IL PURGATORIO Dalle visioni dei Santi ” Saranno puniti anche i falli leg­geri, anche le mancanze che crediamo trascurabili e nelle quali cadiamo tanto spesso e tanto volentieri, il­ludendoci di non doverne pagare poi pena alcuna nell’altra vita.”

LE PENE DEL PURGATORIO E IL LORO RIGORE

Pena del danno e pena del senso

Dopo, la divina sentenza, supposto che l’anima sia condannata al Purgatorio, il desiderio di purificazione invade l’anima stessa, che nella pena che le è riservata vede la via che la condurrà più presto in Paradiso. S. Caterina da Genova, nel suo meraviglioso Trattato del Purgatorio, dice che l’anima corre a precipitarsi in Purgatorio, tanto è grande l’orrore che concepisce dei suoi falli dinanzi alla purezza e alla santità di Dio e tanto è impaziente di purificarsi dalle sue sozzure. Ecco le parole della Santa: «Siccome lo spirito mondo e purificato non trova luogo, eccetto Dio, per suo riposo, essendo stato creato a questo fine; così l’anima in peccato, altro luogo non trova adatto, salvo l’Inferno, avendole ordinato Iddio quel luogo per fine suo: perciò in quell’istante in cui lo spirito e separato dal corpo, l’anima corre verso l’ordinato suo luogo, senz’altra guida che la natura del peccato, quando l’anima parte dal corpo in peccato mortale. E se l’anima non trovasse in quel punto quell’ordinazione (procedente dalla giustizia di Dio) rimarrebbe in un maggiore inferno; perciò non tro­vando luogo conveniente, nè di meno male per lei, per l’ordinazione di Dio vi si getta dentro, come nel suo proprio luogo.

« Così a proposito del Purgatorio, l’anima separata dal corpo, non trovandosi in quella purezza nella qua­le fu creata, e vedendo in sè l’impedimento che non le può essere levato se non per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro, e volentieri e se non trovas­se questa ordinazione, atta a levarle quell’impaccio, in quell’istante in lei si genererebbe un vero inferno, vedendo di non potere accostarsi (per l’impedimento) al suo fine, che è Dio, il quale le è tanto a cuore, che in comparazione al Purgatorio è da stimarsi nulla, benchè, come si è detto, sia simile all’Inferno (cap- 7)».

Le rivelazioni dei Santi confermano quanto dice S. Caterina da Genova. Leggiamo in S. Geltrude come una religiosa del suo monastero, nota per le sue austere virtù, essendo morta ancor giovane con senti­menti di edificante pietà, si manifestasse alla Santa, mentre questa stava pregando per lei. La defunta fu vista innanzi al trono dell’Altissimo circondata da una brillante aureola e ricoperta di ricche vesti tuttavia sembrava triste in volto e pensierosa, e teneva gli oc­chi bassi quasi si vergognasse di comparire innanzi a Dio. Sorpresa Geltrude, domandò al divino Sposo delle vergini la causa di quella tristezza e di quel ti­more, e lo pregò di invitare quella sua sposa presso a lui. Allora Gesù, fatto cerino a quella buona religiosa di avvicinarsi, le sorrideva con amore; ma ella sempre più turbata ed esitante, dopo aver fatto un grande inchino alla Maestà di Dio, si allontanò. San­ta Geltrude, più che mai stupita, rivolgendosi diretta­mente a quell”anima, le disse: – Figlia mia, perché egiti e ti allontani, mentre il Salvatore t’invita? Hai sempre desiderato questa suprema felicità durante la vita terrena, ed ora che sei chiamata a goderne, te ne rimani così fredda e impassibile? Non vedi forse che il buon Gesù ti aspetta? – Ma quell’anima rispose – Ah! madre mia, io non sono ancora degna di com­parire innanzi all’Agnello immacolato, poiché mi re­stano ancora alcune macchie da purificare. Per potersi avvicinare al Sole di Giustizia bisogna essere più puri della luce stessa ed io non ho ancora questa perfetta purezza che egli brama di contemplare nei suoi Santi. Anche se le porte del cielo fossero spalancate dinanzi a me e da me sola dipendesse il varcarle, non oserei giammai di farlo prima di essere intieramente purifi­cata dalle più piccole colpe; mi sembrerebbe che il coro delle Vergini, che seguono di continuo l’Agnello divino, mi dovesse scacciare lontano da lui per non esserne degna. – Ma come può esser ciò che mi dici, rispose la Santa, se io ti vedo, o mia figlia, circon­data di luce e di gloria? – Quanto voi vedete, rispose quella, non è che la frangia delle vesti sublimi del­l’immortalità. Ben altra cosa è il vedere Iddio, il vi­vere in lui e possederlo per sempre! Per conseguire però questa grazia è necessario che l’anima non abbia in sè la più piccola macchia. di colpa.­

Così, dopo il giudizio, si inizia la purificazione, hanno inizio le pene. E quali pene! Vicino alla bara di un nostro caro, che le sofferenze hanno consumato, ci confortiamo ordinariamente dicendo: – Almeno ha finito di patire!… – Oh! finissero veramente, col fi­nire della vita presente, le nostre pene! Il corpo cessa di soffrire, ma le sofferenze dell’anima possono conti­nuare, possono accrescersi, e continuano e crescono generalmente.

Infatti secondo quello che insegnano i Dottori, i patimenti del Purgatorio non solo son riservati a quasi tutte le creature umane, ma per la loro intensità nep­pure sono da paragonarsi ai patimenti della vita pre­sente. Secondo S. Tommaso, il quale del resto non fa che riferire l’unanime insegnamento dei Padri, le pene del Purgatorio in nulla differiscono dalle pene dell’In­ferno, eccetto che nella durata. Altrettanto asseriscono i mistici. Ecco quel che leggiamo in S. Caterina da Genova

«Le anime purganti provano un tal tormento, che lingua umana non può riferire, nè alcuna intelligenza darne la più piccola nozione, a meno che Iddio non lo facesse conoscere per grazia speciale (Tratt. del Purg., cap. 2).

V’è nel Purgatorio, come nell’Inferno, doppia pe­na, quella del danno, che consiste nella privazione di Dio, e quella del senso. La pena del danno è senza paragone più grande, ed è tanto più intensa in quan­tochè quelle anime vivendo nell’amicizia di Dio; sen­tono più forte il bisogno di unirsi a lui » (Id.).

La Chiesa non si è mai pronunziata sulla natura della pena del senso. Nel Concilio di Firenze fu lungamente dibattuta anche questa questione fra i Greci e i Latini, ma per non porre ostacolo alla desiderata unione delle due Chiese, nulla venne deciso. Però sic­come tutti i teologi insegnano che questa pena è quella del fuoco, come pei dannati, sarebbe temerità allontanarsi da tale opinione. Secondo S. Gregorio Magno, S. Agostino e S. Tommaso, questo fuoco è sostan­zialmente uguale a quello dell’Inferno: la differenza consiste solo nella durata.

Agli insegnamenti dei Padri e dei Teologi, fanno eco gli insegnamenti dei Mistici e le rivelazioni dei Santi. Nella storia del Padre Stanislao Choscoa, do­menicano, leggiamo il fatto seguente (Brovius, Hist.Hist, de, Pologne, année 1590).

Un giorno, mentre questo santo religioso pregava per i defunti, vide un’anima tutta divorata dalle fiamme, alla quale avendo egli domandato se quel fuoco fosse più penetrante di quello della terra: – Ahimè!, rispose gridando la misera, tutto il fuoco della terra paragonato a quello del Purgatorio è come un soffio d’aria freschissima. -. E come ciò è possibile? sog­giunse il religioso. Bramerei farne la prova a condi­zione che ciò giovasse a farmi scontare una parte delle pene che dovrò un giorno soffrire in Purgatorio. – Nessun mortale, replicò allora quell’anima, potrebbe sopportare la minima parte di quel fuoco senza mo­rirne all’istante tuttavia se tu, vuoi convincertene, stendi la mano: – Il padre, senza sgomentarsi, porse la mano, sulla quale il defunto avendo fatto cadere una goccia del suo sudore, o almeno di un liquido che sembrava tale, ecco all’improvviso il religioso emettere grida acutissime e cadere in terra tramortito, tanto era grande lo spasimo che provava. Accorsero i suoi confratelli, i quali prodigarono al poveretto tutte le cure, finchè non ottennero che ritornasse in sè. Allora egli pieno di terrore raccontò lo spaven­toso avvenimento, di cui egli era stato testimone e vit­tima, conchiudendo il suo discorso con queste parole – Ah! fratelli miei, se ognuno di noi conoscesse il rigore dei divini castighi, non peccherebbe giammai facciamo penitenza in questa vita, per non doverla poi fare nell’altra, perché terribili sono quelle pene; com­battiamo i nostri difetti, e correggiamoli, e special­mente guardiamoci dai piccoli falli, poichè il Giudice divino ne tiene stretto conto. La maestà divina è tanto santa che non può soffrire nei suoi eletti la minima macchia. – Dopo di che si pose in letto, ove visse per lo spazio di un anno in mezzo ad incredibili sof­ferenze prodottegli dall’ardore della piaga che gli si era formata sulla mano. Prima di spirare esortò nuo­vamente i suoi confratelli a ricordarsi dei rigori della divina giustizia, e quindi morì nel bacio del Signore. Lo storico soggiunge che questo esempio terribile ria­nimò il fervore in tutti i monasteri, e che i religiosi si eccitavano a vicenda nel servizio di Dio, affine d’essere salvi da così atroci supplizi.

Un fatto quasi uguale avvenne alla beata Caterina da Racconigi (Diario Domenicano, Vita della Beata, 4 Sett.).

Una sera, mentre ella assalita dalla febbre stava co­ricata in letto si mise a pensare agli ardori del Pur­gatorio, e secondo la sua abitudine, rapita di lì a poco in estasi, fu condotta da nostro Signore in quel luogo di pena.

Mentre osservava con terrore quegli ardenti bracieri e quelle fiamme divoratrici, in mezzo alle quali son trattenute le anime che hanno ancora da espiare qual­che fallo, udì una voce che le disse: – Caterina, af­finchè tu con maggior fervore possa procurare la libe­razione di queste anime, sperimenterai per un istante nel tuo corpo le loro sofferenze. – In questo mentre una favilla di quel fuoco andò a colpirla nella guan­cia sinistra: le consorelle che si trovavano vicino a lei per curarla videro benissimo questo fatto, e nel tempo stesso osservarono con orrore che il viso di lei si gon­fiò in maniera spaventosa, mantenendosi poi per più giorni in quello stato. La Beata raccontava alle sue sorelle che tutti i patimenti da lei sofferti fino a quel momento (ed erano stati molti), erano nulla a para­gone di quello che le faceva soffrire quella scintilla. Fino a quel giorno erasi sempre occupata in modo tutto speciale di sollevare le anime purganti, ma d’al­lora in poi raddoppiò il fervore e l’austerità per acce­lerare la loro liberazione, poichè sapeva omai per espe­rienza il gran bisogno che quelle hanno d’essere sot­tratte ai loro supplizi.

Racconteremo ora quanto accadde a Sancio virtuo­sissimo re di Spagna, com’è riferito da Giovanni Va­squez. (Cronica, an. 940)

Questo principe, fervente cristiano, morì avvelenato da uno de’ suoi vassalli. Dopo la sua morte la con­sorte Guda non cessava di pregare e di far pregare pel riposo di quell’anima: fece celebrare un numero immenso di Messe, e per non separarsi da quelle care spoglie, prese il velo nel monastero di Castiglia, dove era stato sepolto il corpo del consorte. Indi a qualche tempo mentre un sabato ella stava pregando con gran fervore la SS. Vergine per la liberazione del defunto, le apparve costui, ma oh Dio! in qual misero stato! Era vestito in gramaglia, e per cintura portava doppio giro di catene arroventate, e rivolgendosì a Guda, le dìsse: – Ti ringrazio delle preghiere che fai per me e delle Messe che facesti celebrare in mio suffragio, ma prosegui, te ne prego, in quest’opera caritatevole. Se tu sapessi quanto io soffro faresti certamente assai di più, e il tuo zelo nel sollevare me, che tanto amasti sulla terra e che non hai cessato di amare, aumente­rebbe d’assai. Per le viscere della divina misericordia soccorrimi, o Guda, soccorrimi, poichè queste fiamme mi divorano! – La pia Regina incominciò allora a raddoppiare preghiere, digiuni e buone opere affin di sollevare quell’anima si duramente martoriata. Per quaranta giorni non cessò di piangere a calde lacrime per ispegnere le fiamme che divoravano il suo povero marito; fece dispensare larghe elemosine ai poveri a nome del defunto, fece celebrare un gran numero di Messe, e a tal fine donò al monastero splendidi arredi. Passati i quaranta giorni le apparve nuovamente il Re, ma libero dalle catene di fuoco, e invece di gra­maglia, ricoperto di un manto candidassimo, nel quale Guda riconobbe con sorpresa quello da lei donato alla chiesa del monastero, e che scomparso all’improvviso – dalla sacristia, si credette involato dai ladri. – Ecco, le disse il Re; grazie a te, io son libero e non ho più nulla a soffrire; sii benedetta per sempre! Persevera nei tuoi pii esercizi, e medita spesso sul rigore delle pene dell’altra vita e sulle gioie del Paradiso, dove io vado ad aspettarti. – A tali detti la Regina, piena di gioia, volle tendere le braccia verso il defunto con­sorte, ma questo disparve lasciando in mano di lei il mantello, che ella rese alla chiesa cui lo aveva donato la prima volta.

Assai interessante il fatto seguente, che leggiamo nella vita di S. Nicola da Tolentino. Un sabato, di notte, mentre il Santo dormiva, vide in sogno una povera anima del Purgatorio, che lo supplicò di ce­lebrare nella mattina seguente il divin Sacrificio per lei e per molte altre anime che soffrivano in Purgato­rio. Il Santo, avendo riconosciuto la voce di chi gli parlava, senza potersi tuttavia ricordare a quale per­sona a lui nota appartenesse, domandò allo spirito chi – fosse. – Io sono il tuo defunto amico Fra Pellegrino da Osimo, che purtroppo sarei andato dannato senza il soccorso della divina misericordia; mi trovo in luogo di pena; ho bisogno del tuo aiuto, ed anche a nome di molte altre anime infelici vengo a supplicarti di voler celebrare per noi domani la santa Messa, dalla quale attendiamo la liberazione, o almeno un gran sol­lievo dalle nostre pene. – Voglia il Signore appli­carti i meriti del suo Sangue prezioso, rispose il San­to, ma in quanto a me, non posso soccorrerti domani col suffragio che mi domandi, perchè essendo offician­te di settimana, siccome domani è giorno di festa, non potrei celebrare all’altare del coro la Messa dei defun ti. – Deh! vieni, vieni almeno con me, gridò allora il defunto con lacrime e sìnghiozzi, te ne scongiuro per amor di Dio, vieni a contemplare le nostre soffe­renze, e non sarai più sì crudele da negarmi il favore che ti domando: so che il tuo cuore è troppo buono perchè tu possa più oltre lasciarci in tante pene. ­Parve allora al Santo di essere trasportato in Purga­torio, dove vide una vasta pianura, nella quale una moltitudine di anime di tutte le età e condizioni erano tormentate con vari ed atroci supplizi. E qui biso­gnerebbe la penna dell’immortale Alighieri, del can­tore sublime dell’Inferno e del Purgatorio per riferire i tormenti indicibili da cui vide il Santo afflitte quelle povere anime, e forse l’immaginazione stessa di Dante impallidirebbe dinanzi a tanto spettacolo di dolore. Non ci proveremo quindi a farlo, ma diremo solo che quegli spiriti penanti imploravano in coro coi gesti e colla voce gemente l’aiuto di san Nicola, al quale Fra Pellegrino disse: – Ecco, come vedi, la situazione di quelli ché mi hanno a te inviato: essendo tu caro al Signore, confidiamo che nulla rifiuterà egli all’obla­zione del santo Sacrificio compiuta dalle tue mani, e siamo sicuri che la divina misericordia ci libererà. – Sparita in tal modo l’apparizione, il Santo non potè frenare le lacrime alla considerazione di sì straziante spettacolo, e postosi in preghiera per tutto il resto della notte, appena albeggiato corse a trovare il priore per raccontargli l’accaduto. Questi, penetrato dalla descrizione di quelle pene, lo dispensò non solo per quel giorno, ma per l’intera settimana dall’ufficio di ebdomadario, onde potesse durante quel tempo offrire il divin Sacrificio a sollievo di quelle povere anime. Il Santo in quel giorno e per tutta la settimana celebrò la Messa con straordinario fervore, dedicandosi inol­tre giorno e notte alla pratica delle virtù e delle peni­tenze più austere, prolungando le sue veglie e le sue orazioni, digiunando a pane ed acqua, martoriando il suo corpo con discipline e portando una catena di fer­ro strettamente serrata ai fianchi. Al termine di quei sette giorni, il Santo ebbe la consolazione di vedersi nuovamente comparire Fra Pellegrino, non più in mezzo a quelle orribili torture, ma ricoperto di una veste candidissima e circondato di splendori celesti, in mezzo ai quali gioivano molte altre anime bene­dette, che tutte salutarono il Santo, chiamandolo loro liberatore, e cantando mentre salivano al cielo: Sal­vasti nos de af fligentibus nos, et odientes nos confu­disti! (Ps. 43, 7)

Un altro fatto assai impressionante si legge nelle cronache domenicane a proposito del fuoco del Pur­gatorio (v. Ferdinando di Castiglia, Storia di S. Do­menico, 2a parte, libro I, cap. a3).

A Zamora, città del regno di Leon in Spagna, vi­veva in un convento di Domenicani un buon religio­so, legato in santa amicizia ad un Francescano, uomo anch’egli di esimia virtù. Un giorno in cui i due frati s’intrattenevano fra loro di cose spirituali, si promi­sero scambievolmente che il primo che fosse morto sarebbe apparso all’altro, se cosa Dio fosse piaciuto, per informarlo della sarte toccatagli nell’altro mondo. Morì per primo il Francescano, e, fedele alla sua pro­messa, apparve un giorno al religioso Domenicano mentre stava preparando il refettorio, e – dopo averlo salutato con straordinaria benevolenza, gli disse di essere bensì salvo, ma che gli rimaneva ancora molto da soffrire per una infinità di piccoli falli, dei quali non si era emendato durante la vita. Poi soggiunse: – Niente v’è sulla terra che possa dare un’idea delle mie pene. – E perchè l’amico ne avesse una prova, il defunto stese la destra sulla tavola del refettorio, dove l’impronta rimase così profonda, quasi vi aves­sero applicato sopra un ferro rovente. Quella tavola si conservò a Zamora fino al termine del ‘700, epoca nel­la quale le rivoluzioni politiche la fecero sparire in­sieme con tanti altri ricordi di pietà dei quali abbon­dava l’Europa.

«Usque ad novissimum quadrantem!»

Ma forse, dirà qualcuno, supplizi così atroci saranno riservati ai grandi peccatori o a coloro che avendo accumulato quaggiù in terra colpe su colpe, si convertono solo in punto di morte senza far penitenza dei loro falli. Purtroppo non è così: i fatti sopra narrati e quelli che stiamo per raccontare dimostrano proprio il contrario, che saranno cioè puniti anche i falli leg­geri, anche le mancanze che crediamo trascurabili e nelle quali cadiamo tanto spesso e tanto volentieri, il­ludendoci di non doverne pagare poi pena alcuna nell’altra vita.

Si legge nella vita della ven. Agnese di Gesù, reli­giosa domenicana, che per più di un anno sottopose il suo corpo ad asprissime penitenze, ed innalzò a Dio molte e ferventi preghiere pel defunto padre del suo confessore. Quest’anima le appariva sovente implo­rando i suffragi di lei, e un giorno avendole toccata una spalla con la mano, ebbe a soffrirci per più di sei ore gli ardori intollerabili del Purgatorio: finalmente il defunto fu liberato dopo tredici mesi da quelle tor­ture. Sopra di che gli autori delle memorie sulla vita della madre Agnese fanno osservare il rigore dei di­vini giudizi; poichè il defunto avea santamente vis­suto nel secolo, era un confessore della fede, essendo stato perseguitato dai protestanti di Nimes, i quali si erano impadroniti de’ suoi beni, l’aveano gettato in prigione e vessata con ogni sorta di angherie; prima di morire aveva sopportato con pazienza esemplare una lunga e dolorosa malattia; eppure nonostante tanti meriti acquistati, nonostante i digiuni, le pre­ghiere, le discipline della caritatevole Agnese, nono­stante le numerose Messe celebrate dal figlio suo, ei restò più di un anno in mezzo a quelle torture spa­ventose.

Ma udite un esempio ancor più meraviglioso. Allorchè questa stessa madre Agnese era priora del suo monastero, una delle religiose per nome suor Ange­lica, venuta a morte, il dì seguente, a quello in cui era spirata il confessore della comunità ordinò alla superiora che si recasse a pregare sulla tomba di lei. Vi andò ella infatti, e trovandosi là inginocchiata tutta sola e nel cupo della notte, fu assalita da un su­bitaneo timore, insinuatole forse dal demonio, che voleva distorla da quel caritatevole officio. Abituata però com’era alle sue astuzie, si tenne salda ed offrì a Dio quello spavento in espiazione per la defunta, rappresentandogli come non fosse curiosità ma obbe­dienza che la induceva ad interessarsi dello stato di quell’anima, e poichè era a lui piaciuto di farla cu­stode in vita di quella povera pecorella, fosse naturale ch’ella trepidasse per lei dopo la morte. Ed ecco ve­nirle innanzi la morta in abito da religiosa, emettendo dal capo come una fiamma ardente, il cui calore bru­ciava quasi il viso della priora, alla quale suor Ange­lica con grande umiltà domandò perdono dei dispia­ceri causatile durante la vita, ringraziandola dell’af­fettuosa assistenza che le avea prodigata nell’ultima malattia. La madre Agnese, da parte sua, tutta con­fusa, domandava perdono alla suora, pretendendo nel­la sua umiltà di non averle prestato tutte quelle cure, alle quali sarebbe stata tenuta nella sua carica di su­periora. Ma suor Angelica seguitava a ringraziarla e ad attestarle la sua riconoscenza, perchè in vita le aveva spesso inculcate quelle parole del Vangelo: «Maledetto colui che compie con negligenza l’opera di Dio». La spronava in pari tempo ad eccitare le suore a servir Dio con sollecitudine e ad amarlo con tutto il cuore, e soggiunse: – Se si potesse arrivare a comprendere quanto son grandi i tormenti del Pur­gatorio, si starebbe sempre all’erta per cercare di evi­tarli. -­

Tutti sanno quanto grande fosse il fervore delle prime compagne di S. Teresa, di quelle anime elette, che ella si era associate per la riforma del Carmelo. Eppure malgrado la loro santità e le loro eroiche pe­nitenze, quasi tutte dovettero provare le pene del Purgatorio. Ecco quanto racconta a tal proposito la Santa stessa (Vita S. Teresa, scritta da lei stessa, cap. 30).« Una religiosa di questo monastero, gran serva di Dio, essendo morta appena da due giorni e recitan­dosi per lei in coro l’Ufficio dei defunti, mentre una suora leggeva una lezione ed io ero in piedi per dire il versetto, alla metà della lezione vidi l’anima della suddetta uscire dal fondo della terra e salire al cielo. « Nello stesso monastero moriva, in età di diciotto o venti anni circa, un’altra religiosa vero modello di fervore e di virtù, la cui vita era stata una serie non interrotta di patimenti e di dolori sofferti con ammirabile pazienza. Io non dubitavo che sarebbe libera dalle fiamme del Purgatorio; eppure, mentre circa quattro ore dopo la sua morte recitavo l’Ufficio, vidi parimenti la sua anima uscir dalla terra e salire al cielo ».

Dalla vita della beata Stefanina Quinzana togliamo un esempio, che avvalora quanto stiamo asserendo. Una religiosa domenicana, chiamata Suor Paola, era morta a Mantova dopo una lunga vita menata nell’e­sercizio delle più eroiche virtù. Il cadavere di lei, portato in chiesa, era stato posto in mezzo al coro, e mentre, secondo il rito ecclesiastico, ne veniva fatta l’assoluzione, la beata Stefanina Quinzana, che era legata da stretta amicizia alla defunta, inginocchia­tasi presso la bara, si pose a raccomandare a Dio con tutto il fervore dell’anima la compianta amica. Quan­d’ecco questa all’improvviso lasciar cadere il croci­fisso che teneva fra le mani, tendere la sinistra, ed afferrando con questa la mano destra della beata, stringerla con tanta forza, da non poterla più svinco­lare. Per più di un’ora quelle due mani restarono così serrate, durante il qual tempo Suor Stefanina sentiva in fondo al suo cuore una voce inarticolata, che dice­va: – Soccorretemi, sorella mia, soccorretemi negli spaventosi supplizi che mi tormentano. Oh! se sape­ste la rabbia dei nostri nemici invisibili nell’ora della morte, e la severità del Giudice che esige il nostro amore, che esamina le nostre più indifferenti opera­zioni, e l’espiazione da farsi prima di giungere alla ricampensa! Se sapeste come bisogna esser puri per ottenere la corona immortale! Pregate molto per me, sorella mia; ponetevi mediatrice fra la giustizia di Dio e i falli di me meschina; pregate, pregate e fate pe­nitenza per me che non posso più aiutarmi. – Tutta la comunità rimase stupita a quel fatto, quantunque nessuno intendesse i lamenti della defunta; finalmente intervenne il superiore che in virtù di santa obbedien­za comandò a suor Paola di lasciare Stefanina. Ub­bidì subito la defunta, e la sua mano ripiombò inani­mata sul feretro. – La storia della Beata riferisce che ella fu fedele alla preghiera dell’amica, e si diè ad ogni sorta di penitenze e di opere soddisfattorie, fin­chè una nuova rivelazione le fece conoscere che suor Paola era stata finalmente liberata da quei tormenti ed ammessa alla gloria eterna.

Vorremmo che le anime pie restassero colpite da questi esempi e ne approfittassero per emendarsi, con­siderando che quelle piccole imperfezioni, quei difetti di ogni giorno, di cui si accusano sì spesso al santo tribunale della penitenza, senz’averne però quasi mai una sufficiente contrizione, trovano nell’altra vita una rigorosa espiazione. Il fatto seguente valga ad affer­mare quanto andiamo dicendo.

Cornelia Lampognana fu una santa matrona che visse a Milano, ad imitazione di Santa Francesca Ro­mana, nella professione perfetta dei tre stati di ver­gine, di sposa e di vedova. Essendo strettamente in santa amicizia con una religiosa del terz’Ordine di san Domenico, un giorno in cui s’intrattenevano delle co­se dell’altra vita, si promisero scambievolmente che se così fosse piaciuto a Dio, la prima di loro che morisse, apparirebbe all’altra. Dopo cinque anni Cornelia pas­sò da questa vita, e in capo a tre giorni si presentò alla sua compagna, mentre era in cella inginocchiata ai piedi del crocifisso. Stupita a tal vista, la religiosa esclamò: – O Cornelia, Cornelia mia, come sono fe­lice di rivederti! Dove ti trovi tu dunque? Certo sarai già nel seno di Dio, che servisti in questa vita con tanto zelo ed amore! – Ahimè! Ancora no, rispose l’altra. Vedi come sono diversi i giudizi di Dio da quelli degli uomini! Io sono in luogo di pena e vi dovrò restare ancora per qualche tempo in espiazione dei falli della mia vita, che avrebbe potuto essere più fedele e più fervente. – Prendendo poi per mano la sua amica, soggiunse: – Vieni con me, e ti farò ve­dere cose meravigliose. – E postosi in cammino, ar­rivarono in un vasto campo tutto ripieno di bellissime viti, sulle cui foglie erano impressi dei caratteri. – Leggi – disse Cornelia alÍ’amica. Si chinò allora la suora e con grandissima sorpresa avendo letto su quel­le foglie i propri difetti ed imperfezioni quotidiane, domandò attonita che cosa volesse ciò significare. Nulla di strano, sorella mia – rispose la defunta non hai forse letto spesse volte quelle parole pronun­ziate da nostro Signore nell’ultima cena: «Io sono la vite e voi i tralci»? Ogni nostra azione buona o cat­tiva è una foglia di questa mistica vigna; per entrare ­in cielo è necessario che le foglie del male siano di­strutte e consumate dal fuoco: ma, consolati, sorella mia, poichè guardando ben da vicino, vedrai che poco ti resta a distruggere, avendo tu fedelmente perseve­rato nelle tue promesse verginali, e servito con zelo il tuo buon maestro. Sono è vero ancor numerose le tue mancanze, ma non tanto quanto le mie che percorsi sulla terra stati sì differenti e te ne voglio far con­vinta. – E avanzandosi di pochi passi si trovarono di nuovo in una località ripiena di viti serpeggianti e intrecciantesi da tutte le parti, in maniera che le fo­glie ricoprivano il suolo; ed appressandosi ansiosa­mente la suora per vedere che cosa fosse scritto su queste: – Fermati, le disse l’amica: il mio divin Salvatore non permette che tu conosca fin d’ora le offese che io gli feci, e vuol risparmiarmi tanta vergogna. Leggi soltanto quel che troverai scritto sulle foglie che vedi vicine a te. – Allora ella posando lo sguardo su quelle che le erano più dappresso, vide registrate tutte le mancanze commesse dalla defunta nel luogo santo, le irriverenze, le distrazioni, i discorsi inutili fatti in chiesa. – O mio Gesù, gridò allora la religiosa, che s’avrà da fare per rimediare a tanti falli? Come mai dopo le tue confessioni e comunioni sì frequenti, dopo le indulgenze da te guadagnate ti resta ancor tanto da espiare? – Giusto è quanto dici, o sorella, ma sappi che per la mia tiepidezza e per l’abitudine presavi, io non trassi tutto quel frutto che avrei dovuto dalle mie comunioni e confessioni, e quanto alle indulgenze avendone guadagnate pochissime, tre o quattro al più, a motivo delle mie abituali distrazioni e della man­canza di fervore, bisogna che faccia ora quella peni­tenza che non feci quando pur mi sarebbe riuscito si facile. –

Ragionerebbe quindi da insensato colui che dicesse di non pregare per un defunto, perchè visse e morì da santo. Quante anime deploreranno amaramente in Purgatorio questi giudizi troppo favorevoli sulla loro sorte di oltretomba. Noi abbiamo visto che S. Ago­stino aveva tutt’altra idea del rigore dei divini giudi­zi, dal momento che dopo venti anni pregava tutti i giorni e scongiurava i suoi lettori pel riposo dell’ani­ma della sua santa madre Monica. A proposito dell’eccessiva facilità di giudicar santi alcuni defunti, ri­portiamo un esempio tratto dalla Cronaca dei Frati Minori. (Parte II, libro IV, cap. 7).

Nel convento dei Frati Minori di Parigi, essendo morto un santo religioso, che per la sua eminente pie­tà veniva soprannominato l’Angelico, uno de’ suoi confratelli, dottore in teologia e uomo di molte virtù omise di celebrare le tre Messe solite a dirsi dai reli­gìosi alla morte di ciascun confratello, sembrandogli di far quasi ingiuria alla misericordia e giustizia di Dio pregando per la salvezza di un uomo sì santo e che, secondo lui, doveva già trovarsi elevato al più alto grado di gloria. Ma ecco che in capo a pochi giorni, mentr’egli stava passeggiando assorto in me­ditazione per un viale del giardino, gli apparve il de­funto tutto circondato di fiamme, gridando con voce lamentevole: – Caro maestro, ve ne scongiuro, ab­biate pietà di me e soccorretemi. – E qual bisogno avete de’ miei poveri aiuti, o anima santa? rispose il religioso. – Ahimè! Ahimè! Io sono ancor trattenuto nel fuoco del Purgatorio, in attesa delle tre Messe che voi avreste dovuto celebrare per me. Se aveste esat­tamente soddisfatto all’obbligo che le nostre costitu­zioni c’impongono, a quest’ora sarei già nella celeste Gerusalemme. – E poichè il religioso allegava per iscusa la vita santa ch’egli aveva menato, le preghie­re, le penitenze, l’esattezza scrupolosa da lui usata nell’osservanza della regola e tante altre sublimi vir­tù, il defunto esclamò: – Ahimè! Ahimè! Nessuno crede, nessuno comprende con quanta severità Iddio giudica e punisce le sue creature. L’infinita purezza di lui scopre difetti in tutte le nostre azioni. Se i cieli medesimi non vanno esenti da imperfezioni davanti ai suoi occhi purissimi, come l’uomo, creatura tanto miserabile, potrà comparire davanti a lui? Occorre rendere conto a Dio fino all’ultimo centesimo, usque ad novissimum quadrantem. Se con tutta la scienza che possedete, voi aveste compreso un po’ meglio la santità infinita di Dio, oh! non mi avreste trattato con tanto rigore! – E ciò detto scomparve. Affretta­tosi il buon religioso a celebrare le tre Messe doman­date, nel terzo giorno gli apparve di nuova quell’a­nima benedetta per ringraziarlo e per annunziargli che, finite le pene, se ne andava a ricevere la ricom­pensa delle sue virtù.

Da tutto questo dobbiamo concludere che purtrop­po non si pensa abbastanza ai rigori del Purgatorio e alla santità di Colui che non tollera la più lieve mac­chia nei suoi Santi. Se si meditassero un po’ più spes­so queste verità si eviterebbero con maggior cura quei falli leggeri, di cui facciamo si poco conto, e si pre­gherebbe con più fervore per quelle povere anime martoriate, che mentre viviamo ci sarebbe tanto facile soccorrere.

I PECCATI E LE LORO PENE

Una visione di S. M. Maddalena de’ Pazzi Se dalle considerazioni generali fin qui esposte sul rigore delle pene del Purgatorio, noi passiamo ad esaminare particolarmente le pene proprie a ciascun peccato, non potremo aver guida migliore delle rive­lazioni di santa Maria Maddalena de’ Pazzi, la quale fra tutte le Sante canonizzate dalla Chiesa è quella che, dopo santa Francesca Romana, ci ha lasciato la descrizione più minuziosa, e per così dire, la più esatta topografia del Purgatorio. Una sera mentr’ella insieme con alcune suore passeggiava nel giardino del monastero, fu all’improvviso rapita in estasi ed intesa gridare più volte: – Sì ne farò il giro, sì ne farò il giro. – Colle quali parole voleva acconsentire all’in­vito che dal suo Angelo custode le veniva fatto di vi­sitare il Purgatorio. Così le sue consorelle la videro con ammirazione e terrore intraprendere quel doloroso viaggio di cui, cessata poi l’estasi, scrisse una splen­dida narrazione: – Per due ore continue fu veduta girare intorno al vasto giardino del monastero ferman­dosi con attenzione a considerare quanto probabilmen­te le veniva mostrato dall’Angelo, spesso torcendosi le mani dalla commiserazione e divenendo pallidissi­ma in viso. Inoltravasi colla persona curva verso terra e come schiacciata sotto un pesantissimo fardello, dan­do sì manifesti segni di orrore, che solo a guardarla faceva paura. Le consorelle la seguivano ascoltando con pia avidità le esclamazioni di terrore o di compassione che le sfuggivano di tratto in tratto. Talora si sentiva gridare: – Oh che pena! Misericordia, mio Dio, misericordia! Sangue prezioso del mio Salvato­re, scendete su queste anime e liberatele dai loro spa­simi. Povere anime quanto soffrite! eppure vi vedo ilari e contente fra i vostri tormenti! Eppure vi è an­cora chi soffre di più! – Una volta esclamò: – Come vorrei non rimirar da vicino quelle povere tormenta­te! – Nondimeno dovette obbedire e discendere eziandio in altri abissi. Ma dopo aver fatto alcuni passi eccola fermarsi ad un tratto spaventata e tre­mante e mandando alte grida esclamare: – Come! Sacerdoti e religiosi in questo luogo sì orribile! Ah! mio Dio, mio Dio, come li veggo tormentati! – E l’orrore e il tremito che agitava il suo corpo dava a conoscere l’intensità delle sofferenze che in quel momento contemplava.

Uscita dal carcere dei sacerdoti traversò luoghi me­no lugubri ed andò in quello delle anime semplici, dei bambini e di coloro, le cui colpe sono attenuate dall’ignoranza. Là non v’era che ghiaccio e fuoco, e le anime passavano alternativamente dall’uno all’altro. Ivi la Santa riconoscendo l’anima del suo fratello morto poco prima, fu intesa gridare: – Povera ani­ma del fratello mio, quanto soffri! eppure te ne con­soli: bruci eppur sei contenta, perchè sai che queste pene sono strada alla felicità. – Fatti altri passi an­cora, fece capire che stava contemplando anime assai più infelici, e gridò: – Ahimè quanto è orribile que­sto luogo! Come e pieno di schifosi demoni e di incredibili tormenti! Chi sono mai, o mio Dio, questi infelici tormentati? Oh! come li vedo trafitti da punte d’aghi acutissimi e quasi fatti a brani! – Allora le fu risposto che quelle erano le anime di coloro che in vita avevano cercato di piacere agli altri ed avevano tal­volta peccato di ipocrisia. Ancora più innanzi vide una turba spinta verso un dato luogo e quasi schiac­ciata sotto un enorme peso, e capì per rivelazione che quelle erano le anime impazienti e disobbedienti. Men­tre le guardava, faceva gesti svariatissimi, ora chinando il capo fino a terra, ora fissando l’occhio atter­rito su qualche punto, ora sospirando con atteggia­mienti di profonda compassione.

Dopo un pò di tempo sembrò anche più afflitta, ed emise un grido di spavento: entrava allora nella car­cere dei bugiardi. Dopo averla attentamente osserva­ta, disse ad alta voce che i bugiardi stanno in un luogo vicinissimo all’Inferno, che grandi sono le loro pene e che nella loro bocca viene versato piombo fuso, mentre stanno immersi in uno stagno ghiacciato, così che bruciano e gelano al tempo stesso.

Arrivata poi alla prigione di coloro che peccarono per troppa fragilità, gridò: – Ahimè! m’ingannai credendovi insieme a coloro che peccarono per igno­ranza, giacchè vi vedo bruciare in un fuoco assai più ardente. – Più lontano riconobbe gli avari che si li­quefanno come il piombo nella fornace. Quindi passò tra coloro che sono debitori alla divina giustizia per i peccati d’impudicizia, perdonati, ma non abbastan­za espiati in vita. La loro prigione era talmente sudi­cia e fetente, che solo a vederla da lungi chiudeva il cuore. La Santa passò oltre senza dire parola, ma alla fine del suo doloroso pellegrinaggio fu intesa grida­re: – Ditemi, o mio Signore Gesù, quale sia stata la vostra sublime intenzione nello svelarmi pene così or­ribili. Forse per appagare il mio desiderio di sapere dove fosse l’anima del mio fratello, o per spingermi a pregare di più per le anime del Purgatorio?… No ora comprendo: voi avete voluto così, onde conoscessi meglio la vostra immacolata purezza!

Dal carcere degli impudici, la Santa passò a quello degli ambiziosi e superbi, i quali soffrono acerbamen­te in mezzo a foltissime tenebre. – Miseri, disse, co­storo, che per aver voluto elevarsi sugli altri, sono ora condannati a vivere in tanta oscurità! – Vide poi le anime di quelli che, ingrati verso Dio e duri di cuore, non hanno mai conosciuto cosa volesse dire amare il loro Creatore, Redentore e Padre. Costoro sono immersi in un lago di piombo fuso, in pena di aver fatto rimanere sterili con la loro ingratitudine le sorgenti della grazia.

Finalmente in un’ultima prigione le furono mostra­te quelle anime che pur non avendo avuto in vita al­cun vizio particolare, si macchiarono di tanti piccoli falli, ed osservò che per pena dovevano subire tutti i castighi propri ai vizi stessi, ma in piccola propor­zione.

Dopo due ore di sì penoso e duro pellegrinaggio, la Santa ritornò in sè, ma in tale stato di debolezza e di prostrazione morale, che le occorsero parecchi giorni per rimettersi dall’impressione del terribile spettacolo che aveva avuto sott’occhi.

Tali particolarità sul Purgatorio, che troviamo nella vita di S. M. Maddalena de’ Pazzi, le ritroviamo nelle rivelazioni di molti altri Santi, che con le anime pur­ganti ebbero particolare relazione.

Nella vita di S. Bernardino da Siena (Bollandisti, Vita S. Bernardini Sen., 20 Maji, in Supplemento) si legge il fatto seguente.

Un giovanetto, morto all’età di undici anni, men­tre gli si facevano i funerali, per la preghiera di San Bernardino si scosse come da un sonno profondo e postosi a raccontare quel che aveva veduto nell’altra vita, descrisse con straziante precisione i tormenti dei dannati nell’Inferno, raccontò quindi le gioie ineffa­bili dei beati in Paradiso e le pene delle povere anime del Purgatorio. A proposito di queste ultime, descris­se le precise particolarità che si trovano nelle rivela­zioni di quei Santi, i quali, come S. M. Maddalena de’ Pazzi, S. Francesca Romana o la venerabile Ma­ria Francesca del Sacramento, ebbero particolarmente a cuore la causa delle anime purganti.

PENE PARTICOLARI

Adesso entriamo ancora più addentro nelle partico­larità di tante sofferenze, e non contenti di questo, per dir così, panorama generale delle pene del Purgatorio, audíamo nelle rivelazioni dei Santi le pene speciali inflitte dalla gìustizia di Dio a quei falli, che la maestà sua ha più particolarmente in orrore.

Fra codeste mancanze Iddio punisce molto severa­mente la vanità. Citeremo qui due esempi che vor­remmo facessero rinsavire tanta frivola gioventù che consuma il tempo in acconciarsi ed abbellirsi per pia­cere in questa vita, accumulandosi tormenti inauditi per l’altra. Il primo è tratto dalle rivelazioni di santa Brigida (lib. VI, capo 52), la quale, in una delle estasi che le discoprirono il Purgatorio, osservò fra le altre una fanciulla di alto lignaggio, che le fece conoscere quanto penasse in espiazione dei suoi peccati di va­nità. Quel capo, che con tanta cura aveva coltivato, era divorato all’interno e all’esterno da fiamme cocen­tissime; quelle spalle e quelle braccia, che tante volte aveva amato di portar denudate, erano strette da ca­tena di ferro rovente; i piedi si agili nella danza erano avvinghiati e morsi da vipere, che li insozzavano colla loro bava immonda; tutte le membra, che in vita, era solita di sopracaricare di monili, di gioie, di perle, di fiori; erano torturate da spaventevoli pene. E andava gridando: – Madre mia, madre mia, quanto sei col­pevole verso di me! La tua soverchia indulgenza, peg­giore dll’odio più atroce che tu avessi potuto portarmi, mi ha fatto precipitare ìn queste orribili pene! Tu mi conducevi alle feste, ai balli, agli spettacoli, a tutte le riunioni mondane che sono la rovina dell’anima e per le quali ora soffro miseramente, e quantunque tal­volta mi consigliassi preghiere ed atti di virtù, questi si trovaron sempre superati e quasi perduti per i sol­lazzi e le compiacenze che io mi prendeva nella vita.

Nondimeno rendo grazie infinite al mio Dio perchè non permise la mia eterna dannazione. Prima di mo­rire, presa da pentimento, mi confessai, e quantunque lo facessi in considerazione delle pene che mi pote­vano essere riservate nel l’altro mondo, e quindi la mia confessione non fosse valida, nel momento però d’en­trare in agonia mi ricordai della dolorosa passione del Salvatore, e potei così formare un atto di vera contri­zione, promettendo, se ne avessi avuto tempo, di ri­parare colla penitenza alle mie colpe. – Lo storico soggiunge che la Santa avendo raccontato l’appari­zione ad una cugina della defunta, l’impressione da questa riportata fu tale, che rinunziato alle vane lusin­ghe del secolo, si rinchiuse in un monastero di auste­rissima penitenza, dove santamente visse e morì.

Il secondo esempio è tratto dalla vita della beata Maria Villani, scritta dal padre Maschi (lib. II, capo 5). – Mentre un giorno questa serva di Dio pregava per le anime del Purgatorio, fu condotta in ispirito nel luogo delle lor pene, e fra tutte quelle infelici sof­ferenti ne vide una tormentata più delle altre da orri­bili fiamme che da cima a pie’ ravvolgendola, la con­sumavano continuamente. Interrogata dalla Serva di Dio sul perchè di tanto soffrire, e se avesse mai un momento di tregua fra quelle sofferenze, rispose: -­ Già da molto tempo mi trovo qui a scontare severa­mente, le mie vanità passate e il lusso scandaloso in cui vissi, ma fino ad ora non ottenni mai il benché minimo sollievo, avendo il Signore permesso nella sua giustizia che io fossi completamente dimenticata dai miei parenti, dai miei figlie dai miei amici, perché quando ero in vita, tutta dedita alle vanità del mondo, alle feste e ai piaceri, assai di rado pensavo a Dio e ai doveri del mio stato. Così ora Iddio permette che sia dimenticata da tutti. – E ciò detto disparve.

L’altro grave peccato che Iddio odia e punisce or­ribilmente è lo scandalo. « Maledetto colui per cui viene lo scandalo» disse il Maestro. « Se il tuo occhio ti scandalizza cavatelo e gettalo via da te; è meglio entrare nella vita eterna con un solo occhio, o con un sol piede, che andare all’Inferno con ambedue ».

Un pittore di fama e buon cristiano; essendosi la­sciato trascinare per qualche tempo dal cattivo esem­pio, aveva dipinto dei quadri sconci. Se ne era poi pentito e si era dato esclusivamente alla pittura sacra. L’ultimo suo lavoro fu un bellissimo dipinto in un Convento di Carmelitani Scalzi; terminato il quale, essendo stato colto da mortale, malattia, chiese in gra­zia al priore di essere sepolto nella chiesa del conven­to, lasciando alla comunità il prezzo assai alto della sua opera col patto che dai religiosi fossero celebrate altrettante Messe in suo suffragio. Era morto da po­chi giorni nel bacio del Signore, quando un frate ri­masto in coro dopo mattutino, se lo vide comparire tutto piangente e dibattendosi fra le fiamme. Sbalor­dito a tal vista, gli domandò se fosse veramente egli il buon pittore morto, poco prima, e perché lo vedesse ridotto in sì misero stato. – Allorchè resi l’anima a Dio, rispose il defunto, mi trovai al suo divin tribu­nale circondato da molte persone, le quali deponevano a mio svantaggio, perchè eccitate in vita a malvagi pensieri ad impuri desideri da un quadro osceno da me dipinto, erano state condannate al Purgatorio; ma quel che più mi atterrì si fu il vederne uscire altre dall’Inferno, gridando, che poiché io ero stato causa della loro eterna rovina, era giusto che subissi lo stes­so loro castigo. Per buona sorte accorsero dal cielo molti Santi a prender le mie difese, dimostrando il divin Giudice come quello fosse stato un lavoro di mia gioventù inesperta, compensato da tanti altri che ave­vano servito di edificazione a moltissime anime. Fui salvo allora dalla pena eterna, ma condannato bensì a soffrire tra queste fiamme, finchè quella maledetta pittura sia bruciata e non possa più dare scandalo ad alcuno. Vi prego adunque, mio buon Padre, di recar­vi dal proprietario del quadro, e dirgli in quale stato io mi trovi per aver ceduto alle sue premure, suppli­candolo da parte mia a disfarsi di quella pittura, get­tandola immediatamente alle fiamme. Che se rifiutas­se, guai a lui! In prova di quanto dico e in punizione del suo delitto annunziategli poi che fra, poco perderà i suoi due figli, e qualora mancasse di ubbidire agli ordini divini, egli stesso perirà di morte prematura. – Il possessore del quadro, sapute tali cose, tosto lo bruciò; tuttavia in meno di un mese vide morire i due suoi figli, per il quale castigo fu preso da tanto dolore, che passa il resto della sua vita nel far peni­tenza del fallo commesso coll’ordinare e conservare quella pittura scandalosa. (Vedi: Rossignoli, Meravi­glie del Purgatorio, lib. IV, cap. 9).

Altra colpa alla quale Dio riserba severa punizione sono i discorsi vani. Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir (Iac. 3, z), disse l’apostolo S. Giacomo e ben a ragione, poichè la lingua è fomite di ini­quità. Senza parlare delle bestemmie, dei propositi licenziosi, delle maldicenze e calunnie, chi non ha da rimproverarsi tante e poi tante di quelle parole vane e leggere, delle quali il divin Maestro ha detto che ci domanderà conto nel giorno del giudizio? L’esempio che qui sotto riferiamo dovrebbe far riflettere quei fa­ceti, maldicenti per professione, i quali occupano il posto d’onore nelle conversazioni mondane e son sem­pre pronti a far ridere gli altri a spese del prossimo.

L’abate Durando, priore di un monastero di bene­dettini, indi Vescovo di Tolosa; era uomo di rara pie­tà, di singolare mortificazione e pieno di zelo pel suo spirituale avanzamento; però amava troppo lo scherzo e non sapeva frenare abbastanza la lingua. Fin da quando era semplice monaco, il suo abate Ugo lo ave­va parecchie volte ammonito, predicendogli che se non si fosse emendato di questo difetto ne avrebbe avuto a soffrire molto in Purgatorio, ma egli non die­de troppo ascolto a questo avviso e proseguì anche da vescovo a dire facezie e scherzi in abbondanza. Dopo morto però si vide quanto fosse giusta la pre­dizione dell’abate Ugo, poichè apparso Durando ad un religioso suo amico lo pregò vivamente d’interce­dere per lui, che trovavasi martoriato in Purgatorio da strazi acutissími a cagione dell’intemperanza usata nel parlare a carico altrui. Radunatisi allora tutti quei monaci, si stabilì che l’intera comunità avrebbe osser­vato per otto giorni un rigoroso silenzio in suffragio di quell’anima penante. Ma ecco in capo a questo tempo comparire di nuovo il defunto e lamentarsi, perchè uno dei monaci essendo venuto meno alla pro­messa del silenzio, era riuscito sterile per la sua libe­razione il frutto di quel suffragio. Si ripeté allora dal­la comunità la pia mortificazione, la quale, essendo stata osservata fedelmente da tutti, meritò al defunto vescovo Durando la liberazione dalle pene del Purga­torio.

Quanto al peccato della menzogna, abbiamo già ve­duto dalla rivelazione di S. Maria Maddalena de’ Pazzi come sia punito in modo singolarmente terribi­le, poiché Iddio, eterna Verità, ha in orrore la bugìa. In molte apparizioni noi vediamo le povere anime raccomandarci di astenerci dalla menzogna, e dichia­rare che all’altro mondo quelle che da taluni si con­siderano come cose da poco o semplici esagerazioni sono severamente punite.

Raccomandano parimente quelle anime sante di astenersi dal fare i voti alla leggera e quando siano fatti, di osservarli scrupolosamente, poiché la giusti­zia di Dio è inesorabile. Sul qual proposito voglio qui raccontare il seguente fatto, tratto dalla vita del ve­nerabile Dionigi Cartusiano. – Questo santo religio­so stava assistendo un novizio moribondo, il quale parecchi anni prima avendo fatto voto di recitare per due volte l’intero Salterio e non avendo poi adem­piuto mai la sua promessa, si trovava molto perplesso sul letto di morte, paventando la severità dei divini giudizi. Allora Dionigi per incoraggiarlo e consolarlo in quei momenti supremi, gli promise che avrebbe soddisfatto a quell’obbligo in vece sua, ma, così forse permettendo la giustizia di Dio, dopo la morte del novizio il buon Padre dimenticò anch’egli la promes­sa, mentre intanto quello sventurato era trattenuto fra le fiamme del Purgatorio. Un giorno finalmente aven­dogli Iddio concesso di comparire a Dionigi per ri­cordargli l’impegno preso, il defunto mostrandosegli tutto mesto e addolorato, pronunziò sospirando queste due parole: – Pietà, pietà! – Stupito e desolato al­lora della sua dimenticanza, il buon Padre voleva spiegare a quell’anima la causa di tanto oblìo, ma il defunto con voce supplichevole gridò: – Ohimè! se voi soffriste la millesima parte de’ miei tormenti non ammettereste scusa di sorta, anche se in apparenza legittima, e in quest’istante medesimo soddisfereste all’obbligo contratto in mio nome dinanzi a Dio. – E così dicendo scomparve.

Bisognerebbe che gli uomini del mondo, la cui vita molle e sensuale non è altro che una catena continua di peccati, pensassero per qualche momento alla pe­nitenza che dovranno fare nell’altra vita, prescinden­do dal grave pericolo di dannazione al quale espon­gono la loro anima. La venerabile suor Francesca di Pamplona, celebre per le sue visioni sul Purgatorio, vide una volta un uomo di mondo, il quale del resto era stato un buon cristiano, condannato a penare lun­ghi anni in Purgatorio, per aver desiderato troppo i comodi della vita. La causa di così gravi e lunghe pene è che in mezzo ad una vita dissipata e mondana è impossibile non commettere una gran moltitudine di difetti, i quali non venendo cancellati dalla peniten­za, accumulano un debito enorme davanti al tribu­nale di Dio, e così quello che avremmo potuto scontare facilmente in questa vita con qualche mortifica­zione o penitenza od opera buona, bisognerà pagare nell’altra vita inevitabilmente con un lungo Purgatorio.

Lo scrupolo non è un peccato di per sè, ma siccome disgraziatamente ne fa commettere molti alle anime per il troppo attaccamento alla propria volontà e per l’or­goglio di cui è quasi sempre figlio, perciò è punito da Dio molto severamente. La suddetta suor France­sca da Pamplona vide molte anime straordinariamen­te scrupolose essere tormentate in Purgatorio da dub­bi, da oscurità e da incertezze.

La tiepidezza ha pure la sua punizione in Purga­torio. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, mentre un giorno pregava dinanzi al santissimo Sacramento, vi­de uscir di sotterra l’anima d’una religiosa, la quale avendo avuto l’unico difetto di omettere talvolta la comunione nei giorni stabiliti dalla regola, era coperta in punizione da un manto di fuoco, di sotto al quale mostravasi una veste candidissima, ed osservò che avvicinandosi all’altare con gran rispetto fece una profonda genuflessione passando dinanzi al santo ta­bernacolo; e la rimase un’ora in adorazione. Madda­lena conobbe poi per rivelazione che quell’anima, in pena della sua tiepidezza nel ricevere la santa Euca­ristia, era condannata a venire ogni giorno ad ado­rare la sacra Ostia con quel mantello di fuoco, per compensare così le sue passate freddezze; e che la veste bianca che la difendeva in parte da quel tor­mento significava la ricompensa dovuta alla sua per­fetta verginità. Continuò per vario tempo quell’anima in tale quotidiana adorazione, finchè le preghiere della Santa, unite alla propria espiazione, la condus­sero in Paradiso.

Più rigorosamente fu punito un ecclesiastico, per mancanza per ben più grave. (Vedi Michele Alix, Hortus pasto-rum, trait. VI, capo 2). Trovandosi egli in punto di morte, o sia perchè non volesse ricono­scere la propria posizione per quell’illusione troppo comune nei sacerdoti, abituati a veder morire, o sia perchè si trovasse sotto il dominio di quel fatale pre­giudizio che fa paventare a tanti malati gli ultimi Sacramenti, tanto tardò e temporeggiò che se ne morì senza i conforti della Chiesa. Mentre veniva condotto alla sepoltura, il misero sacerdote, aprendo gli occhi, fece intendere chiaramente queste parole: – In puni­zione del ritardo da me frapposto nel ricevere la gra­zia dell’estremo lavacro, mi trovo condannato a lunghi anni di Purgatorio. Se avessi ricevuto l’Olio San­to, come era mio dovere, io sarei scampato alla morte in grazia della virtù propria di questo Sacramento di ridare talvolta al malato la salute temporale, e così avrei avuto tempo di far penitenza, mentre ora sto soffrendo acerbi tormenti. – Ciò detto, richiudendo gli occhi, lasciò i presenti nella più grande costerna­zione.

A coloro poi, la cui vita intera trascorse abitual­mente in peccato mortale, e che differiscono la con­versione al punto di morte, sono riservate pene, delle quali il seguente esempio può dare appena una lan­guida idea.

Il barone Giovanni Sturton, nobile inglese, quantunque cattolico in fondo al cuore, per conservare le sue cariche a corte e per sfuggire alle ire del Re, as­sisteva regolarmente al servizio divino protestante, e apparentemente adempiva a tutti gli obblighi del culto anglicano. Teneva però nascosto in casa sua un prete cattolico a rischio dei più gravi pericoli, lusin­gandosi di potersi servire del suo ministero per ricon­ciliarsi con Dio in punto di morte. Colpito però da morte improvvisa, non ebbe tempo di mandare ad effetto il voto della sua tardiva conversione; nondi­meno la divina misericordia, tenendo conto di quanto egli aveva fatto per la Chiesa perseguitata nel suo paese, gli aveva concesso la grazia della perfetta con­trizione, e quindi la salvezza eterna, condannandolo però a pagare ben cara in Purgatorio la sua colpevole negligenza.

Molti anni passarono dal giorno della sua morte, durante i quali la vedova di lui tornata a seconde nozze ebbe due figlie: una di esse, testimonio ocu­lare del fatto, racconta quanto segue: – Un giorno mia madre pregò il P. Corneille della Compagnia di Gesù, uomo di molti meriti e che più tardi morì mar­tire della fede, di celebrare la Messa pel riposo del­l’anima del suo primo marito Giovanni Sturton: accettò egli l’invito, e mentre era all’altare, fra la con­sacrazione e il memento, restò lungo tempo assorto in orazione: finita poi la Messa, fece un’esortazione, nella quale raccontò: d’avere avuto in quel tratto di tempo ia seguente visione: Stendevasi dinanzi a lui un’im­mensa foresta in fiamme, in mezzo alla quale si di­vincolava il povero barone, emettendo grida compassionevoli, piangendo ed accusandosi della vita colpevole che aveva menata nel mondo e alla corte, e dopo aver fatta la confessione dettagliata delle sue colpe l’infelice aveva terminato con quelle parole che la Scrittura pone in bocca di Giobbe: Pietà, pietà almeno voi che mi siete amici, poichè la mano del Si­gnore si è aggravata sopra di me. Il P. Corneille nel raccontare queste cose piangeva a calde lacrime, e tutta la famiglia nostra e tutti i parenti in numero di ottanta persone piangevano pure, quando scorgemmo sul muro al quale era addossato l’altare, un bagliore simile al riflesso di carboni ardenti. – Tale è il rac­conto di Lady Arundell, che ognuno può leggere nella storia d’Inghilterra del Daniel.

I peccati poi che Dio sembra punire con rigore implacabile nell’altra vita sono quelli contro la giu­stizia e contro la carità. Quanto ai primi, pare che Iddio si attenga veramente all’assioma teologico: Non remittitur peccatum nisi restituatur ablatum:. – Non si rimette il peccato, se non si restituisce la cosa rubata. –

Un ricco signore, essendo morto senza porre in ordine le sue cose, comparve dopo qualche tempo al P. Agostino d’Espinoza, della Compagnia di Gesù, la cui santa vita era tutta dedicata a suffragare le anime del Purgatorio. – Mi riconoscete? – domandò il defunto. – Senza dubbio – rispose il Padre e – ben mi ricordo di avervi amministrato il Sacramento della Penitenza pochi giorni avanti della vostra mor­te. – Proprio così continuò il defunto – e perciò ho avuto dal Cielo la grazia di venirvi a trovare e a supplicarvi di rendermi propizia la divina clemenza con le vostre preghiere, e di più a chiedervi di porre in esecuzione certe opere necessarie alla mia libera­zione dal Purgatorio. Pertanto vi prego a compia cervi di venire ora con me per un breve viaggio. – Ottenuta licenza dal Superiore del Convento e chiesto ai confratelli che pregassero per lui, il P. Agostino seguì il defunto, dal quale fu condotto sopra un ponte discosto non molto dalla città. Qui il defunto pregò il Padre di fermarsi ed attendere, chè egli sarebbe corso a prendere alcune cose necessarie e avrebbe fatto sollecitamente ritorno. Quando il defunto tornò, por­tava tra le mani una grande borsa, piena di denaro, parte del quale trasse fuori, dicendo: – Padre, pie­gate per favore una falda dei vostro mantello e rice­vete questo denaro, chè l’altro lo porterò con me fino alla vostra camera, e là ve lo consegnerò. – Giunti che furono, il morto gli consegnò il resto dei denari, e, porgendogli una carta scritta, gli disse: – Da que­sto scritto scorgerete a chi ho da restituire e quanto. Impiegherete ciò che rimane in opere di suffragio per la mia anima. – Ciò detto disparve. Il P. Agostino fece diligente ricerca dei creditori, ai quali puntual­mente, e con grande loro meraviglia soddisfece ogni debito, ricevendo essi quei denari come inviati dal cielo. Il resto del denaro poi fu applicato in celebrazioni di Messe, in elemosine e in distribuzioni ai po­veri. Passati otto giornì, ecco nuovamente comparire al P. Agostino il defunto, per ringraziarlo dell’opera prestata a suo favore e per annunziargli la sua libe­razione dalle pene del Purgatorio.

Nella vita di S. Margherita da Cortona (Bolland., 22 Febbr.) si legge di due mercanti, passati all’altra vita lasciando impegni di giustizia non soddisfatti, i quali, per grazia di Dio, comparvero alla Santa chie­dendole che avvertisse i loro parenti di soddisfare per loro, poichè altrimenti non sarebbero passati alla glo­ria degli eletti.

Quando poi la restituzione riesce assolutamente im­possibile, trova Iddio, nei segreti della sua Giustizia, i mezzi per supplirvi. “Giusto è Iddio, e giusti sono i suoi giudizi e i suoi disegni” e senza numero sono le vie attraverso alle quali salva le anime.

Un giorno in cui S. Margherita Maria Alacoque stava pregando per due personaggi molto illustri e potenti in questo mondo, le fu rivelato che uno di essi era condannato per molti anni in Purgatorio, e che tutte le preghiere e le Messe numerosissime, che si celebravano in suo suffragio, venivano applicate dalla giustizia di Dio ad alcune famiglie, che da detto personaggio erano state rovinate o danneggiate per mancanza di carità e di giustizia, e siccome a quei disgraziati non erano rimasti mezzi per far celebrare Messe dopo morte, il Signore vi suppliva in questo modo. (Vita della Santa. Lettera della M. Greyfie sua Superiora).’

Quanto alle mancanze contro la carità, Iddio usa rigore estremo sopratutto quando son commesse da anime a lui consacrate; e la ragione è chiara. Dio: è amore, come dice san Giovanni, e quindi non v’è cosa che più gli dispiaccia quanto le inimicizie, i ran­cori, le maldicenze, i giudizi temerari e tutti que’ falli contro la carità, che purtroppo si riscontrano spesso nelle persone più pie e di più esemplare con­dotta. – Nella vita della Santa Margherita si legge che due religiose, per le quali ella pregava dopo la loro morte, le furono mostrate giacenti nel carcere del Purgatorio, una di esse soffrendo pene incomparabil­mente più atroci di quelle dell’altra. Per la qual cosa ne ascriveva a colpa sopratutto quei difetti contrari alla carità reciproca e a quella santa amicizia che deve regnare nelle comunità religiose, ed alla quale avendo ella contravvenuto, erasi meritata, fra le altre puni­zioni, quella di non usufruire dei suffragi che la co­inunità faceva ed offriva a Dio per lei, ricevendo unico sollievo nei suoi mali dalle preghiere di tre o quattro persone della stessa comunità, per le quali ella vi­vendo aveva avuto meno stima ed affezione (Vita della Santa – Lettera della M. Greyfie).

Ecco dunque, secondo le più autentiche rivelazioni, i diversi castighi inflitti dalla divina Giustizia ai di­versi peccati. Domandiamoci adesso quale sarebbe il nostro posto in Purgatorio – ammesso di meritarci solo il Purgatorio – e procuriamo di non cadervi. 

PURGATORIO DI DESIDERIO

Sete di Dio

Abbiamo veduto quali sarebbero secondo le rivela­zioni di S. Maria Maddalena de’ Pazzi le suddivisioni del Purgatorio; aggiungiamo ora dei particolari, che apprendiamo da una celebre visione di S. Francesca Romana (Bolland. Vita S. Franciscae, 9 Martii). Se­condo questa Santa dunque il Purgatorio risulta di tre parti distinte: nella regione superiore stanno le anime che soffrono la sola pena del danno o al più qualche pena mite e di poca durata; nella regione media, ove la Santa vide scritto la parola Purgatorio, soffrono le anime che commisero colpe leggere; final­mente in fondo all’abisso e precisamente in vicinanza dell’Inferno v’è la terza regione, ossia il Purgatorio inferiore, tutto ripieno di un fuoco chiaro e penetran­te, diverso da duello dell’Inferno, che è oscuro e te­nebroso. Questa terza regione si divide a sua volta in tre scompartimenti, ove le pene vanno gradata­mente aumentando, e sono riservati ai secolari il primo, ai chierici non ordinati in sacris il secondo, e il terzo ai sacerdoti e ai vescovi: Citi multum datum est, multum quaeretur ab eo (Luc., 12-48).

Che vi sia un Purgatorio superiore in cui le anime non soggiacciono a pene sensibili è confermato da molte rivelazioni anche dai Santi. Fu la Vergine SS. a rivelare a S. Brigida che esiste un Purgatorio spi­rituale, detto Purgatorio di desiderio, nel quale son trattenute alcune anime, che sebbene immuni da ogni peccato, nel tempo però della loro vita mortale non hanno sospirato abbastanza verso il loro Creatore. Altrettanto leggiamo presso altri Santi.

Nella vita di S. Maria Maddalena de’ Pazzi si legge che una delle sue consorelle per nome Maria Benedet­ta Vittoria, religiosa di molte virtù, che le morì tra le braccia, mentre era in agonia fu vista dalla Serva di Dio aspettata da una moltitudine di angeli di aspet­to ilare e sereno che dovevano condurla nella celeste Gerusalemme, e nel momento poi in cui spirò vide quell’anima eletta sotto forma di colomba dalla testa dorata volare fra quegli spiriti celesti e quindi spa­rire. Tre ore dopo vegliando vicino al cadavere in compagnia d’un’altra suora per nome Pacifica di To­vaglia, questa interruppe le preghiere per domandare alla Santa dove si trovasse in quel momento la loro consorella, se in Paradiso o in Purgatorio. Nè in questo nè in quello, rispose la Santa. La suora stupì a tal risposta, e quasi se ne scandalizzò, ma poco dopo recitando con Maddalena l’Ufficio de’ morti, essen­dole accaduto alla fine di un salmo di recitare il Glo­ria Patri invece del Requiem, ed avendo voluto riprendersi, la Santa le disse che bene avea detto, poi­ché non occorreva più implorare per quell’anima l’e­terno riposo. Suor Pacifica quantunque non arrivasse a comprendere il senso di quest’assicurazione, non osò interrompere la compagna. – La mattina del giorno dopo celebrandosi la Messa per la defunta, nel momento del Sanctus Maddalena fu rapita in estasi, nel­la quale il Signore le fece vedere quell’anima benedetta in mezzo alla gloria eterna. La sua fronte aveva una stella d’oro, segno di ricompensa alla sua ar­dente carità; le sue dita erano cariche di anelli pre­ziosi, e la corona che portava sul capo era pìù ricca di quella di un’altra religiosa di gran perfezione, morta poco tempo prima. Questa differenza proveniva dal gran desiderio di soffrire per Iddio, che Maria Bene­detta avea avuto in vita.

Di più per la gran carità con cui avea sempre trattato il prossimo e le sue conso­relle godeva in cielo del singolar favore di accostare la sua bocca a quella del divin Salvatore e di berne a lunghi sorsi una bevanda deliziosissima. Il che ve­dendo, Maddalena si pose a felicitarla della sua sorte; indi chiese al Signore perchò appena morta invece di ammetterla immediatamente alla sua divina pre­senza, l’avesse trattenuta (com’era accaduto difatti) per cìnque ore non in Purgatorio, ma in un luogo par­ticolare, dove pur non soffrendo alcuna pena sensi­bile, era rimasta priva della vista di lui. I1 Signore le rispose che questa suora nella sua ultima malattia essendosi troppo compiaciuta delle premure e dei di­sturbi che si davano le consorelle nell’assisterla, aveva per qualche tempo interrotto quell’unione abituale e perfetta che aveva con Dio, e per ciò era stata in tal maniera punita.

La stessa Santa vide un’altra volta una religiosa della sua comunità, morta di recente, brillare di cele­ste chiarezza in tutto il corpo, fuori che nelle mani, a cagione di certe imperfezioni da lei avute contraria­mente al voto di povertà. Ma dopo pochi istanti le mani pure le s’irradiarono, ed entrò in pieno pos­sesso della gloria eterna.

Il P. Francesco Gonzaga, francescano e poi vesco­vo di Mantova, racconta un fatto consimile nel suo libro sull’origine della religione Serafica (Parte IV, N. VII).

Frà Giovanni de Via, religioso di molte virtù, cad­de malato e morì in un convento delle isole Canarie. Il suo infermiere, che si chiamava frate Ascerisio, anch’egli molto avanzato nella perfezione, stava un giorno pregando pel riposo di quell’anima, quando all’improvviso si vide comparire davanti un religioso del suo Ordine, circondato da raggi luminosi, che riempirono la cella di una dolce chiarezza; il frate fuori di sè dalla gioia non lo riconobbe in quel mo­mento, e non osò domandargli il nome; ma essendogli riapparso una seconda e poi una terza volta, fat­tosi finalmente coraggio, gli chiese, in nome di Dio, chi fosse e perché venisse. Io sono, rispose allora il defunto, l’anima di fra Giovanni de Via, e vengo a ringraziarti sinceramente per le preghiere che innalzi al Signore in mio suffragio e ad annunziarti che, gra­zie alla misericordia divina, io mi trovo in luogo di salvazione, fra i predestinati alla gloria; del che ti siano prova questi raggi che partono dal mio corpo. Tuttavia siccome non sono stato ancora giudicato de­gno di contemplare faccia a faccia il mio Dio, per­ché durante la mia vita dimenticai colpevolmente di recitare alcuni Uffici pei defunti, a’ quali io era tenuto in forza della regola, ti scongiuro in nome dell’ami­cizia che mi hai sempre portato, anzi in nome dell’a­more che nutri per Gesù, di fare in modo che questi Uffici siano recitati in mia vece colla maggior solle­citudine, affinchè io possa quanto prima godere la vista del mio Signore. Frà Ascensio corse a raccon­tare l’accaduto al Guardiano, il quale ordinò che fos­sero immediatamente recitati gli Uffici. Ciò fatto, com­parve di nuovo l’anima di frà Giovanni, circondata di luce assai pù brillante, annunziando di essere en­trata in possesso della completa felicità.

S. Geltrude nelle sue rivelazioni racconta che una pia religiosa, morta nel fior dell’età e nel bacio del Signore dopo una vita passata in continua adorazione verso il SS. Sacramento, le apparve appena morta tutta sfolgorante di luce celeste, inginocchiata davanti al divino Maestro, che faceva partire dalle sue piaghe gloriose cinque raggi infiammati, che andavano a toc­car dolcemente i cinque sensi della pia suora. Ciononostante, sembrando la fronte di questa come offusca­ta da una nube di tristezza profonda, S. Geltrude, piena di meraviglia, domandò al Signore come mai, mentre egli favoriva la sua serva in modo tanto spe­ciale, questa sembrava che non godesse di una gioia perfetta. – Fino ad ora, rispose Gesù, quest’anima fu giudicata degna di contemplar solamente la mia Umanità glorificata e le mie cinque piaghe in conside­razione della sua devozione verso il Mistero Eucari­stico, ma non può essere ammessa alla visione beatifi­ca a cagione di alcune macchie leggerissime da lei contratte nella pratica della regola. – E poichè la Santa intercedeva per lei, nostro Signore le fece conoscere che senza numerosi suffragi quell’anima non avrebbe potuto così presto terminar la sua pena, esi­gendo così la giustizia divina; il che era tanto ben compreso dalla defunta, che fece segno a Geltrude di non voler essere liberata prima di aver soddisfatto in­teramente al suo debito; per la qual cosa il Signore, in segno di particolare benevolenza, le stese la mano sul capo e la benedisse.

Finiremo col raccontare la storia di un’anima, che dovette lungamente aspettare il giorno in cui finisse per lei la dura prova della privazione di Dio, e la citeremo per disteso affin di far conoscere i sentimenti interni dai quali sono animate quelle infelici. Possa­no i loro ardori di carità riscaldare il nostro cuore di ghiaccio, che nel tempo di questo misero esilio non sa comprendere che cosa sia aver fame e sete insa­ziabile di Dio.

Il giorno di tutti i Santi una giovane di rara pietà e modestia vide comparirsi dinanzi l’anima d’una dama di sua conoscenza, morta poco tempo prima, la quale le fece conoscere com’ella soffrisse bensì la sola pena della privazione di Dio, ma che questa pri­vazione era per lei così intensa, che le procurava un tormento intollerabile. In tale stato le si fece vedere più volte e quasi sempre in chiesa, poichè non potendo contemplar Dio faccia a faccia nel cielo, cer­cava di trovar compenso contemplandolo almeno sotto le specie eucaristiche. Sarebbe impossibile riferire a parole con che slancio di adorazione e con che umile rispetto rimanesse quell’anima davanti alla sacra Ostia. Quando assisteva al divin Sacrificio, nel momen­to dell’elevazione il suo volto si illuminava in tal mo­do, che si sarebbe detta un serafino; del che stupita la giovinetta, dichiarava di non aver mai visto spetta­colo più bello. Ogni volta che questa si comunicava, l’anima della matrona l’accompagnava alla sacra mensa e rimaneva poi accanto a lei per tutto il tempo del ringraziamento, quasi volesse partecipare alla sua felicità e godere anch’essa della presenza di Gesù. Le compariva ordinariamente vestita di bianco e con un lungo rosario in mano, in segno della sua divozione verso la Regina del cielo. Un giorno la pia fanciulla insieme con altre compagne, dopo aver decorato pia­mente l’altare della Vergine, s’inginocchiò con loro e propose che baciando i piedi della statua, tutte l’abbracciassero due volte, una per loro stesse, l’altra per­la defunta amica. Il che fatto, ecco venir questa tutta ilare e festosa à ringraziarla con indicibile affetto: che anzi in quel giorno le confidò come avendo una volta fatto voto di far celebrare tre Messe all’altare della SS.. Vergine e non avendo poi potuto adempierlo, questo debito sacro non soddisfatto aumentava la sua pena, e poichcè la pregò di adempierlo in vece sua, – cosa che la fanciulla fece subito – le apparve di nuovo tutta giuliva per ringraziarla, e in ricom­pensa della sua carità la consigliò a non far voti giammai, senza essere decisa a compierli all’istante, poichè la giustizia di Dio su questo punto è inesora­bile. – L’esortava poi sempre ad una tenera divozio­ne verso la Vergine, e specialmente al ricordo dei do­lori da lei sofferti sul Calvario, e le inculcava di sa­lutarne l’effigie colle tre invocazoni delle Litanie, Mater admirabilis, Consotairix af fictorum, Regina Sanctorum omnium; e diceva che più vivo è il no­stro amore in vita verso questa buona Madre, e più efficace sarà la sua assistenza nel finale giudizio. – La consigliava pure ad una gran carità e compas­sione verso le povere anime del Purgatorio, per le quali voleva che offrisse tutte le sue preghiere, pe­nitenze e buone opere.

– Un giorno in cui la pia giovinetta, docile a’ suoi consigli, recitava colle brac­cia aperte cinque Pater ed Ave pei defunti, quell’a­nima accorse a sostenerle le braccia già stanche e ad aiutarla nella sua preghiera. – Un altro giorno men­tre in chiesa le parlava, avendo inteso suonare il campanello dell’elevazione, corse tosto all’altare dove si celebrava il divin Sacrificio, e colla faccia a terra si pose ad adorare nostro Signore con profondo ri­spetto. Ogni volta che avesse pronunziato o inteso pronunziare i santi nomi di Gesù e di Maria, ella chinava il capo con angelico raccoglimento. – Pas­savano però in tal modo giorni e mesi, e malgrado i suoi ardenti desiderii e le preghiere dell’amica, quell’anima santa non veniva ammessa ancora alla contemplazione immediata di Dio. Finalmente il tre dicembre, festa di S. Francesco Saverio, la giovinetta dovendo andare a comunicarsi nella chiesa dei Padri Gesuiti, invitò la defunta a seguirla e questa, fedele all’invito, l’accompagnò alla sacra mensa e rimase vi­cino a lei per tutto il tempo del ringraziamento che fu molto lungo, dopo del quale affettuosamente rin­graziandola, le annunziò che la sua prova era finita. L’otto dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, le riapparve un’altra volta, ma sfolgorante già di tal luce che l’amica non poteva fissare su di lei lo sguar­do. Finalmente il 10 dicembre, mentre si celebrava la santa Messa, la vide, fra splendori assai più intensi e sublimi, avvicinarsi all’altare genuflettendo, e dopo averla ringraziata un’ultima volta delle preghiere da lei fatte, salire al cielo in compagnia del suo Angelo custode.

È dunque provata dalle rivelazioni dei Santi e da­gli esempi riferiti l’esistenza di un Purgatorio supe­riore, o, se vogliamo, di un luogo intermedio fra il Paradiso e il Purgatorio propriamente detto, dove le anime compiono la loro purificazione immuni da tor­menti, ma accese dal desiderio di raggiungere Dio.

Sembra inoltre confermato come le anime purganti passino dalle regioni inferiori alle superiori man ma­no che va compiendosi la loro purificazione. E’ celebre a questo proposito. l’interessantissima apparizione av­venuta dal settembre al dicembre 1871 nel monastero delle Redentoriste a Malines nel Belgio.

Il padre di una religiosa di quel convento, certa suor Maria Serafina, al secolo Angela Aubepin, es­sendo passato di questa vita, apparve per lo spazio di tre mesi consecutivi alla figlia per chiederle suf­fragi. Durante il primo mese, le compariva tutto circondatto di fiamme, gridando: – Pietà, figlia mia, abbi pietà di tuo padre! – Guarda, le disse un gior­no, questa cisterna di fuoco in cui sono immerso! Siamo qui a soffrire in parecchie centinaia! Oh! se si conoscesse che cosa sia il Purgatorio, si farebbe di tutto per evitarlo e per soccorrere le povere anime che vi son racchiuse. – Spesso poi in mezzo alle fiam­me da cui era ravvolto, gridava: – Ho sete, ho sete! – Dal 14 ottobre in poi il povero defunto, quantun­que tormentato sempre da atroci patimenti, parve che non fosse più circondato da fiamme; senza dubbio egli era passato nella regione media del Purgatorio. Durante questo periodo disse un giorno alla figlia che i teologi non esagerano affatto, insegnando che i tormenti patiti dai martiri sono inferiori a quelli delle anime del Purgatorio; e avendogli nella vigilia d’O­gnissanti domandato la religiosa, dietro comando del confessore, su quale argomento sarebbe stato meglio che questi avesse predicato nel giorno della festa se­guente, rispose: – Ahimè! gli uomini non sanno o non credono abbastanza che il fuoco del Purgatorio è simile a quello dell’Inferno; se potesse ogni mor­tale fare una visita sola in quel carcere, non si com­metterebbe più un sol peccato veniale, tanto è punito rigorosamente!

– Il giorno 30 novembre la religiosa intese che il padre con un doloroso sospiro pronun­ziava queste parole: – Mi pare un’eternità che son qui, la mia pena più grande in questo momento è una sete di Dio che mi divora e un desiderio irrefre­nabile di possederlo; ed ogni volta che mi slancio verso di lui mi sento sempre respinto nell’abisso, poichè la mia pena non è ancora compiuta. – Dal che è da dedurre che fosse già passato nel Purgatorio superiore; tanto più che il 5 dicembre si manifestò tutto splendido attraverso un’aureola di tristezza. Dal 5 al 12 dicembre non apparve più, ma dal 12 al 15 si mo­strò sempre più splendente. Finalmente durante la Messa della mezzanotte e precisamente nell’intermez­zo dell’elevazíone, apparve il defunto per l’ultima volta, circondato di luce e di beatitudine, dicendo a sua figlia: – Il tempo dell’espiazione è compiuto, ed io vengo a ringraziare te e l’intera comunità delle preghiere e dei suffragi fatti per l’anima mia. Pre­gherò in cielo per tutte voi, e per te, mia cara figlia, impetrerò una sottomissione perfetta alla divina vo­lontà e la grazia di entrare in cielo senza passare per le pene del Purgatorio. – Queste furono le sue ulti­me parole; la religiosa potè appena vedere il volto del padre suo, tanto era immerso nella divina luce.

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I NOVISSIMI : MORTE, GIUDIZIO, INFERNO, PARADISO. Secondo le rivelazioni del Cielo e dei Santi

 

«In tutte le tue opere, dice il Savio, proponiti sotto gli occhi i tuoi novissimi, e non peccherai mai » (Eccli. VII, 40).

“In tutte le tue opere ricordati dei tuoi Novissimi e non cadrai mai nel peccato” Siracide (7, 36).

 

I. –  MORTE.

Gli ultimi momenti dei peccatori, degl’imperfetti e dei perfetti. 

Parole di Dio a S. Caterina da Siena: «I demonii sono ministri incaricati di tormen­tare i dannati nell’inferno e di esercitare e provare la virtù delle anime in questa vita. La loro intenzione non è certamente di provare la virtù, perchè non hanno la ca­rità; essi vogliono distruggerla in voi, ma non lo potranno mai fare, se voi non volete consentirvi.

« Ora considera la pazzia dell’uomo che si rende debole per il mezzo appunto ch’io gli avevo dato per esser forte, e che si abban­dona da se stesso nelle mani del demonio. Perciò voglio che tu sappia ciò che accade nel momento della morte a quelli che, du­rante la loro vita, hanno volontariamente ac­cettato il giogo del demonio, il quale non poteva costringerveli.

« I peccatori che muoiono nel loro pec­cato, non hanno altri giudici che se stessi; il giudizio della loro coscienza basta, ed essi si precipitano con disperazione nell’eterna dannazione. Prima di passarne la soglia, essi l’accettano per odio della virtù, scelgono l’in­ferno coi demonii, loro signori.

« All’opposto i giusti, che  vissero nella carità, muoiono nell’amore. Quando viene il loro ultimo istante, se hanno praticata perfettamente la virtù, illuminati dal lume della fede e sostenuti dalla speranza del sangue dell’Agnello; veggono il bene che io ho loro apparecchiato, e colle braccia dell’amore lo abbracciano stringendo con strette d’amore me sommo ed eterno bene nell’ultima estre­mità della morte. E così gustano vita eterna prima che abbiano lasciato il corpo mortale, cioè prima che sia separata l’anima dal corpo.

« Per quelli che passarono la loro vita in una carità comune senza aver raggiunta quella gran perfezione, quando arrivano alla morte, essi si gettano nelle braccia della mia misericordia col medesimo lume della fede e colla medesima speranza ch’ebbero in un grado inferiore. Essendo stati imperfetti, essi abbracciano la mia misericordia, perchè la trovano più grande delle loro colpe. I pec­catori fanno il contrario: essi veggono con disperazione il posto che li attende e con odio l’accettano.

« Gli uni e gli altri non attendono di es­sere giudicati, ma partonsi di questa vita, e riceve ognuno il luogo suo. Lo gustano e lo posseggono prima che si partano dal corpo, nell’estremità della morte. I dannati seguono l’odio e la disperazione; i perfetti seguono l’amore, il lume della fede, la speranza del sangue dell’Agnello; gl’imperfetti si affidano alla mia misericordia e vanno in purgatorio » (Dialogo, c. XLII).

Pace delle anime sante nel momento della morte. 

« Quant’è felice l’anima dei giusti quando essi arrivano al momento della morte… A costoro non nuoce la visione dei demonii, perchè veggono me per la fede e mi posseg­gono per l’amore e perchè in loro non è ve­leno di peccato. La oscurità e terribilezza loro ad essi non dà noia nè alcun timore, perchè il loro timore non è servile, ma santo. Onde non temono i loro inganni; perchè col lume soprannaturale e col lume della Sacra Scrittura ne conoscono gl’inganni; sicchè non ricevono tenebre nè turbazione di mente. Essi muoiono gloriosamente bagnati nel sangue del mio Figliuolo, colla fame della salute delle anime e, tutti affocati nella carità del pros­simo, passano per la porta del Verbo divino, entrano in me e dalla mia bontà sono collo­cati ciascuno nello stato suo, e vien misurato loro secondo la misura che hanno recata a me dell’affetto della carità » (Dialogo, ca­plt. CXXXI).

Il demonio e il peccatore morente. 

« Quanto spaventosa e terribile è la morte dei peccatori! Nei loro ultimi momenti, il demonio li accusa e li spaventa apparendo loro. Tu sai che la sua figura è tanto orri­bile, che la creatura eleggerebbe ogni pena, che in questa vita si potesse sostenere, an­zichè vedere il demonio nella visione sua.

« E tanto si rinfresca al peccatore lo sti­molo della coscienza, che miserabilmente lo rode nella coscienza sua.- Le disordinate de­lizie e la propria sensualità, la quale si fece signora e la ragione fece serva, l’accusano miserabilmente, perchè egli allora conosce la verità di quello che prima non conosceva. Onde viene a gran confusione dell’errore suo; perchè nella vita sua visse come infedele e non fedele a me; perchè l’amor proprio gli velò la pupilla del lume della santissima fede. Onde il demonio lo molesta d’infedeltà, per  farlo venire a disperazione…. In questo gran combattimento egli si trova nudo e senza alcuna virtù; e da qualunque lato si volti, non ode altro che rimproveri con grande confusione » (Dialogo, csaxu) (1).

(1) Le anime dei dannati, all’uscire dal loro corpo, sono invase dalle tenebre, dall’orrore, dal fetore, dall’amarezza, da una pena intollerabile, da una tristezza indicibile, dalla disperazione e da un’angoscia infinita. Sono in se stesse così devastate e destituite di tutto che, quand’anche non cadessero nell’inferno e in potere dei demonii, i mali di cui sono ripiene sarebbero per loro una tortura sufficiente (S. Matilde, P. V, c. xxi).

Come si fa per gli amici di Gesù il viaggio dalla terra al cielo. 

Nella sua ultima malattia, Geltrude, pre­parandosi alla morte, disse al Signore: qual sarà il carro che mi porterà quando mi troverò in quella regia via che deve con­durmi a voi, mio unico Diletto? — « La forza potente del desiderio divino, che partirà dal mio amore intimo, verrà a prenderti e a condurti fino a me », le rispose il Signore. – Su che potrò io sedermi? – « Sulla piena fiducia, la quale, facendoti sperare ogni bene dalla mia liberale bontà, sarà il sedile su cui siederai in questo passaggio ».

Con quali redini dirigerò io la mia corsa ? – « L’amore ardente che ti fa sospirare dall’intimo delle viscere ai miei amplessi ti servirà di redini. » La Santa soggiunse: siccome ignoro quello che è più necessario per viaggiare così, io non m’informerò di quello che ancora mi occorre per compire questo viaggio desiderabile. Il Signore rispose: «Per quanto grandi siano i tuoi desideri, avrai la gioia di trovare infinitamente di più, e la mia delizia è vedere lo spirito umano impo­tente a immaginarsi tutto quello ch’io ordi­nariamente preparo a miei eletti» (Lib. V, c. YXIVV).

« Quando l’anima tua uscirà dal tuo corpo, io ti metterò come all’ombra della mia protezione paterna, così come una madre tiene stretto al suo petto e nascosto sotto le sue vesti l’amato frutto delle viscere sue, allorchè attraversa un mare burrascoso. E poi, quan­d’avrai pagato il tuo debito alla morte, io ti prenderò meco per farti gustare le delizie incantevoli dei celesti spazi verdeggianti, come una madre che vuole che anche il suo bambino abbia parte alla gioia che si prova allo sbarcar sicuramente in porto, dopo averlo preservato dalle noie e dai pericoli del mare. (lib. V, c. xxv).

II. – GIUDIZIO PARTICOLARE. GIUDIZIO UNIVERSALE.

Giudizio delle anime peccatrici. 

Istruzioni divine date a S. Caterina da Siena: « Il peccatore non ha scusa, peroc­chè è ripreso e gli è mostrata la verità con­tinuamente. Onde s’egli non si correggerà, quando è ancor tempo, sarà condannato nella seconda riprensione, la quale si farà nell’ul­tima estremità della morte, dove grida la mia giustizia: Surgite mortui, venite ad iu­dicium, cioè, tu che sei morto alla grazia, e morto giungi alla morte corporale, levati su, e vieni dinanzi al Sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudizio tuo, e col lume spento della fede, il qual lume traesti acceso dal santo battesimo, e tu lo spegnesti al vento della superbia e vanità del cuore, del quale facevi vela ai venti, ch’erano contrari alla salute tua; il vento della propria ripu­tazione nutrivi colla vela dell’amor proprio. Onde correvi per lo fiume delle delizie e stati del mondo colla propria volontà, se­guitando la fragile carne e le molestie e le tentazioni del demonio. Il quale demonio con la vela della tua propria volontà t’ha me­nato per la via di sotto, la quale è un fiume corrente. Onde t’ha condotto con lui all’e­terna dannazione » (Dialogo, xxxvi).

Giudizio di colui che non volle sperare nella misericordia. 

« Quando compariste la morte e l’uomo vede che non può più sfuggirmi, il verme della coscienza, che era stato soffocato dal­l’amor proprio, comincia a risvegliarsi e a roder l’anima, giudicandola e mostrandole l’abisso dove per colpa sua sta per cadere. Se essa anima avesse lume che conoscesse e si dolesse della colpa sua, non per la pena dell’inferno, che ne la seguita, ma per me, che m’ha offeso, che sono somma ed eterna Bontà, ancora troverebbe miseri­cordia. Ma se passa il ponte della morte senza lume, e solo col verme della coscienza, e senza la speranza nel sangue del mio Figliuolo, o con propria passione dolendosi del danno suo, più che dell’offesa mia, egli giunge al­l’eterna dannazione.

E allora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso dell’ingiustizia e del falso giudizio; e non tanto dell’ingiustizia e giudizio generale, perchè ha seguito i sen­tieri colpevoli del mondo, ma molto maggior­mente sarà ripreso dell’ingiustizia e giudizio particolare, perchè nell’ultimo suo momento avrà giudicato la sua miseria più grande della mia misericordia. Questo è quel peccato che non è perdonato nè di qua nè di là. Egli ha respinto, disprezzato la mia misericordia, e questo peccato è maggiore di tutti quelli che ha commessi. Onde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliuolo, che non fu il tradimento ch’egli fece. Sicchè l’uomo è soprattutto condannato per aver falsamente giudicato il suo peccato maggiore che la mia misericordia; e perciò è punito coi demonii e crucciato eternamente con loro.

L’uomo è convinto d’ingiustizia, per­chè si duole più del danno suo, che dell’of­fesa mia. Allora commette ingiustizia, per­ché non rende a me quello che è mio, ed a lui quello che è suo. A me deve rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e afferirla dinanzi a me per l’offesa che m’ha fatta. Ed egli fa il contrario, per­chè piange solo per amore verso di se stesso, la pena che ha meritata. Tu vedi adunque ch’egli è colpevole d’ingiustizia e d’errore e che è punito dell’uno e dell’altro. Avendo egli dispregiata la misericordia mia, io con giustizia lo mando all’eterno supplizio, con la serva sua crudele della sensualità e col crudele tiranno del demonio di cui egli si è reso schiavo per mezzo de’ suoi sensi, che dovevano servirlo. Saranno insieme puniti e tormentati, come insieme m’hanno offeso: tormentati, dico, da’ miei ministri demonii che la mia giustizia ha messi a rendere tor­mento a chi ha fatto male » (Dialogo, ca­pit. XXXVII).

Giudizio di una persona mondana.

S. Brigida ebbe un giorno la visione di un’anima ch’era presentata al Giudice Su­premo dal suo angelo custode sotto la figura d’un soldato armato e dal demonio che aveva la forma d’un negro dell’Etiopia. L’anima era tutta nuda e dolentissima, non sapendo che sarebbe stato di lei. L’angelo custode parlò in questi termini: Non è giusto che si rimproverino a quest’anima i peccati che ha confessato. Chi parlava in tal modo, dice S. Brigida, sapeva tutto in Dio, ma parlava affinchè io l’intendessi. Il Giudice rispose « Quando quest’anima faceva penitenza – ­mediante la confessione – non aveva vera contrizione ». E parlando egli all’anima, le disse: « La tua coscienza dica e dichiari i pec­cati di cui non facesti degna penitenza ». Al­lora l’anima alzò talmente la voce da poter quasi essere udita dall’universo intero, di­cendo : Guai a me, perchè io non vissi secondo i comandamenti di Dio, che pure conoscevo. Io non temetti i giudizi di Dio. E la voce del Giudice le rispose: « Ed è perciò che ora tu devi temere i demonii ». – L’anima con­tinuò: Io non ebbi quasi nessun amore di Dio, ed è perciò che feci poco bene. Nulla v’ha in me, dalla pianta dei piedi fino al vertice del capo, ch’io non abbia rivestito di vanità. Inventai abiti vani e superbi; cercai di farmi lodar come bella. La mia bocca spesso era aperta alle paroline melate e alle leziosaggini. Godevo assai che molti imitas­sero le mie azioni e i miei costumi. La voce del Giudice allora rispose: « Giustizia vuole che chi sarà preso a commettere il peccato del quale tu sei punita, subisca le medesime pene. E quando qualcuno che avrà seguito le tue vane invenzioni, si troverà al punto in cui tu ti trovi, le tue pene aumenteranno ».

Allora, dice S. Brigida, mi parve che alla testa di quella persona fosse attaccata una fune, che la circondava e serrava così forte, che il davanti e il di dietro della testa si congiungevano insieme. I suoi occhi erano usciti dall’orbita e penzolavano per le loro radici lungo le gote; i capelli parevano essere stati bruciati dal fuoco. Il suo cervello colava per il naso e per le orecchie. Le usciva fuori la lingua e le si rompevano i denti; le ossa delle braccia le erano serrate con corde, le sue mani scorticate le venivano legate al collo. Il petto e il ventre erano così fortemente stretti che, spezzate le costole, il cuore e tutte le interiora schiattarono.

Allora il negro, ch’era il demonio, disse: O Giudice, i peccati di quest’anima sono con­dannati secondo giustizia; adunque congiun­gete insieme me e l’anima per modo che noi non ci separiamo mai più.

Il soldato armato, ch’era il buon angelo, rispose: Ascoltate, o Giudice. Nell’ultimo mo­mento della sua vita, questa persona ebbe questo pensiero: Se Dio volesse darmi qual­che tempo per vivere, io correggerei i miei peccati, lo servirei in tutto il corso della mia vita e non vorrei mai più offenderlo. Allora la voce del Giudice si fece sentire. « A chi ebbe tali pensieri alla fine della sua vita l’inferno non è dovuto. Per la mia passione il cielo sarà aperto a quest’anima, dopo che ella avrà data soddisfazione e si sarà puri­ficata per tanto tempo quanto avrà meritato, salvo che gli uomini non la soccorrano colle loro buone opere.

Quest’anima era quella d’una persona che aveva votata la sua verginità nelle mani d’un sacerdote e che, infedele alla sua pro­messa, s’era poi sposata (lib. IV, c. LI).

Dannazione d’un empio cavaliere. 

Nelle opere di S. Brigida si trova questa rivelazione di nostro Signore a proposito di un cavaliere ch’era stato infedele a Dio, aveva infranta la sua santa professione e violate le sue promesse: « Essendo uscito dal tempio dell’umiltà, disse nostro Signore, avendo gittato lo scudo della mia fede e ab­bandonata la spada del mio timore, egli in­superbì e si gonfiò d’orgoglio, si diede ad ogni sorta di voluttà, a tutti i capricci della sua volontà, ingolfandosi sempre più negli abissi del peccato e seppellendosi nei sozzi piaceri ».

Giunto all’estremo della sua vita, quando l’anima sua esalava dal suo corpo, i diavoli se ne impossessarono con gran violenza e tosto dall’inferno tre voci echeggiarono contro di lei. La prima diceva: Ecchè non è forse colui che, abbandonando l’umiltà, ci ha se­guiti in ogni sorta d’orgoglio? E se avesse potuto esser più orgoglioso di noi, lo sarebbe stato assai volentieri. L’anima rispose: Sì, son io. La giustizia gli rispose: « La ricom­pensa del tuo orgoglio sarà che tu precipiti da un demonio in un altro, finché tu sia piombato nel più profondo abisso dell’in­ferno… Non vi sarà alcun supplizio di cui tu non debba subire la violenza ».

La seconda voce gridò e disse: Questi non è forse colui che abbandonò la milizia di Dio che aveva professata e che si arruolò nella nostra milizia? L’anima rispose: Sì, sono io quel desco. E la Giustizia disse: « Tutti quelli che avranno seguita la tua perversità aumenteranno la tua pena e accresceranno il tuo dolore e, quando giungeranno al punto in cui tu sei, ti trafiggeranno come d’una piaga mortale. Come colui che ha una piaga cru­dele, se gli s’aggiungesse piaga sopra piaga, finchè il corpo ne fosse tutto coperto, soffri­rebbe dolori intollerabili, così una sventura attirerà sopra di te un mondo di sventure. La tua pena non cesserà mai e il tuo do­lore non scemerà punto ».

La terza voce diceva: Costui non è forse quello che vendette il suo Creatore per la creatura, l’amor del suo Dio per l’amor di se stesso? L’anima rispose: Sì, sono io quel cotale. – « Per questo appunto, riprese la voce della Giustizia, due porte gli saranno, aperte; per l’una entri ogni pena ed ogni dolore inflitto per tutti i peccati, piccoli e grandi, poichè egli vendette il suo Creatore per la sua voluttà. Per la seconda entri in lui ogni sorta di dolori e di vergogna, e mai non entreranno in lui nè consolazioni nè amore divino, perchè egli ha amato se stesso invece d’amar il suo Creatore. Perciò la sua pena durerà senza fine; egli vivrà senza mai morire e tutti i Santi rivolteranno da lui la loro faccia.

« Ecco, o mia sposa, quanto saranno mi­serabili coloro che mi disprezzano e quali dolori si procurano per una piccola e passeg­gera voluttà » (lib. II, c. ix).

È giusto che il corpo risusciti per partecipare alla pena o alla ricompensa. 

Nel Dialogo di S. Caterina da Siena si leggono questi insegnamenti dati dall’Eterno Padre: « Ogni operazione buona o cattiva è fatta col mezzo del corpo. E però giusta­mente, figliuola mia, è renduto ai miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorifi­cato, perchè il corpo e l’anima siano ricom­pensati entrambi delle fatiche che per me sopportarono insieme. Così agli iniqui sarà renduta pena eternale col mezzo del corpo loro, perchè esso fu strumento del male; il loro supplizio si rinnoverà e aumenterà quando ripiglieranno il loro corpo in presenza del mio Figliuolo.

« La loro miserabile sensualità coll’im­mondizia sua riceverà riprensione in vedere la natura umana unita in Gesù Cristo alla purezza della divinità, scorgendo la carne d’Adamo sopra tutti i cori degli angeli, mentre essi per i loro difetti si veggono profondati nel baratro dell’inferno. E veg­gono la larghezza e la misericordia rilucere nei beati, ricevendo il frutto del sangue dell’Agnello, e veggono le pene ch’essi hanno portate, che tutte stanno per adornamento nei corpi loro, sì come la fregiatura sopra del panno, non per virtù del corpo, ma solo per la plenitudine dell’anima, la quale rap­presenta al corpo il frutto della fatica, per­chè fu compagno con lei ad operare la virtù. Questa ricompensa è visibile, e appariste sul corpo come la faccia dell’uomo si riflette in uno specchio » (Dialogo, c. XLII).

Giudizio universale. Maestà del Giudice. 

« A queste terribili parole: Alzatevi, o morti, e venite al giudizio! l’anima si riu­nirà al corpo per glorificarlo nei giusti e torturarlo eternamente nei cattivi. I dannati saranno coperti di onta e di confusione in presenza della mia Verità e di tutti i miei beati » (Dialogo, c. XLVIII).

« Sappi che nell’ultimo dì del giudizio, quando verrà il mio Figliuolo colla divina mia Maestà, a riprendere il mondo colla po­tenza divina, egli non verrà in qualità di poverello, come quando nacque dal seno della Vergine, in una stalla, fra due ani­mali, e morì fra due ladroni.

« Allora io nascosi la potenza mia in lui, lasciandolo sostenere pene e tormenti come uomo; non che la natura mia divina fosse però separata dalla natura umana, ma lo lasciai patire come uomo, per soddisfare alle colpe vostre. Non verrà così ora in questo ultimo punto, ma verrà con potenza a ri­prendere colla propria persona; e non sarà alcuna creatura, che non riceva tremore, e renderà a ognuno il debito suo.

« Ai dannati miserabili darà tanto tor­mento l’aspetto suo e tanto terrore, che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. A’ giusti darà timore di riverenza con grande giocondità; non ch’egli si muti la faccia sua, perocchè egli è immutabile, perchè è una cosa con me, secondo la natura divina; e secondo la natura umana ancora la faccia sua è immutabile, poichè prese la gloria della risurrezione. Ma il reprobo lo vedrà solo con quell’occhio terribile e oscuro che egli ha in se medesimo. L’occhio malato che guarda la luce del sole non ci vede che tenebre, mentre che l’occhio sano ne ammira lo splen­dore. Questo non è per difetto della luce, che si muti più al cieco che all’illuminato, ma è per difetto dell’occhio che è infermo. Così i dannati lo veggono in tenebre, in con­fusione e in odio, non per difetto della mia Maestà, colla quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difetto loro » (Dialogo, ca­plt. XXXIX).

Terribile sentenza. 

« Allo spettacolo della gloria e della fe­licità degli eletti di cui si sono privati, i dannati sentiranno crescere la loro pena e la loro confusione. Nel loro corpo appari­ranno i segni dei peccati commessi e i sup­plizi che avranno meritato. Onde in quella parola, ch’essi udranno terribile: Andate, ma­ledetti, nel fuoco eterno, l’anima e il corpo andranno a dimorare coi demonii senz’alcun rimedio di speranza, in quella sentina (lei mondo ove ognuno porterà la puzza delle sue iniquità.

« L’avaro vi arderà insieme colla sua pas­sione de’ tesori della terra, il crudele colla sua crudeltà, l’immondo coll’immondizia e miserabile concupiscenza, l’ingiusto colle sue ingiustizie, l’invidioso coll’invidia, colui che odia il suo prossimo col suo odio. Quelli che si saranno amati di quell’amore disordinato che cagiona tutti i mali, perché insieme col­l’orgoglio, esso è il principio di tutti i vizi, saranno divorati da un fuoco intollerabile. Sicchè tutti in diversi modi saranno puniti in­sieme nell’anima e nel corpo » (Dialogo, ca­plt. XLII).

III. – INFERNO. 

La pena misurata secondo il peccato. 

Dio Padre disse a S. Caterina da Siena: « La mia giustizia esige ch’io proporzioni la pena all’offesa. Perciò il cattivo cristiano è punito più assai che il pagano. Il fuoco ter­ribile della mia vendetta, che arde senza consumare, lo tortura maggiormente e il verme roditore della coscienza lo divora più profondamente. Quali si siano i loro tormenti, i dannati non possono perdere l’essere, chie­dono la morte senza poter ottenerla, il peccato loro non toglie che la vita della grazia. Sì, il peccato è più punito dopo la Redenzione che prima, perchè gli uomini hanno ricevuto di più. I peccatori disgraziati non ci pensano; essi mi sono fatti nemici, dopo essere stati riconciliati nel prezioso sangue del mio Fi­gliuolo » (Dialogo, c. xv).

« Allora il verme della coscienza roderà il midollo dell’albero, cioè l’anima, e la cor­teccia di fuori, cioè il corpo. Rimproverato loro sarà il sangue che per loro fu pagato, e l’opere della misericordia, spirituali e tem­porali, le quali io feci a loro, col mezzo del mio Figliuolo, e quello ch’essi dovevano fare nel prossimo loro, siccome si contiene nel santo Evangelo. Ripresi saranno della crudelta, che essi hanno avuta verso il prossimo, della superbia e dell’amor proprio, dell’im­mondizia e avarizia loro. La vista della mi­sericordia che da me hanno ricevuta, renderà più terribile la loro condanna. Nel punto della morte essa tocca solamente l’anima, ma al giudizio finale colpirà ad un tempo e l’anima e il corpo; perchè il corpo è stato compagno e strumento dell’anima a fare il bene e il male, secondo che è piaciuto alla propria volontà » (Dialogo, c. XLII).

I quattro principali supplizi dell’inferno. 

« Figlia mia, disse Iddio a S. Caterina da Siena, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste anime tapinelle. Vi sono tre vizi principali: Amor proprio di sè, d’onde esce il secondo, cioè la propria riputazione, e dalla propria riputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e cru­deltà, e con altri immondi e iniqui peccati, che dopo questi seguitano. Così ti dico che nell’inferno vi sono quattro tormenti prin­cipali, ai quali seguitano tutti gli altri tor­menti. Il primo è che i dannati si veggono privati della mia visione, che per loro è pena così grande che, se loro fosse possibile, eleg­gerebbero piuttosto il fuoco e i crociati tor­menti e vedere me, anzichè stare fuori delle pene e non vedermi.

« Questa pena ne produce una seconda, che è il verme della coscienza che la rode incessantemente. Il dannato vede che, per colpa sua, si è privato della mia vista e della compagnia degli angeli e che si è reso degno della compagnia e della vista del demonio.

« Questa vista del demonio è la terza pena, e questa pena raddoppia la sua sventura. I Santi trovano la loro felicità eterna nella mia visione; vi gustano, nella gioia, la ri­compensa delle prove che sopportarono con tant’amore per me e con tanto disprezzo per se stessi. Quei disgraziati invece trovano in­cessantemente il loro supplizio nella visione del demonio, perchè vedendolo essi si cono­scono maggiormente e comprendono quello che meritarono colle loro colpe. Allora il verme della coscienza li rode più crudelmente e li divora come un fuoco insaziabile. Ciò che rende questa pena terribile si è ch’essi veg­gono il demonio nella sua realtà, e la sua figura è così spaventosa che l’immaginazione dell’uomo non potrebbe mai concepirlo.

« E se bene ti ricorda, io te lo mostrai un solo istante in mezzo alle fiamme e tale istante fu sì penoso che avresti preferito, poichè ritornasti in te, di andare per una strada di fuoco fino al giorno del giudizio piuttosto che rivederlo; eppure quello che vedesti non può farti comprendere quant’egli è orribile, perchè la giustizia divina lo mo­stra assai più orribile ancora all’anima che è separata, e l’orrore di quella visione è pro­porzionato alla grandezza della sua colpa. « Il quarto supplizio dell’inferno è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, perocchè l’anima non si può consumare. L’essere suo non è cosa materiale, che possa essere con­sumata dal fuoco, poichè è incorporea; ma, giustizia vuole che questo fuoco la arda e la torturi senza distruggerla, e questo sup­plizio è in rapporto con la diversità e la gravità delle sue colpe.

« Questi quattro principali tormenti sono accompagnati da molti altri, come dal freddo, dal caldo e dallo stridore di denti. Ecco come saranno puniti quelli che, dopo essere stati convinti d’ingiustizia e di errore durante la loro vita, non si saranno convertiti e, nel­l’ora della morte, non avranno voluto sperare in me e piangere l’offesa che mi avevano fatta, più che la pena che avevano meritata » (Dialogo, xxxviiI).

L’odio eterno. 

« Egli è tanto l’odio ch’essi hanno, che non posson volere nè desiderare verun bene, ma sempre mi bestemmiano. E sai perchè essi non possono desiderare il bene? Perchè, fi­nita la vita dell’uomo, è legato il libero ar­bitrio; per la qual cosa non possono meri­tare, perduto che hanno il tempo. Se essi finiscono in odio colla colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame dell’odio, e sempre sta ostinata, in quel male ch’ella ha, rodendosi in se medesima e aumentando la sua pena colle pene di quelli per cui ella fu causa di dannazione.

« Il ricco malvagio chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi fratelli i quali erano rimasti nel mondo ad annunziare le pene sue. Questo già non faceva per carità, nè per com­passione dei fratelli, perocchè egli era privato della carità, e non poteva desiderare bene nè in onore di me, nè in salute loro. Perchè già t’ho detto che ì dannati non possono voler alcun bene al prossimo e mi bestem­miano, perchè la loro vita finì nell’odio di me e della virtù.

« Ma perchè dunque il faceva? Facevalo, perchè egli era stato il maggiore e avevali nutriti nelle miserie; in cui egli era vissuto. Sicchè egli era cagione della dannazione loro e temeva di vedersi crescere la sua pena, dovendo i loro tormenti aggiungersi a’ suoi; perchè quelli che muoiono nell’odio eterna­mente si divorano fra loro nell’odio » (Dia­logo, c. xr.).

Rabbia dei dannati gli uni contro gli altri.

Dio Padre, parlando dell’inferno a santa Maria Maddalena de’ Pazzi, le disse: « Fra i dannati regna un odio eterno, perchè ciascuno di essi conosce colui che lo portò ad offendermi e che fu per conseguenza la causa della sua dannazione. Perciò quanto più cresce il loro numero, tanto maggiormente si accrescono le loro pene, perchè i nuovi ve­nuti non fanno che aumentare la rabbia che li anima gli uni contro gli altri » (Parte IV, cap. xi).

Supplizi di coloro che non amarono mai il loro Dio. 

S. Matilde, stando in orazione, vide sotto di sè l’inferno aperto e dentro una miseria e un orrore infinito: come serpenti e rospi, leoni e cani e ogni sorta di bestie feroci che si laceravano crudelmente fra loro. Allora ella disse: O Signore, chi sono quei disgra­ziati? – E il Signore a lei: « Sono coloro che mai non si sono ricordati dolcemente di me, nemmeno per un’ora » (P. V, c. xx).

L’Inferno. Visioni di S. Veronica Giuliani. 

S. Veronica Giuliani ebbe più volte visioni dell’inferno; noi crediamo utile riprodurle, come una conferma degl’insegnamenti di Dio a S. Caterina da Siena. Leggendole bisogna senza dubbio tener conto del simbolismo che sotto immagini materiali rappresenta supplizi spirituali, di cui noi non potremmo altrimenti farci una minima idea. Pare anche proba­bile che vi siano dei dannati che soffrano rneno di quelli di cui ella vide le orribili tor­ture; può anche darsi che il castigo, pur es­sendo eterno, non abbia sempre il medesimo grado d’acutezza. Ma il certo si è che nostro Signore nel Vangelo parla del fuoco e d’un fuoco eterno e che la sciagura della danna­zione oltrepassa tutto quello che noi possiamo immaginare.

Il 14 febbraio 1694, ella vide l’inferno aperto; vi cadevano molte anime ch’erano così turpi e così nere ch’era uno spavento a vederle. Si precipitavano una dietro al­l’altra e scomparivano tra le fiamme. Dal mezzo del fuoco che le inghiottiva si solle­vavano dei pugnali, dei rasoi e degli stru­menti di supplizio di varie sorta che poi ricadevano con tutto il loro peso per schiac­ciare quei miseri. La Santa chiese al Si­gnore se fra le anime ch’ella aveva veduto cadere si trovasse qualche religioso o reli­giosa. E il Signore le fece conoscere che fra le anime religiose ce n’erano che vi erano precipitate – e che l’avevano davvero meritato, perchè non avevano mantenuto quello che avevano promesso e perchè si erano rese colpevoli di tante violazioni delle loro regole.

Il 1° aprile 1696, S. Veronica fu condotta alla bocca dell’inferno. Ella udì le grida e

le bestemmie dei dannati, ma a tutta prima non notò altro che tenebre e puzza orribile; il fuoco era nero e fitto. Poi ella vide molti demonii ch’erano come vestiti di fuoco e che si eccitavano a percuotere; e le si fece sa­pere che picchiavano dei dannati.

Il 5 dicembre del medesimo anno, ebbe una visione simile. Nel medesimo tempo il Sal­vatore si mostrò a lei flagellato, coronato di spine e con una pesante croce sulle spalle, e le disse: « Guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Qui si esercita la mia giu­stizia e il mio terribile sdegno ».

Il 30 giugno 1697, fu detto alla Santa che ella stava per passare attraverso nuove pene. Fu come una partecipazione ai supplizi del­l’inferno ch’ella sopportò per un’ora a più riprese. In quel giorno ella si sentì posta in una fornace ardente e provò pene atroci, come lance che la trafiggevano, ferri che la bruciavano, piombo bollente che le era ver­sato su tutto il corpo.

Il primo luglio, al mattino, ella si ritrovò in quel luogo di terrore; vedevasi come ab­bandonata da Dio, incapace di raccomandarsi nè al Signore, nè ai Santi; non già ch’ella non avesse il pensiero di Dio, tutt’all’op­posto; ma ella lo vedeva senza misericordia e tutto giustizia.

Il 4 luglio, l’inferno le parve così vasto che tutta la macchina del mondo, dice ella, non sarebbe nulla al confronto. Vide una ruota – come una macina – di grandezza smisurata, che ad ogn’istante cadeva sui dan­nati, poi si sollevava per ricadere ancora.

Il 16 luglio sentì tutte le sue ossa strito­late da ruote che giravano tutt’intorno a lei. Nel medesimo tempo ella ebbe il sentimento della perdita di Dio, pena sì atroce, dice ella, che non si può spiegare. Tutti gli altri tor­menti sembrano poca cosa in confronto di questo.

Il 19 luglio, durante quello ch’ella chia­mava l’ora d’eternità, sentivasi ora punta da spilli ed aghi, ora arsa da lastre roventi, ed ora lacerata nelle carni da strumenti da taglio.

Il 6 febbraio 1703, il suo confessore aven­dole comandato di pregare per la città ove ella dimorava, il Signore le fece vedere come un immenso incendio che divorava la città; molte persone andavano a gettarsi nelle fiamme, altre sul punto di gettarvisi ritor­navano addietro. Fu rivelato alla Santa che quelle fiamme rappresentavano il peccato di impurità a cui s’abbandonava un numero troppo grande de’ suoi concittadini; ma altri, violentemente tentati, sapevano resistere. E il Signore le disse; « Di’ a colui che tiene il mio posto, al tuo confessore, che t’ha or­dinato di chiedermi in che cosa sono io più offeso, ch’io sono offeso in tutti i modi, ma particolarmente coi peccati della carne. Vi sono pure fra questo popolo delle inimicizie che m’offendono grandemente e molte anime per questo motivo vanno all’inferno per tutta l’eternità ».

Il 27 gennaio 1716, Maria, comparendo a S. Veronica, chiamò i due angeli che la servi­vano da custodi e loro ordinò di condurla in spirito all’inferno; ella la benedì e le disse: « Figlia mia, non temere, io sarò con te e t’aiuterò ». Ad un tratto, racconta la Santa, mi trovai in un luogo oscuro, profondo e fetente, udii mugghii di tori, ragli d’asino, ruggiti di leone, sibili di serpenti, ogni sorta di voci confuse e spaventose e grandi rombi di tuono che riempivano di terrore. Vidi lampi e fumo molto denso. Scorsi una gran montagna tutta coperta di serpenti, di vipere e di basilischi fra loro attorcigliati in numero incalcolabile. Udendo uscire di sotto a loro delle maledizioni e voci orrende, chiesi a’ miei angeli che voci fossero quelle, ed essi mi risposero che lì si trovavano molte anime nei tormenti. Infatti quella gran montagna ad un tratto s’aprì ed io la vidi tutta ripiena d’anime e di demonii. Quelle anime erano tutte avvinghiate insieme, per modo che formavano una sola massa; i de­monii le tenevano così legate a se stessi con catene di fuoco; ogni anima aveva parecchi demonii attorno a sè. Di là fui trasportata ad un’altra montagna ove si trovavano dei tori e dei cavalli furiosi che mordevano come cani arrabbiati. Loro usciva fuoco dagli occhi, dalla bocca e dal naso, i loro denti parevano lance acutissime e spade taglienti, che riducevano in frantumi in un istante tutto ciò che afferravano. Compresi che morde­vano e divoravano anime. Vidi altre mon­tagne ove si praticavano dei tormenti più crudeli, ma mi è impossibile descriverli. Al centro di tal soggiorno infernale si erge un trono altissimo; in mezzo a quel trono vi è un seggio formato dei demonii che sono i capi e i principi. Là siede Lucifero, spa­ventoso, orribile. O Dio che figura orrenda; sorpassa in orrore tutti gli altri demonii. Sembra avere una testa formata di cento teste e piena di lance, a capo di ciascuna delle quali vi è come un occhio che proietta frecce infiammate che infiammano tutto l’inferno. Benchè il numero dei demonii e dei dannati sia incalcolabile, tutti veggono quella testa orribile e ricevono tormenti sopra tormenti da quello stesso Lucifero. Esso li vede tutti e tutti lo vedono. Qui i miei angeli mi fecero comprendere che, come in cielo la vista di Dio rende beati tutti gli eletti, così nell’in­ferno l’orribile figura di Lucifero, orrendo mostro infernale, è un tormento per tutti i dannati. La loro maggior pena è l’aver per­duto Iddio. Questa pena Lucifero la sente per il primo, e tutti vi partecipano. Egli be­stemmia, e tutti bestemmiano; maledice e tutti maledicono; soffre ed è torturato, e tutti sof­frono e sono torturati.

In quel momento i miei angeli mi fecero osservare il cuscino ch’era sul seggio di Lu­cifero e su cui stava seduto; era l’anima di Giuda. Sotto i piedi di Lucifero vi era un cuscino molto grande, tutto lacero e coperto di segni; mi si fece capire ch’erano anime di religiosi. Allora il trono fu aperto e, in mezzo ai demonii che stavano sotto il seggio, vidi un gran numero d’anime. Chi sono que­ste? domandai a’ miei angeli; ed essi mi ri­sposero ch’erano dei prelati, dei dignitari della Chiesa, dei superiori d’anime consacrate a Dio.

Io credo che se non fossi stata accompa­gnata da’ miei angeli ed anche, come penso, invisibilmente fortificata dalla mia buona Ma­dre, io sarei morta di spavento. Tutto ciò ch’io ne dico non è nulla e tutto ciò che udii dire dai predicatori non è nulla in paragone di quello ch’io vidi (Diario, alle date indicate).

Visione del Ven. Bernardo Francesco de Hoyos. 

Il 9 gennaio 1730, il Ven. Bernardo Fran­cesco, che faceva gli esercizi spirituali ed era giunto alla meditazione dell’inferno, ne ebbe una visione terribile. D’improvviso si vide in un vasto campo; per ordine di Dio il suo angelo custode lo condusse fino all’orlo del­l’abisso infernale che s’aprì a’ suoi piedi: Vieni, gli diss’egli, e ti mostrerò questo grande spettacolo. Io vidi, scrive il santo giovane, un’immensa caverna piena di fuoco; da quel fuoco usciva un fumo così denso che offuscava la luce. Io dirigevo il mio sguardo su quella immensa distesa di fuoco, ma non ne vedevo la fine. Vidi certi dannati che, spinti dalla rabbia, uscivano fuori dalle fiamme, ma tosto vi ricadevano, precipitati dai demonii e tra­scinati verso l’abisso come una pietra verso il suo centro.

Il mio angelo si volse a me e mi disse: Fai ben attenzione. Allora vidi quali erano i castighi particolari per gl’impudici, per gli avari, per quelli che portano odio. Pieno d’or­rore per quel che vedevo, stordito dalle be­stemmie che udivo vomitare contro Dio e la sua santa Madre, spaventato dalla vista dei mostri che m’apparivano, distolsi gli sguardi e non distinsi più nulla. Avendo così percorso alla cieca un grande spazio, il mio angelo mi disse: Vieni e vedi, e scrivi ciò che vedrai.

Allora il sentiero ch’io seguivo s’aprì e mi trovai in un’altra cavità sopra la prima e più orribile. Là si tenevano i sacerdoti in­degni che – avevano avuto l’audacia di ricevere sacrilegamente nelle loro mani e nel loro cuore il Figlio della Vergine. Quei miserabili soffrivano tali torture che tutte quelle di cui ho parlato non sono nulla al loro confronto. Erano tormentati specialmente nelle parti del loro corpo che avevano toccata l’ostia consacrata; pel dolore si facevano scoppiare le mani ch’erano divenute come carboni ardenti; le loro lingue erano come fatte a pezzi e penzo­lavano fuori della loro bocca per significare i loro sacrilegi; tutto l’interno del loro corpo e specialmente il loro cuore era divorato dal fuoco e in preda ad orribili dolori. Là io vidi drizzarsi, come un serpente che vuol saltare, un cattivo sacerdote ch’io conobbi e che era morto subitaneamente dopo aver dato gravi scandali. Mi fissò con rabbia e subito ricadde nel più profondo della fornace (cap. x).

V. – IL PARADISO.  

L’entrata d’un eletto in Paradiso.

Il Figlio di Dio, dando a S. Brigida le sue istruzioni, le parlò in questi termini d’un generoso cavaliere che aveva praticato le virtù cristiane: «Quando quest’amico del mio Cuore fu arrivato all’estremo della sua vita e l’anima sua si separò dal corpo, cinque legioni d’angeli furono inviate incontro a lui. Si udirono allora in cielo voci melodiose che risonavano soavemente e dicevano: O Si­gnore e Padre, questi non è forse colui che aderì fortemente ai vostri voleri e che perfet­tamente li compì? Poi una voce da parte della Divinità gli disse: Io ti creai e ti diedi il corpo e l’anima. Tu sei mio figlio e facesti la volontà del Padre tuo. Ora vieni dunque al tuo Creatore onnipotente e al tuo Padre amantissimo. L’eredità eterna ti è dovuta, poiché tu sei figlio e fosti obbediente. Vieni dunque, o mio dolcissimo figlio, io ti rice­verò con gioia ed onore.

« Una seconda voce, ch’era quella del­l’Uomo Dio, gli disse: Vieni al tuo fratello, perché io mi sono offerto per te, ho versato il mio sangue per amor tuo. Vieni a me, per­ché hai seguito la mia volontà; vieni a me, perché hai versato sangue per sangue, hai dato vita per vita e morte per morte. Dunque tu che m’hai seguito, vieni alla mia vita, alla mia gioia che non finirà mai.

« Una terza voce parlò da parte dello Spi­rito Santo: Vieni, o mio cavaliere, che m’haì tanto desiderato e in cui io mi sono compia­ciuto di stabilire la mia dimora. Per le fa­tiche del tuo corpo, entra nel riposo; in cambio delle tribolazioni del tuo spirito, entra nelle consolazioni ineffabili; in ricompensa della tua carità e delle tue generose lotte, entra in me stesso; io rimarrò in te e tu rimarrai in me.

« Poi le cinque legioni d’angeli fecero echeggiare la loro voce. La prima diceva: andiamo incontro a questo generoso soldato e portiamo davanti a lui le sue armi; cioè presentiamo al nostro Dio la fede ch’egli con­servò senza vacillare e che difese contro i suoi nemici.

« La voce della seconda legione disse: por­tiamo davanti a lui il suo scudo e mostriamo al nostro Dio la sua pazienza; benchè ella sia a Dio nota, più gloriosa ne sarà per la nostra testimonianza.

« La terza legione disse: Andiamo in­ contro a lui e presentiamo a Dio la sua spada, cioè l’obbedienza ch’egli praticò, tanto nelle cose penose quanto in quelle facili.

« La quarta: andiamo e rendiamo testimo­nianza alla sua umiltà, perchè l’umiltà prece­deva e seguiva tutte le sue buone opere.

« La quinta voce disse: diamo testimo­nianza del suo desiderio divino, per cui egli sospirava a Dio. Ad ogni ora a lui pensava nel cuor suo; egli l’aveva sempre in bocca, sempre nelle sue opere; lo desiderava sopra tutte le cose; per amor di lui, egli sempre si mostrò come morto al mondo.

« Ecco come il mio amico viene a me e con qual premio è ricompensato. E, quantun-

que non tutti abbiano versato il loro sangue per amore del mio nome, pure riceveranno le medesime ricompense, se essi hanno la volontà di dar la loro vita per amor mio, quando se ne offriranno il tempio e l’occasione. Vedi quanti beni reca la mia volontà. (1. II, cap. xi).

Accoglienza fatta dal Signore all’anima glorificata. 

Il nostro buon Signore, racconta Giuliana di Norwich, mi disse: «Io ti ringrazio di ciò che facesti per me, e specialmente d’avermi consacrata la tua giovinezza». Poi Dio mi mostrò tre gradi di beatitudine in cielo per quell’anima che lo servì di buon animo: il primo, quando il Signore la ringrazia alla sua uscita dal purgatorio, ringraziamento così ele­vato e così glorioso ch’ella si sente ricolma e sufficientemente ricompensata. Il secondo è che tutta la corte celeste ne è testimonio, perchè Dio fa conoscere a tutti gli eletti i servizi che gli furono resi. Il terzo è che la gioia data all’anima nel momento in cui è così ringraziata deve durare per tutta l’eter­nità (VI Rivelazione, c. xiv).

« Quanto più avrai sofferto, disse l’eterna Sapienza al beato Enrico Susone, tanto più sarai ricevuto con riguardi e dignità. Qual gioia produce quest’onore come l’anima e il cuore sono inondati di felicità vedendosi lo­dati e glorificati da me dinanzi al Padre mio e a tutto il celeste esercito. Io li loderò d’aver sofferto tanto in questa vita, d’aver combat­tuto tanto, d’aver riportate tante vittorie (L’Exemplaire, Trattato II, c. XII).

Nostro Signore ci dichiara ancora nel Van­gelo ch’egli farà l’elogio degli eletti: « Ve­nite, benedetti del Padre mio; io ebbi fame e mi deste da mangiare, ecc. – Coraggio, servo buono e fedele, tu fosti fedele nelle piccole cose. – Chi mi avrà confessato da­vanti agli uomini io lo confesserò davanti al Padre mio. – Allora, dice l’Apostolo san Paolo, ognuno riceverà dal Signore la lode che gli sarà dovuta » (I Cor., Iv, 5).

Quello che perdono coloro che non hanno amore. 

Una volta, racconta S. Teresa, per lo spazio d’un’ora e più, nostro Signore, tenendosi sempre vicino a me, m’aveva scoperto cose meravigliose. Poi mi disse: « Vedi, figlia mia, quello che perdono coloro che sono contro di me. Non mancar di dirlo loro » (Vita, e. XXXVIII).

S. Caterina da Siena, che rimase morta per quattro ore e ritornò poi a vita, aveva veduto e le pene dei peccatori nell’altro mondo e la gloria degli eletti. E il Signore le disse: « Tu vedi di qual gloria sono privati e con quali pene sono puniti coloro che m’offen­dono. Ritorna dunque a loro per mostrare ad essi il loro errore, il loro pericolo e il torto che fanno a se stessi » (Vita, del B. Rai­mondo, Parte II, c. vi).

Parole simili furono dette a Francesca di Bona dopo ch’ella fu favorita d’un conosci­mento elevatissimo della SS. Trinità: « Figlia mia, io volli farti vedere di qual bene si pri­vano i peccatori che muoiono nel loro pec­cato » (lib. III, c. xiv).

La gloria di Dio veduta in lui, in noi e in tutto, ecco il cielo. 

S. Caterina da Bologna (1413-1483) ebbe una visione, in cui nostro Signore le apparve, circondato d’angeli e di Santi, che cantavano queste parole d’Isaia (Lx, 2) : « E la sua gloria sarà veduta in voi ». Il Salvatore con­dusse S. Caterina presso il suo trono e le disse: « Figlia mia, ascolta questo canto e intendi bene il senso di queste parole: E la sua gloria sarà veduta in voi » (Piccoli Bol­landisti, 9 marzo).

Dio tutto in tutti. 

In una visione, racconta S. Geltrude, in cui l’anirna rnia ben sentiva, in slanci d’una gioia perfetta, ch’ella ora arricchita dei gaudii del suo Diletto, io intesi il senso di queste parole così piene di dolcezza: « Dio sarà tutto in tutti » (I Cor., xv, 28). L’anima mia beveva, con un’avidità insaziabile, queste parole che il cielo presentava in una pozione deliziosa all’ardore della sua sete: « Com’io sono la figura della sostanza di Dio, mio Padre, nella Divinità stessa, così tu sarai la figura della mia sostanza nell’umanità e, come l’aria riceve la chiarezza dei raggi del sole, così tu riceverai nell’anima tua deificata le emanazioni della mia divinità; allora penetrata fino al midollo dai raggi della mia luce, tu diventerai capace d’una più familiare unione con me » (lib. II, c. vi).

Mentre S. Paolo della Croce, meditando sui novissimi, considerava le gioie del para­diso, udì il Signore che gli diceva: « Mio figlio, in cielo, il beato non sarà unito a me com’è un amico all’amico suo, ma come il ferro penetrato dal fuoco » (Vita, c. iv).

Dio in cielo ama di esser lodato ne’ suoi eletti. 

Dopo la morte di S. Matilde, Geltrude vide tre raggi che partivano dal Cuore di Dio e passavano per l’anima della sua santa amica per dirigersi su tutti i Santi che, essendo mirabilmente illuminati e rallegrati, si misero a lodare per lei il Signore, dicendo: noi vi lodiamo per l’incantevole bellezza della vo­stra sposa, per l’amabile compiacenza che ri­ponete in lei, per l’unione perfetta che la fece una sola cosa con voi. E vedendo Geltrude che il Signore si pigliava un gran piacere in quelle lodi, gli disse: Perchè, mio Signore, godete tanto d’esser lodato in quest’anima? Egli rispose: « Perchè nella sua vita ella desiderava sopra tutto di vedermi lodato; ella ha conservato questo desiderio ed io voglio saziarla colla mia lode incessante » (P. VII, cap. xvi).

Le nostre buone opere in cielo cantano la lode di Dio.

Suor Matilde aveva un fratello chiamato Balduino, che era domenicano. Il Signore, parlandole di questo fratello, ch’era assai vir­tuoso e zelante, le disse: « Ho saputo e ve­duto tutte le fatiche a cui si sobbarca, le let­ture che fa e i libri che scrive: tutto quello ch’egli fa canterà un cantico d’amore a mia lode davanti alla mia eterna famiglia e dirà: Dio grande, eterno, forte, ammirabile, alle­luia! Ed io esalterò il suo capo e tutte le sue forze, come feci per te, non solo nell’ordine della natura, ma ancora in quello della gra­zia » (lib. II, c. xxi).

Come Cristo fu glorificato nel suo corpo. 

Mentre Matilde pregava il Signore Gesù di rendere grazie a Dio della sua risurrezione futura, il Signore le disse: « Io lo faccio pre­sentemente per te e per ognuno de’ miei così volentieri come per me stesso, perchè consi­dero la gloria de’ miei membri come la mia stessa e l’onore che loro è reso come tribu­tato a me stesso. L’anima per cui io compio così queste lodi e questi ringraziamenti, men­tre ella è ancora sopra la terra, ne rice­verà una gran gloria e una gran gioia ne’ cieli ». E, poichè Matilde cercava in se stessa ciò che era stata la glorificazione dell’u­manità di Cristo nel momento della sua ri­surrezione, il Signore le disse: « La glori­ficazione del mio corpo consistette in questo, che mio Padre mi diede ogni potere in cielo e in terra, per modo ch’io fossi onnipotente nell’umanità, come nella divinità, per ricom­pensare, elevare e colmare i miei amici delle testimonianze del mio amore, secondo tutta la generosità de’ miei desideri. La glorifica­zione de’ miei occhi e dei miei orecchi mi diede modo di poter penetrare fino in fondo a tutti i bisogni e a tutte le tribolazioni de’ miei fedeli, udire ed esaudire i loro voti e le loro preghiere. Tutto il mio corpo ha al­tresì ricevuta questa gloria ch’io possa essere da per tutto nell’umanità compio sono nella divinità con tutti e con ciascuno de’ miei amici, dovunque io voglio; ciò che nessun altro, per potente che sia, non ha mai potuto e mai non potrà». (Parte I, c. xrx; ediz. lat., pag. 67).

La misura dell’amor meritorio è la misura dell’amor beatificato.

Ascoltiamo Iddio che a S. Caterina da Siena dice: « L’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità è eternamente legata in amore. Ella non può più crescere in virtù, perchè è venuto meno il tempo, ma può sempre amare coll’ardore ch’ella ebbe per venire a me, e quest’ardore è la misura della sua felicità. Sempre desidera me e sempre ama, onde il suo desiderio non è vuoto, ma avendo fame è saziato, e saziatosi ha fame, senza mai provare la noia della sazietà nè la pena della fame.

« Gli eletti dell’amore godono nell’eterna mia visione, partecipando quel bene ch’io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua, e questa misura è l’amore ch’essi avevano venendo a me. Perchè sono stati nella carità mia e in quella del prossimo, e uniti insieme colla carità comune e colla particolare, ch’esce pure da una medesima carità. Godono ed esultano, partecipando l’uno il bene dell’altro, con l’affetto della carità, oltre al bene universale, ch’essi hanno tutti insieme. E go­dono ed esultano cogli angeli, coi quali i Santi sono collocati, secondo le varie virtù, le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tutti nel legame della carità (Dialogo, c. XLI).

Partecipazione alla felicità di quelli che noi abbiamo amato di più sopra la terra. 

« Ed hanno una singolare partecipazione con coloro, coi quali strettamente d’amor sin­golare s’amavano nel mondo. Quest’amore era un mezzo d’aumentare in essi la virtù: erano gli uni per gli altri occasione di glorificare il mio nome in essi e nel prossimo loro e, siccome l’amore che li univa non è distrutto in cielo, essi ne godono con maggior abbon­danza, e tal amore accresce la loro felicità. « E non vorrei però che tu credessi che gli eletti soli godessero della loro felicità particolare; perchè essa è partecipata da tutti quanti i beati abitanti del cielo, dagli an­geli e da’ miei diletti figliuoli. Onde quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano il bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non già che il vaso suo, nè il loro, possa crescere, nè che abbia bisogno di empirsi, perocchè egli è pieno, e perciò non può crescere, ma hanno un’esultazione, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si rinfresca in loro per il conoscimento, che han trovato in quell’anima. Veggono che per mia misericordia ella è levata dalla terra, colla plenitudine della grazia; e così esultano in me, nel bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà. E quell’anima gode in me, e nelle anime, e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e la dolcezza della mia carità » (Dialogo, c. XLI).

Gli eletti infiammati di carità hanno sete della salute delle anime. 

« I loro desideri sempre gridano dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo; e perchè la loro vita finì nella carità del pros­simo, questa carità non li ha abbandonati, anzi con essa passeranno per la porta dell’U­nigenito mio Figliuolo, per lo modo che di sotto ti dirò. Sicchè vedi che con quel legame dell’amore in che finì la loro vita, con quello permangono ed esso dura eternamente » (Ibi­dem).

Unione perfetta alla volontà di Dio. 

« Essi sono tanto conformati alla mia vo­lontà, che non possono volere se non quello ch’io voglio; perchè l’arbitrio loro è legato nel legame della carità, per siffatto modo che venendo meno il tempo alla creatura che ha in sè ragione, morendo in stato di grazia non può più peccare. E in tanto è unita la sua volontà con la mia, che vedendo il padre, o la madre, il figliuolo nell’inferno, o il figliuolo il padre e la madre, non se ne curano; anzi sono contenti di vederli puniti, come nemici miei, onde in nessuna cosa si discordano da me, e i desideri loro sono tutti pieni » (Dia­logo, cap. XLI).

Desideri degli eletti sempre saziati.

« Il desiderio dei beati è di vedere l’onore mio in voi viandanti e quali siete peregrini, che sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e perciò sempre mi pregano per voi. Il qual desiderio è adempito da me dalla parte mia, colà dove voi ignoranti non recalcitrate alla mia misericordia. Hanno de­siderio ancora di riavere la dote del corpo loro; e questo desiderio non li affligge, non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza, ch’essi hanno ad avere il loro desiderio pieno, onde non li affligge, perocché non avendolo, non manca loro beatitudine, e perciò loro non dà pena » (Ibid.).

« Sai tu qual è il più singolar bene che hanno i beati? E’ avere la volontà loro piena di quel che desiderano. Desiderano me; e de­siderando me, essi mi hanno e mi gustano, senz’alcuna ribellione, perocchè hanno lasciata la gravezza del corpo, il quale era una legge che impugnava contro lo spirito… Ma poichè l’anima ha lasciato il peso del corpo, la volontà sua è piena; perocchè desiderando di vedere me, ella mi vede; nella qual visione sta la vostra beatitudine. E vedendo conosce, e co­noscendo ama, e amando gusta me, sommo ed eterno Bene, e gustando sazia e adempie la volontà sua, cioè il desiderio ch’egli ha di vedere e conoscere me. Onde desiderando ha, e avendo desidera. E com’io ti dissi, allonta­nata è la pena dal desiderio, e il fastidio dalla sazietà » (Dialogo, c. xLv).

Gloria e beatitudine del corpo. 

« Non ti pensare che la beatitudine del corpo, dopo la risurrezione, dia più beatitu­dine all’anima. Che se questo fosse, seguite­rebbe che infino che non avessero il corpo, avrebbero beatitudine imperfetta, la qual cosa non può essere, perchè in loro non manca alcuna perfezione. Sicchè non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma l’anima darà beatitudine al corpo; perocchè darà dell’ab­bondanza sua, rivestita, nell’ultimo dì del giu­dizio, del vestimento della carne che aveva lasciata.

« Come l’anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me, così il corpo in quell’unione diventa immortale, e, perduta la gravezza, è fatto sottile e leggero. Onde sappi che il corpo glorificato passerebbe per lo mezzo del muro; nè il fuoco nè l’acqua non l’offende­rebbe non per virtù sua, ma per virtù del­l’anima, la quale virtù; è mia data a lei per grazia e per l’amore ineffabile, col quale io la creai alla immagine e similitudine mia. L’occhio dell’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, nè l’orecchio a udire, nè la lingua a narrare, nè il cuore a pensare il bene loro.

« O quanto diletto hanno in vedere me, che sono ogni bene! O quanto diletto avranno, essendo col corpo glorificato il quale bene ora non avendo fino al giudizio generale, non hanno pena, perchè non manca loro beatitu­dine; perocchè l’anima è piena in sè; la quale beatitudine parteciperà col corpo, come ti ho detto » (Dialogo, c. XLI).

La comunione celeste, ossia l’unione deli­ziosa dei corpi gloriosi al corpo glorificato di nostro Signore Gesù Cristo.

« Che dire di quella gioia ineffabile dei corpi glorificati nell’umanità glorificata del­l’Unigenito mio Figliuolo, che vi dà la cer­tezza della vostra risurrezione! Ivi esulteranno nelle sue piaghe, le quali sono rimaste fre­sche, e conservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia: per voi a me sommo ed eterno Padre, e tutti saranno conformi con lui in gaudio e giocon­dità. Sì, per i vostri occhi, per le vostre mani, per il vostro corpo tutto quanto voi sarete uniti agli occhi, alle mani, al corpo del dolce Verbo mio Figliuolo. Essendo in me, voi sarete in lui, perchè egli è una me­desima cosa con me » (Dialogo, c. XLI).

Sempre avidi e sempre sazi.

« Quando l’anima è separata dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. Allora è saziata, ma senza fastidio, perchè es­sendo saziata ha sempre fame, senza aver la pena della fame; ribocca d’una felicità perfetta e nulla può desiderare senza averlo. Desidera di veder me e mi vede a faccia a faccia; desidera di veder la gloria del mio nome ne’ miei Santi e la vede nella natura angelica e nella natura umana » (Dialogo, ca­pit. LXXIX).

Gli eletti veggono risplendere la gloria di Dio sopra la terra ed anche nell’inferno.

« La vista dell’anima beata è tanto perfetta che vede la gloria e l’onore del mio nome non solo nei cittadini che sono a vita eterna, ma anche nelle creature mortali. Voglia o non voglia, il mondo mi rende gloria. Vero è che non me la rende come dovrebbe, amando me sopra ogni cosa; ma dalla parte mia io traggo dagli uomini gloria e lode al nome mio, poi­chè in loro brillano la mia misericordia e la grandezza della mia carità.

« Io loro lascio il tempo e non comando alla terra d’inghiottirli per i loro difetti; anzi io li aspetto, e alla terra comando, che loro doni i frutti suoi, al sole, che li scaldi e dia loro la luce e il caldo suo, al cielo che si muova, e spando la mia misericordiosa bontà su tutte le cose che sono fatte per loro. Non solo io non le sottraggo da essi per i difetti loro, ma ancora le do a1 peccatore come al giusto, ed anche spesse volte più al pecca­tore che al giusto, perchè il giusto può sof­frire ed io lo privo dei beni della terra per dargli più abbondantemente i beni del cielo. Così la mia misericordia e la mia carità bril­lano sopra di essi.

« Alcuna volta le persecuzioni che i servi del mondo fanno sopportare a’ miei servi, provano la loro pazienza e la loro carità; esse non servono che a farmi offrire da loro umili e continue preghiere: così ridondano a gloria e ad onore del nome mio; sicchè voglia o non voglia, l’iniquo salva la mia gloria, anche con ciò ch’egli fa per offendermi » (Dialogo, C. LXXX).

« I peccatori stanno in questa vita ad au­mentare la virtù ne’ servi miei, così come i demònii stanno nell’inferno, in qualità di miei giustizieri e aumentatori, cioè facendo giu­stizia dei dannati. Essi servono altresì alle mie creature, che, nel loro terreno pellegri­naggio, desiderano d’arrivare a me, loro fine. Servono loro esercitando la loro virtù con molte molestie e tentazioni in diversi modi, esponendoli alle ingiurie ed alle ingiustizie degli altri, a fine di far loro perdere la ca­rità; ma volendo spogliare i miei servi, essi li arricchiscono esercitando la loro pazienza, la loro fortezza e la loro perseveranza. Per que­sto modo rendono gloria e lode al nome mio » (Dialogo, C. LXXXI).

La vista dei peccati cagiona compassione, ma non tristezza, nel cuore degli eletti.

« L’anima, in cielo, vede l’offesa che mi è fatta; ella non può più, come un tempo, sentirne dolore, ma ne prova solo compas­sione; ama senza pena e prega sempre con carità perchè io faccia misericordia al mondo. In lei la pena è passata, ma non la carità. Il Verbo, mio Figliuolo, vide finire, nella morte dolorosa della croce, la pena del desiderio della vostra salute che lo tormentava, ma il desiderio della vostra salute non è cessato colla pena.

« Parimenti i Santi, che hanno la vita eterna, conservano il desiderio della salute delle anime, ma senza averne la pena; la pena si spense nella loro morte, ma non l’ar­dore della carità. Essi sono come inebriati del sangue dell’Agnello immacolato e rivestiti della carità del prossimo. Passarono per la porta stretta, tutti inondati del sangue di Gesù Crocifisso, e, in me, oceano della pace, si trovano liberati dall’imperfezione, cioè dalla pena del desiderio, perchè sono arrivati a quella perfezione in cui sono saziati d’ogni bene » (Dialogo, c. Lxxxii).

La beata Osanna da Mantova, all’età di dodici anni fu rapita in cielo, ové le fu dato di contemplare lo splendore dei Santi. Quello spettacolo accese il suo cuore d’un tale amore che avrebbe desiderato di non più ritornare sopra la terra. L’Onnipotente le disse: « Figlia mia carissima, io volli farti intravedere la gloria dei vergini e dei martiri, affinchè il ricordo di questa incomparabile felicità ti pre­servi da ogni immondezza e ti renda fedele e diligente nel mio servizio ».

L’anima immersa nella gioia celeste.

Dio Padre diede a S. Maria Maddalena de’ Pazzi quest’istruzione sulla felicità del cielo « Vedi, figlia mia, la differenza che corre fra un uomo che beve un bicchier d’acqua e un altro che si bagni nel mare. Si dice del primo che l’acqua entra in lui, perchè essa dalla bocca passa nello stomaco per rinfrescarlo; ma del secondo si dice ch’entra nel mare, perchè la quantità d’acqua che lo compone è così grande che eserciti interi possono en­trarvi e perdervisi, senza che ne resti la menoma traccia. Così è dell’anima. Le con­solazioni ch’ella riceve in questo mondo non fanno altro che entrare in lei, come l’acqua in un ristrettissimo vaso, per modo ch’ella non può riceverle se non in una misura assai limitata. Il che faceva dire ad una di tali anime, ricolma di dolcezze, deplorando la pic­ciolezza del suo vaso che non poteva conte­nerne quanta avrebbe voluto: basta, Signore, basta. Dovechè nel cielo si entra nella gioia del Signore, ci si immerge in un oceano senza fondo di dolcezze e di consolazioni ineffabili, cioè in Dio stesso, che sarà tutto in tutti. Dentro di voi, fuori di voi, sopra di voi, at­torno a voi, davanti a voi e dietro a voi, tutto sarà gioia, allegrezza, dolcezze e consolazioni, perchè da ogni lato troverete Iddio. Erit Deus omnia in omnibus » (P. I, c. XYII).

Dio si compiace ne’ suoi eletti e gli eletti si compiacciono in Dio. 

« Nel cielo, disse ancora l’Eterno Padre alla medesima Santa, le anime beate non ces­sano di godere nella compiacenza della sua divina essenza. Esse trovano in tale compia­cenza un piacere inenarrabile ed una grande gloria, il che fa si che anch’io mi compiaccia grandemente in esse; e siffatta compiacenza reciproca di me in loro e di loro in me produce, negli angeli, ineffabili trasporti d’al­legrezza e forma la felicità di tutto il para­diso » (P. IV, c. xiii).

Dolcezze corrispondenti ai dolori dell’esilio.

Il Signore disse a Geltrude a proposito di un’eletta: « Perchè il suo più gran dolore fu nel suo braccio, ella mi tiene abbracciato con una sì grande gloria di beatitudine che desidererebbe d’aver sofferto cento volte di più » (lib. V, e. III).

Una volta, dopo la Comunione, racconta Maria Amata, nostro Signore mi mostrò che un giorno si vedrebbero nelle anime tutti i pensieri della loro vita, tutti i loro sentimenti, affetti ed intenzioni (Vita, c. xvui).

Ciascun genere d’opere virtuose avrà una speciale ricompensa.

Il Signore diede un giorno a S. Geltrude questa istruzione: « In quella guisa che il corpo si compone di risolti membri fra loro uniti, così l’anima è costituita da diversi af­fetti, come il timore, il dolore, la gioia, l’a­more, la speranza, l’odio, il pudore. Secondo che l’uomo si sarà esercitato per la mia gloria in ciascuno di questi affetti egli ritro­verà in me altrettante gioie ineffabili e ine­stimabili. Nel dì della risurrezione quando questo corpo mortale rivestirà l’incorruttibi­lità, ciascun membro riceverà una ricompensa speciale per ciascuna delle opere che avrà compiute, e per ciascuno degli esercizi prati­cati in mio nome e per mio amore. Ma l’a­nima riceverà una ben più nobile ricompensa per ciascun movimento di santo affetto, che per mio amore l’avrà animata o penetrata di compunzione » (lib. III, c. Lxix).

Un giorno, festa di Tutti i Santi, S. Gel­trude ebbe la visione del cielo. Poi il Signore le mostrò sparsi e mescolati fra i Santi del cielo tutti i fedeli militanti ancora sopra la terra, ciascuno secondo i meriti suoi. Per esempio quelli che, vivendo onestamente nel matrimonio, si esercitano in buone opere nel timore di Dio apparivano aggiunti ai santi patriarchi. Quelli che meritano di conoscere i segreti di Dio sembravano riuniti ai profeti. Quelli che si dedicano alla predicazione e all’insegnamento della santa dottrina erano riuniti agli apostoli e così degli altri. Vide altresì che i martiri avevano nelle loro file i religiosi che vivono sotto l’obbedienza. I santi martiri, nella parte del loro corpo dove soffrirono per il Signore, ricevevano uno splendore speciale e una dilettazione d’una potenza inestimabile. Similmente i religiosi per tutte le delicatezze che rifiutarono a se stessi nei sensi della vista, del gusto, dell’u­dito, nel passeggio o nella conversazione, o per altri simili sacrifizi, hanno in cielo la medesima ricompensa dei martiri » (lib. IV, cap. Lv).

« I giusti brilleranno come il sole nel regno del Padre mio ».

Parole del Signore a S. Matilde: « Il corpo, nella sua risurrezione, sarà sette volte più brillante del sole, e l’anima sette volte più brillante del corpo, cui ella ripiglierà come un vestimento, spandendo la luce in tutte le sue membra come il sole in un cristallo. Ed io penetrerò tutte le parti più intime dell’a­nima con una luce ineffabile e così, nel ce­leste soggiorno, brilleranno corpo ed anima, per sempre » (Parte V, c. xiv).

Gli eletti nei cori degli angeli.

Il Signore disse a Margherita da Cortona: « Tu mi pregasti per Gilia, ebbene io per amor tuo e per le sue opere virtuose la col­locherò in paradiso nell’ordine dei Cherubini » (cap. VIII, § 6). E qualche tempo dopo: « Oggi rallegrati con Frate Giunta (France­scano, confessore della santa penitente e autore della sua vita) di vedere la sua cara figlia Gilia, ammessa, secondo la mia promessa, nel coro dei Cherubini » (cap. ix, § 31). Gilia era un’amica intima della santa peni­tente. Il Signore un giorno disse a questa: « Tu sai che Giovannello e Gilia, tua com­pagna, per imitare la tua vita penitente, vol­lero mortificare il loro corpo all’eccesso e abbreviarono così la loro vita » (c. x, § 14). Poichè Margherita pregava per Gilia morta allora, un angelo le disse: « Ella starà per un mese in purgatorio, non vi soffrirà che pene leggere, per essersi lasciata trascorrere all’ira per eccesso di zelo ». Il Signore inviò quattro angeli per liberarla dal purgatorio (cap. ix, § 30 e 31).

Ciascun eletto gode della felicità di tutti.

« Nel cielo, figlia mia, disse l’Eterno Padre a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ogni beato non si rallegra meno della gloria degli altri che della sua propria, perchè l’amore, come sai, mette tutto in comune, e il cielo è il sog­giorno del sincero e perfetto amore. Dirò di più: la perfezione di quest’amore è così grande che un’anima, vedendo un’altra rive­stita di una gloria più fulgida della sua, per­chè ebbe sulla terra una carità più grande, si rallegra più di quella gloria estranea che della sua propria. Così s’aumenta la gloria di ciascun’anima beata, a misura che la sua carità si dilata, poichè ella partecipa della gloria di tutte le altre, così come di quella degli angeli e di tutti gli spiriti da me glo­rificati nel cielo. Vedi, figlia mia, quale abisso di gloria! » (Parte  I, c. xxiii).

Il Signore disse a Matilde: « Loda la mia bontà nei Santi, ch’io rimunerai con una tal beatitudine ch’essi abbondano di tutti i beni, non solo in se stessi, ma la gioia dell’uno si accresce ancora colla gioia dell’altro, a tal segno che uno gode della felicità dell’altro più che una madre dell’elevazione dell’unico suo figliuolo, o che un padre del trionfo e della gloria del suo figlio. Così ognuno di loro gode dei meriti particolari di tutti in una dolce carità » (Parte I, c. xxxiv).

 

Gesù rivela a Santa Gertrude : «Io sono la sorgente di ogni bene, e do a ciascuno ciò che gli conviene nel momento più adatto».

 

S. Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 14-17

 

 

14 – Due mezzi di purificazione

 

 

Il Signore, che sempre vuole il bene dei  suoi eletti, suole talvolta permettere che riesca loro difficile anche il compimento di una cosa da nulla, perché si accresca così, e di molto, il cumulo dei loro meriti.

Così accadde un giorno all’anima di cui parliamo, riguardo alla confessione che le pareva di non poter riuscire a fare quella senza uno speciale aiuto di Dio. Si raccomandò perciò al Signore nella preghiera con tutta la devozione possibile, e ricevette da Lui questa risposta: «Vuoi affidare a me con piena fiducia questa tua confessione e non preoccuparti più del modo come farla?». «Oh, Signore amatissimo, io confido pienamente nell’onnipotenza della tua bontà; ma mi pare sconveniente, dopo averti offeso coi miei peccati, il non ripensarvi nell’amarezza dell’anima, per offriti così una qualche prova di resipiscenza». Il Signore gradì questa risposta ed essa si immerse allora nella considerazione dei suoi peccati. Tutto ad un tratto le sembrò di vedere la sua pelle tutta graffiata, come se si fosse avvolta tra le spine; e poiché essa scopriva la sua miseria al Padre della misericordia, quasi a espertissimo e fidato medico, per essere guarita, Egli chinandosi con bontà verso di lei, le disse: «Col mio divino soffio Io riscalderò per te il lavacro della confessione e quando ti sarai in esso ben lavata, la tua anima si presenterà a me senza macchia alcuna». Essa allora facendo come l’atto di svestirsi per esser immersa in quest’acqua purificatrice, disse al Signore: «O mio Signore, io sono così desiderosa di deporre per amo della tua gloria ogni rispetto umano che sarei pronta a manifestare le mie miserie al mondo intero». Allora il Signore sostituì con la propria la di lei veste, e poi degnò tenerla accanto al suo Cuore finché giunse l’ora di questo spirituale lavacro.

Quando però questo momento fu prossimo essa si trovò assalita da molesti pensieri e perciò disse al Signore: «Poiché il tuo piissimo e misericordiosissimo cuore di Padre sa quanto mi sia grave il far questa confessione, perché permetti inoltre che io sia molestata da questo turbamento?». E il Signore: «Quando si prende un bagno si suole cercare di assecondare l’effetto con un massaggio; allo stesso modo la molestia di questa prova servirà a fortificarti».

Essa vide allora alla sinistra del Signore una piscina calda da cui saliva del vapore. Nello stesso tempo il Signore le mostrò alla sua destra un bellissimo e delizioso giardino pieno di svariati fiori, tra i quali spiccavano delle bellissime rose senza spine che coi loro vivi colori ed il loro soave profumo attraevano mirabilmente. Il Signore l’invitò ad entrare in quel bel giardino qualora lo preferisse al lavacro che le riusciva così intollerabile. «Giammai, Signore, essa rispose. Entrerò senz’altro in quest’acqua purificatrice che il tuo divino Spirito mi ha preparato». E il Signore: «Così sia, disse, a tua eterna salvezza».

Essa comprese allora che il giardino predetto significava l’interna dolcezza della grazia che, al soffio soave dell’amore, inonda l’anima fedele con la vivificante rugiada delle lagrime dei devozione. Essa la rende all’istante più bianca della neve e le dà la certezza non solo del perdono dei peccati, ma anche di un sovrabbondante cumulo di meriti. E capì per conseguenza quanto fosse stato gradito al Signore che essa, per amor suo, avesse rinunciato alla via più dolce per scegliere la più aspra.

Quando, dopo la confessione, essa ritornò al suo posto in coro, sentì che il Signore si degnava di starle vicino e comprese che solo per disposizione sua le era riuscito così grave confessare cose che altri, senza alcun senso di confusione, suol ripetere anche in pubblico.

Si deve dunque tenere presente che l’anima si purifica dal peccato soprattutto in due modi. Primo, con l’amarezza  della penitenza e di tutto ciò che essa porta con sé, ed è il mezzo raffigurato dal lavacro. Secondo, per il soave ardore del divino amore e di tutto ciò che ad esso consegue, ed è il mezzo raffigurato dal delizioso giardino.

Dopo la confessione essa cercò, come per una reazione riposante, di raccogliersi nella contemplazione delle piaghe del Signore, in attesa di poter fare la penitenza sacramentale. Si affliggeva però che questa fosse tale da doverla differire perché temeva di non poter godere familiarmente della presenza del suo dolcissimo e amantissimo Signore prima di averla compiuta. Perciò durante la Messa, mentre veniva immolata dal sacerdote l’Ostia sacrosanta che cancella ogni colpa e riconcilia l’uomo con Dio, essa l’offrì al Signore in azione di grazie per il beneficio di questo lavacro spirituale e a soddisfazione di tutte le sue colpe. La sua offerta riuscì accetta, ed essa stessa fu accolta nel seno del Padre sorgente di ogni bontà, ove prese coscienza che veramente l’aveva visitata, per le viscere della sua misericordia e della sua verità, Ciolui che è la luce che splende dall’alto, Oriens ex alto.

 

15 – L’albero dell’amore

 

 

Il giorno dopo, durante la Messa, al momento dell’elevazione dell’Ostia si trovò in uno stato di sopore che le rendeva difficile il raccogliersi. Al suono della campana però si svegliò quasi di soprassalto e vide il Re – il Signore Gesù – che teneva con le due mani una pianta tagliata al livello del suolo. Le foglie, quasi fossero stelle, mettevano fulgentissimi raggi, e i rami erano carichi di splendidi frutti che il Signore, scuotendo la pianta, faceva gustare a tutta la corte celeste. Dopo qualche momento il Signore piantò quest’albero, come in un giardino, in mezzo al cuore della nostra eletta affinché facesse produrre frutti più abbondanti ed essa potesse nello stesso tempo riposare alla sua ombra e ristorare così le sue forze.

Non appena l’ebbe nel cuore, essa per moltiplicarne i frutti cominciò a pregare per una certa persona che poco prima l’aveva contristata, protestandosi pronta a sopportare di nuovo l’acerba pena che aveva provato affinché la grazia di Dio fosse restituita più abbondantemente a colei che l’aveva offesa. Ed ecco apparire subito sulla cima dell’albero un fiore dagli smaglianti colori che – com’essa comprese – si sarebbe cambiato in frutto qualora avesse tradotto in atto il suo buon proponimento. Quell’albero simboleggiava infatti la carità, che non solo produce i frutti delle buone opere, ma si adorna anche dei fiori dei buoni propositi e delle splendenti foglie dei santi desideri. Perciò i cittadini del cielo si rallegrano mirabilmente quando un’anima, presa da compassione, cerca come meglio può venire in soccorso alle necessità del prossimo.

In quello stesso momento dell’elevazione dell’ostia, essa ricevette ancora un mirabile monile d’oro, che venne ad aggiungersi al dono di quella rosea veste di cui il Signore l’aveva rivestita il giorno precedente, quando aveva degnato di tenerla vicina al suo Cuore.

Sempre in quello stesso giorno, durante la recita di Nona, il Signore le apparve sotto l’aspetto di un giovane pieno di grazia e di bellezza. Egli la pregò di cogliergli dall’albero alcune noci, e, nel dir così la sollevò da terra e la sedette su di un ramo. Essa osservò: «O dolcissimo giovane, perché chiedi a me di cogliertele? Io sono debole, così per la virtù come per il sesso: a te piuttosto si converrebbe di offrirmele». «Non è così – egli disse – la sposa che si trova in casa propria, presso i suoi genitori, può agire con maggior libertà di un fidanzato discreto che viene a trovarla. E la sposa che, tenendo conto della di lui delicatezza, lo previene con bontà quando lo riceve, a sua volta sarà poi ricevuta da lui con ogni attenzione di onore». Egli le faceva così comprendere quanto siano riprensibili coloro che dicono: «Se Dio volesse che io facessi questo o quest’altro me ne darebbe certamente la grazia». È giusto invece che l’uomo sacrifichi a Dio la propria volontà: ciò gli varrà in futuro una dolce ricompensa.

Essa dunque si disponeva a porgergli i frutti quando il giovane, salito anche lui sull’albero, si sedette vicino a lei e pregandola di sbucciarglieli perché li potesse mangiare. Voleva farle comprendere che non basta vincere la propria volontà per far del bene in circostanze difficili (per es. al proprio nemico), ma che bisogna anche cercare di farlo con la maggior perfezione possibile. Proprio questo infatti voleva insegnarle il Signore sotto il simbolo delle noci. Detti frutti dalla scorza dura ed amara si trovavano frammisti sull’albero dell’amore ad altri teneri e dolci: è necessario infatti che la carità verso i nemici vada unita alla soavità della’more verso Dio, poiché questo rende l’anima pronta a subire per Cristo anche la morte.

 

16 – I vantaggi della tribolazione. La Comunione spirituale

 

 

Nell’ultimo giorno in cui la comunità celebrava l’Ufficio divino che, per un interdetto dell’autorità ecclesiastica, doveva venire sospeso [a causa dell’interdetto fulminato, sede vacante, dai Canonici di Halberstadt per una competizione di diritti relativi a beni temporali], mentre si cantava la Messa Salve sancta Parens in onore della Madre di Dio, essa disse al Signore: «E come potrai consolarci, o Dio pieno di bontà, della tribolazione presente?». E il Signore: «io troverò in voi la mia gioia in modo più abbondante. Come lo sposo si compiace della sposa più nel segreto della camera nuziale che in pubblico, così io troverò la mia gioia nel segreto delle vostre lagrime e dei vostri sospiri. E in voi l’amor mio crescerà come il fuoco che, racchiuso, divampa. Avverrà dell’una e dell’altra cosa, e cioè della mia gioia e del vostro amore, come di un corso d’acqua che, trattenuto da argini, da prima si gonfia e poi si riversa con impeto maggiore».

«E quanto durerà – essa chiese – questo intervento?». «Finché durerà – rispose il Signore – dureranno anche le grazie che ti ho dato». «Ai grandi della terra sembrerebbe disdicevole l’ammettere nella loro intimità persone di bassa condizione. Allo stesso modo tu devi certo ritenere sconveniente il rivelare a me, l’infima di tutte le creature, i tuoi divini segreti, e perciò, pur conoscendo perfettamente il principio e la fine di tutte le cose, tu hai voluto con la tua risposta tenermi nell’incertezza». E il Signore: «Non è così: l’ho fatto invece per il tu»o bene: qualche volta ti rivelo o miei segreti nella contemplazione e ti innalzo così al disopra del tuo stato,altre volte te li nascondo per fondarti nell’umiltà. Quando te li rivelo tu ti accorgi di quello che sei per grazia mia; quando te li nascondo, tu riconosci quello che sei per te stessa».

All’Offertorio della Messa, «Recordare Virgo Mater: ricordati, o Vergine Madre», quando si giunse alle parole «Ut loquaris pro nobis bona: di intercedere per noi», mentre essa era tutta intenta alla Madre di ogni grazia, il Signore le disse: «Non è necessario che alcuno interceda per voi, perché io vi sono già pienamente favorevole». Essa però, ricordando parecchie mancanze, così sue come di alcune sue consorelle, stentava a credere che il Signore potesse affermare di essere del tutto placato a loro riguardo. Si sentì allora dire dal Signore con dolcezza: «La mia connaturale bontà mi spinge a considerare di preferenza quello che c’è di meglio in ciascun’anima. la mia divinità gradisce allora questo bene che in essa si trova, lasciando nell’ombra ciò che vi è di meno perfetto». «O liberalissimo Signore – essa disse allora – come mai hai potuto elargire tante grazie di consolazione a me così indegna e così poco preparata a riceverle?». E il Signore: «Il mio amore mi ci ha costretto». «E dove è allora la colpa d’impazienza di cui mi sono macchiata poco fa e che ho anche un po’ manifestata esternamente con parole?». «Il fuoco della mi divinità l’ha consumata, così come distrugge ogni macchia di peccato in qualsivoglia anima verso la quale gratuitamente mi inclini la mia bontà».

Ed essa: «O Dio clementissimo, dal momento che la tua grazia è spesso così propizia alla mia indegnità, desidererei sapere se, dopo morte, la mia anima debba purificarsi di colpe come l’impazienza predetta e altre simili». Il Signore nella sua bontà esitava a rispondere, perciò essa soggiunse: «Oh, Signore, in verità, se il decoro della tua giustizia lo esigesse, io sarei pronta a discendere spontaneamente nell’inferno per darti una più degna soddisfazione! Ma se al contrario il far sì che tutto sia consumato nell’amore può esaltare maggiormente la tua connaturata bontà e misericordia, oh, allora te ne scongiuro, purifica col fuoco del tuo amore ogni macchia della mai anima anche se ne sono sommamente indegna». E il Signore, nell’abbondanza della sua divina misericordia, degnò di accogliere la sua preghiera.

Il giorno dopo, mentre si celebrava la Messa per il popolo [nella Chiesa parrocchiale – nota di Lanspergio] al momento della Comunione disse al Signore: «o Padre clementissimo, non ti muoverai a pietà di noi che, a motivo di quei miserabili beni  temporali che devono mantenerci nel tuo santo servizio, siamo prive del bene assai più prezioso del tuo Corpo e del tuo Sangue?». E il Signore: «Perché dovrei compiangere la mia sposa se, volendo introdurla nella festosa e fiorita sala del convito nuziale, la tiro prima in disparte per riparare di mai propria mano qualche piccola negligenza del suo abbigliamento e presentarla così più bella agli occhi di tutti?». Ed essa: «Ah, Signore! ma come possono essere in grazia tua coloro che ti sono causa di tanta sofferenza?». E il Signore: «Non te ne occupare: questo riguarda me».

Al momento dell’elevazione della santa ostia, essa l’offrì a eterna lode di Dio e a salvezza di tutta la comunità. Il Signore accolse in Sé quest’Ostia e, aspirandone la vivifica fragranza, disse: «Ecco, per questa aspirazione Io ristorerò con un cibo divino le anime delle mie spose». Essa allora gli disse: «O Signore, stai forse per comunicare tutta la comunità?». «No, soltanto quelle che ne hanno il desiderio, o desiderino averlo. Alle altre, perché appartengono alla comunità, concederò soltanto di cominciare a desiderarlo efficacemente, così come colui che non appetisce il cibo materiale, a poco a poco, per il grato odore delle vivande, è tuttavia indotto ad assaggiarle con piacere».

Nel giorno dell’Assunta, all’elevazione dell’Ostia, essa sentì queste parole del Signore: «Vengo ad offrirmi a Dio Padre per le membra del mio corpo mistico». Disse perciò: «O mio Signore amantissimo, permetterai dunque che noi, tue membra, venivano separate da te per l’anàtema di cui ci minacciano coloro che vogliono impadronirsi dei nostri beni?». E il Signore: «Vi separi da me colui che potrà strappare dall’intimo del mio essere l’amore che mi tiene unito a voi». E aggiunse: «Un’anàtema scagliato per questa causa non vi nuoce più di quanto un coltello di legno possa scalfire qualcosa di duro; non riuscirà a penetrarvi, ma vi lascerà soltanto una lievissima traccia». «O mio Signore e mi oDio, che se i la Verità infinita – essa disse allora – tu hai voluto rivelarmi, benché ne sia tanto indegna, che ti proponi in questa circostanza di accrescere il nostro amore per te e di prendere perciò con maggiore abbondanza le tue delizie in noi; com’è dunque possibile che alcune si lamentino di sentire che il loro amore per te si è illanguidito?». E il Signore: «Io sono la sorgente di ogni bene, e do a ciascuno ciò che gli conviene nel momento più adatto».

 

17 – La condiscendenza del Signore nella distribuzione della grazia

 

 

Nella domenica in cui celebrava la festa di S. Lorenzo ed insieme l’anniversario della Dedicazione della Chiesa, alla prima Messa, mentre stava pregando per alcune persone che si erano devotamente raccomandate alle sue orazioni, vide scendere dal trono di Dio fino a terra una vita i cui verdi tralci formavano come una scala.

Comprese che simboleggiava la fede per la quale gli eletti si innalzano alle cose celesti. Essa vide che a sinistra del trono, stavano diverse persone appartenenti alla Comunità e lo stesso Figlio di Dio, il quale si teneva con grande riverenza alla presenza del Padre suo celeste.

Si avvicinava il momento in cui la Comunità avrebbe dovuto accostarsi alla sacra mensa se l’interdetto non l’avesse impedito, ed essa fu presa da un grande desiderio che, per quella divina clemenza a cui nessun potere umano può opporsi, il Sacramento della vita venisse spiritualmente distribuito così a lei come alle altre consorelle presenti. Vide allora che il Signore Gesù immergeva nel seno del Padre un’Ostia che teneva in mano, ritirandola poi tutta rossa e come tinta di sangue. Molto perplessa, stava pensando cosa volesse significare questo fatto, poiché il color rosso simbolo della passione, non poteva convenire a Dio Padre e così, assorta in questo pensiero, non poté rendersi conto se il suo desiderio venisse esaudito.

Solo qualche momento dopo avvertì che il Signore aveva scelto come luogo del suo riposo l’anima della consorella che aveva visto alla sinistra del trono, senza comprendere tuttavia come ciò fosse avvenuto.

Si ricordò intanto di una certa persona che si era umilmente e devotamente raccomandata a lei prima della messa, e si mise a pregare affinché il Signore volesse concederle questo stesso favore. Ricevette questa risposta: «Nessuno può salire la scala della fede che ti ho mostrata dianzi se non sulle ali della fiducia; e la persona per cui preghi ne ha ben poca». «Signore – essa rispose – mi pare che essa non confidi per umiltà, e Tu, di solito, profondi maggiori grazie appunto a che è umile». «Bene, allora discenderò e comunicherò i miei doni a le e ad altre ancora che io vedo stabilite nella virtù dell’umiltà».

Le parve allora che il Signore discendesse come per una scala di porpora. Dopo qualche istante essa lo vide in mezzo all’altare, rivestito dei paramenti pontificali e con in mano una pisside simile a quella in cui si conservano le Ostie consacrate. Durante la Messa, fino al Prefazio, Egli se ne stette così, rivolto verso il sacerdote. Lo attorniava una moltitudine di Angeli adoranti, che tutta la chiesa alla destra del Signore, e cioè verso settentrione, ne appariva gremita. Essi si mostravano particolarmente pieni di gioia per  il fatto di aggirarsi in un luogo in cui veniva spesso offerta a Dio la devota orazione dei loro concittadini, intendo dire della Comunità [Gaudeni chori Angelorum, consortes et concives nostri, si canta in un Responsorio della Solennità dell’Assunta]. Alla sinistra invece il Signore, cioè verso mezzogiorno, stava un solo coro di Angeli,  poi, distinti da questo, un coro di Apostoli, uno di Martiri, uno di Confessori e uno di Vergini.

Essa stupita li guardava,  e, mentre piena di ammirazione rifletteva che secondo la Scrittura la purezza avvicina a Dio (Sap 6,20), si accorse che fra il Signore e il coro delle Vergini splendeva una luce speciale, quasi un candore di neve, che sembrava indicare il particolare vincolo di soavissima dolcezza e di mirabile intima gioia con cui quelle anime gli erano unite. E vide anche che alcuni raggi di meraviglioso splendore colpivano in particolare alcune persone della Comunità, quasi che fra esse e il Signore non ci fosse alcun impedimento, mentre invece parecchi muri le separavano dalla chiesa dove avveniva la visione.

Mirabilmente rallegrata e presa nello stesso tempo da sollecitudine anche per il resto della Comunità, disse al Signore: «Dal momento che la tua infinita misericordia ricolma me, o Signore, di una grazia di così indicibile soavità, che cosa dai a quelle che in questo momento si affaticano nei lavori manuali e sono certamente prive di simili dolcezze?». E il Signore: «Io effondo su di loro il mio balsamo anche se la loro anima si trova come in uno stato di dormiveglia». Essa rimase molto stupita che potessero conseguire gli stessi frutti quelle che si davano agli esercizi spirituali e quelle che non li praticavano, quasi che il balsamo del Signore agisse come il balsamo che rende imprutrescibili le piaghe, il quale produce lo stesso effetto così applicato durante il sonno come durante la veglia. Fu allora illuminata da un paragone più intellegibile: un uomo mangia e si sente ristorato in tutte le membra, benché solo la bocca gusti il sapore dei cibi. Allo stesso modo quando viene elargita ad anime privilegiate qualche grazia speciale, subito per misericordia di Dio essa accresce il merito anche in tutti quelli che sono in comunione con loro e in particolre nei membri della loro stessa Congregazione, eccetto quelli il cui cuore è posseduto dall’invidia e dalla mala volontà.

Nel frattempo, quando si giunse all’intonazione del Gloria in exelsis Deo, il Signore Gesù, Pontefice sommo, mandò verso il cielo, a gloria del Padre, un soffio divino a guisa di un’ardente fiamma. E alle parole: «Et in terra pax hominibus bonæ: pace in terra agli uomini di buona volontà», diresse questo stesso soffio sui presenti sotto forma di un raggio di candida luce. Al «Sursum corda: in alto i nostri cuori», il Figlio di Dio si alzò e attrasse a sé, come in un’aspirazione potente, i desideri di tutti gli astanti; poi si volse verso l’oriente e, circondato da immense schiere di Angeli ministranti, stette con le mani alzate, offrendo a Dio , con le parole del Prefazio, i voti dei fedeli.

All’intonazione del primo Agnus Dei, il Signore si elevò in mezzo all’altare in tutta la sua maestà. Al secondo Agnus Dei effuse nelle anime dei fedeli presenti qualcosa della sua insondabile sapienza. Al terzo Agnus Dei infine, rivolto al cielo, presentò a Dio Padre, come suoi, i voti e i desideri di tutti gli astanti. Poi, nell’abbondanza della sua pietà, diede con le sue labbra divine il bacio di pace a tutti i Santi presenti, onorando con un privilegio speciale il coro delle Vergini che ricevette, dopo il bacio di pace, anche il dolce bacio della carità, sul cuore.

Dopo di che, effondendo anche sulla Comunità il suo dolcissimo divino amore, Egli disse: «Io mi do tutto a voi affinché ciascuno possa trovare in me il suo gaudio».

Allora essa disse al Signore: «Signore, benché or ora tu mi abbia saziata con un’incredibile dolcezza, tuttavia se resti sull’altare mi sembri ancora troppo lontano: concedimi dunque che durante la benedizione di questa stessa Messa la mia anima si senta intimamente unita a te». E il Signore la esaudì in tal modo che essa si sentì divinamente stretta e unita al suo Cuore in un amplesso la cui forza era pari alla dolcezza.

Gesù a Santa Gertrude: Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa “In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo!”

 

S. Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 70-76

70 – Il merito della pazienza

 

 

Accadde una volta che una persona, durante il lavoro, si ferì provandone una grande sofferenza. Essa, compatendola, chiesa al Signore di salvarle questo membro, ferito in un lavoro comandato dall’obbedienza. Il Signore rispose con bontà: «Il membro non corre alcun pericolo e questa persona inoltre, per la grande sofferenza che ha incontrato, acquisterà un premio grandissimo e tutte le sue altre membra che si son sforzate di sollevare il membro ferito otterranno un’eterna ricompensa. Se si immerge una stoffa in un bagno di zafferano, qualsiasi altro oggetto che cada in questo stesso bagno si tinge dello stesso colore; parimenti quando un membro soffre, tutte le altre membra che lo soccorrono ricevono con lui la stessa ricompensa».

«O Signore – disse allora – come mai le membra che si aiutano vicendevolmente otterranno una sì grande ricompensa, dal momento che non agiscono perché la persona ferita soffra con pazienza e amore, ma soltanto al fine di attenuare la sua sofferenza?». Il Signore le diede questa risposta consolante: «La sofferenza che nessun rimedio umano riesce ad addolcire e che l’uomo sopporta per amor mio, viene santificata per quella parola che ho detta al Padre nel momento supremo della mia agonia: «Pater, si fieri potest, transeat a me calicis iste: Padre, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26,39). Ripetendo questa parola l’uomo acquista un grande merito e un incomparabile premio».

Essa insistette: «Non ti è forse più gradito, o mio Dio, che l’uomo soffra con pazienza tutto ciò che accade, piuttosto che soffrire con pazienza soltanto ciò a cui nessun modo può sfuggire?». Il Signore rispose: «Questo è nascosto nell’abisso dei miei giudizi divini e oltrepassa l’intelligenza umana. Tuttavia, per parlare il linguaggio dell’uomo, ti dirò che fra queste due sofferenze passa la differenza che c’è fra due colori dei quali è difficile giudicare qual sia  da preferire». Essa desiderò allora che queste parole, riferite alla persona colpita dall’infortunio suddetto, le portassero grande consolazione. E il Signore: «No. Sappi però che per una segreta disposizione della mia infinita sapienza ti do questo rifiuto perché la sua anima sia più provata, e consegua maggior eccellenza nella virtù della pazienza, della fede e dell’umiltà. Nella pazienza: perché se essa trovasse in queste parole la consolazione che tu senti, la sua sofferenza sarebbe del tutto alleviata e il merito della sua pazienza diminuirebbe. Nella fede: affinché creda più fermamente alla parola altrui che a quanto sperimenta essa stessa, poiché, è S. Gregorio che ve lo ricorda, non ha merito la fede quando l’esperienza umana le offre il suo soccorso. Nell’umiltà infine: affinché creda che altri può  sapere per ispirazione divina ciò che essa non merita conoscere».

 

71 – Riconoscimento dei benefici

 

 

Un giorno, presa da compassione per una persona che aveva proferito delle parole impazienti contro Dio, mentre pregava domandò al Signore perché le mandasse delle pene che non erano fatte per lei. Il Signore le disse: «Domanda a quella persona quali sarebbero le prove che essa giudica convenirle, e dille che, non potendo andare in cielo senza sofferenza, scelga ora le pene che gradisce e che quando sopravverranno, conservi la pazienza». Comprese allora che è imprudenza pericolosissima il credere di poter essere pazienti in altre circostanze, diverse da quelle che il Signore ora permette; l’uomo deve credere invece fermissimamente che le sofferenze più utili sono quelle che Dio manda, e quando non riesca in queste a conservare la pazienza deve umiliarsene.

Il Signore poi soggiunse con benevolenza: «E tu, che cosa pensi delle tue prove? Quelle che ti mando sono forse sproporzionate alle tue forze?». «Oh, no Signore! – rispose – confesso invece in tutta verità e confesserò fino all’ultimo respiro, che così nelle circostanze avverse come nelle prospere hai disposto ogni cosa nel miglior modo sia per il corpo, sia per la mia anima. Nessuna sapienza creata potrebbe mai uguagliarti, o mio dolcissimo Dio, o sola increata Sapienza,  che ti estendi con forza da una estremità all’altra del mondo e tutto governi con soavità: Attingens a fine usque ad finem, fortiter et suaviter disponens omnia: Essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8,1).

Allora il Figlio di Dio la condusse davanti al Padre invitandola a riconoscere anche davanti a Lui il bene ricevuto. «Io ti  rendo grazie – essa disse – o Padre santo, per mezzo di Colui che siede alla tua destra, per i doni magnifici di cui mi ha colmato la tua generosità. Riconosco infatti che nessuna potenza umana avrebbe potuto conferirmeli, ma solo la tua potenza divina che con la sua virtù dà vita ad ogni cosa creata». Il Signore la presentò poi allo Spirito Santo, affinché anche a Lui rendesse omaggio per la sua bontà: «Io ti ringrazio – essa disse allora –, o Spirito Santo, o divin Paraclito, per Colui che con la tua cooperazione si è incarnato nel seno della Vergine. Nonostante sia così indegna, mi hai prevenuta con le tue gratuite benedizioni della tua dolcezza, e questo solo per l’infinita tua Bontà, nella quale si nascondono, dalla quale procedono e per la quale si ricevono tutti i beni».

Il Figlio di Dio la strinse allora al suo Cuore e la baciò dicendo: «Dopo questa tua confessione Io ti prendo sotto la mia speciale custodia più che alcun’altra creatura e più di quanto tu ne abbia diritto come anima da me redenta e chiamata con speciale elezione». Essa comprese a queste parole che il Signore accoglie sotto la sua speciale custodia l’anima che loda la divina bontà e si affida con fiducia e gratitudine alla sua Provvidenza, così come un prelato si sente in obbligo di provvedere ai bisogni di colui che per la professione religiosa è diventato suo suddito.

 

72 – Effetti della preghiera

 

 

Pregava un’altra volta per parecchie persone che le erano state raccomandate e con particolare affetto per una di esse: «o Signore pieno di bontà – disse -, che il tuo paterno amore mi esaudisca quando ti prego per questa persona». «Io ti esaudisco sovente, quando preghi per lei», il Signore rispose. Ed essa: «Ma perché allude tanto spesso alla sua indegnità e ricorre al mio aiuto come se Tu non le concedessi mai alcuna consolazione?». «È un modo delicato per eccitare il mio amore verso di lei che la fa agire così; il suo più bell’ornamento, quello che più mi piace in lei, è appunto il fatto che essa dispiace a se stessa. Questa grazia si accresce quanto tu preghi per lei in modo particolare».

Un giorno pregava di nuovo per questa stessa persona e insieme per altre. Il Signore le disse: «io le ho attirate più vicino a Me; è necessario perciò che siano purificate da qualche prova. Esse sono come una bambina che, epr il tenero affetto che porta alla madre, vuol sedersi vicino a lei sulla sua stessa seggiola. Naturalmente ci sta un poco più scomoda di quanto non stian le sue sorelle che son sedute vicino alla madre ciascuna sulla propria seggiolina, e la mamma inoltre non può con altrettanta facilità rivolgere su di lei, come sulle sorelline che le stanno sedute di fronte, il suo materno affettuoso sguardo».

 

73 – Vantaggi della preghiera

 

 

Un giorno, volendo pregare per alcune persone che le si erano raccomandate per diversi motivi, si prosternò devotamente ai piedi del Signore e, dopo averne baciate con fervente amore le piaghe, gli affidò i loro interessi. Nello stesso momento vide come un rivoletto scaturire dal Cuore stesso del Figlio di Dio e riempire tutto il luogo in cu i si trovava. Comprese allora che tutte le sue richieste erano state esaudite, e perciò disse: «Signore mio, ma che vantaggio ne ritrarranno dal momento che non sentono alcun effetto delle mie preghiere? Non crederanno neppure che io le abbia raccomandate». Il Signore rispose con questo paragone: «Quando un re – disse – dopo una lunga guerra conchiude la pace, quelli che abitano lontano non ne hanno notizia fino a tanto che essa venga loro annunziata; allo stesso modo quelli che mi stanno lontano per diffidenza o per altri difetti, non possono sentire che si prega per loro». «Signore – essa riprese -, nel numero delle persone per cui ti ho pregato ce ne sono tuttavia alcune che  ti son molto vicine, a quanto so per tua stessa testimonianza». «È vero – rispose il Signore –, tuttavia colui al quale il re vuole comunicare personalmente i suoi decreti, deve aspettare che il suo Signore giudichi venuto il momento opportuno. Allo stesso modo mi propongo di manifestare a queste anime l’effetto della tua preghiera al momento giusto».

Pregò in seguito in modo particolare per una certa persona che le aveva una volta procurato delle noie. Ricevette questa risposta: «Come non è possibile che il piede si ferisca senza che il cuore lo senta, così è impossibile alla mia paterna bontà di non considerare con misericordia colui che, spinto da carità, mi supplica per la salvezza del prossimo, pur essendo egli stesso gravato da colpe per le quali però riconosce di aver bisogno del perdono di Dio».

Bisogna spesso pregare per gli infermi. Costei volendo un giorno compiere questo dovere per un infermo, domandò al Signore che cosa doveva chiedere per lui. Il Signore rispose: «Chiedi per lui soltanto due cose con tutta devozione. Primo, chiedimi che tutti i momenti della sua malattia servano a procurare la mia maggior gloria e il maggior bene dell’anima sua, conformemente alla’eterna disposizione della mia paterna carità». E aggiunse: «ogni volta che ripeterai questa preghiera, così il tuo merito come quello dell’infermo si accresceranno, come si accresce lo splendore dei colori quando si ritocca una pittura».

Mentre pregava per alcuni dignitari comprese più di una volta che ciò che il Signore maggiormente gradisce in quelli che son giunti alle più alte cariche, è che essi le esercitino con distacco, vale a dire che si servano del potere loro conferito come se fosse stato loro concesso soltanto per un giorno, anzi per un’ora, tenendosi sempre pronti a rinunciarvi, e applicandosi tuttavia con ogni sollecitudine al compimento delle opere loro ingiunte, a lode sua. Dovrebbero sempre ripetere a se stessi: Su, affrettati a promuovere la gloria di Dio: un giorno deporrai volentieri la tua carica se potrai riconoscere di aver fatto ciò che potevi a servizio di Dio e ad utilità del prossimo.

Una volta ricorse al Signore per una certa persona che, sia direttamente sia per mezzo di altri, si era raccomandata con umiltà e fiducia alle sue preghiere. Essa vide in questa occasione il Signore piegarsi con bontà verso quest’anima, avvolgerla di uno splendore celeste e, in questa luce, comunicarle la sua grazia con tutto ciò che aveva sperato ottenere per mezzo della di lei preghiera. Il Signore diede poi a Gertrude il seguente ammaestramento: «Tutte le volte che una persona si raccomanda alle preghiere di un’altra, fiduciosa di poter così ottenere per i di lei meriti la grazia di Dio, il Signore la ricompensa secondo il suo desiderio, anche se la persona su cui ha contato avesse trascurato di pregare con devozione».

 

74 – Diversi ordini di persone

 

 

Pregava un giorno per una persona la cui anima era piena di grandi desideri, e ricevette questa risposta: «Dille da parte mia che se desidera unirsi a Me col vincolo di un intimo amore, cerchi di fare ai miei piedi il suo nido, fabbricandosi come l’aquila reale con ramoscelli secchi (quelli della propria miseria) e con rami di palma (quelli della propria grandezza). Vi prenda il suo riposo nel ricordo continuo della sua bassezza, poiché l’uomo mortale è per se stesso sempre incline al male e tardo al bene, a meno che sia prevenuto dalla grazia. Mediti anche spesso sulla mia misericordia, ricordando quanto Io sia disposto, nella mia paterna bontà, ad accogliere dopo il peccato colui che ritorna a Me con la penitenza. Quando poi desidera allontanarsi dal nido per cercare il suo cibo, si diriga verso il mio Cuore e lì, con affettuosa gratitudine, ripensi agli immensi benefici che gratuitamente le elargisco nella sovrabbondanza della mia tenerezza. Se poi desidera spingere più lontano il volo del suo desiderio, si innalzi come un’aquila veloce al di sopra di sé con la contemplazione delle cose celesti, si libri sulle ali, e, sostenuta dai Serafini, fissi il mio volto nell’ardore della sua carità, e contempli il Re nello splendore della sua gloria col penetrante sguardo dello spirito».

«Nessuno però, nella  vita presente, può rimanere a lungo sulle vette della contemplazione che, secondo S. Bernardo, a mala pena quaggiù si raggiunge rara hora, parva mora: ben di rado e per breve momento. L’anima dovrà dunque spesso ripiegare le ali ricordando la sua miseria, e discendendo nel nido per cercarvi un po’ di riposo. Ritroverà ancora in seguito le sue delizie volando in spirito di riconoscenza verso i campi fioriti dell’amore, per raggiungere bene presto, nell’estasi dello spirito, le cime della contemplazione divina. Con l’alternarsi di questi due movimenti, la considerazione cioè della propria fragilità e lo slancio d’amore che contempla i benefici ricevuti, essa sempre troverà la consolazione del gaudio celeste».

Si ricordò ancora di un’altra persona che le si era devotamente raccomandata. Questa, dopo aver passato nel mondo la sua prima giovinezza, aveva rinunciato al secolo per consacrarsi a Dio nello stato religioso. Gertrude si volse dunque al Signore per presentargli il suo proprio cuore e ricordargli insieme la sua divina promessa, come cioè esso dovesse servire come canale per spandere la grazia delle divine consolazioni nelle anime che le avessero umilmente sollecitate per suo mezzo(1). Ad un tratto i Figlio di Dio le apparve sul trono reale: teneva in mano il cuore della sua eletta e lo stringeva al proprio dolcissimo Cuore. Essa vide anche la persona per la quale pregava avanzarsi verso il trono e piegare devotamente le ginocchia davanti al Signore il quale, stendendo con benevolo gesto la sua mano sinistra verso di lei le disse: «Sì, la riceverò nella mia incomprensibile Onnipotenza, nella mia insondabile Sapienza, e nella mia infinita Bontà». Pronunciando queste parole il Signore stendeva verso questa persona tre dita della sua mano sinistra: l’indice, il medio e l’anulare. A sua volta questa persona sovrapponeva delicatamente le corrispondenti dita della sua mano sinistra su quelle del Signore. Allora il Signore con rapido gesto voltò la sua benedetta mano, così che essa si trovò al disopra e quella della persona al disotto. Con queste tre dita e col gesto ora descritto, Egli voleva far capire i tre modi secondo i quali essa doveva regolare la sua vita.

Anzitutto doveva sottomettersi con umiltà, prima di cominciare qualsiasi azione, all’Onnipotenza divina, considerandosi come un servo inutile che aveva consumato inutilmente il vigore della sua giovinezza nella vanità del secolo, poco curandosi di Dio suo Creatore e Signore; e doveva chiedere alla divina Onnipotenza di concederle forza di agire secondo virtù. In secondo luogo doveva confessare all’insondabile Sapienza di Dio di essere indegna di ricevere le soavi illuminazioni divine, perché dalla sua infanzia non si era applicata allo studio delle cose del cielo, ma si era a preferenza servita delle sue facoltà per soddisfare la sua vanagloria. Doveva ora immergersi nella valle profonda dell’umiltà e poi, libera dalle cose terrene, dedicarsi alla  contemplazione, e sforzarsi in seguito (a suo tempo e luogo) di comunicare al prossimo le abbondanti ricchezze che la divina liberalità le avrebbe concesso. Infine doveva prepararsi a ricevere con grandi azioni di grazie la buona volontà, che è dono gratuito concesso dalla Bontà divina per praticare i due consigli precedenti.

Il Signore sembrava portare all’anulare sinistro un anello di vile metallo nel quale era però incastonata una gemma preziosissima che splendeva come il fuoco. Comprese che l’anello raffigurava la vita povera di meriti di questa persona che, rinunciando al mondo, si era consacrata al servizio di Dio. La pietra preziosa significava la liberalità della divina misericordia che inclinava il Signore ad infondere in quest’anima il dono della buona volontà, per il quale tutte le opere diventano perfette davanti a Dio. Per tale ragione la sua voce, vale a dire la sua intenzione, non doveva d’ora innanzi esprimere altro che una continua azione di grazie per questo liberalissimo dono della divina bontà. Le fu anche rivelato che, ogniqualvolta questa persona, con l’aiuto di Dio, compisse una buona azione, il Signore se ne farebbe subito un anello prezioso che avrebbe portato nella mano destra per mostrarlo a tutta la milizia celeste, quasi gloriandosi del regalo della sua sposa. Tutti gli abitanti del cielo allora avrebbero provato per questa persona un sentimento analogo a quello che possono provare i principi    della corte per la sposa del Re, e le avrebbero attestato la fedeltà e la devozione che spettano di diritto alla sposa del proprio Signore. Inoltre l’avrebbero aiutata in tutti i modi con cui i membri della Chiesa trionfante  aiutano coloro che ancora militano sulla terra, ogni volta che il Signore li avesse invitti a farlo ripetendo il gesto che abbiamo descritto.

Mentre pregava per un’altra persona, ricevette a suo riguardo questo insegnamento destinato a regolare la sua vita: che essa stabilisca il suo nido nel cavo della roccia, e cioè nel Cuore santissimo del Signore Gesù, e, riposando in esso, si applichi a gustare il miele che in questa roccia si forma e cioè la dolcezza di questo Cuore divino. Mediti attentamente nelle Scritture l’ammirabile vita di Cristo, e si applichi a seguirne gli esempi specialmente in tre cose: Il Signore trascorreva spesso le notti in preghiera; questa persona in tutte le sue tribolazioni e le sue prove dovrà dunque sempre ricorrere all’aiuto dell’orazione. Il Signore predicava nelle città e nei villaggi; anch’essa dunque  dovrà edificare il prossimo non soltanto con le sue parole, ma anche con le sue opere e col suo stesso contegno esteriore. Il Signore spandeva i suoi benefici su tutti quelli che ne avevano bisogno; allo stesso modo essa deve compiere il bene attendendosi alla norma seguente: quando vorrà dire o fare qualcosa, dovrà prima formulare l’intenzione di unirsi alle azioni perfettissime del Signore, affinché sia compiuta secondo la sua santissima volontà e per la salute del mondo intero; e quando poi l’avrà compiuta, dovrà offrirla di nuovo al Signore perché Egli le tolga ogni imperfezione e la presenti a Dio Padre, ad eterna sua lode.

Le fu ancora detto quanto segue: Ogni volta che detta persona vorrà uscir da questo nido dovrà servirsi di tre sostegni. Uno è l’ardente carità con la quale deve sforzarsi di attirare tutti a Dio e di servire tutti a gloria di Dio, in unione con l’amore col quale Gesù Cristo ha operato la salvezza del mondo. Il secondo è l’umile sottomissione con la quale deve assoggettarsi per amore di Dio ad ogni creatura, guardandosi bene dallo scandalizzare con le sue parole ed azioni e superiori ed inferiori. Il terzo è l’attenta vigilanza su se stessa per la quale deve preservare tutti i suoi pensieri, le sue parole ed i suoi atti dalla minima macchia che possa offendere lo sguardo di Dio.

Le fu anche rivelato, durante l’orazione, lo stato di un’altra anima. Questa persona le apparve nell’atto di costruirsi, davanti al trono di Dio, uno splendido trono formato di preziosissime pietre squadrate, cementate insieme con oro puro, sul quale di tanto in tanto si sedeva per poi alzarsi di nuovo e continuare la costruzione.  La Nostra comprese che le pietre preziose rappresentavano diverse pene destinate a conservare e perfezionare il dono di Dio in quell’anima; il Signore infatti prepara in questa vita ai suoi eletti un cammino aspro e duro, per timore che le attrattive di una strada comoda e facile facciano loro dimenticare le gioie della patria. Quanto all’oro che cementava le gemme, significava la grazia spirituale di cui doveva servirsi con piena fiducia per unire insieme saldamente tutte le sue pene interne ed esterne per l’edificazione della sua  eterna salvezza.

Si riposava poi di tanto in tanto sul trono, per mostrare che godeva talvolta la contemplazione divina, ma sia alzava subito per riprendere la costruzione onde figurare l’alternarsi continuo delle buone opre, che fanno progredire l’anima di giorno in giorno innalzandola alla vette della perfezione.

Le fu anche mostrato, durante la preghiera lo stato di un’altra anima. Vide davanti al trono di Dio un albero magnifico dal tronco e dai rami vigorosi e dalle foglie splendenti come l’oro. La persona per cui pregava stava salendo su quest’albero e, armata di uno strumento, tagliava alcuni rami novelli che cominciavano a seccarsi. Non appena ne aveva tagliato uno, subito dal trono di Dio, che appariva come circondato di fronde verdeggianti, le si offriva un altro ramo per sostituire quello reciso. Non appena esso era innestato, riprendeva tutto il suo vigore e produceva un frutto di color rosso che l’anima raccoglieva per offrirlo al Signore, il quale sembrava compiacersene in modo mirabile.

Quest’albero figurava la famiglia religiosa in cui questa persona era entrata per consacrarsi al servizio di Dio, e le fogli d’oro significavano le buone opere che essa compiva nell’ordine. Per i meriti di un certo suo parente che l’aveva indotta ad entrare, accompagnandola coi suoi devoti desideri e con le sue orazioni, queste superavano in valore altre opere simili di quanto l’oro supera in dignità gli altri metalli. Lo strumento di cui si serviva per tagliare i rami era la considerazione dei propri difetti che essa riconosceva ed eliminava con una degna penitenza. Il ramo che le veniva offerto dal trono di Dio per sostituire il ramo tagliato, figurava la perfetta e santissima vita di N. Signore Gesù Cristo che, per i meriti ed i suffragi del parente a cui abbiamo accennato, era sempre particolarmente pronto a supplire a tutti i suoi difetti. Infine il frutto raccolto ed offerto al Signore significava la buona volontà che metteva nel correggersi dalle sue mancanze,cosa di cui il Signore sommamente di compiace. Gli è infatti più gradita la buona volontà di un cuore sincero che non grandi opere compiute senza purezza d’intenzione.

Una volta pregava per due persone che le erano state devotamente raccomandate. Poiché non conosceva la loro disposizione d’animo, disse al Signore: «Tu, o Signore, che conosci tutti i cuori, degnati rivelare alla tua indegna serva ciò che credi e ciò che può riuscire a loro vantaggio». Il Signore, nella sua bontà, le ricordò allora due rivelazioni che in altro tempo le aveva concesso riguardo a due altre persone, delle quali una era letterata e l’altra no, e che avevano tutte e due rinunciato al mondo. La esortò poi ad applicare quanto allora le aveva detto anche a vantaggio delle due persone di cui si occupava attualmente. Ed aggiunse: «Le cinque rivelazioni precedenti e le due che ti farò, offrono un insegnamento che può essere utile a persone di qualsiasi ordine e stato».

La rivelazione che riguardava la persona letterata era la seguente. Il Signore aveva detto a suo riguardo: «Io l’ho presa coi miei apostoli per farla salire sul monte della trasfigurazione. Essa si applichi a regolare la sua vita e le sue opere secondo il significato del nome degli apostoli che mi hanno accompagnato sul Tabor. Pietro significa agnoscens(2): colui che conosce; che essa proponga dunque in tutte le sue letture di arrivare a conoscersi con serie riflessioni. Quando per esempio il libro parla dio vizi e di virtù, essa esamini se c’è in lei qualcosa di vizioso e quanto progredisca nella virtù. Quando poi avrà acquistato una più perfetta conoscenza di sé, si sforzi, secondo il significato del nome di Giacomo, che vuol dire suppleantator: colui che è vittorioso, di correggere ogni difetto lottando vigorosamente per conquistare la virtù con uno sforzo costante. Il nome di Giovanni significa poi: in quo est gratia, colui che è ripieno di grazia: si applichi dunque al mattino o alla sera, o quando ne abbia l’opportunità, almeno per un’ora a raccogliersi in se stessa e a cercare di conoscere la mia volontà, dopo aver allontanato da sé il pensiero di tutte le cose esteriori. Allora faccia ciò che Io le ispirerò: se le dirò di lodarmi, mi ringrazi per i benefici personali o generali; se l’inviterò a pregare per i peccatori o per le anime del purgatorio, lo faccia con somma devozione e il meglio che può, per il tempo che avrà stabilito».

Ed ecco la rivelazione che riguarda la persona illetterata. Essa aveva pregato per quest’anima che si rammaricava di vedersi impedita nell’orazione dalle diverse cure del suo ufficio. E ricevette questa risposta: «Io non l’ho scelta soltanto per servirmi in una determinata ora del giorno, ma per restare ininterrottamente con Me tutta la giornata; cioè perché offra continuamente a mia gloria ogni singola azione con la stessa intenzione con la quale mi offrirebbe la sua preghiera. Essa potrà aggiungere questa pratica: desiderare cioè che coloro i quali traggano vantaggio dalla sua fatica non solo ne siano ristorati nel corpo, ma progrediscano anche nello spirito e siano confermati in ogni bene. Se farà così ogni volta che si applicherà ad una azione qualunque sarà come se mi ristorasse con cibo squisito».

 

Vedi Capitolo 47 di questo Libro III

Certo dalla voce ebraica phatar, che significa interpretatus est [interpretato]. Così pure traduce Ludolfo il Certosino nella sua Vita Christi, parte II, capo 3: Petrus, che s’interpreta agnoscens – Nota dell’edizione latina

 

75 – Le membra di Cristo raffigurano la Chiesa

 

 

Mentre stava pregando per una certa persona, le apparve il Re della gloria, il Signore Gesù, per mostrarle nel suo proprio corpo fisico il corpo mistico della Chiesa, di cui Egli degna chiamarsi ed essere lo Sposo ed il Capo. Era magnificamente rivestito dal lato destro di abiti regali, mentre il suo lato sinistro era nudo e tutto coperto di piaghe. Essa comprese che la parte destra raffigurava tutte le anime elette che appartengono alla Chiesa, e che sono prevenute dal Signore con le benedizioni della sua dolcezza per uno speciale dono di grazia e per il merito personale delle loro virtù. Il lato sinistro raffigurava gli imperfetti che sono ancora immersi nelle loro debolezze. I ricchi abiti che ornavano il lato destro del Signore, indicavano gli ossequi e i benefici spirituali che certe persone prodigano con particolare devozione a quelli che riconoscono a sé superiori per l’eccellenza della loro virtù e per lo speciale privilegio di familiarità col Signore. Ogni ossequio infatti dimostrato agli eletti di Dio a motivo della grazia ad essi conferita, è come un nuovo ornamento aggiunto alla sua destra. Alcuni si mostrano, sì, per il Signore, generosi coi buoni, ma riprendono con tanta durezza i cattivi e gli imperfetti che per la loro impazienza, li irritano anziché correggerli. Questi sembrano quasi colpire furiosamente col pugno le piaghe del Signore, e il sangue che la loro violenza ne fa scaturire è come se sprizzasse loro in volto sì da rimanere coperti e sfigurati. Il Signore tuttavia, indotto dalla sua pietà, e insieme eccitato dall’amore dei suoi amici coi quali queste persone sono state generose, sembra non farne caso e con le vesti che ornano la sua destra, cioè coi meriti degli eletti, deterge le macchie che deturpano il loro volto.

E il Signore aggiunse: «Oh se volessero, curando le piaghe dei loro amici, imparare a curare anche le piaghe del mio corpo che è la Chiesa, cioè quelle degli imperfetti! Essi dovrebbero dapprima toccar le loro piaghe con precauzione, con dolci ammonimenti fatti di spirito di carità. Se poi con questo mezzo non riuscissero a nulla, dovrebbero allora cercare di guarirli con crescente fermezza. Molti invece non sembrano darsi alcun pensiero delle mie ferite; e son coloro che, conoscendo i difetti del prossimo, lo disprezzano per la sua miseria e non cercano di correggerlo neppure con una sola parola, per timore di incorrere in qualche noia. Adducono con Caino questa vana scusa: Numquid custos fratis mei sum ego?: son forse il custode del mio fratello? (Gen 4,9). Costoro sembrano porre sulle mie piaghe un unguento che, anziché sanarle, le fa piuttosto marcire e coprir di vermi, poiché nascondendo col silenzio i difetti del prossimo anziché correggerli con qualche parola, lasciano che essi mettano radici.

«Vi sono poi alcuni che segnalano al prossimo i suoi difetti, ma se non li vedono immediatamente corretti o castigati come essi vorrebbero, subito si irritano e, indignati, giurano in cuor loro di non far più osservazioni in avvenire, di non correggere più nessuno, dal momento che non si dà peso alle loro parole. Non omettono tuttavia di accusare duramente in cuor loro il prossimo, ma si astengono da ogni parola di ammonimento e di correzione. Costoro è come se mi applicassero sulle piaghe un unguento che internamente le rode come potrebbe fare un ferro arroventato.

«altri ancora si astengono dal correggere il prossimo più per trascuratezza  che per malizia; ed è come se mi pestassero le piaghe dei piedi. Altri ancora non pensano che a fare in tutto la loro volontà propria, non curandosi dello scandalo degli altri pur di riuscire a compierla; ed è come se mi prendessero le mani e me le trapassassero con dardi infuocati.

«Vi sono poi di quelli che amano sinceramente i superiori virtuosi e perfetti, e non cessano, come è giusto, di mostrar loro ossequi e reverenza con le parole e con i fatti. Ma giudicano con rigore e disprezzano oltre misura i superiori che non osservano la Regola e son pieni di difetti. In questo caso essi ornano la parte destra del mio capo di gemme e di pietre preziose, ma quanto alla parte sinistra che è ricoperta di piaghe, e che Io avrei voluto appoggiare sulla loro spalla per un po’ di riposo, essi sembrano respingerla e colpirla con pugni senza alcuna pietà.

«Altri applaudiscono le cattive azioni dei prelati e dei superiori per attirarsi la loro benevolenza, ed esser liberi di fare in tutto la loro propria volontà. E questi mi piegano con violenza la testa all’indietro causandomi grandi dolori e, insultando alla mia sofferenza, sembrano quasi compiacersi delle mie piaghe putrefatte».

In questa rivelazione il Signore sembra quasi identificarsi con la sua Chiesa: i buoni sono come la parte destra del suo corpo, e i cattivi la sinistra. Con quanta vigilanza dunque ogni cristiano deve cercare di servire tanto il membro sano quanto il membro malato di Cristo! Sarebbe cosa ben indegna veder qualcuno lacerar con le mani le ferite di un suo amico, o coprire di un unguento avvelenato o respingere violentemente il capo che egli volesse posare sulla sua spalla o, peggio ancora, torceglielo all’indietro. Che ciascuno detesti dunque la sua colpa se, con la sua durezza, ha piuttosto offeso che servito il suo Creatore e Redentore, e cerchi di emendarsi per essere utile a questo fedelissimo Benefattore anziché nuocere alla sua causa. Che egli faccia tutto il bene possibile ai perfetti per eccitarli a progredir nel bene, e circondi di cura gli imperfetti affinché si emendino. Obbedisca con amore quando i superiori comandano ciò che è bene, e sopporti con rispetto i loro difetti. E tuttavia si guardi dall’adularli in ciò che è male, e quanto non può correggere in essi con la parola, si sforzi di correggerlo con l’ardore del desiderio e con la silenziosa preghiera del cuore davanti a Dio.

 

76 – Spirituale comunicazione di meriti

 

 

Un’altra persona si era devotamente raccomandata alle sue preghiere. Essa, come al solito, non appena entrò in coro per  fare orazione, chiese al Signore di far partecipe quest’anima di tutte le opere buone che Egli l’aiuterebbe a compiere, benché tanto indegna: digiuni, orazioni e altri atti di pietà. Il Signore rispose: «La farò certamente partecipe di tutto il bene che la mia infinita liberalità gratuitamente ti concede e ti concederà di fare fino alla morte». Ed essa: «Dal momento che tutta la tua Santa Chiesa partecipa a tutto ciò che Tu degni operare in me e per me tua serva indegna e anche in tutti gli altri tuoi eletti, che cosa riceverà in più questa perosna dalal tua bontà, quando io, per un affetto speciale, ti prego che essa abbia parte a tutti i benefici che Tu mi accordi?». Il Signore rispose con questo paragone: «Una nobile damigella che sa comporre ccon gemme e pietre preziose degli ornamenti di cui si serve per adornare tanto sé quanto sua sorella, procura in tal modo a suo padre e a sua madre e a tutti quelli di casa un certo lustro. La lode della gente è diretta soprattutto a colei che ha fabbricato questi ornamenti con le sue mani, e anche alla sua sorella prediletta che li ha condivisi, seppure in minor grado, con lei; però si riverserà anche in parte sulle altre sorelle che non hanno ricevuto nulla. Allo stesso modo, benché la Chiesa intera partecipi alle grazie, accordate a ciascuno dei fedeli in particolare, l’anima a cui sono accordati ne trae naturalmente più grande profitto; e per conseguenza ne ricavano speciale vantaggio anche coloro a cui desidera comunicarli per un particolare vincolo di affetto che ad essi la lega».

Ricordò allora al Signore che questa stessa persona aveva sovente mandato dei regali alla prima cantora, Donna Metilde di santa memoria(1), durante la sua malattia; e che si era spesso rammaricata sia di non averla abbastanza assistita, sia di non essersi trattenuta a parlare con lei di cose spirituali per timore di disturbarla o di recarle fastidio. Il Signore rispose: «A motivo della buona volontà e della gioiosa liberalità con cui egli  ha beneficato la mia Eletta, col desiderio di fare anche di più se avesse potuto, Io lo considero come uno che presti ogni giorno servizio alla mia mensa, così come un illustre principe serve alla tavola dell’Imperatore suo signore. Mi compiaccio di tutti gli atti di pietà con cui Donna Metilde mi ha devotamente servito, facendo uso delle forze che il suo corpo attingeva nel cibo e in ogni altro ristoro inviato da lui. E non intendo soltanto parlare del ristoro materiale che egli le ha dato, ma anche del conforto che è venuto alla mia Eletta da ogni suo pensiero, parola od azione. Quanto al suo rimpianto di non essersi abbastanza intrattenuto con Donna Metilde, vi supplirò Io stesso. Come uno sposo che ama teneramente la sua sposa e che la vede esitare per estrema delicatezza nel chiedere qualcosa che molto desidera, viene incontro alla sua modestia e le accorda il doppio di quanto essa desiderava, così Io supplirò a ciò che non ha avuto.

«Inoltre, per tutta la gioia che detta persona prova per i benefici di cui ho colmato Donna Metilde , la sua anima riceverà in cielo, insieme a ineffabili delizie, il riflesso di tutte le grazie che Io ho conferito all’anima di questa mia sposa; riflesso che emanerà dall’anima della mia Eletta e sarà l’infinito splendore della luce divina che la illumina. Come il raggio del sole si infrange sulla superficie dell’acqua e si riflette sul muro, così lo splendore dei miei benefici brillerà nelle anime di coloro che sono stati prevenuti in terra dalla particolare dolcezza della mie benedizioni, e si rifletterà eternamente su coloro che hanno goduto al  pensiero di questa mia glori. Ci sarà tuttavia questa differenza: che splenderanno non come il muro che è opaco, ma come uno specchio tersissimo che riflette distintamente l’immagine posta davanti ad esso».

 

Cioè Santa Metilde, morta da poco [Nota dell’edizione latina].

Gesù a Santa Gertrude la Grande : “Ho infatti ordinato nel Vangelo di cercare per primo il Regno di Dio e la sua giustizia (Lc 12,31), vale a dire il profitto spirituale”

 

S. Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 77-90

       

77–     Utilità della tentazione

 

Gertrude pregava un giorno per una persona assalita dalla tentazione, e il Signore le disse: «Io permetto questa tentazione per farle conoscere e deplorare il suo difetto, essa cercherà di vincerlo, e non riuscendovi si umilierà. Questa umiliazione cancellerà allora quasi interamente ai miei occhi altri difetti che essa ancora non riconosce. Colui che scorge una macchia sulla sua mano, non lava soltanto la macchia, ma anche le mani, e così le purifica anche da ogni traccia di polvere, che egli non avrebbe tolta se questa macchia visibile non gliene avesse dato l’occasione».

78 – La     Comunione frequente piace a Dio

 

Una persona, eccitata da zelo di giustizia, giudicava spesso alcune altre persone che trova poco devote e poco preparate a ricevere la Comunione con frequenza. Qualche volta ne faceva anche loro pubblico rimprovero, così che esse, diventate timorose, non osavano più comunicarsi.

Chiese un giorno al Signore se approvava questo suo modo di agire, ed Egli rispose: «Le mie delizie sono di stare coi figlioli degli uomini e Io ho istituito questo Sacramento perché lo si rinnovasse spesso in mia memoria, impegnandomi a restare per esso coi miei fedeli fino alla consumazione dei secoli. Chiunque cerca di allontanare dalla Comunione un’anima che non è in stato di peccato mortale, impedisce e sospende le delizie che Io avrei potuto trovare in essa. Egli assomiglia ad un precettore severo che impedisce al figlio del re di giocare con dei poveri bambini suoi coetanei, nonostante che il giovane principe vi trovi molto piacere, e ciò sotto pretesto che gli conviene di più ricevere gli onori dovuti al su orango che divertirsi sulla piazza a giocare alla palla». Essa allora disse: «Se questa persona fosse ben decisa a non dare più in avvenire tali consigli, le perdoneresti ciò che ha fatto finora?». «Non solo glielo perdonerei – disse il Signore -, ma troverei nel suo buon proposito un piacere simile a quello del figlio del re se il suo precettore, cambiando parere, gli riconducesse spontaneamente i suoi piccoli amici che prima aveva scacciato per eccesso di severità».

79 –     Vantaggi dello zelo

 

Pregava un giorno per una certa persona che si rammaricava per il timore di avere offeso Dio: si era infatti irritata di alcune negligenze delle sue consorelle che riteneva funeste per l’osservanza regolare.

Ricevette dal migliore dei maestri questo insegnamento: «Se alcuno desidera che il suo zelo sia per me un accettissimo sacrificio e assicuri nello stesso tempo il suo vantaggio spirituale, deve applicarsi a tre cose. Anzitutto deve mostrare sempre un volto amabile alla persona di cui corregge i difetti – come del resto richiedono la convenienza ed il tatto – e usare sempre parole e atti caritatevoli. In secondo luogo deve avere cura di non divulgare le colpe quando possa sperare la correzione del colpevole oppure quando non possa contare sul prudente riserbo degli astanti. Infine non deve lasciarsi arrestare da alcun rispetto umano quando la coscienza le indica qualche cosa che è degno di riprensione, ma deve cercare con tutta carità l’occasione di correggerlo al solo intento di procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Allora sarà certamente ricompensato in proporzione della fatica e non in proporzione del risultato ottenuto, poiché se anche questo fosse nullo, chi ne porterà la pena sarà soltanto colui che non avrà riconosciuto il proprio torto o che avrà resistito».

Un’altra volta pregava per due persone che stavano discutendo fra loro, e delle quali una era persuasa di difendere la giustizia e l’altra di favorire la carità verso il prossimo. Il Signore le disse: «Quando un buon padre vede che i suoi bambini giocano e si esercitano alla lotta, qualche volta ride o fa finta di non vedere. Se però a un certo momento vede che uno dei contendenti si accanisce contro l’altro, si alza e corregge il colpevole. Allo stesso modo Io che sono il Padre delle misericordie, quando vedo due persone discutere con dolcezza e carità non vi presto particolare attenzione, anche se preferirei vederle in pieno accordo. Ma se una prende a trattare l’altra con durezza, allora non potrà evitare la correzione della mai paterna giustizia».

80 –     Utilità futura della preghiera

 

Una persona si lagnava spesso di non sentire alcun vantaggio dalla preghiera che gli altri facevano in suo favore. Essa riferì questa lagnanza al Signore chiedendogliene la ragione. Il Signore rispose: «Domanda a quella persona che cosa troverebbe più vantaggioso per un suo giovane parente a cui desiderasse di veder conferito un beneficio ecclesiastico: che gliene venisse concessa immediatamente la rendita (pur non avendo ancora compiuto i suoi studi) e che lo si lasciasse disporre di essa a suo talento? Il buon senso giudicherebbe più utile concedere al giovanetto soltanto il titolo del beneficio ecclesiastico destinato a procurargli in avvenire grandi rendite; perché se queste gli fossero concesse subito potrebbe dissiparle in spese inutili e trovarsi più tardi povero e misero come prima. La persona per cui preghi abbia dunque fiducia nella mia sapienza e nella mia bontà divina, poiché io sono il padre, il fratello, l’amico dell’anima sia, e veglierò sui suoi interessi spirituali e temporali con più sollecitudine e fedeltà di quella che essa potrebbe impiegare nel curare gli interessi di un suo parente. Sia persuasa che Io serbo per un tempo propizio e determinato il frutto di tutte le preghiere che mi sono state rivolte per lei, e che glielo consegnerò integralmente quando nulla potrà più sminuirlo o renderlo vano. E questo è per lei il meglio, poiché se provasse subito una certa consolazione ad ogni preghiera che si fa per lei, questa gioia spirituale sarebbe forse offuscata dalla vanagloria o resa sterile dall’orgoglio, e se io le concedessi qualche bene temporale, la sua anima potrebbe trovarvi un’occasione di peccato».

81 –     Vantaggi dell’obbedienza

 

L’Ebdomadaria(1) stava un giorno recitando il Capitolo di Mattutino a memoria, secondo quanto prescrive la santa Regola(2). Gertrude conobbe per rivelazione che essa lo faceva appunto per conformarsi a questo precetto, e vide che si acquistava in tal modo un merito uguale a quello che avrebbe potuto procurarle la preghiera di tante persone quante erano le parole che il Capitolo conteneva.

Comprese anche il senso delle parole che S. Bernardo(3) suppone dette ad un uomo in punto di morte dalle azioni che egli ha compiuto durante la vita: «Tu ci hai fatto, noi siamo opera tua, non ti abbandoneremo, ma ti seguiremo dovunque e ti accompagneremo al tribunale di Dio». Dio permetterà in quel momento che tutte le azioni compiute in spirito di obbedienza, quasi altrettanti personaggi illustri, consolino colui che ne sarà stato l’autore e intercedano per lui. Ogni opera buona compiuta per obbedienza e resa perfetta dalla purezza d’intenzione, otterrà all’uomo il perdono di qualche negligenza. Quale grande consolazione per chi si trova in agonia!

Colei che era di turno per guidare la Liturgia delle Ore

Regola di S. Benedetto, cap. XII

Meditationes piissime, cap. II, 5. Inter spuria

82 – Raccomandazione di una persona deputata per     quella settimana alla recita privata del Salterio(1)

 

Una Ebdomadaria(2) che doveva recitare il Salterio prescritto per la Comunità, chiese una volta l’aiuto delle sue preghiere. Essa acconsentì, e, mentre pregava vide in ispirito il Figlio di Dio prendere con sé questa Ebdomadaria per condurla davanti al trono del Padre suo, onde chiedergli di far partecipare quest’anima all’ardente amore e alla fedeltà coi quali Egli stesso aveva desiderato la gloria del Padre suo e la salvezza del genere umano. Questo soccorso di grazia le avrebbe ottenuto tutto quanto desiderava. Quando il Figlio ebbe fatta questa preghiera, la persona per la quale Egli aveva pregato apparve coperta di vesti simili alle sue. E come leggiamo che il Figlio di Dio sta davanti al Padre per intercedere per la Chiesa, così costei, come un’altra Regina Ester, stava davanti a Dio Padre per pregarlo insieme al Figlio suo per il suo popolo, vale a dire per la sua Comunità. E recitando essa con tale interna disposizione tutto il salterio, il Padre celeste accettava le sue parole in due modi: anzitutto come un signore accetta da qualcuno il pagamento di un debito di cui si era fatto garante; in secondo luogo, come un padrone che riceve dal suo intendente una somma da distribuire ai suoi più cari amici. Essa vedeva ancora il Signore esaudire tutte le preghiere che questa persona gli rivolgeva per la Comunità, e metterla davanti a Sé perché distribuisse alle sue consorelle tutto ciò che essa chiedeva per loro.

(1) Si tratta della recita superogatoria [=straordinaria] del Salterio in uso ad Hefta
come in altri Monasteri, per le intenzioni e i bisogni della Comunità.

(2) Colei che era di turno per guidare la Liturgia delle Ore

83 – Utilità della sottomissione

 

Un giorno pregava il Signore che correggesse il difetto di un certo superiore, e ricevette questa risposta: «Ignori forse che non soltanto questa persona, ma anche tute quelle che sono preposte a questa diletta Congregazione hanno tutte i loro difetti? Nessuno al mondo può esserne esente! Se lo permetto in questo caso, è per l’immensa mia bontà e per la tenerezza con la quale amo questa Congregazione che mi sono scelta, perché per tal via i suoi meriti saranno mirabilmente accresciuti. Ci vuol molta maggior virtù a star soggetti a una persona di cui si conoscono i difetti, che ad un’altra i cui atti sono irreprensibili». Essa rispose: «Sì, Signore, io provo una grande gioia a veder crescere i meriti dei sudditi, ma desidererei tuttavia che i superiori non commettessero la colpa che mi pare essi contraggono per i loro difetti». Il Signore rispose: «Io che conosco tutti i loro difetti, permetto che ne manifestino alcuni nelle diverse incombenze della loro carica, altrimenti non giungerebbero forse mai a possedere una grande umiltà. come il merito dei sudditi può crescere tanto per i difetti che per le qualità dei Superiori, così anche il merito dei Superiori può crescere tanto per i difetti che per la qualità dei sudditi, precisamente come tutte le membra di uno stesso corpo contribuiscono al bene l’uno dell’altro».

Essa comprese allora la bontà e la sapienza infinita del Signore che tutto saviamente dispone per la salvezza dei suoi eletti e sa servirsi anche dei difetti per innalzare a una maggior virtù. E pensò che, anche se la misericordia di Dio non le si fosse mostrata che in quella sola circostanza, tutte le creature insieme non avrebbero mai potuto lodarne abbastanza il Signore.

84 – La vera purificazione dell’uomo

 

Mentre pregava per una persona per una persona afflitta udì questa risposta: «Non temere: io non permetto mai che i miei eletti siano afflitti oltre misura delle loro forze, ma sempre son loro vicino per pesar la loro pena. Una madre che vuol scaldare il suo bambino al fuoco, tiene sempre la sua mano tra il bambino e la fiamma; allo stesso modo, quando credo bene purificare i miei giusti con la tribolazione, il mio intento non è di farli soffrire, ma piuttosto di provarli a loro salvezza».

Pregava un altro giorno per una persona che aveva sorpresa in qualche difetto, e, nell’ardore del suo desiderio, diceva al Signore: «Signore, io che son l’ultima delle tue creature, prego nell’interesse della tua gloria per questa persona; ma Tu, che sei Potenza infinita a cui nulla resiste, perché non mi esaudisci?». Il Signore rispose: «Sì, son la Potenza infinita a cui nulla resiste, ma sono anche l’insondabile Sapienza che tutto dispone per il meglio. Né faccio cosa alcuna che non convenga. Quando un re della terra che può disporre delle forze e dell’obbedienza dei suoi servi vede le sue scuderie non perfettamente tenute, non si abbassa fino a far la pulizia con le sue proprie mani, così Io non ritraggo mai un uomo dal peccato in cui è caduto deliberatamente, se egli non fa violenza a se stesso e non si mostra degno del mio amore cambiando le sue disposizioni».

85 – Come il Signore supplisce per la creatura

 

Gertrude osservava una volta una monaca che si aggirava nel coro durante il Mattutino per esortare le consorelle all’osservanza di alcune regole la cui dimenticanza avrebbe causato una certa confusione nell’Ufficio divino, e domandò al Signore come gradisse questo zelo. Il Signore rispose: «Se uno, con l’intento di glorificarmi, si applica ad evitare ogni negligenza dell’ufficiatura e ad avvertire gli altri allo stesso fine, supplisco Io all’inevitabile imperfezione del suo raccoglimento e della sua pietà».

86 – L’offerta della sofferenza

 

Essa pregava un giorno per una persona afflitta per l’infermità di un’amica che temeva di perdere. Il Signore le diede questo ammaestramento: «Supponi che un uomo abbia perduto un amico diletto nel quale trovava non solo il conforto dell’amicizia, ma anche un consigliere fidato per il suo profitto spirituale. Se egli mi offre, con piena adesione al mio volere, il dolore che sente disposto, pur di conformare la sua volontà alla mia, a rimaner privo dell’amico quand’anche fosse in suo potere trattenerlo, e permane in questa volontà non fosse che per un’ora, sia certo che la mia bontà divina conserverà sempre alla sua offerta tutto il valore che con queste su disposizioni egli le conferisce. Tutto il dolore che, per fragilità umana, anche in seguito continuerà a provare per questa perdita contribuirà alla sua salvezza eterna. più t ardi, forse sfuggiranno al suo cuore spezzato dei lamenti e dei rimpianti al pensiero delle consolazioni, dell’aiuto, del conforto che ha perduto, ma poiché mi ha offerto il suo dolore, la sofferenza di cui questi pensieri son causa disporrà il suo cuore a ricevere la mia divina consolazione. Essa si spanderà nella sua anima in proporzione dell’opprimente sofferenza che dopo questa offerta possa ancora gravare sul suo cuore. La mia bontà naturale mi sforza, per così dire, ad agire in tal modo. L’orefice non è forse obbligato ad inserire nell’oro o nell’argento tante pietre quanti sono i castoni che egli ha preparato per riceverle? Ho paragonato la mia divina consolazione alle pietre preziose, perché la consolazione celeste che l’uomo acquista con la sua passeggera sofferenza possiede appunto, come le gemme, una particolare virtù, e tale da ricompensarlo al centuplo fin da questa vita e poi mille volte tanto nell’eternità».

87 – Colpe di fragilità

 

Stava pregando in un’altra occasione per una certa persona che desiderava ardentemente di avere, davanti al Signore, il merito della verginità, e temeva tuttavia di essere incorsa per fragilità umana in qualche piccola imperfezione. Questa persona le apparve fra le braccia del Signore, ornata di una veste candida come la neve, le cui pieghe erano disposte con grande eleganza. Il Signore le diede questa spiegazione: «Quando per debolezza umana una piccola ombra viene a macchiare la virtù della verginità, causando vero rincrescimento e senso di penitenza, la mia bontà fa sì che queste piccole colpe servano a far risaltare maggiormente la bellezza di tale virtù, allo stesso modo come le pieghe conferiscono grazia alla veste. Vale però sempre quel detto della Scrittura: «Incorruptio, proximum facit esse Deo: la perfetta purezza avvicina l’uomo a Dio (Sap 6,20). Se queste macchie pertanto fossero contratte per peccati molto gravi, impedirebbero la dolcezza dell’unione divina così come la molteplicità delle pieghe nella veste della sposa le riuscirebbe d’impaccio nell’andare verso lo sposo».

88 – L’ostacolo dell’attaccamento

 

Pregava un giorno per un’anima che desiderava conseguire la grazia delle divine consolazioni, e ricevette dal Signore questa risposta: «È proprio lei che mette ostacolo all’effusione della mia grazia nella sua anima. Quando infatti attiro i miei eletti col profumo soave del mio amore, colui che si tiene ostinatamente attaccato al proprio giudizio non ne sente la fragranza; così come un uomo che si chiudesse il naso non potrebbe sentire il soave profumo di un’aroma. Colui invece che per amor mio rinuncia al proprio giudizio per seguire piuttosto il giudizio altrui, accresce di tanto il suo merito, quanto maggiore è la violenza che si fa. Egli, infatti, non solo pratica la virtù dell’umiltà, ma anche quella della fortezza che è causa della sua vittoria. E perciò appunto l’Apostolo dice: «Non coronabitur nisi qui legitime certaverit: nessuno sarà coronato se non regolarmente combattuto» (2Tim 2,5).

89 – La buona volontà riesce gradita al Signore

 

Una persona trovava grande difficoltà in un lavoro che le era stato imposto dall’obbedienza. Mentre Gertrude pregava per lei, il Signore l’illuminò con questo paragone: «Supponiamo che un uomo voglia intraprendere per amor mio un’opera nella quale prevede tali difficoltà da fargli temere che riescano di impedimento alla sua devozione. In tal cosa se egli preferisce il compimento della mia volontà al bene della sua propria anima, Io farò tanto conto anche di questa semplice buona intenzione che, purché cominci l’opera, Io già la prendo per un fatto compiuto, anche se dopo averla incominciata non riesca portarla a termine. Egli ne avrà lo stesso merito che se l’avesse compiuta senza incorrere in alcuna negligenza».

90 – Non anteporre i beni esteriori a quelli     dell’anima

 

Un giorno pregava per una persona che spesso si trovava afflitta da pene che, in un certo senso, essa stessa si attirava. Il Signore le disse: «Queste pene servono a purificarla dalle macchie che qualche volta ha contratto anteponendo per ragioni umane il vantaggio materiale al profitto spirituale». «Non possiamo tuttavia vivere senza servirci di beni materiali – essa obiettò –, come mai dunque detta persona ha potuto peccare provvedendo a questi beni, come esige la sua carica?». Il Signore rispose: «Per una nobile damigella è certamente un onore ed un abbellimento portare un mantello foderato di una pelliccia tigrata; se però lo portasse al rovescio e cioè con la pelliccia al di fuori, anziché di decoroso ornamento le riuscirebbe di confusione e di vergogna. Sua madre certo non sopporterebbe questo camuffamento ridicolo e, se non potesse far di meglio, le getterebbe almeno sulle spalle un altro mantello, per timore che la prendano per una pazza. Così Io, che amo teneramente questa tua figliuola, copro questo suo difetto sotto un mantello, cioè con tutte le noie che conseguono, pur senza colpa, alle sue occupazioni; e inoltre la rivesto ancora dell’ornamento della pazienza. Ho infatti ordinato nel Vangelo di cercare per primo il Regno di Dio e la sua giustizia (Lc 12,31), vale a dire il profitto spirituale. Quanto alle cose esterne ho semplicemente promesso di darle in soprappiù».

Chi desidera l’intima amicizia di Dio, deve pesare con cura l’importanza di questa parola.

 

Santa Gertrude di Helfta la Grande : PERDUTAMENTE INNAMORATA DI CRISTO

 

                                      CRISTO, VITA DELLA MIA VITA

 

“O vita della mia vita, possano gli affetti del mio cuore accesi dalla fiamma del tuo amore, unirmi intimamente a Te. Possa la mia anima essere come morta riguardo a tutto ciò che potrebbe cercare all’infuori di Te.

Tu sei lo splendore di tutti i colori, la dolcezza di tutti i sapori, la fragranza di tutti i profumi, l’incanto di tutte le melodie, la tenerezza dolcissima dei più intimi amplessi. In Te si trova ogni delizia, da Te scaturiscono acque copiose di vita, a Te attira un fascino dolcissimo, per Te l’anima si riempie degli affetti più santi.

Tu sei l’abisso straripante della Divinità, o Re, nobilissimo tra tutti i re, o Sovrano eccelso, o Principe chiarissimo, o Signore mitissimo, o Protettore potentissimo. O Gemma nobilissima di vivificante umanità. O Creatore di tutte le meraviglie.

O Maestro dolcissimo, o Consigliere sapientissimo, o Soccorritore benignissimo, o Amico fedelissimo. Tu unisci in Te tutti gli incanti di un’intima dolcezza. Tu accarezzi con soavità, ami con dolcezza, prediligi con ardore, o Sposo dolcissimo e gelosissimo. Tu sei un fiore primaverile di pura bellezza, o Fratello mio amabilissimo, pieno di grazia e di forza, o Compagno giocondissimo, Ospite liberale e generosissimo.

Io preferisco Te ad ogni creatura,
per Te rinuncio ad ogni piacere, per Te sopporto ogni avversità, non cercando in ogni cosa che la tua lode. Col cuore e con la bocca confesso che Tu sei il Principio di ogni bene…”.

Dalle Rivelazioni, Libro III,  Cap. LXVI

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