Evagrio Pontico, Padre della chiesa: “GLI OTTO SPIRITI MALVAGI, I 7 VIZI CAPITALI”

 

 

Evagrio Pontico

ANTIRRHETIKOS

 

GLI OTTO SPIRITI MALVAGI

 

 

Capitolo 1

 

La gola

 

L’origine del frutto è il fiore e l’origine della vita attiva è la temperanza chi domina il proprio stomaco fa diminuire le passioni, al contrario chi è soggiogato dai cibi accresce i piaceri. Come Amalec è l’origine dei popoli così la gola lo è delle passioni. Come la legna è alimento del fuoco così i cibi sono alimento dello stomaco. Molta legna anima una grande fiamma e un’abbondanza di cibarie nutre la cupidigia. La fiamma si estingue quando viene meno la legna e la penuria di cibo spegne la cupidigia. Colui che ha potere sulla mascella sbaraglia gli stranieri e scioglie facilmente i vincoli delle proprie mani. Dalla mascella gettata via sgorga una fonte d’acqua e la liberazione dalla gola genera la pratica della contemplazione. Il palo della tenda, irrompendo, uccise la mascella nemica ed il lògos della temperanza uccide la passione. Il desiderio di cibo genera disobbedienza e una dilettosa degustazione caccia dal paradiso. Saziano la strozza i cibi fastosi e nutrono l’insonne verme dell’intemperanza. Un ventre indigente prepara ad una preghiera vigile, al contrario un ventre ben pieno invita ad un lungo sonno. Una mente sobria si raggiunge con una dieta molto scarna, mentre una vita piena di mollezze tuffa la mente nell’abisso. La preghiera del digiunatore è come il pulcino che vola più alto dell’aquila mentre quella del crapulone è avvolta nelle tenebre. La nube nasconde i raggi del sole e la grassa digestione dei cibi offusca la mente.

 

Capitolo 2

 

Uno specchio sporco non riflette distintamente la forma che gli si pone di fronte e l’intelletto, ottuso dalla sazietà, non accoglie la conoscenza di Dio. Una terra incolta genera spine e da una mente corrotta dalla gola germogliano cattivi pensieri. Come il brago non può emanare fragranza neppure nel goloso sentiamo il soave profumo della contemplazione. L’occhio del goloso scruta con curiosità i banchetti, mentre lo sguardo del temperante osserva i simposi dei saggi. L’anima del goloso enumera i ricordi dei martiri, mentre quella del temperante imita il loro esempio. Il soldato vigliacco rabbrividisce al suono della tromba che preannuncia la battaglia, ugualmente trema il goloso di fronte ai proclami di temperanza. Il monaco goloso, sottomesso a sferzate dal proprio stomaco, esige il suo tributo giornaliero. Il viandante che cammina di buona lena raggiungerà presto la città e il monaco temperante arriverà presto ad uno stato di pace; il viandante lento si fermerà solo, all’aperto, ed il monaco ghiottone non raggiungerà la casa dell’apàtheia. L’umido vapore del suffumigio profuma l’aria, come la preghiera del temperante delizia l’olfatto divino. Se ti concedi al desiderio dei cibi nulla più ti basterà per soddisfare il tuo piacere: il desiderio dei cibi, infatti, è come il fuoco che sempre accoglie e sempre avvampa. Una misura sufficiente riempie il vaso mentre un ventre sfondato non dirà mai: «basta!». L’estensione delle mani mise in fuga Amalec e una vita attiva elevata sottomette le passioni carnali.

 

Capitolo 3

 

Stermina tutto ciò che ti ispirano i vizi e mortifica fortemente la tua carne. In qualunque modo, infatti, sia ucciso il nemico, esso non ti incuterà più paura, così un corpo mortificato non turberà l’anima. Un cadavere non avverte il dolore del fuoco e tantomeno il temperante sente il piacere del desiderio estinto. Se percuoti un egiziano, nascondilo sotto la sabbia, e non ingrassare il corpo per una passione vinta: come infatti nella terra grassa germina ciò che è nascosto così nel corpo grasso rivive la passione. La fiamma che illanguidisce si riaccende se viene aggiunta della legna secca e il piacere che si va attenuando rivive nella sazietà dei cibi; non compiangere il corpo che si lagna per lo sfinimento e non rimpinzarlo con pranzi sontuosi: se infatti lo rinforzerai ti si rivolterà contro muovendoti una guerra senza tregua, finché renderà schiava la tua anima e ti menerà servo della lussuria. Il corpo indigente è come un docile cavallo e mai disarcionerà il cavaliere: questo, infatti, costretto dal freno, arretra e obbedisce alla mano di chi tiene le briglie, mentre il corpo, domato dalla fame e dalle veglie, non recalcitra per un cattivo pensiero che lo cavalca ne nitrisce eccitato dall’impeto delle passioni.

 

Capitolo 4

 

La lussuria

 

La temperanza genera l’assennatezza, mentre la gola è madre della sfrenatezza; l’olio alimenta il lume della lucerna e la frequentazione delle donne attizza la fiaccola del piacere. La violenza dei flutti infuria contro il mercantile mal zavorrato come il pensiero della lussuria sulla mente intemperante. La lussuria accoglierà come alleata la sazietà, la congederà, starà con gli avversari e combatterà alla fine con i nemici. Rimane invulnerabile alle frecce nemiche colui che ama la tranquillità, chi invece si mescola alla folla riceve in continuazione percosse. Vedere una femmina è come un dardo velenoso, ferisce l’anima, vi intrude il tossico e quanto più perdura, tanto più alligna la sepsi. Chi intende difendersi da queste frecce sta lontano dalle affollate riunioni pubbliche e non gironzola a bocca aperta nei giorni di festa; è infatti assai meglio starsene a casa passando il tempo a pregare piuttosto che compiere l’opera del nemico credendo di onorare le feste. Evita la dimestichezza con le donne se desideri essere saggio e non dar loro la libertà di parlare e neppure fiducia. Infatti all’inizio hanno o simulano una certa cautela, ma in seguito osano di tutto spudoratamente: al primo abboccamento tengono gli occhi bassi, pigolano dolcemente, piangono commosse, l’atteggiamento è grave, sospirano con amarezza, pongono domande sulla castità e ascoltano attentamente; le vedi una seconda volta e alzano un poco il capo; la terza volta si avvicinano senza troppo pudore; hai sorriso e quelle si sono messe a ridere sguaiatamente; in seguito si fanno belle e ti si mostrano con ostentazione, cambia il loro sguardo annunciando l’ardenza, sollevano le sopracciglia e ruotano gli occhi, denudano il collo e abbandonano l’intero corpo al languore, pronunciano frasi ammollite nella passione e ti sfoggiano una voce fascinosa ad udirsi finché non espugnano completamente l’anima. Accade che questi ami ti adeschino alla morte e queste reti intrecciate ti trascinino alla perdizione; e dunque non farti neppure ingannare da quelle che si servono di discorsi ammodo: in costoro infatti si occulta il maligno veleno dei serpenti.

 

Capitolo 5

 

Accostati al fuoco ardente piuttosto che ad una giovane donna, soprattutto se sei giovane anche tu: quando infatti ti avvicini alla fiamma e senti un bel bruciore, ti puoi allontanare rapidamente, mentre quando sei lusingato dalle ciarle femminili, difficilmente riesci a darti alla fuga. L’erba cresce quand’è vicina all’acqua, come germina l’intemperanza bazzicando le femmine. Colui che si riempie il ventre e fa professione di saggezza è simile a chi afferma di frenare la forza del fuoco nella paglia. Come infatti è impossibile contrastare il mutevole guizzare del fuoco nella paglia, così è impossibile colmare nella sazietà l’impeto infiammato dell’intemperanza. Una colonna poggia sulla base e la passione della lussuria ha le fondamenta nella sazietà. La nave preda delle tempeste si affretta a raggiungere il porto e l’anima del saggio cerca la solitudine: l’una fugge le minacciose onde del mare, l’altra le forme femminili che portano dolore e rovina. Una fattezza abbellita di donna affonda più di un maroso: ma l’uno ti dà la possibilità di nuotare se vuoi salva la vita, invece la bellezza muliebre, dopo l’inganno, ti persuade a disprezzare anche la vita stessa. Il rovo solitario si sottrae intatto alla fiamma e il saggio che sa tenersi lontano dalle donne non si accende d’intemperanza: come infatti il ricordo del fuoco non brucia la mente, così neppure la passione ha vigore se manca la materia.

 

Capitolo 6

 

Se avrai pietà per il nemico esso ti sarà nemico, e se farai grazia alla passione essa ti si ribellerà contro. La vista delle donne eccita l’intemperante, mentre spinge il saggio a glorificare Dio; se in mezzo alle donne la passione sta tranquilla non prestare fede a chi ti annuncia che hai raggiunto l’apàtheia. E infatti il cane scodinzola quando è lasciato in mezzo alla folla, mentre, quando se ne allontana, mostra la propria malvagità. Solo quando il ricordo della donna affiorerà in te privo di passione, allora ritieniti giunto ai confini della saggezza. Quando invece la sua immagine ti spinge a vederla e i suoi strali accerchiano la tua anima, allora ritieniti fuori dalla virtù. Ma non devi perdurare così in tali pensieri né la tua mente deve per molto familiarizzare con le forme femminili, la passione è infatti recidiva e ha accanto il pericolo. Come infatti accade che un’appropriata fusione purifichi l’argento, ma, se prolungata, facilmente lo distrugga, così una insistente fantasia di donne distrugge la saggezza acquisita: non avere infatti familiarità a lungo con un volto immaginato affinché non ti si appicchino le fiamme del piacere e non bruci l’alone che circonda la tua anima: come infatti la scintilla, rimanendo in mezzo alla paglia, sprigiona le fiamme, così il ricordo della donna, persistendo, incendia il desiderio.

 

Capitolo 7

 

L’avarizia

 

L’avarizia è la radice di tutti i mali e nutre come maligni ramoscelli le rimanenti passioni e non permette che inaridiscano quelle fiorite da essa. Chi vuole recidere le passioni ne estirpi la radice; se infatti poti per bene i rami e l’avarizia permane, non ti gioverà a nulla, perché essi, nonostante siano stati recisi, subito fioriscono. Il ricco monaco è come una nave troppo carica che viene sommersa dall’impeto di un fortunale: come infatti una nave che imbarca acqua è messa alla prova da ogni onda, così il ricco è sommerso dalle preoccupazioni. Il monaco che nulla possiede è invece un agile viaggiatore e trova dimora ovunque. Egli è come l’aquila che vola in alto e scende giù a cercare cibo quando vi è costretta. È superiore ad ogni prova, se la ride del presente e si leva in alto allontanandosi dalle cose terrene e accompagnandosi a quelle celesti: infatti ha ali leggere mai appesantite dalle preoccupazioni. Sopraggiunge l’oppressione ed egli lascia il luogo senza dolore; la morte arriva e quegli se ne va con animo sereno: infatti l’anima non è stata legata da vincolo terreno di sorta. Chi invece molto possiede soggiace alle preoccupazioni e, come il cane, è legato alla catena, e, se viene costretto ad andarsene, si porta dietro, come un grave peso e un’inutile afflizione, i ricordi delle sue ricchezze, è punto dalla tristezza e, quando ci pensa, soffre molto, ha perso le ricchezze e si tormenta nello scoramento. E se arriva la morte abbandona miseramente i suoi averi, rende l’anima, mentre l’occhio non tralascia gli affari; a malincuore viene trascinato via come uno schiavo fuggiasco, si separa dal corpo e non si separa dai suoi interessi: poiché la passione lo trattiene più di ciò che lo trascina via.

 

Capitolo 8

 

Il mare non si riempie mai del tutto pur ricevendo la gran massa d’acqua dei fiumi, allo stesso modo il desiderio di ricchezze dell’avaro non è mai sazio, egli le raddoppia e subito desidera quadruplicarle e non cessa mai questo raddoppio, finché la morte non mette fine a tale interminabile premura. Il monaco assennato baderà alle necessità del corpo e sopperirà con pane e acqua allo stomaco indigente, non adulerà i ricchi per il piacere del ventre, né asservirà la sua libera mente a molti padroni: infatti le mani sono sempre sufficienti a servire il corpo e soddisfare le necessità naturali. Il monaco che non possiede nulla è un pugile che non può essere colpito in pieno e un corridore veloce che raggiunge rapidamente il premio dell’invito celeste. Il monaco ricco gioisce per i molti proventi, mentre quello che non ha nulla gode per i premi che gli vengono dalle cose ben riuscite. Il monaco avaro lavora duramente mentre quello che non possiede nulla usa il tempo per la preghiera e la lettura. Il monaco avaro riempie d’oro i penetrali, mentre quello che nulla possiede tesoreggia in cielo. Che sia maledetto colui che foggia l’idolo e lo nasconde, simile a colui che è affetto da avarizia: l’uno infatti si prostra di fronte al falso e all’inutile, l’altro porta in sé l’immagine della ricchezza, come un simulacro.

 

Capitolo 9

 

L’ira

 

L’ira e una passione furente e con facilità fa uscir di senno quelli che hanno la conoscenza, imbestialisce l’anima e degrada l’intero consorzio umano. Un vento impetuoso non piegherà la torre e l’animosità non trascina via l’anima mansueta. L’acqua è mossa dalla violenza dei venti e l’iracondo è agitato dai pensieri dissennati. Il monaco iracondo vede qualcuno e arrota i denti. La diffusione della nebbia condensa l’aria e il moto dell’ira annebbia la mente dell’iracondo. La nube procedendo offusca il sole e così il pensiero rancoroso ottunde la mente. Il leone in gabbia scuote continuamente i cardini come il violento nella cella (quando è assalito) dal pensiero dell’ira. È deliziosa la vista di un mare tranquillo, ma non è certo più dilettosa di uno stato di pace: infatti i delfini nuotano nel mare in bonaccia e i pensieri volti a Dio si immergono in uno stato di serenità. Il monaco magnanimo è una fonte tranquilla, gradevole bevanda offerta a tutti, mentre la mente dell’iracondo è continuamente agitata ed egli non darà l’acqua all’assetato e, se gliela darà, sarà intorbidata e nociva; gli occhi dell’animoso sono sconvolti e iniettati di sangue e annunziano un cuore in tumulto. Il volto del magnanimo mostra assennatezza e gli occhi benigni sono rivolti verso il basso.

 

Capitolo 10

 

La mansuetudine dell’uomo è ricordata da Dio e l’anima mite diviene il tempio dello Spirito Santo. Cristo reclina il capo in spirito mite e solo la mente pacifica diviene dimora della Santa Trinità. Le volpi allignano nell’anima rancorosa e le fiere si appiattano nel cuore sconvolto. Fugge l’uomo onesto l’alloggio malfamato, e Dio un cuore rancoroso. Una pietra che cade in acqua la agita, come un cattivo discorso il cuore dell’uomo. Allontana dalla tua anima i pensieri dell’ira e non bivacchi l’animosità nel recinto del tuo cuore e non lo turbi nel momento della preghiera: infatti come il fumo della paglia offusca la vista così la mente è turbata dal livore durante la preghiera. I pensieri dell’animoso sono prole di vipera e divorano il cuore che li ha generati. La sua preghiera è un incenso abominevole ed il salmodiare dà un suono sgradevole. Il dono del rancoroso è come un’offerta che brulica di formiche e di certo non si avvicinerà agli altari aspersi di acqua lustrale. L’animoso avrà sogni turbati e l’iracondo si immaginerà assalti di belve. L’uomo magnanimo ha la visione di consessi di santi angeli e colui che non porta rancore si esercita con discorsi spirituali e nella notte riceve la soluzione dei misteri.

 

Capitolo 11

 

La tristezza

 

Il monaco affetto dalla tristezza non conosce il piacere spirituale: la tristezza è un abbattimento dell’anima e si forma dai pensieri dell’ira. Il desiderio di vendetta, infatti, è proprio dell’ira, l’insuccesso della vendetta genera la tristezza; la tristezza è la bocca del leone e facilmente divora colui che si rattrista. La tristezza è un verme del cuore e mangia la madre che l’ha generato. Soffre la madre quando partorisce il figlio, ma, una volta sgravata, è libera dal dolore; la tristezza, invece, mentre è generata, provoca lunghe doglie e, sopravvivendo, dopo i travagli, non porta minori sofferenze. Il monaco triste non conosce la letizia spirituale, come colui che ha una forte febbre non avverte il sapore del miele. Il monaco triste non saprà muovere la mente verso la contemplazione né sgorga da lui una preghiera pura: la tristezza è un impedimento per ogni bene. Avere i piedi legati è un impedimento per la corsa, così la tristezza è un ostacolo per la contemplazione. Il prigioniero dei barbari è legato con catene e la tristezza lega colui che è prigioniero delle passioni. In assenza di altre passioni la tristezza non ha forza come non ne ha un legame se manca chi lega. Colui che è avvinto dalla tristezza è vinto dalle passioni e come prova della sconfitta viene addotto il legame. Infatti la tristezza deriva dall’insuccesso del desiderio carnale poiché il desiderio è congiunto a tutte le passioni. Chi vincerà il desiderio vincerà le passioni e il vincitore delle passioni non sarà sottomesso dalla tristezza. Il temperante non è rattristato dalla penuria di cibo, né il saggio quando raggiunge una folle dissolutezza, né il mansueto che tralascia la vendetta, né l’umile se è privato dell’onore degli uomini, né il generoso quando incorre in una perdita finanziaria: essi evitarono con forza, infatti, il desiderio di queste cose: come infatti colui che è ben corazzato respinge i colpi, così l’uomo privo di passioni non è ferito dalla tristezza.

 

Capitolo 12

 

Lo scudo è la sicurezza del soldato e le mura lo sono della città: più sicura di entrambi è per il monaco l’ap theia. E infatti spesso una freccia scagliata da un forte braccio trapassa lo scudo e la moltitudine dei nemici abbatte le mura mentre la tristezza non può prevalere sull’ap theia. Colui che domina le passioni signoreggerà sulla tristezza, mentre chi è vinto dal piacere non sfuggirà ai suoi legami. Colui che si rattrista facilmente e simula un’assenza di passioni è come l’ammalato che finge di essere sano; come la malattia si rivela dall’incarnato, la presenza di una passione è dimostrata dalla tristezza. Colui che ama il mondo sarà molto afflitto mentre coloro che disprezzano ciò che vi è in esso saranno allietati per sempre. L’avaro, ricevuto un danno, sarà atrocemente rattristato, mentre colui che disprezza le ricchezze sarà sempre indenne dalla tristezza. Chi brama la gloria, al sopraggiungere del disonore, sarà addolorato, mentre l’umile lo accoglierà come un compagno. La fornace purifica l’argento di bassa lega e la tristezza di fronte a Dio il cuore preda dell’errore; la continua fusione impoverisce il piombo e la tristezza per le cose del mondo sminuisce l’intelletto. La caligine indebolisce la forza degli occhi e la tristezza inebetisce la mente dedita alla contemplazione; la luce del sole non raggiunge gli abissi marini e la visione della luce non rischiara un cuore rattristato; dolce è per tutti gli uomini il sorgere del sole, ma anche di questo si dispiace l’anima triste; l’ittero toglie il senso del gusto come la tristezza che sottrae all’anima la capacità di percepire. Ma colui che disprezza i piaceri del mondo non sarà turbato dai cattivi pensieri della tristezza.

 

Capitolo 13

 

L’acedia

 

L’acedia è una debolezza dell’anima che insorge quando non si vive secondo natura né si fronteggia nobilmente la tentazione. Infatti la tentazione è per un’anima nobile ciò che è il cibo per un corpo vigoroso. Il vento del nord nutre i germogli e le tentazioni consolidano la fermezza dell’anima. La nube povera d’acqua è allontanata dal vento come la mente che non ha perseveranza dallo spirito dell’acedia. La rugiada primaverile accresce il frutto del campo e la parola spirituale esalta la fermezza dell’anima. Il flusso dell’acedia caccia il monaco dalla propria dimora, mentre colui che è perseverante se ne sta sempre tranquillo. L’acedioso adduce quale pretesto la visita degli ammalati, cosa che garantisce il proprio scopo. Il monaco acedioso è rapido a svolgere il suo ufficio e considera un precetto la propria soddisfazione; la pianta debole è piegata da una lieve brezza e immaginare la partenza distrae l’acedioso. Un albero ben piantato non è scosso dalla violenza dei venti e l’acedia non piega l’anima ben puntellata. Il monaco girovago, secco fuscello della solitudine, sta poco tranquillo e, senza volerlo, è sospinto qua e là di volta in volta. Un albero trapiantato non fruttifica e il monaco vagabondo non dà frutti di virtù. L’ammalato non è soddisfatto da un solo cibo e il monaco acedioso non lo è da una sola occupazione. Non basta una sola femmina a soddisfare il voluttuoso e non è abbastanza una sola cella per l’acedioso.

 

Capitolo 14

 

L’occhio dell’acedioso fissa le finestre continuamente e la sua mente immagina che arrivino visite: la porta cigola e quello balza fuori, ode una voce e si sporge dalla finestra e non se ne va da lì finché, sedutosi, non si intorpidisce. Quando legge, l’acedioso sbadiglia molto, si lascia andare facilmente al sonno, si stropiccia gli occhi, si stiracchia e, distogliendo lo sguardo dal libro, fissa la parete e, di nuovo, rimessosi a leggere un po’, ripetendo la fine delle parole, si affatica inutilmente, conta i fogli, calcola i quaternioni, disprezza le lettere e gli ornamenti e infine, piegato il libro, lo pone sotto la testa e cade in un sonno non molto profondo, e infatti, di lì a poco, la fame gli risveglia l’anima con le sue preoccupazioni. Il monaco acedioso è pigro alla preghiera e di certo non pronuncerà mai le parole dell’orazione; come infatti l’ammalato non riesce a sollevare un peso eccessivo, così anche l’acedioso di sicuro non si occuperà con diligenza dei doveri verso Dio: all’uno infatti difetta la forza fisica, all’altro viene meno il vigore dell’anima. La pazienza, il far tutto con molta assiduità e il timor di Dio curano l’acedia. Disponi per te stesso una giusta misura in ogni attività e non desistere prima di averla conclusa, e prega assennatamente e con forza e lo spirito dell’acedia fuggirà da te.

 

Capitolo 15

 

La vanagloria

 

La vanagloria è una passione irragionevole e facilmente s’intreccia con tutte le opere di virtù. Un disegno tracciato nell’acqua si confonde, come la fatica della virtù nell’anima vanagloriosa. Diviene candida la mano nascosta in seno e l’azione che rimane celata risplende di una luce più smagliante. L’edera s’avvinghia all’albero e, quando giunge in alto, ne dissecca la radice, così la vanagloria si origina dalle virtù e non si allontana finché non avrà reciso la loro forza. Il grappolo d’uva, buttato a terra, marcisce facilmente e la virtù, se si appoggia alla vanagloria, perisce. Il monaco vanaglorioso è un lavoratore senza salario: si impegna nel lavoro e non riceve alcuna paga; la borsa bucata non custodisce ciò che vi è riposto e la vanagloria distrugge i compensi delle virtù. La continenza del vanaglorioso è come il fumo del camino, entrambi si disperderanno nell’aria. Il vento cancella l’orma dell’uomo come l’elemosina del vanaglorioso. La pietra lanciata non raggiunge il cielo e la preghiera di chi desidera piacere agli uomini non salirà fino a Dio.

 

Capitolo 16

 

La vanagloria è uno scoglio sommerso: se vi urti contro rischi di perdere il carico. Nasconde il suo tesoro l’uomo prudente quanto il saggio monaco le fatiche della sua virtù. La vanagloria consiglia di pregare nelle piazze, colui che invece vi si oppone prega nella sua stanzetta. L’uomo poco assennato rende nota la propria ricchezza e spinge molti a tendergli insidie. Nascondi invece le tue cose: durante il cammino ti imbatterai in lestofanti finché non arriverai alla città della pace e potrai usare i tuoi beni tranquillamente. La virtù del vanaglorioso è un sacrificio consunto e non è certo offerto all’altare di Dio. L’acedia dissolve il vigore dell’anima, mentre la vanagloria fortifica la mente che dimentica Dio, rende robusto l’astenico e il vecchio più forte del giovane, solo finché sono molti i testimoni che assistono a tutto questo: allora saranno inutili il digiuno, la veglia e la preghiera, è infatti la pubblica approvazione che eccita lo zelo. NÉ metterai in vendita le tue fatiche per la fama, né rinuncerai alla gloria futura per essere acclamato. Infatti l’umana gloria si accampa in terra e sulla terra la sua fama si estingue, mentre la gloria della virtù rimane in eterno.

 

Capitolo 17

 

La superbia

 

La superbia è un tumore dell’anima pieno di sangue. Se matura scoppierà, emanando un orribile fetore. Il bagliore del lampo annuncia il fragore del tuono e la presenza della vanagloria annuncia la superbia. L’anima del superbo raggiunge grandi altezze e da lì cade nell’abisso. Si ammala di superbia l’apostata di Dio ascrivendo alle proprie capacità le cose ben riuscite. Come colui che sale su una tela di ragno precipita, così cade colui che si appoggia alle proprie capacità. Un’abbondanza di frutti piega i rami dell’albero e un’abbondanza di virtù umilia la mente dell’uomo. Il frutto marcio è inutile al contadino e la virtù del superbo non è accetta a Dio. Il palo sostiene il ramo carico di frutti e il timore di Dio l’anima virtuosa. Come il peso dei frutti spezza il ramo così la superbia abbatte l’anima virtuosa. Non consegnare la tua anima alla superbia e non avrai terribili fantasie. L’anima del superbo è abbandonata da Dio e diviene oggetto di gioia maligna per i demoni. Di notte egli si immagina branchi di belve che l’assalgono e di giorno è sconvolto da pensieri di viltà. Quando dorme facilmente sussulta e quando veglia lo spaventa l’ombra di un uccello. Lo stormire delle fronde atterrisce il superbo e il suono dell’acqua spezza la sua anima. Colui che infatti poco prima si è opposto a Dio respingendo il suo soccorso, viene poi spaventato da volgari fantasmi.

 

Capitolo 18

 

La superbia precipitò l’arcangelo dal cielo e come un fulmine lo fece piombare sulla terra. L’umiltà invece conduce l’uomo verso il cielo e lo prepara a far parte del coro degli angeli. Di che ti inorgoglisci, o uomo, quando per natura sei melma e putredine, e perché ti sollevi sopra le nuvole? Guarda alla tua natura poiché sei terra e cenere e fra un po’ tornerai alla polvere, ora superbo e tra poco verme. A che pro sollevi il capo che tra non molto marcirà? Grande è l’uomo soccorso da Dio; una volta abbandonato egli riconobbe la debolezza della natura. Nulla possiedi che tu non abbia ricevuto da Dio. Perché dunque ti scoraggi per ciò che appartiene ad altri come se fosse tuo? Perché ti vanti di quel che viene dalla grazia di Dio come se fosse una tua personale proprietà? Riconosci colui che dona e non ti inorgoglire tanto: sei creatura di Dio, non disprezzare perciò il creatore. Dio ti soccorre, non respingere il beneficatore. Sei giunto alla sommità della tua condizione, ma lui ti ha guidato; hai agito rettamente secondo virtù ed egli ti ha condotto. Glorifica chi ti ha innalzato per rimanere al sicuro nelle altezze; riconosci colui che ha le tue stesse origini perché la sostanza è la medesima e non rifiutare per iattanza questa parentela.

 

Capitolo 19

 

Umile e moderato è colui che riconosce questa parentela; ma il demiurgo plasmò sia lui sia il superbo. Non disprezzare l’umile: infatti egli è più al sicuro di te: cammina sulla terra e non precipita; ma colui che sale più in alto, se cade, si sfracellerà. Il monaco superbo è come un albero senza radici e non sopporta l’impeto del vento. Una mente senza boria è come una cittadella ben munita e chi vi abita sarà imprendibile. Un soffio di vento solleva la festuca e l’insulto porta il superbo alla follia. Una bolla scoppiata svanisce e la memoria del superbo perisce. La parola dell’umile addolcisce l’anima, mentre quella del superbo è ripiena di millanteria. Dio si piega alla preghiera dell’umile, è invece esasperato dalla supplica del superbo. L’umiltà è la corona della casa e tiene al sicuro chi vi entra. Quando salirai al sommo delle virtù allora avrai molto bisogno di sicurezza. Colui infatti che cade sul pavimento rapidamente si rialza, ma chi precipita da grandi altezze, rischia la morte. La pietra preziosa si addice al bracciale d’oro e l’umiltà umana risplende di molte virtù.

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I Sette Vizi Capitali: Superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia

 

Dal Catechismo Maggiore:

959. Che cosa è il vizio?

Il vizio è una cattiva disposizione dell’animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi.

960. Che differenza v’è tra peccato e vizio?

Tra peccato e vizio v’è questa differenza, che il peccato è un atto che passa, mentre il vizio è la cattiva abitudine contratta di cadere in qualche peccato.

961. Quali sono i vizi che si chiamano capitali?

I vizi che si chiamano capitali sono sette:

1.Superbia;
2.Avarizia;
3.Lussuria;
4.Ira;
5.Gola;
6.Invidia;
7.Accidia.

962. I vizi capitali come si vincono?

I vizi capitali si vincono con l’esercizio delle virtù opposte. Cosi la superbia si vince con l’umiltà; l’avarizia con la liberalità; la lussuria con la castità; l’ira con la pazienza; la gola con l’astinenza; l’invidia con l’amor fraterno; l’accidia con la diligenza e col fervore nel servizio di Dio.

963. Perché questi vizi si chiamano capitali?

Questi vizi si chiamano capitali, perché sono la sorgente e la cagione di molti altri vizi e peccati.

LUSSURIA

Uno dei vizi che fa più strage morale in mezzo all’umanità, è la lussuria, cioè il piacere sensuale. Questo vizio si suole anche chiamare disonestà, immoralità o impurità.

Iddio ci ha dato un corpo fornito di sensi ed un’anima intelligente e volitiva. Il corpo ha delle funzioni particolari, stabilite dal Creatore, funzioni che se si compiono contrariamente all’ordine vo­luto da Dio, sono un male molto grande.

Per la qual cosa il Signore ha mes­so nel Decalogo due comandamenti espli­citi, uno che riguarda le azioni: « Non commettere atti impuri » e l’altro che ri­guarda i pensieri: « Non desiderare la persona degli altri ». Chiunque manca volontariamente contro questi comanda­menti, commette sempre peccato mortale, non ammettendo la lussuria parvità di materia.

Funeste conseguenze.

La lussuria è un vizio così potente, che guai a lasciarsene dominare! La schiavitù delle impure passioni è infatti la più vergognosa ed umiliante.

Davanti a questo vizio si sacrifica la propria dignità e si diventa simili alle bestie senza ragione; si sacrifica la salute, per cui si va a finire al manicomio, op­pure si va alla tomba prima del tempo. Si sacrifica il denaro, la pace della famiglia, la pace del cuore; e più che tutto si sacri­fica l’anima rendendola un tizzone d’in­ferno.

Al tempo di Noè il Signore punì questo brutto vizio con il diluvio universale; ed al tempo di Abramo punì le città delle Pentapoli mandando il fuoco dal cielo, che incenerì tutti gli abitanti. Se riflet­tiamo bene, possiamo convincerci che buona parte dei mali che oggi affliggono l’umanità, sono dovuti, al dilagare della disonestà.

PUREZZA

Alla disonestà si oppone la purezza, che è chiamata « la bella virtù » per ec­cellenza; essa è detta anche virtù angelica, virtù sublime, compendio di ogni virtù.
Il simbolo di questa virtù è il giglio, fiore candido e profumato; infatti l’anima che possiede la purezza, è come un giglio che attira sopra di se gli occhi di Dio.

Gesù Cristo.

Nella Sacra Scrittura Gesù è chiamato l’Agnello che si pasce tra i gigli. Pren­dendo Egli forma umana, volle un corpo purissimo e lo prese da Maria Vergine, la più pura delle creature. Volle un custode o Padre Putativo e lo scelse nella persona di Giuseppe, il fabbro di Nazaret, uomo oltremodo puro, degno di stare a fianco di Maria Santissima.

Volle un Precursore, cioè uno che gli preparasse la via in mezzo al popolo ebreo, e lo trovò in Giovanni Battista, uomo austero, di costumi illibati, e che mori’ poi martire della purezza.

Gesù si circondò degli Apostoli, uomini ben costumati, ed amò stare tra i piccoli perchè innocenti e puri, dicendo con en­fasi: Lasciate che i pargoli vengano a me! –

Davanti alla moltitudine che lo ascol­tava estasiata, esclamò: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio! –

Il Signore permise che i suoi nemici invidiosi lo chiamassero impostore, be­stemmiatore, indemoniato … ma non permise che lo tacciassero riguardo alla purezza, tanto che potè sfidare pubblica­mente i suoi avversari, dicendo: Chi di voi può accusarmi di peccato? – e tutti tacquero.

Purezza matrimoniale.

Tutti abbiamo il dovere di essere puri, ciascuno secondo il proprio stato. C’è la purezza matrimoniale e quella verginale. Coloro che sono uniti col vincolo ma­trimoniale, hanno degli obblighi gravi, ai quali non devono mancare. Si ricordino che anche per essi c’è il sesto e il nono Comandamento. Per gli sposati il mancare contro la virtù della purezza importa una gravità maggiore che non per i celibi. Purtroppo la santità matrimoniale è profanata con tanta facilità. Iddio vede tutto e darà a suo tempo a ciascuno il dovuto castigo.

Nella vita di S. Caterina da Siena si legge che il Signore in una rivelazione le disse essere molto offeso per i peccati che si commettono dai coniugati. È bene perciò che gli sposati esami­nino la propria coscienza, per vedere se c’è da correggere qualche cosa.

Purezza verginale.

Chiamasi purezza verginale quella che devono osservare tutti coloro che sono liberi dal vincolo matrimoniale.

Per praticare bene questa virtù ci vuole buona volontà; il premio però è gran­dissimo.

Un’anima vergine dà a Dio molta gloria e si arricchisce continuamente di meriti per il Cielo.

Non mancano nel mondo queste ani­me generose, che sacrificano ogni umano diletto per amore del regno dei Cieli. Co­storo godono in terra le gioie pure dello spirito ed avranno nell’altra vita un premio particolare.

San Giovanni Evangelista in una vi­sione vide il Paradiso ed i Beati vicino al trono di Dio. Scorse una schiera di anime che seguivano festanti l’Agnello Immacolato, Gesù Cristo, dovunque Egli andasse, e cantavano un inno, che sola­mente a loro era permesso di cantare. San Giovanni chiese: – Chi sono costoro? – Gli fu risposto: Sono le ani­me vergini, che hanno lavato la loro stola nel Sangue dell’Agnello. –

Attratti dalla sublimità di questa virtù, tante anime fanno il voto di purezza, o temporanea o perpetua. Prima però di emettere un tal voto, si domandi il pa­rere al proprio Confessore, poiché è fa­cile in un momento di fervore offrirsi al Signore, ma non è sempre facile essere puri come si deve. Si sappia che chiunque fa il voto di purezza, guadagna doppio me­rito delle opere buone che compie riguar­do a questa virtù. Però se manca volonta­riamente contro la purità, o nei pensieri o nelle parole o nelle opere, commette allora doppio peccato grave, uno contro il Comandamento di Dio e l’altro contro il voto emesso. In Confessione si deve dire: Padre, ho peccato contro la purità; però ho anche il voto. –

Dal voto di purezza temporanea, cioè per mesi o per anni, si può ottenere la dispensa dal Vescovo o da altro Sacerdo­te che ne abbia facoltà. Dal voto di purezza perpetua, cioè di tutta la vita, si può ottenere la dispensa solamente dalla Santa Sede. Però, se il voto perpetuo è stato fatto prima dei diciotto anni, non occorre rivolgersi alla Santa Sede per la dispensa.

Il corpo. 
Se vogliamo essere puri, dobbiamo custodire il corpo, il quale è il più gran­de nemico della purezza.

Pur dando al corpo quanto gli spetta, non gli si conceda troppa libertà. Chi non riesce a dominare con facilità i pro­pri sensi, presto o tardi perderà la bella virtù.

Iddio ci ha dato gli occhi affinché po­tessimo servircene in bene. Essi però sono chiamati le finestre dell’impurità; difatti guardare, pensare e peccare, sono spesso indivisibili.

Non è lecito guardare ciò che non è lecito desiderare. Si custodiscano dunque gli occhi e non si posino maliziosamente nè sopra oggetti nè sopra persone. Uno sguardo cattivo può dare la morte al­l’anima. Eppure, con quanta facilità si profa­nano gli occhi! …

Dovremmo essere tanto grati a Dio per il dono della lingua; invece la maggior parte delle persone se ne serve in male. Quante parolacce triviali e libere si pro­nunziano nella rabbia, oppure nello scherzo! Quante frasi equivoche si met­tono fuori per fare dello spirito!

Tuttavia ciò che costituisce un gran­de male, è il discorso disonesto o vergo­gnoso. Il parlare scandalosamente è la rovina della propria purezza e dell’al­trui e costituisce per lo più un grande male.

Bisognerebbe fare una lotta spietata al parlare immorale, rimproverando senza tanto riserbo chi ha la sfacciataggine d’intavolare certi discorsi … che fan­no vergogna.

È necessario mortificare la curiosità di sapere e di sentire ciò che non è con­veniente.

Siccome le orecchie non si possono chiudere, come si fa per gli occhi, la mi­glior cosa è allontanarsi da chi tiene cat­tivi discorsi. Nè si pensi che l’ascoltare chi parla scandalosamente sia cosa insi­gnificante, poiché si comporta male chi fa il discorso disonesto e chi l’ascolta volentieri.

Il corpo è tempio dello Spirito Santo; si rispetti perciò come una cosa sacra. Il senso del tatto sia delicatamente custodito e si porti grande rispetto alla propria ed all’altrui persona, evitando ogni libertà illecita con se e con gli altri. Il cuore è fatto per amare; perciò non tutti gli amori sono leciti.

Quando ci si accorge che il cuore tende ad un amore non buono, bisogna subito troncare gli affetti, diversamente le fiam­me amorose aumenteranno sempre più e si svilupperà un incendio inestinguibile. Il cuore umano non tenuto a freno, porta nell’abisso della impurità e poi nell’abis­so infernale.

Pensino a custodire bene il cuore specialmente le donne, le quali sono tan­to facili ad amare!

I pensieri.

Ad una certa età, quando cioè si esce dalla fanciullezza, i pensieri cattivi co­minciano a disturbar la mente. Non è il caso di preoccuparsi per tali pensieri, perchè non sono mai peccato quando la volontà è contraria.

Chi ha nella mente cattivi pensieri ed impure immaginazioni, ma senza ba­dare al male che fa, unicamente per di­strazione ed inavvertitamente, non com­mette peccato alcuno.

Chi si ferma nei brutti pensieri con poca avvertenza, oppure senza la piena volontà, commette un semplice peccato leggero.

Chi invece si pasce di pensieri e desi­deri illeciti e fa ciò con piena conoscen­za e con piena volontà, è colpevole di grave peccato contro la purezza.

Coloro che si accorgono del cattivo pensiero e subito lo scacciano, o fanno ad esso l’atto contrario, non peccano, ma guadagnano merito davanti a Dio. Si confortino perciò le anime tentate, pen­sando che neppure i più grandi Santi sono stati esenti da simili assalti.

La cattiva abitudine.

Tutte le abitudini cattive sono fu­neste; ma l’abitudine del peccato impu­ro è la più disastrosa. Infelice chi cade e ricade con frequenza in questo pec­cato! O l’anima si rimette sulla buona via o andrà inesorabilmente perduta.

Ci sono dei mezzi efficaci per tron­care l’abitudine dell’impurità. Il primo è la buona volontà. Il demonio sugge­risce che è impossibile rompere la cate­na della cattiva abitudine; ma ciò non è vero. Chi vuole può. Quanti infatti, già schiavi del brutto vizio, si sono cor­retti ed hanno fatto penitenza! Mad­dalena, la Samaritana, Sant’Agostino, Santa Taide, Santa Maria Egiziaca, ecc…. furono anime grandemente peccatrici e scandalose, ruppero però la catena della rea abitudine ed ora sono degne di pubbli­ca venerazione sugli Altari.

Il secondo mezzo è la preghiera. Pre­gando, si rafforza la volontà ed aumenta l’energia spirituale. E’ bene anche far celebrare qualche Santa Messa.

Un mezzo potente assai è la Confes­sione frequente e ben fatta, unita alla Santa Comunione. Se è il caso, ci si con­fessi ogni giorno. Commesso un peccato impuro, non si aspetti che se ne faccia un altro prima di andare a confessarsi. Se si ritarda a mettersi in grazia di Dio, il demonio farà moltiplicare i peccati e sarà poi più difficile il rialzarsi. La Con­fessione sia fatta bene, cioè sincera e col dovuto dolore. Purtroppo, chi cade nel­l’impurità, non di raro per vergogna tace in Confessione ciò che è tenuto a mani­festare al Ministro di Dio e così commet­te il sacrilegio. Altri invece, pur confes­sando tutto, non hanno il vero dolore per detestare il peccato impuro e così non ri­cavano utilità dalla Confessione. Ripor­to una visione di San Giovanni Bosco.

La corda limacciosa.

Dice il Santo: Mi trovai in una gran­de sala illuminata, ed ecco comparire una schiera di bellissimi giovanetti come An­geli, che tenevano nelle mani dei gigli e li distribuivano qua e là, e coloro che li ricevevano si sollevavano da terra. Doman­dai alla mia guida che cosa significassero quei giovani che portavàno il giglio e mi fu risposto: Sono quelli che seppero con­servare la virtù della purità. –

Scomparve la bellissima luce ed io ri­masi al buio. Di poi vedevo facce rosse, quasi infuocate. Vidi alcuni giovani che si affaticavano attorno ad una corda li­macciosa, pendente dall’alto, e si sfor­zavano di arrampicarsi ed andare in alto; ma la corda cedeva sempre e veniva giù un poco, di modo che quei poverini erano sempre a terra con le mani e la persona infangate. Meravigliato di ciò, domandai cosa volesse significare quello che vedevo. Mi fu risposto: La corda è la Confessione; chi sa bene attaccarvisi, arriverà al Cielo, e questi sono quei giovani che vanno so­vente a confessarsi e si attaccano a questa corda per potersi innalzare; ma vanno a confessarsi senza le dovute disposizioni, con poco dolore e poco proponimento. –

Vidi in seguito un altro spettacolo più desolante. Certi giovani di aspetto tetro avevano attorcigliato al collo un gran serpentaccio, che con la coda an­dava al cuore e sporgeva innanzi la te­sta e la posava vicino alla bocca del me­schino, come per mordergli la lingua, se mai aprisse le labbra. La faccia di quei giovani era così brutta che mi faceva paura; gli occhi erano stravolti; la loro bocca era torta ed essi erano in una po­sizione da mettere spavento. Domandai il significato di ciò e mi fu detto: Il ser­pente stringe la gola a quegl’infelici e, per non lasciarli parlare in Confessione, sta attento se aprono la bocca per morderli. Poveretti! Se parlassero, farebbero una buona Confessione ed il demonio non potrebbe più niente contro di loro. Ma per rispetto umano non parlano, tengono i loro peccati nella coscienza, tornano più e più volte a confessarsi, senza mai osare di mettere fuori il ve­leno che racchiudono nel cuore. Va’ a dire ai tuoi giovani che stiano attenti e racconta loro quello che hai visto. –

La penitenza.

Tra i rimedi per vincere la cattiva abitudine del peccato impuro, è da met­tere la mortificazione o penitenza. Il cor­po è come un cavallo furioso e bizzarro, che ha bisogno della frusta e degli spe­roni per essere tenuto a bada.

Chi vuol correggersi, si privi di tanto in tanto di piaceri anche leciti, faccia qualche penitenza speciale, come sarebbe un digiuno, il battere il corpo con qualche strumento, il portare un piccolo cilizio … Se facevano questo i Santi, i quali non ne avevano tanto bi­sogno, perchè non hanno da farlo coloro che facilmente cadono nell’impurità? … Si è provato che la penitenza del corpo mette in fuga la disonestà.

In conclusione, chi vuol correggersi davvero, ogni qual volta ha la disgrazia di cadere nel brutto peccato, s’imponga una qualche penitenza corporale. Ad ogni nuova caduta, una nuova peni­tenza. E’ impossibile non correggersi con tale rimedio.

Consigli per custodire la purezza.

Per custodire il giglio della purezza si procuri di tenere occupata la mente in buoni pensieri. Si stia sempre occu­pati, perchè l’ozio è il padre dei vizi. Si pensi che vicino a noi c’è l’Angelo Custode, notte e giorno, e perciò non deve farsi mai cosa alcuna che sia in­degna della sua presenza.

Si pensi spesso che Iddio vede tutto, anche i pensieri più nascosti, e non si abbia la spudoratezza di fare alla pre­senza del Signore, quel male che non si farebbe alla presenza dei genitori o di persona riguardevole. Quando la ten­tazione assale e minaccia di aumentare l’energia, è bene interrompere l’occu­pazione che si ha per mano, mettersi a passeggiare, lasciare la solitudine cer­cando un poco di onesta compagnia, cantare lodi sacre, ecc….

Se con tutto ciò la tentazione ingi­gantisce, il che è molto raro, non ri­mane altro che gettarsi in ginocchio, baciare il Crocifisso o la medaglia, fare la Croce possibilmente con l’acqua be­nedetta e dire con fede: Prima la morte, o Signore, anzichè peccare!

Fuga delle occasioni.

E’ occasione di peccato tutto ciò che esternamente sollecita la volontà a pec­care, sia persona, sia oggetto, sia luogo. L’occasione può essere remota e prossima. Si dice remota, quando non è ta­le da spingere fortemente la volontà alla colpa grave; è prossima, quando ordinariamente trascina al peccato mor­tale.

Chi si mette in una data occasione, ad esempio, dieci volte, e sempre o la maggior parte delle volte cade nella col­pa grave, allora si trova nella vera oc­casione prossima di peccato. Si tenga bene in mente questo: Chiunque si mette nell’occasione prossima di grave peccato volontariamente e senza una forte ragione, commette peccato mortale volta per volta, anche se casualmente non acconsentisse alla tentazione!

Attenzione a certe persone.

Occasione di peccato contro la pu­rezza sogliono essere le persone di ses­so differente. Si eviti dunque la compa­gnia di coloro che sono poco timorati di Dio e che non hanno stima della purezza.

Le donne si guardino anche dai pa­renti e specialmente dai cognati e dai cugini.

Un’occasione grave, ma necessaria, è il fidanzamento; si abbia perciò la massima vigilanza per non deturpare il giglio della purezza. I fidanzati non stiano mai soli, abbiano un grande ri­spetto vicendevole e siano disposti a dispiacere alla creatura anziché offen­dere il Creatore. I fidanzati tengano lontano il pensiero della fuga vergogno­sa, perché è peccato mortale contro la purezza. Commettono anche grave pec­cato coloro che hanno il dovere e la possibilità d’impedire questa fuga e non lo fanno, coloro che in qualche modo l’aiutano e quelli che la consi­gliano oppure l’approvano.

Scuola e laboratorio.

La compagnia dei buoni aiuta a di­ventare migliori; quella dei cattivi tra­scina al male.

Non manca la cattiva compagnia nel­le pubbliche scuole e nei laboratori. La gioventù bramosa di conservarsi pura, stia più lontano che sia possibile dagli appestati morali e, pur frequentando la scuola o il laboratorio, usi tutti i mez­zi necessari per non lasciarsi contami­nare. Per riuscire, conosciuti gli esseri pericolosi, si fugga la loro compagnia, si facciano conoscere a chi fa da superiore e, se sarà necessario, si cambi labora­torio.

Chi ha la responsabilità di un labo­ratorio, specialmente di giovani, vigili e mandi via chi può seminare l’immora­lità e non lasci mai soli i giovani lavo­ranti, perchè quando manca il capo, or­dinariamente il demonio impuro semi­na il male.

I divertimenti mondani.

Il divertirsi onestamente è lecito. Ma i divertimenti che oggi il mondo appre­sta, sono un’insidia continua alla vir­tù della purezza. Bisogna sapersi guardare. Si dovrebbero meditare bene que­ste tremende parole di Gesù Cristo: Guai al mondo per gli scandali!

Quando il cinema ed i teatri sono buo­ni, non si fa male ad andarvi; quando sono cattivi, non si vada assolutamen­te; quando si è in dubbio sulla mora­lità di qualche rappresentazione, è pru­denza cristiana non andarvi.

Allorché si ci trova davanti a certe scene poco castigate, non sempre basta abbassare gli occhi, ma è necessario al­zarsi ed andare via. Questo dovere è chiesto dalla dignità personale, dalla re­sponsabilità verso coloro che forse ivi si sono condotti e dal buon esempio che deve darsi al prossimo. – Ma facendo così, si perde il denaro del biglietto! – È meglio perdere un po’ di denaro, an­zichè il candore della purezza.

Quanti, dopo aver pascolato la mente tra scene immorali, escono dal cinema morti alla grazia di Dio, col rimorso e con le durature conseguenze delle brut­te impressioni!

Facciano un buon esame di coscienza i genitori, che fossero facili ad accon­tentare i figli con questi divertimenti e si esaminino pure tutti coloro che ac­corrono con frequenza a tali spettacoli.

Il ballo.

Di per se stesso il ballo non sareb­be un male, però la malvagità umana l’ha ridotto ad una scuola d’immoralità. I vari balli moderni, eseguiti special­mente tra persone di diverso sesso, co­stituiscono un vero pericolo per la pu­rezza.

Si faccia di tutto per impedire si­mili balli e non si permettano nelle fa­miglie che si dicono cristiane; anzi, non vi si assista neppure, per non approva­re colla propria presenza il male che al­tri commette.

I genitori, desiderosi di custodire la purezza delle figliuole, siano molto vi­gilanti su questo spasso mondano, che giustamente è chiamato il divertimento del diavolo.

La spiaggia.

Anche la vita di spiaggia è conside­rata oggi come rovina della purezza. Il costume molto ridotto, l’ozio, la pre­senza di giovani dissoluti, tutto ciò con­corre alla rovina delle anime.

È necessario quindi prendere le do­vute cautele, diversamente, mentre si va al mare per pulire il corpo e rafforzarlo, si macchia l’anima e la si potrebbe per­dere eternamente.

La moda.

Le donne son portate naturalmente a seguire la moda. Se la moda è modesta, la purezza ne avvantaggia; se è troppo libera, i buoni costumi ne risentono assai.

Al presente l’abito femminile lascia molto a desiderare, tanto che si può chiamare la provocazione delle umane passioni. Ordinariamente le donne non pensano al male che fanno col vestire immodesto; esse cercano di appagare la vanità; il demonio invece si serve di ciò per tendere insidie agl’incauti e farli cadere nel male.

Coloro che confezionano abiti femmi­nili, siano prudenti e delicati nell’eser­cizio della loro professione per non coo­perare alla rovina delle anime. Prefe­riscano perdere certi clieti, anzichè macchiare la propria coscienza.

I genitori cristiani s’impongano ener­gicamente sulle figliuole e non permet­tano di vestire immodestamente. Si ri­cordi che il migliore ornamento di una giovane è la serietà del vestire e la mo­destia del portamento.

Altri pericoli.

Libri cattivi ce n’è molti e si trovano anche presso famiglie cristiane. Si leg­gono con la scusa d’istruirsi o con la falsa idea di non ricavarne del male. Quando un libro è cattivo, non solo si fa male a leggerlo, ma si fa male pure a prestarlo, a consigliarlo ed a tenerlo conservato. Non resta dunque che di­struggere subito i libri cattivi o pericolosi.

Quello che si dice per i libri, valga anche per i giornali, le riviste ed i perio­dici cattivi.

Il televisore costituisce un pericolo per la moralità; si trasmettono opere, films e dialoghi che lasciano assai a desiderare in fatto di purezza.

In ultimo, si considerino come veri pericoli i quadri e le statuette indecen­ti, esposte senza riserbo nelle villette, lungo le scale e sulle pareti delle ca­mere. Quanto male non fanno certi la­vori, chiamati artistici, ma che in realtà si dovrebbero chiamare scandalosi!

Si distruggano anche certe cartoline indecenti, che persone senza timore di Dio mettono in circolazione.

Custodire i piccoli.

Ad una certa età, conosciuto il valore della purezza, ciascuno è in grado di vi­gilare sopra di se e sopra degli altri. I piccoli però non possono fare questo, in quanto non conoscono il male.

I genitori ed i superiori hanno il do­vere grave di vigilare affinché i piccoli non vengano scandalizzati.

I ragazzini e le ragazzine sogliono es­sere facilmente vittime delle umane passioni. Ma guai a chi compie quest’o­pera diabolica! Dice Gesù: Guai a chi dà scandalo ad uno di questi piccoli che credono in me! –

In pratica, si sia prudenti a non fare riposare, ad una certa età, nello stesso letto parecchi figliuoli. Non si la­scino senza sorveglianza i piccoli quan­do attendono al giuoco, specialmente se cercano di nascondersi per non essere visti. Non ci si fidi troppo delle persone di servizio, in modo particolare se sono poco timorate di Dio.

SUPERBIA

Dicesi superbia il desiderio disordi­nato della propria eccellenza. È un vizio molto radicato in noi, il quale è causa di una grande quantità di peccati.

Iddio odia la superbia e la punisce. Il primo peccato di superbia fu com­messo dagli Angeli in Cielo, allorché si ribellarono a Dio con a capo Lucifero. La punizione fu tremenda, poiché subito fu creato l’inferno e vi precipitarono tutti i ribelli, per starvi eternamente. Un altro grave peccato di superbia fecero i nostri progenitori Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, quando fu­rono tentati dal demonio a mangiare il frutto proibito da Dio. – Perché non mangiate di questo frutto? – domandò il tentatore. – Non possiamo, risposero, perché Iddio ce l’ha proibito! – Se lo mangerete, continuò il demonio, diven­terete simili a Dio! – Adamo ed Eva prestarono fede e, mossi dal desiderio di diventare simili al Creatore, colsero il frutto e lo mangiarono. Il peccato fu grave, non solo per la disubbidienza, ma anche per la superbia. Iddio, fortemente sdegnato, tolse ai due peccatori i doni soprannaturali, già dati gratuitamente, li condannò a morire e li cacciò dal Pa­radiso Terrestre.

Il Redentore.

Dio, giusto punitore della colpa, non tralascia però di compatire l’uomo im­pastato di debolezza e gli dà un rimedio efficace contro la superbia. Infatti la se­conda Persona della Santissima Trinità, il Figlio Eterno di Dio, lascia lo splen­dore del Cielo e si riveste di umana car­ne. Lo scopo dell’Incarnazione è di ria­prire il Paradiso agli uomini e di dare un meraviglioso esempio di umiltà, in opposizione all’innata superbia.

La vita terrena di Gesù Cristo fu una lotta continua al vizio della super­bia. Avrebbe egli potuto nascere in un palazzo reale e farsi ricoprire di gloria dagli uomini; ed invece nacque in una stalla, visse in una bottega facendo il fa­legname e mori ignudo sulla Croce, tra due ladroni, come un malfattore.

Gl’insegnamenti di Gesù.

Il Vangelo è ricco di massime e di parabole, che hanno per scopo di abbat­tere la superbia e d’insegnare l’umiltà. Gli Apostoli domandarono a Gesù: Maestro, chi è il più grande nel regno dei Cieli? –

Egli prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e poi disse: Chi si umilie­rà, facendosi piccolo come questo bam­bino, costui sarà il più grande nel re­gno dei Cieli. –

E vedendo che gli Apostoli tende­vano alla superiorità, disse loro: I prin­cipi di questo mondo signoreggiano i loro sudditi; per voi non sia così. Chi di voi vuole essere il primo, sia l’ul­timo. –

Trovandosi in un convito Gesù ed osservando che gl’invitati brigavano per avere i primi posti, parlò in questo mo­do: Quando tu sei invitato a pranzo, non andare a metterti al primo posto, poiché potrà darsi che sia stato invi­tato uno superiore a te ed allora il pa­drone dovrà dirti: Amico, lascia questo posto e mettiti in fondo! – Allora ne avrai vergogna presso tutti i commen­sali. Quando invece sei invitato a tavola, mettiti nell’ultimo posto, affinché chi ti ha invitato abbia a dirti: Amico, vieni avanti! Così ne avrai onore presso tutti i convitati. Poichè chi s’innalza sarà u­miliato e chi si umilia sarà esaltato. –

Essendo la superbia come una feb­bre che spossa ed anche il motivo dell’in­quietudine del cuore umano, Gesù Cristo si dà quale modello a tutti, dicen­do: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete il riposo per le anime vostre! –

Fortunati coloro che vivono in con­formità a questi divini insegnamenti!

Lo spirito di superbia.

L’amor proprio, o l’alta stima che cia­scuno sente di sé, fa sempre capolino e bisogna vigilare per non restarne vit­tima.

S. Giovanni Bosco confessa lui stesso di aver sentito nell’animo fin dalla fan­ciullezza una forte inclinazione allo spi­rito di superbia. Subito però si mise all’opera e riuscì vittorioso. Una volta potè dire in maniera lepida: Ho dovuto propormi di prendere per il collo la mia superbia, metterla sotto i piedi e cal­pestarla. –

Lo spirito di superbia porta ad es­sere ambiziosi, presuntuosi, vanitosi e rende ribelli all’autorità, per cui non si sopporta di stare soggetti ad altri e, quando lo si è costretti, internamente ci si rode. Veniamo ora alle particolari manife­stazioni della superbia.

I pensieri.

Il superbo nella sua mente ingran­disce i propri meriti e si gonfia come un pallone. Crede di essere qualche cosa di grande e perciò guarda dall’alto in basso, studiando i mezzi per eccellere sempre.

Se il superbo riceve un’offesa o una mancanza di riguardo, non sa darsi pace. Pensa e ripensa il torto ricevuto e con­cepisce desideri di vendetta. – A me fare questo affronto? … Trattare in tal modo me, che ho tanti meriti? … Ah! questo è troppo! – In preda a tali sen­timenti, perde la pace del cuore.

Le parole.

Il superbo non si contenta di pen­sare altamente di se, ma sente il biso­gno di esternare con le parole i suoi sentimenti. Si loda facilmente, metten­do in mostra i titoli di onore, dicendo di appartenere a nobile famiglia, par­lando con entusiasmo delle proprie cose e mettendo sempre avanti il proprio « io ». – Io faccio così … Io in quel­l’occasione mi comportai in tal modo … Io sono salutato sempre … Io sono sti­mato assai … Io porto abiti di lusso …

Insomma s’incensa di continuo e non ricorda il proverbio: Chi si loda, s’im­broda! –

Chi ha il vizio della superbia, non si limita a lodarsi; è anche portato natu­ralmente a disprezzare gli altri.

Il parlare del superbo suole essere impastato di critica, di mormorazione e di bugia.

Coloro che assistono a simili conver­sazioni, esternamente dimostrano di approvare, per non irritare il superbo, ma appena questi si allontana, cominciano a ridere alle sue spalle, dicendo: Che superba persona! . .. Oh, quanto è scioc­ca! … Ma cosa crede di essere?… –

E così si avvera il detto di Gesù: Chi s’innalza, sarà umiliato! –

Il volere comparire.

Il superbo è smanioso di comparire e fa di tutto per apparire in società qualche cosa di più degli altri. Se è ric­co, spende grosse somme per avere un’a­bitazione più bella degli altri ricchi, compra gioielli di grande valore ed in­dossa abiti lussuosi.

Se il superbo non è ricco, fa grande economia pur di comparire davanti agli altri; perciò limita le spese giornaliere, va forse in prestito di denaro e tutto spende in abiti eleganti ed in pro­fumi.

La persona superba e vanitosa ama di stare lungamente davanti allo specchio e studia la conciatura dei capelli e l’abbellimento del volto; studia anche il sorriso ed i movimenti del corpo, per apparire sempre più attraente. Esce di casa, non tanto per sbrigare faccende, quanto per mettersi in mostra. Lungo le vie cammina con affettazione e pare voglia dire a tutti: Guardatemi! … Chi c’è simile a me? … Desidera ricevere saluti e gode nel suo cuore ad ogni pic­cola dimostrazione di stima.

Poveri superbi vanitosi! … Ma credete che tutti abbiano a pensare a voi?… Ognuno ha i propri fastidi e tira per la sua strada! … Vale dunque la pena sprecare tanto tempo e denaro per la voglia di comparire? … Cosa ne resta a voi di utile? Vanità della vanità!…

Le opere del superbo.

Le nostre opere devono essere diret­te alla gloria di Dio ed al bene del pros­simo; soltanto così sono meritorie per l’altra vita. Ma il superbo non bada a ciò, anzi agisce in senso contrario; il fi­ne del suo operare è l’appagamento del­l’orgoglio, con la ricerca della stima e dell’approvazione altrui.

È bene qui ricordare gli Scribi ed i Farisei, uomini superbi, i quali fu­rono riprovati da Gesù Cristo. Costoro facevano elemosina, pregavano a lungo, digiunavano ed erano osservanti scru­polosi della legge di Mosè. Tuttavia non erano accetti a Dio, perchè le loro opere erano fatte per riscuotere la lode degli uomini. Gesù perciò disse ai suoi disce­poli: Se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei Cieli. –

Il superbo, quando non è visto, si astiene dal far la carità o ne fa assai poca; se invece sa di essere osservato, fa elemosina ed anche abbondante­mente, affinché possa sentirsi dire: Oh, com’è caritatevole e di buon cuore! –

Quello che si dice per la carità, si dica per tutto il resto.

Quale ricompensa può sperare il su­perbo da Dio in questa o nell’altra vita? Nessuna!

La superbia spirituale.

E’ superbia spirituale il credersi buono, anzi più buono degli altri ed il disprezzare il prossimo perchè peccatore. Questo ge­nere di superbia dispiace moltissimo a Dio, il quale conosce la miseria di ciascu­no e sa che senza il suo aiuto non può farsi niente di buono.

Il Signore suole abbandonare questi superbi, lasciandoli in balia di se stessi, permette che poco per cadano in nei peccati e specialmente in quelli più ver­gognosi, affinchè imparino a conoscere la propria miseria spirituale.

Bisogna perciò guardarsi da un vizio così funesto; e per riuscirvi, ci si umili tanto più, quanto maggiore è il progresso che si fa nella via della perfezione.

UMILTA

L’umiltà è la virtù opposta alla su­perbia e consiste nello stimarci per quello che siamo, cioè un impasto di miseria, e nell’attribuire a Dio l’onore di qualche bene che in noi riscontria­mo. Non dovremmo faticare molto a praticare l’umiltà, se fossimo davvero convinti di ciò che siamo.

Facciamo delle brevi considerazioni sopra l’umana miseria, per invogliarci sempre più dell’umiltà.

Il corpo umano.

Quanti vanno superbi del proprio corpo! C’è chi va orgoglioso per la bel­lezza del volto, chi per il colore dei capelli, chi per la freschezza della carna­gione, chi per la robustezza delle mem­bra, chi per la voce, ecc. Eppure, che cosa è il corpo umano, anche il più bello? E’ un pugno di fango.

Basta un po’ di febbre per abbattere una forte corporatura; un foruncolo può deturpare in breve il viso più avve­nente; da ogni parte del corpo umano emanano odori nauseanti, per cui si ha da ricorrere alle ciprie ed ai profumi.

Appena avvenuta la morte, il corpo diventa freddo cadavere e presto ha principio la putrefazione. Si è costretti a chiuderlo in una cassa, ben saldata, e dopo lo si affida alla terra. Guai a tro­varsi vicino al corpo umano quando la dissoluzione è avanzata! La carne puru­lenta si stacca dallo scheletro e serve di pasto ai rettili più schifosi del sotto­suolo.

O uomini, o donne, che tanto vanto menate del vostro corpo e tanta cura ponete nel comparire, pensate a ciò che vi ridurrà presto o tardi la morte!

I beni di fortuna.

Cosa sono le ricchezze e la nobiltà del casato? Sono delle semplici vanità. Che merito ne hai tu, o uomo, se sei nato da nobili genitori e ne hai ereditato il nome, il denaro, il palazzo e le altre proprietà? Il merito, al massimo, sarebbe di chi ha faticato per procurar­ti tali beni. Quale differenza c’è tra te nobile e l’ultimo dei poveri? Tutti e due siete figli di Adamo e soggetti en­trambi ad un cumulo di miserie. Come tu non hai avuto merito a nascere ricco, così l’altro non ha avuto colpa a nascere povero. E dunque, perché disprezzare il povero, aver vergogna di stargli vicino e pretendere da lui atti di umiliazio­ne? …

Si pensi che i beni di fortuna oggi ci sono e domani potrebbero non esser­ci. Un terremoto, un’inondazione, un furto, un fallimento… e scompaiono le ricchezze! Quanti nobili decaduti ricor­da la storia! Vale dunque la pena d’insuperbirsi per i beni di fortuna? …

Le doti mentali.

Taluni hanno sortito da natura una memoria prodigiosa, oppure una intel­ligenza superiore, per cui ritengono quanto vedono e sentono e con facilità riescono in diversi rami della scienza. Altri, pur non avendo memoria ed in­telligenza straordinaria, hanno tuttavia un’attitudine particolare alla musica, alla poesia, alla pittura o ad altra arte bella.

Costoro hanno diritto d’insuperbir­si? Niente affatto! Le doti intellettuali sono doni di natura e si possono perde­re o in parte o completamente. Basta visitare un manicomio, per convincersi di ciò. Quanti professori valenti, medici di grido, avvocati celebri, ecc…. hanno perduto l’uso della ragione e sono rico­verati tra gli scemi!

Il bene spirituale.

Oltre alla memoria ed all’intelligen­za, noi abbiamo la volontà, che é la fa­coltà più nobile dell’anima nostra. La volontà è fatta per il bene e tende ad esso.

Molti vanno in cerca di beni falsi e passeggeri e trascurano i veri beni, che si acquistano con l’esercizio delle virtù cristiane.

Ci sono invece anime ricche di beni spirituali, che moltiplicano gli sforzi quotidiani e che hanno già raggiunto un buon grado di perfezione. Possono que­ste insuperbirsi della propria virtù? No! L’anima può fare il bene, perchè è sorretta dalla grazia di Dio; se manca quest’aiuto, la volontà non può fare niente. La volontà umana è tanto de­bole: oggi vuole il bene e domani si ap­piglia al male; oggi ama e domani odia.

Come possono insuperbirsi i virtuosi, pensando alla debolezza della loro volontà? Basta pensare al principe degli Apostoli, S. Pietro, che disse a Gesù Cristo: Io sono pronto a morire con Te! Non ti abbandonerò! – La stessa notte invece Lo rinnegò tre volte.

Quanti, che prima erano virtuosi e modello agli altri di vita cristiana, si pervertirono e divennero di scandalo! Dunque, si stia sempre umili e diffidenti di sè.

La parabola dei talenti.

Un tempo noi non esístevamo; quin­di eravamo nulla. Il Signore per sua in­finita bontà ci ha creati, dotandoci di beni nell’anima e nel corpo. Nel fare ciò, ha avuto dei fini particolari. Ascol­tiamo la parabola dei talenti, che Gesù narrò per il nostro ammaestramento:

« Un uomo, dovendo andare lontano, chiamò i suoi servi e diede loro i suoi beni. Ad uno consegnò cinque talenti, ad un altro due e ad un altro uno solo, a ciascuno secondo la propria capacità; e subito dopo partì.

Colui che aveva ricevuto cinque ta­lenti, andò a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Similmente colui che ne aveva ricevuto due. Il servo però che ne aveva ricevuto uno, andò a scavare in terra e nascose il denaro del suo pa­drone.

Dopo molto tempo venne il padrone di quei servi e fece i conti con essi. E fattosi avanti chi aveva ricevuto cinque talenti, ne consegnò altri cinque di­cendo: Padrone, mi hai dato cinque ta­lenti; ecco ne ho guadagnati altri cin­que. – Gli rispose il padrone: Ben ti sta, servo buono e fedele; poichè sei stato fedele nel poco, ti costituirò a capo di molto; entra nel gaudio del tuo pa­drone! –

Si fece avanti poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Padrone, mi hai dato due talenti; ecco ne ho gua­dagnati altri due. Gli disse il padrone: Ben ti sta, servo buono e fedele, poiché sei stato fedele nel poco, ti costituirò a capo di molto; entra nel gaudio del tuo padrone. –

Dopo venne avanti anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Padrone, so che sei uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; avendo io timore, sono andato a nascondere sotto terra il tuo talento. Eccoti ciò che è tuo! – Gli ri­spose il padrone: Servo cattivo e infin­gardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso; bisognava dunque che tu affi­dassi il mio denaro alle banche e così ritornando io avrei percepito il mio de­naro con il frutto. Perciò, sia tolto a lui il talento e sia dato a chi ne ha dieci; imperocché a chi ha, sarà dato ed ab­bonderà; a colui che non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere. E que­sto servo inutile sia gettato nelle tene­bre esteriori; ivi sarà pianto a stridor di denti».

Questa parabola c’insegna che Iddio dà a ciascuno dei beni, ma a chi dà più ed a chi meno. Ad uno dà molta ric­chezza, ad un altro il puro necessario; a chi offre un corpo vigoroso e bello, a chi dà un corpo debole e difettoso; ad uno largisce un’intelligenza vasta e pro­fonda, ad un altro una mente mediocre oppure incapace.

Alla fine della vita, quando si ha da comparire davanti a Cristo Giudice, ciascuno dovrà dar conto dei doni rice­vuti e sarà domandato più a colui al quale più è stato dato.
Quando perciò si hanno doni parti­colari, materiali o spirituali, invece di montare in superbia, si pensi ad essere grati a Dio ed a corrispondere alle sue mire divine.

Per conservare l’umiltà, giova il con­siderare il seguente paragone.

Un ricco signore vuol cambiare di­mora e stabilisce di trasportare tutto alla nuova abitazione servendosi di al­cuni asini.

Sul primo asino mette la cassaforte, con il denaro ed i gioielli; sul secondo colloca dei quadri, capolavori di arte; sul terzo mette i drappi preziosi, sul quarto gli intensili di poco valore; sul quinto infine depone gli stracci ed altri oggetti di basso uso.

Supponiamo che questi asini possano parlare e lungo il tragitto tengano una conversazione:

– State lontani da me, dice il primo asino ai compagni; io sono il più nobile, perché ho tanta ricchezza; mi vergogno di stare accanto a voi! – Gli altri potreb­bero rispondere: Sciocco e superbo! So­no forse tuoi i tesori che porti? Non sono del padrone? Non avrebbe potuto metterli sulla nostra groppa? Del resto, appena arrivati alla nuova dimora, tutto ti sarà tolto e resterai un povero asino come noi! Pensa dunque che asino sei ed asino rimarrai! –

Quanto insegnamento dà questo pa­ragone! … Dovrebbero tenerlo presente i superbi!

L’umiltà è verità; come tale, se ci fa riconoscere la nostra miseria, non c’im­pedisce di riconoscere quanto in noi ci sia di buono, purchè tutto si riferisca a Dio.

Perciò non manca d’umiltà chi ri­conosce di essere ricco o intelligente o di bell’aspetto o arricchito di doni spiri­tuali. Quando però si riceve qualche lode per le buone qualità, si dica in cuore: Non a me, o Signore, ma sia glo­ria a te, datore d’ogni bene! –

È tanto facile però rubare a Dio la gloria! Questo si fa quando volontaria­mente noi godiamo delle nostre belle doti, quasi fosse merito nostro l’averle.

L’insegnamento della Madonna.

Maria Santissima, scelta a diventare Madre del Figlio di Dio, si umiliò davanti all’Arcangelo Gabriele, che la salutava « Piena di grazia ». Quanta umiltà in que­ste parole: « Ecco la serva del Signore! Si faccia di me secondo la tua parola! »

Iddio la sceglieva per Madre e lei si di­chiarava serva! Quantunque umilissima, la Vergine sciolse un inno d’amore e di gratitudine al Signore riconoscendo la propria dignità.

Allorché S. Elisabetta le disse: E don­de a me quest’onore, che la Madre del mio Signore viene a me! – le rispose: L’anima mia magnifica il Signore ed esul­ta il mio spirito in Dio, mia salvezza! Poi­che Egli guardò l’umiltà della sua ser­va; da questo momento tutte le gene­razioni mi chiameranno beata! Impe­rocche ha fatto a me cose grandi Colui che è potente ed il cui nome è Santo! –

La Madonna c’insegna che anche nell’umiltà possiamo riconoscere in noi i doni di Dio e gioire di ciò, purché di tutto si dia gloria al Signore.

Umiltà davanti a Dio.

Non dobbiamo mai confidare in noi stessi, come se fossimo qualche cosa davanti a Dio, stimandoci giusti. Ecco la parabola che fa al caso nostro.

– Due uomini, dice Gesù Cristo, anda­rono al Tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così: Ti ringra­zio, o Dio, che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nean­che sono come quel pubblicano. Io digiu­no due volte nel sabato; do decime di tutto ciò che possiedo.

Il pubblicano invece stando in fondo al Tempio, non osava neanche alzare gli occhi al cielo; ma batteva il petto dicendo: O Dio, siate propizio a me pec­catore! –

Io vi dico, conclude Gesù, che que­sto pubblicano ritornò a casa giustifica­to, a differenza dell’altro; perché chiun­que si esalta sarà umiliato e chiunque si umilia sarà esaltato. –

La parabola é molto eloquente. Se vogliamo che Iddio ci perdoni i peccati, umiliamoci sinceramente davanti a Lui, riconoscendo la nostra miseria.

Se fossimo realmente buoni, se cioè osservassimo bene la legge di Dio, non potremmo allora pensare altamente di noi? Neppure questo è lecito. Infatti Ge­sù ci dice: Quando voi avrete fatto tutto ciò che vi è stato comandato, dite: Sia­mo servi inutili! Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare! –

Ora, se chi adempie bene i comanda­menti di Dio, deve dirsi servo inutile, che cosa pensare di chi ha fatto, oppure fa qualche peccato? … E chi è sulla ter­ra che non pecca? …

I patimenti.

Il Signore non lascia mancare la cro­ce ne’ ai cattivi ne’ ai buoni. Ai primi il soffrire serve a castigo dei peccati ed a mezzo di richiamo sulla buona via; ai secondi è fonte di merito per il Paradiso.

Il vero umile quando riceve una cro­ce, sia una malattia, sia una disgrazia o una contrarietà, non si ribella a Dio, ma tutto facilmente abbraccia, dicendo: Signore, ho peccato! … Merito questa cro­ce, a motivo dei miei peccati! Abbiate pietà di me e datemi la forza di soffri­re! – Chi può dire quali tesori per il Cielo guadagna, facendo così l’anima umi­le?…

Il superbo invece, se si trova nella sofferenza, si arrabbia e dice: Ma che co­sa ho fatto a Dio, perché abbia a trattar­mi così? Ho fatto bene nella mia vita! – Povero superbo, come si sbaglia davan­ti a Dio! …

Umiltà col prossimo.

L’umiltà con gli altri si pratica pen­sando bene di tutti e scusando quelli che sbagliano; non mormorando dei difetti altrui, anzi sopportandoli con pazienza; trattando con rispetto e cortesia tutti, anche i poveri, i rozzi e gl’ignoranti; non usando parole sprezzanti coi dipendenti e persone di servizio; non disprezzando la compagnia di chi è di bassa condizione; finalmente, aiutando i bisognosi.

Facendo così, si diventa amici di tut­ti e naturalmente si è stimati e lodati con disinteresse.

Umiltà con se stessi.

Si pratica l’umiltà con se stessi, non soltanto riconoscendo la propria miseria, ma anche accettando con calma le umilia­zioni. Un insulto, una mancanza di ri­guardo, un merito non riconosciuto, un favore ricambiato in male … son cose che feriscono la superbia umana. L’u­miltà ci fa scoprire tutto ciò con corag­gio cristiano, pensando che per i nostri peccati siamo meritevoli di ogni umilia­zione.

L’umiltà c’insegna anche a pregare per chi ci ha umiliati.

Ma come avere la forza di praticare l’umiltà in tal guisa? Tenendo presen­te l’esempio di Gesù Cristo!

Nelle umiliazioni pensiamo a Gesù quando era insultato, ingiuriato, sputacchiato e preso a schiaffi dai perfidi Giu­dei. Se Gesù, Figlio di Dio, innocentis­simo, sopportò tante e sì gravi umilia­zioni, noi Cristiani, essendo suoi segua­ci, sforziamoci d’imitarlo come facevano i Santi e così troveremo il riposo per le anime nostre.

AVARIZIA

Il secondo vizio capitale è l’avarizia, cioè l’amore disordinato dei beni terreni, chiamati comunemente « beni di fortu­na ».

L’avarizia è peccato più o meno gra­ve, secondo che offende più o meno gra­vemente la carità o la giustizia.

Se il cuore umano è dominato da que­sto vizio, ad altro non pensa e non mira che alla ricchezza; diventa schiavo del denaro, sino ad adorare come Dio la mo­neta.

Gli avari, propriamente detti, non so­no molti; costoro si privano del neces­sario pur di accumulare denaro. Però gli attaccati alle ricchezze più del giusto, so­no in gran numero. Per convincersi di ciò, basta vedere con quale avidità si compera e si vende, quante liti si sosten­gono ed a quanti sacrifici si va incontro per accrescere il proprio guadagno.

Non è da confondersi con l’avarizia il giusto desiderio di guadagnare del de­naro, per sovvenire ai propri bisogni ed a quelli della famiglia; neppure è avarizia quel senso di economia, per cui si limi­tano le spese non necessarie, allo scopo di mettere da parte qualche cosa per gl’im­previsti della vita.

Conseguenze.

Il desiderio di arricchire suole spin­gere all’usura.

Il bisognoso si rivolge al benestante per avere in prestito denaro. Bisognereb­be immedesimarsi della necessità del pros­simo e dare in prestito generosamente, senza domandare interesse, oppure chie­dere il minimo. Chi però è attaccato alla ricchezza, o non dà in prestito o, se dà, richiede molto interesse. Quanti usurai fanno piangere intiere famiglie, spillando denaro a più non posso! Giustamente questi miserabili sono chiamati strozzini, perché strozzano il prossimo, prendendolo per la gola.

L’amore sregolato al denaro fa froda­re anche la giusta mercede all’operaio. Il lavoro dev’essere retribuito come si conviene, cioè la paga dev’essere in rap­porto alla fatica ed all’abilità.

L’avaro invece esige molto lavoro e re­tribuisce poco, dando così motivo di be­stemmiare e d’imprecare.

L’amore al denaro mette a tacere anche la voce del sangue. Perché tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra zii e ni­poti, non si mantiene la dovuta cordia­lità? … Perché spesso costoro non si vi­sitano, non si salutano, anzi si calunniano, augurandosi ogni male? È la conseguen­za dell’attacco al denaro.

E quanti delitti non si commettono per appropriarsi della roba altrui! Ed a quanti parenti si desidera la morte pre­matura, nella speranza di aver presto l’ere­dità o qualche lascito!

Giuda tradì Gesù Cristo per trenta de­nari; e chiunque si lascia vincere dall’amo­re ai beni di questo mondo, non c’è ma­le che non possa commettere, davanti alla possibilità di arricchire ancora.

IL NECESSARIO

L’esempio di Gesù.

I beni di questo mondo ci sono stati dati da Dio come mezzo di sostenimento; non bisogna dunque attaccarvi troppo il cuore e cambiare così il mezzo col fine. Gesù diede al mondo l’esempio del più completo distacco dai beni terreni, per far comprendere che le vere ricchezze sono quelle celesti. Egli perciò volle una Ma­dre povera ed un Padre Putativo povero; nacque nella massima povertà; lavorò e visse da povero, sino a dire ad un tale che voleva seguirlo: Gli uccelli dell’aria hanno i loro nidi e le volpi le loro tane, ma il Figlio dell’uomo non ha neppure dove posare il capo. –

L’insegnamento divino.

Gesù amava i poveri, sino a chiamarli beati, e proclamò questo solennemente quando disse alla moltitudine dall’alto di una montagna: Beati i poveri di spirito,. cioè i distaccati dalle ricchezze, perché di essi è il regno dei Cieli! –

Ma mentre il Divin Maestro ai poveri dice questo, ai ricchi rivolge parole terri­bili: Guai ai ricchi! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, anziché un ricco entrare in Paradiso! – Ciò significa che chi è ricco ed è molto legato ai beni, difficilmente potrà salvare l’anima sua.

I bisogni della vita.

Finché si sta sulla terra, si ha biso­gno di cibo, di vestiti e di altre cose accessorie. Dunque si ha da brigare af­finché niente venga a mancarci.

Dice S. Paolo: Avendo di che nutrir­ci e di che coprirci, di ciò dobbiamo es­sere contenti. –

Perciò non è male cercare quello che è necessario. Il Signore però vuole che non si abbia troppa preoccupazione del cibo e del vestito; desidera invece che si viva con maggiore fiducia nella sua prov­videnza.

Gli uccelli ed i fiori.

« Guardate, – dice Gesù Cristo, – gli uccelli dell’aria; non seminano, non mietono e non raccolgono nei granai; ep­pure il vostro Padre Celeste li nutrisce. Non valete voi più di molti uccelli? E chi di voi, pensando, può aggiungere alla sua statura un solo cubito? E del vesti­mento perché vi preoccupate? Conside­rate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non tessono. Ed io vi dico che neppure Salomone nella sua glo­ria fu coperto come uno di essi. Se adun­que l’erba del campo, che oggi c’è e do­mani si getta nel fuoco, Iddio veste in tale modo, quanto più vestirà voi, uo­mini di poca fede? Non vogliate perciò essere troppo solleciti, dicendo: Che co­sa mangeremo o che cosa berremo o come ci copriremo? – Tutte queste cose infatti cercano i pagani. Sa il vostro Padre Ce­leste che voi abbisognate di tutte queste cose ».

Queste parole sono uscite dalla boc­ca di Dio e quindi sono verissime. Ma come si spiega che tanti mancano del necessario?

La ragione la dà lo stesso Gesù, con­cludendo il discorso precedente: Cercate prima il regno di Dio e la sua giusti­zia e tutte queste cose vi saranno date per giunta. Non vogliate dunque essere preoccupati soverchiamente del doma­ni. –

Se si osserva la legge di Dio, come si deve, il Signore non ci farà mancare il necessario.

Il più datelo ai poveri! Gesù c’insegna a pensare anche al pros­simo bisognoso e dice: Quello che avete di più, datelo ai poveri! –

Oh! se si mettesse in pratica questo divino precetto, come si solleverebbe l’u­manità! Non avremmo i ricconi e neppure i miserabili.

I veri tesori.

La virtù opposta all’avarizia è la li­beralità e consiste nell’avere il cuore stac­cato dalla ricchezza e nel beneficare gli altri, nel limite della propria possibilità.

« Non vogliate, – dice il Signore; – affaticarvi per guadagnare tesori sulla ter­ra, tesori che la ruggine e la tignola di­struggono e che i ladri dissotterrano e rubano. Procuratevi invece tesori per il Cielo … Fatevi degli amici col Mam­mona d’iniquità, (cioè col denaro,) affin­ché quando verrete meno, possiate esse­re ricevuti negli eterni tabernacoli ».

Il Signore in tal modo ci esorta a te­soreggiare per il Paradiso e ci dice di servirci del denaro per assicurarci la feli­cità eterna. Chi infatti fa buon uso del denaro, esercitando la cristiana carità, sconta i peccati e si arricchisce di tesori, che troverà in Cielo quando verrà meno con la morte.

Ma mentre è promesso il Paradiso a chi fa buon uso delle ricchezze, è minac­ciato il fuoco dell’inferno a chi non fa carità, avendone la possibilità.

Il ricco epulone.

Leggiamo nel Vangelo: C’era un uo­mo ricco, che vestiva porpora e tutti i giorni dava grandi banchetti. C’era an­che un mendicante, di nome Lazzaro, il quale pieno di piaghe giaceva alla porta di lui, bramoso dl sfamarsi con le bri­ciole che cadevano dalla tavola del ricco, ma nessuno gliene dava; soltanto i cani andavano a leccargli le piaghe. Il mendi­cante mori’ e fu portato dagli Angeli in seno ad Abramo; mori’ anche il ricco e fu sepolto nell’inferno. Alzando costui gli occhi, mentre era nei tormenti, vide da lungi Abramo e Lazzaro nel suo seno. Allora ad alta voce esclamò: Padre Abra­mo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito per rinfrescare la mia lingua, perché io spasi­mo in questa fiamma! – Ma Abramo gli rispose: Ricordati che tu avesti la tua parte di beni durante la vita, mentre Laz­zaro ebbe nel medesimo tempo la sua parte di mali; perciò ora egli è consolato e tu sei tormentato. Oltre a questo, una grande voragine è posta tra noi e voi. –

Quegli replicò: Io ti prego adunque che tu lo mandi a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, per avvertirli di queste cose, affinché non abbiano anch’essi a venire in questo luogo di tor­mento. – Abramo rispose. Hanno Mosè ed i Profeti; ascoltino quelli. – E l’altro replicò: No, Padre Abramo, se un morto andrà a loro, faranno penitenza. – Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure ad un uomo risuscitato. –

Il ricco epulone fu condannato al fuoco eterno per il solo fatto che aveva tanti beni e non si dava pensiero di farne partecipe il povero mendicante.

IRA

Il quarto vizio capitale è l’ira o col­lera, che può definirsi, in senso stretto, come il desiderio disordinato della ven­detta. Considerata in senso largo, la col­lera è una viva commozione dell’animo, che ci fa respingere con forza e sdegno ciò che ci dispiace.

Qualche volta la collera non è pec­cato; questo avviene quando è conforme alla retta ragione. Un esempio l’abbia­mo nel Vangelo. Gesù trovò nel Tempio i profanatori; allora prese il cingolo, ne fece come un flagello e con esso battè i profanatori, mandandoli fuori dalla Casa di Dio.

Anche quando la collera è conforme alla retta ragione, potrebbe divenire peccato, più o meno grave, per quello che si fa durante l’ira o per il modo con cui si fa. Nella collera infatti si può pec­care o perché si punisce chi non merita, o perché si punisce più gravemente che non comporti la colpa, o perché si ha di mira più la vendetta anzichè la cor­rezione del colpevole, o perchè si esage­ra nella maniera di adirarsi.

Da ciò ne segue che è meglio non arrabbiarsi mai, piuttosto che arrab­biarsi giustamente, poichè è difficile mantenersi nei giusti limiti.

Simile alla pazzia.

Chi è pazzo, parla ed opera senza ri­flettere; può recare del male a se ed agli altri. Non è però responsabile del suo agire. Chi si lascia dominare dalla collera, finché è in preda alla passione, è come un pazzo: non sa ciò che dice o fa. Quante stranezze si commettono nella rabbia! Si battono i piedi, si tira­no i capelli, si mordono le mani, si bestemmia, s’impreca, si getta addosso al primo che capita ciò che si ha fra le mani, sì ferisce il prossimo e si può an­che dargli la morte. Cessata la rabbia, il collerico suole restare umiliato e dice a se stesso: Ma cosa ho fatto?… Guarda un po’ a che estremi sono arrivato!… Ah! questi nervi! Invece di pentirsi dopo, è meglio pensarci prima e non montare in col­lera.

Il collerico è di tormento agli altri ed a se. Guai a contrastarlo! Ne sanno qualche cosa le spose ed i figli, quando hanno da fare con il capo di famiglia assai nervoso. Sono ingiurie, minacce e botte! La presenza del collerico in casa tronca il sorriso dei familiari.

Chi facilmente monta sulle furie, vive nell’inquietudine, credendo che tutte le cose avverse capitino proprio a lui; pensa e ripensa i torti ricevuti, torti che a volte sono immaginari; suole avere la mente eccitata, per cui si rende inquieto lo stesso sonno.

Questi caratteri sono simili alle pen­tole in ebollizione; basta un poco più di calore ed ecco saltare il coperchio e riversarsi l’acqua; è necessario togliere legna dal fuoco, oppure aggiungere nella pentola un poco d’acqua fresca.

Al collerico si devono togliere le oc­casioni che possano eccitarlo; gli si fa così un vero atto di carità.

Quando si mantiene il dominio di se, si vede meglio la situazione delle cose e si possono prendere delle decisio­ni prudenti.

Invece il nervoso, alterandosi, non può vedere chiaramente, non è in gra­do di valutare le circostanze e facilmente può sbagliare negli affari d’importanza.

La nervosità è madre della precipi­tazione. Si sa per esperienza che la preci­pitazione è causa di tanti e tanti sbagli.

Il danno maggiore che arreca questo vizio, è quello spirituale, perché duran­te la collera si sogliono commettere di­versi peccati, con i pensieri, con le pa­role e con le azioni.

PAZIENZA

La virtù della pazienza è molto ma­gnificata dal Signore. Infatti Gesù dice: Beati i mansueti, poichè essi possederan­no la terra!

Queste parole significano che chi è paziente può divenire padrone del cuore degli uomini, è stimato dagli altri e bene­detto da Dio.

Inoltre Gesù vuole mettersi a model­lo della pazienza e proclama a tutti gli uomini: Imparate da me, che sono mite!

Pazienza con se stessi.

La pazienza è necessaria a tutti e sempre. Non mancano le occasioni in cui essa viene messa alla prova. Si deve esercitare questa virtù prima di tutto con noi stessi. Essere pa­zienti significa frenare la commozione dell’animo o mantenere in calma le po­tenze spirituali e sensitive. Non è sem­pre facile conservare il dominio di se stessi e mostrarsi sereni quando avvie­ne qualche contrarietà. La padronanza di se si acquista con un continuo eser­cizio e con l’aiuto della preghiera.

San Francesco di Sales aveva un’in­dole rabbiosa; sin da fanciullo si propo­se di correggersi e riuscì ad avere un grande dominio di se.

La pazienza deve farci sopportare i nostri stessi difetti. Tutti abbiamo del­le deficienze e per conseguenza cadia­mo in molti mancamenti. Anche quan­do commettiamo uno sbaglio, non dob­biamo arrabbiarci. Del resto, cosa giova adirarci quando lo sbaglio è avvenuto? Invece, dopo un mancamento, dobbiamo con calma dirci: Questa volta ho sba­gliato; starò più attento in seguito. –

E’ bene comportarsi così anche quan­do si commettono gravi colpe morali, poiché taluni, facendo il proposito di non cadere più in un dato vizio, si ri­tengono sicuri di sé, e, se per casa mancano, s’indispettiscono, perdono il coraggio e forse depongono il pensiero di migliorarsi.

Pazienza. col prossimo.

Il pretendere che nessuno manchi verso di noi, è assurdo. Coloro con i qua­li abbiamo da trattare, sono come noi ri­pieni di difetti e conseguentemente ci dispiacciono in molte cose. Ognuno ha i propri gusti e le proprie vedute, ed è difficile trovare due che se la inten­dano perfettamente. A questo si ag­giunge anche l’antipatia, che suole in­grandire i difetti del prossimo.

Dato questo, è necessario avere una buona dose di pazienza, per vivere in discreta armonia in famiglia ed in so­cietà. Per riuscire, è bene partire da questo principio di carità cristiana: Co­me voglio essere io sopportato e compatito nei miei difetti, così devo sop­portare e compatire il prossimo.

I pensieri.

Giova fare qualche riflessione d’in­dole pratica.

Tu, ad esempio, provi risentimento e rabbia interna verso una persona per il suo fare scortese e nervoso. Per compatirla, tieni conto dell’indole sua forse irascibile, dei dispiaceri, che forse avrà avuto in famiglia per cui è esaspe­rata; tieni conto pure della sua età, per­chè ad un certo periodo della vita l’orga­nismo è logoro ed il sistema nervoso ne risente gli effetti; tieni ancora conto dell’educazione che avrà avuto nell’in­fanzia. Insomma hai da tenere presenti tante cose, per non arrabbiarti nella tua mente contro il prossimo.

Le parole.

Quando si perde la pazienza, è la lin­gua a prendere il sopravvento. E’ necessario perciò frenarla, tenendo, se fa bi­sogno, la bocca chiusa quando si è trat­tati male e si sente già la fiamma della collera. Di certo questo è ottimo rime­dio! Si cominci a parlare quando, passa­ta la prima eccitazione interna, si rico­nosce di poter conservare la calma nelle parole e nelle opere.

L’Imperatore Augusto era d’indole collerica; avendo da trattare con ogni categoria di persone, era sovente nell’oc­casione di perdere la pazienza. Conosce­va la necessità di dominare i nervi, ma non sempre vi riusciva. Domandò con­siglio al filosofo Atenodoro. Questi gli rispose: Imperatore, se tu senti la rab­bia e vuoi subito parlare, comincia a recitare le lettere dell’alfabeto greco; quando avrai finito, comincerai a par­lare; ti troverai bene. –

Il rimedio era molto buono, poiché recitando lentamente le lettere dell’al­fabeto, la mente si distraeva un poco, il sangue circolava con più regolarità, i nervi si calmavano e così dopo era facile dominare la lingua e parlare con serenità e prudenza.

A tutti sarebbe utile questo rimedio. Però i Cristiani, invece di recitare le lettere dell’alfabeto, farebbero bene a dire lentamente il « Padre Nostro » o « 1’Ave Maria »; in questo modo, oltre a calmarsi prima di parlare, si può pre­gare per chi ha mancato.

Un Parroco.

Celebrandosi qualche Matrimonio, era solito un Parroco rivolgere la parola ai novelli sposi, raccomandando l’accordo ed il compatimento vicendevole. In par­ticolare diceva: Ogni volta che tra voi due sta per avvenire qualche contesa o diver­bio dovete subito dire: « Rimandiamo la contesa a domani! Per ora non ne par­liamo affatto! ». La mattina seguente, o sposi, voi non penserete più alla contesa, oppure se vi penserete, farete tutto con calma. –

Non solo gli sposi, ma tutti dovrebbero seguire questa norma. Quanti di­spiaceri e quanti peccati si potrebbero evitare!

La risposta dolce.

La risposta dolce rompe l’ira. Par­lando aspramente a chi è in collera, non si ottiene niente, anzi lo si irrita di più. Se gli si parla dolcemente e con garbo, naturalmente il collerico resta disarmato. Viene a proposito il prover­bio: Si prendono più mosche con una goccia di miele, anziché con un barile di aceto.

Il Santo Curato d’Ars aveva conver­tito alla fede cattolica una donna ebrea. Il marito di essa, pure ebreo, montò sul­le furie e si presentò al Santo con un col­tello in mano, minacciando:

– Siete voi, gli disse, colui che ha pervertito mia moglie? – Sono stato io a convertirla! … Cosa volete adesso? – Son venuto per strapparvi un occhio con questo coltello! – Quale volete strapparmi, il destro o il sinistro? – Vi strappo l’occhio destro. – Allora mi resterà il sinistro per guardarvi ed amarvi! – Vi strapperò anche il sini­stro! – Mi resterà il cuore per amarvi e vi aiuterò in ciò che potrò! –

A queste parole, improntate a calma e dolcezza, l’ebreo da leone diventò agnello e sentì il bisogno d’inginocchiar­si davanti al Santo Sacerdote per chie­dergli perdono.

La pazienza cristiana non solo mo­dera la lingua, ma tiene a freno tutti i sensi del corpo. Cosa vale non aprire bocca quando si è arrabbiati, se poi si alzano le mani, oppure si scaraventano a terra sedie, bottiglie od altro?

Bisogna sforzarsi di non apparire arrabbiati, anche quando l’animo è tur­bato assai. Il fare certi gesti sgarbati e sprezzanti, il guardare con occhio bieco, il sorridere sarcasticamente … so­no cose contrarie alla virtù della pazienza.

Norme pratiche.

Credo di fare cosa utile ai lettori, presentando norme pratiche da seguire in famiglia e fuori. Metterò sott’occhio alcune categorie di persone. Voglio spe­rare di contribuire in tal modo alla pace domestica di certe famiglie ed al loro bene spirituale.

Gli sposi.

La convivenza dell’uomo con la don­na nei primi mesi dopo la celebrazione del Matrimonio, non è difficile; il loro affetto in quel primo tempo suole es­sere grande e quindi facilmente si com­patiscono. Coll’andare del tempo, gli sposi manifestano apertamente il loro carattere e per conseguenza cominciano le dolenti note; l’uomo vuole coman­dare e la donna pure; l’uno vuol sem­pre ragione e l’altra non vuole mai torto; lo sposo alza la voce e la sposa grida; lui minaccia e lei si avventa.

Se non c’è pazienza, la vita degli sposi diviene un purgatorio e qualche volta un vero inferno. I fiori dei novelli sposi di­ventano spine e forse anche chiodi. Que­sta è la ragione per cui si domanda da taluni la separazione legale.

Perchè ci sia la pace, è necessario che gli sposi conoscano il vicendevole carat­tere; conosciutolo, facciano di tutto per non toccare i lati deboli.

Tu, o donna, sai che il marito non vuole essere contrariato? Cedi subito, anche con tuo sacrificio! Sai che egli ha un dato gusto e gli piace quel modo di pensare e di agire? Fa’ di tutto per accontentarlo, prevenendo anche i suoi desideri! Se tu agisci così, lo sposo ti apprezzerà di più ed anch’eglí si sforzerà di fare altrettan­to con te.

Tu, o sposo, ti accorgi che la con­sorte qualche giorno ha la luna a tra­verso? Sai che quando si altera non vede più dagli occhi? Compatiscila in quel gior­no, non irritarla di più, togli ogni occa­sione di contrasto! Tu forse dici: Ma io sono il capo di casa! Io devo coman­dare … e la donna mi deve stare sogget­ta! – Hai ragione; però non dimenticare che la sposa è compagna e non serva e tanto meno schiava. Ama la tua donna come te stesso e perciò compatiscila!

Ci vuole lo spirito di sacrificio e l’aiuto del Signore. È bene quindi che gli sposi, dicendo le preghiere del mattino o della sera, recitino anche un Padre Nostro con questa intenzione: « Per la pace in fami­glia ». Chi persevera in tale preghiera, presto ne vedrà i buoni frutti.

Correzione fruttuosa.

Un operaio aveva il vizio di bere trop­po, specialmente il sabato sera. La moglie era stanca di convivere con lui. A vederlo ritornare barcollante in casa, a sentirlo bestemmiare e vomitare ingiurie e paro­lacce … provava i brividi. Questo non era tutto. Sovente il marito nell’ubria­chezza rompeva qualche cosa e rovesciava le sedie; alla fine si sdraiava e si addor­mentava a terra.

La sposa sopportava sino ad un certo punto; ma dopo montava sulle furie e lo rimproverava aspramente. Finita la tempesta, quando cioè il marito si era addormentato a terra, con grande fatica lo prendeva di peso e lo metteva a letto; dopo rassettava la camera e finalmente si coricava. L’indomani riprendeva i rimpro­veri contro il marito per quello che aveva fatto la sera precedente. L’uomo, non ri­cordando niente perchè la sera era in ba­lia del vino, non faceva caso dei rimpro­veri, anzi rispondeva con una risatina. La cosa non poteva più durare.

Un giorno la donna ebbe la felice idea di chiedere consiglio ad un Sacerdote; ebbe un buon suggerimento e si affrettò ad attuarlo.

La prima sera che il marito era rinca­sato ubriaco, non gli rivolse la parola, anzi lo lasciò libero di fare. Nel bollore del vino, il misero uomo afferrò il lume e lo buttò a terra; rovesciò il piccolo tavolo su cui era la cena e tutto andò a male, minestra, piatti e bicchieri; in ultimo, come al solito, si addormentò sul pavimen­to. Questa volta la moglie si contentò di guardare; subito dopo andò a letto, senza rassettare la camera e lasciando il marito a terra. L’indomani mattina si sve­gliò l’uomo ed a vedersi in quello stato, chiamò la donna; questa con calma gli disse: Dunque cosa desideri? – Come mai mi trovo qui a terra?… Ho le ossa rotte! … E questo tavolo perché è rove­sciato? E questi, piatti ed i bicchieri?… Guarda quanta minestra per terra!… – La moglie rispose: Sono i miracoli che fai tu quando ritorni a casa ubriaco! – Sono stato io a fare questo? – Proprio tu! … Se vuoi continuare ad ubriacarti, continua pure; ma ti lascerò tutta la notte a terra. –

Quando il marito constatò con i pro­pri occhi il male che proveniva dall’u­briachezza. propose fermamente di cor­reggersi e poco per volta ci riuscì.

Questo episodio insegna che tra gli sposi è necessaria la mutua correzione; questa però si deve fare con calma e prudenza; soltanto allora è fruttuosa.

GOLA

Il vizio della gola consiste nell’abuso del mangiare e del bere.

Il corpo ha bisogno di riparare di con­tinuo le perdite che necessariamente de­ve subire; il nutrirlo quindi è un dovere. Se è un bene dare l’alimento al corpo, è però un male l’esagèrare nella quantità ed anche nella qualità. Questa esagera­zione è causata dal piacere che sente la gola. Il Creatore ha disposto che si provas­se gusto nel palato e nella gola, affinchè fa­cilmente il corpo potesse assumere i cibi e le bevande; ma quando la gola prende il sopravvento, si va contro la disposizione di Dio, perchè allora si mangia e si beve più del bisogno unicamente per saziare l’avidità della gola.

Di per sè il peccato di gola è leggero; diventa peccato grave quando l’abuso del mangiare e del bere pregiudica gravemen­te la salute del corpo e quando si beve si­no ad ubriacarsi, perdendo del tutto la ragione.

Il troppo mangiare ed il troppo bere arreca al corpo tanto male. Non poten­do l’organismo assimilare la quantità su­periore dei cibi, si sforza di riuscirvi; questo sforzo se è continuo porta all’esau­rimento. Inoltre, il cibo che non può as­similarsi, si converte in veleno per l’or­ganismo; da ciò hanno origine certe malat­tie, che presto o tardi portano al sepolcro. Le vittime della gola sono molte, tanto che c’è la frase proverbiale: Ne uccide più la gola che la spada.

L’esagerazione nel bere il vino od altre sostanze alcooliche, porta alle malattie del cervello.

L’intemperanza della gola è sorgente di molti gravi peccati.

Innanzi tutto, quando lo stomaco è troppo pieno, la volontà resta snervata e non sente la forza di operare il bene, anzi prova noia e disgusto delle cose spiri­tuali.

Quando il corpo è bene nutrito, facil­mente insorgono le passioni e specialmen­te la passione dell’impurità. Chi non sa fre­nare la gola, difficilmente è in grado di frenare gli altri sensi, per cui si può affer­mare che spesso chi cede alla gola, diven­ta debole in fatto di purezza.

Dall’ubriachezza hanno origine le be­stemmie, le parole indecenti, le percosse, i ferimenti e gli omicidi.

TEMPERANZA

Chiamasi temperanza la virtù che mo­dera e frena i sensi del corpo, specialmen­te la gola.

La temperanza è di grande utilità al­l’anima ed al corpo. I medici la raccoman­dano. Noi però dobbiamo praticare que­sta virtù in vista della nostra salvezza eterna.

Parte integrale della temperanza è la mortificazione cristiana, tanto inculcata da Gesù Cristo e dalla Santa Chiesa.

L’esempio di Gesù.

Gesù Cristo è perfetto Dio e perfetto uomo. Come tale, aveva un corpo simile al nostro, soggetto cioè al bisogno della nutrizione. Egli però era molto frugale. Durante le peregrinazioni della sua vita pubblica, veniva alimentato dalla carità di pie persone; qualche volta si conten­tava di nutrirsi con alcune spighe di grano raccolto nei campi.

Gesù volle dare inoltre un grande esempio di penitenza corporale, restan­do digiuno per quaranta giorni e quaran­ta notti. In tutto questo tempo non prese ne cibo ne bevanda; alla fine ebbe fame, tanto che il demonio colse l’occasione per tentarlo. – Se sei Figlio di Dio, gli disse, fa’ che queste pietre diventino pane.

Gli rispose Gesù: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che pro­cede dalla bocca di Dio. –

L’esempio dei Santi.

Persuasi i Santi della necessità di se­guire le orme di Gesù, erano molto li­mitati nel cibo e per lo più si contenta­vano dello stretto necessario.

Sappiamo di alcuni Santi che s’indu­striavano di rendere disgustosi i cibi e le bevande, mettendovi sostanze amare o nauseanti.

Gli eremiti vivevano nel deserto e si nutrivano di erbe, di qualche frutto e di un po’ di acqua; con tutto ciò, sappiamo che buon numero di essi raggiunse un’età avanzata, anzi parecchi oltrepassarono i cento anni, come Sant’Antonio Abate e San Paolo, primo eremita.

Si sa di altri Santi che arrivarono a tale grado di mortificazione della gola, da su­perare la naturale ripugnanza assumendo cibi disgustosi. Un esempio lo troviamo nella vita di San Giovanni Bosco.

Questo Santo lavorava molto e man­giava poco, tanto da recare meraviglia ai commensali.

Una sera, dopo una giornata fatico­sissima, rincasò ad ora tarda; nell’Ora­torio tutti erano a riposo. Per non mo­lestare alcuno, entrò in cucina, speran­do trovare qualche boccone, fosse anche freddo. Scorse in un cantuccio un pentolino, con qualche cosa dentro. Si cibò di quella sostanza. L’indomani mattina la madre sua cercava la colla e non poteva darsi pace avendo trovato il pentolino vuoto. – Non datevi pensiero, disse tran­quillamente Don Bosco; mi servì di cena ieri sera. – Ma come potesti mangiare quella roba? – Eh, madre mia, l’appe­tito condisce ogni cosa! E poi non ci si vedeva bene in cucina; del resto il fatto è fatto. –

L’esempio dei Santi è un forte rim­provero a quelli che trattano troppo de­licatamente la gola.

Quanto tempo s’impiega nella prepa­razione di cibi prelibati! Quanto dena­ro si spreca in dolciumi ed in bibite non necessarie, e forse anche dannose!

Quanti lamenti, se un cibo non in­contra il proprio gusto! …

Coloro che assecondano il vizio della gola, invertono l’ordine voluto da Dio, cioè non mangiano per vivere, ma vivo­no per mangiare. Il loro Dio è lo sto­maco; ad esso rivolgono le cure principali della giornata; imitano in qualche modo le bestie, le quali non hanno al­tra preoccupazione.

La pratica della Chiesa.

Data l’importanza della mortificazione della gola, la Santa Chiesa prescrive delle penitenze.

È bene conoscere le norme per l’a­dempimento del precetto ecclesiastico. La Santa Chiesa prescrive che al ve­nerdì non si mangi la carne, per un sen­so di gratitudine e di rispetto verso Gesù Cristo, che in detto giorno morì in Croce. Il venerdì non si mangia la carne (o il sanguinaccio o le interiora degli ani­mali a sangue caldo). Però si può sup­plire in questo giorno con qualche altra opera buona.

In Quaresima non si mangia la carne in tutti i venerdì e nel giorno delle Ce­neri, cioè, l’indomani di carnevale, che è primo giorno di Quaresima.

Sino ai quattordici anni compiuti non si è tenuti ad osservare questa legge ec­clesiastica. Dopo i quattordici anni que­sto Precetto non ha limite di età.

Sono esenti gli ammalati e quelli che hanno qualche grave motivo. Ma in que­sto caso si può soltanto consigliare di fare qualche altra opera buona.

Il digiuno è prescritto due volte l’an­no: il giorno delle Ceneri ed il Venerdì Santo.

È tenuto al digiuno chi ha compiuti i ventuno anni di età, sino ai cinquanta­nove anni compiuti. Ne sono dispensati gli ammalati, chi è troppo debole e chi fa lavori molto faticosi. A costoro si può soltanto consigliare di fare qualche altra opera buona.

Può digiunarsi così: a colazione è per­messo, a chi ne sentisse il bisogno, un leggerissimo cibo. Il caffè non rompe il digiuno. A pranzo, che può iniziare alle ore undici, è permesso tutto, in quantità ed in qualità, tranne la carne. La cena sia molto moderata. Si può invertire il pranzo con la cena.

La mortificazione della gola.

La mortificazione della gola non so­lo fa evitare l’eccesso del mangiare e del bere, ma anche priva la gola di qualche piacere lecito. Ecco un piccolo elenco di mortificazioni, che potrà essere utile alle anime di buona volontà.

1) Sentendo la sete, non bere subito, ma aspettare alquanto; oppure bere in quantità minore di quanto si vorrebbe, cioè senza saziarsi.

2) Fuori dei pasti ordinari, non pren­dere alcun cibo o bevanda, tranne il caso di vera necessità o di convenienza sociale.

3) Avendo desiderio di mangiare un frutto, una caramella oppure qualche dol­ce, rimandare ad altro orario; meglio an­cora se ci si priva del tutto e se ne fa dono a un bambino o ad un poverello.

4) Tenere in bocca qualche sostanza amara o disgustosa, unicamente per con­trariare il gusto.

5) Privarsi dello zucchero nel pren­dere il caffè oppure il latte.

6) Stando à tavola, mangiare e bere senza avidità, anzi scegliere le porzioni meno appetitose.

7) Non lamentarsi se i cibi sono in poca quantità o se sono mal preparati.

8) Non parlare dei cibi che piaccio­no di più e non brigare per averli.

9) Dare ai poverelli il denaro che si vorrebbe destinare ai gelati, alle bibite o ai dolciumi.

10) Prendere le medicine senza lamen­tarsi e senza lasciare trasparire la natu­rale ripugnanza.

Chi si esercita nelle piccole mortifi­cazioni di gola, arreca grande bene al­l’anima sua.

Ecco l’utilità di queste mortificazioni: Si acquista il dominio di se stessi, per cui con facilità si possono tenere a freno gli altri sensi del corpo; si scontano i peccati commessi col corpo; si acquista un grado di gloria maggiore per il Paradiso; nel­l’anima scende di continuo la rugiada della grazia divina, per cui si è sempre più disposti ad operare il bene; più che tutto si dà piacere a Dio, perchè gli si offrono dei sacrifici.

INVIDIA

L’invidia è il rincrescimento o tri­stezza del bene altrui, in quanto lo si riguarda come dannoso al bene nostro.

Sembrerebbe l’invidia un piccolo vi­zio, eppure tra i vizi capitali occupa un posto eminente, in quanto è comune e dà origine a molti peccati.

Giustamente si dice che se l’invidia facesse divenire gobbi, nel mondo diffi­cilmente si vedrebbe un uomo od una donna senza gobba.

L’invidia è un vizio tutto interno, na­scosto nell’intima del cuore umano; è un vizio vile, perciò tenta di nascondersi; ma per quanto faccia l’invidioso a celare la sua malignità, non sempre vi riesce.

Dobbiamo amare il prossimo come noi stessi; è questo il comando datoci da Dio; dobbiamo cioè rallegrarci del bene altrui come del bene nostro e dobbiamo rattri­starci del male altrui come del nostro male.

L’invidioso fa al contrario; gode del male della persona che invidia e soffre del bene suo. Come tale, l’invidia è un vero peccato, opponendosi al comando di Dio.

Un pittore dipinse un quadro raffi­gurante l’invidia. Vi era rappresentata una vecchia, stecchita e corrucciata, che guardava attraverso una lente d’ingran­dimento; era circondata da serpenti, che le mordevano il cuore. Questo ritratto riproduce a meraviglia l’invidioso.

Il ladro, rubando, si procura del de­naro e con esso può godere la vita; il goloso prova il diletto del gusto ed il sensuale gode nei sensi; ma l’invidioso non riceve alcuna utilità dal suo vizio.

È indovinato il detto: Chi d’invidia campa, disperato muore!

Peggiore dei demoni.

I demoni tentano al peccato gli uo­mini per l’invidia che provano verso di loro, sapendo che potranno andare in Paradiso.

Tuttavia, pur sfogando l’ira e l’invi­dia sugli uomini, si risparmiano tra loro stessi.

L’invidioso è peggiore dei demoni, perchè non risparmia il suo simile.

Non ha rispetto a vincolo di sangue o di amicizia; cosicchè troviamo il fra­tello che per invidia lotta il fratello; la sorella che perseguita la sorella, l’amico che fa guerra all’amico.

La madre dei peccati.

La superbia è la vera madre dei peccati; l’invidia ne è figlia; però l’invidia diventa subito madre di tanti peccati, che l’enu­merarli non sarebbe facile: desideri del male altrui, giudizi temerari, sentimenti di avversione e di odio, parole mordaci, discorsi di mormorazione e di calunnia, in­sidie, crudeltà e delitti inauditi … Abele offriva a Dio le primizie della campagna e del gregge; attirò così sopra di sè lo sguardo amoroso del Creatore. Il fratello Caino ne senti’ invidia e gli tolse la vita, fracassandogli la testa. Ne ebbe però il meritato castigo, facendo una fine molto misera.

Giuseppe, figlio del Patriarca Giacob­be, fu oggetto d’invidia da parte dei fra­telli, perchè il padre lo prediligeva. In conseguenza di ciò, prima fu calato in una cisterna secca, per trovarvi la mor­te, e dopo fu venduto ad un mercante, in qualità di schiavo. Iddio, che veglia sugli innocenti, fece sl che Giuseppe diventasse il Vice Re d’Egitto e che i suoi stessi fratelli in tempo di carestia andassero a domandargli frumento. Quan­ta vergogna allorchè Giuseppe si manife­stò! – Io sono il vostro fratello … colui che per invidia volevate uccidere e poi vendeste! …

Il Re Saul sentì invidia di David, suo suddito, e lo perseguitò spietatamente. Più volte gli gettò la lancia addosso, per conficcarlo al muro; non riuscì nel mal­vagio intento, perchè la mano del Si­gnore era sopra David.

E Gesù non fu condannato a morte per invidia? Gli Scribi, i Farisei ed i capi del popolo, si rodevano di rabbia a vedere Gesù, che credevano il Figlio del fabbro di Nazaret, circondato di gloria e di stima.

Adunque, chi può enumerare gli ese­crandi delitti. che ovunque e sempre l’in­vidia ha compiuto?

COMPIACENZA

La virtù opposta all’invidia è la com­piacenza del bene altrui.

Come si è detto innanzi, la carità, o amore del prossimo, esige che amiamo il nostro simile come noi stessi. Noi ci au­guriamo sempre il bene e godiamo di quanto di buono ci possa accadere. Per il comando di Dio, dovendo amare il prossimo, dobbiamo augurargli il bene.

L’egoismo individuale trascina al la­to opposto; ma è dovere di ognuno re­primere le cattive tendenze e sforzarsi di nobilitare i propri sentimenti nei ri­guardi del prossimo.

Come reprimersi.

Appena ci accorgiamo che una per­sona eccita la nostra invidia, dobbiamo stare sull’attenti per non assecondare la passione e per reprimere subito i primi assalti.

La preghiera è utile a tutto; pre­ghiamo perciò per colui contro il quale siamo tentati d’invidia, domandando a Dio ogni benedizione per lui.

Parliamo sempre in bene della per­sona che siamo tentati ad invidiare; non opponiamoci quando sentiamo dirne bene dagli atri, anzi cerchiamo le, occasioni per lodarla.

Se possiamo fare un bene a chi muove la nostra invidia, prestiamoci volentieri. Agendo in tal modo, noi mettiamo del­l’acqua fredda sul fuoco dell’invidia e il nostro cuore godrà la pace dei figli di Dio.

La madre.

La madre è tutta per il bene dei figli; quando però viene a conoscere che i figli di altre donne, specialmente se parenti o amiche, hanno ottenuto un posto in socie­tà, hanno superato un esame ed eccellono per buone qualità, allora naturalmente, ac­cecata dall’amore dei propri figli, comincia a soffrirne internamente a motivo dell’in­vidia. Il marciume interno presto va alla bocca e così questa donna semina lamenti e calunnie.

– Già, i figli di quella signora riescono sempre! È naturale! Hanno denaro e col denaro possono fare qualunque imbro­glio! … I miei figli invece sono onesti e restano indietro! … Non c’è più giu­stizia in questo mondo! –

O donna, cosa ne guadagni dicendo così? Piuttosto educa meglio i tuoi figliuo­li, inculca loro il timore di Dio, esigi che si applichino allo studio o all’arte e poi prega il Signore affinchè prepari ad essi un buon avvenire!

L’eterna lotta!

La suocera e la nuora!… L’eterna lotta familiare! La suocera spesso ha invidia della nuora, perchè pensa: Mio figlio l’ama assai! Io sono la madre, ho fatto tanto per il figlio ed ora ecco mia nuora a goderselo! – Spesso avviene il contrario: Mio ma­rito, dice la nuora, appartiene a me, do­vrebbe essere tutto mio ed intanto pen­sa a sua madre! Va a trovarla spesso, le porta dei regali… ; io invece sono l’ul­tima ad essere pensata! –

Chi non vede la forte gelosia in tutto ciò? La madre dovrebbe essere contenta che il figlio ami la sposa, perchè da que­sto amore nasce l’armonia nella famiglia.

La sposa dovrebbe essere anche lieta che il marito ami la propria madre pen­sando che un giorno essa pure avrà da di­venire suocera e vorrà certamente essere amata e rispettata dai figli sposati.

Tra sorelle ed amiche.

Non è difficile trovare sì brutto vizio anche tra sorelle.

Una giovane è stata chiesta per fi­danzata. Dovrebbero in famiglia goderne tutti, quando il partito si presenta bene; qualche sorella invece sente gelosia.

– Hanno scelto mia sorella!… Io so­no stata posposta! Eppure sono più gran­de, più giudiziosa; ho il viso più grazio­so! – Questi e simili sentimenti sorgono dal cuore invidioso e superbo, e presto co­minciano in famiglia i malumori e le rabbie.

Non è raro il caso in cui la sorella metta in cattiva luce la sorella presso il fidanzato e solo allora è contenta quan­do ha tirato dalla sua parte il giovane, oppure questi si è allontanato definitiva­mente dalla famiglia. Lo stesso e peggio ancora suole av­venire tra amiche.

Quando la gelosia ha preso piede nel cuore di una giovane, perché l’amica ha trovato un buon fidanzato, subito comin­ciano le parole mordaci, le critiche e le mormorazioni.

Si mettono alla luce i difetti occulti dell’amica, le magagne segrete della sua famiglia e, quando ciò non basta, si ri­corre alle lettere anonime calunniose.

Non sempre, ma spesso l’invidiosa ami­ca raggiunge lo scopo di far perdere al­l’amica il fidanzato.

Quante lacrime ha fatto versare l’in­vidia a schiere di signorine!

Quante giovani si sono ammalate o suicidate in seguito a simili calunnie!

E quante altre sono state rinchiuse nel manicomio in conseguenza di un amore fallito!

Grande responsabilità davanti a Dio hanno le sorelle e le amiche invidiose! In questa categoria di persone, cioè tra sorelle e tra amiche, non solo trovasi l’invidia per il fidanzato, ma per tante altre cose: per la casa, per la mobilia, per le vesti, per la bellezza, ecc.

In questo campo la gelosia fa conimettere un gran numero di piccinerie, di ridicolaggini, le quali dovrebbero far vergogna a persona che abbia un po’ di dignità!

ACCIDIA

L’ultimo dei vizi capitali è l’accidia. Consiste in una certa noia nel fare il bene e nel fuggire il male. In conse­guenza di ciò, si trascurano i doveri del­la vita cristiana, oppure si compiono ma­lamente.

Esempi d’accidia sono: il tralasciare la preghiera per pigrizia, il pregare sba­datamente, senza sforzo di stare rac­colti; il rimandare da un giorno all’al­tro un buon proponimento, senza poi attuarlo; il mettere da parte l’esercizio della virtù per non imporsi dei sacrifici; il darsi poco pensiero dell’anima pro­pria, ecc….

L’assecondare l’accidia è peccato. Se per accidia si tralascia, ad esempio, la Messa in giorno festivo, si pecca grave­mente; se invece si trascura qualche pre­ghiera, unicamente per noia, si manca leg­germente.

Pericolo di dannarsi.

La persona accidiosa dice: Io non vo­glio darmi fastidio di combattere le mie perverse tendenze! … Mi piace vivere nella tranquillità! La vita è così breve e tanto cosparsa di spine! Perchè ama­reggiarsela di più?! … Purchè in non am­mazzi alcuno … non, rubi … e non be­stemmi … ciò mi basta! Tutte le altre attenzioni per custodire l’anima mia, mi seccano e non ci voglio pensare! … Per­ché tante Comunioni? Basta quella di Pasqua! … Perché andare spesso in Chiesa? … Posso pensare a Dio anche stando in casa! Perché andare ad ascoltare le prediche? Ne so fin troppe cose di Re­ligione! Perché tante preghiere lungo il giorno? Mi è sufficiente il segno della Croce prima di coricarmi! … A me non piacciono gli scrupoli! Questo ballo non si può fare … quella pellicola non si deve vedere … quel romanzo non si può leg­gere … quell’amicizia non è ammes­sa! … Queste cose le osservino i Frati e le Monache, ma non io, che devo saper stare in società … Nell’altra vita spero di passarmela bene lo stesso; del resto, come fanno gli altri, faccio io! –

Facilmente si può comprendere co­me una tale anima accidiosa si metta in pericolo di perdersi eternamente. Ha più sollecitudine degli affari temporali e del benessere del corpo, che non della salvezza eterna. Se quest’anima non si risolverà una buona volta a cominciare una vita veramente cristiana, finirà con l’essere travolta dal torrente delle cat­tive inclinazioni.

Quante di queste anime neghittose ci sono nel mondo! Esse appartengono alla categoria di coloro di cui parla Gesù: La via che conduce all’eterna per- dizione è larga e sono molti quelli che s’incamminano per essa! –

Effetti dell’accidia.

Questo vizio capitale snerva poco per volta l’anima, come l’ozio snerva il corpo. Per l’accidia la volontà diviene debole; si decide e non si decide, vuole e non vuole.

Le opere buone sogliono produrre un certo gusto spirituale, il quale ap­paga il cuore, come il cibo appaga il palato. L’accidia fa perdere il gusto spi­rituale, sicché le opere buone diventa­no pesanti e noiose e per questo moti­vo si mettono da parte o si fanno di mala voglia.

Lo Spirito Santo paragona l’anima dell’accidioso ad una vigna affidata ad un contadino poltrone. Una tale vigna, poco curata, si ricopre di erbe cattive e di spine e non produce frutto; così l’anima accidiosa resta priva di virtù e di meriti e si riempe di passioni. Può piacere a Dio un’anima che sia do­minata dall’accidia?

DILIGENZA

La virtù che si oppone all’accidia è la diligenza spirituale, cioé il vero in­teressamento della salvezza dell’anima propria.

Gesù c’inculca questa virtù quando dice: Una sola cosa è necessaria: salvar­si l’anima! Che cosa giova all’uomo gua­dagnare il mondo intero, se poi perde­rà l’anima sua? Che cosa potrà dare in cambio di essa? –

I Santi ci sono maestri a questo ri­guardo; si misero di buona volontà, si diedero all’esercizio delle cristiane vir­tù, attinsero dalla preghiera e dalla fre­quenza ai Sacramenti la forza necessa­ria; così riuscirono ad avere la pace della coscienza in vita e conseguirono an­che il Paradiso.

Nè si pensi che i Santi siano nati Santi! Anch’essi erano come noi, fatti di carne e di ossa; avevano tutte le cat­tive tendenze che ha ogni figlio di Ada­mo; per riuscire a santificarsi, dovette­ro imporsi dei veri sacrifici, sino a per­dere taluni anche la vita. Quanti milio­ni di Martiri perdettero prima le ric­chezze e poi la vita tra tormenti! Quan­ti abbandonarono i piaceri della vita e si ritirarono nel _deserto a fare peniten­za! Quanti, rinunziando a cariche ono­rifiche, si chiusero nei conventi per pen­sare unicamente all’anima! E quanti, pur restando nel mondo, intrapresero una vita di mortificazione rigorosa!

Non solo i Santi propriamente detti, ma anche innumerevoli schiere di uo­mini e di donne attualmente ci sono mae­stri in proposito: i Missionari che vanno fra i selvaggi; le Suore di Carità che spen­dono l’esistenza negli ospedali; le anime vergini dell’uno e dell’altro sesso, le quali pur restando in famiglia, conducono una vita di continua mortificazione per con­servare immacolato il corpo ed il cuore. Costoro lottano contro l’accidia e supe­rano generosamente le difficoltà della pra­tica del bene.

Pia riflessione.

Chi vive nella pigrizia spirituale, ri­sorga dal suo stato compassionevole, ser­vendosi di una pia riflessione.

La vita è breve, molto breve; da un momento all’altro possiamo morire e tro­varci davanti a Dio per dargli conto del­l’anima nostra. Quale scusa potrà por­tare al tribunale di Dio l’accidioso, tro­vandosi con l’anima sprovvista di opere buone e carica di colpe? …

L’etisia spirituale.

L’anima che è schiava dell’accidia, è come il corpo colpito dalla etisia. Il ti­sico cammina, ride, mangia e sembra che stia bene; invece si avvia alla tomba a grandi passi; ha bisogno di cura urgente e forte per resistere al microbo micidiale; se tralascia la cura, è segno che vuole perdere presto la vita.

Tu, o anima accidiosa, hai urgente bisogno di cura spirituale. Voglio sug­gerirti dei buoni rimedi per guarirti. Come l’ammalato ha bisogno di aria pu­ra e di sana nutrizione, così a te occor­re il tenere la mente occupata in buoni pensieri ed il pregare con frequenza e devozione. Leggi dunque qualche buon libro, recita mattina e sera le tue pre­ghiere, non lasciare mai la recita del Santo Rosario e lungo il giorno alza spes­so la mente a Dio con fervorose giacula­torie.

La Confessione.

Mezzo infallibile di risveglio spiri­tuale è la frequenza ai Sacramenti della Confessione e della Comunione.

. Comincia col fare una buona Confes­sione, la quale ti lasci la coscienza tran­quilla.

Discopri perciò al Ministro di Dio le píaghe dell’anima tua, senza nascon­dere volontariamente nessuna colpa grave e senza diminuirne la malizia.

Prendi dopo una magnanima risolu­zione di vita più cristiana. Ritorna in seguito con fede a questo Sacramento della Divina Misericordia, ogni qual volta ne sentissi il bisogno.

La Confessione mensile, e meglio an­cora settimanale, ti fornirà un valido aiuto per sollevarti spiritualmente.

Non è vero, o anima, che quando nella vita passata ricorrevi a questo Sacramento con le dovute disposizioni, ti sentivi lie­ta e più disposta a fare il bene? Pensaci con serietà! …

La Comunione.

La Santissima Eucaristia è il Pane dei forti. L’anima accidiosa è molto de­bole; ricorra a questo Cibo Celeste e subito sentirà aumentare la forza spi­rituale.

Tu, o anima cristiana, desiderosa or­mai di lasciare la vita accidiosa, va’ a ricevere la Santa Comunione con più frequenza che ti sarà possibile! Proverai tanta pace nel cuore, quanta da tempo non ne hai trovata nelle creature! Ogni giorno festivo sia per te una vera festa spirituale ricevendo Gesù Sacramentato.

L’esame di coscienza. Come lo specchio serve a vedere i difetti del volto, così l’esame di coscienza fa scoprire i difetti dell’anima. Chi de­sidera aver cura dell’anima sua, non la­sci passare giorno senza aver fatto alcu­ni minuti di questo esame.

Ogni sera, o anima cristiana, rientra in te stessa e pensa alle mancanze che avrai potuto commettere nella giornata; chiedi poi perdono a Dio con tutto il cuore, promettendo di essere più vigi­lante il giorno appresso.

Meditazione e lettura spirituale. Giova moltissimo al progresso spiri­tuale la pratica della meditazione e della lettura spirituale. Non è necessario im­piegarvi molto tempo; bastano alcuni mi­nuti al giorno. Volendo, il tempo si può trovare.

“Non nobis, Domine, sed nomine Tuo da gloriam”
Non a noi, o Signore, ma al Tuo nome da’ gloria
il che esprime l’aspirazione al retto agire secondo la Santa Dottrina Cattolica

 

 

 

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