Dio Padre rivela a Santa Caterina da Siena: “La gloria dei Beati e dei Santi in Paradiso!” “Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene!”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza: le rivelazioni di Dio Padre a Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 41

La gloria dei beati.

Parla Dio Padre:

“Anche l’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell’amore, non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù, ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me, e con tale misura le viene misurato il premio. Sempre mi desidera e sempre mi ama, onde il suo desiderio non è vuoto; ma sebbene abbia fame, è saziato, e saziato ha fame; e tuttavia è lungi il fastidio della sazietà, come è lungi la pena della fame.

Nell’amore i beati godono dell’eterna mia visione, partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene, che io ho in me medesimo. Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato. Essi sono rimasti nella mia carità ed in quella del prossimo; sono stati insieme uniti nella carità comune ed in quella particolare, che esce pure da una medesima carità.

Godono ed esultano, partecipando l’uno del bene dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale, che essi hanno tutti insieme. Godono ed esultano cogli angeli, coi quali sono collocati i santi, secondo le diverse e varie virtù, che principalmente ebbero nel mondo, essendo tutti legati nel legame della carità. Hanno poi una partecipazione singolare di bene con coloro coi quali si amavano strettamente d’amore speciale nel mondo, col quale amore crescevano in grazia, aumentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e lode del mio nome, in sé e nel prossimo. Nella vita eterna non hanno perduto questo affetto, ma l’hanno aggiunto al bene generale, partecipando più strettamente e con più abbondanza l’uno del bene dell’altro.

Non vorrei però che tu credessi che questo bene partico­lare, di cui ti ho parlato, l’avessero solo per sé: non è così, ma esso è partecipato da tutti quanti i gustatori, che sono i cittadini del cielo, i miei figli diletti, e da tutte le creature angeliche. Quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano del bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non è che il vaso di ciascuno possa crescere, né che abbia bisogno di empirsi, poiché è pieno e quindi non può crescere; ma hanno un’esultanza, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si ravvivano in loro, per quanto sono venuti a conoscere di quell’anima. Vedono che per mia misericordia ella è tolta alla terra con la pienezza della grazia, e così esultano in me per il bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà.

E quell’anima gode pure in me, nelle altre anime, e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la bellezza e dolcez­za della mia carità. I loro desideri gridano sempre dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo. Poiché la loro vita finì nella carità dei prossimo, non hanno lasciata questa carità, ma sono passati con essa per la porta del mio Unige­nito Figliuolo, nel modo che ti dirò più sotto. Vedi dunque che essi restano con quel legame dell’amore, col quale finì la loro vita: esso resta e dura per tutta l’eternità.

Sono tanto conformi alla mia volontà, che non possono volere se non quello che io voglio; poiché il loro libero arbi­trio è legato per siffatto modo col legame della carità che, quando viene meno il tempo di questa vita alla creatura, che ha in sé ragione e che muore in stato di grazia, essa non può più peccare. Ed è tanto unita la sua volontà alla mia che, se il padre o la madre vedessero il figliolo nell’inferno, o il figlio ci vedesse la madre, non se ne curerebbero; anzi sono contenti di vederli puniti come miei nemici. In nessuna cosa si scordano di me; i loro desideri sono appagati. Desiderio dei beati è di vedere trionfare il mio onore in voi viandanti, che siete pellegrini in questa terra e sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore bramano la vostra salute, e perciò sempre mi pregano per voi. Un tale desiderio è sempre adempiuto per parte mia, se voi ignoranti non recalcitraste contro la mia misericordia.

Hanno ancora il desiderio di riavere la dote della loro anima, che è il corpo; questo desiderio non li affligge al presente, ma godono per la certezza che hanno di vederlo appagato: non li affligge, perché, sebbene ancora non abbiano il corpo, tuttavia non manca loro la beatitudine, e perciò non risentono pena. Non pensare che la beatitudine del corpo, dopo la resurre­zione, dia maggiore beatitudine all’anima. Se fosse così, ne ver­rebbe che i beati avrebbero una beatitudine imperfetta, fino a che non riprendessero il corpo; cosa impossibile, perché in loro non manca perfezione alcuna. Non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma sarà l’anima a dare beatitudine al corpo; darà della sua abbondanza, rivestendo nel dì del giudizio la propria carne, che aveva lasciato in terra.

Come l’anima è resa immortale, ferma e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale; perduta la gravezza della materia, diviene sottile e leggero. Sappi che il corpo glorificato passerebbe di mezzo a un muro. Né il fuoco né l’acqua potrebbero nuocergli, non per virtù sua ma per virtù dell’anima, la quale virtù è mia, ed è stata data a lei per grazia e per quell’amore ineffabile col quale la creai a mia immagine e somiglianza. L’occhio del tuo intelletto non è sufficiente a ve­dere, né l’orecchio a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare, il bene loro.

Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che sono ogni bene! Oh, quanto diletto avranno, allorché il loro corpo sarà glorificato! E sebbene manchino di questo bene fino al giorno del giudizio universale, non hanno pena, perché l’anima è piena di felicità in se stessa. Una tale beatitudine sarà poi partecipata al corpo, come ti ho spiegato.

Ti parlavo del bene, che ritrarrebbe il corpo glorificato nell’Umanità glorificata del mio Figlio Unigenito, la quale dà a voi certezza della vostra resurrezione. Esultano i beati nelle sue piaghe, che sono rimaste fresche; sono conservate nel suo corpo le cicatrici, che continuamente gridano a me, sommo ed eterno Padre, misericordia. Tutti si conformano a lui in gaudio e giocondità, occhio con occhio, mano con mano, e con tutto il corpo del dolce Verbo, mio Figlio. Stando in me, starete in lui, poiché egli è una cosa sola con me; ma l’occhio del vostro corpo si diletterà nell’Umanità glorificata del Verbo Unigenito mio Figlio. Perché questo? Perché la loro vita finì nella dilezione della mia carità, e perciò dura loro eternamente.

Non possono guadagnare alcun nuovo bene, ma si godono quello che si sono portato, non potendo fare alcun atto meritorio, perché solo in vita si merita e si pecca, secondo che piace al libero arbitrio della vostra volontà. Essi non aspettano con timore, ma con allegrezza, il giudizio divino; e la faccia del mio Figlio non parrà loro terribile, né piena d’odio, perché sono morti nella carità, nella dilezione di me e nella benevolenza del prossimo. Così tu comprendi come la mutazione della faccia non sarà in lui, quando verrà a giudicare con la mia maestà, ma in coloro che saranno giudicati da lui. Ai dannati apparirà con odio e con giustizia; ai salvati, con amore e misericordia.”

(Dal Dialogo della divina provvidenza, Santa Caterina da Siena)

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Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “La gloria dei Beati e Santi in Paradiso! Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato”

 

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 41

 

La gloria dei beati.

 

Anche l’anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell’amore, non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù, ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me, e con tale misura le viene misurato il premio. Sempre mi desidera e sempre mi ama, onde il suo desiderio non è vuoto; ma sebbene abbia fame, è saziato, e saziato ha fame; e tuttavia è lungi il fastidio della sazietà, come è lungi la pena della fame.

Nell’amore i beati godono dell’eterna mia visione, partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene, che io ho in me medesimo. Con quella misura d’amore con la quale sono venuti a me, con essa viene loro misurato. Essi sono rimasti nella mia carità ed in quella del prossimo; sono stati insieme uniti nella carità comune ed in quella particolare, che esce pure da una medesima carità.

Godono ed esultano, partecipando l’uno del bene dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale, che essi hanno tutti insieme. Godono ed esultano cogli angeli, coi quali sono collocati i santi, secondo le diverse e varie virtù, che principalmente ebbero nel mondo, essendo tutti legati nel legame della carità. Hanno poi una partecipazione singolare di bene con coloro coi quali si amavano strettamente d’amore speciale nel mondo, col quale amore crescevano in grazia, aumentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e lode del mio nome, in sé e nel prossimo. Nella vita eterna non hanno perduto questo affetto, ma l’hanno aggiunto al bene generale, partecipando più strettamente e con più abbondanza l’uno del bene dell’altro.

Non vorrei però che tu credessi che questo bene partico­lare, di cui ti ho parlato, l’avessero solo per sé: non è così, ma esso è partecipato da tutti quanti i gustatori, che sono i cittadini del cielo, i miei figli diletti, e da tutte le creature angeliche. Quando l’anima giunge a vita eterna, tutti parteci­pano del bene di quell’anima, e l’anima del bene loro. Non è che il vaso di ciascuno possa crescere, né che abbia bisogno di empirsi, poiché è pieno e quindi non può crescere; ma hanno un’esultanza, una giocondità, un giubilo, un’allegrezza, che si ravvivano in loro, per quanto sono venuti a conoscere di quell’anima. Vedono che per mia misericordia ella è tolta alla terra con la pienezza della grazia, e così esultano in me per il bene che quell’anima ha ricevuto dalla mia bontà.

E quell’anima gode pure in me, nelle altre anime, e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la bellezza e dolcez­za della mia carità. I loro desideri gridano sempre dinanzi a me per la salvezza di tutto quanto il mondo. Poiché la loro vita finì nella carità dei prossimo, non hanno lasciata questa carità, ma sono passati con essa per la porta del mio Unige­nito Figliuolo, nel modo che ti dirò più sotto. Vedi dunque che essi restano con quel legame dell’amore, col quale finì la loro vita: esso resta e dura per tutta l’eternità.

Sono tanto conformi alla mia volontà, che non possono volere se non quello che io voglio; poiché il loro libero arbi­trio è legato per siffatto modo col legame della carità che, quando viene meno il tempo di questa vita alla creatura, che ha in sé ragione e che muore in stato di grazia, essa non può più peccare. Ed è tanto unita la sua volontà alla mia che, se il padre o la madre vedessero il figliolo nell’inferno, o il figlio ci vedesse la madre, non se ne curerebbero; anzi sono contenti di vederli puniti come miei nemici. In nessuna cosa si scordano di me; i loro desideri sono appagati. Desiderio dei beati è di vedere trionfare il mio onore in voi viandanti, che siete pellegrini in questa terra e sempre correte verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore bramano la vostra salute, e perciò sempre mi pregano per voi. Un tale desiderio è sempre adempiuto per parte mia, se voi ignoranti non recalcitraste contro la mia misericordia.

Hanno ancora il desiderio di riavere la dote della loro anima, che è il corpo; questo desiderio non li affligge al presente, ma godono per la certezza che hanno di vederlo appagato: non li affligge, perché, sebbene ancora non abbiano il corpo, tuttavia non manca loro la beatitudine, e perciò non risentono pena. Non pensare che la beatitudine del corpo, dopo la resurre­zione, dia maggiore beatitudine all’anima. Se fosse così, ne ver­rebbe che i beati avrebbero una beatitudine imperfetta, fino a che non riprendessero il corpo; cosa impossibile, perché in loro non manca perfezione alcuna. Non è il corpo che dia beatitudine all’anima, ma sarà l’anima a dare beatitudine al corpo; darà della sua abbondanza, rivestendo nel dì del giudizio la propria carne, che aveva lasciato in terra.

Come l’anima è resa immortale, ferma e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale; perduta la gravezza della materia, diviene sottile e leggero. Sappi che il corpo glorificato passerebbe di mezzo a un muro. Né il fuoco né l’acqua potrebbero nuocergli, non per virtù sua ma per virtù dell’anima, la quale virtù è mia, ed è stata data a lei per grazia e per quell’amore ineffabile col quale la creai a mia immagine e somiglianza. L’occhio del tuo intelletto non è sufficiente a ve­dere, né l’orecchio a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare, il bene loro.

Oh, quanto diletto provano nel vedere me, che seno ogni bene! Oh, quanto diletto avranno, allorché il loro corpo sarà glorificato! E sebbene manchino di questo bene fino al giorno del giudizio universale, non hanno pena, perché l’anima è piena di felicità in se stessa. Una tale beatitudine sarà poi partecipata al corpo, come ti ho spiegato.

Ti parlavo del bene, che ritrarrebbe il corpo glorificato nell’Umanità glorificata del mio Figlio Unigenito, la quale dà a voi certezza della vostra resurrezione. Esultano i beati nelle sue piaghe, che sono rimaste fresche; sono conservate nel suo corpo le cicatrici, che continuamente gridano a me, sommo ed eterno Padre, misericordia. Tutti si conformano a lui in gaudio e giocondità, occhio con occhio, mano con mano, e con tutto il corpo del dolce Verbo, mio Figlio. Stando in me, starete in lui, poiché egli è una cosa sola con me; ma l’occhio del vostro corpo si diletterà nell’Umanità glorificata del Verbo Unigenito mio Figlio. Perché questo? Perché la loro vita finì nella dilezione della mia carità, e perciò dura loro eternamente.

Non possono guadagnare alcun nuovo bene, ma si godono quello che si sono portato, non potendo fare alcun atto meritorio, perché solo in vita si merita e si pecca, secondo che piace al libero arbitrio della vostra volontà. Essi non aspettano con timore, ma con allegrezza, il giudizio divino; e la faccia del mio Figlio non parrà loro terribile, né piena d’odio, perché sono morti nella carità, nella dilezione di me e nella benevolenza del prossimo. Così tu comprendi come la mutazione della faccia non sarà in lui, quando verrà a giudicare con la mia maestà, ma in coloro che saranno giudicati da lui. Ai dannati apparirà con odio e con giustizia; ai salvati, con amore e misericordia.

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

CAPITOLO 44

Come il demonio inganna le anime sempre sotto colore di bene e come quelli che passano non per il ponte, ma per il fiume, sono ingannati, perché vo­lendo fuggire le pene, vi cadono. Si espone pure la visione di un albero, che una volta ebbe quest’anima.

Ti ho detto che il demonio invita gli uomini all’acqua mor­ta, cioè, a quella che egli ha per sé, accecandoli con le delizie e gli agi del mondo. Li piglia con l’amo del piacere, sotto colo­re di bene, non potendo prenderli in altro modo; perché essi non si lascerebbero prendere, se non vi trovassero qualche bene o diletto, dato che l’anima di sua natura appetisce sempre il bene.

È vero che l’anima, accecata dall’amor proprio, non cono­sce né discerne quale sia il vero bene che possa dare utilità a se stessa e al corpo. Poiché il demonio, da quell’iniquo che è, vedendo l’uomo accecato dall’amor proprio sensitivo, gli propo­ne diversi e vari peccati sotto colore di utilità o di bene, e a ciascuno li presenta secondo il suo stato e secondo quei vizi principali, ai quali lo vede più disposto. Altro presenta al seco­lare, altro al religioso; altro ai prelati, altro ai signori; a ciascu­no sempre secondo il suo stato particolare. Ti dico questo, perché ora voglio parlarti di quelli che s’annegano giù per il fiume; essi non hanno altro rispetto che a se stessi, amandosi fino ad offendermi.

Ti ho già parlato della loro fine; ma ora voglio mostrarti come essi si ingannano, poiché, mentre vogliono fuggire le pene, cadono nelle medesime. Pare loro che a seguire me, cioè a tenere la via del Verbo, Figlio mio, sia gran fatica; e perciò si ritraggono indietro, temendo le spine. Questo avviene, per­ché sono accecati e non vedono né conoscono la verità, come io ti mostrai nel principio della tua vita, quando tu mi pregavi che io facessi misericordia al mondo, togliendo i peccatori dalle tenebre del peccato mortale.

Tu sai che allora io ti mostrai me stesso sotto figura di un albero, del quale non vedevi né principio né fine, ma scorgevi che la radice era unita alla terra; era l’immagine della natura divina, unita con la terra della vostra umanità. Ai piedi dell’albero, se ben ricordi, vi erano delle spine dalle quali si allontanavano tutti coloro che amavano la propria sensualità e correvano ad un monte di loglio, nel quale ti raffigurai tutti i piaceri del mondo.

Quel loglio pareva grano e non era; perciò molte anime vi perivano dentro di fame, e molte, conoscendo l’inganno del mondo, ritornavano all’albero e passavano sulle spine cioè sulla deliberazione della volontà; la quale deliberazione, prima che sia fatta, è una spina che pare all’uomo di trovare nel seguire la via della verità. Sempre si combattono, la coscienza da un lato, dall’altro la sensualità. Ma appena la coscienza, con odio e dispiacimento di sé, delibera virilmente dicendo: Io voglio seguire Cristo crocifisso, rompe subito la spina e trova dolcezza inestimabile, come allora ti mostrai; e la trovano essi, chi più e chi meno, secondo la propria disposizione e sollecitudine.

Ti dissi pure: Io sono il vostro Dio immutabile, né mi sottraggo a veruna creatura, che voglia venire a me. Ho mo­strato agli uomini la verità, facendomi loro visibile, mentre io sono invisibile, ed ho mostrato loro che cosa sia amare una cosa senza di me. Ma essi, accecati dalla nuvola dell’amore disordinato, non conoscono né me né se stessi. Vedi come sono nell’inganno; vogliono prima morire di fame che passare un poco sulle spine!

Non possono fuggire, per liberarsi della pena, perché nessuno passa in questa vita senza croce, tolti quelli che ten­gono per la via di sopra; non è che essi passino senza pena, ma la pena è loro di refrigerio. E siccome per il peccato il mondo germinò spine e triboli, e si formò questo fiume e mare tempestoso, perciò vi diedi il ponte, affinché non anneghiate.

Così ti ho mostrato che essi si ingannano col timore disordinato, e che io sono loro Dio, che non muto e non sono accettatore di persone, ma del santo desiderio. E questo ti ho pure insegnato nella figura dell’albero.

Dio rivela a Santa Caterina da Siena: “Il timore servile non è sufficiente a dare la vita eterna; ma esercitandosi in que­sto timore si giunge all’amore della virtù.”

Tratto dal Dialogo della divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena

 

CAPITOLO 49

Il timore servile non è sufficiente a dare la vita eterna; ma esercitandosi in que­sto timore si giunge all’amore della virtù.

 

Ora ti dico che vi sono alcuni, i quali si sentono spronare dalle tribolazioni del mondo, che lo do affinché l’anima cono­sca, non solo che il suo fine non consiste in questa vita, ma che le cose di questo mondo sono imperfette e transitorie, e così desideri me, vero suo fine, prendendo le cose sotto questo aspetto. Allora per mezzo di quella pena che già sentono, e di quella che si aspettano per via della colpa, cominciano a to­gliersi la nuvola del peccato. Con questo timore servile comin­ciano ad uscire dal fiume, vomitando il veleno, che era stato loro gettato dallo scorpione sotto figura di oro e che essi ricevettero senza discernimento. Ma appena lo conoscono, comin­ciano a levarselo, e ad indirizzarsi verso la riva, per attaccarsi al ponte.

Ma non basta camminare col solo timore servile, perché lo spazzare la casa dal peccato mortale senza empirla di virtù, fondate sull’amore e non sul solo timore, non è sufficiente a dare la vita eterna. L’uomo deve porre sul primo scalone del ponte ambedue i piedi, cioè, l’affetto e il desiderio, i quali sono i piedi che portano l’anima all’amore della mia Verità, della quale io vi ho fatto ponte per salvarvi.

Questo è il primo scalone, sul quale io ti dissi che vi con­veniva salire, quando ti spiegai come il mio Figlio avesse fatto del suo corpo una scala. È vero però che questo modo di sol­levarsi dal peccato, per timore della pena, è comune in genera­le ai servi del mondo. Siccome le tribolazioni del mondo fanno qualche volta venire loro a tedio se stessi, perciò cominciano a sentire dispiacere. Se si esercitano in questo timore col lume della fede, passeranno poi all’amore delle virtù.

Vi sono invece altri, i quali camminano con tanta tiepi­dezza, che spesse volte ritornano dentro il fiume; poiché, ar­rivati alla riva, e giungendo i venti contrari, vengono percossi dalle onde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giunge il vento della prosperità, il tiepido volge indietro il capo alle delizie con diletto disordinato, poiché non è salito per sua negligenza sul primo scalone. E se viene il vento dell’avversità, si volge indietro per mancanza di pazienza, perché non ha in odio la sua colpa per l’offesa fatta a me, ma per il timore della propria pena, che vede seguirne, col quale timore si era sollevato dal vomito. Ogni pratica di virtù vuole perseveranza, senza la quale non va ad effetto il desi­derio di giungere al fine, per il quale egli cominciò a con­vertirsi; e così non lo raggiunge mai. Fa dunque bisogno la perseveranza, per adempiere quel desiderio.

Ti ho detto che costoro, secondo i diversi movimenti che loro vengono, si volgono: o in se medesimi, impugnando la propria sensualità contro lo spirito; o verso le creature, volgen­dosi ad esse con amore disordinato al di fuori di me, oppure con impazienza per le ingiurie che ricevono da quelle, o dai demoni, in molte e diverse battaglie. Qualche volta il demonio tenta di far venire la persona a confusione, dicendo: Questo bene che tu hai cominciato, non ti vale niente per i tuoi pecca­ti e difetti. E questo lo fa per farla tornare indietro, e farle tra­lasciare quel poco di esercizio virtuoso che ha intrapreso. Altra volta la tenta col diletto, cioè, con una speranza eccessiva della mia misericordia, dicendole: A che ti vuoi affaticare? Gòditi questa vita, e nell’estremo della morte, rientrando in te, riceve­rai misericordia. In tal modo il demonio fa loro perdere il ti­more santo col quale avevano cominciato la loro conversione.

Per tutti questi motivi, e molti altri, volgono il capo indie­tro e non sono costanti né perseveranti. Tutto avviene, perché la radice dell’amor proprio non è punto estirpata in essi; per questo non sono perseveranti, ma accolgono con grande pre­sunzione la misericordia insieme ad una speranza facile e smo­data. Presuntuosi come sono, sperano nella mia misericordia, che continuamente è da essi offesa.

Io non ho dato, né do la misericordia, perché con essa mi offendano, ma perché si difendano dalla malizia del demonio e dalla disordinata confusione della mente. Essi fanno tutto il contrario: col braccio della misericordia mi offendono. E que­sto avviene, perché non hanno continuato ad esercitarsi nella prima mutazione che fecero, quando si rialzarono dal peccato per il timore della pena, sentendosi punti dalle spine delle mol­te tribolazioni e dalla miseria del peccato mortale. Non facendo altri cambiamenti, non giungono all’amore delle virtù; e quindi mancano di perseveranza.

L’anima non può fare che non si muti in qualche maniera; se non va avanti, torna addietro. Così questi tali, è necessario che tornino indietro, perché non vanno avanti nella virtù, di­staccandosi dalla imperfezione del timore della pena per giun­gere all’amore.

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