Santa Caterina da Siena “Ringraziamento alla Trinità” O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo!

O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.
Io ho gustato e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.
Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.
O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità.
Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini.

– Santa Caterina da Siena –
Dal «Dialogo della Divina Provvidenza»
(Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità)

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Vincere il vizio della masturbazione!!!

FONTE: http://www.courageitalia.it/risorse/messa-in-pratica/vivere-nella-verita/vincere-labitudine-alla-masturbazione/

Vincere il vizio della masturbazione!!!

Padre Harvey, direttore e fondatore di Courage, scomparso nel 2011, presenta qui un saggio dal titolo: il problema pastorale della masturbazione. Questo articolo consente di comprendere le cause fondamentali di questo vizio e i relativi problemi.

Contenuto

1. Introduzione

2. Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

3. Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

4. L’immoralità dell’attività masturbatoria

5. Considerazioni sulla responsabilità personale del masturbatore

6. La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

7. Distinzione tra comportamento passato e presente

8. Un’autobiografia in cinque brevi capitoli

9. Approcci pastorali alla masturbazione

10. Alcune direttive spirituali

11. La masturbazione nei coniugati

12. La masturbazione nei seminaristi

13. La masturbazione nei sacerdoti e nei religiosi

14. La masturbazione nelle suore

15. Omosessualità e masturbazione

16. Senso di colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

17. La differenza tra vergogna e colpa

18. Qualche altro suggerimento per vincere il vizio della masturbazione

19. Counseling pastorale degli adolescenti

20. Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

21. Conclusione

22. Riferimenti

p. John F. Harvey, OSFS

1918 – 2010

“…molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.”

Il problema pastorale della masturbazione

di

John F. Harvey, OSFS

Introduzione

Visto che esistono già diversi trattati sulla masturbazione, ci si potrebbe chiedere come mai un altro teologo senta il bisogno di scrivere su quest’argomento. Non c’è forse presunzione nel credere di avere qualcosa di nuovo da dire su un problema atavico che interessa da sempre uomini e donne? La risposta è che c’è certamente dell’altro da comunicare al riguardo: ad esempio, la reazione al nuovo modo di pensare, così come l’esperienza personale di consigliere per persone alle prese con l’abitudine dell’autoerotismo. In quest’impresa, ho acquisito una visione nuova sulla psicologia della masturbazione studiando la dipendenza sessuale, di cui tale vizio è un ottimo esempio.

Sono anche rimasto colpito dall’esperienza di gruppi di supporto spirituale come Sexaholics Anonymous (SA), Sex and Love Addicts Anonymous (SLAA), Homosexuals Anonymous (HA) e Courage, che affrontano seriamente questo vizio. Si tratta di un cambiamento positivo rispetto alla teologia di Ann Landers, secondo cui la masturbazione può essere una forma di terapia.

Un altro motivo per cui provo a scrivere sull’argomento è che molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.

Notate che io parlo di una tendenza (più precisamente di una tendenza disordinata). Molte persone, in maniera diversa, hanno acquisito il controllo di tale tendenza grazie a un programma spirituale. Altre, invece, si trovano a combattere nel buio totale, ed è per loro che scrivo. Inizierò con una definizione di masturbazione, per poi esporre alcune considerazioni psicologiche. Quindi passerò ad esaminare la dottrina del magistero su questo tema. Concluderò con alcuni suggerimenti pastorali per un programma di aiuto alle persone che cercano di superare un problema cronico.

Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

La masturbazione è chiamata, a volte, auto-abuso o onanismo e, nei libri di testo secolari, “autogratificazione.” Quando la stimolazione psichica avviene durante il sonno, è detta polluzione notturna. Padre Benedict Groeschel utilizza il termine masturbazione per indicare delle azioni che avvengono nel sonno o nel dormiveglia, o le azioni dei bambini e il comportamento sessuale dei giovani adolescenti, mentre riserva il termine autoerotismo per l’attività di adolescenti più grandi e degli adulti “che per una serie di motivi sono spinti al ripiegamento su se stessi e trovano un sostituto alla vita reale in questo comportamento simbolico e intensamente frustrante”1. Nel classico articolo sulla teologia della masturbazione, padre Jos. Farraher, S.J., definisce quest’atto “l’autostimolazione degli organi sessuali esterni fino a raggiungere il punto di climax o l’orgasmo, praticata con movimenti della mano o altri contatti fisici, con immagini sessualmente stimolanti, l’immaginazione (masturbazione psichica) o mediante una combinazione di stimolazione fisica e psichica”.2 In un senso più ampio, questo include la masturbazione reciproca in cui le persone si toccano reciprocamente gli organi genitali.

Ma forse la descrizione più incisiva del vizio della masturbazione è contenuta in una lettera di C.S. Lewis, citato da Leanne Payne in The Broken Image: “Per me, il vero male della masturbazione è il fatto che richiede un appetito che, se legittimamente assecondato, porta l’individuo fuori dal proprio sé per realizzare (e correggere) la propria personalità in quella di un altro (e quindi nei figli e anche nei nipoti), facendolo tornare indietro, rinviandolo nella prigione di se stesso, per mantenere un harem di spose immaginarie. Questo harem, una volta ammesso, si oppone alla possibilità di uscire dal proprio sé e unirsi con una donna vera. Ciò avviene perché l’harem è sempre accessibile, sempre sottomesso, non richiede nessun sacrificio o adattamento e può essere dotato di attrattive erotiche e psicologiche con cui nessuna donna reale può rivaleggiare”.3 Tale citazione può essere applicata sia alle donne che agli uomini, in quanto esprime il significato della masturbazione come fuga personale dalla realtà verso la prigione della lussuria.

Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

La masturbazione è un fenomeno complesso. Nel 1974 la Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica ha sottolineato che una delle cause della masturbazione è lo squilibrio sessuale e che in materia di istruzione “l’azione pedagogica dovrà essere orientata più su queste cause che sulla repressione diretta del fenomeno”.4 In effetti, come vedremo, sono molti i fattori implicati nel termine “squilibrio sessuale”.

Si tratta di un approccio saggio. Non si può comprendere perché una persona sia oppressa da questo vizio senza conoscere qualcosa del suo passato. Ascoltando le persone, si vede come la solitudine costituisca un fattore scatenante che porta l’individuo all’isolamento, alla fantasia e alla masturbazione. La solitudine si accompagna di solito a sentimenti di profondo disprezzo di se stessi e di rabbia. Quando la realtà è dura e ostile, la persona si rivolge alla fantasia e quando si passa molto tempo in un mondo di fantasia, si diventa schiavi di oggetti sessuali (perché questo è il modo in cui si vedono le altre persone, come oggetti).

In seguito si rifugerà nel mondo irreale ma piacevole della sua immaginazione. Questo è l’inizio della dipendenza sessuale, così ben descritto da Patrick Carnes.5

Molto spesso il vizio della masturbazione diventa compulsivo, cioè la persona non è in grado di controllare l’attività masturbatoria, nonostante i grandi sforzi profusi. Di solito si tratta di un soggetto non pienamente cosciente della sua situazione e che ha bisogno sia di terapia che di direzione spirituale.

A volte, tuttavia, il vizio della masturbazione è temporaneo e legato alle circostanze. Per esempio, quando un individuo si allontana da un dato contesto, la tendenza a masturbarsi scompare. In una data situazione, una suora venticinquenne era circondata da anziane religiose con le quali non vi era alcuna vera comunicazione, mentre in un altro contesto stava lavorando insieme a religiose della sua età. Si è immediatamente resa conto di essere isolata e sola nel primo gruppo e coinvolta in relazioni reali nel secondo. Si potrebbero fare molti altri esempi in cui l’attività masturbatoria è sintomatica di altre forze sottostanti alla vita della persona.

Questi sintomi, così vari in termini di età, circostanze esterne di vita e disposizioni interne, saranno descritti e valutati nella sezione pastorale di questo saggio. Per il momento basti dire che il primo passo che il sacerdote o il consigliere spirituale dovrebbe fare è ascoltare con attenzione chi richiede il suo aiuto, mentre racconta la propria storia. Ovviamente, questo andrebbe fatto quando non ci sono lunghe file fuori del confessionale, preferibilmente in una sala riunioni della parrocchia, solo quando il consigliere percepisce che chi chiede aiuto lo fa di propria spontanea volontà ed ha assoluto bisogno di una guida spirituale. Detto questo, mi soffermerò ora sull’immoralità degli atti masturbatori e del vizio, per poi ritornare sui fattori psicologici trattando i singoli casi.

L’immoralità dell’attività masturbatoria

La dichiarazione Persona Humana su alcune questioni di etica sessuale dice che la dottrina tradizionale, secondo la quale la masturbazione costituisce un grave disordine morale, “spesso, oggi si mette in dubbio o si nega espressamente”.6 Un noto libro di testo universitario, ad esempio, sottolinea come la constatazione della situazione di fatto abbia cambiato l’atteggiamento di molti sulla questione della masturbazione, mettendo i moralisti nella scomoda posizione di ritenere che “praticamente tutti i maschi siano colpevoli di peccato mortale”.7 Gli autori hanno ovviamente ignorato la distinzione tra gravità oggettiva e colpa soggettiva. Nella loro rassegna di pareri sull’aspetto morale della masturbazione, gli autori di Human Sexuality fanno riferimento ad un consenso emergente che vede la malizia morale della masturbazione come una “inversione sostanziale in un ordine di grande importanza”.8

Gli stessi aggiungono, correttamente, che in tutta la tradizione cristiana ogni atto di masturbazione era considerato come male grave e intrinseco e, se effettuato con piena consapevolezza e consenso, peccato mortale. Due studi più recenti forniscono al lettore il contesto storico relativo alla tradizione cristiana sull’immoralità della masturbazione. Il primo è uno studio storico di Giovanni Cappelli sul problema della masturbazione durante il primo millennio.

Tra le sue conclusioni: (1) In nessuna parte dell’Antico o Nuovo Testamento viene affrontata esplicitamente la questione della masturbazione. (2) Negli scritti dei Padri Apostolici non si trova alcuna menzione della masturbazione. (3) I primi riferimenti espliciti alla masturbazione si trovano nei “penitenziali” anglosassoni e celti del VI secolo, in cui l’argomento viene trattato sotto il profilo pratico e giuridico. (4) Sarebbe sbagliato, tuttavia, interpretare il silenzio dei Padri sulla masturbazione come tacita approvazione o potenziale indifferenza. I principi che hanno sviluppato in materia di etica sessuale ed il loro atteggiamento generale avrebbero potuto facilmente portare ad una condanna della masturbazione. Non sappiamo perché ciò non sia avvenuto, probabilmente lo si deve al fatto che i primi scrittori cristiani erano principalmente interessati ai peccati sessuali derivanti da rapporti interpersonali.9

Il secondo studio riguarda le norme relative e assolute della morale sessuale in san Paolo. William E. May, analizzando l’interpretazione data da Silverio Zedda sul concetto di corpo-persona in san Paolo, sostiene che Zedda non trova un riferimento esplicito al vizio dell’autoerotismo. “Ma la condanna dello stesso (peccato) può dedursi indirettamente dall’insegnamento di san Paolo, prendendo come punto di partenza i testi in cui condanna in generale le passioni malvagie e in cui i teologi morali trovano condannato anche il vizio solitario… In modo analogo si può considerare l’autoerotismo come un elemento nella condizione in cui si trovano coloro che non sono sposati, ai quali san Paolo suggerisce il matrimonio: “ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare.” (I Cor. 7:9).10 Secondo Zedda, anche in Gal. 5:23, 2 Cor. 7:1; e I Tess. 4:4 sarebbe contenuta un’implicita condanna della masturbazione.

Tuttavia, gli autori di Human Sexuality affermano che la diffusione della masturbazione, in particolare tra i maschi, rende difficile, per i moralisti, continuare a sostenere la posizione tradizionale, che sembra in stridente conflitto con il senso comune. Tali moralisti minimizzano la questione della gravità oggettiva dell’atto, rifugiandosi nell’opinione che in molti casi, a livello pastorale, la mancanza di piena consapevolezza e di completa libertà fanno sì che tali atti non costituiscano peccato mortale. Tuttavia Padre Farraher, basandosi sull’insegnamento costante della Chiesa, conclude in modo deciso che la masturbazione costituisce una grave violazione dell’ordine morale, se si è pienamente consapevoli della malizia dell’atto e lo si compie. È un atto gravemente disordinato e peccaminoso dal momento che non soddisfa le finalità di unione e procreazione a cui è destinato l’atto coniugale.11

Farraher sottolinea inoltre che la stimolazione sessuale da parte di una coppia sposata è moralmente lecita se porta a naturali rapporti vaginali o completa l’atto coniugale.12 Farraher è molto preciso su ciò che costituisce malizia grave nella masturbazione quando scrive: “Perché un individuo sia formalmente colpevole di un peccato mortale di masturbazione, il suo atto deve costituire una scelta pienamente consapevole di ciò che lui comprende essere gravemente peccaminoso”.13 Tale atto, se commesso non con piena consapevolezza o con il consenso parziale della volontà, costituirà un peccato veniale e “se non c’è libera scelta della volontà, non vi è alcuna colpa del peccato, anche se la persona si rende conto di ciò che sta facendo”.14 Farraher sostiene inoltre che non vi sia alcun peccato anche quando un individuo preveda che la stimolazione sessuale e l’orgasmo saranno la conseguenza di una certa azione che è libero di eseguire, a condizione che non si prefigga tale stimolazione, ma la permetta soltanto ed abbia una ragione sufficientemente valida per agire in tal modo. (Si tratta semplicemente di un’applicazione del principio del duplice effetto).15 Farraher corregge l’equivoco comune in molti cattolici, che pensano di aver commesso peccato mortale se provano uno stimolo sessuale, sebbene indesiderato.16 Nell’attuale generazione, però, non credo che siano in tanti a soffrire di questo senso di colpa; semmai, molti sono sorpresi di apprendere che la masturbazione è peccato. È necessario, quindi, spiegare ai fedeli le puntuali distinzioni di Farraher, in modo da evitare l’inquietudine di coscienza da un lato e il lassismo incurante, dall’altro.

Come nella questione del controllo delle nascite, anche in quella della masturbazione si è notato un allontanamento dall’insegnamento ufficiale della Chiesa quando, nel 1966, Padre Charles Curran ha sostenuto che ogni atto di masturbazione non dev’essere considerato di per sé un disordine “sempre e necessariamente grave”.17 La posizione di Curran, commentata dagli autori di Human Sexuality, viene interpretata come un significativo passo avanti teologico: essa non dice che la masturbazione non è peccato, o che non può comportare un peccato grave; ma solo che “non tutti gli atti di masturbazione commessi deliberatamente abbiano quella base di gravità che è necessaria per un peccato mortale”.18 La posizione di Curran – comunque – e quella degli autori di Human Sexuality è contraddetta direttamente dalla dichiarazione vaticana sull’etica sessuale, a cui ho già fatto riferimento. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, quindi, ribadisce l’insegnamento costante della Chiesa sull’immoralità oggettivamente grave della masturbazione, definendola “un atto intrinsecamente e gravemente disordinato”.19

Gli argomenti a favore della posizione della Chiesa e la risposta dei moralisti cattolici alle principali obiezioni contro questo insegnamento sono riassunti in Catholic Sexual Ethics.20 Vorrei estrapolare alcune delle considerazioni ivi espresse.

(1) Pur ammettendo che alcuni testi citati come condannanti la masturbazione possano avere un’altra interpretazione (Gen. 38:8-10, 1 Cor. 6:9;. Rm 1:24), la Sacra Scrittura include nella sua condanna un uso irresponsabile del sesso, che riguarderebbe certamente la masturbazione. Secondo quanto dichiarato dal Vaticano, anche se la Scrittura non condanna in modo esplicito questo peccato, “la tradizione della Chiesa ha giustamente compreso che esso viene condannato nel Nuovo Testamento, laddove si parla di «impurità», di «impudicizia», o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza”.21

(2) Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono all’obiezione secondo cui la condanna della masturbazione sarebbe una forma di manicheismo e stoicismo. Al contrario, coloro che accettano la masturbazione non possono considerare il proprio corpo e le attività sessuali come parte integrante di se stessi, in quanto questi atti non soddisfano le qualità umane fondamentali della donazione reciproca e della procreazione. Tali atti utilizzano il corpo come strumento di piacere e sono in realtà forme di dualismo, il che, in questo contesto, significa che il corpo diventa un oggetto di piacere per l’anima.22

Ancora una volta, questo insegnamento non si basa sulla premessa stoica secondo cui l’unico scopo del rapporto sessuale è la procreazione. La costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, sezioni 47-52, così come Humanae Vitae23, affermano chiaramente che il rapporto sessuale nel matrimonio ha altre finalità, tra cui l’espressione dell’amore reciproco. Al contrario, la masturbazione non serve nessuno dei grandi beni del matrimonio, rimanendo un atto solitario.

Catholic Sexual Ethics risponde anche all’obiezione secondo cui la masturbazione non sarebbe un grave disordine morale in determinate circostanze, tra le quali la masturbazione adolescenziale. La risposta è che la Chiesa ha sempre riconosciuto che le circostanze variano da caso a caso e che ci sono diversi gradi di responsabilità a seconda dei tipi di masturbazione. Ma al di là di tutto, la Chiesa sostiene che l’atto della masturbazione resta OGGETTIVAMENTE GRAVE e, giustamente, distingue tra gravità oggettiva dell’atto masturbatorio e responsabilità personale dell’agente. Quest’importante distinzione, elaborata da Farraher, ci permette di mantenere la posizione tradizionale, lasciando indenni una serie di circostanze attenuanti che diminuiscono il senso di colpa personale del masturbatore, a condizione che egli sia disposto a fare tutto il necessario per superare la cattiva abitudine o, in alcuni casi, la compulsione.

Nella mia esperienza pastorale di 47 anni devo ancora incontrare un penitente che non voglia liberarsi dal vizio della masturbazione o che continui a masturbarsi per sua scelta. Molto probabilmente, chi perdura deliberatamente nel vizio, o non va proprio a confessarlo, o non lo confessa perché ha subito un lavaggio del cervello che gli ha fatto credere che la masturbazione non è peccato o è, al massimo, un peccato veniale che non occorre confessare.

Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono anche alla tesi di Charles Curran, secondo cui un singolo atto di masturbazione non è da ritenersi un peccato grave, mentre può esserlo solo una pratica prolungata di tale comportamento. L’errore di questa tesi è non tenere conto che la vera responsabilità sta nella scelta libera dell’atto, non nello schema di comportamento, che è in realtà la conseguenza di una serie di atti liberamente scelti. La nostra personalità morale, o il carattere, è formata da questi atti e una conversione, se deve avvenire, inizia con un atto di libera scelta. Così insegna sant’Agostino nelle Confessioni.24

In pratica, gli autori secondo i quali la masturbazione non sarebbe un problema grave sono rimasti impressionati da studi statistici che dimostrano che la maggior parte dei ragazzi ed un’alta percentuale delle ragazze adolescenti ricorrono all’autoerotismo. Questi studi non descrivono la frequenza della masturbazione o lo stato di coscienza del masturbatore e non prendono in considerazione l’attuale fenomeno dei gruppi di sostegno spirituale per superare le dipendenze sessuali, come Sexaholics Anonymous25 e Sex and Love Addicts Anonymous.26 Entrambi i gruppi trattano la masturbazione compulsiva come una dipendenza sessuale da superare attraverso la pratica dei Dodici Passi adattati a problemi sessuali.

La tesi di Curran è contestabile anche da un punto di vista pastorale. In pratica, non si ha a che fare con persone coinvolte in un unico atto di masturbazione. Qualunque sia l’età della persona, si ha a che fare con atti ripetuti, con un vizio o una compulsione. Né la tesi di Curran tiene conto del fatto che un atto impuro commesso deliberatamente tende a ripetersi, portando alla formazione di una cattiva abitudine che può alla fine divenire una compulsione sessuale, vale a dire, un modello comportamentale dell’attività sessuale sul quale la persona non ha alcun vero controllo, nonostante i suoi sforzi compiuti in tal senso. La questione morale è se una persona possa essere ritenuta responsabile di aver compiuto consapevolmente il primo passo verso una cattiva abitudine. Non siamo seriamente obbligati ad evitare l’insorgere di un tale vizio? O, ancora, se un unico atto impuro deliberato non costituisce una grave violazione dell’ordine morale, cosa impedisce ad una persona di cadere nel vizio? Molto probabilmente non cercherà di evitare l’atto e cadrà facilmente nel vizio, che in determinate circostanze può diventare compulsivo. Questi sono problemi pastorali che Curran non affronta.

Considerazioni circa la responsabilità personale del masturbatore

A livello pastorale, si deve distinguere fra masturbatore abituale e masturbatore compulsivo. Per definizione, il masturbatore abituale ha ancora il controllo sul suo comportamento, si astiene dagli atti di autoerotismo per lunghi periodi di tempo e vi ricade per brevi fasi. Può usare la masturbazione come sostituto di un rapporto sessuale, perché non c’è nessuna donna disponibile (in carcere), perché ha divorziato, non si è mai sposato o perché ha paura dell’AIDS. Egli è in grado, tuttavia, di sospendere l’abitudine ogni volta che è motivato a farlo, di solito per motivi religiosi. La maggior parte dei motivi suindicati valgono anche a una donna che scivola nel vizio della masturbazione. La solitudine e la depressione sono fattori potenti sia per gli uomini che per le donne. In alcuni casi, tuttavia, la persona supera il confine tra il vizio e la compulsione, vale a dire, si ritrova a masturbarsi molto spesso, nonostante il ricorso ai consueti rimedi preventivi. Questo sarà probabilmente un caso di dipendenza sessuale.

La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

Consulenti pastorali e confessori conoscono persone che si masturbano ogni giorno nonostante il loro desiderio di liberarsi dalla compulsione. Questi individui convivono con il senso di colpa e la vergogna, non sono soddisfatti del colloquio con il consulente, che cerca di consolarli escludendo ogni colpa grave dal loro atto, perché sulla masturbazione non avrebbero alcun controllo. Vogliono sapere cosa possono fare per riprendere il dominio sugli impulsi sessuali. Come prima cosa, allora, il consigliere potrà studiare le dipendenze sessuali e apprendere i possibili rimedi per aiutare il masturbatore compulsivo.

La dipendenza sessuale può essere definita una pseudo-relazione con una un’esperienza sessuale che altera la mente con effetti distruttivi su di sé e, in alcuni casi, anche sugli altri.27 Come spiega Patrick Carnes, “il soggetto alle prese con la dipendenza mette, al posto di un sano rapporto con gli altri, una relazione malata con un evento o un processo. Il rapporto di tale soggetto con una ‘esperienza’ che muta lo stato d’animo diventa centrale nella sua vita”.28

Carnes sottolinea come la gente tenda a confondere la dipendenza sessuale con un’attività sessuale che dà piacere o è frequente. La differenza è che la gente comune può imparare a moderare il proprio comportamento sessuale, mentre il soggetto alle prese con la dipendenza non può farlo. Ha perso la capacità di dire “no”, perché il suo comportamento rientra in un ciclo di pensieri, sentimenti e azioni che non può controllare. Invece di godere del sesso come fonte di auto-affermazione e di piacere nel matrimonio, il soggetto con tale dipendenza lo userà come sollievo dalla sofferenza o dallo stress, allo stesso modo in cui un alcolista ricorre all’alcol. Contrariamente all’amore, la malattia ossessiva trasforma il sesso in un bisogno primario, per cui tutto il resto può essere sacrificato, anche la famiglia, gli amici, la salute, la sicurezza e il lavoro.29

Senza analizzare tutte le fasi di una dipendenza, come fanno Carnes e Anne Wilson Shaef nei loro libri, è sufficiente dire che ci sono buoni motivi di speranza per il masturbatore compulsivo. Prima di tutto, può arrivare a comprendere che non è una persona cattiva, ma un individuo che soffre di una malattia che può essere curata e sconfitta. Fin quando proverà odio verso se stesso e si considererà inutile (vergogna), crederà di non avere speranze (disperazione). In secondo luogo, con l’aiuto di un direttore spirituale e di un terapeuta, potrà rendersi conto che è in grado di superare la sua dipendenza. Avrà anche bisogno di lavorare sui Dodici Passi partecipando alle riunioni di un gruppo di supporto. A questo proposito, potrà ricavare un aiuto prezioso dalle riunioni di Sexaholics Anonymous e di Sex and Love Addicts Anonymous.

Quando affermo che c’è speranza per il masturbatore compulsivo non faccio affidamento solo su quanto scritto nei libri, ma anche sull’esperienza di persone indirizzate a S.A. o S.L.A.A., così come sul lavoro fatto con i membri di Courage a New York. (Courage è un programma di supporto spirituale per persone omosessuali cattoliche che desiderano vivere una vita casta). Il miglioramento nella pratica della castità non avviene d’improvviso. Si tratta di un processo graduale, caratterizzato a volte da ricadute dolorose. Richiede colloqui costanti con un direttore spirituale, la sincera ammissione d’impotenza personale, la costante partecipazione alle riunioni, una totale onestà nel parlare di sé e la pratica quotidiana della meditazione o della preghiera del cuore. Questo mi porta a una distinzione importante che anche il direttore spirituale dovrebbe fare nel colloquio con il masturbatore compulsivo, affinché questi possa iniziare ad amare se stesso nel modo giusto.

Distinzione fra comportamento passato e presente

Il soggetto alla prese con la dipendenza deve distinguere fra la responsabilità delle sue azioni compiute in passato e quella delle sue azioni attuali e future. È tuttavia praticamente impossibile fare una valutazione precisa del suo comportamento passato. Non abbiamo modo di fare una categoria di tipi e di gradi di comportamento sessuale compulsivo, o di ogni altra specie di comportamento compulsivo. Ogni masturbatore compulsivo proviene da un insieme di circostanze di vita diverse, con un diverso schema di caratteristiche della personalità. Come scrisse anni fa Rudolph Allers e come sosterrebbero altri autori, “non potremo sapere nulla sulla natura dei presunti impulsi irresistibili fin quando non disporremo di tutte le conoscenze possibili sulla personalità totale”.30

Come in altre forme di dipendenza, la masturbazione compulsiva inizia dalla fantasia, che riempie la mente in un modo tale da impedire ad altri pensieri e ragionamenti contrastanti di distrarre la persona dal piacere di certe immagini che portano all’atto. La coscienza è ristretta a una sola idea, a un’immagine. Questa è compulsione nel pieno senso del termine.

Esiste un’altra forma di compulsione, quella in cui una persona viene immersa nell’oggetto del suo desiderio e sente di dover cedere all’impulso per ottenere un sollievo fisico e risparmiarsi così grandi sofferenze. In questo caso la persona sa di poter resistere e che c’è un’altra possibilità. C’è un po’ di libertà, ma non sufficiente a costituire grave colpa. Questo è ancor più vero quando le persone, durante la notte, lottano contro tale impulso cercando di addormentarsi, o sono sorprese dalla tentazione nel cuore della notte o al risveglio. Farraher si sofferma a lungo sulle situazioni in cui l’individuo che ha resistito alla tentazione di masturbarsi da sveglio viene in qualche modo sopraffatto dalle fantasie sessuali mentre cerca di prendere sonno o al risveglio mattutino. La persona, finché si sforza seriamente di volgere la mente altrove, non commette peccato, neanche se si verifica l’orgasmo. Se non è sicuro di aver fatto davvero tutto il possibile per liberarsi dalle fantasie, potrà abbandonare ogni dubbio e ritenersi innocente. Stando alle norme tradizionali di teologia morale, si può presumere che la sua intenzione da sveglio fosse presente anche nel momento della tentazione notturna. I confessori e le guide spirituali dovrebbero rassicurare quelle persone in preda al senso di colpa che ritengono di aver peccato perché erano sveglie nel momento dell’orgasmo e far loro capire che non c’è peccato finché la masturbazione è ritenuta involontaria. “Se diciamo alla persona che anche queste esperienze involontarie si possono evitare sforzandosi e ricorrendo a mezzi sovrannaturali, rischiamo di provocarle gravi ansie e perfino disperazione, poiché forse non è in grado di evitare ciò che è davvero involontario”.31

Da confessore, talvolta ho a che fare con una persona molto devota a Dio, alla sua famiglia, alla sua chiesa, che però nel contempo si lascia andare a situazioni erotiche in cui fa molta fatica a rimanere casto. Inoltre, si incontrano preti, religiosi e suore ossessionati da fantasie sessuali, a cui si sentono costretti a cedere; e altre persone che non trovano alcun piacere a masturbarsi ma che si sentono spinte a farlo. In tutte queste situazioni, consiglio di: (1) cercare un terapeuta professionale fedele all’insegnamento della Chiesa; e (2) frequentare assiduamente gruppi di supporto spirituale dove poter discutere di tali conflitti dolorosi e tendenze compulsive. C’è un’ulteriore situazione in cui si ritrova il masturbatore compulsivo: la chiamo “teoria del momento della verità”, che si applica anche ai masturbatori non compulsivi.

Secondo Allers, il cosiddetto impulso irresistibile diventa tale addirittura prima di essersi sviluppato in pieno. La persona ha lo sgradevole presentimento che stia per succedere qualcosa. È immersa in qualche forma di fantasia, che spesso comprende materiale o video pornografici. Si rende conto di doversi liberare da tale fantasia, o dalla pornografia, ma non lo fa. Forse inconsciamente vi è una spinta a trovare soddisfazione nella masturbazione, che la persona non ammette a livello cosciente. Ancora, Allers ritiene che tale soggetto sia in qualche modo responsabile di non sfruttare il momento della verità e di rendersi schiavo del desiderio. “Quest’azione, anche se può non comportare responsabilità, non è tuttavia scusabile in quanto di fatto il soggetto ha acconsentito al suo svilupparsi”.32

In effetti il masturbatore, nel praticare i Dodici Passi, riconosce l’insincerità latente e il desiderio di soddisfarsi sessualmente nelle sue proteste precedenti, quando affermava che davvero non voleva farlo. Parte del processo di guarigione consiste nel divenire più sinceri nelle proprie motivazioni. La poesia che segue è eloquente al riguardo:

Autobiografia in cinque brevi capitoli

di Portia Nelson

1. Cammino per la strada.

C’è una buca profonda sul marciapiede. Ci cado dentro.

Sono perduto… sono impotente, non è colpa mia.

Ci vuole tanto tempo per uscirne.

2. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Faccio finta di non vederla.

Ci cado di nuovo dentro.

È incredibile, sono nello stesso posto. Ma non è colpa mia.

Ci vuole sempre tanto tempo per uscirne.

3. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Ci ricado ancora dentro… è un vizio.

Ho gli occhi aperti.

So dove mi trovo.

È colpa mia.

Mi tiro subito fuori.

4. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

La evito.

5. Cammino per un’altra strada

Approcci pastorali alla masturbazione

A livello pastorale, allora, è inutile cercare di capire quanta responsabilità abbia avuto il masturbatore compulsivo in passato; la cosa migliore è aiutarlo a sviluppare un programma spirituale. Il punto è se il soggetto alle prese con la dipendenza utilizzerà o meno i mezzi conosciuti per controllare il suo comportamento nel futuro. È il momento di analizzare nei dettagli gli approcci pastorali al problema della masturbazione.

Alcuni approcci sbagliati: l’approccio più sfacciatamente fuorviante è rappresentato dalla convinzione che gli adolescenti perdono questo vizio via via con la crescita. Un’altra credenza da sfatare è quella secondo cui chi pratica la masturbazione, difficilmente passerà poi ad attuare le proprie fantasie con un’altra persona dello stesso o dell’altro sesso. Questo può essere vero per alcuni soggetti, ma in altri casi si è visto che la masturbazione ha preparato il terreno per la messa in atto delle proprie fantasie. In alcune situazioni la masturbazione è stata raccomandata quale mezzo per alleviare le tensioni fisiche, come se fosse una sorta di terapia sessuale. Altri terapeuti la utilizzano come abreazione pansessuale, un presunto metodo terapeutico di rivivere le esperienze traumatiche del sesso durante l’infanzia (quest’approccio non è più utilizzato dai terapeuti più rinomati). Gli omosessuali sono ricorsi alla masturbazione reciproca come forma di “sesso sicuro”. Altri ancora minimizzano il problema, non dando alcun consiglio se non quello di “non preoccuparsi”. In effetti molti sacerdoti, seminaristi e insegnanti di religione nelle nostre chiese cattoliche considerano il vizio della masturbazione una questione di secondaria importanza, o forse un problema puramente psicologico e così via dicendo.

Alcuni approcci utili: l’approccio corretto sembra quello di trattare la masturbazione abituale e compulsiva come un problema che ha una soluzione, a patto che la persona segua un programma spirituale e si assuma la responsabilità del suo futuro. Via via che si libererà dal vizio, diventerà anche più responsabile. Chiarirò questo concetto presentando alcune situazioni tipiche di diverse condizioni di vita. Inizierò dall’adolescente, per poi esaminare, più avanti, la masturbazione nell’infanzia.

Adolescenti. Non è sorprendente se gli adolescenti siano ignoranti circa l’immoralità della masturbazione, visto il bombardamento di stimoli sessuali da parte dei media, la mancata trasmissione di regole morali da parte di genitori e insegnanti e il silenzio dei preti e dei religiosi sull’argomento. Alcuni possono esserne schiavi ancor prima di rendersi pienamente conto che si tratta di un’abitudine immorale. Dico “pienamente” perché, malgrado il lavaggio del cervello impartito dalla nostra cultura, molti adolescenti hanno la sgradevole sensazione che la masturbazione sia una pratica errata.33

Allo stesso tempo si sentono impotenti a controllare un vizio già esistente e, pieni di vergogna e di senso di colpa, evitano di discuterne con esperti e meno che mai con i sacerdoti, considerati figure di autorità. Incerti su se stessi, confusi sui valori proposti dalla nostra cultura e talvolta dalle proprie famiglie, questi giovani si ritirano in un mondo immaginario di storie sentimentali e piaceri sessuali.

Essi, spesso nel timore di iniziare relazioni autentiche con persone dell’altro sesso, si soffermano nel mondo fittizio della masturbazione. Se poi aggiungiamo il caos morale e l’insegnamento fuorviante sulla masturbazione impartito da qualche scuola cattolica nelle ore di religione, si capisce perché i nostri giovani, durante la confessione, neanche menzionino la masturbazione, non ritenendola un problema morale. A maggior ragione, quindi, i sacerdoti sono tenuti a rispondere seriamente a quei giovani che sollevano la questione.34

Dobbiamo offrire loro una direzione spirituale adeguata, riconoscendo il desiderio di essere casti e dare consigli specifici sull’argomento, come ha fatto padre Benedict Groeschel in “Il coraggio di essere casti”.

Forse non ci rendiamo conto di quanto senso di colpa possa esserci nei giovani con il vizio della masturbazione. Essi percepiscono che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che fanno malgrado sia stato detto loro di “non preoccuparsi” o che “non si può evitare di farlo” o che “perderanno il vizio crescendo”. Hanno bisogno di istruzioni, di guida, ma non potranno riceverle fin quando non saranno informati sull’immoralità della masturbazione e sui fattori psicologici che spesso impediscono l’esercizio della libera volontà. Sono convinto (così come altri confessori) che molti ragazzi adolescenti non vanno a ricevere la Comunione la domenica perché pensano di non riuscire a superare il vizio.

Giovani adulti non sposati. Secondo la credenza popolare, questi giovani perderanno il vizio della masturbazione man mano che cresceranno. Dal momento che il matrimonio viene ritardato fino ai trent’anni, che i fidanzamenti durano molto tempo e considerata la sollecitazione costante esercitata dai media e dalla pubblicità erotica, non sorprende se molti uomini e donne cadano nel vizio della stimolazione genitale fino ad arrivare all’orgasmo. Questa è masturbazione reciproca vera e propria, al pari del sesso orale. I soggetti coinvolti si considerano ancora vergini, non avendo avuto ancora rapporti vaginali. Sono vergini nel senso “tecnico” del termine, ma devono recuperare la virtù della purezza.

Altri individui non sposati vivono nella fantasia quando non sono al lavoro. Non avendo un partner con cui uscire per vari motivi, incerti su ciò che fare nella vita e senza impegni verso un coniuge e i figli, si rifugiano spesso in varie forme di fantasia, quali i romanzi d’amore, le riviste sexy e i film erotici, frequentano il bar fra il venerdì e la domenica sera e altre cose simili. Sono molto indaffarati con molti conoscenti, ma spesso si ritrovano soli. La tendenza a masturbarsi spesso sfocia nel rapporto genitale appena si presenta l’occasione. Insomma, hanno fatto del sesso un idolo. Quando tu, da guida, fai loro presente la solitudine in cui vivono, essi negano di essere soli, menzionandoti i loro numerosi “amici”. Hanno il piacere dell’attività sessuale senza responsabilità.

È molto difficile avvicinare tale gruppo di persone, che spesso va in chiesa solo a Natale o a Pasqua per far piacere ai propri famigliari. Forse quando arrivano ai trent’anni e si rendono conto che la vita è molto più del sesso, cercheranno una guida spirituale. Qui l’attività sessuale, più che un problema, è sintomo di un profondo vuoto spirituale.

Individui meno giovani non sposati. Per esperienza vedo che diversi cristiani, quando arrivano ai trentacinque anni senza aver scelto una vocazione nella vita, come il matrimonio, la vita religiosa, il sacerdozio, o un celibato di servizio a Cristo nel mondo, iniziano a riflettere sul significato della propria esistenza. Spesso sono così immersi nella carriera professionale che riescono facilmente a reprimere i pensieri più insistenti sull’impegno cristiano. Eppure i desideri sessuali rimangono sempre forti, anzi si fanno più intensi e la persona passa diverso tempo a fantasticare, la fantasia diventa quasi un obbligo, fino a portare alla masturbazione frequente, se non addirittura quotidiana.

Questo, a sua volta, genera un forte senso di vergogna e di colpa. La persona, se non ricerca una guida spirituale per tale problema, o se non ne trova alcuna, si trascinerà questo fardello fino alla mezza età e oltre. Magari negli altri settori della vita potrà comportarsi bene, ma si sentirà disperata a causa di questo peccato commesso nel segreto. Sembra che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere per avere la speranza di risolvere il problema, dal momento che nessuno dei consiglieri spirituali contattati ha indicato un metodo adeguato. Ad un soggetto può essere stato consigliato di non menzionare la masturbazione tra i peccati da confessare, perché essa non è controllabile. Quali sono i possibili rimedi che potrebbe suggerire un direttore spirituale?

Alcune direttive spirituali

Riporto ora alcune direttive che, a mio avviso, si sono dimostrate utili.

(1) Aiutate la persona a riflettere sul significato della vita, le sue speranze, i suoi successi, le sue delusioni, frustrazioni e la sua solitudine. Cercate di scoprire cosa la sta consumando, poiché la masturbazione è spesso sintomatica di irrequietezza interiore, da combattere prima di ogni altra cosa.

(2) Se la persona è allo sbando, offritele un progetto spirituale di vita come quello che ho scritto per le persone omosessuali, Un progetto spirituale per reindirizzare la propria vita (pubblicato da Daughters of St. Paul)

(3) Fatele capire che la maggior parte degli esseri umani tende a immergersi in fantasie piacevoli quando la realtà si fa dura e avvilente, la masturbazione è spesso il risultato di tali fantasie. La strategia spirituale da attuare è quella di riportarsi dalla fantasia sessuale alla realtà non appena ci si accorge di essere immersi in tali immaginazioni. Una tecnica che funziona con alcuni consiste nel dire una giaculatoria e poi fare qualcos’altro, come ad esempio lavori di casa, una passeggiata e così via. Vi è mai successo che, mentre eravate immersi in fantasie di rabbia, gelosia o sesso, è squillato il telefono e rispondendo tutte quelle fantasie sono svanite? Il segreto consiste nel rimanere nella realtà.

(4) Oltre a esporre la difficoltà ad un direttore spirituale, cercate un gruppo di supporto come Sexaholics Anonymous (S.A.). Diverse persone con il vizio della masturbazione, compulsiva o non, hanno fatto molte amicizie nei vari incontri. Coltivare relazioni autentiche con persone reali riduce la potenza della fantasia sessuale portando ad un miglioramento dell’autostima.

Masturbazione fra gli sposati

Sono molti i fattori da considerare nella masturbazione praticata dalle persone sposate. Alcuni portano nel matrimonio un vizio già consolidato, altri si masturbano in solitudine, mentre sono lontani dal proprio coniuge, o perché il rapporto sessuale non è opportuno a causa di malattie, o perché percepiscono che il proprio coniuge non è molto disponibile al rapporto fisico. Talvolta una coppia ricorre alla masturbazione come forma di prevenzione delle nascite. Sesso orale, sesso anale e carezze reciproche sui genitali fino ad arrivare all’orgasmo vengono utilizzati in molti matrimoni al posto del rapporto vaginale.35 A volte un marito che teme di non essere capace di rapporti vaginali ricorre alla masturbazione. L’approccio pastorale varierà a seconda della situazione.

Laddove uno dei coniugi ha portato nel matrimonio la pratica della masturbazione, occorre capire la storia della persona, al fine di aiutarla a superare il vizio. Ma se il vizio è legato alla relazione fra i coniugi, il direttore spirituale dovrebbe aiutare questi ultimi a comprendere le loro difficoltà e, se necessario, rimandarli ad un consulente professionale sul matrimonio. A volte un coniuge, completamente trascurato dall’altro, scivola nel vizio solo a causa della solitudine. Nonostante la complessità della situazione, la persona potrà imparare a sublimare il desiderio sessuale in atti virtuosi di sacrificio per i figli e per il coniuge trascurato. Se possibile, si dovrebbe cercare di contattare il coniuge negligente.

Spesso gli uomini di mezza età sono così presi dal lavoro da non accorgersi di quanto abbiano trascurato le mogli che, in solitudine, sono tentate di ricorrere alla masturbazione o a relazioni extraconiugali. Talvolta tali uomini, nel timore di non riuscire più a soddisfare le proprie mogli nel rapporto sessuale, si buttano nel lavoro e in varie attività sociali. Oggi, poi, molte donne sposate sono così prese dalla loro carriera da dedicare poco tempo di qualità ai mariti e ai figli, aumentando così la probabilità che i mariti cerchino soddisfazioni sessuali in altre relazioni o nella masturbazione.36

Masturbazione fra seminaristi

Anni fa i direttori spirituali di seminaristi, religiosi e diocesani erano molto accorti nel valutare la preparazione spirituale dei soggetti sotto la loro guida. La masturbazione veniva considerata un problema grave dal quale bisognava liberarsi prima di prendere gli ultimi voti o ricevere il diaconato. Si suggeriva che bisognava aver abbandonato tale vizio da almeno un anno prima degli ultimi voti o del diaconato. Se la masturbazione era diventata involontaria, la persona doveva consultare un terapeuta professionale, perché nessuno poteva entrare nella vita del celibato con l’onere della colpa e della vergogna provocato da tale debolezza.37 I seminaristi erano tenuti ad avere un direttore spirituale di riferimento anziché passare da un confessore all’altro. Oggi, vista la minore cura data da religiosi e sacerdoti al sacramento della riconciliazione, è necessario ribadire l’importanza di un confessore di riferimento.

Credo che nessuno sappia davvero cosa consiglino i direttori spirituali ai seminaristi che hanno il vizio della masturbazione. Dalla mia esperienza maturata in oltre dodici anni di guida ai ritiri per sacerdoti e religiosi, presumo che tali consigli siano influenzati da quel genere di teologia morale che non considera la masturbazione un grave disordine morale. È necessario in primo luogo un’istruzione di base sull’oggettiva gravità dell’atto e sul dovere personale di attivarsi per evitarlo. Inoltre, poiché la masturbazione può diventare compulsiva, è talvolta necessario spiegare la dinamica della compulsione sessuale.

Fra gli autori che si sono occupati della masturbazione spicca Donal Goergen, le cui opinioni continuano a influenzare fortemente seminaristi e religiosi. Goergen ritiene che la masturbazione non sia “intrinsecamente immorale”38 e che per alcuni possa essere un atto maturo, in armonia con la persona, per altri il contrario. La masturbazione fra gli adolescenti e molte forme adulte di masturbazione potrebbero essere salutari e, quindi, tutt’altro che dannose. Per il celibe, la masturbazione non sarebbe immorale o peccaminosa, ma non soddisferebbe l’ideale. Goergen aggiunge poi che “la masturbazione, nella vita personale di una persona celibe, riflette un bisogno genitale che il celibe spera di non avere più, non perché la genitalità sia del tutto sbagliata, ma perché non ne ha particolare bisogno nella sua vita”.39

Sin dalla loro pubblicazione, le opinioni di Goergen, sebbene contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’aspetto morale della masturbazione e il significato della castità consacrata, hanno influito su molti seminaristi e religiosi. Tornerò a parlare di Goergen più avanti. Ora mi soffermerei sul seminarista che intende superare il vizio della masturbazione.

Per il seminarista valgono gli stessi principi che ho applicato alla persona non sposata, ma con una differenza: il seminarista si è impegnato a vivere una vita celibe, il laico può sposarsi. Il seminarista può temere di non essere capace di vivere nel celibato a causa delle difficoltà che sta attraversando e considerare l’idea di lasciare il seminario o la vita religiosa. Prima di prendere tale decisione, dovrebbe capire che ha bisogno del colloquio con uno psicologo clinico e con il direttore spirituale, i quali, a loro volta, dovranno avere libertà di consultarsi l’un l’altro sulla situazione del seminarista. Non è opportuno che il direttore spirituale o lo psicologo lavorino separatamente, come è avvenuto spesso in passato, con tristi risultati.

È inoltre opportuno che i direttori spirituali di un seminario, o il gruppo di formazione di un ordine religioso, abbiano una chiara linea d’azione sulla necessità della castità interiore, fra cui la libertà dalla masturbazione, come requisito per l’ordinazione o la professione degli ultimi voti. Il direttore spirituale del seminario deve esaminare attentamente la storia personale dei soggetti alle prese con la tentazione ossessiva dell’autoerotismo. Le tentazioni possono avere un significato che va al di là della normale lussuria e non c’è modo di conoscerlo senza qualche forma di consulto. A volte, se un soggetto è incerto sulla propria vocazione, verrà tempestato da pensieri erotici. Forse è il caso che esamini bene la motivazione della sua vocazione.

Ogni situazione è diversa. Se il confessore, lo psicologo o il seminarista hanno dubbi su un individuo, forse sarà bene che questi si allontani per un anno dal seminario svolgendo qualche opera pastorale. Al termine di questo periodo si valuterà se sia idoneo o meno. Va ricordato che ogni programma di formazione di un seminario o ordine religioso non si confronta con il mondo del lavoro di tutti i giorni. Si tratta di una vita vissuta in un ambiente relativamente protetto in cui la fantasia lavora a gran ritmo, dove gli insuccessi della vita sono ingigantiti e le difficoltà emozionali con i confratelli possono diventare un’ossessione. In tali circostanze non è sorprendente se l’immaginazione vada fuori controllo, scatenando fantasie sessuali e la tentazione della masturbazione.

Per riassumere le mie riflessioni sui seminaristi e gli uomini religiosi in formazione, ritengo che oggi disponiamo di mezzi migliori per combattere con successo la masturbazione abituale o compulsiva. Abbiamo riconosciuto il valore dei gruppi di supporto spirituale nello sforzo di rimanere casti e imparato a volgere lo sguardo al di là degli atti masturbatori per concentrarci sulle cause. Noi direttori spirituali analizziamo l’uomo nel suo complesso. Se, da un lato, notiamo che in un dato periodo un individuo ha palesato un miglioramento notevole nel superare la tentazione della masturbazione, dovremmo incoraggiarlo a persistere su questa strada. Per “miglioramento” intendo non tanto l’aver evitato l’atto, quanto l’aver mostrato un cambiamento di attitudine verso la propria sessualità, un’accettazione del proprio corpo ed un’integrazione dei desideri sessuali nella percezione del proprio ruolo di sacerdote o nella vita religiosa che William F. Lynch definisce “libera sublimazione dei desideri sessuali”.40

Se, d’altro canto, percepiamo che lo sforzo di un individuo di superare la pratica della masturbazione non porta ad alcun miglioramento, nonostante il consulto psicologico, allora bisognerà consigliargli di abbandonare la vita religiosa o il seminario. La mancanza di miglioramento costituisce un dubbio importante sulla vocazione religiosa della persona e tale dubbio andrebbe risolto in favore della Chiesa con l’abbandono da parte dell’individuo.

Masturbazione fra sacerdoti e religiosi

In genere, la tentazione della masturbazione fra sacerdoti e religiosi è legata a fattori emozionali quali la solitudine, l’odio verso se stessi, la rabbia ed incidenti avvenuti in passato. Sacerdoti e religiosi hanno molto meno da temere da tale tentazione rispetto a quelli non ancora ordinati, avendo un certo margine di sicurezza. Ciononostante, essi hanno spesso la sensazione di condurre una doppia vita: vivono da celibi con chi lavora ogni giorno con loro, ma provano vergogna per il fatto di ricorrere alla masturbazione, in molti casi compulsiva. Molti subiscono l’influenza dell’ambiente in cui viviamo, fortemente influenzato dal sesso; ad esempio, non è raro che un religioso o un sacerdote, stanco delle occupazioni e delle conferenze stressanti della giornata, accenda la TV via cavo e finisca per vedere un film “spinto” prima di coricarsi. Gli effetti possono essere la tendenza alla masturbazione e i disturbi del sonno.

Lo stesso vale per molti laici, che scivolano nel mondo della fantasia sessuale della TV via cavo. È necessario essere rigorosamente onesti evitando inutili stimolazioni sessuali, sforzarsi di rimanere nella realtà e cercare di confessarsi una volta alla settimana o ogni 2 settimane. Inoltre, qualche religioso e sacerdote frequenta regolarmente le riunioni di gruppi di supporto come Sexaholics Anonymous per liberarsi dal proprio comportamento sessuale.

Masturbazione fra le suore

I fattori che portano alla masturbazione nelle suore non sono molto diversi da quelli nelle altre donne, nubili, sposate o divorziate. Vi è un elemento in comune con i religiosi uomini: l’immaturità emozionale. Questo significa, in pratica, che tali soggetti non sono cresciuti a livello emozionale nella relazione con l’altro sesso e, come gli adolescenti, sono propensi a trascorrere una gran quantità di tempo nella fantasia, con il risultato di tendere alla masturbazione. Ma come per i religiosi uomini, il quoziente colpa sale con la percezione di vivere una doppia vita.

Contrariamente ai religiosi uomini, è meno probabile che le suore si spingano ad avere rapporti sessuali con un’altra persona. Questo può essere dovuto in parte al fatto che i religiosi uomini hanno fasce più ampie di tempo non strutturato e meno responsabilità verso la comunità rispetto alle suore. Tuttavia molte suore, portando abiti laici, perseguendo carriere e vivendo in appartamenti, finiscono per coinvolgersi sentimentalmente con altre persone, al punto che le fantasie sessuali sono intensificate; inoltre, data la scarsa cura data alla vita di preghiera, possono fare più fatica a resistere. Avendo paura di avere rapporti sessuali con qualcuno con cui sono coinvolte sentimentalmente, possono darsi alla fantasia e alla masturbazione. Altre suore che vivono in monasteri di clausura totale o parziale, stanche delle abitudine tradizionali, possono trovarsi senza persone con cui confidarsi eccetto, forse, il sacerdote. Tale solitudine costituisce un terreno fertile per le fantasie sessuali. Vi sono poi ovviamente altri fattori quali le esperienze sessuali avute nell’infanzia, la solitudine, la rabbia e la scarsa autostima.

Omosessualità e masturbazione

Vi sono diversi punti da analizzare. Prima di tutto, occorre esaminare il tipo di fantasia che porta la persona che si ritiene omosessuale a masturbarsi. La fantasia riguarda bambini o adolescenti? Comprende immagini sadomasochistiche, come l’essere picchiati da un’altra persona, o l’infliggere ferite ad un altro? In tal caso, il soggetto ha bisogno di una terapia professionale. In secondo luogo, se il soggetto si considera bisessuale perché ha avuto esperienze con entrambi i sessi, occorre aiutarlo a riflettere sui suoi modelli di fantasie. Se si tratta di fantasie prevalentemente eterosessuali, è possibile che il soggetto abbia un orientamento soprattutto eterosessuale. Se invece sono fantasie principalmente omosessuali, è probabile che la persona, in questo punto dello sviluppo, si sia bloccata su un orientamento omosessuale. Dico questo poiché gli adolescenti che hanno fantasie su persone dello stesso sesso possono uscirne nel corso del loro processo di maturazione, in particolare con l’ausilio della terapia.41

Io credo che le persone omosessuali abbiano più problemi con la masturbazione rispetto agli eterosessuali. La persona omosessuale spesso non vuole ammettere neanche a se stesso di avere quest’orientamento e talvolta si ritira in un mondo di intensa fantasia ricorrendo alla masturbazione compulsiva.42 Ha paura di ammettere agli altri questa sua inclinazione, ritenendo la masturbazione un’alternativa sicura, specie considerato il problema dell’AIDS. Inoltre, poiché tale persona fa più fatica a trovare intimità e amicizie rispetto a un normale soggetto eterosessuale, non è sorprendente se tende al vizio della masturbazione. Questo vizio, però, rende molti omosessuali vulnerabili alla promiscuità: all’inizio, ci si dà alla fantasia e alla masturbazione; poi si passa a perlustrare i luoghi di ritrovo e successivamente si incontra qualcuno con cui trascorrere una notte. Nelle discussioni di gruppo, gli omosessuali sottolineano la gravità di questo problema nella propria vita, considerando la caduta in questo vizio un insuccesso nel combattimento per raggiungere la castità.

Con l’epidemia attuale dell’AIDS, la masturbazione reciproca è divenuta la forma principale del cosiddetto “sesso sicuro”. Sebbene sia sicura dal punto di vista medico, distrugge il rapporto di un individuo con Dio impedendogli di sviluppare una sana sessualità in equilibrio con la propria persona. Anche quando la masturbazione non è volontaria, è sintomo di mancanza di armonia nell’individuo e genera in lui profondi sensi di colpa e di vergogna. È allora necessario esplorare questi sentimenti.

Colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

Occorre distinguere tra due diversi tipi di colpa, una sana e una nevrotica. Quando ho fatto liberamente qualcosa di male, dovrei provare la colpa di aver violato la legge di Dio che è scritta nel cuore umano (Romani: 2:15). Se tuttavia rifiuto di dare ad un alcolista il prezzo di un bicchierino di whisky e mi sento in colpa per non aver ascoltato la sua supplica, allora sto provando un tipo di colpa nevrotica. È quel genere di senso di colpa che hanno i bambini pensando di essere loro i colpevoli se i genitori si separano e poi divorziano. Analogamente, nella questione della masturbazione, tanti si torturano inutilmente. Mi riferisco soprattutto a quelle persone che vivono in modo corretto e il cui solo “peccato” è la masturbazione. Il consigliere spirituale o il confessore che conosce i combattimenti interiori di tali persone cercherà di chiarire che non vi è stato libero consenso all’impulso della masturbazione.

Non c’è peccato grave se una persona si masturba inconsapevolmente nel dormiveglia, o quando viene trascinata da una passione improvvisa e si trova a commettere l’atto malgrado la resistenza della volontà. Questo è uno degli effetti del peccato originale, ossia che le passioni umane tendono a superare gli atti della volontà (Rom. 7: 1-20). Un soggetto potrà essere d’accordo con questo ragionamento, ma sentirsi nel cuore colpevole della masturbazione, perché dice a se stesso: “Se mi fossi impegnato di più, non avrei avuto queste fantasie; dovrei essere capace di liberarmi dai miei pensieri impuri”.

Il problema di questo senso di colpa è che presuppone che gli esseri umani abbiano il controllo perfetto delle proprie passioni, non solo della lussuria, ma anche dell’avarizia, dell’ira e di altre emozioni sbagliate. Sappiamo di non avere tale controllo. La persona con il problema della masturbazione, però, ha bisogno di credere che con la grazia di Dio potrà superare questo vizio. Ma occorre aderire ad un programma spirituale. Talvolta è necessario il consulto di uno psicologo, del quale parlerò più avanti. Dalla mia esperienza pastorale, ho visto che il senso di colpa è un compagno costante della masturbazione. In molti soggetti, tuttavia, si accompagna ad un senso di vergogna, che è diverso dal senso di colpa.

Differenza fra vergogna e colpa

La vergogna va oltre il senso di colpa in quanto quest’ultimo comprende solo la sensazione e la convinzione di aver agito contro la propria coscienza e di doversi pentire per l’atto compiuto, mentre la vergogna è la sensazione di non essere all’altezza, di non valere nulla e di non saper controllare il proprio comportamento. Quest’odio intenso verso se stessi è alla radice della masturbazione compulsiva e di altre forme di compulsione simili. Probabilmente la masturbazione compulsiva è più diffusa di altre dipendenze sessuali, perché è immediatamente accessibile ed è possibile abbandonarsi ad essa in assoluto segreto e apparentemente senza effetti dannosi a livello sociologico. Semplicemente non viene ritenuta un problema. E. Michael Jones la definisce “il vizio preliminare e più accessibile”.43

Ulteriori suggerimenti per superare il vizio della masturbazione

Dopo aver descritto le forme principali di masturbazione e tralasciato quelle meno usuali, vorrei dare qualche altro suggerimento che potrà tornare utile ai soggetti interessati. Mi rendo conto che non si tratta di regole infallibili e che talvolta, nonostante la loro diligente osservanza, alcuni soggetti potranno ricadere nella loro tendenza, così radicata nella propria persona. Per sviluppare un approccio pastorale è necessario comprendere i fenomeni della masturbazione nel contesto della vita della persona: lì, infatti, si nasconde il significato di questo vizio per il soggetto. La masturbazione nei bambini è notevolmente diversa da quella negli adolescenti o negli adulti e fra gli adulti vi sono diversi tipi di attività masturbatoria, ognuno dei quali richiede un approccio pastorale diverso.

Infanzia: qualunque sia il motivo della masturbazione durante l’infanzia, è improbabile che lo specialista possa rivolgersi direttamente al bambino, che non è in grado di fare ragionamenti morali maturi. I genitori, però, hanno senz’altro la responsabilità di assicurarsi che il figlio non si faccia del male con la masturbazione frequente. Andre Guindon cita alcuni esponenti autorevoli che ritengono che la masturbazione eccessiva impegni fortemente il cuore e il sistema nervoso. Nota inoltre che il danno psicologico è simile a quello riscontrato negli adolescenti e conclude che ignorare “la masturbazione protratta e intensiva di un bambino, particolarmente tra i sei anni e l’età della pubertà, senza consultare uno specialista, è moralmente irresponsabile”.44

Di solito, per la masturbazione nei bambini non è necessario il consulto di uno specialista; ai genitori, però, va raccomandato di accettare con serenità il fatto che il figlio ricorra ogni tanto a questa pratica e di comprendere che le cause comuni sono il gran desiderio di affetto del bambino, o la seduzione inconscia che questi prova quando i genitori gli fanno il bagno. Infine, i bambini dovrebbero ricevere un’istruzione adeguata sull’igiene dei genitali.45

Consulenza pastorale per gli adolescenti

Vorrei aggiungere alcune riflessioni all’approccio per gli adolescenti, di cui ho già parlato. Una riguarda l’intensa fantasia dell’adolescente e il desiderio di provare l’orgasmo sessuale. La pressione esercitata dai coetanei di provare la masturbazione è un fattore più comune nei ragazzi che nelle ragazze. Inoltre, nella prima adolescenza i ragazzi tendono a trascorrere più tempo nelle fantasie. Questa tendenza può essere contrastata aiutando il giovane a uscire dal mondo irreale ed entrare in quello vero, laddove potrà crearsi amicizie autentiche. Indubbiamente non è un’impresa facile, visto il materiale che viene propinato ai nostri giovani. Forse avrebbero bisogno di un programma di studio e gioco più strutturato e impegnativo, che li possa aiutare a vivere nel mondo reale.

Una corretta educazione sessuale sulle polluzioni notturne e le mestruazioni, impartita dai genitori o da chi ne fa le veci, permetterà a un giovane di capire che anche altri hanno lo stesso problema. In quest’ambito, il giovane potrà pensare di trovarsi da solo. Deve arrivare a capire che non si pecca per caso e che in quest’attività si è coinvolti consapevolmente e liberamente. Se una persona è attenta e sincera nella sua vita spirituale, nel suo sforzo di amare Dio, è improbabile che dia pieno consenso all’atto della masturbazione. Esaminando il proprio rapporto con Dio in questa prospettiva più ampia, si può giudicare così tale atto: “Se la vita spirituale nel complesso è buona e sana, si può sicuramente supporre che non vi sia pieno consenso e che non si è colpevoli di peccato mortale, anche se ciò che si è fatto è ‘una questione grave’.”46

È necessario ribadire i concetti morali sulla buona volontà che non sono sempre ovvi, non solo fra i giovani, ma anche fra gli adulti. Eccone alcuni:

L’eccitazione spontanea non costituisce peccato; il fatto di aver combattuto contro le fantasie sessuali indica che non vi è stato dato pieno (se non alcun) consenso; nei casi meno chiari, si presume che non vi sia stato consenso.

Ai soggetti interessati va dimostrato che esiste un legame stretto fra depressione, rabbia e solitudine, fantasia sessuale e tentazione di masturbarsi, e che in tali occasioni si dovrebbe fare uno sforzo speciale con la mente e il cuore per riportarsi nel mondo reale, in modo particolare per concentrarsi sui bisogni degli altri. Come già menzionato, è opportuno che tutte le volte che subentra la fantasia, ci si impegni in qualche attività esterna per rompere l’incanto dell’immaginazione. In breve, dobbiamo esercitare l’autodisciplina delle nostre fantasie quando siamo svegli. Ho scoperto che quest’esigenza di rimanere nel reale è molto utile per chi cerca di superare il vizio della masturbazione. Aiuta molto anche il masturbatore compulsivo, ma come già abbiamo indicato, il superamento di qualsiasi forma compulsiva richiede la costante pratica dei Dodici Passi e la partecipazione a qualche forma di gruppo di supporto, come ad esempio Sexaholics Anonymous (S.A.).

Ai giovani va ricordato che l’acquisizione di una virtù è l’opera di una vita e che Dio non concede cure immediate alla debolezza umana, anche se riguardo alla castità riteniamo che Dio ci debba guarire all’istante. Sembra che in alcuni casi Dio continui a darci la grazia di tentare di nuovo nonostante i nostri fallimenti passati. “Dobbiamo infatti essere certi che la castità perfetta – così come la carità perfetta – non si raggiunge solo con gli sforzi umani. Bisogna chiedere l’aiuto di Dio. Forse lo si è fatto e potrà sembrare di non ricevere alcun aiuto, o comunque molto meno di quanto si abbia bisogno: non importa. Dopo ogni fallimento, chiediamo perdono, rialziamoci e continuiamo a sforzarci. Molto spesso Dio, più che aiutarci a raggiungere la piena virtù, vuole soprattutto darci la forza di ritentare”. 47

Dalle nostre conoscenze sulla masturbazione maschile, in particolare sull’atto fisico e il sollievo della tensione sessuale, non è sorprendente che la masturbazione prevalga negli adolescenti maschi. L’anatomia sessuale della ragazza, la diffusione delle sue zone erogene, il picco di potenza sessuale raggiunto in età più avanzata e le visione più romantica del rapporto sessuale sono tutti motivi che dimostrano perché la masturbazione sia una tentazione più frequente nel ragazzo adolescente. Le ragazze, probabilmente, comprendono meno il significato delle risposte del proprio corpo rispetto ai ragazzi e di conseguenza possono masturbarsi in modi indiretti e nascosti senza rendersi conto di aver compiuto un atto sbagliato.48 I rituali di pulizia diventano metodi di masturbazione. Con la disponibilità di materiali erotici, però, i giovani di entrambi i sessi sono più consapevoli delle origini dell’orgasmo. La disco music e le canzoni con testi espliciti a riguardo influenzano fortemente i primi anni della giovinezza.

Pertanto, nei colloqui con le ragazze si incontrano sia quelle che hanno preso il vizio senza capirne il significato, sia quelle consapevoli di ciò che fanno ma che non riescono a controllarsi. Quest’ultimo gruppo richiede il tipo di aiuto dato ai compulsivi, di cui ho già parlato. Il primo gruppo di ragazze, invece, trarrà giovamento da un approccio più indiretto, che le aiuterà a considerare la propria vita nel suo complesso. La masturbazione di una ragazza è sintomatica di problemi, seppur superficiali, vissuti a casa e con i suoi coetanei. Senza trascurare allora i mezzi già menzionati per prevenire la masturbazione, la giovane dovrà vivere più in armonia con le persone per lei importanti e, forse per la prima volta nella vita, accettarsi per quella che è. Questo metodo indiretto richiede molto tempo, ma alla lunga si rivela il più proficuo per la ragazza.

Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

Sarebbe ripetitivo elaborare la tesi secondo cui gli adulti che praticano la masturbazione hanno in genere una forte tendenza narcisistica che andrebbe affrontata e superata. Talvolta è necessaria la terapia professionale. Come già indicato, occorre cambiare schema di vita, il che può avvenire più efficacemente con una solida guida spirituale. Questo ci porta a considerare gli effetti spirituali della masturbazione, un aspetto raramente trattato. Il Dr. William Kraft e Padre Bernard Tyrrell, però, gettano luce sugli aspetti spirituali di questo vizio.49

Kraft ritiene che il messaggio principale dato dagli atti masturbatori è che la dimensione sociale, spirituale, emozionale e fisica della vita di un individuo non sono ancora in armonia. Dalla sua ampia esperienza clinica ha potuto constatare che la masturbazione ha un potere seduttivo, essendo un modo semplice e accessibile di ridurre la tensione e di esplorare sensazioni sui genitali senza coinvolgersi in relazioni umane. La fantasia che precede tali atti è segreta. Quando diviene la fonte principale dell’intimità e della realizzazione, ostacola la nostra crescita spirituale. A quel punto non viviamo nel reale ma in un mondo immaginario, “dove tutto è possibile e non esistono limiti”.50

Kraft sostiene inoltre che la masturbazione negli adulti derivi spesso da esperienze non genitali, sicché vi sarebbe qualcos’altro in ballo oltre alla gratificazione fisica. Gli adulti ricorrono alla masturbazione spesso per “noia, ansia e solitudine”.51 Si tratta di un segno di immaturità, in quanto l’adulto cerca intimità con altri solo nella fantasia anziché rimanere nella realtà e relazionarsi con altri esseri umani. La sessualità umana ci è data per aprirci al prossimo, per esprimere amore e tenerezza verso gli altri individui della comunità.

Kraft considera le persone che conducono “una vita molto cerebrale, dal collo in su”, come candidate alla masturbazione, a causa del loro ardente desiderio di vivere “dal collo in giù”. Questa mancanza di personificazione nella vita di ogni giorno crea tensioni riducibili con la masturbazione. Tali persone (di solito religiosi o non sposati), anche se possono trovare in tal modo sollievo temporaneo, non crescono spiritualmente. Alcuni soggetti, nel tentativo di giustificare la masturbazione, finiscono per assolutizzare la personificazione a spese della verità spirituale.52 Nella storia personale di queste persone, si nota un lungo periodo di repressione di desideri affettivi. Una reazione simile è riscontrabile nei religiosi iperattivi. La sfida, quindi, consiste nell’andare oltre la masturbazione e ristrutturare la propria vita rendendola più in armonia – un’impresa ardua nella nostra cultura pansessuale.

Kraft consiglia di seguire un programma simile a quello di Alcolisti Anonimi (A.A.), sottolineando l’aspetto della mortificazione: “Talvolta è necessaria una notevole mortificazione per ridurre il desiderio fisico della soddisfazione genitale… Il masturbatore, come l’alcolista il cui corpo richiede di bere, deve imparare a dire di “no” per affermare se stesso in modo sano”.53 Sexaholics Anonymous, al riguardo, ha evidenziato un metodo simile per perdere il vizio della masturbazione, quello dei Dodici Passi.

Via via che ci avviciniamo all’ideale di una sessualità in armonia con la nostra persona, rischiamo di illuderci di “poter cambiare i nostri sentimenti e comportamenti solo con l’intuizione”.54 Così facendo sottovalutiamo la forza dell’abitudine nella nostra vita e il fatto che il nostro corpo è stato condizionato a desiderare esperienze tranquillizzanti. La masturbazione può occupare una parte considerevole del nostro schema di comportamento, al punto che dopo averla eliminata subentra un grande vuoto, che dev’essere colmato in qualche modo. L’esperienza di un rapporto profondo, vissuto con Dio nella preghiera e con altre persone nell’amicizia, può, a mio avviso, aiutare a riempire tale vuoto.

Nel programma dei Dodici Passi elaborato per le dipendenze sessuali si ripete che le buone intenzioni e la forza di volontà non sono sufficienti. La soppressione, ossia lo stroncare sul nascere i desideri sessuali, la mortificazione e la libera sublimazione delle pulsioni sessuali sono metodi positivi per vivere in armonia con la nostra sessualità. Lo stesso dicasi per l’atto di rimettere tutta la vita nelle mani di Dio con una decisione di nostra volontà. La grazia redentrice di Dio aiuterà la persona a trovare la vera intimità al posto delle gratificazioni della carne. Ma tutto questo richiede tempo.

Nell’immediato, il soggetto deve monitorare i propri stati d’animo in modo da tenere traccia degli schemi ricorrenti della fantasia e della masturbazione. Arriverà ad identificare i sentimenti e gli umori che precedono sempre la masturbazione e questo lo aiuterà a starne alla larga. Il momento di andare a dormire è spesso difficile per la persona, che dovrà escogitare metodi per prevenire l’insorgere delle fantasie. Per evitare le tensioni tipiche di questo momento, cercherà di rilassarsi di più durante il resto della giornata, riempiendosi la mente e il cuore di letture ispiratrici prima di coricarsi. È bene non cercare di addormentarsi se si è ancora tesi. Le fantasie sessuali sono di solito più aggressive quando ci si trova in tale stato d’animo.

La persona alle prese con la tendenza della masturbazione dovrebbe evitare come la peste i film trasmessi in notturna dalla TV via cavo. La tentazione potrà essere quella di razionalizzare la visione di queste produzioni in nome della cultura, ma in realtà si può fare benissimo a meno di questa pornografia glorificata.

Un’area inesplorata di ricerca resta il legame fra incesto infantile, abuso sessuale e la tendenza alla masturbazione nella vita adulta. Sono convinto che le vittime di abusi sessuali e/o incesti abbiano vari problemi sessuali e credo che uno di essi sia l’incidenza precoce dell’attività masturbatoria. Per tali soggetti potranno essere di grande aiuto i colloqui con un sacerdote cattolico.

A gettare ulteriore luce sul problema vi è l’articolo di Padre Bernard Tyrell, che consiste essenzialmente in una critica del Celibato Sessuale di Donald Goergen. Tale articolo dimostra che Goergen non ha tenuto in debito conto gli aspetti teologici del celibato consacrato e che la masturbazione nei religiosi dev’essere ritenuta contraria ai voti del celibato. L’autore suggerisce che “la colpa principale che prova il celibe consacrato quando si masturba è il risultato delle fantasie trattenute nell’immaginazione e dei relativi desideri. Mi sembra evidente, da un punto di vista psicologico e pratico, che il celibe consacrato che si intrattiene deliberatamente in fantasie di rapporti e altro, nell’atto della masturbazione sia immerso necessariamente in una contraddizione esistenziale fra il suo celibato consacrato, scelto liberamente e il suo agire concreto”.55

Per tale motivo Tyrrell non concorda con l’ipotesi di Goergen circa l’assenza di colpa nella masturbazione del celibe consacrato. L’accettazione totale del celibato non è compatibile con la banalizzazione del problema della masturbazione da parte di un religioso. Si tratta di una questione seria, anche se la persona può non essere colpevole di peccato grave per assenza di consapevolezza e per gli ostacoli all’esercizio della libera volontà riscontrabili nei masturbatori compulsivi. Ciononostante, tali soggetti hanno l’obbligo di attivarsi per liberarsi dal vizio o dalla compulsione. In questo sforzo, la grazia di Dio è sempre sufficiente.56

Conclusione

L’abitudine/il vizio della masturbazione o la masturbazione compulsiva è un problema trascurato nel ministero pastorale della Chiesa in America. L’opinione che non si tratti di un problema grave non tiene conto dei dati raccolti da seri direttori e consulenti spirituali. I consulenti nei settori della dipendenza da droghe e dal sesso sostengono sempre che i loro clienti cercano di liberarsi da un vizio o da una compulsione che tende a favorire l’autogratificazione. Il Dott. Kraft la ritiene un grave impedimento allo sviluppo di una sana sessualità. È ora che noi confessori e direttori spirituali impariamo dai nostri colleghi professionisti laici, aggiungendovi la saggezza della dottrina della Chiesa impartita nei secoli.

Riferimenti

1. The Courage to be Chaste, The Paulist Press, Mahwah, N.J., 64-65

2. New Catholic Encyclopedia, “Masturbation”, vol. 9, 438-440.

3. 91. Il testo completo si trova in “Letter to a Mr. Masson” (6 marzo 1956), Wade Collection, Wheaton College, Wheaton, III

4. A Guide to Formation in Priestly Celibacy, n. 63, pp. 53-54.

5. Vedi “Out of the Shadows”, 1983, and Contrary to Love, 1989, Compcare Publ. 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN, 55441.

6. Paragrafo 9, tratto da L’Osservatore Romano, 22 gennaio 1976.

7. Herant A. Katchadourion and Donald T. Lunde, Fundamentals of Human Sexuality, Holt, Rinehart and Winston, Inc. New York, 1972, pag. 473.

8. Anthony Kosnik, et al, pag. 219. L’opinione citata è quella di Josef Fuchs, S.J.

9. Autoerotismo. Un problema morale nei primi secoli cristiani? Conclusioni, 255-267. Centro Editoriale Dehoniano, Via Nosadella 6, 40123 Bologna, 1986. Sono grato a Padre Gabriel Patil, barnabita, per aver tradotto le parti rilevanti di questo libro.

10. William E. May, Summary of Silverio Zedda, Si, Relative e Assolute nella morale di San Paolo, Brescia: Paideia Editrice, 1984, 393, pp. La citazione è tratta dalla pagina 21 del riassunto di May.

11. Ibid, 438. Vedi anche “Alcune questioni di etica sessuale” del Vaticano, paragrafo 9: La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti, la relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, «in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».

12. Ibid 438.

13. Ibid 438.

14. Ibid 438.

15. Ibid 438 Farraher ritiene inoltre che per un motivo sufficiente, quale lo studio o il sonno rilassato, un individuo non è obbligato a offrire resistenza positiva “per molto tempo contro tali tentazioni e moti interiori”. (440)

16. Ibi4 438.

17. “Masturbation and Objectively Grave Matter” in A New Look at Christian Morality, Notre Dame, Ind. Fides Press, 1968, pag. 214. Nel 1966 Padre Curran ha proposto quest’opinione alla Catholic Theological Society of America.

18. Ibid pag. 220.!

19. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

20. Rev. Ronald Lawler, OFM, CAP, Jos. Boyle, Jr., and Wm. E. May, 187-195, Our Sunday Visitor, Inc., Huntington, Indiana, 46750.

21. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

22. Ibid 190-191.

23. Paragrafo 12: “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità”.

24. V. Libro Ottavo, cap. 8-12, comprendente la descrizione classica di conflitto di volontà e la sua risoluzione attraverso la grazia divina. Traduzione di Frank Sheed, Sheed and Ward, Londra 1949, pp. 135-142

25. 1989 S.A. Literature, P.O. Box 300, Simi Valley, CA 93062.

26. 1986 The Augustine Fellowship, P.O. Box 88, New Town Branch, Boston, MA, 02258.

27. Definizione di John Bradshaw. Vedi John Bradshaw, Healing The Same That Binds You, Health Communications Inc., Deerfield, FL, 33442.

28. Out of the Shadows, Compcare Publications, 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 1984. Vedi anche Anne Wilson Schaef, Escape From Intimacy, Harper and Row, 1989, 1-5

29. Contrary to Love, 1989, Compcare Publ 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 4-7.

30. “Irresistible Impulses: A Question of Moral Psychology”, American Ecclesiastical Review, 100, 1939, 219.

31. Ibid 440.

32. Allers, Ibid 216-217. Si veda anche John Ford and Gerald Kelly, Contemporary Moral Theology, vol. I, Questions in Fundamental Moral Theology (Westminster, MD, Newman Press, 1958), 230.

33. Vedi Walter and Ingrid Trobisch, My Beautiful Feeling, Correspondence with Ilona, InterVarsity Press, 1977, Downers Grove, Illinois, 60515. Un’adolescente tedesca rivela i suoi sentimenti intimi sulla masturbazione in opposizione al professore liberale del suo collegio.

34. 54-69, Paulist Press, Mahwah, N.J., 07430.

35. John F. Harvey, OSFS, “Expressing Marital Love during the Fertile Phase”, International Review of Natural Family Planning, vol. 5., no. 4 (Winter, 1981), 204-210. Ho scritto anch’io un articolo sulla masturbazione nel matrimonio per la stessa rivista, vol. 3, 134-140.

36. John F. Kippley, nel suo recente libro Sex and Marriage Covenant The Couple to Couple League International, Inc. Cincinnati, Ohio, 1991, mostra il legame fra la contraccezione e la masturbazione. Se si è a favore della contraccezione considerando la storia di un matrimonio (si hanno già almeno quattro figli, quindi si è fatto il proprio dovere), allora per lo stesso motivo è giustificabile la masturbazione nel matrimonio. Entrambi gli argomenti non sussistono. 292-293.

37. John F. Harvey, OSFS, “Homosexuality and Vocations”, American Ecclesiastical review; vol. 164. N. 1, genn. 1971, 42-55. In quest’articolo mi sono occupato principalmente della questione omosessualità e vocazioni, poi del ruolo del direttore spirituale sia per la questione dell’omosessualità che della masturbazione.

38. The Sexual Celibate, New York, The Seabury Press, 1974, 201.

39. Ibid 203-204.

40. Images of Hope, New York, 1966, 119-120.

41. Vedi Leanne Payne, The Broken Image, Westchester, III, 1982, 46-47.

42. Martin Buber ha scritto a proposito di “quel misterioso gioco a nascondino nell’oscurità dell’anima, in cui l’animo umano fugge, evade e si nasconde da se stesso”. Citato da M. Scott Peck, The People of the Lie, Simon and Schuster, N.Y., 1983, 76.

43. “The Solitary Vice Goes Public”, editorial, Fidelity, Notre Dame, IN, 1985,5. Jones continua dicendo: “La lotta contro la tentazione della masturbazione è l’allenamento con cui gli adolescenti si formano il carattere. Se non imparano a controllare se stessi, con tutto quello che ciò comporta, la conseguenza sarà il disprezzo verso di sé, che diventerà odio verso l’autorità. La masturbazione è il male sessuale di base, non solo perché, dal punto di vista dello sviluppo è l’introduzione al peccato del sesso nel bambino, ma anche perché tutti i peccati del sesso hanno, alla loro radice, la masturbazione”. Ibid

44. Wilhelm Stekel, Autoeroticism, Grove Press, N.Y., 1950.

45. The Sexual Language, U. of Ottawa Press, 1976, 284.

46. William Bausch, opuscolo “Masturbation”, Claretian publ. 17

47. C.S. Lewis, Mere Christianity, citato in Bausch, “Masturbation”, 35.

48. Wilhelm Stekel, op. cit. 13 1-135. Stekel usa il termine masturbazione “criptica”.

49. William F. Kraft, “A Psycho-Spiritual View of Masturbation”, Human Development, Summer, 1982, 39-45; Bernard J. Tyrrell, “The Sexual Celibate and Masturbation” Review for Religious, vol. 35, 1976/3, 399-408.

50. Kraft, op. cit. 40.

51. Ibid. 41.

52. Ibid. 41.

53. Ibid. 43.

54. Ibid. 43.

55. Tyrrell, ibid. 405.

56. Tyrrell rimanda al suo libro, “Christotherapy: Healing Through Enlightenment” (New York, Seabury, 1975) per comprendere meglio la sua tesi, secondo cui un’esistenza senza masturbazione è possibile sia per i religiosi che per tutti i laici.

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA-CONFESSIONE (DAL CATECHISMO TRIDENTINO) “Una volta perduta l’innocenza battesimale, se non si ricorre alla tavola della Penitenza, non v’è speranza di salvezza” “Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in grande amicizia” “Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana, il peccato”

“Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2; 4,17)

 “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà” (Ez 18,21)

 “Non godo della morte dell’empio, ma che l’empie desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11)

“Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, osserverà i miei precetti e praticherà il giudizio e la giustizia, vivrà e non morrà, ne io mi ricorderò delle iniquità da lui commesse” (Ez 18,21). E san Giovanni: “Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto e ce li perdonerà” (1 Gv 1,9).

 

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA, RICONCILIAZIONE, CONFESSIONE

(DAL CATECHISMO TRIDENTINO)

Si deve sovente inculcare la dottrina intorno alla Penitenza  

239 Essendo notissime la debolezza e la fragilità della natura umana, come ciascuno può facilmente sperimentare in se stesso, nessuno può disconoscere la grande necessità del sacramento della Penitenza. Che se lo zelo dei pastori si deve misurare dall’importanza della materia da loro trattata, bisogna concludere che essi non saranno mai abbastanza zelanti nello spiegare questo argomento. Anzi, con tanta maggior diligenza si dovrà trattare di questo in confronto con il Battesimo, in quanto il Battesimo si somministra una sola volta, ne si può reiterare, mentre la Penitenza si può ricevere ed è necessario riceverla ogni volta che ci avvenga di ricadere nel peccato dopo il Battesimo. Perciò il Concilio di Trento ha detto che il sacramento della Penitenza è così necessario per la salvezza di coloro che sono caduti in peccato dopo il Battesimo, come questo è necessario a quelli che non sono ancora rigenerati alla fede (sess. 14, cap. 2). San Girolamo ha scritto quella notissima sentenza, approvata pienamente da quelli che hanno scritto di questo argomento sacro dopo di lui, secondo la quale la Penitenza è la seconda tavola di salvezza (Epist. 130, 9). Come, infranta la nave, rimane una sola via di scampo, quella cioè di aggrapparsi a una tavola scampata al naufragio, così una volta perduta l’innocenza battesimale, se non si ricorre alla tavola della Penitenza, non v’è speranza di salvezza.

Queste considerazioni si rivolgono non solo ai pastori ma a tutti i fedeli, affinché in materia così necessaria non pecchino di negligenza. Convinti dell’umana fragilità, il loro primo e più ardente desiderio sia di camminare nella via di Dio, con il soccorso della sua grazia, senza inciampi ne cadute. Ma se inciampassero, considerando subito la somma benignità di Dio, che da buon pastore cura le ferite delle sue pecorelle e le risana (Ez 34,10), ricorreranno senza indugio a questa saluberrima medicina della Penitenza.

 

Vari significati del termine “Penitenza”

240 Per entrare subito in materia, spieghiamo anzitutto il valore e il significato del termine “penitenza”, per evitare che alcuno sia indotto in errore dall’ambiguità del vocabolo. Taluni intendono penitenza come soddisfazione; altri, ben lontani dalla dottrina cattolica, la definiscono una nuova vita, ritenendo che non abbia alcuna relazione con il passato. Bisogna dunque chiarire i significati di questo vocabolo.

Anzitutto diciamo che prova pentimento (o penitenza) chi si rammarica di una cosa, che prima gli era piaciuta, a parte la considerazione se fosse buona o cattiva. Tale è il pentimento di coloro la cui tristezza è di carattere mondano e non secondo Dio, pentimento che arreca non la salute, ma la morte (2 Cor 7,10). Altra specie di pentimento è quello di coloro che si dolgono di un misfatto commesso, di cui si erano compiaciuti, non per riguardo di Dio, ma di se stessi (Mt 27,3). Una terza specie si ha quando non solo ci addoloriamo con intimo sentimento del peccato commesso, o ne mostriamo anche qualche segno esterno, ma ci rammarichiamo principalmente per l’offesa di Dio (Gl 2,12).

A tutte e tre queste specie di dolore conviene propriamente il nome di penitenza; quando invece leggiamo nella Scrittura che Dio “si pente”, tale parola ha un valore metaforico, adattato alla maniera umana di parlare, che la Scrittura adopera come per dire che Dio ha mutato divisamente. Infatti in questo caso Dio sembra quasi agire alla maniera degli uomini che, quando si pentono di qualche cosa, cercano con ogni studio di mutarla. In questo senso leggiamo che Dio “si pentì” di avere creato l’uomo (Gl 6,6) e di aver eletto re Saul (1 Sam 15,11).

Ma v’è una grande diversità tra queste tre specie di penitenza. La prima è difettosa, la seconda è l’afflizione di un animo commosso e turbato, solo la terza è nello stesso tempo una virtù e un sacramento; di questa propriamente qui si tratta.

 

La penitenza in quanto virtù

241 Trattiamo prima di tutto della penitenza in quanto è una virtù, non solo perché i popolo deve essere dai suoi pastori istruito intorno a ogni genere di virtù, ma anche perché gli atti di questa virtù offrono la materia riguardante il sacramento della Penitenza; sicché, se non si conosce prima bene che cosa sia la virtù della penitenza, si dovrà necessariamente ignorare l’inefficacia di questo sacramento.

Bisogna dunque esortare dapprima i fedeli a fare ogni sforzo per raggiungere quella interiore penitenza dell’anima che noi chiamiamo virtù e senza la quale la penitenza esteriore riuscirà di ben poco giovamento. La penitenza interna è quella per la quale noi con tutto l’animo ci convertiamo a Dio e detestiamo profondamente i peccati commessi, proponendo insieme fermamente di emendare le nostre cattive abitudini e i costumi corrotti, fiduciosi di conseguire il perdono dalla misericordia di Dio. Si associa a questa penitenza, come compagna della detestazione del peccato, una dolorosa tristezza che è una vera affezione emotiva dell’animo e da molti viene chiamata “passione”. Perciò parecchi santi Padri definiscono la penitenza partendo da un così fatto tormento dell’anima. E tuttavia necessario che nel pentito la fede preceda la penitenza, perché nessuno può convertirsi a Dio senza la fede. Da ciò segue che a ragione non si può dire che la fede sia una parte della penitenza.

Che questa interiore penitenza sia una virtù, come abbiamo detto, è chiaramente dimostrato dai molti precetti che la riguardano (Mt 3,2; 4,17; Mc 1,4.15; Lc 3,3; At 2,38), poiché la Legge ordina solo quegli atti che si esercitano mediante la virtù. Del resto nessuno vorrà negare che sia atto di virtù il dolersi nel tempo, nel modo e nella misura opportuna. Tutto questo ce lo insegna a dovere la virtù della penitenza. Spesso avviene infatti che gli uomini non si pentano dei peccati quanto dovrebbero; che anzi vi sono taluni, a detta di Salomone, che si rallegrano del male commesso (Prv 2,14), mentre vi sono altri che se ne affliggono cosi amaramente, da disperare di salvarsi. Tale sembra essere stato il caso di Caino che esclamò: “II mio peccato è più grande del perdono di Dio” (Gn 4,13) e tale fu certamente quello di Giuda, il quale pentito, appendendosi al laccio, perdette insieme la vita e l’anima (Mt 27,3; At 1,18). La virtù della penitenza ci aiuta pertanto a conservare la giusta misura nel nostro dolore.

La stessa cosa si deduce anche da quanto si propone come fine chi davvero si pente del peccato. Questi, infatti, prima vuole cancellare la colpa e lavare tutte le macchie dell’anima; secondo, vuole dare soddisfazione a Dio per i peccati commessi, il che è evidentemente un atto di giustizia, poiché, sebbene tra Dio e gli uomini non possano esserci rapporti di vera e rigorosa giustizia, dato l’infinito abisso che li separa, pure taluno ve n’è, nel genere di quelli che si verificano tra padre e figli, tra padrone e servi; terzo, delibera di ritornare in grazia di Dio, nella cui inimicizia e disgrazia era caduto per motivo del peccato. Tutto ciò chiaramente mostra che la penitenza è una virtù.

 

I vari gradi per giungere alla penitenza

242 Importa anche insegnare ai fedeli attraverso quali gradini possiamo progredire in questa divina virtù.

Anzitutto la misericordia di Dio ci previene e converte a sé i nostri cuori. Questo domandava al Signore il Profeta quando implorava: “Convertici a te, o Signore, e saremo convertiti” (Lam 5,21).

Secondo: illuminati da questa luce, ci rivolgiamo a Dio sulle ali della fede, poiché, come afferma l’Apostolo, chi si accosta a Dio deve credere che Dio esiste e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano (Eb 11,6). Terzo: segue il senso del timore, quando l’anima, considerando l’atrocità delle pene, si ritira dal peccato. A questo sembrano riferirsi le parole di Isaia: “Come una donna incinta, prossima al parto, si lagna e grida fra le sue doglie, tali siamo noi” (Is 26,17). Quarto: si aggiunge la speranza di impetrare la misericordia di Dio, sollevati dalla quale, risolviamo di emendare la vita e i costumi.

Quinto: finalmente la carità infiamma i nostri cuori e da essa scaturisce quel filiale timore che degnamente conviene a figli probi e assennati. Per essa, non temendo più che l’offesa della maestà di Dio, abbandoniamo del tutto l’abitudine del peccato.

Questi sono i gradi attraverso i quali si giunge alla più sublime virtù della penitenza, che agli occhi nostri deve apparire tutta celeste e divina. Infatti la Sacra Scrittura le promette il regno dei cieli, come si legge in san Matteo: “Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2; 4,17) e in Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà” (Ez 18,21) e ancora: “Non godo della morte dell’empio, ma che l’empie desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11), parole che devono evidentemente riferirsi alla vita eterna e beata.

 

La Penitenza come sacramento

243 Circa la penitenza esteriore si deve insegnare che essa costituisce propriamente sacramento e consiste in talune azioni esterne e sensibili, che esprimono quello che avviene nell’interno dell’anima. Anzitutto si deve spiegare ai fedeli perché Gesù Cristo ha messo la Penitenza nel novero dei sacramenti. Ciò è perché non avessimo più a dubitare della remissione dei peccati, da lui promessa con le parole citate: “Se l’empio farà penitenza, ecc.”. Poiché se giustamente ciascuno deve temere del proprio giudizio sulle sue azioni, di necessità saremmo stati condotti a dubitare del nostro pentimento interiore. Il Signore, volendo rimediare a questa nostra ansietà, ha istituito il sacramento della Penitenza, per il quale, in virtù dell’assoluzione del sacerdote, noi fossimo certi della remissione dei nostri peccati e la coscienza si calmasse in grazia della fede che dobbiamo avere nella virtù dei sacramenti. La parola del sacerdote che legittimamente assolve dai peccati avrà per noi lo stesso valore di quella che Gesù Cristo disse al paralitico: “Confida figliolo, che i tuoi peccati ti sono rimessi” (Mt 9,2).

Inoltre poiché nessuno può conseguire la salvezza se non per Cristo e per i meriti della sua passione, era conveniente e assai utile per noi che venisse istituito questo sacramento per la cui efficacia il sangue di Cristo, scorrendo su di noi, lava i peccati commessi dopo il Battesimo e ci obbliga così a riconoscere che soltanto al nostro divino Salvatore dobbiamo il beneficio della riconciliazione.

Che la Penitenza sia un vero sacramento i parroci lo dimostreranno facilmente così: come è un sacramento il Battesimo, perché cancella tutti i peccati e specialmente quello originale, così lo è pure in senso pieno la Penitenza, che toglie tutti i peccati commessi con il desiderio o con l’opera, dopo il Battesimo. Di più (e questo è l’argomento principale), siccome gli atti esterni del penitente e del sacerdote indicano quel che avviene nell’interno dell’anima, chi vorrà negare che la Penitenza abbia vera e propria natura di sacramento? Il sacramento infatti è il segno di una cosa sacra: ora, il peccatore pentito esprime chiaramente con le parole e con gli atti di avere distaccato l’animo dal peccato. D’altra parte, dalle parole e dagli atti del sacerdote, facilmente rileviamo la misericordia di Dio che perdona quei peccati. Del resto, una prova chiara l’abbiamo nelle parole del Salvatore: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli; qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,19). L’assoluzione pronunciata dal sacerdote esprime la remissione dei peccati che essa produce nell’anima.

Ma non basta insegnare ai fedeli che la Penitenza è un sacramento: occorre aggiungere che è uno di quelli che si possono ripetere. Infatti quando Pietro domandò al Signore se doveva perdonare fino a sette volte un peccato, si ebbe per risposta: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22). Pertanto, qualora si abbia a trattare con uomini che sembrino diffidare della somma bontà e clemenza di Dio, dovrà il loro animo esser rafforzato e sollevato alla speranza della grazia divina. Ciò sarà facile, illustrando questo e altri passi numerosi della Sacra Scrittura e insieme allegando quei motivi e quelle argomentazioni, che si trovano nel trattato Sui caduti in peccato, di san Giovanni Crisostomo e in quello Sulla Penitenza di sant’Agostino.

 

Materia della Penitenza

244 Poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri soprattutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4).

Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono, per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l’integrità del sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti “quasi materia” non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l’acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento, perché, come diciamo che la legna è materia del fuoco, perché dal fuoco è consumata, così a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati.

 

Forma della Penitenza

245 Né dovranno i pastori tralasciar di spiegare la forma del sacramento, perché questa conoscenza ecciterà gli animi dei fedeli a riceverne con gran devozione la grazia che gli è propria. La forma è “Io ti assolvo”, come si ricava non solo da quelle parole: “Quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo” (Mt 18,18), ma anche dall’insegnamento di Gesù Cristo tramandateci dagli Apostoli. Poiché i sacramenti significano quel che operano, le parole “Io ti assolvo” mostrano che la remissione dei peccati avviene mediante l’amministrazione di questo sacramento. E chiaro dunque che questa è la forma perfetta della Penitenza, in quanto i peccati sono quasi lacci che tengono avvinte le anime, da cui si liberano con il sacramento della Penitenza. Si noti anzi che il sacerdote pronuncia con eguale verità la forma anche su di un penitente che, mosso da contrizione perfetta, accompagnata dal desiderio di confessarsi, abbia già ottenuto da Dio il perdono dei peccati.

Si aggiungono a queste parole varie preghiere, non necessario alla forma del sacramento, ma dirette ad allontanare tutto ciò che potrebbe impedirne la virtù e l’efficacia per difetto di chi lo riceve.

Grazie infinite rendano dunque i peccatori a Dio che ha conferito ai suoi sacerdoti una cosi ampia potestà nella Chiesa. Oggi i sacerdoti non hanno soltanto il potere di dichiarare il penitente assolto dai peccati, come quelli del Vecchio Testamento, che si limitavano a testificare che il lebbroso era guarito dal suo male (Lv 13,9), ma lo assolvono veramente, come ministri di Dio, il quale opera lui stesso principalmente, essendo autore e padre della grazia e della giustizia.

I fedeli osserveranno con cura anche i riti propri di questo sacramento. Così avranno più altamente scolpito nell’animo ciò che hanno conseguito in questo sacramento: la loro riconciliazione di servi con un Padrone clementissimo; o piuttosto, di figlioli con un ottimo Padre; e comprenderanno meglio quel che convenga fare a coloro che vogliono (e tutti devono volerlo) mostrarsi grati e memori di tanto beneficio. Colui che si pente dei peccati, si getta con animo umile e dimesso ai piedi del sacerdote, per riconoscere, mentre compie quest’atto di umiltà, che si devono estirpare le radici della superbia, di cui hanno principio e origine tutti quei peccati che piange e detesta. Nel sacerdote, che siede come suo legittimo giudice, riconosce la persona e la potestà di Gesù Cristo, poiché il sacerdote nell’amministrare la Penitenza, come pure gli altri sacramenti, tiene il luogo di Cristo. Dopo di che il penitente enumera tutti i suoi peccati, riconoscendo di meritare le pene più grandi e acerbe, e ne domanda supplichevole il perdono. In san Dionigi si trovano le più chiare testimonianze sull’antichità di tutte queste pratiche.

 

Effetti della Penitenza

246 Ma nulla gioverà tanto ai fedeli e desterà in essi il vivo desiderio di appressarsi alla Penitenza, quanto la frequente spiegazione della sua utilità fatta dal parroco; vedranno allora quanto giustamente si possa dire della Penitenza che, se sono amare le sue radici, dolcissimi ne sono i frutti.

Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in grande amicizia. Ne segue, massime negli uomini pii che la ricevono con santa devozione, una ineffabile pace e tranquillità di coscienza, accompagnate da viva gioia spirituale. Infatti non c’è colpa per quanto grave ed empia, che non si cancelli grazie alla Penitenza; e non una sola volta, ma molte e molte volte. A questo proposito così parla il Signore per bocca di Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, osserverà i miei precetti e praticherà il giudizio e la giustizia, vivrà e non morrà, ne io mi ricorderò delle iniquità da lui commesse” (Ez 18,21). E san Giovanni: “Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto e ce li perdonerà” (1 Gv 1,9). E poco più oltre: “Se taluno avrà peccato [si noti che non eccettua nessun genere di peccato] abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto, il quale è propiziazione per i nostri peccati; ne solamente per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1.2).

Se leggiamo nella Scrittura che alcuni non hanno ricevuto misericordia da Dio, pur avendola caldamente implorata (2 Mac 9,13; Eb 12,17), ciò avvenne perché essi non erano pentiti di vero cuore dei loro misfatti. Perciò quando occorrono nella Scrittura o nei Padri frasi che sembrano affermare che per alcuni peccati non c’è remissione (1 Sam 2,25; Mt 12,31; Eb 6,4; 10,26), bisogna intenderle nel senso che il loro perdono è oltremodo difficile. Come infatti una malattia viene detta insanabile quando il malato respinge l’uso della medicina, così c’è una specie di peccati che non si rimette ne si perdona, perché rifugge dalla grazia di Dio che è il rimedio suo proprio. In questo senso sant’Agostino ha scritto: “Quando un uomo, giunto alla conoscenza di Dio per la grazia di Gesù Cristo, viola la carità fraterna e invidiosamente si agita contro la grazia stessa, la macchia di tale peccato è tanta che il peccatore non riesce a umiliarsi per domandarne perdono, sebbene i rimorsi lo obblighino a riconoscere e confessare il suo fallo” (De serm. Dom. in monte, 1, 22, 73).

Per ritornare alla Penitenza, la sua efficacia nel rimettere i peccati le è in tal modo propria che senza di essa è impossibile non solo ottenere, ma neppure sperarne il perdono, essendo scritto: “Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3).

E’ vero che queste parole si applicano solo ai peccati gravi o mortali; ma anche i peccati più leggeri o veniali esigono la loro congrua penitenza. Dice infatti sant’Agostino: “Quella specie di penitenza, che si fa ogni giorno nella Chiesa per i peccati veniali, sarebbe certo vana se detti peccati si potessero rimettere senza di essa”.

 

Le parti costitutive della Penitenza

247 Ma poiché in materia pratica non basta dare nozioni e spiegazioni generali, i parroci cureranno di spiegare a parte quanto i fedeli devono sapere sulle doti di una vera e salutare penitenza. Ora, questo sacramento, oltre alla materia e alla forma, che ha in comune con gli altri sacramenti, contiene, come abbiamo già detto, tre elementi necessari a renderlo integro e perfetto: la contrizione, la confessione e la soddisfazione. Dice in proposito san Giovanni Crisostomo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare tutto volentieri: nel suo cuore è la contrizione, sulla bocca la confessione, nelle opere grande umiltà, ossia la salutare soddisfazione” (Grat., 2, causa 33, q. 3, dist. 1, can. 40). Ora queste parti sono indispensabili alla costituzione di un tutto.

Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell’insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, così la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua essenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e così ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due.

La ragione della necessità di queste tre parti è che noi offendiamo Dio in tre maniere: in pensieri, parole e opere. Perciò è giusto e ragionevole che noi, sottomettendoci alle chiavi della Chiesa, ci sforziamo di placare l’ira di Dio e di ottenere da lui il perdono dei peccati con quegli stessi mezzi adoperati per offendere il suo santissimo nome. Vi è un’altra ragione. La Penitenza è una specie di compenso dei peccati, che procede dalla volontà del peccatore ed è stabilita dalla volontà di Dio, contro cui si è peccato. Bisogna quindi da un lato che il penitente voglia dare questo compenso (questo costituisce la contrizione) e dall’altro, che egli si sottometta al giudizio del sacerdote, che tiene il luogo di Dio, affinché si possa fissare una pena proporzionata alle colpe; ecco la necessità della confessione e della soddisfazione.

Poiché tuttavia si devono insegnare ai fedeli la natura e la proprietà di ciascuna di queste parti, bisogna cominciare dalla contrizione e spiegarla con tanta maggior cura in quanto noi dobbiamo concepirla nel nostro cuore non appena i peccati commessi ci ritornano alla memoria, quando ne commettiamo dei nuovi.

 

La contrizione: sua natura

248 Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: “La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare per l’avvenire” (sess. 14, cap. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: “Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza”. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo è chiaramente provato dai gemiti dei santi, che così spesso troviamo nei libri sacri. Dice David: “Io sono stanco di piangere; ogni notte spargo di lacrime il mio giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto” (Sai 6,7.9). E in Isaia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15). Queste parole e altre simili sono l’espressione evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una detestazione della vita passata.

Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il termine dolore  la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa così (dice David al Signore: “Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? “) (Sal 12,3), sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore; i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero far penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21; Lc 10,13).

La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l’efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, così i cuori induriti dall’orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione, ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l’innocenza.

Ci sono anche altri vocaboli atti a esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata “contrizione di cuore”, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, così la volontà regola e governa tutte le potenze dell’anima. Talora i Padri la chiamano “compunzione del cuore” e appunto così hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono con il ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, così con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo; “Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori” (Gl 2,12).

 

La contrizione: sue qualità

249 II dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore. È facile dimostrarlo con le ragioni seguenti.

Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.

Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convenitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere ne limite ne misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (De dilig. Deo, 1, 1). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.

Oltre che massima, la contrizione dev’esser vivissima e così perfetta da escludere ogni negligenza e pigrizia. Sta scritto nel Deuteronomio: “Quando cercherai il Signore Dio tuo lo troverai, purché lo cerchi con tutto il cuore e tutto il dolore dell’anima tua” (Dt  4,29). E in Geremia: “Voi mi cercherete e mi troverete purché mi cerchiate con tutto il vostro cuore, perché allora io mi farò trovare da voi, dice il Signore” (Ger 29,13).

Ma quand’anche la contrizione non fosse così perfetta, può esser sempre vera ed efficace. Poiché avviene spesso che le cose sensibili ci commuovono più delle spirituali, sicché taluni sentono per la morte dei figli, maggior dolore che per la turpitudine del peccato. Il medesimo si dica quando l’acerbità del dolore non suscita le lacrime, che però nella Penitenza sono da desiderare e lodare assai, come ben dice sant’Agostino: “Non hai viscere di carità cristiana tu, che piangi un corpo abbandonato dall’anima e non piangi un’anima abbandonata da Dio” (Sermo 65, 6). A questo si possono riferire le parole del Signore citate sopra: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21). A conferma di questa verità basti ricordare gli esempi famosi dei niniviti (Gio 3,5), di David (Sal 6,7), della Maddalena (Lc 7,37), del principe degli apostoli (Mt 26,75), i quali tutti implorarono con lacrime abbondanti la misericordia di Dio e ottennero il perdono dei peccati.

Sarà utile ammonire i fedeli ed esortarli nella maniera più efficace a esprimere un particolare atto di contrizione per ogni peccato mortale, poiché dice Ezechia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15).

Dar conto di tutti gli anni significa ricercare uno a uno tutti i peccati, per deplorarli dal fondo del cuore. Leggiamo ancora in Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, vivrà” (Ez 18,21).

In questo stesso senso sant’Agostino ha detto: “II peccatore esamini la qualità del suo peccato secondo il luogo, il tempo, la specie e la persona” (De vera et falsa paenit., 14,19).

Ma i fedeli non disperino mai della bontà e clemenza infinita di Dio, il quale, bramoso com’è della nostra salute, non tarda mai ad accordarci il perdono. Egli abbraccia con paterna carità il peccatore, appena questi, rientrato in se stesso, si ravvede e, detestando in genere tutti i suoi peccati, si rivolge al Signore, purché intenda di ricordarli e detestarli ciascuno in particolare a tempo opportuno. Dio stesso ci comanda di sperare, dicendo per bocca del suo Profeta: “Non nuocerà all’empio la sua empietà, dal giorno in cui egli si sarà convertito” (Ez 33,12).                  ,

 

Quanto è richiesto per una vera contrizione

250 Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessario per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa.

La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: “Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge” (Gc 2,10).

La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo.

La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; ne mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso”. E più oltre: “Quando l’empio si allontanerà dall’empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua”. E più oltre ancora: “Convenitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; così queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,21ss).

La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso dicendo all’adultera: “Va’ e non peccare più” (Gv 8,11) e al paralitico risanato nella piscina: “Ecco, sei risanato: non peccare più” (Gv 5,14).

Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si voglia riconciliare con un amico che ha offeso deve insieme deplorare l’ingiuria fatta e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana, alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. È noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: “Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto” (Epist., 153, 6, 20).

Né si consideri come poco importante, tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: “Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe” (Mt 6,14s).

Questo è quanto i fedeli devono osservare rispetto alla contrizione. Tutte le altre considerazioni che i pastori potranno facilmente raccogliere in proposito, posson riuscire a render la contrizione più perfetta nel suo genere, ma non devono essere considerate come assolutamente necessarie, potendosi avere anche senza di esse una penitenza vera e salutare.

 

Utilità e mezzi per eccitare la contrizione

251 Perché i parroci insegnino quanto occorre alla salvezza, affinché i fedeli indirizzino a essa la vita e le opere, non trascurino di ricordare spesso con diligenza, sia l’utilità, sia l’efficacia della contrizione. Infatti le altre opere di devozione, come le elemosine, i digiuni, le orazioni e altre simili sono talora respinte da Dio per colpa di chi le offre, mentre la contrizione non può non essergli sempre grata e accetta. “Tu non respingerai, o Signore” dice il Profeta “un cuore contrito e umiliato” (Sal 50,19). Che anzi, appena l’abbiano concepita nel cuore, Dio da il perdono dei peccati, come il Profeta stesso dichiara in altro luogo: “Io dico: confesso il mio delitto davanti al Signore e tu rimetti l’empietà del mio peccato” (Sal 31,5). Di tale verità abbiamo come una figura nei dieci lebbrosi che il Signore inviò ai sacerdoti e che furono guariti prima che a loro giungessero (Lc 17,14). Da ciò si rileva che la vera contrizione, di cui abbiamo fin qui parlato, possiede sì grande efficacia che per essa il Signore accorda immediatamente la remissione di tutti i nostri peccati.

Molto varrà ancora, ad accendere la pietà dei fedeli, il fornire loro un metodo per eccitarsi alla contrizione. A tale scopo sarà opportuno ammonirli di esaminare spesso la propria coscienza e vedere se hanno fedelmente osservato i precetti di Dio e della Chiesa. Se si riconoscono colpevoli di qualche fallo, se ne accusino subito davanti a Dio e gliene domandino umilmente perdono, scongiurandolo di accordare loro il tempo di confessarsi e fare penitenza. Soprattutto implorino il soccorso della sua grazia, per non più ricadere in quelle colpe che essi deplorano amaramente di aver commesse.

Cercheranno infine i pastori d’ispirare nei fedeli un odio sommo contro il peccato, sia a motivo della sua immensa e vergognosa bruttezza, sia perché arreca gravissimi danni in quanto aliena da noi la benevolenza di Dio, da cui abbiamo ricevuti tanti beni e tanti maggiori ce ne ripromettiamo, mentre poi ci condanna alla morte eterna con i suoi acerbi tormenti senza fine.

 

Utilità e necessità della confessione

252 Fin qui abbiamo trattato della contrizione; passiamo alla confessione o accusa, che costituisce la seconda parte della Penitenza. Con quanta cura e diligenza i parroci debbano spiegarla s’intenderà facilmente (com’è evidente per tutti i buoni cristiani), considerando che tutto quel che di santo, pio e religioso è piaciuto a Dio di conservare nella Chiesa ai nostri tempi, lo si deve attribuire in gran parte alla confessione. Sicché nessuno si meraviglierà se il nemico del genere umano, che vorrebbe distruggere dalle fondamenta la fede cattolica, si stia sforzando a tutta possa, per mezzo dei suoi satelliti e ministri della sua empietà, di abbattere questa rocca della virtù cristiana.

Si insegni anzitutto che l’istituzione della confessione fu per noi utilissima, anzi necessaria. Pur ammettendo che la contrizione cancella i peccati, chi non sa che essa deve, in tal caso, essere così viva e ardente da eguagliare la grandezza del peccato? Ma poiché pochi sono capaci di giungere a un grado sì alto di pentimento, ne segue che pochissimi potrebbero sperare da questa via il perdono dei peccati. Fu dunque necessario che il Signore, nella sua clemenza, fornisse un più agevole modo alla salvezza degli uomini e lo fece in maniera mirabile, dando alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli.

Secondo la dottrina della Chiesa cattolica, tutti devono credere e affermare senza riserva che se uno è sinceramente pentito dei suoi peccati e risoluto di non più commetterli per l’avvenire, quand’anche non sentisse un dolore sufficiente a ottenergli il perdono, otterrà il perdono e la remissione di tutte le colpe, in virtù delle chiavi, purché li confessi nel debito modo al sacerdote. In questo senso tutti i santi Padri hanno proclamato con ragione che il cielo ci è aperto dalle chiavi della Chiesa e il Concilio di Firenze ha messo questa verità fuori dubbio, dichiarando che l’effetto della Penitenza è la remissione dei peccati (Decr. pro Arm.).

Ma v’è un’altra considerazione che mostra l’utilità della confessione. L’esperienza prova che nulla giova tanto a emendare i costumi di persone che menano una vita corrotta, quanto la manifestazione dei segreti pensieri del loro animo, delle loro parole e azioni, a un amico prudente e fedele, che li possa aiutare coi suoi servigi e consigli. Allo stesso modo dobbiamo considerare sommamente profittevole a quelli che son turbati dal rimorso dei loro peccati, lo scoprire le malattie e le piaghe della loro anima al sacerdote, il quale tiene il luogo di nostro Signore Gesù Cristo ed è sottoposto dalle leggi più severe a un perpetuo silenzio. In tal guisa troveranno pronti dei rimedi pieni di quella celeste virtù, atta non solo a sanare la presente infermità, ma ancora a disporre le anime in modo che per l’avvenire non ricadano sì facilmente nella stessa malattia o nello stesso vizio.

Né si dimentichi un altro vantaggio della confessione, che interessa vivamente la vita sociale. Tolta infatti dalla vita cristiana la confessione sacramentale, il mondo sarà inondato da occulte e nefande scelleratezze. A poco a poco l’abitudine del male renderà gli uomini così depravati, che non si periteranno di commettere in pubblico queste iniquità e altre ancora più gravi. Invece il pudore di doversi confessare raffrena la licenza e il desiderio del peccato, ponendo un argine alla irrompente malizia degli uomini.

 

Natura della confessione

253 Esposta l’utilità della confessione, i parroci ne spiegheranno la natura e il valore.

La confessione si definisce così: è un’accusa dei peccati, nel sacramento della Penitenza, fatta per riceverne il perdono, in virtù delle chiavi.

Anzitutto e a ragione è detta accusa; perché noi non dobbiamo confessare i peccati quasi con ostentazione, come fanno coloro che si compiacciono di operare il male (Prv 2,14), ovvero come una narrazione, quasi volessimo trattenerci con una persona oziosa che non avesse altro da fare, ma enumerarli con l’intenzione di confessarci colpevoli e con il desiderio di punirli in noi stessi. Noi confessiamo i peccati per ottenerne il perdono; perché il tribunale della Penitenza è diverso dai tribunali umani, nei quali alla confessione del delitto è riservata la pena, non già la liberazione dalla colpa e il perdono dell’offesa. In questo medesimo senso, sebbene con altre parole, sembrano aver definito la confessione alcuni santi Padri, per esempio sant’Agostino: “La confessione è la manifestazione di una infermità occulta, fatta con la speranza del perdono” (In Psalmos, 66,7) e san Gregorio: “La confessione è una detestazione dei peccati” (Hom. in ev., 40, 2). Queste due definizioni possono riportarsi a quella data più sopra, che le contiene tutt’e due.

I parroci poi insegneranno ai fedeli, senza la minima esitazione, una verità di massima importanza e cioè che Gesù Cristo medesimo, il quale ha operato tutto per il bene e in vista della nostra salvezza, ha istituito questo sacramento per la sua somma bontà e misericordia. Infatti essendo gli Apostoli riuniti insieme il giorno della sua resurrezione, alitò su di essi dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo. Saranno perdonati i peccati a chi voi li rimetterete e ritenuti a coloro, cui voi li avrete ritenuti” (Gv 20,22). Avendo dunque il Signore concessa ai sacerdoti la facoltà di perdonare o di ritenere i peccati, è chiaro che egli li costituì giudici di quello che dovessero fare.

La stessa cosa il Signore parve volesse significare, quando agli Apostoli comandò di sciogliere Lazzaro risuscitato dalle bende in cui era avvolto (Gv 11,44). Sant’Agostino spiega così quel passo: “I sacerdoti possono ora andare più in là, possono più abbondantemente perdonare a chi confessa, rimettendo le colpe. Infatti il Signore affidò agli Apostoli l’incarico di sciogliere Lazzaro, ch’egli aveva risuscitato, mostrando che la facoltà di sciogliere veniva concessa ai sacerdoti”.

Può anche invocarsi a questo proposito il comando impartito dal Signore ai lebbrosi, guariti lungo la strada, di presentarsi ai sacerdoti e di sottoporsi al loro giudizio (Lc 17,14).

Poiché dunque il Signore ha conferito ai sacerdoti la facoltà di rimettere o di ritenere i peccati, evidentemente essi sono costituiti giudici in questa materia. E siccome secondo l’ammonimento sapiente del santo Concilio Tridentino non è possibile pronunciare una sentenza giusta su qualsiasi argomento, ne si può rispettare la regola della giustizia nell’assegnare le pene dei delitti, se la causa non sia stata ampiamente esposta e ponderata, ne segue che i penitenti nella loro confessione devono presentare ai sacerdoti tutte e singole le loro colpe.

I parroci quindi spiegheranno minutamente quanto su ciò ha stabilito il santo Concilio Tridentino e la Chiesa cattolica ha sempre insegnato. Se leggiamo con attenzione i santi Padri, rintracceremo dovunque testimonianze esplicite, che confermano come questo sacramento sia stato istituito da nostro Signore Gesù Cristo e come esista nel Vangelo la legge della confessione sacramentale, che essi chiamano, alla greca, exomologesi ed exagoreusi. Che se poi ci volgiamo al Vecchio Testamento in cerca di immagini, ci appariranno come indubbiamente pertinenti alla confessione dei peccati quei vari generi di sacrifici, compiuti dai sacerdoti in espiazione delle varie specie di peccati.

Né basta: come occorre mostrare ai fedeli l’istituzione divina della confessione, occorre anche insegnare che per autorità della Chiesa furono aggiunti riti e cerimonie solenni, non inerenti all’essenza del sacramento, ma tali da farne maggiormente risaltare il valore e da predisporre le anime dei penitenti, riscaldate dalla pietà, a ricevere più copiosamente la grazia del Signore. Prostrati a capo scoperto ai piedi del sacerdote, gli occhi abbassati, le mani in atto di supplica, dando prova anche in altri modi, non necessari all’essenza del sacramento, di cristiana umiltà, confessiamo i nostri peccati. Mostriamo così di comprendere che nel sacramento è racchiusa una forza celeste e che doverosamente con tutto l’ardore imploriamo e cerchiamo la misericordia divina.

 

Necessità della confessione

254 Nessuno osi pensare che la confessione sia stata istituita dal Signore in modo che la pratica non ne sia necessaria. I fedeli sono tenuti a credere che chi ha la coscienza gravata da peccato mortale deve essere richiamato alla vita spirituale mediante il sacramento della confessione. Vediamo che il Signore espresse questa necessità con una magnifica immagine, quando definì il potere di amministrare questo sacramento “chiave del regno dei cieli” (Mt 16,19). Chi può penetrare in un luogo chiuso senza ricorrere a chi ne ha le chiavi? Così nessuno può entrare in cielo, se i sacerdoti, alla fedeltà dei quali il Signore consegnò le chiavi, non ne dischiudano le porte. Altrimenti sarebbe assolutamente inutile l’uso delle chiavi nella Chiesa e inutilmente chi ha questo potere potrebbe interdire l’ingresso in cielo ad alcuno, se vi fosse un’altra via per giungervi.

Bene spiegò la cosa sant’Agostino, dicendo: “Nessuno pretenda di far penitenza di nascosto, alla presenza del Signore, pensando: il Signore che mi deve perdonare, sa quel che è nel mio cuore. Ma allora è stato detto invano: “Quel che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo”? E senza ragione sono state consegnate le chiavi alla Chiesa di Dio?” (Sermo 392, 3). Nel medesimo senso sant’Ambrogio scrive nel libro Sulla penitenza, combattendo l’eresia dei novaziani, i quali riservavano soltanto a Dio la potestà di rimettere i peccati: “Chi dunque presta maggiore ossequio a Dio: chi si uniforma ai suoi comandi o chi vi resiste? Orbene: Dio ha comandato di obbedire ai suoi ministri; ciò facendo, tributiamo in realtà onore direttamente a Dio”.

Non potendo esserci dubbio alcuno sull’origine e istituzione divina della legge della confessione, ne segue che occorre ricercare chi debba a essa sottostare, in quale età e in quale tempo dell’anno. Dal canone del Concilio del Laterano, il quale comincia con le parole: “Ogni individuo dell’uno o dell’altro sesso”, risulta che nessuno è vincolato dalla legge della confessione prima dell’età in cui può avere l’uso della ragione. Tale età però non si desume da un definito numero di anni. Sicché sembra doversi ritenere genericamente che la confessione comincia a obbligare il fanciullo quando abbia raggiunto la capacità di distinguere tra bene e male e la sua anima sia capace di malizia.

Si devono, cioè, confessare i propri peccati al sacerdote, non appena pervenuti a quella età in cui è dato di ragionare e di decidere intorno alla vita eterna, non essendoci altro modo di sperare in essa, per chi ha la consapevolezza di aver peccato.

Con il medesimo canone la santa Chiesa stabiliva così il tempo in cui è obbligatorio fare la confessione: “Tutti i fedeli devono confessare i propri peccati almeno una volta l’anno”. Vediamo però se la cura della nostra salvezza non esiga qualcosa di più. In realtà, ogni volta che sembra imminente il pericolo di morte, o iniziarne un atto impraticabile per un uomo macchiato di colpa, come quando amministriamo o riceviamo i sacramenti, la confessione non deve essere tralasciata. Lo stesso faremo quando siamo nel dubbio di avere dimenticato una colpa. Non possiamo, evidentemente, confessare peccati che non ricordiamo, ma neppure otteniamo da Dio il perdono dei peccati, se attraverso la confessione non li cancella il sacramento della Penitenza.

 

Proprietà della confessione

255 Nel fare la confessione si devono osservare molte prescrizioni, di cui alcune appartengono all’essenza stessa del sacramento, mentre altre non sono così necessario. Il parroco spiegherà le une e le altre. Non mancano peraltro opere e commenti, da cui è facile ricavare le spiegazioni in proposito.

Anzitutto i parroci dovranno insegnare che la confessione deve essere integra e assoluta, dovendosi manifestare al sacerdote tutti i peccati mortali. I peccati veniali invece, che non tolgono la grazia di Dio e in cui cadiamo più di frequente, sebbene si possano opportunamente e utilmente confessare, come dimostra la consuetudine dei buoni cristiani, possono però tralasciarsi senza colpa ed espiarsi in molte altre maniere. Ma, ripetiamo, i peccati mortali devono essere tutti e singoli enunciati, anche i più segreti, come quelli che violano solamente i due ultimi comandamenti del Decalogo.

Accade sovente che tali colpe feriscano l’anima più seriamente di quelle altre, che gli uomini sogliono commettere apertamente. Così ha definito il Concilio Tridentino (sess. 14, cap. 5, can. 7) e ha sempre insegnato la Chiesa cattolica, come ne fan fede le testimonianze dei santi Padri. Leggiamo, per esempio, in sant’Ambrogio; “Nessuno può essere perdonato di una colpa, se non abbia confessato il suo peccato” (De parad., 14, 71). Commentando l’Ecclesiaste, san Girolamo conferma la medesima verità: “Chi sia stato segretamente morso dal serpente diabolico e infettato dal veleno del peccato all’insaputa di tutti, se tacerà e non farà penitenza, ne scoprirà la sua ferita al fratello e al maestro, questo maestro, che ha nella lingua la capacità di curare, non potrà essergli utile” (Comm. in Eccl., 10, 11). E san Cipriano, nel discorso sui Lapsi apertamente sentenzia: “Sebbene costoro non abbiano commesso il peccato di sacrificare [agli idoli] o di comprare il relativo libello, se ne ebbero il pensiero, devono nel dolore confessare la colpa ai sacerdoti di Dio”. Su questo punto il parere dei santi Dottori è unanime.

Nella confessione si deve usare quella somma e diligentissima cura che usiamo nelle contingenze più gravi: dobbiamo mirare con tutte le energie a sanare le ferite dell’anima e a svellere le radici del peccato, ne dobbiamo limitarci a spiegare nella confessione i peccati gravi, ma anche le circostanze di ciascuno, che ne accrescono o diminuiscono notevolmente la malizia. Infatti vi sono circostanze così aggravanti, che da sole rendono mortale il peccato: è necessario perciò sempre confessarle. Chi abbia ucciso, dovrà dire se la vittima era laico o ecclesiastico. Chi abbia avuto rapporti carnali con una donna, dovrà spiegare se questa era nubile o coniugata, parente o consacrata a Dio con voto. Tutte queste circostanze costituiscono altrettanti generi di peccati: nel primo caso si tratta di fornicazione semplice; nel secondo di adulterio; nel terzo d’incesto; nel quarto, sempre secondo la nomenclatura dei teologi, di sacrilegio.

Anche il furto è genericamente un peccato; ma chi ruba uno scudo pecca molto più lievemente di chi ne ruba cento o duecento o, comunque, sottragga una forte somma, specialmente se sacra. Simile considerazione vale anche per il tempo e per il luogo, come appare dagli esempi ben noti addotti da tanti mai libri, che non occorre ripeterli. Tutto ciò va spiegato in confessione; però si ricordi che le circostanze non aggravanti la colpa in misura notevole possono essere taciute senza peccato.

E’ veramente indispensabile che la confessione sia integra e completa. Chi di proposito confessi in parte i peccati e in parte li ometta, non solo non ritrarrà alcun vantaggi dalla confessione, ma si renderà reo di una nuova colpa. Simile difettosa manifestazione di colpe non potrà meritare il nome di confessione sacramentale. In tal caso il penitente dovrà rinnovare la confessione e in più si è fatto reo di un altro peccato, perché ha violato la santità sacramentale con la simulazione della confessione.

Si badi però che le lacune della confessione, non volute di proposito, ma provenienti da involontaria dimenticanza o da manchevole esplorazione della propria coscienza pur sussistendo l’intenzione di confessare tutte le proprie colpe, non impongono che tutta la confessione sia ripetuta. Basterà in un’altra occasione confessare al sacerdote le colpe dimenticate, dopo che esse siano tornate alla memoria. Occorre badare a che l’esame di coscienza non sia troppo sommario e rapido. Se saremo stati cosi negligenti nell’esaminarci sui peccati commessi, che possa dirsi di noi di non averli in realtà voluti ricordare, saremo tenuti a ripetere la confessione.

La confessione deve essere schietta, semplice, aperta, non artificiosamente concepita come sogliono fare tanti che sembrano fare più la storia della loro vita, che confessare i peccati. Essa deve mostrarci al sacerdote quali noi siamo, quali compariamo a noi stessi, dando il certo per certo, il dubbio per dubbio. Simili doti mancheranno alla confessione, se i peccati non vengono nettamente espressi, o in essa vengono mescolati discorsi estranei alla materia.

Meritano lode coloro che espongono le cose con prudenza e verecondia. Non è bene perdersi in lunghe frasi; ma succintamente, modestamente, deve dirsi quanto riguarda la natura e l’entità di ciascun peccato. Così il confessore come il penitente devono cercare con ogni mezzo che la loro conversazione nella confessione sia segreta. Perciò non è mai lecito confessare i peccati per mezzo di una terza persona o per lettera, non essendo questi i modi di tener segreta una cosa.

Sarà massima cura dei fedeli purificare incessantemente l’anima mediante la confessione frequente dei peccati. Nulla è più salutare per chi ha l’anima gravata da colpa mortale, in mezzo ai molti pericoli della vita, che confessare senza indugio i propri peccati. Del resto, pur potendosi ripromettere una lunga vita, è veramente riprovevole che noi, mentre usiamo tanta diligenza nel mondare il corpo e le vesti, non usiamo altrettanta diligenza nel far sì che lo splendore dell’anima non sia offuscato dalle macchie di turpissimi peccati.

 

Ministro della confessione

256 È tempo di parlare del ministro di questo sacramento, che è il sacerdote fornito della facoltà ordinaria o delegata di assolvere, come vogliono le leggi ecclesiastiche. Chi deve attendere a simile mansione riveste non solo la potestà dell’ordine, ma anche quella di giurisdizione. Alcune parole del Signore nel Vangelo di san Giovanni offrono un’insigne testimonianza intorno a questo sacro ministero: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e saranno ritenuti a chi li riterrete” (20,23). È evidente che queste parole non furono rivolte a tutti, ma solamente agli Apostoli, ai quali i sacerdoti succedono in questa funzione. E poiché ogni specie di grazia, impartita mediante questo sacramento, rifluisce dal capo, che è Gesù Cristo, nelle membra, è logico che esso sia impartito al corpo mistico di Gesù Cristo, vale a dire ai fedeli, solo da coloro che hanno la potestà di consacrare sull’altare il suo corpo reale; tanto più che, in virtù del sacramento della Penitenza, i fedeli vengono preparati e abilitati a ricevere l’Eucaristia.

I vecchi decreti dei Padri lasciano agevolmente comprendere di quanto rispetto fosse circondata nella Chiesa antichissima la potestà del sacerdote ordinario. Essi stabilivano che nessun vescovo o sacerdote compisse atti di amministrazione sacramentale nella parrocchia altrui, senza l’autorizzazione di chi vi fosse preposto o senza la giustificazione di un’estrema necessità. In sostanza la stessa cosa sanciva l’Apostolo, ordinando a Tito di porre sacerdoti in ogni città, perché nutrissero e formassero i fedeli con il pascolo celeste della dottrina e dei sacramenti (Tt 1,5).

Qualora però sussista pericolo imminente di morte, ne sia possibile avere pronto il proprio parroco, affinchè nessuno in tali circostanze si perda, il Concilio di Trento insegna essere consuetudine della Chiesa di Dio che ogni sacerdote possa non solamente assolvere da ogni genere di peccato, comunque riservato, ma anche sciogliere dal vincolo della scomunica.

Oltre la potestà di ordine e di giurisdizione, strettamente necessarie, il ministro di questo sacramento sia fornito di vasta dottrina e di prudenza, poiché egli deve essere insieme giudice e medico. Non basta una scienza qualsiasi, perché tale giudice deve conoscere a fondo i peccati commessi, assegnarli alle rispettive specie, distinguere i leggeri dai gravi, secondo la qualità e il rango dei penitenti. Anche come medico ha bisogno della massima sagacia, dovendo con cura apprestare al malato quei rimedi che sembrino più acconci a risanarne l’anima e a premunirla in avvenire dall’insidia del male.

Da ciò i fedeli comprenderanno come ciascuno debba porre ogni studio nello scegliersi un sacerdote raccomandato per integrità di vita, dottrina e chiaroveggenza, capace di valutare convenientemente l’importanza gravissima del suo ufficio, quale pena convenga a ciascun peccato, chi sia da sciogliere e chi da lasciar senza assoluzione.

 

Legge del segreto

257  Siccome tutti desiderano ardentemente che le proprie colpe e le proprie vergogne rimangano occulte, i pastori assicureranno i fedeli che non v’è ragione di temere che il sacerdote riveli mai ad alcuno i peccati ascoltati in confessione e ne possa giammai derivare alcun genere di pericolo. Le sanzioni sacre minacciano gravissimamente quei sacerdoti che non abbiano tenuti sepolti nel più inviolabile silenzio i peccati da chiunque confessati loro nel sacramento. Leggiamo fra i decreti del grande Concilio Lateranense: ” Badi il sacerdote a non rivelare mai con la parola, con i segni o con qualsiasi altro mezzo il peccatore”.

 

Regole per ricevere le confessioni

258 L’ordine della nostra esposizione esige che, dopo aver trattato del ministro, svolgiamo alcuni punti principali sull’uso e lo svolgimento della confessione. Vi sono molti fedeli ai quali par mill’anni che trascorrano i giorni dalla legge ecclesiastica stabiliti per la confessione e sono così remoti dalla genuina professione cristiana, da non curarsi di ricordare bene i peccati che dovrebbero denunciare al sacerdote, trascurando tutto ciò che può massimamente contribuire al conseguimento della grazia divina. Con tanto maggiore studio occorre quindi venire in soccorso della loro salvezza. Perciò i sacerdoti osserveranno bene se il penitente abbia concepito vero dolore dei suoi peccati e se nutra deliberato proposito di non ricadervi.

Se si accorgono che egli possiede tali disposizioni, lo esortino a ringraziare Dio di cosi singolare beneficio e a implorare incessantemente l’aiuto della divina grazia, con il sussidio della quale potrà resistere vittoriosamente alle malvagie concupiscenze. Lo ammaestrino a meditare ogni giorno per un po’ di tempo sui misteri della passione di nostro Signore, a imitarlo e a riscaldare il cuore d’amore per lui. Mediante tale meditazione si sentirà ogni giorno più al sicuro dalle demoniache tentazioni. Causa vera della nostra rapida e facile disfatta dinanzi agli assalti del nemico è appunto il non cercare di attingere dalla meditazione delle verità celesti il fuoco della divina carità, capace di rinnovare e rafforzare lo spirito.

Qualora il sacerdote comprenda che il penitente non si duole dei suoi peccati in modo da dirsi veramente contrito, si sforzi perché concepisca vivo desiderio di tale contrizione.

Il desiderio ardente di tanto dono lo indurrà a invocarlo dalla misericordia divina.

Si deve però anzitutto reprimere la superbia di chi si sforza di scusare o attenuare le proprie colpe. Vi sarà, per esempio, chi, confessando i propri scatti d’ira, ne vorrà far ricadere la causa su altri, da cui si lamenterà di aver ricevuto ingiuria. Il sacerdote gli faccia osservare che qui v’è un indizio di animo superbo, che non tiene conto o addirittura ignora l’entità della propria colpa; che simile genere di scuse finisce con l’accrescere, anziché diminuire, la gravita del male, poiché chi lo vuole spiegare così, lascia intendere d’essere disposto a usare pazienza solo quando non sia ingiuriato da altri. Ci potrebbe mai essere cosa meno degna di un cristiano? Avrebbe dovuto invece dolersi quanto mai per colui che lo ha ingiuriato. Invece non è colpito dallo spettacolo del male, ma si adira e anziché cogliere l’ottima occasione per prestare ossequio a Dio con la sua pazienza e correggere il fratello con la mitezza, trasforma un mezzo di salute in mezzo di rovina.

Più perniciosa appare la colpa di coloro che, trattenuti da uno sciocco pudore, non osano manifestare i propri peccati. Bisogna far loro animo con le esortazioni, far loro intendere che non c’è motivo di vergognarsi nel rivelare i loro vizi e che non c’è da meravigliarsi nell’apprendere che un uomo ha peccato. Non è questo un male universale, che rientra nella sfera dell’umana debolezza?

Vi sono altri poi che, per la poca consuetudine o per la nessuna cura posta nell’evocare il ricordo delle loro colpe, non sanno condurre bene a termine una confessione cominciata, o non sanno neppure cominciarla. Occorre vivamente rimproverarli e insegnare che, prima di presentarsi al sacerdote, devono con ogni cura concepire dolore dei peccati, il che è impossibile se questi non sono stati distintamente e minutamente ricordati.

Se il sacerdote riconosce che cedesti penitenti sono del tutto impreparati, li congedi cortesemente, non mancando di esortarli a prendere tempo per ricordare le proprie colpe e poi tornare. Se protesteranno di avere già posto nella preparazione ogni studio e ogni diligenza, poiché il sacerdote deve sempre avere timore che se respinti non tornino più, dovranno essere ascoltati, specialmente nel caso che dimostrino sincera brama di correggere la propria vita e finiscano con l’accusare la propria negligenza e promettere di compensarla nell’avvenire con una maggiore riflessione. Però in tutto questo è necessaria una scrupolosa cautela.

Ascoltata la confessione, se il sacerdote giudica che non mancano al penitente né la diligenza nell’esposizione delle colpe, né il dolore di averle commesse, potrà assolverlo; altrimenti, come abbiamo detto, raccomanderà maggiore attenzione nell’esame di coscienza e lo congederà con la maggiore delicatezza.

Siccome accade che qualche donna, avendo dimenticato di accusare un peccato in una confessione precedente, non osa tornare al sacerdote, nel timore di essere considerata dal popolo rea di singolare malvagità, o avida di lode per la sua religiosità, non sarà male insistere, in pubblico e in privato, che nessuno può vantare tale memoria, da ricordare tutti e singoli i suoi atti, i suoi detti e i suoi pensieri. Perciò i fedeli non devono in nessun modo vergognarsi di tornare al sacerdote, qualora ricordino un peccato prima dimenticato. Queste e altre simili regole dovranno essere osservate dai sacerdoti nella confessione.

 

Definizione e proprietà della soddisfazione

259 Veniamo alla terza parte della Penitenza, che è la soddisfazione.

Esporremo anzitutto il significato e l’efficacia della soddisfazione, da cui i nemici della Chiesa cattolica hanno tratto ripetute occasioni di divergenza e discordia, con gravissimo pregiudizio del popolo cristiano.

La soddisfazione è l’integrale pagamento di ciò che è dovuto, poiché è soddisfacente ciò a cui nulla manca. Sicché trattando della riconciliazione per riottenere la grazia, soddisfare significa offrire quel che a un animo irato appare sufficiente a vendicare l’ingiuria. In altre parole, la soddisfazione è il compenso offerto per l’ingiuria arrecata ad altri. Nel caso nostro i teologi usarono il vocabolo soddisfazione, per indicare quel genere di compenso che l’uomo offre a Dio per i peccati commessi.

Poiché in questo campo possono esserci molte gradazioni, la soddisfazione può intendersi in vari modi.

La più alta ed eccellente soddisfazione è quella con la quale, a compenso delle nostre colpe, è stato dato a Dio tutto ciò che da parte nostra gli si doveva, pur supponendo che Dio abbia voluto trattarci a rigore di diritto. Tale soddisfazione, che ci rese Dio placato e propizio, fu offerta unicamente da Gesù Cristo, che sulla croce scontò l’intero debito dei nostri peccati. Nessuna creatura avrebbe potuto sgravarci di così pesante onere; per questo egli, secondo la parola di san Giovanni, si diede pegno di propiziazione per le colpe nostre e per quelle di tutto il mondo (1 Gv 2,2).

Questa è dunque la piena e globale soddisfazione, perfettamente adeguata al debito contratto con il cumulo di cattive azioni commesse in tutta la storia del mondo. Il suo valore riabilita gli atti umani al cospetto di Dio; senza di esso, questi apparirebbero destituiti di qualsiasi pregio. Sembrano valere in proposito le parole di David che, dopo avere esclamato nella contemplazione dello spirito: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha donato?” nulla rinvenne degno di tanti e così grandi benefici, al di fuori di questa soddisfazione, che espresse con il nome di calice: “Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 115, 12).

Un secondo genere di soddisfazione e detto canonico e si compie in un determinato periodo di tempo. E antichissima consuetudine ecclesiastica che, al momento dell’assoluzione, sia assegnata ai penitenti una penitenza determinata, il cui soddisfacimento è appunto chiamato soddisfazione.

Con il medesimo nome è pure indicato ogni genere di penalità, che spontaneamente e deliberatamente affrontiamo a sconto dei nostri peccati, anche senza l’imposizione del sacerdote.

Quest’ultima soddisfazione non spetta alla natura del sacramento, di cui invece fa parte quella imposta per i peccati dal sacerdote di Dio, con unito il fermo proposito di evitare in avvenire ogni peccato. Perciò alcuni proposero questa definizione: “Soddisfare significa tributare a Dio l’onore dovuto”. Ma è evidente che nessuno può tributare a Dio l’onore dovutogli, se non si proponga di evitare assolutamente ogni colpa. Quindi soddisfare è anche un recidere le cause dei peccati, non lasciare varco alla loro suggestione. Per questo altri preferiscono definire la soddisfazione come la purificazione dell’anima da ogni bruttura di peccato e l’affrancamento dalle pene temporali stabilite, i cui vincoli la stringevano.

 

Necessità della soddisfazione

260 Ciò posto, non sarà difficile persuadere i fedeli della necessità, in cui si trovano i penitenti, di esercitarsi nella pratica della soddisfazione.

Si deve loro insegnare che dal peccato scaturiscono due conseguenze: la “macchia” e la “pena”. Poiché perdonata la colpa, risparmiato il supplizio della morte eterna nell’inferno, non sempre accade, secondo la definizione del Tridentino, che il Signore condoni i residui dei peccati e la pena temporanea loro dovuta. Esempi significativi di questa verità si riscontrano nella Sacra Scrittura, nel terzo capitolo della Genesi, nei capitoli dodici e venti dei Numeri e altrove.

L’esempio più insigne è però offerto da David, il quale, sebbene avesse udito dal profeta Natan le parole rassicuratrici: “II Signore ha cancellato il tuo peccato e tu non morrai” (2 Sam 12,13), pure dovette sottostare a pene gravissime, implorando notte e giorno la misericordia divina: “Lavami abbondantemente dalla mia iniquità; mondami dal mio peccato; riconosco la mia colpa; ho sempre dinanzi a me il mio peccato” (Sal 50,4). Così chiedeva al Signore di condonargli non solamente il delitto, ma anche la pena a esso dovuta e che lo volesse reintegrare nel primitivo stato di decoro, purgandolo da ogni residuo peccaminoso. Eppure il Signore, nonostante le sue incessanti preci, colpì David con il tradimento e la morte del figlio adulterino e di Assalonne, il prediletto, e con altre punizioni, in precedenza annunciate.

Anche nell’Esodo leggiamo che, sebbene il Signore, placato dalle preghiere di Mosè, avesse perdonato al popolo idolatra, pure minacciò di chiedere conto con gravi pene di così grande colpa e lo stesso Mosè previde che il Signore ne avrebbe tratto severissima vendetta fino alla terza e quarta generazione (Es 32,33). L’autorità dei santi Padri attesta come questi ammaestramenti siano stati sempre vivi nella Chiesa cattolica.

Il santo Concilio Tridentino spiega luminosamente la ragione per cui non tutta la pena viene condonata nel sacramento della Penitenza, come invece accade nel Battesimo, con queste parole: “L’essenza della giustizia divina esige che in modo diverso siano ricevuti in grazia coloro che, per ignoranza, peccarono prima del Battesimo e coloro che, una volta affrancati dalla schiavitù del peccato e del demonio e insigniti del dono dello Spirito Santo, non esitano a violare consapevolmente il tempio di Dio e a contristare lo Spirito Santo. In questo caso conviene alla divina clemenza che non siano condonati i peccati senza alcuna soddisfazione, perché alla prima occasione, reputando poca cosa la colpa, disprezzando lo Spirito Santo, non cadiamo in misfatti più gravi, accumulando l’ira divina per il giorno della vendetta. Senza dubbio le pene soddisfattorie trattengono efficacemente dal peccato e ci stringono con un freno potente, rendendoci più cauti e vigili per l’avvenire” (sess. 14,cap. 8).

Esse inoltre sono come prove documentarie del dolore concepito per i peccati commessi: sono riparazione data alla Chiesa, gravemente lesa nel suo decoro dalle nostre colpe. Scrive sant’Agostino: “Dio non ripudia un cuore contrito e umiliato, ma perché spesso il dolore di un cuore è ignorato da un altro e non giunge a cognizione altrui con parole o con altri segni, opportunamente sono stati fissati dalla Chiesa i periodi della penitenza, affinché sia data soddisfazione alla Chiesa stessa, nel cui grembo i peccati vengono rimessi” (Ench., 65).

Si aggiunga che gli esempi della nostra penitenza insegnano agli altri come essi stessi debbano regolare la loro vita e battere la via della pietà. Scorgendo le pene imposteci per i nostri peccati, gli altri comprendono come siano necessario nella vita speciali cautele e come i costumi vadano corretti. Per questo la Chiesa ha saggiamente stabilito che chi ha pubblicamente peccato sottostia a una penitenza parimenti pubblica; così gli altri, intimoriti, sappiano più diligentemente evitare in seguito la colpa. Del resto anche per i peccati occulti s’imponeva talvolta la penitenza pubblica, quando fossero molto gravi. La regola però non ammetteva eccezione per i peccati pubblici che non venivano assolti prima della pubblica penitenza. Frattanto i pastori pregavano Dio per il peccatore e nel medesimo tempo lo esortavano a fare altrettanto.

Va ricordata in proposito la premura di sant’Ambrogio, le cui lacrime, a quanto è narrato, riuscirono più volte a infondere autentico dolore in anime che si erano avvicinate con molta freddezza al sacramento della Penitenza (Paolino, Vita Ambr., 39). Più tardi, purtroppo, si è abbandonata la severità dell’antica disciplina, essendosi raffreddata la carità; sicché molti fedeli hanno finito con il non ritenere necessari, per impetrare il perdono dei peccati, alcun dolore intimo dell’animo, ne gemito del cuore, credendo sufficiente la semplice parvenza del dolore.

Infine, sottostando alle debite pene, noi riproduciamo l’immagine del nostro capo Gesù Cristo, che ha affrontato la passione e la prova (Eb 2,18). Come ha detto san Bernardo: “Che cosa si potrebbe concepire di più deforme che un membro delicato, unito a un capo coronato di spine?” (Sermo de omn. sanct., 5, 9). Scrive Infatti l’Apostolo che saremo coeredi con Cristo, se soffriremo con lui (Rm 8,17); vivremo con lui, se saremo morti insieme; regneremo con lui, se con lui avremo sofferto (2 Tm 2,11).

Anche san Bernardo ha affermato che nel peccato si riscontrano la macchia e la piaga; la prima è cancellata dalla misericordia divina, ma a sanare la seconda è indispensabile la cura, che consiste nel rimedio della penitenza. Come nella ferita rimarginata rimangono cicatrici, che esigono esse stesse una cura, così nell’anima, assolta dalla colpa, rimangono tracce bisognose ancora di rimedio. Una sentenza del Crisostomo conferma questa verità, quando osserva che non basta estrarre dal corpo la freccia, ma bisogna risanarne la ferita; così appunto nell’anima, dopo conseguito il perdono della colpa, deve curarsi con la penitenza la piaga rimasta. Ripetutamente insegna sant’Agostino che nella Penitenza è necessario distinguere la misericordia dalla giustizia di Dio; la prima rimette le colpe e le pene eterne meritate; la seconda infligge al peccatore pene temporali (In Psalmos, 50, 7).

Del resto la pena penitenziale, volenterosamente accettata, previene i supplizi stabiliti da Dio, come insegna l’Apostolo. Se ci giudicassimo da noi stessi non saremmo giudicati, quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo castigati per non essere condannati con questo mondo (1 Cor 11,31). Nell’apprendere tutto ciò, i fedeli si sentiranno necessariamente stimolati a opere di penitenza.

 

Efficacia e base della soddisfazione

261 Quanto grande sia l’efficacia della soddisfazione risulta dal fatto che essa scaturisce tutta dai meriti della passione di nostro Signore Gesù Cristo, in virtù della quale noi conseguiamo con le azioni virtuose i due massimi beni: il premio della gloria immortale, poiché è scritto che neppure un bicchiere d’acqua fresca dato nel suo nome mancherà di congrua mercede (Mt 10,42), e il soddisfacimento che facciamo per i nostri peccati.

Non è oscurata per questo la perfetta e sovrabbondante soddisfazione, offerta da nostro Signore Gesù Cristo. Al contrario, è resa più insigne e più luminosa. Risulta infatti più copiosa la grazia di Gesù Cristo per il fatto che ci vengono comunicati non solo i suoi meriti personali, ma anche quelli che, come capo, egli attua nei santi e nei giusti, che sono sue membra. Infatti solo di là le azioni giuste e oneste dei pii ricevono tanto valore e tanta importanza. Come la testa in rapporto a tutto il corpo e la vite in rapporto ai tralci (Gv 15,4; Ef 4,15), Gesù Cristo non cessa di diffondere la sua grazia in coloro che gli sono uniti nella carità. Questa grazia previene sempre le nostre buone azioni, le accompagna e le segue, rendendoci possibili il merito e la soddisfazione da darsi a Dio.

Ne segue che nulla manca ai giusti. Mediante le opere compiute con il soccorso di Dio, essi possono soddisfare alla legge divina, secondo la capacità della natura umana e mortale, e possono meritare la vita eterna, che conseguiranno se escono da questa vita ornati della grazia divina. E nota la sentenza del Salvatore: “Chi avrà bevuto l’acqua che io darò, non avrà sete in eterno, e l’acqua che gli avrò dato, si trasformerà in lui in una sorgente d’acqua che sale all’eterna vita” (Gv 4,13).

La soddisfazione però deve possedere due requisiti. Anzitutto, chi soddisfa deve essere giusto e amico di Dio. Le opere compiute senza fede e senza carità non possono essere in nessun modo gradite a Dio. In secondo luogo le opere intraprese siano tali da recare dolore e disagio, perché dovendo esse riuscire compensatrici di passati peccati e quasi, secondo le parole di san Cipriano, redentrici del male fatto (Epist., 55), occorre assolutamente che racchiudano qualcosa di amaro, sebbene non sempre sia vero che chi si esercita in azioni onerose, per questo stesso ne senta dolore. Spesso l’abitudine del soffrire o l’ardente amore di Dio fanno sì che anche pene gravissime siano appena percepite. Ciò non toglie a tali opere la capacità di soddisfazione, poiché è proprio dei figli di Dio l’essere così infiammati dall’amore divino da non provare incomodo in mezzo ai più acerbi dolori, sopportando tutto con animo invitto.

 

Azioni soddisfattorie

262 I parroci insegneranno che le opere capaci di valore soddisfattorio possono ridursi a tre categorie: orazioni, digiuni, elemosine, in corrispondenza al triplice ordine di beni, spirituali, corporali ed esteriori, che abbiamo ricevuto da Dio. Si trovano qui i mezzi più atti ed efficaci a recidere le radici del peccato. Poiché infatti il mondo è impastato di cupidigia carnale, di cupidigia degli occhi, di superbia della vita, è chiaro che a queste tre cause di male vanno contrapposte tre medicine: il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Tale classificazione appare ragionevole anche se si considerano le persone offese dai nostri peccati, che sono Dio, il prossimo, noi stessi. Ora noi plachiamo Dio con la preghiera; diamo soddisfazione al prossimo con l’elemosina; dominiamo noi stessi con il digiuno.

Ma poiché fatalmente la vita è accompagnata da innumerevoli angosce e disgrazie, ai fedeli si deve con ogni cura ricordare che tollerando pazientemente quanto a Dio piaccia di mandarci, si accumula buon materiale di meriti e di soddisfazione; mentre recalcitrando e ripugnando alla sofferenza, si perde ogni frutto di soddisfazione, esponendosi alla diretta punizione di Dio, giusto vendicatore della colpa.

Veramente degna di ogni lode e di ogni ringraziamento è la bontà clemente di Dio, il quale concesse all’umana debolezza che uno potesse soddisfare per un altro; cosa che è in modo speciale propria di questa parte della Penitenza. Se nessuno può pentirsi o fare la confessione delle colpe al posto di altri, può però, chi è in grazia, sciogliere per altri il debito contratto verso Dio; in altre parole, portare in qualche modo il carico altrui. Il fedele non può in alcun modo dubitarne, poiché nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere nella comunione dei santi.

Infatti se tutti, lavati nel medesimo Battesimo, rinasciamo a Cristo, partecipiamo ai medesimi sacramenti e principalmente ci alimentiamo e ci dissetiamo con il medesimo corpo e sangue di nostro Signore Gesù Cristo, siamo evidentemente membra del medesimo corpo. Orbene, come il piede adempie la sua funzione per il vantaggio, non solamente proprio, ma anche, per esempio, degli occhi, e a sua volta la vista giova agli occhi e insieme a tutte le membra, così dobbiamo reputare comuni fra tutti noi le opere della soddisfazione. Vi sono però delle eccezioni, per quanto riguarda i vantaggi che da esse scaturiscono. Le opere soddisfattorie infatti sono come medicine e metodi di cura, prescritti al penitente per risanare le cattive inclinazioni del suo spirito: perciò non possono partecipare della loro virtù risanatrice coloro che personalmente nulla fanno per soddisfare.

 

A chi deve negarsi l’assoluzione

263 Le tre parti della Penitenza, dolore, confessione, soddisfazione, devono essere abbondantemente spiegate. I sacerdoti però, ascoltata la confessione dei peccati e prima di assolvere il penitente, vedano bene se questi sia veramente reo di avere sottratto qualcosa alla sostanza o alla fama del prossimo. In tal caso dovrà riparare il danno e non potrà essere assolto se non promette di affrettarsi a restituire. E poiché molti si dilungano nel promettere la riparazione, ma non si decidono mai ad assolvere la promessa, devono esservi assolutamente costretti, ripetendo l’ammonimento dell’Apostolo: “Chi ha rubato, ormai non rubi più; lavori piuttosto con le sue mani per venire incontro alle necessità di chi soffre” (Ef 4,28).

Nell’assegnare la pena soddisfattoria, i sacerdoti ricordino di non fissarla a capriccio, bensì con giustizia, prudenza e pietà. Affinché i peccati risultino valutati secondo una regola e i penitenti riconoscano più agevolmente la gravita dei loro misfatti, sarà bene dir loro talvolta quali pene fossero decretate dai vecchi canoni, detti “penitenziali”, per determinati peccati. In generale la misura della soddisfazione sarà data dalla natura della colpa. Tra tutte le forme di soddisfazione è bene specialmente imporre ai penitenti di pregare in determinati giorni per tutti, ma in modo particolare per coloro che hanno lasciato questa vita nel nome del Signore. I sacerdoti li esorteranno a ripetere spesso le medesime opere soddisfattorie; a foggiare i loro costumi in modo che, pur avendo coscienziosamente compiuti tutti gli atti pertinenti al sacramento della confessione, non tralascino per questo la pratica della virtù della penitenza. Che se talora, a causa del pubblico scandalo, sarà necessario imporre una penitenza pubblica, anche se il penitente cerchi di evitarla e per questo preghi, non gli si presti facilmente ascolto, ma è necessario convincerlo a sottostare con animo pronto a quanto riesce salutare a lui e agli altri.

Quanto siamo venuti esponendo relativamente al sacramento della Penitenza e alle sue parti, sia spiegato in modo che non solo i fedeli l’intendano perfettamente, ma anche, con l’aiuto del Signore, si sentano indotti a eseguirlo piamente e religiosamente.

(Dal Catechismo tridentino)

INTRODUZIONE  AL

 CATECHISMO DEL

 CONCILIO DI TRENTO

 

Il Catechismo del Concilio di Trento detto anche Catechismo tridentino o Catechismo romano è un catechismo rivolto ai sacerdoti (ad parochos) promulgato ufficialmente dalla Chiesa Cattolica riunita durante il Concilio di Trento del XVI secolo; è stato l’unico catechismo ecumenico prima dell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 da cui ha preso la struttura e tutti gli insegnamenti. Esso aveva lo scopo di fornire un manuale autorevole che fosse base per gli insegnamenti dei sacerdoti ai fedeli laici e che contribuisse ad affermare la dottrina cattolica contro la Riforma protestante.

 Storia:

L’esplosione della Riforma protestante nel XVI secolo e le nuove tecnologie della stampa fecero si che un gran quantitativo di trattati teologici popolari e catechismi si diffondesse in Europa, gran parte dei quali promulgavano dottrine in aperto contrasto con la Chiesa Cattolica e da questa considerate eretiche. I parroci ed i sacerdoti più a diretto contatto con il popolo spesso non avevano le conoscenze teologiche necessarie a contrastare gli ideali riformatori che si diffondevano rapidamente e portavano molti fedeli lontano dalla chiesa di Roma.

Nelle discussioni in seno al concilio ecumenico di Trento emerse la volontà di riunire in un unico testo ufficiale le basi di tutti gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: “Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l’ufficio di legittimi pastori e insegnanti.” (Prefazione del Catechismo Romano, n°4)

Questa decisione fu presa nel corso della diciottesima sessione del Concilio Ecumenico (26 febbraio 1562) su suggerimento del cardinale San Carlo Borromeo che desiderava ardentemente una riforma del clero. Papa Pio IV affidò la composizione del catechismo a quattro eminenti teologi: l’arcivescovo Leonardo Marino di Lanciano, Muzio Calidi di Zara, il vescovo di Modena Egidio Foscarini e il dominicano portoghese Francisco Fureiro; la supervisione del lavoro fu compito di tre cardinali. Borromeo supervisionò la redazione del testo originale italiano che grazie ai suoi sforzi fu terminato nel 1564, quindi fu riesaminato dal cardinal Guglielmo Sirleto e tradotto in latino da due famosi umanisti: Paulus Manutius e Julius Pogianus.

La pubblicazione avvenne contemporaneamente in latino ed italiano nel 1566 su ordine di Papa Pio V con il titolo:

“CATECHISMUS EX DECRETO

CONCILII   TRIDENTINI AD PAROCHOS   PII  V

JUSSU EDITUS,   ROMÆ,   1566”

(in-folio). Il concilio ordinò le traduzioni in tutte le altre lingue (Sess. XXIV, “De Ref.”, C. VII).

 

 Contenuto:

Il Sacrosanto Concilio Tridentino intese il Catechismo come il manuale ufficiale per l’istruzione popolare, il settimo canone cita: “Perché il fedele possa avvicinarsi ai sacramenti con maggior reverenza e devozione, il Santo Sinodo incarica tutti i vescovi che li amministrano a spiegare i gesti e le usanze in modo che sia adatto alla comprensione del popolo; devono inoltre osservare che i propri parroci osservino la stessa regola con pietà e prudenza, facendo uso per le loro spiegazioni, dove necessario e conveniente, della lingua volgare; e siano conformi alle prescrizioni del Santo Sinodo nei loro insegnamenti (catechesi) per i vari Sacramenti: i vescovi devono accertarsi che tutti questi insegnamenti siano accuratamente tradotti in lingua volgare e spiegati da ogni parroco ai fedeli…”. (Concilio Ecumenico di Trento, De Reformatione Sess. XXIV.)

Nelle intenzioni della Chiesa il catechismo, benché scritto primariamente per i parroci, fu inteso anche come uno schema fisso e stabile di insegnamenti per i fedeli, specialmente riguardo alla grazia; per questo compito il lavoro segue fedelmente le definizioni dogmatiche del concilio.

Il testo è diviso in quattro parti:

1. La Fede ed il suo Simbolo;

2. I Sacramenti

3. I precetti del Decalogo

4. L’Orazione ed in particolare il Padre Nostro

I vescovi si affrettarono a diffondere in ogni modo il nuovo catechismo, sia leggendolo essi stessi per memorizzarlo che esortando i sacerdoti a discutere su di esso in ogni loro raduno e a utilizzarlo per l’istruzione dei fedeli.

 

 I Catechismi di ieri di oggi: un’unica fede e dottrina senza evoluzioni.

Questo Catechismo rimane tuttora a disposizione dei fedeli. È un grave errore dottrinale, supporre che con l’edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, questo glorioso Catechismo Tridentino abbia perso valore e sia considerato superato. Il Catechismo Romano (così come il catechismo di san Pio X) è ancora un luminoso faro che può e deve continuare a trovare accoglienza così come ha trovato accoglienza tra i fedeli di tutti il mondo del Catechismo di Giovanni Paolo II e del suo Compendio edito da Benedetto XVI.

Così come in una sinfonia dove gli strumenti musicali seppur diversi suonano all’unisono creando un’armonia melodia così è la Dottrina Cattolica che per rispendere e per essere compresa da tutti ha bisogno che i Catechismi di San Pio V, San Pio X (Pio XI), Giovanni Paolo II, e Benedetto XVI siano accolti e approfonditi egualmente perché ciò che non è presente in un catechismo certamente sarà presente nell’altro e nel mutuo scambio e condivisione il fedele potrà comprendere quale ricchezza dottrinale immutabile ed eterna  ha la nostra religione.

Infatti ciò che muta nel tempo non è la Verità, che rimane scolpita, fissa e ancorata al reale e che dunque non conosce contraddizione o evoluzione, quasi come se ciò che è vero e giusto in un’epoca possa diventare falso e ingiusto in un’altra. Ciò che muta è sempre la condizione sociale del popolo di Dio e pertanto, la Chiesa nella sua attività pastorale è sempre impegnata nella realizzazione del suo ufficio di insegnare, di adeguarsi pastoralmente a quelle che sono le condizioni reali della gente.

Questo spiega il proliferare di catechismi da parte della Chiesa: non perché la dottrina in essa contenuta debba essere emendata, riformata, superata da chissà quali nuove conquiste del pensiero moderno, ma semplicemente perché le persone di epoche differenti, hanno condizioni culturali, sociali, economiche, politiche e spirituali differenti. L’attività di insegnamento della Chiesa, nel tenere conto di queste circostanze è sempre venuta incontro alle specifiche esigenze dell’uomo contemporaneo.

Nell’epoca del Concilio di Trento, erano i parroci a dover svolgere l’attività di divulgatori dell’insegnamento cristiano, non potendo il popolo istruirsi da sè. Per questo motivo, il catechismo tridentino si rivolge ai parroci e non direttamente ai fedeli. Secoli dopo, san Pio X e Pio XI sapranno trasformare l’esposizione del catechismo tridentino, compendiandola in una forma che faciliti l’alfabetizzazione religiosa delle masse, attraverso le familiari formule del Catechismo della Dottrina Cristiana. Mutate le condizioni del popolo di Dio, è sempre rimasta l’esigenza di abbeverarsi alla medesima fonte di Verità.

La Chiesa ha sempre saputo porgere la Verità immutabile e divina, nelle forme più efficaci per l’edificazione del popolo. Con la cultura di massa e l’ingresso della società nella post-modernità, la Chiesa si rivolge direttamente ai fedeli laici, attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica, che rappresenta una esposizione organica di tutta la fede, che permette all’uomo moderno certamente più erudito rispetto al passato, di avviare tramite una base sicura la sua personale ricerca e studio del cattolicesimo.

Infine il Compendio culmina l’opera iniziata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che nella sua completezza appare come un’opera considerevolmente voluminosa. Con la sua forma più semplice e diretta riprendendo lo stile intramontabile del catechismo di San Pio X e Pio XI, permette all’uomo d’oggi, incline al pragmatismo, di ottenere la risposta corretta alla domanda della fede.

Dunque, come si vede, la fede è sempre la stessa, poiché essa è sempre la medesima ricerca, in ogni epoca, del medesimo Dio, Signore e Creatore.

Ci permettiamo di deporre, sotto lo sguardo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, l’intero lavoro svolto per la Maggior Gloria di Dio. Alla Madre della Chiesa rifugio dei peccatori e Madre della Misericordia affidiamo opere ed intenzioni perché le orienti e le sostenga e perché l’uomo nella riscoperta della Verità possa incontrare la Salvezza.

 

DAL SITO IN CUI SI TROVA TUTTO IL CATECHISMO TRIDENTINO: http://www.maranatha.it/catrident/00page.htm

 

 

CONCILIO DI TRENTO: Decreto e canoni sul peccato originale e sulla giustificazione del peccatore “Nessuno potrà essere giustificato-salvato se non l’accetterà fedelmente e fermamente”

 

(Il Concilio di Trento o Concilio Tridentino fu il XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, aperto da papa Paolo III nel 1545 e chiuso, dopo numerose interruzioni, nel 1563. Con questo concilio venne definita la riforma della Chiesa cattolica (Controriforma) e la reazione alle dottrine del calvinismo e del luteranesimo (Riforma protestante).

Fu un concilio importante per la storia della Chiesa cattolica, tanto che l’aggettivo “tridentino” viene usato ancora oggi per definire alcuni aspetti caratteristici della Chiesa cattolica ereditati da questo concilio e mantenuti per i successivi tre secoli, fino ai concili Vaticano I e Vaticano II)

 

CONCILIO DI TRENTO: Decreto sul peccato originale, sulla giustificazione e canoni sulla  giustificazione

 

SESSIONE V (I7 giugno 1546)  
Decreto sul peccato originale.  

Perché la nostra fede cattolica, senza la quale è impossibile piacere a Dio (18), rimossi gli errori, resti integra e pura e perché il popolo cristiano non sia turbato da ogni vento di dottrina (19) dal momento che l’antico, famoso serpente (20), sempre nemico del genere umano, tra i moltissimi mali da cui è sconvolta la Chiesa di Dio in questi nostri tempi, ha suscitato nuovi e vecchi dissidi, anche nei riguardi del peccato originale e dei suoi rimedi il sacrosanto, ecumenico e generale Concilio Tridentino, legittimamente riunito nello Spirito santo, sotto la presidenza degli stessi tre legati della Sede Apostolica, volendo richiamare gli erranti e confermare gli incerti, seguendo le testimonianze delle sacre scritture, dei santi padri, dei concili piú venerandi ed il giudizio e il consenso della Chiesa stessa, stabilisce, confessa e dichiara quanto segue sul peccato originale.  

 

1. Chi non ammette che il primo uomo Adamo, avendo trasgredito nel paradiso il comando di Dio, ha perso subito la santità e la giustizia, nelle quali era stato creato e che è incorso per questo peccato di prevaricazione nell’ira e nell’indignazione di Dio, e, quindi, nella morte, che Dio gli aveva prima minacciato, e, con la morte, nella schiavitú di colui che, in seguito, ebbe il potere della morte e cioè il demonio (21); e che Adamo per quel peccato di prevaricazione fu peggiorato nell’anima e nel corpo: sia anatema.  

2. Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua discendenza; che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità e giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, inquinato dal peccato di disobbedienza, abbia trasmesso a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non invece anche il peccato, che è la morte dell’anima: sia anatema. Contraddice infatti all’apostolo, che afferma: Per mezzo di un sol uomo il peccato entrò nel mondo e a causa del peccato la morte, e cosí la morte si trasmise a tutti gli uomini, perché in lui tutti peccarono (22).  

3. Chi afferma che il peccato di Adamo, uno per la sua origine, trasmesso con la generazione e non per imitazione, che aderisce a tutti, ed è proprio di ciascuno, possa esser tolto con le forze della natura umana, o con altro mezzo, al di fuori dei meriti dell’unico mediatore, il signore nostro Gesú Cristo, che ci ha riconciliati con Dio per mezzo del suo sangue (23), diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione (24); o nega che lo stesso merito di Gesú Cristo venga applicato sia agli adulti che ai bambini col sacramento del battesimo, rettamente conferito secondo il modo proprio della Chiesa: sia anatema. Perché non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvi (25). Da cui l’espressione: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo (26) e l’altra: Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo (27).  

4. Chi nega che i fanciulli, appena nati debbano esser battezzati, anche se figli di genitori battezzati oppure sostiene che essi sono battezzati per la remissione dei peccati, ma che non contraggono da Adamo alcun peccato originale, che sia necessario purificare col lavacro della rigenerazione per conseguire la vita eterna, e che, quindi, per loro la forma del battesimo per la remissione dei peccati non debba credersi vera, ma falsa sia anatema. Infatti, non si deve intendere in altro modo quello che dice l’apostolo: Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e col peccato la morte, cosí la morte si è trasmessa ad ogni uomo perché tutti gli uomini hanno peccato (28), se non nel senso in cui la Chiesa cattolica universale l’ha sempre inteso. Secondo questa norma di fede per tradizione apostolica anche i bambini, che non hanno ancora potuto commettere peccato, vengono veramente battezzati, affinché in essi sia purificato con la rigenerazione quello che contrassero con la generazione. Se, infatti, uno non rinasce per l’acqua e lo Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (29).  

5. Chi nega che per la grazia del signore nostro Gesú Cristo, conferita nel battesimo, sia rimesso il peccato originale, o anche se asserisce che tutto quello che è vero e proprio peccato, non viene tolto, ma solo cancellato o non imputato (30) sia anatema. In quelli infatti che sono rinati a nuova vita Dio non trova nulla di odioso, perché non vi è dannazione per coloro (31) che col battesimo sono stati sepolti con Cristo nella morte (32), i quali non camminano secondo la carne (33), ma spogliandosi dell’uomo vecchio e rivestendosi del nuovo (34), che è stato creato secondo Dio, sono diventati innocenti, immacolati, puri, senza macchia, figli cari a Dio, eredi di Dio e coeredi di Cristo (35); di modo che assolutamente nulla li trattiene dall’ingresso nel cielo. Questo santo Sinodo confessa che tuttavia nei battezzati rimane la concupiscenza o passione. Ma, essendo questa lasciata per la lotta, non può nuocere a quelli che non acconsentono e che le si oppongono virilmente con la grazia di Gesú Cristo. Anzi, chi avrà combattuto secondo le regole, sarà coronato (36). 
Il santo Sinodo dichiara che mai la Chiesa cattolica ha inteso che venga chiamato “peccato” la concupiscenza, qualche volta chiamata dall’apostolo peccato (37), per il fatto che nei rinati alla grazia non è un vero e proprio peccato, ma perché ha origine dal peccato e ad esso inclina. Chi pensasse il contrario sia anatema.  

6. Questo santo Sinodo dichiara tuttavia, che non è sua intenzione comprendere in questo decreto, dove si tratta del peccato originale, la beata ed immacolata vergine Maria, madre di Dio, ma che si debbano osservare a questo riguardo le costituzioni di Papa Sisto IV (38), di felice memoria, sotto pena di incorrere nelle sanzioni in esse contenute che il Sinodo rinnova.

 

SESSIONE VI (13 gennaio I547)

Decreto sulla giustificazione

 
Proemio
 
In questi anni è stata divulgata con grave danno per molte anime e per l’unità della chiesa, una dottrina erronea sulla giustificazione. Perciò questo sacrosanto concilio tridentino ecumenico e generale, riunito legittimamente nello Spirito santo, a lode e gloria di Dio onnipotente, per la tranquillità della chiesa e per la salvezza delle anime, sotto la presidenza dei reverendissimi signori Gianmaria del Monte, cardinale vescovo di Palestrina, Marcello Cervini, cardinale presbitero del titolo di S. Croce in Gerusalemme, cardinali della santa chiesa romana, e legati apostolici de latere, a nome del nostro santissimo padre in Cristo e signore Paolo III, per divina provvidenza papa, intende esporre a tutti i fedeli cristiani la vera e sana dottrina sulla giustificazione che Gesù Cristo, sole di giustizia (45), autore e perfezionatore della nostra fede (46), ha insegnato che gli apostoli hanno trasmesso e che la chiesa cattolica, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, ha sempre ritenuto. E proibisce assolutamente che, d’ora innanzi, qualcuno osi credere, predicare e insegnare diversamente da quello che col presente decreto si stabilisce e si dichiara.
 
Capitolo I.
L’impotenza della natura e della legge a giustificare gli uomini.
 
Prima di tutto il santo sinodo dichiara che, per una conoscenza esatta e corretta della dottrina della giustificazione, è necessario che ognuno riconosca e confessi che tutti gli uomini, perduta l’innocenza per la prevaricazione di Adamo, fatti immondi (47) e (come dice l’Apostolo San Paolo) per natura figli dell’ira (48), come ha esposto nel decreto sul peccato originale, erano talmente servi del peccato (49) e sotto il potere del diavolo e della morte, che non solo i gentili con le forze della natura, ma neppure i Giudei con l’osservanza della lettera della legge di Mosè potevano esserne liberati e risollevati, anche se in essi il libero arbitrio non era affatto estinto, ma solo attenuato e indebolito.
 
Capitolo II.
L’economia della salvezza e il mistero della venuta di Cristo.
 
Perciò il Padre celeste, padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione (50), quando giunse quella beata pienezza dei tempi (51), mandò agli uomini Gesù Cristo, suo figlio, annunciato e promesso, sia prima della legge, sia durante il tempo della legge da molti santi padri, affinché riscattasse i Giudei, che erano sotto la legge (52), e i gentili i quali non cercavano la giustizia, ottenessero la giustizia (53); e tutti ricevessero l’adozione di figli (54). Questo Dio ha posto quale propiziatore mediante la fede nel suo sangue (55), per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto l’universo (56).
 
Capitolo III.
Chi sono i giustificati da Gesù Cristo.
 
Ma benché egli sia risorto per tutti (57), tuttavia non tutti ricevono il beneficio della sua morte, ma solo quelli cui viene comunicato il merito della sua passione.
Come infatti gli uomini, in concreto, se non nascessero dalla discendenza del seme di Adamo, non nascerebbero ingiusti, proprio perché con questa propagazione, quando vengono concepiti, contraggono da lui la propria ingiustizia: così se essi non rinascessero nel Cristo, non potrebbero mai essere giustificati, proprio perché con quella rinascita viene attribuita loro, per il merito della sua passione la grazia per cui diventano giusti.
Per questo beneficio l’apostolo ci esorta a rendere sempre grazie al Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla eredità dei santi nella luce, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Figlio del suo amore, nel quale abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati (58).
 
Capitolo IV.
Descrizione della giustificazione dell’empio.
Suo modo sotto la grazia.
 
Queste parole indicano chiaramente che la giustificazione dell’empio è il passaggio dallo stato, in cui l’uomo nasce figlio del primo Adamo, allo stato di grazia e di adozione dei figli di Dio (59), per mezzo del secondo Adamo, Gesù Cristo, nostro Salvatore. Questo passaggio, dopo la promulgazione del Vangelo, non può avvenire senza il lavacro della rigenerazione (Battesimo) o senza il desiderio di esso, conformemente a quanto sta scritto: Se uno non rinascerà per acqua e Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (60).
 
Capitolo V.
Necessità degli adulti di prepararsi alla giustificazione, e da dove essa scaturisce.
 
Dichiara ancora il concilio che negli adulti l’inizio della stessa giustificazione deve prender la mosse dalla grazia preveniente di Dio, per mezzo di Gesù Cristo, cioè della chiamata, che essi ricevono senza alcun loro merito, di modo che quelli che coi loro peccati si erano allontanati da Dio, disposti dalla sua grazia, che sollecita ed aiuta, ad orientarsi verso la loro giustificazione, accettando e cooperando liberamente alla stessa grazia, così che, toccando Dio il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, l’uomo non resti assolutamente inerte subendo quella ispirazione, che egli può anche respingere, né senza la grazia divina possa, con la sua libera volontà, rivolgersi alla giustizia dinanzi a Dio.
Perciò quando nelle sacre scritture si dice: Convertitevi a me, ed io mi rivolgerò a voi (61), si accenna alla nostra libertà e quando rispondiamo: Facci tornare, Signore, a te e noi ritorneremo (62), noi confessiamo di essere prevenuti dalla grazia di Dio.
 
Capitolo VI.
Il modo di prepararsi.
 
Gli uomini si dispongono alla stessa giustizia, quando, eccitati ed aiutati dalla grazia divina, ricevendo la fede mediante l’ascolto (63), Si volgono liberamente verso Dio, credendo vero ciò che è stato divinamente rivelato e promesso, e specialmente che l’empio viene giustificato da Dio col dono della sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù (64). Parimenti accade quando, riconoscendo di essere peccatori, scossi dal timore della divina giustizia passano a considerare la misericordia di Dio e sentono nascere in sé la speranza, confidando che Dio sarà loro propizio a causa del Cristo, e cominciano ad amarlo come fonte di ogni giustizia; e si rivolgono, quindi, contro il peccato con odio e detestazione, cioè con quella penitenza, che bisogna fare prima del battesimo; infine si propongono di ricevere il battesimo, di cominciare una nuova vita e di osservare i comandamenti divini.
Di questo atteggiamento sta scritto: È necessario che chiunque nascosta Dio, creda che egli esiste e che ricompensa quelli che lo cercano (65); e: Confida, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati (66); come pure: Il timore del Signore scaccia il peccato (67); e: Fate penitenza e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati e riceverete il dono dello Spirito santo (68); e: Andate dunque e istruite tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (69) Finalmente: Rivolgete al Signore i vostri cuori (70).
 
Capitolo VII.
Cosa è la giustificazione del peccatore e quali le sue cause.
 
A questa disposizione o preparazione segue la stessa giustificazione. Essa non è solo remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore, attraverso l’accettazione volontaria della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto diviene giusto, e da nemico amico, così da essere erede secondo la speranza della vita eterna (71).
Cause di questa giustificazione sono: causa finale, la gloria di Dio e del Cristo e la vita eterna; causa efficiente la misericordia di Dio, che gratuitamente lava (72) e santifica, segnando ed ungendo (73) con lo Spirito della promessa, quello santo che è pegno della nostra eredità (74); causa meritoria è il suo dilettissimo unigenito e signore nostro Gesù Cristo, il quale, pur essendo noi suoi nemici (75), per l’infinito amore con cui ci ha amato (76), ci ha meritato la giustificazione con la sua santissima passione sul legno della croce e ha soddisfatto per noi Dio Padre. Causa strumentale è il sacramento del battesimo, che è il sacramento della fede (77), senza la quale a nessuno, mai, viene concessa la giustificazione. Finalmente, unica causa formale è la giustizia di Dio, non certo quella per cui egli è giusto, ma quella per cui ci rende giusti; con essa, cioè per suo dono, veniamo rinnovati interiormente nello spirito (78), e non solo veniamo considerati giusti, ma siamo chiamati tali e lo siamo di fatto (79), ricevendo in noi ciascuno la propria giustizia, nella misura in cui lo Spirito santo la distribuisce ai singoli come vuole (80) e secondo la disposizione e la cooperazione propria di ciascuno.
Quantunque infatti nessuno possa esser giusto, se non colui al quale vengono comunicati i meriti della passione del signore nostro Gesù Cristo, ciò, tuttavia, in questa giustificazione del peccatore, si opera quando, per merito della stessa santissima passione, l’amore di Dio viene diffuso mediante lo Spirito santo nei cuori (81) di coloro che sono giustificati e inerisce loro. Per cui nella stessa giustificazione l’uomo, con la remissione dei peccati, riceve insieme tutti questi doni per mezzo di Gesù Cristo nel quale è innestato: la fede, la speranza e la carità. Infatti la fede, qualora non si aggiungano ad essa la speranza e la carità, non unisce perfettamente a Cristo né rende membra vive del suo corpo. Per questo motivo è assolutamente vero affermare che la fede senza le opere è morta ed inutile (82) e che in Cristo non valgono né la circoncisione, né la incirconcisione, ma la fede operante per mezzo della carità (83).
Questa fede, secondo la tradizione apostolica, chiedono i catecumeni alla chiesa prima del sacramento del battesimo quando chiedono la fede che dà la vita eterna, che la fede non può garantire senza la speranza e la carità. È per questo che essi ascoltano subito la parola di Cristo: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti (84). Perciò a chi riceve la vera giustizia cristiana, non appena rinato viene comandato di conservare candida e senza macchia la prima stola, donata loro da Gesù Cristo in luogo di quella che Adamo ha perso con la sua disobbedienza per sé e per noi. Essi dovranno portarla dinanzi al tribunale del signore nostro Gesù Cristo per avere la vita eterna (85).
 
Capitolo VIII.
Come si debba intendere che il peccatore è giustificato per la fede e gratuitamente.
 
Quando poi l’apostolo dice che l’uomo viene giustificato per la fede (86) e gratuitamente (87), queste parole si devono intendere secondo l’interpretazione accettata e manifestata dal concorde e permanente giudizio della chiesa cattolica e cioè che siamo giustificati mediante la fede, perché la fede è il principio dell’umana salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, senza la quale è impossibile piacere a Dio (88), giungere alla comunione (89) che con lui hanno i suoi figli. Si dice poi che noi siamo giustificati gratuitamente, perché nulla di ciò che precede la giustificazione – sia la fede che le opere – merita la grazia della giustificazione, se infatti è per grazia, non è per le opere; o altrimenti (come dice lo stesso apostolo (90)) la grazia non sarebbe più grazia.
 
Capitolo IX.
Contro la vana fiducia degli eretici.
 
Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà.
Ma neppure si può affermare che sia necessario che coloro che sono stati realmente giustificati, debbano credere assolutamente e senza alcuna esitazione, dentro di sé, di essere giustificati; e che nessuno venga assolto dai peccati e giustificato, se non chi crede fermamente di essere assolto e giustificato e che l’assoluzione e la giustificazione sia operata per questa sola fede, quasi che chi non credesse ciò, dubiti delle promesse di Dio e dell’efficacia della morte e della resurrezione del Cristo.
Infatti come nessun uomo pio deve dubitare della misericordia di Dio, del merito del Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, così ciascuno nel considerare se stesso, la propria debolezza e le sue cattive disposizioni, ha motivo di temere ed aver paura della sua grazia, non potendo alcuno sapere con certezza di fede, scevra di falso, se ha conseguito la grazia di Dio.
 
Capitolo X.
L’aumento della grazia ricevuta.
 
Gli uomini così giustificati e divenuti amici e familiari di Dio (91), progredendo di virtù in virtù (92), si rinnovano (come dice l’apostolo (93)) di giorno in giorno, mortificando, cioè, le membra del proprio corpo (94) e mostrandole come armi di giustizia per la santificazione (95), attraverso l’osservanza dei comandamenti di Dio e della chiesa: nella stessa giustizia ricevuta per la grazia di Cristo, con la cooperazione della fede alle buone opere, essi crescono e vengono resi sempre più giusti, come è scritto: Chi è giusto, continui a compiere atti di giustizia (96), ed ancora: Non aspettare fino alla morte a giustificarti (97), e di nuovo: Voi dunque vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede soltanto (98). Questo aumento della giustizia chiede la santa chiesa quando prega: Dacci, o Signore, un aumento di fede, di speranza e di carità (99).
 
Capitolo XI.
Dell’osservanza dei comandamenti e della sua necessità e possibilità.
 
Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica (100), esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi (101) e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi (102), il suo giogo è soave e il peso leggero (103).
Quelli infatti che sono figli di Dio, amano Cristo e quelli che lo amano (come dice lui stesso (104)) osservano le sue parole, cosa che con l’aiuto di Dio certamente possono fare. Quantunque infatti in questa vita mortale, per quanto santi e giusti, qualche volta essi cadono almeno in mancanze leggere e quotidiane, che si dicono anche veniali, non per questo cessano di essere giusti. Ed è propria dei giusti l’espressione, umile e verace: Rimetti a noi i nostri debiti (105).
Deriva da ciò, che gli stessi giusti debbano sentirsi tanto maggiormente obbligati a camminare per la via della giustizia, quanto più, liberi già dal peccato e fatti schiavi di Dio (106), vivendo con moderazione, giustizia e pietà (107), possono progredire per mezzo di Gesù Cristo, mediante il quale ebbero accesso a questa grazia (108). Dio infatti non abbandona con la sua grazia quelli che una volta ha giustificato, a meno che prima non sia abbandonato da essi (109).
Nessuno quindi deve cullarsi nella sola fede, credendo di essere stato costituito erede e di conseguire l’eredità per la sola fede, anche senza soffrire con Cristo per poi esser con lui glorificato (110). Cristo stesso, infatti, come dice l’apostolo, sebbene fosse Figlio, imparò, da ciò che sofferse, l’obbedienza; sicché reso perfetto, divenne principio di eterna salvezza per tutti quelli che gli obbediscono (111). Per questo lo stesso apostolo ammonisce quelli che sono stati giustificati, dicendo: Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Io dunque corro, ma non come chi è senza meta, faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato (112).
Ugualmente Pietro principe degli apostoli, dice: Adoperatevi sempre più per rendere sicura la vostra vocazione e la vostra elezione; poiché facendo questo voi mai peccherete (113).
Deriva da ciò, che sono in contrasto con la dottrina della vera religione quelli che dicono che il giusto pecca, almeno venialmente, in ogni opera buona (114); o (cosa ancora più insostenibile) che merita le pene eterne. E sono pure in contrasto quelli che sostengono che in tutte le opere buone i giusti peccano, se, eccitando in quelle la loro pigrizia ed esortando se stessi a correre nello stadio, insieme anzitutto con la gloria di Dio, essi guardano anche al premio eterno poiché sta scritto: Ho piegato il mio cuore ad osservare i tuoi precetti, per la ricompensa (115). E di Mosè l’apostolo (116) dice che tendeva alla ricompensa.
 
Capitolo XII.
Bisogna evitare la presunzione temeraria della predestinazione.
 
Nessuno, inoltre, fino che vivrà in questa condizione mortale, deve presumere talmente del mistero segreto della divina predestinazione, da ritenere per certo di essere senz’altro nel numero dei predestinati (117), quasi fosse vero che chi è stato giustificato o non possa davvero più peccare, o se anche peccasse, debba ripromettersi un sicuro ravvedimento. Infatti non si possono conoscere quelli che Dio si è scelti se non per una speciale rivelazione.
 
Capitolo XIII.
Del dono della perseveranza.
 
Similmente, per quanto riguarda il dono della perseveranza, di cui sta scritto: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (118) (dono che non si può avere se non da chi ha tanta potenza da mantenere in piedi colui che già vi è (119), perché perseveri, e da riporvi colui che cade), nessuno si riprometta qualche cosa con assoluta certezza, quantunque tutti debbano nutrire e riporre fiducia fermissima nell’aiuto di Dio. Dio infatti se essi non vengono meno alla sua grazia, come ha cominciato un’opera buona, così la perfezionerà (120), suscitando il volere e l’operare (121).
Tuttavia quelli che credono di esser in piedi, guardino di non cadere (122), e lavorino per la propria salvezza con timore e tremore (123), nelle fatiche, nelle veglie, nelle elemosine, nelle preghiere e nelle offerte, nei digiuni e nella castità (124). Proprio perché sanno di essere rinati alla speranza della gloria (125), e non ancora alla gloria, devono temere per la battaglia che ancora rimane contro la carne, contro il mondo, contro il diavolo, nella quale non possono riuscire vincitori, se non si atterranno con la grazia di Dio, alle parole dell’apostolo: Noi siamo debitori, ma non verso la carne, da dovere vivere secondo la carne. Se vivete secondo la carne, morrete; se invece per mezzo dello Spirito fate morire le azioni del corpo, vivrete (126).
 
Capitolo XIV.
Di quelli che cadono e della loro riparazione.
 
Quelli poi che col peccato sono venuti meno alla grazia della giustificazione, potranno nuovamente essere giustificati, se procureranno, sotto l’ispirazione di Dio, di recuperare la grazia perduta attraverso il sacramento della penitenza, per merito del Cristo. Questo modo di essere giustificato consiste nella riparazione di colui che è caduto; quella riparazione che i santi padri chiamarono, con espressione adatta, la seconda tavola dopo il naufragio della grazia perduta (127). Infatti, per quelli che cadono in peccato dopo il battesimo, Gesù Cristo ha istituito il sacramento della penitenza, quando disse: Ricevete lo Spirito santo. A chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti (128).
Bisogna quindi, insegnare che la penitenza del cristiano dopo la caduta è di natura molto diversa da quella del battesimo e che essa comporta non solo la cessazione dai peccati e la loro detestazione, cioè un cuore contrito ed umiliato (129), ma anche la confessione sacramentale dei medesimi, almeno nel desiderio e da farsi a suo tempo e l’assoluzione del sacerdote; e così pure la soddisfazione col digiuno, con le elemosine, con le orazioni e con le altre pie pratiche della vita spirituale, non certo per la pena eterna, che è rimessa con la colpa mediante il sacramento o il desiderio del sacramento, ma per la pena temporale, che (come insegna la sacra scrittura) non sempre viene totalmente rimessa, come nel battesimo, a quelli che, ingrati verso la grazia di Dio, che hanno ricevuto, contristarono lo Spirito santo (130), ed osarono violare (131) il tempio del Signore.
Di questa penitenza sta scritto: Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima (132). Ed inoltre: La tristezza che è secondo Dio, produce un pentimento salutare che non si rimpiange, perché conduce a salvezza (133). E di nuovo: Ravvedetevi (134); e: Fate degni frutti di penitenza (135).
 
Capitolo XV.
Con qualunque peccato mortale si perde la grazia, ma non la fede.
 
Contro le maligne insinuazioni di certi spiriti, i quali con parole dolci e seducenti ingannano i cuori dei semplici (136), bisogna affermare che non solo con l’infedeltà, per cui si perde la stessa fede, ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, sebbene non si perda la fede, si perde però la grazia della giustificazione. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi (137) e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo (138).
 
Capitolo XVI.
Del frutto della giustificazione, ossia del merito delle buone opere, e del modo ai questo merito.
 
Ora agli uomini giustificati in questo modo, sia che abbiano sempre conservato la grazia ricevuta, sia che, dopo averla perduta, l’abbiano recuperata si devono proporre le parole dell’apostolo: Abbondate in ogni opera buona, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è vano (139). Egli infatti non è ingiusto e non dimentica ciò che avete fatto, né l’amore che avete dimostrato per il suo nome (140). E: non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa (141).
Perciò a quelli che operano bene fino alla fine (142) e sperano in Dio deve proporsi la vita eterna, sia come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio per i meriti del Cristo Gesù, sia come ricompensa da darsi fedelmente, per la promessa di Dio stesso, alle loro opere buone e ai loro meriti. Questa è infatti quella corona di giustizia che, dopo la sua lotta e la sua corsa, l’apostolo diceva essere stata messa da parte per lui e che gli sarebbe stata data dal giusto giudice, e non a lui solo, ma anche a tutti quelli che amano la sua venuta (143).
Poiché infatti lo stesso Gesù Cristo, come il capo nelle membra e la vite nei tralci (144), trasfonde continuamente la sua virtù in quelli che sono giustificati, virtù che sempre precede, accompagna e segue le loro opere buone, e senza la quale non potrebbero in alcun modo piacere a Dio ed esser meritorie, si deve credere che niente altro manchi agli stessi giustificati, perché si dica che essi, con le opere che hanno compiuto in Dio (145), hanno pienamente soddisfatto alla legge divina, per quanto possibile in questa vita, e che hanno veramente meritato di ottenere a suo tempo la vita eterna (se tuttavia moriranno in grazia (146)). Dice, infatti, il Cristo, nostro Salvatore: Chi berrà l’acqua che gli darò io, non avrà più sete in eterno; ma l’acqua che gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (147).
In tal modo né si esalta la nostra giustizia come se provenisse proprio da noi (148), né si pone in ombra o si rifiuta la giustizia di Dio (149). Infatti quella giustizia che si dice nostra, perché inerente a noi ci giustifica, è quella stessa di Dio, perché ci viene infusa da Dio per i meriti del Cristo.
Né si deve trascurare che, quantunque nelle sacre Scritture si dia tanta importanza alle opere buone, che perfino a chi ha dato a uno dei suoi piccoli un bicchiere d’acqua fresca Cristo promette che non resterà senza ricompensa (150), e l’apostolo testimoni: la nostra presente tribolazione momentanea e leggera ci procura un incommensurabile e eterno cumulo di gloria (151), mai un cristiano deve confidare o gloriarsi di se stesso e non nel Signore (152), il quale è talmente buono verso tutti gli uomini, da volere che diventino loro meriti, quelli che sono suoi doni (153).
E poiché tutti pecchiamo in molte maniere (154), ciascuno deve avere dinanzi agli occhi con la misericordia e la bontà anche la severità e il giudizio, né alcuno deve giudicare se stesso, anche se non fosse consapevole di nessuna colpa (155) poiché tutta la vita degli uomini deve essere esaminata e giudicata non secondo il giudizio umano, ma secondo quello di Dio, il quale illuminerà i segreti Più occulti, e renderà manifesti i consigli dei cuori; e allora ciascuno avrà da Dio la sua lode (156); che, come sta scritto, renderà a ciascuno secondo le sue opere (157).
Dopo questa dottrina cattolica della giustificazione, – e nessuno potrà essere giustificato se non l’accetterà fedelmente e fermamente (158) -, è sembrato opportuno al santo sinodo aggiungere i seguenti canoni, perché ognuno sappia non solo quello che deve credere e seguire, ma anche quello che dovrà evitare e fuggire.

 

CANONI SULLA GIUSTIFICAZIONE

 
1. Se qualcuno afferma che l’uomo può essere giustificato davanti a Dio dalle sue opere, compiute con le sole forze umane, o con il solo insegnamento della legge, senza la grazia divina meritata da Gesù Cristo: sia anatema.
 
2. Se qualcuno afferma che la grazia divina meritata da Gesù Cristo viene data solo perché l’uomo possa più facilmente vivere giustamente e meritare la vita eterna, come se col libero arbitrio, senza la grazia egli possa realizzare l’una e l’altra cosa, benché faticosamente e con difficoltà: sia anatema.
 
3. Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anatema.
 
4. Se qualcuno dice che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente: sia anatema.
 
5. Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia anatema.
 
6. Se qualcuno afferma che non è in potere dell’uomo rendere cattive le sue vie, ma che è Dio che opera il male come il bene, non solo permettendoli, ma anche volendoli in sé e per sé, di modo che possano considerarsi opera sua propria il tradimento di Giuda non meno che la chiamata di Paolo: sia anatema.
 
7. Se qualcuno dice che tutte le opere fatte prima della giustificazione, in qualunque modo siano compiute, sono veramente peccati che meritano l’odio di Dio, e che quanto più uno si sforza di disporsi alla grazia tanto più gravemente pecca: sia anatema.
 
8. Se qualcuno afferma che il timore dell’inferno, per il quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal male, è peccato e rende peggiori i peccatori: sia anatema.
 
9. Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, così da intendere che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà: sia anatema.
 
10. Se qualcuno dice che gli uomini sono giustificati senza la giustizia del Cristo mediante la quale egli ha meritato per noi, o che essi sono formalmente giusti proprio per essa: sia anatema.
 
11. Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia del Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito santo (159) e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio: sia anatema.
 
12. Se qualcuno afferma che la fede giustificante non è altro che la fiducia nella divina misericordia, che rimette i peccati a motivo del Cristo, o che questa fiducia sola giustifica: sia anatema.
 
13. Chi afferma che per conseguire la remissione dei peccati è necessario che ogni uomo creda con certezza e senza alcuna esitazione della propria infermità e indisposizione, che i peccati gli sono rimessi: sia anatema.
 
14. Se qualcuno afferma che l’uomo è assolto dai peccati e giustificato per il fatto che egli crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che nessuno è realmente giustificato, se non colui che crede di essere giustificato, e che l’assoluzione e la giustificazione venga operata per questa sola fede: sia anatema.
 
15. Se qualcuno afferma che l’uomo rinato e giustificato è tenuto per fede a credere di essere certamente nel numero dei predestinati: sia anatema.
 
16. Se qualcuno dice, con infallibile e assoluta certezza, che egli avrà certamente il grande dono della perseveranza finale (l60) (a meno che non sia venuto a conoscere ciò per una rivelazione speciale): sia anatema.
 
17. Se qualcuno afferma che la grazia della giustificazione viene concessa solo ai predestinati alla vita, e che tutti gli altri sono bensì chiamati, ma non ricevono la Grazia, in quanto predestinati al male per divino volere: sia anatema.
 
18. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili ad osservarsi, sia anatema.
 
19. Chi afferma che nel Vangelo non si comanda altro, fuorché la fede, che le altre cose sono indifferenti, né comandate, né proibite, ma libere; o che i dieci comandamenti non hanno nulla a che vedere coi cristiani: sia anatema.
 
20. Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anatema.
 
21. Se qualcuno afferma che Gesù Cristo è stato dato agli uomini da Dio come redentore, in cui confidare e non anche come legislatore, cui obbedire: sia anatema.
 
22. Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato può perseverare nella giustizia ricevuta senza uno speciale aiuto di Dio, o non lo può nemmeno con esso: sia anatema.
 
23. Se qualcuno afferma che l’uomo, una volta giustificato, non può più peccare, né perdere la grazia, e che quindi chi cade e pecca, in realtà non mai è stato giustificato; o, al contrario, che si può per tutta la vita evitare ogni peccato, anche veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la chiesa ritiene della beata Vergine: sia anatema.
 
24. Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento: sia anatema.
 
25. Se qualcuno afferma che in ogni opera buona il giusto pecca almeno venialmente, o (cosa ancor più intollerabile) mortalmente, e quindi merita le pene eterne, e che non viene condannato solo perché Dio non gli imputa a dannazione quelle opere: sia anatema.
 
26. Se qualcuno afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio – per la sua misericordia e per tutti i meriti di Gesù Cristo – l’eterna ricompensa in premio delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio (161), qualora, agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia anatema.
 
27. Se qualcuno afferma che non vi è peccato mortale, se non quello della mancanza di fede, o che la grazia, una volta ricevuta, non può esser perduta con nessun altro peccato, per quanto grave ed enorme, salvo quello della mancanza di fede: sia anatema.
 
28. Se qualcuno afferma che, perduta la grazia col peccato, si perde sempre insieme anche la fede, o che la fede che rimane non è vera fede, in quanto non è viva (162), o che colui che ha la fede senza la carità, non è cristiano: sia anatema.
 
29. Se qualcuno afferma che chi dopo il battesimo è caduto nel peccato non può risorgere con la grazia di Dio; o che può recuperare la grazia perduta, ma per la sola fede, senza il sacramento della penitenza, come la santa chiesa romana e universale, istruita da Cristo signore e dai suoi apostoli, ha finora creduto, osservato e insegnato: sia anatema.
 
30. Se qualcuno afferma che, dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anatema.
 
31. Se qualcuno afferma che colui che è giustificato pecca, quando opera bene in vista della eterna ricompensa: sia anatema.
 
32. Se qualcuno afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, così da non essere anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l’aumento della gloria: sia anatema.
 
33. Se qualcuno afferma che con questa dottrina cattolica della giustificazione, espressa dal santo sinodo col presente decreto, si riduce in qualche modo la gloria di Dio o i meriti di Gesù Cristo nostro signore, e non piuttosto si manifesta la verità della nostra fede e infine la gloria di Dio e di Gesù Cristo: sia anatema.
 
 
18. Eb 11, 6.  19. Ef 4, 14.  20. Cfr. Ap 12, 9; 20, 2.  21. Eb 2, 14.  22. Rm 5, 12.  23. Cfr. Rm 5, 9-10.  24. 1 Cor 1, 30.  25. At 4, 12.  26. Gv 1, 29.  27. Gal 3, 27.  28. Rm 5, 12.  29. Gv 3, 5.  30. Cfr. AGOSTINO, Contra duas epistolas Pelagianorum I, 13 (26) (CSEL 60, 445).  31. Cfr. Rm 8, 1.  32. Cfr. Rm 6, 4.  33. Rm 8, 1 (solo nella vulgata).  34. Cfr. Col 3, 9-10; Ef 4, 24.  35. Rm 8, 17.  36. II Tm 2, 5.  37. Cfr. Rm 7, 14, I7, 20.  38. Cc. 1 e 2, III, 12, in Exstrav. comm. (Fr 2, 770); C. 12. D. XXXVII (Fr 1, 139). 
 
45. Cfr. Ml 3, 20 (4, 2, della Vulgata).  46. Cfr. Eb 12, 2.  47. Cfr. Is, 64, 6.  48. Ef 2, 3.  49. Cfr. Rm 6, 20.  50. II Cor 1, 3.  51. Cfr. Gal 4, 4.  52. Gal 4, 5.  53. Rm 9, 30.  54. Cfr. Gal 4, 5.  55. Rm 3, 25.  56. I Gv 2, 2.  57. II Cor 5, 15.  58. Col 1, 12-14  59. Cfr. Rm 8, 23.  60. Gv 3, 5.  61. Zc 1, 3.  62. Lm 5, 21.  63. Cfr. Rm 10, 17.  64. Rm 3, 24.  65. Eb 11, 6.  66. Mt 9, 2.  67. Ecli (Sir) 1, 27 (Vulgata), trad. it. 1, 21.  68. At 2, 38.  69. Mt 28, 19-20.  70. I Re 7, 3.  71. Tt 3, 7.  72. Cfr. I Cor 6, 11.  73. Cfr. II Cor 1, 21-22.  74. Ef 1, 13-14.  75. Cfr. Rm 5, 10.  76. Ef 2, 4.  77. Cfr. AGOSTINO, Ep. 98 ad Bonifatium, 9 (CSEL 34/2, 530 segg.).  78. Cfr. Ef 4, 23.  79. Cfr. I Gv 3, 1.  80. Cfr. I Cor 12, 11.  81. Cfr. Rm 5, 5. 
 

82. Cfr. Gc 2, 17, 20.  83. Gal 5, 6.  84. Mt 19,17.  85. Cfr. Lc 15. 22; AGOSTINO, De genesi ad litt., VI. 27 (CSEL 28/1, 199); cfr. Rituale Romano per l’amministrazione del battesimo.  86. Cfr. Rm 3, 28 e altri.  87. Cfr. Rm 3, 24.  88. Eb 11, 6.  89. II Pt 1, 4.  90. Rm 11, 6.  91. Cfr. Ef 2, 19.  92. Sal 83, 8.  93. Cfr. II Cor 4, 16.  94. Cfr. Col 3, 5.  95. Cfr. Rm 6, 13 e 19.  96. Ap 22, 11.  97. Ecli (Sir) 18, 22.  98. Gc 2, 24.  99. Nella preghiera della XIII domenica tra l’anno.  100. Cfr. tra gli altri il Conc. Arausicano II (529) dopo il c. 25 (Msi 8, 717).  101. Cfr. AGOSTINO, De natura et gratia, 43 (50) (CSEL 60, 270).  l02. Cfr. I Gv 5, 3.  103. Cfr. Mt 11, 30.  104. Cfr. Gv 14, 23.  105. Mt 6, I2.  106. Rm 6, 22.  107. Tt 2, 12.  108. Cfr. Rm 5, 2.  109. Cfr. AGOSTINO, De natura et gratia, 26 (29) (CSEL 60, 254) e anche altre volte in altre opere di Agostino.  110. Cfr. Rm 8, 17.  111. Eb 5, 8 e 9.  112. I Cor 9, 24, 26-27.  113. II Pt 1, 10.  114. Cfr. Bolla Exurge Domine, art. 31 segg. (Dn 77I segg.).  115. Sal 118, 112.  116. Cfr. Eb 11, 26.  117. Cfr. AGOSTINO, De corrept. et gr., 15 (46) (PL 44, 944).  118. Mt 10, 22; 24, 13.  119. Cfr. Rm 14, 4.  120. Cfr. Fil 1, 6.  121. Cfr. Fil 2, 13.  122. Cfr. I Cor 10, 12.  123. Cfr. Fil 2, 12.  124. Cfr. II Cor 6, 5-6. 

 

125. Cfr. I Pt 1, 3.  126. Rm 8, 12-13.  127. GEROLAMO. Ep 84, 6 e Ep 130, 9 (CSEL, 55, 128; 56, 189); TERTULLIANO, De Poenitentia, c. 7 segg. (PL 1, 1241 segg.).  128. Gv 20, 22-23; cfr. Mt 16, 19.  129. Sal 50, 19.  130. Cfr. Ef 4, 30.  131. Cfr. I Cor 3, 17.  132. Ap 2, 5.  133. II Cor 7, 10.  134. Mt 3, 2; 4, 17.  135. Lc 3, 8; Mt 3, 8.  136. Rm 16, 18.  137. Cfr. II Cor 12, 9; Fil 4, 13.  138. Cfr. I Cor 6. 9-10; I Tm 1, 9-10.  139. I Cor 15, 58.  140. Eb 6, 10.  141. Eb 10, 35.  142. Mt 10, 22.  143. Cfr. II Tm 4, 7-8.  144. Cfr. Gv 15, 1 segg.  145. Cfr. Gv 3, 21.  146 Cfr. Ap 14, 13.  147. Gv 4, 13-14.  148. Cfr. II Cor 3, 5.  149. Cfr. Rm 10, 3.  150. Cfr. Mt 10, 42; Mc 9, 40.  151. II Cor 4, 17.  152. Cfr. I Cor 1, 31, II Cor 10, 17 (gr. 9, 23-24).  153. Cfr. CELESTINO I. Ep. ad episcopos Galliae, c. 12 (PL 50, 536).  154. Gv 3, 2.  155. Cfr. I Cor 4, 3-4.  156. I Cor 4, 5.  157. Mt 16, 27; Rm 2, 6; Ap 22, 12.  158. Cfr. l’inizio del simbolo Atanasiano.  159. Cfr. Rm 5, 5.  160. Cfr. Mt 10, 22; 24, 13.  161. Cfr. Gv 3, 21.  162. Cfr. Gc 2, 26. 

 
(Dal CONCILIO DI TRENTO)
 
 

“Pare che oggi sia scomparsa dalla Chiesa la condanna del peccato” “La condanna seria del peccato apre l’anima alla possibilità del dolore che salva; la misericordia dona la grazia del perdono, a chi la domanda”

 

Propongo un articolo molto interessante:

Dall’ Editoriale di “Radicati nella fede” n° 1 Gennaio 2013

LA FALSA ALTERNATIVA DELLA MEDICINA DELLA MISERICORDIA:

“Pare che oggi sia scomparsa dalla Chiesa la condanna del peccato.

Non diciamo che non si dichiari più che questo o quello sia peccato; diciamo solo che lo si fa così timidamente e dolcemente da sembrare, anche per la Chiesa, una questione non grave. Sì, generalmente oggi si fa così. Se si dice ancora che un’azione è peccato, parte subito tutta un’opera di addolcimento dell’accusa, per non spaventare il peccatore, per accoglierlo comunque, dicendo subito che la misericordia vince. Ma la misericordia di Dio la si comprende bene solo se si coglie tutta la gravità del peccato. Oggi ormai ha vinto questa linea nella Chiesa, disastrosa dal punto di vista della cura delle anime, disastrosa per la pastorale, come si suol dire oggi.

Non è solo il mondo ad aver fatto il disastro morale di oggi, troppo comodo incolpare solo quelli di fuori! Siamo noi che non abbiamo più parlato con chiarezza della gravità del peccato, del peccato mortale, del pericolo dell’anima che muore in stato di impenitenza finale. Siamo noi che abbiamo “scherzato”, parlando di peccato e di misericordia (quasi fosse questa una concessione preventiva al tradimento di Dio), non aiutando le anime nel ravvedimento e nel vivere secondo Dio. Vivere nel peccato vuol dire perdere la vita. Non abbiamo più detto che il peccato dispiace a Dio, che rovina l’esistenza quaggiù e chiude il Paradiso. Non abbiamo più parlato di dolore del peccato, di contrizione, e poi ci stupiamo che non ci si confessi più!

Il nuovo corso è iniziato quando si è cominciato a dire che la Chiesa (“moderna”) preferisce la medicina della misericordia a quella della condanna. Si è addirittura fatto un Concilio per dire che non si voleva condannare più l’errore. Si è d’autorità deciso, per esempio, di tacere sul male “religioso” del ‘900, il comunismo ateo con tutti i suoi errori ed orrori.

Invece la Chiesa, nel passato, non distinse mai la misericordia dalla condanna del peccato! Sono entrambe azioni necessarie nell’opera di Dio, nell’opera di salvezza delle anime: la condanna seria del peccato apre l’anima alla possibilità del dolore che salva; la misericordia dona la grazia del perdono, a chi la domanda.

 Terminiamo con una pagina di J. H. Newman, dell’Apologia pro vita sua, dove, parlando dell’Infallibilità della Chiesa, la introduce così:

Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell’umanità. L’uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l’intervento divino; e la denuncia della ribellione dev’essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio. La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla. […]

La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo.”

Ecco come il beato Newman, erroneamente considerato come precursore del Vaticano II, fa eco alla grande Tradizione della Chiesa, che anche sugli aspetti morali è di semplice ed estrema chiarezza. Altro che le elucubrazioni pastorali di oggi che hanno prodotto parrocchie dove la maggioranza dei fedeli vive strutturalmente in peccato mortale.

 Ascoltiamo Newman, ascoltiamo la Chiesa: la Misericordia inizia con la denuncia del peccato, dicendone tutta la sua gravità.”

http://radicatinellafede.blogspot.it/2012/12/la-falsa-alternativa-della-medicina.html

“Papa Benedetto XVI non fugge davanti ai lupi, non rinuncia alla croce, non getta la spugna, ma entra in un modo nuovo di vivere il ministero petrino: nella preghiera e nella sofferenza”

 

Inutile dirlo: è stato spiazzante! l’annuncio dato oggi, 11 febbraio 2013, davanti ai “signori cardinali” della rinuncia del nostro Santo Padre Benedetto XVI al ministero petrino, a norma del canone 332 §2 del CIC, è stato un evento storico e dalle conseguenze straordinarie…

Più che Celestino V, a me viene in mente Giovanni XXIII ai primi vespri di san Paolo il 25 gennaio 1959 che come un fulmine a ciel sereno annunciò candidamente l’indizione di un Concilio Ecumenico.

A me pare di cogliere tanti elementi significativi che ci permettono di comprendere l’evento che è accaduto e che mi spingono a guardare a questo atto del Romano Pontefice come uno dei più alti del suo pontificato, pari, forse, soltanto alla forza profetica del Summorum Pontificum.

La scintilla mi si è accesa leggendo la strumentalizzazione delle parole del cardinale Dziwisz… il Papa avrebbe fatto un “gran rifiuto”? il Papa starebbe fuggendo di fronte ai lupi, di cui parlò nella sua splendida omelia all’inizio del suo ministero? il Papa starebbe rinunciando alla Croce? getta la spugna? è scoraggiato e deluso?

Ho riletto allora il testo della rinuncia di papa Benedetto XVI e mi è parso chiaro che cosa ha in mente il Papa: un esercizio potremmo dire più alto del suo ministero a vantaggio della Chiesa. ha detto: Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando e cioè: “so bene che questo ministero, per la sua natura spirituale, dev’essere esercitato non solo agendo e parlando, ma non di meno anche soffrendo e pregando”.

E la preghiera me l’ha confermato: c’è un modo di vivere il ministero petrino che è quello dell’esercizio del munus con atti e parole. Per questo però occorre forza nel corpo e nello spirito. Ma c’è un altro modo di viverlo: quello della preghiera e della sofferenza. E di fronte alle grandi sfide della Chiesa, dell’evangelizzazione… oso pensare anche davanti alle grandi fratture che si percepiscono Benedetto scopre, nel proprio intimo, che non è più il tempo della forza di annuncio, della grandezza dei gesti – di cui i suoi quasi otto anni sono stati pienissimi! -; il Papa, ora scopre che si tratta di alzare il tiro… occorre salire al piano superiore dove il servizio alla Chiesa è l’offerta della propria vita a Dio nella sofferenza e nella preghiera…

Così Benedetto non fugge davanti ai lupi, non rinuncia alla croce, non getta la spugna, ma entra in un modo nuovo di vivere il ministero petrino… un modo che egli sceglie in modo pieno e consapevole, un modo che ricalcando i passi di chi nella Chiesa fa della propria vita un’offerta continua a Dio, come i monaci e le monache, indica anche una strada…

Davanti alle grandi questioni della fede, in questo momento della storia dove sembrano esserci più luci che ombre, in questa ora in cui la Chiesa è chiamata ad una fedeltà eroica al deposito della fede e, insieme, ad un rinnovato annuncio dell’evangelo, non possiamo che accogliere l’estremo invito di un Papa che sarà ricordato come un vero Padre della Chiesa: “offri la tua vita nella preghiera e nella sofferenza”!

Ritengo che in questo atto del Papa sia rinchiusa una vera chiamata dello Spirito ad una lotta spirituale che richiederà alla Chiesa non solo il vigore fisico e interiore delle parole e delle azioni,  ma anche il coinvolgimento personale in un opera di conversione, di lode e di intercessione che è il proprio della vita monastica… il nuovo Papa potrà contare sulla presenza nascosta di un Papa “emerito” che resta a pregare e a offrire la propria esistenza per il bene della Chiesa… l’azione della Chiesa ha bisogno – oggi come non è mai accaduto nella storia della sua esistenza storica – di uomini e donne che la sostengono con la propria preghiera, la propria sofferenza, la propria vita offerta nel nascondimento e nell’umiltà.

Benedetto XVI apre la via… noi proveremo a seguirlo?

FONTE: http://www.bonifacius.it/2013/02/11/il-papa-rinuncia-e-alza-il-tiro/

Per la maggior gloria di Dio

“Una cristianità non si nutre di marmellata più di quanto se ne nutra un uomo. Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire.”

( George Bernanos, Il diario di un curato di campagna )

 

Sermone dell’agnostico

da “I grandi cimiteri sotto la luna”

di George Bernanos

 

Quanti predicatori chiacchieroni, quantiripetitori del niente!

Immaginiamo che, per assurdo, nel giorno della festa di santa Teresa di Lisieux, uno di questi insopportabili chiacchieroni, al suo posto faccia salire sul pulpito un non credente, di media intelligenza.

 

Devoti e devote, io non condivido la vostra fede, ma la storia della Chiesa, della…

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Sant’Agostino: “Se crediamo vediamo, se amiamo vediamo. Cosa vediamo? Dio. Dove è Dio? Interroga Giovanni. Dio è carità”

Se crediamo vediamo, se amiamo vediamo. Cosa vediamo? Dio. Dove è Dio? Interroga Giovanni. Dio è carità. Benediciamo il suo santo nome, e godiamo in Dio, se godiamo nella carità. Quando uno ha la carità, perché inviarlo lontano per fargli vedere Dio? Penetri nella sua coscienza e lì vedrà Dio. Se lì non alberga la carità, non vi abita nemmeno Dio; se invece vi alberga la carità, Dio certamente vi abita.

SANT’AGOSTINO, SUL SALMO 149

Quando, infatti, accostandoti alla preghiera, sei pervenuto al di sopra di ogni altra gioia, allora hai veramente trovato la preghiera. (Evagrio Pontico)

LA COMPUNZIONE DEL CUORE: “Non c’è vera libertà né sana letizia, se non nel timore di Dio, congiunto alla retta coscienza. Felice chi può rimuovere da sé ogni inciampo che lo distragga, e può raccogliersi nell’intimità della santa compunzione!”

 

LA COMPUNZIONE DEL CUORE

 

Se vuoi fare qualche progresso nel bene, conservati nel timore di Dio e non voler essere troppo libero; tieni, anzi, a freno tutti i tuoi sensi sotto la disciplina e non abbandonarti alla stolta allegria. Datti alla compunzione del cuore e troverai una vera devozione. La compunzione apre la via a molti beni, che la dissipazione solitamente ci fa perdere in breve. Sarebbe strano che potesse in questa vita abbandonarsi pienamente alla gioia, l’uomo che riflettesse e considerasse la sua condizione d’esule ed i tanti pericoli che incombono sulla sua anima. A causa della leggerezza spirituale e della noncuranza dei nostri difetti, noi non avvertiamo i mali della nostra anima, ma spesso ridiamo scioccamente, mentre a ragione dovremmo piangere. Non c’è vera libertà né sana letizia, se non nel timore di Dio, congiunto alla retta coscienza. Felice chi può rimuovere da sé ogni inciampo che lo distragga, e può raccogliersi nell’intimità della santa compunzione! Felice chi rinunzia a tutto ciò che può macchiare la sua coscienza od appesantirla! Combatti da valoroso: un’abitudine si vince con un’abitudine contraria. Se tu riesci a stare lontano dagli uomini, essi lasceranno volentieri te ai fatti tuoi. Non addossarti le brighe degli altri e non intrometterti nelle faccende dei Superiori. Tieni sempre gli occhi aperti principalmente su di te e correggi particolarmente te stesso, prima di tutte le persone che ti sono care. Se non godi del favore degli uomini, non volerti per questo affliggere, ma la tua pena sia quella di non vivere così bene con tanta cautela, come converrebbe ad un servo di Dio e ad un buon Religioso. Spesso è più utile e più sicuro che l’uomo non abbia molte consolazioni in questa vita, specialmente quelle che lusingano i sensi. Tuttavia, che siamo privi delle consolazioni divine o che ne proviamo piuttosto raramente, la colpa è nostra, perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non rigettiamo del tutto le consolazioni vane del mondo. Riconosciti indegno dei divini conforti e meritevole, invece, di molte tribolazioni. Quando l’uomo è pervaso da una perfetta compunzione, allora il mondo intero gli è gravoso ed amaro. L’uomo virtuoso trova sempre motivi sufficienti per dolersi e per piangere. lnfatti, sia che consideri se stesso, sia che pensi al prossimo, egli sa che nessuno quaggiù vive senza tribolazione. E quanto più rigorosamente si esamina, tanto più profonda è la sua amarezza. Costituiscono materia di giusto dolore e d’interna compunzione i nostri peccati ed i nostri vizi, nei quali siamo tanto avviluppati da poter solo di rado elevarci alla contemplazione delle cose celesti. Se tu pensassi più spesso alla morte che non alla possibilità d’una vita lunga, non c’è dubbio che t’emenderesti con maggiore zelo. Se, inoltre, tu meditassi nel profondo del cuore le pene future dell’Inferno o del Purgatorio, credo che sopporteresti volentieri dolori ed angustie, e non ti spaventerebbe alcuna austerità. Ma, poiché queste verità non ci penetrano fino al fondo del cuore, ed anzi continuiamo ad amare gli allettamenti del mondo, noi restiamo freddi e tanto pigri. Spesso questa miseria spirituale è la causa per la quale il nostro misero corpo tanto facilmente si lagna. Prega, quindi, in umiltà il Signore che ti conceda lo spirito di compunzione, e digli con il Profeta: “Tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza” (Sal 79,6).

(Dal Capitolo ventunesimo dell’ IMITAZIONE DI CRISTO)

 

Non veniamo esauditi per l’abbondanza di parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione delle lacrime” (San Benedetto, Regola)

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