“Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa”

Scriveva Don Divo Barsotti: Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa.

Noi, invece, attratti – anzi – inchiodati alla nostra umanità, siamo abituati a ringraziare Dio per le cose che ci dà, non per le cose che ci chiede e non pensiamo che quando Dio ci chiede qualcosa, prepara cose grande per noi, quelle che valgono per l’eternità. Quando Dio ci chiede o ci toglie cose a cui teniamo o quando siamo colpiti da sofferenze corporali o spirituali, prepotente entra in gioco la nostra umanità. Ci assalgono l’angoscia e il terrore e chiediamo – umanamente – condivisione della pena e la partecipazione a chi ci è vicino. Il parente, l’amico, anche il distante da noi. Qual è, di solito, la reazione di coloro a cui ci rivolgiamo, ai quali chiediamo partecipazione al nostro dolore, alla nostra tristezza?
La prefigura il Vangelo, perché è la stessa dei discepoli di Gesù. Quando il Signore si reca al Getsemani, prende con sé due dei Suoi discepoli, Pietro e i due figli di Zebedeo e dice loro di sedersi mentre Lui va a pregare (Mt 26, 36-39).

Gesù comincia a provare tristezza e angoscia ed è questa l’ora in cui esprime tutta la Sua umanità, come quella che esprimiamo noi, quando ci sentiamo avvolti dalla cose della terra, che ci opprimono e ci allontanano da Dio. E’ proprio in quei momenti che il demonio ci assale e prende il sopravvento. Nel caso di Gesù, il demonio – che dopo le tentazioni del deserto, si era da Lui allontanato per ritornare al tempo fissato (Lc 4,13) – torna di nuovo all’attacco: è il momento della Passione e il principe di questo mondo fa affidamento sulla ripugnanza dell’Uomo-Cristo e della Sua carne per la sofferenza. Questa è la sua ora, è l’impero delle tenebre (Lc 22,53). Gesù deve condurre la sua battaglia contro Satana e questo prefigura anche l’itinerario dell’uomo che ha fede e che vive su questa Terra: la sua battaglia è quella che ha combattuto Gesù, contro il Principe di questo mondo..

Ai Suoi amici, Gesù chiede aiuto, fa una richiesta: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me. Aiutatemi con la preghiera – sembra dire – e aiutate anche voi stessi a fronteggiare le tentazioni che si avvicinano. Il Signore chiede compagnia nella preghiera, chiede di farlo sentire meno solo, di partecipare in qualche modo alla sua tristezza mortale. Gesù è dolcissimo e delicatissimo nel rivolgere quest’invito, tanto che avanza un poco (alla distanza di un tiro di sasso, secondo Luca, 22, 41) rispetto al luogo in cui si trovano i discepoli, perché forse li vuole preservare dalla visione della Sua angoscia e della Sua tristezza, della Sua lacerante e straziante agonia. Li vuole partecipi e li ama e nel momento della Sua estrema sofferenza, il Suo è un pensiero e un agire d’amore per loro.

Il Signore si prostra con la faccia a terra e prega dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! Le fonti storiche – checchè ne dica il Padre Arturo Sosa Abascal, il capo generale dei Gesuiti, che se mette in dubbio quello che ha detto Gesù, figuriamoci se conosce le sequenze storiche dei giorni sulla Terra del Figlio di Dio – raccontano che si era in tempo di plenilunio e quindi i discepoli potevano vedere il Signore e forse potevano anche sentire le Sue parole. Ma i discepoli né vedono né sentono. Gesù torna da loro e che cosa vede? Vede che dormono. Dice a Pietro, rimproverandolo: Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carte è debole.

Gesù si allontana di nuovo e prega, dicendo: Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io beva, sia fatta la tua volontà. Torna dai Suoi, ma anche questa volta i discepoli dormono. Si allontana e prega per la terza volta. Poi si avvicina ai discepoli. Tutto ormai sta per compiersi. Dice loro: Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’Uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo: ecco, colui che mi tradisce si avvicina.
Gli apostoli, quindi, non partecipano – come Gesù chiede loro ripetutamente in questa meravigliosa scena del Vangelo – alla tristezza mortale del Signore, all’ora terrena che sta per scoccare, al Suo martirio. Gli apostoli dormono. Se avessero vegliato forse avrebbero capito meglio, forse non sarebbero scappati.

Nel Vangelo non risulta mai che il Signore chieda agli apostoli la partecipazione al suo stato interiore di gioia ineffabile di unione con il Padre; non chiede mai la partecipazione alla Sua vita intima, in nessun altro tipo di sentimento o situazione spirituale [tranne che sul Tabor e ai discepoli più intimi]. Chiede la partecipazione solo la sera del Getsemani, alla Sua tristezza mortale. Sembra dunque che l’unione tra Dio e gli uomini avvenga massimamente, in questa terra, nell’ora del Getsemani, dove il Signore non chiede tanto: chiede solo di essere consolato, di vegliare, di pregare. Chiede ai Suoi amici fedeltà, che è il solo modo per stare con il Signore.

Di sicuro noi vorremmo altro, ossia la condivisione della gloria e della gioia ineffabile di saperci e sentirci uniti a Gesù in quanto Verbo del Padre. Ma evidentemente per quella avremo tutto il tempo in Paradiso. Qui in terra l’unione con Gesù è quella richiesta nel Getsemani. Chi non crede vive le sofferenze nelle tenebre, chi crede le vive nella luce, anche se le prove esteriori aumentano. Per questo padre Pio diceva che la vita dei santi è una vita da cani. Padre Pio scherzava. In realtà, era felicissimo di vivere una vita da cani, perché non avrebbe barattato una sua Messa (nella quale soffriva enormemente) con null’altro al mondo. Perché, proprio nella Messa, viveva il senso dell’attesa dell’altra vita, partecipava al sacrificio e alla gloria del Signore. Che non gl’interessasse questa vita – come ripeteva Santa Monica, madre di Agostino – e la considerasse una vita da cani, sta nel fatto che questa vita, con le sue sofferenze, è proprio questo: attesa di compimento e di splendore. Il Signore ci chiede di rimanere qui, per qualche suo motivo. E ci stiamo. E, quel che più conta, il Signore ci chiede di rimanere qui a lui fedeli, da Santi, perché chiamati, giustificati, purificati e glorificati!

Se questa è l’unione con il Cristo, questa è anche l’unione con gli uomini, perché noi siamo uniti in Cristo per e con i nostri fratelli, attraverso l’amore che abbiamo ricevuto in dono, che riversiamo ai nostri fratelli. Trattiamo con amore, quindi – come ha fatto Cristo – anche coloro che non partecipano alle nostre sofferenze terrene. Preghiamo anche per loro, oltre che per noi. E non lamentiamoci mai con Dio. Non sentiamoci mai soli. La nostra solitudine non è mai totale, come disse Dio ad Elia, che si era lamentato di essere rimasto solo, anche quando c’è il vuoto intorno a noi e tutti ci abbandonano. Ci sono altri settemila che non hanno piegato il ginocchio a Baal, gli dice l’Altissimo. Dove fossero questi settemila, non si sa, ma c’erano. Così, con questa certezza, si può continuare la buona battaglia.

(Danilo Quinto)

Beato John Henry Newman “Dovremo sperimentare cos’è il peccato nell’al di là, se non ce ne rendiamo conto ora. Dio ci dà ogni grazia per scegliere la sofferenza del pentimento, prima del sopraggiungere dell’ira ventura” “Ripeto, senza una qualche idea giusta del nostro cuore e del peccato, non possiamo avere un’idea giusta del governo morale, di un salvatore o santificatore”

 

“I propri errori chi li conosce? Purificami, o Signore, dalle mie colpe nascoste” (Sal 18 (19), 13).

Beato John Henry Newman:

“Può sembrare strano, ma molti cristiani trascorrono la loro vita senza alcuno sforzo di raggiungere una corretta conoscenza di se stessi. Si accontentano di impressioni vaghe e generiche circa il loro effettivo stato; se hanno qual­cosa in più di questo, si tratta di esperienze casuali, quali i fatti della vita a volte impongono. Ma nulla di esatto e siste­matico, che non rientra nemmeno nei loro desideri avere.

Quando dico che è strano, non è per suggerire che la conoscenza di sé sia facile; è quanto mai difficile conoscere se stessi anche parzialmente, e da questo punto di vista l’i­gnoranza di se stessi non è una cosa strana. La stranezza sta nel fatto che si affermi di credere e di praticare le grandi verità cristiane, mentre si è così ignoranti di se stessi, tenen­do conto che la conoscenza di sé è una condizione necessa­ria per la comprensione di quelle verità. Quindi non è trop­po dire che tutti quelli che trascurano il dovere di un abitua­le esame di coscienza, adoperano in molti casi parole senza averne il senso. Le dottrine del perdono dei peccati, e della nuova nascita dal peccato, non possono essere comprese senza una certa giusta conoscenza della natura del peccato, cioè, del nostro cuore. […]

Ripeto, senza una qualche idea giusta del nostro cuore e del peccato, non possiamo avere un’idea giusta del governo morale, di un salvatore o santificatore; e nel professare di crederci, useremmo parole senza attribuire ad esse precisi distinti significati. Perciò la conoscenza di sé è alla radice di tutta la reale conoscenza religiosa; ed è invano – peggio che invano -, un inganno e un danno, pensare di comprendere le dottrine cristiane come cose ovvie, unicamente in merito all’insegnamento che si può ricavare dai libri, o dall’ascolta­re prediche, o da qualsiasi altro mezzo esteriore, per quanto eccellente, preso in sé e per sé. Perché è in proporzione alla conoscenza e alla comprensione del nostro cuore e della nostra natura, che comprendiamo cosa significhi Dio gover­natore e giudice, ed è in proporzione alla nostra compren­sione della natura della disobbedienza e della nostra reale colpevolezza, che avvertiamo quale sia la benedizione della rimozione del peccato, della redenzione, del perdono, della santificazione, che altrimenti si riducono a mere parole. La conoscenza di sé è la chiave dei precetti e delle dottrine della Scrittura. […] E allora, quan­do abbiamo sperimentato cosa sia leggere se stessi, avremo utilità dalle dottrine della Chiesa e della Bibbia.

Certo, la conoscenza di sé può avere gradazioni. Probabilmente nessuno ignora se stesso totalmente; e anche il cristiano più maturo conosce se stesso solo «in parte». Comunque, la maggioranza degli uomini si accontentano di una esigua conoscenza del loro cuore, e quindi di una fede superficiale. Questo è il punto sul quale mi propongo di insistere. Gli uomini non si turbano all’idea di avere innu­merevoli colpe nascoste. Non ci pensano, non le vedono né come peccati né come ostacoli alla forza della fede, e continuano a vivere come se non avessero nulla da apprendere.

Consideriamo con attenzione la forte presunzione che esiste, che cioè noi tutti abbiamo delle serie colpe nascoste: un fatto che, credo, tutti sono pronti ad ammettere in termi­ni generali, anche se pochi amano considerare con calma e in termini pratici; cosa che ora cercherò di fare.

1. Il metodo più rapido per convincerci dell’esistenza in noi di colpe ignote a noi stessi, è considerare come chiara­mente vediamo le colpe nascoste degli altri. Non vi è ragione per supporre che noi siamo diversi dagli altri attorno a noi; e se noi vediamo in loro dei peccati che essi non vedono, si può presumere che anche loro abbiano le loro scoperte su di noi, che ci sorprenderebbe di ascoltare. […] Ad esempio: ci sono persone che agiscono principalmente per interesse, mentre pensano di compiere azioni generose e virtuose; si spendono gratuitamente, oppure si mettono a rischio, lodati dal mondo e da se stessi, come se agissero per alti principi. Ma un osserva­tore più attento può scoprire, quale causa principale delle loro buone azioni, sete di guadagno, amore degli applausi, ostentazione, o la mera soddisfazione di essere indaffarato e attivo. Questa può essere non solo la condizione degli altri, ma anche la nostra; o, se non lo è, può esserlo una infermità simile, la soggezione a qualche altro peccato, che gli altri vedono, e noi non vediamo.

Ma se dite che non c’è alcuno che veda in noi dei peccati di cui noi non siamo consapevoli (benché questa sia una supposizione alquanto temeraria da fare), pure, perché mai la gamma delle nostre mancanze dovrebbe dipendere dalla conoscenza accidentale che qualcuno ha di noi? Se anche tutto il mondo parlasse bene di noi, e le persone buone ci salutassero fraternamente, dopo tutto vi è un Giudice che prova le reni e il cuore. Egli conosce il nostro stato reale. Lo abbiamo pressantemente supplicato di dischiuderci la conoscenza del nostro cuore? Se no, questa stessa omissione fa presumere contro di noi. Anche se dappertutto nella Chiesa fossimo lodati, possiamo essere certi che egli vede in noi innumerevoli pecche, profonde e odiose, di cui non abbiamo l’idea. Se l’uomo vede tanto male nella natura umana, che cosa deve vedere Dio? «Se il nostro cuore ci con­danna, Dio è più grande del nostro cuore, e conosce ogni cosa». Dio non solo registra ogni giorno contro di noi atti peccaminosi, di cui noi non siamo consapevoli, ma anche i pensieri del cuore. Gli impulsi dell’orgoglio, della vanità, della concupiscenza, dell’impurità, del malumore, del risen­timento, che si susseguono nelle momentanee emozioni di ogni giorno, sono a lui noti. Noi non li riconosciamo; ma quanto importante sarebbe riconoscerli!

2. Questa considerazione ci è suggerita già a prima vista. Riflettiamo ora sulla scoperta di nostre mancanze nascoste, provocate da incidenti occasionali. Pietro seguiva Gesù bal­danzosamente, e non sospettava del suo cuore, fino a che nell’ora della tentazione non lo tradì, e lo portò a rinnegare il suo Signore. Davide visse anni di felice obbedienza men­tre conduceva vita privata. Quale fede illuminata e calma appare dalla sua risposta a Saul a proposito di Golia: «Il Signore mi ha liberato dagli artigli del leone e dagli arti­gli dell’orso. Egli mi libererà dalle mani di questo filisteo»! Anzi, non soltanto nella sua vita privata e segregata, fra gravi tribolazioni, e fra gli abusi di Saul, egli continuò a essere fedele al suo Dio; anni e anni egli procedette, irrobu­stendo il suo cuore, e praticando il timor di Dio; ma il potere e la ricchezza indebolirono la sua fede, e ad un certo punto prevalsero su di lui. Venne il momento in cui un profeta poté ritorcere su di lui: «Tu sei quell’uomo» che tu hai condannato. A parole, aveva conservato i suoi principi, ma li aveva smarriti nel suo cuore. Ezechia è un altro esempio di un uomo religioso che resse bene alla tribolazione, ma che ad un certo punto cadde sotto la tentazione delle ricchezze, che al seguito di altre grazie straordinarie gli erano state concesse. – E se le cose stanno così nel caso dei santi, predi­letti di Dio, quale (possiamo supporre) sarà il nostro vero stato spirituale ai suoi occhi? È questo un pensiero serio. L’ammonimento da dedurne è di non pensare mai di avere la dovuta conoscenza di sé stessi fino a che non si sia stati esposti a molti generi di tentazioni e provati da ogni lato. L’integrità da un lato del nostro carattere non attesta l’inte­grità da un altro lato. Non possiamo dire come ci comporte­remmo se venissimo a trovarci in tentazioni differenti da quelle che abbiamo sperimentato finora. Questo pensiero deve tenerci in umiltà. Siamo peccatori, ma non sappiamo quanto. Solo lui che è morto per i nostri peccati lo sa.

3. Fin qui non possiamo scansarci: dobbiamo ammettere di non conoscere noi stessi da quei lati nei quali non siamo stati messi alla prova. Ma al di là di questo; se non ci cono­scessimo nemmeno là dove siamo stati messi alla prova e trovati fedeli? Una circostanza notevole e spesso rilevata è che, se guardiamo ad alcuni dei santi più eminenti della Scrittura, troveremo che i loro errori recensiti si sono verifi­cati in quelle parti dei loro doveri nelle quali ciascuno di loro era stato maggiormente provato, e in cui generalmente aveva dimostrato perfetta obbedienza. Il fedele Abramo per mancanza di fede negò che Sara fosse sua moglie. Mosè, il più mite degli uomini, fu escluso dalla terra promessa per una intemperanza verbale. La sapienza di Salomone fu sedotta ad inchinarsi agli idoli. […] Se dunque uomini, che senza dubbio conoscevano se stessi meglio di quanto ci conosciamo noi, avevano in sé tanta do­se di nascosta infermità, persino in quelle parti del loro ca­rattere che erano più libere da biasimo, che dobbiamo pen­sare di noi stessi? E se le nostre stesse virtù sono così mac­chiate da imperfezioni, che devono essere le molteplici e ignote circostanze aggravanti la colpa dei nostri peccati?Questa è una terza presunzione contro di noi.

4. Pensate anche a questo. Non c’è nessuno che, comin­ciando a esaminare se stesso e a pregare per conoscere se stesso (come Davide nel testò), non trovi entro di sé mancan­ze in abbondanza che prima gli erano interamente o quasi interamente ignote. Che sia così, lo apprendiamo da biogra­fie e agiografie, e dalla nostra esperienza. È per questo che gli uomini migliori sono sempre i più umili: avendo nella loro mente una unità di misura dell’eccellenza morale più esigente di quella che hanno gli altri, e conoscendo meglio se stessi, intravedono l’ampiezza e la profondità della propria natura peccaminosa, e sono costernati e spaventati di sé. Gli’uomini, in genere, non possono capire questo; e se a volte l’autoaccusa, abituale per gli uomini religiosi, si esprime a parole, pensano che provenga da ostentazione, o da uno strano stato di alterazione mentale, o da un accesso di malinconia e depressione. Mentre la confessione di un buon uomo contro se stesso è realmente una testimonianza contro tutte le persone irriflessive che l’ascoltano, e un invito loro rivolto ad esaminare il loro cuore. Senza dubbio, più esami­niamo noi stessi, più imperfetti e ignoranti ci troveremo.

5. Anche se un uomo persevera in preghiera e vigilanza fino al giorno della sua morte, non arriverà al fondo del suo cuore. Benché conosca sempre più di se stesso col diventare più serio e coscienzioso, pure la piena manifestazione dei segreti che là si trovano è riservata per l’altro mondo. E all’ultimo giorno, chi può dire lo spavento e il terrore di un uomo che sulla terra è vissuto per se stesso, assecondan­do la sua volontà perversa, seguendo nozioni improvvisate del vero e del falso, eludendo la croce e i rimproveri di Cristo, quando i suoi occhi si apriranno di fronte al trono di Dio, e gli saranno evidenti i suoi innumerevoli peccati, la sua abituale dimenticanza di Dio, l’abuso dei suoi talenti, il mal-uso e spreco del suo tempo, e l’originaria inesplorata peccaminosità della sua natura? Per gli stessi veri servi di Cristo, la prospettiva è terrificante. […] Senza dubbio, tutti dovremo sopporta­re la cruda e terrificante visione del nostro vero io; dovremo sopportare quell’ultima prova del fuoco prima dell’accetta­zione, ma che sarà una agonia spirituale e una seconda morte per tutti coloro che allora non saranno sostenuti dalla forza di colui che morì per portarci in salvo oltre quel fuoco, e nel quale essi sulla terra abbiano creduto.

[…] Richiamiamoci alla mente gli impedimenti che si frappongono alla conoscenza di sé, e al senso della propria ignoranza, e giudicate.

1.Per prima cosa, la conoscenza di sé non è una cosa ovvia; comporta fatica e lavoro. Supporre che la conoscenza delle lingue sia data dalla natura e supporre che la cono­scenza del nostro cuore sia naturale, sarebbero la stessa cosa. Il semplice sforzo di una abituale riflessività è penoso per molti, per non parlare della difficoltà del riflettere cor­rettamente. Chiedersi perché facciamo questo o quello, con­siderare i principi che ci guidano, e vedere se agiamo in coscienza o per più scadenti motivi, è penoso. Siamo pieni di occupazioni, e il tempo libero che abbiamo siamo pronti a dedicarlo a qualche impegno meno severo e affaticante.

2.L’amor proprio, poi, vuole la sua parte. Speriamo il meglio, e questo ci risparmia la noia di esaminarci. L’amor proprio è istintivamente conservatore. Pensiamo di caute­larci sufficientemente ammettendo che al massimo possano esserci rimaste nascoste solo alcune colpe; e le aggiungiamo quando pareggiamo i conti con la nostra coscienza. Ma se conoscessimo la verità, troveremmo che non abbiamo che debiti, debiti maggiori di quanto pensiamo e sempre in aumento.

3.Un tale giudizio favorevole di noi stessi sarà particolar­mente in noi prevalente, se avremo la sfortuna di avere inin­terrottamente buona salute, euforia, comodità. La salute del corpo e della mente è una grande benedizione, se la si sa portare; ma se non è tenuta a freno da «veglie e digiuni», darà comunemente alla persona l’illusione di essere migliore di quanto sia in realtà. Le difficoltà ad agire correttamente, sia che provengano dall’interiorità che dall’esterno, mettono a prova la coerenza; ma quando le cose procedono senza intoppi, e per attuare qualcosa non abbiamo che da deside­rarlo, non possiamo dire fino a che punto agiamo o non agiamo per senso del dovere. L’euforico si compiace di tutto, specie di se stesso. Può agire con vigore e prontezza, e scambiare per fede quella che è meramente una sua energia costitutiva. È allegro e contento; e pensa che sia quella la pace cristiana. Se è felice in famiglia, egli scambia tali affetti natu­rali per la benevolenza cristiana e per la solida tempra dell’a­more cristiano. In breve, egli è nel sogno, dal quale nulla potrebbe salvarlo tranne una umiltà più profonda; ma nulla, ordinariamente, lo libera tranne l’incontro con la sofferenza. […]

4.C’è ancora da considerare la forza dell’abitudine. La coscienza, inizialmente, ci ammonisce contro il peccato; ma se non è ascoltata, smette presto di richiamarci; in tal modo il peccato, prima conosciuto, diventa occulto. Sembra allora (ed è questa una riflessione impressionante) che più colpe­voli siamo, meno lo sappiamo; e questo perché più spesso pecchiamo, meno ne siamo angosciati. Penso che molti di noi, riflettendo, possano ritrovare, nella loro personale espe­rienza, esempi del fatto che noi gradualmente dimentichia­mo la scorrettezza di certi comportamenti, di cui inizial­mente avevamo avuto l’esatta percezione. Tanta è la forza dell’abitudine. Per suo tramite, ad esempio, gli uomini giungono a permettersi vari generi di disonestà. Giungono, negli affari, ad affermare ciò che non è vero, o quello che non sono sicuri che sia vero. Imbrogliano e ingannano; anzi, probabilmente cadono ancora più in basso nei comporta­menti egoistici, senza accorgersene, mentre continuano meticolosamente nell’osservanza dei precetti della Chiesa e conservano una religiosità formale. Oppure, indulgenti con se stessi, si danno ai piaceri della mensa, fanno sfoggio di residenze lussuose, e meno che mai pensano ai doveri cri­stiani della semplicità e dell’astinenza. Non si può supporre che essi da sempre abbiano ritenuto giustificabile un tal modo di vivere; perché altri ne sono colpiti; e ciò che altri avvertono ora, senza dubbio anch’essi lo avvertivano un tempo. Ma tale è la forza dell’abitudine. Un terzo esempio è quello del dovere della preghiera personale; inizialmente viene omessa con rimorso, ma ben presto con indifferenza. Ma non è meno peccato per il solo fatto che non avvertiamo che lo sia. L’abitudine l’ha resa un peccato nascosto.

5. Alla forza dell’abitudine deve essere aggiunta quella degli usi e costumi. Qui ogni epoca ha le sue storture; e que­ste hanno tale influenza, che persino le persone dabbene, per il fatto di vivere nel mondo, sono inconsapevolmente portate fuori strada da esse. In un’epoca è prevalso un fero­ce odio persecutorio contro gli eretici; in un’altra, un’odiosa esaltazione della ricchezza e dei mezzi per procurarsela; in un’altra, una irreligiosa venerazione delle facoltà pura­mente intellettuali; in un’altra, il lassismo morale; in un’altra, la noncuranza degli ordinamenti e della disciplina della Chiesa. Le persone religiose, se non fanno speciale attenzio­ne, risentiranno delle deviazioni di moda nella loro epoca […]. Tuttavia la loro ignoranza del male non cambia la natura del peccato: il peccato è sempre quello che è, solo le abitudini generali lo rendono segreto.

6. Ora, qual è la nostra principale guida in mezzo alle perverse e seducenti costumanze del mondo? La Bibbia, evi­dentemente. «Il mondo passa, ma la parola del Signore dura in eterno». Quanto esteso e rafforzato deve necessariamen­te essere questo segreto dominio del peccato su di noi, se consideriamo quanto poco leggiamo la Sacra Scrittura! La nostra coscienza si corrompe, è vero; ma la parola della verità, anche se cancellata dalle nostre menti, rimane nella Scrittura, luminosa nella sua eterna giovinezza e purezza. Eppure, non studiamo la Sacra Scrittura per svegliare e risa­nare le nostre menti. Chiedetevi, fratelli miei: quanto cono­sco io della Bibbia? Vi è una parte qualsiasi della Bibbia che abbiate letto con attenzione e per intero? Per esempio, uno dei Vangeli? Conoscete qualcosa di più delle opere e delle parole di nostro Signore di quanto avete sentito leggere in chiesa? Avete confrontato i suoi precetti, o quelli di S. Paolo, o quelli di qualcun altro degli Apostoli, con la vostra con­dotta giornaliera? Avete pregato e fatto degli sforzi per conformarvi ad essi? Se sì, bene; perseverate in questo. Se no, è chiaro che non possedete, perché non avete cercato di pos­sedere, un’idea adeguata di quel perfetto carattere cristiano al quale avete il dovere di tendere, e nemmeno della vostra attuale situazione di peccato; siete nel numero di quelli che «non vengono alla luce, perché non siano svelate le loro opere».

Queste osservazioni possono servire per darvi il senso della difficoltà di raggiungere una giusta conoscenza di noi stessi, e del conseguente pericolo a cui siamo esposti: di darci pace, quando non c’è pace.

Molte cose sono contro di noi; è chiaro. Ma il nostro pre­mio futuro non meriterà che lottiamo? E non merita che peniamo e soffriamo, se con ciò potremo sfuggire al fuoco inestinguibile? Ci aggrada il pensiero di scendere nella tomba con sul capo un peso di peccati ignorati e non riprovali? Possiamo accontentarci di una così irreale fede in Cristo, che ha lasciato uno spazio insufficiente all’umiliazione, o alla gratitudine, o al desiderio e sforzo di santificazione? Come possiamo sentire l’urgenza dell’aiuto di Dio, o la nostra dipendenza da lui, o il nostro debito verso di lui, o la natura del suo dono, se non conosciamo noi stessi? […] Se ricevete la verità rivelata unicamente tramite gli occhi e le orecchie, crederete a delle parole, non a delle cose; e ingannerete voi stessi. Potrete ritenervi saldi nella fede, ma sarete nella più totale ignoranza.

L’unica pratica veramente interprete dell’insegnamento scritturistico è l’obbedienza ai comandamenti di Dio, che implica conoscenza del peccato e della santità, e il desiderio e lo sforzo di piacere a lui. Senza cono­scenza di sé siete personalmente privi di radice in voi stessi; potete resistere per qualche tempo, ma a fronte dell’afflizio­ne o della persecuzione la vostra fede verrà meno. Questo è perché molti in questo tempo (ma pure in ogni epoca) diventano infedeli, eretici, scismatici, sleali spregiatori della Chiesa. Ripudiano la forma della verità, perché non è stata per loro più che una forma. Non reggono, perché non hanno mai provato che Dio fa grazia; e non hanno mai avuto espe­rienza del suo potere e del suo amore, perché non hanno mai conosciuto la loro propria debolezza e indigenza. Que­sta può essere la condizione futura di alcuni di noi, se oggi induriamo il nostro cuore: l’apostasia. Un giorno, in questo mondo, potremmo trovarci apertamente fra i nemici di Dio e della sua Chiesa.

Ma anche se ci fosse risparmiata una tale vergogna, quale vantaggio potremmo, alla fine, avere dal professare senza comprendere? Dire che si ha la fede, quando non si hanno le opere? In tal caso rimarremmo nella vigna celeste come una pianta rachitica, infruttuosi, privi in noi del principio interiore di crescita. E, alla fine, saremmo svergognati di fronte a Cristo e ai suoi angeli, come «alberi di fine stagione, senza frutto, due volte morti, sradicati», anche se morissi­mo in esteriore comunione con la Chiesa.

Pensare a queste cose, e esserne allarmati, è il primo passo verso una obbedienza accettabile; sentirsi tranquilli, è essere in pericolo. Dovremo sperimentare cos’è il peccato nell’al di là, se non ce ne rendiamo conto ora. Dio ci dà ogni grazia per scegliere la sofferenza del pentimento, prima del sopraggiungere dell’ira ventura.”

John Henry Newman – Sermoni sulla Chiesa. Conferenze sulla dottrina della giustificazione. Sermoni penitenziali. (Fonte: THE INTERNATIONAL CENTRE OF NEWMAN FRIENDS)

 

“La grazia di Cristo è il dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla” “Quanto più si ama la grazia, tanto più si odia il peccato”

 

SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA

Ma vi è di più. Vi è la grazia, lo stato di grazia, cioè quella luce, quella qualità di cui l’anima è rivestita, anzi profondamente investita e imbevuta, quando il nuovo, soprannaturale rapporto, al quale Dio ha voluto elevare l’uomo che a Lui si abbandona, si stabilisce nello sforzo da parte dell’uomo della conversione, della disponibilità fiduciosa, e nell’accettazione della sua Parola, mediante la fede, in umile implorante amore, al quale subito l’Amore infinito, ch’è Dio stesso, risponde col fuoco dello Spirito Santo, vivificante nell’uomo la forma di Cristo. È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’ Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina. Lo stato di grazia non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita stessa di Dio, per cui noi diventiamo in certa misura partecipi della sua trascendente natura, è una elevazione all’adozione di figli del Padre celeste, di fratelli di Cristo, di membra vive del Corpo mistico mediante l’animazione dello Spirito Santo. È un rapporto personale: ma pensate: fra il Dio vivente, misterioso e inaccessibile per la sua infinita pienezza, e la nostra infima persona. È un rapporto che dovrebbe diventare cosciente; ma solo i puri di cuore, i contemplativi, quelli che vivono nella cella interiore del loro spirito, i santi ce ne sanno dire qualche cosa. Anche i teologi ci possono bene istruire. Perché è un rapporto ancora segreto; non è evidente, non cade nell’ambito dell’esperienza sensibile, sebbene la coscienza educata acquista una certa sensibilità spirituale; avverte in sé i «frutti dello spirito», di cui San Paolo fa un lungo elenco: «la carità, il gaudio, la pace» (questi specialmente: una gioia interiore, e poi la pace, la tranquillità della coscienza), e poi: la pazienza, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la padronanza di sé, la castità (Gal. 5, 22): pare d’intravedere il profilo d’un santo. Questa è la grazia; questa è la trasfigurazione dell’uomo che vive in Cristo.

Nessuna meraviglia se tale condizione, di per sé forte e permanente («nulla ci potrà separare dalla carità di Dio», dice ancora San Paolo [Rom. 8, 39]), è tuttavia delicata ed esigente; essa proietta sulla vita morale dell’uomo doveri particolari, sensibilità finissime; e fortunatamente infonde anche energie nuove e proporzionate, affinché l’equilibrio di questa soprannaturale posizione sia fermo e gioioso. Ma resta il fatto ch’esso può essere turbato e rovesciato, quando noi disgraziatamente lo disprezziamo e preferiamo scendere al livello della nostra natura animale e corrotta; quando commettiamo un volontario distacco dall’ordine a cui Dio ci ha associato, dalla sua vita fluente nella circolazione della nostra, cioè un peccato vero e volontario, che perciò, quando è grave, chiamiamo mortale.

(Papa Paolo VI)

 

“Quanto più si ama la grazia, tanto più si odia il peccato”

C’è da notare come la dottrina della grazia richiama la dottrina del peccato. Questo è molto vero, anche sul piano della vita spirituale. Oggi si dice molto spesso che l’uomo ha perso il senso del peccato. Ciò si collega con l’indifferenza nei confronti dell’importanza della grazia.

Infatti quanto più si ama la grazia, tanto più si odia il peccato. E viceversa, quanto più ci si rende conto della gravità del peccato, tanto più si apprezza il valore della grazia.

Si può dire anche che oggi si è perso il senso del peccato, perchè si è indifferenti nei confronti del problema di Dio e quindi della grazia. Infatti, che cos’è il peccato se non il rifiuto di Dio? Queste due realtà – il senso del peccato e il senso del Dio della grazia – si perdono sempre insieme: se si sa chi è Dio, o almeno si intravede lontanamente chi è Dio, allora si ha orrore del peccato. Se invece si è indifferenti nei riguardi del divino, anche il peccato diventa una cosa irrilevante.

 (Padre Giovanni Cavalcoli)

 

GRAZIA E GIUSTIFICAZIONE, DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

 

ARTICOLO 2
GRAZIA E GIUSTIFICAZIONE

I. La giustificazione

1987 La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati e di comunicarci la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo 219 e mediante il Battesimo: 220

« Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù » (Rm 6,8-11).

1988 Per mezzo della potenza dello Spirito Santo, noi prendiamo parte alla passione di Cristo morendo al peccato, e alla sua risurrezione nascendo a una vita nuova; siamo membra del suo corpo che è la Chiesa, 221 tralci innestati sulla Vite che è lui stesso: 222

« Per mezzo dello Spirito, tutti noi siamo detti partecipi di Dio. […] Entriamo a far parte della natura divina mediante la partecipazione allo Spirito […]. Ecco perché lo Spirito divinizza coloro nei quali si fa presente ». 223

1989 La prima opera della grazia dello Spirito Santo è la conversione, che opera la giustificazione, secondo l’annuncio di Gesù all’inizio del Vangelo: « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). Sotto la mozione della grazia, l’uomo si volge verso Dio e si allontana dal peccato, accogliendo così il perdono e la giustizia dall’alto. « La giustificazione […] non è una semplice remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore ». 224

1990 La giustificazione separa l’uomo dal peccato che si oppone all’amore di Dio, e purifica il suo cuore dal peccato. La giustificazione fa seguito all’iniziativa della misericordia di Dio che offre il perdono. Riconcilia l’uomo con Dio. Libera dalla schiavitù del peccato e guarisce.

1991 La giustificazione è, al tempo stesso, accoglienza della giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. Qui la giustizia designa la rettitudine dell’amore divino. Insieme con la giustificazione, vengono infuse nei nostri cuori la fede, la speranza e la carità, e ci è accordata l’obbedienza alla volontà divina.

1992 La giustificazione ci è stata meritata dalla passione di Cristo, che si è offerto sulla croce come ostia vivente, santa e gradita a Dio, e il cui sangue è diventato strumento di propiziazione per i peccati di tutti gli uomini. La giustificazione è accordata mediante il Battesimo, sacramento della fede. Essa ci conforma alla giustizia di Dio, il quale ci rende interiormente giusti con la potenza della sua misericordia. Ha come fine la gloria di Dio e di Cristo, e il dono della vita eterna: 225

« Ora, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù » (Rm 3,21-26).

1993 La giustificazione stabilisce la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo. Da parte dell’uomo essa si esprime nell’assenso della fede alla parola di Dio che lo chiama alla conversione, e nella cooperazione della carità alla mozione dello Spirito Santo, che lo previene e lo custodisce:

« Dio tocca il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, in modo che né l’uomo resti assolutamente inerte subendo quell’ispirazione, che certo può anche respingere, né senza la grazia divina, con la sua libera volontà, possa incamminarsi alla giustizia dinanzi a Dio ». 226

1994 La giustificazione è l’opera più eccellente dell’amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù e comunicato tramite lo Spirito Santo. Sant’Agostino ritiene che « la giustificazione dell’empio è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra », perché « il cielo e la terra passeranno, mentre la salvezza e la giustificazione degli eletti non passeranno mai ». 227 Pensa anche che la giustificazione dei peccatori supera la stessa creazione degli angeli nella giustizia, perché manifesta una più grande misericordia.

1995 Lo Spirito Santo è il maestro interiore. Dando vita all’« uomo interiore », 228 la giustificazione implica la santificazione di tutto l’essere:

« Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione […]. Ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna » (Rm 6,19.22).

II. La grazia

1996 La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, 229 figli adottivi, 230 partecipi della natura divina, 231 della vita eterna. 232

1997 La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell’intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo corpo. Come « figlio adottivo », egli può ora chiamare Dio « Padre », in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa.

1998 Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale. Dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, poiché egli solo può rivelarsi e donare se stesso. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo, come di ogni creatura. 233

1999 La grazia di Cristo è il dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla. È la grazia santificante o deificante, ricevuta nel Battesimo. Essa è in noi la sorgente dell’opera di santificazione: 234

« Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo » (2 Cor 5,17-18).

2000 La grazia santificante è un dono abituale, una disposizione stabile e soprannaturale che perfeziona l’anima stessa per renderla capace di vivere con Dio, di agire per amor suo. Si distingueranno la grazia abituale, disposizione permanente a vivere e ad agire secondo la chiamata divina, e le grazie attuali che designano gli interventi divini sia all’inizio della conversione, sia nel corso dell’opera di santificazione.

2001 La preparazione dell’uomo ad accogliere la grazia è già un’opera della grazia. Questa è necessaria per suscitare e sostenere la nostra collaborazione alla giustificazione mediante la fede, e alla santificazione mediante la carità. Dio porta a compimento in noi quello che ha incominciato: « Egli infatti incomincia facendo in modo, con il suo intervento, che noi vogliamo; egli porta a compimento, cooperando con i moti della nostra volontà già convertita »: 235

« Operiamo certamente anche noi, ma operiamo cooperando con Dio che opera prevenendoci con la sua misericordia. Ci previene però per guarirci e anche ci seguirà perché da santi diventiamo pure vigorosi, ci previene per chiamarci e ci seguirà per glorificarci, ci previene perché viviamo piamente e ci seguirà perché viviamo con lui eternamente, essendo certo che senza di lui non possiamo far nulla ». 236

2002 La libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell’uomo; infatti Dio ha creato l’uomo a propria immagine, dandogli, con la libertà, il potere di conoscerlo e di amarlo. L’anima può entrare solo liberamente nella comunione dell’amore. Dio tocca immediatamente e muove direttamente il cuore dell’uomo. Egli ha posto nell’uomo un’aspirazione alla verità e al bene che soltanto lui può soddisfare. Le promesse della « vita eterna » rispondono, al di là di ogni speranza, a tale aspirazione:

« Il riposo che prendesti al settimo giorno, dopo aver compiuto le tue opere molto buone, sebbene le avessi fatte senza fatica, è una predizione che ci fa l’oracolo del tuo Libro: noi pure, compiute le nostre opere buone assai, certamente per tuo dono, nel sabato della vita eterna riposeremo in te ». 237

2003 La grazia è innanzi tutto e principalmente il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica. Ma la grazia comprende anche i doni che lo Spirito ci concede per associarci alla sua opera, per renderci capaci di cooperare alla salvezza degli altri e alla crescita del corpo di Cristo, la Chiesa. Sono le grazie sacramentali, doni propri ai diversi sacramenti. Sono inoltre le grazie speciali chiamate anche carismi con il termine greco usato da san Paolo, che significa favore, dono gratuito, beneficio. 238 Qualunque sia la loro natura a volte straordinaria, come il dono dei miracoli o delle lingue, i carismi sono ordinati alla grazia santificante e hanno come fine il bene comune della Chiesa. Sono al servizio della carità che edifica la Chiesa. 239

2004 Tra le grazie speciali, è opportuno ricordare le grazie di stato che accompagnano l’esercizio delle responsabilità della vita cristiana e dei ministeri in seno alla Chiesa:

« Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia » (Rm 12,6-8).

2005 Appartenendo all’ordine soprannaturale, la grazia sfugge alla nostra esperienza e solo con la fede può essere conosciuta. Pertanto non possiamo basarci sui nostri sentimenti o sulle nostre opere per dedurne che siamo giustificati e salvati. 240 Tuttavia, secondo la parola del Signore: « Dai loro frutti li potrete riconoscere » (Mt 7,20), la considerazione dei benefici di Dio nella nostra vita e nella vita dei santi ci offre una garanzia che la grazia sta operando in noi e ci sprona ad una fede sempre più grande e ad un atteggiamento di povertà fiduciosa.

Si trova una delle più belle dimostrazioni di tale disposizione d’animo nella risposta di santa Giovanna d’Arco ad una domanda subdola dei suoi giudici ecclesiastici: « Interrogata se sappia d’essere nella grazia di Dio, risponde: “Se non vi sono, Dio mi vuole mettere; se vi sono, Dio mi vuole custodire in essa” ». 241

 

2010 Poiché nell’ordine della grazia l’iniziativa appartiene a Dio, nessuno può meritare la grazia prima, quella che sta all’origine della conversione, del perdono e della giustificazione. Sotto la mozione dello Spirito Santo e della carità, possiamo in seguito meritare per noi stessi e per gli altri le grazie utili per la nostra santificazione, per l’aumento della grazia e della carità, come pure per il conseguimento della vita eterna. Gli stessi beni temporali, quali la salute e l’amicizia, possono essere meritati seguendo la sapienza di Dio. Tutte queste grazie e questi beni sono oggetto della preghiera cristiana. Questa provvede al nostro bisogno di grazia per le azioni meritorie.

2011 La carità di Cristo è in noi la sorgente di tutti i nostri meriti davanti a Dio. La grazia, unendoci a Cristo con un amore attivo, assicura il carattere soprannaturale dei nostri atti e, di conseguenza, il loro merito davanti a Dio e davanti agli uomini. I santi hanno sempre avuto una viva consapevolezza che i loro meriti erano pura grazia:

« Dopo l’esilio della terra, spero di gioire fruitivamente di te nella Patria; ma non voglio accumulare meriti per il cielo: voglio spendermi per il tuo solo amore […]. Alla sera di questa vita comparirò davanti a te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore, di tener conto delle mie opere. Tutte le nostre giustizie non sono senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore l’eterno possesso di te stesso… ». 246

 

IV. La santità cristiana

2012 « Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio […]. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati » (Rm 8,28-30).

2013 « Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ». 247 Tutti sono chiamati alla santità: « Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48):

« Per raggiungere questa perfezione, i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, affinché […], in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con tutto il loro animo si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà apportando frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa, dalla vita di tanti santi ». 248

2014 Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo. Questa unione si chiama « mistica », perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti – « i santi misteri » – e, in lui, al mistero della Santissima Trinità. Dio chiama tutti a questa intima unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti.

2015 Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale. 249 Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini:

« Colui che sale non cessa mai di andare di inizio in inizio; non si è mai finito di incominciare. Mai colui che sale cessa di desiderare ciò che già conosce ». 250

2016 I figli della santa Chiesa nostra Madre sperano giustamente la grazia della perseveranza finale e la ricompensa di Dio loro Padre per le buone opere compiute con la sua grazia, in comunione con Gesù. 251 Osservando la medesima regola di vita, i credenti condividono « la beata speranza » di coloro che la misericordia divina riunisce nella « città santa, la nuova Gerusalemme » che scende « dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (Ap 21,2).

(219) Cf Rm 3,22.

(220) Cf Rm 6,3-4.

(221) Cf 1 Cor 12.

(222) Cf Gv 15,1-4.

(223) Sant’Atanasio di Alessandria, Epistula ad Serapionem, 1, 24: PG 26, 585-588.

(224) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 7: DS 1528.

(225) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 7: DS 1529.

(226) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 5: DS 1525.

(227) Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 72, 3: CCL 36, 508 (PL 35, 1823).

(228) Cf Rm 7,22; Ef 3,16.

(229) Cf Gv 1,12-18.

(230) Cf Rm 8,14-17.

(231) Cf 2 Pt 1,3-4.

(232) Cf Gv 17,3.

(233) Cf 1 Cor 2,7-9.

(234) Cf Gv 4,14; 7,38-39.

(235) Sant’Agostino, De gratia et libero arbitrio, 17, 33: PL 44, 901.

(236) Sant’Agostino, De natura et gratia, 31, 35: CSEL 49, 258-259 (PL 44, 264).

(237) Sant’Agostino, Confessiones, 13, 36, 51: CCL 27, 272 (PL 32, 868).

(238) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS 57 (1965) 16-17.

(239) Cf 1 Cor 12.

(240) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 9: DS 1533-1534.

(241) Santa Giovanna d’Arco, Dictum: Procès de condamnation, ed. P. Tisset (Paris 1960) p. 62.

(242) Prefazio dei santi, I: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 363; cf « Doctor gratiae », Sant’Agostino, Enarratio in Psalmum 102, 7: CCL 40, 1457 (PL 37, 1321).

(243) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1546.

(244) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1548.

(245) Sant’Agostino, Sermo 298, 4-5: SPM 1, 98-99 (PL 38, 1367).

(246) Santa Teresa di Gesù Bambino, Atto di offerta all’Amore Misericordioso: Preghiere: Opere complete (Libreria Editrice Vaticana 1997) p. 942-943.

(247) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 45.

(248) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 45.

(249) Cf 2 Tm 4.

(250) San Gregorio di Nissa, In Canticum, homilia 8: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger-H. Langerbeck, v. 6 (Leiden 1960) p. 247 (PG 44, 941).

(251) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 26: DS 1576.

(252) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965).

(253) San Gregorio di Nissa, De vita Moysis, 1, 5: ed. M. Simonetti (Vicenza 1984) p. 10 (PG 44, 300).

FONTE:  http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c3a2_it.htm

L’eucaristia: “Qui è tutto il mio desiderio, che il mio cuore sia unito al tuo.” “Tu in me ed io in te”

Voce del Diletto:

Io sono colui che ama la purezza; io sono colui che dona ogni santità. Io cerco un cuore puro: là è il luogo del mio riposo. Allestisci e “apparecchia per me un’ampia sala ove cenare (Mc 14,15; Lc 22,12), e farò la Pasqua presso di te con i miei discepoli”. Se vuoi che venga a te e rimanga presso di te, espelli “il vecchio fermento” (1Cor 5,7) e purifica la dimora del tuo cuore. Caccia fuori tutto il mondo e tutto il disordine delle passioni; sta “come il passero solitario sul tetto” (Sal 101,8) e ripensa, con amarezza di cuore, ai tuoi peccati. Invero, colui che ama prepara al suo caro, da cui è amato, il luogo migliore e più bello: di qui si conosce l’amorosa disposizione di chi riceve il suo diletto. Sappi tuttavia che, per questa preparazione – anche se essa durasse un intero anno e tu non avessi altro in mente – non potresti mai fare abbastanza con le tue sole forze. E’ soltanto per mia benevolenza e per mia grazia, che ti viene concesso di accostarti alla mensa: come se un poveretto fosse chiamato al banchetto di un ricco e non avesse altro modo per ripagare quel beneficio che farsi piccolo e rendere grazie. Fa’ dunque tutto quello che sta in te; fallo con tutta attenzione, non per abitudine, non per costrizione. Il corpo del tuo Diletto Signore Dio, che si degna di venire a te, accoglilo con timore, con venerazione, con amore. Sono io ad averti chiamato; sono io ad aver comandato che così fosse fatto; sarò io a supplire a quel che ti manca. Vieni ed accoglimi. Se ti concedo la grazia della devozione, che tu ne sia grato al tuo Dio; te la concedo, non già per il fatto che tu ne sia degno, ma perché ho avuto misericordia di te. Se non hai questa devozione, e ti senti piuttosto arido, insisti nella preghiera, piangi e bussa, senza smettere finché non avrai meritato di ricevere almeno una briciola o una goccia della grazia di salvezza. Sei tu che hai bisogno di me, non io di te. Sono io che vengo a santificare te e a farti migliore, non sei tu che vieni a dare santità a me. Tu vieni per ricevere da me la santità, nell’unione con me; per ricevere nuova grazia, nel rinnovato, ardente desiderio di purificazione. “Non disprezzare questa grazia” (1Tm 4,14); prepara invece il tuo cuore con ogni cura e fa’ entrare in te il tuo diletto.

Ancora, occorre, non solo che tu ti disponga a pietà, avanti la Comunione, ma anche che tu ti conservi in essa, con ogni cura, dopo aver ricevuto il Sacramento. La vigilanza di poi non deve essere inferiore alla devota preparazione di prima; ché tale attenta vigilanza è a sua volta la migliore preparazione per ottenere una grazia più grande. Taluno diventa assai mal disposto, proprio per essersi subito abbandonato a consolazioni esteriori. Guardati dal molto parlare; tieniti appartato, a godere del tuo Dio. E’ lui che tu possiedi; neppure il mondo intero te lo potrà togliere. Io sono colui al quale devi darti interamente, così che tu non viva più in te, ma in me, fuori da ogni affanno.

Voce del discepolo:

“Chi mi darà, o Signore, di trovare te solo”, di aprirti tutto il mio cuore e di godere di te, secondo il desiderio dell’anima mia? “Allora nessuno potrebbe offendermi” (Ct 8,1), nessuna creatura potrebbe scuotermi, e neppure sfiorarmi con uno sguardo; ma sarai tu solo a parlarmi, ed io a te, come colui che ama suole parlare con la persona amata, e come l’amico suole stare a mensa con l’amico. Questo io chiedo, questo io desidero: unirmi tutto a te, distogliere il mio cuore da tutto ciò che è creato e apprendere a gustare sempre più le cose celesti ed eterne, grazie alla santa Comunione e alla frequente celebrazione della Messa. Ah, Signore Dio, quando sarò interamente unito e assunto in te, dimenticando del tutto me stesso? Tu in me ed io in te. Fa’ che possiamo rimanere uniti così. Veramente tu sei “il mio diletto scelto tra mille” (Ct 5,10), con il quale piacque all’anima mia di restare per tutti i giorni della vita. Veramente tu sei colui che mi dà la pace; colui nel quale consiste la pace suprema, il riposo vero, e fuori del quale tutto è fatica e dolore e miseria senza fine. “Veramente tu sei il Dio nascosto” (Is 45,15); la tua conversazione non è con i malvagi; la tua parola si rivolge agli umili e ai semplici. “Oh, quanto è soave, o Signore, il tuo Spirito” (Sap 12,1): tu vuoi mostrare la tua benevolenza ai tuoi figli e ti degni di ristorarli “con il pane sommamente soave che scende dal cielo” (Sap 16,20s).

Davvero “non c’è altro popolo così grande, a cui i propri dei si siano fatti così vicini, come sei vicino tu, o Dio nostro” (Dt 4,7), a tutti i tuoi fedeli. A questi, infatti, tu doni te stesso in salutare nutrimento, quale quotidiano conforto e quale mezzo per volgere il cuore verso il cielo. C’è un’altra gente così gloriosa, come il popolo cristiano? C’è, sotto il nostro cielo, una creatura da te così amata come l’anima devota, nella quale entra Dio stesso, per nutrirla del suo corpo di Gloria? Oh!, grazia ineffabile, degnazione meravigliosa, oh!, amore incommensurabile, privilegio concesso agli uomini. Ma che cosa darò io al Signore in cambio di tale grazia, di un amore così straordinario? Nulla io posso offrire, che sia più gradito del dono totale del mio cuore al mio Dio e dell’intima unione con lui. Allora esulterò nel profondo, quando l’anima mia sarà perfettamente unita a Dio. Allora Dio stesso mi dirà: se tu vuoi essere con me, io voglio essere con te. Ed io a lui risponderò: degnati, o Signore, di restare con me; mi piace, e lo voglio, essere con te. Qui è tutto il mio desiderio, che il mio cuore sia unito al tuo.

Dall’Imitazione di Cristo, Cap. XII e XIII

Perle Spirituali di Santi e Beati

 

…Nessuno può’ conoscere Dio se prima non conosce se stesso.

Tutte le creature sono un puro nulla. Non dico che valgano poco o che siano qualcosa: sono un puro nulla. Quel che non ha essere è nulla. Le creature non hanno essere, perché il loro essere dipende dalla presenza di Dio: se Dio si allontanasse un istante, le creature sarebbero annientate.

Non si deve pensare tanto a ciò che si fa, quanto invece a ciò che si è. Se tu sei giusto, anche le tue opere sono giuste.

Non pensare che la santità si fondi sulle opere; la santità si deve fondare sull’essere, perché non sono le opere che ci santificano, ma siamo noi che dobbiamo santificare le opere.

Meister Eckhart

 

L’amore è la vita del nostro cuore e come il contrappeso muove tutti i pezzi mobili di un  orologio, così l’amore dà all’anima tutti i movimenti che lei ha. Tutti i nostri affetti seguono il nostro amore e secondo questo noi desideriamo, ci dilettiamo, speriamo, ci disperiamo, temiamo, ci incoraggiamo, odiamo, fuggiamo, ci rattristiamo, andiamo in collera, trionfiamo.

…Quando dunque il divino amore regna nei nostri cuori egli sottomette realmente tutti gli altri amori della volontà e quindi tutti gli affetti di questa che naturalmente seguono gli amori; poi doma l’amore sensuale e riducendolo alla sua obbedienza trae appresso a questo tutte le passioni  sensuali. Insomma questa sacra dilezione è l’acqua salutare della quale Nostro Signore diceva: Chi berrà l’acqua che gli darò non avrà mai sete. No, veramente, Teotimo, chi avrà l’amor di Dio un po’ abbondantemente non avrà più né desiderio, né timore, né speranza, né coraggio, né gioia se non  per Dio, e tutti i suoi movimenti saranno racchiusi in questo solo amore celeste.

San Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, XI, 20

 

“Chi non vuole abbandonare il peccato, non è degno della grazia dello Spirito Santo”

“l’uomo, perciò, deve lodarmi, ringraziarmi e onorarmi per tutti i beni di cui l’ho colmato, e non vivere e abusarne secondo i desideri della carne”

«Ho dato all’uomo il libero arbitrio, affinché abbandonasse la propria volontà per amore mio, che sono il suo Dio e p…er questo avesse più merito. Ho dato all’uomo il cuore, perché io, Dio, che sono ovunque e incomprensibile, possa essere contenuto per amore nel suo cuore e l’uomo, pensando di essere in me, ne ricavi piaceri indicibili». Libro V, 1, Interrogazione 3

«Chiunque goda del libero arbitrio, deve temere e capire veramente che nulla conduce più facilmente alla dannazione eterna di una volontà priva di guida. Per questo chi abbandona la propria volontà e l’affida a me, che sono il suo Dio, entrerà in cielo senza fatica». Libro V, 1, Interrogazione 4

La Santa Vergine Maria dice: «Sei abituata a dare qualcosa a chi viene a te con una borsa pura e pulita, e a giudicare indegno di ricevere qualcosa da te chi non vuole aprire né pulire la sua borsa piena di fango e di sporcizia. Lo stesso succede nella vita spirituale: quando la volontà non intende abbandonare le sue offese, la giustizia non vuole che goda dell’influenza dello Spirito Santo; e quando una persona è priva della volontà di correggere la propria vita, non merita il cibo dello Spirito Santo, che si tratti di un re, di un imperatore, di un sacerdote, di un povero o di un ricco».

Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Brigida

 

 

IL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO

Quella pia vergine vide un giorno il Signor Gesù e in faccia a Lui un uomo in piedi. Nel divin Cuore scorse pure una ruota che girava senza posa e una corda lunga che si dirigeva verso il cuore di quell’uomo nel quale era pure una ruota in movimento.

Questo uomo raffigurava tutti i mortali e la ruota significava che Dio agli uomini ha fatto parte del suo libero arbitrio, dando loro la libera volontà di volgersi al bene o al male.

La corda è la volontà di Dio che attira sempre al bene; essa dal Cuore di Dio va al cuore dell’uomo, e quanto più la ruota gira rapidamente, tanto più l’uomo si avvicina a Dio. Ma se la creatura sceglie il male, la ruota tosto si mette a girare in senso contrario e l’uomo si allontana da Dio. Se poi persevera nel male sino alla morte, la corda si spezza e l’uomo cade nell’eterna dannazione. Se si rialza con la penitenza, Dio, sempre pronto a perdonare, di nuovo lo accoglie nella sua grazia; la ruota allora gira nel medesimo senso di prima e l’uomo ritorna ad avvicinarsi a Dio.

“Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Metilde di Hackeborn” DA ”IL LIBRO DELLA GRAZIA SPECIALE”

 

Vivere di amore, è dare senza misura

Senza esigere il compenso quaggiù.

Ah! Senza contare io dono, essendo sicura

Che chi ama non conta!

Al Cuore divino, traboccante di tenerezza,

ho dato tutto… leggera corro

non ho più nulla se non la mia sola ricchezza:

Vivere di amore.

 

Vivere di amore, è bandire ogni paura,

ogni ricordo delle colpe passate.

Dei miei peccati non vedo alcun’impronta,

In un istante l’amore ha bruciato tutto!

Fiamma divina, o dolcissima fornace,

nel tuo fuoco ho stabilito la mia dimora.

Nelle tue fiamme io canto a mio agio (cf Dn 3,51):

«Vivo di amore!»…

 

«Vivere di amore, che strana follia!»

Mi dice il mondo. «Ah! Smetti di cantare,

Non perdere i tuoi profumi, la tua vita:

Sappi usarli utilmente»

Amarti, Gesù, che perdita feconda!

Tutti i miei profumi sono tuoi, per sempre,

Voglio cantare quando uscirò da questo mondo:

«Muoio di amore!»

 

Amare, è dare tutto e dare se stesso.

 Santa Teresa del Bambin Gesù

 

«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5, 8).

«Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17, 21).

Il Signore dice che la felicità non consiste nel conoscere qualche verità su Dio, ma nell’avere Dio in se stessi: «Beati, infatti, i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8). Mi pare proprio che Dio voglia mostrarsi a faccia a faccia a colui che ha l’occhio dell’anima ben purificato, ma però secondo quanto dice Cristo: «Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17, 21). Chi ha purificato il suo cuore può contemplare l’immagine della divina natura nella bellezza della sua stessa anima. Se dunque laverai le brutture che hanno coperto il tuo cuore, risplenderà in te la divina bellezza.

Quindi chi vede se stesso, contempla ciò che desidera in se stesso. In tal modo diviene beato chi ha il cuore puro, perché mentre guarda la sua purità, scorge, attraverso questa immagine, la sua prima e principale forma. Coloro che vedono il sole in uno specchio, benché non fissino i loro occhi in cielo, vedono il sole non meno bene di quelli che guardano direttamente l’astro luminoso. Così anche voi benché le vostre forze non siano sufficienti per scorgere e contemplare la luce inaccessibile, se ritornerete alla grazia originaria troverete in voi ciò che cercate. La divinità infatti è purezza, è assenza di vizi e di passioni, è lontananza da ogni male. Se dunque queste realtà sono in te, Dio è senz’altro in te.

Dalle «Omelie» di San Gregorio di Nissa, vescovo.

 

Riconoscere Cristo davanti agli uomini

Ogni giorno tu sei testimone di Cristo. Sei stato tentato dallo spirito di impurità, ma… hai conservato la castità dell’anima e del corpo: sei martire, cioè testimone, di Cristo…

Sei stato tentato dallo spirito di superbia, ma, vedendo il misero e il povero, ne hai sentito profonda pietà e hai amato l’umiltà più che l’arroganza: sei testimone di Cristo. E, quel che è più, hai reso testimonianza non soltanto a parole, ma anche con le opere.

 Sant’Ambrogio, Commento sul salmo 118

 

SORGENTE, PRINCIPIO, AUTORE DELLA GIOIA

 Te invoco, o Dio Verità, sorgente, principio, autore della verità di tutto ciò che è vero; Dio Sapienza, sorgente, principio, autore della sapienza di tutto ciò che è sapiente; Dio che sei la vera, la suprema Vita, sorgente, principio, autore della vita di tutto ciò che vive veramente e sovranamente; Dio-Beatitudine, sorgente, principio, autore della gioia di tutto ciò che è felice; Dio del bene e del bello in tutto ciò che è buono e bello; Dio-Luce intelligibile, sorgente, principio, autore della luce intelligibile in tutto ciò che brilla di questa luce; Dio il cui regno è questo universo che i sensi ignorano; Dio il cui regno traccia la legge ai regni di questo mondo;

Dio dal quale allontanarsi è cadere, al quale ritornare è risorgere, nel quale rimanere è costruirsi solidamente.

Uscire da te è morire, ritornare in te è rivivere, abitare in te è vivere. Nessuno ti perde se non viene ingannato, nessuno ti cerca se non è chiamato, nessuno ti trova se non è purificato. Abbandonarti è perdersi, cercarti è amare, vederti è possederti. Verso di te là fede ci spinge, la speranza ci guida, la carità a te ci unisce. Dio per mezzo del quale noi trionfiamo del nemico, a te rivolgo la mia preghiera!

 Sant’Agostino (Soliloquia I, 3a)

 

Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.

Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.

Sant’Agostino

 

Accettiamo tutto per amore del Verbo; imitiamo con i nostri patimenti la sua passione. Rendiamo gloria al suo sangue con il nostro sangue. Saliamo coraggiosamente sulla croce: dolci sono quei chiodi, anche se fanno molto male. Meglio soffrire con Cristo e per Cristo che vivere con altri nei piaceri.

San Gregorio Nazianzeno

 

-Rivelazioni di Dio Padre a Santa Ildegarda- IL CENTUPLO

“Chiunque avrà lasciato la casa, i fratelli e le sorelle, il padre e la madre, la moglie e i figli e i campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e possiederà la vita eterna.(Matteo 19:29)”

Si interpreti così: Ogni fedele che lascerà la casa, cioè la propria volontà, e i fratelli, cioè i desideri della carne, e le sorelle, cioè il gusto dei peccati, e il padre, cioè il piacere carnale, e la madre, cioè l’amplesso dei vizi, e la moglie cioè l’avidità, e i figli, cioè la rapina e il furto, e i campi, cioè la superbia, per la gloria del mio nome, volgendosi a me che sono il figlio di Dio e il salvatore degli uomini, riceverà cento volte tanto nella pace della mente e del corpo, poichè avrà allontanato da sè tutte le preoccupazioni mondane e sarà venuto al mio seguito.

Ma quando i fedeli rigettano da sè tutto questo, ricevono in grande abbondanza qualcosa di migliore, come si è detto, e possiedono la vita eterna nella beatitudine inesauribile, perchè per amore di Dio scelgono di non appartenere più al mondo (uccidendo la loro sensualità e l’amor proprio) e aspirano alle cose celesti. E chi per Dio abbandona se stesso e la sua stirpe e i suoi figli, come fece Abramo, per ogni cosa che i suoi occhi vedono e a cui tende il suo cuore riceve un premio centuplicato; come si dice a proposito di Maria Maddalena: Le sono stati rimessi molti peccati, perchè ha molto amato.

“Nella casa del padre mio vi sono molte dimore.(Giovanni 14,1)”

Si interpreti così: Il figlio di Dio, promettendo la vita eterna a quelli che hanno fede in Lui, disse: “ Nella casa celeste, che appartiene al padre mio, vi sono molte stanze a seconda del merito degli uomini, sicchè chiunque può stabilirvi la propria dimora, IN BASE A COME NELLA VITA AMA E RICERCA DIO”.

Infatti DIO molto si compiace in chi RINNEGA SE STESSO agendo come se non fosse un uomo, e anche se non riesce del tutto a liberarsi dal gusto dei peccati nel vaso del proprio corpo, tuttavia riporta la vittoria sui desideri corporali per amore di Cristo e per la speranza che dà la vera fede nella sua passione; infatti COSTUI DA’ IL SUO ASSENSO ALLO SPIRITO PIU’ CHE ALLA CARNE. La sua dimora è adorna di innumerevoli decorazioni per l’impegno con cui lotta con se stesso per riporteare la vittoria; per ognuna di queste lotte riceverà un premio e trarrà godimento dalle cetre viventi, perchè Dio non dimentica nessuna di queste imprese FATICOSE ma SPLENDIDE.

E se tutte le armonie celesti ammirano Dio e lo lodano, anche l’uomo terreno, che viene dalla terra, grazie alla fede può far penetrare il suo sguardo fino a quell’altezza in cui Dio risiede.

Santa Ildegarda di Bingen, Dal libro delle opere divine (Liber divinorum operum) prima visione della seconda parte, capitolo XXXIX.

 

L’altro fuoco che è Dio stesso, consuma senza far male, arde con dolcezza, ci spoglia gradevolmente. È davvero brace distruttrice, ma esercita la sua forza incandescente contro i vizi colmando l’anima di dolcezza.

In questa potenza che ti trasforma e in questo amore che ti infiamma sappi riconoscere la presenza di Dio.

(San Bernardo di Chiaravalle, Sermo XXIV,2-3 De Diversis. Sermo LXXVII,7 in Cantica Canticorum)

 

L’Eucaristia

Questo rapporto di intima e reciproca «permanenza» ci consente di anticipare, in qualche modo, il cielo sulla terra. Non è forse questo l’anelito più grande dell’uomo? Non è questo ciò che Dio si è proposto, realizzando nella storia il suo disegno di salvezza? Egli ha messo nel cuore dell’uomo la «fame» della sua Parola (cfr Am 8,11), una fame che si appagherà solo nell’unione piena con Lui. La comunione eucaristica ci è data per «saziarci» di Dio su questa terra, in attesa dell’appagamento pieno del cielo.

(Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine, 19)

 

IN CHE MODO GESU’ E’ PRESENTE? «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono». “La mia parola resterà in eterno”

Il Signore ci dà e ci lascia la sua parola. La sua parola è un modo di presenza fra noi. Tale presenza ha due caratteristiche: essa dura, permane; e mentre la presenza fisica svanisce ed è soggetta alle vicende del tempo, la parola rimane. La mia parola resterà in eterno, leggiamo nella Sacra Scrittura.

In secondo luogo: l’altra presenza, quella di cui saremmo tanto avidi, invece d’essere esteriore, è interiore.

Come si fa presente Gesù nelle anime? Attraverso il veicolo, la comunicazione della parola – così normale, nei rapporti umani, ma che qui diventa sublime e misteriosa – passa il pensiero divino, passa il Verbo, il Figlio di Dio fatto Uomo. Si potrebbe asserire che il Signore si incarna dentro di noi, quando noi accettiamo che la sua parola venga a circolare nella nostra mente, nel nostro spirito; venga ad animare il nostro pensiero, a vivere dentro di noi.

Ci sono – è ben risaputo – altri modi con cui il Figlio di Dio ha voluto accentuare la sua presenza, a cominciare da quello sostanziale, sublime, della Santissima Eucaristia: la presenza sacramentale di Gesù tra noi.

OMELIA DI PAPA PAOLO VI Domenica terza di Quaresima, 26 febbraio 1967

 

 

 

 

La Didachè, la più antica costituzione ecclesiastica: “Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie.” “Cercherai poi ogni giorno la presenza dei santi, per trovare riposo nelle loro parole”

 

La Didachè

 

 

La Didaché: la più antica costituzione ecclesiastica

Il maggior numero di informazioni liturgiche sul cristianesimo dei primissimi tempi ci è trasmesso in un’opera intitolata Didaché, in greco Dottrina o Insegnamento (dei dodici apostoli).

Essa si compone di due parti, un manuale di catechesi ed un manuale liturgico. In quest’ultimo, che potrebbe chiamarsi il più antico « messale », si accenna al sacrificio eucaristico quale si praticava ai primordi della Chiesa nascente. I tre capitoli eucaristici della Didache sono il IX, il X ed il XIV in essi è descritta la liturgia eucaristica ancora unita all’agape, come nei tempi apostolici. La Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli si può considerare il più venerando ed antico catechismo cristiano, essendo stata scritta solo una sessantina di anni dopo la morte di Cristo (passi di essa si trovano infatti nella Lettera di Barnaba scritta verso l’anno 97 della nostra era).

L’opera anonima presenta infatti tratti di grande antichità e si è giunti, per questo, a datarla anche verso la metà del sec. I, facendone addirittura un testo più antico degli stessi vangeli sinottici!

In sintesi la Didaché può essere definita un vero e proprio abbozzo di manuale di diritto canonico e di istruzioni liturgiche, che non a caso verrà inglobato, nel corso dei secoli seguenti, in collezioni sempre più vaste di Costituzioni ecclesiastiche.

La Didachè era tenuta in grande onore dalle prime generazioni cristiane ed è citata da Erma (circa 150 d. C.) nel Pastore, da Clemente Alessandrino (145-216 d. C.), da Origene (185-255 d. C.), da Eusebio, da Atanasio. Nella seconda metà del IV sec. essa fu incorporata nelle cosiddette Costituzioni Apostoliche.

 

 

Cap. I

1. Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie.

2. Ora questa è la via della vita: innanzi tutto amerai Dio che ti ha creato, poi il tuo prossimo come te stesso; e tutto quello che non vorresti fosse fatto a te, anche tu non farlo agli altri.

3. Ecco pertanto l’insegnamento che deriva da queste parole: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici; digiunate per quelli che vi perseguitano; perché qual merito avete se amate quelli che vi amano? Forse che gli stessi gentili non fanno altrettanto? Voi invece amate quelli che vi odiano e non avrete nemici.

4. Astieniti dai desideri della carne. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra e sarai perfetto; se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu prosegui con lui per due. Se uno porta via il tuo mantello, dagli anche la tunica. Se uno ti prende ciò che è tuo, non ridomandarlo, perché non ne hai la facoltà.

5. A chiunque ti chiede, da’ senza pretendere la restituzione, perché il Padre vuole che tutti siano fatti partecipi dei suoi doni. Beato colui che dà secondo il comandamento, perché è irreprensibile. Stia in guardia colui che riceve, perché se uno riceve per bisogno sarà senza colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere conto del motivo e dello scopo per cui ha ricevuto. Trattenuto in carcere, dovrà rispondere delle proprie azioni e non sarà liberato di lì fino a quando non avrà restituito fino all’ultimo centesimo.

6. E a questo riguardo è pure stato detto: Si bagni di sudore l’elemosina nelle tue mani, finché tu sappia a chi la devi fare.

Cap. II

1. Secondo precetto della dottrina:

2. Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai fanciulli, non fornicherai, non ruberai, non praticherai la magia, non userai veleni, non farai morire il figlio per aborto né lo ucciderai appena nato; non desidererai le cose del tuo prossimo.

3. Non sarai spergiuro, non dirai falsa testimonianza, non sarai maldicente, non serberai rancore.

4. Non avrai doppiezza né di pensieri né di parole, perché la doppiezza nel parlare è un’insidia di morte.

5. La tua parola non sarà menzognera né vana, ma confermata dall’azione.

6. Non sarai avaro, né rapace, né ipocrita, né maligno, né superbo; non mediterai cattivi propositi contro il tuo prossimo.

7. Non odierai alcun uomo, ma riprenderai gli uni; per altri, invece, pregherai; altri li amerai più dell’anima tua.

Cap. III

1. Figlio mio, fuggi da ogni male e da tutto ciò che ne ha l’apparenza.

2. Non essere iracondo, perché l’ira conduce all’omicidio, non essere geloso né litigioso né violento, perché da tutte queste cose hanno origine gli omicidi.

3. Figlio mio, non abbandonarti alla concupiscenza, perché essa conduce alla fornicazione; non fare discorsi osceni e non essere immodesto negli sguardi, perché da tutte queste cose hanno origine gli adultéri.

4. Non prendere auspici dal volo degli uccelli, perché ciò conduce all’idolatria; non fare incantesimi, non darti all’astrologia né alle purificazioni superstiziose, ed evita di voler vedere e sentire parlare di simili cose, perché da tutti questi atti ha origine l’idolatria.

5. Figlio mio, non essere bugiardo, perché la menzogna conduce al furto; né avido di ricchezza, né vanaglorioso, perché da tutte queste cose hanno origine i furti.

6. Figlio mio, non essere mormoratore, perché ciò conduce alla diffamazione; non essere insolente, né malevolo, perché da tutte queste cose hanno origine le diffamazioni.

7. Sii invece mansueto, perché i mansueti erediteranno la terra.

8. Sii magnanimo, misericordioso, senza malizia, pacifico, buono e sempre timoroso per le parole che hai udito.

9. Non esalterai te stesso, non infonderai troppo ardire nel tuo animo; né l’animo tuo si accompagnerà con i superbi, ma andrà insieme ai giusti e agli umili.

Cap. IV

1. O figlio, ti ricorderai notte e giorno di colui che ti predica le parole di Dio e lo onorerai come il Signore, perché là donde è predicata la (sua) sovranità, è il Signore.

2. Cercherai poi ogni giorno la presenza dei santi, per trovare riposo nelle loro parole.

3. Non sarai causa di discordia, ma cercherai invece di mettere pace tra i contendenti; giudicherai secondo giustizia e non farai distinzione di persona nel correggere i falli.

4. Non starai in dubbio se (una cosa) avverrà o no.

5. Non accada che tu tenda le mani per ricevere e le stringa nel dare.

6. Se grazie al lavoro delle tue mani possiedi (qualche cosa), donerai in espiazione dei tuoi peccati.

7. Darai senza incertezza, e nel dare non ti lagnerai; conoscerai, infatti, chi è colui che dà una buona ricompensa.

8. Non respingerai il bisognoso, ma farai parte di ogni cosa al tuo fratello e non dirai che è roba tua. Infatti, se partecipate in comune ai beni dell’immortalità, quanto più non dovete farlo per quelli caduchi?

9. Non ritirerai la tua mano di sopra al tuo figlio o alla tua figlia, ma sin dalla tenera età insegnerai loro il timor di Dio.

10. Al tuo servo e alla tua serva che sperano nel medesimo Dio non darai ordini nei momenti di collera, affinché non perdano il timore di Dio, che sta sopra gli uni e gli altri. Perché egli non viene a chiamarci secondo la dignità delle persone, ma viene a coloro che lo Spirito ha preparato.

11. Ma voi, o servi, siate soggetti ai vostri padroni come a una immagine di Dio, con rispetto e timore.

12. Odierai ogni ipocrisia e tutto ciò che dispiace al Signore.

13. Non trascurerai i precetti del Signore, ma osserverai quelli che hai ricevuto senza aggiungere o togliere nulla.

14. Nell’adunanza confesserai i tuoi peccati e non incomincerai mai la tua preghiera in cattiva coscienza. Questa è la via della vita.

 

 

Cap. V

1. La via della morte invece è questa: prima di tutto essa è maligna e piena di maledizione: omicidi, adultéri, concupiscenze, fornicazioni, furti, idolatrie, sortilegi, venefici, rapine, false testimonianze, ipocrisie, doppiezza di cuore, frode, superbia, malizia, arroganza, avarizia, turpiloquio, invidia, insolenza, orgoglio, ostentazione, spavalderia.

2. Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità, che vanno a caccia della ricompensa, non hanno pietà del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore, uccisori dei figli, che sopprimono con l’aborto una creatura di Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte queste colpe.

Cap. VI

1. Guarda che alcuno non ti distolga da questa via della dottrina, perché egli ti insegna fuori (della volontà) di Dio.

2. Se infatti puoi sostenere interamente il giogo del Signore, sarai perfetto; se non puoi fa’ almeno quello che puoi.

3. E riguardo al cibo, cerca di sopportare tutto quello che puoi, ma comunque astieniti nel modo più assoluto dalle carni immolate agli idoli, perché (il mangiarne) è culto di divinità morte.

Cap. VII

1. Riguardo al battesimo, battezzate così: avendo in precedenza esposto tutti questi precetti, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in acqua viva.

2. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua; se non puoi nella fredda, battezza nella calda.

3. Se poi ti mancano entrambe, versa sul capo tre volte l’acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

4. E prima del battesimo digiunino il battezzante, il battezzando e, se possono, alcuni altri. Prescriverai però che il battezzando digiuni sin da uno o due giorni prima.

Cap. VIII

1. I vostri digiuni, poi, non siano fatti contemporaneamente a quelli degli ipocriti; essi infatti digiunano il secondo e il quinto giorno della settimana, voi invece digiunate il quarto e il giorno della preparazione.

2. E neppure pregate come gli ipocriti, ma come comandò il Signore nel suo vangelo, così pregate: Padre nostro che sei nel cielo, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi il nostro debito, come anche noi lo rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male; perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

3. Pregate così tre volte al giorno.

 

Cap. IX

1. Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie:

2. Dapprima per il calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Poi per il pane spezzato: Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

4. Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.

5. Nessuno però mangi né beva della vostra eucaristia se non i battezzati nel nome del Signore, perché anche riguardo a ciò il Signore ha detto: Non date ciò che è santo ai cani.

Cap. X

1. Dopo che vi sarete saziati, così rendete grazie:

2. Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo servo.

4. Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente. A te gloria nei secoli.

5. Ricordati, Signore, della tua chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

6. Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna alla casa di David. Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta. Maranatha. Amen.

7. Ai profeti, però, permettete di rendere grazie a loro piacimento.

Cap. XI

1. Ora, se qualcuno venisse a insegnarvi tutte le cose sopra dette, accoglietelo;

2. ma se lo stesso maestro, pervertito, vi insegnasse un’altra dottrina allo scopo di demolire, non lo ascoltate; se invece (vi insegna) per accrescere la giustizia e la conoscenza del Signore, accoglietelo come il Signore.

3. Riguardo agli apostoli e ai profeti, comportatevi secondo il precetto del Vangelo.

4. Ogni apostolo che venga presso di voi sia accolto come il Signore.

5. Però dovrà trattenersi un giorno solo; se ve ne fosse bisogno anche un secondo; ma se si fermasse tre giorni, egli è un falso profeta.

6. Partendo, poi, l’apostolo non prenda per sé nulla se non il pane (sufficiente) fino al luogo dove alloggerà; se invece chiede denaro, è un falso profeta.

7. E non metterete alla prova né giudicherete ogni profeta che parla per ispirazione, perché qualunque peccato sarà perdonato, ma questo peccato non sarà perdonato.

8. Non tutti, però, quelli che parlano per ispirazione sono profeti, ma solo coloro che praticano i costumi del Signore. Dai costumi, dunque, si distingueranno il falso profeta e il profeta.

9. Ogni profeta che per ispirazione abbia fatto imbandire una mensa eviterà di prendere cibo da essa, altrimenti è un falso profeta.

10. Ogni profeta, poi, che insegna la verità, se non mette in pratica i precetti che insegna, è un falso profeta.

11. Ogni profeta provato come veritiero, che opera per il mistero terrestre della chiesa, ma che tuttavia non insegna che si debbano fare quelle cose che egli fa, non sarà da voi giudicato, perché ha il giudizio da parte di Dio; allo stesso modo, infatti, si comportarono anche gli antichi profeti.

12. Se qualcuno dicesse per ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non gli darete ascolto; ma se dicesse di dare per altri che hanno bisogno, nessuno lo giudichi.

Cap. XII

1. Chiunque, poi, viene nel nome del Signore, sia accolto. In seguito, dopo averlo messo alla prova, lo potrete conoscere, poiché avrete senno quanto alla destra e alla sinistra.

2. Ma se colui che giunge è di passaggio, aiutatelo secondo le vostre possibilità; non dovrà però rimanere presso di voi che due o tre giorni, se ce ne fosse bisogno.

3. Nel caso che volesse stabilirsi presso di voi e che esercitasse un mestiere, lavori e mangi.

4. Se invece non ha alcun mestiere, con il vostro buon senso cercate di vedere come possa un cristiano vivere tra voi senza stare in ozio.

5. Se non vuole comportarsi in questo modo, è uno che fa commercio di Cristo. Guardatevi da gente simile.

 

Cap. XIII

1. Ogni vero profeta che vuole stabilirsi presso di voi è degno del suo nutrimento.

2. Così pure il vero dottore è degno, come l’operaio, del suo nutrimento.

3. Prenderai perciò le primizie di tutti i prodotti del torchio e della messe, dei buoi e delle pecore e le darai ai profeti, perché essi sono i vostri Sommi Sacerdoti.

4. Se però non avete un profeta, date ai poveri.

5. Se fai il pane, prendi la primizia e dà secondo il precetto.

6. E così, se apri un’anfora di vino o di olio, prendi le primizie e dalle ai profeti.

7. Del denaro, del vestiario e di tutto quello che possiedi, prendi poi le primizie come ti sembra più opportuno e dà secondo il precetto.

Cap. XIV

1. Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.

2. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non sia profanato.

3. Questo è infatti il sacrificio di cui il Signore ha detto:In ogni luogo e in ogni tempo offritemi un sacrificio puro, perché un re grande sono io – dice il Signore – e mirabile è il mio nome fra le genti.

Cap. XV

1. Eleggetevi quindi episcopi e diaconi degni del Signore, uomini miti, disinteressati, veraci e sicuri; infatti anch’essi compiono

per voi lo stesso ministero dei profeti e dei dottori.

2. Perciò non guardateli con superbia, perché essi, insieme ai profeti e ai dottori, sono tra voi ragguardevoli.

3. Correggetevi a vicenda, non nell’ira ma nella pace, come avete nel vangelo. A chiunque abbia offeso il prossimo nessuno

parli: non abbia ad ascoltare neppure una parola da voi finché non si sia ravveduto.

4. E fate le vostre preghiere, le elemosine e tutte le vostre azioni così come avete nel vangelo del Signore nostro.

Cap. XVI

1. Vigilate sulla vostra vita. Non spegnete le vostre fiaccole e non sciogliete le cinture dai vostri fianchi, ma state preparati perché non sapete l’ora in cui il nostro Signore viene.

2. Vi radunerete di frequente per ricercare ciò che si conviene alle anime vostre, perché non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede se non sarete perfetti nell’ultimo istante.

3. Infatti negli ultimi giorni si moltiplicheranno i falsi profeti e i corruttori, e le pecore si muteranno in lupi, e la carità si muterà in odio;

4. finché, crescendo l’iniquità, si odieranno l’un l’altro, si perseguiteranno e si tradiranno, e allora il seduttore del mondo apparirà come figlio di Dio e opererà miracoli e prodigi, e la terra sarà consegnata nelle sue mani, e compirà iniquità quali non avvennero mai dal principio del tempo.

5. E allora la stirpe degli uomini andrà verso il fuoco della prova, e molti saranno scandalizzati e periranno; ma coloro che avranno perseverato nella loro fede saranno salvati da quel giudizio di maledizione.

6. E allora appariranno i segni della verità: primo segno l’apertura nel cielo, quindi il segno del suono di tuba e terzo la resurrezione dei morti;

7. non di tutti, però, ma, come fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui. Allora il mondo vedrà il Signore venire sopra le nubi del cielo.”

LA COMPUNZIONE DEL CUORE: “Non c’è vera libertà né sana letizia, se non nel timore di Dio, congiunto alla retta coscienza. Felice chi può rimuovere da sé ogni inciampo che lo distragga, e può raccogliersi nell’intimità della santa compunzione!”

 

LA COMPUNZIONE DEL CUORE

 

Se vuoi fare qualche progresso nel bene, conservati nel timore di Dio e non voler essere troppo libero; tieni, anzi, a freno tutti i tuoi sensi sotto la disciplina e non abbandonarti alla stolta allegria. Datti alla compunzione del cuore e troverai una vera devozione. La compunzione apre la via a molti beni, che la dissipazione solitamente ci fa perdere in breve. Sarebbe strano che potesse in questa vita abbandonarsi pienamente alla gioia, l’uomo che riflettesse e considerasse la sua condizione d’esule ed i tanti pericoli che incombono sulla sua anima. A causa della leggerezza spirituale e della noncuranza dei nostri difetti, noi non avvertiamo i mali della nostra anima, ma spesso ridiamo scioccamente, mentre a ragione dovremmo piangere. Non c’è vera libertà né sana letizia, se non nel timore di Dio, congiunto alla retta coscienza. Felice chi può rimuovere da sé ogni inciampo che lo distragga, e può raccogliersi nell’intimità della santa compunzione! Felice chi rinunzia a tutto ciò che può macchiare la sua coscienza od appesantirla! Combatti da valoroso: un’abitudine si vince con un’abitudine contraria. Se tu riesci a stare lontano dagli uomini, essi lasceranno volentieri te ai fatti tuoi. Non addossarti le brighe degli altri e non intrometterti nelle faccende dei Superiori. Tieni sempre gli occhi aperti principalmente su di te e correggi particolarmente te stesso, prima di tutte le persone che ti sono care. Se non godi del favore degli uomini, non volerti per questo affliggere, ma la tua pena sia quella di non vivere così bene con tanta cautela, come converrebbe ad un servo di Dio e ad un buon Religioso. Spesso è più utile e più sicuro che l’uomo non abbia molte consolazioni in questa vita, specialmente quelle che lusingano i sensi. Tuttavia, che siamo privi delle consolazioni divine o che ne proviamo piuttosto raramente, la colpa è nostra, perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non rigettiamo del tutto le consolazioni vane del mondo. Riconosciti indegno dei divini conforti e meritevole, invece, di molte tribolazioni. Quando l’uomo è pervaso da una perfetta compunzione, allora il mondo intero gli è gravoso ed amaro. L’uomo virtuoso trova sempre motivi sufficienti per dolersi e per piangere. lnfatti, sia che consideri se stesso, sia che pensi al prossimo, egli sa che nessuno quaggiù vive senza tribolazione. E quanto più rigorosamente si esamina, tanto più profonda è la sua amarezza. Costituiscono materia di giusto dolore e d’interna compunzione i nostri peccati ed i nostri vizi, nei quali siamo tanto avviluppati da poter solo di rado elevarci alla contemplazione delle cose celesti. Se tu pensassi più spesso alla morte che non alla possibilità d’una vita lunga, non c’è dubbio che t’emenderesti con maggiore zelo. Se, inoltre, tu meditassi nel profondo del cuore le pene future dell’Inferno o del Purgatorio, credo che sopporteresti volentieri dolori ed angustie, e non ti spaventerebbe alcuna austerità. Ma, poiché queste verità non ci penetrano fino al fondo del cuore, ed anzi continuiamo ad amare gli allettamenti del mondo, noi restiamo freddi e tanto pigri. Spesso questa miseria spirituale è la causa per la quale il nostro misero corpo tanto facilmente si lagna. Prega, quindi, in umiltà il Signore che ti conceda lo spirito di compunzione, e digli con il Profeta: “Tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza” (Sal 79,6).

(Dal Capitolo ventunesimo dell’ IMITAZIONE DI CRISTO)

 

Non veniamo esauditi per l’abbondanza di parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione delle lacrime” (San Benedetto, Regola)

Parto per la terra santa! Ci risentiamo dopo il 4 Novembre!

 

A tutti quelli che seguono il mio blog un abbraccio!

Parto per la terra Santa dove il nostro Salvatore e Dio Gesù Cristo si è fatto carne ed è morto e risorto per salvarci, per dirci che Dio è Amore e ci ama in modo infinito!

Torno il 4 novembre!

Un saluto!

Andrea Martegani

Santa Gertrude di Helfta la Grande : PERDUTAMENTE INNAMORATA DI CRISTO

 

                                      CRISTO, VITA DELLA MIA VITA

 

“O vita della mia vita, possano gli affetti del mio cuore accesi dalla fiamma del tuo amore, unirmi intimamente a Te. Possa la mia anima essere come morta riguardo a tutto ciò che potrebbe cercare all’infuori di Te.

Tu sei lo splendore di tutti i colori, la dolcezza di tutti i sapori, la fragranza di tutti i profumi, l’incanto di tutte le melodie, la tenerezza dolcissima dei più intimi amplessi. In Te si trova ogni delizia, da Te scaturiscono acque copiose di vita, a Te attira un fascino dolcissimo, per Te l’anima si riempie degli affetti più santi.

Tu sei l’abisso straripante della Divinità, o Re, nobilissimo tra tutti i re, o Sovrano eccelso, o Principe chiarissimo, o Signore mitissimo, o Protettore potentissimo. O Gemma nobilissima di vivificante umanità. O Creatore di tutte le meraviglie.

O Maestro dolcissimo, o Consigliere sapientissimo, o Soccorritore benignissimo, o Amico fedelissimo. Tu unisci in Te tutti gli incanti di un’intima dolcezza. Tu accarezzi con soavità, ami con dolcezza, prediligi con ardore, o Sposo dolcissimo e gelosissimo. Tu sei un fiore primaverile di pura bellezza, o Fratello mio amabilissimo, pieno di grazia e di forza, o Compagno giocondissimo, Ospite liberale e generosissimo.

Io preferisco Te ad ogni creatura,
per Te rinuncio ad ogni piacere, per Te sopporto ogni avversità, non cercando in ogni cosa che la tua lode. Col cuore e con la bocca confesso che Tu sei il Principio di ogni bene…”.

Dalle Rivelazioni, Libro III,  Cap. LXVI

“Sappiate che il vostro peccato vi raggiungerà” (Nm 32,23) -Conseguenze morali dei singoli peccati – Beato John Henry Newman

del 20 marzo 1836

“Sappiate che il vostro peccato vi raggiungerà” (Nm 32,23)

Questo è uno dei passi, negli scritti ispirati, che, pur introdotto in una occasione particolare e con una intenzione limitata, esprime una verità di carattere generale, che ci ap­pare immediatamente andar ben oltre il contesto specifico, e che noi useremo a prescindere da esso. Mosè ammoniva le tribù di Gad e di Ruben, che avevano ricevuto per prime la loro eredità, che se non avessero combattuto a fianco dei loro fratelli per aiutarli a conquistare la loro, il loro peccato li avrebbe raggiunti e visitati. E mentre egli così parlava, lo Spirito Santo, che parlava per mezzo suo, dava alle sue parole un intento ben più ampio, quello dell’edificazione della Chiesa fino alla fine dei tempi. Egli intimava la grande legge del governo divino, alla quale tutti coloro che lo stu­diano danno testimonianza, che cioè un peccato è sempre seguito dalla sua punizione. Non è più certo il susseguirsi della notte al giorno, che il susseguirsi della punizione al peccato. Che il peccato sia grave o lieve, momentaneo o abi­tuale, di malizia o di debolezza, la sua specifica punizione -per quel tanto di esperienza che ne possiamo avere – sembra seguire come una legge di natura, prima o dopo, più legge­ra o più pesante, a seconda dei casi.

Noi cristiani apparteniamo a un ordinamento di grazia, e abbiamo il privilegio di una certa sospensione di questa terribile legge della religione naturale. Il sangue di Cristo, come dice S. Giovanni, è di una tale meravigliosa efficacia da “purificarci da ogni peccato”, da interporsi fra il nostro peccato e la sua punizione, e distruggerlo prima che la punizione ci raggiunga. Questo inestimabile beneficio è applicato alle nostre anime in vari modi, secondo l’inscruta­bile beneplacito divino; e di per sé sostituisce e neutralizza la legge di natura con gli annessi castighi per la disobbe­dienza. Ma per quanto effettivamente ed estensivamente applicato, pure l’esperienza ci assicura che tale beneficio non ci è elargito in modo totale e in tutte le circostanze. Ancora: è un fatto innegabile che i penitenti, per quanto veramente tali, non sono preservati dalle attuali conseguen­ze dei loro peccati passati, siano essi esterni o interni, coin­volgenti la mente, o il corpo, o i beni materiali. Si danno poi casi di cristiani che defezionano e non si pentono. Ci sono ragioni note per dire che quanti.peccano dopo aver ricevuto la grazia, sono, come tali, in una situazione peggiore che se non l’avessero ricevuta. Quindi, per quanto grandi siano i privilegi che abbiamo ricevuto entro l’ordinamento evange­lico, essi non scalfiscono la forza e il serio ammonimento delle parole del testo. È sempre vero, in modi diversi e terri­bili, e più ancora di prima che Cristo morisse, che il nostro peccato ci raggiunge e porta, prima o poi, la sua punizione; proprio come una pietra cade a terra, o il fuoco brucia, o il veleno uccide, per un rapporto di causa ad effetto.

Il testo ci porta a considerare le conseguenze di un singo­lo peccato, come sarebbe stata la violazione del loro impegno per le tribù di Ruben e di Gad; per restringere il tema, par­lerò soltanto delle conseguenze morali. Consideriamo l’in­fluenza che singoli peccati, passati o presenti, possono avere sul nostro attuale carattere agli occhi di Dio; quanto grande possa essere, sarà chiaro dalle riflessioni che seguono.

È naturale cominciare a riflettere sulla probabile influen­za su di noi di peccati commessi nell’infanzia, di cui non ci siamo mai resi pienamente conto o abbiamo del tutto dimenticato. È difficile dire da quando i bambini comincia­no ad essere creature responsabili, e quando non lo sono ancora; né si potrebbe fissare una data, per quanto primor­diale, nella quale certamente non lo sono. Anche la data più tardiva assegnabile è molto all’indietro; e da allora in poi, qualunque cosa facciano – non possiamo dubitare – eserci­terà una influenza di grande peso sul loro carattere. Due linee divergenti si distanziano sempre più, maggiore è la distanza dal punto in comune; in modo simile un’anima destinata all’eternità può essere infinitamente mutata in meglio o in peggio da influenze molto piccole esercitate su di lei all’inizio del suo corso. Una deviazione molto piccola alla partenza può essere la misura della differenza dal ten­dere verso l’inferno o verso il paradiso.

Per dare il debito peso a questa riflessione, dobbiamo ricordare che la mente dei bambini è altamente impressio­nabile, come difficilmente avviene in seguito. Quanto si svolge attorno a loro, sia per la novità o per altra causa, si fissa e si perpetua nella loro immaginazione; giorni o ore per loro sono simili, e possono fare il lavoro di anni. Ciascuno, riandando con il pensiero ai suoi primi anni, può persuadersi di questo; il carattere che la sua infanzia com­plessivamente conserva nella sua memoria è legato a poche circostanze esterne, quasi fuori dal tempo: una certa casa, una visita a un certo luogo, la presenza di certe persone, una certa primavera o estate; circostanze che in un primo momento egli non può credere che siano state così transito­rie, come da riscontro risultano essere state.

D’altro lato, si osservi che noi certamente siamo inconsa­pevoli di molte cose che ci accadono nell’infanzia e nella fanciullezza; mi riferisco alle malattie e alle sofferenze infantili: talora, sul momento, non ne siamo consci; talaltra le dimentichiamo subito dopo. Tuttavia sono di natura seria, e dato che devono avere una causa morale, nota o ignota, devono avere – si pensa – anche un effetto morale; e dato che esse suggeriscono con la loro presenza la possibi­lità che anche altre cose serie avvengano in noi, hanno in più la tendenza naturale a colpirci in un modo o nell’altro. Misterioso com’è il fatto che i bambini e i fanciulli debbano soffrire, non lo è meno il fatto che, quando pervengono all’età della ragione, debbano talmente dimenticarsene da aver difficoltà a crederci, quando si racconta loro di aver tanto sofferto. Ma come le malattie e gli accidenti dell’infan­zia lasciano segni permanenti nel loro corpo, anche se essi non ricordano nulla al proposito, non è stravagante l’idea che atteggiamenti peccaminosi momentaneamente assunti e per sempre in seguito dimenticati, debbano toccare l’anima così da causare quelle differenze morali fra uomo e uomo, che, quale ne sia l’origine, sono troppo evidenti per essere negate. Con questo impressionante pensiero sull’importan­za dei primi anni della nostra vita, quanto è penoso riflette­re che i bambini sono comunemente trattati come se non fossero responsabili, come se poco contasse quello che fanno o sono! Vengono scusati, presi alla leggera, viziati, se non trascurati. Sono posti di fronte a cattivi esempi; si fanno o si dicono di fronte a loro cose che essi capiscono, quando gli altri nemmeno lo sospettano, e le immagazzinano nella loro mente e le traducono nel loro comportamento; e così le tinte indelebili del peccato e dell’errore si imprimono nelle loro anime, e diventano altrettanto realmente parti della lo­ro natura, quanto quel peccato originale nel quale sono nati. Quello che è vero nell’infanzia e nella fanciullezza, in una certa misura vale anche dopo. Benché i nostri primi anni di vita abbiano la caratteristica di essere particolarmen­te suscettibili di ricevere forti impressioni inconsce e presto del tutto dimenticate, pure anche in seguito in momenti particolari, quando la mente è eccitata e distolta dal suo stato ordinario di soggezione alle forme comportamentali abituali, ed è quasi riportata a quelle stato informe originario in cui era più libera di scegliere il bene e il male, anche allora in modo simile subisce quasi inconsciamente impron­te indelebili, come nell’infanzia. Questa è una ragione per cui un tempo di prova diventa spesso una tale crisi nella vita spirituale di un uomo. È un periodo in cui il ferro è rovente e malleabile; uno o due colpi bastano per forgiarlo come un’arma per Dio o per satana. In altri termini, se un uomo è allora preso alla sprovvista, un peccato apparente­mente minimo porta nel tempo più lontano a conseguenze così drammatiche che uno quasi non osa contemplarle. Questo può servire per farci capire la rapidità e l’apparente semplicità della prova che la Scrittura presenta come decisi­va del destino di coloro che vi soccombono; la prova di Saul, ad esempio, o di Esaù. D’altra parte, risultati grandiosi possono conseguire da un atto di obbedienza, come quello di Giuseppe che resiste alla moglie del suo padrone, o di Davide che risparmia la vita di Saul. Simili grandi occasioni, per il bene o per il male, si presentano lungo tutta la vita, ma specialmente in gioventù; e sarebbe bene che i giovani si rendessero conto della loro evenienza e importanza. Ahimè! Che cosa non darebbero in seguito, quando giungono a pentirsi (per non parlare di quel più terrificante momento del futuro Giudizio, quando staranno di fronte a Dio a un passo dal paradiso o dall’inferno) per non aver fatto quello che in un momento di eccitazione hanno fatto! Cosa non darebbero per revocare la presa di posizione blasfema o l’a­zione delittuosa; per essere quello che erano allora e ora non sono più, liberi di servire Dio, liberi dal marchio e dal giogo di satana! Come piangeranno amaramente quel fascino, o delirio, o sofisma, che li ha resi quello che non sarebbero stati se vi si fossero opposti con le armi che Cristo dava loro! Quei peccati singoli o dimenticati che evocavo sono la probabile causa delle strane incoerenze di carattere che spesso incontriamo nella nostra esperienza. Si incontrano di continuo uomini dotati di molte buone qualità, amabili ed eccellenti, eppure, da un altro lato, stranamente corrotti. E non si riesce a smuoverli, o a incontrarsi con loro, ma bisogna lasciarli come si sono trovati. Forse sono deboli o troppo indulgenti verso gli altri; forse sono rudi; forse sono ostinati; forse si sono fissati in qualche idea perversa; forse sono irresoluti e indecisi; sono gravati da una o più taro. E tu te ne lamenti, ma non puoi farci nulla, e sei obbligato a prenderli per quello che sono, e rassegnarti, per quanto lo ne dispiaccia. Gli uomini sono a volte tanto buoni e grandi che uno è portato a esclamare: oh se fossero solo un tantino meglio, un tantino più grandi!

Qui sta tutta la differenza fra l’essere un vero santo di Dio o un cristiano di secondo o terz’ordine. I grandi santi sono pochi. C’è sempre un qualcosa; non dico peccati volon­tari riconosciuti come tali – peccati contro la coscienza (che evidentemente precludono da ogni speranza) – ma una qualche carenza di valutazione e di principio, un certo difet­to nel carattere. Questo è il caso comune persino dei miglio­ri cristiani; non sono ligi fino in fondo, non camminano per­fettamente con Dio. Ed è difficile dire perché. Sono sempre vissuti religiosamente, sono stati tenuti lontano dalle tenta­zioni, hanno avuto buona educazione e istruzione, assolvo­no i loro compiti, sono buoni mariti o mogli, buoni genitori, buoni vicini: pure, a conoscerli bene, c’è in loro qualche grossa incoerenza.

Questa considerazione aiuta a capire il modo strano in cui i difetti di carattere si nascondono nell’uomo. Per anni nessuno si accorge di particolari difetti, di cui nemmeno gli stessi interessati si rendono conto; fino a che non vengono certe circostanze a metterli in luce. A quel punto le persone risultano assai differenti da come si pensavano; per questo motivo è raro riuscire a fare previsioni sulle persone, ed è meglio non osare scommettere nemmeno su se stessi per il futuro. Secondo un proverbio, il potere prova l’uomo; ma altrettanto fanno le ricchezze, e così fanno vari mutamenti di situazione. Ci rendiamo conto che dopo tutto non conosciamo le persone, anche se abbiamo avuto a che fare con loro per anni. Rimaniamo delusi e a volte scossi, come di fronte ad un cambio di identità; mentre forse non è altro che il venire alla luce di peccati commessi già molto prima che li incontrassimo per la prima volta.

Ancora: singoli peccati, lasciati correre, sono spesso la causa nascosta di altri difetti di carattere, che stanno più dalla parte dei sintomi che della radice del male. Questo è generalmente riconosciuto a proposito del temperamento scettico, refrattario ai ragionamenti, la cui radice affonda in abitudini viziose, con cui però i colpevoli affermano stre­nuamente di non aver nulla a che fare, in quanto relative all’agire pratico e senza alcuna influenza sulla loro ragione e le loro opinioni. E lo stesso è probabilmente vero in altri casi; debolezza di mente, modi effeminati e falsa raffinatez­za possono a volte essere il risultato dell’indulgere in pen­sieri impuri; le distrazioni nella preghiera possono avere qualche recondito legame con la superbia; l’irascibilità può derivare il suo potere su di noi dall’indulgenza, pur non eccessiva, nel mangiare e bere. Non intendo affermare fra questi diversi peccati uno stretto rapporto di causa ed effet­to, ma semplicemente una connessione che spesso di fatto si verifica, comunque la si possa spiegare.

Ora passerò a considerare l’esistenza di singoli peccati e la situazione delle persone che ne soffrono secondo un altro punto di vista. Ci sono poche persone – se non nessuno – che siano immuni da una qualche tentazione particolarmente ri­corrente, da una qualche debolezza, da un qualche peccato; la prova sta nel resistere e reagire. Una persona può essere complessivamente molto religiosa, tranne che per quell’uni­co punto debole; e quell’unica debolezza assecondata può causare i più spaventosi effetti nel suo spirito, sia in se stes­so che agli occhi di Dio, senza che la persona se ne renda conto. Prendiamo il caso di una persona incapace di perdonare e di vincere i propri risentimenti. Ciononostante, può avere molte doti positive, visuali elevate, principi ben radicati, molti meriti, grande dedizione al servizio di Dio, grande fede, grande santità. Posso immaginare che tale per­sona tenderà molto a reprimere e a emarginare dalle sue convinzioni la coscienza di nutrire quel segreto peccato che richiamavo, proprio perché convinta della propria integrità e del proprio spirito di dedizione verso tutti gli altri suoi doveri. Ci sono invece peccati che, una volta commessi, pro­vocano una tale angoscia e un tale turbamento, da allarmare la mente al di là della loro stessa nefandezza e intrinseca odiosità. Non dobbiamo evidentemente mai sottovalutare l’estrema miseria e colpevolezza dei pensieri cattivi, sui quali i giovani spesso indugiano; tuttavia in seguito essi riempiono di rimorso la persona e la spingono al pentimen­to, e fino a che il pentimento non giunge, la gravano, cosic­ché non trova requie o contentezza. Non può attendere ai suoi doveri ordinari come prima; e, mentre tutto questo è avvertito, per quanto gravi essi siano, non colpiscono di nascosto, ma in un certo senso contrastano i loro stessi effet­ti. Ma diverso è il caso della cupidigia, della presunzione, dell’ambizione, o del risentimento, che è il particolare pec­cato di cui sto parlando. Può trovare diecimila attenuanti; può assumere nomi falsi; può affiorare alla coscienza di un individuo solo di tanto in tanto, per un attimo, come uno scrupolo che subito scompare; null’altro. La trafittura è stata di un attimo, mentre ad occupare stabilmente la sua mente sono la disinvoltura, la soddisfazione e l’armonia, che le provengono dall’esatto adempimento dei suoi doveri gene­rali. Quali che essi siano, questa coscienza è in lui. Egli è onesto, giusto, temperante, mortificato; è socievole, ed è forse mite e modesto, senza pretese e bonario. All’occor­renza è fermo, ha idee chiare in materia di principi, è zelan­te nel comportamento, è privo di secondi fini. Entra nella Casa di Dio, e il suo cuore risponde a tutto ciò che egli vede e sente. Ha l’impressione di poter dire: “Oh Dio, tu mi vedi!” – come se non avesse alcun peccato nel suo cuore. Prega calmo e serio come sempre, si sente come sempre; il suo cuore è rapito dal racconto evangelico, o dai salmi di Davide. È consapevole di non appartenere a questo mondo. È umilmente fiducioso che non vi sia nulla al mondo che (grazie a Dio) possa separarlo dall’amore di Dio e di Cristo. Non vedete come la sua immaginazione è trascinata da tutto questo? Egli è fondamentalmente quello che pensa di essere; egli si pensa devoto a Dio in ogni servizio attivo, in ogni pensiero segreto; e così egli è. Non si sbaglia a pensare così; ma nonostante tutto questo, egli ha un grosso difetto in un’altra direzione – un difetto nascosto. Dimentica che, nonostante tutta questa consonanza fra tutto l’interno e tutto l’esterno per ventitré ore al giorno, vi è un tasto che di tanto in tanto stride nella sua mente – una corda fuori tono. Qualcuno gli ha fatto torto o ha offeso il suo onore, e ogni giorno, ogni settimana, alcuni minuti sono riservati a pensieri foschi, implacabili, che inizialmente gli erano anche apparsi quello che erano, cioè peccato, ma che egli ha imparato gradualmente a scusare, anzi a giustificare sulla base di altri principi, a riferire ad altri motivi, a giustificare per motivi di religione o altro. Salomone dice: “Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere: così fa un po’ di follia per chi è in reputazione di sapienza e onore”. (Qo 10,1) Ahimè! Chi può pretendere di stimare l’effetto di una tale trasgressione apparentemente lieve nella situazione spirituale di ognuno di noi? Chi può pretendere di dire quale ne sia l’effetto agli occhi di Dio? Che cosa ne penseranno gli angeli? Che penserà il nostro angelo custode, che ci è stato assegnato, che ha vegliato su di noi, ed è stato nostro amico fin dall’infanzia? Che penserà egli, che si rallegrò al vedere come crescevamo con la grazia di Dio, ma che ora è costretto a temere per noi? Ahimè! Quale sarà la reale condizione del nostro cuore? I corpi conservano per qualche tempo il calore dopo la morte. E chi può dire altro, se non che un’anima in una se esteriormente lo conserva, e sopravvive fino all’e­saurimento di quel piccolo tesoro di forza e di vita che si è depositato in lui? Anzi, sappiamo che è così, se il peccato è stato deliberato e volontario; perché la parola della Scrittura ci assicura che un tale peccato ci esclude dalla presenza di Dio, e blocca i canali attraverso i quali egli ci dona la grazia.

Considerate anche quale triste avvilimento può essere inflitto all’intera Chiesa da una tale causa. Le intercessioni dei santi sono la vita della Chiesa. Le elemosine e le buone opere, le preghiere e i digiuni, la purezza, la coscienziosità, la devozione di tutti i veri credenti, grandi e piccoli, sono la nostra salvezza e protezione. Quando satana vuole colpirla in uno dei suoi rami, egli comincia senza dubbio col cercare di privarla di ciò in cui sta la sua forza. Egli guadagna qual­cosa ogni qual volta può irretire le persone religiose in qual­che peccato deliberato, quando egli può eccitare il loro orgo­glio, accendere il loro risentimento, adescare la loro cupidigia, o alimentare speranze ambiziose. Un peccato gli basta: il suo lavoro è fatto, quando può mettere un solo ostacolo sul loro percorso; lì lo lascia, é se ne va soddisfatto. E si os­servi che questo vale sia per gli individui che per la Chiesa in un certo tempo. Per quanto ne sappiamo, nel momento che stiamo vivendo, satana può essere riuscito a contagiarci tutti assieme con un peccato che sta agendo per la nostra distruzione, nonostante tutti i punti positivi che al di là di quello possiamo avere. L’amore per le buone cose del mondo, ad esempio, può essere sufficiente per guastare molte grazie. Quanto agli individui, il caso di Acan è emble­matico, come ben ricorderete. Il suo peccato – di aver sot­tratto dal bottino un bel mantello di Sennar e una certa quantità d’oro e argento – attirò la sconfitta sulle forze di Israele, e quindi la morte per sé, per i suoi figli e figlie. (Cf. Gs 7)

Guardiamoci dal pensare che la provvidenza di Dio sia materialmente diversa ora, perché non ci è dato di vederla. La principale differenza fra il suo modo di trattare con i giu­dei e con i cristiani è solo questa: che verso i primi assume­va forme visibili mentre verso i secondi forme non visibili. Noi non vediamo gli effetti della sua ira ora, come allora, ma essi sono altrettanto reali e più terribili, in quanto pro­porzionati alla grandezza dei privilegi abusati.

Può essere considerato un altro esempio di disobbedien­za ristretta ad un solo particolare, che si accompagna in pari tempo con molta eccellenza per altri aspetti: il caso del distacco dalla Chiesa. Quando incontriamo persone che hanno defezionato dalla Chiesa, o che si oppongono attiva­mente ad essa, o che respingono parte delle sue dottrine, può talora avvenire di riscontrare tanta presenza di buoni principi e di giusta condotta in esse, da farci rimanere per­plessi, e da indurci a chiederci se le loro opinioni possano essere davvero sbagliate, o se per questo esse ne siano dan­neggiate. Si osservi che sto parlando di coloro che si oppon­gono alla verità, quando avrebbero avuto modo di capire meglio. Ancora, non vorrei che dimenticaste che i doni più alti della grazia sono del tutto invisibili, come anche le punizioni. Ma parliamo di ciò che si vede in coloro che deli­beratamente si oppongono alla Chiesa. Dico che è probabile che la nostra immaginazione sia colpita da ciò che appare in essi di fede e santità; ancor più ciò può avvenire nell’imma­ginazione delle persone stesse, che spesso non hanno alcun dubbio quanto ad essere nella grazia di Dio. Mi riferisco a quanti, nella loro separazione dalla Chiesa, risultano ribelli a Dio; non possiamo sapere chi siano, e non siamo quindi assolutamente in grado di esprimere giudizi su alcuno. Tuttavia vorrei che tutti coloro che vengono a trovarsi assie­me a persone che, essendo separatiste, potrebbero essere ribelli a Dio, tenessero a mente questo: che la loro apparente santità e religiosità, per quanto grandi , non provano che esse siano realmente sante e religiose, nel caso avessero quest’unico peccato segreto a loro carico nel libro del cielo. Avviene per loro, per analogia, la stessa cosa che accade a un uomo che può essere in buona salute, aver le braccia e le mani sue proprie, la testa a posto, la mente attiva, eppure avere un organo ammalato, di un’affezione che non appare immediatamente, ma rimane latente, ed è tuttavia mortale, tale da portare a distanza di tempo a morte certa. Come nell’esempio che portavo, una persona può essere retta e nobil­mente ispirata, priva di doppi fini e fortemente determina­ta, garbata e gentile, mortificata e caritatevole, e tuttavia può coltivare sentimenti di vendetta verso un certo indivi­duo, e così dimostrare che il suo cuore è mosso da un qual­che altro principio che non è l’amore di Dio; la stessa cosa può accadere con persone che sembrano buone, e capriccio­samente lasciano la Chiesa. I loro meriti religiosi, quali che siano, non sono loro realmente utili contro questo o qualsia­si altro peccato di ribellione.

Per concludere. Ho suggerito soltanto uno o due pensieri su un tema alquanto ampio; con la grazia di Dio vi potranno essere utili. Saranno utili se ci condurranno a temere di noi stessi. “Chi può comprendere i propri errori?”, dice il santo Davide. “Purificami, Signore, dalla mie colpe nascoste”. Quanto è terribile quel versetto che dice: “il vostro peccato vi raggiungerà”! Chi può cimentarsi a dire per se stesso quali peccati di ribellione abbia commesso e quando li abbia compiuti? Chi può dire quanto spesso si ripetono, e, se cosi, quanto continuo diventi il suo scivolare dalla grazia? Quanto ci è necessario purificarci ed emendarci ogni giorno! Quanto ci è necessario accostarci a Dio in fede e penitenza per cercare da lui la misura di perdono, di fiducia, di forza, che egli vorrà accordarci! Quanto ci è necessario persistere alla sua presenza, rimanere all’ombra del suo trono, per usare di tutti i mezzi ed espedienti che egli ci consente, per essere saldi nei suoi ordinamenti, zelanti nei suoi precetti, per non trovarci privi di protezione e impotenti quando egli verrà a visitare la terra!

Ancora, quale costante preghiera dobbiamo offrirgli perché egli sia misericordioso con noi nel giorno terribile del Giudizio! Sarà davvero un momento terribile, quando saremo di fronte a lui sotto lo sguardo di uomini e angeli per essere giudicati secondo le nostre opere! Sarà terribile per noi e per tutti i nostri amici. Allora il giorno della grazia sarà tramontato; le preghiere non saranno utili, quando i libri saranno aperti. Preghiamo per noi e gli uni per gli altri finché dura l’oggi. Preghiamo Cristo per i meriti della sua croce e passione, di aver misericordia per noi, per tutti quel­li che amiamo, per tutta la Chiesa; di perdonarci, di rivelarci i nostri peccati, di donarci pentimento e cambiamento di vita, di donarci grazia attuale, e di concederci, secondo la ricchezza del suo amore, felicità futura nel suo regno eterno.

Beato John Henry Newman, Sermoni Parrocchiali, IV, 3

Trad. italiana da: John Henry Newman. Sermoni sulla Chiesa. Conferenze sulla dottrina della giustificazione. Sermoni penitenziali. Trad. a cura di L. Chitarin, ESD, Bologna 2004, pp. 785-797.

 

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