Sant’Alfonso Maria de Liguori: “Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matteo 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato all’inferno….Sant’ Alfonso Maria De Liguori

“Senti dunque quel che ti dice Dio, o peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate: altrimenti può …essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque, fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti, promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b. Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum, resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono le parole del Cartusiano.
Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia, che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo: poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai? Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici: Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua? Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di restar perduto in eterno.
Faresti tu per quella breve soddisfazione un vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso, l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a Dio, ti piango per dannato.”
  (Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

Sant’Alfonso Maria de Liguori, sermoni per la quaresima “Del numero de’ peccati, oltre il quale Dio più non perdona” “Presto, peccatori, fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Due sermoni per la quaresima

“1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.” (Luca 4,1-13)

Sermone XV – Per la Domenica I di Quaresima

Del numero de’ peccati, oltre il  quale Iddio più non perdona.

Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matt. 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”

Nel corrente vangelo si legge che essendo andato  Gesù Cristo al deserto, permise che il demonio lo  portasse sopra il pinnacolo, o sia sommità del tempio, ed ivi gli  dicesse: Si filius Dei es, mitte te deorsum; soggiungendogli che gli  angeli l’avrebbero liberato da ogni offesa. Ma il Signore gli rispose che nelle  sacre carte sta scritto: Non tentabis Dominum Deum tuum” Non tentare il Signore Dio tuo”. Quel peccatore  che si abbandona al peccato senza voler resistere alle tentazioni, e senza  volere almeno raccomandarsi a Dio che gli dia l’aiuto per resistere, sperando  che il Signore un giorno lo caverà da quel precipizio; costui tenta Dio a far  miracoli, oppure ad usare con esso una misericordia straordinaria fuori  dell’ordine comune. Iddio vuol salvi tutti, come dice l’apostolo: Omnes  homines vult salvos fieri, ma vuole che ancora noi ci  adoperiamo per la nostra salvazione, almeno col prendere i mezzi per non restar  vinti dal nemico, e coll’ubbidire a Dio quando ci chiama a penitenza. I  peccatori ricevono le chiamate da Dio, e se ne scordano e seguitano ad  offenderlo; ma Dio non se ne scorda. Egli numera così le grazie che ci dispensa,  come i peccati che noi facciamo; onde allorché giunge il tempo da Dio  determinato egli ci priva delle sue grazie, e mette mano a’ castighi. E ciò  appunto voglio oggi dimostrarvi nel presente discorso, che quando i peccati  arrivano a certo numero, Iddio castiga e più non perdona. Attenti.

Dicono molti santi padri, s. Basilio, s.  Girolamo, s. Ambrogio, s. Gio. Grisostomo, s. Agostino ed altri, che siccome  Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo dei giorni di vita, de’ gradi  di sanità o di talento che vuol dargli, secondo il detto della Scrittura:  Omnia in mensura et numero, et pondere disposuisti, così  ancora per ciascuno tiene determinato il numero de’ peccati che vuol  perdonargli, compito il quale, più non perdona. Illud sentire nos  convenit, dice s. Agostino, tamdiu unumquemque a Dei patientia  sustineri, quo consummato, nullam illi veniam reservari. Lo  stesso scrive Eusebio Cesariense: Deus expectat usque ad certum numerum, et  postea deserit. E lo stesso scrivono i padri nominati di  sopra.

Misit me Dominus, ut mederer contritis  corde. Iddio è pronto a sanare quei che tengono buona volontà  di mutar vita, ma non può compatire gli ostinati. Il Signore perdona i peccati,  ma non può perdonare chi ha volontà di peccare. Né possiamo noi chiedere ragione  a Dio, perché ad uno perdoni cento peccati, e ad un altro, al terzo o quarto  peccato gli mandi la morte, e lo condanni all’inferno. Egli disse per il profeta  Amos: Super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non  convertam eum. In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire  coll’apostolo: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei! Quam  incomprehensibilia sunt iudicia eius! Quegli che è perdonato,  dice s. Agostino, è perdonato per sola misericordia di Dio; quegli che è  castigato, giustamente è castigato: Quibus datur misericordia, gratis datur:  quibus non datur, ex iustitia non datur. Quanti Iddio ha  mandati all’inferno al primo peccato! Scrive san Gregorio che un fanciullo di  cinque anni, che avea già l’uso di ragione, in dire una bestemmia fu preso dai  demoni e portato all’inferno. Rivelò la divina Madre a quella serva di Dio  Benedetta di Firenze, che un fanciullo di dodici anni al primo peccato fu  condannato; un altro figliuolo di otto anni al primo peccato morì e si dannò. Tu  dici: ma io son giovine, vi sono tanti che tengono più peccati di me. Ma che  perciò? Perciò Iddio, se pecchi, è obbligato ad aspettarti! Nel vangelo di s.  Matteo si dice che il nostro Salvatore la prima volta che trovò un  albero di fico senza frutto, lo maledisse dicendo: Numquam ex te nascatur  fructus; e quello seccò. E pertanto bisogna tremare di commettere un  peccato mortale, e tanto più se tu prima ne hai commessi altri.

Dice Dio: De propitiato peccato noli esse  sine metu; neque adiicias peccatum super peccatum. Non dire  dunque, peccatore mio: siccome Dio mi ha perdonati gli altri peccati, così mi  perdonerà quest’altro se lo commetto. Ciò non lo dire, perché se tu aggiungi un  altro peccato al peccato perdonato, devi temere che questo peccato nuovo si  unisca al primo peccato, e così si compisca il numero, e tu resti abbandonato da  Dio. Ecco come ciò più chiaramente lo spiega la scrittura in altro luogo:  Dominus patienter expectat, ut eas (nationes), cum iudicii dies  advenerit, in plenitudine peccatorum puniat. Iddio dunque  aspetta ed ha pazienza sino a certo numero; ma quando è piena la misura de’  peccati, non aspetta più e castiga: Signasti quasi in sacculo delicta  mea. I peccatori mettono i loro peccati nel sacco, senza  tenerne conto, ma ben ne tiene conto Iddio per dare il castigo, quando è  maturata la messe, cioè quando è compito il numero: Mittite falces, quoniam  maturavit messis.

Di tali esempi poi ve ne sono molti nelle divine  scritture. In un luogo parlando il Signore degli ebrei disse: Tentaverunt me  per decem vices, ecco come egli numera i peccati, non videbunt  terram, ecco come compito il numero, castiga. In altro luogo  parlando degli amorrei, disse che trattenea il loro castigo, perché non ancora  era compito il numero delle loro colpe: Necdum enim completae sunt  iniquitates amorrhaeorum. In altro luogo abbiamo l’esempio di  Saulle, che avendo la seconda volta disubbidito a Dio, restò abbandonato,  talmente che pregando egli Samuele che si fosse interposto per lui appresso il  Signore: Porta, quaeso, peccatum meum, et revertere mecum, ut adorem  Deum: Samuele che sapea averlo Dio abbandonato, rispose:  Non revertar tecum, quia abiecisti sermonem Domini, et proiecit te Dominus  etc: Saulle, tu hai abbandonato Dio e Dio ha abbandonato te.  Di più vi è l’esempio di Baldassarre, il quale stando a mensa colle sue donne  profanò i vasi del tempio, ed allora vide una mano che scrisse sul muro:  Mane, Thecel, Phares. Venne Daniele e richiesto della spiegazione di  tali parole, spiegando la parola Thecel, disse al re: Appensus es  in statera, et inventus es minus habens: dandogli così ad  intendere che il peso de’ suoi peccati avea fatto traboccar la bilancia della  divina giustizia; ed in fatti nella stessa notte fu ucciso: Eadem nocte  interfectus est Balthassar rex chaldaeus. Ed oh a quanti  miseri avviene lo stesso, che seguitano essi ad offendere Dio, quando giungono i  loro peccati ad un certo numero, son colti dalla morte, e mandati  all’inferno! Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferna  descendunt! Trema, fratello mio, che ad un altro peccato  mortale che fai Iddio ti mandi all’inferno.

Se Dio mettesse mano a’ castighi subito quando  l’uomo l’offende, non si vedrebbe Dio così disprezzato, come ora si vede; ma  perché egli non castiga subito, e per sua misericordia aspetta e trattiene il  castigo, perciò i peccatori si danno animo a seguire ad offenderlo: Quia non  profertur cito contra malos sententia, absque timore ullo filii hominum  perpetrant mala. Ma bisogna persuadersi che Dio aspetta e  sopporta, ma non aspetta e non sopporta sempre. Sansone seguitando a trescare  con Dalila sperava di liberarsi dalle insidie de’ filistei, come avea fatto  altre volte: Egrediar sicut ante feci, et me excutiam. Ma  in quella volta restò preso, e gli fu tolta la vita. Non dire, avverte il  Signore: io ho fatti tanti peccati, e Dio non mi ha castigato: Ne dixeris,  peccavi, et quid accidit mihi triste? Altissimus enim est patiens  redditor. Iddio ha pazienza sino a certo termine, passato il  quale, egli castiga i primi peccati e gli ultimi. Viene una, come suol dirsi, e  paga tutto. E quanto maggiore sarà stata la pazienza di Dio, tanto più grave  sarà la sua vendetta.

Onde dice il Grisostomo che più dee temersi  quando Iddio sopporta, che quando subito castiga: Plus timendum est, cum  tolerat, quam cum festinanter punit. E perché? Perché, dice s. Gregorio che  coloro, coi quali Dio usa più misericordia, se non la finiscono, più  rigorosamente sono puniti: Quo diutius expectat (Deus) durius  damnat. E soggiunse il santo che questi tali spesso sono castigati da Dio  con una morte improvvisa, senza aver tempo di convertirsi: Saepe qui diu  tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem liceat. E  quanto più grande è la luce che il Signore dà ad alcuni per emendarsi, tanto  maggiore è la loro accecazione ed ostinazione nel peccato. Scrisse s. Pietro:  Melius enim erat illi non cognoscere viam iustitiae, quam post agnitionem  retrorsum converti. Miseri quei peccatori che dopo la luce  avuta tornano al vomito; mentre dice s. Paolo essere impossibile, moralmente  parlando, che costoro di nuovo si convertano: Impossibile est enim, eos qui  semel illuminati sunt, gustaverunt etiam donum coeleste… et prolapsi sunt,  rursus renovari ad poenitentiam.

Senti dunque quel che ti dice Dio, o  peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis  deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese  a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate:  altrimenti può essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si  chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque,  fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te  stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E  se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual  sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà  misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano  le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro  ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego  quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti,  promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua  morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non  irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad  vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b.  Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome  rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha  vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha  detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum,  resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono  le parole del Cartusiano.

Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già  tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se  prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far  danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per  una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia,  che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo:  poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai?  Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che  avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è  succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non  tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici:  Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui  poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non  promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non  ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà  tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua?  Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di  restar perduto in eterno.

Faresti tu per quella breve soddisfazione un  vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per  quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del  paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso,  l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato  per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità  di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub  spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno  con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti  all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne  porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam  habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum  eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina  misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che  dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a  Dio, ti piango per dannato.

 

S. Alfonso Maria  de’ Liguori: Sermone XVIII. – Per la Domenica IV. di  Quaresima

La tenera  compassione che ha Gesù Cristo de’ peccatori.

Facite omnes discumbere.  (Ioan. 6. 10.)

Abbiamo nel vangelo di  questo giorno, che ritrovandosi il nostro Salvatore sopra di un monte co’ suoi  discepoli e colla moltitudine di quasi cinquemila persone che lo aveano seguito,  in vedere i miracoli che facea sopra gl’infermi, dimandò egli a san Filippo: ove  compreremo tanti pani che bastino a dar da mangiare a questa povera gente?  Rispose s. Filippo: Signore, per comprar tanti pani non ci bastano dugento  danari. Allora dice s. Andrea: qui vi è un fanciullo che tiene cinque pani  d’orzo e due pesci; ma che possono bastare a tanti? Ciò non ostante Gesù Cristo  disse: via su fate che tutti siedano a terra, facite omnes  discumbere; e poi fece dispensare quei pani e quei pesci, che non solo  bastarono a tutti, ma raccogliendo in fine gli avanzi del pane, se ne empirono  dodici cofani. Il Signore fece questo gran miracolo per compassione che ebbe di  tanti poveri nel corpo, ma assai più grande è la compassione che egli ha de’  poveri nell’anima, quali sono i peccatori, che sono privi della divina grazia; e  questo sarà il soggetto del presente sermone: La tenera compassione che ha Gesù  Cristo de’ peccatori.

Il nostro amantissimo  Redentore, spinto dalle viscere della sua misericordia verso degli uomini che  gemeano miseramente sotto la schiavitù del peccato e del demonio, scese dal  cielo in terra per redimerli e salvarli dalla morte eterna colla sua propria  morte: così cantò s. Zaccaria padre del Battista, allorché venne in casa sua la  b. Vergine Maria, già fatta madre del Verbo Incarnato: Per viscera  misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex  alto.

Quindi dichiarò poi Gesù  Cristo che esso era quel buon pastore ch’era venuto in terra a dar la salute a  noi sue pecorelle: Ego veni ut vitam habeant, et abundantius  habeant. Notate quella parola abundantius, la  quale esprime che egli era venuto non solo a farci ricuperare la vita perduta  della grazia, ma a donarci una vita più abbondante e migliore della vita perduta  da noi col peccato. Sì, perché dice s. Leone, che Gesù colla sua morte ci recò  maggior bene, che non ci avea recato di danno il demonio col  peccato: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli  amiseramus invidiam. E ciò significò ben anche l’apostolo,  quando disse che la grazia avea sopravanzato il delitto: Ubi abundavit  delictum, superabundavit et gratia.

Ma, Signor mio, giacché  avete voluto prender carne umana, bastava una sola vostra preghiera a redimere  tutti gli uomini; che bisogno vi era di fare una vita così povera e disprezzata  per 33 anni, ed una morte così amara e vituperosa, morendo di dolore sopra di un  legno infame, spargendo tutto il vostro sangue a forza di tormenti? Sì, risponde  Gesù Cristo, ben so che bastava una goccia del mio sangue, una semplice mia  preghiera a salvare il mondo; ma non bastava a dimostrare l’amore che io porto  agli uomini: e perciò ho voluto tanto patire e morire con una morte così atroce,  per essere dagli uomini amato, dopo che mi avessero veduto così morto per loro  amore. Questo importa, disse, essere buon pastore: Ego sum pastor  bonus, bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis.

O uomini, uomini, e qual  maggior segno d’affetto potea darci il Figlio di Dio, che dar la vita per noi  sue pecorelle? In hoc, scrive s. Giovanni, cognovimus  caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit. Non  può alcuno, disse il medesimo Salvatore, dimostrar maggiore amore a’ suoi amici,  che dare per essi la vita: Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut  animam suam ponat quis pro amicis suis. Ma voi, Signore, non  solo per gli amici, ma siete morto per noi, che per i nostri peccati eravamo  vostri nemici: Cum inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem  Filii eius. Oh amore immenso del nostro Dio, esclama s.  Bernardo: Ut parceret servis, nec Pater Filio, nec Filius sibi ipsi  pepercit! Per perdonare a noi servi ribelli, il Padre non ha voluto  perdonare al Figlio, e il Figlio non ha voluto perdonare a se stesso,  soddisfacendo colla sua morte la divina giustizia per i peccati da noi  commessi.

Mentre Gesù Cristo si  avvicinava alla sua passione, andò un giorno a Samaria; ma i samaritani non  vollero riceverlo, onde s. Giacomo e s. Giovanni sdegnati contro i samaritani  per questo affronto fatto al lor maestro, rivolti a lui gli dissero: Signore,  volete che facciamo scender fuoco dal cielo per castigare questi  temerarj? Domine, vis dicimus, ut ignis descendat de coelo et consumat  illos? Ma Gesù che era pieno di dolcezza anche verso coloro che  lo disprezzavano, che rispose? Et conversus  increpavit illos dicens: Nescitis, cuius spiritus estis. Filius hominis non  venit animas perdere, sed salvare. Fortemente li  riprese dicendo: e qual mai è questo spirito vostro? Questo non è lo spirito  mio; il mio è spirito di pazienza e compassione verso de’ peccatori, mentre io  son venuto a salvare le anime, non già a perderle; e voi parlate di fuoco, di  castighi e di vendetta? Perciò in altro luogo disse a’ suoi  discepoli: Discite a me, quia mitis sum et humilis  corde. Io non voglio che impariate da me a castigare, ma ad  esser mansueti e sopportare e perdonare le ingiurie.

Ben egli dichiarò la  tenerezza del suo cuore verso dei peccatori, quando disse: Quis ex  vobis homo, qui habet centum oves, et si perdiderit unam ex illis, nonne  dimittit nonagintanovem in deserto, et vadit ad illam quae perierat, donec  inveniat eam? Se alcuno, disse, ha cento pecorelle, e ne perde  una, egli lascia le novantanove, e va in cerca della pecorella perduta, e non  lascia di cercarla, finché non la ritrova. E poi soggiunse: Et cum  invenerit eam, imponit in humeros suos gaudens, et veniens domum convocat amicos  et vicinos, dicens illis: Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam, quae  perierat. E quando la ritrova, per più non perderla se la  mette sulle spalle e poi chiama gli amici e i vicini a consolarsene seco, per  aver ritrovata la pecorella perduta. Ma, Signore, l’allegrezza dee essere non  tanto di voi, quanto della pecorella in aver ritrovato voi suo pastore e Dio.  Sì, dice Gesù Cristo, gode la pecorella in ritrovare me suo pastore, ma più  grande è il mio contento in ritrovare la pecorella perduta. E poi conchiude  dicendo: Dico vobis, quod ita gaudium erit in coelo super uno peccatore  poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis qui non indigent  poenitentia. È più grande, dice, l’allegrezza che si fa in  cielo sopra d’un peccatore il quale si converte, che sopra di novantanove giusti  che ritengono la loro innocenza. E qual sarà quel peccatore così duro, che  intendendo ciò, e sapendo l’amore col quale sta Gesù Cristo per abbracciarlo e  porselo sopra le spalle, quando si pente de’ suoi peccati, non voglia subito  andare a gittarsi a’ piedi suoi?

Similmente dichiarò il  Signore questa sua tenerezza verso de’ peccatori pentiti nella parabola del  figlio prodigo, come sta in san Luca ove dicesi che un certo  giovine non volendo aver più la soggezione del padre per vivere a modo suo tra i  vizj, domandò la sua porzione; e il padre glie la diede con dolore, piangendo la  di lui ruina. Il figlio si partì dalla casa del padre, e tra poco tempo, avendo  già dissipata la sua sostanza, si ridusse a tal miseria, che per vivere fu  costretto di mettersi a pascere i porci. Tutto è figura del peccatore, che  partendosi da Dio e perdendo la divina grazia, perde tutti i meriti acquistati,  e si riduce a fare una vita misera sotto la schiavitù del demonio. Dicesi poi in  s. Luca, che vedendosi quel giovine ridotto a tanta miseria, si risolse di  ritornare al padre; ed il padre, che è figura di Gesù Cristo, quando vide il  figlio che ritornava a’ piedi suoi, subito se ne mosse a  compassione: Vidit illum pater ipsius, et misericordia motus est.  Onde invece di scacciarlo, come meritava quell’ingrato, Accurrens  cecidit super collum eius et osculatus est eum; gli andò all’ncontro colle  braccia aperte, ed abbracciandolo venne per la tenerezza a cadere sopra il suo  collo, e lo consolò coi suoi baci. Indi disse a’ suoi servi: Cito  proferte stolam primam et induite illum; portate la veste più bella e  vestitelo: Stolam primam significa la grazia divina, che Dio  perdonando restituisce al peccatore pentito coll’aggiunta di nuovi doni celesti,  come spiegano s. Girolamo e s. Agostino: Et date annulum in manum  eius, dategli l’anello di sposa, poiché l’anima ricuperando la grazia di  Dio ritorna ad essere sposa di Gesù Cristo. Et adducite vitulum  saginatum, et occidite, et manducemus et epulemur: portate il vitello  ingrassato, che significa Gesù sacramentato, misticamente sacrificato ed ucciso  nell’altare, cioè la s. comunione: Via su, dice, facciamo  festa, manducemus et epulemur. Ma perché, o Padre divino, tanta  festa per il ritorno d’un figlio che vi è stato così  ingrato? Quia, egli risponde, hic filius meus mortuus  erat et revixit, perierat et inventus est; io fo festa, perché questo mio  figlio era morto per me, ed ora è risorto; per me era perduto, ed ora l’ho  ritrovato.

Questa tenerezza poi di  Gesù Cristo ben la sperimentò quella donna peccatrice, che s. Gregorio vuole  essere stata s. Maria Maddalena, la quale un giorno andò a gittarsi a’ piedi di  Gesù Cristo, come si legge in s. Luca, e gli lavò i piedi colle sue  lagrime; onde il Signore tutto dolcezza a lei rivolto la consolò  dicendole: Remittuntur tibi peccata… Fides tua te salvam fecit, vade in  pace. Figlia, ti sieno rimessi i tuoi peccati, la confidenza che hai avuta  in me ti ha salvata, va in pace. La sperimentò ancora quel povero infermo di  trent’otto anni, che era infermo di corpo e d’anima: il Signore lo sanò dal suo  male, e gli perdonò i suoi peccati; onde poi gli disse: Ecce sanus  factus es: iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid  contingat. La sperimentò ancora quel lebbroso, il  quale disse a Gesù Cristo: Signore, se voi volete, potete  sanarmi: Domine, si vis potes me mundare. E Gesù  rispose: Volo, mundare: come dicesse: sì che voglio, mentre a  questo fine sono sceso dal cielo per consolare tutti: sii guarito come desideri;  e così nello stesso punto avvenne: Et confestim mundata est lepra  eius.

La sperimentò ancora la  donna adultera, che dagli scribi e farisei fu presentata a Gesù Cristo: questi  gli dissero: nella legge di Mosè sta ordinato che tali donne debbano esser  lapidate; tu dunque che ne dici? In lege autem Moyses mandavit nobis  huiusmodi lapidare. Tu ergo quid dicis? E ciò, come  scrive s. Giovanni, lo dissero per tentarlo a rispondere, affinché poi potessero  accusarlo come trasgressor della legge se rispondea che si dovesse liberare, o  per far perdere a lui il nome di mansueto se rispondea che si dovesse  lapidare: Si dicat lapidandam (spiega s.  Agostino), famam perdet mansuetudinis; sin dimittendam,  transgressae legis accusabitur. Ma il Signore che rispose? Non disse né  l’uno né l’altro, ma chinandosi scrisse col dito sulla terra: Iesus  autem inclinans se deorsum, digito scribebat in terra. Questo scritto sulla  terra, dicono gl’interpreti, che verisimilmente era qualche sentenza di  scrittura, la quale ammoniva gli accusatori de’ proprj peccati, ch’erano forse  maggiori di quello della donna, e poi disse loro: chi di voi è senza peccato,  sia il primo a lapidarla: Qui sine peccato est vestrum, primus in illam  lapidem mittat. Ma quelli, come narra il Vangelista, l’uno dopo l’altro se  ne uscirono, e restò ivi solamente la donna, a cui rivolto Gesù Cristo  disse: Nemo te condemnavit… nec ego te condemnabo; vade, et iam amplius  noli peccare. Or via, le disse, giacché niuno di costoro ti ha condannata,  non pensare che abbia a condannarti io che non sono venuto in terra a condannare  i peccatori, ma a perdonarli e salvarli: va in pace e da qui avanti non  commettere più peccati.

No che non è venuto Gesù  Cristo per condannare i peccatori, ma per liberarli dall’inferno sempreché  vogliano emendarsi. E quando li vede ostinati a volersi perdere, egli quasi  piangendo dice loro per Ezechiele: Et quare moriemini  domus Israel? Come volesse dire: figli miei, e perché volere morire, perché  volere andare all’inferno, quando io son venuto dal cielo a liberarvi colla  morte da quest’inferno? E poi soggiunge per lo stesso profeta: voi siete già  morti alla divina grazia, ma io non voglio la vostra morte; ritornate a me, ed  io vi restituirò la vita che miseramente voi avete perduta: Quia nolo  mortem morientis, dicit Dominus Deus; revertimini et vivite.  Ma qualche peccatore, che si ritrova troppo aggravato da’ peccati, dirà: ma chi  sa se Gesù Cristo mi discaccia? No, gli risponde Gesù Cristo: Eum qui  venit ad me, non eiiciam foras. Niuno che viene a me pentito  dei peccati fatti, sarà da me discacciato, ancorché le sue colpe fossero molte  ed enormi.

Ecco come il nostro  Redentore in altro luogo ci dà animo di andare a’ suoi piedi, con sicura  speranza di essere consolati e perdonati: Venite,  dice, ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam  vos. Venite a me tutti, poveri peccatori che faticate per  dannarvi e gemete sotto il peso delle vostre iniquità; venite, ed io vi libererò  da tutte le vostre angustie. Ed in altro luogo giunge a dirci: Venite,  et arguite me, dicit Dominus, si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix  dealbabuntur. Venite pentiti delle offese che mi avete fatte,  e se io non vi perdono, arguite me; come dicesse, prendetevela con  me, e rimproveratemi qual mentitore, mentr’io vi prometto che quantunque i  peccati vostri fossero neri come la semenza di cremisi (viene a dire, ancorché  fossero orrendi ed enormissimi) la vostra coscienza, per mezzo del sangue mio,  con cui la laverò, diventerà candida e bella come la neve.

Presto, peccatori,  fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che  ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte  queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante  spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità.

(Sant’ Alfonso Maria De Liguori)

 

Sant’Alfonso Maria de Liguori: AVVERTIMENTI NECESSARI PER SALVARSI “Dio è giusto: punisce chi fa male e premia chi fa bene: manda all’inferno chi muore in peccato mortale, e dà il paradiso a chi muore in Grazia sua”

Sant’ Alfonso Maria de Liguori

(Dottore della Chiesa)

Avvertimenti necessari…per salvarsi

Cristiano mio, impara bene a memoria questi misteri della tua santa fede, e le cose necessarie per ben confessarti e comunicarti. E dopo averle imparate bene, contale in casa tua ed insegnale agli altri. Così darai gran gusto a Gesù Cristo; e tu con poca fatica partecipi e guadagni di tutto il bene che altri poi fanno per mezzo tuo.

Per salvarti non basta essere cristiano per mezzo del battesimo che hai ricevuto; ma bisogna che sappi i misteri della fede, che osservi la legge di Dio e i precetti della chiesa, e che riceva bene i ss. sagramenti.

I. Hai da credere che vi sia un solo Dio e che Dio è onnipotente: cioè, ha creato il cielo, la terra, gli angioli, gli uomini, te, tutte le cose. Dio è immenso: cioè sta in cielo, in terra, e in ogni luogo. Dio è giusto: punisce chi fa male e premia chi fa bene: manda all’inferno chi muore in peccato mortale, e dà il paradiso a chi muore in grazia sua.

Hai da credere nella ss. Trinità: cioè che quest’essere di Dio infinito, eterno, onnipotente, immenso, giusto, si trova in tre persone divine, che si chiamano Padre, Figliuolo, e Spirito santo, tre persone e un solo Dio. Hai da credere che il Figliuolo di Dio, cioè la seconda persona della ss. Trinità, si è fatt’uomo nel ventre purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito santo, è nato bambinello in una stalla, e morto in croce per salvare le anime nostre, e si chiama Gesù Cristo, vero Dio, e vero uomo. Il quale, dopo morto il terzo giorno è risuscitato, poi ascese al cielo e siede alla destra del Padre: e nel giorno del giudizio universale ha da venire a giudicare tutto il mondo: e manda all’inferno in anima e corpo chi è morto in peccato mortale: e porta in paradiso in anima e corpo chi è morto in grazia sua. Hai da credere che Gesù Cristo ha istituiti i ss. sagramenti, per mezzo de’ quali ci perdona i peccati, e ci santifica le anime: applicandoci i suoi meriti, e l’efficacia del suo prezioso sangue.

E tutte queste cose di fede le hai da credere fermamente, non perché te le insegna il sacerdote, ma perché Gesù Cristo le ha insegnate alla chiesa, e poi la santa chiesa le insegna a noi. E questa santa chiesa è il papa che insegna a tutti i fedeli: o i sagri pastori col papa lor capo.

II. Hai da sperare il perdono de’ tuoi peccati, la grazia di Dio, la buona morte e la gloria del paradiso. E questa speranza si fonda nelle promesse di Dio nel sangue di Gesù Cristo, e nella divina misericordia infinita. Ma avverti che per salvarti, non basta solo sperare, bisogna insieme vivere da cristiano, e sperare nel tuo Dio.

III. Hai da amare il Dio tuo, il padre tuo, il creator tuo, il redentor tuo, Gesù Cristo, sopra tutte le cose, e il prossimo come te stesso. E devi amare Dio perché è degno d’essere amato: e il prossimo tuo (cioè tutte le genti del mondo), perché Dio vuole che lo ami: ti sia amico o nemico, conoscente o non conoscente; si deve amare per amore e per ordine di Dio. I precetti della legge di Dio sono dieci: ma si riducono a questi due. Amare Dio sopra ogni cosa: cioè stimar più l’onor di Dio, la legge di Dio, la volontà di Dio, che le ricchezze, i parenti, gli onori, la stessa vita tua. E il prossimo come te stesso: cioè: Quel male che non vuoi per te, non fare ad altri; quel bene che vuoi per te, desidera e fa ad altri. Tratta gli altri come vuoi essere tu trattato da loro e da Dio. Se ciò fai, ti salverai.

Ricordati, e di’: Io credo le cose di Dio perché me le ha insegnate la s. chiesa. Io spero ogni bene perché Dio me l’ha promesso. Io amo Dio, perché Dio è degno d’essere amato.

IV. Di più ti devi confessar bene: perché se muori in peccato mortale, vai all’inferno. E la chiesa ti comanda di confessarti almeno una volta l’anno, da che entri nell’uso della ragione, dai sette anni. Per confessarti devi sapere che la confessione è uno de’ sette sagramenti istituiti da Gesù Cristo: per mezzo del quale, coll’assoluzione del confessore, Gesù Cristo applicando alle anime il suo prezioso sangue, perdona tutti i peccati a chi si confessa bene. E per confessarti bene.

1. Devi pensare tutti i peccati di pensieri, parole, opere, e omissioni che hai commessi dall’ultima confessione da te ben fatta.

2. Prima di confessarti devi pentirti con tutto il cuore di tutti i peccati commessi: deve dispiacerti il peccato sommamente, più d’ogni male: o perché t’ hai meritato l’inferno, o perché t’ hai perduto il paradiso: o meglio, perché hai offeso il tuo Dio, sommo bene, bontà infinita, degno d’essere amato.

3. Devi promettere a Dio, di non commettere più peccato mortale, e più tosto morire che offenderlo: e devi fuggire le occasioni, che ti fanno spesso cadere in peccato.

4. Devi dire tutti i peccati che ti ricordi al confessore; di pensieri, di parole e d’opere, e quante volte hai commesso quei peccati mortali: e se ne lasci anche uno solo volontariamente, per malizia, per vergogna o rossore, la confessione non è buona, Dio non ti perdona nessun peccato, commetti un sacrilegio, e sei più maledetto e più nemico di Dio, che non eri prima di confessarti. O quante anime poverelle, per timore e vergogna lasciano di dire i brutti peccati al confessore, commettono i sacrilegi, e vanno dannate!

5. Devi fare la penitenza che ti dà il confessore, subito che puoi: e farla bene.

V. Devi ancora comunicarti. E per comunicarti bene, devi sapere:

1. Che la comunione è uno de’ sette sagramenti istituiti da Gesù Cristo.

2. Che Gesù Cristo, vero Dio, e vero uomo, si trova in anima, corpo, e divinità nell’ostia consegrata ed in ogni particella di quella.

3. Che quando ti comunichi devi stare in grazia di Dio, levando il peccato mortale dall’anima con una buona confessione.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori da  “Breve dottrina cristiana”)

Iddio vuole salvi tutti: Omnes homines vult salvos fieri. 1 Tim. 2. 4. E vuol dare a tutti l’aiuto necessario per salvarsi; ma non lo concede se non a coloro che lo dimandano, come scrive S. Agostino: Non dat nisi petentibus. In Psalm. 100. Ond’è sentenza comune de’ Teologi e Santi Padri, che la Preghiera agli Adulti è necessaria di necessità di mezzo, viene a dire, che chi non prega, e trascura di dimandare a Dio gli aiuti opportuni per vincere le tentazioni, e conservare la grazia ricevuta, non può salvarsi.

Il Signore all’incontro non può lasciare di conceder le grazie a chi le dimanda, perché l’ha promesso. Clama ad me, et exaudiam te. Jer. 33. 3. Ricorri a me, ed Io non mancherò di esaudirti. Quodcunque volueritis, petetis, et fiet vobis. Jo. 15. 7. Dimandate da Me quel che volete, e tutto otterrete. Petite, et dabitur vobis. Matth. 7. 7. Dimandate e vi sarà dato. Queste promesse non però non s’intendono fatte per beni temporali, perché questi Iddio non li dà, se non quando sono per giovare all’Anima; ma per le grazie spirituali le ha promesse assolutamente ad ognuno, che ce le dimanda; ed avendocele promesse, è obbligato a darcele: Promittendo debitorem Se fecit, dice S. Agostino. De Verb. Dom. Serm. 2

Bisogna poi avvertire, che Dio ha promesso di esaudir la Preghiera, ma a riguardo nostro è precetto grave il pregare. Petite, et dabitur vobis. Matth. 7. 7. Oportet semper orare. Luc. 18. 1. Queste parole petite, oportet, come insegna S. Tommaso (3. p. q. 39. a. 5.) importano precetto grave, che obbliga per tutta la vita, e specialmente quando l’Uomo si vede in pericolo di morte, o di cadere in peccato; perché allora, se non ricorre a Dio, certamente resterà vinto. E chi trovasi già caduto in disgrazia di Dio, esso commette nuovo peccato, se non ricorre a Dio per aiuto ad uscire dal suo miserabile stato. Ma Dio potrà esaudirlo, vedendolo fatto suo nemico? Si, ben l’esaudisce, quando il peccatore umiliato lo prega di cuore a perdonarlo; poiché sta scritto nel Vangelo: Omnis enim qui petit, accipit. Luc. 11. 10. Dicesi omnis, ognuno sia giusto, sia peccatore, quando prega, Dio ha promesso di esaudirlo. In altro luogo dice Dio: Invoca me, et eruam te. Psalm. 49. 15. Chiamami, ed Io ti libererò dall’Inferno, ove stai condannato.

No, che non vi sarà scusa nel giorno del Giudizio, per chi muore in peccato. Né gli gioverà dire, ch’egli non avea forza di resistere alla tentazione, che lo molestava; perché Gesù Cristo gli risponderà: se tu non l’avevi questa forza, perché non l’hai domandata, ch’Io ben te l’avrei data? E se già eri caduto in peccato, perché non sei ricorso a Me, ch’Io te ne avrei liberato?

Pertanto, Lettor mio, se vuoi salvarti, e mantenerti in grazia di Dio, bisogna, che spesso lo preghi a tenerti le mani sopra. Dichiarò il Concilio di Trento (Sess. 6. cap. 13. can. 22.) che a perseverare l’Uomo in grazia di Dio, non basta l’aiuto generale che Egli dona a Tutti, ma vi bisogna un aiuto speciale, il quale non si ottiene se non colla Preghiera. Perciò dicono tutti i Dottori, che ciascuno è tenuto sotto colpa grave a raccomandarsi spesso a Dio con domandargli la santa perseveranza, almeno una volta il mese. E chi si trova in mezzo a più occasioni pericolose, è obbligato a domandare più spesso la grazia della perseveranza.

Molto giova poi per ottenere questa grazia il mantenere una divozione particolare alla Madre di Dio, che si chiama la Madre della Perseveranza. Chi non si raccomanda alla Beata Vergine, difficilmente avrà la perseveranza; mentre dice S. Bernardo, che tutte le grazie divine, e specialmente questa della perseveranza, ch’è la maggiore di tutte, vengono a noi per mezzo di Maria.

Oh volesse Dio, ed i Predicatori fossero più attenti ad insinuare ai loro Uditori questo gran mezzo della Preghiera! Alcuni in tutto il lor Quaresimale appena la nomineranno una o due volte, e quasi di passaggio; quando dovrebbero parlarne di proposito più volte, e quasi in ogni Predica; gran conto dovran renderne a Dio, se trascurano di farlo E così anche molti Confessori attendono solo al proposito de’ Penitenti di non offender più Dio; e poco si prendono fastidio d’insinuar loro la preghiera, per quando saran tentati di nuovo a cadere;

ma bisogna persuadersi, che quando la tentazione è forte, se il Penitente non domanda aiuto a Dio per resistere, poco gli serviranno tutti i propositi fatti, la sola preghiera può salvarlo. È certo che chi prega, si salva, chi non prega, si danna.

E perciò, Lettor mio, replico, se vuoi salvarti, prega continuamente il Signore, che ti dia luce e forza di non cadere in peccato. In ciò bisogna essere importuno con Dio, in domandargli questa grazia. Haec importunitas (dice S. Girolamo) apud Dominum opportuna est. Ogni mattina non lasciar di pregarlo a liberarti da’ peccati di quel giorno. E quando si affaccia alla mente qualche mal pensiero, o qualche cattiva occasione, subito, senza metterti a discorrere colla tentazione, subito ricorri a Gesù Cristo, e alla Santa Vergine, dicendo: Gesù mio aiutami, Maria SS. soccorrimi. Basta allora nominare Gesù e Maria, per svanir la tentazione; ma se la tentazione persiste, seguita ad invocare Gesù e Maria per aiuto, che non resterai mai vinto.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, da “Avvertimenti necessari ad ogni persona di qualunque stato per salvarsi”)

Sant’Alfonso Maria de Liguori: Castità, Continenza, Mortificazione “Se vogliamo salvarci e dar gusto a Dio, bisogna mutar palato: bisogna che ci piacciano quelle cose che ricusa la carne, e ci dispiacciano quelle che la carne domanda. Così appunto disse un giorno il Signore a S. Francesco d’Assisi: Se desideri me, piglia le cose amare per dolci e le dolci per amare.”

Per lussuria intendiamo, normalmente, genericamente l’insieme dei peccati che ruotano intorno al sesto e al nono precetto del decalogo: fornicazione, adulterio, unioni contro natura (omosessualità, bestialità etc.), pornografia, prostituzione,masturbazione, atti di lussuria non consumata, come ad es. baci dati per il gusto del piacere venereo (che praticamente in ogni film vengono mostrati a tutti) etc.etc.

Allorché parliamo dell’uomo casto ci riferiamo all’uomo veramente e pienamente casto: nel cuore e nel corpo, cioè ci riferiamo all’uomo santo, che vive nella divina grazia; ci riferiamo altresì alla castità come virtù infusa e perciò indissolubilmente legata alla carità.

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della chiesa: Castità, Continenza, Mortificazione.

 

Se vogliamo salvarci e dar gusto a Dio, bisogna mutar palato: bisogna che ci piacciano quelle cose che ricusa la carne, e ci dispiacciano quelle che la carne domanda. Così appunto disse un giorno il Signore a S. Francesco d’Assisi: Se desideri me, piglia le cose amare per dolci e le dolci per amare.

Chi attende, come bruto, a soddisfarsi de’ piaceri sensuali non è capace neppur d’intendere l’eccellenza de’ beni spirituali.

Ecco tutto quel che ha da fare chi vuol esser seguace di Gesu-Cristo. Il negare se stesso è il mortificare l’amor proprio. Vogliamo salvarci? bisogna vincer tutto, per assicurare il tutto. Povera quell’anima, che dall’amor proprio si lascia guidare!

Dice s. Francesco di Sales che siccome il sale preserva la carne dalla putredine, così la mortificazione preserva l’uomo dal peccato. In quell’anima dove regna la mortificazione regneranno ancora le altre virtù.

Dicea s. Francesco Borgia che l’orazione è quella che introduce nel cuore il divino amore; ma la mortificazione è quella poi che all’amore apparecchia il luogo col toglierne la terra, che altrimenti gl’impedirebbe l’entrata. Se uno va alla fonte a prender acqua e vi porta un vaso pieno di terra, altro non ne riporterà che loto; bisogna dunque che prima ne tolga la terra e poi vi prenda l’acqua. L’orazione senza mortificazione, diceva il p. Baldassare Alvarez, o è illusione o poco ella dura. E s. Ignazio di Loiola dicea che più s’unisce con Dio un’anima mortificata in un quarto d’ora d’orazione che in più ore un’altra immortificata. E perciò avendo il santo inteso una volta lodare una persona esser di molta orazione, disse: «È segno dunque che sarà di molta mortificazione».

Il demonio quando è discacciato da un’anima, non trova riposo e mette tutta l’opera per ritornare ad entrarvi, chiama anche compagni in aiuto, e se gli riesce di rientrarvi, sarà assai più grande per quell’anima la seconda ruina, che non fu la prima.

Andate dunque considerando di qual’armi avete ad avvalervi, per difendervi da questi nemici e conservarvi in grazia di Dio. Per non esser vinto dal demonio, non v’è altra difesa che l’orazione. Dice S. Paolo che noi non abbiamo a combattere contra uomini come noi di carne e sangue, ma contra i principi dell’inferno: «Non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates» (Eph. 6. 12). E vuole con ciò avvertirci che noi non abbiamo forze da resistere a tali potenze, onde abbiamo bisogno che Dio ci aiuti. Coll’aiuto divino potremo tutto: «Omnia possum in eo qui me confortat» (Phil. 4. 13): così egli dicea, e così dobbiamo dire ciascuno di noi. Ma quell’aiuto non si dona, se non a chi lo domanda coll’orazione. «Petite, et accipietis».11 Non ci fidiamo dunque de’ nostri propositi; se mettiamo a12 questi confidenza, sarem perduti: tutta la confidenza, quando siam tentati dal demonio, mettiamola all’aiuto13 di Dio con raccomandarci allora a Gesu-Cristo ed a Maria SS. E specialmente dobbiamo ciò fare, quando siam tentati contro la castità, poiché questa tentazione fra tutte è la più terribile, ed è quella con cui il demonio riporta più vittorie. Noi non abbiamo forza di conservar la castità. Iddio ce l’ha da dare. Dicea Salomone: «Et ut scivi quoniam aliter non possum esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum» (Sap. 8. 21). Bisogna dunque in tale tentazione subito ricorrere a Gesu-Cristo ed alla sua santa Madre, invocando allora spesso i loro SS. nomi di Gesù, e di Maria. Chi fa così, vincerà; chi non fa così, sarà perduto.

Anche san Paolo scrive che stava tentato contro la castità: Datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae, qui me colaphizet2. Onde pregò più volte il Signore d’esserne liberato: Propter quod ter Dominum rogavi, ut discederet a me. Il Signore però non volle liberarnelo, ma gli disse: Ti basta la grazia mia: Et dixit mihi: Sufficit tibi gratia mea. E perché non volle liberarnelo? Acciocché il santo più meritasse col resistere alla tentazione: Nam virtus in infirmitate perficitur3.

Dice s. Francesco di Sales che quando il ladro bussa da fuori, è segno che non si trova dentro; e così quando il demonio tenta è segno che l’anima sta in grazia.

S. Catarina da Siena una volta per tre giorni fu molto afflitta dal demonio con tentazioni impure; dopo i tre giorni le apparve il Signore per consolarla; allora la santa gli dimandò: Ah mio Salvatore, e dove siete stato in questi tre giorni? E ‘l Signore le rispose: Sono stato nel cuor tuo a darti forza per resistere alle tentazioni. Ed appresso le fe’ vedere il di lei cuore più purificato.

Bisogna saper distinguere, quando il cattivo pensiero è peccato mortale, quando è peccato veniale, e quando non è affatto peccato. Nel peccato di pensiero vi concorrono tre cose, la suggestione, la dilettazione ed il consenso. La suggestione è quel primo pensiero di far male che si affaccia alla mente. Questo non è peccato, anzi quando la volontà subito lo rigetta, si acquista merito. Dopo la suggestione viene la dilettazione. Quando la persona non è accorta a scacciare subito la tentazione, e si mette a discorrere con quella, ecco la tentazione che subito comincia a dilettare, e così la va tirando al consenso. Finché la volontà non consente non v’è peccato mortale; ma solamente veniale; ma se l’anima allora non ricorre a Dio, e non fa forza per resistere alla dilettazione, facilmente quella si tirerà il consenso. Dato poi che si è il consenso l’anima già perde la grazia di Dio, e resta condannata all’inferno subito che acconsente al desiderio di commettere il peccato, o che si diletta pensando a quell’atto disonesto come se allora lo commettesse; e questa si chiama dilettazione morosa, ch’è differente dal peccato di desiderio. Cristiani miei, state attenti a discacciar subito che si affacciano questi mali pensieri, con ricorrere subito per aiuto a Gesù ed a Maria. Chi fa l’abito ad acconsentire a pensieri disonesti, si mette in gran pericolo di morire in peccato, primieramente perché questi peccati di pensiero sono più facili a commettersi; uno in un quarto d’ora può far mille mali pensieri, e ad ogni pensiero acconsentito gli tocca un inferno a parte. In punto di morte il moribondo non può commettere peccati d’opera perché allora non si può muovere, ma ben può commettere peccati di pensiero, e ‘l demonio a questi pensieri tenta gagliardamente i poveri moribondi.

Rimedi:

Per ottener la virtù della castità è necessaria l’orazione; bisogna pregare e continuamente pregare. Già di sopra si è detto che la castità non può ottenersi né conservarsi, se Iddio non concede il suo aiuto per conservarla: ma questo aiuto il Signore non lo concede se non a chi glielo domanda. Altro rimedio è di frequentare i sacramenti della confessione e della comunione. E nella confessione giova molto scovrire le tentazioni disoneste al confessore. Dice s. Filippo Neri: La tentazione scoverta è mezza vinta. E quando per disgrazia alcuno cadesse in qualche peccato di questa materia, subito vada a confessarsi. Così s. Filippo Neri liberò un giovine da questo vizio, ordinandogli che cadendo, subito fosse andato a confessarsene. La comunione poi molto vale a dar forza di resistere a tali tentazioni. Il Ss. Sagramento si chiama Vinum germinans virgines1. Vinum, s’intende il vino convertito poi colla consagrazione in sangue di Gesù Cristo. Il vino terreno è contrario alla castità, ma il vino celeste la conserva.

Catechismo del Concilio di Trento – Pio V

Considerazioni per conservare la castità

335 Siano pure spiegate le prescrizioni che hanno forza di precetto. I fedeli devono essere ammaestrati ed esortati a rispettare con ogni cura la pudicizia e la continenza, a conservarsi mondi da ogni contaminazione della carne e dello spirito, attuando la santificazione nel timore di Dio (2 Cor 7,1). Si dica loro che, sebbene la virtù della castità debba maggiormente brillare in quella categoria di persone che coltiva il magnifico e pressoché divino proposito della verginità, pure essa conviene anche a coloro che menano vita celibataria o, congiunti in matrimonio, si mantengono mondi dalla libidine vietata. Le molte sentenze dei Padri, con cui siamo ammaestrati a dominare le passioni sensuali e a frenare l’istinto passionale, saranno dal parroco accuratamente esposte al popolo, con una trattazione diligente e costante. Parte di esse riguarda il pensiero, parte l’azione. Il rimedio che fa leva sull’intelligenza tende a farci comprendere quanto grandi siano la turpitudine e il pericolo di questo peccato. In base a simile apprezzamento, più viva arderà in noi l’avversione per esso. Si tratta di un peccato che è un vero flagello e per sua causa sugli uomini incombe l’ultima rovina: l’espulsione dal regno di Dio e lo sterminio. Questo può sembrare comune a ogni genere di peccato, ma qui abbiamo di caratteristico che i fornicatori, secondo la frase dell’Apostolo, peccano contro il proprio corpo: “Fuggite l’impudicizia; qualunque peccato l’uomo commetta, si svolge fuori del corpo, ma il fornicatore pecca sul proprio corpo” (1 Cor 6,18), vale a dire lo tratta ignominiosamente, violandone la santità. A quelli di Tessalonica lo stesso san Paolo diceva: “Dio vuole la vostra santificazione; che vi asteniate da atti impuri; che ciascuno di voi sappia mantenere il vaso del suo corpo in santità e dignità, non nella irrequietezza del desiderio, come i pagani che ignorano Dio” (1 Ts 4,5). E cosa ben più ripugnante, se è un cristiano colui che si unisce turpemente a una meretrice, perché rende membra di meretrice le membra di Gesù Cristo, come appunto dice san Paolo: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Gesù Cristo? Sottraendo le membra a Gesù Cristo, le farò membra della meretrice? Non sia mai. Ignorate forse che aderendo alla meretrice, ne risulta un solo corpo?” (2 Cor 6,15). Inoltre il cristiano, sempre secondo san Paolo, è tempio dello Spirito Santo (1 Cor 6,19); violarlo significa espellerne lo Spirito Santo stesso. Tuttavia particolare malvagità è racchiusa nel delitto di adulterio. Infatti, come vuole l’Apostolo, i coniugi sono così vincolati da una scambievole sudditanza che nessuno dei due possiede illimitata potestà sul proprio corpo, ma sono così schiavi l’uno dell’altro che il marito deve uniformarsi alla volontà della moglie e la moglie a quella del marito (1 Cor 7,4). Ne consegue che chi dei due separa il proprio corpo, soggetto all’altrui diritto, da colui al quale è vincolato, si rende reo di specialissima iniquità. Poiché l’orrore dell’infamia è per gli uomini un valido stimolo a fare quanto è prescritto e a fuggire quanto è vietato, il parroco insisterà nel mostrare come l’adulterio imprima sugli individui un profondo segno di infamia. E scritto nella Sacra Scrittura: “L’adultero, a causa della sua fragilità di cuore, perderà l’anima sua; condensa su di sé la vergogna e l’abominio; la sua turpitudine non sarà mai cancellata” (Prv 6,32). La gravità di questa colpa può essere facilmente ricavata dalla severità della punizione stabilita. Nella legge fissata da Dio nel Vecchio Testamento gli adulteri venivano lapidati (Lv 20,10; Dt 22,22). Anzi talora per la concupiscenza sfrenata di uno solo, non il reo semplicemente, ma l’intera città fu condannata alla distruzione; tale fu la sorte dei Sichemiti (Gn 34,25). Del resto numerosi appaiono nella Sacra Scrittura gli esempi dell’ira divina, che il parroco potrà evocare, per allontanare gli uomini dalla riprovevole libidine: la sorte di Sodoma e delle città confinanti (Gn 19,24); il supplizio degli Israeliti che avevano fornicato nel deserto con le figlie di Moab (Nm 25); la distruzione dei Beniamiti (Gdc 20). Se v’è qualcuno che sfugge alla morte, non si sottrae però a dolori intollerabili, a tormenti punitivi, che piombano inesorabili. Accecato com’è nella mente (ed è già questa pena gravissima), non tiene più conto di Dio, della fama, della dignità, dei figli e della stessa vita. Resta così depravato e inutilizzato, da non poterglisi affidare nulla di importante, o assegnarlo come idoneo ad alcun ufficio. Possiamo scorgere esempi di questo in David come in Salomone. Il primo, resosi reo di adulterio, subitamente cambiò natura e da mitissimo divenne feroce, sì da mandare alla morte l’ottimo Uria (2 Sam 11); l’altro, perduto nei piaceri delle donne, si allontanò talmente dalla vera religione di Dio da seguire divinità straniere (1 Re 11). Secondo la parola di Osea, questo peccato travia il cuore dell’uomo (Os 4,11) e ne acceca la mente.

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