Paolo Rodari: “I penitenti. Don Julián Carrón porta Comunione e liberazione nel deserto. Nella chiesa, dopo tanta politica, s’apre la stagione dello Spirito”

Paolo Rodari

“I penitenti. Don Julián Carrón porta Comunione e liberazione nel deserto. Nella chiesa, dopo tanta politica, s’apre la stagione dello Spirito”

12 novembre 2012

IL FOGLIO

 

Peppino Zola, avvocato milanese, fra i primi aderenti al movimento di Comunione e liberazione, non ha dubbi. Scrive al settimanale Tempi che “contro Cl, in questi giorni, è in atto una campagna di calunniosa disinformazione”.

 

Per lui, e per la maggioranza dei ciellini insieme a lui, la disinformazione colpisce anche Roberto Formigoni, presidente della regione Lombardia nonché l’ex assessore della stessa Regione, Antonio Simone. Hanno commesso degli errori? “Se hanno fatto errori (come tutti noi) ne risponderanno al confessore oppure agli elettori”, scrive Antonio Socci. Che incalza: “E’ certo però che la Lombardia governata da Formigoni, secondo i princìpi della dottrina sociale della chiesa, è stata la regione più prospera, solidale ed efficiente d’Italia. Fra le prime d’Europa. Usciranno indenni dalle indagini come nel passato? Glielo auguro. Ma anche in questo caso sono certo che porteranno addosso il dolore dei propri limiti che oggi vengono usati dal mondo per picchiare su Cl. Ma la storia cristiana è fatta così. Da duemila anni. E’ fatta di uomini che si sentono umiliati per la propria miseria, ma la cui imperfezione è usata dal Signore dell’universo come piedistallo della sua gloria”.

 

Già, eppure anche dentro Cl una cosa sembra evidente a molti. Julián Carrón, successore di don Luigi Giussani alla guida del movimento, è su nuovi lidi che vuole traghettarlo.

 

Dopo anni in cui la sostanziale sovrapposizione tra fede e impegno politico è stata prassi in Cl (con un’infinita serie di polemiche con i progressisti, ma anche con l’Azione cattolica, a proposito delle distinzioni conciliari tra sfera della fede e autonomia della politica), oggi la strada da imboccare è un’altra. Un mutamento di rotta che porterebbe quell’esperienza di cristianesimo – “integralismo” lo definì il giornale ufficiale della chiesa cattolica francese, la Croix, il giorno successivo la morte di Giussani – verso un tempo nuovo, di penitenza, anzitutto, e di purificazione.

 

Carrón, non a caso, usa la parola “esodo”. Pochi giorni fa, a commento dei giorni trascorsi in Vaticano al Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, ha scritto ai ciellini per dire loro testualmente che “in questi tempi, davanti a quanto accade al nostro movimento, mi viene spesso alla mente l’esperienza del popolo d’Israele”. Certo, dice di augurarsi “che non ci debba capitare quello che è successo a esso: rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio”. Ma ricorda anche l’opportunità che una vita da esuli comporta per chi ha fede e questo ovviamente vale anche per i ciellini. “Solo allora Israele” scrive, “spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza – l’esilio – Dio purificò il suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti. Ricordando che ‘a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato’ (Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui, obbedendo alla voce del mistero che ci chiama attraverso quel grande testimone che è Benedetto XVI. Se ci risparmiassimo questo che è il lavoro della vita, mancheremmo al compito della testimonianza per cui il Signore ha suscitato il carisma del movimento nella chiesa, che continua a destare curiosità e interesse, come ho potuto verificare anche al Sinodo”.

 

Una stagione è al suo tramonto. E’ innegabile. Come già nel 1975 Giussani stravolse Cl raddrizzando la barra di un movimento che era divenuto in fretta fin troppo politico, aderendo o rispondendo allo Zeitgeist (spirito del tempo), così sembra voler fare oggi Carrón. “Non espressione pubblica, culturale, politica e sociale del movimento, ma conversione del movimento: questa è la parola”, disse nel settembre 1975 Giussani portando via Cl dall’“utopia” in cui era incappata: alla pressione politica culturale e sociale “così imponente” del ’68 il movimento era tentato di rispondere con un progetto politico alternativo, appunto un’utopia. Giussani, invece, voleva altro perché questo progetto alternativo, spiegò, dimentica che “la novità non è l’avanguardia ma il Resto”.

 

Il Resto, appunto. Il Resto d’Israele. Un Resto che cammina in esilio, che vive di fede e non di guerra politica. Un Resto che fa penitenza anche per riparare ai propri errori. Una penitenza che in qualche modo fa scendere Cl dal piedistallo sul quale il movimento era stato messo negli spumeggianti anni del pontificato wojtyliano e, in Italia, della chiesa militante della gestione del cardinale Camillo Ruini.

 

Una penitenza che allinea il movimento alla chiesa come la sta intendendo Joseph Ratzinger dopo la svolta penitenziale seguita all’annus horribilis del clamore mediatico per i problemi di pedofilia del clero. Ma come Ratzinger ci sono tanti altri vescovi e cardinali. Fra questi un cardinale di peso, nato in Cl e poi cresciuto di formazione propria: Angelo Scola.

 

Quanto accaduto a seguito della trasmissione “Report” condotta da Milena Gabanelli domenica scorsa ne è una prova. Nella puntata tutta dedicata a Cl, a un certo punto è Marco Palmisano, ex membro dei Memores Domini, tra i promotori del Movimento popolare, poi dirigente Mediaset e presidente del Club Santa Chiara, a ricordare le lezioni “private” di politica e dottrina sociale impartite nel 1979 a Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri da un gruppetto di ciellini d’alto rango formato dall’allora don Angelo Scola, Sante Bagnoli fondatore dell’editrice Jaca Book, Roberto Formigoni, Rocco Buttiglione e Guido Folloni, giornalista e futuro direttore di Avvenire. Le lezioni, su richiesta di Berlusconi e su mandato di Giussani, si tennero a Milano in via Rovani e durarono quattro fine settimana di fila, dal venerdì alla domenica. Secondo molti l’aneddoto raccontato da Palmisano altro non è stato che un modo attraverso il quale la vecchia guardia ciellina ha voluto ricordare che un tempo il movimento non provava vergogna a impastare le mani nella politica, tanto che allora certe cose le faceva pure Scola.

 

Il ricordo carpito da “Report” ha però in qualche modo infastidito Scola se è vero che, immediatamente dopo la trasmissione, egli ha fatto sapere attraverso il suo portavoce don Davide Milani che soltanto “in una giornata tra l’autunno del 1975 e la primavera del 1976 – non dunque per quattro anni, ndr – l’allora don Angelo Scola, come era solito fare in diversi ambiti ecclesiali e laici (non dunque soltanto in Cl, ndr) intervenne per una lezione su temi di filosofia e antropologia nell’ambito di un ciclo di incontri organizzato dall’imprenditore Silvio Berlusconi per l’aggiornamento dei manager suoi collaboratori”. Come a dire: Scola tenne un unico seminario per Berlusconi su un tema fra le altre cose ampio, ma nulla più. La stagione di Cl impastata con la politica non era insomma e non è la sua stagione. Anche se, come scrive parlando di quegli anni Massimo Camisasca nella sua storia di Cl, “in un contesto altamente politicizzato, i primi giessini diventati adulti non potevano evitare di prendere posizione sulla questione politica in quanto tale”.

 

Finita ora, e con i noti trambusti, quella lunga stagione sulla ribalta della politica, l’allineamento di Cl a una linea che sarà gioco forza più spirituale, lascia spazio all’ascesa di altri movimenti e gruppi ecclesiali all’interno della chiesa cattolica. Su tutti l’esplosione inaspettata, e in alcune sue declinazioni incontrollata, dei gruppi carismatici. Nel ’900 non esistevano. Oggi un cristiano su tre al mondo appartiene alle loro schiere.

 

E molti di questi cristiani sono cattolici, riconosciuti e benedetti anche da Roma. E’ un movimento in grande espansione, che dilaga proprio a motivo del fatto che per nulla si occupa di politica e vicende simili. Ma tutto fa soltanto nel nome dello spirito. O meglio, dello Spirito Santo. Anche a Roma sono in migliaia. Riempiono le chiese. Mani levate al cielo, volti ispirati, mormorio di sillabe sconosciute. I loro canti non sono melodie qualunque, bensì “canti in lingua”, una lingua ancestrale, sconosciuta, che sgorga incontrollata dal profondo dell’anima, la lingua dello Spirito Santo. Parole ripetute all’infinito che crescono potentemente per poi tornare a spegnersi. Dicono che il loro canto ha un unico direttore d’orchestra: appunto lo Spirito. Quello Spirito a cui si abbeverava anche sant’Ambrogio: “Lieti beviamo la sobria ebbrezza dello Spirito”, disse.

 

E’ nel nome dello Spirito che oggi i carismatici si radunano oltre che per cantare anche per fare altre cose: usare i carismi che lo Spirito Santo, per chi ha fede, ha dato e dà. E cioè guarire, profetare, parlare in linguaggi celesti. Anche liberare i fedeli dal male, gli spiriti del male, financo le malattie. Nati sulla scia del pentecostalismo protestante, è negli ultimi decenni che hanno fatto seguaci fra i cattolici, grazie a una forma ortodossa assunta da diversi gruppi cattolici, fra questi il movimento del Rinnovamento nello Spirito Santo.

 

Quel movimento che riuscì, anni addietro, a fare suo uno dei porporati più influenti del Sudamerica, l’ex prefetto del clero Claudio Hummes. Dalle giovanili simpatie per la teologia della liberazione si convertì a fervente sostenitore del Rinnovamento. Ma prima di Hummes il grande salto fra i carismatici lo fece il cardinale Léon-Joseph Suenens, primate del Belgio e grande riformatore al Concilio Vaticano II.

 

La prossima estate, a Rio de Janeiro, durante la Giornata mondiale della gioventù, è questa fede principalmente che Papa Ratzinger, di schianto, troverà innanzi a sé. Ricorda Sandro Magister che “oggi, secondo le stime di uno studioso attendibile come David Barrett, i protestanti pentecostali e i cattolici carismatici totalizzano insieme, in Brasile, ottanta milioni di fedeli, il 40 per cento dell’intera popolazione. Di questi, i cattolici sarebbero circa 35 milioni. E un esempio che diversi osservatori dicono essere “più stupefacente” di questa versione cattolica del pentecostalismo che dilaga in tutto il mondo è padre Marcelo Rossi. Di lui, “star che riempie gli stadi predicando l’amore di Dio” si è occupato in un lungo reportage anche Avvenire, lo scorso giugno. E’ questo prete di 44 anni, un metro e 94 di altezza, “corporatura da atleta e sguardo soave” a essere la figura di punta del rinnovamento carismatico cattolico nel continente, colui che è stato in grado di richiamare 3 milioni di persone all’autodromo di San Paolo nel 2008, in un raduno all’insegna di musica e preghiera che ha visto accorrere Ivete Sangalo, Claudia Leite e altre stelle della musica leggera del paese. Dal 1998 a oggi ha vinto con i suoi album ben dodici dischi di platino, il riconoscimento assegnato a un cantante quando i dischi venduti superano il milione. Il suo ultimo libro, “Ágape”, è stato di gran lunga il bestseller del 2011, raggiungendo picchi di vendita toccati in passato soltanto da Paulo Coelho.

 

Padre Marcelo salì alla ribalta in occasione di un meeting che organizzò col titolo “Sono felice di essere cattolico”, a cui parteciparono 70 mila persone. Da lì in avanti fu un crescendo. Nel 1998 esordì come cantante e incise “Musica per lodare il Signore”, che vendette 4 milioni di copie, seguito a ruota dall’album “Un regalo per Gesù”.

 

Un crescendo inarrestabile fino al 2008, il raduno a San Paolo. Perché questo successo? Risponde: “Quando ho ritrovato la fede era un periodo in cui la chiesa era immersa nelle questioni politiche, per influsso della teologia della liberazione. Teologia che ha avuto certamente un ruolo positivo durante la dittatura, ma che ha lasciato un vuoto. Io avevo perso un cugino e andavo in cerca della parola di Dio, però arrivavo in chiesa e sentivo parlare di politica. Da quel momento ho capito cosa dovevo fare”. Cosa? Lo scrive Avvenire per lui: “Tornare all’essenziale, ad annunciare il Vangelo, usando i mezzi di comunicazione, la musica in particolare”.

 

Anche a Roma, anche in Vaticano, i monsignori osservano, si adeguano e, infine, benedicono. Era il 2007 quando Papa Benedetto XVI volò in Brasile. Prima del suo arrivo nella grande spianata di Campo di Marte a San Paolo, nelle primissime ore del mattino quando ancora il sole non era apparso all’orizzonte per non creare imbarazzi o malumori, venne fatto entrare in scena nello stupore generale padre Marcelo. Racconta Avvenire, infatti, che “vedere un sacerdote che galvanizza le folle cantando e ballando, seppur con decoro, è uno spettacolo ancora indigesto a molti”.

 

Ma la sua presenza era necessaria, per scaldare il popolo. Fu lo spettacolo dei tempi nuovi. Fu un piccolo segno di una nuova èra appena iniziata. L’era dello Spirito. Una strada nuova per il cattolicesimo contemporaneo. L’ascesa di nuovi movimenti.

 

Paolo Rodari

 

Padre Aldo Trento : Solo l’ubriaco dimentica che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi» Guarda che l’unica cosa che serve per vivere e per morire è Cristo!

 

Di Padre Aldo Trento

Mentre i disorientati giocavano a fare Halloween, noi che ancora amiamo e usiamo la ragione ci apprestavamo a vivere il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. Due date differenti: 1 e 2 novembre. Due giorni dedicati agli estinti, ma ontologicamente una cosa sola. Perché? Chi sono i santi? Sono tutti quei defunti che hanno vissuto la loro vita con la coscienza più o meno chiara della loro relazione con il Mistero. Quei defunti che hanno preso sul serio la loro umanità, il loro cuore, inteso non come metro di misura del mondo, ma come finestra aperta sulla realtà. I santi sono coloro che hanno raggiunto, superando la barriera della morte, la visione piena di Dio, che nel vecchio catechismo si chiamava paradiso. La Chiesa attraverso questa doppia festività vuole ricordarci, e risvegliare in ciascuno di noi, il destino. La Chiesa, nella sua vocazione divina, è chiamata a dirci che la morte restituisce all’essere umano la verità della vita, il destino ultimo per cui siamo stati creati. Il 2 novembre, giorno dei morti, a meno di non aver anestetizzato il raziocinio, non possiamo non porci tutti davanti alla realtà della morte, guardandola dritta in faccia.

Solo lo sciocco può eliminarla, solo “l’ubriaco” può scordare quanto scritto nella bella poesia di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». I tuoi occhi, non quelli della fidanzata o del fidanzato, dello sposo o della sposa, degli amici, dei tuoi parenti, degli altri. No, no, no. Avrà i tuoi occhi, avrà il tuo nome, il tuo cognome, e si porterà via tutto ciò che hai, quello che hai idolatrato, ciò in cui hai riposto la tua fiducia, la tua ragione di vita. Ti strapperà via dalla tua casa, portandoti dove il tuo corpo ritornerà ad essere terra. Nella confusione che molte volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto.

Non si tratta di un’affermazione bensì di un fatto, senza “se” e senza “ma”: perché ci mette davanti all’eterno e ci pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire, che non possiamo evitare, se non venendo meno alla natura del nostro cuore: cosa supera la barriera della morte? Risposta: solo ciò che è vero.Per questo la morte porta in sé un giudizio su ciò che realmente vale e su ciò che è inutile, e questo è l’ultimo gesto di amicizia che una persona che se ne va ci offre. È come se dicesse a tutti: «Attenzione, tutto ciò che non supera questa barriera non vale, non serve». Pertanto la morte è l’invito più potente che il Mistero può porgerci per vivere di fronte all’eterno. Possiamo scegliere di guardare alla morte come a una disgrazia, invece è la porta che ci apre definitivamente all’incontro con l’Amato, con l’oggetto unico al quale aspira e anela il nostro cuore. Quando una persona amata se ne va, è come se ci dicesse: «Guarda che l’unica cosa che serve per vivere e per morire è Cristo. È l’unica opzione risolutiva, l’unica capace di accompagnarci nella vita e di accompagnarci alla morte. Tutto quello che non contiene questa finalità non ci fa vivere, e nemmeno serve per morire».

Cosa ho io più delle bestie?

Osservando ogni giorno, nella clinica Divina Providencia “San Riccardo Pampuri”, morire di Aids o di tumore davanti ai miei occhi spesso ragazzi giovanissimi, mi viene sempre in mente la frase di san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita». Che bomba, che provocazione nella vita di un uomo che sia impegnato seriamente con la sua vita, queste parole più dense del piombo e più vere dell’aria che respiriamo! Quando ero piccolo, i miei genitori e i miei professori erano soliti ripetermi come un ritornello: «Ricorda che un giorno morirai. Come e quando non ti è dato saperlo. Però sai che la morte è certa e che la vita è breve. Hai soltanto un’anima, e se la perdi che ne sarà di te?». Queste parole mi spaventavano, però col tempo mentre crescevo in consapevolezza ho capito la profondità del loro contenuto, il che mi ha permesso di prendere sul serio la vita, di cercare ciò che vale la pena, ciò che è eterno e non si corrompe, e a domandarmi: cosa può colmare davvero il mio cuore? A cosa serve all’uomo conquistare il mondo, se perde se stesso?

Non possiamo dimenticare che la stessa filosofia nacque come umano tentativo di risolvere il problema della morte. E non esiste tra gli uomini esperienza religiosa che non abbia portato in seno questa idea, e quella conseguente di premio o castigo in ciò che ci aspetta dopo la morte. Censurarlo è negare l’uomo, è eliminare la sua razionalità che si esprime con queste domande chiare e precise: qual è il senso ultimo della vita? Perché esiste il dolore? Cosa c’è dopo la morte? Solo gli idioti censurano questa verità primigenia, che nasce con la ragione non appena un bambino comincia a rendersi conto della realtà. Tragicamente, oggi si cerca di eliminare il fatto che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi». La medicina totalmente ideologizzata, il culto del corpo, i funerali come manifestazioni sociali dove tra ciarle e bevute si finge di condividere il dolore altrui, sono tutte prove evidenti del caos in cui è caduta la società, il caos della ragione.

Come un ladro nella notte

Finché non arriva la morte cerchiamo disperatamente di ridurla a spettacolo, a commedia. Sarebbe sufficiente entrare in uno di questi “postriboli” che sono le veglie funebri per renderci conto che questa è la realtà: tutto è organizzato per non pensare, per non farsi provocare dalla verità che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Il poeta inglese Thomas Stearns Eliot qualche decina di anni fa affermava che la Chiesa è odiata perché ricorda al mondo la verità della morte, la verità del destino ultimo dell’uomo. E Gesù lo ripete molte volte nel Vangelo quando avverte: «Vigilate, perché non sapete il giorno né l’ora», o ancora: «Quel giorno (quello della morte) verrà come un ladro». O nella parabola del ricco proprietario terriero che avendo raccolto il quadruplo dell’anno precedente abbatte i granai che già possiede per costruirne uno più grande, e godendo per tanta ricchezza comincia a dirsi: «Anima mia, hai molti beni conservati per molti anni, riposati, mangia, bevi, rifocillati». Però nella notte una voce gli dice: «Sciocco, questa notte verranno a chiederti la tua anima. E tutto quello che hai messo da parte, di chi sarà?».

L’ansia di fuggire

Mentre Halloween è l’anestesia della ragione, che si annulla in pazzia, la festa di Ognissanti e la commemorazione dei defunti rappresentano l’evidenza della ragione nel suo massimo splendore. È inutile il tuo tentativo di fuggire la morte rifugiandoti nell’orgia del potere, del sesso, dell’avarizia, perché tutto passa, e «verrà la morte e avrà i tuoi occhi»: i miei, i tuoi, quelli di Lugo (presidente del Paraguay, ndr), dei suoi ministri, dei suoi parlamentari, dei ricchi, dei poveri. Il problema è: come fare a prepararsi alla morte, e affrontare il giudizio di Dio? Signori ministri della Corte, voi che in modo arrogante maneggiate il futile potere che avete, tenete a mente che la morte è a lato delle vostre scrivanie e che presto vi porterà con sé? E che ne sarà di quelli che molte volte, spinti dalla superficialità e dall’ansia di potere e di denaro, hanno perso la dignità chiamando giustizia ciò che semplicemente e razionalmente era ingiustizia? Si ricordano del giudizio di Dio, che userà con loro lo stesso metro di misura che oggi adoperano? Ma non ci sarà più nessuno che potrà aiutarli e men che meno difenderli, perché il giudizio di Dio è inappellabile. Ciascuno raccoglie ciò che semina. In questo mondo la giustizia divina si chiama misericordia, dopo la morte si chiama semplicemente giustizia. Vale a dire che ognuno ha quel che si merita.

E vale ancora l’antico detto: «Memorare novissima et in aeternum non pecabis» (ricorda le verità ultime della vita – morte, giudizio, inferno, paradiso – e non peccherai mai). Nei miei quasi quarant’anni di sacerdozio non ho visto nessuno, neanche tra gli orgogliosi atei (si definiscono così mentre hanno la pancia piena e tutto funziona molto bene a livello materiale, però poi…), che accostandosi alla morte non abbia tremato davanti a ciò che essa è e significa.

PADRE ALDO TRENTO: Che bello poter chiamare la morte nostra sorella! Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso

 

di Padre Aldo Trento

«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor magistrato, che ti prostituisci al denaro e al potere illudendoti di poter comprare la felicità degli altri. «Verrà e avrà i tuoi occhi» signor avvocato, poco scrupoloso e avido di denaro che inganni l’orfano e la vedova e pretendi da chi è nel bisogno quello che non hai seminato. «Verrà e avrà i tuoi occhi» signor capo del governo, signori ministri, parlamentari, consiglieri, che invece di cercare il bene comune delle persone umili creando leggi che nascono dalla voce della realtà e dalle vere necessità del popolo, imponete le vostre ideologie, favorendo i vostri interessi personali o quelli dei potenti. Voi che vendete la cultura del nostro popolo che invece è ancora legata alla concezione dell’uomo maschio e femmina, al diritto esclusivo e inderogabile dei genitori all’educazione dei figli e che crede nella famiglia monogamica ed eterosessuale. Voi che cancellate la nostra tradizione sostituendola con proposte legislative inumane e irrazionali, che pervertono l’ordine antropologico e cosmico stabilito dal Creatore. «Verrà e avrà i tuoi occhi» signor contadino senza terra o che abiti nel pantano e che invece di lasciarti educare preferisci rimanere in quella deplorevole ignoranza. continuando a mendicare e approfittando degli altri. «Verrà e avrà i tuoi occhi» monsignore, reverendo, che approfitti della tua condizione e del tuo ministero, che hai perseguito la carriera, il potere, gli interessi personali invece di essere un appassionato amministratore dei misteri divini, dimenticando quello che, nel momento in cui un cardinale è eletto Papa, canta la millenaria tradizione della Chiesa: «Sic transit gloria mundi» (Così passa la gloria di questo mondo). «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» caro sacerdote che hai abbandonato la tua vocazione a favore della politica o del potere, convinto che ciò che neppure Cristo ha potuto fare sia invece alla tua portata.

Il grido di Pavese

«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» diceva il poeta Cesare Pavese. Quanto è realistico, quanto è saggio in questo mese, in cui la Chiesa propone la commemorazione dei defunti, poter guardare in faccia la morte senza paura, ma con sincerità, in un mondo che vive nell’illusione di superare questo limite. E infine – forse presto, vista l’età – arriverà anche la mia morte e tutto quel che ho fatto finirà e se, invece di cercare la gloria di Dio, ho cercato la mia, che il Signore abbia pietà di me. «Memento mori» (ricorda che morirai) era il modo in cui si auguravano il buon giorno i certosini, i monaci dei monasteri di clausura, che vivevano completamente per il Signore. E con la consapevolezza di questa indiscutibile verità crearono la civiltà dell’Europa e delle Riduzioni gesuitiche perché non c’è nulla, quanto la familiarità con la morte, che risvegli il dinamismo della ragione trasformandola in operatività, in lavoro. La morte rimanda all’eternità, e come affermava il grande architetto Gaudí: «L’uomo lavora soltanto quando la sua prospettiva è l’eternità». La filosofia stessa è nata come tentativo della ragione di risolvere il problema della morte, con tutti gli interrogativi nati da questa verità che nemmeno i peggiori atei possono negare. Nel corso della storia umana questo è stato l’enigma più crudele, più difficile da risolvere e nessun essere umano, neppure la genialità della filosofia greca, è riuscito a dare una risposta chiara, definitiva, che darà soltanto il Mistero attraverso l’incarnazione di suo Figlio. I miti, l’immaginazione, i diversi tentativi di rispondere a questo dramma che questa realtà ha suscitato anche nei geni dell’antichità, sono stati un interessante punto di arrivo della ragione umana, dato che tutti riconoscono l’esistenza di un aldilà cui tutti siamo destinati. Tutti hanno affermato che l’essere umano non può finire nel nulla, tutti hanno riconosciuto che il cuore, l’intelligenza umana hanno come scopo l’Infinito, senza il quale l’esistenza stessa sarebbe assurda e il suicidio sarebbe il gesto più logico del mondo. Ma non soltanto i geni del passato, anche la stessa filosofia e letteratura contemporanea hanno sottolineato in vari modi la necessità di spiegare il senso della vita, della quale la morte rappresenta un passaggio necessario, per incontrare quel Mistero che la struttura stessa dell’Io riconosce come propria consistenza, propria ragione.

La sfida di Prometeo

Scrive Montale, Nobel per la letteratura: «Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”». E il poeta Ungaretti afferma: «Chiuso tra cose mortali (anche il cielo stellato finirà), perché bramo Dio?». Soltanto gli stolti, dice un Salmo, non riconoscono questa verità, questo grido dell’uomo. E senza dubbio non la riconosce la cultura nichilista di oggi, frutto del razionalismo, ossia dell’uomo che – come un novello Prometeo che vuole sfidare Dio, sostituendolo come padrone del mondo – è dominato da questa stoltezza che ogni giorno riesce ad anestetizzare la ragione e il cuore di tutti. L’uomo, inebriato dall’orgoglio, dalla sete di potere, può censurare la morte, ma arriverà sempre il momento in cui si ritroverà faccia a faccia con lei e l’incontro sarà drammatico. Il dolore rappresenta già un preludio di questo incontro. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». E quel momento si rivelerà come l’ultima possibilità di riconoscere la presenza del Mistero, e quindi il senso della vita nella sua dimensione eterna. Diversamente, si precipiterà nell’abisso del nulla, che oggi ha le sembianze dell’eutanasia o del suicidio. Il mondo, l’uomo di oggi con il suo orgoglio non vuole nemmeno pensare a questa verità, accolta da san Francesco come nostra sorella morte corporale, e per questo vive annullato, omologato nella sua personalità. Guardiamo quelli che ci camminano a fianco, o noi stessi: sembriamo zombie manovrati dal potere dominante. La Chiesa stessa ha dimenticato di parlare dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso. Ha dimenticato quello che recita ogni domenica alla fine del Credo: «Credo la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen». Ma che genere di sentimento e consapevolezza risveglia in noi questa affermazione? Influisce in qualche modo sulla vita quotidiana oppure tutto rimane tranquillo e piatto? Quando ero piccolo, il pensiero della morte mi era familiare. I miei genitori e la Chiesa mi ricordavano ogni giorno i Novissimi, e da questa educazione è nata la libertà e il rispetto per i defunti. Quante volte sono stato testimone della nascita di un bambino in una stanza, mentre nell’altra moriva un membro della famiglia. I sorrisi per la nascita si mescolavano alle lacrime di dolore per la persona cara che era andata in cielo. La maestosità della morte determinava l’atmosfera di tutto il villaggio. Quando ascoltavamo il rintocco delle campane, molto diverso da quello della festa, ci rendevamo conto della morte di un compaesano e recitavamo la preghiera dei defunti. Il giorno del funerale, dopo la Messa solenne, tutto il paese andava a piedi dietro la croce con i chierichetti e il parroco, fino al cimitero dove il parroco lo salutava dandogli l’ultima benedizione. La morte non causava traumi. La grazia più grande che Dio mi ha concesso, oltre a questa educazione, è stata la clinica per malati terminali che ho dedicato a san Riccardo Pampuri. Pochi la visitano e invece è il motivo della mia gioia, del mio dinamismo, perché assistendo chi muore vedo la presenza dolce e amorosa di Cristo risuscitato. Il bel volto di un giovane che muore, o quello rugoso e non meno bello di un anziano, mi permette di non vivere anestetizzato e di sentire fortemente la presenza del Paradiso. «Memento mori!». Amici, è inutile tentare di sfuggire alla morte. Ricordate il famoso film di Bergman Il settimo sigillo? Il protagonista, spaventato perché inseguito dalla morte, la sfida a una partita a scacchi illudendosi di poterla battere. La morte accetta l’orgogliosa provocazione del cavaliere medievale, ma nonostante l’infantile tentativo di ingannarla con un imbroglio la morte vince e se lo porta via. La Chiesa in novembre ci ricorda questa verità, che culmina nella vita eterna. Che consapevolezza dimostrava san Francesco ringraziando il Signore per nostra sorella morte corporale! Noi invece viviamo come idioti, convinti che la vita dipende da noi. Nessuno dimentichi ciò che ci ha trasmesso la tradizione della Chiesa:

«Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis» (ricordati della tua fine e non peccherai in eterno).

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