Una poesia-preghiera scritta da me! “In ogni istante ti desidero e ti cerco mio Dio, incarnati in me!”

 

(Questa è una poesia-preghiera scritta da me! Sarà piena di errori di forma ma la pubblico lo stesso.)

 

IN OGNI ISTANTE TI DESIDERO E TI CERCO MIO DIO, INCARNATI IN ME!

 

In ogni istante ti desidero e ti cerco mio Dio.

Cerco la tua Presenza perfetta, il tuo amore infinito, la tua misericordia senza fine.

I miei occhi ti vogliono vedere, le mie mani ti vogliono toccare

perché il mio cuore e la mia anima ti vogliono gustare!

Mio Salvatore sei il balsamo per il mio cuore ferito,

sei la medicina per il peso del mio peccato. Consolami, Salvami!

Presenza eterna, invisibile ma reale più di tutto ciò che è visibile, Tu sei la Vita che non muore, sei la fiamma vivente che fa esistere ogni cosa, sei Fuoco!

Trafiggi il mio cuore duro e meschino! Brucialo con il tuo Amore! Infiammalo!

Entra nel mio intimo, INCARNATI in me affinchè possa vedere con il tuo sguardo casto, parlare con la tua dolcezza, amare con il tuo cuore puro, pensare con la tua mente innocente, soffrire con il tuo amore paziente!

Mio Dio, mio Signore, ti sei fatto carne per venire a dimorare in noi miseri peccatori, per purificarci, santificarci e farci gustare la vera pace che solo la tua compagnia può dare!

O mio Gesù, con te tutto, senza te niente!

Fa che ogni istante della mia vita sia uno stare alla tua presenza, fa che sia una preghiera incessante!

Tu sei pura grazia, tutto il resto è menzogna!

 

Andrea Martegani

 

 

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori : “Chi prega si salva, chi non prega si danna” DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA – SENZA LA PREGHIERA È IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI

 

«DEL GRAN MEZZO DELLA PREGHIERA»
di S. Alfonso M. De’ Liguori

 

DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA
I. – LA PREGHIERA È NECESSARIA ALLA SALUTE, DI NECESSITA DI MEZZO.

Fu già errore dei pelagiani il dire, che l’orazione non è necessaria a conseguire la salute. Diceva l’empio loro maestro Pelagio, che l’uomo in tanto solamente si perde, in quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa! diceva Santo Agostino: «Pelagio d’ogni altra cosa voleva trattare, fuorché dell’orazione» (De natura et orat. c. XVII), ch’è l’unico mezzo, come teneva ed insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che scrisse già S. Giacomo: «Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso» (Gc 1,5).Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, né mai stancarsi(Lc 18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt 26,41).Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, orate,come vogliono comunemente i teologi, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo diceva, che questi testi s’intendevano non già dell’orazione, ma solamente della necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il bene operare: ma questo fu suo errore e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessio, «non potersi negare senza errare nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constando evidentemente dalle Scritture, essere l’orazione l’unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salute» (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9). La ragione è chiara. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene. Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compire, ma niente potete fare. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia, neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l’Apostolo: Da per noi neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5).Se dunque non possiamo neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci significano tante altre Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6). Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie leggi, e le pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I: «Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare». Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: «Se alcuno avrà detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo, l’uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la grazia della giustificazione, sia scomunicato» (Sess. 6, can. 3). L’autore dell’Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così conservare il loro essere; ma l’uomo poi l’ha formato in tal stato, che esso solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l’uomo è affatto impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia. Ma questo aiuto della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo concede se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: «Crediamo che niuno giunga a salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi la salute, se non è da Dio aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera»(De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto dall’altra che tale soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute? È vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione alla fede, alla penitenza, dice S. Agostino, che Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo tiene poi per certo che le altre grazie (e specialmente il dono della perseveranza) non si concedono se non a chi prega (De Dono pers. c. 16). Ond’è che i teologi comunemente con san Basilio, san Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo: «Dopo il battesimo poi è necessaria all’uomo una continua orazione, affine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente» (3 p. q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l’Angelico, della necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell’agone non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi(1 Tm 2,5). All’incontro senza l’aiuto divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto divino solo per l’orazione si concede; dunque senza orazione non v’è salute. Che poi l’orazione sia l’unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo conferma più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo che ilSignore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi, vuol donarcele non per altro mezzo che per l’orazione (2, 2.ae, q. 83, 2).E lo stesso scrisse S. Gregorio: «Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che Dio avanti i secoli dispone loro di dare» (Lib. i. Dial.cap. 8). Non già, dice S. Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha stabilito il Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie i alla salute per mezzo della preghiera, dicendo:“Chiedete ed otterrete, cercate, e troverete” (Matth. 7,7). Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18).Il Signore, dice S. Agostino, bene desidera e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuol dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli si protesta con dire: «Chiedete ed otterrete». Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Siccome l’umore è necessario alle piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l’orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: «siccome il corpo senza dell’anima non può vivere, così l’anima senza l’orazione è morta, e manda cattivo odore» (De or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama anche l’orazione cibo dell’anima perché «senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza l’orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l’anima» (De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri, denotano l’assoluta necessità, ch’essi insegnano d’esservi in pregare per conseguire la salute.

II. – SENZA LA PREGHIERA È IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI.

L’orazione inoltre è l’arma più necessaria per difenderci dai nemici: chi di questa non s’avvale, dice S. Tommaso, è perduto. Non dubita il Santo di ritenere che Adamo cadde perché non si raccomandò a Dio allora che fu tentato (P. I. q. 94, a. 4). E lo stesso scrisse S. Gelasio parlando degli angeli ribelli: «Che cioè ricevendo invano la grazia di Dio, senza pregare non seppero rimanere fedeli» (Epist. adversus Pelag. haeret.). San Carlo Borromeo in una lettera Pastorale (Litt. pastor. De or. in com.) avverte, che tra tutti i mezzi che Gesù Cristo ci ha raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla preghiera: ed in ciò ha voluto che si distinguesse la sua Chiesa e Religione dalle altre sette, volendo che ella si chiamasse specialmente casa d’orazione. La casa mia sarà chiamata casa d’orazione (Mt 21,13). Conclude S. Carlo nella suddetta lettera, che la preghiera è il principio, il progresso e il complemento di tutte le virtù. Sicché nelle tenebre, nelle miserie e nei pericoli, in cui ci troviamo (diceva re Giosafat) non abbiamo in che altro fondare le nostre speranze, che in sollevare gli occhi a Dio e dalla sua misericordia impetrare colle preghiere la nostra salvezza (2 Cron 20,12). E così anche praticava Davide; non trovando altro mezzo per non esser preda dei nemici, che pregare continuamente il Signore a liberarlo dalle loro insidie:«Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore perché Egli trarrà dal laccio i miei piedi (Sal 24,15). Sicché altro egli non faceva che pregare dicendo: «A me volgi il tuo sguardo, e abbi pietà di me, perché io son solo e son povero» (Ibid. 24,16). «Gridai a te: dammi salute affinché osservi i tuoi precetti» (Sal 118,146).Signore, volgete a me gli occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi: mentre io non posso niente, e fuori di Voi non ho chi possa aiutarmi. Ed infatti come potremmo noi resistere alle forze dei nostri nemici, ed osservare i divini precetti, specialmente dopo il peccato di Adamo, che ci ha resi così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo dell’orazione, per cui possiamo già dal Signore impetrare la luce e la forza bastante per osservarli? Fu già bestemmia quella che disse Lutero, cioè che dopo il peccato di Adamo sia assolutamente impossibile agli uomini l’osservanza della divina legge. Giansenio ancora disse che alcuni precetti ai giusti erano impossibili secondo le presenti forze che hanno. E sin qui la sua proposizione avrebbe potuto spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla Chiesa per quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la grazia divina a renderli possibili. È vero, dice S. Agostino, che l’uomo per la sua debolezza non può già adempiere alcuni precetti con le presenti forze e con la grazia ordinaria, ossia comune a tutti; ma ben può con la preghiera ottenere l’aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: «Iddio non comanda cose impossibili, ma nel comandare ti avvisa di fare quel che puoi, e chiedere quel che non puoi, ed aiuta affinché tu lo possa» (De nat. et grat. cap. XLIII). È celebre questo testo del Santo, che poi fu adottato e fatto dogma di fede dal Concilio di Trento (Sess. VI, cap. II). Ed ivi immediatamente soggiunse il santo Dottore: «Vediamo in che modo… (cioè, come l’uomo può fare quel che non può). Per mezzo della medicina potrà quello che non può per la sua infermità» (Ibid. cap. LXIX). E vuol dire che con la preghiera otteniamo il rimedio alla nostra debolezza; poiché pregando noi, Iddio ci dona la forza a far quel che noi non possiamo. Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che il Signore, abbia voluto imporci l’osservanza della legge, e che poi ci abbia imposto una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutti i suoi precetti, egli ci ammonisce a far le cose difficili con l’aiuto maggiore che possiamo impetrare per mezzo della preghiera (Sess. VI, cap. LXIX). Ma perché, dirà taluno, ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, affinché noi attendiamo ad ottenere con l’orazione l’aiuto per fare ciò che non possiamo (De gr. et lib. arb. c. 16). E in altro luogo: «La legge fu data affinché domandassimo la grazia; la grazia fu donata, affinché fosse adempita la legge»(De sp. et lit. c. 19). La legge non può osservarsi senza la grazia; e Dio a questo fine ha dato la legge, affinché noi sempre lo supplicassimo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: «La legge è buona per chi ne usa legittimamente. Che vuol dire dunque servirsi legittimamente della legge?» (Serm. 156). E risponde: «riconoscere per mezzo della legge la propria infermità e domandare il divino aiuto onde conseguire la salute» (Serm. 156). Dice dunque S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla, affinché poi impetriamo, col pregare, l’aiuto divino che sana la nostra debolezza. Lo stesso scrisse S. Bernardo, dicendo: «Chi siamo noi, e qual è la nostra forza che possiamo resistere a tante tentazioni? Questo certamente ricercava Iddio che, vedendo noi la nostra debolezza, e che non abbiamo in pronto altro aiuto, ricorressimo con tutta umiltà alla sua misericordia» (Serm. v. De Quadrag.). Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili e per esercitarci alla confidenza: e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi con la preghiera otteniamo dalla sua misericordia l’aiuto a resistere. Specialmente, si avverta che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce: ci fa scordare di tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere ancora le verità della fede, quasi perdere anche il timore dei castighi divini: poiché ella si congiura con l’inclinazione naturale, che con somma violenza ne spinge ai piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L’unica difesa contro questa tentazione è la preghiera; dice S. Gregorio Nisseno: «L’orazione è il presidio della pudicizia» (De or. Dom. I.). E lo disse prima Salomone: ‘Tosto ch’io seppi come non poteva essere continente se Dio non mel concedeva, io mi presentai al Signore, e lo pregai” (Sap 8,21). La castità è una virtù che non abbiamo forza di osservare se Dio non ce la concede, e Dio non concede questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la domanda certamente l’otterrà. Pertanto dice S. Tommaso contro Giansenio, che non dobbiamo dire essere a noi impossibile il precetto, poiché quantunque non possiamo noi osservarlo con le nostre forze, lo possiamo nondimeno con l’aiuto divino (1, 2, q. 109, a. 4, ad 2). Né dicasi, che sembra un’ingiustizia il comandare ad uno zoppo che cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è ingiustizia, sempre che gli sia dato il modo di trovare rimedio al suo difetto; onde se egli poi segue a zoppicare, la colpa è sua (De perfect. iust. c. III). Insomma, dice lo stesso santo Dottore, che non saprà mai vivere bene chi non saprà ben pregare (S. 55. in app.). Ed all’incontro, dice S. Francesco d’Assisi, che senza orazione non può sperarsi mai alcun buon frutto in un’anima. A torto dunque si scusano quei peccatori che dicono di non aver forza di resistere alla tentazione. Ma se voi, li rimprovera S. Giacomo, non avete questa forza, perché non la domandate? Voi non l’avete, perché non la cercate (Gc 4,2). Non vi è dubbio, che noi siamo troppo deboli per resistere agli assalti dei nostri nemici, ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice l’Apostolo, e non permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze: “Ma fedele è Dio, il quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinché possiate sostenere”(1 Cr 10,13). Commenta Primasio: «Con l’aiuto della grazia farà provenire questo, che possiate sopportare la tentazione». Noi siamo deboli, ma Iddio è forte: quando noi gli domandiamo l’aiuto, allora egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente vi prometteva lo stesso Apostolo dicendo: “Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio conforto” (Fil 4,13). «Non ha scusa dunque, dice S. Giovanni Crisostomo, chi cade perché trascura di pregare, poiché se avesse pregato, non sarebbe restato vinto dai nemici» (Serm. De Moyse).

Sant’Efrem il Siro – Preghiera al Cristo sofferente –

 

Preghiera al Cristo sofferente

 

Cado alle tue ginocchia ,Signore, per adorarti; 
ti rendo grazie, Dio di bontà; t’imploro, Dio di santità.

Davanti a te, piego le ginocchia.

Tu ami gli uomini e io ti glorifico, o Cristo, Figlio

unico e Signore di tutte le cose, che solo sei senza

peccato: hai voluto subire, per me peccatore e indegno, 
la morte, e la morte di croce.
In tal modo hai liberato le anime dai lacci del male.

Che cosa ti darò in cambio, Signore, per tanta bontà?

Gloria a te, o amico degli uomini!

Gloria a te, misericordioso!

Gloria a te, longanime!

Gloria a te, che assolvi i peccati!

Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!

Gloria a te, che ti sei fatto carne nel seno della Vergine!

Gloria a te, che fosti legato!

Gloria a te, che fosti flagellato!

Gloria a te, che fosti schernito!

Gloria a te, che fosti inchiodato alla croce!

Gloria a te, che fosti seppellito e sei resuscitato!

Gloria a te, che fosti predicato agli uomini, e in te essi hanno creduto!

Gloria a te, che sei salito al cielo!

Gloria a te, che sei seduto alla destra del padre: 
ritornerai con la maestà del Padre e con i santi angeli,

per giudicare in quell’ora spaventosa e terribile

tutte le anime che hanno disprezzato la tua santa Passione.

Le potenze del cielo saranno scosse; tutti gli Angeli,

gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini appariranno

con timore e tremore davanti alla tua gloria:

le fondamenta della terra vacilleranno e tutto ciò che

ha un’anima fremerà davanti alla tua maestà sovrana.

In quell’ora, la tua mano mi ripari sotto le tue ai:

per salvare l’anima mia dal fuoco terribile, dallo stridore

di denti, dalle tenebre esteriori e dalle lacrime eterne.

Che io possa glorificarti cantando:

Gloria a colui che si è degnato di salvare il peccatore

con la sua misericordia bontà.

(Sant’Efrem il Siro 306-373)

 

PIETER VAN DER MEER, diario di un convertito “Ora vivo nell’attesa e prego: Padre, ogni cosa è bella perché tutto è amore!”

Lo scrittore olandese Pieter van der Meer, amico e confidente di Léon Bloy (1846-1917) e del Maritain (1882-1972), molto legato al grande pensiero cristiano francese della prima metà di questo secolo,  convertitosi al cattolicesimo, attraversò periodi di crisi violentee si chiedeva che cosa fare per trovare la pace.

Pieter Van der Meer, Diario di un convertito, Milano 1969, Pag. 148-149. 202:

Pellegrinaggio di un’anima

In attesa Scruto l’anima come un dannato

“Solo, col cuore che sanguina e con l’anima che piange”

Forse è meglio non cercare, non riflettere, vivere senza problemi, senza la tortura di questi eterni quesiti che non hanno risposta: meglio vivere da bestia soddisfatta.

Ho l’anima lacerata dall’incertezza. Posso chiamare bianco il nero, ridermi delle cose sacre, prenderle in ridicolo: nulla me Io impedisce. Mi compiaccio di questi cattivi pensieri e vorrei possedere la purezza di un bambino. Quale tormento non sapere a chi chiedere, dove trovare un medico per l’intelligenza e per il cuore!

Sciocchezze. La vita è un gioco da prendere sorridendo. Ecco il solo mezzo per non disperare.

Che cosa sono la felicità, questo nostro bambino che cresce? Gran belle cose, senz’altro: ci aiutano e ci danno forza. Ma perché non mi danno tanta forza di modo che possa scacciare questa crudele inquietudine e questo problema che continuamente mi tormenta? Perché Vivo?

Non accade nulla: nulla che mi interessi. Vivo nell’attesa. Da sempre, la mia vita è attesa di qualcosa, d’una catastrofe, d’una gioia, di qualcosa che sia grande e bello… Non ho avuto l’ambizione o il desiderio di occupare una carica, un posto di responsabilità. Vivo per qualcosa d’altro. Non so che cosa sia quest’altro, ma vivo nell’attesa di qualcosa.

Ho visto diversi amici, ho parlato con persone di cultura, ma non ho imparato nulla. Io cerco le verità fondamentali e queste persone invece accettano la vita in modo passivo.

Chi sono io? Io e tutti gli altri che, mai soddisfatti come me, spingiamo sogni e desideri verso mondi sconosciuti? Cerchiamo forse qualcosa che abbiamo perduto?

Perché non mi accontento di quanto sta davanti a me, vero, palpabile, reale? Perché il mio spirito invoca l’Infinito, l’Eternità? È stupido cercare una risposta, si perde tempo. Ma perché allora questi problemi mi assalgono furiosi come una tempesta?

La nostra vita non dura più di un attimo, portiamo nel cuore la tempesta selvaggia delle passioni, siamo torturati dai desideri e dalla speranza, vogliamo raggiungere l’impossibile e tenerlo ben fermo tra le mani. Interroghiamo il passato, leggiamo quello che gli uomini hanno scritto, ma non comprendiamo. Interroghiamo la terra ‘ il cielo, gli astri, gli abissi dello spazio e gli abissi dell’anima; piangiamo di nostalgia e di compassione davanti ad ogni cosa bella, compiamo gesti di passione ardente e poi, all’improvviso, restiamo freddi, immobili. Più nulla, più nulla…

Tutte le strade sono mie, ma sento in me l’incertezza. Contemplo questa tragica bellezza di creatura abbandonata, mi accorgo di vivere come un re in esilio cosciente della sua forza e della sua debolezza, tremo di estasi e di spavento quando guardo la Via Lattea, nutro la mia disperazione con la certezza che non potrà mai liberarmi dalla materia che mi tiene prigioniero, e tremo. Dove troverà la terra promessa della felicità e della pace?

Una lama di luce

Ho visitato Notre-Dame: è tutta bella. Belli i portali pieni di ombra, le torri potenti, la nobile magnificenza delle proporzioni armoniose e audaci, la gravità di sapersi casa di Dio. Ogni forma architettonica racchiude un’idea: ho capito in questa chiesa che cosa è la dirittura interiore, il legame tra bontà visibile e mondo spirituale… Non c’era nessuno nella chiesa. Dall’alto degli archi, già nascosti dall’ombra, scendeva sulla mia anima inquieta una stranissima pace.

Ora sono solo: mi siedo e penso. Non capisco nulla della vita. Se Dio non esiste, se l’idea di Dio è stata creata dall’uomo per il bisogno di vincere la solitudine, ripudiare e calpestare le gioie della vita è ridicolo e assurdo. Ma qui, in questo convento, trovo tranquillità e pace, sento che i pensieri si volgono all’anima, capisco che la mia vita e quella di uomini come me è un’esistenza caotica, cieca e senza meta: qui capisco che fino ad oggi sono vissuto per cose effimere, che mi sono accontentato di ciò che passa.

Le parole non bastano a descrivere quello che ho provato e quanto ancora brucia in me di luce forte edolce. Ho intravisto un abisso, un vortice luminoso e accecante. Penso alla fede e capisco che essa è nemica del dubbio e delle questioni inutili. Mi pare di udire una voce: tieni in alto i pensieri e sii pronto. La luce può manifestarsi nel momento più buio della disperazione e perciò conquistarci sull’orlo della felicità. Sii vigilante.

Ho paura; il palazzo della mia gioia trema dalle fondamenta: questa mia emozione non è forse frutto della bellezza? Non mi sono forse lasciato commuovere da un magnifico poema? E se queste mie parole non fossero altro che il vestito esteriore di un sogno bello ma vano e inutile?

Questo mio spirito ha sete di certezza, vuole una realtà che Io soddisfi in tutto. Potrà lddio appagarmi?…

Dio è il desiderio che l’uomo ha dell’infinito, del belIo, del sublime. Dio esiste soltanto nella mente dei sognatori e delle anime semplici. Ma perché allora sentiamo la nostalgia di vette inaccessibili? Perché questo interrogativo ci tortura? Chi ha posto nel nostro spirito questa domanda, chi ci fa sentire il desiderio inderogabile d’una risposta? Se il mondo è materia, di dove hanno origine l’intelligenza e questa furiosa ricerca di una soluzione?

Mi fanno impressione la gioia e il rispetto con cui nostro figlio entra in chiesa. 1 suoi occhi di fanciullo si posano su tutto e vogliono la spiegazione di ogni particolare. Qualche giorno fa mi disse: « Papà, perché noi non ci inginocchiamo mai? ».

Ciò che non è Dio non dà gioia all’uomo: è passatempo, superficialità, menzogna; non accontenta il nostro sentimento né il nostro desiderio di Bellezza. Ho conosciuto in questo albergo una strana signora non più giovane: viene dall’America e una sera, seduta al mio tavolo, m’ha raccontato la sua vita. Non ha amici né parenti… ma si, un amico Io possiede, ben prezioso, e me Io mostra: il libretto degli assegni. Dice di annoiarsi… Viaggia senza meta, spinta dall’inquietudine, senza gioia.

Ecco perché ho speranza

Non penso al denaro, non desidero essere riverito, non bramo il piacere. Che cosa voglio dunque? Il lavoro, la bellezza e quelle ore di calma durante le quali, come bambino spaurito, cerco il significato del mondo: sono le uniche realtà che fanno tacere la mia inquietudine. Talvolta mi sento abbagliato da una luce improvvisa. Ecco perché ho speranza.

Mi pare di contemplare l’anima in uno specchio e di camminare oltre questa porta, verso l’eternità divina. Il mio cuore è un incendio, soffro, eppure provo una grande gioia: il pensiero corre ai miei morti, scruta la terra, la vita, gli spazi infiniti; l’inquietudine si placa, posseggo per un attimo la certezza, ho fiducia, mi sento vicino all’Assoluto.

Chi ha ragione? Queste donne che hanno rinunziato a quanto noi stimiamo indispensabile -amore, libertà, figli, gloria -, che si sono consacrate a Dio, che allontanano il desiderio che sempre rinasce, che pregano e cantano la gloria dell’Essere invisibile? Oppure noi che nella dispersione di ogni giorno gridiamo con pianto disperato, noi che attendiamo nel domani il compiersi della nostra speranza, che soffochiamo l’angoscia con gioie raffinate, che ci accechiamo alla luce cruenta del mondo visibile?

Alcuni giorni orsono, mentre ero nella  chiesa delle Benedettine, ho sentito un tuffo al cuore: Dio esiste, immenso, eterno, principio e fine di ogni cosa; in quel momento avevo la certezza che un giorno tutto sarà armonia, sentivo fiducia e gioia.

La vita è buia e impenetrabile. Non posso liberarmi dal tormento che distrugge la certezza, eppure sento che la forza della fede cattolica s’impadronisce del mio cuore. Questa fede mi fa vedere Dio, mi libera dalla materia, rompe le mie catene, porta Io spirito come aquila verso la luce. Dio mio, non è possibile che tutto sia inutile, che la vita sia un sogno della nostra fantasia: si, Dio esiste, Dio è il centro del mondo.

Voglio trovare Dio oltre le parole.

Mi piacciono gli uomini che cercano, quelli che indagano, gli uomini che non si accontentano delle cose comuni, che gridano verso Dio.

So che cos’è questa follia di grandezza. Non mi accontento della vita di tutti i giorni. Io voglio Dio.

Ecco la salvezza: credere che la vita ha un senso, credere che è basata su di un solido fondamento. Colui che vive nel raccoglimento e che non si lascia stordire dalle cose e dagli uomini, colui che guarda al di là delle apparenze deve convincersi dell’esistenza di un Principio, deve accettare l’ordine, la presenza dello Spirito di Dio. Io ho provato la calma di questi momenti di certezza; sento, sulle rovine del cuore, il grido di questa indistruttibile speranza.

Quanto deve essere profonda la gioia di colui che, all’improvviso, dopo aver camminato a lungo e cercato la pace inutilmente, capisce che lui pure è figlio di un Padre che Io conosce e che Io ama, e non un atomo sperduto nell’immensità dello spazio! Quest’uomo camminava disperato nel vuoto, e ora la coscienza gli dice con parole di fuoco che la sua vita non è inutile, che Dio Io vede, che Gesù Io ama, che la sua angoscia è compresa e amorevolmente seguita da una mano divina.

Accetto. Voglio la verità. Il mio spirito è conquistato da queste cose meravigliose. Come uomo non capisco, ma l’anima sente. Mi abbandono a Dio.

Mi pare di destarmi da un sogno: dopo lungo errare attraverso la notte vuota e oscura, ho ritrovato l’anima. Recito il Pater, e al suo confronto tutta la scienza dell’uomo mi pare vuota e assurda. L’anima ha fame, e la semplice preghiera insegnata da Gesù ha il potere di saziarla. Traccio il segno di Croce, e sento in me la pace. Non capisco, non so spiegare, ma questa è la realtà. Mi sento infinitamente debole e immensamente grande. Ero arido al pari della terra bruciata, ed ecco che la pioggia benefica mi irrora. Che cosa ho fatto per meritare questo dono? Perché è stato concesso a me e alla mia famiglia e non ad altri? Ho cercato a lungo una risposta ai problemi e non ho capito questa semplice verità: basta mettersi in ginocchio, offrire il cuore a Dio e ogni mistero si fa luminoso come il sole.

Tutto è mutato in me. Quello che prima giudicavo degno di grande attenzione ora non mi interessa più. Ripenso al tempo passato e non mi riconosco: ero io l’infelice, l’inquieto che cercava con ansia e che giocava con la sua angoscia perché non trovava pace? Ero io l’ignorante che tentava di saziare la sua fame di Dio con cibi terreni e che ingannava se stesso con menzogne nutrite d’orgoglio? Si, ero proprio io. La disperazione mi faceva sanguinare, gli uomini che incontravo mi davano la sensazione del caos, eppure giudicavo la religione come il sogno fatuo, sorpassato e inutile, di uomini fuori tempo, e mi credevo generoso e sapiente perché ero disposto ad accordare diritto di cittadinanza a tutte le idee. Ero ridicolo e cieco. Ora invece vedo. Sono in ginocchio e inizio così la mia nuova vita.

PIETER VAN DER MEER (1880-1970) è stato una delle più forti figure della rinascita cattolica olandese contemporanea. Dopo una giovinezza scettica, ma nella costante ricerca di valori autentici, l’ansia di superare le sue inquietudini e il desiderio di una completa certezza lo spinsero alla fede cattolica e alla conversione. La sua straordinaria avventura spirituale è proposta in intense pagine di arnore e di fede che costituiscono la nurnerosa raccolta dei suoi scritti, tra,i quali sono stati pubblicati dalle Edizioni Paoline: La verità vi renderà liberi (1973); Diario di un convertito (19757), dal quale vengono estratti i seguenti brani; Uomini e Dio (19757); Il paradiso bianco (1975 2 ); Tutto è amore (1974′); La Terra e il Regno (1975′.).

 

«Sono colei che sono nella Trinità divina» rivelazione dell’ Assunzione di Maria a Cornacchiola e ai suoi figli.

«SONO LA VERGINE DELLA RIVELAZIONE»

A un tratto la Bella Signora incomincia a parlare, dando inizio a una lunga rivelazione. Si presenta immediatamente: «Sono colei che sono nella Trinità divina… Sono la Vergine della Rivelazione… Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!» . Bruno ricorda che la voce della Bella Signora era «così melodiosa, sembrava una musica che entrava dentro gli orecchi; la sua bellezza nemmeno si può spiegare, la luce, smagliante, qualcosa di straordinario, come se il sole fosse entrato dentro la grotta». La conversazione è lunga; dura un’ora e venti minuti circa. Gli argomenti toccati dalla Madonna sono molteplici. Alcuni riguardano direttamente e personalmente il veggente. Altri riguardano la Chiesa intera, con un particolare riferimento ai sacerdoti. Poi c’è un messaggio da consegnare personalmente al papa. A un certo punto la Madonna muove un braccio, il sinistro, e punta l’indice verso il basso…, indicando qualcosa ai suoi piedi… Bruno segue con l’occhio il gesto e vede per terra un drappo nero, una veste talare da prete e accanto una croce spezzata. «Ecco» , spiega la Vergine , «questo è il segno che la Chiesa soffrirà, sarà perseguitata, spezzata; questo e il segno che i miei figli si spoglieranno… Tu, sii forte nella fede!…» . La celeste visione non nasconde al veggente che lo attendono giorni di persecuzione e di prove dolorose, ma che lei lo avrebbe difeso con la sua materna protezione. Poi Bruno viene invitato a pregare molto e a far pregare, recitare il rosario quotidiano. E specifica in particolare tre intenzioni: la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. E gli rivela il valore delle Ave Maria ripetute nel rosario: « Le Ave Maria che voi dite con fede e con amore sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù». Gli fa una bellissima promessa: « Io convertirò i più ostinati con prodigi che opererò con questa terra di peccato» . E per quanto riguarda uno dei suoi celesti privilegi che il veggente combatteva e che ancora non era stato definito solennemente dal Magistero della Chiesa (lo sarà tre anni dopo: il messaggio personale al papa riguardava forse questa proclamazione?…), la Vergine , con semplicità e chiarezza, gli toglie ogni dubbio: «Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso» . Con queste parole Maria si presentava anche come Assunta in Cielo in anima e corpo. Ma occorreva dare al veggente la certezza che quella esperienza che stava vivendo e che tanto avrebbe inciso nella sua vita non era una allucinazione o un incantesimo, e tanto meno un inganno di Satana. Per questo gli dice: «Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale, come molti ti vorranno far credere. E questo è il segno: dovrai andare per le chiese e per le vie. Per le chiese al primo sacerdote che incontrerai e per le strade a ogni sacerdote che incontrerai, tu dirai: “Padre, devo parlarle!”. Se costui ti risponderà: “Ave Maria, figliolo, cosa vuoi, pregalo di fermarsi, perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e ubbidiscilo; ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: «Quello fa per il caso tuo”» . Continuando, la Madonna lo esorta a essere «prudente, ché la scienza rinnegh erà Dio » , quindi gli detta un messaggio segreto da consegnare personalmente alla «Santità del Padre, supremo pastore della cristianità», accompagnato però da un altro sacerdote che gli dirà: «Bruno, io mi sentolegato a te». «Poi la Madonna », riferisce il veggente, «mi parla di ciò che sta avvenendo nel mondo, di quello che succederà nell’avvenire, come va la Chiesa , come va la fede e che gli uomini non crederanno più… Tante cose che si stanno avverando adesso… Ma molte cose si dovranno avverare…». E la celeste Signora lo conforta: «Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere» . Al termine dell’incontro, la Madonna fa un inchino e dice a Bruno: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Ecco, prima di andare via io ti dico queste parole: la Rivelazione è la Parola di Dio, questa Rivelazione parla di me. Ecco perché ho dato questo titolo: Vergine della Rivelazione» . Poi fa alcuni passi, si gira ed entra dentro la parete della grotta. Termina allora quella grande luce e si vede la Vergine che si allontana lentamente. La direzione presa, andando via, è verso la basilica di S. Pietro. Carlo è il primo a riaversi e grida: «Papà, si vede ancora il manto verde, il vestito verde!», ed entrando di corsa nella grotta: «Io la vado a prendere!». Si trova invece a sbattere contro la roccia e comincia a piangere, perché ha urtato le mani contro di essa. Poi tutti riprendono i sensi. Per qualche attimo rimangono sbalorditi e silenziosi. «Povero papà», ha scritto tempo dopo Isola nel suo quaderno di ricordi; «quando la Madonna se ne è andata, era pallido e noi stavamo attorno a lui a chiedergli: “Ma chi era quella Bella Signora? Che ha detto?”. Egli ci ha risposto: ” La Madonna ! Dopo vi dirò tutto”». Ancora sotto shock, Bruno molto saggiamente domanda separatamente ai bambini, cominciando da Isola: «Tu, cosa hai visto?». La risposta corrisponde esattamente a ciò che ha visto lui. La stessa cosa risponde Carlo. Il più piccolo, Gianfranco, non conoscendo ancora il nome dei colori, dice soltanto che la Signora aveva un libro in mano per fare i compiti e… masticava la gomma americana… Da questa espressione, Bruno si rende conto che lui solo aveva inteso ciò che la Madonna aveva detto, e che i bambini avevano avvertito soltanto il movimento delle labbra. Allora dice loro: «Beh, facciamo una cosa: puliamo dentro la grotta perché quello che abbiamo visto è qualcosa di grande… Però non lo so. Adesso stiamo zitti e puliamo dentro la grotta». È sempre lui che racconta: «Si prendono tutte quelle porcherie e si gettano dentro i cespugli di spine… ed ecco che la palla, andata nella scarpata verso la strada dove si ferma l’autobus 223, improvvisamente riappare dove noi avevamo pulito, dove c’erano tutte quelle porcherie di peccato. La palla è lì, per terra. Io la prendo, la metto sopra quel taccuino dove io avevo scritto i primi appunti, ma non ero riuscito a terminare ogni cosa. «All’improvviso, tutta quella terra che noi abbiamo pulito, tutta quella polvere che abbiamo innalzato, profumava. Che profumo! Tutta la grotta… Toccavi le pareti: profumo; toccavi per terra: profumo; ti allontanavi: profumo. Insomma, ogni cosa lì profumava. Io mi asciugavo gli occhi dalle lacrime che mi scendevano e i bambini contenti, gridavano: “Abbiamo visto la Bella Signora !”». «Beh!… come già vi ho detto, stiamo zitti, per ora non diciamo nulla!», ricorda il papà ai bambini. Poi si siede su un masso fuori dalla grotta e mette per iscritto frettolosamente quanto gli è accaduto, fissa le sue prime impressioni a caldo, ma terminerà a casa il lavoro completo. Ai bambini che lo stanno guardando dice: «Vedete, papà vi ha sempre detto che dentro quel tabernacolo cattolico non c’era Gesù, che era una bugia, un’invenzione dei preti; adesso vi faccio vedere dove sta. Andiamo giù!». Tutti si rimettono i vestiti tolti per il caldo e per giocare e si dirigono verso l’abbazia dei padri trappisti. Ma prima di lasciare la grotta, Bruno toglie di tasca il suo temperino e con quello incide sulla parete esterna queste parole: «In questa grotta, il 12 aprile 1947, la Vergine del la Rivelazione è apparsa al protestante Bruno Cornacchiola e ai suoi figli».

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