, dodici sono le virtù proprie che vi sorgono e si sviluppano, e cioè: la continenza, la giustizia, la prudenza, la carità, la pazienza, l’obbedienza, la speranza, la perseveranza, la povertà, la sobrietà, l’umiltà e la preghiera o contemplazione.”

(San Lorenzo Giustiniani, L’ALBERO DELLA VITA, Prefazione, pag. 1-2-3)

San Bernardo di Chiaravalle: “Impara, o cristiano, da Cristo come tu debba amare Cristo” “La misura di questa devozione è che quella soavità occupi tutto il cuore, nulla lasciando all’amore delle creature e ai piaceri carnali. Questo significa amare con tutto il cuore.”

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze” (Dt 6, 5)

 

San Bernardo di Chiaravalle: “Impara, o cristiano, da Cristo come tu debba amare Cristo”

 

“Sopra ogni cosa, dico, ti rende amabile a me, o Gesù buono, il calice che hai bevuto, l’opera della nostra redenzione. Questo richiede facilmente il nostro amore per te. Questo, dico, è quello che è più adatto a eccitare la, nostra devozione, che esige con più giustizia e sprona più fortemente, che spinge più efficacemente. Molto, infatti, in essa ha penato il Salvatore, né ha faticato tanto nel costruire tutto il mondo. Per creare le cose gli fu sufficiente proferire una parola, un comando, e furono fatte. Ma nella redenzione dovette sopportare nei detti la contraddizione, nei fatti quelli che lo spiavano per accusano, nei tormenti coloro che lo beffeggiavano e nella morte coloro che lo disprezzavano. Ecco come ha amato.

(…) Impara, o cristiano, da Cristo come tu debba amare Cristo. Impara ad amare con dolcezza, ad amare con prudenza, ad amare con fortezza; dolcemente, affinché non allettati, con prudenza, affinché non ingannati, con fortezza, affinché non oppressi dalle cose del mondo siamo stornati dall’amore del Signore. Per non essere trascinato dalla gloria o dai piaceri della carne, ti diventi dolce più di tutte queste cose Cristo sapienza; per non essere sedotto dallo spirito di menzogna e di errore, splenda ai tuoi occhi Cristo verità; per non venir meno nelle avversità, ti conforti Cristo, forza di Dio. Il tuo zelo sia infiammato dalla carità, informato dalla scienza, reso stabile dalla costanza. Sia fervido, sia circospetto, sia invitto. Non sia tiepido, non manchi di discrezione, né sia timido. E vedi se, per caso, queste tre cose siano già state inculcate nella legge, dove dice: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze” (Dt 6, 5).

A me sembra, se non vi è un altro senso più conveniente, che in questa trina distinzione, l’amore del cuore stia a indicare lo zelo dell’affezione, l’amore invece dell’anima si riferisca al lavoro, ossia al giudizio della ragione, la dilezione infine con tutte le forze mi pare possa riferirsi alla costanza o al vigore; Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto e pieno l’affetto del cuore, amalo con tutta la vigilanza e circospezione della ragione, amalo anche con tutte le forze, tanto da non temere neppure di morire per amor suo, come sta scritto nelle parole seguenti: Perché come la morte è l’amore, lo zelo è tenace come l’inferno (Cant 8,6).

Sia dolce e soave al tuo cuore il Signore Gesù, contro i piaceri carnali malamente dolci, e la dolcezza vinca la dolcezza, a quel modo che un chiodo scaccia un altro chiodo. Ma tuttavia prima l’intelletto sia illuminato e guidi la ragione, non solo per evitare le sottili astuzie della frode eretica e per custodire la purità della fede contro tali astuzie, ma anche perché tu sia attento a evitare nella tua vita ogni ardore eccessivo e indiscreto. Il tuo amore sia anche forte e costante, senza cedere alla paura, né soccombere alla fatica. Amiamo dunque affettuosamente, con circospezione e con forza, ricordandoci che l’amore del cuore, che diciamo affettuoso, senza quello che si dice dell’anima, è certamente dolce, ma esposto a seduzione; quello dell’anima invece, senza quello che è caratterizzato dalla forza, è ragionevole, ma fragile.

(…). Tuttavia, la misura di questa devozione è che quella soavità occupi tutto il cuore, nulla lasciando all’amore delle creature e ai piaceri carnali. Questo significa amare con tutto il cuore. Se, invece, alla carne del mio Signore io preferisco un consanguineo della mia carne o qualche altro piacere, per cui mi avvenga di adempiere meno perfettamente quelle cose che egli, vivendo nella carne, m’insegnò con la parola e con l’esempio, è chiaro che non lo amo con tutto il cuore avendolo diviso, e che ne do una parte alla carne di lui, e una parte la riservo per la mia.

Infine, egli dice: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37). Dunque, per dirla in breve, amare con tutto il cuore vuol dire posporre tutto ciò che lusinga la propria o l’altrui carne, e in questo comprendo anche la gloria del mondo, perché la gloria del mondo è gloria della carne, e non c’è dubbio che chi in essa si compiace è uomo carnale.

(San Bernardo di Chiaravalle, sermone XX da “Sermoni sul cantico dei cantici”)

Sant’ Efrem il Siro: Lotta contro le tentazioni “Più tu combatti e resti fedele nel servizio del Signore, più i tuoi sensi e i tuoi pensieri verranno purificati” “Il Signore ama e appoggia col suo aiuto coloro che sono zelanti e lavorano per ottenere la salvezza dell’anima”

 

Sant’ Efrem il Siro

 

Lotta contro le tentazioni:

“Se ti viene in mente un cattivo pensiero, grida, con lacrime al Signore: «Signore, sii buono con me peccatore! Perdonami, o amico degli uomini. Signore, allontana il male da noi!».

Certo, il Signore conosce i cuori: sa quali pensieri sorgono da un animo cattivo, ma sa anche quali pensieri vengono in noi versati dalla stizza amara dei demoni. Tuttavia sappilo: più tu combatti e resti fedele nel servizio del Signore, più i tuoi sensi e i tuoi pensieri verranno purificati. Infatti, nostro Signore Gesù Cristo ha detto: Ogni ramo che in me porta frutto, io lo purificherò, perché porti frutto maggiore (Gv 15,2). Solo abbi la più sincera volontà di farti santo! Il Signore ama e appoggia col suo aiuto coloro che sono zelanti e lavorano per ottenere la salvezza dell’anima.

Senti ora un esempio, che ti illustra i cattivi pensieri. Quando l ’uva vien colta dalla vite, gettata nel torchio e pigiata, produce il suo mosto, che viene raccolto in vasi. E questo mosto, all’inizio, fermenta tanto forte, come se bollisse al fuoco più acceso in una caldaia; anche i vasi migliori non riescono a contenerne la forza, ma si rompono per il suo calore. Ciò avviene con i pensieri degli uomini, quando essi si elevano da questo mondo vano, e dalle sue cure, alle realtà celesti. Allora gli spiriti cattivi che non ne possono sopportare il fervore, conturbano in mille modi la mente dell’uomo, cercando di suscitarvi una tetra burrasca, per rovinare e squarciare il vaso, cioè l’anima, riempiendola di dubbi e rendendola infedele.”

(Sant’ Efrem il Siro, Da “Ammonimento ai monaci egiziani, 10,2”) 

 

Come reprimere i moti carnali:

“Quando sorge in te la ribellione della carne, non aver paura e non perderti d’animo, perché altrimenti incoraggeresti contro di te il nemico, che instillerebbe in te i suoi pensieri, dicendoti: «Ti è impossibile spegner l’ardore, che ti tormenta, senza soddisfare queste brame». Se egli in questo modo ti ferisse, presto ti supererebbe e deriderebbe poi la tua debolezza. Ma tu, pieno di fiducia, resta unito al Signore ed effondi dinanzi alla sua bontà le tue lacrime e le tue preghiere; egli ti ascolterà, sollevandoti dalla fossa infelice dei pensieri impuri e dalla palude delle fantasie vergognose, ponendo i tuoi piedi sulla roccia salda della castità. Così vedrai venire a te il suo aiuto.

Persevera dunque in pazienza, non addormentarti nei tuoi pensieri, non stancarti di attingere l’acqua abbondante, perché il porto della vita è vicino. Mentre ancora parlerai, Dio ti dirà: «Eccomi, sono qui!». Egli attende a osservare la tua battaglia, per vedere se tu al peccato sai resistere fino alla morte. Non scoraggiarti, dunque, perché egli non ti abbandona. Ma anche il coro dei santi angeli, e la schiera tetra degli spiriti cattivi osservano la tua battaglia: gli angeli, se vinci, ti porgono una corona; gli spiriti cattivi, se tu vieni travolto, ti coprono di insulti. Gli angeli combattono con zelo per te, ma anche gli spiriti cattivi ce la mettono tutta contro di te, amico di Cristo. Sta’ dunque all’erta, non contrastare i tuoi amici e non farti amico dei tuoi nemici: chiamo amici tuoi i santi angeli; tuoi nemici, invece, gli spiriti impuri.

Nessun luogo è celato agli occhi di Dio, ai suoi occhi non vi è tenebra alcuna, o fratello. Non lasciarti perciò ingannare dall’avversario perché tu sei sempre vicino ai piedi del Signore. Non essere indifferente. Sta scritto infatti: Il cielo è il mio trono, e la terra lo sgabello dei miei piedi (Is 66,1). Non essere dunque trascurato nel tuo intimo, ma fatti coraggio, perché chi ti aiuta è vicino. Ascolta come dice il profeta: Tutti i popoli mi avevano circondato, ma nel nome del Signore mi sono difeso da loro. Mi avevano circondato come api il favo, avevano divampato come fuoco tra le spine, ma nel nome del Signore mi sono difeso da loro. Ero stato colpito e urtato, perché cadessi, ma il Signore mi ha sorretto e accolto. Mia forza e mia lode è il Signore, egli è stato la mia salvezza (Sal 117,10-15).

Persisti dunque coraggioso nella battaglia, per venir trovato desto e vigilante, e ottenere la corona della vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano.”

(Sant’ Efrem il Siro, Da “La vigilanza, 3,1”)

Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)” San Gregorio Magno: “la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio”

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui. (Gv 14,23)”

 

“La via del Signore si dirige al cuore quando si ascolta umilmente la predicazione della verità; la via del Signore si dirige al cuore, quando la vita si uniforma ai comandi di Dio. Per questo sta scritto: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui>> (Gv 14,23).

Chiunque monta in superbia, chiunque arde del fuoco di avarizia, chiunque si macchia con le lordure della lussuria, chiude la porta del cuore dinanzi alla verità, pone i serrami dei vizi all’entrata dell’anima, per impedire l’ingresso del Signore.”

(San Gregorio Magno, Papa e Dottore della chiesa, Omelie sui vangeli, VII , pag. 90)

 

“Lo Spirito Santo stesso è amore. Perciò Giovanni dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi con tutto il cuore cerca Dio, ha già colui che ama. E nessuno potrebbe amare Dio, se non possedesse colui che ama. Ma, ecco, se a uno di voi si domandasse se egli ami Dio, egli fiduciosamente e con sicurezza risponderebbe di sì. Però a principio della lettura avete sentito che la Verità dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). La prova dell’amore è l’azione. Perciò Giovanni nella sua epistola dice: “Chi dice di amar Dio, ma non ne osserva i precetti, è bugiardo” (1Gv 4,20). Allora veramente amiamo Dio, quando restringiamo il nostro piacere a norma dei suoi comandamenti. Infatti chi corre ancora dietro a piaceri illeciti, non può dire d’amar Dio, alla cui volontà poi contraddice.

“E il Padre mio amerà lui, e verremo e metteremo casa presso di lui” (Gv 14,23). Pensate che festa, fratelli carissimi; avere in casa Dio! Certo, se venisse a casa vostra un ricco o un amico molto importante, voi vi affrettereste a pulir tutto, perché nulla ne turbi lo sguardo. Purifichi, dunque, le macchie delle opere, chi prepara a Dio la casa nella sua anima. Ma guardate meglio le parole: “Verremo e metteremo casa presso di lui”. In alcuni, cioè, Dio vi entra, ma non vi si ferma, perché questi, attraverso la compunzione, fanno posto a Dio, ma, al momento della tentazione, si dimenticano della loro compunzione, e tornano al peccato, come se non l’avessero mai detestato.

Invece colui cha ama veramente Dio, ne osserva i comandamenti, e Dio entra nel suo cuore e vi rimane, perché l’amor di Dio riempie talmente il suo cuore, che al tempo della tentazione, non si muove.

Questo, allora, ama davvero, poiché un piacere illecito non ne cambia la mente. Tanto più uno si allontana dall’amore celeste quanto più s’ingolfa nei piaceri terrestri. Perciò è detto ancora: “Chi non mi ama, non osserva i miei comandamenti (Gv 14,24)”. Rientrate in voi stessi, fratelli; esaminate se veramente amate Dio, ma non credete a voi stessi, se non avete la prova delle azioni. Guardate se con la lingua, col pensiero, con le azioni amate davvero il Creatore. L’amor di Dio non è mai ozioso. Se c’è, fa cose grandi; se non ci sono le opere, non c’è amore.

“E le parole che avete udito, non son mie, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24).” Sapete, fratelli, che chi parla è il Verbo del Padre, perché il Figlio è Verbo del Padre.

“Lo Spirito Santo Paraclito, che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv 14,26)”. Sapete quasi tutti che la parola greca Paraclito, significa avvocato o consolatore. E lo chiama avvocato, perché interviene presso il Padre in favore dei nostri delitti. Di questo stesso Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto.”

(da San Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, 30,1)

 

“Ma io domando: che cosa offrirà, nel giorno del giudizio, colui che sarà rapito dal cospetto del Giudice, separato dalla compagnia degli eletti, privato della luce, tormentato nel fuoco eterno? Il Signore stesso ci suggerisce questo pensiero quando dice rapidamente: <<Così avverrà alla fine del mondo: gli angeli verranno e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco, dove sarà pianto e stridore di denti>> (Mt 13, ).

Queste parole del signore, fratelli carissimi, sono piuttosto da temere che da spiegare. I tormenti riservati ai peccatori sono indicati chiaramente, affinché nessuno possa addurre la scusa che non lo sapeva, perché dei tormenti futuri era stato parlato oscuramente. Per di più il Signore domanda: <<Avete udito tutte queste cose? >>. E quelli rispondono: <<Si!>> (Mt 13).”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, XI , pag. 121)

 

“Colui che ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, o si deturpa con le immondizie della lussuria, o si insuperbisce della sua dignità, o brucia nel fuoco dell’invidia, o desidera prosperità negli affari del mondo, rifiuta di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Va per una via sbagliata, colui che cerca gioie e piaceri, dopo che la sua guida gli ha indicato la via della penitenza.

Richiamiamo alla nostra mente i peccati commessi; pensiamo che il Giudice verrà a punirli severamente; prepariamo l’animo ai lamenti: la nostra vita si maceri per poco tempo nella penitenza, se non vuol sentire un’eterna amarezza dopo il castigo. Attraverso il pianto si giunge alla gioia; così ci promette la stessa Verità, che dice: <<Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!>> (Mt 5,5). Per la via del piacere, invece, si arriva al pianto, come ci assicura il signore quando dice: <<Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e vi lamenterete!>> (Lc 6,25). Se, dunque, vogliamo la gioia del premio quando saremo alla meta, accettiamo l’amarezza della penitenza finché siamo in cammino.”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui Vangeli, II, pag. 60)

 

“Se ciascuno di voi, in misura della propria capacità e dell’ispirazione che gli viene dall’alto, richiama il prossimo dal vizio, lo esorta a ben fare, lo istruisce sul regno eterno e sui castighi riservati ai peccatori, mentre annunzia la parola di salvezza, è veramente un angelo. Nessuno si scusi con il dire: io non ho l’arte di ammonire; non sono atto a esortare. Fa’ quello che puoi, se non vuoi che ti sia richiesto nei tormenti quel talento che avevi ricevuto e hai mal trafficato. Ricordi? Aveva ricevuto un solo talento quel tale che si preoccupò di nasconderlo e non di farlo fruttare.

( … ) Chi in cuor suo ha già udito la voce del divino amore, faccia risuonare alle orecchie del prossimo una parola di esortazione. Ci sarà forse chi non ha pane per fare l’elemosina ai bisognosi, ma è dono molto più prezioso quello che può dare chi ha la lingua. Val più nutrire di celeste dottrina l’anima destinata a vivere in eterno, che non saziare di pane terrestre il ventre di questo corpo destinato a morire. Non vogliate, dunque, o miei fratelli, negare al prossimo l’elemosina della parola!”

(San Gregorio Magno, Papa, Omelie sui vangeli, VI , pag. 85-86)

Sant’Anselmo d’Aosta: “è indispensabile che, chiunque desideri che Dio dimori in lui, abbia la purezza del cuore” “Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è indispensabile che ne provi dolore.”

 

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. (Mt 5,8)”

 

“Non può l’uomo scorgere il cuore dell’uomo, poiché <<nessuno conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui>> (1 Cor 2,11). Al contrario Dio, al quale nulla rimane nascosto, scorge senza impedimento il cuore dell’uomo e ciò a cui tende.

Chi l’avrà puro, potrà vedere Dio; chi invece non l’avrà puro, senza dubbio non potrà vederlo in alcun modo. E allora è indispensabile che, chiunque desideri che Dio dimori in lui, abbia la purezza del cuore. Nessuno la potrà avere, se non libererà il suo cuore dalle brame terrene, e non si sforzerà di ardere d’amore celeste. Nella misura in cui amerà il mondo, nella stessa misura sarà privato dell’amore celeste. E tanto più ciascuno abbandona Cristo, quanto più col peccare si allontana dalla giustizia di Dio.

( … ) Chi pertanto vuol divenire dimora dello spirito del Signore, conservi la purezza del cuore, allontani i desideri della carne. ( … ) La nostra volontà sia pertanto pura, per essere chiamata ed essere sposa di Dio; né macchia alcuna d’impurità la deturpi, per non divenire adultera. Finché s’accorda al volere di Dio, è pura, è sposa; quando invece discorda dal suo volere, si guasta, s’insozza, si prostituisce.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap. 14, pag. 269, 271.)

 

“… nell’ora della tentazione prima di dar compimento alla colpa, non si deve mai pensare alla misericordia di Dio, ma alla sua giustizia e al suo giudizio, alla sua ira e al suo sdegno. Ciò si deve ponderare, ciò portare davanti agli occhi della mente, ciò prendere sovente in considerazione con gran spavento.

Quando uno è tentato, non deve dire: <<la misericordia>> di Dio <<è grande>> (Sal 86,85,13); ben si dire: <<E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente>> (Eb 10,31). Quando la brama di lussuria agita chicchessia, non pensi che, in qualsiasi momento il peccatore li deplori, tutti i suoi peccati non saranno più ricordati, ma piuttosto, ripensandovi di frequente, consideri che, chiunque pecchi sperando, è maledetto. Pure questo: <<Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti!>> (Is 1,4). ( … ) Nell’ora della tentazione, deve ciascuno sforzarsi in tutti i modi per non essere vinto, perché, sebbene Dio abbia garantito il perdono a chi pecca, non ha però promesso di dare a chi pecca il desiderio di pentirsi.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap.1, pag.185)

 

“Quando la suggestione del peccato colpisce un animo che dall’amore per le cose presenti tende verso i beni eterni, lo lascerà subito andare, se quell’animo si mantiene fermamente nel suo proposito. Ma se rivolgendo la sua attenzione alla suggestione, quest’animo le consentirà di entrare dentro di sé, e quasi eccitandola la rimugina col pensiero, essa lo inquieterà sempre più frequentemente pur non procurandogli ferite, perché di semplice tentazione si tratta per sempre.

Ma se l’animo la culla troppo a lungo, il cane pesante si trasforma nel cagnetto, ossia la suggestione diventa piacere, il quale attacca con più accanimento e se non è scacciato prontamente ferisce l’anima. Ecco perché, non appena comincia a insorgere, l’anima sposa di Cristo deve respingerlo, pensando come le sarebbe ignominioso comparire al suo cospetto insozzata da un piacere così vergognoso. Se infatti l’anima non respingerà il piacere, il cagnetto si trasforma nell’enorme mastino, ossia il piacere si fa consenso che impossessandosi dell’anima, se essa non vi reagisce con grande energia, la uccide.

Ma, non appena cerca di aggredire l’anima, questa deve opporsi con grande energia, cioè annientandolo in sé opponendogli un grandissimo timore della morte eterna. Dunque non prestiamo nessuna attenzione alla suggestione, reprimiamo prontamente il piacere, opponiamoci con forza al consenso. E così sforziamoci di custodire il nostro cuore affinché il diavolo non sia messo in condizione di violarlo neppure con un solo pensiero superfluo.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, SUI COMPORTAMENTI UMANI MEDIANTE SIMILITUDINI, De Humanis moribus, capitolo 40, pag.47)

 

“Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è pertanto indispensabile che ne provi dolore.”

 

“Vi sono infatti taluni i quali ammettono di essere peccatori, ma non ne provano dolore alcuno. E’ indispensabile che costoro si dolgano, se vogliono meritare il perdono; poiché non conta che uno si riconosca peccatore, se non ne prova dolore. Se uno infatti peccasse contro il suo signore e non se ne dolesse, cosa pensi che direbbe di lui il signore? Come rimettergli l’offesa, finché sapesse che lui non se ne duole per nulla? Più che altro parrebbe buffo il suo chiedere perdono di cosa della quale non si duole. Chiunque desideri ottenere il perdono delle colpe commesse, è pertanto indispensabile che ne provi dolore.

Viene poi la confessione, perché deve il peccatore confessare in che modo conosce se stesso e se ne duole.”

(Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, I detti di Anselmo, cap.1, pag.177)

Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza e l’eternità dell’ INFERNO : “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

Parla Gesù Cristo:

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

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