Vincere il vizio della masturbazione!!!

FONTE: http://www.courageitalia.it/risorse/messa-in-pratica/vivere-nella-verita/vincere-labitudine-alla-masturbazione/

Vincere il vizio della masturbazione!!!

Padre Harvey, direttore e fondatore di Courage, scomparso nel 2011, presenta qui un saggio dal titolo: il problema pastorale della masturbazione. Questo articolo consente di comprendere le cause fondamentali di questo vizio e i relativi problemi.

Contenuto

1. Introduzione

2. Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

3. Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

4. L’immoralità dell’attività masturbatoria

5. Considerazioni sulla responsabilità personale del masturbatore

6. La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

7. Distinzione tra comportamento passato e presente

8. Un’autobiografia in cinque brevi capitoli

9. Approcci pastorali alla masturbazione

10. Alcune direttive spirituali

11. La masturbazione nei coniugati

12. La masturbazione nei seminaristi

13. La masturbazione nei sacerdoti e nei religiosi

14. La masturbazione nelle suore

15. Omosessualità e masturbazione

16. Senso di colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

17. La differenza tra vergogna e colpa

18. Qualche altro suggerimento per vincere il vizio della masturbazione

19. Counseling pastorale degli adolescenti

20. Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

21. Conclusione

22. Riferimenti

p. John F. Harvey, OSFS

1918 – 2010

“…molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.”

Il problema pastorale della masturbazione

di

John F. Harvey, OSFS

Introduzione

Visto che esistono già diversi trattati sulla masturbazione, ci si potrebbe chiedere come mai un altro teologo senta il bisogno di scrivere su quest’argomento. Non c’è forse presunzione nel credere di avere qualcosa di nuovo da dire su un problema atavico che interessa da sempre uomini e donne? La risposta è che c’è certamente dell’altro da comunicare al riguardo: ad esempio, la reazione al nuovo modo di pensare, così come l’esperienza personale di consigliere per persone alle prese con l’abitudine dell’autoerotismo. In quest’impresa, ho acquisito una visione nuova sulla psicologia della masturbazione studiando la dipendenza sessuale, di cui tale vizio è un ottimo esempio.

Sono anche rimasto colpito dall’esperienza di gruppi di supporto spirituale come Sexaholics Anonymous (SA), Sex and Love Addicts Anonymous (SLAA), Homosexuals Anonymous (HA) e Courage, che affrontano seriamente questo vizio. Si tratta di un cambiamento positivo rispetto alla teologia di Ann Landers, secondo cui la masturbazione può essere una forma di terapia.

Un altro motivo per cui provo a scrivere sull’argomento è che molte persone alle prese con questa debolezza non ricevono un adeguato accompagnamento spirituale e morale. In alcuni casi vengono fuorviate, essendo stato detto loro che la masturbazione migliora le prestazioni dell’atto coniugale, o che rientra nel processo di recupero da problemi sessuali. È ormai noto che il vizio della masturbazione riguarda tutte le fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Si rileva nei bambini, negli adolescenti, nei giovani adulti, in gente sposata, anziani, religiosi, seminaristi e sacerdoti.

Notate che io parlo di una tendenza (più precisamente di una tendenza disordinata). Molte persone, in maniera diversa, hanno acquisito il controllo di tale tendenza grazie a un programma spirituale. Altre, invece, si trovano a combattere nel buio totale, ed è per loro che scrivo. Inizierò con una definizione di masturbazione, per poi esporre alcune considerazioni psicologiche. Quindi passerò ad esaminare la dottrina del magistero su questo tema. Concluderò con alcuni suggerimenti pastorali per un programma di aiuto alle persone che cercano di superare un problema cronico.

Considerazioni psicologiche sul vizio della masturbazione

La masturbazione è chiamata, a volte, auto-abuso o onanismo e, nei libri di testo secolari, “autogratificazione.” Quando la stimolazione psichica avviene durante il sonno, è detta polluzione notturna. Padre Benedict Groeschel utilizza il termine masturbazione per indicare delle azioni che avvengono nel sonno o nel dormiveglia, o le azioni dei bambini e il comportamento sessuale dei giovani adolescenti, mentre riserva il termine autoerotismo per l’attività di adolescenti più grandi e degli adulti “che per una serie di motivi sono spinti al ripiegamento su se stessi e trovano un sostituto alla vita reale in questo comportamento simbolico e intensamente frustrante”1. Nel classico articolo sulla teologia della masturbazione, padre Jos. Farraher, S.J., definisce quest’atto “l’autostimolazione degli organi sessuali esterni fino a raggiungere il punto di climax o l’orgasmo, praticata con movimenti della mano o altri contatti fisici, con immagini sessualmente stimolanti, l’immaginazione (masturbazione psichica) o mediante una combinazione di stimolazione fisica e psichica”.2 In un senso più ampio, questo include la masturbazione reciproca in cui le persone si toccano reciprocamente gli organi genitali.

Ma forse la descrizione più incisiva del vizio della masturbazione è contenuta in una lettera di C.S. Lewis, citato da Leanne Payne in The Broken Image: “Per me, il vero male della masturbazione è il fatto che richiede un appetito che, se legittimamente assecondato, porta l’individuo fuori dal proprio sé per realizzare (e correggere) la propria personalità in quella di un altro (e quindi nei figli e anche nei nipoti), facendolo tornare indietro, rinviandolo nella prigione di se stesso, per mantenere un harem di spose immaginarie. Questo harem, una volta ammesso, si oppone alla possibilità di uscire dal proprio sé e unirsi con una donna vera. Ciò avviene perché l’harem è sempre accessibile, sempre sottomesso, non richiede nessun sacrificio o adattamento e può essere dotato di attrattive erotiche e psicologiche con cui nessuna donna reale può rivaleggiare”.3 Tale citazione può essere applicata sia alle donne che agli uomini, in quanto esprime il significato della masturbazione come fuga personale dalla realtà verso la prigione della lussuria.

Fattori che contribuiscono al vizio della masturbazione

La masturbazione è un fenomeno complesso. Nel 1974 la Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica ha sottolineato che una delle cause della masturbazione è lo squilibrio sessuale e che in materia di istruzione “l’azione pedagogica dovrà essere orientata più su queste cause che sulla repressione diretta del fenomeno”.4 In effetti, come vedremo, sono molti i fattori implicati nel termine “squilibrio sessuale”.

Si tratta di un approccio saggio. Non si può comprendere perché una persona sia oppressa da questo vizio senza conoscere qualcosa del suo passato. Ascoltando le persone, si vede come la solitudine costituisca un fattore scatenante che porta l’individuo all’isolamento, alla fantasia e alla masturbazione. La solitudine si accompagna di solito a sentimenti di profondo disprezzo di se stessi e di rabbia. Quando la realtà è dura e ostile, la persona si rivolge alla fantasia e quando si passa molto tempo in un mondo di fantasia, si diventa schiavi di oggetti sessuali (perché questo è il modo in cui si vedono le altre persone, come oggetti).

In seguito si rifugerà nel mondo irreale ma piacevole della sua immaginazione. Questo è l’inizio della dipendenza sessuale, così ben descritto da Patrick Carnes.5

Molto spesso il vizio della masturbazione diventa compulsivo, cioè la persona non è in grado di controllare l’attività masturbatoria, nonostante i grandi sforzi profusi. Di solito si tratta di un soggetto non pienamente cosciente della sua situazione e che ha bisogno sia di terapia che di direzione spirituale.

A volte, tuttavia, il vizio della masturbazione è temporaneo e legato alle circostanze. Per esempio, quando un individuo si allontana da un dato contesto, la tendenza a masturbarsi scompare. In una data situazione, una suora venticinquenne era circondata da anziane religiose con le quali non vi era alcuna vera comunicazione, mentre in un altro contesto stava lavorando insieme a religiose della sua età. Si è immediatamente resa conto di essere isolata e sola nel primo gruppo e coinvolta in relazioni reali nel secondo. Si potrebbero fare molti altri esempi in cui l’attività masturbatoria è sintomatica di altre forze sottostanti alla vita della persona.

Questi sintomi, così vari in termini di età, circostanze esterne di vita e disposizioni interne, saranno descritti e valutati nella sezione pastorale di questo saggio. Per il momento basti dire che il primo passo che il sacerdote o il consigliere spirituale dovrebbe fare è ascoltare con attenzione chi richiede il suo aiuto, mentre racconta la propria storia. Ovviamente, questo andrebbe fatto quando non ci sono lunghe file fuori del confessionale, preferibilmente in una sala riunioni della parrocchia, solo quando il consigliere percepisce che chi chiede aiuto lo fa di propria spontanea volontà ed ha assoluto bisogno di una guida spirituale. Detto questo, mi soffermerò ora sull’immoralità degli atti masturbatori e del vizio, per poi ritornare sui fattori psicologici trattando i singoli casi.

L’immoralità dell’attività masturbatoria

La dichiarazione Persona Humana su alcune questioni di etica sessuale dice che la dottrina tradizionale, secondo la quale la masturbazione costituisce un grave disordine morale, “spesso, oggi si mette in dubbio o si nega espressamente”.6 Un noto libro di testo universitario, ad esempio, sottolinea come la constatazione della situazione di fatto abbia cambiato l’atteggiamento di molti sulla questione della masturbazione, mettendo i moralisti nella scomoda posizione di ritenere che “praticamente tutti i maschi siano colpevoli di peccato mortale”.7 Gli autori hanno ovviamente ignorato la distinzione tra gravità oggettiva e colpa soggettiva. Nella loro rassegna di pareri sull’aspetto morale della masturbazione, gli autori di Human Sexuality fanno riferimento ad un consenso emergente che vede la malizia morale della masturbazione come una “inversione sostanziale in un ordine di grande importanza”.8

Gli stessi aggiungono, correttamente, che in tutta la tradizione cristiana ogni atto di masturbazione era considerato come male grave e intrinseco e, se effettuato con piena consapevolezza e consenso, peccato mortale. Due studi più recenti forniscono al lettore il contesto storico relativo alla tradizione cristiana sull’immoralità della masturbazione. Il primo è uno studio storico di Giovanni Cappelli sul problema della masturbazione durante il primo millennio.

Tra le sue conclusioni: (1) In nessuna parte dell’Antico o Nuovo Testamento viene affrontata esplicitamente la questione della masturbazione. (2) Negli scritti dei Padri Apostolici non si trova alcuna menzione della masturbazione. (3) I primi riferimenti espliciti alla masturbazione si trovano nei “penitenziali” anglosassoni e celti del VI secolo, in cui l’argomento viene trattato sotto il profilo pratico e giuridico. (4) Sarebbe sbagliato, tuttavia, interpretare il silenzio dei Padri sulla masturbazione come tacita approvazione o potenziale indifferenza. I principi che hanno sviluppato in materia di etica sessuale ed il loro atteggiamento generale avrebbero potuto facilmente portare ad una condanna della masturbazione. Non sappiamo perché ciò non sia avvenuto, probabilmente lo si deve al fatto che i primi scrittori cristiani erano principalmente interessati ai peccati sessuali derivanti da rapporti interpersonali.9

Il secondo studio riguarda le norme relative e assolute della morale sessuale in san Paolo. William E. May, analizzando l’interpretazione data da Silverio Zedda sul concetto di corpo-persona in san Paolo, sostiene che Zedda non trova un riferimento esplicito al vizio dell’autoerotismo. “Ma la condanna dello stesso (peccato) può dedursi indirettamente dall’insegnamento di san Paolo, prendendo come punto di partenza i testi in cui condanna in generale le passioni malvagie e in cui i teologi morali trovano condannato anche il vizio solitario… In modo analogo si può considerare l’autoerotismo come un elemento nella condizione in cui si trovano coloro che non sono sposati, ai quali san Paolo suggerisce il matrimonio: “ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare.” (I Cor. 7:9).10 Secondo Zedda, anche in Gal. 5:23, 2 Cor. 7:1; e I Tess. 4:4 sarebbe contenuta un’implicita condanna della masturbazione.

Tuttavia, gli autori di Human Sexuality affermano che la diffusione della masturbazione, in particolare tra i maschi, rende difficile, per i moralisti, continuare a sostenere la posizione tradizionale, che sembra in stridente conflitto con il senso comune. Tali moralisti minimizzano la questione della gravità oggettiva dell’atto, rifugiandosi nell’opinione che in molti casi, a livello pastorale, la mancanza di piena consapevolezza e di completa libertà fanno sì che tali atti non costituiscano peccato mortale. Tuttavia Padre Farraher, basandosi sull’insegnamento costante della Chiesa, conclude in modo deciso che la masturbazione costituisce una grave violazione dell’ordine morale, se si è pienamente consapevoli della malizia dell’atto e lo si compie. È un atto gravemente disordinato e peccaminoso dal momento che non soddisfa le finalità di unione e procreazione a cui è destinato l’atto coniugale.11

Farraher sottolinea inoltre che la stimolazione sessuale da parte di una coppia sposata è moralmente lecita se porta a naturali rapporti vaginali o completa l’atto coniugale.12 Farraher è molto preciso su ciò che costituisce malizia grave nella masturbazione quando scrive: “Perché un individuo sia formalmente colpevole di un peccato mortale di masturbazione, il suo atto deve costituire una scelta pienamente consapevole di ciò che lui comprende essere gravemente peccaminoso”.13 Tale atto, se commesso non con piena consapevolezza o con il consenso parziale della volontà, costituirà un peccato veniale e “se non c’è libera scelta della volontà, non vi è alcuna colpa del peccato, anche se la persona si rende conto di ciò che sta facendo”.14 Farraher sostiene inoltre che non vi sia alcun peccato anche quando un individuo preveda che la stimolazione sessuale e l’orgasmo saranno la conseguenza di una certa azione che è libero di eseguire, a condizione che non si prefigga tale stimolazione, ma la permetta soltanto ed abbia una ragione sufficientemente valida per agire in tal modo. (Si tratta semplicemente di un’applicazione del principio del duplice effetto).15 Farraher corregge l’equivoco comune in molti cattolici, che pensano di aver commesso peccato mortale se provano uno stimolo sessuale, sebbene indesiderato.16 Nell’attuale generazione, però, non credo che siano in tanti a soffrire di questo senso di colpa; semmai, molti sono sorpresi di apprendere che la masturbazione è peccato. È necessario, quindi, spiegare ai fedeli le puntuali distinzioni di Farraher, in modo da evitare l’inquietudine di coscienza da un lato e il lassismo incurante, dall’altro.

Come nella questione del controllo delle nascite, anche in quella della masturbazione si è notato un allontanamento dall’insegnamento ufficiale della Chiesa quando, nel 1966, Padre Charles Curran ha sostenuto che ogni atto di masturbazione non dev’essere considerato di per sé un disordine “sempre e necessariamente grave”.17 La posizione di Curran, commentata dagli autori di Human Sexuality, viene interpretata come un significativo passo avanti teologico: essa non dice che la masturbazione non è peccato, o che non può comportare un peccato grave; ma solo che “non tutti gli atti di masturbazione commessi deliberatamente abbiano quella base di gravità che è necessaria per un peccato mortale”.18 La posizione di Curran – comunque – e quella degli autori di Human Sexuality è contraddetta direttamente dalla dichiarazione vaticana sull’etica sessuale, a cui ho già fatto riferimento. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, quindi, ribadisce l’insegnamento costante della Chiesa sull’immoralità oggettivamente grave della masturbazione, definendola “un atto intrinsecamente e gravemente disordinato”.19

Gli argomenti a favore della posizione della Chiesa e la risposta dei moralisti cattolici alle principali obiezioni contro questo insegnamento sono riassunti in Catholic Sexual Ethics.20 Vorrei estrapolare alcune delle considerazioni ivi espresse.

(1) Pur ammettendo che alcuni testi citati come condannanti la masturbazione possano avere un’altra interpretazione (Gen. 38:8-10, 1 Cor. 6:9;. Rm 1:24), la Sacra Scrittura include nella sua condanna un uso irresponsabile del sesso, che riguarderebbe certamente la masturbazione. Secondo quanto dichiarato dal Vaticano, anche se la Scrittura non condanna in modo esplicito questo peccato, “la tradizione della Chiesa ha giustamente compreso che esso viene condannato nel Nuovo Testamento, laddove si parla di «impurità», di «impudicizia», o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza”.21

(2) Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono all’obiezione secondo cui la condanna della masturbazione sarebbe una forma di manicheismo e stoicismo. Al contrario, coloro che accettano la masturbazione non possono considerare il proprio corpo e le attività sessuali come parte integrante di se stessi, in quanto questi atti non soddisfano le qualità umane fondamentali della donazione reciproca e della procreazione. Tali atti utilizzano il corpo come strumento di piacere e sono in realtà forme di dualismo, il che, in questo contesto, significa che il corpo diventa un oggetto di piacere per l’anima.22

Ancora una volta, questo insegnamento non si basa sulla premessa stoica secondo cui l’unico scopo del rapporto sessuale è la procreazione. La costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, sezioni 47-52, così come Humanae Vitae23, affermano chiaramente che il rapporto sessuale nel matrimonio ha altre finalità, tra cui l’espressione dell’amore reciproco. Al contrario, la masturbazione non serve nessuno dei grandi beni del matrimonio, rimanendo un atto solitario.

Catholic Sexual Ethics risponde anche all’obiezione secondo cui la masturbazione non sarebbe un grave disordine morale in determinate circostanze, tra le quali la masturbazione adolescenziale. La risposta è che la Chiesa ha sempre riconosciuto che le circostanze variano da caso a caso e che ci sono diversi gradi di responsabilità a seconda dei tipi di masturbazione. Ma al di là di tutto, la Chiesa sostiene che l’atto della masturbazione resta OGGETTIVAMENTE GRAVE e, giustamente, distingue tra gravità oggettiva dell’atto masturbatorio e responsabilità personale dell’agente. Quest’importante distinzione, elaborata da Farraher, ci permette di mantenere la posizione tradizionale, lasciando indenni una serie di circostanze attenuanti che diminuiscono il senso di colpa personale del masturbatore, a condizione che egli sia disposto a fare tutto il necessario per superare la cattiva abitudine o, in alcuni casi, la compulsione.

Nella mia esperienza pastorale di 47 anni devo ancora incontrare un penitente che non voglia liberarsi dal vizio della masturbazione o che continui a masturbarsi per sua scelta. Molto probabilmente, chi perdura deliberatamente nel vizio, o non va proprio a confessarlo, o non lo confessa perché ha subito un lavaggio del cervello che gli ha fatto credere che la masturbazione non è peccato o è, al massimo, un peccato veniale che non occorre confessare.

Gli autori di Catholic Sexual Ethics rispondono anche alla tesi di Charles Curran, secondo cui un singolo atto di masturbazione non è da ritenersi un peccato grave, mentre può esserlo solo una pratica prolungata di tale comportamento. L’errore di questa tesi è non tenere conto che la vera responsabilità sta nella scelta libera dell’atto, non nello schema di comportamento, che è in realtà la conseguenza di una serie di atti liberamente scelti. La nostra personalità morale, o il carattere, è formata da questi atti e una conversione, se deve avvenire, inizia con un atto di libera scelta. Così insegna sant’Agostino nelle Confessioni.24

In pratica, gli autori secondo i quali la masturbazione non sarebbe un problema grave sono rimasti impressionati da studi statistici che dimostrano che la maggior parte dei ragazzi ed un’alta percentuale delle ragazze adolescenti ricorrono all’autoerotismo. Questi studi non descrivono la frequenza della masturbazione o lo stato di coscienza del masturbatore e non prendono in considerazione l’attuale fenomeno dei gruppi di sostegno spirituale per superare le dipendenze sessuali, come Sexaholics Anonymous25 e Sex and Love Addicts Anonymous.26 Entrambi i gruppi trattano la masturbazione compulsiva come una dipendenza sessuale da superare attraverso la pratica dei Dodici Passi adattati a problemi sessuali.

La tesi di Curran è contestabile anche da un punto di vista pastorale. In pratica, non si ha a che fare con persone coinvolte in un unico atto di masturbazione. Qualunque sia l’età della persona, si ha a che fare con atti ripetuti, con un vizio o una compulsione. Né la tesi di Curran tiene conto del fatto che un atto impuro commesso deliberatamente tende a ripetersi, portando alla formazione di una cattiva abitudine che può alla fine divenire una compulsione sessuale, vale a dire, un modello comportamentale dell’attività sessuale sul quale la persona non ha alcun vero controllo, nonostante i suoi sforzi compiuti in tal senso. La questione morale è se una persona possa essere ritenuta responsabile di aver compiuto consapevolmente il primo passo verso una cattiva abitudine. Non siamo seriamente obbligati ad evitare l’insorgere di un tale vizio? O, ancora, se un unico atto impuro deliberato non costituisce una grave violazione dell’ordine morale, cosa impedisce ad una persona di cadere nel vizio? Molto probabilmente non cercherà di evitare l’atto e cadrà facilmente nel vizio, che in determinate circostanze può diventare compulsivo. Questi sono problemi pastorali che Curran non affronta.

Considerazioni circa la responsabilità personale del masturbatore

A livello pastorale, si deve distinguere fra masturbatore abituale e masturbatore compulsivo. Per definizione, il masturbatore abituale ha ancora il controllo sul suo comportamento, si astiene dagli atti di autoerotismo per lunghi periodi di tempo e vi ricade per brevi fasi. Può usare la masturbazione come sostituto di un rapporto sessuale, perché non c’è nessuna donna disponibile (in carcere), perché ha divorziato, non si è mai sposato o perché ha paura dell’AIDS. Egli è in grado, tuttavia, di sospendere l’abitudine ogni volta che è motivato a farlo, di solito per motivi religiosi. La maggior parte dei motivi suindicati valgono anche a una donna che scivola nel vizio della masturbazione. La solitudine e la depressione sono fattori potenti sia per gli uomini che per le donne. In alcuni casi, tuttavia, la persona supera il confine tra il vizio e la compulsione, vale a dire, si ritrova a masturbarsi molto spesso, nonostante il ricorso ai consueti rimedi preventivi. Questo sarà probabilmente un caso di dipendenza sessuale.

La masturbazione come forma di dipendenza sessuale

Consulenti pastorali e confessori conoscono persone che si masturbano ogni giorno nonostante il loro desiderio di liberarsi dalla compulsione. Questi individui convivono con il senso di colpa e la vergogna, non sono soddisfatti del colloquio con il consulente, che cerca di consolarli escludendo ogni colpa grave dal loro atto, perché sulla masturbazione non avrebbero alcun controllo. Vogliono sapere cosa possono fare per riprendere il dominio sugli impulsi sessuali. Come prima cosa, allora, il consigliere potrà studiare le dipendenze sessuali e apprendere i possibili rimedi per aiutare il masturbatore compulsivo.

La dipendenza sessuale può essere definita una pseudo-relazione con una un’esperienza sessuale che altera la mente con effetti distruttivi su di sé e, in alcuni casi, anche sugli altri.27 Come spiega Patrick Carnes, “il soggetto alle prese con la dipendenza mette, al posto di un sano rapporto con gli altri, una relazione malata con un evento o un processo. Il rapporto di tale soggetto con una ‘esperienza’ che muta lo stato d’animo diventa centrale nella sua vita”.28

Carnes sottolinea come la gente tenda a confondere la dipendenza sessuale con un’attività sessuale che dà piacere o è frequente. La differenza è che la gente comune può imparare a moderare il proprio comportamento sessuale, mentre il soggetto alle prese con la dipendenza non può farlo. Ha perso la capacità di dire “no”, perché il suo comportamento rientra in un ciclo di pensieri, sentimenti e azioni che non può controllare. Invece di godere del sesso come fonte di auto-affermazione e di piacere nel matrimonio, il soggetto con tale dipendenza lo userà come sollievo dalla sofferenza o dallo stress, allo stesso modo in cui un alcolista ricorre all’alcol. Contrariamente all’amore, la malattia ossessiva trasforma il sesso in un bisogno primario, per cui tutto il resto può essere sacrificato, anche la famiglia, gli amici, la salute, la sicurezza e il lavoro.29

Senza analizzare tutte le fasi di una dipendenza, come fanno Carnes e Anne Wilson Shaef nei loro libri, è sufficiente dire che ci sono buoni motivi di speranza per il masturbatore compulsivo. Prima di tutto, può arrivare a comprendere che non è una persona cattiva, ma un individuo che soffre di una malattia che può essere curata e sconfitta. Fin quando proverà odio verso se stesso e si considererà inutile (vergogna), crederà di non avere speranze (disperazione). In secondo luogo, con l’aiuto di un direttore spirituale e di un terapeuta, potrà rendersi conto che è in grado di superare la sua dipendenza. Avrà anche bisogno di lavorare sui Dodici Passi partecipando alle riunioni di un gruppo di supporto. A questo proposito, potrà ricavare un aiuto prezioso dalle riunioni di Sexaholics Anonymous e di Sex and Love Addicts Anonymous.

Quando affermo che c’è speranza per il masturbatore compulsivo non faccio affidamento solo su quanto scritto nei libri, ma anche sull’esperienza di persone indirizzate a S.A. o S.L.A.A., così come sul lavoro fatto con i membri di Courage a New York. (Courage è un programma di supporto spirituale per persone omosessuali cattoliche che desiderano vivere una vita casta). Il miglioramento nella pratica della castità non avviene d’improvviso. Si tratta di un processo graduale, caratterizzato a volte da ricadute dolorose. Richiede colloqui costanti con un direttore spirituale, la sincera ammissione d’impotenza personale, la costante partecipazione alle riunioni, una totale onestà nel parlare di sé e la pratica quotidiana della meditazione o della preghiera del cuore. Questo mi porta a una distinzione importante che anche il direttore spirituale dovrebbe fare nel colloquio con il masturbatore compulsivo, affinché questi possa iniziare ad amare se stesso nel modo giusto.

Distinzione fra comportamento passato e presente

Il soggetto alla prese con la dipendenza deve distinguere fra la responsabilità delle sue azioni compiute in passato e quella delle sue azioni attuali e future. È tuttavia praticamente impossibile fare una valutazione precisa del suo comportamento passato. Non abbiamo modo di fare una categoria di tipi e di gradi di comportamento sessuale compulsivo, o di ogni altra specie di comportamento compulsivo. Ogni masturbatore compulsivo proviene da un insieme di circostanze di vita diverse, con un diverso schema di caratteristiche della personalità. Come scrisse anni fa Rudolph Allers e come sosterrebbero altri autori, “non potremo sapere nulla sulla natura dei presunti impulsi irresistibili fin quando non disporremo di tutte le conoscenze possibili sulla personalità totale”.30

Come in altre forme di dipendenza, la masturbazione compulsiva inizia dalla fantasia, che riempie la mente in un modo tale da impedire ad altri pensieri e ragionamenti contrastanti di distrarre la persona dal piacere di certe immagini che portano all’atto. La coscienza è ristretta a una sola idea, a un’immagine. Questa è compulsione nel pieno senso del termine.

Esiste un’altra forma di compulsione, quella in cui una persona viene immersa nell’oggetto del suo desiderio e sente di dover cedere all’impulso per ottenere un sollievo fisico e risparmiarsi così grandi sofferenze. In questo caso la persona sa di poter resistere e che c’è un’altra possibilità. C’è un po’ di libertà, ma non sufficiente a costituire grave colpa. Questo è ancor più vero quando le persone, durante la notte, lottano contro tale impulso cercando di addormentarsi, o sono sorprese dalla tentazione nel cuore della notte o al risveglio. Farraher si sofferma a lungo sulle situazioni in cui l’individuo che ha resistito alla tentazione di masturbarsi da sveglio viene in qualche modo sopraffatto dalle fantasie sessuali mentre cerca di prendere sonno o al risveglio mattutino. La persona, finché si sforza seriamente di volgere la mente altrove, non commette peccato, neanche se si verifica l’orgasmo. Se non è sicuro di aver fatto davvero tutto il possibile per liberarsi dalle fantasie, potrà abbandonare ogni dubbio e ritenersi innocente. Stando alle norme tradizionali di teologia morale, si può presumere che la sua intenzione da sveglio fosse presente anche nel momento della tentazione notturna. I confessori e le guide spirituali dovrebbero rassicurare quelle persone in preda al senso di colpa che ritengono di aver peccato perché erano sveglie nel momento dell’orgasmo e far loro capire che non c’è peccato finché la masturbazione è ritenuta involontaria. “Se diciamo alla persona che anche queste esperienze involontarie si possono evitare sforzandosi e ricorrendo a mezzi sovrannaturali, rischiamo di provocarle gravi ansie e perfino disperazione, poiché forse non è in grado di evitare ciò che è davvero involontario”.31

Da confessore, talvolta ho a che fare con una persona molto devota a Dio, alla sua famiglia, alla sua chiesa, che però nel contempo si lascia andare a situazioni erotiche in cui fa molta fatica a rimanere casto. Inoltre, si incontrano preti, religiosi e suore ossessionati da fantasie sessuali, a cui si sentono costretti a cedere; e altre persone che non trovano alcun piacere a masturbarsi ma che si sentono spinte a farlo. In tutte queste situazioni, consiglio di: (1) cercare un terapeuta professionale fedele all’insegnamento della Chiesa; e (2) frequentare assiduamente gruppi di supporto spirituale dove poter discutere di tali conflitti dolorosi e tendenze compulsive. C’è un’ulteriore situazione in cui si ritrova il masturbatore compulsivo: la chiamo “teoria del momento della verità”, che si applica anche ai masturbatori non compulsivi.

Secondo Allers, il cosiddetto impulso irresistibile diventa tale addirittura prima di essersi sviluppato in pieno. La persona ha lo sgradevole presentimento che stia per succedere qualcosa. È immersa in qualche forma di fantasia, che spesso comprende materiale o video pornografici. Si rende conto di doversi liberare da tale fantasia, o dalla pornografia, ma non lo fa. Forse inconsciamente vi è una spinta a trovare soddisfazione nella masturbazione, che la persona non ammette a livello cosciente. Ancora, Allers ritiene che tale soggetto sia in qualche modo responsabile di non sfruttare il momento della verità e di rendersi schiavo del desiderio. “Quest’azione, anche se può non comportare responsabilità, non è tuttavia scusabile in quanto di fatto il soggetto ha acconsentito al suo svilupparsi”.32

In effetti il masturbatore, nel praticare i Dodici Passi, riconosce l’insincerità latente e il desiderio di soddisfarsi sessualmente nelle sue proteste precedenti, quando affermava che davvero non voleva farlo. Parte del processo di guarigione consiste nel divenire più sinceri nelle proprie motivazioni. La poesia che segue è eloquente al riguardo:

Autobiografia in cinque brevi capitoli

di Portia Nelson

1. Cammino per la strada.

C’è una buca profonda sul marciapiede. Ci cado dentro.

Sono perduto… sono impotente, non è colpa mia.

Ci vuole tanto tempo per uscirne.

2. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Faccio finta di non vederla.

Ci cado di nuovo dentro.

È incredibile, sono nello stesso posto. Ma non è colpa mia.

Ci vuole sempre tanto tempo per uscirne.

3. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

Ci ricado ancora dentro… è un vizio.

Ho gli occhi aperti.

So dove mi trovo.

È colpa mia.

Mi tiro subito fuori.

4. Cammino per la stessa strada.

C’è una buca profonda nel marciapiede.

La evito.

5. Cammino per un’altra strada

Approcci pastorali alla masturbazione

A livello pastorale, allora, è inutile cercare di capire quanta responsabilità abbia avuto il masturbatore compulsivo in passato; la cosa migliore è aiutarlo a sviluppare un programma spirituale. Il punto è se il soggetto alle prese con la dipendenza utilizzerà o meno i mezzi conosciuti per controllare il suo comportamento nel futuro. È il momento di analizzare nei dettagli gli approcci pastorali al problema della masturbazione.

Alcuni approcci sbagliati: l’approccio più sfacciatamente fuorviante è rappresentato dalla convinzione che gli adolescenti perdono questo vizio via via con la crescita. Un’altra credenza da sfatare è quella secondo cui chi pratica la masturbazione, difficilmente passerà poi ad attuare le proprie fantasie con un’altra persona dello stesso o dell’altro sesso. Questo può essere vero per alcuni soggetti, ma in altri casi si è visto che la masturbazione ha preparato il terreno per la messa in atto delle proprie fantasie. In alcune situazioni la masturbazione è stata raccomandata quale mezzo per alleviare le tensioni fisiche, come se fosse una sorta di terapia sessuale. Altri terapeuti la utilizzano come abreazione pansessuale, un presunto metodo terapeutico di rivivere le esperienze traumatiche del sesso durante l’infanzia (quest’approccio non è più utilizzato dai terapeuti più rinomati). Gli omosessuali sono ricorsi alla masturbazione reciproca come forma di “sesso sicuro”. Altri ancora minimizzano il problema, non dando alcun consiglio se non quello di “non preoccuparsi”. In effetti molti sacerdoti, seminaristi e insegnanti di religione nelle nostre chiese cattoliche considerano il vizio della masturbazione una questione di secondaria importanza, o forse un problema puramente psicologico e così via dicendo.

Alcuni approcci utili: l’approccio corretto sembra quello di trattare la masturbazione abituale e compulsiva come un problema che ha una soluzione, a patto che la persona segua un programma spirituale e si assuma la responsabilità del suo futuro. Via via che si libererà dal vizio, diventerà anche più responsabile. Chiarirò questo concetto presentando alcune situazioni tipiche di diverse condizioni di vita. Inizierò dall’adolescente, per poi esaminare, più avanti, la masturbazione nell’infanzia.

Adolescenti. Non è sorprendente se gli adolescenti siano ignoranti circa l’immoralità della masturbazione, visto il bombardamento di stimoli sessuali da parte dei media, la mancata trasmissione di regole morali da parte di genitori e insegnanti e il silenzio dei preti e dei religiosi sull’argomento. Alcuni possono esserne schiavi ancor prima di rendersi pienamente conto che si tratta di un’abitudine immorale. Dico “pienamente” perché, malgrado il lavaggio del cervello impartito dalla nostra cultura, molti adolescenti hanno la sgradevole sensazione che la masturbazione sia una pratica errata.33

Allo stesso tempo si sentono impotenti a controllare un vizio già esistente e, pieni di vergogna e di senso di colpa, evitano di discuterne con esperti e meno che mai con i sacerdoti, considerati figure di autorità. Incerti su se stessi, confusi sui valori proposti dalla nostra cultura e talvolta dalle proprie famiglie, questi giovani si ritirano in un mondo immaginario di storie sentimentali e piaceri sessuali.

Essi, spesso nel timore di iniziare relazioni autentiche con persone dell’altro sesso, si soffermano nel mondo fittizio della masturbazione. Se poi aggiungiamo il caos morale e l’insegnamento fuorviante sulla masturbazione impartito da qualche scuola cattolica nelle ore di religione, si capisce perché i nostri giovani, durante la confessione, neanche menzionino la masturbazione, non ritenendola un problema morale. A maggior ragione, quindi, i sacerdoti sono tenuti a rispondere seriamente a quei giovani che sollevano la questione.34

Dobbiamo offrire loro una direzione spirituale adeguata, riconoscendo il desiderio di essere casti e dare consigli specifici sull’argomento, come ha fatto padre Benedict Groeschel in “Il coraggio di essere casti”.

Forse non ci rendiamo conto di quanto senso di colpa possa esserci nei giovani con il vizio della masturbazione. Essi percepiscono che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che fanno malgrado sia stato detto loro di “non preoccuparsi” o che “non si può evitare di farlo” o che “perderanno il vizio crescendo”. Hanno bisogno di istruzioni, di guida, ma non potranno riceverle fin quando non saranno informati sull’immoralità della masturbazione e sui fattori psicologici che spesso impediscono l’esercizio della libera volontà. Sono convinto (così come altri confessori) che molti ragazzi adolescenti non vanno a ricevere la Comunione la domenica perché pensano di non riuscire a superare il vizio.

Giovani adulti non sposati. Secondo la credenza popolare, questi giovani perderanno il vizio della masturbazione man mano che cresceranno. Dal momento che il matrimonio viene ritardato fino ai trent’anni, che i fidanzamenti durano molto tempo e considerata la sollecitazione costante esercitata dai media e dalla pubblicità erotica, non sorprende se molti uomini e donne cadano nel vizio della stimolazione genitale fino ad arrivare all’orgasmo. Questa è masturbazione reciproca vera e propria, al pari del sesso orale. I soggetti coinvolti si considerano ancora vergini, non avendo avuto ancora rapporti vaginali. Sono vergini nel senso “tecnico” del termine, ma devono recuperare la virtù della purezza.

Altri individui non sposati vivono nella fantasia quando non sono al lavoro. Non avendo un partner con cui uscire per vari motivi, incerti su ciò che fare nella vita e senza impegni verso un coniuge e i figli, si rifugiano spesso in varie forme di fantasia, quali i romanzi d’amore, le riviste sexy e i film erotici, frequentano il bar fra il venerdì e la domenica sera e altre cose simili. Sono molto indaffarati con molti conoscenti, ma spesso si ritrovano soli. La tendenza a masturbarsi spesso sfocia nel rapporto genitale appena si presenta l’occasione. Insomma, hanno fatto del sesso un idolo. Quando tu, da guida, fai loro presente la solitudine in cui vivono, essi negano di essere soli, menzionandoti i loro numerosi “amici”. Hanno il piacere dell’attività sessuale senza responsabilità.

È molto difficile avvicinare tale gruppo di persone, che spesso va in chiesa solo a Natale o a Pasqua per far piacere ai propri famigliari. Forse quando arrivano ai trent’anni e si rendono conto che la vita è molto più del sesso, cercheranno una guida spirituale. Qui l’attività sessuale, più che un problema, è sintomo di un profondo vuoto spirituale.

Individui meno giovani non sposati. Per esperienza vedo che diversi cristiani, quando arrivano ai trentacinque anni senza aver scelto una vocazione nella vita, come il matrimonio, la vita religiosa, il sacerdozio, o un celibato di servizio a Cristo nel mondo, iniziano a riflettere sul significato della propria esistenza. Spesso sono così immersi nella carriera professionale che riescono facilmente a reprimere i pensieri più insistenti sull’impegno cristiano. Eppure i desideri sessuali rimangono sempre forti, anzi si fanno più intensi e la persona passa diverso tempo a fantasticare, la fantasia diventa quasi un obbligo, fino a portare alla masturbazione frequente, se non addirittura quotidiana.

Questo, a sua volta, genera un forte senso di vergogna e di colpa. La persona, se non ricerca una guida spirituale per tale problema, o se non ne trova alcuna, si trascinerà questo fardello fino alla mezza età e oltre. Magari negli altri settori della vita potrà comportarsi bene, ma si sentirà disperata a causa di questo peccato commesso nel segreto. Sembra che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere per avere la speranza di risolvere il problema, dal momento che nessuno dei consiglieri spirituali contattati ha indicato un metodo adeguato. Ad un soggetto può essere stato consigliato di non menzionare la masturbazione tra i peccati da confessare, perché essa non è controllabile. Quali sono i possibili rimedi che potrebbe suggerire un direttore spirituale?

Alcune direttive spirituali

Riporto ora alcune direttive che, a mio avviso, si sono dimostrate utili.

(1) Aiutate la persona a riflettere sul significato della vita, le sue speranze, i suoi successi, le sue delusioni, frustrazioni e la sua solitudine. Cercate di scoprire cosa la sta consumando, poiché la masturbazione è spesso sintomatica di irrequietezza interiore, da combattere prima di ogni altra cosa.

(2) Se la persona è allo sbando, offritele un progetto spirituale di vita come quello che ho scritto per le persone omosessuali, Un progetto spirituale per reindirizzare la propria vita (pubblicato da Daughters of St. Paul)

(3) Fatele capire che la maggior parte degli esseri umani tende a immergersi in fantasie piacevoli quando la realtà si fa dura e avvilente, la masturbazione è spesso il risultato di tali fantasie. La strategia spirituale da attuare è quella di riportarsi dalla fantasia sessuale alla realtà non appena ci si accorge di essere immersi in tali immaginazioni. Una tecnica che funziona con alcuni consiste nel dire una giaculatoria e poi fare qualcos’altro, come ad esempio lavori di casa, una passeggiata e così via. Vi è mai successo che, mentre eravate immersi in fantasie di rabbia, gelosia o sesso, è squillato il telefono e rispondendo tutte quelle fantasie sono svanite? Il segreto consiste nel rimanere nella realtà.

(4) Oltre a esporre la difficoltà ad un direttore spirituale, cercate un gruppo di supporto come Sexaholics Anonymous (S.A.). Diverse persone con il vizio della masturbazione, compulsiva o non, hanno fatto molte amicizie nei vari incontri. Coltivare relazioni autentiche con persone reali riduce la potenza della fantasia sessuale portando ad un miglioramento dell’autostima.

Masturbazione fra gli sposati

Sono molti i fattori da considerare nella masturbazione praticata dalle persone sposate. Alcuni portano nel matrimonio un vizio già consolidato, altri si masturbano in solitudine, mentre sono lontani dal proprio coniuge, o perché il rapporto sessuale non è opportuno a causa di malattie, o perché percepiscono che il proprio coniuge non è molto disponibile al rapporto fisico. Talvolta una coppia ricorre alla masturbazione come forma di prevenzione delle nascite. Sesso orale, sesso anale e carezze reciproche sui genitali fino ad arrivare all’orgasmo vengono utilizzati in molti matrimoni al posto del rapporto vaginale.35 A volte un marito che teme di non essere capace di rapporti vaginali ricorre alla masturbazione. L’approccio pastorale varierà a seconda della situazione.

Laddove uno dei coniugi ha portato nel matrimonio la pratica della masturbazione, occorre capire la storia della persona, al fine di aiutarla a superare il vizio. Ma se il vizio è legato alla relazione fra i coniugi, il direttore spirituale dovrebbe aiutare questi ultimi a comprendere le loro difficoltà e, se necessario, rimandarli ad un consulente professionale sul matrimonio. A volte un coniuge, completamente trascurato dall’altro, scivola nel vizio solo a causa della solitudine. Nonostante la complessità della situazione, la persona potrà imparare a sublimare il desiderio sessuale in atti virtuosi di sacrificio per i figli e per il coniuge trascurato. Se possibile, si dovrebbe cercare di contattare il coniuge negligente.

Spesso gli uomini di mezza età sono così presi dal lavoro da non accorgersi di quanto abbiano trascurato le mogli che, in solitudine, sono tentate di ricorrere alla masturbazione o a relazioni extraconiugali. Talvolta tali uomini, nel timore di non riuscire più a soddisfare le proprie mogli nel rapporto sessuale, si buttano nel lavoro e in varie attività sociali. Oggi, poi, molte donne sposate sono così prese dalla loro carriera da dedicare poco tempo di qualità ai mariti e ai figli, aumentando così la probabilità che i mariti cerchino soddisfazioni sessuali in altre relazioni o nella masturbazione.36

Masturbazione fra seminaristi

Anni fa i direttori spirituali di seminaristi, religiosi e diocesani erano molto accorti nel valutare la preparazione spirituale dei soggetti sotto la loro guida. La masturbazione veniva considerata un problema grave dal quale bisognava liberarsi prima di prendere gli ultimi voti o ricevere il diaconato. Si suggeriva che bisognava aver abbandonato tale vizio da almeno un anno prima degli ultimi voti o del diaconato. Se la masturbazione era diventata involontaria, la persona doveva consultare un terapeuta professionale, perché nessuno poteva entrare nella vita del celibato con l’onere della colpa e della vergogna provocato da tale debolezza.37 I seminaristi erano tenuti ad avere un direttore spirituale di riferimento anziché passare da un confessore all’altro. Oggi, vista la minore cura data da religiosi e sacerdoti al sacramento della riconciliazione, è necessario ribadire l’importanza di un confessore di riferimento.

Credo che nessuno sappia davvero cosa consiglino i direttori spirituali ai seminaristi che hanno il vizio della masturbazione. Dalla mia esperienza maturata in oltre dodici anni di guida ai ritiri per sacerdoti e religiosi, presumo che tali consigli siano influenzati da quel genere di teologia morale che non considera la masturbazione un grave disordine morale. È necessario in primo luogo un’istruzione di base sull’oggettiva gravità dell’atto e sul dovere personale di attivarsi per evitarlo. Inoltre, poiché la masturbazione può diventare compulsiva, è talvolta necessario spiegare la dinamica della compulsione sessuale.

Fra gli autori che si sono occupati della masturbazione spicca Donal Goergen, le cui opinioni continuano a influenzare fortemente seminaristi e religiosi. Goergen ritiene che la masturbazione non sia “intrinsecamente immorale”38 e che per alcuni possa essere un atto maturo, in armonia con la persona, per altri il contrario. La masturbazione fra gli adolescenti e molte forme adulte di masturbazione potrebbero essere salutari e, quindi, tutt’altro che dannose. Per il celibe, la masturbazione non sarebbe immorale o peccaminosa, ma non soddisferebbe l’ideale. Goergen aggiunge poi che “la masturbazione, nella vita personale di una persona celibe, riflette un bisogno genitale che il celibe spera di non avere più, non perché la genitalità sia del tutto sbagliata, ma perché non ne ha particolare bisogno nella sua vita”.39

Sin dalla loro pubblicazione, le opinioni di Goergen, sebbene contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’aspetto morale della masturbazione e il significato della castità consacrata, hanno influito su molti seminaristi e religiosi. Tornerò a parlare di Goergen più avanti. Ora mi soffermerei sul seminarista che intende superare il vizio della masturbazione.

Per il seminarista valgono gli stessi principi che ho applicato alla persona non sposata, ma con una differenza: il seminarista si è impegnato a vivere una vita celibe, il laico può sposarsi. Il seminarista può temere di non essere capace di vivere nel celibato a causa delle difficoltà che sta attraversando e considerare l’idea di lasciare il seminario o la vita religiosa. Prima di prendere tale decisione, dovrebbe capire che ha bisogno del colloquio con uno psicologo clinico e con il direttore spirituale, i quali, a loro volta, dovranno avere libertà di consultarsi l’un l’altro sulla situazione del seminarista. Non è opportuno che il direttore spirituale o lo psicologo lavorino separatamente, come è avvenuto spesso in passato, con tristi risultati.

È inoltre opportuno che i direttori spirituali di un seminario, o il gruppo di formazione di un ordine religioso, abbiano una chiara linea d’azione sulla necessità della castità interiore, fra cui la libertà dalla masturbazione, come requisito per l’ordinazione o la professione degli ultimi voti. Il direttore spirituale del seminario deve esaminare attentamente la storia personale dei soggetti alle prese con la tentazione ossessiva dell’autoerotismo. Le tentazioni possono avere un significato che va al di là della normale lussuria e non c’è modo di conoscerlo senza qualche forma di consulto. A volte, se un soggetto è incerto sulla propria vocazione, verrà tempestato da pensieri erotici. Forse è il caso che esamini bene la motivazione della sua vocazione.

Ogni situazione è diversa. Se il confessore, lo psicologo o il seminarista hanno dubbi su un individuo, forse sarà bene che questi si allontani per un anno dal seminario svolgendo qualche opera pastorale. Al termine di questo periodo si valuterà se sia idoneo o meno. Va ricordato che ogni programma di formazione di un seminario o ordine religioso non si confronta con il mondo del lavoro di tutti i giorni. Si tratta di una vita vissuta in un ambiente relativamente protetto in cui la fantasia lavora a gran ritmo, dove gli insuccessi della vita sono ingigantiti e le difficoltà emozionali con i confratelli possono diventare un’ossessione. In tali circostanze non è sorprendente se l’immaginazione vada fuori controllo, scatenando fantasie sessuali e la tentazione della masturbazione.

Per riassumere le mie riflessioni sui seminaristi e gli uomini religiosi in formazione, ritengo che oggi disponiamo di mezzi migliori per combattere con successo la masturbazione abituale o compulsiva. Abbiamo riconosciuto il valore dei gruppi di supporto spirituale nello sforzo di rimanere casti e imparato a volgere lo sguardo al di là degli atti masturbatori per concentrarci sulle cause. Noi direttori spirituali analizziamo l’uomo nel suo complesso. Se, da un lato, notiamo che in un dato periodo un individuo ha palesato un miglioramento notevole nel superare la tentazione della masturbazione, dovremmo incoraggiarlo a persistere su questa strada. Per “miglioramento” intendo non tanto l’aver evitato l’atto, quanto l’aver mostrato un cambiamento di attitudine verso la propria sessualità, un’accettazione del proprio corpo ed un’integrazione dei desideri sessuali nella percezione del proprio ruolo di sacerdote o nella vita religiosa che William F. Lynch definisce “libera sublimazione dei desideri sessuali”.40

Se, d’altro canto, percepiamo che lo sforzo di un individuo di superare la pratica della masturbazione non porta ad alcun miglioramento, nonostante il consulto psicologico, allora bisognerà consigliargli di abbandonare la vita religiosa o il seminario. La mancanza di miglioramento costituisce un dubbio importante sulla vocazione religiosa della persona e tale dubbio andrebbe risolto in favore della Chiesa con l’abbandono da parte dell’individuo.

Masturbazione fra sacerdoti e religiosi

In genere, la tentazione della masturbazione fra sacerdoti e religiosi è legata a fattori emozionali quali la solitudine, l’odio verso se stessi, la rabbia ed incidenti avvenuti in passato. Sacerdoti e religiosi hanno molto meno da temere da tale tentazione rispetto a quelli non ancora ordinati, avendo un certo margine di sicurezza. Ciononostante, essi hanno spesso la sensazione di condurre una doppia vita: vivono da celibi con chi lavora ogni giorno con loro, ma provano vergogna per il fatto di ricorrere alla masturbazione, in molti casi compulsiva. Molti subiscono l’influenza dell’ambiente in cui viviamo, fortemente influenzato dal sesso; ad esempio, non è raro che un religioso o un sacerdote, stanco delle occupazioni e delle conferenze stressanti della giornata, accenda la TV via cavo e finisca per vedere un film “spinto” prima di coricarsi. Gli effetti possono essere la tendenza alla masturbazione e i disturbi del sonno.

Lo stesso vale per molti laici, che scivolano nel mondo della fantasia sessuale della TV via cavo. È necessario essere rigorosamente onesti evitando inutili stimolazioni sessuali, sforzarsi di rimanere nella realtà e cercare di confessarsi una volta alla settimana o ogni 2 settimane. Inoltre, qualche religioso e sacerdote frequenta regolarmente le riunioni di gruppi di supporto come Sexaholics Anonymous per liberarsi dal proprio comportamento sessuale.

Masturbazione fra le suore

I fattori che portano alla masturbazione nelle suore non sono molto diversi da quelli nelle altre donne, nubili, sposate o divorziate. Vi è un elemento in comune con i religiosi uomini: l’immaturità emozionale. Questo significa, in pratica, che tali soggetti non sono cresciuti a livello emozionale nella relazione con l’altro sesso e, come gli adolescenti, sono propensi a trascorrere una gran quantità di tempo nella fantasia, con il risultato di tendere alla masturbazione. Ma come per i religiosi uomini, il quoziente colpa sale con la percezione di vivere una doppia vita.

Contrariamente ai religiosi uomini, è meno probabile che le suore si spingano ad avere rapporti sessuali con un’altra persona. Questo può essere dovuto in parte al fatto che i religiosi uomini hanno fasce più ampie di tempo non strutturato e meno responsabilità verso la comunità rispetto alle suore. Tuttavia molte suore, portando abiti laici, perseguendo carriere e vivendo in appartamenti, finiscono per coinvolgersi sentimentalmente con altre persone, al punto che le fantasie sessuali sono intensificate; inoltre, data la scarsa cura data alla vita di preghiera, possono fare più fatica a resistere. Avendo paura di avere rapporti sessuali con qualcuno con cui sono coinvolte sentimentalmente, possono darsi alla fantasia e alla masturbazione. Altre suore che vivono in monasteri di clausura totale o parziale, stanche delle abitudine tradizionali, possono trovarsi senza persone con cui confidarsi eccetto, forse, il sacerdote. Tale solitudine costituisce un terreno fertile per le fantasie sessuali. Vi sono poi ovviamente altri fattori quali le esperienze sessuali avute nell’infanzia, la solitudine, la rabbia e la scarsa autostima.

Omosessualità e masturbazione

Vi sono diversi punti da analizzare. Prima di tutto, occorre esaminare il tipo di fantasia che porta la persona che si ritiene omosessuale a masturbarsi. La fantasia riguarda bambini o adolescenti? Comprende immagini sadomasochistiche, come l’essere picchiati da un’altra persona, o l’infliggere ferite ad un altro? In tal caso, il soggetto ha bisogno di una terapia professionale. In secondo luogo, se il soggetto si considera bisessuale perché ha avuto esperienze con entrambi i sessi, occorre aiutarlo a riflettere sui suoi modelli di fantasie. Se si tratta di fantasie prevalentemente eterosessuali, è possibile che il soggetto abbia un orientamento soprattutto eterosessuale. Se invece sono fantasie principalmente omosessuali, è probabile che la persona, in questo punto dello sviluppo, si sia bloccata su un orientamento omosessuale. Dico questo poiché gli adolescenti che hanno fantasie su persone dello stesso sesso possono uscirne nel corso del loro processo di maturazione, in particolare con l’ausilio della terapia.41

Io credo che le persone omosessuali abbiano più problemi con la masturbazione rispetto agli eterosessuali. La persona omosessuale spesso non vuole ammettere neanche a se stesso di avere quest’orientamento e talvolta si ritira in un mondo di intensa fantasia ricorrendo alla masturbazione compulsiva.42 Ha paura di ammettere agli altri questa sua inclinazione, ritenendo la masturbazione un’alternativa sicura, specie considerato il problema dell’AIDS. Inoltre, poiché tale persona fa più fatica a trovare intimità e amicizie rispetto a un normale soggetto eterosessuale, non è sorprendente se tende al vizio della masturbazione. Questo vizio, però, rende molti omosessuali vulnerabili alla promiscuità: all’inizio, ci si dà alla fantasia e alla masturbazione; poi si passa a perlustrare i luoghi di ritrovo e successivamente si incontra qualcuno con cui trascorrere una notte. Nelle discussioni di gruppo, gli omosessuali sottolineano la gravità di questo problema nella propria vita, considerando la caduta in questo vizio un insuccesso nel combattimento per raggiungere la castità.

Con l’epidemia attuale dell’AIDS, la masturbazione reciproca è divenuta la forma principale del cosiddetto “sesso sicuro”. Sebbene sia sicura dal punto di vista medico, distrugge il rapporto di un individuo con Dio impedendogli di sviluppare una sana sessualità in equilibrio con la propria persona. Anche quando la masturbazione non è volontaria, è sintomo di mancanza di armonia nell’individuo e genera in lui profondi sensi di colpa e di vergogna. È allora necessario esplorare questi sentimenti.

Colpa e vergogna in tutte le forme di masturbazione

Occorre distinguere tra due diversi tipi di colpa, una sana e una nevrotica. Quando ho fatto liberamente qualcosa di male, dovrei provare la colpa di aver violato la legge di Dio che è scritta nel cuore umano (Romani: 2:15). Se tuttavia rifiuto di dare ad un alcolista il prezzo di un bicchierino di whisky e mi sento in colpa per non aver ascoltato la sua supplica, allora sto provando un tipo di colpa nevrotica. È quel genere di senso di colpa che hanno i bambini pensando di essere loro i colpevoli se i genitori si separano e poi divorziano. Analogamente, nella questione della masturbazione, tanti si torturano inutilmente. Mi riferisco soprattutto a quelle persone che vivono in modo corretto e il cui solo “peccato” è la masturbazione. Il consigliere spirituale o il confessore che conosce i combattimenti interiori di tali persone cercherà di chiarire che non vi è stato libero consenso all’impulso della masturbazione.

Non c’è peccato grave se una persona si masturba inconsapevolmente nel dormiveglia, o quando viene trascinata da una passione improvvisa e si trova a commettere l’atto malgrado la resistenza della volontà. Questo è uno degli effetti del peccato originale, ossia che le passioni umane tendono a superare gli atti della volontà (Rom. 7: 1-20). Un soggetto potrà essere d’accordo con questo ragionamento, ma sentirsi nel cuore colpevole della masturbazione, perché dice a se stesso: “Se mi fossi impegnato di più, non avrei avuto queste fantasie; dovrei essere capace di liberarmi dai miei pensieri impuri”.

Il problema di questo senso di colpa è che presuppone che gli esseri umani abbiano il controllo perfetto delle proprie passioni, non solo della lussuria, ma anche dell’avarizia, dell’ira e di altre emozioni sbagliate. Sappiamo di non avere tale controllo. La persona con il problema della masturbazione, però, ha bisogno di credere che con la grazia di Dio potrà superare questo vizio. Ma occorre aderire ad un programma spirituale. Talvolta è necessario il consulto di uno psicologo, del quale parlerò più avanti. Dalla mia esperienza pastorale, ho visto che il senso di colpa è un compagno costante della masturbazione. In molti soggetti, tuttavia, si accompagna ad un senso di vergogna, che è diverso dal senso di colpa.

Differenza fra vergogna e colpa

La vergogna va oltre il senso di colpa in quanto quest’ultimo comprende solo la sensazione e la convinzione di aver agito contro la propria coscienza e di doversi pentire per l’atto compiuto, mentre la vergogna è la sensazione di non essere all’altezza, di non valere nulla e di non saper controllare il proprio comportamento. Quest’odio intenso verso se stessi è alla radice della masturbazione compulsiva e di altre forme di compulsione simili. Probabilmente la masturbazione compulsiva è più diffusa di altre dipendenze sessuali, perché è immediatamente accessibile ed è possibile abbandonarsi ad essa in assoluto segreto e apparentemente senza effetti dannosi a livello sociologico. Semplicemente non viene ritenuta un problema. E. Michael Jones la definisce “il vizio preliminare e più accessibile”.43

Ulteriori suggerimenti per superare il vizio della masturbazione

Dopo aver descritto le forme principali di masturbazione e tralasciato quelle meno usuali, vorrei dare qualche altro suggerimento che potrà tornare utile ai soggetti interessati. Mi rendo conto che non si tratta di regole infallibili e che talvolta, nonostante la loro diligente osservanza, alcuni soggetti potranno ricadere nella loro tendenza, così radicata nella propria persona. Per sviluppare un approccio pastorale è necessario comprendere i fenomeni della masturbazione nel contesto della vita della persona: lì, infatti, si nasconde il significato di questo vizio per il soggetto. La masturbazione nei bambini è notevolmente diversa da quella negli adolescenti o negli adulti e fra gli adulti vi sono diversi tipi di attività masturbatoria, ognuno dei quali richiede un approccio pastorale diverso.

Infanzia: qualunque sia il motivo della masturbazione durante l’infanzia, è improbabile che lo specialista possa rivolgersi direttamente al bambino, che non è in grado di fare ragionamenti morali maturi. I genitori, però, hanno senz’altro la responsabilità di assicurarsi che il figlio non si faccia del male con la masturbazione frequente. Andre Guindon cita alcuni esponenti autorevoli che ritengono che la masturbazione eccessiva impegni fortemente il cuore e il sistema nervoso. Nota inoltre che il danno psicologico è simile a quello riscontrato negli adolescenti e conclude che ignorare “la masturbazione protratta e intensiva di un bambino, particolarmente tra i sei anni e l’età della pubertà, senza consultare uno specialista, è moralmente irresponsabile”.44

Di solito, per la masturbazione nei bambini non è necessario il consulto di uno specialista; ai genitori, però, va raccomandato di accettare con serenità il fatto che il figlio ricorra ogni tanto a questa pratica e di comprendere che le cause comuni sono il gran desiderio di affetto del bambino, o la seduzione inconscia che questi prova quando i genitori gli fanno il bagno. Infine, i bambini dovrebbero ricevere un’istruzione adeguata sull’igiene dei genitali.45

Consulenza pastorale per gli adolescenti

Vorrei aggiungere alcune riflessioni all’approccio per gli adolescenti, di cui ho già parlato. Una riguarda l’intensa fantasia dell’adolescente e il desiderio di provare l’orgasmo sessuale. La pressione esercitata dai coetanei di provare la masturbazione è un fattore più comune nei ragazzi che nelle ragazze. Inoltre, nella prima adolescenza i ragazzi tendono a trascorrere più tempo nelle fantasie. Questa tendenza può essere contrastata aiutando il giovane a uscire dal mondo irreale ed entrare in quello vero, laddove potrà crearsi amicizie autentiche. Indubbiamente non è un’impresa facile, visto il materiale che viene propinato ai nostri giovani. Forse avrebbero bisogno di un programma di studio e gioco più strutturato e impegnativo, che li possa aiutare a vivere nel mondo reale.

Una corretta educazione sessuale sulle polluzioni notturne e le mestruazioni, impartita dai genitori o da chi ne fa le veci, permetterà a un giovane di capire che anche altri hanno lo stesso problema. In quest’ambito, il giovane potrà pensare di trovarsi da solo. Deve arrivare a capire che non si pecca per caso e che in quest’attività si è coinvolti consapevolmente e liberamente. Se una persona è attenta e sincera nella sua vita spirituale, nel suo sforzo di amare Dio, è improbabile che dia pieno consenso all’atto della masturbazione. Esaminando il proprio rapporto con Dio in questa prospettiva più ampia, si può giudicare così tale atto: “Se la vita spirituale nel complesso è buona e sana, si può sicuramente supporre che non vi sia pieno consenso e che non si è colpevoli di peccato mortale, anche se ciò che si è fatto è ‘una questione grave’.”46

È necessario ribadire i concetti morali sulla buona volontà che non sono sempre ovvi, non solo fra i giovani, ma anche fra gli adulti. Eccone alcuni:

L’eccitazione spontanea non costituisce peccato; il fatto di aver combattuto contro le fantasie sessuali indica che non vi è stato dato pieno (se non alcun) consenso; nei casi meno chiari, si presume che non vi sia stato consenso.

Ai soggetti interessati va dimostrato che esiste un legame stretto fra depressione, rabbia e solitudine, fantasia sessuale e tentazione di masturbarsi, e che in tali occasioni si dovrebbe fare uno sforzo speciale con la mente e il cuore per riportarsi nel mondo reale, in modo particolare per concentrarsi sui bisogni degli altri. Come già menzionato, è opportuno che tutte le volte che subentra la fantasia, ci si impegni in qualche attività esterna per rompere l’incanto dell’immaginazione. In breve, dobbiamo esercitare l’autodisciplina delle nostre fantasie quando siamo svegli. Ho scoperto che quest’esigenza di rimanere nel reale è molto utile per chi cerca di superare il vizio della masturbazione. Aiuta molto anche il masturbatore compulsivo, ma come già abbiamo indicato, il superamento di qualsiasi forma compulsiva richiede la costante pratica dei Dodici Passi e la partecipazione a qualche forma di gruppo di supporto, come ad esempio Sexaholics Anonymous (S.A.).

Ai giovani va ricordato che l’acquisizione di una virtù è l’opera di una vita e che Dio non concede cure immediate alla debolezza umana, anche se riguardo alla castità riteniamo che Dio ci debba guarire all’istante. Sembra che in alcuni casi Dio continui a darci la grazia di tentare di nuovo nonostante i nostri fallimenti passati. “Dobbiamo infatti essere certi che la castità perfetta – così come la carità perfetta – non si raggiunge solo con gli sforzi umani. Bisogna chiedere l’aiuto di Dio. Forse lo si è fatto e potrà sembrare di non ricevere alcun aiuto, o comunque molto meno di quanto si abbia bisogno: non importa. Dopo ogni fallimento, chiediamo perdono, rialziamoci e continuiamo a sforzarci. Molto spesso Dio, più che aiutarci a raggiungere la piena virtù, vuole soprattutto darci la forza di ritentare”. 47

Dalle nostre conoscenze sulla masturbazione maschile, in particolare sull’atto fisico e il sollievo della tensione sessuale, non è sorprendente che la masturbazione prevalga negli adolescenti maschi. L’anatomia sessuale della ragazza, la diffusione delle sue zone erogene, il picco di potenza sessuale raggiunto in età più avanzata e le visione più romantica del rapporto sessuale sono tutti motivi che dimostrano perché la masturbazione sia una tentazione più frequente nel ragazzo adolescente. Le ragazze, probabilmente, comprendono meno il significato delle risposte del proprio corpo rispetto ai ragazzi e di conseguenza possono masturbarsi in modi indiretti e nascosti senza rendersi conto di aver compiuto un atto sbagliato.48 I rituali di pulizia diventano metodi di masturbazione. Con la disponibilità di materiali erotici, però, i giovani di entrambi i sessi sono più consapevoli delle origini dell’orgasmo. La disco music e le canzoni con testi espliciti a riguardo influenzano fortemente i primi anni della giovinezza.

Pertanto, nei colloqui con le ragazze si incontrano sia quelle che hanno preso il vizio senza capirne il significato, sia quelle consapevoli di ciò che fanno ma che non riescono a controllarsi. Quest’ultimo gruppo richiede il tipo di aiuto dato ai compulsivi, di cui ho già parlato. Il primo gruppo di ragazze, invece, trarrà giovamento da un approccio più indiretto, che le aiuterà a considerare la propria vita nel suo complesso. La masturbazione di una ragazza è sintomatica di problemi, seppur superficiali, vissuti a casa e con i suoi coetanei. Senza trascurare allora i mezzi già menzionati per prevenire la masturbazione, la giovane dovrà vivere più in armonia con le persone per lei importanti e, forse per la prima volta nella vita, accettarsi per quella che è. Questo metodo indiretto richiede molto tempo, ma alla lunga si rivela il più proficuo per la ragazza.

Idee spirituali per adulti alle prese con il problema della masturbazione

Sarebbe ripetitivo elaborare la tesi secondo cui gli adulti che praticano la masturbazione hanno in genere una forte tendenza narcisistica che andrebbe affrontata e superata. Talvolta è necessaria la terapia professionale. Come già indicato, occorre cambiare schema di vita, il che può avvenire più efficacemente con una solida guida spirituale. Questo ci porta a considerare gli effetti spirituali della masturbazione, un aspetto raramente trattato. Il Dr. William Kraft e Padre Bernard Tyrrell, però, gettano luce sugli aspetti spirituali di questo vizio.49

Kraft ritiene che il messaggio principale dato dagli atti masturbatori è che la dimensione sociale, spirituale, emozionale e fisica della vita di un individuo non sono ancora in armonia. Dalla sua ampia esperienza clinica ha potuto constatare che la masturbazione ha un potere seduttivo, essendo un modo semplice e accessibile di ridurre la tensione e di esplorare sensazioni sui genitali senza coinvolgersi in relazioni umane. La fantasia che precede tali atti è segreta. Quando diviene la fonte principale dell’intimità e della realizzazione, ostacola la nostra crescita spirituale. A quel punto non viviamo nel reale ma in un mondo immaginario, “dove tutto è possibile e non esistono limiti”.50

Kraft sostiene inoltre che la masturbazione negli adulti derivi spesso da esperienze non genitali, sicché vi sarebbe qualcos’altro in ballo oltre alla gratificazione fisica. Gli adulti ricorrono alla masturbazione spesso per “noia, ansia e solitudine”.51 Si tratta di un segno di immaturità, in quanto l’adulto cerca intimità con altri solo nella fantasia anziché rimanere nella realtà e relazionarsi con altri esseri umani. La sessualità umana ci è data per aprirci al prossimo, per esprimere amore e tenerezza verso gli altri individui della comunità.

Kraft considera le persone che conducono “una vita molto cerebrale, dal collo in su”, come candidate alla masturbazione, a causa del loro ardente desiderio di vivere “dal collo in giù”. Questa mancanza di personificazione nella vita di ogni giorno crea tensioni riducibili con la masturbazione. Tali persone (di solito religiosi o non sposati), anche se possono trovare in tal modo sollievo temporaneo, non crescono spiritualmente. Alcuni soggetti, nel tentativo di giustificare la masturbazione, finiscono per assolutizzare la personificazione a spese della verità spirituale.52 Nella storia personale di queste persone, si nota un lungo periodo di repressione di desideri affettivi. Una reazione simile è riscontrabile nei religiosi iperattivi. La sfida, quindi, consiste nell’andare oltre la masturbazione e ristrutturare la propria vita rendendola più in armonia – un’impresa ardua nella nostra cultura pansessuale.

Kraft consiglia di seguire un programma simile a quello di Alcolisti Anonimi (A.A.), sottolineando l’aspetto della mortificazione: “Talvolta è necessaria una notevole mortificazione per ridurre il desiderio fisico della soddisfazione genitale… Il masturbatore, come l’alcolista il cui corpo richiede di bere, deve imparare a dire di “no” per affermare se stesso in modo sano”.53 Sexaholics Anonymous, al riguardo, ha evidenziato un metodo simile per perdere il vizio della masturbazione, quello dei Dodici Passi.

Via via che ci avviciniamo all’ideale di una sessualità in armonia con la nostra persona, rischiamo di illuderci di “poter cambiare i nostri sentimenti e comportamenti solo con l’intuizione”.54 Così facendo sottovalutiamo la forza dell’abitudine nella nostra vita e il fatto che il nostro corpo è stato condizionato a desiderare esperienze tranquillizzanti. La masturbazione può occupare una parte considerevole del nostro schema di comportamento, al punto che dopo averla eliminata subentra un grande vuoto, che dev’essere colmato in qualche modo. L’esperienza di un rapporto profondo, vissuto con Dio nella preghiera e con altre persone nell’amicizia, può, a mio avviso, aiutare a riempire tale vuoto.

Nel programma dei Dodici Passi elaborato per le dipendenze sessuali si ripete che le buone intenzioni e la forza di volontà non sono sufficienti. La soppressione, ossia lo stroncare sul nascere i desideri sessuali, la mortificazione e la libera sublimazione delle pulsioni sessuali sono metodi positivi per vivere in armonia con la nostra sessualità. Lo stesso dicasi per l’atto di rimettere tutta la vita nelle mani di Dio con una decisione di nostra volontà. La grazia redentrice di Dio aiuterà la persona a trovare la vera intimità al posto delle gratificazioni della carne. Ma tutto questo richiede tempo.

Nell’immediato, il soggetto deve monitorare i propri stati d’animo in modo da tenere traccia degli schemi ricorrenti della fantasia e della masturbazione. Arriverà ad identificare i sentimenti e gli umori che precedono sempre la masturbazione e questo lo aiuterà a starne alla larga. Il momento di andare a dormire è spesso difficile per la persona, che dovrà escogitare metodi per prevenire l’insorgere delle fantasie. Per evitare le tensioni tipiche di questo momento, cercherà di rilassarsi di più durante il resto della giornata, riempiendosi la mente e il cuore di letture ispiratrici prima di coricarsi. È bene non cercare di addormentarsi se si è ancora tesi. Le fantasie sessuali sono di solito più aggressive quando ci si trova in tale stato d’animo.

La persona alle prese con la tendenza della masturbazione dovrebbe evitare come la peste i film trasmessi in notturna dalla TV via cavo. La tentazione potrà essere quella di razionalizzare la visione di queste produzioni in nome della cultura, ma in realtà si può fare benissimo a meno di questa pornografia glorificata.

Un’area inesplorata di ricerca resta il legame fra incesto infantile, abuso sessuale e la tendenza alla masturbazione nella vita adulta. Sono convinto che le vittime di abusi sessuali e/o incesti abbiano vari problemi sessuali e credo che uno di essi sia l’incidenza precoce dell’attività masturbatoria. Per tali soggetti potranno essere di grande aiuto i colloqui con un sacerdote cattolico.

A gettare ulteriore luce sul problema vi è l’articolo di Padre Bernard Tyrell, che consiste essenzialmente in una critica del Celibato Sessuale di Donald Goergen. Tale articolo dimostra che Goergen non ha tenuto in debito conto gli aspetti teologici del celibato consacrato e che la masturbazione nei religiosi dev’essere ritenuta contraria ai voti del celibato. L’autore suggerisce che “la colpa principale che prova il celibe consacrato quando si masturba è il risultato delle fantasie trattenute nell’immaginazione e dei relativi desideri. Mi sembra evidente, da un punto di vista psicologico e pratico, che il celibe consacrato che si intrattiene deliberatamente in fantasie di rapporti e altro, nell’atto della masturbazione sia immerso necessariamente in una contraddizione esistenziale fra il suo celibato consacrato, scelto liberamente e il suo agire concreto”.55

Per tale motivo Tyrrell non concorda con l’ipotesi di Goergen circa l’assenza di colpa nella masturbazione del celibe consacrato. L’accettazione totale del celibato non è compatibile con la banalizzazione del problema della masturbazione da parte di un religioso. Si tratta di una questione seria, anche se la persona può non essere colpevole di peccato grave per assenza di consapevolezza e per gli ostacoli all’esercizio della libera volontà riscontrabili nei masturbatori compulsivi. Ciononostante, tali soggetti hanno l’obbligo di attivarsi per liberarsi dal vizio o dalla compulsione. In questo sforzo, la grazia di Dio è sempre sufficiente.56

Conclusione

L’abitudine/il vizio della masturbazione o la masturbazione compulsiva è un problema trascurato nel ministero pastorale della Chiesa in America. L’opinione che non si tratti di un problema grave non tiene conto dei dati raccolti da seri direttori e consulenti spirituali. I consulenti nei settori della dipendenza da droghe e dal sesso sostengono sempre che i loro clienti cercano di liberarsi da un vizio o da una compulsione che tende a favorire l’autogratificazione. Il Dott. Kraft la ritiene un grave impedimento allo sviluppo di una sana sessualità. È ora che noi confessori e direttori spirituali impariamo dai nostri colleghi professionisti laici, aggiungendovi la saggezza della dottrina della Chiesa impartita nei secoli.

Riferimenti

1. The Courage to be Chaste, The Paulist Press, Mahwah, N.J., 64-65

2. New Catholic Encyclopedia, “Masturbation”, vol. 9, 438-440.

3. 91. Il testo completo si trova in “Letter to a Mr. Masson” (6 marzo 1956), Wade Collection, Wheaton College, Wheaton, III

4. A Guide to Formation in Priestly Celibacy, n. 63, pp. 53-54.

5. Vedi “Out of the Shadows”, 1983, and Contrary to Love, 1989, Compcare Publ. 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN, 55441.

6. Paragrafo 9, tratto da L’Osservatore Romano, 22 gennaio 1976.

7. Herant A. Katchadourion and Donald T. Lunde, Fundamentals of Human Sexuality, Holt, Rinehart and Winston, Inc. New York, 1972, pag. 473.

8. Anthony Kosnik, et al, pag. 219. L’opinione citata è quella di Josef Fuchs, S.J.

9. Autoerotismo. Un problema morale nei primi secoli cristiani? Conclusioni, 255-267. Centro Editoriale Dehoniano, Via Nosadella 6, 40123 Bologna, 1986. Sono grato a Padre Gabriel Patil, barnabita, per aver tradotto le parti rilevanti di questo libro.

10. William E. May, Summary of Silverio Zedda, Si, Relative e Assolute nella morale di San Paolo, Brescia: Paideia Editrice, 1984, 393, pp. La citazione è tratta dalla pagina 21 del riassunto di May.

11. Ibid, 438. Vedi anche “Alcune questioni di etica sessuale” del Vaticano, paragrafo 9: La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti, la relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, «in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».

12. Ibid 438.

13. Ibid 438.

14. Ibid 438.

15. Ibid 438 Farraher ritiene inoltre che per un motivo sufficiente, quale lo studio o il sonno rilassato, un individuo non è obbligato a offrire resistenza positiva “per molto tempo contro tali tentazioni e moti interiori”. (440)

16. Ibi4 438.

17. “Masturbation and Objectively Grave Matter” in A New Look at Christian Morality, Notre Dame, Ind. Fides Press, 1968, pag. 214. Nel 1966 Padre Curran ha proposto quest’opinione alla Catholic Theological Society of America.

18. Ibid pag. 220.!

19. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

20. Rev. Ronald Lawler, OFM, CAP, Jos. Boyle, Jr., and Wm. E. May, 187-195, Our Sunday Visitor, Inc., Huntington, Indiana, 46750.

21. Alcune questioni di etica sessuale, par. 9.

22. Ibid 190-191.

23. Paragrafo 12: “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità”.

24. V. Libro Ottavo, cap. 8-12, comprendente la descrizione classica di conflitto di volontà e la sua risoluzione attraverso la grazia divina. Traduzione di Frank Sheed, Sheed and Ward, Londra 1949, pp. 135-142

25. 1989 S.A. Literature, P.O. Box 300, Simi Valley, CA 93062.

26. 1986 The Augustine Fellowship, P.O. Box 88, New Town Branch, Boston, MA, 02258.

27. Definizione di John Bradshaw. Vedi John Bradshaw, Healing The Same That Binds You, Health Communications Inc., Deerfield, FL, 33442.

28. Out of the Shadows, Compcare Publications, 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 1984. Vedi anche Anne Wilson Schaef, Escape From Intimacy, Harper and Row, 1989, 1-5

29. Contrary to Love, 1989, Compcare Publ 2415 Annapolis Lane, Minneapolis, MN 55441, 4-7.

30. “Irresistible Impulses: A Question of Moral Psychology”, American Ecclesiastical Review, 100, 1939, 219.

31. Ibid 440.

32. Allers, Ibid 216-217. Si veda anche John Ford and Gerald Kelly, Contemporary Moral Theology, vol. I, Questions in Fundamental Moral Theology (Westminster, MD, Newman Press, 1958), 230.

33. Vedi Walter and Ingrid Trobisch, My Beautiful Feeling, Correspondence with Ilona, InterVarsity Press, 1977, Downers Grove, Illinois, 60515. Un’adolescente tedesca rivela i suoi sentimenti intimi sulla masturbazione in opposizione al professore liberale del suo collegio.

34. 54-69, Paulist Press, Mahwah, N.J., 07430.

35. John F. Harvey, OSFS, “Expressing Marital Love during the Fertile Phase”, International Review of Natural Family Planning, vol. 5., no. 4 (Winter, 1981), 204-210. Ho scritto anch’io un articolo sulla masturbazione nel matrimonio per la stessa rivista, vol. 3, 134-140.

36. John F. Kippley, nel suo recente libro Sex and Marriage Covenant The Couple to Couple League International, Inc. Cincinnati, Ohio, 1991, mostra il legame fra la contraccezione e la masturbazione. Se si è a favore della contraccezione considerando la storia di un matrimonio (si hanno già almeno quattro figli, quindi si è fatto il proprio dovere), allora per lo stesso motivo è giustificabile la masturbazione nel matrimonio. Entrambi gli argomenti non sussistono. 292-293.

37. John F. Harvey, OSFS, “Homosexuality and Vocations”, American Ecclesiastical review; vol. 164. N. 1, genn. 1971, 42-55. In quest’articolo mi sono occupato principalmente della questione omosessualità e vocazioni, poi del ruolo del direttore spirituale sia per la questione dell’omosessualità che della masturbazione.

38. The Sexual Celibate, New York, The Seabury Press, 1974, 201.

39. Ibid 203-204.

40. Images of Hope, New York, 1966, 119-120.

41. Vedi Leanne Payne, The Broken Image, Westchester, III, 1982, 46-47.

42. Martin Buber ha scritto a proposito di “quel misterioso gioco a nascondino nell’oscurità dell’anima, in cui l’animo umano fugge, evade e si nasconde da se stesso”. Citato da M. Scott Peck, The People of the Lie, Simon and Schuster, N.Y., 1983, 76.

43. “The Solitary Vice Goes Public”, editorial, Fidelity, Notre Dame, IN, 1985,5. Jones continua dicendo: “La lotta contro la tentazione della masturbazione è l’allenamento con cui gli adolescenti si formano il carattere. Se non imparano a controllare se stessi, con tutto quello che ciò comporta, la conseguenza sarà il disprezzo verso di sé, che diventerà odio verso l’autorità. La masturbazione è il male sessuale di base, non solo perché, dal punto di vista dello sviluppo è l’introduzione al peccato del sesso nel bambino, ma anche perché tutti i peccati del sesso hanno, alla loro radice, la masturbazione”. Ibid

44. Wilhelm Stekel, Autoeroticism, Grove Press, N.Y., 1950.

45. The Sexual Language, U. of Ottawa Press, 1976, 284.

46. William Bausch, opuscolo “Masturbation”, Claretian publ. 17

47. C.S. Lewis, Mere Christianity, citato in Bausch, “Masturbation”, 35.

48. Wilhelm Stekel, op. cit. 13 1-135. Stekel usa il termine masturbazione “criptica”.

49. William F. Kraft, “A Psycho-Spiritual View of Masturbation”, Human Development, Summer, 1982, 39-45; Bernard J. Tyrrell, “The Sexual Celibate and Masturbation” Review for Religious, vol. 35, 1976/3, 399-408.

50. Kraft, op. cit. 40.

51. Ibid. 41.

52. Ibid. 41.

53. Ibid. 43.

54. Ibid. 43.

55. Tyrrell, ibid. 405.

56. Tyrrell rimanda al suo libro, “Christotherapy: Healing Through Enlightenment” (New York, Seabury, 1975) per comprendere meglio la sua tesi, secondo cui un’esistenza senza masturbazione è possibile sia per i religiosi che per tutti i laici.

LA CONTINENZA, OPERA DI SANT’AGOSTINO: “Questa lotta interiore contro la carne l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza” “San Paolo: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze”

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

“Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze” (San Paolo Gal 5, 24.)

 

Ripasso: Dal Catechismo della Chiesa cattolica

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

 Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491.In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità? Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità? Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ».

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione-confessione.

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ».

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

Sant’Agostino:

“Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga]” (San Paolo Gal 5, 22-23) …. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze (Gal 5, 24.). Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.” (dall’opera sottostante di Sant’Agostino)

LA CONTINENZA

OPERA DI SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA CHIESA

Introduzione.

1. 1. È difficile trattare in modo adeguato ed esauriente della virtù dell’anima che chiamiamo continenza, virtù che è un insigne dono del Signore. Speriamo che colui che ce la elargisce aiuti la nostra pochezza perché non venga meno sotto il peso d’un compito così grave. Difatti chi dona la continenza ai fedeli che ne fanno pratica è lo stesso che dona la parola adatta a quanti, fra i suoi ministri, osano tentarne una esposizione. Volendo, dunque, trattare un argomento così elevato per dirne quello che Dio ci concederà, prima di tutto affermeremo e dimostreremo che la continenza è un dono di Dio. Lo troviamo scritto nel libro della Sapienza: Nessuno può essere continente se Dio non gliene fa dono 1. E anche il Signore, a proposito di quella continenza più rigorosa per cui ci si astiene dal matrimonio, diceva: Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto coloro cui è stato donato 2. Né solo questa, ma anche la castità coniugale non la si può osservare senza la continenza da ogni forma illecita di rapporto carnale. E di tutt’e due le forme di vita, tanto degli sposati come dei non sposati, affermava l’Apostolo che sono doni di Dio. Io vorrei – diceva – che tutti fossero come me stesso; tuttavia ciascuno ha da Dio il suo dono: uno così, e un altro differentemente 3.

La bocca interiore del cuore.

1. 2. La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra 4. Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. Tuttavia sarebbe cosa da poco tenere a freno la bocca, in senso materiale, perché non ne escano parole sconvenienti. C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. Se dal cuore non esce nulla, al di fuori non si pronunciano parole. Se dal cuore escono cose cattive, anche se la lingua non vibra, l’anima rimane macchiata. È al cuore, dunque, che bisogna imporre la continenza: là dove parla la coscienza anche di coloro che stanno zitti con la bocca. E questa continenza, a guisa di porta, farà sì che dal cuore non esca niente di ciò che, anche a labbra chiuse, contaminerebbe la vita dell’uomo mediante il pensiero.

Continenza interiore.

2. 3. Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne 5. Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. Come sta scritto con verità: Principio di ogni azione è la parola 6. Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza.

La continenza interiore nell’insegnamento evangelico.

2. 4. Per questo motivo il Signore di sua propria bocca ebbe a dire: Ripulite ciò che sta dentro; così sarà puro anche ciò che sta fuori 7. E in altra circostanza, quando si mise a confutare la scempiaggine dei giudei che rimproveravano ai discepoli d’andare a mensa senza lavarsi le mani: Non sono le cose che entrano nella bocca a sporcare l’uomo; sono piuttosto quelle che escono dalla bocca che lo rendono impuro 8. La quale asserzione, se dovesse riferirsi esclusivamente alla bocca in senso proprio, finirebbe col diventare un assurdo: difatti come non ci si sporca per il cibo così non ci si sporca per il vomito, il cibo che entra per la bocca, il vomito che ne esce. Ma, evidentemente, le parole iniziali della frase, cioè: Ciò che entra nella bocca non sporca l’uomo, si riferiscono alla bocca in senso proprio; mentre il seguito, e cioè: Quanto esce dalla bocca sporca l’uomo, si riferisce alla bocca del cuore. Lo precisò il Signore quando, alla richiesta dell’apostolo Pietro che gli venisse spiegata la parabola, rispose: Siete anche voi ancora senza cervello? Non capite come tutto ciò che entra nella bocca va nell’intestino e lo si scarica nel gabinetto? 9. Riconosciamo da qui senza esitazione che la bocca in cui entra il cibo è la bocca, organo del nostro corpo. Quanto alle parole successive, dobbiamo invece intenderle della bocca del cuore: interpretazione alla quale non sarebbe giunta l’ottusità del nostro cuore se la Verità non si fosse degnata di camminare al fianco di noi ottusi. Diceva infatti: Le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore 10. Come se volesse dire: Quando senti dalla bocca, intendi dal cuore. Dico tutt’e due le cose, ma con la seconda spiego la prima. L’uomo interiore ha una bocca interiore, e delle sue parole ha percezione l’orecchio interiore. Le cose che escono da questa bocca provengono dal cuore e rendono impuro l’uomo. In ultimo, lasciando da parte la parola “bocca”, che si sarebbe potuta intendere anche della bocca che sta nel corpo, il Signore mostrò con ogni chiarezza ciò che voleva dire. Dal cuore – diceva – escono i pensieri cattivi, gli omicidi, gli adultèri, le disonestà, i furti, le false testimonianze, le bestemmie; e queste sono le cose che macchiano l’uomo 11. Di questi mali, che si possono compiere anche con le membra del corpo, nessuno ce n’è che non sia preceduto dal pensiero cattivo; ed è questo pensiero che macchia l’uomo, anche se sopravvengono ostacoli ad impedire che si eseguano con le membra le opere esterne, delittuose o criminali. Ecco uno che non è riuscito ad uccidere una persona perché la cosa gli si è resa impossibile. La sua mano non ha commesso il delitto, ma può forse dirsi che ne sia immune il suo cuore? Ancora: uno non ce la fa ad appropriarsi, come avrebbe voluto, della roba altrui. Può forse dirsi che egli nella sua volontà non sia un ladro? Ancora: un libertino si mette in testa un adulterio, però si imbatte in una donna casta che lo respinge. Forse che non è già adultero nel suo cuore? O un altro che cerchi d’incontrare una prostituta: se non riesce a trovarne alcuna per la strada, forse che non si è reso già colpevole nella mente? Come quando uno si sia deciso a rovinare il prossimo con la menzogna. Anche se poi non lo fa per mancanza di tempo o di occasione, forse che non ha detto già con la bocca del cuore una falsa testimonianza? Un altro per un certo senso di riguardo verso la gente si trattiene dal proferire bestemmie. Se costui in cuor suo negasse l’esistenza di Dio 12, lo si potrebbe forse scusare da colpa? E così di tante altre malefatte. Esse non si compiono con gesti del corpo, anzi, vengono ignorate dai sensi esterni; eppure rendono colpevole l’uomo nell’intimo [della coscienza]. Egli viene reso impuro mediante il consenso a peccati di pensiero, quel consenso che noi chiamiamo parola colpevole della bocca interiore. Verso questa parola temeva il salmista che il suo cuore deviasse, e pertanto chiedeva al Signore che gli ponesse un uscio, quello della continenza, attorno alle labbra perché il suo cuore fosse tenuto a bada e non deviasse verso parole maligne. Voleva cioè quella continenza che impedisse al suo pensiero di consentire al male. In tal modo il peccato, secondo il precetto dell’Apostolo, non regna nel nostro corpo mortale, e le nostre membra non vengono offerte al peccato come armi per perpetrare azioni inique 13. Ma una tale prescrizione non l’adempiono certo coloro che, sebbene non si lascino andare a colpe esterne per il fatto che non ne hanno la possibilità, tuttavia quando l’occasione si presenta, attraverso l’uso che fanno delle membra, come di armi, mettono bene in mostra chi sia il padrone del loro cuore. Pertanto questi tali, per quanto è in loro, tengono le membra a servizio del peccato, come armi per gesta inique. Essi infatti vogliono il peccato, e, se non lo commettono all’esterno, è solo perché non lo possono.

Continenza interiore e condotta esterna.

2. 5. Non sarà mai possibile che si violi od offenda la continenza in senso stretto, cioè il dominio che per la castità si esercita sugli organi della generazione, finché si conserva nel cuore quella superiore continenza di cui stiamo trattando. Per questo motivo il Signore, detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: Gli omicidi, gli adultèri ecc. 14. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a mo’ d’esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa eseguirsi con atti [esterni] se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dalla bocca del cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo, per mancanza di occasione. Si ha dunque da porre l’uscio della continenza sulla bocca del cuore, da cui promanano tutte le cose che macchiano l’uomo: così, nulla di sconveniente potrà uscirne, ché anzi ne seguirà uno stato di purezza di cui la coscienza non potrà non rallegrarsi, per quanto non si sia ancora raggiunta quella perfezione dove la continenza non ha da lottare col vizio. Attualmente però, finché la carne avanza pretese contrarie a quelle dello spirito – così come lo spirito è contro la carne 15 -, è per noi sufficiente non consentire al male che avvertiamo in noi. Che se invece si presta questo consenso, allora esce dalla bocca del cuore ciò che macula l’uomo. Viceversa, se in virtù della continenza questo consenso non viene prestato, in nessun modo potrà nuocere quel male che è la concupiscenza della carne, contro la quale lotta lo spirito con le sue aspirazioni.

La lotta interiore.

3. 6. Condurre una buona battaglia – come si fa adesso, mentre si resiste alla invadenza della morte – è tutt’altra cosa dall’essere senza avversari: cosa che attendiamo per quando sarà stato annientato l’ultimo nemico che è la morte 16. Peraltro la continenza, mentre tiene a freno e modera gli appetiti sregolati, aspira anche al bene immortale a cui tendiamo, e respinge il male col quale lottiamo nella nostra condizione di esseri mortali. Del bene futuro è amante e ad esso è orientata; del male presente è avversaria e [solo] testimone. Ambisce ciò che nobilita, fugge ciò che degrada. Non si affaticherebbe, la continenza, a frenare le voglie della passione, se in noi non vi fossero tendenze per ciò che non conviene né moti della concupiscenza disordinata contrastanti con la nostra buona volontà. Lo grida l’Apostolo: So che in me, cioè nella mia carne, non risiede il bene; difatti, se mi riesce a volere il bene, quanto al praticarlo non ci riesco 17. Attualmente quindi può praticarsi il bene, nel senso di non consentire alle passioni disordinate; la perfezione del bene però si conseguirà soltanto quando la stessa cattiva concupiscenza verrà eliminata. Per cui lo stesso Dottore delle genti grida: Secondo l’uomo interiore mi compiaccio della legge di Dio; ma scorgo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente 18.

Legge e grazia.

3. 7. Questa lotta interiore l’avverte soltanto chi combatte per l’acquisto della virtù e la repressione dei vizi. Non c’è infatti mezzo per abbattere il male della concupiscenza all’infuori del bene della continenza. Quanto poi agli altri che non avvertono affatto le esigenze della legge di Dio e non collocano fra i nemici le brame della concupiscenza ma con lagrimevole cecità si pongono al loro servizio, costoro si stimano beati quando possono, non dico domarle, ma piuttosto soddisfarle. Altri, invece, ce ne sono che ad opera della legge hanno conosciuto le voglie della carnalità: è infatti dalla legge che viene la conoscenza del peccato; come è detto ancora: Io non avrei conosciuto la concupiscenza se nella legge non ci fosse la proibizione di desiderare [l’illecito] 19. Costoro le hanno conosciute, ma vengono superati dal loro prolungato assedio, perché vivono sotto la legge, che prescrive di fare il bene senza fornire i mezzi per attuarlo, e non sotto la grazia che mediante l’azione dello Spirito Santo dà facoltà di attuare ciò che la legge prescrive. La legge, quando sopraggiunse, fece sì che in loro traboccasse il numero delle trasgressioni 20. La proibizione accrebbe la forza delle passioni e le rese insuperabili; e si giunse così alla prevaricazione, che, se non ci fosse stata la legge, non sarebbe esistita, nonostante l’esistenza del peccato. Difatti, dove non c’è legge, non c’è nemmeno prevaricazione 21. In tal modo, la legge, senza l’aiuto della grazia, col suo proibire il peccato divenne una potenza del peccato; per cui l’Apostolo poté dire: La forza del peccato è la legge 22. Né ci deve sorprendere che l’infermità umana, mentre presume di adempiere la legge confidando nelle sue sole forze, proprio mediante la legge, che di per sé è buona, abbia accresciuto la forza al male. Misconoscendo infatti la giustizia che Dio accorda al debole e pretendendo di istaurare una sua giustizia personale – di cui egli, infermo, è sprovvisto -, viene a sottrarsi alla giustizia di Dio 23, e, nella sua superbia, rimane riprovato. Se però la legge rende l’uomo prevaricatore, lo fa perché, ferito più gravemente, egli desideri il medico, e in tal modo, come un pedagogo, conduce l’uomo alla grazia 24. In contrasto con quell’attrattiva perniciosa per la quale riportava le sue vittorie la concupiscenza, il Signore accorda allora una dolcezza salutare che fa prevalere le attrattive della continenza. In tal modo la nostra terra produce i suoi frutti 25: quei frutti di cui si ciba il soldato di Cristo che, con l’aiuto di Dio, debella il peccato.

Reagire alla concupiscenza.

3. 8. Per tali soldati squillò la tromba apostolica, ed essi, al suono di queste parole, furono infervorati a battaglia. Che il peccato – diceva – non abbia a regnare nel vostro corpo mortale in modo che obbediate ai suoi desideri. Non offrite le vostre membra, come armi d’ingiustizia, al peccato; ma offrite voi stessi a Dio, come viventi, da morti che eravate. E le vostre membra offritele a Dio come armi di giustizia. Il peccato allora non vi dominerà; poiché voi non siete più sotto la legge ma sotto la grazia 26. E altrove: Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, sì da dover vivere secondo la carne. Difatti, se vivrete secondo la carne, morrete; mentre se, in forza dello Spirito, farete morire le opere della carne, vivrete. Tutti coloro infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 27. Attualmente dunque, cioè mentre rinati alla grazia abbiamo a durare nella nostra vita mortale, il nostro compito consiste nell’impedire che il peccato, cioè la concupiscenza peccaminosa (qui appunto chiamata peccato), domini da tiranno nel nostro corpo mortale. La quale tirannia è in noi manifesta quando ci si assoggetta alle sue voglie disordinate. Concludendo: esiste in noi una concupiscenza peccaminosa, a cui non si deve dar modo di regnare; ci sono delle voglie, nate da lei, a cui non si deve dar retta, perché non succeda che, assecondandole, la concupiscenza diventi nostra padrona. Che delle nostre membra non abbia, quindi, a servirsi la concupiscenza, ma le diriga la continenza; e così siano armi di giustizia in mano a Dio e non armi di iniquità al servizio del peccato. In questa maniera il peccato non spadroneggerà in noi. Noi infatti non siamo sotto la legge, che prescrive il bene ma non lo dona, ma siamo in regime di grazia: la quale, facendoci amare ciò che la legge prescrive, può comandarcelo come a dei figli.

Le opere della carne e i frutti dello Spirito.

3. 9. Nelle altre parole ci esorta a vivere non secondo la carne, per non morire, ma piuttosto a mortificare le opere della carne, in modo da ottenere la vita. È una tromba che squilla. Essa addita la guerra che infuria attorno a noi e ci infervora a combattere da forti e a debellare i nostri nemici, perché non succeda che veniamo messi a morte da loro. Quali poi siano questi nemici, lo indica assai chiaramente, ordinandoci ancora di ucciderli. Essi sono le opere della carne. Dice infatti: Mediante lo Spirito uccidete le opere della carne, e conseguirete la vita 28. E se vogliamo sapere quali siano queste opere, ascoltiamo lo stesso Apostolo nella lettera ai Galati: È chiaro quali siano le opere della carne. Sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, le gozzoviglie, ed altre cose simili. Riguardo a tali cose vi avverto, come già vi ho avvertiti, che chi si dedica a tali opere non possederà il regno di Dio 29. Ciò dicendo, mostra ancora come lì sia la guerra, e con tromba celeste e spirituale incita i soldati di Cristo a dare la morte a questi nemici. Poco prima aveva detto: Io però vi dico così: Vivete secondo lo Spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello Spirito, come anche lo Spirito ha desideri contrari a quelli della carne. Essi sono in contrasto tra loro; sicché voi non potete fare ciò che vorreste. Se però siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge 30. Vuole pertanto che quanti sono rinati alla grazia sostengano questo conflitto contro le opere della carne; e per indicare quali siano queste opere della carne, aggiunge la serie sopra riferita: Le opere della carne – è facile scoprirle – sono la fornicazione 31 e tutto il resto, tanto le altre che elenca subito appresso quanto quelle che lascia sottintendere, specialmente nelle parole: e altre cose simili. Volendo poi presentare in detta battaglia un’altra armata, di ordine, per così dire, spirituale, in lotta contro quella specie di esercito carnale, soggiungeva: Frutto dello Spirito sono la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la continenza. Contro virtù di questo genere non c’è legge [che tenga] 32. Non dice “contro queste”, perché non si pensasse che siano esse sole (per quanto anche se avesse detto così, avremmo potuto intendere tutti i valori che rientrano in tali categorie); ma dice: Contro virtù di questo genere, cioè contro queste e contro tutte le altre simili a queste. Nella serie dei beni che ha ricordato, la continenza – di cui ci occupiamo nel presente trattato e di cui già abbiamo detto parecchie cose – viene posta per ultima. È perché vuole che essa resti, fra tutte, la più impressa nella nostra mente. Difatti, nella guerra che lo spirito combatte contro la carne, essa è d’importanza capitale, poiché è essa che, in certo qual modo, affigge alla croce le concupiscenze carnali. Soggiungeva infatti l’Apostolo, dopo le precedenti affermazioni: Quelli che appartengono a Gesù Cristo crocifiggono la loro carne con le sue passioni e concupiscenze 33. Ecco l’azione della continenza: mortificare le opere della carne. Le quali opere carnali, viceversa, sono esse a infliggere la morte a quanti, credendosi dispensati dalla continenza, si lasciano indurre dalla concupiscenza a consentire e a tradurre in atto le opere del male.

Guardarsi dalla presunzione.

4. 10. Per evitare cedimenti in fatto di continenza, dobbiamo stare in guardia contro le insidie e le suggestioni del diavolo, evitando soprattutto di presumere delle nostre forze. Poiché maledetto l’uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 34. E chi è ciascuno se non un uomo? Non si può quindi riporre la propria fiducia in se stessi e dire che non la si pone in un uomo. Orbene, se il vivere in conformità alla propria natura umana è vivere secondo la carne, chiunque venga allettato a seguire le lusinghe della passione, ascolti e, se gli è rimasto un po’ di senso cristiano, si spaventi. Ascolti, ripeto: Se vivrete secondo la carne, morrete 35.

Non camminare secondo la carne.

4. 11. Qualcuno potrebbe obiettarmi che una cosa è vivere secondo l’uomo, e un’altra secondo la carne. L’uomo infatti è una creatura razionale e in lui c’è un’anima razionale per la quale si differenzia dal bruto, mentre la carne è la sua parte inferiore e terrena. Per cui vivere secondo la carne è, sì, vizioso; ma colui che vive secondo l’uomo non vivrebbe secondo la carne, ma piuttosto secondo quella parte della sua umanità per la quale è un uomo, cioè secondo lo spirito e la ragione, che lo fanno superiore ai bruti. Un tal modo d’argomentare vale, forse, qualcosa nell’ambito delle scuole filosofiche; ma noi, per comprendere l’Apostolo di Cristo, dobbiamo investigare quale sia il modo di esprimersi dei nostri libri cristiani. È certamente articolo di fede, per tutti noi che in Cristo abbiamo la vita, che il Verbo di Dio assunse l’umanità non priva dell’anima razionale (come pretendono certi eretici); eppure leggiamo: Il Verbo si fece carne ed abitò tra noi 36, in un passo come questo, cosa bisognerà intendere per carne se non l’uomo? E vedrà ogni carne la salvezza di Dio 37, cosa intendere anche qui se non ogni uomo? Verrà a te ogni carne 38, che cosa significa se non ogni uomo? Hai dato a lui il potere su ogni carne 39 su che cosa se non su tutti gli uomini? Mediante le opere della legge non sarà resa giusta alcuna carne 40, cosa vuol dire se non che nessun uomo verrà giustificato? Idea che lo stesso Apostolo esprime più chiaramente in un altro passo dove dice: Dalle opere della legge l’uomo non viene giustificato 41. Parimenti, quando rimprovera i Corinzi dice loro: Ma non siete voi delle persone carnali e vi comportate da uomini? 42. Li chiama persone carnali, e nel precisare, non ripete: “Voi vi regolate secondo la carne” ma come uomini. Vuol dire che la frase da uomini equivale a secondo la carne. Che se, al contrario, comportarsi o vivere secondo la carne fosse colpa, e vivere secondo l’uomo fosse un pregio, non direbbe in tono di rimprovero: vi comportate da uomini. Si riconosca, quindi, il rimprovero; si muti il proposito; si eviti la rovina. Ascolta, o uomo: non comportarti secondo l’uomo, ma conforme ai voleri di colui che fece l’uomo. Non allontanarti da chi ti ha creato, fosse anche per ripiegarti su di te. Ci fu infatti un uomo, che non viveva a livello di uomo, il quale diceva: Non siamo in grado di pensare alcunché da noi stessi, in base alle nostre risorse, ma ogni nostra riuscita è da Dio 43. Vedi un po’ se vive da uomo [decaduto] colui che, con tanta verità, afferma queste cose. Avvertendo, dunque, l’uomo a non vivere da [semplice] uomo, l’Apostolo restituisce l’uomo a Dio. Che se uno non vive secondo l’uomo, ma secondo Dio, certo non vive più per se stesso, perché anche egli è un uomo. Tuttavia anche di uno che così vive si dice che vive secondo la carne, perché, anche se viene menzionata solo la carne, si intende tutto l’uomo, come abbiamo dimostrato. Proprio come quando si menziona solo l’anima, e si intende tutto l’uomo. Per cui sia scritto: Ogni anima sia soggetta ai poteri più elevati 44, e questo vuol dire: Ogni uomo sia soggetto. E ancora: Settantacinque anime discesero in Egitto insieme a Giacobbe 45: significa settantacinque persone. Non voler, dunque, o uomo, vivere secondo la tua natura. Ciò facendo ti eri rovinato, ma sei stato recuperato. Non vivere – ripeto – secondo quell’essere che sei tu: così facendo ti eri smarrito, ma sei stato ritrovato. Non prendertela contro la tua umanità, quando senti le parole: Se vivrete secondo la carne, morrete 46. Avrebbe potuto dire, e dirlo con la massima esattezza: Se condurrete una vita secondo la vostra natura di uomini, morrete. Il diavolo infatti non ha carne, eppure, avendo voluto vivere secondo la sua natura, non rimase nella verità 47. Che sorpresa, allora, se egli vivendo in conformità della sua natura, quando suggerisce menzogne, parla di quello che ha di proprio 48? È una verità asserita nei suoi riguardi da colui che è la Verità.

Diffidenza di sé.

5. 12. Ascolta le parole: Il peccato non domini in voi 49, e non fidarti di te stesso. Così il peccato non verrà a dominarti. Fidati piuttosto di colui al quale un santo rivolgeva la preghiera: Indirizza il mio camminare in conformità alle tue parole; e non venga a soggiogarmi alcuna iniquità 50. Difatti, per evitare che, inorgogliti dalle parole: Il peccato non vi tiranneggi, attribuissimo a noi stessi questo risultato, l’Apostolo, proprio in vista di ciò, soggiunse: Voi non siete sotto la legge ma sotto la grazia 51. È dunque la grazia che impedisce al peccato di dominare su di te. Non poggiare la tua fiducia su te stesso, perché non si consolidi maggiormente su di te il dominio del peccato. Ugualmente, quando sentiamo dirci: Se mediante lo Spirito mortificherete le opere carnali, avrete la vita 52, non dobbiamo attribuire un bene così grande alle forze del nostro spirito, quasi che esso, da solo, abbia tali risorse. Non accettiamo questo senso carnale, che ci darebbe uno spirito morto esso stesso e non in grado di dare la morte alla carne. Ce lo dice subito appresso: Quanti sono mossi dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio 53. È, dunque, lo Spirito di Dio quello che ci muove a mortificare col nostro spirito le opere della carne. Egli dà la continenza, mediante la quale riusciamo a frenare, a domare e a vincere la concupiscenza.

Le ferite del peccato.

5. 13. È una grande lotta quella in cui vive l’uomo rinato alla grazia, e, quando con l’aiuto divino riesce a combattere bene, esperimenta nel Signore una trepida esultanza. Tuttavia, anche ai combattenti più gagliardi e a quanti con animo indomito mortificano le opere della carne, non mancano ferite, loro inferte dal peccato. Sono le ferite per la cui guarigione ogni giorno supplichiamo con verità: Rimetti a noi i nostri debiti 54. Contro questi vizi e contro il diavolo, principe e sovrano dei vizi, si ha da ingaggiare, mediante l’orazione, una lotta molto accorta e accanita, affinché certe sue perniciose suggestioni non abbiano a spuntarla. Dico delle tentazioni che, oltre tutto, inclinano il peccatore a scusare, non ad accusare, le proprie colpe: per cui le ferite non solo non guariscono ma, anche se prima non erano mortali, divengono più gravi e danno la morte. È questo un campo in cui occorre una continenza veramente rigorosa. Essa deve essere in grado di frenare la smania boriosa per la quale l’uomo vuol piacere a se stesso e non riconoscersi colpevole, e, anche se è in peccato, rifiuta di ammettere che è stato lui a peccare. Non si decide ad accusare se stesso con quell’umiltà che lo salverebbe; ma mosso dall’orgoglio cerca piuttosto di scusarsi, e così va in rovina. Per arginare quest’orgoglio, chiedeva quel tale al Signore il dono della continenza: quel tale di cui sopra ho riferito le parole, commentandole come ho potuto. Aveva infatti esclamato: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – la continenza – sulle mie labbra. Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne; ma, per farci meglio comprendere a che cosa si riferiva, soggiunse: che non avanzi scuse di fronte ai peccati 55. Cosa, infatti, può esserci di più perverso delle parole con le quali il colpevole, convinto dell’azione cattiva che non può negare, rifiuta di riconoscersi colpevole? E, siccome non può nascondere il fatto né può chiamarlo azione onesta, e d’altra parte si rende conto che a tutti è noto chi ne sia l’autore, si ingegna di riversare su un altro la responsabilità dell’accaduto: quasi che, ciò facendo, possa evitarne la responsabilità. Col non riconoscersi reo, aumenta piuttosto la sua colpa; e non comprende che, scusando i propri peccati, invece di accusarli, non si scrolla di dosso la pena ma ne ostacola il perdono. Presso i giudici umani, soggetti come sono a sbagliare, se uno anche con menzogne riesce a scolparsi del male commesso, può conseguirne un qualche momentaneo vantaggio. Ma Dio non può essere tratto in inganno, e quindi non è il caso di ricorrere a false difese ma piuttosto alla sincera confessione dei peccati.

Cause esterne di peccato e responsabilità personale.

5. 14. C’è della gente che, per scusarsi dei peccati, se la prendono col destino, quasi che sia stato lui a spingerli al male, o con le stelle, dove il male sarebbe stato determinato. Il primo a peccare sarebbe stato, quindi, il cielo, perché ha stabilito un ordine per il quale, in un secondo momento, l’uomo pecca traducendo in atto quei decreti. Altri preferiscono ascrivere alla sorte i loro peccati: credono che ogni cosa sia mossa dal cieco fato, ma, quanto alla loro scienza e alle loro asserzioni, lì sono duri a sostenere che non è questione di caso o di sorte ma di motivi controllati. Ma quale balordaggine non è mai quella di attribuire alla ragione le proprie argomentazioni, e voler attribuire le proprie azioni ai capricci della sorte? Altri riversano sul diavolo la responsabilità di tutto ciò che fanno di male, né vogliono ammettere che, insieme con lui, anche loro hanno almeno una parte di colpa. Invece, anche quando si può sospettare che lui abbia spinto al male con suggestioni occulte, non si può mettere in dubbio che il consenso a tali suggestioni, da qualunque parte provenienti, sono stati loro a darlo. Ce ne sono anche di quelli che, pur di scusarsi, giungono ad accusare Dio. Miseri, in riferimento al giudizio divino che li attende; blasfemi, in riferimento al furore che li anima. In opposizione a lui, essi suppongono nell’uomo una sostanza del male, originata da un principio contrario e in continuo stato di ribellione. A questo principio ribelle, Dio non avrebbe potuto resistere, se non gli avesse abbandonato una porzione della sua propria sostanza e natura, affinché, mescolandosi con esso, venisse contaminata e corrotta. Il peccato – dicono essi – avviene quando in essi la natura del male prende il sopravvento sulla natura di Dio. È, questa, la turpissima follia dei manichei, i cui artifizi diabolici vengono molto facilmente infranti dalla verità, da tutti ammessa, che ritiene essere la natura di Dio esente da ogni contaminazione e corruzione. Ma quale scellerata contaminazione e corruzione non si ha diritto di supporre in questa gente, che si immagina corruttibile e soggetto a contaminazione Dio stesso che è l’essere sommamente e incomparabilmente buono?

Dio abomina il peccato, anche se lo permette.

6. 15. Ci sono di quelli che, volendo scusare i loro peccati, ne accusano Dio, dicendo persino che egli trova gusto nel peccato. Se gli dispiacesse – dicono -, onnipotente com’è, non permetterebbe in alcun modo il peccato. Quasi che Dio lasci impunite le colpe. E questo, in quegli stessi che, avendoli perdonati, libera dal castigo eterno. Non c’è infatti alcuno cui venga condonata una pena grave che gli era dovuta, e che non abbia a scontare un’altra pena, per quanto assai più leggera di quella che s’era meritata. E se Dio dispensa con larghezza la sua misericordia, lo fa a patto che non vengano trascurate le esigenze della sua giustizia. Anche il peccato che sembra rimanere impunito è accompagnato, come da un’ancella, dalla pena: di modo che tutti ci si debba dispiacere amaramente delle colpe commesse o, se non ci si dispiace, è questione di cecità. E allora, se tu mi dici: “Perché permette certe cose, se gli dispiacciono?”, io ti replico: “Come fa a punirle, se gli piacciono?”. Ne segue che, come io ammetto che nessun peccato accadrebbe se Dio nella sua onnipotenza non lo permettesse, così anche tu devi ammettere che i peccati non si debbono fare, se Dio nella sua giustizia li punisce. Evitando di fare ciò che egli punisce, potremo meritarci di conoscere perché egli permetta ciò che poi punisce. Il cibo solido è – dice la Scrittura – degli uomini perfetti 56. E coloro che hanno fatto progressi in questa via, già comprendono come rientri nello stile dell’onnipotenza divina il permettere che ci siano dei mali, derivanti dal libero arbitrio della volontà. È infatti così grande la sua onnipotenza e bontà che può trarre il bene anche dal male : o perdonandolo, o guarendolo, ovvero ordinandolo e volgendolo in bene per le persone fedeli, o anche castigandolo con somma giustizia. Tutti questi interventi sono buoni e degnissimi di un Dio buono e onnipotente; eppure non ci sarebbero se non ci fosse il male. Cosa dunque c’è di più buono, cosa di più onnipotente di colui che, mentre non compie alcun male, ricava il bene anche dal male? Coloro che hanno commesso il male gridano a lui: Rimetti a noi i nostri debiti 57. Egli li ascolta e li perdona. Peccando, s’erano fatti del male; Dio li soccorre e porta rimedio al loro male. I nemici infieriscono sugli amici di Dio. Dio, attraverso la loro crudeltà, forma i martiri. Alla fine poi condanna quelli che giudica degni di castigo: essi gemono nel proprio male, Dio tuttavia fa una cosa buona. Ogni cosa giusta è, infatti, anche buona; e certamente, com’è ingiustizia il peccato, così è cosa giusta la punizione del peccato.

L’uomo attende l’impeccabilità.

6. 16. Non mancava a Dio il potere di creare l’uomo con la prerogativa di non poter peccare, ma egli preferì crearlo tale che, se avesse voluto, gli fosse permesso di peccare e, se non avesse voluto, fosse potuto restare senza peccato. Gli proibì pertanto il peccato e gli prescrisse di non peccare, affinché conseguisse, in un primo tempo, il merito di non aver peccato, e poi, come giusto premio, gli fosse accordato di non poter peccare. Egli infatti alla fine renderà i suoi santi tali che non possano assolutamente peccare, come sono adesso gli angeli di Dio. E noi, questi angeli, li amiamo nel Signore, e siamo certi che nessuno di loro col peccato diventerà diavolo. Quanto agli uomini, invece, per quanto giusti, noi di nessuno presumiamo una tal cosa finché resta in questa vita mortale, ma ce l’attendiamo tutti per la vita immortale. Dio onnipotente, che sa ricavare il bene anche mediante i nostri mali, quali beni non saprà darci, quando ci avrà liberati da tutti i mali? Si potrebbero sviluppare trattazioni più ampie e più sottili sul valore e le finalità del male; ma non è questo il tema del presente opuscolo; e poi bisogna stare attenti che non divenga troppo prolisso.

Continenza e giustizia.

7. 17. Ritorniamo al tema che ci ha spinti alla presente digressione. Noi abbiamo bisogno della continenza e riconosciamo che essa è un dono di Dio, mediante il quale il nostro cuore non si lascia andare a parole maliziose volendo scusare i peccati. Della continenza abbiamo bisogno per trattenerci da ogni sorta di peccati e non commetterli. Per suo mezzo ugualmente, qualora il peccato sia stato commesso, ci asteniamo dal difenderlo con micidiale superbia. In ogni maniera, dunque, è necessaria la continenza se vogliamo evitare il male. Fare il bene, invece, sembra esser compito di un’altra virtù, la giustizia, come ci inculca il santo salmo dove leggiamo: Allontànati dal male e fa’ il bene. E soggiunge anche il fine per cui lo dobbiamo fare: Ricerca la pace e mettiti sulle sue orme 58. Ma la pace perfetta la conquisteremo solo quando la nostra natura sarà unita inseparabilmente al suo Creatore e in noi non ci sarà niente che si ribelli contro di noi. È – per quanto mi è dato capire – quanto volle inculcare il nostro Salvatore allorché disse: I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese 59. Cosa vuol dire cingere i fianchi? Tenere a freno le passioni sregolate: e questo è compito della continenza. Avere le lampade accese vuol dire invece splendere ed essere fervorosi nelle opere buone: e questo è compito della giustizia. Né volle passare sotto silenzio il fine per cui dobbiamo agire così, ma soggiunse: Siate simili a quelle persone che stanno in attesa del padrone, finché non ritorni dalle nozze 60. Quando egli verrà, ci ricompenserà per esserci frenati in quello che la passione suggeriva e per aver compiuto quel che la carità ordinava. Regneremo allora nella sua pace perfetta ed eterna, né avremo più da lottare col male ma godremo sommamente nella gioia del bene.

Buona la natura, per quanto inferma.

7. 18. Noi crediamo in Dio vivo e vero, la cui natura è sommamente buona e immutabile, incapace di fare il male e di riceverne. Da lui deriva ogni bene, anche quello che è soggetto a diminuzioni, mentre in quel bene che è la sua stessa essenza diminuzioni non possono esserci. Convinti di questo, ascoltiamo rettamente le parole dell’Apostolo: Regolatevi secondo lo spirito e non vogliate soddisfare i desideri della carne. La carne infatti ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito desideri opposti a quelli della carne. Essi sono in contrasto fra loro, di modo che voi non non potete fare quello che vorreste 61. Non crediamo assolutamente a quello che sostengono pazzescamente i manichei, che cioè in questo passo si presentino due nature, una del bene e l’altra del male, in lotta fra loro per via dei loro principi opposti. Sono – queste due realtà – assolutamente buone, l’una e l’altra: buono lo spirito, buona la carne. E buono è anche l’uomo, che risulta delle due sostanze, l’una che comanda, l’altra che sta soggetta, anche se egli è mutevole nella sua bontà. Autore del tutto, poi, non potrebbe essere se non quell’Uno che è immutabile nella bontà. È lui che ha creato buona ogni cosa tanto se piccola come se grande. Se essa è piccola, chi l’ha tratta all’esistenza è grande. Se è grande, non è certo da paragonarsi in alcun modo con la grandezza del Creatore. Tuttavia in questa natura dell’uomo, sebbene buona e creata rettamente e convenientemente strutturata da quell’Uno che è buono, attualmente esiste una guerra, poiché non ha ancora conseguito la salute. Guarita l’infermità, ci sarà la pace; e mi riferisco all’infermità causata dalla colpa, non affermo che essa sia congenita nella natura. Questa colpa è stata, sì, rimessa ai fedeli quando per grazia di Dio sono stati lavati a rigenerazione; ma, sebbene in mano al medico, la natura ha ancora da combattere con le proprie malattie. In tale combattimento la salute verrà con la vittoria completa: non una salute temporanea ma eterna. Là avrà fine il presente languore, né alcun altro ne sorgerà. Da ciò si spiega l’apostrofe che il giusto rivolge alla sua anima: Benedici, anima mia, il Signore, e non scordarti dei tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità 62. È propizio alle iniquità, quando rimette i peccati; sana le malattie, quando raffrena i cattivi desideri. È propizio alle iniquità, quando accorda il perdono; risana le malattie, quando concede la continenza. Il primo dono ci venne accordato nel battesimo, quando confessammo il suo Nome; l’altro ci si concede mentre combattiamo nell’arena, quando, sorretti dal suo aiuto, ci impegniamo a vincere la nostra malattia. Ogni giorno, anzi, ci si concedono i due doni: il primo quando viene esaudita l’invocazione: Rimetti a noi i nostri debiti; il secondo quando Dio ascolta le altre parole: Non ci esporre alla tentazione 63. Difatti, ognuno è tentato – secondo quel che dice l’apostolo san Giacomo – perché fuorviato e sedotto dalla sua concupiscenza 64: vizio per il quale si implora l’aiuto e la medicina da colui che è in grado di guarire tutti i languori spirituali. Egli non strappa da noi la nostra natura, quasi che sia estranea a noi, ma la rimette in ordine. Ragion per cui il citato apostolo non dice: Ognuno è tentato dalla concupiscenza, ma precisa: dalla sua. E allora, ascoltando queste parole, impariamo a supplicare: Io esclamo: Signore, abbi pietà di me; risana l’anima mia, perché ho peccato contro di te 65. Non avrebbe infatti – l’anima – avuto bisogno d’essere guarita, se peccando non si fosse viziata. E il vizio sta in questo: che la carnalità avanza desideri contrastanti con quelli dello spirito. Cioè: l’anima, per la parte che è diventata inferma e asservita alla carnalità, sta in guerra con se stessa.

Amare la carne combattendone i vizi.

8. 19. La carne non avanza desideri se non attraverso l’anima; e se si dice della carne che è in contrasto con lo spirito, lo si dice in quanto l’anima, dietro la spinta della concupiscenza carnale, si ribella allo spirito. Tutto questo siamo noi; e di noi la parte inferiore è la carne, quella carne che muore quando l’anima se ne separa: non nel senso che la abbandona come cosa da fuggirsi, ma solamente la lascia da parte per un certo tempo per poi riassumerla e, una volta ripresala, non abbandonarla mai più. Si semina un corpo animale; risorgerà un corpo spirituale 66. Allora la carne non nutrirà voglie contrarie a quelle dello spirito, ma meriterà anche lei il nome di sostanza spirituale. Sarà sottomessa allo spirito senza ribellarglisi, e sarà dotata d’una vita eterna, esente da ogni bisogno di alimento materiale. Attualmente, però, questi due elementi, che poi siamo noi stessi, sono in contrasto fra loro; e bisogna pregare e lavorare perché si mettano d’accordo. Non dobbiamo pensare che uno dei due sia nostro nemico, ma, se la carne avanza desideri contro lo spirito, dipende dal vizio. Quando questo vizio sarà guarito, cesserà anche di esistere, e le due sostanze saranno salve e ogni contrasto verrà abolito. Prestiamo ascolto all’Apostolo: So – dice – che non abita in me, cioè nella mia carne, il bene 67. Questo, senza dubbio, perché la viziosità della carne, anche se subiettata in una realtà buona, non è un bene. Quando poi cesserà il vizio, resterà ugualmente la carne, ma non sarà più né viziata né viziosa. Essa comunque fa sempre parte della nostra natura: come dice san Paolo: So che non abita in me il bene, aggiungendo, a scopo di precisazione: In me, vale a dire: Nella mia carne. Se stesso e carne sua significano la stessa cosa. In se stessa, dunque, la carne non è nostra nemica; e quando opponiamo resistenza ai suoi vizi, dimostriamo amore per lei, poiché la vogliamo curare. Nessuno, infatti – dice ancora l’Apostolo –, ha mai avuto in odio la sua propria carne 68. Come in un altro passo dice ancora: Pertanto io stesso con la mente servo alla legge di Dio, ma con la carne alla legge del peccato 69. Lo ascoltino quanti hanno orecchi: io stesso. Io per la mente, io per la carne. Solo che nella mente servo alla legge di Dio, mentre nella carne servo alla legge del peccato. In che modo, con la carne servo alla legge del peccato? Forse consentendo alla concupiscenza carnale? Certo no. Si dice servo, in quanto nella carne ha da sostenere certi moti e appetiti che non avrebbe voluto avere, eppure aveva. Negando ad essi il consenso, serviva con la mente alla legge di Dio, e teneva in suo dominio le membra perché non divenissero armi di peccato.

La lotta avrà fine.

8. 20. Ci sono dunque in noi dei desideri cattivi, ai quali, se non consentiamo, non viviamo malamente. Ci sono delle voglie peccaminose, alle quali, finché non diamo retta, non commettiamo il male; ma pure, per il solo fatto d’averle non raggiungiamo la perfezione del bene. L’Apostolo precisa le due cose: che non si è perfetti nel bene finché esistono in noi desideri di male; che non si commette il male finché si resiste a tali desideri. La prima cosa, la sottolinea là dove dice: Mi riesce di volere il bene, ma non di realizzarlo in pieno 70; la seconda, in quell’altro passo: Camminate secondo lo spirito, e non traducete in atto le voglie della carne 71. Non dice, in quel primo passo, che non gli riesce di fare il bene ma di realizzarlo in pieno. Né in quell’altro proibisce di avere le passioni carnali, ma di attuarle con opere. Le passioni cattive agiscono in noi tutte le volte che esperimentiamo un piacere per cose illecite, ma non si traducono in atto se la mente, al servizio della legge di Dio, riesce a frenare questi appetiti disordinati. E così anche il bene: lo si compie, in qualche modo, tutte le volte che, docili all’attrattiva del bene, neghiamo il consenso al piacere sregolato. La perfezione del bene, tuttavia, non la si raggiunge finché la carne rimane al servizio del peccato, si lascia lusingare dal piacere disordinato, e, sebbene tenuta a freno, tuttavia si muove verso l’illecito. Non ci sarebbe infatti bisogno di frenarla se non si muovesse. Verrà una buona volta questa perfezione del bene, e allora sarà abolito ogni male. Quello sarà sommo; questo totalmente scomparso. Ma queste cose, se ce le aspettiamo per la vita presente e mortale, ci inganniamo: saranno per quando non ci sarà più la morte e, quanto al luogo, saranno là dove la vita sarà eterna. Difatti in quell’eternità e in quel regno il bene sarà assoluto e il male non esisterà in alcun modo. E sarà, allora, sommo l’amore per la sapienza, e non ci sarà più il dovere penoso della continenza. Non è dunque cattiva la nostra carne; basta che sia sottratta al potere del male, cioè ai vizi che hanno deteriorato l’uomo: il quale non fu creato malamente ma si causò il proprio male. Per l’un elemento e per l’altro, cioè quanto all’anima e quanto al corpo, l’uomo fu creato buono e da un Dio buono; fu lui stesso a rendersi cattivo commettendo il male. E sebbene mediante il perdono sia stato già liberato dal reato della colpa originale, gli resta tuttavia da lottare mediante la continenza contro i suoi vizi, perché si convinca che non fu colpa leggera quella che commise. Quanto poi a coloro che regnano nella pace che ha da venire, impossibile pensare che abbiano a lottare coi vizi. Non potrebbe essere altrimenti, poiché, nella guerra che quaggiù si combatte dai proficienti, ogni giorno si riducono non solo i peccati ma anche le passioni sregolate. E la lotta sta proprio nel negare loro il consenso, mentre si commette peccato quando loro si consente……………

Ambito della continenza.

13. 28. Della continenza dice la Scrittura che è dono della Sapienza conoscere da chi proviene 110. Orbene, non sia mai detto che questo dono celeste lo posseggano quei tali che si contengono perché schiavi dell’errore, o coloro che riescono a domare qualcuna delle loro vogliuzze al fine di soddisfare poi le altre più grandi, di cui sono schiavi. La continenza vera, quella che viene dall’alto, non vuole che nuovi mali si sostituiscano ai mali precedenti, ma, mediante il bene, vuol guarire ogni sorta di mali. Eccone in brevi parole tutto il campo d’azione. La continenza ha il compito di vigilare perché siano dominate e risanate tutte, senza eccezione, quelle voglie di godere che, nate dalla concupiscenza, si oppongono alle gioie della sapienza. Ne restringono, pertanto, troppo l’ambito quei tali che sentenziano essere suo ufficio frenare soltanto i piaceri carnali. Un po’ meglio, certo, coloro che, senza aggiungere la delimitazione corpo, dicono che la sfera d’azione della continenza si estende, generalmente, a moderare ogni sorta di desideri o cupidigie sregolate. Tale cupidigia, la si ritiene vizio, e vizio non solo del corpo ma anche dell’anima. Se infatti la passione carnale agisce nelle fornicazioni e nelle ubriachezze, nessuna soddisfazione si procura al corpo con le inimicizie, le contese, le gelosie, le stizze: le quali si esercitano con l’anima e ne sono moti o passioni 111. Eppure l’Apostolo chiama opere della carne tutte queste passioni, tanto quelle che rientrano nell’ambito dello spirituale quanto quelle che propriamente sono della carne. Ciò dipende dal fatto che egli chiama carne l’uomo in quanto tale; e opere dell’uomo sono tutte quelle che non sono opere di Dio. Difatti l’uomo che le compie, e proprio perché le compie, vive secondo il suo proprio naturale e non secondo Dio. Mentre ci sono altre opere che, sebbene dell’uomo, tuttavia sono da chiamarsi opere di Dio. È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi e il volere e il realizzare le opere, secondo la buona volontà 112. E ancora: Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 113.

La continenza nel rinato in Cristo.

13. 29. Lo spirito dell’uomo, dunque, se aderisce allo Spirito di Dio, nutre dei desideri contrari alla carne, cioè in ultima analisi, contrari a se stesso. Questo però torna a suo vantaggio, nel senso che si tratta di moti umani non conformi alla legge di Dio: moti che, nati dall’infermità contratta col peccato, seguitano tuttora ad insorgere tanto nel corpo quanto nell’anima. Essi vengono rintuzzati dalla continenza, per il conseguimento della salute. In tal modo, l’uomo, non vivendo più da uomo decaduto, potrà dire: Veramente non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me 114. Dove infatti non c’è più il mio io, là ci sono io in una forma più sublime e fortunata. In tale situazione, quando si solleva un qualche moto naturale e riprovevole, siccome la persona, che con la mente è al servizio dello Spirito di Dio, non gli consente, può anche affermare che non è lei a compiere quel male 115. A tal sorta di persone vengono dette quelle parole che dobbiamo essere in grado d’intendere anche noi, in quanto anche noi siamo loro colleghi e compartecipi: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, dov’è il Cristo, assiso alla destra di Dio; pensate alle cose dell’alto, e non a quelle che sono sulla terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando comparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria 116. Cerchiamo di capire a chi siano indirizzate queste parole, anzi, ascoltiamolo con maggiore attenzione, poiché nulla è più chiaro e manifesto di questo. Egli si rivolge a coloro che sono risuscitati con Cristo: risuscitati spiritualmente, non ancora col corpo. Li dice morti, ma da questa morte usciti ancora più vivi; difatti afferma che la loro vita è nascosta con Cristo in Dio. Sono di tali morti le parole: Veramente non vivo più io; è Cristo che vive in me 117. Eppure a questa gente, la cui vita è nascosta con Cristo in Dio, rivolge il monito e l’esortazione di mortificare le loro membra finché sono sulla terra. Così infatti prosegue: Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra 118. E affinché nessuno, magari perché tardo d’ingegno, pensasse che la loro mortificazione dovesse esercitarsi sulle membra visibili del corpo, subito precisando il senso delle sue parole, soggiunge: La fornicazione, l’impurità, la passione, il desiderio cattivo, l’avarizia, che è una specie d’idolatria 119. Ma allora, bisognerà forse credere che queste persone, che erano già morte e la cui vita era nascosta con Cristo in Dio, fossero ancora dedite alla fornicazione, o che menassero una vita scostumata, si dessero ad opere malvagie, al servizio delle voglie della concupiscenza o dell’avarizia, sì da esserne sconvolte? Nessuno, per quanto insipiente, potrebbe pensare una tal cosa nei loro riguardi. Se pertanto l’Apostolo vuole che pratichino la mortificazione, esercitando la virtù della continenza, lo dice per certi moti che ancora sussistono in noi e ci disturbano con i loro richiami al di là del consenso della nostra mente e senza esplicarsi in opere esterne attraverso le membra del corpo. Questi moti vengono mortificati dalla continenza tutte le volte che ad essi si rifiuta il consenso della mente e non si somministrano le armi, cioè le membra del corpo. E poi, c’è qualcosa di più importante, che occorre sottoporre a una vigilanza e continenza ancora più rigorose. È il nostro stesso pensiero, che, sebbene in certo qual modo sfiorato dal richiamo e, per così dire, dal bisbiglio di questi moti, deve resistere alle loro lusinghe e restarne immune, sì da potersi volgere meglio alle cose del cielo e gustarne la soavità. Di questi moti si occupa l’Apostolo nei suoi scritti, inculcando che non ci si soffermi in essi ma piuttosto che li si fugga. La qual cosa ci sarà consentita se ne ascolteremo con impegno le parole e, con l’aiuto di colui che per mezzo del suo Apostolo ci dà il precetto, le metteremo in pratica. Cercate – dice – le cose dell’alto, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose dell’alto, non a quelle della terra 120.

Le opere della continenza postulate dalla fede.

14. 30. Dopo aver elencato i mali di cui sopra, Paolo soggiunge: Fu per queste [aberrazioni] che venne l’ira di Dio sui figli dell’incredulità 121. È un salutare spavento che vuole incutere, perché, divenuti credenti, non pensassero che per la sola loro fede potessero salvarsi se avessero seguitato a vivere nei vizi di prima. Contro una tale interpretazione protesta l’apostolo Giacomo quando, con parole quanto mai chiare, afferma: Uno dice d’avere la fede. Se costui non ha le opere, potrà forse la fede portarlo a salvezza? 122. Ma anche il Dottore delle genti osservava che a causa di quei disordini era scesa l’ira di Dio sui figli infedeli; e, affermando che anche voi un tempo vi camminavate e conducevate una vita immersa negli stessi vizi 123, lascia sufficientemente intendere che adesso non ci vivevano più. Erano infatti morti ai vizi e la loro vita di adesso era nascosta con Cristo in Dio. Non vivevano più, dunque, nei vizi; eppure dà loro il comando di mortificarli. È segno che mentre essi, le persone, non vivevano nel vizio, i moti viziosi erano ancora in vita, come ho precisato or ora. Si menzionano le membra, ma in realtà si trattava dei vizi che albergano nelle membra, in forza di quella figura retorica che nomina il contenente per il contenuto. Come quando, ad esempio, si dice: “Ne parla tutta la piazza”, che vuol dire: “Ne parla tutta la gente che è in piazza”. E nel salmo, per la stessa locuzione figurata, si canta: Ti adori tutta la terra 124. Vale a dire: Tutti gli uomini che sono sulla terra.

Anche i santi obbligati alla continenza.

14. 31. Continua l’Apostolo: Spogliatevi dunque anche voi di tutte le cose 125, ed elenca una lunga serie di vizi. Perché non si contenta di dire: Spogliatevi di tutte le cose, ma vi aggiunge la congiunzione anche voi? Lo fa senza dubbio perché non pensassero che loro si potevano abbandonare a questi disordini e ci potevano vivere impunemente per il fatto che la fede li aveva sottratti all’ira divina, che invece si effondeva sugli increduli, dediti appunto a tali opere e, privi della fede, viventi nel vizio. Dice: Sbarazzatevi anche voi di quei mali, per causa dei quali scese l’ira di Dio sui figli dell’incredulità, né ripromettetevi l’impunità per il merito della fede. Parlando a gente che da tali vizi s’era liberata e non consentiva più ad essi né prestava loro le proprie membra come strumenti di peccato, non avrebbe detto: Sbarazzatevi, se la vita dei santi quaggiù – finché dura la nostra condizione di esseri mortali – non si trovasse davvero in tale situazione né avesse ad occuparsi di tale lavoro. Purtroppo però, finché lo spirito ha delle brame contrarie a quelle della carne, c’è proprio questo problema in cui ci si dibatte con grande tensione spirituale: resistere mediante l’attrattiva della santità, l’amore per la castità, la vigoria dello spirito e l’armonia interiore prodotta dalla continenza, ai piaceri sregolati, alle passioni disoneste, ai movimenti carnali e indecorosi. In questo modo si liberano definitivamente dalle tendenze cattive coloro che sono già morti ad esse e che, negando loro il consenso, non vivono più immersi in esse. Vengono eliminate – dico – se mediante una mai interrotta continenza le si reprime perché non rinascano. Che se uno, invece, sicuro di sé, volesse interrompere questo lavoro di repressione, subito gli balzerebbero sulla roccaforte della mente, e ne la spodesterebbero e la ridurrebbero in schiavitù, prigioniera in una condizione disonorevole e quanto mai brutta. Regnerebbe allora, nel corpo mortale dell’uomo, il peccato, e lo costringerebbe ad obbedire ai suoi desideri; ed egli, l’uomo, presterebbe le sue membra al peccato come armi di iniquità 126. E il punto d’arrivo, di questo tale, sarebbe peggiore che non quello di partenza 127. È infatti molto più tollerabile non aver mai intrapreso una lotta anziché averla intrapresa e abbandonarla, rassegnandosi a diventare prigioniero, da combattente valoroso e vittorioso che si era. Ragion per cui il Signore non dice: “Sarà salvo chi avrà cominciato”, ma: Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo 128.

Per concludere.

14. 32. Sia dunque che lottiamo con ardore per non essere sopraffatti, sia che vinciamo, come talora capita, con quella facilità che non avremmo osato né sperare né immaginarci, diamo gloria a colui che ci fa dono della continenza. Ricordiamoci di quel tal giusto che nella prosperità diceva: Io non sarò mai smosso dalla mia strada 129; e invece gli fu fatto constatare quanto fossero avventate le sue parole, mentre attribuiva alle sue proprie forze quello che gli veniva accordato dall’alto. Lo apprendiamo dalla confessione che ci fa lui stesso, quando, subito appresso, soggiunge: O Signore, nel tuo beneplacito mi avevi conferito la virtù e l’onorabilità. Quando invece mi voltasti la faccia, caddi nel turbamento 130. Il Signore nella sua Provvidenza lo abbandonò temporaneamente, e ciò fu una medicina, affinché egli stesso, nella sua micidiale superbia, non abbandonasse il Rettore. È certo, quindi che tutto in noi accade per la nostra salute, sia che combattiamo contro i nostri vizi al fine di domarli e ridurli – compito della vita presente -, sia che non abbiamo più nemici né mali da cui essere contagiati – cosa che ci sarà riservata alla fine dei tempi nel mondo avvenire -. Scopo ultimo di tutto questo è che chi si gloria, si glori nel Signore 131.

(Sant’Agostino)

FONTE: http://www.augustinus.it/italiano/continenza/index2.htm

1 – Sap 8, 21.

2 – Mt 19, 11.

3 – 1 Cor 7, 7.

4 – Sal 140, 3.

5 – Sal 140, 3-4.

6 – Sir 37, 16 (sec. LXX).

7 – Mt 23, 26.

8 – Mt 15, 11.

9 – Mt 15, 16-17.

10 – Mt 15, 18.

11 – Mt 15, 19-20.

12 – Sal 13, 1.

13 – Rm 6, 12-13.

14 – Mt 15, 19.

15 – Gal 5, 17.

16 – 1 Cor 15, 55. 26.

17 – Rm 7, 18.

18 – Rm 7, 22-23.

19 – Rm 3, 20; 7, 7.

20 – Rm 5, 20.

21 – Rm 4, 15.

22 – 1 Cor 15, 56.

23 – Rm 10, 3.

24 – Cf. Gal 3, 24.

25 – Sal 66, 7; 84, 13.

26 – Rm 6, 12-14.

27 – Rm 8, 12-14.

28 – Rm 8, 13.

29 – Gal 5, 19-21.

30 – Gal 5, 16-18.

31 – Gal 5, 19.

32 – Gal 5, 22-23.

33 – Gal 5, 24.

34 – Ger 17, 5.

35 – Rm 8, 13.

36 – Gv 1, 14.

37 – Lc 3, 6.

38 – Sal 64, 3.

39 – Gv 17, 2.

40 – Rm 3, 20.

41 – Gal 2, 16.

42 – 1 Cor 3, 3.

43 – 2 Cor 3, 5.

44 – Rm 13, 1.

45 – Gn 46, 27.

46 – Rm 8, 13.

47 – Gv 8, 44.

48Ibidem.

49 – Rm 6, 14.

50 – Sal 118, 133.

51 – Rm 6, 14.

52 – Rm 8, 13.

53 – Rm 8, 14.

54 – Mt 6, 12.

55 – Sal 140, 3-4.

56 – Eb 5, 14.

57 – Mt 6, 12.

58 – Sal 33, 15.

59 – Lc 12, 35.

60 – Lc 12, 36.

61 – Gal 5, 16-17.

62 – Sal 102, 2-3.

63 – Mt 6, 12-13

64 – Gc 1, 14.

65 – Sal 40, 5.

66 – 1 Cor 15, 44.

67 – Rm 7, 18.

68 – Ef 5, 29.

69 – Rm 7, 25.

70 – Rm 7, 18.

71 – Gal 5, 16.

72 – Sap 9, 15.

73 – Rm 8, 10.

74 – Ef 5, 29.

75 – Ef 5, 25-28.

76 – Ef 5, 29.

77 – Gal 5, 17.

78 – Rm 7, 18.

79 – Ef 5, 29.

80 – Rm 7, 23.

81 – Ef 5, 25. 28.

82 – Ef 5, 22-23.

83 – Ef 5, 25.

84 – Ef 5, 24.

85 – Ef 5, 25.

86 – Ef 5, 28.

87 – 2 Tm 2, 8.

88 – Lc 24, 39.

89Ibidem.

90 – 1 Cor 6, 15.

91 – 1 Cor 11, 12.

92 – 1 Cor 12, 12.

93 – 1 Cor 12, 18.

94 – 1 Cor 12, 24-26.

95 – Rm 12, 1.

96 – Ef 5, 24.

97 – Gal 5, 16-17.

98 – 1 Cor 1, 13.

99 – 1 Cor 3, 1-3.

100 – Mt 6, 12.

101 – Cf. Gv 13, 23.

102 – 1 Gv 1, 8.

103 – 1 Cor 1, 30.

104 – Sal 102, 3.

105 – Ef 5, 29.

106 – 1 Cor 11, 31.

107 – Sal 93, 19.

108 – Rm 14, 23.

109 – 1 Cor 7, 6.

110 – Sap 8, 21.

111 – Cf. Gal 5, 19-21.

112 – Fil 2, 13.

113 – Rm 8, 14.

114 – Gal 2, 20.

115 – Rm 7, 17.

116 – Col 3, 1-4.

117 – Gal 2, 20.

118 – Col 3, 4.

119 – Col 3, 5.

120 – Col 3, 1-2.

121 – Col 3, 6.

122 – Gc 2, 14.

123 – Col 3, 7.

124 – Sal 65, 4.

125 – Col 3, 8.

126 – Rm 6, 13.

127 – Mt 12, 45.

128 – Mt 10, 22.

129 – Sal 29, 7.

130 – Sal 29, 8.

131 – 1 Cor 1, 31.

Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori: “MORTE DEL PECCATORE MORTE DEL GIUSTO” “INFERNO, PURGATORIO, PARADISO” “SALVEZZA ETERNA DANNAZIONE ETERNA”

 “La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio”

(Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa)

 

“MORTE DEL PECCATORE”

PUNTO I

Al presente i peccatori discacciano la memoria e ‘l pensiero della morte, e così cercano di trovar pace (benché non la trovino mai) nel vivere che fanno in peccato; ma quando si troveranno nell’angustie della morte, prossimi ad entrare nell’eternità: «Angustia superveniente, pacem requirent, et non erit»; allora non possono sfuggire il tormento della loro mala coscienza; cercheranno la pace, ma che pace può trovare un’anima, ritrovandosi aggravata di colpe, che come tante vipere la mordono? che pace, pensando di dover comparire tra pochi momenti avanti di Gesu-Cristo giudice, del quale sino ad allora ha disprezzata la legge e l’amicizia? «Conturbatio super conturbationem veniet». La nuova già ricevuta della morte, il pensiero di doversi licenziare da tutte le cose del mondo, i rimorsi della coscienza, il tempo perduto, il tempo che manca, il rigore del divino giudizio, l’eternità infelice che si aspetta a’ peccatori: tutte queste cose componeranno una tempesta orrenda, che confonderà la mente ed accrescerà la diffidenza; e così confuso e sconfidato il moribondo passerà all’altra vita. Abramo con gran merito sperò in Dio contro la speranza umana, credendo alla divina promessa: «Contra spem in spem credidit»  (Rom.4. 18).

Ma i peccatori con gran demerito e falsamente per loro ruina sperano, non solo contro la speranza, ma ancora contro la fede, mentre disprezzano anche le minacce, che Dio fa agli ostinati. Temono essi la mala morte, ma non temono di fare una mala vita. Ma chi gli assicura di non morire di subito con un fulmine, con una goccia, con un butto di sangue? ed ancorché avessero tempo in morte da convertirsi, chi gli assicura che da vero si convertiranno? S. Agostino ebbe da combattere dodici anni per superare i suoi mali abiti; come potrà un moribondo, che sempre è stato colla coscienza imbrattata, in mezzo a i dolori, agli stordimenti della testa e nella confusione della morte fare facilmente una vera conversione? Dico «vera», perché allora non basta il dire e promettere; ma bisogna dire e promettere col cuore.

Oh Dio, e da quale spavento resterà preso e confuso allora il misero infermo, ch’è stato di coscienza trascurata, in vedersi oppresso da’ peccati e da’ timori del giudizio, dell’inferno e dell’eternità! In quale confusione lo metteranno questi pensieri, quando si troverà svanito di testa, oscurato di mente e assalito da’ dolori della morte già vicina! Si confesserà, prometterà, piangerà, cercherà pietà a Dio, ma senza sapere quel che si faccia; ed in questa tempesta di agitazioni, di rimorsi, d’affanni e di spaventi passerà all’altra vita. «Turbabuntur populi, et pertransibunt» (Iob. 34. 20). Ben dice un autoreche le preghiere, i pianti e le promesse del peccator moribondo sono appunto come i pianti e le promesse di taluno, che si vede assalito dal suo nemico, il quale gli tiene posto il pugnale alla gola per torgli allora la vita. Misero, chi si mette a letto in disgrazia di Dio, e di là se ne passa all’eternità!

Affetti e preghiere

O piaghe di Gesù, voi siete la speranza mia. Io dispererei del perdonode’ miei peccati e della mia salute eterna, se non rimirassi voi fonti di pietà e di grazia, per mezzo di cui un Dio ha sparso tutto il suo sangue, per lavare l’anima mia da tante colpe commesse. Vi adoro dunque, o sante piaghe, ed in voi confido. Detesto mille volte e maledico quei piaceri indegni, per li quali ho disgustato il mio Redentore, e miseramente ho perduta la sua amicizia. Guardando dunque voi, sollevo le mie speranze, e verso voi rivolgo gli affetti miei. Caro mio Gesù, Voi meritate che tutti gli uomini v’amino, e v’amino con tutto il loro cuore; ma io vi ho tanto offeso ed ho disprezzato il vostro amore, e Voi ciò non ostante mi avete così sopportato, e con tanta pietà mi avete invitato al perdono. Ah mio Salvatore, non permettete ch’io più vi offenda, e mi danni. Oh Dio! che pena mi sarebbe nell’inferno la vista del vostro sangue e di tante misericordie che mi avete usate! Io v’amo e voglio sempre amarvi. Datemi Voi la santa perseveranza. Staccate il mio cuore da ogni amore che non è per Voi, e stabilite in me un vero desiderio e risoluzione di amare da oggi avanti solamente Voi, mio sommo bene. O Maria Madre mia, tiratemi a Dio, e fatemi essere tutto suo, prima ch’io muoia.

PUNTO II

Non una, ma più e molte saranno le angustie del povero peccator moribondo. Da una parte lo tormenteranno i demoni. In morte questi orrendi nemici mettono tutta la forza per far perdere quell’anima, che sta per uscire diquesta vita, intendendoche poco tempo lor resta da guadagnarla, e che se la perdono allora, l’avran perduta per sempre. «Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Apoc. 12. 12). E non uno sarà il demonio, che allora tenterà, ma innumerabili che assisteranno al moribondo per farlo perdere. «Replebuntur domus eorum draconibus» (Is. 13. 21). Uno gli dirà: Non temere che sanerai. Un altro dirà: E come? tu per tanti anni sei stato sordo alle voci di Dio, ed ora esso vorrà usarti pietà? Un altro: Come ora puoi rimediare a quelli danni fatti? a quelle fame tolte? Un altro: Non vedi che le tue confessioni sono state tutte nulle, senza vero dolore, senza proposito? come puoi ora più rifarle?

Dall’altra parte si vedrà il moribondo circondato da’ suoi peccati. «Virum iniustum mala capient in interitu» (Ps. 139. 12). Questi peccati come tanti satelliti, dice S. Bernardo,lo terranno afferrato e gli diranno: «Opera tua sumus, non te deseremus». Noi siamo tuoi parti, non vogliamo lasciarti; ti accompagneremo all’altra vita, e teco ci presenteremo all’eterno giudice. Vorrà allora il moribondo sbrigarsi da tali nemici, ma per isbrigarsene bisognerebbe odiarli, bisognerebbe convertirsi di cuore a Dio; ma la mente è ottenebrata, e ‘l cuore è indurito. «Cor durum habebit male in novissimo: et qui amat periculum, peribit in illo» (Eccli. 3. 27).

Dice S. Bernardoche il cuore, ch’è stato ostinato nel male in vita, farà i suoi sforzi per uscire dallo stato di dannazione, ma non giungerà a liberarsene, ed oppresso dalla sua malizia nel medesimo stato finirà la vita. Egli avendo sino ad allora amato il peccato, ha insieme amato il pericolo della sua dannazione; giustamente perciò permetterà il Signore che allora perisca in quel pericolo, nel quale ha voluto vivere sino alla morte. Dice S. Agostino che chi è lasciato dal peccato, prima ch’egli lo lasci, in morte difficilmente lo detesterà come deve; perché allora quel che farà, lo farà a forza: «Qui prius a peccato relinquitur, quam ipse relinquat, non libere, sed quasi ex necessitate condemnat».

Misero dunque quel peccatore ch’è duro, e resiste alle divine chiamate! «Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Egli l’ingrato in vece di rendersi ed ammollirsi alle voci di Dio, si è indurito come più s’indurisce l’incudine a’ colpi del martello. In pena di ciò talancora si ritroverà in morte, benché si ritrovi in punto di passare all’eternità. «Cor durum habebit male in novissimo». I peccatori, dice il Signore, mi han voltate le spalle per amore delle creature: «Verterunt ad me tergum, et non faciem, et in tempore afflictionis suae dicent: Surge, et libera nos. Ubi sunt dii tui, quos fecisti tibi? surgant, et liberent te» (Ier. 2. 27). I miseri in morte ricorreranno a Dio, e Dio loro dirà: Ora a me ricorrete? chiamate le creature che vi aiutino; giacché quelle sono state i vostri dei. Dirà così il Signore, perché essi ricorreranno, ma senz’animo vero di convertirsi. Dice S. Girolamo tener egli quasi per certo ed averlo appreso coll’esperienza che non farà mai buon fine, chi ha fatta mala vita sino alla fine: «Hoc teneo, hoc multiplici experientia didici, quod ei non bonus est finis, cui mala semper vita fuit» (In epist. Eusebii ad Dam.).

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, aiutatemi, non mi abbandonate, io vedo l’anima mia tutta impiagata da’ peccati; le passioni mi fanno violenza, i mali abitimi opprimono; mi butto a’ piedi vostri; abbiate pietà di me e liberatemi da tanti mali.«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».Non permettete che si perda un’anima, che confida in Voi. «Ne tradas bestiis animam confitentem tibi». Io mi pento d’avervi offeso, o bontà infinita; ho fatto male, lo confesso: voglio emendarmi ad ogni costo; ma se Voi non mi soccorrete colla vostra grazia, io son perduto. Ricevete, o Gesù mio, questo ribelle, che vi ha tanto oltraggiato. Pensate che vi ho costato il sangue e la vita. Per li meriti dunque della vostra passione e morte ricevetemi tra le vostre braccia, e datemi la santa perseveranza. Io era già perduto, Voi mi avete chiamato; ecco io non voglio più resistere, a Voi mi consagro; legatemi al vostro amore, e non permettete ch’io vi perda più, con perdere di nuovo la vostra grazia; Gesù mio, non lo permettete.

Regina Mia Maria, non lo permettete; impetratemi prima la morte e mille morti ch’io abbiada perdere di nuovo la grazia del vostro Figlio.

PUNTO III

Gran cosa! Dio non fa altro che minacciare una mala morte a’ peccatori: «Tunc invocabunt me, et non exaudiam» (Prov. 1. 18). «Nunquid Deus exaudiet clamorem eius, cum venerit super eum angustia» (Iob. 27. 9). «In interitu vestro ridebo, et subsannabo» (Prov. 1. 26). («Ridere Dei est nolle misereri», S. Gregor.). «Mea est ultio, et ego retribuam eis in tempore, ut labatur pes eorum» (Deuter. 32. 35). Ed in tanti altri luoghi minaccia lo stesso; ed i peccatori vivono in pace, sicuri come Dio avesse certamente promesso loro in morte il perdono e il paradiso. È vero che in qualunque ora si converte il peccatore, Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà: «In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). «Moriemini in peccatis vestris» (ibid. 24). Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà: «Quaeretis me, et non invenietis (Io. 7. 34). Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: «Quaerite Dominum, dum inveniri potest» (Is. 55. 6). Sì, perché vi sarà un tempo che non potrà piùtrovarsi. Poveri peccatori! poveri ciechi, che si riducono a convertirsi all’ora della morte, in cui non sarà più tempo di convertirsi! Dice l’Oleastro: «Impii nusquam didicerunt benefacere, nisi cum non est tempus benefaciendi». Dio vuol salvi tutti, ma castiga gli ostinati.

Se mai alcun miserabile ritrovandosi in peccato, fosse colto dalla goccia, e stesse destituto di sensi, qual compassione farebbe a tutti il vederlo morire senza sagramentie senza segno di penitenza? qual contento poi avrebbe ognuno, se costui ritornasse in sé e cercasse l’assoluzione, e facesse atti di pentimento? Ma non è pazzo poi chi avendo tempo di far ciò, siegue a stare in peccato? o pure torna a peccare e si mette in pericolo che lo colga la morte, nel tempo della quale forse lo farà, e forse no? Spaventa il veder morire alcuno all’improvviso, e poi tanti volontariamente si mettono al pericolo di morire così, e morire in peccato!

«Pondus et statera iudicia Domini sunt» (Prov. 16. 21). Noi non teniamo conto delle grazie, che ci fa il Signore; ma ben ne tiene conto il Signore e le misura; e quando le vede disprezzate sino a certi termini, lascia il peccatore nel suo peccato, e così lo fa morire. Misero chi si riduce a far penitenza in morte. «Poenitentia, quae ab infirmo petitur, infirma est», dice S. Agostino (Serm. 57. de Temp. ). S. Geronimo dice che di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà: «Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus» (S. Hier. in Epist. Euseb. de morte eiusd.). Dice S. Vincenzo Ferrerio (Serm. I. de Nativ. Virg.) che sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. «Maius miraculum est, quod male viventes faciant bonum finem, quam suscitare mortuos». Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?

Narra il Bellarminoch’essendo egli andato ad assistere ad un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapea ciò che si fosse contrizione. Bellarmino procurò di spiegarcelo, ma l’infermo disse: «Padre, io non v’intendo, io non son capace di queste cose». E così se ne morì. «Signa damnationis suae satis aperte relinquens», come il Bellarmino lasciò scritto. Giusto castigo, dice S. Agostino, sarà del peccatore, che si dimentichi di sé in morte, chi in vita si è scordato di Dio: «Aequissime percutitur peccator, ut moriens obliviscatur sui qui vivens oblitus est Dei «(Serm. 10. de Sanct.).

«Nolite errare (intanto ci avverte l’Apostolo), Deus non irridetur: quae enim seminaverit homo, haec et metet; qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem» (Galat. 6.7) Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma «Deus non irridetur». Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati di carne, altro non tocca che corruzione, miseria e morte eterna.

Cristiano mio, quel che si dice per gli altri, si dice anche per voi. Ditemi se vi trovaste già in punto di morte, disperato da’ medici, destituto di sentimenti e ridotto già in agonia, quanto preghereste Dio che vi concedesse un altro mese, un’altra settimana di tempo allora, per aggiustare i conti della vostra coscienza? E Dio già vi dà questo tempo. Ringraziatelo e presto rimediate al mal fatto, e prendete tutti i mezzi per ritrovarvi in istato di grazia, quando verrà la morte, perché allora non sarà più tempo di rimediare.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, e chi avrebbe avuta tanta pazienza con me, quanta ne avete avuta Voi? Se la vostra bontà non fosse infinita, io diffiderei del perdono. Ma tratto con un Dio, ch’è morto per perdonarmi e per salvarmi. Voi mi comandate ch’io speri, ed io voglio sperare. Se i peccati miei mi spaventano e mi condannano, mi danno animo i vostri meriti e le vostre promesse. Voi avete promessa la vita della vostra grazia a chi ritorna a Voi: «Revertimini, et vivite (Ezech. 18. 32)». Avete promesso di abbracciare chi a Voi si volta: «Convertimini ad me, et convertar ad vos» (Zach.1. 3). Avete detto che non sapete disprezzare chi s’umilia e si pente: «Cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps. 50).

Eccomi, Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi volgo, mi confesso degno di mille inferni e mi pento d’avervi offeso: io vi prometto fermamente di non volervi più offendere e di volervi sempre amare. Deh non permettete che ioviva più ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per li meriti dell’ubbidienza di Gesu-Cristo, che morì per ubbidirvi, fate ch’io ubbidisca a’ vostri voleri sino alla morte. V’amo, o sommo bene, e per l’amore che vi porto, voglio ubbidirvi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando.

 

 “MORTE DEL GIUSTO”

PUNTO I

La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: «Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua» (Trans. Malach.). «Finis laborum», sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. «Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis» (Iob. 14. 1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? «Tanquam vita petitur supplicii mora» (Ep. 101).

Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino:«Quid est diu vivere, nisi diu torqueri?» (Serm. 17. de Verbo Dom.). Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: «Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem» (Ser. 43). Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: «Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che ci sia data per sollievo, non per castigo: «Ut mors remedium videatur esse, non poena». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. «Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis» (Apoc. 14. 13).

I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. «Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis» (Sap. 3. 1). I Santi, questi non già si accorano con quel «Proficiscere», che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. «Deus cordis mei» (sempre essi così sono andati dicendo), «et pars mea, Deus, in aeternum». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesu-Cristo spogliati de’ loro beni: «Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam» (Hebr. cap. 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: «Deus meus, et omnia», con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.

Chi muore poiamando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offrirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesu-Cristo offrì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: «In pace in idipsum dormiam, et requiescam». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesu-Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

Affetti e preghiere

O amato mio Gesù, che per ottenere a me una morte soave, avete voluto fare una morte sì acerba sul Calvario, quando sarà ch’io vi vedrò? La prima volta che mi toccherà a vedervi, io vi vedrò da mio giudice in quello stesso luogo dove spirerò. Che vi dirò io allora? Che mi direte Voi? Io non voglio aspettare a pensarvi allora, voglio ora premeditarlo. Io vi dirò così: Caro mio Redentore, Voi dunque siete quegli,che siete morto per me? Io un tempo v’ho offeso e vi sono stato ingrato, e non meritava perdono; ma poi aiutato dalla vostra grazia mi sono ravveduto, e nel resto della vita mia ho pianti i miei peccati, e Voi mi avete perdonato; perdonatemi di nuovo, ora che sto a’ piedi vostri, e datemi Voi stesso un’assoluzione generale delle mie colpe. Io non meritava d’amarvi più, per aver disprezzato il vostro amore; ma Voi per vostra misericordia vi avete tirato il mio cuore, che se non v’ha amato secondo il vostro merito, almeno v’ha amato sopra ogni cosa, lasciando tutto per dar gusto a Voi. Ora che mi dite? Vedo che ‘l paradiso e ‘l possedervi nel vostro regno è un bene troppo grande per me; ma io non mi fido di viver lontano da Voi, maggiormente ora che m’avete fatta conoscere la vostra amabile e bella faccia. Vi cerco dunque il paradiso, non per più godere, ma per meglio amarvi. Mandatemi al purgatorio per quanto vi piace. No, neppure iovoglio venire in quella patria di purità e vedermi tra quell’anime pure così sordido di macchie, come sono al presente. Mandatemi a purgarmi, ma non mi discacciate per sempre dalla vostra faccia; basta che un giorno poi, quando vi piace, mi chiamate al paradiso a cantare in eterno le vostre misericordie. Per ora via su, amato mio giudice, alzate la mano e beneditemi; e ditemi ch’io son vostro, e che Voi siete e sarete sempre mio. Io sempre vi amerò, Voi sempre mi amerete. Ecco ora vado lontano da Voi, vado al fuoco; ma vado contento, perché vo ad amarvi, mio Redentore, mio Dio, mio tutto. Vo contento sì, ma sappiate che in questo tempo, in cui starò lungi da Voi, sappiate che questa sarà la maggiore delle mie pene, lo star da Voi lontano. Vo, Signore, a contare i momenti della vostra chiamata. Abbiate pietà di un’anima, che v’ama con tutta se stessa, e sospira di vedervi per meglio amarvi.

Così spero, Gesù mio, di dirvi allora. Pertanto vi prego di darmi la grazia di vivere in modo, che possa dirvi allora quel che ora ho pensato. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore.

E soccorretemi Voi, o Madre di Dio, Maria, pregate Gesù per me.

PUNTO II

«Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit» (Apoc. 21. 4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra «inter laqueos ambulamus»: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa,ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.

Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso rideva; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? «Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis?» Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia rovina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. «Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius?» (Rom. 7. 24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: «Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum» (Cant. 4. 8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesu-Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» (Philipp. 1. 21).

È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: «Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius» (Sap. 4. 11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. «Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum», dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?

In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. «Septies enim cadet iustus» (Prov. 24. 16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. «Quid est mors (dicea S. Ambrogio ) nisi sepultura vitiorum?» (De Bono mort. cap. 4). Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogiodicea: «Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum?» Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. «Mortuus nescit peccare», dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: «Laudavi magis mortuos, quam viventes» (Eccl. 4. 2). Un certo uomoda bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

Affetti e preghiere

«In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis».Ah mio dolce Redentore, che sarebbe di me, se mi aveste fatto morire, quando io stava lontano da Voi? Starei già nell’inferno, dove non vi potrei più amare. Vi ringrazio di non avermi abbandonato e di avermi fatte tante grazie, per guadagnarvi il mio cuore. Mi pento di avervi offeso. V’amo sopra ogni cosa. Deh vi prego, fatemi sempre più conoscere il male che ho fatto in disprezzarvi, e l’amore che merita la vostra bontà infinita. V’amo, e desidero presto di morire (se a Voi così piace) per liberarmi dal pericolo di tornare a perdere la vostra grazia, e per assicurarmi di amarvi in eterno. Deh per questi anni che mi restano di vita, amato mio Gesù, datemi forza di fare qualche cosa per Voi, prima che venga la morte. Datemi fortezza contro le tentazioni e le passioni, specialmente contro la passione che per lo passato più mi ha tirato a disgustarvi. Datemi pazienza nelle infermità e nell’ingiurie che riceverò dagli uomini. Io ora per amor vostro perdono ognuno che mi ha fatto qualche disprezzo, e vi prego a fargli quelle grazie che desidera. Datemi forza di esser più diligente ad evitare anche le colpe veniali, circa le quali conosco d’esser trascurato. Mio Salvatore, aiutatemi, io spero tutto ne’ meriti vostri; e tutto confido nella vostra intercessione, o Madre e speranza mia Maria.

PUNTO III

La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. «Finis laborum, vitae ianua», come dice S. Bernardo.Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. «Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam» (Ps. 117. 20). S. Girolamopregava la morte, e le diceva: «Aperi mihi, soror mea». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprireil paradiso a vedere Dio.

Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: «Educ de custodia animam meam» (Ps. 141. 8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Dice S. Ambrogio: «Quasi necessitate teneretur, dimitti petit». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: «Cupio dissolvi, et esse cum Christo» (Philip. 1).

Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve deve essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? «Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino» (2. Cor. 5. 6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunoneche la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: «Mors dicenda non est, sed vitae principium». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. «Non est iustis mors, sed translatio», S. Attanagio.A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino,e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? «O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium!» Pertanto con ansia pregava il Santo:«Eia moriar, Domine, ut Te videam».

Ben deve temere la morte, dice S. Cipriano,il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: «Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesu-Cristo, come ci fu promesso per Osea: «Ero mors tua, o mors» (Os. 13. 41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegroalla morte? Rispose il Santo: «Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo» (Ap. Euseb. l. 4. c. 14). Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: «Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius».

Affetti e preghiere

Oh Dio dell’anima mia, io vi ho disonorato per lo passato, voltandovi le spalle; ma vi ha onorato il vostro Figlio, sagrificandovi la vita sulla croce; per l’onore dunque che vi ha dato il vostro diletto Figlio, perdonatemi il disonore che v’ho fatt’io. Mi pento, o sommo bene, d’avervi offeso, e vi prometto da oggi avanti di non amare altro che Voi. La mia salvezza da Voi la spero. Quanto al presente ho di bene, tutto è grazia vostra, tutto da Voi lo riconosco. «Gratia Dei sum id quod sum». Se per lo passato v’ho disonorato, spero d’onorarvi in eterno con benedire la vostra misericordia. Io mi sento un gran desiderio di amarvi; questo Voi me lo date, ve ne ringrazio, amor mio. Seguite, seguite ad aiutarmi, come avete cominciato, ch’io spero da ogg’innanzi d’esser vostro e tutto vostro. Rinunzio a tutt’i piaceri del mondo. E che maggior piacere posso aver io, che dar gusto a Voi, mio Signore così amabile, e che mi avete tanto amato? Amore solamente vi cerco, o mio Dio, amore, amore; e spero di cercarvi sempre amore, amore; finchémorendo nel vostro amore, io giunga al regno dell’amore, dove senza più domandarlo sarò pieno d’amore, senza mai cessare un momento di amarvi ivi in eterno, e con tutte le mie forze.

Maria Madre mia, Voi che tanto amate il vostro Dio, e tanto desiderate di vederlo amato, fate che iol’ami assai in questa vita, acciocché io l’ami assai nell’altra per sempre.

(SANT’ ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI da “APPARECCHIO ALLA MORTE”)

San Lorenzo Giustiniani, Elogio della Continenza “Senza la purezza di cuore e la continenza, è impossibile iniziare a vedere Dio nella vita terrena (con gli occhi interiori della fede) e andare in Paradiso per contemplarlo nell’eternità.”

San Lorenzo Giustiniani, Elogio della Continenza:

“Chi la possederà, avrà pace nella sua coscienza, luce nella sua mente, gioia nel suo volto e nella sua anima, sicurezza in punto di morte e parte nella beata eternità.”

 

“( … ) la virtù della continenza è così simile alle virtù degli Angeli, da rendere l’uomo in certo qual modo uguale a loro. Essa supera le debolezze della condizione umana e assimila gli uomini alla spiritualità degli Angeli.

( … ) Chi è continente è anche dimora amabile e splendida di Gesù Cristo. Infatti, chi potrà mirare una bellezza più radiosa di un cuore puro, amato dal Re Cielo, giudicato degno dal Giudice divino, un cuore donato al Signore consacrato a Dio? E’ questa virtù che conserva all’uomo il suo onore e la sua dignità. E onore dell’uomo è la libertà della sua volontà, per cui può scegliere di volere o di non volere quanto apprende per via d’intelletto.

Senza la continenza, nell’uomo, come nelle bestie, regna la schiavitù dell’istinto, che si contrappone alla libertà dello spirito: non appena si avverte il piacere, subito si scatena il desiderio e non c’è alcun modo di placarlo. E’ giusto quindi che chi segue la carne, tutto rivolto al suo ventre e alla sua libidine, sia considerato come un irragionevole animale da soma, come si legge nelle Scritture: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21).

( … ) Questa virtù ci dispone inoltre alla contemplazione di Dio. La continenza è un amore che ci svincola dalla passione per ogni bellezza inferiore e ci eleva solo all’amore della bellezza suprema. Volendo salire alle vette della contemplazione, non c’è nulla che si debba fuggire più dei piaceri dei sensi, che costituiscono la massima eccitazione all’intemperanza.

( … ) La continenza poi colpisce tremendamente satana. Sta scritto infatti: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri. Se ti concedi la soddisfazione della passione, essa ti renderà oggetto di scherno ai tuoi nemici” (Sir 18,30).

Questi ultimi tentano ogni mezzo per strapparci alla continenza, e ci insidiano con desideri peccaminosi, spengono ogni buona ispirazione, ci derubano dei primi atti virtuosi e si affrettano a demolire sul nascere ogni sacra intenzione, ben sapendo di non poterla annientare se è già radicata nell’anima.

La continenza inoltre spegne il bruciore dei vizi della carne; e per raggiungerla più facilmente, chi ama la castità medita spesso sul disfacimento che attende il cadavere nel sepolcro. Nulla è più capace di domare gli assalti dei desideri carnali, come il pensiero assiduo, per virtù di continenza, dei disastri che la morte compie su quanto ci attrae oggi, nel fulgore della vita.

La continenza trionfa sempre gloriosa nelle sue battaglie. E fra tutte le battaglie dei cristiani, le più dure sono certamente quelle della castità. Sradicare dalla propria carne l’istinto della lussuria è un miracolo superiore all’esorcismo.

Questa virtù custodisce inoltre puro il nostro cuore, come sta scritto: “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto” (1 Ts 4,3-4). Questo significa che dobbiamo conservare per Dio questo cuore così puro, che nessuna macchia o peccato carnale lo infanghi, ma splenda luminoso per la sua integrità e castità.

( … ) Chi la possederà, avrà pace nella sua coscienza, luce nella sua mente, gioia nel suo volto e nella sua anima, sicurezza in punto di morte e parte nella beata eternità.”

(San Lorenzo Giustiniani, da “L’albero della vita”, cap. 3-2, pag. da 49 a 52.)

 

“Non ci sono parole per l’indecenza della libidine, che non solo inebetisce la mente, ma snerva anche il corpo; e non contamina solo il cuore, ma tutta la nostra persona. Ci esponiamo prima ad affanni e volgarità, poi a fetore e immondezza, quindi a dolore e rimorso; e la brevità fuggente del piacere non è motivo di pace, ma di tormento. L’ora della voluttà infatti è breve, perché quanto più avidamente si è bevuto, tanto prima quel calice ci dà la nausea.

( … ) E’ poi la stessa indecenza del piacere a smorzarne l’ardore. Osservate bene chi si dà ai piaceri della carne, il cui appetito non procura che ansia, e la soddisfazione nausea: non si capisce quale vera gioia ci sia in quei loro ebbri sussulti. Che il risultato sia solo un’indicibile amarezza, questo lo si sa: basta il ricordo di come si concludono quelle sconcezze.

A dirla proprio tutta, costoro dovrebbero ammettere di non essere stati altro che bestie. No, la lussuria non è degna della fede cristiana; per un’anima votata a Cristo non è decoroso deliziarsi dei piaceri carnali, quando si sa che Cristo, in tante Sue creature, non ha neppure il pane per sfamarsi. Invano quindi si fregia del nome di cristiano chi, peccando di lussuria, non imita l’esempio di Cristo. Non basta vantarsi del Suo nome: se ci preme davvero essere cristiani, allora dobbiamo comportarci in modo degno dei cristiani. Solo così potremo giustamente gloriarci di questo nome.”

(San Lorenzo Giustiniani, da “L’albero della vita”,cap. 3-3, pag. 53-54)

 

“Il godimento di questi piaceri non solo si accompagna a innumerevoli dolori, ma deve anche essere espiato con numerose e tremende pene.

( … ) E’ poi la molteplicità dei piaceri uno dei principali motivi che ce ne impongono il freno e la distruzione. L’anima, attratta dal piacere, non potendo più saziarsi di nessun bene da quando si è allontanata dal cuore di Dio e dall’amore fraterno, si affanna a trovare soddisfazione rinnovando continuamente gli oggetti del suo desiderio passando dall’uno all’altro, senza trovare mai felicità né pace. Moltiplica i suoi desideri, cambia i suoi programmi, escogita le più diverse forma di piacere, illudendosi di potersi saziare: ma non potrà comunque placare fino in fondo la sua sete. E’ impossibile che la luce risplenda nella tenebre e che la dolcezza si accomuni all’amarezza; allo stesso modo è assurdo e contro natura pretendere di trovare nei beni terreni e nei piaceri della carne una piena felicità e pace.

( … ) I mali che ci provengono dai piaceri della carne sono infatti innumerevoli. Prima di tutto ci si trova costretti in un’atroce schiavitù, con la carne in rivolta contro lo spirito; per cui, se si accende il desiderio e si accondiscende anche solo una volta alle sue bramosie, la lotta diventa impari, come di due contro uno, e la solidità della nostra coscienza ne viene irrimediabilmente compromessa

( … ) Quando il corpo si adagia nella mollezza, infatti, lo spirito si infiacchisce: la voluttà è pulsione della carne, mentre il nutrimento dell’anima sono la disciplina e l’austerità. La carne si accende alle provocazioni, divenendo sempre più smaniosa; mentre l’anima si allena e si rinforza nell’asprezza della mortificazione, che la rende sempre più pura.

( … ) La carne induce sempre a desideri peccaminosi, che sono fugaci, ma che devono essere subito stroncati; perché, se non sono controllati da una rigorosa disciplina interiore, possono renderci inclini a tendenze pericolose. Non c’è nemico che sia mai stato tremendo per qualcuno, come lo sono per noi le nostre pulsioni carnali. Accade che ci si immerga volentieri in piaceri, che si trasformano in cattive abitudini e non possono più essere sradicate, neppure in caso di disgrazia o di calamità.

( … ) Così si diventa schiavi del piacere, invece di goderne; più che saziati, si è bruciati, al punto da amare le proprie stesse piaghe: raggiungendo così il colmo dell’infelicità.

( … ) E ancora: questi piaceri ci precludono la salvezza, ci inducono alla dimenticanza di Dio, distraggono la nostra mente dalla vera sapienza, rendono vane le nostre opere buone, ci privano di ogni forza d’animo, rendono il nostro cuore insofferente e lo allontanano da ogni dolcezza mistica. Le consolazioni di Dio sono così lievi e delicate, che non possono essere date ad anime che godano di altre gioie. E chi è sempre immerso nei piaceri della carne può forse attendere nel suo cuore la venuta del consolatore?

Se è impossibile che il fuoco si accenda con l’acqua, è assurdo e contro natura che i piaceri di questo mondo convivano con la compunzione del cuore e con le gioie dello spirito. Si tratta di valori antitetici, che si elidono a vicenda: gli uni portano al pudore, gli altri alla libidine; i primi purificano il cuore e lo elevano, i secondi lo condannano.”

“Egli, la Sapienza incarnata, non poteva ingannarSi: se ha scelto di quanto più odioso e molesto alla carne, lo dobbiamo scegliere anche noi, come il bene più utile e prezioso. E se qualcuno vuole persuaderci del contrario, guardiamocene bene, perché è un seduttore del maligno.

Chi vuole regnare in eterno con Cristo deve essere dunque puro da ogni macchia, senza un solo pensiero peccaminoso; e chi ama la castità deve vivere secondo l’insegnamento di Cristo, se anela al consorzio dei Santi, purificando il suo cuore da ogni desiderio e pensiero indecente, perché il Cielo non potrà accogliere se non anime sante, giuste, semplici, innocenti e pure.”  

(San Lorenzo Giustiniani, da “L’albero della vita”, cap. 3-3, pag. 53.)

 

“Coloro che sono ancora soggetti alla violenza della perversione e che cedono ancora ai piaceri della carne non possono prendersi responsabilità di governo: Solo quando avranno dominato ogni moto interiore, e conquistato saldamente la virtù della continenza, potranno assumersi l’onere della salvezza altrui, senza mettere in pericolo la propria, perché un superiore non può rimproverare liberamente le colpe dei suoi discepoli, se nella sua stessa vita non ne è assolutamente privo. Purifichi quindi prima il suo cuore, chi si accinge ad occuparsi al cuore altrui. E solo la virtù della continenza rende l’uomo obbediente a Dio, e dunque giustamente degno di essere elevato a guida degli altri.

( … ) la continenza è un amore che si conserva integro e incontaminato davanti al Signore. Significa non nutrire alcun desiderio, di cui poi ci si debba pentire, né fare mai eccezione alla legge della moderazione, nonché sottomettere alla ragione ogni pulsione carnale. Consiste inoltre nell’attitudine sempre onesta e casta del proprio corpo, conquistata con l’esercizio del dominio su ogni passione malvagia.”

(San Lorenzo Giustiniani, da “L’albero della vita”, III , pag. 48-49)

Un sacerdote risponde a delle considerazioni sulla masturbazione: “la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale?” “la masturbazione è oggettivamente un peccato mortale”

Un sacerdote risponde

Considerazioni sulla masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, mi piacerebbe  porgerle alcune domande riguardanti la morale cattolica. 1) Il Catechismo  della Chiesa Cattolica ritiene, in perfetto accordo col Decalogo biblico, che  la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale? 2) La psicanalisi ha  da tempo capito che la masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli  uomini, che favorisce la produzione degli ormoni androgini. Gli impulsi  sessuali, che se non erro la   Chiesa non considera peccaminosi (dopotutto non vedrei perchè  debbano essere considerati tali visto che sono, per così dire, involontari e  insiti alla natura stessa dell’uomo), sono all’origine della  masturbazione stessa. Nella fase adolescenziale, durante la pubertà, è in corso  la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a dei momentanei  squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio corpo, a  provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere masturbazione  che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per “formare”  la propria natura sessuale. Molti adolescenti cattolici praticanti, come  me, sono spesso assaliti da forti sensi di colpa e tristezza dopo l’atto, ma è  anche vero che tutti i ragazzi si masturbano, allora mi chiedo: è possibile che  Dio, creatore dell’uomo, misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente  la masturbazione come peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e  sessuale dell’individuo? E’ anche vero che non si può prescindere in maniera  totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per “cadere”. La  prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che il proprio inconscio  provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per la  produzione di ormoni androgini. 3) Non è più  verosimile che la masturbazione sia considerata peccato grave da Dio soltanto  quando diventa una abitudine rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a  cui è difficile rinunciare? Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria,  le dipendenze? Grazie, aspetto con  ansia una vostra risposta, possibilmente in maniera fedele sia al  Magistero Ecclesiastico che alle nozioni psicanalitiche che ho precedentemente  illustrato. Dopotutto esse fanno  parte della natura umana e la natura è il creato di Dio. Ricordatevi di me  nelle vostre preghiere quotidiane, Gaetano


Risposta del sacerdote

Caro Gaetano, riprendo puntualmente tutte le tue affermazioni.

1. “Il Catechismo della Chiesa Cattolica ritiene,  in perfetto accordo col Decalogo biblico, che la masturbazione è un peccato  grave. E’ esso veniale o mortale?”. Sei onesto nel  riconoscere che tanto il Magistero della Chiesa quanto la Divina Rivelazione  considerino la masturbazione un peccato grave.   Ma a tua volta  chiedi: questo peccato grave come va considerato: mortale o veniale?   Giovanni Paolo II,  in Reconciliatio et Poenitentia, ha affermato che “il peccato grave si  identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (RP 17).   A questo punto bisogna dire con Sant’Agostino: Roma locuta, causa finita (il Magistero  ha parlato, la discussione è finita).   Pertanto la masturbazione è oggettivamente un peccato  mortale.

2. “La psicanalisi ha da tempo capito che la  masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli uomini, che favorisce la  produzione degli ormoni androgini”. Intanto sulla  psicanalisi: non è una scienza esatta come la matematica, secondo la quale due  più due fanno quattro, e fanno quattro per tutti e per sempre.   Quante scuole vi  sono nella psicanalisi! Ognuno dice la sua. E non può esser diversamente  essendo in se stessa una scienza empirica, che parte dalle vicende umane e  cerca di conoscere determinati meccanismi di carattere psicologico alla luce di  alcune costanti. Ma questi meccanismi non sono interpretati univocamente.   Inoltre la psicanalisi non dice che la  masturbazione è comune a tutti gli uomini. Compirebbe un errore grossolano se  dicesse questo, perché vi sono state e vi sono molte persone, di sesso maschile  e soprattutto di sesso femminile, che non l’hanno mai conosciuta.   Ancora: quand’anche  tutti passassero per questa strada, non si può costituire un dato  comportamentale come un criterio veritativo. Tutti, questo sì (almeno più o  meno) hanno detto bugie, soprattutto da piccoli. Ma con questo la bugia non  diventa criterio verità. Rimane bugia, falsificazione della realtà.

3. “Gli impulsi sessuali, che se non erro la Chiesa non considera peccaminosi  (dopotutto non vedrei perchè debbano essere considerati tali visto che sono,  per così dire, involontari e insiti alla natura stessa dell’uomo),  sono all’origine della masturbazione stessa”. Sono d’accordo, ma  questi impulsi non sono costrittivi.   La masturbazione  parte infine da un atto della volontà.   Come ti ho detto, in  alcuni questo ulteriore passaggio non c’è e stanno meglio di chi si masturba,  stante il disagio interiore provato da tutti quelli che passano attraverso  questo fenomeno.

4. “Nella fase adolescenziale, durante la  pubertà, è in corso la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a  dei momentanei squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio  corpo, a provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere  masturbazione che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per  “formare” la propria natura sessuale”. Come ti ho detto,  diverse persone cadono in questo peccato.   Alcuni si rialzano  subito o quasi, altri se lo portano dietro per anni e altri ancora per tutta la  vita, pur essendo sposati.   Il Signore, che  indubbiamente ne sa più di tutti, ha detto: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo  del peccato” (Gv 8,34).   Caro Gaetano, io  sono anche confessore. So per certo che tutti o quasi non avrebbero mai  desiderato cominciare con questo vizio, che ormai li rende schiavi della  concupiscenza e li fa star male perché sentono che è una vittoria dell’egoismo  e della sensualità nella loro vita.   Altro che aiuto ad  aprirsi all’altro sesso! Semmai, la masturbazione aiuta ad aprirsi all’altro  sesso in maniera sbagliata, considerandolo come oggetto di passione e di  libidine.   Senza dire che chi  compie questo peccato avverte di perdere la presenza personale di Dio dentro di  sé, e cioè sente – anche tangibilmente – di perdere la grazia, che è il tesoro  più grande che una persona può possedere sulla terra.

5. “Molti  adolescenti cattolici praticanti, come me, sono spesso assaliti da forti sensi  di colpa e tristezza dopo l’atto”. Vedi che mi dai  ragione sul senso di colpa e di tristezza.   In confessione non  ne trovo uno che sia contento di questo peccato.   Ti ripeto, non ne  trovo neanche uno.   Tutti vorrebbero  essere liberati.

6. “ma è anche vero che tutti i ragazzi si  masturbano, allora mi chiedo”. È sbagliata la  premessa.   È un dato di fatto,  rilevato anche statisticamente che non è come dici tu.   Te lo garantisco.

7. “è possibile che Dio, creatore dell’uomo,  misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente la masturbazione come  peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e sessuale  dell’individuo?” Come si fa a dire  che è funzionale allo sviluppo!   E invece è  funzionale al contrario del vero sviluppo, tant’è vero che come tu stesso  rilevi la masturbazione causa sensi di  colpa e tristezza.   L’autentico sviluppo  di una persona causa sensi di colpa e  tristezza?   Dio non proibisce il  male per gusti personali!   Piuttosto,  proibendo, avverte l’uomo che con quel peccato si danneggia.

8. “E’ anche vero che non si può prescindere in  maniera totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per  “cadere”. La prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che  il proprio inconscio provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per  la produzione di ormoni androgini”. Ripeto: non è vero  che prima o poi si finisce per cadere.   Inoltre proprio  l’espulsione autonoma nel sonno del surplus sta ad evidenziare che non è  affatto necessario passare attraverso la strada indicata da te.

9. “Non è più verosimile che la masturbazione  sia considerata peccato grave da Dio soltanto quando diventa una abitudine  rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a cui è difficile rinunciare?  Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria, le dipendenze?”   Ma l’abitudine  rovinosa da che cosa è causata?   Evidentemente da un  atto che le è proporzionato.   Se gli atti sono  lievi, non  causano dipendenze gravi. Al  massimo causano dipendenze lievi.   Solo gli atti gravi  causano dipendenze gravi.   Come è peccato grave  l’assunzione della droga e non solo la dipendenza, così avviene anche nel  nostro caso.

8. Ti ricordo molto  volentieri nelle mie preghiere soprattutto perché tu giunga a presentarmi la  prossima volta non già l’apologia della masturbazione, ma l’apologia della  purezza. Questa, sì, favorisce il vero sviluppo, rende lieti, interiormente  liberi, soprattutto pone le premesse per volare in alto e stare uniti a Dio  cuore a  cuore. Te lo auguro di cuore.

Ti saluto e ti  benedico.   Padre Angelo

Un sacerdote risponde

Chiedo una chiarificazione sulla gravità  della masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, è la prima volta che  le scrivo, e colgo l’occasione per ringraziarla di cuore per la sua  disponibilità. Mi chiamo A.,  ho 29 anni e vivo un’esistenza “normale”, tipica dei trentenni di  oggi, incentrata sulla ricerca di un lavoro (sono avvocato ma sto svolgendo  altri concorsi, in particolare quello per diventare magistrato), sulla  condivisione dei momenti più belli con amici cari, sullo sport… Una componente  essenziale della mia esistenza è data dalla fede, e dalla sua pratica in ambito  parrocchiale. Vivo la Grazia di un legame estremamente solido e sincero col  Parroco e con un bel gruppo di amici che frequentano la mia Parrocchia, con i  quali condivido periodicamente e sistematicamente esperienze forti di  preghiera, di approfondimento culturale e di carità. Credo, e sono  contento di testimoniare la mia fede laddove se ne presenti l’occasione. Però, fin  dall’adolescenza mi accompagna un “punto debole”: si tratta –  riprendendo la definizione di una e-mail che le è già stata inviata – del  “vizio solitario”. Io so che si tratta  di un comportamento disordinato e da evitarsi, ma – soprattutto in particolari  periodi di “vulnerabilità” – vivo il confronto come una lotta impari  e spesso ne esco sconfitto. Ho letto il prezioso  consiglio che lei ha già dato ad un altro fedele, e cercherò di farne tesoro. Ma la domanda che vorrei porle ha un’angolatura leggermente  diversa. Si potrebbe riassumere così:  questo tipo di peccato rientra nel novero dei peccati “mortali”? O  invece può essere considerato un peccato “veniale”? Non si tratta di un  quesito che nasca da una mia “pigrizia” nel confessarmi. Accedo al  sacramento della Riconciliazione con una certa regolarità. Piuttosto, il mio  dubbio è “sostanziale”: davvero un unico gesto disordinato può  interrompere integralmente il rapporto con Dio e con il Suo Amore? E se io  dovessi “ritardare” nel confessarlo, rischio di precludermi la  salvezza eterna in caso di morte? Nella mia esperienza, avverto distintamente  il carattere peccaminoso dell’atto, ma al tempo stesso non avverto  un’interruzione nel mio rapporto con Dio e nelle mie attenzioni al prossimo che  da tale rapporto prendono vita. E’ un “sintomo” del carattere veniale  del peccato, o solo una mia falsa percezione? La ringrazio fin da  ora per l’attenzione che vorrà concedermi, e le assicuro la mia povera  preghiera quale sostegno alla sua preziosa attività pastorale.

A.


Risposta del sacerdote

Caro A., 1. ti ringrazio  anzitutto per la bella testimonianza di vita cristiana che ci hai dato: la vita  di grazia anzitutto, poi la vita nella comunità parrocchiale, la testimonianza  e la condivisione di fede con i tuoi amici, la frequentazione del sacerdote che  per te, da quanto arguisco, è anche un padre spirituale. La vita cristiana va  vissuta così: in profondità, all’interno della comunità, nel rapporto con colui  che il Signore ha messo a pascere il suo gregge. Sono contento anche  del tuo desiderio di affermarti sempre di più nella vita sociale, così da  mettere a disposizione di tutti e al meglio i talenti che il Signore ti ha dato. È importante anche  la tua condivisione dell’attività sportiva con gli amici. Lo sport non è  soltanto un hobby. È una necessità ed è anche un momento particolare per vivere  la fraternità nella distensione e nell’agonismo. L’amicizia e la vita  cristiana hanno bisogno di questi momenti. Penso a Pier Giorgio Frassati e alla  sua passione per la montagna…

2. Ti ringrazio  anche per la sincerità nell’esporre una fragilità, che oggi purtroppo è comune  a molti.   Sottolineo oggi, perché “non si può tacere  che la masturbazione non è nota in tutte le culture, non essendo presente in  ambienti dove esistono forti sti­moli all’integrazione precoce dell’io e  all’assunzione di responsabilità sociali e fami­liari; per cui non si può  affermare che la masturbazione sia una fase obbliga­toria della vita” (achille dedé, Gesti e parole espressivi dell’io, edu­cazione alla maturità sessuale,  pp. 120-121).   Ma non è di questo  che tu vuoi parlare, perché sei profondamente convinto che si tratta di un  disordine.   Mi poni invece il  quesito sul piano dottrinale: se si tratti sempre di un peccato mortale, dal  momento che tu poi vivi ugualmente la tua relazione con Dio e di carità verso  il prossimo.

3. Ed ecco la  risposta.   Sul piano oggettivo  “sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia  il senso morale dei fedeli hanno af­fermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e  gravemente disordinato” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Il termine masturbazione non si trova nella Sacra Scrittura,  ma “la tradizione della Chiesa ha giustamente inteso che questo peccato veniva  condannato nel Nuovo Testamento quando parla di impurità, di impudicizia,  o di altri vizi, contrari alla castità e  alla continenza” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Inoltre è interessante il riferimento al senso morale dei fedeli che viene fatto  dalla Dichiarazione citata. Per quanto oggi si cerchi di banalizzare il gesto,  tuttavia il soggetto che lo compie avverte che si tratta di un disordine che lo  lascia per terra.   Giovanni Paolo II diceva che la sessualità tocca l’intimo nucleo della persona. E per  questo uno si disorienta nel fondo di se stesso.

4. Ma anche su  questo tu sei d’accordo.   E mi chiedi se di  fatto sia un peccato grave quando uno sente che la relazione con Dio e con il  prossimo non è integralmente interrotta.   Ebbene, caro  Antonio, il peccato grave interrompe la relazione con Dio per quanto riguarda  la carità, e cioè l’essere all’unisono col Signore, con la sua volontà.   Ma non interrompe la  relazione con Dio per quanto concerne la fede e la speranza, perché anche col  peccato mortale uno continua a credere in Dio, a relazionarsi con Lui  domandandogli perdono e chiedendogli aiuto.   Non viene distrutta  neanche l’opzione fondamentale per Dio, che può coesistere col peccato grave.  Quando San Pietro ha rinnegato ripetutamente il Signore, non aveva smesso di  stimarlo e, in qualche modo, anche di amarlo. Ma il suo rinnegamento è stato un  peccato grave e ne pianse amaramente.   Il peccato grave  dunque è quel peccato che distrugge la carità, vale a dire l’amicizia col  Signore, l’essere con lui una sola cosa, possederlo nel proprio cuore e godere  della sua presenza.   Ora la masturbazione  è un peccato di questo tipo. Si continua a credere, ad avere una relazione con  Dio. Ma questa relazione è bene diversa da quando ci si trova in grazia.

5. Tuttavia devo  dirti ancora una cosa. Lo stato di grazia non si riacquista solo con la  confessione. Lo si può raggiungere ben prima, attraverso un atto di sincero  pentimento e anche attraverso atti di carità, fatti per amore di Dio e del  prossimo e in espiazione dei propri peccati.   Allora sebbene il  peccato del vizio solitario sia grave, tuttavia può succedere che la comunione  con Dio si riallacci prima della confessione, ma non senza il suo desiderio  almeno implicito.   E penso che sia  proprio questo che capita a te sicché spontaneamente ti domandi se sia peccato  grave o peccato veniale.   È dunque peccato  grave, ma non di rado la comunione con Dio viene riacquistata prima della  confessione.   Questo tuttavia non  dà la possibilità di fare la santa Comunione, perché manca ancora la piena  riconciliazione con Dio e con la Chiesa. Manca  ancora l’espiazione del peccato, e questa viene attuata mediante il Sangue  di Cristo che il Sacerdote versa sulla tua anima per purificarla, toglierle  ogni macchia e santificarla.   Pertanto qualora di  capitasse di cadervi ancora, accostati con umile perseveranza alla Confessione.  La tua Comunione sacramentale sarà vera Comunione, ben diversa da quella  preceduta solo dal pentimento, per quanto sincero.

Ti ringrazio per la  domanda. E penso che ti ringrazieranno molti nostri visitatori che attraverso  la risposta possono ricevere maggiore chiarificazione su una questione delicata  della nostra vita cristiana.   Ti saluto, ti  accompagno con la preghiera e ti benedico.   Padre Angelo

Dal catechismo della Chiesa Cattolica:

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ». 236

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:

« Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali ». 115

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale!

La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale!

Dal Catechismo della Chiesa cattolica:

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

2340-2347

Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l’aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle varie situazioni, l’esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

491. In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità?

2348-2350; 2394

Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ». 236

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:

« Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali ». 115

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

(Catechismo della Chiesa cattolica)

 

1. La masturbazione impedisce di essere in grazia di Dio perché è un peccato grave, mortale.

(Padre Angelo http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1671)

Il Magistero della Chiesa lo ha ribadito molte volte.
Tra le più recenti la dichiarazione Persona Humana, del 29.12. 1975 nella quale si legge: “sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato” (PH 9).
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica annovera questo peccato tra quelli che “sono gravemente contrari alla castità” (n. 492).
Mi permetto di sottolineare l’affermazione secondo cui “il senso morale dei fedeli” afferma “senza esitazione” che la masturbazione è u peccato grave e fa perdere la grazia.
Ciò che prova una persona quando si lascia andare all’impurità è proprio questa: la perdita della presenza personale di Dio dentro sé, la perdita della grazia, il venir meno di tutti quei principi spirituali (grazia, virtù teologali e doni dello Spirito Santo) che fanno abitare Dio dentro di noi come in un tempio santo.
Chi si lascia andare all’impurità si sente un tempio profanato, un tempio diroccato. Sente di non essere più un tempio santo e che ha bisogno di purificazione e di una santificazione. E questo avviene nel sacramento della Confessione.

2. La preghiera di chi è in peccato mortale non perde il suo valore di impetrazione.
San Tommaso dice che: “Il merito si fonda sulla giustizia, mentre l’impetrazione si fonda sulla misericordia” (Somma teologica, II-II, 83, 16, ad 2).
E proprio per questo afferma che “Dio ascolta la preghiera di chi non è in grazia… purché siano rispettate le quattro condizioni: e cioè che chieda per sé, cose necessarie alla salvezza, con pietà e con perseveranza” (Somma teologica, II-II, 83, 16).
Quando san Tommaso tra le varie condizioni vi mette anche che uno chieda per sé, non intende escludere la preghiera per gli altri. Vuol dire solo questo: che la preghiera fatta per gli altri (cosa sempre ben fatta e lodevole) potrebbe trovare in essi resistenza oppure ostacoli a ricevere le grazie e le misericordie del Signore.
Ma se questi impedimenti non vi sono e se quanto chiesto è conforme alla divina volontà dobbiamo ritenere che Dio ascolti almeno in virtù della sua misericordia.

 

PERSONA HUMANA

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

ALCUNE QUESTIONI DI ETICA SESSUALE

29 dicembre 1975(1)

Difficoltà incontrate dai pastori ed educatori

2. La chiesa non può restare indifferente dinanzi a tale confusione degli spiriti e a tale rilassamento dei costumi. Si tratta, infatti, di una questione importantissima per la vita personale dei cristiani e per la vita sociale del nostro tempo.(2)

Ogni giorno i vescovi sono indotti a costatare le crescenti difficoltà che incontrano i fedeli nel prendere coscienza della sana dottrina morale, specialmente in materia sessuale, e i pastori nell’esporla con efficacia. Essi si sentono chiamati, in forza del loro ufficio pastorale, a rispondere su questo punto così grave ai bisogni dei fedeli ad essi affidati; e già importanti documenti sono stati pubblicati circa questa materia da alcuni di loro, o da alcune conferenze episcopali. Tuttavia, poiché le opinioni erronee e le deviazioni che ne risultano continuano a diffondersi dappertutto, la congregazione per la dottrina della fede, in virtù della sua funzione nei confronti della chiesa universale(3) e per mandato del sommo pontefice, ha ritenuto necessario pubblicare la presente dichiarazione.

3. Gli uomini del nostro tempo sono sempre più persuasi che la dignità e la vocazione della persona umana richiedono che, alla luce della loro ragione, essi scoprano i valori inscritti nella loro natura, che li sviluppino incessantemente e li realizzino nella loro vita, in vista di un sempre maggiore progresso.

Ma, in materia morale, l’uomo non può emettere giudizi di valore secondo il suo personale arbitrio: «Nell’intimo del propria coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a dati e alla quale deve obbedire… Egli ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore, obbedire alla quale è la dignità stessa del l’uomo e secondo la quale egli sarà giudicato».(4)

Inoltre, a noi cristiani, Dio mediante la sua rivelazione ha fatto conoscere il suo disegno di salvezza e ha proposto il Cristo, salvatore e santificatore, nella sua dottrina e nel suo esempio, come la norma suprema e immutabile della vita, lui, il quale ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Non può, dunque, esserci vera promozione della dignità dell’uomo se non nel rispetto dell’ordine essenziale della sua natura. Certo, nella storia della civiltà, molte condizioni concrete ed esigenze della vita umana sono mutate e muteranno ancora; ma ogni evoluzione dei costumi e ogni genere di vita devono essere contenuti nei limiti imposti dai principi immutabili, fondati sugli elementi costitutivi e le relazioni essenziali di ogni persona umana: elementi e relazioni che trascendono le contingenze storiche.

Questi principi fondamentali, che la ragione può cogliere, sono contenuti nella «legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio, nel suo disegno di sapienza e di amore, ordina, dirige e governa l’universo e le vie della società umana. Dio rende partecipe l’uomo di questa sua legge, cosicché l’uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l’immutabile verità».(5) Questa legge è accessibile alla nostra conoscenza.

Rapporti prematrimoniali

6. La presente dichiarazione non intende trattare di tutti gli abusi della facoltà sessuale né di tutto ciò che implica la pratica della castità; essa si propone di richiamare la dottrina della chiesa intorno ad alcuni punti particolari, considerata l’urgente necessità di opporsi a gravi errori e a comportamenti aberranti e largamente diffusi.

7. Molti oggi rivendicano il diritto all’unione sessuale prima del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi e un affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti, richiedono questo completamento, che essi stimano connaturale; ciò soprattutto quando la celebrazione del matrimonio è impedita dalle circostanze esterne, o se questa intima relazione sembra necessaria perché sia conservato l’amore.

Questa opinione è in contrasto con la dottrina cristiana. secondo la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta vero, però, che questi non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna e, specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci. Ora, è un’unione stabile quella che Gesù ha voluto e che ha restituito alla sua condizione originale, fondata sulla differenza del sesso. «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non separi» (cf. Mt 19,4-6). San Paolo è ancora più esplicito quando insegna che, se celibi e vedovi non possono vivere in continenza non hanno altra scelta che la stabile unione del matrimonio: È meglio sposarsi che ardere» (1 Cor 7,9). Col matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è assunto nell’amore irrevocabile che Cristo ha per la chiesa (cf. Ef 5,25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia(12) contamina il tempio dello Spirito santo, quale è divenuto il cristiano. L’unione carnale, dunque, non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita.

Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la chiesa,(13) trovando, peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni della storia un accordo profondo con la sua dottrina.

L’esperienza ci insegna che, affinché l’unione sessuale possa rispondere veramente alle esigenze della finalità, che le è propria dell’umana dignità, l’amore deve trovare la sua salvaguardia nella stabilità del matrimonio. Queste esigenze richiedono un contratto matrimoniale sancito e garantito dalla società, tale da instaurare uno stato di vita di capitale importanza, sia per l’unione esclusiva dell’uomo e della donna, sia anche per il bene della loro famiglia e della comunità umana. Il più delle volte, infatti, accade che le relazioni prematrimoniali escludono la prospettiva della prole. Ciò che viene presentato come un amore coniugale non potrà, come dovrebbe essere, espandersi in un amore paterno e materno; oppure, se questo avviene, risulterà a detrimento della prole, che sarà privata dell’ambiente stabile, nel quale dovrebbe svilupparsi per poter in esso trovare la via e i mezzi per il suo inserimento nell’insieme della società.

Il consenso che si scambiano le persone, che vogliono unirsi in matrimonio, deve, perciò, essere esternamente manifestato e in modo che lo renda valido dinanzi alla società. Quanto ai fedeli, è secondo le leggi della chiesa che essi devono esprimere il loro consenso all’instaurazione di una comunità di vita coniugale, consenso che farà del loro matrimonio un sacramento di Cristo.

Masturbazione

9. Spesso, oggi, si mette in dubbio o si nega espressamente la dottrina tradizionale cattolica, secondo la quale la masturbazione costituisce un grave disordine morale. La psicologia e la sociologia, si dice, dimostrano che, soprattutto tra gli adolescenti, essa è un fenomeno normale dell’evoluzione della sessualità. Non ci sarebbe colpa reale e grave, se non nella misura in cui il soggetto cedesse deliberatamente ad un’auto soddisfazione chiusa in se stessa («ipsazione»), perché in tal caso l’atto sarebbe radicalmente contrario a quella comunione amorosa tra persone di diverso sesso, che secondo certuni sarebbe quel che principalmente si cerca nell’uso della facoltà sessuale.

Questa opinione è contraria alla dottrina e alla pratica pastorale della chiesa cattolica. Quale che sia il valore di certi argomenti d’ordine biologico o filosofico, di cui talvolta si sono serviti i teologi, di fatto sia il magistero della chiesa – nella linea di una tradizione costante -, sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato.(15) La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti, la relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, «in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».(16) Soltanto a questa relazione regolare dev’essere riservato ogni esercizio deliberato sulla sessualità. Anche se non si può stabilire con certezza che la Scrittura riprova questo peccato con una distinta denominazione, la tradizione della chiesa ha giustamente inteso che esso veniva condannato nel nuovo testamento, quando questo parla di «impurità», di «impudicizia», o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza.

Le inchieste sociologiche possono indicare la frequenza questo disordine secondo i luoghi, la popolazione o le circostanze prese in considerazione; si rilevano così dei fatti. Ma i fatti non costituiscono un criterio che permette di giudicare del valore morale degli atti umani.(17) La frequenza del fenomeno in questione è, certo, da mettere in rapporto con l’innata debolezza dell’uomo in conseguenza del peccato originale, ma anche con la perdita del senso di Dio, la depravazione dei costumi, generata dalla commercializzazione del vizio, la sfrenata licenza di tanti spettacoli e di pubblicazioni, come anche con l’oblio del pudore, custode della castità.

La psicologia moderna offre, in materia di masturbazione, parecchi dati validi e utili, per formulare un giudizio più equo sulla responsabilità morale e per orientare l’azione pastorale. Essa aiuta a vedere come l’immaturità dell’adolescenza, che può talvolta prolungarsi oltre questa età, lo squilibrio psichico, o l’abitudine contratta possano influire sul comportamento, attenuando il carattere deliberato dell’atto, e far sì che, soggettivamente, non ci sia sempre colpa grave. Tuttavia, in generale, l’assenza di grave responsabilità non deve essere presunta; ciò significherebbe misconoscere la capacità morale delle persone.

Nel ministero pastorale, per formarsi un giudizio adeguato nei casi concreti, sarà preso in considerazione, nella sua totalità, il comportamento abituale delle persone, non soltanto per ciò che riguarda la pratica della carità e della giustizia, ma anche circa la preoccupazione di osservare il precetto particolare della castità. Si vedrà, specialmente, se si fa ricorso ai mezzi necessari, naturali e soprannaturali, che l’ascesi cristiana, nella sua esperienza di sempre, raccomanda per dominare le passioni e far progredire la virtù.

Secondo la dottrina della chiesa, il peccato mortale che si oppone a Dio non consiste soltanto nel rifiuto formale e diretto del comandamento della carità; esso è ugualmente in questa opposizione all’autentico amore, inclusa in ogni trasgressione deliberata, in materia grave, di ciascuna delle leggi morali.

Cristo stesso ha indicato il duplice comandamento dell’amore quale fondamento della vita morale; ma da questo comandamento «dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40): esso dunque comprende gli altri precetti particolari. Di fatto, al giovane che gli domandava: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Gesù rispose: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:… non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,16-19).

L’uomo pecca, dunque, mortalmente non soltanto quando il suo atto procede dal disprezzo diretto di Dio e del prossimo, ma anche quando coscientemente e liberamente, per un qualsiasi motivo, egli compie una scelta il cui oggetto è gravemente disordinato. In questa scelta, infatti, come è stato detto sopra, è già incluso il disprezzo del comandamento divino: l’uomo si allontana da Dio e perde la carità. Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.(18)

È vero che nelle colpe di ordine sessuale, visto il loro genere e le loro cause, avviene più facilmente che non sia pienamente dato un libero consenso, e questo suggerisce di esser prudenti e cauti nel dare un giudizio circa la responsabilità del soggetto. Qui, in particolare, è il caso di richiamare le parole della Scrittura: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1 Sam 16,7). Tuttavia, raccomandare una tale prudenza di giudizio circa la gravità soggettiva di un atto peccaminoso particolare non significa affatto che si debba ritenere che, nel campo sessuale, non si commettano peccati mortali.

I pastori devono, dunque, dar prova di pazienza e di bontà; ma non è loro permesso né di rendere vani i comandamenti di Dio, né di ridurre oltre misura la responsabilità delle persone. «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare, Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone».(19)

 

Il Catechismo Maggiore di San Pio X – CATECHISMO MAGGIORE

COMPENDIO DELLA DOTTRINA CRISTIANA PRESCRITTO DA SUA SANTITÀ PAPA PIO X ALLE DIOCESI DELLA PROVINCIA DI ROMA, ROMA, TIPOGR.VATICANA, 1905 PARTE TERZA – DEI COMANDAMENTI DI DIO E DELLA CHIESA

1 – Del sesto e del nono comandamento.

423. Che cosa ci proibisce il sesto comandamento: Non fornicare?

Il sesto comandamento: Non fornicare, ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l’infedeltà nel matrimonio.

424. Che cosa proibisce il nono comandamento?

Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio: e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento.

425. É un gran peccato l’impurità?

È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.

426. Sono peccati tutti i pensieri che ci vengono in mente contro la purità?

I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato.

427. Quando è che sono peccati i pensieri cattivi?

I pensieri cattivi, ancorché siano inefficaci, sono peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi.

428. Che cosa ci ordinano il sesto e nono comandamento?

Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore.

429. Che cosa ci convien fare per osservare il sesto e il nono comandamento?

Per ben osservare il sesto e il nono comandamento, dobbiamo pregare spesso e di cuore Iddio, essere divoti di Maria Vergine Madre della purità, ricordarci che Dio ci vede, pensare alla morte, ai divini castighi, alla passione di Gesù Cristo, custodire i nostri sensi, praticare la mortificazione cristiana e frequentare colle dovute disposizioni i sacramenti.

430. Che cosa dobbiamo fuggire per mantenerci casti?

Per mantenerci casti conviene fuggire l’ozio, i cattivi compagni, la lettura dei libri e dei giornali cattivi, l’intemperanza, il guardare le immagini indecenti, gli spettacoli licenziosi, le conversazioni pericolose, e tutte le altre occasioni di peccato.

 

Un sacerdote risponde a delle considerazioni sulla masturbazione: “la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale?” “la masturbazione è oggettivamente un peccato mortale”

Un sacerdote risponde

Considerazioni sulla masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, mi piacerebbe  porgerle alcune domande riguardanti la morale cattolica. 1) Il Catechismo  della Chiesa Cattolica ritiene, in perfetto accordo col Decalogo biblico, che  la masturbazione è un peccato grave. E’ esso veniale o mortale? 2) La psicanalisi ha  da tempo capito che la masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli  uomini, che favorisce la produzione degli ormoni androgini. Gli impulsi  sessuali, che se non erro la   Chiesa non considera peccaminosi (dopotutto non vedrei perchè  debbano essere considerati tali visto che sono, per così dire, involontari e  insiti alla natura stessa dell’uomo), sono all’origine della  masturbazione stessa. Nella fase adolescenziale, durante la pubertà, è in corso  la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a dei momentanei  squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio corpo, a  provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere masturbazione  che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per “formare”  la propria natura sessuale. Molti adolescenti cattolici praticanti, come  me, sono spesso assaliti da forti sensi di colpa e tristezza dopo l’atto, ma è  anche vero che tutti i ragazzi si masturbano, allora mi chiedo: è possibile che  Dio, creatore dell’uomo, misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente  la masturbazione come peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e  sessuale dell’individuo? E’ anche vero che non si può prescindere in maniera  totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per “cadere”. La  prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che il proprio inconscio  provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per la  produzione di ormoni androgini. 3) Non è più  verosimile che la masturbazione sia considerata peccato grave da Dio soltanto  quando diventa una abitudine rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a  cui è difficile rinunciare? Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria,  le dipendenze? Grazie, aspetto con  ansia una vostra risposta, possibilmente in maniera fedele sia al  Magistero Ecclesiastico che alle nozioni psicanalitiche che ho precedentemente  illustrato. Dopotutto esse fanno  parte della natura umana e la natura è il creato di Dio. Ricordatevi di me  nelle vostre preghiere quotidiane, Gaetano


Risposta del sacerdote

Caro Gaetano, riprendo puntualmente tutte le tue affermazioni.

1. “Il Catechismo della Chiesa Cattolica ritiene,  in perfetto accordo col Decalogo biblico, che la masturbazione è un peccato  grave. E’ esso veniale o mortale?”. Sei onesto nel  riconoscere che tanto il Magistero della Chiesa quanto la Divina Rivelazione  considerino la masturbazione un peccato grave.   Ma a tua volta  chiedi: questo peccato grave come va considerato: mortale o veniale?   Giovanni Paolo II,  in Reconciliatio et Poenitentia, ha affermato che “il peccato grave si  identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (RP 17).   A questo punto bisogna dire con Sant’Agostino: Roma locuta, causa finita (il Magistero  ha parlato, la discussione è finita).   Pertanto la masturbazione è oggettivamente un peccato  mortale.

2. “La psicanalisi ha da tempo capito che la  masturbazione è un atto naturale e comune a tutti gli uomini, che favorisce la  produzione degli ormoni androgini”. Intanto sulla  psicanalisi: non è una scienza esatta come la matematica, secondo la quale due  più due fanno quattro, e fanno quattro per tutti e per sempre.   Quante scuole vi  sono nella psicanalisi! Ognuno dice la sua. E non può esser diversamente  essendo in se stessa una scienza empirica, che parte dalle vicende umane e  cerca di conoscere determinati meccanismi di carattere psicologico alla luce di  alcune costanti. Ma questi meccanismi non sono interpretati univocamente.   Inoltre la psicanalisi non dice che la  masturbazione è comune a tutti gli uomini. Compirebbe un errore grossolano se  dicesse questo, perché vi sono state e vi sono molte persone, di sesso maschile  e soprattutto di sesso femminile, che non l’hanno mai conosciuta.   Ancora: quand’anche  tutti passassero per questa strada, non si può costituire un dato  comportamentale come un criterio veritativo. Tutti, questo sì (almeno più o  meno) hanno detto bugie, soprattutto da piccoli. Ma con questo la bugia non  diventa criterio verità. Rimane bugia, falsificazione della realtà.

3. “Gli impulsi sessuali, che se non erro la Chiesa non considera peccaminosi  (dopotutto non vedrei perchè debbano essere considerati tali visto che sono,  per così dire, involontari e insiti alla natura stessa dell’uomo),  sono all’origine della masturbazione stessa”. Sono d’accordo, ma  questi impulsi non sono costrittivi.   La masturbazione  parte infine da un atto della volontà.   Come ti ho detto, in  alcuni questo ulteriore passaggio non c’è e stanno meglio di chi si masturba,  stante il disagio interiore provato da tutti quelli che passano attraverso  questo fenomeno.

4. “Nella fase adolescenziale, durante la  pubertà, è in corso la formazione fisico-psicologica dell’individuo che porta a  dei momentanei squilibri ormonali. Questo porta il ragazzo a conoscere il proprio  corpo, a provare le prime attrazioni verso il sesso opposto, a compiere  masturbazione che, vista in quest’ottica scientifica, diviene un modo per  “formare” la propria natura sessuale”. Come ti ho detto,  diverse persone cadono in questo peccato.   Alcuni si rialzano  subito o quasi, altri se lo portano dietro per anni e altri ancora per tutta la  vita, pur essendo sposati.   Il Signore, che  indubbiamente ne sa più di tutti, ha detto: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo  del peccato” (Gv 8,34).   Caro Gaetano, io  sono anche confessore. So per certo che tutti o quasi non avrebbero mai  desiderato cominciare con questo vizio, che ormai li rende schiavi della  concupiscenza e li fa star male perché sentono che è una vittoria dell’egoismo  e della sensualità nella loro vita.   Altro che aiuto ad  aprirsi all’altro sesso! Semmai, la masturbazione aiuta ad aprirsi all’altro  sesso in maniera sbagliata, considerandolo come oggetto di passione e di  libidine.   Senza dire che chi  compie questo peccato avverte di perdere la presenza personale di Dio dentro di  sé, e cioè sente – anche tangibilmente – di perdere la grazia, che è il tesoro  più grande che una persona può possedere sulla terra.

5. “Molti  adolescenti cattolici praticanti, come me, sono spesso assaliti da forti sensi  di colpa e tristezza dopo l’atto”. Vedi che mi dai  ragione sul senso di colpa e di tristezza.   In confessione non  ne trovo uno che sia contento di questo peccato.   Ti ripeto, non ne  trovo neanche uno.   Tutti vorrebbero  essere liberati.

6. “ma è anche vero che tutti i ragazzi si  masturbano, allora mi chiedo”. È sbagliata la  premessa.   È un dato di fatto,  rilevato anche statisticamente che non è come dici tu.   Te lo garantisco.

7. “è possibile che Dio, creatore dell’uomo,  misericordia infinita, attribuisca ad un adolescente la masturbazione come  peccato quando essa è funzionale allo sviluppo ormonale e sessuale  dell’individuo?” Come si fa a dire  che è funzionale allo sviluppo!   E invece è  funzionale al contrario del vero sviluppo, tant’è vero che come tu stesso  rilevi la masturbazione causa sensi di  colpa e tristezza.   L’autentico sviluppo  di una persona causa sensi di colpa e  tristezza?   Dio non proibisce il  male per gusti personali!   Piuttosto,  proibendo, avverte l’uomo che con quel peccato si danneggia.

8. “E’ anche vero che non si può prescindere in  maniera totale dalla masturbazione, e prima o poi si finisce per  “cadere”. La prova è la polluzione notturna, emissione di sperma che  il proprio inconscio provoca durante il sonno in maniera autonoma, sempre per  la produzione di ormoni androgini”. Ripeto: non è vero  che prima o poi si finisce per cadere.   Inoltre proprio  l’espulsione autonoma nel sonno del surplus sta ad evidenziare che non è  affatto necessario passare attraverso la strada indicata da te.

9. “Non è più verosimile che la masturbazione  sia considerata peccato grave da Dio soltanto quando diventa una abitudine  rovinosa per i rapporti di coppia o un qualcosa a cui è difficile rinunciare?  Un po’ come la droga, il fumo, la lussuria, le dipendenze?”   Ma l’abitudine  rovinosa da che cosa è causata?   Evidentemente da un  atto che le è proporzionato.   Se gli atti sono  lievi, non  causano dipendenze gravi. Al  massimo causano dipendenze lievi.   Solo gli atti gravi  causano dipendenze gravi.   Come è peccato grave  l’assunzione della droga e non solo la dipendenza, così avviene anche nel  nostro caso.

8. Ti ricordo molto  volentieri nelle mie preghiere soprattutto perché tu giunga a presentarmi la  prossima volta non già l’apologia della masturbazione, ma l’apologia della  purezza. Questa, sì, favorisce il vero sviluppo, rende lieti, interiormente  liberi, soprattutto pone le premesse per volare in alto e stare uniti a Dio  cuore a  cuore. Te lo auguro di cuore.

Ti saluto e ti  benedico.   Padre Angelo

 

Un sacerdote risponde

Chiedo una chiarificazione sulla gravità  della masturbazione

Quesito

Caro Padre Angelo, è la prima volta che  le scrivo, e colgo l’occasione per ringraziarla di cuore per la sua  disponibilità. Mi chiamo A.,  ho 29 anni e vivo un’esistenza “normale”, tipica dei trentenni di  oggi, incentrata sulla ricerca di un lavoro (sono avvocato ma sto svolgendo  altri concorsi, in particolare quello per diventare magistrato), sulla  condivisione dei momenti più belli con amici cari, sullo sport… Una componente  essenziale della mia esistenza è data dalla fede, e dalla sua pratica in ambito  parrocchiale. Vivo la Grazia di un legame estremamente solido e sincero col  Parroco e con un bel gruppo di amici che frequentano la mia Parrocchia, con i  quali condivido periodicamente e sistematicamente esperienze forti di  preghiera, di approfondimento culturale e di carità. Credo, e sono  contento di testimoniare la mia fede laddove se ne presenti l’occasione. Però, fin  dall’adolescenza mi accompagna un “punto debole”: si tratta –  riprendendo la definizione di una e-mail che le è già stata inviata – del  “vizio solitario”. Io so che si tratta  di un comportamento disordinato e da evitarsi, ma – soprattutto in particolari  periodi di “vulnerabilità” – vivo il confronto come una lotta impari  e spesso ne esco sconfitto. Ho letto il prezioso  consiglio che lei ha già dato ad un altro fedele, e cercherò di farne tesoro. Ma la domanda che vorrei porle ha un’angolatura leggermente  diversa. Si potrebbe riassumere così:  questo tipo di peccato rientra nel novero dei peccati “mortali”? O  invece può essere considerato un peccato “veniale”? Non si tratta di un  quesito che nasca da una mia “pigrizia” nel confessarmi. Accedo al  sacramento della Riconciliazione con una certa regolarità. Piuttosto, il mio  dubbio è “sostanziale”: davvero un unico gesto disordinato può  interrompere integralmente il rapporto con Dio e con il Suo Amore? E se io  dovessi “ritardare” nel confessarlo, rischio di precludermi la  salvezza eterna in caso di morte? Nella mia esperienza, avverto distintamente  il carattere peccaminoso dell’atto, ma al tempo stesso non avverto  un’interruzione nel mio rapporto con Dio e nelle mie attenzioni al prossimo che  da tale rapporto prendono vita. E’ un “sintomo” del carattere veniale  del peccato, o solo una mia falsa percezione? La ringrazio fin da  ora per l’attenzione che vorrà concedermi, e le assicuro la mia povera  preghiera quale sostegno alla sua preziosa attività pastorale.

A.


Risposta del sacerdote

Caro A., 1. ti ringrazio  anzitutto per la bella testimonianza di vita cristiana che ci hai dato: la vita  di grazia anzitutto, poi la vita nella comunità parrocchiale, la testimonianza  e la condivisione di fede con i tuoi amici, la frequentazione del sacerdote che  per te, da quanto arguisco, è anche un padre spirituale. La vita cristiana va  vissuta così: in profondità, all’interno della comunità, nel rapporto con colui  che il Signore ha messo a pascere il suo gregge. Sono contento anche  del tuo desiderio di affermarti sempre di più nella vita sociale, così da  mettere a disposizione di tutti e al meglio i talenti che il Signore ti ha dato. È importante anche  la tua condivisione dell’attività sportiva con gli amici. Lo sport non è  soltanto un hobby. È una necessità ed è anche un momento particolare per vivere  la fraternità nella distensione e nell’agonismo. L’amicizia e la vita  cristiana hanno bisogno di questi momenti. Penso a Pier Giorgio Frassati e alla  sua passione per la montagna…

2. Ti ringrazio  anche per la sincerità nell’esporre una fragilità, che oggi purtroppo è comune  a molti.   Sottolineo oggi, perché “non si può tacere  che la masturbazione non è nota in tutte le culture, non essendo presente in  ambienti dove esistono forti sti­moli all’integrazione precoce dell’io e  all’assunzione di responsabilità sociali e fami­liari; per cui non si può  affermare che la masturbazione sia una fase obbliga­toria della vita” (achille dedé, Gesti e parole espressivi dell’io, edu­cazione alla maturità sessuale,  pp. 120-121).   Ma non è di questo  che tu vuoi parlare, perché sei profondamente convinto che si tratta di un  disordine.   Mi poni invece il  quesito sul piano dottrinale: se si tratti sempre di un peccato mortale, dal  momento che tu poi vivi ugualmente la tua relazione con Dio e di carità verso  il prossimo.

3. Ed ecco la  risposta.   Sul piano oggettivo  “sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia  il senso morale dei fedeli hanno af­fermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e  gravemente disordinato” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Il termine masturbazione non si trova nella Sacra Scrittura,  ma “la tradizione della Chiesa ha giustamente inteso che questo peccato veniva  condannato nel Nuovo Testamento quando parla di impurità, di impudicizia,  o di altri vizi, contrari alla castità e  alla continenza” (Dichiarazione  Persona humana, 9).   Inoltre è interessante il riferimento al senso morale dei fedeli che viene fatto  dalla Dichiarazione citata. Per quanto oggi si cerchi di banalizzare il gesto,  tuttavia il soggetto che lo compie avverte che si tratta di un disordine che lo  lascia per terra.   Giovanni Paolo II diceva che la sessualità tocca l’intimo nucleo della persona. E per  questo uno si disorienta nel fondo di se stesso.

4. Ma anche su  questo tu sei d’accordo.   E mi chiedi se di  fatto sia un peccato grave quando uno sente che la relazione con Dio e con il  prossimo non è integralmente interrotta.   Ebbene, caro  Antonio, il peccato grave interrompe la relazione con Dio per quanto riguarda  la carità, e cioè l’essere all’unisono col Signore, con la sua volontà.   Ma non interrompe la  relazione con Dio per quanto concerne la fede e la speranza, perché anche col  peccato mortale uno continua a credere in Dio, a relazionarsi con Lui  domandandogli perdono e chiedendogli aiuto.   Non viene distrutta  neanche l’opzione fondamentale per Dio, che può coesistere col peccato grave.  Quando San Pietro ha rinnegato ripetutamente il Signore, non aveva smesso di  stimarlo e, in qualche modo, anche di amarlo. Ma il suo rinnegamento è stato un  peccato grave e ne pianse amaramente.   Il peccato grave  dunque è quel peccato che distrugge la carità, vale a dire l’amicizia col  Signore, l’essere con lui una sola cosa, possederlo nel proprio cuore e godere  della sua presenza.   Ora la masturbazione  è un peccato di questo tipo. Si continua a credere, ad avere una relazione con  Dio. Ma questa relazione è bene diversa da quando ci si trova in grazia.

5. Tuttavia devo  dirti ancora una cosa. Lo stato di grazia non si riacquista solo con la  confessione. Lo si può raggiungere ben prima, attraverso un atto di sincero  pentimento e anche attraverso atti di carità, fatti per amore di Dio e del  prossimo e in espiazione dei propri peccati.   Allora sebbene il  peccato del vizio solitario sia grave, tuttavia può succedere che la comunione  con Dio si riallacci prima della confessione, ma non senza il suo desiderio  almeno implicito.   E penso che sia  proprio questo che capita a te sicché spontaneamente ti domandi se sia peccato  grave o peccato veniale.   È dunque peccato  grave, ma non di rado la comunione con Dio viene riacquistata prima della  confessione.   Questo tuttavia non  dà la possibilità di fare la santa Comunione, perché manca ancora la piena  riconciliazione con Dio e con la Chiesa. Manca  ancora l’espiazione del peccato, e questa viene attuata mediante il Sangue  di Cristo che il Sacerdote versa sulla tua anima per purificarla, toglierle  ogni macchia e santificarla.   Pertanto qualora di  capitasse di cadervi ancora, accostati con umile perseveranza alla Confessione.  La tua Comunione sacramentale sarà vera Comunione, ben diversa da quella  preceduta solo dal pentimento, per quanto sincero.

Ti ringrazio per la  domanda. E penso che ti ringrazieranno molti nostri visitatori che attraverso  la risposta possono ricevere maggiore chiarificazione su una questione delicata  della nostra vita cristiana.   Ti saluto, ti  accompagno con la preghiera e ti benedico.   Padre Angelo

Dal catechismo della Chiesa Cattolica:

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

2351 La lussuria è un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

2352 Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. « Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato ». « Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità ». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della « relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ». 236

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

1856 Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:

« Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali ». 115

1857 Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

1858 La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

1859 Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

1860 L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

Il domenicano Padre Angelo, risponde: “Perché la vita intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?”

 

Il domenicano Padre Angelo, risponde

Perché la vita intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?

Quesito

Caro Padre  Angelo,   un altro problema  riguarda la sessualità   Il “problema”, è che nell’esercizio sbagliato della  propria sessualità non è visibile un danno tangibile a qualcuno, come può  essere ad esempio un omicidio o un furto. Per cui si pensa “E ma non faccio  male a nessuno”, per cui peccare contro il proprio corpo non è vista come  una cosa sbagliata, tanto che una ragazza cattolica praticamente mi ha detto  “E ma se due si amano e non sono sposati non si può chiamare disordinato  l’atto sessuale che hanno” (e sinceramente a questa risposta ci sono  rimasto amareggiato..). Cosa potrei rispondere? Considerando anche che non  basta rispondere “c’è questa enciclica che dice” o “il Papa ha  detto così..” perché purtroppo ho notato una certa sfiducia nei confronti  del Magistero e relative Verità di fede.   La domanda che più mi preme è questa però: perché la vita  intima con Dio, è così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la  propria sessualità?   La  ringrazio tantissimo per l’eventuale risposta! Francesco


Risposta del sacerdote

Caro Francesco, 1. neanche quando uno bestemmia è visibile il danno. E neanche quando si tralascia di santificare la festa. Ma il più delle volte non è visibile neanche quando si compie  un adulterio… Allora identificare il peccato solo con i suoi effetti visibili  è sbagliato. Forse solo nel caso dell’omicidio e del furto gli effetti sono  visibili. Ma i comandamenti non sono due, bensì dieci.

2. Il peccato porta un disordine nel fondo di se stesso,  nell’orientamento del proprio io.   Il peccato, come lo definisce Sant’Agostino, consiste  essenzialmente “nell’allontanarsi da Dio e nel rivolgersi in maniera  disordinata alle creature”. Ecco il male. Le creature che Dio ci ha dato perché  ci parlino di Lui, ci portino a Lui e ci uniscano a Lui, diventano il nostro Dio.   Ma le creature non possono saziare il bisogno di felicità  dell’uomo, perché questo bisogno è infinito, mentre le creature sono tutte  finite, limitate.   Con ragione Sant’Agostino diceva: “Tu Dio ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te”  (Confessioni, 1,1).   Il male del peccato non è anzitutto un male materiale, ma di  ordine morale. Consiste in un disorientamento di fondo della propria vita,  un destinarsi all’infelicità nella vita presente e alla perdita irrevocabile di  Dio in quella futura.

3. “E… ma se due si amano e non sono sposati non si può  chiamare disordinato l’atto sessuale che hanno”.   Sì, è disordinato perché quell’atto ha un duplice significato:  di donarsi all’altro in totalità anche temporalmente. Ora fuori del matrimonio  la totalità del dono non è ancora stata sancita, non è irrevocabile, ognuno può  ancora tornare indietro, è libero, non appartiene per sempre ad un’altra  persona.   Inoltre la contraccezione manifesta ulteriormente  un’alterazione del disegno divino sulla sessualità perché non si vuole che  raggiunga il suo obiettivo intrinseco.   Ti pare ordinato darsi a uno che non  è ancora tuo, quando quel gesto significa  invece proprio quello?   Ti pare ordinato “usarsi” a vicenda e poi lasciarsi?   Ti pare ordinato compiere un gesto che rimane sempre  potenzialmente procreativo e talvolta lo è nonostante tutti gli artifizi?   Il dare il proprio corpo anche nella dimensione genitale è  proprio la stessa cosa che darsi la mano?

4. “Se due di amano”. Quest’espressione è soggetta ad ambiguità.   Talvolta si tratta di vero amore. E allora se due persone si  amano in maniera vera non falsificano un gesto che di suo ha degli obiettivi  ben precisi: donazione totale di sé e apertura alla vita. Si amano e si  rispettano in tutti i sensi.   Talvolta invece per amore s’intende semplicemente l’attrazione  erotica. Allora ci si può domandare se sia sufficiente l’attrazione erotica per  giustificare l’atto sessuale? È ancora vero amore quello in cui ci si usa per  un attimo e per sfogare la propria libidine e poi ci si lascia?

5. Certo, se svanisce Dio e il senso ultimo della nostra vita  non ha più senso parlare di bene e di male. San Paolo dice: “Se i morti  non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1 Cor 15,31).   Stupisce che una ragazza che si dice cattolica abbia un modo  di pensare che non solo non è cattolico, ma neanche da credenti in Dio.   Comprendo la tua amarezza.   Ma viene da ricordare quanto Benedetto XVI ha detto ai  giornalisti mentre si recava a Fatima nel 2010: “Quando si parla di credenti si  da per presupposto che ci sia la fede, ma spesso questa non c’è”. Se per fede s’intende sapere che Dio c’è, ebbene questa fede  ce l’hanno anche i demoni.   Aver fede invece significa orientare la propria vita a Dio e  obbedire a Dio.

6. Infine mi chiedi: “perché la vita intima con Dio, è  così strettamente legata alla purezza, e al vivere bene la propria sessualità?” Perché la sessualità, come rileva Giovanni Paolo II “non è  affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda  l’intimo nucleo della persona umana come tale” (Familiaris consortio 11).   Ne va di mezzo la disposizione di fondo di se stessi.

7. La santificazione è legata alla carità, e cioè alla  maniera di amare di Dio.   L’impurità è tutto il contrario: non porta ad amare col  cuore di Dio, a desiderare e a donare all’altro quello che Dio gli vuole  donare, ma porta a usare dell’altro.   L’impurità non è vero amore e non è senza conseguenze perché  “la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari  alla carne” (Gal 5,16-17).   L’impurità, in qualunque modo si esprima, spegne il gusto  delle cose di Dio.

8. Sentirai nella seconda lettura di domenica prossima (2a  del tempo ordinario b): “Il corpo non è  per l’impurità, ma per il Signore” 1 Cor 6,13) e ancora: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi  peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità,  pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo  avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi”(1 Cor 6,18-19).   Desidero ricordare anche quanto ha detto il Signore nel suo  primo discorso, quello della montagna: “Beati i puri di cuore perché vedranno  Dio” (Mt 5,8). Quando impera  l’impurità, Dio non interessa più.   Anzi si può giungere a quanto San Paolo diceva piangendo:  “Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi,  ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte  finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano  di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della  terra”  (Fil 3,19).

Non vado oltre perché non si finirebbe più.   Ti saluto, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.   Padre Angelo

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