Vincere il vizio della masturbazione!!!

FONTE: http://www.courageitalia.it/risorse/messa-in-pratica/vivere-nella-verita/vincere-labitudine-alla-masturbazione/

Vincere il vizio della masturbazione!!!

Padre Harvey, direttore e fondatore di Courage, scomparso nel 2011, presenta qui un saggio dal titolo: il problema pastorale della masturbazione. Questo articolo consente di comprendere le cause fondamentali di questo vizio e i relativi problemi.

Contenuto

1. Introduzione

2. Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

3. Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

4. L’immoralità dell’attività masturbatoria

5. Considerazioni sulla responsabilità personale del masturbatore

6. La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

7. Distinzione tra comportamento passato e presente

8. Un’autobiografia in cinque brevi capitoli

9. Approcci pastorali alla masturbazione

10. Alcune direttive spirituali

11. La masturbazione nei coniugati

12. La masturbazione nei seminaristi

13. La masturbazione nei sacerdoti e nei religiosi

14. La masturbazione nelle suore

15. Omosessualità e masturbazione

16. Senso di colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

17. La differenza tra vergogna e colpa

18. Qualche altro suggerimento per vincere il vizio della masturbazione

19. Counseling pastorale degli adolescenti

20. Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

21. Conclusione

22. Riferimenti

p. John F. Harvey, OSFS

1918 – 2010

“…molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.”

Il problema pastorale della masturbazione

di

John F. Harvey, OSFS

Introduzione

Visto che esistono già diversi trattati sulla masturbazione, ci si potrebbe chiedere come mai un altro teologo senta il bisogno di scrivere su quest’argomento. Non c’è forse presunzione nel credere di avere qualcosa di nuovo da dire su un problema atavico che interessa da sempre uomini e donne? La risposta è che c’è certamente dell’altro da comunicare al riguardo: ad esempio, la reazione al nuovo modo di pensare, così come l’esperienza personale di consigliere per persone alle prese con l’abitudine dell’autoerotismo. In quest’impresa, ho acquisito una visione nuova sulla psicologia della masturbazione studiando la dipendenza sessuale, di cui tale vizio è un ottimo esempio.

Sono anche rimasto colpito dall’esperienza di gruppi di supporto spirituale come Sexaholics Anonymous (SA), Sex and Love Addicts Anonymous (SLAA), Homosexuals Anonymous (HA) e Courage, che affrontano seriamente questo vizio. Si tratta di un cambiamento positivo rispetto alla teologia di Ann Landers, secondo cui la masturbazione può essere una forma di terapia.

Un altro motivo per cui provo a scrivere sull’argomento è che molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.

Notate che io parlo di una tendenza (più precisamente di una tendenza disordinata). Molte persone, in maniera diversa, hanno acquisito il controllo di tale tendenza grazie a un programma spirituale. Altre, invece, si trovano a combattere nel buio totale, ed è per loro che scrivo. Inizierò con una definizione di masturbazione, per poi esporre alcune considerazioni psicologiche. Quindi passerò ad esaminare la dottrina del magistero su questo tema. Concluderò con alcuni suggerimenti pastorali per un programma di aiuto alle persone che cercano di superare un problema cronico.

Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

La masturbazione è chiamata, a volte, auto-abuso o onanismo e, nei libri di testo secolari, “autogratificazione.” Quando la stimolazione psichica avviene durante il sonno, è detta polluzione notturna. Padre Benedict Groeschel utilizza il termine masturbazione per indicare delle azioni che avvengono nel sonno o nel dormiveglia, o le azioni dei bambini e il comportamento sessuale dei giovani adolescenti, mentre riserva il termine autoerotismo per l’attività di adolescenti più grandi e degli adulti “che per una serie di motivi sono spinti al ripiegamento su se stessi e trovano un sostituto alla vita reale in questo comportamento simbolico e intensamente frustrante”1. Nel classico articolo sulla teologia della masturbazione, padre Jos. Farraher, S.J., definisce quest’atto “l’autostimolazione degli organi sessuali esterni fino a raggiungere il punto di climax o l’orgasmo, praticata con movimenti della mano o altri contatti fisici, con immagini sessualmente stimolanti, l’immaginazione (masturbazione psichica) o mediante una combinazione di stimolazione fisica e psichica”.2 In un senso più ampio, questo include la masturbazione reciproca in cui le persone si toccano reciprocamente gli organi genitali.

Ma forse la descrizione più incisiva del vizio della masturbazione è contenuta in una lettera di C.S. Lewis, citato da Leanne Payne in The Broken Image: “Per me, il vero male della masturbazione è il fatto che richiede un appetito che, se legittimamente assecondato, porta l’individuo fuori dal proprio sé per realizzare (e correggere) la propria personalità in quella di un altro (e quindi nei figli e anche nei nipoti), facendolo tornare indietro, rinviandolo nella prigione di se stesso, per mantenere un harem di spose immaginarie. Questo harem, una volta ammesso, si oppone alla possibilità di uscire dal proprio sé e unirsi con una donna vera. Ciò avviene perché l’harem è sempre accessibile, sempre sottomesso, non richiede nessun sacrificio o adattamento e può essere dotato di attrattive erotiche e psicologiche con cui nessuna donna reale può rivaleggiare”.3 Tale citazione può essere applicata sia alle donne che agli uomini, in quanto esprime il significato della masturbazione come fuga personale dalla realtà verso la prigione della lussuria.

Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

La masturbazione è un fenomeno complesso. Nel 1974 la Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica ha sottolineato che una delle cause della masturbazione è lo squilibrio sessuale e che in materia di istruzione “l’azione pedagogica dovrà essere orientata più su queste cause che sulla repressione diretta del fenomeno”.4 In effetti, come vedremo, sono molti i fattori implicati nel termine “squilibrio sessuale”.

Si tratta di un approccio saggio. Non si può comprendere perché una persona sia oppressa da questo vizio senza conoscere qualcosa del suo passato. Ascoltando le persone, si vede come la solitudine costituisca un fattore scatenante che porta l’individuo all’isolamento, alla fantasia e alla masturbazione. La solitudine si accompagna di solito a sentimenti di profondo disprezzo di se stessi e di rabbia. Quando la realtà è dura e ostile, la persona si rivolge alla fantasia e quando si passa molto tempo in un mondo di fantasia, si diventa schiavi di oggetti sessuali (perché questo è il modo in cui si vedono le altre persone, come oggetti).

In seguito si rifugerà nel mondo irreale ma piacevole della sua immaginazione. Questo è l’inizio della dipendenza sessuale, così ben descritto da Patrick Carnes.5

Molto spesso il vizio della masturbazione diventa compulsivo, cioè la persona non è in grado di controllare l’attività masturbatoria, nonostante i grandi sforzi profusi. Di solito si tratta di un soggetto non pienamente cosciente della sua situazione e che ha bisogno sia di terapia che di direzione spirituale.

A volte, tuttavia, il vizio della masturbazione è temporaneo e legato alle circostanze. Per esempio, quando un individuo si allontana da un dato contesto, la tendenza a masturbarsi scompare. In una data situazione, una suora venticinquenne era circondata da anziane religiose con le quali non vi era alcuna vera comunicazione, mentre in un altro contesto stava lavorando insieme a religiose della sua età. Si è immediatamente resa conto di essere isolata e sola nel primo gruppo e coinvolta in relazioni reali nel secondo. Si potrebbero fare molti altri esempi in cui l’attività masturbatoria è sintomatica di altre forze sottostanti alla vita della persona.

Questi sintomi, così vari in termini di età, circostanze esterne di vita e disposizioni interne, saranno descritti e valutati nella sezione pastorale di questo saggio. Per il momento basti dire che il primo passo che il sacerdote o il consigliere spirituale dovrebbe fare è ascoltare con attenzione chi richiede il suo aiuto, mentre racconta la propria storia. Ovviamente, questo andrebbe fatto quando non ci sono lunghe file fuori del confessionale, preferibilmente in una sala riunioni della parrocchia, solo quando il consigliere percepisce che chi chiede aiuto lo fa di propria spontanea volontà ed ha assoluto bisogno di una guida spirituale. Detto questo, mi soffermerò ora sull’immoralità degli atti masturbatori e del vizio, per poi ritornare sui fattori psicologici trattando i singoli casi.

L’immoralità dell’attività masturbatoria

La dichiarazione Persona Humana su alcune questioni di etica sessuale dice che la dottrina tradizionale, secondo la quale la masturbazione costituisce un grave disordine morale, “spesso, oggi si mette in dubbio o si nega espressamente”.6 Un noto libro di testo universitario, ad esempio, sottolinea come la constatazione della situazione di fatto abbia cambiato l’atteggiamento di molti sulla questione della masturbazione, mettendo i moralisti nella scomoda posizione di ritenere che “praticamente tutti i maschi siano colpevoli di peccato mortale”.7 Gli autori hanno ovviamente ignorato la distinzione tra gravità oggettiva e colpa soggettiva. Nella loro rassegna di pareri sull’aspetto morale della masturbazione, gli autori di Human Sexuality fanno riferimento ad un consenso emergente che vede la malizia morale della masturbazione come una “inversione sostanziale in un ordine di grande importanza”.8

Gli stessi aggiungono, correttamente, che in tutta la tradizione cristiana ogni atto di masturbazione era considerato come male grave e intrinseco e, se effettuato con piena consapevolezza e consenso, peccato mortale. Due studi più recenti forniscono al lettore il contesto storico relativo alla tradizione cristiana sull’immoralità della masturbazione. Il primo è uno studio storico di Giovanni Cappelli sul problema della masturbazione durante il primo millennio.

Tra le sue conclusioni: (1) In nessuna parte dell’Antico o Nuovo Testamento viene affrontata esplicitamente la questione della masturbazione. (2) Negli scritti dei Padri Apostolici non si trova alcuna menzione della masturbazione. (3) I primi riferimenti espliciti alla masturbazione si trovano nei “penitenziali” anglosassoni e celti del VI secolo, in cui l’argomento viene trattato sotto il profilo pratico e giuridico. (4) Sarebbe sbagliato, tuttavia, interpretare il silenzio dei Padri sulla masturbazione come tacita approvazione o potenziale indifferenza. I principi che hanno sviluppato in materia di etica sessuale ed il loro atteggiamento generale avrebbero potuto facilmente portare ad una condanna della masturbazione. Non sappiamo perché ciò non sia avvenuto, probabilmente lo si deve al fatto che i primi scrittori cristiani erano principalmente interessati ai peccati sessuali derivanti da rapporti interpersonali.9

Il secondo studio riguarda le norme relative e assolute della morale sessuale in san Paolo. William E. May, analizzando l’interpretazione data da Silverio Zedda sul concetto di corpo-persona in san Paolo, sostiene che Zedda non trova un riferimento esplicito al vizio dell’autoerotismo. “Ma la condanna dello stesso (peccato) può dedursi indirettamente dall’insegnamento di san Paolo, prendendo come punto di partenza i testi in cui condanna in generale le passioni malvagie e in cui i teologi morali trovano condannato anche il vizio solitario… In modo analogo si può considerare l’autoerotismo come un elemento nella condizione in cui si trovano coloro che non sono sposati, ai quali san Paolo suggerisce il matrimonio: “ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare.” (I Cor. 7:9).10 Secondo Zedda, anche in Gal. 5:23, 2 Cor. 7:1; e I Tess. 4:4 sarebbe contenuta un’implicita condanna della masturbazione.

Tuttavia, gli autori di Human Sexuality affermano che la diffusione della masturbazione, in particolare tra i maschi, rende difficile, per i moralisti, continuare a sostenere la posizione tradizionale, che sembra in stridente conflitto con il senso comune. Tali moralisti minimizzano la questione della gravità oggettiva dell’atto, rifugiandosi nell’opinione che in molti casi, a livello pastorale, la mancanza di piena consapevolezza e di completa libertà fanno sì che tali atti non costituiscano peccato mortale. Tuttavia Padre Farraher, basandosi sull’insegnamento costante della Chiesa, conclude in modo deciso che la masturbazione costituisce una grave violazione dell’ordine morale, se si è pienamente consapevoli della malizia dell’atto e lo si compie. È un atto gravemente disordinato e peccaminoso dal momento che non soddisfa le finalità di unione e procreazione a cui è destinato l’atto coniugale.11

Farraher sottolinea inoltre che la stimolazione sessuale da parte di una coppia sposata è moralmente lecita se porta a naturali rapporti vaginali o completa l’atto coniugale.12 Farraher è molto preciso su ciò che costituisce malizia grave nella masturbazione quando scrive: “Perché un individuo sia formalmente colpevole di un peccato mortale di masturbazione, il suo atto deve costituire una scelta pienamente consapevole di ciò che lui comprende essere gravemente peccaminoso”.13 Tale atto, se commesso non con piena consapevolezza o con il consenso parziale della volontà, costituirà un peccato veniale e “se non c’è libera scelta della volontà, non vi è alcuna colpa del peccato, anche se la persona si rende conto di ciò che sta facendo”.14 Farraher sostiene inoltre che non vi sia alcun peccato anche quando un individuo preveda che la stimolazione sessuale e l’orgasmo saranno la conseguenza di una certa azione che è libero di eseguire, a condizione che non si prefigga tale stimolazione, ma la permetta soltanto ed abbia una ragione sufficientemente valida per agire in tal modo. (Si tratta semplicemente di un’applicazione del principio del duplice effetto).15 Farraher corregge l’equivoco comune in molti cattolici, che pensano di aver commesso peccato mortale se provano uno stimolo sessuale, sebbene indesiderato.16 Nell’attuale generazione, però, non credo che siano in tanti a soffrire di questo senso di colpa; semmai, molti sono sorpresi di apprendere che la masturbazione è peccato. È necessario, quindi, spiegare ai fedeli le puntuali distinzioni di Farraher, in modo da evitare l’inquietudine di coscienza da un lato e il lassismo incurante, dall’altro.

Come nella questione del controllo delle nascite, anche in quella della masturbazione si è notato un allontanamento dall’insegnamento ufficiale della Chiesa quando, nel 1966, Padre Charles Curran ha sostenuto che ogni atto di masturbazione non dev’essere considerato di per sé un disordine “sempre e necessariamente grave”.17 La posizione di Curran, commentata dagli autori di Human Sexuality, viene interpretata come un significativo passo avanti teologico: essa non dice che la masturbazione non è peccato, o che non può comportare un peccato grave; ma solo che “non tutti gli atti di masturbazione commessi deliberatamente abbiano quella base di gravità che è necessaria per un peccato mortale”.18 La posizione di Curran – comunque – e quella degli autori di Human Sexuality è contraddetta direttamente dalla dichiarazione vaticana sull’etica sessuale, a cui ho già fatto riferimento. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, quindi, ribadisce l’insegnamento costante della Chiesa sull’immoralità oggettivamente grave della masturbazione, definendola “un atto intrinsecamente e gravemente disordinato”.19

Gli argomenti a favore della posizione della Chiesa e la risposta dei moralisti cattolici alle principali obiezioni contro questo insegnamento sono riassunti in Catholic Sexual Ethics.20 Vorrei estrapolare alcune delle considerazioni ivi espresse.

(1) Pur ammettendo che alcuni testi citati come condannanti la masturbazione possano avere un’altra interpretazione (Gen. 38:8-10, 1 Cor. 6:9;. Rm 1:24), la Sacra Scrittura include nella sua condanna un uso irresponsabile del sesso, che riguarderebbe certamente la masturbazione. Secondo quanto dichiarato dal Vaticano, anche se la Scrittura non condanna in modo esplicito questo peccato, “la tradizione della Chiesa ha giustamente compreso che esso viene condannato nel Nuovo Testamento, laddove si parla di «impurità», di «impudicizia», o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza”.21

(2) Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono all’obiezione secondo cui la condanna della masturbazione sarebbe una forma di manicheismo e stoicismo. Al contrario, coloro che accettano la masturbazione non possono considerare il proprio corpo e le attività sessuali come parte integrante di se stessi, in quanto questi atti non soddisfano le qualità umane fondamentali della donazione reciproca e della procreazione. Tali atti utilizzano il corpo come strumento di piacere e sono in realtà forme di dualismo, il che, in questo contesto, significa che il corpo diventa un oggetto di piacere per l’anima.22

Ancora una volta, questo insegnamento non si basa sulla premessa stoica secondo cui l’unico scopo del rapporto sessuale è la procreazione. La costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, sezioni 47-52, così come Humanae Vitae23, affermano chiaramente che il rapporto sessuale nel matrimonio ha altre finalità, tra cui l’espressione dell’amore reciproco. Al contrario, la masturbazione non serve nessuno dei grandi beni del matrimonio, rimanendo un atto solitario.

Catholic Sexual Ethics risponde anche all’obiezione secondo cui la masturbazione non sarebbe un grave disordine morale in determinate circostanze, tra le quali la masturbazione adolescenziale. La risposta è che la Chiesa ha sempre riconosciuto che le circostanze variano da caso a caso e che ci sono diversi gradi di responsabilità a seconda dei tipi di masturbazione. Ma al di là di tutto, la Chiesa sostiene che l’atto della masturbazione resta OGGETTIVAMENTE GRAVE e, giustamente, distingue tra gravità oggettiva dell’atto masturbatorio e responsabilità personale dell’agente. Quest’importante distinzione, elaborata da Farraher, ci permette di mantenere la posizione tradizionale, lasciando indenni una serie di circostanze attenuanti che diminuiscono il senso di colpa personale del masturbatore, a condizione che egli sia disposto a fare tutto il necessario per superare la cattiva abitudine o, in alcuni casi, la compulsione.

Nella mia esperienza pastorale di 47 anni devo ancora incontrare un penitente che non voglia liberarsi dal vizio della masturbazione o che continui a masturbarsi per sua scelta. Molto probabilmente, chi perdura deliberatamente nel vizio, o non va proprio a confessarlo, o non lo confessa perché ha subito un lavaggio del cervello che gli ha fatto credere che la masturbazione non è peccato o è, al massimo, un peccato veniale che non occorre confessare.

Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono anche alla tesi di Charles Curran, secondo cui un singolo atto di masturbazione non è da ritenersi un peccato grave, mentre può esserlo solo una pratica prolungata di tale comportamento. L’errore di questa tesi è non tenere conto che la vera responsabilità sta nella scelta libera dell’atto, non nello schema di comportamento, che è in realtà la conseguenza di una serie di atti liberamente scelti. La nostra personalità morale, o il carattere, è formata da questi atti e una conversione, se deve avvenire, inizia con un atto di libera scelta. Così insegna sant’Agostino nelle Confessioni.24

In pratica, gli autori secondo i quali la masturbazione non sarebbe un problema grave sono rimasti impressionati da studi statistici che dimostrano che la maggior parte dei ragazzi ed un’alta percentuale delle ragazze adolescenti ricorrono all’autoerotismo. Questi studi non descrivono la frequenza della masturbazione o lo stato di coscienza del masturbatore e non prendono in considerazione l’attuale fenomeno dei gruppi di sostegno spirituale per superare le dipendenze sessuali, come Sexaholics Anonymous25 e Sex and Love Addicts Anonymous.26 Entrambi i gruppi trattano la masturbazione compulsiva come una dipendenza sessuale da superare attraverso la pratica dei Dodici Passi adattati a problemi sessuali.

La tesi di Curran è contestabile anche da un punto di vista pastorale. In pratica, non si ha a che fare con persone coinvolte in un unico atto di masturbazione. Qualunque sia l’età della persona, si ha a che fare con atti ripetuti, con un vizio o una compulsione. Né la tesi di Curran tiene conto del fatto che un atto impuro commesso deliberatamente tende a ripetersi, portando alla formazione di una cattiva abitudine che può alla fine divenire una compulsione sessuale, vale a dire, un modello comportamentale dell’attività sessuale sul quale la persona non ha alcun vero controllo, nonostante i suoi sforzi compiuti in tal senso. La questione morale è se una persona possa essere ritenuta responsabile di aver compiuto consapevolmente il primo passo verso una cattiva abitudine. Non siamo seriamente obbligati ad evitare l’insorgere di un tale vizio? O, ancora, se un unico atto impuro deliberato non costituisce una grave violazione dell’ordine morale, cosa impedisce ad una persona di cadere nel vizio? Molto probabilmente non cercherà di evitare l’atto e cadrà facilmente nel vizio, che in determinate circostanze può diventare compulsivo. Questi sono problemi pastorali che Curran non affronta.

Considerazioni circa la responsabilità personale del masturbatore

A livello pastorale, si deve distinguere fra masturbatore abituale e masturbatore compulsivo. Per definizione, il masturbatore abituale ha ancora il controllo sul suo comportamento, si astiene dagli atti di autoerotismo per lunghi periodi di tempo e vi ricade per brevi fasi. Può usare la masturbazione come sostituto di un rapporto sessuale, perché non c’è nessuna donna disponibile (in carcere), perché ha divorziato, non si è mai sposato o perché ha paura dell’AIDS. Egli è in grado, tuttavia, di sospendere l’abitudine ogni volta che è motivato a farlo, di solito per motivi religiosi. La maggior parte dei motivi suindicati valgono anche a una donna che scivola nel vizio della masturbazione. La solitudine e la depressione sono fattori potenti sia per gli uomini che per le donne. In alcuni casi, tuttavia, la persona supera il confine tra il vizio e la compulsione, vale a dire, si ritrova a masturbarsi molto spesso, nonostante il ricorso ai consueti rimedi preventivi. Questo sarà probabilmente un caso di dipendenza sessuale.

La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

Consulenti pastorali e confessori conoscono persone che si masturbano ogni giorno nonostante il loro desiderio di liberarsi dalla compulsione. Questi individui convivono con il senso di colpa e la vergogna, non sono soddisfatti del colloquio con il consulente, che cerca di consolarli escludendo ogni colpa grave dal loro atto, perché sulla masturbazione non avrebbero alcun controllo. Vogliono sapere cosa possono fare per riprendere il dominio sugli impulsi sessuali. Come prima cosa, allora, il consigliere potrà studiare le dipendenze sessuali e apprendere i possibili rimedi per aiutare il masturbatore compulsivo.

La dipendenza sessuale può essere definita una pseudo-relazione con una un’esperienza sessuale che altera la mente con effetti distruttivi su di sé e, in alcuni casi, anche sugli altri.27 Come spiega Patrick Carnes, “il soggetto alle prese con la dipendenza mette, al posto di un sano rapporto con gli altri, una relazione malata con un evento o un processo. Il rapporto di tale soggetto con una ‘esperienza’ che muta lo stato d’animo diventa centrale nella sua vita”.28

Carnes sottolinea come la gente tenda a confondere la dipendenza sessuale con un’attività sessuale che dà piacere o è frequente. La differenza è che la gente comune può imparare a moderare il proprio comportamento sessuale, mentre il soggetto alle prese con la dipendenza non può farlo. Ha perso la capacità di dire “no”, perché il suo comportamento rientra in un ciclo di pensieri, sentimenti e azioni che non può controllare. Invece di godere del sesso come fonte di auto-affermazione e di piacere nel matrimonio, il soggetto con tale dipendenza lo userà come sollievo dalla sofferenza o dallo stress, allo stesso modo in cui un alcolista ricorre all’alcol. Contrariamente all’amore, la malattia ossessiva trasforma il sesso in un bisogno primario, per cui tutto il resto può essere sacrificato, anche la famiglia, gli amici, la salute, la sicurezza e il lavoro.29

Senza analizzare tutte le fasi di una dipendenza, come fanno Carnes e Anne Wilson Shaef nei loro libri, è sufficiente dire che ci sono buoni motivi di speranza per il masturbatore compulsivo. Prima di tutto, può arrivare a comprendere che non è una persona cattiva, ma un individuo che soffre di una malattia che può essere curata e sconfitta. Fin quando proverà odio verso se stesso e si considererà inutile (vergogna), crederà di non avere speranze (disperazione). In secondo luogo, con l’aiuto di un direttore spirituale e di un terapeuta, potrà rendersi conto che è in grado di superare la sua dipendenza. Avrà anche bisogno di lavorare sui Dodici Passi partecipando alle riunioni di un gruppo di supporto. A questo proposito, potrà ricavare un aiuto prezioso dalle riunioni di Sexaholics Anonymous e di Sex and Love Addicts Anonymous.

Quando affermo che c’è speranza per il masturbatore compulsivo non faccio affidamento solo su quanto scritto nei libri, ma anche sull’esperienza di persone indirizzate a S.A. o S.L.A.A., così come sul lavoro fatto con i membri di Courage a New York. (Courage è un programma di supporto spirituale per persone omosessuali cattoliche che desiderano vivere una vita casta). Il miglioramento nella pratica della castità non avviene d’improvviso. Si tratta di un processo graduale, caratterizzato a volte da ricadute dolorose. Richiede colloqui costanti con un direttore spirituale, la sincera ammissione d’impotenza personale, la costante partecipazione alle riunioni, una totale onestà nel parlare di sé e la pratica quotidiana della meditazione o della preghiera del cuore. Questo mi porta a una distinzione importante che anche il direttore spirituale dovrebbe fare nel colloquio con il masturbatore compulsivo, affinché questi possa iniziare ad amare se stesso nel modo giusto.

Distinzione fra comportamento passato e presente

Il soggetto alla prese con la dipendenza deve distinguere fra la responsabilità delle sue azioni compiute in passato e quella delle sue azioni attuali e future. È tuttavia praticamente impossibile fare una valutazione precisa del suo comportamento passato. Non abbiamo modo di fare una categoria di tipi e di gradi di comportamento sessuale compulsivo, o di ogni altra specie di comportamento compulsivo. Ogni masturbatore compulsivo proviene da un insieme di circostanze di vita diverse, con un diverso schema di caratteristiche della personalità. Come scrisse anni fa Rudolph Allers e come sosterrebbero altri autori, “non potremo sapere nulla sulla natura dei presunti impulsi irresistibili fin quando non disporremo di tutte le conoscenze possibili sulla personalità totale”.30

Come in altre forme di dipendenza, la masturbazione compulsiva inizia dalla fantasia, che riempie la mente in un modo tale da impedire ad altri pensieri e ragionamenti contrastanti di distrarre la persona dal piacere di certe immagini che portano all’atto. La coscienza è ristretta a una sola idea, a un’immagine. Questa è compulsione nel pieno senso del termine.

Esiste un’altra forma di compulsione, quella in cui una persona viene immersa nell’oggetto del suo desiderio e sente di dover cedere all’impulso per ottenere un sollievo fisico e risparmiarsi così grandi sofferenze. In questo caso la persona sa di poter resistere e che c’è un’altra possibilità. C’è un po’ di libertà, ma non sufficiente a costituire grave colpa. Questo è ancor più vero quando le persone, durante la notte, lottano contro tale impulso cercando di addormentarsi, o sono sorprese dalla tentazione nel cuore della notte o al risveglio. Farraher si sofferma a lungo sulle situazioni in cui l’individuo che ha resistito alla tentazione di masturbarsi da sveglio viene in qualche modo sopraffatto dalle fantasie sessuali mentre cerca di prendere sonno o al risveglio mattutino. La persona, finché si sforza seriamente di volgere la mente altrove, non commette peccato, neanche se si verifica l’orgasmo. Se non è sicuro di aver fatto davvero tutto il possibile per liberarsi dalle fantasie, potrà abbandonare ogni dubbio e ritenersi innocente. Stando alle norme tradizionali di teologia morale, si può presumere che la sua intenzione da sveglio fosse presente anche nel momento della tentazione notturna. I confessori e le guide spirituali dovrebbero rassicurare quelle persone in preda al senso di colpa che ritengono di aver peccato perché erano sveglie nel momento dell’orgasmo e far loro capire che non c’è peccato finché la masturbazione è ritenuta involontaria. “Se diciamo alla persona che anche queste esperienze involontarie si possono evitare sforzandosi e ricorrendo a mezzi sovrannaturali, rischiamo di provocarle gravi ansie e perfino disperazione, poiché forse non è in grado di evitare ciò che è davvero involontario”.31

Da confessore, talvolta ho a che fare con una persona molto devota a Dio, alla sua famiglia, alla sua chiesa, che però nel contempo si lascia andare a situazioni erotiche in cui fa molta fatica a rimanere casto. Inoltre, si incontrano preti, religiosi e suore ossessionati da fantasie sessuali, a cui si sentono costretti a cedere; e altre persone che non trovano alcun piacere a masturbarsi ma che si sentono spinte a farlo. In tutte queste situazioni, consiglio di: (1) cercare un terapeuta professionale fedele all’insegnamento della Chiesa; e (2) frequentare assiduamente gruppi di supporto spirituale dove poter discutere di tali conflitti dolorosi e tendenze compulsive. C’è un’ulteriore situazione in cui si ritrova il masturbatore compulsivo: la chiamo “teoria del momento della verità”, che si applica anche ai masturbatori non compulsivi.

Secondo Allers, il cosiddetto impulso irresistibile diventa tale addirittura prima di essersi sviluppato in pieno. La persona ha lo sgradevole presentimento che stia per succedere qualcosa. È immersa in qualche forma di fantasia, che spesso comprende materiale o video pornografici. Si rende conto di doversi liberare da tale fantasia, o dalla pornografia, ma non lo fa. Forse inconsciamente vi è una spinta a trovare soddisfazione nella masturbazione, che la persona non ammette a livello cosciente. Ancora, Allers ritiene che tale soggetto sia in qualche modo responsabile di non sfruttare il momento della verità e di rendersi schiavo del desiderio. “Quest’azione, anche se può non comportare responsabilità, non è tuttavia scusabile in quanto di fatto il soggetto ha acconsentito al suo svilupparsi”.32

In effetti il masturbatore, nel praticare i Dodici Passi, riconosce l’insincerità latente e il desiderio di soddisfarsi sessualmente nelle sue proteste precedenti, quando affermava che davvero non voleva farlo. Parte del processo di guarigione consiste nel divenire più sinceri nelle proprie motivazioni. La poesia che segue è eloquente al riguardo:

Autobiografia in cinque brevi capitoli

di Portia Nelson

1. Cammino per la strada.

C’è una buca profonda sul marciapiede. Ci cado dentro.

Sono perduto… sono impotente, non è colpa mia.

Ci vuole tanto tempo per uscirne.

2. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Faccio finta di non vederla.

Ci cado di nuovo dentro.

È incredibile, sono nello stesso posto. Ma non è colpa mia.

Ci vuole sempre tanto tempo per uscirne.

3. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Ci ricado ancora dentro… è un vizio.

Ho gli occhi aperti.

So dove mi trovo.

È colpa mia.

Mi tiro subito fuori.

4. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

La evito.

5. Cammino per un’altra strada

Approcci pastorali alla masturbazione

A livello pastorale, allora, è inutile cercare di capire quanta responsabilità abbia avuto il masturbatore compulsivo in passato; la cosa migliore è aiutarlo a sviluppare un programma spirituale. Il punto è se il soggetto alle prese con la dipendenza utilizzerà o meno i mezzi conosciuti per controllare il suo comportamento nel futuro. È il momento di analizzare nei dettagli gli approcci pastorali al problema della masturbazione.

Alcuni approcci sbagliati: l’approccio più sfacciatamente fuorviante è rappresentato dalla convinzione che gli adolescenti perdono questo vizio via via con la crescita. Un’altra credenza da sfatare è quella secondo cui chi pratica la masturbazione, difficilmente passerà poi ad attuare le proprie fantasie con un’altra persona dello stesso o dell’altro sesso. Questo può essere vero per alcuni soggetti, ma in altri casi si è visto che la masturbazione ha preparato il terreno per la messa in atto delle proprie fantasie. In alcune situazioni la masturbazione è stata raccomandata quale mezzo per alleviare le tensioni fisiche, come se fosse una sorta di terapia sessuale. Altri terapeuti la utilizzano come abreazione pansessuale, un presunto metodo terapeutico di rivivere le esperienze traumatiche del sesso durante l’infanzia (quest’approccio non è più utilizzato dai terapeuti più rinomati). Gli omosessuali sono ricorsi alla masturbazione reciproca come forma di “sesso sicuro”. Altri ancora minimizzano il problema, non dando alcun consiglio se non quello di “non preoccuparsi”. In effetti molti sacerdoti, seminaristi e insegnanti di religione nelle nostre chiese cattoliche considerano il vizio della masturbazione una questione di secondaria importanza, o forse un problema puramente psicologico e così via dicendo.

Alcuni approcci utili: l’approccio corretto sembra quello di trattare la masturbazione abituale e compulsiva come un problema che ha una soluzione, a patto che la persona segua un programma spirituale e si assuma la responsabilità del suo futuro. Via via che si libererà dal vizio, diventerà anche più responsabile. Chiarirò questo concetto presentando alcune situazioni tipiche di diverse condizioni di vita. Inizierò dall’adolescente, per poi esaminare, più avanti, la masturbazione nell’infanzia.

Adolescenti. Non è sorprendente se gli adolescenti siano ignoranti circa l’immoralità della masturbazione, visto il bombardamento di stimoli sessuali da parte dei media, la mancata trasmissione di regole morali da parte di genitori e insegnanti e il silenzio dei preti e dei religiosi sull’argomento. Alcuni possono esserne schiavi ancor prima di rendersi pienamente conto che si tratta di un’abitudine immorale. Dico “pienamente” perché, malgrado il lavaggio del cervello impartito dalla nostra cultura, molti adolescenti hanno la sgradevole sensazione che la masturbazione sia una pratica errata.33

Allo stesso tempo si sentono impotenti a controllare un vizio già esistente e, pieni di vergogna e di senso di colpa, evitano di discuterne con esperti e meno che mai con i sacerdoti, considerati figure di autorità. Incerti su se stessi, confusi sui valori proposti dalla nostra cultura e talvolta dalle proprie famiglie, questi giovani si ritirano in un mondo immaginario di storie sentimentali e piaceri sessuali.

Essi, spesso nel timore di iniziare relazioni autentiche con persone dell’altro sesso, si soffermano nel mondo fittizio della masturbazione. Se poi aggiungiamo il caos morale e l’insegnamento fuorviante sulla masturbazione impartito da qualche scuola cattolica nelle ore di religione, si capisce perché i nostri giovani, durante la confessione, neanche menzionino la masturbazione, non ritenendola un problema morale. A maggior ragione, quindi, i sacerdoti sono tenuti a rispondere seriamente a quei giovani che sollevano la questione.34

Dobbiamo offrire loro una direzione spirituale adeguata, riconoscendo il desiderio di essere casti e dare consigli specifici sull’argomento, come ha fatto padre Benedict Groeschel in “Il coraggio di essere casti”.

Forse non ci rendiamo conto di quanto senso di colpa possa esserci nei giovani con il vizio della masturbazione. Essi percepiscono che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che fanno malgrado sia stato detto loro di “non preoccuparsi” o che “non si può evitare di farlo” o che “perderanno il vizio crescendo”. Hanno bisogno di istruzioni, di guida, ma non potranno riceverle fin quando non saranno informati sull’immoralità della masturbazione e sui fattori psicologici che spesso impediscono l’esercizio della libera volontà. Sono convinto (così come altri confessori) che molti ragazzi adolescenti non vanno a ricevere la Comunione la domenica perché pensano di non riuscire a superare il vizio.

Giovani adulti non sposati. Secondo la credenza popolare, questi giovani perderanno il vizio della masturbazione man mano che cresceranno. Dal momento che il matrimonio viene ritardato fino ai trent’anni, che i fidanzamenti durano molto tempo e considerata la sollecitazione costante esercitata dai media e dalla pubblicità erotica, non sorprende se molti uomini e donne cadano nel vizio della stimolazione genitale fino ad arrivare all’orgasmo. Questa è masturbazione reciproca vera e propria, al pari del sesso orale. I soggetti coinvolti si considerano ancora vergini, non avendo avuto ancora rapporti vaginali. Sono vergini nel senso “tecnico” del termine, ma devono recuperare la virtù della purezza.

Altri individui non sposati vivono nella fantasia quando non sono al lavoro. Non avendo un partner con cui uscire per vari motivi, incerti su ciò che fare nella vita e senza impegni verso un coniuge e i figli, si rifugiano spesso in varie forme di fantasia, quali i romanzi d’amore, le riviste sexy e i film erotici, frequentano il bar fra il venerdì e la domenica sera e altre cose simili. Sono molto indaffarati con molti conoscenti, ma spesso si ritrovano soli. La tendenza a masturbarsi spesso sfocia nel rapporto genitale appena si presenta l’occasione. Insomma, hanno fatto del sesso un idolo. Quando tu, da guida, fai loro presente la solitudine in cui vivono, essi negano di essere soli, menzionandoti i loro numerosi “amici”. Hanno il piacere dell’attività sessuale senza responsabilità.

È molto difficile avvicinare tale gruppo di persone, che spesso va in chiesa solo a Natale o a Pasqua per far piacere ai propri famigliari. Forse quando arrivano ai trent’anni e si rendono conto che la vita è molto più del sesso, cercheranno una guida spirituale. Qui l’attività sessuale, più che un problema, è sintomo di un profondo vuoto spirituale.

Individui meno giovani non sposati. Per esperienza vedo che diversi cristiani, quando arrivano ai trentacinque anni senza aver scelto una vocazione nella vita, come il matrimonio, la vita religiosa, il sacerdozio, o un celibato di servizio a Cristo nel mondo, iniziano a riflettere sul significato della propria esistenza. Spesso sono così immersi nella carriera professionale che riescono facilmente a reprimere i pensieri più insistenti sull’impegno cristiano. Eppure i desideri sessuali rimangono sempre forti, anzi si fanno più intensi e la persona passa diverso tempo a fantasticare, la fantasia diventa quasi un obbligo, fino a portare alla masturbazione frequente, se non addirittura quotidiana.

Questo, a sua volta, genera un forte senso di vergogna e di colpa. La persona, se non ricerca una guida spirituale per tale problema, o se non ne trova alcuna, si trascinerà questo fardello fino alla mezza età e oltre. Magari negli altri settori della vita potrà comportarsi bene, ma si sentirà disperata a causa di questo peccato commesso nel segreto. Sembra che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere per avere la speranza di risolvere il problema, dal momento che nessuno dei consiglieri spirituali contattati ha indicato un metodo adeguato. Ad un soggetto può essere stato consigliato di non menzionare la masturbazione tra i peccati da confessare, perché essa non è controllabile. Quali sono i possibili rimedi che potrebbe suggerire un direttore spirituale?

Alcune direttive spirituali

Riporto ora alcune direttive che, a mio avviso, si sono dimostrate utili.

(1) Aiutate la persona a riflettere sul significato della vita, le sue speranze, i suoi successi, le sue delusioni, frustrazioni e la sua solitudine. Cercate di scoprire cosa la sta consumando, poiché la masturbazione è spesso sintomatica di irrequietezza interiore, da combattere prima di ogni altra cosa.

(2) Se la persona è allo sbando, offritele un progetto spirituale di vita come quello che ho scritto per le persone omosessuali, Un progetto spirituale per reindirizzare la propria vita (pubblicato da Daughters of St. Paul)

(3) Fatele capire che la maggior parte degli esseri umani tende a immergersi in fantasie piacevoli quando la realtà si fa dura e avvilente, la masturbazione è spesso il risultato di tali fantasie. La strategia spirituale da attuare è quella di riportarsi dalla fantasia sessuale alla realtà non appena ci si accorge di essere immersi in tali immaginazioni. Una tecnica che funziona con alcuni consiste nel dire una giaculatoria e poi fare qualcos’altro, come ad esempio lavori di casa, una passeggiata e così via. Vi è mai successo che, mentre eravate immersi in fantasie di rabbia, gelosia o sesso, è squillato il telefono e rispondendo tutte quelle fantasie sono svanite? Il segreto consiste nel rimanere nella realtà.

(4) Oltre a esporre la difficoltà ad un direttore spirituale, cercate un gruppo di supporto come Sexaholics Anonymous (S.A.). Diverse persone con il vizio della masturbazione, compulsiva o non, hanno fatto molte amicizie nei vari incontri. Coltivare relazioni autentiche con persone reali riduce la potenza della fantasia sessuale portando ad un miglioramento dell’autostima.

Masturbazione fra gli sposati

Sono molti i fattori da considerare nella masturbazione praticata dalle persone sposate. Alcuni portano nel matrimonio un vizio già consolidato, altri si masturbano in solitudine, mentre sono lontani dal proprio coniuge, o perché il rapporto sessuale non è opportuno a causa di malattie, o perché percepiscono che il proprio coniuge non è molto disponibile al rapporto fisico. Talvolta una coppia ricorre alla masturbazione come forma di prevenzione delle nascite. Sesso orale, sesso anale e carezze reciproche sui genitali fino ad arrivare all’orgasmo vengono utilizzati in molti matrimoni al posto del rapporto vaginale.35 A volte un marito che teme di non essere capace di rapporti vaginali ricorre alla masturbazione. L’approccio pastorale varierà a seconda della situazione.

Laddove uno dei coniugi ha portato nel matrimonio la pratica della masturbazione, occorre capire la storia della persona, al fine di aiutarla a superare il vizio. Ma se il vizio è legato alla relazione fra i coniugi, il direttore spirituale dovrebbe aiutare questi ultimi a comprendere le loro difficoltà e, se necessario, rimandarli ad un consulente professionale sul matrimonio. A volte un coniuge, completamente trascurato dall’altro, scivola nel vizio solo a causa della solitudine. Nonostante la complessità della situazione, la persona potrà imparare a sublimare il desiderio sessuale in atti virtuosi di sacrificio per i figli e per il coniuge trascurato. Se possibile, si dovrebbe cercare di contattare il coniuge negligente.

Spesso gli uomini di mezza età sono così presi dal lavoro da non accorgersi di quanto abbiano trascurato le mogli che, in solitudine, sono tentate di ricorrere alla masturbazione o a relazioni extraconiugali. Talvolta tali uomini, nel timore di non riuscire più a soddisfare le proprie mogli nel rapporto sessuale, si buttano nel lavoro e in varie attività sociali. Oggi, poi, molte donne sposate sono così prese dalla loro carriera da dedicare poco tempo di qualità ai mariti e ai figli, aumentando così la probabilità che i mariti cerchino soddisfazioni sessuali in altre relazioni o nella masturbazione.36

Masturbazione fra seminaristi

Anni fa i direttori spirituali di seminaristi, religiosi e diocesani erano molto accorti nel valutare la preparazione spirituale dei soggetti sotto la loro guida. La masturbazione veniva considerata un problema grave dal quale bisognava liberarsi prima di prendere gli ultimi voti o ricevere il diaconato. Si suggeriva che bisognava aver abbandonato tale vizio da almeno un anno prima degli ultimi voti o del diaconato. Se la masturbazione era diventata involontaria, la persona doveva consultare un terapeuta professionale, perché nessuno poteva entrare nella vita del celibato con l’onere della colpa e della vergogna provocato da tale debolezza.37 I seminaristi erano tenuti ad avere un direttore spirituale di riferimento anziché passare da un confessore all’altro. Oggi, vista la minore cura data da religiosi e sacerdoti al sacramento della riconciliazione, è necessario ribadire l’importanza di un confessore di riferimento.

Credo che nessuno sappia davvero cosa consiglino i direttori spirituali ai seminaristi che hanno il vizio della masturbazione. Dalla mia esperienza maturata in oltre dodici anni di guida ai ritiri per sacerdoti e religiosi, presumo che tali consigli siano influenzati da quel genere di teologia morale che non considera la masturbazione un grave disordine morale. È necessario in primo luogo un’istruzione di base sull’oggettiva gravità dell’atto e sul dovere personale di attivarsi per evitarlo. Inoltre, poiché la masturbazione può diventare compulsiva, è talvolta necessario spiegare la dinamica della compulsione sessuale.

Fra gli autori che si sono occupati della masturbazione spicca Donal Goergen, le cui opinioni continuano a influenzare fortemente seminaristi e religiosi. Goergen ritiene che la masturbazione non sia “intrinsecamente immorale”38 e che per alcuni possa essere un atto maturo, in armonia con la persona, per altri il contrario. La masturbazione fra gli adolescenti e molte forme adulte di masturbazione potrebbero essere salutari e, quindi, tutt’altro che dannose. Per il celibe, la masturbazione non sarebbe immorale o peccaminosa, ma non soddisferebbe l’ideale. Goergen aggiunge poi che “la masturbazione, nella vita personale di una persona celibe, riflette un bisogno genitale che il celibe spera di non avere più, non perché la genitalità sia del tutto sbagliata, ma perché non ne ha particolare bisogno nella sua vita”.39

Sin dalla loro pubblicazione, le opinioni di Goergen, sebbene contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’aspetto morale della masturbazione e il significato della castità consacrata, hanno influito su molti seminaristi e religiosi. Tornerò a parlare di Goergen più avanti. Ora mi soffermerei sul seminarista che intende superare il vizio della masturbazione.

Per il seminarista valgono gli stessi principi che ho applicato alla persona non sposata, ma con una differenza: il seminarista si è impegnato a vivere una vita celibe, il laico può sposarsi. Il seminarista può temere di non essere capace di vivere nel celibato a causa delle difficoltà che sta attraversando e considerare l’idea di lasciare il seminario o la vita religiosa. Prima di prendere tale decisione, dovrebbe capire che ha bisogno del colloquio con uno psicologo clinico e con il direttore spirituale, i quali, a loro volta, dovranno avere libertà di consultarsi l’un l’altro sulla situazione del seminarista. Non è opportuno che il direttore spirituale o lo psicologo lavorino separatamente, come è avvenuto spesso in passato, con tristi risultati.

È inoltre opportuno che i direttori spirituali di un seminario, o il gruppo di formazione di un ordine religioso, abbiano una chiara linea d’azione sulla necessità della castità interiore, fra cui la libertà dalla masturbazione, come requisito per l’ordinazione o la professione degli ultimi voti. Il direttore spirituale del seminario deve esaminare attentamente la storia personale dei soggetti alle prese con la tentazione ossessiva dell’autoerotismo. Le tentazioni possono avere un significato che va al di là della normale lussuria e non c’è modo di conoscerlo senza qualche forma di consulto. A volte, se un soggetto è incerto sulla propria vocazione, verrà tempestato da pensieri erotici. Forse è il caso che esamini bene la motivazione della sua vocazione.

Ogni situazione è diversa. Se il confessore, lo psicologo o il seminarista hanno dubbi su un individuo, forse sarà bene che questi si allontani per un anno dal seminario svolgendo qualche opera pastorale. Al termine di questo periodo si valuterà se sia idoneo o meno. Va ricordato che ogni programma di formazione di un seminario o ordine religioso non si confronta con il mondo del lavoro di tutti i giorni. Si tratta di una vita vissuta in un ambiente relativamente protetto in cui la fantasia lavora a gran ritmo, dove gli insuccessi della vita sono ingigantiti e le difficoltà emozionali con i confratelli possono diventare un’ossessione. In tali circostanze non è sorprendente se l’immaginazione vada fuori controllo, scatenando fantasie sessuali e la tentazione della masturbazione.

Per riassumere le mie riflessioni sui seminaristi e gli uomini religiosi in formazione, ritengo che oggi disponiamo di mezzi migliori per combattere con successo la masturbazione abituale o compulsiva. Abbiamo riconosciuto il valore dei gruppi di supporto spirituale nello sforzo di rimanere casti e imparato a volgere lo sguardo al di là degli atti masturbatori per concentrarci sulle cause. Noi direttori spirituali analizziamo l’uomo nel suo complesso. Se, da un lato, notiamo che in un dato periodo un individuo ha palesato un miglioramento notevole nel superare la tentazione della masturbazione, dovremmo incoraggiarlo a persistere su questa strada. Per “miglioramento” intendo non tanto l’aver evitato l’atto, quanto l’aver mostrato un cambiamento di attitudine verso la propria sessualità, un’accettazione del proprio corpo ed un’integrazione dei desideri sessuali nella percezione del proprio ruolo di sacerdote o nella vita religiosa che William F. Lynch definisce “libera sublimazione dei desideri sessuali”.40

Se, d’altro canto, percepiamo che lo sforzo di un individuo di superare la pratica della masturbazione non porta ad alcun miglioramento, nonostante il consulto psicologico, allora bisognerà consigliargli di abbandonare la vita religiosa o il seminario. La mancanza di miglioramento costituisce un dubbio importante sulla vocazione religiosa della persona e tale dubbio andrebbe risolto in favore della Chiesa con l’abbandono da parte dell’individuo.

Masturbazione fra sacerdoti e religiosi

In genere, la tentazione della masturbazione fra sacerdoti e religiosi è legata a fattori emozionali quali la solitudine, l’odio verso se stessi, la rabbia ed incidenti avvenuti in passato. Sacerdoti e religiosi hanno molto meno da temere da tale tentazione rispetto a quelli non ancora ordinati, avendo un certo margine di sicurezza. Ciononostante, essi hanno spesso la sensazione di condurre una doppia vita: vivono da celibi con chi lavora ogni giorno con loro, ma provano vergogna per il fatto di ricorrere alla masturbazione, in molti casi compulsiva. Molti subiscono l’influenza dell’ambiente in cui viviamo, fortemente influenzato dal sesso; ad esempio, non è raro che un religioso o un sacerdote, stanco delle occupazioni e delle conferenze stressanti della giornata, accenda la TV via cavo e finisca per vedere un film “spinto” prima di coricarsi. Gli effetti possono essere la tendenza alla masturbazione e i disturbi del sonno.

Lo stesso vale per molti laici, che scivolano nel mondo della fantasia sessuale della TV via cavo. È necessario essere rigorosamente onesti evitando inutili stimolazioni sessuali, sforzarsi di rimanere nella realtà e cercare di confessarsi una volta alla settimana o ogni 2 settimane. Inoltre, qualche religioso e sacerdote frequenta regolarmente le riunioni di gruppi di supporto come Sexaholics Anonymous per liberarsi dal proprio comportamento sessuale.

Masturbazione fra le suore

I fattori che portano alla masturbazione nelle suore non sono molto diversi da quelli nelle altre donne, nubili, sposate o divorziate. Vi è un elemento in comune con i religiosi uomini: l’immaturità emozionale. Questo significa, in pratica, che tali soggetti non sono cresciuti a livello emozionale nella relazione con l’altro sesso e, come gli adolescenti, sono propensi a trascorrere una gran quantità di tempo nella fantasia, con il risultato di tendere alla masturbazione. Ma come per i religiosi uomini, il quoziente colpa sale con la percezione di vivere una doppia vita.

Contrariamente ai religiosi uomini, è meno probabile che le suore si spingano ad avere rapporti sessuali con un’altra persona. Questo può essere dovuto in parte al fatto che i religiosi uomini hanno fasce più ampie di tempo non strutturato e meno responsabilità verso la comunità rispetto alle suore. Tuttavia molte suore, portando abiti laici, perseguendo carriere e vivendo in appartamenti, finiscono per coinvolgersi sentimentalmente con altre persone, al punto che le fantasie sessuali sono intensificate; inoltre, data la scarsa cura data alla vita di preghiera, possono fare più fatica a resistere. Avendo paura di avere rapporti sessuali con qualcuno con cui sono coinvolte sentimentalmente, possono darsi alla fantasia e alla masturbazione. Altre suore che vivono in monasteri di clausura totale o parziale, stanche delle abitudine tradizionali, possono trovarsi senza persone con cui confidarsi eccetto, forse, il sacerdote. Tale solitudine costituisce un terreno fertile per le fantasie sessuali. Vi sono poi ovviamente altri fattori quali le esperienze sessuali avute nell’infanzia, la solitudine, la rabbia e la scarsa autostima.

Omosessualità e masturbazione

Vi sono diversi punti da analizzare. Prima di tutto, occorre esaminare il tipo di fantasia che porta la persona che si ritiene omosessuale a masturbarsi. La fantasia riguarda bambini o adolescenti? Comprende immagini sadomasochistiche, come l’essere picchiati da un’altra persona, o l’infliggere ferite ad un altro? In tal caso, il soggetto ha bisogno di una terapia professionale. In secondo luogo, se il soggetto si considera bisessuale perché ha avuto esperienze con entrambi i sessi, occorre aiutarlo a riflettere sui suoi modelli di fantasie. Se si tratta di fantasie prevalentemente eterosessuali, è possibile che il soggetto abbia un orientamento soprattutto eterosessuale. Se invece sono fantasie principalmente omosessuali, è probabile che la persona, in questo punto dello sviluppo, si sia bloccata su un orientamento omosessuale. Dico questo poiché gli adolescenti che hanno fantasie su persone dello stesso sesso possono uscirne nel corso del loro processo di maturazione, in particolare con l’ausilio della terapia.41

Io credo che le persone omosessuali abbiano più problemi con la masturbazione rispetto agli eterosessuali. La persona omosessuale spesso non vuole ammettere neanche a se stesso di avere quest’orientamento e talvolta si ritira in un mondo di intensa fantasia ricorrendo alla masturbazione compulsiva.42 Ha paura di ammettere agli altri questa sua inclinazione, ritenendo la masturbazione un’alternativa sicura, specie considerato il problema dell’AIDS. Inoltre, poiché tale persona fa più fatica a trovare intimità e amicizie rispetto a un normale soggetto eterosessuale, non è sorprendente se tende al vizio della masturbazione. Questo vizio, però, rende molti omosessuali vulnerabili alla promiscuità: all’inizio, ci si dà alla fantasia e alla masturbazione; poi si passa a perlustrare i luoghi di ritrovo e successivamente si incontra qualcuno con cui trascorrere una notte. Nelle discussioni di gruppo, gli omosessuali sottolineano la gravità di questo problema nella propria vita, considerando la caduta in questo vizio un insuccesso nel combattimento per raggiungere la castità.

Con l’epidemia attuale dell’AIDS, la masturbazione reciproca è divenuta la forma principale del cosiddetto “sesso sicuro”. Sebbene sia sicura dal punto di vista medico, distrugge il rapporto di un individuo con Dio impedendogli di sviluppare una sana sessualità in equilibrio con la propria persona. Anche quando la masturbazione non è volontaria, è sintomo di mancanza di armonia nell’individuo e genera in lui profondi sensi di colpa e di vergogna. È allora necessario esplorare questi sentimenti.

Colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

Occorre distinguere tra due diversi tipi di colpa, una sana e una nevrotica. Quando ho fatto liberamente qualcosa di male, dovrei provare la colpa di aver violato la legge di Dio che è scritta nel cuore umano (Romani: 2:15). Se tuttavia rifiuto di dare ad un alcolista il prezzo di un bicchierino di whisky e mi sento in colpa per non aver ascoltato la sua supplica, allora sto provando un tipo di colpa nevrotica. È quel genere di senso di colpa che hanno i bambini pensando di essere loro i colpevoli se i genitori si separano e poi divorziano. Analogamente, nella questione della masturbazione, tanti si torturano inutilmente. Mi riferisco soprattutto a quelle persone che vivono in modo corretto e il cui solo “peccato” è la masturbazione. Il consigliere spirituale o il confessore che conosce i combattimenti interiori di tali persone cercherà di chiarire che non vi è stato libero consenso all’impulso della masturbazione.

Non c’è peccato grave se una persona si masturba inconsapevolmente nel dormiveglia, o quando viene trascinata da una passione improvvisa e si trova a commettere l’atto malgrado la resistenza della volontà. Questo è uno degli effetti del peccato originale, ossia che le passioni umane tendono a superare gli atti della volontà (Rom. 7: 1-20). Un soggetto potrà essere d’accordo con questo ragionamento, ma sentirsi nel cuore colpevole della masturbazione, perché dice a se stesso: “Se mi fossi impegnato di più, non avrei avuto queste fantasie; dovrei essere capace di liberarmi dai miei pensieri impuri”.

Il problema di questo senso di colpa è che presuppone che gli esseri umani abbiano il controllo perfetto delle proprie passioni, non solo della lussuria, ma anche dell’avarizia, dell’ira e di altre emozioni sbagliate. Sappiamo di non avere tale controllo. La persona con il problema della masturbazione, però, ha bisogno di credere che con la grazia di Dio potrà superare questo vizio. Ma occorre aderire ad un programma spirituale. Talvolta è necessario il consulto di uno psicologo, del quale parlerò più avanti. Dalla mia esperienza pastorale, ho visto che il senso di colpa è un compagno costante della masturbazione. In molti soggetti, tuttavia, si accompagna ad un senso di vergogna, che è diverso dal senso di colpa.

Differenza fra vergogna e colpa

La vergogna va oltre il senso di colpa in quanto quest’ultimo comprende solo la sensazione e la convinzione di aver agito contro la propria coscienza e di doversi pentire per l’atto compiuto, mentre la vergogna è la sensazione di non essere all’altezza, di non valere nulla e di non saper controllare il proprio comportamento. Quest’odio intenso verso se stessi è alla radice della masturbazione compulsiva e di altre forme di compulsione simili. Probabilmente la masturbazione compulsiva è più diffusa di altre dipendenze sessuali, perché è immediatamente accessibile ed è possibile abbandonarsi ad essa in assoluto segreto e apparentemente senza effetti dannosi a livello sociologico. Semplicemente non viene ritenuta un problema. E. Michael Jones la definisce “il vizio preliminare e più accessibile”.43

Ulteriori suggerimenti per superare il vizio della masturbazione

Dopo aver descritto le forme principali di masturbazione e tralasciato quelle meno usuali, vorrei dare qualche altro suggerimento che potrà tornare utile ai soggetti interessati. Mi rendo conto che non si tratta di regole infallibili e che talvolta, nonostante la loro diligente osservanza, alcuni soggetti potranno ricadere nella loro tendenza, così radicata nella propria persona. Per sviluppare un approccio pastorale è necessario comprendere i fenomeni della masturbazione nel contesto della vita della persona: lì, infatti, si nasconde il significato di questo vizio per il soggetto. La masturbazione nei bambini è notevolmente diversa da quella negli adolescenti o negli adulti e fra gli adulti vi sono diversi tipi di attività masturbatoria, ognuno dei quali richiede un approccio pastorale diverso.

Infanzia: qualunque sia il motivo della masturbazione durante l’infanzia, è improbabile che lo specialista possa rivolgersi direttamente al bambino, che non è in grado di fare ragionamenti morali maturi. I genitori, però, hanno senz’altro la responsabilità di assicurarsi che il figlio non si faccia del male con la masturbazione frequente. Andre Guindon cita alcuni esponenti autorevoli che ritengono che la masturbazione eccessiva impegni fortemente il cuore e il sistema nervoso. Nota inoltre che il danno psicologico è simile a quello riscontrato negli adolescenti e conclude che ignorare “la masturbazione protratta e intensiva di un bambino, particolarmente tra i sei anni e l’età della pubertà, senza consultare uno specialista, è moralmente irresponsabile”.44

Di solito, per la masturbazione nei bambini non è necessario il consulto di uno specialista; ai genitori, però, va raccomandato di accettare con serenità il fatto che il figlio ricorra ogni tanto a questa pratica e di comprendere che le cause comuni sono il gran desiderio di affetto del bambino, o la seduzione inconscia che questi prova quando i genitori gli fanno il bagno. Infine, i bambini dovrebbero ricevere un’istruzione adeguata sull’igiene dei genitali.45

Consulenza pastorale per gli adolescenti

Vorrei aggiungere alcune riflessioni all’approccio per gli adolescenti, di cui ho già parlato. Una riguarda l’intensa fantasia dell’adolescente e il desiderio di provare l’orgasmo sessuale. La pressione esercitata dai coetanei di provare la masturbazione è un fattore più comune nei ragazzi che nelle ragazze. Inoltre, nella prima adolescenza i ragazzi tendono a trascorrere più tempo nelle fantasie. Questa tendenza può essere contrastata aiutando il giovane a uscire dal mondo irreale ed entrare in quello vero, laddove potrà crearsi amicizie autentiche. Indubbiamente non è un’impresa facile, visto il materiale che viene propinato ai nostri giovani. Forse avrebbero bisogno di un programma di studio e gioco più strutturato e impegnativo, che li possa aiutare a vivere nel mondo reale.

Una corretta educazione sessuale sulle polluzioni notturne e le mestruazioni, impartita dai genitori o da chi ne fa le veci, permetterà a un giovane di capire che anche altri hanno lo stesso problema. In quest’ambito, il giovane potrà pensare di trovarsi da solo. Deve arrivare a capire che non si pecca per caso e che in quest’attività si è coinvolti consapevolmente e liberamente. Se una persona è attenta e sincera nella sua vita spirituale, nel suo sforzo di amare Dio, è improbabile che dia pieno consenso all’atto della masturbazione. Esaminando il proprio rapporto con Dio in questa prospettiva più ampia, si può giudicare così tale atto: “Se la vita spirituale nel complesso è buona e sana, si può sicuramente supporre che non vi sia pieno consenso e che non si è colpevoli di peccato mortale, anche se ciò che si è fatto è ‘una questione grave’.”46

È necessario ribadire i concetti morali sulla buona volontà che non sono sempre ovvi, non solo fra i giovani, ma anche fra gli adulti. Eccone alcuni:

L’eccitazione spontanea non costituisce peccato; il fatto di aver combattuto contro le fantasie sessuali indica che non vi è stato dato pieno (se non alcun) consenso; nei casi meno chiari, si presume che non vi sia stato consenso.

Ai soggetti interessati va dimostrato che esiste un legame stretto fra depressione, rabbia e solitudine, fantasia sessuale e tentazione di masturbarsi, e che in tali occasioni si dovrebbe fare uno sforzo speciale con la mente e il cuore per riportarsi nel mondo reale, in modo particolare per concentrarsi sui bisogni degli altri. Come già menzionato, è opportuno che tutte le volte che subentra la fantasia, ci si impegni in qualche attività esterna per rompere l’incanto dell’immaginazione. In breve, dobbiamo esercitare l’autodisciplina delle nostre fantasie quando siamo svegli. Ho scoperto che quest’esigenza di rimanere nel reale è molto utile per chi cerca di superare il vizio della masturbazione. Aiuta molto anche il masturbatore compulsivo, ma come già abbiamo indicato, il superamento di qualsiasi forma compulsiva richiede la costante pratica dei Dodici Passi e la partecipazione a qualche forma di gruppo di supporto, come ad esempio Sexaholics Anonymous (S.A.).

Ai giovani va ricordato che l’acquisizione di una virtù è l’opera di una vita e che Dio non concede cure immediate alla debolezza umana, anche se riguardo alla castità riteniamo che Dio ci debba guarire all’istante. Sembra che in alcuni casi Dio continui a darci la grazia di tentare di nuovo nonostante i nostri fallimenti passati. “Dobbiamo infatti essere certi che la castità perfetta – così come la carità perfetta – non si raggiunge solo con gli sforzi umani. Bisogna chiedere l’aiuto di Dio. Forse lo si è fatto e potrà sembrare di non ricevere alcun aiuto, o comunque molto meno di quanto si abbia bisogno: non importa. Dopo ogni fallimento, chiediamo perdono, rialziamoci e continuiamo a sforzarci. Molto spesso Dio, più che aiutarci a raggiungere la piena virtù, vuole soprattutto darci la forza di ritentare”. 47

Dalle nostre conoscenze sulla masturbazione maschile, in particolare sull’atto fisico e il sollievo della tensione sessuale, non è sorprendente che la masturbazione prevalga negli adolescenti maschi. L’anatomia sessuale della ragazza, la diffusione delle sue zone erogene, il picco di potenza sessuale raggiunto in età più avanzata e le visione più romantica del rapporto sessuale sono tutti motivi che dimostrano perché la masturbazione sia una tentazione più frequente nel ragazzo adolescente. Le ragazze, probabilmente, comprendono meno il significato delle risposte del proprio corpo rispetto ai ragazzi e di conseguenza possono masturbarsi in modi indiretti e nascosti senza rendersi conto di aver compiuto un atto sbagliato.48 I rituali di pulizia diventano metodi di masturbazione. Con la disponibilità di materiali erotici, però, i giovani di entrambi i sessi sono più consapevoli delle origini dell’orgasmo. La disco music e le canzoni con testi espliciti a riguardo influenzano fortemente i primi anni della giovinezza.

Pertanto, nei colloqui con le ragazze si incontrano sia quelle che hanno preso il vizio senza capirne il significato, sia quelle consapevoli di ciò che fanno ma che non riescono a controllarsi. Quest’ultimo gruppo richiede il tipo di aiuto dato ai compulsivi, di cui ho già parlato. Il primo gruppo di ragazze, invece, trarrà giovamento da un approccio più indiretto, che le aiuterà a considerare la propria vita nel suo complesso. La masturbazione di una ragazza è sintomatica di problemi, seppur superficiali, vissuti a casa e con i suoi coetanei. Senza trascurare allora i mezzi già menzionati per prevenire la masturbazione, la giovane dovrà vivere più in armonia con le persone per lei importanti e, forse per la prima volta nella vita, accettarsi per quella che è. Questo metodo indiretto richiede molto tempo, ma alla lunga si rivela il più proficuo per la ragazza.

Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

Sarebbe ripetitivo elaborare la tesi secondo cui gli adulti che praticano la masturbazione hanno in genere una forte tendenza narcisistica che andrebbe affrontata e superata. Talvolta è necessaria la terapia professionale. Come già indicato, occorre cambiare schema di vita, il che può avvenire più efficacemente con una solida guida spirituale. Questo ci porta a considerare gli effetti spirituali della masturbazione, un aspetto raramente trattato. Il Dr. William Kraft e Padre Bernard Tyrrell, però, gettano luce sugli aspetti spirituali di questo vizio.49

Kraft ritiene che il messaggio principale dato dagli atti masturbatori è che la dimensione sociale, spirituale, emozionale e fisica della vita di un individuo non sono ancora in armonia. Dalla sua ampia esperienza clinica ha potuto constatare che la masturbazione ha un potere seduttivo, essendo un modo semplice e accessibile di ridurre la tensione e di esplorare sensazioni sui genitali senza coinvolgersi in relazioni umane. La fantasia che precede tali atti è segreta. Quando diviene la fonte principale dell’intimità e della realizzazione, ostacola la nostra crescita spirituale. A quel punto non viviamo nel reale ma in un mondo immaginario, “dove tutto è possibile e non esistono limiti”.50

Kraft sostiene inoltre che la masturbazione negli adulti derivi spesso da esperienze non genitali, sicché vi sarebbe qualcos’altro in ballo oltre alla gratificazione fisica. Gli adulti ricorrono alla masturbazione spesso per “noia, ansia e solitudine”.51 Si tratta di un segno di immaturità, in quanto l’adulto cerca intimità con altri solo nella fantasia anziché rimanere nella realtà e relazionarsi con altri esseri umani. La sessualità umana ci è data per aprirci al prossimo, per esprimere amore e tenerezza verso gli altri individui della comunità.

Kraft considera le persone che conducono “una vita molto cerebrale, dal collo in su”, come candidate alla masturbazione, a causa del loro ardente desiderio di vivere “dal collo in giù”. Questa mancanza di personificazione nella vita di ogni giorno crea tensioni riducibili con la masturbazione. Tali persone (di solito religiosi o non sposati), anche se possono trovare in tal modo sollievo temporaneo, non crescono spiritualmente. Alcuni soggetti, nel tentativo di giustificare la masturbazione, finiscono per assolutizzare la personificazione a spese della verità spirituale.52 Nella storia personale di queste persone, si nota un lungo periodo di repressione di desideri affettivi. Una reazione simile è riscontrabile nei religiosi iperattivi. La sfida, quindi, consiste nell’andare oltre la masturbazione e ristrutturare la propria vita rendendola più in armonia – un’impresa ardua nella nostra cultura pansessuale.

Kraft consiglia di seguire un programma simile a quello di Alcolisti Anonimi (A.A.), sottolineando l’aspetto della mortificazione: “Talvolta è necessaria una notevole mortificazione per ridurre il desiderio fisico della soddisfazione genitale… Il masturbatore, come l’alcolista il cui corpo richiede di bere, deve imparare a dire di “no” per affermare se stesso in modo sano”.53 Sexaholics Anonymous, al riguardo, ha evidenziato un metodo simile per perdere il vizio della masturbazione, quello dei Dodici Passi.

Via via che ci avviciniamo all’ideale di una sessualità in armonia con la nostra persona, rischiamo di illuderci di “poter cambiare i nostri sentimenti e comportamenti solo con l’intuizione”.54 Così facendo sottovalutiamo la forza dell’abitudine nella nostra vita e il fatto che il nostro corpo è stato condizionato a desiderare esperienze tranquillizzanti. La masturbazione può occupare una parte considerevole del nostro schema di comportamento, al punto che dopo averla eliminata subentra un grande vuoto, che dev’essere colmato in qualche modo. L’esperienza di un rapporto profondo, vissuto con Dio nella preghiera e con altre persone nell’amicizia, può, a mio avviso, aiutare a riempire tale vuoto.

Nel programma dei Dodici Passi elaborato per le dipendenze sessuali si ripete che le buone intenzioni e la forza di volontà non sono sufficienti. La soppressione, ossia lo stroncare sul nascere i desideri sessuali, la mortificazione e la libera sublimazione delle pulsioni sessuali sono metodi positivi per vivere in armonia con la nostra sessualità. Lo stesso dicasi per l’atto di rimettere tutta la vita nelle mani di Dio con una decisione di nostra volontà. La grazia redentrice di Dio aiuterà la persona a trovare la vera intimità al posto delle gratificazioni della carne. Ma tutto questo richiede tempo.

Nell’immediato, il soggetto deve monitorare i propri stati d’animo in modo da tenere traccia degli schemi ricorrenti della fantasia e della masturbazione. Arriverà ad identificare i sentimenti e gli umori che precedono sempre la masturbazione e questo lo aiuterà a starne alla larga. Il momento di andare a dormire è spesso difficile per la persona, che dovrà escogitare metodi per prevenire l’insorgere delle fantasie. Per evitare le tensioni tipiche di questo momento, cercherà di rilassarsi di più durante il resto della giornata, riempiendosi la mente e il cuore di letture ispiratrici prima di coricarsi. È bene non cercare di addormentarsi se si è ancora tesi. Le fantasie sessuali sono di solito più aggressive quando ci si trova in tale stato d’animo.

La persona alle prese con la tendenza della masturbazione dovrebbe evitare come la peste i film trasmessi in notturna dalla TV via cavo. La tentazione potrà essere quella di razionalizzare la visione di queste produzioni in nome della cultura, ma in realtà si può fare benissimo a meno di questa pornografia glorificata.

Un’area inesplorata di ricerca resta il legame fra incesto infantile, abuso sessuale e la tendenza alla masturbazione nella vita adulta. Sono convinto che le vittime di abusi sessuali e/o incesti abbiano vari problemi sessuali e credo che uno di essi sia l’incidenza precoce dell’attività masturbatoria. Per tali soggetti potranno essere di grande aiuto i colloqui con un sacerdote cattolico.

A gettare ulteriore luce sul problema vi è l’articolo di Padre Bernard Tyrell, che consiste essenzialmente in una critica del Celibato Sessuale di Donald Goergen. Tale articolo dimostra che Goergen non ha tenuto in debito conto gli aspetti teologici del celibato consacrato e che la masturbazione nei religiosi dev’essere ritenuta contraria ai voti del celibato. L’autore suggerisce che “la colpa principale che prova il celibe consacrato quando si masturba è il risultato delle fantasie trattenute nell’immaginazione e dei relativi desideri. Mi sembra evidente, da un punto di vista psicologico e pratico, che il celibe consacrato che si intrattiene deliberatamente in fantasie di rapporti e altro, nell’atto della masturbazione sia immerso necessariamente in una contraddizione esistenziale fra il suo celibato consacrato, scelto liberamente e il suo agire concreto”.55

Per tale motivo Tyrrell non concorda con l’ipotesi di Goergen circa l’assenza di colpa nella masturbazione del celibe consacrato. L’accettazione totale del celibato non è compatibile con la banalizzazione del problema della masturbazione da parte di un religioso. Si tratta di una questione seria, anche se la persona può non essere colpevole di peccato grave per assenza di consapevolezza e per gli ostacoli all’esercizio della libera volontà riscontrabili nei masturbatori compulsivi. Ciononostante, tali soggetti hanno l’obbligo di attivarsi per liberarsi dal vizio o dalla compulsione. In questo sforzo, la grazia di Dio è sempre sufficiente.56

Conclusione

L’abitudine/il vizio della masturbazione o la masturbazione compulsiva è un problema trascurato nel ministero pastorale della Chiesa in America. L’opinione che non si tratti di un problema grave non tiene conto dei dati raccolti da seri direttori e consulenti spirituali. I consulenti nei settori della dipendenza da droghe e dal sesso sostengono sempre che i loro clienti cercano di liberarsi da un vizio o da una compulsione che tende a favorire l’autogratificazione. Il Dott. Kraft la ritiene un grave impedimento allo sviluppo di una sana sessualità. È ora che noi confessori e direttori spirituali impariamo dai nostri colleghi professionisti laici, aggiungendovi la saggezza della dottrina della Chiesa impartita nei secoli.

Riferimenti

1. The Courage to be Chaste, The Paulist Press, Mahwah, N.J., 64-65

2. New Catholic Encyclopedia, “Masturbation”, vol. 9, 438-440.

3. 91. Il testo completo si trova in “Letter to a Mr. Masson” (6 marzo 1956), Wade Collection, Wheaton College, Wheaton, III

4. A Guide to Formation in Priestly Celibacy, n. 63, pp. 53-54.

5. Vedi “Out of the Shadows”, 1983, and Contrary to Love, 1989, Compcare Publ. 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN, 55441.

6. Paragrafo 9, tratto da L’Osservatore Romano, 22 gennaio 1976.

7. Herant A. Katchadourion and Donald T. Lunde, Fundamentals of Human Sexuality, Holt, Rinehart and Winston, Inc. New York, 1972, pag. 473.

8. Anthony Kosnik, et al, pag. 219. L’opinione citata è quella di Josef Fuchs, S.J.

9. Autoerotismo. Un problema morale nei primi secoli cristiani? Conclusioni, 255-267. Centro Editoriale Dehoniano, Via Nosadella 6, 40123 Bologna, 1986. Sono grato a Padre Gabriel Patil, barnabita, per aver tradotto le parti rilevanti di questo libro.

10. William E. May, Summary of Silverio Zedda, Si, Relative e Assolute nella morale di San Paolo, Brescia: Paideia Editrice, 1984, 393, pp. La citazione è tratta dalla pagina 21 del riassunto di May.

11. Ibid, 438. Vedi anche “Alcune questioni di etica sessuale” del Vaticano, paragrafo 9: La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti, la relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, «in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».

12. Ibid 438.

13. Ibid 438.

14. Ibid 438.

15. Ibid 438 Farraher ritiene inoltre che per un motivo sufficiente, quale lo studio o il sonno rilassato, un individuo non è obbligato a offrire resistenza positiva “per molto tempo contro tali tentazioni e moti interiori”. (440)

16. Ibi4 438.

17. “Masturbation and Objectively Grave Matter” in A New Look at Christian Morality, Notre Dame, Ind. Fides Press, 1968, pag. 214. Nel 1966 Padre Curran ha proposto quest’opinione alla Catholic Theological Society of America.

18. Ibid pag. 220.!

19. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

20. Rev. Ronald Lawler, OFM, CAP, Jos. Boyle, Jr., and Wm. E. May, 187-195, Our Sunday Visitor, Inc., Huntington, Indiana, 46750.

21. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

22. Ibid 190-191.

23. Paragrafo 12: “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità”.

24. V. Libro Ottavo, cap. 8-12, comprendente la descrizione classica di conflitto di volontà e la sua risoluzione attraverso la grazia divina. Traduzione di Frank Sheed, Sheed and Ward, Londra 1949, pp. 135-142

25. 1989 S.A. Literature, P.O. Box 300, Simi Valley, CA 93062.

26. 1986 The Augustine Fellowship, P.O. Box 88, New Town Branch, Boston, MA, 02258.

27. Definizione di John Bradshaw. Vedi John Bradshaw, Healing The Same That Binds You, Health Communications Inc., Deerfield, FL, 33442.

28. Out of the Shadows, Compcare Publications, 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 1984. Vedi anche Anne Wilson Schaef, Escape From Intimacy, Harper and Row, 1989, 1-5

29. Contrary to Love, 1989, Compcare Publ 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 4-7.

30. “Irresistible Impulses: A Question of Moral Psychology”, American Ecclesiastical Review, 100, 1939, 219.

31. Ibid 440.

32. Allers, Ibid 216-217. Si veda anche John Ford and Gerald Kelly, Contemporary Moral Theology, vol. I, Questions in Fundamental Moral Theology (Westminster, MD, Newman Press, 1958), 230.

33. Vedi Walter and Ingrid Trobisch, My Beautiful Feeling, Correspondence with Ilona, InterVarsity Press, 1977, Downers Grove, Illinois, 60515. Un’adolescente tedesca rivela i suoi sentimenti intimi sulla masturbazione in opposizione al professore liberale del suo collegio.

34. 54-69, Paulist Press, Mahwah, N.J., 07430.

35. John F. Harvey, OSFS, “Expressing Marital Love during the Fertile Phase”, International Review of Natural Family Planning, vol. 5., no. 4 (Winter, 1981), 204-210. Ho scritto anch’io un articolo sulla masturbazione nel matrimonio per la stessa rivista, vol. 3, 134-140.

36. John F. Kippley, nel suo recente libro Sex and Marriage Covenant The Couple to Couple League International, Inc. Cincinnati, Ohio, 1991, mostra il legame fra la contraccezione e la masturbazione. Se si è a favore della contraccezione considerando la storia di un matrimonio (si hanno già almeno quattro figli, quindi si è fatto il proprio dovere), allora per lo stesso motivo è giustificabile la masturbazione nel matrimonio. Entrambi gli argomenti non sussistono. 292-293.

37. John F. Harvey, OSFS, “Homosexuality and Vocations”, American Ecclesiastical review; vol. 164. N. 1, genn. 1971, 42-55. In quest’articolo mi sono occupato principalmente della questione omosessualità e vocazioni, poi del ruolo del direttore spirituale sia per la questione dell’omosessualità che della masturbazione.

38. The Sexual Celibate, New York, The Seabury Press, 1974, 201.

39. Ibid 203-204.

40. Images of Hope, New York, 1966, 119-120.

41. Vedi Leanne Payne, The Broken Image, Westchester, III, 1982, 46-47.

42. Martin Buber ha scritto a proposito di “quel misterioso gioco a nascondino nell’oscurità dell’anima, in cui l’animo umano fugge, evade e si nasconde da se stesso”. Citato da M. Scott Peck, The People of the Lie, Simon and Schuster, N.Y., 1983, 76.

43. “The Solitary Vice Goes Public”, editorial, Fidelity, Notre Dame, IN, 1985,5. Jones continua dicendo: “La lotta contro la tentazione della masturbazione è l’allenamento con cui gli adolescenti si formano il carattere. Se non imparano a controllare se stessi, con tutto quello che ciò comporta, la conseguenza sarà il disprezzo verso di sé, che diventerà odio verso l’autorità. La masturbazione è il male sessuale di base, non solo perché, dal punto di vista dello sviluppo è l’introduzione al peccato del sesso nel bambino, ma anche perché tutti i peccati del sesso hanno, alla loro radice, la masturbazione”. Ibid

44. Wilhelm Stekel, Autoeroticism, Grove Press, N.Y., 1950.

45. The Sexual Language, U. of Ottawa Press, 1976, 284.

46. William Bausch, opuscolo “Masturbation”, Claretian publ. 17

47. C.S. Lewis, Mere Christianity, citato in Bausch, “Masturbation”, 35.

48. Wilhelm Stekel, op. cit. 13 1-135. Stekel usa il termine masturbazione “criptica”.

49. William F. Kraft, “A Psycho-Spiritual View of Masturbation”, Human Development, Summer, 1982, 39-45; Bernard J. Tyrrell, “The Sexual Celibate and Masturbation” Review for Religious, vol. 35, 1976/3, 399-408.

50. Kraft, op. cit. 40.

51. Ibid. 41.

52. Ibid. 41.

53. Ibid. 43.

54. Ibid. 43.

55. Tyrrell, ibid. 405.

56. Tyrrell rimanda al suo libro, “Christotherapy: Healing Through Enlightenment” (New York, Seabury, 1975) per comprendere meglio la sua tesi, secondo cui un’esistenza senza masturbazione è possibile sia per i religiosi che per tutti i laici.

Dalle rivelazioni di Gesù a Maria Valtorta: “Pentitevi dei vostri peccati per essere perdonati e pronti al Regno. Levate da voi l’anatema del peccato. Ognuno ha il suo. Ognuno ha quello che è contrario ai dieci comandamenti di salute eterna. Vogliate pentirvi. Non a parole. Dio non si irride e non si inganna. Ma pentitevi con la volontà ferma, che vi porti a mutare vita, a rientrare nella Legge del Signore. Il Regno dei Cieli vi aspetta. Domani!”

Dalle rivelazioni di Gesù alla mistica Maria Valtorta

capitolo 59. Visione.

 L’indemoniato guarito nella sinagoga di Cafarnao

Maria Valtorta:

Vedo la sinagoga di Cafarnao. E’ già piena di folla in attesa. Gente sulla porta occhieggia sulla piazza ancora assolata, benché sia verso sera. Finalmente un grido: “Ecco il Rabbi che viene ! La gente si volta tutta verso l’uscio, i più bassi si alzano sulle punte dei piedi o cercano di spingersi avanti. Qualche disputa, qualche spintone, nonostante i rimproveri degli addetti alla sinagoga e dei maggiorenti della città.“La pace sia su tutti coloro che cercano la Verità.” Gesù sulla soglia e saluta benedicendo a braccia tese in avanti. La luce vivissima che nella piazza assolata ne staglia l’alta figura, inondandola di luce. Egli ha deposto il candido abito ed nel suo solito azzurro cupo. Si avanza fra la folla che si apre e si rinserra intorno a Lui, come onda intorno ad una nave.

“Sono malato, guariscimi! geme un giovane che mi pare tisico nell’aspetto, e prende Gesù per la veste. Gesù gli pone la mano sul capo e dice: “Confida. Dio ti ascolterà. Lascia ora che Io parli al popolo, poi verrò a te” Il giovane lo lascia andare e si mette quieto. “Che ti ha detto? “ gli chiede una donna con un bambino in braccio. “Mi ha detto che dopo aver parlato al popolo verrà a me.” “Ti guarisce, allora?” “Non so. Mi ha detto: “Confida Io spero.”

“Che ha detto? Che ha detto? La folla vuole sapere. La risposta di Gesù ripetuta fra il popolo.

“Allora io vado a prendere il mio bambino.” “Ed io porto qui il mio vecchio padre.” “Oh! se Aggeo volesse venire! Io provo… ma non verrà.

Gesù ha raggiunto il suo posto. Saluta il capo della sinagoga ed è salutato da questi. E’ un ometto

basso, grasso e vecchiotto. Per parlare a lui, Gesù si china. Pare una palma che si curvi su un arbusto più largo che alto.

“Che vuoi che ti dia? chiede l’archisinagogo.

“Quello che credi, oppure a caso. Lo Spirito guiderà”

“Ma… e sarai preparato?”

“Lo sono. Dai a caso. Ripeto: lo Spirito del Signore guiderà la scelta per il bene di questo popolo.”

L’archisinagogo stende una mano sul mucchio dei rotoli, ne prende uno, apre e si ferma a un dato

 

Gesù prende il rotolo e legge il punto segnato:

“su alzati e santifica il popolo e di’ loro: Santificatevi per domani, perché dice il Signore Dio di Israele, l’anatema è in mezzo a voi, o Israele; tu non potrai stare a fronte dei tuoi nemici fino a tanto che sia tolto di mezzo a te chi sia contaminato con tal delitto”.

Si ferma, arrotola il rotolo e lo riconsegna.

La folla attentissima. Solo bisbiglia alcuno: “Ne udremo delle belle contro i nemici! E’ il Re d’Israele, il Promesso, che raccoglie il suo popolo!” Gesù tende le braccia nella solita posa oratoria. Il silenzio si fa completo.

Gesù parla:

“Chi è venuto per santificarvi, si è alzato. E’ uscito dal segreto della casa dove si è preparato a questa missione. Si è purificato per darvi esempio di purificazione. Ha preso la sua posizione di fronte ai potenti del Tempio e al popolo di Dio, e ora è fra voi. Io sono. Non come, con mente annebbiata e fermento nel cuore, alcuni fra voi pensano e sperano. Più alto e più grande è il Regno di cui sono il Re futuro e a cui vi chiamo. Vi chiamo, o voi di Israele, prima d’ogni altro popolo, perché voi siete quelli che nei padri dei padri ebbero promessa di quest’ora e alleanza col Signore Altissimo. Ma non con turbe di armati, non con ferocie di sangue sarà formato questo Regno, e ad esso non i violenti, non i prepotenti, non i superbi, gli iracondi, gli invidiosi, i lussuriosi, gli avari, ma i buoni, i miti, i continenti, i misericordiosi, gli umili, gli amorosi del prossimo e di Dio, i pazienti, avranno entrata. Israele! Non contro i nemici di fuori sei chiamato a combattere. Ma contro i nemici di dentro. Contro quelli che sono in ogni tuo cuore. Nel cuore dei dieci e dieci e dieci mila tuoi figli. Levate l’anatema del peccato da tutti i vostri singoli cuori, se volete che domani Dio vi raduni e vi dica: o popolo, a te il Regno che non sarà più sconfitto, né invaso, né insediato da nemici Domani. Quale, questo domani? Fra un anno o fra un mese? Oh! non cercate! Non cercate con sete malsana di sapere ciò che futuro con mezzo che ha sapore di colpevole stregoneria. Lasciate ai pagani lo spirito pitone. Lasciate a Dio Eterno il segreto del suo tempo. Voi da domani, il domani che sorgerà dopo quest’ora di sera, e quella che verrà di notte, che sorgerà col canto del gallo, venite a purificarvi nella vera penitenza.

Pentitevi dei vostri peccati per essere perdonati e pronti al Regno. Levate da voi l’anatema del peccato. Ognuno ha il suo. Ognuno ha quello che è contrario ai dieci comandamenti di salute eterna. Esaminatevi ognuno con sincerità e troverete il punto in cui avevate sbagliato. Umilmente abbiatene pentimento sincero. Vogliate pentirvi. Non a parole. Dio non si irride e non si inganna. Ma pentitevi con la volontà ferma, che vi porti a mutare vita, a rientrare nella Legge del Signore. Il Regno dei Cieli vi aspetta. Domani.

Domani? vi chiedete? Oh! sempre un domani sollecito l’ora di Dio, anche se viene al termine di una vita longeva come quella dei Patriarchi. L’eternità non ha per misura di tempo lo scorrere lento della clessidra. E quelle misure di tempo che voi chiamate giorni, mesi anni, secoli, sono palpiti dello Spirito Eterno che vi mantiene in vita. Ma voi eterni siete nello spirito vostro, e dovete, per lo spirito, tenere lo stesso metodo di misurazione del tempo che ha il Creatore vostro. Dire, dunque:

“Domani sarà il giorno della mia morte Anzi non morte per il fedele. Ma riposo di attesa, in attesa del Messia che apra le porte dei Cieli. E in verità vi dico che fra i presenti solo ventisette morranno dovendo attendere. Gli altri saranno già giudicati prima della morte, e la morte sarà il passaggio a Dio o a Mammona senza indugio, perché il Messia è venuto, fra voi e vi chiama per darvi la Buona Novella, per istruirvi alla Verità per salvarvi al Cielo. Fate penitenza! Il domani del Regno dei Cieli imminente. Vi trovi mondi per divenire possessori dell’eterno giorno. La pace sia con voi.”

Si alza a contraddirlo un barbuto e impaludato israelita. Dice:

“Maestro, quanto Tu dici mi pare in contrasto con quanto detto nel libro secondo dei Maccabei, gloria d’Israele; Lì è detto: ‘ infatti è segno di grande benevolenza il non permettere ai peccatori di andare dietro per lungo tempo ai loro capricci, ma di dare subito mano al castigo. Il Signore non fa come le altre nazioni, che le aspetta con pazienza per punirle, venuto il giorno del giudizio, quando colma è la misura dei peccati. ‘ Tu invece parli come se l’Altissimo potesse essere molto lento nel punirci, attendendoci come gli altri popoli, fino al tempo del giudizio, quando sarcà colma la misura dei peccati. Veramente i fatti ti smentiscono. Israele punito come dice lo storico dei Maccabei. Ma se fosse come Tu dici, non vi è dissapore fra la tua dottrina e quella chiusa nella frase che ti ho detto?”

“Chi sei, Io non so. Ma chiunque tu sia, Io ti rispondo. Non c’è dissapore nella dottrina, ma nel modo di interpretare le parole. Tu le interpreti secondo il modo umano. Io secondo quello dello spirito. Tu, rappresentante della maggioranza, vedi tutto con riferimenti al presente e al caduco. Io, rappresentante di Dio, tutto spiego e applico all’eterno e al soprannaturale. Vi ha colpito, si Geoav nel presente, nella superbia e nella giustizia d’esser un popolo secondo la terra. Ma come vi ha amati e come vi usa pazienza, più che con ogni altro, concedendo a voi il Salvatore, il suo Messia, perché lo ascoltiate e vi salviate prima dell’ora dell’ora divina! Non vuole più che voi siate peccatori. Ma se nel caduco vi ha colpiti, vedendo che la vostra ferita non sana, ma anzi ottunde sempre più il vostro spirito ecco che vi manda non punizione ma salvezza. Vi manda Colui che vi sana e vi salva. Io che vi parlo.”

“Non trovi essere audace nel professarti rappresentante di Dio? Nessuno dei Profeti osa tanto e Tu… Chi sei, Tu che parli? E per ordine di chi parli?”

Gesù: “Non potevano i Profeti dire di loro stessi ciò che Io di me stesso dico. Chi sono? L’atteso, il Promesso, il Redentore. Già avete udito colui che lo precorre dire: ‘ Preparate la via del Signore…Ecco il Signore Iddio che viene… Come un pastore pascerà il suo gregge, pure essendo l’agnello della Pasqua vera. E fra voi sono quelli che hanno udito dal Precursore (Giovanni il Battista) queste parole, e hanno visto balenare il cielo per una luce che scendeva in forma di colomba, e udito una voce che parlava dicendo chi ero. Per ordine di chi parlo? Di Colui che e che mi manda.”

“Tu lo puoi dire, ma puoi essere anche un mentitor e o un illuso. Le tue parole sono sante, ma talora Satana ha parole di inganno tinte di santitper trarre in errore. Noi non ti conosciamo.”

“Io sono Gesù di Giuseppe della stirpe di Davide, nato a Bethem Efrata, secondo le promesse, detto nazareno perché a Nazaret ho casa. Questo secondo il mondo. Secondo Dio sono il suo Messo. I miei discepoli lo sanno.”

“Oh! loro! Possono dire ciò che vogliono e ciò che Tu fai loro dire.”

Gesù: “Un altro parlerà che non mi ama, e dirà chi sono. Attendi che Io chiami uno di questi presenti.”

Gesù guarda la folla che stupita dalla disputa, urtata e divisa tra opposte correnti. La guarda, cercando qualcuno coi suoi occhi di zaffiro, poi chiama forte: “Aggeo! Vieni avanti. Te lo comando.”

Grande brusio tra la folla, che si apre per lasciar passare un uomo tutto scosso da un tremito e sorretto da una donna.

“Conosci tu quest’uomo?”

“Si. E’ Aggeo di Malachia, qui di Cafarnao. Posseduto da uno spirito malvagio che lo dissenna in furie repentine.”

“Tutti lo conoscono?”

La folla grida: “Si ”

“Può dire alcuno che fu meco in parole, anche per pochi minuti?”

La folla grida: “No, no, è quasi ebete e non esce mai dalla sua casa e nessuno ti ha visto in essa.”

“Donna: portalo a Me davanti.”

La donna lo spinge e trascina, mentre il poveretto trema più forte. L’archisinagogo avverte Gesù:

“Sta attento! Il demonio sta per tormentarlo… e allora si avventa, graffia, morde.” La folla fa largo, pigiandosi contro le pareti.

I due sono ormai di fronte. Un attimo di lotta. Pare che l’uomo, uso al mutismo, stenti a palare e mugola, poi la voce si forma in parola: “Che c’è fra noi e Te, Gesù di Nazaret? Perché sei venuto a tormentarci? Perché a sterminarci, Tu, padrone del Cielo e della Terra? So chi sei: il Santo di Dio. Nessuno, nella carne, fu più grande di Te, perché nella tua carne d’uomo è chiuso lo Spirito del Vincitore Eterno. Già mi hai vinto in… ”

Gesù: “Taci! Esci da costui!. Lo comando.”

L’uomo è preso come da un parossismo strano. Si dimena a strattoni, come se ci fosse chi lo maltratta con urti e strapponate, urla con voce disumana, spuma e poi viene gettato al suolo da cui poi si rialza, stupito e guarito.

“Hai udito? Che rispondi ora?” chiede Gesù al suo oppositore.

L’uomo barbuto e impaludato fa una alzata di spalle e, vinto, se ne va senza rispondere. La folla lo sbeffeggia e applaude Gesù.

“Silenzio. Il luogo è sacro!” dice Gesù e poi ordina: “A Me il giovine al quale ho promesso aiuto da Dio.”

Viene il malato. Gesù lo carezza: “Hai avuto fede! Sii sanato. Va’ in pace e sii giusto.”

Il giovane ha un grido. Chissà che sente? Si prostra ai piedi di Gesù e li bacia ringraziando: “Grazie per me e per la madre mia!”

Vengono altri malati: un bimbo dalle gambine paralizzate. Gesù lo prende tra le braccia, lo carezza e lo pone i terra… e lo lascia. E il bambino non cade, ma corre dalla mamma che lo riceve sul

cuore piangendo, e che benedice a gran voce ‘il Santo d’Israele’. Viene un vecchietto cieco, guidato dalla figlia. Anche lui viene sanato con una carezza sulle orbite malate. La folla un tumulto di benedizioni.

Gesù si fa largo sorridendo e per quanto sia alto, non arriverebbe a fendere la folla se Pietro, Giacomo, Andrea e Giovanni non lavorassero di gomito generosamente, e si aprissero un varco dal loro angolo sino a Gesù e poi lo proteggessero sino all’uscita nella piazza dove ora non c’è più sole.

La visione termina così…

San Bernardino da Siena: “Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché (San Paolo) dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero”

“INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO, CON COMMENTO DI SAN BERNARDINO DA SIENA”

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Cor 1,1-13)

 

Commento di San Bernardino da Siena:

“Astitit regina a dexstris tuis investitu deaurato circumdata varietate” [Sta la regina alla tua destra in veste d’oro…]. Comincia: “Eructavit cor meum”[Effonde il mio cuore]… laddove Davide profeta parla della virtù della carità, dicendo che essa sta al lato destro di Dio, siede come regina di tutte le altre virtù, vestita d’oro, circondata di varietà di colori (Sal 44,10).

( … ) Osserva la forza delle parole che usa Davide: “Astitit regina dexstris tuis”: [la carità] sempre resterà, come regina, alla mano destra di Dio; essa è governatrice di ogni nostro atto, di ogni nostro pensiero; dirige il nostro corpo e la nostra anima verso Dio e verso il prossimo, contro il demonio, contro il mondo e contro la carne. Ci governa per grazia, ci purifica dalla colpa, cosicché quando l’anima va in Paradiso essa è vestita di carità da Cristo Gesù, che è l’arca della carità, il primogenito dei morti, il re dei re, il Signore dei signori e rende grazia per grazia. Se sei stato in questo mondo in carità, di carità ti vestirà lassù. “Habenti dabitur” [a chi ha sarà dato] (Lc 19,26): a chi avrà avuto carità, gli sarà data carità, gli sarà profusa carità, più carità di quanta se ne possa avere mai in questo mondo.

( … ) Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero. ( … ) Prendi pure tutte le anime degli uomini che sono morte in peccato mortale e prendine una sola che sia morta in grazia di Dio: piacerà di più a Dio quell’anima sola che centomila migliaia di anime dannate.

( … ) Come l’anima ha molti doni, così la carità è dotata di molte varietà.

( … ) Tre sono le principali varietà che adornano la carità. La prima è nel sopportare. La seconda è nel respingere. La terza nell’operare.

Parlo prima del sopportare ( … ) Come dice Giobbe: “La vita dell’uomo è una milizia nella battaglia del mondo” (Gb 7,1).

( … ) Sebbene tu abbia in te la pazienza non basta. Dopo che hai sofferto dei tormenti e delle battaglie e ti sei difeso con lo scudo e con l’armatura [della pazienza], bisogna che tu faccia il bene con il cuore, con le parole e con le opere ( … ). Ama la creatura e odia la colpa; con benignità [bisogna] amare la creatura e non il peccato che è in essa. Dì bene di chi dice male di te e prega per lui. Fa il bene a chi ti fa del male; questa è la benignità della carità.

E abbiamo trattato della prima cosa, cioè del sopportare.

La seconda cosa è nel respingere. La carità non si mischia mai con cose brutte, allontana tutti i peccati mortali ( … ).

( … ) Anzitutto la carità non ha invidia del bene che vede in altri, anzi ne gode e d’ogni bene che vede nel prossimo suo, ne è contenta come se fosse in se stessa. Una buona e santa invidia sarebbe avere invidia e volere quei beni che tu vedi negli uomini spirituali e amare quei tali beni come se li avessi tu. Quest’uomo non fa cose perverse e non vi va dietro per superbia.

( … ) “Non si gonfia” di superbia. La superbia gonfia in due modi: prima attraverso le cose acquistate e poi attraverso le cose desiderate. Le acquistate sono la fama, la condizione agiata, i beni; per queste cose la carità non fa gonfiare.

“Non è ambiziosa”. Riguardo alle cose desiderate dice che la carità non è ambiziosa così da desiderare cose superflue né di ruoli, né di roba, né di onori.

“Non cerca il suo interesse”. Respinge l’avarizia, non chiede quel che è suo e tanto meno quello che non è suo. ( … ) non dice che tu non richieda le cose che ti fossero state tolte e tu ne abbia bisogno, se vedi di poterle riavere senza peccato mortale; altrimenti se non le potessi riavere se non con il peccato, lasciale stare.

“Non si adira la carità”. “Nell’ira non peccate” (Ef 4,26), fu detto per lo zelo di Dio. Allora, quando Gesù cacciò dal Tempio i venditori, i compratori e gli usurai, chi non lo avesse capito, avrebbe detto: Egli è adirato; ma fu zelo di carità di Dio. E’ grande differenza tra zelo ed ira. ( … ) L’ira intorbida la mente e guasta l’anima. Lo zelo [invece] si appassiona e non si intorbida e quando si lascia a riposo è più chiaro di prima. Non così l’ira che solo di rado lascia chiara la mente.

( … ) “Non pensa male”. La carità non se ne sta accidiosa, ma sempre essa è in pensieri di carità. Non pensa male e da ogni male trae il bene; ogni cosa che vede la carità la ritorce in bene. Quando vedi uno che dice male su cose di cui non è certo, è segno che non è in carità. “Non gode dell’ingiustizia”, ma ne soffre. Quando vedi uno che si rallegra di un altro che abbia fatto qualche gran male, o qualche grande iniquità, è segno che non è nella carità, ma è contro di lei. Ogni allegrezza per il male o per l’iniquità fa tanto peggio, e tanto più sei lontano dalla carità, tanto più ne godi e te ne rallegri.

“Ma della verità si compiace”. La carità è compagna della verità, e vanno sempre abbracciate insieme. E dunque l’anima che ha carità, come sente dire una verità, gode. La carità è l’arte dell’uomo spirituale e non degli uomini mondani.

( … ) “Tutto crede, tutto sopporta, tutto spera”. Cioè tutte le cose che sono da credere le crede e non le pazzie degli eretici. E sostiene pazientemente tutte le cose che sono da sostenere e spera tutte le cose che sono da sperare.

( … ) La terza ed ultima parte principale è sulla stabilità della carità. “Vestita con abiti d’oro”: che come l’oro è stabile, che mai viene meno quanto più è vicina alla perfezione, e quanto più sta sul fuoco, tanto più diventa fine senza venire a mancare, così è la carità. E per questo San Paolo aggiunge: “La carità non avrà mai fine ( … )”. Vuol dire che la carità non verrà mai meno. ( … ) Gli uomini più capaci del mondo in eloquenza o in sapienza non sapranno mai il fine di tutte le sapienze. Chi saprà un poco e chi un altro. Perciò dice: “in parte”. E aggiunge: “Ma quando verrà ciò che è perfetto, [cioè il Paradiso], quello che è imperfetto scomparirà”.

“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità”.

( … ) La fede è il fondamento della religione nostra; poi la speranza, così che speri quel che per fede credi; e tutto con amore di carità, perché senza la carità, come ti ho mostrato, non c’è virtù che sia accetta a Dio. Quando saremo di là in Paradiso, che Iddio ce ne dia la grazia, solamente la virtù della carità ci accompagnerà; non ci sarà più bisogno di fede nelle cose divine, perché vedremo a faccia a faccia la fede; e la speranza verso le cose che non si vedono verrà a mancare, perché avremo quel che abbiamo sperato. La carità è la maggiore di tutte e rimarrà molto più lassù in Paradiso che non qua.”

(San Bernardino da Siena, Prediche settimana santa, Cap. 1, pag. da 92 a 106.)

Sant’Alfonso Maria de Liguori: “L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti” “Chi dunque vuol salvarsi, non solo deve lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare” “Se vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

SERMONE XXII. – PER LA DOMENICA II. DOPO PASQUA

 

Del fuggire le male occasioni.

Cum fores essent clausae, ubi erant discipuli congregati, venit Iesus, et stetit in medio eorum. (Ioan. 20. 19.)

Abbiamo nel presente vangelo, che ritrovandosi gli apostoli congregati in una casa, entrò ivi Gesù Cristo già risorto, benché le porte erano chiuse, e si pose in mezzo di loro: Cum fores essent clausae, venit Iesus et stetit in medio eorum. Scrive s. Tommaso l’angelico su questo fatto, che il Signore, misticamente parlando, volle con ciò farci intendere ch’egli non entra nelle anime nostre, se non quando esse tengono chiuse le porte de’ sensi: Mystice per hoc datur intelligi, quod Christus nobis apparet, quando fores, idest sensus sunt clausi. Se dunque vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi. E ciò voglio oggi dimostrarvi, il gran pericolo in cui si mette di perdere Dio chi non fugge le male occasioni.

Abbiamo nelle sacre Scritture, che risorse Cristo e risorse Lazaro; Cristo però risorse, e non tornò a morire, come scrisse l’apostolo: Christus resurgens ex mortuis, iam non moritur1. Lazaro all’incontro risorse e tornò a morire. Riflette Guerrico abate che Cristo risorse sciolto, ma Lazaro risorse ligatus manibus et pedibus2. Povero, soggiunge poi quest’autore, chi risorge dal peccato, ma legato da qualche occasione cattiva, questi tornerà a morire per perdere la divina grazia. Chi dunque vuol salvarsi, non solo dee lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare, cioè quella corrispondenza, quella casa, quei cattivi compagni e simili occasioni che incitano al peccato.

Per il peccato originale si è intromessa in tutti noi la mala inclinazione a peccare, cioè a fare quel che ci vien proibito; onde si lamentava s. Paolo, che provava in se stesso una legge contraria alla ragione: Video autem aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati3. Quando poi vi è l’occasione presente, ella sveglia con gran violenza l’appetito malvagio, al quale allora è molto difficile il resistere; poiché Dio nega gli aiuti efficaci a chi volontariamente si espone all’occasione: Qui amat periculum, in illo peribit4. Spiega s. Tommaso l’angelico: Cum exponimus nos periculo, Deus nos derelinquit in illo. Chi non fugge il pericolo, resta dal Signore in quello abbandonato. Dice pertanto s. Bernardino da Siena, che il migliore di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggire le occasioni di peccare: Inter consilia Christi, unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones.

Scrive s. Pietro che il demonio circuit quaerens quem devoret5. Il nemico gira sempre d’intorno ad ogni anima per entrarvi a pigliarne il possesso; e perciò va trovando di mettere avanti l’occasione del peccato, per cui il demonio entra nell’anima: Explorat, dice s. Cipriano, an sit pars cuius aditu penetret. Quando l’anima lasciasi indurre ad esporsi nell’occasione, il demonio facilmente entrerà in essa e la divorerà. Questa fu la causa della rovina dei nostri primi progenitori, il non fuggire l’occasione. Iddio avea lor proibito non solo di mangiare il pomo vietato, ma anche il toccarlo; così rispose la stessa Eva al serpente che la tentava a cibarsene: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud6. Ma l’infelice vidit, tulit, comedit: prima cominciò a guardar quel frutto, poi lo prese in mano e poi lo mangiò. E ciò accade ordinariamente a tutti coloro che volontariamente si mettono all’occasione. Quindi il demonio costretto una volta dagli esorcismi a dire qual predica fra tutte fosse quella che più gli dispiacesse, confessò esser la predica di fuggir l’occasione; e con ragione, mentre il nemico si ride di tutti i nostri propositi e promesse fatte a Dio; la maggior sua cura è d’indurci a non fuggir l’occasione; perché l’occasione è come una benda che ci si mette davanti gli occhi, e non ci lascia più vedere né lumi ricevuti, né verità eterne, né propositi fatti; insomma ci fa scordare di tutto, e quasi ci sforza a peccare.

Scito quoniam in medio laqueorum ingredieris1. Chi nasce nel mondo, entra in mezzo ai lacci. Onde avverte il Savio che chi vuole essere sicuro da questi lacci, bisogna che se ne guardi e se ne allontani: Qui cavet laqueos securus erit2. Ma se invece di allontanarsi dai lacci taluno a quelli si accosta, come potrà restarne libero? Perciò Davide, dopo che con tanto suo danno avea imparato il pericolo che reca l’esporsi alle cattive occasioni, dice che per conservarsi fedele a Dio, si avea proibito di accostarsi ad ogni occasione che potea condurlo a ricadere: Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam mandata tua3. Non solo dice da ogni peccato, ma da ogni via mala che conduce al peccato. Non manca al demonio di trovar pretesti per farci credere che quell’occasione, alla quale ci esponiamo, non sia volontaria, ma necessaria. Quando l’occasione è veramente necessaria, il Signore non lascerà di darci il suo aiuto a non cadere, se non la fuggiamo, ma alle volte noi ci fingiamo certe necessità, che siano tali che bastino a scusarci. Scrive s. Cipriano: Nunquam securus cum thesauro latro tenetur inclusus, nec inter unam caveam habitans cum lupo tutus est agnus4. Parla s. Cipriano contro coloro che non vogliono levar l’occasione, e poi dicono: Non ho paura di cadere. Non mai, dice il santo, può tenersi sicuro alcuno del suo tesoro, se insieme col tesoro seco si tiene chiuso il ladro, né l’agnello può star sicuro della sua vita, se vuole stare dentro la caverna insieme col lupo; e così niuno può star sicuro di conservar il tesoro della grazia se vuol rimanere nell’occasione del peccato. Dice s. Giacomo che ogni uomo ha dentro di sé un gran nemico, cioè la mala inclinazione che lo tenta a peccare: Unusquisque tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus5. Or se poi non fugge da quelle occasioni che lo tentano di fuori, come potrà resistere e non cadere? Perciò mettiamoci avanti gli occhi quell’avvertimento generale che ci diede Gesù Cristo per vincere tutte le tentazioni e salvarci: Si oculos tuus dexter scandalizat te, erue eum et proiice abs te6. Se vedi che l’occhio tuo destro è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano: proiice abs te: viene a dire che dove si tratta di perder l’anima, bisogna fuggire ogni occasione. Dicea s. Francesco d’Assisi, come io riferii in un altro sermone, che il demonio a certe anime che hanno timore di Dio, non cerca da principio di legarle colla fune di un peccato mortale, perché quelle spaventate dalla vista di un peccato mortale, fuggirebbero e non si farebbero legare; per tanto procura l’astuto di legarle con un capello, che non mette gran timore; perché così poi gli riuscirà più facile di accrescere i legami, finché le renda sue schiave. Onde chi vuol essere libero da tal pericolo, dee spezzare da principio tutti i capelli, cioè tutte le occasioni, quei saluti, quei biglietti, quei regalucci, quelle parole affettuose. E parlando specialmente di chi ha avuto l’abito all’impudicizia, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime; se non fugge anche le rimote, facilmente di nuovo tornerà a cadere.

L’impudicizia (atto impuro) è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti, e rari son quelli che ne escono vincitori: Communis pugna et rara victoria. Quanti miseri che han voluto porsi a combattere con questo vizio, ne sono restati vinti? Ma no, dice il demonio ad alcuno, per indurlo ad esporsi all’occasione, non dubitare che non ti farai vincere dalla tentazione: Nolo, risponde s. Girolamo, pugnare spe victoriae, ne perdam aliquando victoriam. No, non voglio pormi a combattere colla speranza di vincere, perché ponendomi volontariamente a combattere, un giorno resterò perditore, e perderò l’anima e Dio. In questa materia vi bisogna un grande aiuto di Dio per non restar vinto, e perciò dalla parte nostra, per renderci degni di questo aiuto divino, è necessario fuggir l’occasione; e bisogna continuamente raccomandarsi a Dio per osservar la continenza, noi non abbiamo forza di conservarla. Iddio ce l’ha da concedere: Et ut scivi, diceva il Savio, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum1. Ma se ci esporremo all’occasione, come dice l’apostolo, noi stessi provvederemo di armi la nostra carne ribelle a far guerra all’anima: Sed neque exhibeatis membra vestra arma iniquitatis peccato2. Spiega in questo passo s. Cirillo Alessandrino, e dice: Tu das stimulum carni tuae, tu illam adversus spiritum armas et potentem facis. In questa guerra del vizio disonesto, dicea san Filippo Neri, che vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l’occasione; all’incontro chi si mette all’occasione, arma la sua carne e la rende così potente, che sarà moralmente impossibile il resistere.

Dice Iddio ad Isaia: Clama: Omnis caro foenum3. Or se ogni uomo è fieno, dice s. Gio. Grisostomo, che il voler mantenersi puro l’uomo, quando volontariamente si mette nell’occasione di peccare, è lo stesso che pretendere di mettere la fiaccola nel fieno, senza che il fieno si bruci: Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur. No, scrive s. Cipriano, non è possibile stare in mezzo alle fiamme e non ardere: Impossibile est flammis circumdari et non ardere4. E lo stesso disse prima lo Spirito santo, dicendo essere impossibile il camminar sulle brace e non bruciarsi i piedi: Numquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius5? Il non bruciarsi sarebbe un miracolo; scrive s. Bernardo che il conservarsi casto uno che si espone all’occasione prossima, sarebbe maggior miracolo che risuscitare un morto: Maius miraculum est, quam mortuum suscitare, son le parole del santo.

Dice s. Agostino1: In periculo qui non vult fugere vult perire. Onde poi scrive in altro luogo, che chi vuol vincere e non perire dee fuggir l’occasione: In occasione peccandi apprehende fugam, si vis invenire victoriam2. Taluni scioccamente si fidano della loro fortezza, e non vedono che la loro fortezza è simile alla fortezza della stoppa che è posta sulla fiamma: Et erit fortitudo vestra, ut favilla stuppae3. Si lusingano altri sulla mutazione di vita che han fatta, sulle confessioni e promesse fatte a Dio, dicendo: per grazia del Signore con quella persona ora non ci ho più fine cattivo, non ci ho neppure più tentazioni. Sentite, voi che parlate così: nella Mauritania dicesi che vi sono certe orse le quali vanno a caccia delle scimie; le scimie, quando vedono le orse, salgono sugli alberi, e così da loro si salvano; ma l’orsa che fa? Si stende sul terreno e si finge morta, ed aspetta che le scimie scendano dall’albero; allorché poi le vede scese, si alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio, fa vedere che la tentazione è morta; ma quando poi l’uomo è sceso a mettersi nell’occasione, fa sorgere la tentazione e lo divora. Oh quante miserabili anime, anche applicate allo spirito, e che faceano orazione mentale, si comunicavano spesso, e menavano vita santa, con mettersi poi all’occasione, sono rimaste schiave del demonio! Si riferisce nelle storie ecclesiastiche, che una santa donna la quale praticava l’officio pietoso di seppellire i martiri, una volta fra quelli ne trovò uno il quale non era ancora spirato, ella condusselo in sua casa, e con medici e rimedii lo guarì; ma che avvenne? Questi due santi (come poteano chiamarsi, l’uno che già era stato vicino a morire per la fede, l’altra che facea quell’officio con tanto rischio di essere perseguitata da’ tiranni) prima caddero in peccato e perderono la grazia di Dio, e poi, fatti più deboli per il peccato, rinnegarono anche la fede. Di ciò narra s. Macario un fatto simile di un vecchio che era stato mezzo bruciato dal tiranno per non voler rinnegare la fede; ma ritornato alla carcere, per sua disgrazia prese confidenza con una donna divota che serviva que’ martiri e cadde in peccato.

Avverte lo Spirito santo che bisogna fuggire il peccato, come si fugge dalla faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccatum4. Onde siccome si fugge non solo il morso del serpe, ma anche il toccarlo, ed anche l’accostarsegli vicino; così bisogna fuggire non solo il peccato, ma l’occasione del peccato, cioè quella casa, quella conversazione, quella persona. S. Isidoro dice che chi vuole star vicino al serpente, non passerà gran tempo e ne resterà offeso: Iuxta serpentem positus non erit diu illaesus5. Onde dice il Savio che se qualche persona facilmente può esserti di rovina, Longe fac ab ea viam tuam, et ne appropinques foribus domus eius6. Non solo dice, astienti di più accostarti a quella casa, la quale è fatta via dell’inferno per te (Via inferi domus eius1); ma procura di non accostarti neppur vicino a quella, passane da lontano: Longe fac ab ea viam tuam. Ma io con lasciar quella casa perderò gl’interessi miei. È meglio perdere gl’interessi, che perdere l’anima e Dio. Bisogna persuadersi che in questa materia della pudicizia non vi è cautela che basti. Se vogliamo salvarci dal peccato e dall’inferno, bisogna che sempre temiamo e tremiamo, come ci esorta san Paolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini2. Chi non trema e si arrischia a porsi nelle occasioni cattive, difficilmente si salverà. E perciò fra le nostre preghiere dobbiamo replicare ogni giorno e più volte nel giorno quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem: Signore, non permettete che io mi trovi in quelle tentazioni che abbiano a farmi perdere la grazia vostra. La grazia della perseveranza da noi non può meritarsi, ma Dio certamente la concede, come dice s. Agostino, a chi la cerca, mentre ha promesso di esaudir chi lo prega; onde dice lo stesso santo che il Signore promittendo, debitorem se fecit.

 

(Sant’Alfonso Maria de Liguori)

1 Rom. 6. 9.

2 Matth. 22. 13.

3 Rom. 7. 23.

4 Eccl. 3. 27.

5 1. Petr. 5. 8.

6 Gen. 3. 3.

1 Eccl. 9. 20.

2 Prov. 11. 15

3 Psal. 118. 101.

4 L. de Sing. Cler.

5 Iac. 1. 14.

6 Matth. 5. 29.

1 Sap. 8. 21.

2 Rom. 6. 13.

3 Isa. 40. 6.

4 De Sing. Cler.

5 Prov. 6. 27. 28.

1 In psal. 5.

2 Serm. 250. de temp.

3 Isa. 1. 31.

4 Eccl. 21. 2.

5 Lib. 2. solit.

6 Prov. 5. 8.

1 Prov. 7. 27.

2 Phil. 2. 12.

Sant’Alfonso Maria de Liguori: “Dice lo Spirito santo che non è salvo chi comincia a viver bene, ma chi persevera nel ben vivere sino alla morte” “Colla confessione fatta l’anima tua è sanata; è sanata ma non è ancora salva, perché se torni a peccare, la tornerai a perdere, e il danno della ricaduta sarà molto peggiore delle tue prime cadute”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

SERMONE XXI. – PER LA DOMENICA DI PASQUA

 

Dello stato miserabile dei recidivi.

Nolite expavescere: Iesum quaeritis Nazarenum, crucifixum: surrexit, non est hic. (Marc. 16. 6.)

Spero, cristiani miei, che siccome è risorto Cristo, così anche tutti voi in questa santa Pasqua vi siate confessati e siate risorti. Ma avvertite quel che dice s. Girolamo, che molti cominciano bene, ma pochi son quelli che perseverano: Incipere multorum est, perseverare paucorum. All’incontro dice lo Spirito santo che non è salvo chi comincia a viver bene, ma chi persevera nel ben vivere sino alla morte: Qui autem perseveraverit usque in finem, hic salvus erit. La corona del paradiso, dice s. Bernardo, è sol promessa a coloro che cominciano, ma non è data poi, se non a coloro che perseverano: Inchoantibus praemium promittitur, perseverantibus datur3. Giacché dunque, fratello mio, hai risoluto di darti a Dio, senti quel che ti dice lo Spirito santo: Fili, accedens ad servitutem Dei, praepara animam tuam ad tentationem4. Non credere che sieno finite per te le tentazioni. Ora apparecchiati a combattere, e guardati di ricadere nei peccati che ti hai confessati, perché se torni a perdere la grazia di Dio, sarà difficile che la ricuperi. E questo è quello che voglio dimostrarti in questo giorno, lo stato miserabile de’ recidivi, cioè di coloro che miseramente dopo la confessione ricadono negli stessi peccati di prima.

Giacché dunque ti sei confessato, cristiano mio, Gesù Cristo ti dice quel che disse al paralitico: Ecce sanus factus es: iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid contingat1. Colla confessione fatta già l’anima tua è sanata; è sanata ma non è ancora salva, perché se torni a peccare, la tornerai a perdere, e il danno della ricaduta sarà molto peggiore delle tue prime cadute: Audis, dice s. Bernardo, recidere, quam incidere, esse deterius. Chi patisce un’infermità mortale, e da quella guarisce, se poi ricade nello stesso male perderà talmente le forze naturali, che gli sarà impossibile il ristabilirsi. Ciò appunto accade a’ recidivi nel peccato, ritornando essi al vomito, cioè ripigliando i peccati vomitati nella confessione, resteranno così deboli, che diventeranno trastulli del demonio. Dice s. Anselmo che il nemico sopra de’ recidivi acquista un certo dominio, che li fa cadere e ricadere, come vuole, onde i miseri diventano simili a quegli uccelli, che servono di giuoco ai fanciulli, i quali permettono loro che si alzino di quando in quando da terra, ma perché li tengono legati, tornano a farli cadere quando vogliono. Così fa il demonio coi recidivi: Sed quia ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur.

Scrive s. Paolo che noi abbiamo a combattere, non già contro gli uomini come noi di carne e sangue, ma contro i principi dell’inferno: Non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates2. E con ciò vuole avvertirci che noi non abbiamo forze di resistere alle potenze infernali; per resistere ci è assolutamente necessario l’aiuto divino, altrimenti resteremo sempre vinti. All’incontro, quando Iddio ci aiuta potremo tutto e vinceremo, dicendo col medesimo apostolo: Omnia possum in eo qui me confortat3. Ma questo aiuto Iddio non lo concede, se non a coloro che l’impetrano coll’orazione: Petite ed dabitur vobis, quaerite et invenietis4. E chi non lo domanda non l’ottiene. Per tanto non ci fidiamo de’ nostri propositi: se mettiamo in questi la nostra confidenza, resteremo perduti; quando siamo tentati a ricadere, tutta la nostra confidenza dobbiamo riporla nel soccorso di Dio il quale certamente esaudisce chi lo prega.

Qui existimat stare, videat ne cadat5. Chi si ritrova in grazia di Dio, come dice qui s. Paolo, dee stare attento a non cadere in peccato: specialmente se prima è caduto in altri peccati mortali, poiché la ricaduta di colui che prima è stato peccatore, porta seco una maggior ruina: Et fiunt novissima hominis illius peiora prioribus6.

Dicesi nella scrittura che il nemico, sacrificabit (totum) reti tuo… et cibus eius electus7. Spiega s. Girolamo che il demonio cerca di prendere nella sua rete tutti gli uomini per sacrificarli alla divina giustizia colla loro dannazione; e però a quei peccatori che sono già nella sua rete, procura di aggiugnere nuove catene con tentarli a nuovi peccati; ma cibus eius electus, il cibo più gustoso al nemico sono quelli che si ritrovano amici di Dio; a costoro tende insidie più forti per renderli suoi schiavi, e far loro perdere tutto il bene che hanno acquistato. Scrive Dionisio Cartusiano: Quanto quis fortius nititur Deo servire, tanto acrius contra eum saevit adversarius. Quanto più taluno si unisce con Dio e si sforza di servirlo, tanto più il nemico si arma di rabbia, e cerca di rientrare nella di lui anima, ond’è stato discacciato; e dice, come si legge in s. Luca: Cum immundus spiritus exierit de homine, quaerens requiem: et non inveniens dicit: Revertar in domum meam unde exivi1. E se gli riesce di rientrarvi, non v’entra solo, ma porta compagni, per maggiormente fortificarsi in quell’anima riacquistata, e così la seconda rovina di quella misera sarà più grande della prima: Tunc vadit, et assumit septem alios spiritus nequiores se, et ingressi habitant ibi, et fiunt novissima peiora prioribus2.

All’incontro molto dispiace a Dio la ricaduta d’un ingrato, che con tanto amore è stato da lui chiamato e perdonato, vedendo che scordato delle misericordie che gli ha usate, di nuovo gli volta le spalle, e rinunzia alla sua grazia: Si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique… tu vero, homo unanimis, dux meus et notus meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos3. Dice Dio, se mi avesse offeso un mio nemico l’avrei sofferto con minor mio rammarico; ma il vedere che tu ti sei ribellato da me, dopo che ti ho restituita la mia amicizia, e dopo che ti ho fatto sedere alla mia mensa a cibarti delle mie stesse carni, ciò troppo mi rincresce e mi muove a castigarti. Povero colui che dallo stato d’amico di Dio, dopo molte grazie da esso ricevute passa a voler essergli nemico: troverà l’infelice pronta la spada della vendetta divina: Et qui transgreditur a iustitia ad peccatum, Deus paravit eum ad romphaeam4. Romphaea significa spada lunga.

Dice taluno: ma se ricado presto mi rialzerò, mentre penso di subito confessarmene. A chi parla così avverrà quel che avvenne a Sansone, che essendosi fatto ingannare da Dalila, la quale mentre Sansone dormiva gli fece tagliare i capelli, in cui egli tenea la sua forza, quando poi si svegliò, disse: Egrediar sicut ante feci, et me excutiam: nesciens, soggiunge la Scrittura, quod recessisset ab eo Dominus5. Pensava egli di liberarsi dalle mani dei Filistei, come avea fatto per lo passato; ma essendogli mancata la forza, restò fatto schiavo de’ medesimi, i quali prima gli cavarono gli occhi, e poi cinto di catene lo chiusero in una carcere. Il peccatore dopo che è ricaduto perde la forza di resistere alle tentazioni, poiché recedit ab eo Dominus, il Signore l’abbandona, privandolo del suo aiuto efficace, necessario a resistere; e così resta il misero accecato, abbandonato nella sua colpa.

Nemo mittens manum suam ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei6. Ecco descritto il peccatore che ricade. Si noti la parola nemo: niuno, disse Gesù Cristo, che si mette a servirmi, e poi si rivolta in dietro, è atto ad entrare in paradiso. Scrisse Origene che l’aggiungere un nuovo peccato al peccato commesso, è lo stesso che aggiungere ad una ferita una nuova ferita: Cum peccatum peccato adiicitur, sicut vulnus vulneri7. Se taluno riceve una ferita in un membro, certamente quel membro perde il primo vigore; ma se poi riceve la seconda, quello perderà ogni forza, ogni moto, senza speranza di riaverlo. Questo è il gran danno che apporta il ricadere in peccato, resta l’anima così debole, che poco potrà più resistere alle tentazioni; poiché dice san Tommaso: Remissa culpa remanent dispositiones ex praecedentibus actis causatae1. Ogni peccato, benché perdonato, lascia sempre la ferita fatta della colpa antecedente, aggiungendosi poi alla ferita antica la nuova, questa rende l’anima talmente debilitata, che senza una grazia speciale e straordinaria del Signore l’è impossibile il superare le tentazioni.

Tremiamo dunque, fratelli miei, di ricadere in peccato, né ci valiamo della misericordia di Dio per seguitare ad offenderlo. Dice s. Agostino: Qui poenitenti veniam promisit, nulli poenitentiam promisit. Iddio ha promesso bensì il perdono a chi si pente del suo peccato, ma non ha promesso ad alcuno la grazia di pentirsi del peccato commesso. Il dolore de’ peccati è un mero dono di Dio, se egli te lo nega, come ti pentirai? E senza pentirti, come puoi esser perdonato? Eh che il Signore non si fa burlare: Nolite errare, Deus non irridetur2. Dice s. Isidoro chi replica il peccato che prima ha detestato, non è già penitente, ma irrisore di Dio: Irrisor, et non poenitens est qui adhuc agit, quod poenitet3. Oltreché ben dicea Tertulliano, che dove non si vede emenda, è segno che il pentimento non è stato vero: Ubi emendatio nulla, poenitentia vana4.

Predicava s. Pietro: Poenitemini, et convertimini, ut deleantur peccata vestra5. Molti si pentono, ma non si convertono: hanno un certo rincrescimento della loro vita sconcertata, ma non si convertono davvero a Dio; si confessano, si battono il petto, promettono di emendarsi, ma non fanno una ferma risoluzione di mutar vita: chi fermamente risolve di mutar vita, persevera, almeno si mantiene per lungo tempo in grazia di Dio. Ma quei che dopo la confessione presto ricadono, fan vedere, come dice s. Pietro, che si son pentiti, ma non convertiti, e questi finalmente faranno una mala morte. Scrive s. Gregorio: Plerumque mali sic compunguntur ad iustitiam, sicut plerumque boni tentantur ad culpam6. E vuol dire che siccome i giusti molte volte hanno certe spinte al male, ma in queste non peccano, perché le abborriscono colla volontà; così i peccatori hanno certe spinte al bene, ma queste non bastano loro a fare una vera conversione. Avverte il Savio, che non riceverà la misericordia di Dio chi solamente confessa i suoi peccati, ma chi li confessa e li lascia: Qui autem confessus fuerit (scelera sua), et reliquerit ea, misericordiam consequetur7. Chi dunque non lascia di peccare dopo la confessione, ma ritorna a peccare, non conseguirà la divina misericordia, e morrà vittima della giustizia divina: come avvenne ad un certo giovane in Inghilterra, secondo si narra nell’istoria anglicana. Era egli recidivo nel vizio disonesto, si confessava e sempre ricadeva: venne finalmente a morte, si confessò di nuovo, e parve che morisse con segni di salute; ma mentre un santo sacerdote celebrava o stava per celebrare, a fine di dargli suffragio, gli apparve il misero giovane, e gli disse ch’era dannato; gli disse di più che in morte, essendo stato tentato con un mal pensiero, si sentì quasi forzato a darvi il consenso, e come avea fatto per lo passato, vi consentì, e così erasi perduto.

Dunque per chi ricade non v’è rimedio alla sua salute? Io non dico ciò, ma dico quel che dicono i medici, secondo la loro massima: In magnis morbis a magnis initium medendi sumere oportet. Nelle grandi infermità vi bisognano grandi rimedj. Il recidivo per salvarsi dee farsi una gran forza per indi mettersi nella via della salute: Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud1. E specialmente nel principio della sua nuova vita dee farsi violenza il recidivo, per estirpare gli abiti cattivi contratti ed acquistare i buoni; giacché fatto poi il buon abito, gli sarà facile, anzi gli diventerà dolce l’osservanza de’ divini precetti. Disse il Signore a s. Brigida che a coloro i quali con fortezza soffrono le prime punture delle spine che si sentono negli assalti di senso, e nel dover fuggire le male occasioni, in separarsi dalle conversazioni pericolose, dipoi col tempo quelle spine diventano rose.

Ma per mettere ciò in esecuzione e fare una vita ordinata bisogna prendere i mezzi, altrimenti non si farà niente. Nella mattina in levarsi facciansi gli atti cristiani di ringraziamento, di amore a Dio, e di offerta delle opere di quel giorno: e precisamente si rinnovi il proposito di non offendere Dio, con pregare Gesù Cristo e la sua santa Madre, che ci preservino in quel giorno da’ peccati. Indi si faccia la meditazione, ed appresso si ascolti la messa. Nel giorno poi si faccia la lezione spirituale e la visita al ss. sacramento. Nella sera infine si reciti il rosario e si faccia l’esame di coscienza. Si frequenti la santa comunione, almeno ogni settimana, o più spesso secondo il consiglio del direttore, che stabilmente dee tenersi. È ancora cosa molto utile fare ogni anno gli esercizj spirituali in qualche casa religiosa. Si onori ogni giorno la Madre di Dio con qualche ossequio particolare e col digiuno nel sabato; Maria santissima si chiama la Madre della perseveranza, ed ella la promette a chi la serve: Qui operantur in me, non peccabunt2. Soprattutto bisogna sin dalla mattina domandare a Dio ed alla beata Vergine la perseveranza, specialmente in tempo di tentazioni, invocando allora i nomi di Gesù e di Maria, finché la tentazione persiste. Beato chi seguirà a far così, e così facendo sarà trovato da Gesù Cristo, quando egli verrà a giudicarlo: Beatus ille servus, quem, cum venerit Dominus eius, invenerit sic facientem3.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori)

2 Matth. 24. 13.

3 Serm. 6. de modo bene viv.

4 Eccl. 2. 1.

1 Ioan. 5. 14.

2 Ephes. 6. 12.

3 Phil. 4. 13.

4 Matth. 7. 7.

5 1. Cor. 10. 12.

6 Luc. 11. 26.

7 Habac. 1. 16.

1 Luc. 11. 24.

2 Luc. 11. 26.

3 Psal. 54. 13. ad 16.

4 Eccl. 26. 27.

5 Iudic. 16. 20.

6 Luc. 9. 62.

7 Orig. Hom. 1. in psal.

1 1. p. qu. 86. a. 5.

2 Galat. 6. 7.

3 De summo bono.

4 Tertull. de poenit.

5 Act. 3. 19.

6 Pastor. p. 3. Admon. 31.

7 Prov. 28. 13.

1 Matth. 11. 12.

2 Eccl. 24. 30.

3 Matth. 24. 46

LA CONTINENZA, OPERA DI SANT’AGOSTINO: “Questa lotta interiore contro la carne l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza” “San Paolo: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze”

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

“Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze” (San Paolo Gal 5, 24.)

 

Ripasso: Dal Catechismo della Chiesa cattolica

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

 Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491.In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità? Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità? Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ».

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione-confessione.

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ».

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

Sant’Agostino:

“Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga]” (San Paolo Gal 5, 22-23) …. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze (Gal 5, 24.). Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.” (dall’opera sottostante di Sant’Agostino)

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

Introduzione.

1. 1. È difficile trattare in modo adeguato ed esauriente della virtù dell’anima che chiamiamo continenza, virtù che è un insigne dono del Signore. Speriamo che colui che ce la elargisce aiuti la nostra pochezza perché non venga meno sotto il peso d’un compito così grave. Difatti chi dona la continenza ai fedeli che ne fanno pratica è lo stesso che dona la parola adatta a quanti, fra i suoi ministri, osano tentarne una esposizione. Volendo, dunque, trattare un argomento così elevato per dirne quello che Dio ci concederà, prima di tutto affermeremo e dimostreremo che la continenza è un dono di Dio. Lo troviamo scritto nel libro della Sapienza: Nessuno può essere continente se Dio non gliene fa dono 1. E anche il Signore, a proposito di quella continenza più rigorosa per cui ci si astiene dal matrimonio, diceva: Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto coloro cui è stato donato 2. Né solo questa, ma anche la castità coniugale non la si può osservare senza la continenza da ogni forma illecita di rapporto carnale. E di tutt’e due le forme di vita, tanto degli sposati come dei non sposati, affermava l’Apostolo che sono doni di Dio. Io vorrei – diceva – che tutti fossero come me stesso; tuttavia ciascuno ha da Dio il suo dono: uno così, e un altro differentemente 3.

La bocca interiore del cuore.

1. 2. La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra 4. Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. Tuttavia sarebbe cosa da poco tenere a freno la bocca, in senso materiale, perché non ne escano parole sconvenienti. C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. Se dal cuore non esce nulla, al di fuori non si pronunciano parole. Se dal cuore escono cose cattive, anche se la lingua non vibra, l’anima rimane macchiata. È al cuore, dunque, che bisogna imporre la continenza: là dove parla la coscienza anche di coloro che stanno zitti con la bocca. E questa continenza, a guisa di porta, farà sì che dal cuore non esca niente di ciò che, anche a labbra chiuse, contaminerebbe la vita dell’uomo mediante il pensiero.

Continenza interiore.

2. 3. Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne 5. Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. Come sta scritto con verità: Principio di ogni azione è la parola 6. Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza.

La continenza interiore nell’insegnamento evangelico.

2. 4. Per questo motivo il Signore di sua propria bocca ebbe a dire: Ripulite ciò che sta dentro; così sarà puro anche ciò che sta fuori 7. E in altra circostanza, quando si mise a confutare la scempiaggine dei giudei che rimproveravano ai discepoli d’andare a mensa senza lavarsi le mani: Non sono le cose che entrano nella bocca a sporcare l’uomo; sono piuttosto quelle che escono dalla bocca che lo rendono impuro 8. La quale asserzione, se dovesse riferirsi esclusivamente alla bocca in senso proprio, finirebbe col diventare un assurdo: difatti come non ci si sporca per il cibo così non ci si sporca per il vomito, il cibo che entra per la bocca, il vomito che ne esce. Ma, evidentemente, le parole iniziali della frase, cioè: Ciò che entra nella bocca non sporca l’uomo, si riferiscono alla bocca in senso proprio; mentre il seguito, e cioè: Quanto esce dalla bocca sporca l’uomo, si riferisce alla bocca del cuore. Lo precisò il Signore quando, alla richiesta dell’apostolo Pietro che gli venisse spiegata la parabola, rispose: Siete anche voi ancora senza cervello? Non capite come tutto ciò che entra nella bocca va nell’intestino e lo si scarica nel gabinetto? 9. Riconosciamo da qui senza esitazione che la bocca in cui entra il cibo è la bocca, organo del nostro corpo. Quanto alle parole successive, dobbiamo invece intenderle della bocca del cuore: interpretazione alla quale non sarebbe giunta l’ottusità del nostro cuore se la Verità non si fosse degnata di camminare al fianco di noi ottusi. Diceva infatti: Le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore 10. Come se volesse dire: Quando senti dalla bocca, intendi dal cuore. Dico tutt’e due le cose, ma con la seconda spiego la prima. L’uomo interiore ha una bocca interiore, e delle sue parole ha percezione l’orecchio interiore. Le cose che escono da questa bocca provengono dal cuore e rendono impuro l’uomo. In ultimo, lasciando da parte la parola “bocca”, che si sarebbe potuta intendere anche della bocca che sta nel corpo, il Signore mostrò con ogni chiarezza ciò che voleva dire. Dal cuore – diceva – escono i pensieri cattivi, gli omicidi, gli adultèri, le disonestà, i furti, le false testimonianze, le bestemmie; e queste sono le cose che macchiano l’uomo 11. Di questi mali, che si possono compiere anche con le membra del corpo, nessuno ce n’è che non sia preceduto dal pensiero cattivo; ed è questo pensiero che macchia l’uomo, anche se sopravvengono ostacoli ad impedire che si eseguano con le membra le opere esterne, delittuose o criminali. Ecco uno che non è riuscito ad uccidere una persona perché la cosa gli si è resa impossibile. La sua mano non ha commesso il delitto, ma può forse dirsi che ne sia immune il suo cuore? Ancora: uno non ce la fa ad appropriarsi, come avrebbe voluto, della roba altrui. Può forse dirsi che egli nella sua volontà non sia un ladro? Ancora: un libertino si mette in testa un adulterio, però si imbatte in una donna casta che lo respinge. Forse che non è già adultero nel suo cuore? O un altro che cerchi d’incontrare una prostituta: se non riesce a trovarne alcuna per la strada, forse che non si è reso già colpevole nella mente? Come quando uno si sia deciso a rovinare il prossimo con la menzogna. Anche se poi non lo fa per mancanza di tempo o di occasione, forse che non ha detto già con la bocca del cuore una falsa testimonianza? Un altro per un certo senso di riguardo verso la gente si trattiene dal proferire bestemmie. Se costui in cuor suo negasse l’esistenza di Dio 12, lo si potrebbe forse scusare da colpa? E così di tante altre malefatte. Esse non si compiono con gesti del corpo, anzi, vengono ignorate dai sensi esterni; eppure rendono colpevole l’uomo nell’intimo [della coscienza]. Egli viene reso impuro mediante il consenso a peccati di pensiero, quel consenso che noi chiamiamo parola colpevole della bocca interiore. Verso questa parola temeva il salmista che il suo cuore deviasse, e pertanto chiedeva al Signore che gli ponesse un uscio, quello della continenza, attorno alle labbra perché il suo cuore fosse tenuto a bada e non deviasse verso parole maligne. Voleva cioè quella continenza che impedisse al suo pensiero di consentire al male. In tal modo il peccato, secondo il precetto dell’Apostolo, non regna nel nostro corpo mortale, e le nostre membra non vengono offerte al peccato come armi per perpetrare azioni inique 13. Ma una tale prescrizione non l’adempiono certo coloro che, sebbene non si lascino andare a colpe esterne per il fatto che non ne hanno la possibilità, tuttavia quando l’occasione si presenta, attraverso l’uso che fanno delle membra, come di armi, mettono bene in mostra chi sia il padrone del loro cuore. Pertanto questi tali, per quanto è in loro, tengono le membra a servizio del peccato, come armi per gesta inique. Essi infatti vogliono il peccato, e, se non lo commettono all’esterno, è solo perché non lo possono.

Continenza interiore e condotta esterna.

2. 5. Non sarà mai possibile che si violi od offenda la continenza in senso stretto, cioè il dominio che per la castità si esercita sugli organi della generazione, finché si conserva nel cuore quella superiore continenza di cui stiamo trattando. Per questo motivo il Signore, detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: Gli omicidi, gli adultèri ecc. 14. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a mo’ d’esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa eseguirsi con atti [esterni] se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dalla bocca del cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo, per mancanza di occasione. Si ha dunque da porre l’uscio della continenza sulla bocca del cuore, da cui promanano tutte le cose che macchiano l’uomo: così, nulla di sconveniente potrà uscirne, ché anzi ne seguirà uno stato di purezza di cui la coscienza non potrà non rallegrarsi, per quanto non si sia ancora raggiunta quella perfezione dove la continenza non ha da lottare col vizio. Attualmente però, finché la carne avanza pretese contrarie a quelle dello spirito – così come lo spirito è contro la carne 15 -, è per noi sufficiente non consentire al male che avvertiamo in noi. Che se invece si presta questo consenso, allora esce dalla bocca del cuore ciò che macula l’uomo. Viceversa, se in virtù della continenza questo consenso non viene prestato, in nessun modo potrà nuocere quel male che è la concupiscenza della carne, contro la quale lotta lo spirito con le sue aspirazioni.

La lotta interiore.

3. 6. Condurre una buona battaglia – come si fa adesso, mentre si resiste alla invadenza della morte – è tutt’altra cosa dall’essere senza avversari: cosa che attendiamo per quando sarà stato annientato l’ultimo nemico che è la morte 16. Peraltro la continenza, mentre tiene a freno e modera gli appetiti sregolati, aspira anche al bene immortale a cui tendiamo, e respinge il male col quale lottiamo nella nostra condizione di esseri mortali. Del bene futuro è amante e ad esso è orientata; del male presente è avversaria e [solo] testimone. Ambisce ciò che nobilita, fugge ciò che degrada. Non si affaticherebbe, la continenza, a frenare le voglie della passione, se in noi non vi fossero tendenze per ciò che non conviene né moti della concupiscenza disordinata contrastanti con la nostra buona volontà. Lo grida l’Apostolo: So che in me, cioè nella mia carne, non risiede il bene; difatti, se mi riesce a volere il bene, quanto al praticarlo non ci riesco 17. Attualmente quindi può praticarsi il bene, nel senso di non consentire alle passioni disordinate; la perfezione del bene però si conseguirà soltanto quando la stessa cattiva concupiscenza verrà eliminata. Per cui lo stesso Dottore delle genti grida: Secondo l’uomo interiore mi compiaccio della legge di Dio; ma scorgo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente 18.

Legge e grazia.

3. 7. Questa lotta interiore l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza. Quanto poi agli altri che non avvertono affatto le esigenze della legge di Dio e non collocano fra i nemici le brame della concupiscenza ma con lagrimevole cecità si pongono al loro servizio, costoro si stimano beati quando possono, non dico domarle, ma piuttosto soddisfarle. Altri, invece, ce ne sono che ad opera della legge hanno conosciuto le voglie della carnalità: è infatti dalla legge che viene la conoscenza del peccato; come è detto ancora: Io non avrei conosciuto la concupiscenza se nella legge non ci fosse la proibizione di desiderare [l’illecito] 19. Costoro le hanno conosciute, ma vengono superati dal loro prolungato assedio, perché vivono sotto la legge, che prescrive di fare il bene senza fornire i mezzi per attuarlo, e non sotto la grazia che mediante l’azione dello Spirito Santo dà facoltà di attuare ciò che la legge prescrive. La legge, quando sopraggiunse, fece sì che in loro traboccasse il numero delle trasgressioni 20. La proibizione accrebbe la forza delle passioni e le rese insuperabili; e si giunse così alla prevaricazione, che, se non ci fosse stata la legge, non sarebbe esistita, nonostante l’esistenza del peccato. Difatti, dove non c’è legge, non c’è nemmeno prevaricazione 21. In tal modo, la legge, senza l’aiuto della grazia, col suo proibire il peccato divenne una potenza del peccato; per cui l’Apostolo poté dire: La forza del peccato è la legge 22. Né ci deve sorprendere che l’infermità umana, mentre presume di adempiere la legge confidando nelle sue sole forze, proprio mediante la legge, che di per sé è buona, abbia accresciuto la forza al male. Misconoscendo infatti la giustizia che Dio accorda al debole e pretendendo di istaurare una sua giustizia personale – di cui egli, infermo, è sprovvisto -, viene a sottrarsi alla giustizia di Dio 23, e, nella sua superbia, rimane riprovato. Se però la legge rende l’uomo prevaricatore, lo fa perché, ferito più gravemente, egli desideri il medico, e in tal modo, come un pedagogo, conduce l’uomo alla grazia 24. In contrasto con quell’attrattiva perniciosa per la quale riportava le sue vittorie la concupiscenza, il Signore accorda allora una dolcezza salutare che fa prevalere le attrattive della continenza. In tal modo la nostra terra produce i suoi frutti 25: quei frutti di cui si ciba il soldato di Cristo che, con l’aiuto di Dio, debella il peccato.

Reagire alla concupiscenza.

3. 8. Per tali soldati squillò la tromba apostolica, ed essi, al suono di queste parole, furono infervorati a battaglia. Che il peccato – diceva – non abbia a regnare nel vostro corpo mortale in modo che obbediate ai suoi desideri. Non offrite le vostre membra, come armi d’ingiustizia, al peccato; ma offrite voi stessi a Dio, come viventi, da morti che eravate. E le vostre membra offritele a Dio come armi di giustizia. Il peccato allora non vi dominerà; poiché voi non siete più sotto la legge ma sotto la grazia 26. E altrove: Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, sì da dover vivere secondo la carne. Difatti, se vivrete secondo la carne, morrete; mentre se, in forza dello Spirito, farete morire le opere della carne, vivrete. Tutti coloro infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 27. Attualmente dunque, cioè mentre rinati alla grazia abbiamo a durare nella nostra vita mortale, il nostro compito consiste nell’impedire che il peccato, cioè la concupiscenza peccaminosa (qui appunto chiamata peccato), domini da tiranno nel nostro corpo mortale. La quale tirannia è in noi manifesta quando ci si assoggetta alle sue voglie disordinate. Concludendo: esiste in noi una concupiscenza peccaminosa, a cui non si deve dar modo di regnare; ci sono delle voglie, nate da lei, a cui non si deve dar retta, perché non succeda che, assecondandole, la concupiscenza diventi nostra padrona. Che delle nostre membra non abbia, quindi, a servirsi la concupiscenza, ma le diriga la continenza; e così siano armi di giustizia in mano a Dio e non armi di iniquità al servizio del peccato. In questa maniera il peccato non spadroneggerà in noi. Noi infatti non siamo sotto la legge, che prescrive il bene ma non lo dona, ma siamo in regime di grazia: la quale, facendoci amare ciò che la legge prescrive, può comandarcelo come a dei figli.

Le opere della carne e i frutti dello Spirito.

3. 9. Nelle altre parole ci esorta a vivere non secondo la carne, per non morire, ma piuttosto a mortificare le opere della carne, in modo da ottenere la vita. È una tromba che squilla. Essa addita la guerra che infuria attorno a noi e ci infervora a combattere da forti e a debellare i nostri nemici, perché non succeda che veniamo messi a morte da loro. Quali poi siano questi nemici, lo indica assai chiaramente, ordinandoci ancora di ucciderli. Essi sono le opere della carne. Dice infatti: Mediante lo Spirito uccidete le opere della carne, e conseguirete la vita 28. E se vogliamo sapere quali siano queste opere, ascoltiamo lo stesso Apostolo nella lettera ai Galati: È chiaro quali siano le opere della carne. Sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, le gozzoviglie, ed altre cose simili. Riguardo a tali cose vi avverto, come già vi ho avvertiti, che chi si dedica a tali opere non possederà il regno di Dio 29. Ciò dicendo, mostra ancora come lì sia la guerra, e con tromba celeste e spirituale incita i soldati di Cristo a dare la morte a questi nemici. Poco prima aveva detto: Io però vi dico così: Vivete secondo lo Spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello Spirito, come anche lo Spirito ha desideri contrari a quelli della carne. Essi sono in contrasto tra loro; sicché voi non potete fare ciò che vorreste. Se però siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge 30. Vuole pertanto che quanti sono rinati alla grazia sostengano questo conflitto contro le opere della carne; e per indicare quali siano queste opere della carne, aggiunge la serie sopra riferita: Le opere della carne – è facile scoprirle – sono la fornicazione 31 e tutto il resto, tanto le altre che elenca subito appresso quanto quelle che lascia sottintendere, specialmente nelle parole: e altre cose simili. Volendo poi presentare in detta battaglia un’altra armata, di ordine, per così dire, spirituale, in lotta contro quella specie di esercito carnale, soggiungeva: Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga] 32. Non dice “contro queste”, perché non si pensasse che siano esse sole (per quanto anche se avesse detto così, avremmo potuto intendere tutti i valori che rientrano in tali categorie); ma dice: Contro virtù di questo genere, cioè contro queste e contro tutte le altre simili a queste. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze 33. Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.

Guardarsi dalla presunzione.

4. 10. Per evitare cedimenti in fatto di continenza, dobbiamo stare in guardia contro le insidie e le suggestioni del diavolo, evitando soprattutto di presumere delle nostre forze. Poiché maledetto l’uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 34. E chi è ciascuno se non un uomo? Non si può quindi riporre la propria fiducia in se stessi e dire che non la si pone in un uomo. Orbene, se il vivere in conformità alla propria natura umana è vivere secondo la carne, chiunque venga allettato a seguire le lusinghe della passione, ascolti e, se gli è rimasto un po’ di senso cristiano, si spaventi. Ascolti, ripeto: Se vivrete secondo la carne, morrete 35.

Non camminare secondo la carne.

4. 11. Qualcuno potrebbe obiettarmi che una cosa è vivere secondo l’uomo, e un’altra secondo la carne. L’uomo infatti è una creatura razionale e in lui c’è un’anima razionale per la quale si differenzia dal bruto, mentre la carne è la sua parte inferiore e terrena. Per cui vivere secondo la carne è, sì, vizioso; ma colui che vive secondo l’uomo non vivrebbe secondo la carne, ma piuttosto secondo quella parte della sua umanità per la quale è un uomo, cioè secondo lo spirito e la ragione, che lo fanno superiore ai bruti. Un tal modo d’argomentare vale, forse, qualcosa nell’ambito delle scuole filosofiche; ma noi, per comprendere l’Apostolo di Cristo, dobbiamo investigare quale sia il modo di esprimersi dei nostri libri cristiani. È certamente articolo di fede, per tutti noi che in Cristo abbiamo la vita, che il Verbo di Dio assunse l’umanità non priva dell’anima razionale (come pretendono certi eretici); eppure leggiamo: Il Verbo si fece carne ed abitò tra noi 36, in un passo come questo, cosa bisognerà intendere per carne se non l’uomo? E vedrà ogni carne la salvezza di Dio 37, cosa intendere anche qui se non ogni uomo? Verrà a te ogni carne 38, che cosa significa se non ogni uomo? Hai dato a lui il potere su ogni carne 39 su che cosa se non su tutti gli uomini? Mediante le opere della legge non sarà resa giusta alcuna carne 40, cosa vuol dire se non che nessun uomo verrà giustificato? Idea che lo stesso Apostolo esprime più chiaramente in un altro passo dove dice: Dalle opere della legge l’uomo non viene giustificato 41. Parimenti, quando rimprovera i Corinzi dice loro: Ma non siete voi delle persone carnali e vi comportate da uomini? 42. Li chiama persone carnali, e nel precisare, non ripete: “Voi vi regolate secondo la carne” ma come uomini. Vuol dire che la frase da uomini equivale a secondo la carne. Che se, al contrario, comportarsi o vivere secondo la carne fosse colpa, e vivere secondo l’uomo fosse un pregio, non direbbe in tono di rimprovero: vi comportate da uomini. Si riconosca, quindi, il rimprovero; si muti il proposito; si eviti la rovina. Ascolta, o uomo: non comportarti secondo l’uomo, ma conforme ai voleri di colui che fece l’uomo. Non allontanarti da chi ti ha creato, fosse anche per ripiegarti su di te. Ci fu infatti un uomo, che non viveva a livello di uomo, il quale diceva: Non siamo in grado di pensare alcunché da noi stessi, in base alle nostre risorse, ma ogni nostra riuscita è da Dio 43. Vedi un po’ se vive da uomo [decaduto] colui che, con tanta verità, afferma queste cose. Avvertendo, dunque, l’uomo a non vivere da [semplice] uomo, l’Apostolo restituisce l’uomo a Dio. Che se uno non vive secondo l’uomo, ma secondo Dio, certo non vive più per se stesso, perché anche egli è un uomo. Tuttavia anche di uno che così vive si dice che vive secondo la carne, perché, anche se viene menzionata solo la carne, si intende tutto l’uomo, come abbiamo dimostrato. Proprio come quando si menziona solo l’anima, e si intende tutto l’uomo. Per cui sia scritto: Ogni anima sia soggetta ai poteri più elevati 44, e questo vuol dire: Ogni uomo sia soggetto. E ancora: Settantacinque anime discesero in Egitto insieme a Giacobbe 45: significa settantacinque persone. Non voler, dunque, o uomo, vivere secondo la tua natura. Ciò facendo ti eri rovinato, ma sei stato recuperato. Non vivere – ripeto – secondo quell’essere che sei tu: così facendo ti eri smarrito, ma sei stato ritrovato. Non prendertela contro la tua umanità, quando senti le parole: Se vivrete secondo la carne, morrete 46. Avrebbe potuto dire, e dirlo con la massima esattezza: Se condurrete una vita secondo la vostra natura di uomini, morrete. Il diavolo infatti non ha carne, eppure, avendo voluto vivere secondo la sua natura, non rimase nella verità 47. Che sorpresa, allora, se egli vivendo in conformità della sua natura, quando suggerisce menzogne, parla di quello che ha di proprio 48? È una verità asserita nei suoi riguardi da colui che è la Verità.

Diffidenza di sé.

5. 12. Ascolta le parole: Il peccato non domini in voi 49, e non fidarti di te stesso. Così il peccato non verrà a dominarti. Fidati piuttosto di colui al quale un santo rivolgeva la preghiera: Indirizza il mio camminare in conformità alle tue parole; e non venga a soggiogarmi alcuna iniquità 50. Difatti, per evitare che, inorgogliti dalle parole: Il peccato non vi tiranneggi, attribuissimo a noi stessi questo risultato, l’Apostolo, proprio in vista di ciò, soggiunse: Voi non siete sotto la legge ma sotto la grazia 51. È dunque la grazia che impedisce al peccato di dominare su di te. Non poggiare la tua fiducia su te stesso, perché non si consolidi maggiormente su di te il dominio del peccato. Ugualmente, quando sentiamo dirci: Se mediante lo Spirito mortificherete le opere carnali, avrete la vita 52, non dobbiamo attribuire un bene così grande alle forze del nostro spirito, quasi che esso, da solo, abbia tali risorse. Non accettiamo questo senso carnale, che ci darebbe uno spirito morto esso stesso e non in grado di dare la morte alla carne. Ce lo dice subito appresso: Quanti sono mossi dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio 53. È, dunque, lo Spirito di Dio quello che ci muove a mortificare col nostro spirito le opere della carne. Egli dà la continenza, mediante la quale riusciamo a frenare, a domare e a vincere la concupiscenza.

Le ferite del peccato.

5. 13. È una grande lotta quella in cui vive l’uomo rinato alla grazia, e, quando con l’aiuto divino riesce a combattere bene, esperimenta nel Signore una trepida esultanza. Tuttavia, anche ai combattenti più gagliardi e a quanti con animo indomito mortificano le opere della carne, non mancano ferite, loro inferte dal peccato. Sono le ferite per la cui guarigione ogni giorno supplichiamo con verità: Rimetti a noi i nostri debiti 54. Contro questi vizi e contro il diavolo, principe e sovrano dei vizi, si ha da ingaggiare, mediante l’orazione, una lotta molto accorta e accanita, affinché certe sue perniciose suggestioni non abbiano a spuntarla. Dico delle tentazioni che, oltre tutto, inclinano il peccatore a scusare, non ad accusare, le proprie colpe: per cui le ferite non solo non guariscono ma, anche se prima non erano mortali, divengono più gravi e danno la morte. È questo un campo in cui occorre una continenza veramente rigorosa. Essa deve essere in grado di frenare la smania boriosa per la quale l’uomo vuol piacere a se stesso e non riconoscersi colpevole, e, anche se è in peccato, rifiuta di ammettere che è stato lui a peccare. Non si decide ad accusare se stesso con quell’umiltà che lo salverebbe; ma mosso dall’orgoglio cerca piuttosto di scusarsi, e così va in rovina. Per arginare quest’orgoglio, chiedeva quel tale al Signore il dono della continenza: quel tale di cui sopra ho riferito le parole, commentandole come ho potuto. Aveva infatti esclamato: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – la continenza – sulle mie labbra. Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne; ma, per farci meglio comprendere a che cosa si riferiva, soggiunse: che non avanzi scuse di fronte ai peccati 55. Cosa, infatti, può esserci di più perverso delle parole con le quali il colpevole, convinto dell’azione cattiva che non può negare, rifiuta di riconoscersi colpevole? E, siccome non può nascondere il fatto né può chiamarlo azione onesta, e d’altra parte si rende conto che a tutti è noto chi ne sia l’autore, si ingegna di riversare su un altro la responsabilità dell’accaduto: quasi che, ciò facendo, possa evitarne la responsabilità. Col non riconoscersi reo, aumenta piuttosto la sua colpa; e non comprende che, scusando i propri peccati, invece di accusarli, non si scrolla di dosso la pena ma ne ostacola il perdono. Presso i giudici umani, soggetti come sono a sbagliare, se uno anche con menzogne riesce a scolparsi del male commesso, può conseguirne un qualche momentaneo vantaggio. Ma Dio non può essere tratto in inganno, e quindi non è il caso di ricorrere a false difese ma piuttosto alla sincera confessione dei peccati.

Cause esterne di peccato e responsabilità personale.

5. 14. C’è della gente che, per scusarsi dei peccati, se la prendono col destino, quasi che sia stato lui a spingerli al male, o con le stelle, dove il male sarebbe stato determinato. Il primo a peccare sarebbe stato, quindi, il cielo, perché ha stabilito un ordine per il quale, in un secondo momento, l’uomo pecca traducendo in atto quei decreti. Altri preferiscono ascrivere alla sorte i loro peccati: credono che ogni cosa sia mossa dal cieco fato, ma, quanto alla loro scienza e alle loro asserzioni, lì sono duri a sostenere che non è questione di caso o di sorte ma di motivi controllati. Ma quale balordaggine non è mai quella di attribuire alla ragione le proprie argomentazioni, e voler attribuire le proprie azioni ai capricci della sorte? Altri riversano sul diavolo la responsabilità di tutto ciò che fanno di male, né vogliono ammettere che, insieme con lui, anche loro hanno almeno una parte di colpa. Invece, anche quando si può sospettare che lui abbia spinto al male con suggestioni occulte, non si può mettere in dubbio che il consenso a tali suggestioni, da qualunque parte provenienti, sono stati loro a darlo. Ce ne sono anche di quelli che, pur di scusarsi, giungono ad accusare Dio. Miseri, in riferimento al giudizio divino che li attende; blasfemi, in riferimento al furore che li anima. In opposizione a lui, essi suppongono nell’uomo una sostanza del male, originata da un principio contrario e in continuo stato di ribellione. A questo principio ribelle, Dio non avrebbe potuto resistere, se non gli avesse abbandonato una porzione della sua propria sostanza e natura, affinché, mescolandosi con esso, venisse contaminata e corrotta. Il peccato – dicono essi – avviene quando in essi la natura del male prende il sopravvento sulla natura di Dio. È, questa, la turpissima follia dei manichei, i cui artifizi diabolici vengono molto facilmente infranti dalla verità, da tutti ammessa, che ritiene essere la natura di Dio esente da ogni contaminazione e corruzione. Ma quale scellerata contaminazione e corruzione non si ha diritto di supporre in questa gente, che si immagina corruttibile e soggetto a contaminazione Dio stesso che è l’essere sommamente e incomparabilmente buono?

Dio abomina il peccato, anche se lo permette.

6. 15. Ci sono di quelli che, volendo scusare i loro peccati, ne accusano Dio, dicendo persino che egli trova gusto nel peccato. Se gli dispiacesse – dicono -, onnipotente com’è, non permetterebbe in alcun modo il peccato. Quasi che Dio lasci impunite le colpe. E questo, in quegli stessi che, avendoli perdonati, libera dal castigo eterno. Non c’è infatti alcuno cui venga condonata una pena grave che gli era dovuta, e che non abbia a scontare un’altra pena, per quanto assai più leggera di quella che s’era meritata. E se Dio dispensa con larghezza la sua misericordia, lo fa a patto che non vengano trascurate le esigenze della sua giustizia. Anche il peccato che sembra rimanere impunito è accompagnato, come da un’ancella, dalla pena: di modo che tutti ci si debba dispiacere amaramente delle colpe commesse o, se non ci si dispiace, è questione di cecità. E allora, se tu mi dici: “Perché permette certe cose, se gli dispiacciono?”, io ti replico: “Come fa a punirle, se gli piacciono?”. Ne segue che, come io ammetto che nessun peccato accadrebbe se Dio nella sua onnipotenza non lo permettesse, così anche tu devi ammettere che i peccati non si debbono fare, se Dio nella sua giustizia li punisce. Evitando di fare ciò che egli punisce, potremo meritarci di conoscere perché egli permetta ciò che poi punisce. Il cibo solido è – dice la Scrittura – degli uomini perfetti 56. E coloro che hanno fatto progressi in questa via, già comprendono come rientri nello stile dell’onnipotenza divina il permettere che ci siano dei mali, derivanti dal libero arbitrio della volontà. È infatti così grande la sua onnipotenza e bontà che può trarre il bene anche dal male : o perdonandolo, o guarendolo, ovvero ordinandolo e volgendolo in bene per le persone fedeli, o anche castigandolo con somma giustizia. Tutti questi interventi sono buoni e degnissimi di un Dio buono e onnipotente; eppure non ci sarebbero se non ci fosse il male. Cosa dunque c’è di più buono, cosa di più onnipotente di colui che, mentre non compie alcun male, ricava il bene anche dal male? Coloro che hanno commesso il male gridano a lui: Rimetti a noi i nostri debiti 57. Egli li ascolta e li perdona. Peccando, s’erano fatti del male; Dio li soccorre e porta rimedio al loro male. I nemici infieriscono sugli amici di Dio. Dio, attraverso la loro crudeltà, forma i martiri. Alla fine poi condanna quelli che giudica degni di castigo: essi gemono nel proprio male, Dio tuttavia fa una cosa buona. Ogni cosa giusta è, infatti, anche buona; e certamente, com’è ingiustizia il peccato, così è cosa giusta la punizione del peccato.

L’uomo attende l’impeccabilità.

6. 16. Non mancava a Dio il potere di creare l’uomo con la prerogativa di non poter peccare, ma egli preferì crearlo tale che, se avesse voluto, gli fosse permesso di peccare e, se non avesse voluto, fosse potuto restare senza peccato. Gli proibì pertanto il peccato e gli prescrisse di non peccare, affinché conseguisse, in un primo tempo, il merito di non aver peccato, e poi, come giusto premio, gli fosse accordato di non poter peccare. Egli infatti alla fine renderà i suoi santi tali che non possano assolutamente peccare, come sono adesso gli angeli di Dio. E noi, questi angeli, li amiamo nel Signore, e siamo certi che nessuno di loro col peccato diventerà diavolo. Quanto agli uomini, invece, per quanto giusti, noi di nessuno presumiamo una tal cosa finché resta in questa vita mortale, ma ce l’attendiamo tutti per la vita immortale. Dio onnipotente, che sa ricavare il bene anche mediante i nostri mali, quali beni non saprà darci, quando ci avrà liberati da tutti i mali? Si potrebbero sviluppare trattazioni più ampie e più sottili sul valore e le finalità del male; ma non è questo il tema del presente opuscolo; e poi bisogna stare attenti che non divenga troppo prolisso.

Continenza e giustizia.

7. 17. Ritorniamo al tema che ci ha spinti alla presente digressione. Noi abbiamo bisogno della continenza e riconosciamo che essa è un dono di Dio, mediante il quale il nostro cuore non si lascia andare a parole maliziose volendo scusare i peccati. Della continenza abbiamo bisogno per trattenerci da ogni sorta di peccati e non commetterli. Per suo mezzo ugualmente, qualora il peccato sia stato commesso, ci asteniamo dal difenderlo con micidiale superbia. In ogni maniera, dunque, è necessaria la continenza se vogliamo evitare il male. Fare il bene, invece, sembra esser compito di un’altra virtù, la giustizia, come ci inculca il santo salmo dove leggiamo: Allontànati dal male e fa’ il bene. E soggiunge anche il fine per cui lo dobbiamo fare: Ricerca la pace e mettiti sulle sue orme 58. Ma la pace perfetta la conquisteremo solo quando la nostra natura sarà unita inseparabilmente al suo Creatore e in noi non ci sarà niente che si ribelli contro di noi. È – per quanto mi è dato capire – quanto volle inculcare il nostro Salvatore allorché disse: I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese 59. Cosa vuol dire cingere i fianchi? Tenere a freno le passioni sregolate: e questo è compito della continenza. Avere le lampade accese vuol dire invece splendere ed essere fervorosi nelle opere buone: e questo è compito della giustizia. Né volle passare sotto silenzio il fine per cui dobbiamo agire così, ma soggiunse: Siate simili a quelle persone che stanno in attesa del padrone, finché non ritorni dalle nozze 60. Quando egli verrà, ci ricompenserà per esserci frenati in quello che la passione suggeriva e per aver compiuto quel che la carità ordinava. Regneremo allora nella sua pace perfetta ed eterna, né avremo più da lottare col male ma godremo sommamente nella gioia del bene.

Buona la natura, per quanto inferma.

7. 18. Noi crediamo in Dio vivo e vero, la cui natura è sommamente buona e immutabile, incapace di fare il male e di riceverne. Da lui deriva ogni bene, anche quello che è soggetto a diminuzioni, mentre in quel bene che è la sua stessa essenza diminuzioni non possono esserci. Convinti di questo, ascoltiamo rettamente le parole dell’Apostolo: Regolatevi secondo lo spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito desideri opposti a quelli della carne. Essi sono in contrasto fra loro, di modo che voi non non potete fare quello che vorreste 61. Non crediamo assolutamente a quello che sostengono pazzescamente i manichei, che cioè in questo passo si presentino due nature, una del bene e l’altra del male, in lotta fra loro per via dei loro principi opposti. Sono – queste due realtà – assolutamente buone, l’una e l’altra: buono lo spirito, buona la carne. E buono è anche l’uomo, che risulta delle due sostanze, l’una che comanda, l’altra che sta soggetta, anche se egli è mutevole nella sua bontà. Autore del tutto, poi, non potrebbe essere se non quell’Uno che è immutabile nella bontà. È lui che ha creato buona ogni cosa tanto se piccola come se grande. Se essa è piccola, chi l’ha tratta all’esistenza è grande. Se è grande, non è certo da paragonarsi in alcun modo con la grandezza del Creatore. Tuttavia in questa natura dell’uomo, sebbene buona e creata rettamente e convenientemente strutturata da quell’Uno che è buono, attualmente esiste una guerra, poiché non ha ancora conseguito la salute. Guarita l’infermità, ci sarà la pace; e mi riferisco all’infermità causata dalla colpa, non affermo che essa sia congenita nella natura. Questa colpa è stata, sì, rimessa ai fedeli quando per grazia di Dio sono stati lavati a rigenerazione; ma, sebbene in mano al medico, la natura ha ancora da combattere con le proprie malattie. In tale combattimento la salute verrà con la vittoria completa: non una salute temporanea ma eterna. Là avrà fine il presente languore, né alcun altro ne sorgerà. Da ciò si spiega l’apostrofe che il giusto rivolge alla sua anima: Benedici, anima mia, il Signore, e non scordarti dei tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità 62. È propizio alle iniquità, quando rimette i peccati; sana le malattie, quando raffrena i cattivi desideri. È propizio alle iniquità, quando accorda il perdono; risana le malattie, quando concede la continenza. Il primo dono ci venne accordato nel battesimo, quando confessammo il suo Nome; l’altro ci si concede mentre combattiamo nell’arena, quando, sorretti dal suo aiuto, ci impegniamo a vincere la nostra malattia. Ogni giorno, anzi, ci si concedono i due doni: il primo quando viene esaudita l’invocazione: Rimetti a noi i nostri debiti; il secondo quando Dio ascolta le altre parole: Non ci esporre alla tentazione 63. Difatti, ognuno è tentato – secondo quel che dice l’apostolo san Giacomo – perché fuorviato e sedotto dalla sua concupiscenza 64: vizio per il quale si implora l’aiuto e la medicina da colui che è in grado di guarire tutti i languori spirituali. Egli non strappa da noi la nostra natura, quasi che sia estranea a noi, ma la rimette in ordine. Ragion per cui il citato apostolo non dice: Ognuno è tentato dalla concupiscenza, ma precisa: dalla sua. E allora, ascoltando queste parole, impariamo a supplicare: Io esclamo: Signore, abbi pietà di me; risana l’anima mia, perché ho peccato contro di te 65. Non avrebbe infatti – l’anima – avuto bisogno d’essere guarita, se peccando non si fosse viziata. E il vizio sta in questo: che la carnalità avanza desideri contrastanti con quelli dello spirito. Cioè: l’anima, per la parte che è diventata inferma e asservita alla carnalità, sta in guerra con se stessa.

Amare la carne combattendone i vizi.

8. 19. La carne non avanza desideri se non attraverso l’anima; e se si dice della carne che è in contrasto con lo spirito, lo si dice in quanto l’anima, dietro la spinta della concupiscenza carnale, si ribella allo spirito. Tutto questo siamo noi; e di noi la parte inferiore è la carne, quella carne che muore quando l’anima se ne separa: non nel senso che la abbandona come cosa da fuggirsi, ma solamente la lascia da parte per un certo tempo per poi riassumerla e, una volta ripresala, non abbandonarla mai più. Si semina un corpo animale; risorgerà un corpo spirituale 66. Allora la carne non nutrirà voglie contrarie a quelle dello spirito, ma meriterà anche lei il nome di sostanza spirituale. Sarà sottomessa allo spirito senza ribellarglisi, e sarà dotata d’una vita eterna, esente da ogni bisogno di alimento materiale. Attualmente, però, questi due elementi, che poi siamo noi stessi, sono in contrasto fra loro; e bisogna pregare e lavorare perché si mettano d’accordo. Non dobbiamo pensare che uno dei due sia nostro nemico, ma, se la carne avanza desideri contro lo spirito, dipende dal vizio. Quando questo vizio sarà guarito, cesserà anche di esistere, e le due sostanze saranno salve e ogni contrasto verrà abolito. Prestiamo ascolto all’Apostolo: So – dice – che non abita in me, cioè nella mia carne, il bene 67. Questo, senza dubbio, perché la viziosità della carne, anche se subiettata in una realtà buona, non è un bene. Quando poi cesserà il vizio, resterà ugualmente la carne, ma non sarà più né viziata né viziosa. Essa comunque fa sempre parte della nostra natura: come dice san Paolo: So che non abita in me il bene, aggiungendo, a scopo di precisazione: In me, vale a dire: Nella mia carne. Se stesso e carne sua significano la stessa cosa. In se stessa, dunque, la carne non è nostra nemica; e quando opponiamo resistenza ai suoi vizi, dimostriamo amore per lei, poiché la vogliamo curare. Nessuno, infatti – dice ancora l’Apostolo –, ha mai avuto in odio la sua propria carne 68. Come in un altro passo dice ancora: Pertanto io stesso con la mente servo alla legge di Dio, ma con la carne alla legge del peccato 69. Lo ascoltino quanti hanno orecchi: io stesso. Io per la mente, io per la carne. Solo che nella mente servo alla legge di Dio, mentre nella carne servo alla legge del peccato. In che modo, con la carne servo alla legge del peccato? Forse consentendo alla concupiscenza carnale? Certo no. Si dice servo, in quanto nella carne ha da sostenere certi moti e appetiti che non avrebbe voluto avere, eppure aveva. Negando ad essi il consenso, serviva con la mente alla legge di Dio, e teneva in suo dominio le membra perché non divenissero armi di peccato.

La lotta avrà fine.

8. 20. Ci sono dunque in noi dei desideri cattivi, ai quali, se non consentiamo, non viviamo malamente. Ci sono delle voglie peccaminose, alle quali, finché non diamo retta, non commettiamo il male; ma pure, per il solo fatto d’averle non raggiungiamo la perfezione del bene. L’Apostolo precisa le due cose: che non si è perfetti nel bene finché esistono in noi desideri di male; che non si commette il male finché si resiste a tali desideri. La prima cosa, la sottolinea là dove dice: Mi riesce di volere il bene, ma non di realizzarlo in pieno 70; la seconda, in quell’altro passo: Camminate secondo lo spirito, e non traducete in atto le voglie della carne 71. Non dice, in quel primo passo, che non gli riesce di fare il bene ma di realizzarlo in pieno. Né in quell’altro proibisce di avere le passioni carnali, ma di attuarle con opere. Le passioni cattive agiscono in noi tutte le volte che esperimentiamo un piacere per cose illecite, ma non si traducono in atto se la mente, al servizio della legge di Dio, riesce a frenare questi appetiti disordinati. E così anche il bene: lo si compie, in qualche modo, tutte le volte che, docili all’attrattiva del bene, neghiamo il consenso al piacere sregolato. La perfezione del bene, tuttavia, non la si raggiunge finché la carne rimane al servizio del peccato, si lascia lusingare dal piacere disordinato, e, sebbene tenuta a freno, tuttavia si muove verso l’illecito. Non ci sarebbe infatti bisogno di frenarla se non si muovesse. Verrà una buona volta questa perfezione del bene, e allora sarà abolito ogni male. Quello sarà sommo; questo totalmente scomparso. Ma queste cose, se ce le aspettiamo per la vita presente e mortale, ci inganniamo: saranno per quando non ci sarà più la morte e, quanto al luogo, saranno là dove la vita sarà eterna. Difatti in quell’eternità e in quel regno il bene sarà assoluto e il male non esisterà in alcun modo. E sarà, allora, sommo l’amore per la sapienza, e non ci sarà più il dovere penoso della continenza. Non è dunque cattiva la nostra carne; basta che sia sottratta al potere del male, cioè ai vizi che hanno deteriorato l’uomo: il quale non fu creato malamente ma si causò il proprio male. Per l’un elemento e per l’altro, cioè quanto all’anima e quanto al corpo, l’uomo fu creato buono e da un Dio buono; fu lui stesso a rendersi cattivo commettendo il male. E sebbene mediante il perdono sia stato già liberato dal reato della colpa originale, gli resta tuttavia da lottare mediante la continenza contro i suoi vizi, perché si convinca che non fu colpa leggera quella che commise. Quanto poi a coloro che regnano nella pace che ha da venire, impossibile pensare che abbiano a lottare coi vizi. Non potrebbe essere altrimenti, poiché, nella guerra che quaggiù si combatte dai proficienti, ogni giorno si riducono non solo i peccati ma anche le passioni sregolate. E la lotta sta proprio nel negare loro il consenso, mentre si commette peccato quando loro si consente……………

Ambito della continenza.

13. 28. Della continenza dice la Scrittura che è dono della Sapienza conoscere da chi proviene 110. Orbene, non sia mai detto che questo dono celeste lo posseggano quei tali che si contengono perché schiavi dell’errore, o coloro che riescono a domare qualcuna delle loro vogliuzze al fine di soddisfare poi le altre più grandi, di cui sono schiavi. La continenza vera, quella che viene dall’alto, non vuole che nuovi mali si sostituiscano ai mali precedenti, ma, mediante il bene, vuol guarire ogni sorta di mali. Eccone in brevi parole tutto il campo d’azione. La continenza ha il compito di vigilare perché siano dominate e risanate tutte, senza eccezione, quelle voglie di godere che, nate dalla concupiscenza, si oppongono alle gioie della sapienza. Ne restringono, pertanto, troppo l’ambito quei tali che sentenziano essere suo ufficio frenare soltanto i piaceri carnali. Un po’ meglio, certo, coloro che, senza aggiungere la delimitazione corpo, dicono che la sfera d’azione della continenza si estende, generalmente, a moderare ogni sorta di desideri o cupidigie sregolate. Tale cupidigia, la si ritiene vizio, e vizio non solo del corpo ma anche dell’anima. Se infatti la passione carnale agisce nelle fornicazioni e nelle ubriachezze, nessuna soddisfazione si procura al corpo con le inimicizie, le contese, le gelosie, le stizze: le quali si esercitano con l’anima e ne sono moti o passioni 111. Eppure l’Apostolo chiama opere della carne tutte queste passioni, tanto quelle che rientrano nell’ambito dello spirituale quanto quelle che propriamente sono della carne. Ciò dipende dal fatto che egli chiama carne l’uomo in quanto tale; e opere dell’uomo sono tutte quelle che non sono opere di Dio. Difatti l’uomo che le compie, e proprio perché le compie, vive secondo il suo proprio naturale e non secondo Dio. Mentre ci sono altre opere che, sebbene dell’uomo, tuttavia sono da chiamarsi opere di Dio. È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi e il volere e il realizzare le opere, secondo la buona volontà 112. E ancora: Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 113.

La continenza nel rinato in Cristo.

13. 29. Lo spirito dell’uomo, dunque, se aderisce allo Spirito di Dio, nutre dei desideri contrari alla carne, cioè in ultima analisi, contrari a se stesso. Questo però torna a suo vantaggio, nel senso che si tratta di moti umani non conformi alla legge di Dio: moti che, nati dall’infermità contratta col peccato, seguitano tuttora ad insorgere tanto nel corpo quanto nell’anima. Essi vengono rintuzzati dalla continenza, per il conseguimento della salute. In tal modo, l’uomo, non vivendo più da uomo decaduto, potrà dire: Veramente non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me 114. Dove infatti non c’è più il mio io, là ci sono io in una forma più sublime e fortunata. In tale situazione, quando si solleva un qualche moto naturale e riprovevole, siccome la persona, che con la mente è al servizio dello Spirito di Dio, non gli consente, può anche affermare che non è lei a compiere quel male 115. A tal sorta di persone vengono dette quelle parole che dobbiamo essere in grado d’intendere anche noi, in quanto anche noi siamo loro colleghi e compartecipi: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, dov’è il Cristo, assiso alla destra di Dio; pensate alle cose dell’alto, e non a quelle che sono sulla terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando comparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria 116. Cerchiamo di capire a chi siano indirizzate queste parole, anzi, ascoltiamolo con maggiore attenzione, poiché nulla è più chiaro e manifesto di questo. Egli si rivolge a coloro che sono risuscitati con Cristo: risuscitati spiritualmente, non ancora col corpo. Li dice morti, ma da questa morte usciti ancora più vivi; difatti afferma che la loro vita è nascosta con Cristo in Dio. Sono di tali morti le parole: Veramente non vivo più io; è Cristo che vive in me 117. Eppure a questa gente, la cui vita è nascosta con Cristo in Dio, rivolge il monito e l’esortazione di mortificare le loro membra finché sono sulla terra. Così infatti prosegue: Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra 118. E affinché nessuno, magari perché tardo d’ingegno, pensasse che la loro mortificazione dovesse esercitarsi sulle membra visibili del corpo, subito precisando il senso delle sue parole, soggiunge: La fornicazione, l’impurità, la passione, il desiderio cattivo, l’avarizia, che è una specie d’idolatria 119. Ma allora, bisognerà forse credere che queste persone, che erano già morte e la cui vita era nascosta con Cristo in Dio, fossero ancora dedite alla fornicazione, o che menassero una vita scostumata, si dessero ad opere malvagie, al servizio delle voglie della concupiscenza o dell’avarizia, sì da esserne sconvolte? Nessuno, per quanto insipiente, potrebbe pensare una tal cosa nei loro riguardi. Se pertanto l’Apostolo vuole che pratichino la mortificazione, esercitando la virtù della continenza, lo dice per certi moti che ancora sussistono in noi e ci disturbano con i loro richiami al di là del consenso della nostra mente e senza esplicarsi in opere esterne attraverso le membra del corpo. Questi moti vengono mortificati dalla continenza tutte le volte che ad essi si rifiuta il consenso della mente e non si somministrano le armi, cioè le membra del corpo. E poi, c’è qualcosa di più importante, che occorre sottoporre a una vigilanza e continenza ancora più rigorose. È il nostro stesso pensiero, che, sebbene in certo qual modo sfiorato dal richiamo e, per così dire, dal bisbiglio di questi moti, deve resistere alle loro lusinghe e restarne immune, sì da potersi volgere meglio alle cose del cielo e gustarne la soavità. Di questi moti si occupa l’Apostolo nei suoi scritti, inculcando che non ci si soffermi in essi ma piuttosto che li si fugga. La qual cosa ci sarà consentita se ne ascolteremo con impegno le parole e, con l’aiuto di colui che per mezzo del suo Apostolo ci dà il precetto, le metteremo in pratica. Cercate – dice – le cose dell’alto, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose dell’alto, non a quelle della terra 120.

Le opere della continenza postulate dalla fede.

14. 30. Dopo aver elencato i mali di cui sopra, Paolo soggiunge: Fu per queste [aberrazioni] che venne l’ira di Dio sui figli dell’incredulità 121. È un salutare spavento che vuole incutere, perché, divenuti credenti, non pensassero che per la sola loro fede potessero salvarsi se avessero seguitato a vivere nei vizi di prima. Contro una tale interpretazione protesta l’apostolo Giacomo quando, con parole quanto mai chiare, afferma: Uno dice d’avere la fede. Se costui non ha le opere, potrà forse la fede portarlo a salvezza? 122. Ma anche il Dottore delle genti osservava che a causa di quei disordini era scesa l’ira di Dio sui figli infedeli; e, affermando che anche voi un tempo vi camminavate e conducevate una vita immersa negli stessi vizi 123, lascia sufficientemente intendere che adesso non ci vivevano più. Erano infatti morti ai vizi e la loro vita di adesso era nascosta con Cristo in Dio. Non vivevano più, dunque, nei vizi; eppure dà loro il comando di mortificarli. È segno che mentre essi, le persone, non vivevano nel vizio, i moti viziosi erano ancora in vita, come ho precisato or ora. Si menzionano le membra, ma in realtà si trattava dei vizi che albergano nelle membra, in forza di quella figura retorica che nomina il contenente per il contenuto. Come quando, ad esempio, si dice: “Ne parla tutta la piazza”, che vuol dire: “Ne parla tutta la gente che è in piazza”. E nel salmo, per la stessa locuzione figurata, si canta: Ti adori tutta la terra 124. Vale a dire: Tutti gli uomini che sono sulla terra.

Anche i santi obbligati alla continenza.

14. 31. Continua l’Apostolo: Spogliatevi dunque anche voi di tutte le cose 125, ed elenca una lunga serie di vizi. Perché non si contenta di dire: Spogliatevi di tutte le cose, ma vi aggiunge la congiunzione anche voi? Lo fa senza dubbio perché non pensassero che loro si potevano abbandonare a questi disordini e ci potevano vivere impunemente per il fatto che la fede li aveva sottratti all’ira divina, che invece si effondeva sugli increduli, dediti appunto a tali opere e, privi della fede, viventi nel vizio. Dice: Sbarazzatevi anche voi di quei mali, per causa dei quali scese l’ira di Dio sui figli dell’incredulità, né ripromettetevi l’impunità per il merito della fede. Parlando a gente che da tali vizi s’era liberata e non consentiva più ad essi né prestava loro le proprie membra come strumenti di peccato, non avrebbe detto: Sbarazzatevi, se la vita dei santi quaggiù – finché dura la nostra condizione di esseri mortali – non si trovasse davvero in tale situazione né avesse ad occuparsi di tale lavoro. Purtroppo però, finché lo spirito ha delle brame contrarie a quelle della carne, c’è proprio questo problema in cui ci si dibatte con grande tensione spirituale: resistere mediante l’attrattiva della santità, l’amore per la castità, la vigoria dello spirito e l’armonia interiore prodotta dalla continenza, ai piaceri sregolati, alle passioni disoneste, ai movimenti carnali e indecorosi. In questo modo si liberano definitivamente dalle tendenze cattive coloro che sono già morti ad esse e che, negando loro il consenso, non vivono più immersi in esse. Vengono eliminate – dico – se mediante una mai interrotta continenza le si reprime perché non rinascano. Che se uno, invece, sicuro di sé, volesse interrompere questo lavoro di repressione, subito gli balzerebbero sulla roccaforte della mente, e ne la spodesterebbero e la ridurrebbero in schiavitù, prigioniera in una condizione disonorevole e quanto mai brutta. Regnerebbe allora, nel corpo mortale dell’uomo, il peccato, e lo costringerebbe ad obbedire ai suoi desideri; ed egli, l’uomo, presterebbe le sue membra al peccato come armi di iniquità 126. E il punto d’arrivo, di questo tale, sarebbe peggiore che non quello di partenza 127. È infatti molto più tollerabile non aver mai intrapreso una lotta anziché averla intrapresa e abbandonarla, rassegnandosi a diventare prigioniero, da combattente valoroso e vittorioso che si era. Ragion per cui il Signore non dice: “Sarà salvo chi avrà cominciato”, ma: Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo 128.

Per concludere.

14. 32. Sia dunque che lottiamo con ardore per non essere sopraffatti, sia che vinciamo, come talora capita, con quella facilità che non avremmo osato né sperare né immaginarci, diamo gloria a colui che ci fa dono della continenza. Ricordiamoci di quel tal giusto che nella prosperità diceva: Io non sarò mai smosso dalla mia strada 129; e invece gli fu fatto constatare quanto fossero avventate le sue parole, mentre attribuiva alle sue proprie forze quello che gli veniva accordato dall’alto. Lo apprendiamo dalla confessione che ci fa lui stesso, quando, subito appresso, soggiunge: O Signore, nel tuo beneplacito mi avevi conferito la virtù e l’onorabilità. Quando invece mi voltasti la faccia, caddi nel turbamento 130. Il Signore nella sua Provvidenza lo abbandonò temporaneamente, e ciò fu una medicina, affinché egli stesso, nella sua micidiale superbia, non abbandonasse il Rettore. È certo, quindi che tutto in noi accade per la nostra salute, sia che combattiamo contro i nostri vizi al fine di domarli e ridurli – compito della vita presente -, sia che non abbiamo più nemici né mali da cui essere contagiati – cosa che ci sarà riservata alla fine dei tempi nel mondo avvenire -. Scopo ultimo di tutto questo è che chi si gloria, si glori nel Signore 131.

(Sant’Agostino)

FONTE: http://www.augustinus.it/italiano/continenza/index2.htm

1 – Sap 8, 21.

2 – Mt 19, 11.

3 – 1 Cor 7, 7.

4 – Sal 140, 3.

5 – Sal 140, 3-4.

6 – Sir 37, 16 (sec. LXX).

7 – Mt 23, 26.

8 – Mt 15, 11.

9 – Mt 15, 16-17.

10 – Mt 15, 18.

11 – Mt 15, 19-20.

12 – Sal 13, 1.

13 – Rm 6, 12-13.

14 – Mt 15, 19.

15 – Gal 5, 17.

16 – 1 Cor 15, 55. 26.

17 – Rm 7, 18.

18 – Rm 7, 22-23.

19 – Rm 3, 20; 7, 7.

20 – Rm 5, 20.

21 – Rm 4, 15.

22 – 1 Cor 15, 56.

23 – Rm 10, 3.

24 – Cf. Gal 3, 24.

25 – Sal 66, 7; 84, 13.

26 – Rm 6, 12-14.

27 – Rm 8, 12-14.

28 – Rm 8, 13.

29 – Gal 5, 19-21.

30 – Gal 5, 16-18.

31 – Gal 5, 19.

32 – Gal 5, 22-23.

33 – Gal 5, 24.

34 – Ger 17, 5.

35 – Rm 8, 13.

36 – Gv 1, 14.

37 – Lc 3, 6.

38 – Sal 64, 3.

39 – Gv 17, 2.

40 – Rm 3, 20.

41 – Gal 2, 16.

42 – 1 Cor 3, 3.

43 – 2 Cor 3, 5.

44 – Rm 13, 1.

45 – Gn 46, 27.

46 – Rm 8, 13.

47 – Gv 8, 44.

48Ibidem.

49 – Rm 6, 14.

50 – Sal 118, 133.

51 – Rm 6, 14.

52 – Rm 8, 13.

53 – Rm 8, 14.

54 – Mt 6, 12.

55 – Sal 140, 3-4.

56 – Eb 5, 14.

57 – Mt 6, 12.

58 – Sal 33, 15.

59 – Lc 12, 35.

60 – Lc 12, 36.

61 – Gal 5, 16-17.

62 – Sal 102, 2-3.

63 – Mt 6, 12-13

64 – Gc 1, 14.

65 – Sal 40, 5.

66 – 1 Cor 15, 44.

67 – Rm 7, 18.

68 – Ef 5, 29.

69 – Rm 7, 25.

70 – Rm 7, 18.

71 – Gal 5, 16.

72 – Sap 9, 15.

73 – Rm 8, 10.

74 – Ef 5, 29.

75 – Ef 5, 25-28.

76 – Ef 5, 29.

77 – Gal 5, 17.

78 – Rm 7, 18.

79 – Ef 5, 29.

80 – Rm 7, 23.

81 – Ef 5, 25. 28.

82 – Ef 5, 22-23.

83 – Ef 5, 25.

84 – Ef 5, 24.

85 – Ef 5, 25.

86 – Ef 5, 28.

87 – 2 Tm 2, 8.

88 – Lc 24, 39.

89Ibidem.

90 – 1 Cor 6, 15.

91 – 1 Cor 11, 12.

92 – 1 Cor 12, 12.

93 – 1 Cor 12, 18.

94 – 1 Cor 12, 24-26.

95 – Rm 12, 1.

96 – Ef 5, 24.

97 – Gal 5, 16-17.

98 – 1 Cor 1, 13.

99 – 1 Cor 3, 1-3.

100 – Mt 6, 12.

101 – Cf. Gv 13, 23.

102 – 1 Gv 1, 8.

103 – 1 Cor 1, 30.

104 – Sal 102, 3.

105 – Ef 5, 29.

106 – 1 Cor 11, 31.

107 – Sal 93, 19.

108 – Rm 14, 23.

109 – 1 Cor 7, 6.

110 – Sap 8, 21.

111 – Cf. Gal 5, 19-21.

112 – Fil 2, 13.

113 – Rm 8, 14.

114 – Gal 2, 20.

115 – Rm 7, 17.

116 – Col 3, 1-4.

117 – Gal 2, 20.

118 – Col 3, 4.

119 – Col 3, 5.

120 – Col 3, 1-2.

121 – Col 3, 6.

122 – Gc 2, 14.

123 – Col 3, 7.

124 – Sal 65, 4.

125 – Col 3, 8.

126 – Rm 6, 13.

127 – Mt 12, 45.

128 – Mt 10, 22.

129 – Sal 29, 7.

130 – Sal 29, 8.

131 – 1 Cor 1, 31.

Sant’Alfonso Maria de Liguori: “Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matteo 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….Sant’ Alfonso Maria De Liguori

“Senti dunque quel che ti dice Dio, o peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate: altrimenti può …essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque, fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti, promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b. Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum, resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono le parole del Cartusiano.
Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia, che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo: poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai? Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici: Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua? Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di restar perduto in eterno.
Faresti tu per quella breve soddisfazione un vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso, l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato.”
  (Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

Sant’Alfonso Maria de Liguori, sermoni per la quaresima “Del numero de’ peccati, oltre il quale Dio più non perdona” “Presto, peccatori, fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Due sermoni per la quaresima

“1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.” (Luca 4,1-13)

Sermone XV – Per la Domenica I di Quaresima

Del numero de’ peccati, oltre il  quale Iddio più non perdona.

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matt. 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Nel corrente vangelo si legge che essendo andato  Gesù Cristo al deserto, permise che il demonio lo  portasse sopra il pinnacolo, o sia sommità del tempio, ed ivi gli  dicesse: Si filius Dei es, mitte te deorsum; soggiungendogli che gli  angeli l’avrebbero liberato da ogni offesa. Ma il Signore gli rispose che nelle  sacre carte sta scritto: Non tentabis Dominum Deum tuum” Non tentare il Signore Dio tuo”. Quel peccatore  che si abbandona al peccato senza voler resistere alle tentazioni, e senza  volere almeno raccomandarsi a Dio che gli dia l’aiuto per resistere, sperando  che il Signore un giorno lo caverà da quel precipizio; costui tenta Dio a far  miracoli, oppure ad usare con esso una misericordia straordinaria fuori  dell’ordine comune. Iddio vuol salvi tutti, come dice l’apostolo: Omnes  homines vult salvos fieri, ma vuole che ancora noi ci  adoperiamo per la nostra salvazione, almeno col prendere i mezzi per non restar  vinti dal nemico, e coll’ubbidire a Dio quando ci chiama a penitenza. I  peccatori ricevono le chiamate da Dio, e se ne scordano e seguitano ad  offenderlo; ma Dio non se ne scorda. Egli numera così le grazie che ci dispensa,  come i peccati che noi facciamo; onde allorché giunge il tempo da Dio  determinato egli ci priva delle sue grazie, e mette mano a’ castighi. E ciò  appunto voglio oggi dimostrarvi nel presente discorso, che quando i peccati  arrivano a certo numero, Iddio castiga e più non perdona. Attenti.

Dicono molti santi padri, s. Basilio, s.  Girolamo, s. Ambrogio, s. Gio. Grisostomo, s. Agostino ed altri, che siccome  Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo dei giorni di vita, de’ gradi  di sanità o di talento che vuol dargli, secondo il detto della Scrittura:  Omnia in mensura et numero, et pondere disposuisti, così  ancora per ciascuno tiene determinato il numero de’ peccati che vuol  perdonargli, compito il quale, più non perdona. Illud sentire nos  convenit, dice s. Agostino, tamdiu unumquemque a Dei patientia  sustineri, quo consummato, nullam illi veniam reservari. Lo  stesso scrive Eusebio Cesariense: Deus expectat usque ad certum numerum, et  postea deserit. E lo stesso scrivono i padri nominati di  sopra.

Misit me Dominus, ut mederer contritis  corde. Iddio è pronto a sanare quei che tengono buona volontà  di mutar vita, ma non può compatire gli ostinati. Il Signore perdona i peccati,  ma non può perdonare chi ha volontà di peccare. Né possiamo noi chiedere ragione  a Dio, perché ad uno perdoni cento peccati, e ad un altro, al terzo o quarto  peccato gli mandi la morte, e lo condanni all’inferno. Egli disse per il profeta  Amos: Super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non  convertam eum. In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire  coll’apostolo: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei! Quam  incomprehensibilia sunt iudicia eius! Quegli che è perdonato,  dice s. Agostino, è perdonato per sola misericordia di Dio; quegli che è  castigato, giustamente è castigato: Quibus datur misericordia, gratis datur:  quibus non datur, ex iustitia non datur. Quanti Iddio ha  mandati all’inferno al primo peccato! Scrive san Gregorio che un fanciullo di  cinque anni, che avea già l’uso di ragione, in dire una bestemmia fu preso dai  demoni e portato all’inferno. Rivelò la divina Madre a quella serva di Dio  Benedetta di Firenze, che un fanciullo di dodici anni al primo peccato fu  condannato; un altro figliuolo di otto anni al primo peccato morì e si dannò. Tu  dici: ma io son giovine, vi sono tanti che tengono più peccati di me. Ma che  perciò? Perciò Iddio, se pecchi, è obbligato ad aspettarti! Nel vangelo di s.  Matteo si dice che il nostro Salvatore la prima volta che trovò un  albero di fico senza frutto, lo maledisse dicendo: Numquam ex te nascatur  fructus; e quello seccò. E pertanto bisogna tremare di commettere un  peccato mortale, e tanto più se tu prima ne hai commessi altri.

Dice Dio: De propitiato peccato noli esse  sine metu; neque adiicias peccatum super peccatum. Non dire  dunque, peccatore mio: siccome Dio mi ha perdonati gli altri peccati, così mi  perdonerà quest’altro se lo commetto. Ciò non lo dire, perché se tu aggiungi un  altro peccato al peccato perdonato, devi temere che questo peccato nuovo si  unisca al primo peccato, e così si compisca il numero, e tu resti abbandonato da  Dio. Ecco come ciò più chiaramente lo spiega la scrittura in altro luogo:  Dominus patienter expectat, ut eas (nationes), cum iudicii dies  advenerit, in plenitudine peccatorum puniat. Iddio dunque  aspetta ed ha pazienza sino a certo numero; ma quando è piena la misura de’  peccati, non aspetta più e castiga: Signasti quasi in sacculo delicta  mea. I peccatori mettono i loro peccati nel sacco, senza  tenerne conto, ma ben ne tiene conto Iddio per dare il castigo, quando è  maturata la messe, cioè quando è compito il numero: Mittite falces, quoniam  maturavit messis.

Di tali esempi poi ve ne sono molti nelle divine  scritture. In un luogo parlando il Signore degli ebrei disse: Tentaverunt me  per decem vices, ecco come egli numera i peccati, non videbunt  terram, ecco come compito il numero, castiga. In altro luogo  parlando degli amorrei, disse che trattenea il loro castigo, perché non ancora  era compito il numero delle loro colpe: Necdum enim completae sunt  iniquitates amorrhaeorum. In altro luogo abbiamo l’esempio di  Saulle, che avendo la seconda volta disubbidito a Dio, restò abbandonato,  talmente che pregando egli Samuele che si fosse interposto per lui appresso il  Signore: Porta, quaeso, peccatum meum, et revertere mecum, ut adorem  Deum: Samuele che sapea averlo Dio abbandonato, rispose:  Non revertar tecum, quia abiecisti sermonem Domini, et proiecit te Dominus  etc: Saulle, tu hai abbandonato Dio e Dio ha abbandonato te.  Di più vi è l’esempio di Baldassarre, il quale stando a mensa colle sue donne  profanò i vasi del tempio, ed allora vide una mano che scrisse sul muro:  Mane, Thecel, Phares. Venne Daniele e richiesto della spiegazione di  tali parole, spiegando la parola Thecel, disse al re: Appensus es  in statera, et inventus es minus habens: dandogli così ad  intendere che il peso de’ suoi peccati avea fatto traboccar la bilancia della  divina giustizia; ed in fatti nella stessa notte fu ucciso: Eadem nocte  interfectus est Balthassar rex chaldaeus. Ed oh a quanti  miseri avviene lo stesso, che seguitano essi ad offendere Dio, quando giungono i  loro peccati ad un certo numero, son colti dalla morte, e mandati  all’inferno! Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferna  descendunt! Trema, fratello mio, che ad un altro peccato  mortale che fai Iddio ti mandi all’inferno.

Se Dio mettesse mano a’ castighi subito quando  l’uomo l’offende, non si vedrebbe Dio così disprezzato, come ora si vede; ma  perché egli non castiga subito, e per sua misericordia aspetta e trattiene il  castigo, perciò i peccatori si danno animo a seguire ad offenderlo: Quia non  profertur cito contra malos sententia, absque timore ullo filii hominum  perpetrant mala. Ma bisogna persuadersi che Dio aspetta e  sopporta, ma non aspetta e non sopporta sempre. Sansone seguitando a trescare  con Dalila sperava di liberarsi dalle insidie de’ filistei, come avea fatto  altre volte: Egrediar sicut ante feci, et me excutiam. Ma  in quella volta restò preso, e gli fu tolta la vita. Non dire, avverte il  Signore: io ho fatti tanti peccati, e Dio non mi ha castigato: Ne dixeris,  peccavi, et quid accidit mihi triste? Altissimus enim est patiens  redditor. Iddio ha pazienza sino a certo termine, passato il  quale, egli castiga i primi peccati e gli ultimi. Viene una, come suol dirsi, e  paga tutto. E quanto maggiore sarà stata la pazienza di Dio, tanto più grave  sarà la sua vendetta.

Onde dice il Grisostomo che più dee temersi  quando Iddio sopporta, che quando subito castiga: Plus timendum est, cum  tolerat, quam cum festinanter punit. E perché? Perché, dice s. Gregorio che  coloro, coi quali Dio usa più misericordia, se non la finiscono, più  rigorosamente sono puniti: Quo diutius expectat (Deus) durius  damnat. E soggiunse il santo che questi tali spesso sono castigati da Dio  con una morte improvvisa, senza aver tempo di convertirsi: Saepe qui diu  tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem liceat. E  quanto più grande è la luce che il Signore dà ad alcuni per emendarsi, tanto  maggiore è la loro accecazione ed ostinazione nel peccato. Scrisse s. Pietro:  Melius enim erat illi non cognoscere viam iustitiae, quam post agnitionem  retrorsum converti. Miseri quei peccatori che dopo la luce  avuta tornano al vomito; mentre dice s. Paolo essere impossibile, moralmente  parlando, che costoro di nuovo si convertano: Impossibile est enim, eos qui  semel illuminati sunt, gustaverunt etiam donum coeleste… et prolapsi sunt,  rursus renovari ad poenitentiam.

Senti dunque quel che ti dice Dio, o  peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis  deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese  a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate:  altrimenti può essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si  chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque,  fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te  stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E  se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual  sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà  misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano  le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro  ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego  quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti,  promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua  morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non  irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad  vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b.  Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome  rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha  vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha  detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum,  resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono  le parole del Cartusiano.

Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già  tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se  prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far  danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per  una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia,  che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo:  poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai?  Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che  avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è  succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non  tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici:  Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui  poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non  promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non  ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà  tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua?  Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di  restar perduto in eterno.

Faresti tu per quella breve soddisfazione un  vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per  quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del  paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso,  l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato  per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità  di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub  spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno  con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti  all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne  porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam  habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum  eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina  misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che  dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a  Dio, ti piango per dannato.

 

S. Alfonso Maria  de’ Liguori: Sermone XVIII. – Per la Domenica IV. di  Quaresima

La tenera  compassione che ha Gesù Cristo de’ peccatori.

Facite omnes discumbere.  (Ioan. 6. 10.)

Abbiamo nel vangelo di  questo giorno, che ritrovandosi il nostro Salvatore sopra di un monte co’ suoi  discepoli e colla moltitudine di quasi cinquemila persone che lo aveano seguito,  in vedere i miracoli che facea sopra gl’infermi, dimandò egli a san Filippo: ove  compreremo tanti pani che bastino a dar da mangiare a questa povera gente?  Rispose s. Filippo: Signore, per comprar tanti pani non ci bastano dugento  danari. Allora dice s. Andrea: qui vi è un fanciullo che tiene cinque pani  d’orzo e due pesci; ma che possono bastare a tanti? Ciò non ostante Gesù Cristo  disse: via su fate che tutti siedano a terra, facite omnes  discumbere; e poi fece dispensare quei pani e quei pesci, che non solo  bastarono a tutti, ma raccogliendo in fine gli avanzi del pane, se ne empirono  dodici cofani. Il Signore fece questo gran miracolo per compassione che ebbe di  tanti poveri nel corpo, ma assai più grande è la compassione che egli ha de’  poveri nell’anima, quali sono i peccatori, che sono privi della divina grazia; e  questo sarà il soggetto del presente sermone: La tenera compassione che ha Gesù  Cristo de’ peccatori.

Il nostro amantissimo  Redentore, spinto dalle viscere della sua misericordia verso degli uomini che  gemeano miseramente sotto la schiavitù del peccato e del demonio, scese dal  cielo in terra per redimerli e salvarli dalla morte eterna colla sua propria  morte: così cantò s. Zaccaria padre del Battista, allorché venne in casa sua la  b. Vergine Maria, già fatta madre del Verbo Incarnato: Per viscera  misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex  alto.

Quindi dichiarò poi Gesù  Cristo che esso era quel buon pastore ch’era venuto in terra a dar la salute a  noi sue pecorelle: Ego veni ut vitam habeant, et abundantius  habeant. Notate quella parola abundantius, la  quale esprime che egli era venuto non solo a farci ricuperare la vita perduta  della grazia, ma a donarci una vita più abbondante e migliore della vita perduta  da noi col peccato. Sì, perché dice s. Leone, che Gesù colla sua morte ci recò  maggior bene, che non ci avea recato di danno il demonio col  peccato: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli  amiseramus invidiam. E ciò significò ben anche l’apostolo,  quando disse che la grazia avea sopravanzato il delitto: Ubi abundavit  delictum, superabundavit et gratia.

Ma, Signor mio, giacché  avete voluto prender carne umana, bastava una sola vostra preghiera a redimere  tutti gli uomini; che bisogno vi era di fare una vita così povera e disprezzata  per 33 anni, ed una morte così amara e vituperosa, morendo di dolore sopra di un  legno infame, spargendo tutto il vostro sangue a forza di tormenti? Sì, risponde  Gesù Cristo, ben so che bastava una goccia del mio sangue, una semplice mia  preghiera a salvare il mondo; ma non bastava a dimostrare l’amore che io porto  agli uomini: e perciò ho voluto tanto patire e morire con una morte così atroce,  per essere dagli uomini amato, dopo che mi avessero veduto così morto per loro  amore. Questo importa, disse, essere buon pastore: Ego sum pastor  bonus, bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis.

O uomini, uomini, e qual  maggior segno d’affetto potea darci il Figlio di Dio, che dar la vita per noi  sue pecorelle? In hoc, scrive s. Giovanni, cognovimus  caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit. Non  può alcuno, disse il medesimo Salvatore, dimostrar maggiore amore a’ suoi amici,  che dare per essi la vita: Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut  animam suam ponat quis pro amicis suis. Ma voi, Signore, non  solo per gli amici, ma siete morto per noi, che per i nostri peccati eravamo  vostri nemici: Cum inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem  Filii eius. Oh amore immenso del nostro Dio, esclama s.  Bernardo: Ut parceret servis, nec Pater Filio, nec Filius sibi ipsi  pepercit! Per perdonare a noi servi ribelli, il Padre non ha voluto  perdonare al Figlio, e il Figlio non ha voluto perdonare a se stesso,  soddisfacendo colla sua morte la divina giustizia per i peccati da noi  commessi.

Mentre Gesù Cristo si  avvicinava alla sua passione, andò un giorno a Samaria; ma i samaritani non  vollero riceverlo, onde s. Giacomo e s. Giovanni sdegnati contro i samaritani  per questo affronto fatto al lor maestro, rivolti a lui gli dissero: Signore,  volete che facciamo scender fuoco dal cielo per castigare questi  temerarj? Domine, vis dicimus, ut ignis descendat de coelo et consumat  illos? Ma Gesù che era pieno di dolcezza anche verso coloro che  lo disprezzavano, che rispose? Et conversus  increpavit illos dicens: Nescitis, cuius spiritus estis. Filius hominis non  venit animas perdere, sed salvare. Fortemente li  riprese dicendo: e qual mai è questo spirito vostro? Questo non è lo spirito  mio; il mio è spirito di pazienza e compassione verso de’ peccatori, mentre io  son venuto a salvare le anime, non già a perderle; e voi parlate di fuoco, di  castighi e di vendetta? Perciò in altro luogo disse a’ suoi  discepoli: Discite a me, quia mitis sum et humilis  corde. Io non voglio che impariate da me a castigare, ma ad  esser mansueti e sopportare e perdonare le ingiurie.

Ben egli dichiarò la  tenerezza del suo cuore verso dei peccatori, quando disse: Quis ex  vobis homo, qui habet centum oves, et si perdiderit unam ex illis, nonne  dimittit nonagintanovem in deserto, et vadit ad illam quae perierat, donec  inveniat eam? Se alcuno, disse, ha cento pecorelle, e ne perde  una, egli lascia le novantanove, e va in cerca della pecorella perduta, e non  lascia di cercarla, finché non la ritrova. E poi soggiunse: Et cum  invenerit eam, imponit in humeros suos gaudens, et veniens domum convocat amicos  et vicinos, dicens illis: Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam, quae  perierat. E quando la ritrova, per più non perderla se la  mette sulle spalle e poi chiama gli amici e i vicini a consolarsene seco, per  aver ritrovata la pecorella perduta. Ma, Signore, l’allegrezza dee essere non  tanto di voi, quanto della pecorella in aver ritrovato voi suo pastore e Dio.  Sì, dice Gesù Cristo, gode la pecorella in ritrovare me suo pastore, ma più  grande è il mio contento in ritrovare la pecorella perduta. E poi conchiude  dicendo: Dico vobis, quod ita gaudium erit in coelo super uno peccatore  poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis qui non indigent  poenitentia. È più grande, dice, l’allegrezza che si fa in  cielo sopra d’un peccatore il quale si converte, che sopra di novantanove giusti  che ritengono la loro innocenza. E qual sarà quel peccatore così duro, che  intendendo ciò, e sapendo l’amore col quale sta Gesù Cristo per abbracciarlo e  porselo sopra le spalle, quando si pente de’ suoi peccati, non voglia subito  andare a gittarsi a’ piedi suoi?

Similmente dichiarò il  Signore questa sua tenerezza verso de’ peccatori pentiti nella parabola del  figlio prodigo, come sta in san Luca ove dicesi che un certo  giovine non volendo aver più la soggezione del padre per vivere a modo suo tra i  vizj, domandò la sua porzione; e il padre glie la diede con dolore, piangendo la  di lui ruina. Il figlio si partì dalla casa del padre, e tra poco tempo, avendo  già dissipata la sua sostanza, si ridusse a tal miseria, che per vivere fu  costretto di mettersi a pascere i porci. Tutto è figura del peccatore, che  partendosi da Dio e perdendo la divina grazia, perde tutti i meriti acquistati,  e si riduce a fare una vita misera sotto la schiavitù del demonio. Dicesi poi in  s. Luca, che vedendosi quel giovine ridotto a tanta miseria, si risolse di  ritornare al padre; ed il padre, che è figura di Gesù Cristo, quando vide il  figlio che ritornava a’ piedi suoi, subito se ne mosse a  compassione: Vidit illum pater ipsius, et misericordia motus est.  Onde invece di scacciarlo, come meritava quell’ingrato, Accurrens  cecidit super collum eius et osculatus est eum; gli andò all’ncontro colle  braccia aperte, ed abbracciandolo venne per la tenerezza a cadere sopra il suo  collo, e lo consolò coi suoi baci. Indi disse a’ suoi servi: Cito  proferte stolam primam et induite illum; portate la veste più bella e  vestitelo: Stolam primam significa la grazia divina, che Dio  perdonando restituisce al peccatore pentito coll’aggiunta di nuovi doni celesti,  come spiegano s. Girolamo e s. Agostino: Et date annulum in manum  eius, dategli l’anello di sposa, poiché l’anima ricuperando la grazia di  Dio ritorna ad essere sposa di Gesù Cristo. Et adducite vitulum  saginatum, et occidite, et manducemus et epulemur: portate il vitello  ingrassato, che significa Gesù sacramentato, misticamente sacrificato ed ucciso  nell’altare, cioè la s. comunione: Via su, dice, facciamo  festa, manducemus et epulemur. Ma perché, o Padre divino, tanta  festa per il ritorno d’un figlio che vi è stato così  ingrato? Quia, egli risponde, hic filius meus mortuus  erat et revixit, perierat et inventus est; io fo festa, perché questo mio  figlio era morto per me, ed ora è risorto; per me era perduto, ed ora l’ho  ritrovato.

Questa tenerezza poi di  Gesù Cristo ben la sperimentò quella donna peccatrice, che s. Gregorio vuole  essere stata s. Maria Maddalena, la quale un giorno andò a gittarsi a’ piedi di  Gesù Cristo, come si legge in s. Luca, e gli lavò i piedi colle sue  lagrime; onde il Signore tutto dolcezza a lei rivolto la consolò  dicendole: Remittuntur tibi peccata… Fides tua te salvam fecit, vade in  pace. Figlia, ti sieno rimessi i tuoi peccati, la confidenza che hai avuta  in me ti ha salvata, va in pace. La sperimentò ancora quel povero infermo di  trent’otto anni, che era infermo di corpo e d’anima: il Signore lo sanò dal suo  male, e gli perdonò i suoi peccati; onde poi gli disse: Ecce sanus  factus es: iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid  contingat. La sperimentò ancora quel lebbroso, il  quale disse a Gesù Cristo: Signore, se voi volete, potete  sanarmi: Domine, si vis potes me mundare. E Gesù  rispose: Volo, mundare: come dicesse: sì che voglio, mentre a  questo fine sono sceso dal cielo per consolare tutti: sii guarito come desideri;  e così nello stesso punto avvenne: Et confestim mundata est lepra  eius.

La sperimentò ancora la  donna adultera, che dagli scribi e farisei fu presentata a Gesù Cristo: questi  gli dissero: nella legge di Mosè sta ordinato che tali donne debbano esser  lapidate; tu dunque che ne dici? In lege autem Moyses mandavit nobis  huiusmodi lapidare. Tu ergo quid dicis? E ciò, come  scrive s. Giovanni, lo dissero per tentarlo a rispondere, affinché poi potessero  accusarlo come trasgressor della legge se rispondea che si dovesse liberare, o  per far perdere a lui il nome di mansueto se rispondea che si dovesse  lapidare: Si dicat lapidandam (spiega s.  Agostino), famam perdet mansuetudinis; sin dimittendam,  transgressae legis accusabitur. Ma il Signore che rispose? Non disse né  l’uno né l’altro, ma chinandosi scrisse col dito sulla terra: Iesus  autem inclinans se deorsum, digito scribebat in terra. Questo scritto sulla  terra, dicono gl’interpreti, che verisimilmente era qualche sentenza di  scrittura, la quale ammoniva gli accusatori de’ proprj peccati, ch’erano forse  maggiori di quello della donna, e poi disse loro: chi di voi è senza peccato,  sia il primo a lapidarla: Qui sine peccato est vestrum, primus in illam  lapidem mittat. Ma quelli, come narra il Vangelista, l’uno dopo l’altro se  ne uscirono, e restò ivi solamente la donna, a cui rivolto Gesù Cristo  disse: Nemo te condemnavit… nec ego te condemnabo; vade, et iam amplius  noli peccare. Or via, le disse, giacché niuno di costoro ti ha condannata,  non pensare che abbia a condannarti io che non sono venuto in terra a condannare  i peccatori, ma a perdonarli e salvarli: va in pace e da qui avanti non  commettere più peccati.

No che non è venuto Gesù  Cristo per condannare i peccatori, ma per liberarli dall’inferno sempreché  vogliano emendarsi. E quando li vede ostinati a volersi perdere, egli quasi  piangendo dice loro per Ezechiele: Et quare moriemini  domus Israel? Come volesse dire: figli miei, e perché volere morire, perché  volere andare all’inferno, quando io son venuto dal cielo a liberarvi colla  morte da quest’inferno? E poi soggiunge per lo stesso profeta: voi siete già  morti alla divina grazia, ma io non voglio la vostra morte; ritornate a me, ed  io vi restituirò la vita che miseramente voi avete perduta: Quia nolo  mortem morientis, dicit Dominus Deus; revertimini et vivite.  Ma qualche peccatore, che si ritrova troppo aggravato da’ peccati, dirà: ma chi  sa se Gesù Cristo mi discaccia? No, gli risponde Gesù Cristo: Eum qui  venit ad me, non eiiciam foras. Niuno che viene a me pentito  dei peccati fatti, sarà da me discacciato, ancorché le sue colpe fossero molte  ed enormi.

Ecco come il nostro  Redentore in altro luogo ci dà animo di andare a’ suoi piedi, con sicura  speranza di essere consolati e perdonati: Venite,  dice, ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam  vos. Venite a me tutti, poveri peccatori che faticate per  dannarvi e gemete sotto il peso delle vostre iniquità; venite, ed io vi libererò  da tutte le vostre angustie. Ed in altro luogo giunge a dirci: Venite,  et arguite me, dicit Dominus, si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix  dealbabuntur. Venite pentiti delle offese che mi avete fatte,  e se io non vi perdono, arguite me; come dicesse, prendetevela con  me, e rimproveratemi qual mentitore, mentr’io vi prometto che quantunque i  peccati vostri fossero neri come la semenza di cremisi (viene a dire, ancorché  fossero orrendi ed enormissimi) la vostra coscienza, per mezzo del sangue mio,  con cui la laverò, diventerà candida e bella come la neve.

Presto, peccatori,  fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che  ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte  queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante  spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità.

(Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

 

Rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena “Gesù è il ponte, la Via per la salvezza…disse Egli: «Io sono via, verità, e vita; chi va per me non va per le tenebre ma per la luce» Quelli che seguono questa via sono figli della verità, perché seguono la verità, e passano per la porta della verità, e trovansi in me, unito con la porta e via del mio Figlio, Verità eterna, mare pacifico”

“Dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena”

PARLA DIO PADRE:

E passato il ponte si giogne alla porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tutti vi conviene entrare. (Gv 10,9) E però disse egli: «Io sono via, verità, e vita; chi va per me non va per le tenebre ma per la luce».

E in altro luogo disse la mia Verità che nessuno poteva venire a me se non per lui, (Gv 14,6 Jn 8,12) e così è.

E, se bene ti ricorda, così ti dissi e mostrato te l’ ho, volendoti fare vedere la via. Così, se egli dice che è via, egli dice la verità; e già te gli ho mostrato che egli è via, in forma d’uno ponte. E dice che è verità, e così è, perciò che egli è unito con me che sono somma Verità, e chi lo segue va per la verità.

Ed è vita, e chi segue questa verità riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Verità vi s’è fatto cibo; né può cadere in tenebre perché egli è luce, privato della bugia, anco con la verità confuse e distrusse la bugia del demonio, la quale egli disse ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo e la Verità l’ha racconcia e murata col sangue.

Quegli che segueno questa via sono figli della verità, perché segueno la verità, e passano per la porta della verità, e trovansi in me, unito con la porta e via del mio Figlio, Verità eterna, mare pacefico.

Ma chi non tiene per questa via tiene di sotto per lo fiume, il quale è via non posta con pietre ma con acqua. E perché l’acqua non ha ritegno alcun, nessuno vi può andare che non annieghi.

Cosí sono fatti i diletti e gli stati del mondo (23v), e perché l’affetto non è posto sopra la pietra, (Mt 7,24-27) ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle son fatte come l’acqua che continuamente corre, così corre l’uomo come elleno; ben che a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pure egli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendogli meno: o per la morte, che egli lassi loro, o per mia dispensazione, che le cose create siano tolte dinanzi alle creature; ed egli non può tenerle.

Costoro segueno la bugia, tenendo per la via della bugia, e sono figli del demonio il quale è padre delle bugie (Gv 8,4) e perché passano per la porta della bugia ricevono eterna dannazione. Sì che vedi che Io ti ho mostrata la verità e mostrata la bugia, cioè la via mia che è verità, e quella del demonio che è bugia.

Queste sono due strade, e per ciascuna si passa con fatica.

Mira quanta è l’ignoranza e cecità dell’uomo che, essendogli fatta la via, vuole tenere per l’acqua. La quale via è di tanto diletto a coloro che vanno per essa, che ogni amarezza lo’ diventa dolce e ogni grande peso lo’ diventa leggiero. (Mt 11,30) Essendo nelle tenebre del corpo trovano il lume, ed essendo mortali trovano la vita immortale, gustando per affetto d’amore, col lume della fede, la Verità eterna che promette di dare refrigerio a chi s’affatica per me che sono grato e conoscente e sono giusto, che a ognuno rendo giustamente secondo che merita, così ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

Lo diletto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l’orecchie a poterlo udire, né l’occhio a poterlo vedere, poiché in questa vita gusta e participa di quello bene che gli è apparecchiato nella vita durabile. (1Co 2,9) Bene è (24r) dunque matto colui che schifa tanto bene ed sceglie innanzi di gustare in questa vita la caparra de l’inferno tenendo per la via di sotto dove va con molte fatiche e sanza nessuno refrigerio e senza alcun bene; poiché per lo peccato loro sono privati di me che sono sommo ed eterno bene.

Bene hai dunque ragione, e voglio, che tu e gli altri servi miei stiate in continua amarezza per le offese fattemi., e compassione della ignoranza e danno loro, con la quale ignoranza m’offendono.

Ora hai veduto e udito del ponte come egli sta, e questo ho detto per dichiarare quello che Io ti dissi, che era ponte l’unigenito mio Figlio, e così vedi che è la verità, fatto nel modo che Io ti ho detto cioè unita l’altezza con la bassezza.

Poi che l’unigenito mio Figlio ritornò a me doppo la resurrezione quaranta dì, questo ponte si levò dalla terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtù della natura mia divina, e siede dalla mano dritta di me, Padre eterno. Sì come disse l’angelo ai discepoli il dì dell’ascensione stando quasi come morti, perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in cielo colla Sapienza del mio Figlio.

Disse: «Non state più qui, ché egli siede dalla mano dritta del Padre». (Ac 1,11) Levato in alto e tornato a me, Padre, Io mandai il maestro, cioè lo Spirito santo, il quale venne con la potenza mia e con la sapienza del mio Figlio, e con la clemenza sua, d’esso Spirito santo. (Let94) Egli è una cosa con me Padre e col Figlio mio. Così fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel mondo. E però, partendosi la presenza, non si partì la dottrina né le virtù, vere pietre fondate sopra questa dottrina, la quale è la via che v’ha fatto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoperò egli e con le sue opere fece la via, dando la dottrina a voi per esempio più che per parole; anco prima fece che egli dicesse. (Ac 1,1) Questa dottrina certificò la clemenza dello Spirito santo, (Let 164) fortificando le menti dei discepoli a confessare la verità e annunziare questa via, cioè la dottrina (24v) di Cristo crocifisso, riprendendo per mezzo di loro il mondo delle ingiustizie e dei falsi giudicii, delle quali ingiustizie e giudicio di sotto più distesamente ti narrarò. (Jn 16,8; § 35 -XXXVI) Ti ho detto questo affinché nelle menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente, cioè che volessero dire che di questo corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana; questo vedo che egli è la verità. Ma questo ponte si partì da noi salendo in cielo. Egli c’era una via che c’insegnava la verità, vedendo l’esempio e costumi suoi, ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranza.

La via della dottrina sua, la quale Io ti ho detta, confermata dagli apostoli e dichiarata nel sangue dei martiri, illuminata col lume dei dottori e confessata per li confessori, e trattane la carta per gli evangelisti, i quali stanno tutti come testimoni a confessare la verità nil corpo mistico della santa Chiesa. (Ep 4,7-12; § 85 ,1993) Essi sono come lucerna posta in sul candelabro (Mt 5,15 Mc 4,21 Lc 8,16) per mostrare la via della verità, la quale conduce a vita con perfetto lume, come detto ti ho.

E come te la dicono? Per prova, perché l’hanno provata in loro medesimi. Sì che ogni persona è illuminata in conoscere la verità, se egli vuole, cioè che egli non si voglia togliere il lume della ragione col proprio disordinato amore. Sì che egli è verità che la dottrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anime fuore del mare tempestoso e conducerle a porto di salvezza.

Sì che in prima Io vi feci il ponte del mio Figlio attualmente, come ho detto, conversando con gli uomini; e levato il ponte attuale rimase il ponte e la via della dottrina, como detto è, essendo la dottrina unita con la potenza mia, con la sapienza del Figlio e con la clemenza dello Spirito santo.

Questa potenza dà virtù di fortezza a chi segue questa via, la sapienza gli dà lume (25r) che in essa via conosce la verità, e lo Spirito santo gli dà amore, il quale consuma e tolle ogni amore sensitivo dell’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtù. Sì che in ogni modo, o attuale o per dottrina, egli è via verità e vita, la quale via è il ponte che vi conduce all’altezza del cielo.

Questo volse egli dire quando disse: «Io venni dal Padre e ritorno al Padre» e «tornerò a voi». (Jn 16,28) Cioè a dire: il Padre mio mi mandò a voi e àmmi fatto vostro ponte affinché esciate del fiume e potiate arrivare alla vita. Poi dice: «E tornarò a voi: Io non vi lassarò orfani ma mandaròvi lo Paraclito». (Jn 14,18 Jn 14,26) Quasi dicesse la mia Verità: Io n’andarò al Padre e tornarò, cioè che, venendo lo Spirito santo, il quale è detto Paraclito, vi mostrerà piú chiaramente e vi confermerà me, via di verità, cioè la dottrina che io vi ho data.

Disse che tornarebbe ed egli tornò, poiché lo Spirito santo non venne solo, ma venne con la potenza di me Padre, con la sapienza del Figlio, e con essa clemenza di Spirito santo. (Let94) Vedi dunque che torna, non attualmente ma con la virtù come detto ti ho, fortificando la strada della dottrina. La quale via e strada non può venire meno, né essere tolta a colui che la vuole seguire, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.

Perciò virilmente dovete seguire la via e senza alcuna nuvola, ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel santo battesimo.

Ora ti ho mostrato a pieno e dichiarato il ponte attuale e la dottrina, la quale è una cosa insieme col ponte; ed ho mostrato all’ignorante chi gli manifesta questa via, che ella è verità, e dove stanno coloro che la ‘nsegnano. E dissi che erano gli apostoli ed evangelisti, martiri e confessori e santi dottori, posti nel luogo della santa Chiesa come lucerne. (Mt 5,14-15) E Ti ho mostrato e detto come venendo a me egli tornò a voi, non presenzialmente ma con (25v) la virtù, come detto è, cioè venendo lo Spirito santo sopra discepoli, poiché presenzialmente non tornarà se non ne l’ultimo dì del giudicio, quando verrà colla mia maestà e potenza divina a giudicare il mondo, e a rendere bene ai buoni e remunerargli delle loro fatiche, l’anima e il corpo insieme, e a rendere male di pena eternale a coloro che iniquamente sono vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che Io, Verità, ti promisi, § 22 ,398) cioè di mostrarti quelli che vanno imperfettamente e quelli che vanno perfettamente e altri con la grande perfezione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro s’anniegano nel fiume, giungendo ai crociati tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figli miei, che voi teniate sopra il ponte e non di sotto, poiché quella non è la via della verità, anco è quella della bugia dove vanno gl’iniqui peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate, e per li quali Io vi richiedo lacrime e sudori, affinché da me ricevano misericordia. –

Allora quell’anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere, ma quasi stando nel cospetto di Dio diceva: – O eterna misericordia, la quale ricopri i difetti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricordarò che tu m’offendessi mai». (Jr 31,34 Ez 18,21-22 He 10,17) O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono dal peccato, quando tu dici di coloro che ti persegueno; «Io voglio che mi preghiate per loro, affinché Io lo’ facci misericordia».

O misericordia, la quale esce dalla deità tua, Padre eterno, la quale governa con la tua potenza tutto quanto il mondo! Nella misericordia tua fummo creati; nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figlio.

La misericordia tua ci conserva. La misericordia tua fece giocare in sul legno della croce il Figlio tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E allora la vita (26r) sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immacolato Agnello. Chi rimase vénto? La morte. Chi ne fu cagione? La misericordia tua.

La tua misericordia dà vita; ella dà lume per mezzo del quale si conosce la tua clemenza in ogni creatura, nei giusti e nei peccatori. Nell’altezza del cielo riluce la tua misericordia, cioè nei santi tuoi. Se io mi vollo alla terra, ella abonda della tua misericordia. Nelle tenebre dell’inferno riluce la tua misericordia non dando tanta pena ai dannati quanta meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d’amore: non ti bastò incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco descendesti all’inferno, traendone i santi padri, per adempire la tua verità e misericordia in loro? Poiché la tua bontà promette bene a coloro che ti servono in verità, imperò discendesti al limbo per trare di pena chi t’aveva servito, e renderlo’ il frutto delle loro fatiche! La misericordia tua vedo che ti costrinse a dare anco più a l’uomo, cioè lassandoti in cibo affinché noi debili avessimo conforto, e gl’ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza dei benefici tuoi. § 112 E però lo dài ogni dì a l’uomo, rappresentandoti nel sacramento dell’altare nil corpo mistico della santa Chiesa. Questo chi l’ha fatto? La misericordia tua.

O misericordia! Il cuore ci s’affoga a pensare di te, ché ovunque io mi vollo a pensare non truovo altro che misericordia. O Padre eterno, perdona all’ignoranza mia, che ho presunto di favellare innanzi a te, ma l’amore della tua misericordia me ne scusi dprima della benignità tua.

Ho voluto che l’abbi gustata questa misericordia ed anco la dignità dell’uomo la quale di sopra ti mostrai, affinché tu meglio conosca la crudeltà e la indegnità degl’iniqui uomini che tengono per la via di sotto.

Apre l’occhio dell’intelletto e mira costoro che volontariamente s’annegano, e mira in quanta indegnità essi sono caduti per le colpe loro.

Prima è che essi sono diventati infermi, e questo si è quando concepirono il peccato mortale nelle menti loro; poi lo partoriscono e perdono la vita della grazia.

E come il morto, che nessuno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo, se non quanto egli è levato da altrui, così costoro, che sono annegati nel fiume de l’amore disordinato del mondo, sono morti a grazia. E perché essi sono morti, la memoria non ritiene il ricordo della mia misericordia; l’occhio dell’intelletto non vede né conosce la mia verità, perché il sentimento è morto, cioè che l’intelletto non s’ha posto dinanzi altro che sé, con l’amore morto della propria sensualità. E però la volontà ancora è morta alla volontà mia, perché non ama altro che cose morte.

Essendo morte queste tre facoltà, tutte le opere sue, e attuali e mentali, sono morte quanto che a grazia; e già non si può difendere da’nimici suoi, né aiutarsi per se medesimo, se non quanto è aiutato da me.

Bene è vero che ogni volta che (27r) questo morto, nel quale è rimasto solo il libero arbitrio, mentre che egli è nel corpo mortale dimanda l’aiuto mio, lo può avere, ma per sé non potrà mai.

Egli è fatto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare lo mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. Il peccato è non nulla ed essi son fatti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d’amore con vita di grazia, la quale ebbero nel santo battesimo, ed essi sono fatti arbori di morte, perché sono morti come detto ti ho.

Sai dove egli tiene la radice questo albero? Nell’altezza della superbia, la quale l’amore sensitivo proprio di loro medesimi nutre; il suo midollo è la impazienza, e il suo figlio è la indiscrezione. Questi sono quattro principali vizi che in tutto uccidono l’anima di colui il quale ti dissi che era albero di morte, perché n’hanno tratta la vita della grazia.

Dentro dall’albero si nutre uno verme di conscienzia, il quale, mentre che l’uomo vive in peccato mortale, è accecato dal proprio amore, e però poco lo sente.

I frutti di questo albero sono mortali: perché hanno tratto l’umore dalla radice della superbia, la tapinella anima è piena d’ingratitudine, così procede ogni male. E se ella fosse grata dei benefici ricevuti conoscerebbe me, e conoscendo me conoscerebbe sé e così starebbe nella mia carità; ma ella come cieca si va attaccando pure per lo fiume, e non vede che l’acqua non l’aspetta.

Tanto sono diversi i frutti di questo albero, che danno morte, quanto sono diversi i peccati. Alcuni ne vedi che sono cibi da bestie, e questi sono quelli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s’involle nel loto. Così s’invollono nel loto della carnalità – o anima brutta dove hai lasciata la tua dignità? tu eri fatta sorella degli angeli ora sei fatta animale bruto – in tanta miseria che non tanto che siano sostenuti da me, che sono somma purezza, ma i demoni, di (27v) cui essi sono fatti amici e servi, non possono vedere commettere tanta immondizia.

Alcun peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga il lume dell’intelletto all’uomo quanto questo…..

Come dunque daranno la vita per la salvezza delle anime, quando non danno la sustanzia? come daranno la carità, quando essi si rodono per invidia? O miserabili vizi, i quali atterrano il cielo dell’anima. «Cielo» la chiamo, perché Io la feci cielo dove Io abitavo per grazia, celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affetto d’amore. Ora s’è partita da me sì come adultera, amando sé le creature e le cose create più che me. Anco di sé s’ha fatto Dio, e me persegue (Ac 9,4 Ac 22,7 Ac 26,14) con molti e diversi peccati. E tutto questo fa perché non ripensa il beneficio del sangue sparto con tanto fuoco d’amore……

….questo volse dire la mia Verità quando disse: «Io mandarò il Paraclito, che riprenderà il mondo della ingiustizia e del falso giudicio». (Jn 16,8) Allora fu ripreso, quando mandai lo Spirito santo sopra gli appostoli.

Tre reprensioni sono. L’una fu data quando lo Spirito santo venne sopra i discepoli, come detto è, i quali fortificati dalla potenza mia, illuminati dalla sapienza del Figlio mio diletto, tutto ricevettono nella plenitudine dello Spirito santo. Allora lo Spirito santo, che è una cosa con me e col Figlio mio, riprendette il mondo, per la bocca dei discepoli, con la dottrina della mia Verità. (Ac 2,22-36) Essi e tutti gli altri che sono discesi da loro, seguendo la verità, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono il mondo.

Questa è quella continua reprensione che Io fo al mondo col mezzo della santa Scrittura e dei servi miei ponendosi lo Spirito santo nelle lingue loro, annunziando la verità, sì come il demonio si pone in su la bocca dei servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua nel modo detto, per grandissimo affetto d’amore che Io ho alla salvezza delle anime.

E non possono dire «io non ebbi chi mi riprendesse», poiché già l’è mostrata la verità, mostrandolo’ il vizio e la virtù e fattolo’ vedere il frutto della virtù e il danno del vizio, per darlo’ amore e timore santo con odio del vizio e amore della virtù. E già non l’è stata mostrata questa dottrina e verità per angelo, affinché non possano dire «l’angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro». Questo l’ è tolto che non lo possono dire, perché l’è stata data da la mia Verità, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sono stati gli altri che hanno seguito questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la lotta della carne contro lo spirito, sì come ebbe il glorioso San Paolo mio banditore, (2Co 12,7) e così di molti altri santi i quali, chi da una cosa chi da un’altra, sono stati passionati. Le quali passioni Io permettevo e permetto per accrescimento di grazia e per aumentare la virtù nell’anime loro. E così nacquero di peccato come voi, e nutriti d’uno medesimo cibo; e così sono Dio Io ora come allora: non è infermata né può infermare la mia potenza, sì che Io posso sovvenire e voglio e so sovvenire a chi vuol essere sovvenuto da me. Allora vuole essere sovvenuto da me quando esce del fiume dl peccato e va per lo ponte, seguendo la dottrina della mia Verità.

Sì che non hanno scusa, poiché sono ripresi ed è loro mostrata la verità continuamente. Così se essi non si correggeranno mentre che essi hanno il tempo, saranno condannati nella seconda reprensione, la quale si farà ne l’ultima estremità della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: “Surgite mortui, venite ad giudicium” (Mi 6,1); cioè: tu che sei morto alla grazia e morto giungi alla morte corporale, levati su e vieni dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. Il quale lume traesti acceso del santo battesimo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanità di cuore, del quale facevi vela ai venti che erano contrari alla salvezza tua; e il vento della propria reputazione nutrivi con la vela dell’amore proprio, così correvi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontà, seguendo la fragile carne e le molestie e tentazioni del demonio. Il quale demonio con la vela della tua propria volontà t’ha menato per la via di sotto, la quale è uno fiume corrente, così t’ha condotto con lui insieme all’eterna dannazione. 

Questa seconda reprensione, carissima figlia, è in fatto perché è giunta all’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condotta alla estremità della morte dove il verme della coscienza, del quale Io ti dissi ch’era accecato per il proprio amore che egli aveva di sé, ora, nel punto della morte, perché vede sé non potere uscire delle mie mani, questo verme comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difetto è condotto in tanto male.

Se essa anima avesse lume che conoscesse e dolessesi della colpa sua, non per la pena dell’inferno che ne le segue, ma perché ha offeso me che sono somma ed eterna Bontà, anco trovarebbe misericordia.

Ma se passa il punto della morte senza lume, e solo col verme della coscienza e senza la speranza del sangue, o con propria passione dolendosi del danno suo più che per le offese fattemi., egli giunge all’eterna dannazione ed allora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e dlo falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tutte le sue opere, ma molto maggiormente sarà ripreso della ingiustizia e giudicio particolare, il quale ha (30v) usato nell’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. (Gn 4,13) Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia, (Mt 12,31-32) poiché più m’è grave questo che tutti gli altri peccati che egli ha commessi.

Così la disperazione di Giuda mi dispiacque più, e più fu grave al mio Figlio, che non fu il tradimento ch’egli gli fece. Sì che sono ripresi di questo falso giudicio, d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sono puniti con i demoni e crociati eternamente con loro.

(dal “Dialogo della divina Provvidenza” di Santa Caterina da Siena”)

Rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena, IL Peccato, La Grazia, Il Libero arbitrio, Giustizia e Misericordia: “Morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia li mette all’inferno, nel fuoco il quale dura eternamente” “Mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento e ricorrendo ai miei sacerdoti con i sacramenti”

“Dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena”

 

SULL’INCARNAZIONE DEL VERBO

– IL PECCATO, LA GRAZIA E IL LIBERO ARBITRIO, LA GIUSTIZIA E MISERICORDIA DI DIO –

PARLA DIO PADRE:

“E però donai il Verbo de l’unigenito mio Figlio, perché la massa de l’umana generazione era corrotta per lo peccato del primo uomo Adam; e però tutti voi, vaselli fatti di questa massa, eravate corrotti e non disposti ad avere vita eterna. Così per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanità, per rimediare alla corruzione e morte dell’umana generazione e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdette. (1Gv 4,9-10) Non potendo Io sostenere pena, e della colpa voleva la divina mia giustizia che n’uscisse la pena, e non essendo sufficiente pur uomo a soddisfare – che se egli avesse pure in alcuna cosa soddisfatto, non soddisfaceva altro che per sé e non per l’altre creature che hanno in loro ragione; benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli soddisfare, perché la colpa era fatta contro a me, che sono infinita bontà – volendo Io pure restituire l’uomo, il quale era indebolito, e non poteva soddisfare per la cagione detta e perché era molto indebolito, mandai il Verbo del mio Figlio vestito di questa medesima natura che voi, massa corrotta d’Adam, affinché sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso; e sostenendo sopra il corpo suo fino all’obrobiosa morte della croce, placasse l’ira mia.

E così satisfeci alla mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse soddisfare la colpa dell’uomo e disponerlo a quel bene per mezzo del quale Io l’avevo creato. Sì che la natura umana unita con la natura divina fu sufficiente a soddisfare per tutta l’umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d’Adam, ma per la virtù della deità eterna, natura divina infinita. Unita l’una natura e l’altra, ricevetti e accettai lo sacrificio del sangue de l’unigenito mio Figlio, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina mia carità, la quale fu quello legame che il tenne confitto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a soddisfare la colpa la natura umana, solo per virtù della natura divina.

Per questo modo fu tolta la colpa del peccato d’Adam, e rimase solo il segno, cioè l’inclinazione al peccato, e ogni difetto corporale, sì come la conseguenza che rimane quando l’uomo è guarito della piaga.

Cosí la colpa d’Adamo, la quale menò marcia mortale: venuto il grande medico de l’unigenito mio Figlio, curò questo infermo, bevendo la medicina amara, la quale l’uomo bere non poteva perché era molto indebolito (Mt 9,12 Lc 5,31). Lui fece come baglia che piglia la medicina in persona del fanciullo, perché ella è grande e forte ed il fanciullo non è forte per potere portare l’amarezza. Sì che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della deità, unita con la natura vostra, l’amara medicina della penosa morte della croce, per sanare e dar vita a voi, fanciulli indeboliti per la colpa. Solo lo segno rimase del peccato originale, il quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sete concepiti da loro. Il quale segno si toglie dell’anima, bene che non a tutto, e questo si fa nel santo battesimo, il quale battesimo ha virtù e dà vita di grazia in virtù di questo glorioso e prezioso sangue.

Subito che l’anima ha ricevuto lo santo battesimo l’è tolto il peccato originale, e l’è infusa la grazia. E l’inclinazione al peccato, che è la conseguenza che rimane del peccato originale, come detto è, indebolisce, ma può l’anima frenarlo se ella vuole.

Allora il vasello dell’anima è disposto a ricevere e aumentare in sé la grazia, assai e poco; secondo che piacerà a lei di voler disporre se medesima, con affetto e desiderio, ad amare e servire me. Così si può disporre al male come al bene, non ostante che egli abbi ricevuta la grazia nel santo battesimo. Così, venuto il tempo della discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace alla volontà sua.

Ed è tanta la libertà che ha l’uomo, e tanto è fatto forte per la virtù di questo glorioso sangue, che né demonio né creatura lo può costringere a una minima colpa, più che egli si voglia. Tolta gli fu la servitudine e fatto libero, affinché signoreggiasse la sua propria sensualità e avesse il fine per il quale era stato creato.

O miserabile uomo, che si diletta nel loto come fa l’animale, e non riconosce tanto beneficio quanto ha ricevuto da me! Più non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranza.

Voglio che tu sappi, figlia mia, che per la grazia che hanno ricevuta, avendoli ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figlio, e restituita a grazia l’umana generazione sì come detto ti ho non riconoscendola ma andando sempre di male in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguendomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io gli ho fatte e fo che non tanto che essi se le reputino a grazia, ma i lo’ pare ricevere alcune volte da me ingiuria, né più né meno come se Io volesse altro che la loro santificazione – dico che lo’ sarà più duro, e degni saranno di maggiore punizione. E così saranno più puniti ora, poi che hanno ricevuta la redenzione del sangue del mio Figlio, che innanzi la redenzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d’Adam. (Jn 15,22) Cosa ragionevole è che chi più riceve più renda, e più sia tenuto a colui da cui egli riceve. Molto era tenuto l’uomo a me per l’essere che Io gli avevo dato creandolo ad immagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l’obedienzia mia posta a lui e diventommi nimico; ed Io con l’umiltà distrussi la superbia sua, umiliandomi e pigliando la vostra umanità, cavandovi della servitudine del demonio, e fecivi liberi. E non tanto che Io vi dessi libertà, ma, se tu vedi bene, l’uomo è fatto Dio e Dio è fatto uomo per l’unione della natura divina nella natura umana.

Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del sangue dove essi sono ricreati a grazia. Sì che vedi quanto essi sono più obligati a rendere a me dopo la redenzione che innanzi la redenzione. Sono tenuti di rendere gloria e loda a me, seguendo le vestigia della Parola incarnata de l’unigenito mio Figlio, e allora mi rendono debito d’amore di me e carità del prossimo, con vere e reali virtù, sì come di sopra ti dissi. Non facendolo, perché molto mi debbono amare, cadono in maggiore offesa, e però Io, per divina mia giustizia, rendo loro più gravezza di pena, dando loro l’eterna dannazione. Così molto ha più pena uno falso cristiano che uno pagano, e più lo consuma il fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affligge; e affliggendo si sentono consumare col verme (16v) della coscienza, e nondimeno non consuma, (Mc 9,47) perché i dannati non perdono l’essere per alcun tormento che ricevano. Così Io ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perché non possono perdere l’essere. Perderon l’essere della grazia per la colpa loro, ma l’essere no.

Sì che la colpa è molto più punita dopo la redenzione del sangue che prima, perché hanno più ricevuto; e non pare che se n’aveggano né si sentano dei mali loro. Essi mi sono fatti nimici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figlio.

Uno rimedio ci ha, col quale Io placarò l’ira mia, cioè col mezzo dei servi miei, se solliciti saranno di costringermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu mi possiedi legato, il quale legame Io ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio nei servi miei verso l’onore di me e salvezza delle anime affinché, costretto dalle lacrime loro, mitighi il furore della divina mia giustizia. (Oraz XII 166ss.) Tolle dunque le lacrime il sudore tuo, e trale della fontana della divina mia carità, tu e gli altri servi miei, e con esse lavate la faccia alla sposa mia, ché Io ti prometto che con questo mezzo le sarà renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra nei con crudeltà riavarà la bellezza sua, ma con la pace e umili e continue orazioni, sudori e lacrime gittate con veemente desiderio, dei servi miei. (Let 272; § 86 , 2142ss.) E cosí adempirò il desiderio tuo con molto sostenere gittando lume la pazienza vostra nelle tenebre degl’iniqui uomini del mondo. E non temete perché il mondo vi perseguiti, ché Io sarò per voi, e in nessuna cosa vi mancarà la mia Provvidenza.”…..

“Allora Dio, come ebbro d’amore verso la salvezza nostra, teneva modo da accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo, mostrando con quanto amore aveva creato l’uomo, sì come di sopra alcuna cosa dicemmo, e diceva: – Or non vedi tu che ognuno mi percuote, (Is 50,6 Ps 101,5) e Io li ho creati con tanto fuoco d’amore, e dotatili di grazia, e molti quasi infiniti doni ho dato a loro per grazia e non per debito? Or vedi figlia, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e specialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, da cui procede ogni male.”…..

Sappi che alcun può uscire delle mie mani, poiché Io sono colui che sono, (Ex 3,14) e voi non sete per voi medesimi, se non quanto siete fatti da me, il quale sono creatore di tutte le cose che participano essere, eccetto che del peccato che non è, e però non è fatto da me. E perché non è in me, non è degno d’essere amato. E però offende la creatura, perché ama quello che non debba amare, cioè il peccato, e odia me; ché è tenuta e obligata d’amarmi, ché sono sommamente buono e gli ho dato l’essere con tanto fuoco d’amore. Ma di me non possono uscire: o eglino ci stanno per giustizia, per le colpe loro, o eglino ci stanno per misericordia.

Apre dunque l’occhio dell’intelletto e mira nella mia mano, e vedrai ch’egli è la verità quello che Io ti ho detto. – Allora ella, levando l’occhio per obbedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tutto l’universo mondo, dicendo Dio: – Figlia mia, or vedi e sappi che alcun me ne può essere tolto, poiché tutti ci stanno, o per giustizia o per misericordia (Tb 13,2 Sg 16,15) come detto è, poiché sono miei e creati da me, e amogli ineffabilmente. E però, non ostanti le iniquità loro, Io lo’ farò misericordia col mezzo dei servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai addimandata.”….

“E perché Io ti dissi che del Verbo de l’unigenito mio Figlio avevo fatto ponte, e così è la verità, voglio che sappiate, figli miei, che la strada si ruppe per lo peccato e disobbedienza di Adam, (Is 59,2) per sì fatto modo che alcun poteva arrivare a vita durabile, e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per mezzo del quale Io gli avevo creati, e non avendolo non s’adempiva la mia verità.

Questa verità è che Io l’avevo creato ad imagine e similitudine mia perché egli avesse vita eterna, e participasse me e gustasse la somma ed eterna dolcezza e bontà mia. Per lo peccato suo non giungeva a questo termine, e non s’adempiva la verità mia; e questo era poiché la colpa aveva serrato il cielo e la porta della mia misericordia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie, la creatura trovò ribellione a se medesima: subito che l’uomo ebbe ribellato a me, esso medesimo si fu ribelle.

La carne ribellò subito contro lo spirito perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo, e tutte le cose create le furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obbedienti se egli si fosse conservato nello stato dove Io lo posi. Non conservandosi, trapassò l’obedienzia mia e meritò morte eternale ne l’anima e nel corpo. (Gn 1,28 Gn 3,17-19) E corse, di subito che ebbe peccato, un fiume tempesto che sempre lo percuote con l’onde sue, portando fatiche e molestie da sé e molestie dal demonio e dal mondo. Tutti annegavate, poiché alcun, con tutte le sue giustizie, non poteva arrivare a vita eterna.

E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, vi ho dato il ponte del mio Figlio, affinché passando il fiume non annegaste; il qual fiume è questo mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto è tenuta la creatura a me, e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il rimedio che Io gli ho dato.

Apre l’occhio dell’intelletto tuo e vedrai gli accecati e ignoranti; e vedrai gl’imperfetti, e perfetti che in verità seguono me, affinché tu ti doglia della dannazione degli ignoranti, e rallegrati della perfezione dei diletti figli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre.

Ma innanzi voglio che riguardi il ponte de l’unigenito mio Figlio, e vedi la grandezza sua che tiene dal cielo alla terra; cioè riguarda che è unita con la grandezza della deità la terra della vostra umanità. E però dico che tiene dal cielo alla terra: cioè per l’unione che Io ho fatto nell’uomo. Questo fu di necessità a volere rifare la via che era interrotta, sì come Io ti dissi, affinché giungeste a vita e passaste l’amarezza del mondo. Pure di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fosse sufficiente a passare il fiume e darvi vita eterna; cioè che pure la terra della natura dell’uomo non era sufficiente a soddisfare la colpa e togliere via la marcia del peccato d’Adam, la quale marcia corruppe tutta l’umana generazione e trasse puzza da lei, sì come di sopra ti dissi. Convennesi dunque unire con l’altezza della natura mia, Deità eterna, affinché fusse sufficiente a soddisfare a tutta l’umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana accettasse il sacrificio del mio Figlio offerto a me per voi, per togliervi la morte e darvi la vita.

Sì che l’altezza s’umiliò alla terra della vostra umanità, e unita l’una con l’altra se ne fece ponte e rifece la strada. Perché si fece via? Affinché in verità veniste a godere con la natura angelica. E non basterebbe a voi, ad avere la vita, perché il Figlio mio vi sia fatto ponte, se voi non passaste per esso.

(Parla Santa Caterina) Qui mostrava, la Verità eterna, che egli ci aveva creati senza noi, ma non ci salverà senza noi. Ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio esercitando il tempo con le vere virtù. E però soggiunse, a mano a mano, dicendo: 

“Tutti vi conviene passare per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salvezza delle anime, con pena sostenendo le molte fatiche, seguendo le vestigia di questo dolce e amoroso Verbo: in altro modo non potreste venire a me.

Voi siete miei lavoratori, ché vi ho messi a lavorare nella vigna della santa Chiesa. (Mt 20,1-16) Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana, messi da me per grazia, avendovi dato il lume del santo battesimo, il quale battesimo aveste nel corpo mistico della santa Chiesa per le mani dei ministri, i quali Io ho posto a lavorare con voi.

Voi sete nel corpo universale, ed essi sono nel corpo mistico, posti a pascere l’anime vostre ministrandovi il sangue nei sacramenti che ricevete da lei traendone essi le spine dei peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sono miei lavoratori nella vigna delle anime vostre, legati nella vigna della santa Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna dell’anima sua, della quale la volontà, col libero arbitrio, nel tempo n’è fatto lavoratore, cioè mentre che egli vive. Ma poi che è passato il tempo nessuno lavorio può fare né buono né cattivo; ma mentre che egli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho posto. E ha ricevuto tanta fortezza questo lavoratore dell’anima, che né demonio né altra creatura glielo può togliere se egli non vuole; poiché ricevendo il santo battesimo si fortificò, § 14 ,116-120; § 14 ,130-133) e fugli dato uno coltello d’amore di virtù e odio del peccato.

Il quale amore e odio trova nel sangue, poiché per amore di voi e odio del peccato morì l’unigenito mio Figlio dandovi il sangue, per lo qual sangue aveste vita nel santo battesimo. § 75 ; § 115 ,484-5) Sì che avete il coltello, il quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine dei peccati mortali e piantare le virtù. Poiché in altro modo da essi lavoratori che Io ho posto nella santa Chiesa, dei quali ti dissi che toglievano il peccato mortale della vigna dell’anima e davano la grazia ministrandovi il sangue nei sacramenti che ordinati sono nella santa Chiesa, non ricevereste il frutto del sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore, pentimento del peccato e amore della virtù e allora riceverete il frutto d’esso sangue. Ma in altro modo non lo potreste ricevere, non disponendovi dalla parte vostra come tralci uniti nella vite de l’unigenito mio Figlio, il quale disse: «Io sono vite vera e voi siete tralci, e il Padre mio è il lavoratore». (Gv 15,1) E così è la verità, che Io sono il lavoratore, poiché ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenza mia è inestimabile, e con la mia potenza e virtù governo tutto l’universo mondo: nessuna cosa è fatta o governata senza me. Sì che Io sono il lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figlio nella terra della vostra umanità, affinché voi, tralci, uniti con la vite, faceste frutto.

E però chi non farà frutto di sante e buone opere sarà tagliato da questa vite e seccarassi. § 11 ,630ss.) Poiché, separato da essa vite, perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco eternale, sì come il tralcio che non fa frutto, che è tagliato subito dalla vite ed è messo nel fuoco, perché non è buono ad altro. (Gv 15,6) Or così questi cotali tagliati per l’offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia, non essendo buoni ad altro, gli mette nel fuoco il quale dura eternamente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro, anco l’hanno disfatta, la loro e l’altrui: non solo che ci abbiano messa qualche pianta buona di virtù ma essi n’hanno (20v) tratto il seme della grazia, il quale avevano ricevuto nel lume del santo battesimo partecipando il sangue del mio Figlio, il quale fu il vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l’hanno tratto, questo seme, e dato da mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto ai piedi del disordinato affetto. (Lc 8,6 Lc 8,12) Col quale affetto hanno offeso me e fatto danno a loro e al prossimo.

Ma i servi miei non fanno così, e così dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite, e allora riporterete molto frutto perché parteciparete de l’umore di questa vite; (Rm 11,17; OrazX) e stando nel Verbo del mio Figlio state in me perché Io sono una cosa con lui ed egli con me. (Jn 10,30) Stando in lui seguiterete la dottrina sua; seguendo la sua dottrina partecipate della sustanzia di questo Verbo, cioè partecipate della deità eterna unita nell’umanità, traendone voi un amore divino dove l’anima s’inebria. E però ti dissi che partecipate della sustanzia della vite.

Sai che modo Io tengo, poi che i servi miei sono uniti in seguire la dottrina del dolce e amoroso Verbo? Io li poto, affinché facciano molto frutto, e il frutto loro sia provato e non insalvatichisca. Sì come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore lo pota perché facci migliore vino e più, e quello che non fa frutto taglia e mette nel fuoco, e così fo Io, lavoratore vero. I servi miei, che stanno in me, Io li poto con le molte tribolazioni, affinché facciano piú frutto e migliore, e sia provata in loro la virtù. (Gv 15,2; § 145 , 1345) E quegli che non fanno frutto sono tagliati e messi nel fuoco, come detto ti ho.

Questi cotali sono lavoratori veri, e lavorano bene l’anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra dell’affetto loro in me. E nutrono e crescono il seme della grazia, il quale ebbero nel santo battesimo. Lavorando la loro, lavorano quella del prossimo, e non possono lavorare l’una senza l’altra.

E già sai che Io ti dissi che ogni male si faceva col mezzo del prossimo e ogni bene. Sì che voi siete miei lavoratori esciti di me, sommo ed eterno lavoratore, il quale vi ho uniti e innestati nella vite per l’unione che Io ho fatto con voi.

Tiene a mente che tutte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé, la quale è unita senza alcun mezzo col prossimo loro, cioè l’uno con l’altro; e sono tanto uniti, che nessuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né male che non lo facci a lui.

Di tutti quanti voi è fatta una vigna universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, i quali sete uniti nella vigna del corpo mistico della santa Chiesa, così traete la vita. Nella quale vigna è piantata questa vite de l’unigenito mio Figlio, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sete subito ribelli alla santa Chiesa e sete come membri tagliati dal corpo, che subito imputridisce.

E’ vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento e ricorrere ai miei ministri, i quali sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del sangue, uscito di questa vite; il quale sangue è sì fatto e di tanta perfezione, che per alcun difetto del ministro non vi può essere tolto il frutto d’esso sangue. Il legame della carità è quello che li lega con vera umiltà, acquistata nel conoscimento di sé e di me. Sì che vedi che tutti vi ho messi per lavoratori. Ed ora di nuovo v’invito, perché il mondo già viene meno, tanto sono multiplicate le spine che hanno affogato il seme, (Lc 8,7) in tanto che nessuno frutto di grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aiutiate a lavorare l’anime nel corpo mistico della santa Chiesa. A questo vi scelgo, perché Io voglio fare misericordia al mondo, per mezzo del quale tu tanto mi preghi”

(dal “Dialogo della divina Provvidenza” di Santa Caterina da Siena”)

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