Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza e l’eternità dell’ INFERNO : “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

Parla Gesù Cristo:

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

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Gesù rivela a Santa Brigida l’esistenza dell’ INFERNO : “Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto” “La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa.” “Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga”

Dalle rivelazioni di Gesù a Santa Brigida di Svezia

 

Parla Gesù Cristo:

 

La via dell’inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s’è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s’avvicina e l’abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l’anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l’adunanza celeste, dove non c’è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c’è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s’apre la via dell’inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d’un salto. Cos’è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l’ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch’io sono l’immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l’ignominiosissima morte e l’amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v’è niente che possa soddisfarla.

Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell’inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d’un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell’inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell’inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell’estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell’amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

CAPITOLO 44

Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono. Si espone pure la visione di un albero, che una volta ebbe quest’anima.

Ti ho detto che il demonio invita gli uomini all’acqua mor­ta, cioè, a quella che egli ha per sé, accecandoli con le delizie e gli agi del mondo. Li piglia con l’amo del piacere, sotto colo­re di bene, non potendo prenderli in altro modo; perché essi non si lascerebbero prendere, se non vi trovassero qualche bene o diletto, dato che l’anima di sua natura appetisce sempre il bene.

È vero che l’anima, accecata dall’amor proprio, non cono­sce né discerne quale sia il vero bene che possa dare utilità a se stessa e al corpo. Poiché il demonio, da quell’iniquo che è, vedendo l’uomo accecato dall’amor proprio sensitivo, gli propo­ne diversi e vari peccati sotto colore di utilità o di bene, e a ciascuno li presenta secondo il suo stato e secondo quei vizi principali, ai quali lo vede più disposto. Altro presenta al seco­lare, altro al religioso; altro ai prelati, altro ai signori; a ciascu­no sempre secondo il suo stato particolare. Ti dico questo, perché ora voglio parlarti di quelli che s’annegano giù per il fiume; essi non hanno altro rispetto che a se stessi, amandosi fino ad offendermi.

Ti ho già parlato della loro fine; ma ora voglio mostrarti come essi si ingannano, poiché, mentre vogliono fuggire le pene, cadono nelle medesime. Pare loro che a seguire me, cioè a tenere la via del Verbo, Figlio mio, sia gran fatica; e perciò si ritraggono indietro, temendo le spine. Questo avviene, per­ché sono accecati e non vedono né conoscono la verità, come io ti mostrai nel principio della tua vita, quando tu mi pregavi che io facessi misericordia al mondo, togliendo i peccatori dalle tenebre del peccato mortale.

Tu sai che allora io ti mostrai me stesso sotto figura di un albero, del quale non vedevi né principio né fine, ma scorgevi che la radice era unita alla terra; era l’immagine della natura divina, unita con la terra della vostra umanità. Ai piedi dell’albero, se ben ricordi, vi erano delle spine dalle quali si allontanavano tutti coloro che amavano la propria sensualità e correvano ad un monte di loglio, nel quale ti raffigurai tutti i piaceri del mondo.

Quel loglio pareva grano e non era; perciò molte anime vi perivano dentro di fame, e molte, conoscendo l’inganno del mondo, ritornavano all’albero e passavano sulle spine cioè sulla deliberazione della volontà; la quale deliberazione, prima che sia fatta, è una spina che pare all’uomo di trovare nel seguire la via della verità. Sempre si combattono, la coscienza da un lato, dall’altro la sensualità. Ma appena la coscienza, con odio e dispiacimento di sé, delibera virilmente dicendo: Io voglio seguire Cristo crocifisso, rompe subito la spina e trova dolcezza inestimabile, come allora ti mostrai; e la trovano essi, chi più e chi meno, secondo la propria disposizione e sollecitudine.

Ti dissi pure: Io sono il vostro Dio immutabile, né mi sottraggo a veruna creatura, che voglia venire a me. Ho mo­strato agli uomini la verità, facendomi loro visibile, mentre io sono invisibile, ed ho mostrato loro che cosa sia amare una cosa senza di me. Ma essi, accecati dalla nuvola dell’amore disordinato, non conoscono né me né se stessi. Vedi come sono nell’inganno; vogliono prima morire di fame che passare un poco sulle spine!

Non possono fuggire, per liberarsi della pena, perché nessuno passa in questa vita senza croce, tolti quelli che ten­gono per la via di sopra; non è che essi passino senza pena, ma la pena è loro di refrigerio. E siccome per il peccato il mondo germinò spine e triboli, e si formò questo fiume e mare tempestoso, perciò vi diedi il ponte, affinché non anneghiate.

Così ti ho mostrato che essi si ingannano col timore disordinato, e che io sono loro Dio, che non muto e non sono accettatore di persone, ma del santo desiderio. E questo ti ho pure insegnato nella figura dell’albero.

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “Morte dei peccatori e loro pene in punto di morte” “Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là”

 

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 132

Morte dei peccatori e loro pene in punto di morte.

 

O carissima figliuola, non è tanta l’eccellenza dei buoni, che non abbiano più miseria gli infelici, dei quali io ti ho parlato. Quanto è terribile e scura la loro morte! In punto di morte i demoni li accusano con tanto terrore e oscurità, e si mo­strano nella loro figura, che sai essere tanto orribile, che la creatura sceglierebbe ogni pena di questa vita, piuttosto che vederli nella loro immagine.

Inoltre gli si rinfresca lo stimolo della coscienza, che lo rode miseramente nell’intimo. Le disordinate delizie e la sen­sualità che egli si fece signora, mentre fece serva la ragione, l’accusano terribilmente, perché allora conosce la verità di quel­lo che prima non conosceva. Onde viene a grande confusione per il suo errore, essendo vissuto in vita come infedele a me, poiché l’amor proprio gli aveva velato la pupilla del lume della santissima fede. Il demonio lo tenta d’infedeltà, per farlo venire a disperazione.

Oh quanto gli è dura questa battaglia, che lo trova disar­mato, senza l’arma dell’affetto della carità. Questi peccatori, come membri del diavolo, ne sono del tutto privati. Non hanno il lume soprannaturale, né quello della scienza: non lo compresero, poiché le corna della superbia non lasciarono loro intendere la dolcezza del suo midollo; ed ora nelle grandi battaglie non sanno che si debba fare. Non sono nu­triti nella speranza, poiché non hanno sperato in me e nel Sangue, del quale li feci ministri, ma solo in se stessi e nelle dignità e delizie del mondo.

Questo misero demonio incarnato non vedeva che ogni cosa gli stava a usura, e come debitore gli toccava un giorno rendere ragione a me. Ora si trova ignudo e senza alcuna vir­tù; da qualunque lato si volga, non ode altro che rimproveri, con grande sua confusione.

L’ingiustizia, che ha esercitata in vita, l’accusa alla coscien­za, onde non s’ardisce di domandare altro che giustizia. E ti dico che tanta è quella vergogna e confusione, che essi già si dispererebbero. Se non che nella loro vita nutrono una grande presunzione, per cagione dei loro difetti: perché si può dire che vi sia più presunzione che speranza di misericordia, in colui il quale offende col braccio stesso della misericordia che gli uso. Giungendo dunque all’estremo della morte, se egli riconosce il suo peccato e scarica la coscienza nella santa confessione, vie­ne ad esser tolta la presunzione colpevole, e rimane la miseri­cordia.

Con questa misericordia possono attaccarsi alla speranza, se lo vogliono. Ché se non vi fosse questo, non vi sarebbe nes­suno che non si disperasse, e nella disperazione giungerebbe coi demoni all’eterna dannazione.

La mia misericordia questo fa: di farli sperare durante la vita nella misericordia, benché io non lo conceda perché offen­dano la misericordia, ma perché si dilatino nella carità e nella considerazione della mia bontà. Putroppo l’usano tutta in con­trario, perché con la speranza, che hanno concepita della mia misericordia, m’offendono. E nondimeno io li conservo in que­sta speranza della misericordia, perché in punto di morte ab­biano a che attaccarsi, non vengano del tutto meno nella ri­prensione che sarà loro fatta, e non giungano così a dispera­zione.

Quest’ultimo peccato della disperazione è molto più spiace­vole a me e dannoso a loro, che tutti gli altri peccati che han­no commessi. Infatti gli altri peccati li fanno con qualche dilet­to della sensualità, e talvolta se ne dolgono fino al punto che, per quel dolore, ricevono misericordia. Ma al peccato della di­sperazione non ve li muove fragilità, poiché non vi trovano al­cun piacere, ma niente altro che pena intollerabile. Nella dispe­razione l’infelice spregia la mia misericordia, stimando il suo difetto maggiore della misericordia e bontà mia. Caduto che sia in questo peccato, non si pente né ha dolore della mia offesa come dovrebbe; si duole sì del suo danno, ma non si duole dell’offesa che ha fatta a me; e così riceve l’eterna dannazione. Così tu vedi che solo questo peccato lo conduce all’inferno, e nell’inferno è tormentato da questo e da tutti gli altri difetti, che ha commessi. Se si fosse doluto e pentito dell’offesa fatta a me, e avesse sperato nella misericordia, l’avrebbe trovata; poi­ché, senza paragone alcuno, la mia misericordia è maggiore di tutti i peccati che potesse commettere qualunque creatura. Per­ciò mi dispiace molto che essi stimino maggiori i loro difetti. Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là. E poiché molto mi dispiace la disperazione, vorrei che nel punto di morte, dopo che la loro vita è passata disordinata­mente e scelleratamente, pigliassero speranza nella mia miseri­cordia. Ecco perché nella loro vita io uso il dolce inganno, di farli sperare largamente nella mia misericordia, perché, quando sono nutriti in questa speranza, se giungono alla morte, non sono così portati a lasciarla per le dure riprensioni che odono, come farebbero se non se ne fossero nutriti.

Tutto questo è dato loro dal fuoco e dall’abisso della mia inestimabile carità. Ma perché essi hanno usata la misericordia nelle tenebre dell’amor proprio, da cui è proceduto ogni loro difetto, non l’hanno conosciuta in verità; perciò è loro reputata a grande presunzione la dolcezza della misericordia, per quanto sta nel loro affetto. E questa è un’altra riprensione che dà loro la coscienza alla presenza dei demoni, rimproverando loro che il tempo e la larghezza della misericordia, nella quale sperava­no, dovevano dilatarsi in carità, in amore delle virtù, e con vir­tù spendere il tempo che io diedi loro per amore. Essi invece, mi offendevano miseramente col tempo stesso e con la speran­za larga della misericordia.

O cieco, e più che cieco! Tu sotterravi la perla e il talento che io ti misi nelle mani per guadagnare; e tu, presuntuoso come eri, non volesti fare la mia volontà, ma li nascondesti sotto la terra del disordinato amor proprio che ti rende ora frutto di morte. Oh, misero te! Quanto è grande la pena, che tu ricevi ora nell’estremo. Non ti sono occultate le tue miserie, poiché il verme della coscienza ora non dorme, ma rode. I de­moni ti gridano e ti rendono il compenso che essi usano di rendere ai loro servi: confusione e rimprovero. Vogliono che tu giunga alla disperazione, affinché tu nel punto della morte non esca loro dalle mani, e perciò ti dànno la confusione; così ti renderanno poi quello che essi hanno per sé.

Oh misero! La dignità, nella quale ti posi, ti si presenta lu­cida come ella è. E per tua vergogna, conoscendo che tu hai tenuti e usati in tanta tenebra di colpa i beni della santa Chie­sa, ti presenta come un ladro e un debitore, poiché dovevi ren­dere il dovuto ai poveri e alla santa Chiesa. Allora la coscienza ti mette avanti quel che hai speso e dato alle pubbliche meretri­ci, quello con cui hai allevato i figliuoli, arricchiti i parenti, o te lo sei cacciato giù per la gola, procurando l’ornamento della casa e i molti vasi d’argento, mentre dovevi vivere in povertà volontaria.

La tua coscienza ti presenta l’ufficio divino, che lasciavi senza curartene, sebbene cadessi in colpa di peccato mortale; oppure, se lo dicevi con la bocca, il tuo cuore era lungi da me. Verso i sudditi dovevi avere la carità e la fame nutrendoli di virtù, dando loro esempio di vita, battendoli con la mano della misericordia e con la verga della giustizia; ma perché tu facesti il contrario, la coscienza te ne rimprovera al cospetto orribile dei demoni. E se tu, prelato, hai dato ingiustamente le prela­zioni o la cura d’anime a qualche tuo suddito, senza badare a chi e come abbia dato tali uffici, ti si presenta alla coscienza il pensiero che tu dovevi darli non per parole lusinghevoli, né per piacere alle creature, né per doni, ma solo con riguardo alla virtù, al mio onore e alla salute delle anime. E poiché non l’hai fatto, ne sei ripreso: così, a maggiore tua pena e confusione hai dinnanzi alla coscienza e al lume dell’intelletto quello che hai fatto e non dovevi fare, e quello che dovevi fare e non hai fatto.

Sappi, carissima figliuola, che il bianco si conosce meglio se si pone allato al nero, e il nero allato al bianco, che separati l’uno dall’altro. Così avviene a questi miseri in particolare e a tutti gli altri in generale, che si vedono presentata la loro vita scellerata nel punto della morte, in cui l’anima comincia a ve­dere di più i suoi guai, e il giusto la sua beatitudine.

Non vi è bisogno che alcuno la ponga dinanzi al misero peccatore, perché la sua coscienza da se stessa si pone dinanzi i peccati commessi, e le virtù che doveva esercitare. Perché le virtù? Per maggiore sua vergogna; perché essendo allato il vi­zio e la virtù, per la virtù conosce meglio il vizio, e quanto più lo conosce, maggiore è la vergogna che ne ha. Parimente, per il suo difetto, conosce meglio la perfezione della virtù, onde ha maggiore dolore, vedendo che nella sua vita è stato fuori d’o­gni virtù. E devi sapere che nel conoscere la virtù e il vizio, essi vedono davvero il bene che segue all’uomo virtuoso dalla virtù, e la pena che segue a chi è giaciuto nelle tenebre del peccato mortale.

Io do questo conoscimento, perché egli venga non alla di­sperazione, ma al perfetto conoscimento di sé e alla vergogna del suo difetto, unita alla speranza; affinché con la vergogna e con questo conoscimento sconti i suoi difetti e plachi l’ira mia, dimandando umilmente misericordia. Il virtuoso cresce nel gau­dio e nel conoscimento della mia carità, perché riporta a me, non a sé, la grazia d’aver seguito le virtù, e d’essere andato per la dottrina della mia Verità; perciò esulta in me. Con que­sto vero lume e conoscimento gusta e riceve il dolce fine suo, nel modo che io ti ho detto in altro luogo. Sicché l’uno, che è vissuto con ardentissima carità, esulta in gaudio, e l’iniquo te­nebroso si confonde in pena.

A1 giusto non nuocciono le tenebre e la vista dei demoni, né egli teme, poiché solo il peccato è quello che teme e gli dà nocumento. Ma quelli che hanno menata la loro vita lasciva­mente e con molte miserie, ricevono danno e timore al vedere i demoni. Non il danno che proviene dalla disperazione, a meno che essi stessi lo vogliano, ma quello che proviene dalla pena della riprensione, dal rinfrescamento della coscienza, dalla pau­ra e timore al loro aspetto orribile.

Or vedi, carissima figliuola, quanto siano differenti la pena e la battaglia che ricevono nella morte il giusto e il peccatore; e quanto sia differente la loro fine. Una piccola particella te ne ho narrato e mostrato all’occhio dell’intelletto; ed è sì piccola per rispetto a quella che è veramente, cioè alla pena che riceve l’uno e al bene che riceve l’altro, che è quasi un niente.

Vedi quanta sia la cecità dell’uomo, e specialmente di que­sti miserabili, poiché quanto più hanno ricevuto da me e più sono illuminati dalla santa Scrittura, tanto maggiormente mi sono obbligati e maggiore è la pena intollerabile che ricevono. E siccome ebbero maggiore conoscenza della santa Scrittura nella loro vita, conoscono di più in morte i grandi difetti commessi, e sono collocati in maggiori tormenti che gli altri, come pure i buoni sono posti in maggiore eccellenza.

A costoro avviene come al falso cristiano, che nell’inferno è posto in maggiore tormento che un pagano, perché egli ebbe il lume della fede e vi rinunziò, mentre l’altro non l’ebbe. Così questi miseri avranno più pena d’una medesima colpa che gli altri cristiani, per il ministero che io loro affidai, dando loro ad amministrare il Sole del santo Sacramento, e perché ebbero il lume della scienza, per poter discernere la verità per sé e per gli altri, se avessero voluto. E perciò giustamente ricevono maggiori pene.

Ma i miseri non lo conoscono; ché, se avessero un minimo di considerazione del loro stato, non verrebbero in tanti mali, ma sarebbero quello che devono essere, e non sono. È vero: tutto il mondo è corrotto, ma essi fanno peggio che i secolari nel loro grado. Onde con le loro immondezze lordano la faccia delle loro anime, corrompono i sudditi e succhiano il sangue alla Sposa mia, che è la santa Chiesa. Per i loro difetti la im­pallidiscono, poiché l’amore e l’affetto della carità, che dovreb­bero avere a questa Sposa, l’hanno posto in se stessi, e non at­tendono ad altro che a piluccarla e a trarne le prelazioni e le grandi rendite, mentre dovrebbero cercare anime. Così, per la loro malavita, i secolari giungono alla irriverenza e disobbe­dienza alla santa Chiesa, benché non dovrebbero farlo. Né il loro difetto è scusato dal difetto dei ministri.

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