Dio Padre rivela a Santa Caterina da Siena: “La gloria dei Beati e dei Santi in Paradiso!” “Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene!”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 41

La gloria dei beati.

Parla Dio Padre:

“Anche l’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell’amore, non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù, ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me, e con tale misura le viene misurato il premio. Sempre mi desidera e sempre mi ama, onde il suo desiderio non è vuoto; ma sebbene abbia fame, è saziato, e saziato ha fame; e tuttavia è lungi il fastidio della sazietà, come è lungi la pena della fame.

Nell’amore i beati godono dell’eterna mia visione, partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene, che io ho in me medesimo. Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato. Essi sono rimasti nella mia carità ed in quella del prossimo; sono stati insieme uniti nella carità comune ed in quella particolare, che esce pure da una medesima carità.

Godono ed esultano, partecipando l’uno del bene dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale, che essi hanno tutti insieme. Godono ed esultano cogli angeli, coi quali sono collocati i santi, secondo le diverse e varie virtù, che principalmente ebbero nel mondo, essendo tutti legati nel legame della carità. Hanno poi una partecipazione singolare di bene con coloro coi quali si amavano strettamente d’amore speciale nel mondo, col quale amore crescevano in grazia, aumentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e lode del mio nome, in sé e nel prossimo. Nella vita eterna non hanno perduto questo affetto, ma l’hanno aggiunto al bene generale, partecipando più strettamente e con più abbondanza l’uno del bene dell’altro.

Non vorrei però che tu credessi che questo bene partico­lare, di cui ti ho parlato, l’avessero solo per sé: non è così, ma esso è partecipato da tutti quanti i gustatori, che sono i cittadini del cielo, i miei figli diletti, e da tutte le creature angeliche. Quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano del bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non è che il vaso di ciascuno possa crescere, né che abbia bisogno di empirsi, poiché è pieno e quindi non può crescere; ma hanno un’esultanza, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si ravvivano in loro, per quanto sono venuti a conoscere di quell’anima. Vedono che per mia misericordia ella è tolta alla terra con la pienezza della grazia, e così esultano in me per il bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà.

E quell’anima gode pure in me, nelle altre anime, e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la bellezza e dolcez­za della mia carità. I loro desideri gridano sempre dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo. Poiché la loro vita finì nella carità dei prossimo, non hanno lasciata questa carità, ma sono passati con essa per la porta del mio Unige­nito Figliuolo, nel modo che ti dirò più sotto. Vedi dunque che essi restano con quel legame dell’amore, col quale finì la loro vita: esso resta e dura per tutta l’eternità.

Sono tanto conformi alla mia volontà, che non possono volere se non quello che io voglio; poiché il loro libero arbi­trio è legato per siffatto modo col legame della carità che, quando viene meno il tempo di questa vita alla creatura, che ha in sé ragione e che muore in stato di grazia, essa non può più peccare. Ed è tanto unita la sua volontà alla mia che, se il padre o la madre vedessero il figliolo nell’inferno, o il figlio ci vedesse la madre, non se ne curerebbero; anzi sono contenti di vederli puniti come miei nemici. In nessuna cosa si scordano di me; i loro desideri sono appagati. Desiderio dei beati è di vedere trionfare il mio onore in voi viandanti, che siete pellegrini in questa terra e sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore bramano la vostra salute, e perciò sempre mi pregano per voi. Un tale desiderio è sempre adempiuto per parte mia, se voi ignoranti non recalcitraste contro la mia misericordia.

Hanno ancora il desiderio di riavere la dote della loro anima, che è il corpo; questo desiderio non li affligge al presente, ma godono per la certezza che hanno di vederlo appagato: non li affligge, perché, sebbene ancora non abbiano il corpo, tuttavia non manca loro la beatitudine, e perciò non risentono pena. Non pensare che la beatitudine del corpo, dopo la resurre­zione, dia maggiore beatitudine all’anima. Se fosse così, ne ver­rebbe che i beati avrebbero una beatitudine imperfetta, fino a che non riprendessero il corpo; cosa impossibile, perché in loro non manca perfezione alcuna. Non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma sarà l’anima a dare beatitudine al corpo; darà della sua abbondanza, rivestendo nel dì del giudizio la propria carne, che aveva lasciato in terra.

Come l’anima è resa immortale, ferma e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale; perduta la gravezza della materia, diviene sottile e leggero. Sappi che il corpo glorificato passerebbe di mezzo a un muro. Né il fuoco né l’acqua potrebbero nuocergli, non per virtù sua ma per virtù dell’anima, la quale virtù è mia, ed è stata data a lei per grazia e per quell’amore ineffabile col quale la creai a mia immagine e somiglianza. L’occhio del tuo intelletto non è sufficiente a ve­dere, né l’orecchio a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare, il bene loro.

Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene! Oh, quanto diletto avranno, allorché il loro corpo sarà glorificato! E sebbene manchino di questo bene fino al giorno del giudizio universale, non hanno pena, perché l’anima è piena di felicità in se stessa. Una tale beatitudine sarà poi partecipata al corpo, come ti ho spiegato.

Ti parlavo del bene, che ritrarrebbe il corpo glorificato nell’Umanità glorificata del mio Figlio Unigenito, la quale dà a voi certezza della vostra resurrezione. Esultano i beati nelle sue piaghe, che sono rimaste fresche; sono conservate nel suo corpo le cicatrici, che continuamente gridano a me, sommo ed eterno Padre, misericordia. Tutti si conformano a lui in gaudio e giocondità, occhio con occhio, mano con mano, e con tutto il corpo del dolce Verbo, mio Figlio. Stando in me, starete in lui, poiché egli è una cosa sola con me; ma l’occhio del vostro corpo si diletterà nell’Umanità glorificata del Verbo Unigenito mio Figlio. Perché questo? Perché la loro vita finì nella dilezione della mia carità, e perciò dura loro eternamente.

Non possono guadagnare alcun nuovo bene, ma si godono quello che si sono portato, non potendo fare alcun atto meritorio, perché solo in vita si merita e si pecca, secondo che piace al libero arbitrio della vostra volontà. Essi non aspettano con timore, ma con allegrezza, il giudizio divino; e la faccia del mio Figlio non parrà loro terribile, né piena d’odio, perché sono morti nella carità, nella dilezione di me e nella benevolenza del prossimo. Così tu comprendi come la mutazione della faccia non sarà in lui, quando verrà a giudicare con la mia maestà, ma in coloro che saranno giudicati da lui. Ai dannati apparirà con odio e con giustizia; ai salvati, con amore e misericordia.”

(Dal Dialogo della divina provvidenza, Santa Caterina da Siena)

San Bernardo di Chiaravalle: “L’altro fuoco che è Dio stesso, consuma senza far male, arde con dolcezza, In questa potenza che ti trasforma e in questo amore che ti infiamma sappi riconoscere la presenza di Dio”

 

 

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE

dottore monaco

 

Se la Parola non ti stimola soltanto al pentimento, ma ti converte in totalità al Signore e ti ispira la ferma risoluzione di osservare la sua legge, sappi che lui stesso è lì vicino a te, specie se avverti di avvampare d’amore per lui.

      La Scrittura ci dice da una parte che il fuoco lo precede, ma dall’altra che lui stesso è fuoco; Mosè infatti lo chiama fuoco divoratore. Ora, c’è questa differenza: il fuoco che precede il Signore arde ma senza amore; riscalda ma non trasforma; mette in moto

senza far progredire. È mandato in avanguardia solamente per risvegliare e preparare l’anima e anche perché tu riconosca il tuo stato attuale ai fini di farti meglio apprezzare quello che diverrai poi per la grazia di Dio.

      L’altro fuoco che è Dio stesso, consuma senza far male, arde con dolcezza, ci spoglia gradevolmente. È davvero brace distruttrice, ma esercita la sua forza incandescente contro i vizi colmando l’anima di dolcezza.

      In questa potenza che ti trasforma e in questo amore che ti infiamma sappi riconoscere la presenza di Dio.

 (Sermo XXIV,2-3  De Diversis.  Sermo LXXVII,7 in Cantica Canticorum)

 

 

 

Dai Discorsi sul Cantico dei Cantici di san Bernardo.

Sermones In Cantica LVIX,2.6-8;XLV,7-9. PL 183,1113.1115-1116.1102-1003.

 

 

Quale è l’azione del Verbo quando viene nell’anima?

Quella di istruirla nella sapienza. Quale è l’azione del Padre quando viene nell’anima?

Quella di infonderle l’amore della sapienza, sicché ella possa dire di essersi innamorata della bellezza di Lui. E’ proprio del Padre amare, per cui si riconosce la venuta del Padre dall’amore infuso. Che cosa gioverebbe l’istruzione senza l’amore?

Gonfierebbe. Che sarebbe l’amore senza istruzione?

Cadrebbe nell’errore. Errano infatti coloro, di cui san Paolo dice:

Rendo loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza (Rm 10,2).Non è bene che la sposa del Verbo devii, e il Padre non la sopporterebbe gonfia di superbia. Il Padre, infatti, ama il Figlio e senz’altro demolisce e distrugge quanto si erge contro la scienza del Verbo, sia ravvivando nell’anima lo zelo, sia colpendola mosso da sollecitudine verso di lei. L’uno è l’effetto della sua misericordia, l’altro della sua giustizia. Dio si degni di abbassare in me, anzi d’annientare alla radice ogni forma di orgoglio, non mediante la vampa della sua ira, ma con l’infusione del suo amore.

Me ne andrò in un luogo di rifugio per nascondermi dal furore del Signore. Mi ritirerà cioè in quello zelo buono, che soavemente arde ed efficacemente espia. Non espia forse la carità? Tantissimo. Ho letto appunto che essa copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4,8). Ma la carità non è ugualmente capace di abbattere e umiliare ogni arroganza degli occhi e del cuore? Certamente, perché la carità non s’innalza ne si gonfia. Se dunque il Signore si degnerà di venire a me, o piuttosto in me, non nello zelo del suo furore, e nemmeno nella sua ira, ma in uno spirito d’amore e di mitezza, geloso di me della gelosia di Dio, da questo conoscerò che non è solo, ma anche il Padre è venuto con lui. Quanta tenerezza in questo amore del Padre! Per questo è chiamato non solo Padre del Verbo, ma anche Padre delle misericordie (2 Cor 1,3), a perché gli è innato avere sempre pietà e perdonare.

Mi accorgo che mi viene aperta l’intelligenza per comprendere le Scritture? Sento un discorso sapiente quasi traboccare fuori dal fondo del cuore? Mi succede che mi siano rivelati i misteri perché mi è infusa una luce dall’alto? Oppure mi sembrerà che si spalanchino per me le profondità del cielo, riversando nell’animo le piogge feconde della meditazione? In tutte queste esperienze non dubito che lo Sposo sia presente. Sono infatti queste le ricchezze del Verbo e noi le riceviamo dalla sua pienezza. Se poi anche mi sento pervaso dalla rugiada di uno zelo umile e devoto, sicché l’amore della verità conosciuta generi in me l’odio e il disprezzo per la vanità, e la scienza non mi gonfi o la frequenza delle visite divine non mi faccia insuperbire, allora riconosco in me l’effetto della tenerezza paterna e non dubito che lui, il Padre, sia presente. Se poi, per quanto sta in me, persevero nel corrispondere a questa bontà cosi grande con moti e azioni adeguate, perché la grazia di Dio non sia vana in me, allora il Padre e il Verbo prenderanno dimora presso di me, l’uno dandomi il nutrimento l’altro offrendomi la dottrina.

Pensa quante grazie derivano all’anima da questa familiarità costante con il Verbo e dalla familiarità quanta fiducia proviene. L’anima può dire senza timori:

Il mio diletto è per me (Ct 2,16). Sentendo tutta la veemenza del proprio amore, ella non dubita di essere amata con la medesima intensità. Mediante una straordinaria attenzione, la costante sollecitudine, la cura operosa, il fervore sempre vigile. il desiderio tenace di piacere a Dio, l’anima riconosce tutto ciò in lui riguardo a sé, rammentandosi della promessa:

Con la misura con la quale misurate sarete misurati (Mt 7,2). La sposa prudente, tuttavia, baderà bene di non attribuirsi il merito di quest’amore reciproco, sapendo invece che il diletto l’ha prevenuta. Perciò pone al primo posto l’opera del diletto:Il mio diletto e per me e io per lui (Ct 2,16).

Ella deduce i sentimenti divini da quelli che prova lei stessa, e dal fatto che ama, non dubita di essere amata. L’amore di Dio verso l’anima genera l’amore dell’anima verso Dio, e l’attenzione che lui porta all’anima previene l’attenzione che quella rivolge a lui.

Non so per quale vicinanza di natura, allorché l’anima a faccia scoperta possa contemplare la gloria di Dio, subito per forza diviene conforme al suo Signore e si trasforma in una medesima immagine con lui. Pertanto, quale ti preparerai per Dio, tale Dio ti apparirà: sarà santo con il santo, innocente con l’innocente.

Perché Dio non sarebbe amante con chi lo ama, disponibile con chi lo accoglie? Perché non si rivolgerà a chi gli è attento e non dovrebbe prendersi cura di chi è sollecito verso di lui? La stessa Sapienza dice nel libro dei Proverbi: Io amo coloro che mi amano e quelli che mi cercano mi troveranno (Prv 8,17).Lo vedi? Dio non solo ti assicura del suo amore se tu lo ami, ma anche ti garantisce cura e sollecitudine, se tu lo circonderai con le tue premure. Se tu vegli, veglia anche lui. Alzati nel cuore della notte, anticipa la veglia quanto vuoi, troverai sempre che ti ha preceduto. Sbagli, se in questo pensi di fare tu qualcosa prima o più di lui: Dio ti ama più di quanto tu non lo ami, e ben prima di quando ha inizio il tuo affetto.

Ogni volta che senti o leggi che il Verbo e l’anima parlano tra loro o si guardano, non immaginare che ciò avvenga mediante il suono della voce o attraverso immagini sensibili. Ascolta piuttosto che cosa devi pensare al riguardo. Il Verbo è Spirito, cosi come l’anima, ed essi hanno un loro linguaggio per parlarsi e manifestare la propria presenza. La lingua del Verbo è il favore della sua benevolenza, quella dell’anima è il fervore della devozione.

L’anima che ne è priva, non sa parlare, come un bambino senza l’uso della parola, e non può intessere nessun colloquio con il Verbo. Quando il Verbo vuole parlare all’anima, impiega il linguaggio che gli è proprio, che l’anima non può far a meno di percepire: La parola di Dio e viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito (Eb 4,12).Allo stesso modo, quando l’anima vuol parlare al Verbo, egli non lo può ignorare, non solo perché è presente in ogni luogo, ma soprattutto perché la lingua dell’amore non può entrare in azione, se la grazia stessa non la stimola.

Quando il Verbo dice all’anima:Come sei bella, amica mia, come sei bella! (Ct 1, 15) egli infonde in lei la grazia di amare e di essere amata. E quando l’anima a sua volta esclama:

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! (Ct 1,16) ella confessa senza fingere o mentire che dal Verbo le viene la duplice grazia di amarlo e di essere amata da lui. L’anima ammira cosi la bontà dello sposo ed è piena di stupore di fronte alla sua generosità. La bellezza dello sposo raffigura l’amore che egli ha per l’anima, amore tanto più grande in quanto previene sempre. Perciò dall’intimo del cuore, con, l’espressione dei suoi più segreti e vivi affetti, la sposa esclama che deve amarlo con tanto più ardore quanto più senti che lui per primo l’amò. Cosi la parola del Verbo è l’infusione del dono, la risposta dell’anima è lo stupore della gratitudine. L’anima tanto più stupefatta si slancia ad amare, quando sa che il diletto in questo la vince. Non contenta di dire che lo sposo è bello, deve ripeterlo, indicando cosi la bellezza singolare di lui.

Continuando a sottolineare che il suo amico è bello, l’anima esprime la mirabile bellezza delle due nature di Cristo: quella della natura e quella della grazia. Come sei bello sotto lo sguardo degli angeli, Signore Gesù! Sei bello nella tua sostanza divina, nel giorno della tua eternità, generato prima dell’aurora, nello splendore dei tuoi santi, fulgida immagine della sostanza del Padre, luce perenne della vita eterna, che mai si offusca. Come mi appari bello, Signore, quando ti contemplo nel tuo stato glorioso. Ma quando annientasti te stesso, spogliandoti de la luce indefettibile e a tua natura, allora la tua bontà maggiormente rifulse, il tuo amore fu più sfavillante, più radiosa splendette la tua grazia. Questa stella che sorge in Giacobbe come mi pare brillante! Come esci splendido virgulto dalla radice di Iesse! Come mi allieta la luce di questo astro che sorge e viene a visitarmi nelle mie tenebre! Alla vista di tante meraviglie tutte le potenze della mia anima non potranno non esclamare: Chi è come te, Signore? (Sal 34,10).

 

 

 

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “La gloria dei Beati e Santi in Paradiso! Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato”

 

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 41

 

La gloria dei beati.

 

Anche l’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell’amore, non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù, ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me, e con tale misura le viene misurato il premio. Sempre mi desidera e sempre mi ama, onde il suo desiderio non è vuoto; ma sebbene abbia fame, è saziato, e saziato ha fame; e tuttavia è lungi il fastidio della sazietà, come è lungi la pena della fame.

Nell’amore i beati godono dell’eterna mia visione, partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene, che io ho in me medesimo. Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato. Essi sono rimasti nella mia carità ed in quella del prossimo; sono stati insieme uniti nella carità comune ed in quella particolare, che esce pure da una medesima carità.

Godono ed esultano, partecipando l’uno del bene dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale, che essi hanno tutti insieme. Godono ed esultano cogli angeli, coi quali sono collocati i santi, secondo le diverse e varie virtù, che principalmente ebbero nel mondo, essendo tutti legati nel legame della carità. Hanno poi una partecipazione singolare di bene con coloro coi quali si amavano strettamente d’amore speciale nel mondo, col quale amore crescevano in grazia, aumentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e lode del mio nome, in sé e nel prossimo. Nella vita eterna non hanno perduto questo affetto, ma l’hanno aggiunto al bene generale, partecipando più strettamente e con più abbondanza l’uno del bene dell’altro.

Non vorrei però che tu credessi che questo bene partico­lare, di cui ti ho parlato, l’avessero solo per sé: non è così, ma esso è partecipato da tutti quanti i gustatori, che sono i cittadini del cielo, i miei figli diletti, e da tutte le creature angeliche. Quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano del bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non è che il vaso di ciascuno possa crescere, né che abbia bisogno di empirsi, poiché è pieno e quindi non può crescere; ma hanno un’esultanza, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si ravvivano in loro, per quanto sono venuti a conoscere di quell’anima. Vedono che per mia misericordia ella è tolta alla terra con la pienezza della grazia, e così esultano in me per il bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà.

E quell’anima gode pure in me, nelle altre anime, e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la bellezza e dolcez­za della mia carità. I loro desideri gridano sempre dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo. Poiché la loro vita finì nella carità dei prossimo, non hanno lasciata questa carità, ma sono passati con essa per la porta del mio Unige­nito Figliuolo, nel modo che ti dirò più sotto. Vedi dunque che essi restano con quel legame dell’amore, col quale finì la loro vita: esso resta e dura per tutta l’eternità.

Sono tanto conformi alla mia volontà, che non possono volere se non quello che io voglio; poiché il loro libero arbi­trio è legato per siffatto modo col legame della carità che, quando viene meno il tempo di questa vita alla creatura, che ha in sé ragione e che muore in stato di grazia, essa non può più peccare. Ed è tanto unita la sua volontà alla mia che, se il padre o la madre vedessero il figliolo nell’inferno, o il figlio ci vedesse la madre, non se ne curerebbero; anzi sono contenti di vederli puniti come miei nemici. In nessuna cosa si scordano di me; i loro desideri sono appagati. Desiderio dei beati è di vedere trionfare il mio onore in voi viandanti, che siete pellegrini in questa terra e sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore bramano la vostra salute, e perciò sempre mi pregano per voi. Un tale desiderio è sempre adempiuto per parte mia, se voi ignoranti non recalcitraste contro la mia misericordia.

Hanno ancora il desiderio di riavere la dote della loro anima, che è il corpo; questo desiderio non li affligge al presente, ma godono per la certezza che hanno di vederlo appagato: non li affligge, perché, sebbene ancora non abbiano il corpo, tuttavia non manca loro la beatitudine, e perciò non risentono pena. Non pensare che la beatitudine del corpo, dopo la resurre­zione, dia maggiore beatitudine all’anima. Se fosse così, ne ver­rebbe che i beati avrebbero una beatitudine imperfetta, fino a che non riprendessero il corpo; cosa impossibile, perché in loro non manca perfezione alcuna. Non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma sarà l’anima a dare beatitudine al corpo; darà della sua abbondanza, rivestendo nel dì del giudizio la propria carne, che aveva lasciato in terra.

Come l’anima è resa immortale, ferma e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale; perduta la gravezza della materia, diviene sottile e leggero. Sappi che il corpo glorificato passerebbe di mezzo a un muro. Né il fuoco né l’acqua potrebbero nuocergli, non per virtù sua ma per virtù dell’anima, la quale virtù è mia, ed è stata data a lei per grazia e per quell’amore ineffabile col quale la creai a mia immagine e somiglianza. L’occhio del tuo intelletto non è sufficiente a ve­dere, né l’orecchio a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare, il bene loro.

Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che seno ogni bene! Oh, quanto diletto avranno, allorché il loro corpo sarà glorificato! E sebbene manchino di questo bene fino al giorno del giudizio universale, non hanno pena, perché l’anima è piena di felicità in se stessa. Una tale beatitudine sarà poi partecipata al corpo, come ti ho spiegato.

Ti parlavo del bene, che ritrarrebbe il corpo glorificato nell’Umanità glorificata del mio Figlio Unigenito, la quale dà a voi certezza della vostra resurrezione. Esultano i beati nelle sue piaghe, che sono rimaste fresche; sono conservate nel suo corpo le cicatrici, che continuamente gridano a me, sommo ed eterno Padre, misericordia. Tutti si conformano a lui in gaudio e giocondità, occhio con occhio, mano con mano, e con tutto il corpo del dolce Verbo, mio Figlio. Stando in me, starete in lui, poiché egli è una cosa sola con me; ma l’occhio del vostro corpo si diletterà nell’Umanità glorificata del Verbo Unigenito mio Figlio. Perché questo? Perché la loro vita finì nella dilezione della mia carità, e perciò dura loro eternamente.

Non possono guadagnare alcun nuovo bene, ma si godono quello che si sono portato, non potendo fare alcun atto meritorio, perché solo in vita si merita e si pecca, secondo che piace al libero arbitrio della vostra volontà. Essi non aspettano con timore, ma con allegrezza, il giudizio divino; e la faccia del mio Figlio non parrà loro terribile, né piena d’odio, perché sono morti nella carità, nella dilezione di me e nella benevolenza del prossimo. Così tu comprendi come la mutazione della faccia non sarà in lui, quando verrà a giudicare con la mia maestà, ma in coloro che saranno giudicati da lui. Ai dannati apparirà con odio e con giustizia; ai salvati, con amore e misericordia.

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

CAPITOLO 44

Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono. Si espone pure la visione di un albero, che una volta ebbe quest’anima.

Ti ho detto che il demonio invita gli uomini all’acqua mor­ta, cioè, a quella che egli ha per sé, accecandoli con le delizie e gli agi del mondo. Li piglia con l’amo del piacere, sotto colo­re di bene, non potendo prenderli in altro modo; perché essi non si lascerebbero prendere, se non vi trovassero qualche bene o diletto, dato che l’anima di sua natura appetisce sempre il bene.

È vero che l’anima, accecata dall’amor proprio, non cono­sce né discerne quale sia il vero bene che possa dare utilità a se stessa e al corpo. Poiché il demonio, da quell’iniquo che è, vedendo l’uomo accecato dall’amor proprio sensitivo, gli propo­ne diversi e vari peccati sotto colore di utilità o di bene, e a ciascuno li presenta secondo il suo stato e secondo quei vizi principali, ai quali lo vede più disposto. Altro presenta al seco­lare, altro al religioso; altro ai prelati, altro ai signori; a ciascu­no sempre secondo il suo stato particolare. Ti dico questo, perché ora voglio parlarti di quelli che s’annegano giù per il fiume; essi non hanno altro rispetto che a se stessi, amandosi fino ad offendermi.

Ti ho già parlato della loro fine; ma ora voglio mostrarti come essi si ingannano, poiché, mentre vogliono fuggire le pene, cadono nelle medesime. Pare loro che a seguire me, cioè a tenere la via del Verbo, Figlio mio, sia gran fatica; e perciò si ritraggono indietro, temendo le spine. Questo avviene, per­ché sono accecati e non vedono né conoscono la verità, come io ti mostrai nel principio della tua vita, quando tu mi pregavi che io facessi misericordia al mondo, togliendo i peccatori dalle tenebre del peccato mortale.

Tu sai che allora io ti mostrai me stesso sotto figura di un albero, del quale non vedevi né principio né fine, ma scorgevi che la radice era unita alla terra; era l’immagine della natura divina, unita con la terra della vostra umanità. Ai piedi dell’albero, se ben ricordi, vi erano delle spine dalle quali si allontanavano tutti coloro che amavano la propria sensualità e correvano ad un monte di loglio, nel quale ti raffigurai tutti i piaceri del mondo.

Quel loglio pareva grano e non era; perciò molte anime vi perivano dentro di fame, e molte, conoscendo l’inganno del mondo, ritornavano all’albero e passavano sulle spine cioè sulla deliberazione della volontà; la quale deliberazione, prima che sia fatta, è una spina che pare all’uomo di trovare nel seguire la via della verità. Sempre si combattono, la coscienza da un lato, dall’altro la sensualità. Ma appena la coscienza, con odio e dispiacimento di sé, delibera virilmente dicendo: Io voglio seguire Cristo crocifisso, rompe subito la spina e trova dolcezza inestimabile, come allora ti mostrai; e la trovano essi, chi più e chi meno, secondo la propria disposizione e sollecitudine.

Ti dissi pure: Io sono il vostro Dio immutabile, né mi sottraggo a veruna creatura, che voglia venire a me. Ho mo­strato agli uomini la verità, facendomi loro visibile, mentre io sono invisibile, ed ho mostrato loro che cosa sia amare una cosa senza di me. Ma essi, accecati dalla nuvola dell’amore disordinato, non conoscono né me né se stessi. Vedi come sono nell’inganno; vogliono prima morire di fame che passare un poco sulle spine!

Non possono fuggire, per liberarsi della pena, perché nessuno passa in questa vita senza croce, tolti quelli che ten­gono per la via di sopra; non è che essi passino senza pena, ma la pena è loro di refrigerio. E siccome per il peccato il mondo germinò spine e triboli, e si formò questo fiume e mare tempestoso, perciò vi diedi il ponte, affinché non anneghiate.

Così ti ho mostrato che essi si ingannano col timore disordinato, e che io sono loro Dio, che non muto e non sono accettatore di persone, ma del santo desiderio. E questo ti ho pure insegnato nella figura dell’albero.

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