Beato John Henry Newman : “Che cos’è l’uomo, che cosa siamo noi, che cosa sono io, perché il Figlio di Dio debba prendersi tanta cura di me? Sulla Provvidenza individuale”

 

Dal Sermone IX sulla Provvidenza individuale

 

Dio ti osserva individualmente, chiunque tu sia. Egli “ti chiama con il tuo nome”. Egli ti vede, ti comprende, così come Egli ti ha creato. Egli sa quello che c’è dentro di te, tutti i tuoi sentimenti e pensieri, quelli che ti sono propri, le tue inclinazioni e le cose che ti piacciono, la tua forza e la tua debolezza. Egli ti osserva nei giorni della tua gioia come pure nel giorno del dolore. Egli ti è vicino nelle tue speranze come nelle tue tentazioni. Egli mette il Suo interesse in tutte le tue preoccupazioni, in tutte le tue tristi o liete ricordanze. Egli ha contato tutti i capelli della tua testa e i millimetri della tua statura. Egli ti abbraccia tutt’intorno e ti porta sulle Sue braccia; Egli ti raccoglie da terra e ti depone giù. Egli nota il tuo stesso volto, sia quando sorride che quando è in lacrime, sia quando è in piena salute, che quando è malaticcio. Egli guarda con tenerezza le tue mani e i tuoi piedi; Egli ode la tua voce, il battito del tuo cuore, e il tuo stesso respiro. Tu non ami te stesso meglio di quanto Egli ti ami. Tu non puoi sfuggire al dolore più di quanto Egli si dolga del tuo doverlo sopportare, e se è Lui che te lo manda, è come se fossi tu a volerlo volontariamente su te stesso, se sei saggio, nell’attesa di un bene assai più grande poscia. Tu sei non solo la Sua creatura (sebbene Egli abbia molta cura perfino dei passerotti …), sei l’uomo redento e santificato, il Suo figlio adottivo, che gode del favore di una parte di quella gloria e beatitudine che fluisce da Lui eternamente nell’Unigenito. … Tu fosti uno di quelli per i quali Cristo offri la Sua ultima preghiera, e la suggellò con il Suo sangue prezioso… Che cos’è l’uomo, che cosa siamo noi, che cosa sono io, perché il Figlio di Dio debba prendersi tanta cura di me?

Beato John Henry Newman

Beato John Henry Newman “Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io”.Il peccato, l’unica cosa al mondo che non sia sua!

 

Mio Dio, io ti adoro perché hai preso su di te il peso dei peccatori, di coloro i quali ti offendono e ti affliggono continuamente. Tu hai assunto il compito di un servo per gente che non l’aveva chiesto. Ti adoro per la tua incomprensibile condiscendenza a prenderti cura di me. O mio Dio, tu avresti potuto lasciarmi fare il mio corso, ed andar diritto all’Inferno per la mia cattiva volontà e la fiducia che avevo in me stesso! Avresti potuto abbandonarmi in quella profonda inimicizia con te, che è la morte dell’anima. Io sarei morto doppiamente, e nessuno, all’infuori di me stesso, ne sarebbe stato responsabile. Ma tu, Eterno Padre, sei stato buono per me più di quanto lo sono io stesso. Mi hai dato la tua grazia, l’hai effusa su di me, ed è per questo che io vivo.

Mio Dio, Consolatore eterno, io adoro te, che sei la luce e la vita dell’anima mia. Nella tua infinita bontà fin da principio tu sei entrato nella mia anima, ne hai preso possesso, e vi hai eretto il tuo tempio. Con la tua grazia, che mi unisce agli angeli e ai santi, tu hai abitato in me in un modo ineffabile.

O mio Dio, posso io peccare, quando tu sei così intimamente unito a me? Posso io dimenticare chi è con me, chi è in me? Posso io cacciare un ospite divino per una cosa che egli aborre più di ogni altra, che è l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua? Mio Dio, di fronte al peccato io mi trovo in una doppia sicurezza: innanzi tutto il timore di profanare al tuo cospetto tutto ciò che tu sei per me; quindi la fiducia che questa stessa presenza mi preserverà dal peccato. Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io. Voglio fare uso di ciò che mi hai dato, voglio invocarti quando sono provato o tentato. Voglio guardarmi dalla negligenza e dalla non curanza in cui cado di continuo. Con la tua grazia non ti abbandonerò mai.

 

Beato John Henry Newman

Monsignor Michael F. Hull : Errori nell’escatologia contemporanea “Balthasar afferma l’esistenza dell’inferno, ma nega che un uomo possa andarvi, affermando che una tale probabilità è infinitesimale. Ciò equivale a respingere la dottrina dell’inferno e a negare il libero arbitrio dell’uomo.”

 

 

 

Errori nell’escatologia contemporanea Monsignor Michael F. Hull

 

 

Il Concilio Vaticano II non ha trattato l’escatologia per sè. Poiché però l’escatologia è legata in modo indissolubile alla cristologia, alla soteriologia e all’ecclesiologia, i Padri non hanno potuto non esprimere alcuni insegnamenti escatologici, in particolare discutendo della Chiesa in Lumen gentium (nn. 48-51) e Gaudium et spes (nn 38-39) e nei principi fondamentali di Nostra aetate, Dignitatis humanae Ýe Ad gentes divinitus. Tradizionalmente, il cattolicesimo romano parlava dei De novissimis, definizione gradualmente sostituita dal termine “escatologia”, che significa studio delle “cose estreme” (ta eschata): morte, giudizio, cielo e inferno. Certo, negli anni successivi al Concilio è sorta una pletora di ambiguità e di errori relativi alle cose escatologiche, molti dei quali proseguono nei giorni nostri. Enumerarli uno per uno, andrebbe ben oltre i limiti di questa presentazione. Nel 1979 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito in modo succinto gli insegnamenti fondamentali della Chiesa sulle cose ultime. Questo correttivo ha posto in evidenza l’importanza dell’escatologia nelle speculazioni teologiche contemporanee, importanza persistente, soprattutto all’inizio di questo nuovo millennio. I cristiani si preoccupano costantemente – e giustamente – delle cose ultime. È attraverso le cose ultime che le promesse di Cristo giungono al loro compimento. Non deve pertanto sorprendere che in questo ambito nascano ambiguità ed errori, anche mentre la Chiesa insegna in modo fermo e convincente le verità rivelate sulla morte, il giudizio, il cielo e gli inferi. Come ci si potrebbe attendere, l’escatologia ruota intorno a queste quattro realtà e al rapporto tra di esse. Tra queste quattro realtà, ve ne sono due che oggi presentano poche difficoltà, ossia la morte e il cielo. La morte è una realtà molto chiara: ognuno di noi affronta l’immanenza della propria morte e di quella delle persone care. Sebbene possiamo interrogarci sul come e sul perché, non possiamo metterne in discussione la realtà e l’ineludibilità. Ciò che ci attende attraverso l’orrore e il buio della morte è la promessa della vita eterna, la promessa di una vita successiva. Il cielo è sia una speranza innata, sia una realtà rivelata: ognuno di noi desidera trascendere la minaccia dell’annullamento di se stesso e dei propri cari. Il cielo è la sconfitta della morte. “Passato un breve sonno, veglieremo in eterno. E non vi sarà più morte; morte, morrai”. In un certo senso, morte e cielo vanno insieme. La prospettiva del cielo come espressa in Giovanni 14, e la risurrezione illustrata da San Paolo (1 Tessalonicesi 4, 13; 5, 11; e Corinzi, 15) rappresentano una difficoltà relativamente minore nell’escatologia contemporanea. Il giudizio e l’inferno sono invece questioni completamente diverse. Mentre entriamo nel ventunesimo secolo, portiamo con noi un grande bagaglio del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Soprattutto, sosteniamo l’attacco dell’indifferenza religiosa, che si è trasformata in pluralismo religioso. Non solo vi è chi afferma che l’affiliazione religiosa, in particolare il battesimo in Cristo, è irrilevante, ma vi è anche chi sostiene che la giustificazione può giungere attraverso persone e strumenti diversi da Gesù Cristo e la Sua Chiesa. Strettamente collegato a tale modo di pensare è il riferimento a teorie deterministiche psicologiche, sociologiche e socio-biologiche che screditano la responsabilità umana. Secondo tali teorie, gli esseri umani fondamentalmente non sono responsabili delle proprie scelte. Le cattive azioni – o il peccato, se possiamo osare parlare di una cosa simile – sarebbero quindi il risultato di una personalità squilibrata, di relazioni inadeguate o di un’eredità genetica. L’idea di un giudizio che non sia medico o terreno, oggi per molti è un anatema. Ne consegue dunque che non può esistere un inferno, o che, anche se un tale posto dovesse esistere, non vi sarebbe nessuno. Dunque in un certo senso anche il giudizio e l’inferno vanno insieme. Gli errori principali nell’escatologia sono pertanto radicati nella negazione del giudizio o nella negazione di conseguenze di un tale giudizio che siano diverse dal purgatorio o dalla ricompensa, ossia nella negazione dell’inferno. Nei termini dell’escatologia, il primo problema riguarda lo stato dei non battezzati al momento del giudizio. Nonostante i battesimi di sangue e desiderio, l’insegnamento costante della Chiesa, derivante dalle parole che il Signore ha rivolto a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3, 5), è che non conosciamo il destino dei non battezzati dopo la morte. Sebbene in tali casi facciamo affidamento sulla misericordia di Dio, non possiamo affermare la salvezza per i non battezzati. Il secondo problema riguarda invece lo stato dei colpevoli al momento del giudizio. Anche supponendo che i cristiani e i non cristiani si presentino fianco a fianco dinnanzi al tribunale divino, non possiamo affermare il perdono per il peccatore impenitente. Ancora una volta ci affidiamo alla misericordia di Dio. Sono tutti cristiani? Questo è importante? Alcuni pensieri teologici attuali, indubbiamente influenzati dalle teorie politiche dell’uguaglianza e della democrazia, nonché da un’errata interpretazione di Dignitatis humanae, quando si tratta della salvezza desiderano una parità di risultato piuttosto che una parità di opportunità. Ossia: alcuni sono scontenti di trovare tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella loro libertà umana; desiderano invece vedere tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella giustificazione. Tuttavia, negando le conseguenze della libertà umana di accettare il Salvatore e della collaborazione dell’uomo alla propria salvezza, essi negano gli effetti del battesimo e affermano che tutti gli uomini, battezzati e non, possono vedere realizzate le promesse fatte da Cristo ai battezzati. In altri termini, anche se qualcuno ha rifiutato Cristo nella propria vita, sarà con Lui nel regno di Dio. Sapendo che questi pensieri sono contrari alle Scritture e alla tradizione, si cerca di risolvere il problema dell’incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa in due modi distinti. Il primo consiste nell’affermare che tutti gli esseri umani sono cristiani, sia che essi scelgano di esserlo, sia che non lo scelgano, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano. Il secondo modo consiste nel rigettare le esigenze del cristianesimo, ossia nell’affermare che esse valgono per gli uni ma non per gli altri, che vi sono altre vie di salvezza al di fuori di Cristo. La nozione del “cristiano anonimo” è legata strettamente all’opera di Karl Rahner. In poche parole, Rahner ha esposto la tesi secondo cui alcuni uomini, che non sono stati battezzati e che non hanno vincolo o conoscenza alcuna del cristianesimo, in qualche modo sono cristiani anonimi. Poiché tutti gli uomini per loro natura sono ordinati a Dio e capaci di percepire la Sua grazia santificante che opera in loro, coloro che esistenzialmente accettano tale grazia manifestano il desiderio implicito di essere incorporati in Cristo e nella Sua Chiesa. Giacché vivono giustamente e secondo coscienza, essi sono, in effetti, cristiani e quindi uomini redenti. Sebbene Rahner abbia avuto l’accortezza di precisare che non tutti i non cristiani sono cristiani anonimi e che chiunque venga salvato, viene salvato attraverso il mistero pasquale di Cristo, in molte menti è sorto il concetto che ogni persona che sia fondamentalmente di buona volontà e orientata a Cristo venga salvata: in realtà tutti, nel profondo del proprio cuore, sarebbero cristiani. Sebbene questo cristianesimo anonimo possa apparire confortante a taluni, altri, le cui riflessioni li hanno portati a considerare il cristianesimo anonimo indebitamente trionfalistico, in quanto presume di porre il cristianesimo al di sopra delle altre religioni , lo considerano un abominio. Fondamentalmente, le teorie del cristianesimo anonimo vogliono mantenere l’aspirazione della Chiesa, includendo nei suoi confini (in)visibili il maggior numero possibile di persone. Tuttavia, tra il cristianesimo implicito come cammino per la salvezza e le religioni non cristiane come cammino per la salvezza il passo è breve. Perché Cristo dovrebbe essere l’unico mediatore della salvezza? Quando si tratta della salvezza, è importante essere o non essere cristiano? Non sorprende, quindi, scoprire che la breve distanza tra i due concetti viene superata da tutti coloro che vorrebbero rendere il cristianesimo una specie di primus inter pares tra le religioni, come ad esempio Jacques Dupuis . Il libro di Dupuis ha già ricevuto grande attenzione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non ci soffermeremo qui su tale testo, soprattutto in considerazione del fatto che la dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione ha già risposto alle difficoltà in questione . In effetti, non tutti gli uomini sono – in modo implicito o esplicito – cristiani. E il cristianesimo, l’incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa attraverso il sacramento del battesimo, in ultimo e alla fine dei tempi, sarà importante. Pensarla diversamente significa sbagliare. Fino a che punto può arrivare un tale errore? Quanto profondamente può influire sullo sforzo missionario della Chiesa? Riflettiamo sulle osservazioni di un sacerdote missionario americano in Bangladesh sulle persone che egli serve: “Non m’interessa che diventino cristiani. Voglio che siano i migliori musulmani possibili”. Questo modo di pensare non può conciliarsi con il comandamento del Signore: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 19-20) Tutti vengono salvati? Pur volendo ammettere, per amor di discussione, che tutti gli uomini, cristiani e non, sono giustificati, resterebbe sempre il problema dei reprobi. Sebbene i diversi determinismi sembrerebbero escludere ogni colpevolezza, gli Stalin del secolo scorso e i Domiziani del primo secolo fanno esitare. Nondimeno, la teoria della salvezza universale, secondo cui tutti gli uomini alla fine godranno della visione beatifica, è certamente di moda. Tale nozione è radicata nel concetto di una apokatastasis pant*n (restaurazione di tutte le cose) alla fine dei tempi. Esso è stato introdotto come eresia da San Clemente d’Alessandria , e spesso si afferma che sia stato sostenuto da Origene. In breve, la teoria dell’apokatastasis afferma l’eventuale rinnovamento di tutte le persone e di tutte le cose in Cristo; anche gli angeli caduti saranno reintegrati e ovviamente l’inferno finirà. Per ovvie ragioni, l’apokatastasis è stata ampiamente criticata nella Chiesa primordiale . Attualmente la nozione della salvezza universale è strettamente associata all’opera di Hans Urs von Balthasar, il cui universalismo continua a ispirare dibattiti. Sebbene abbia prontamente distinto le sue riflessioni dall’apokatastasis, il modo di pensare di Balthasar è abbastanza simile. Secondo lui, la misericordia di Dio ci obbliga a sperare che tutti siano salvati e che l’inferno sia riservato soltanto agli angeli caduti. Per quanto riguarda gli uomini, che sono diversi nell’ordine creato e incapaci di prendere le decisioni finali degli angeli, Balthasar sostiene la possibilità dell’inferno solo come teoria (che però deve essere conservata in quanto aiuta a motivare l’uomo al bene). Balthasar afferma: “L’amore misericordioso può quindi discendere su tutti. Riteniamo che lo faccia. E ora, possiamo assumere che vi siano anime che rimangono perpetuamente chiuse a tale amore? Si tratta di una possibilità che per principio non può essere respinta. Nella realtà essa può diventare infinitesimale – proprio per ciò che la grazia preparatoria può realizzare nell’anima”. In altre parole, la grazia continua ad operare nell’anima, nella vita presente e futura, finché l’anima non si predispone alla redenzione. Poiché non vi sono limiti alla misericordia e all’amore divini, non possono esservi limiti alla nostra speranza di redenzione per tutte le anime. Secondo Balthasar, è nostro dovere mantenere la speranza teologica che nessun’anima sarà dannata. In termini semplici, possiamo nutrire una speranza umana che tutte le anime siano salvate, ma la speranza teologica viene esclusa dalla rivelazione divina. Come ha domandato C. S. Lewis: “Sarei disposto a pagare qualsiasi cifra per poter dire sinceramente ‘tutti saranno salvati’. Ma la mia ragione risponde ‘per loro volontà o senza di essa?’. Se dico ‘senza la loro volontà’, scorgo subito una contraddizione: come può l’atto volontario supremo dell’arrendevolezza essere involontario? Se dico ‘per loro volontà’, la mia ragione risponde: ‘in che modo, se non si arrendono?'” . In sostanza, Balthasar afferma l’esistenza dell’inferno, ma nega che un uomo possa andarvi, affermando che una tale probabilità è infinitesimale. Ciò equivale a respingere la dottrina dell’inferno e a negare il libero arbitrio dell’uomo. Balthasar aggira la questione dell’esistenza dell’inferno lasciandovi gli angeli caduti. Per quanto riguarda invece l’arbitrio dell’uomo, egli affronta il problema parlando della contrapposizione della volontà divina che tutti siano salvati e il libero arbitrio dell’uomo, facendolo però in modo inadeguato. Balthasar afferma: “La libertà dell’uomo non può essere infranta o neutralizzata dalla libertà divina, ma può benissimo essere, per così dire, superata in astuzia”. Superata in astuzia? Per quanto tale affermazione possa essere intelligente, essa non è né esplicativa né illuminante. Sembrerebbe che il modo di intendere la misericordia e l’amore divini di Balthasar calpesti la giustizia divina e la libertà umana. Non ha senso parlare di libertà umana se il fine ultimo di ogni uomo è determinato in partenza , ma è quasi un inganno divino che gli uomini vengano manovrati abilmente nelle loro scelte più importanti (anche se attraverso una specie di perpetua purgazione divina). Inoltre, la tesi di Balthasar ignora un’intuizione espressa in modo molto eloquente da John Henry Newman che, nel commentare la Lettera agli Ebrei 12, 14, ha affermato che “anche supponendo che si accettasse che un uomo che non abbia condotto una vita santa entri in cielo, egli non vi sarebbe felice; non sarebbe quindi un atto di misericordia permettergli di entrarvi”. La misericordia divina, per come ne parla Balthasar, sembra essere o un annullamento della libertà dell’uomo o un’inosservanza della sua volontà. Newman prosegue: “Oserei anche andare oltre – fa paura, ma è giusto dirlo – se volessimo immaginare una punizione per un’anima empia, reproba, forse non potremmo immaginarne una maggiore che chiamarla in cielo”. Di fatti, esiste un inferno – non solo per gli angeli caduti, ma anche per i peccatori impenitenti, cristiani e non, che prendono le loro decisioni in questa vita – e alcuni vi andranno. La parabola di Gesù su Lazzaro ed Epulone (Luca 16, 19-31) mette sufficientemente in guardia dalla possibilità di andare all’inferno e le osservazioni di Gesù sulla porta stretta (Matteo 7, 13-14) non fanno che accrescere tale possibilità. Sebbene Balthasar e tutti coloro che sostengono la teoria della salvezza universale abbiano ragione quando affermano che la Chiesa non ha mai formalmente parlato di una persona che è all’inferno come invece fa delle singole persone in cielo di fronte al processo di canonizzazione, sostenere che all’inferno non vi sia nessuno è tutt’altra cosa. La “seconda morte” (Apocalisse 2, 11; 20, 6,14; 21, 8), è una possibilità reale. Come afferma il Santo Padre, “le parole di Cristo sono inequivocabili. Nel Vangelo di Matteo Egli parla chiaramente di coloro che andranno al supplizio eterno (cfr. Matteo 25, 46)”. Pensarla diversamente significa sbagliare. Fino a che punto può arrivare un simile errore? Quanto profondamente può influire sul ministero pastorale della Chiesa? Si pensi alle omelie, ora molto comuni, che spesso vengono pronunciate ai funerali cristiani, secondo cui il defunto è passato direttamente da questo mondo a quello celeste, senza che venga fatta menzione del peccato, del giudizio particolare o dell’inferno, e nemmeno del purgatorio. Tale modo di pensare non può essere conciliato con le parole del Signore relative ai malvagi: “E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Matteo 25, 46). Conclusione. L’ammonimento di nostro Signore, secondo cui quanti hanno fatto il bene avranno una risurrezione della vita e quanti hanno fatto il male avranno una risurrezione di condanna (Giovanni 5, 29) è un articolo della fede. Ci serve a ricordare che la nostra è una religione di rivelazione divina e non di razionalizzazione umana. Mentre noi potremmo avere difficoltà a conciliare la misericordia e la giustizia di Dio, per Lui non è così. Giacché la Chiesa è il “sacramento della salvezza”, essa non può tirarsi indietro nella sua missione di salvare il mondo attraverso la proclamazione della verità su Gesù Cristo come Salvatore e Giudice dell’umanità, unico e universale. Attualmente sono sorte numerose ambiguità circa la fine dei tempi, ma nessuna di queste è più pericolosa ed errata di quelle che negano la necessità del battesimo per la salvezza e affermano la salvezza di tutti. Tale negazione è deleteria per gli sforzi missionari della Chiesa; tale affermazione è deleteria per il ministero pastorale della Chiesa. Dobbiamo sempre ricordare che la fede in Cristo e il comportamento morale in questa vita sono vincolati inesorabilmente alla vita futura e all’eschaton. Dobbiamo sempre ricordare che ciò che crediamo e ciò che facciamo alla fine conterà. In caso contrario, rischiamo di diluire la fede in un pluralismo e una presunzione tali, da doverci far temere la peggior risposta possibile alla domanda del Signore in Luca 18, 8: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Fonte: http://www.clerus.org/clerus/index_ita.html

 

“Se Cristo è sulla terra, sebbene invi­sibilmente (ciò che non si può negare), è chiaro che egli vi è nella stessa condizione scelta nei giorni della sua car­ne. Voglio dire che è un Salvatore nascosto e che, se non stiamo attenti, rischiamo di avvicinarci a lui senza il ri­spetto e il timore dovuti.” “Dico che il Cristo, il Figlio di Dio senza peccato, potrebbe oggi vivere nel mondo come un vicino di casa, e noi potremmo non riconoscerlo” Beato John Henry Newman

La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1,5).

 

Di tutti i pensieri che sorgono nella mente quando contempliamo la vita del Signore Gesù Cristo sulla terra, nessuno forse è più impressionante e avvincente di quello riguardante l’oscurità da cui fu circondato. Non mi riferi­sco alla sua oscura condizione, derivante dal suo essere umile; mi riferisco al nascondimento che lo avvolse e al se­greto sulla sua identità che egli mantenne. Questa caratte­ristica del suo primo avvento è sottolineata molto spesso nella Scrittura, come nel testo: La luce splende nelle tene­bre, ma le tenebre non l’hanno accolta; ed è in contrasto con quanto è stato predetto del suo secondo avvento: allo­ra ogni occhio lo vedrà. Questo implica che tutti lo rico­nosceranno, mentre, quando venne la prima volta, sebbe­ne molti lo abbiano visto, tuttavia ben pochi lo hanno ri­conosciuto. Era stato preannunziato: Noi lo vedremo e non ha bellezza alcuna che attragga i nostri sguardi; e alla fine del suo ministero pubblico disse a uno dei dodici amici scelti: Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai cono­sciuto, Filippo?

Gli amici del Signore erano vissuti a lungo con lui, eppure non lo conoscevano. Non notarono alcuna diffe­renza tra lui e se stessi. Egli vestiva, mangiava, beveva co­me gli altri; andava e veniva, parlava, camminava, dormi­va come gli altri; fu un uomo come gli altri sotto tutti gli aspetti, eccetto il peccato. Anche oggi molti non sareb­bero capaci di notare questa grande differenza, perché nessuno di noi capisce quelli che sono molto migliori di noi.

2. Dico che il Cristo, il Figlio di Dio senza peccato, potrebbe oggi vivere nel mondo come un vicino di casa, e noi potremmo non riconoscerlo. E questo un pensiero sul quale sarà bene soffermarci.

Tuttavia, sebbene non tocchi a noi giudicare ma dob­biamo lasciare a Dio il giudizio, è certo che un uomo vera­mente pio, un vero santo, per quanto somigli agli altri uo­mini, ha tuttavia in sé una specie di potere segreto che at­tira e influenza quelli che hanno le stesse inclinazioni spi­rituali.

E riflettere se i santi hanno una qualche influenza su di noi, potrebbe essere una verifica per renderci conto se abbiamo le stesse loro inclinazioni. Benché ci sia dato ra­ramente di conoscere subito i santi, tuttavia in un secondo tempo lo possiamo; quando, ripensando al passato – for­se quando ormai sono morti – ci chiediamo quale potere hanno avuto su di noi nel tempo in cui li abbiamo cono­sciuti, se ci hanno attratto, influenzato; se ci hanno resi più umili, se hanno fatto ardere i nostri cuori dentro di noi. Spesso ci accorgiamo che siamo stati per molto tempo vicini a loro, abbiamo avuto la possibilità di conoscerli, e non li abbiamo conosciuti; e questo è per noi un grave mo­tivo di condanna.

La storia del Signore ci fornisce un esempio particolar­mente evidente di tale fatto, proprio perché egli era il Santo per eccellenza. Quanto più un uomo è santo, tanto meno viene compreso dalla gente di questo mondo. Quelli che hanno anche solo una scintilla di fede viva, in una cer­ta misura lo comprenderanno; e più egli è santo, più si sentiranno, almeno per la maggior parte, attratti da lui; ma coloro che servono il mondo saranno ciechi nei suoi confronti; più egli sarà santo, più avranno per lui disprez­zo e avversione. Proprio così accadde a Gesù: egli era « il Santo »; ma la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno accolta . I suoi parenti più prossimi non credettero in lui. Se fu così, e per la ragione a cui ho accennato, viene spontaneo chiederci se noi l’avremmo compreso me­glio di quanto non abbiano fatto loro. Se egli fosse stato il nostro vicino di casa, o anche un membro della nostra famiglia, l’avremmo saputo distinguere da qualunque altra persona corretta e semplice nell’atteggiamento, o al con­trario, pur avendo rispetto per lui (purtroppo, quale paro­la, quale linguaggio verso Dio altissimo!), non l’avremmo trovato strano, eccentrico, stravagante? Ancor meno avremmo visto qualche scintilla di quella gloria che egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse, e che si trovava nascosta, ma non spenta, nel tabernacolo terrestre

È questo un pensiero tremendo: perché, se egli restas­se a lungo con noi, e noi non vedessimo nulla di meravi­glioso in lui, sarebbe questa una prova evidente che non siamo suoi, perché le sue pecore conoscono la sua voce e lo seguono. […]

3. Ed eccoci portati a un altro argomento, molto se­rio, del quale vorrei parlarvi. A volte noi siamo pronti a desiderare di essere nati al tempo di Gesù, e con questo scusiamo la nostra cattiva condotta quando la coscienza ci rimprovera. Diciamo: se avessimo avuto la fortuna di vi­vere con Gesù, avremmo avuto motivazioni più forti, sa­remmo stati meglio premuniti contro il peccato.

Rispondo: le nostre abitudini di peccato non solo non sarebbero state vinte dalla presenza di Cristo, ma anzi ci avrebbero impedito di riconoscerlo. Non avremmo saputo che era presente, e anche se ci avesse detto chi era, non gli avremmo creduto. I suoi stessi miracoli, per quanto ciò possa apparire incredibile, non ci avrebbero lasciato una impressione duratura. Senza attardarci su questo tema, considerate la possibilità che Cristo sia vicino a noi, pur senza far miracoli: non ce ne accorgeremmo. E ritengo che questo sarebbe il caso per la maggior parte della gente. Ma basta su questo argomento.

Vorrei arrivare a un altro punto: vorrei invitarvi a ri­flettere sulla luce tremenda che quanto abbiamo detto get­ta sulla prospettiva della vita nell’ai di là. Noi pensiamo che il cielo sarà per noi un luogo di felicità, purché ci arri­viamo; ma secondo ogni probabilità, a giudicare da quello che accade sulla terra, un uomo malvagio, trasportato in cielo, non saprebbe di essere in cielo. Non spingo le cose più lontano; non mi domando se, al contrario, il fatto stes­so di trovarsi in cielo con il suo fardello di peccato non sa­rebbe per lui un vero supplizio e non accenderebbe dentro di lui le fiamme dell’inferno. Sarebbe questo, in verità, un modo spaventoso di accorgersi del luogo dove si trova.

Ma supponiamo un caso meno grave: supponiamo che un uomo possa stare in cielo senza esserne distrutto: ma saprebbe veramente dove si trova? Non vi vedrebbe nulla di meraviglioso.

Mai gli uomini furono tanto vicini a Dio quanto colo­ro che lo arrestarono, lo colpirono, gli sputarono addosso, lo sospinsero con violenza, lo spogliarono, stesero le sue braccia sulla croce, lo inchiodarono alla croce e ve lo innal­zarono, rimasero a guardarlo, lo schernirono, gli diedero aceto, si assicurarono che fosse morto, e infine lo colpiro­no con la lancia. Come è spaventoso pensare che l’uomo mai si è accostato a Dio in maniera più forte che con la bestemmia! Chi si avvicinò di più al Signore? san Tommaso che ebbe il permesso di stendere la mano per toccare rispettosamente le sue piaghe, san Giovanni che riposò sul suo petto o i soldati che, brutalmente, ne profana­rono ogni membro, ne torturarono ogni nervo?

In verità la sua benedetta madre si avvicinò a lui in maniera più intima; e anche noi, se siamo veri credenti, ci avviciniamo a lui ancor più profondamente, lo possediamo in modo reale, anche se spirituale, dentro di noi: que­sta però è una forma diversa, interiore, di vicinanza. Ma esteriormente gli si fecero più vicini proprio coloro che non sapevano nulla di lui. La stessa cosa accade ai peccato­ri: essi si accosterebbero al trono di Dio, lo guarderebbero senza capire, lo toccherebbero, si immischierebbero alle cose più sante, lascerebbero libero corso, non per cattivo volere, ma per una sorta di istinto insensato, alla loro indi­screta curiosità, fino a quando un fulmine vendicatore non li annientasse; e tutto ciò perché essi non hanno un senso che li possa guidare all’occorrenza. I nostri sensi corporali ci segnalano l’avvicinarsi del bene o del male sul­la terra. I suoni, i profumi, i contatti, ci informano su quello che ci circonda. Siamo coscienti quando ci esponia­mo alle intemperie, o quando ci affatichiamo troppo nel lavoro. Riceviamo degli avvertimenti, e sentiamo che non li dobbiamo trascurare. Ma i peccatori non hanno i sensi spirituali e non possono prevedere nulla; ignorano quello che accadrà loro nel momento successivo. Così continua­no ad avanzare in mezzo ai burroni senza paura, finché improvvisamente precipitano e periscono. Miserabili crea­ture! Ecco quello che il peccato fa delle anime immortali: le rende simili agli animali che vengono uccisi nel matta­toio, e intanto toccano e odorano gli stessi strumenti di morte!

4. Voi forse direte: ma in che cosa ci riguarda tutto questo? Il Cristo non è qui; quindi noi non potremmo in­sultare la sua maestà in un modo tanto grave, o pur anche minore. Rispondo: Ne siamo proprio sicuri? Certo non possiamo commettere una tale pubblica empietà, ma pos­siamo farlo in maniera ugualmente grave. Spesso i peccati più gravi sono i meno clamorosi, gli insulti più amari sono i meno scoperti, i mali più profondi sono i più sottili. Non ricordiamo quelle parole di Cristo: A chiunque parlerà ma­le del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia con­tro lo Spirito Santo non gli sarà perdonata?

Non intendo concludere se questa sentenza si applichi o meno ai cristiani di oggi; ma dobbiamo sapere che anche al presente siamo nel regno dello Spirito di cui parla il Si­gnore; e questa è una questione molto seria. Ho citato pe­rò il testo del vangelo per dimostrare che ci possono essere dei peccati non tanto più flagranti e manifesti, ma più gra­vi di quello di insultare e perseguitare la persona di Cristo, per quanto ciò possa essere strano.

Continuiamo perciò la nostra riflessione, senza però perdere di vista questo pensiero. In primo luogo Cristo è sempre sulla terra; egli dichiarò espressamente che sareb­be tornato. La venuta dello Spirito Santo è realmente an­che la sua venuta; al punto che, se neghiamo che egli è qui ora, quando è qui nel suo Spirito, possiamo altrettanto di­re che non era qui nei giorni della sua carne, quando era visibile al mondo. È un grande mistero che Dio Figlio e Dio Spirito Santo, due persone, possano essere uno, che il Cristo possa essere nello Spirito e lo Spirito in lui; ma è così.

In secondo luogo: se Cristo è sulla terra, sebbene invi­sibilmente (ciò che non si può negare), è chiaro che egli vi è nella stessa condizione scelta nei giorni della sua car­ne. Voglio dire che è un Salvatore nascosto e che, se non stiamo attenti, rischiamo di avvicinarci a lui senza il ri­spetto e il timore dovuti. […]

E c’è un’altra ragione per temere, quando consideriamo i pegni della sua presenza; essi sono di tale natura da condurre all’irriverenza tutti coloro che non sono umili e attenti. Per esempio: la Chiesa è chiamata suo corpo; quello che era il suo corpo materiale quando egli era in ter­ra, lo è oggi la Chiesa. Essa è lo strumento del suo potere divino; ad essa ci dobbiamo rivolgere per ottenere i suoi favori; e se la insultiamo, provochiamo la sua ira. Ma che cos’è la Chiesa, se non un corpo debole, che quasi provoca disprezzo e irriverenza negli uomini che non hanno fede?

E un vaso di terra più fragile di quanto lo fosse il suo corpo di carne, perché questo era puro da ogni peccato, mentre la Chiesa è macchiata nei suoi membri. Sappia­mo che i suoi ministri, anche i migliori, sono imperfetti, inclini all’errore e schiavi delle passioni come gli altri uo­mini; e tuttavia Gesù, rivolgendosi non solo agli apostoli, ma ai settantadue discepoli (ai quali i ministri cristiani so­no uguali per la funzione), disse: Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato.

Egli ha fatto dei poveri, dei deboli e degli afflitti i se­gni e gli strumenti della sua presenza; e anche qui sorge la tentazione di trascurarla e di profanarla. Come era lui, così sono i suoi discepoli scelti in quésto mondo; e come la sua condizione oscura e vulnerabile provocava gli uomi­ni a insultarlo e a maltrattarlo, alla stessa maniera tali qua­lità spingono oggi gli uomini a insultarlo nei segni della sua presenza. Quali siano poi questi segni, risulta chiara­mente da molti passi della Scrittura. Per esempio, egli dice dei fanciulli: Chiunque accoglie uno di questi piccoli in no­me mio, accoglie me. E a Saulo che perseguitava i suoi discepoli disse: Perché mi perseguiti?. E ci avverte che nell’ultimo giorno dirà ai giusti: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi7-. E aggiunge: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me.

La stessa dichiarazione la fa nelle parole rivolte ai mal­vagi. Ciò che rende questo passo terribile ma appropriato è giustamente questo, come è stato osservato, cioè che né i cattivi né i buoni sapevano quello che facevano; anche i giusti sono presentati come persone che avevano avvici­nato Cristo senza rendersene conto. Essi dicono: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da man­giare, assetato e ti abbiamo dato da bere?. In ogni tempo, dunque, Cristo è in questo mondo, ma non più aperta­mente di quanto lo fosse nei giorni della sua vita terrena.

Un simile rilievo si applica ai suoi comandamenti, che sono senza dubbio molto semplici, ma anche intimamente legati alla sua persona. San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, dichiara come sia facile ma anche tremendo pro­fanare la Cena del Signore; lo dichiara quando rimprovera le intemperanze dei Corinzi, e le attribuisce al fatto che essi non hanno riconosciuto il corpo del Signore.

Quando Gesù nacque in questo mondo, il mondo non lo conobbe. Fu deposto in una ruvida mangiatoia tra gli animali, ma tutti gli angeli di Dio lo adorarono. Anche ora egli è presente sull’altare, in modo semplice e nasco­sto, e senza molta dignità; la fede adora, ma il mondo vi passa accanto senza badarvi.

Preghiamolo affinché illumini gli occhi della nostra mente, sì che possiamo appartenere alle schiere celesti, e non a questo mondo. Se gli spiriti carnali saranno impoten­ti a riconoscerlo anche in cielo, un cuore sensibile allo spiri­to può avvicinarlo, vederlo, possederlo anche sulla terra.

Beato John Henry Newman, in: Gesù. Pagine scelte, Paoline, Milano 1992, pp. 202-213.

(Parochial and Plain Sermons, IV, 16, pp. 239-252)

 

“Sappiate che il vostro peccato vi raggiungerà” (Nm 32,23) -Conseguenze morali dei singoli peccati – Beato John Henry Newman

del 20 marzo 1836

“Sappiate che il vostro peccato vi raggiungerà” (Nm 32,23)

Questo è uno dei passi, negli scritti ispirati, che, pur introdotto in una occasione particolare e con una intenzione limitata, esprime una verità di carattere generale, che ci ap­pare immediatamente andar ben oltre il contesto specifico, e che noi useremo a prescindere da esso. Mosè ammoniva le tribù di Gad e di Ruben, che avevano ricevuto per prime la loro eredità, che se non avessero combattuto a fianco dei loro fratelli per aiutarli a conquistare la loro, il loro peccato li avrebbe raggiunti e visitati. E mentre egli così parlava, lo Spirito Santo, che parlava per mezzo suo, dava alle sue parole un intento ben più ampio, quello dell’edificazione della Chiesa fino alla fine dei tempi. Egli intimava la grande legge del governo divino, alla quale tutti coloro che lo stu­diano danno testimonianza, che cioè un peccato è sempre seguito dalla sua punizione. Non è più certo il susseguirsi della notte al giorno, che il susseguirsi della punizione al peccato. Che il peccato sia grave o lieve, momentaneo o abi­tuale, di malizia o di debolezza, la sua specifica punizione -per quel tanto di esperienza che ne possiamo avere – sembra seguire come una legge di natura, prima o dopo, più legge­ra o più pesante, a seconda dei casi.

Noi cristiani apparteniamo a un ordinamento di grazia, e abbiamo il privilegio di una certa sospensione di questa terribile legge della religione naturale. Il sangue di Cristo, come dice S. Giovanni, è di una tale meravigliosa efficacia da “purificarci da ogni peccato”, da interporsi fra il nostro peccato e la sua punizione, e distruggerlo prima che la punizione ci raggiunga. Questo inestimabile beneficio è applicato alle nostre anime in vari modi, secondo l’inscruta­bile beneplacito divino; e di per sé sostituisce e neutralizza la legge di natura con gli annessi castighi per la disobbe­dienza. Ma per quanto effettivamente ed estensivamente applicato, pure l’esperienza ci assicura che tale beneficio non ci è elargito in modo totale e in tutte le circostanze. Ancora: è un fatto innegabile che i penitenti, per quanto veramente tali, non sono preservati dalle attuali conseguen­ze dei loro peccati passati, siano essi esterni o interni, coin­volgenti la mente, o il corpo, o i beni materiali. Si danno poi casi di cristiani che defezionano e non si pentono. Ci sono ragioni note per dire che quanti.peccano dopo aver ricevuto la grazia, sono, come tali, in una situazione peggiore che se non l’avessero ricevuta. Quindi, per quanto grandi siano i privilegi che abbiamo ricevuto entro l’ordinamento evange­lico, essi non scalfiscono la forza e il serio ammonimento delle parole del testo. È sempre vero, in modi diversi e terri­bili, e più ancora di prima che Cristo morisse, che il nostro peccato ci raggiunge e porta, prima o poi, la sua punizione; proprio come una pietra cade a terra, o il fuoco brucia, o il veleno uccide, per un rapporto di causa ad effetto.

Il testo ci porta a considerare le conseguenze di un singo­lo peccato, come sarebbe stata la violazione del loro impegno per le tribù di Ruben e di Gad; per restringere il tema, par­lerò soltanto delle conseguenze morali. Consideriamo l’in­fluenza che singoli peccati, passati o presenti, possono avere sul nostro attuale carattere agli occhi di Dio; quanto grande possa essere, sarà chiaro dalle riflessioni che seguono.

È naturale cominciare a riflettere sulla probabile influen­za su di noi di peccati commessi nell’infanzia, di cui non ci siamo mai resi pienamente conto o abbiamo del tutto dimenticato. È difficile dire da quando i bambini comincia­no ad essere creature responsabili, e quando non lo sono ancora; né si potrebbe fissare una data, per quanto primor­diale, nella quale certamente non lo sono. Anche la data più tardiva assegnabile è molto all’indietro; e da allora in poi, qualunque cosa facciano – non possiamo dubitare – eserci­terà una influenza di grande peso sul loro carattere. Due linee divergenti si distanziano sempre più, maggiore è la distanza dal punto in comune; in modo simile un’anima destinata all’eternità può essere infinitamente mutata in meglio o in peggio da influenze molto piccole esercitate su di lei all’inizio del suo corso. Una deviazione molto piccola alla partenza può essere la misura della differenza dal ten­dere verso l’inferno o verso il paradiso.

Per dare il debito peso a questa riflessione, dobbiamo ricordare che la mente dei bambini è altamente impressio­nabile, come difficilmente avviene in seguito. Quanto si svolge attorno a loro, sia per la novità o per altra causa, si fissa e si perpetua nella loro immaginazione; giorni o ore per loro sono simili, e possono fare il lavoro di anni. Ciascuno, riandando con il pensiero ai suoi primi anni, può persuadersi di questo; il carattere che la sua infanzia com­plessivamente conserva nella sua memoria è legato a poche circostanze esterne, quasi fuori dal tempo: una certa casa, una visita a un certo luogo, la presenza di certe persone, una certa primavera o estate; circostanze che in un primo momento egli non può credere che siano state così transito­rie, come da riscontro risultano essere state.

D’altro lato, si osservi che noi certamente siamo inconsa­pevoli di molte cose che ci accadono nell’infanzia e nella fanciullezza; mi riferisco alle malattie e alle sofferenze infantili: talora, sul momento, non ne siamo consci; talaltra le dimentichiamo subito dopo. Tuttavia sono di natura seria, e dato che devono avere una causa morale, nota o ignota, devono avere – si pensa – anche un effetto morale; e dato che esse suggeriscono con la loro presenza la possibi­lità che anche altre cose serie avvengano in noi, hanno in più la tendenza naturale a colpirci in un modo o nell’altro. Misterioso com’è il fatto che i bambini e i fanciulli debbano soffrire, non lo è meno il fatto che, quando pervengono all’età della ragione, debbano talmente dimenticarsene da aver difficoltà a crederci, quando si racconta loro di aver tanto sofferto. Ma come le malattie e gli accidenti dell’infan­zia lasciano segni permanenti nel loro corpo, anche se essi non ricordano nulla al proposito, non è stravagante l’idea che atteggiamenti peccaminosi momentaneamente assunti e per sempre in seguito dimenticati, debbano toccare l’anima così da causare quelle differenze morali fra uomo e uomo, che, quale ne sia l’origine, sono troppo evidenti per essere negate. Con questo impressionante pensiero sull’importan­za dei primi anni della nostra vita, quanto è penoso riflette­re che i bambini sono comunemente trattati come se non fossero responsabili, come se poco contasse quello che fanno o sono! Vengono scusati, presi alla leggera, viziati, se non trascurati. Sono posti di fronte a cattivi esempi; si fanno o si dicono di fronte a loro cose che essi capiscono, quando gli altri nemmeno lo sospettano, e le immagazzinano nella loro mente e le traducono nel loro comportamento; e così le tinte indelebili del peccato e dell’errore si imprimono nelle loro anime, e diventano altrettanto realmente parti della lo­ro natura, quanto quel peccato originale nel quale sono nati. Quello che è vero nell’infanzia e nella fanciullezza, in una certa misura vale anche dopo. Benché i nostri primi anni di vita abbiano la caratteristica di essere particolarmen­te suscettibili di ricevere forti impressioni inconsce e presto del tutto dimenticate, pure anche in seguito in momenti particolari, quando la mente è eccitata e distolta dal suo stato ordinario di soggezione alle forme comportamentali abituali, ed è quasi riportata a quelle stato informe originario in cui era più libera di scegliere il bene e il male, anche allora in modo simile subisce quasi inconsciamente impron­te indelebili, come nell’infanzia. Questa è una ragione per cui un tempo di prova diventa spesso una tale crisi nella vita spirituale di un uomo. È un periodo in cui il ferro è rovente e malleabile; uno o due colpi bastano per forgiarlo come un’arma per Dio o per satana. In altri termini, se un uomo è allora preso alla sprovvista, un peccato apparente­mente minimo porta nel tempo più lontano a conseguenze così drammatiche che uno quasi non osa contemplarle. Questo può servire per farci capire la rapidità e l’apparente semplicità della prova che la Scrittura presenta come decisi­va del destino di coloro che vi soccombono; la prova di Saul, ad esempio, o di Esaù. D’altra parte, risultati grandiosi possono conseguire da un atto di obbedienza, come quello di Giuseppe che resiste alla moglie del suo padrone, o di Davide che risparmia la vita di Saul. Simili grandi occasioni, per il bene o per il male, si presentano lungo tutta la vita, ma specialmente in gioventù; e sarebbe bene che i giovani si rendessero conto della loro evenienza e importanza. Ahimè! Che cosa non darebbero in seguito, quando giungono a pentirsi (per non parlare di quel più terrificante momento del futuro Giudizio, quando staranno di fronte a Dio a un passo dal paradiso o dall’inferno) per non aver fatto quello che in un momento di eccitazione hanno fatto! Cosa non darebbero per revocare la presa di posizione blasfema o l’a­zione delittuosa; per essere quello che erano allora e ora non sono più, liberi di servire Dio, liberi dal marchio e dal giogo di satana! Come piangeranno amaramente quel fascino, o delirio, o sofisma, che li ha resi quello che non sarebbero stati se vi si fossero opposti con le armi che Cristo dava loro! Quei peccati singoli o dimenticati che evocavo sono la probabile causa delle strane incoerenze di carattere che spesso incontriamo nella nostra esperienza. Si incontrano di continuo uomini dotati di molte buone qualità, amabili ed eccellenti, eppure, da un altro lato, stranamente corrotti. E non si riesce a smuoverli, o a incontrarsi con loro, ma bisogna lasciarli come si sono trovati. Forse sono deboli o troppo indulgenti verso gli altri; forse sono rudi; forse sono ostinati; forse si sono fissati in qualche idea perversa; forse sono irresoluti e indecisi; sono gravati da una o più taro. E tu te ne lamenti, ma non puoi farci nulla, e sei obbligato a prenderli per quello che sono, e rassegnarti, per quanto lo ne dispiaccia. Gli uomini sono a volte tanto buoni e grandi che uno è portato a esclamare: oh se fossero solo un tantino meglio, un tantino più grandi!

Qui sta tutta la differenza fra l’essere un vero santo di Dio o un cristiano di secondo o terz’ordine. I grandi santi sono pochi. C’è sempre un qualcosa; non dico peccati volon­tari riconosciuti come tali – peccati contro la coscienza (che evidentemente precludono da ogni speranza) – ma una qualche carenza di valutazione e di principio, un certo difet­to nel carattere. Questo è il caso comune persino dei miglio­ri cristiani; non sono ligi fino in fondo, non camminano per­fettamente con Dio. Ed è difficile dire perché. Sono sempre vissuti religiosamente, sono stati tenuti lontano dalle tenta­zioni, hanno avuto buona educazione e istruzione, assolvo­no i loro compiti, sono buoni mariti o mogli, buoni genitori, buoni vicini: pure, a conoscerli bene, c’è in loro qualche grossa incoerenza.

Questa considerazione aiuta a capire il modo strano in cui i difetti di carattere si nascondono nell’uomo. Per anni nessuno si accorge di particolari difetti, di cui nemmeno gli stessi interessati si rendono conto; fino a che non vengono certe circostanze a metterli in luce. A quel punto le persone risultano assai differenti da come si pensavano; per questo motivo è raro riuscire a fare previsioni sulle persone, ed è meglio non osare scommettere nemmeno su se stessi per il futuro. Secondo un proverbio, il potere prova l’uomo; ma altrettanto fanno le ricchezze, e così fanno vari mutamenti di situazione. Ci rendiamo conto che dopo tutto non conosciamo le persone, anche se abbiamo avuto a che fare con loro per anni. Rimaniamo delusi e a volte scossi, come di fronte ad un cambio di identità; mentre forse non è altro che il venire alla luce di peccati commessi già molto prima che li incontrassimo per la prima volta.

Ancora: singoli peccati, lasciati correre, sono spesso la causa nascosta di altri difetti di carattere, che stanno più dalla parte dei sintomi che della radice del male. Questo è generalmente riconosciuto a proposito del temperamento scettico, refrattario ai ragionamenti, la cui radice affonda in abitudini viziose, con cui però i colpevoli affermano stre­nuamente di non aver nulla a che fare, in quanto relative all’agire pratico e senza alcuna influenza sulla loro ragione e le loro opinioni. E lo stesso è probabilmente vero in altri casi; debolezza di mente, modi effeminati e falsa raffinatez­za possono a volte essere il risultato dell’indulgere in pen­sieri impuri; le distrazioni nella preghiera possono avere qualche recondito legame con la superbia; l’irascibilità può derivare il suo potere su di noi dall’indulgenza, pur non eccessiva, nel mangiare e bere. Non intendo affermare fra questi diversi peccati uno stretto rapporto di causa ed effet­to, ma semplicemente una connessione che spesso di fatto si verifica, comunque la si possa spiegare.

Ora passerò a considerare l’esistenza di singoli peccati e la situazione delle persone che ne soffrono secondo un altro punto di vista. Ci sono poche persone – se non nessuno – che siano immuni da una qualche tentazione particolarmente ri­corrente, da una qualche debolezza, da un qualche peccato; la prova sta nel resistere e reagire. Una persona può essere complessivamente molto religiosa, tranne che per quell’uni­co punto debole; e quell’unica debolezza assecondata può causare i più spaventosi effetti nel suo spirito, sia in se stes­so che agli occhi di Dio, senza che la persona se ne renda conto. Prendiamo il caso di una persona incapace di perdonare e di vincere i propri risentimenti. Ciononostante, può avere molte doti positive, visuali elevate, principi ben radicati, molti meriti, grande dedizione al servizio di Dio, grande fede, grande santità. Posso immaginare che tale per­sona tenderà molto a reprimere e a emarginare dalle sue convinzioni la coscienza di nutrire quel segreto peccato che richiamavo, proprio perché convinta della propria integrità e del proprio spirito di dedizione verso tutti gli altri suoi doveri. Ci sono invece peccati che, una volta commessi, pro­vocano una tale angoscia e un tale turbamento, da allarmare la mente al di là della loro stessa nefandezza e intrinseca odiosità. Non dobbiamo evidentemente mai sottovalutare l’estrema miseria e colpevolezza dei pensieri cattivi, sui quali i giovani spesso indugiano; tuttavia in seguito essi riempiono di rimorso la persona e la spingono al pentimen­to, e fino a che il pentimento non giunge, la gravano, cosic­ché non trova requie o contentezza. Non può attendere ai suoi doveri ordinari come prima; e, mentre tutto questo è avvertito, per quanto gravi essi siano, non colpiscono di nascosto, ma in un certo senso contrastano i loro stessi effet­ti. Ma diverso è il caso della cupidigia, della presunzione, dell’ambizione, o del risentimento, che è il particolare pec­cato di cui sto parlando. Può trovare diecimila attenuanti; può assumere nomi falsi; può affiorare alla coscienza di un individuo solo di tanto in tanto, per un attimo, come uno scrupolo che subito scompare; null’altro. La trafittura è stata di un attimo, mentre ad occupare stabilmente la sua mente sono la disinvoltura, la soddisfazione e l’armonia, che le provengono dall’esatto adempimento dei suoi doveri gene­rali. Quali che essi siano, questa coscienza è in lui. Egli è onesto, giusto, temperante, mortificato; è socievole, ed è forse mite e modesto, senza pretese e bonario. All’occor­renza è fermo, ha idee chiare in materia di principi, è zelan­te nel comportamento, è privo di secondi fini. Entra nella Casa di Dio, e il suo cuore risponde a tutto ciò che egli vede e sente. Ha l’impressione di poter dire: “Oh Dio, tu mi vedi!” – come se non avesse alcun peccato nel suo cuore. Prega calmo e serio come sempre, si sente come sempre; il suo cuore è rapito dal racconto evangelico, o dai salmi di Davide. È consapevole di non appartenere a questo mondo. È umilmente fiducioso che non vi sia nulla al mondo che (grazie a Dio) possa separarlo dall’amore di Dio e di Cristo. Non vedete come la sua immaginazione è trascinata da tutto questo? Egli è fondamentalmente quello che pensa di essere; egli si pensa devoto a Dio in ogni servizio attivo, in ogni pensiero segreto; e così egli è. Non si sbaglia a pensare così; ma nonostante tutto questo, egli ha un grosso difetto in un’altra direzione – un difetto nascosto. Dimentica che, nonostante tutta questa consonanza fra tutto l’interno e tutto l’esterno per ventitré ore al giorno, vi è un tasto che di tanto in tanto stride nella sua mente – una corda fuori tono. Qualcuno gli ha fatto torto o ha offeso il suo onore, e ogni giorno, ogni settimana, alcuni minuti sono riservati a pensieri foschi, implacabili, che inizialmente gli erano anche apparsi quello che erano, cioè peccato, ma che egli ha imparato gradualmente a scusare, anzi a giustificare sulla base di altri principi, a riferire ad altri motivi, a giustificare per motivi di religione o altro. Salomone dice: “Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere: così fa un po’ di follia per chi è in reputazione di sapienza e onore”. (Qo 10,1) Ahimè! Chi può pretendere di stimare l’effetto di una tale trasgressione apparentemente lieve nella situazione spirituale di ognuno di noi? Chi può pretendere di dire quale ne sia l’effetto agli occhi di Dio? Che cosa ne penseranno gli angeli? Che penserà il nostro angelo custode, che ci è stato assegnato, che ha vegliato su di noi, ed è stato nostro amico fin dall’infanzia? Che penserà egli, che si rallegrò al vedere come crescevamo con la grazia di Dio, ma che ora è costretto a temere per noi? Ahimè! Quale sarà la reale condizione del nostro cuore? I corpi conservano per qualche tempo il calore dopo la morte. E chi può dire altro, se non che un’anima in una se esteriormente lo conserva, e sopravvive fino all’e­saurimento di quel piccolo tesoro di forza e di vita che si è depositato in lui? Anzi, sappiamo che è così, se il peccato è stato deliberato e volontario; perché la parola della Scrittura ci assicura che un tale peccato ci esclude dalla presenza di Dio, e blocca i canali attraverso i quali egli ci dona la grazia.

Considerate anche quale triste avvilimento può essere inflitto all’intera Chiesa da una tale causa. Le intercessioni dei santi sono la vita della Chiesa. Le elemosine e le buone opere, le preghiere e i digiuni, la purezza, la coscienziosità, la devozione di tutti i veri credenti, grandi e piccoli, sono la nostra salvezza e protezione. Quando satana vuole colpirla in uno dei suoi rami, egli comincia senza dubbio col cercare di privarla di ciò in cui sta la sua forza. Egli guadagna qual­cosa ogni qual volta può irretire le persone religiose in qual­che peccato deliberato, quando egli può eccitare il loro orgo­glio, accendere il loro risentimento, adescare la loro cupidigia, o alimentare speranze ambiziose. Un peccato gli basta: il suo lavoro è fatto, quando può mettere un solo ostacolo sul loro percorso; lì lo lascia, é se ne va soddisfatto. E si os­servi che questo vale sia per gli individui che per la Chiesa in un certo tempo. Per quanto ne sappiamo, nel momento che stiamo vivendo, satana può essere riuscito a contagiarci tutti assieme con un peccato che sta agendo per la nostra distruzione, nonostante tutti i punti positivi che al di là di quello possiamo avere. L’amore per le buone cose del mondo, ad esempio, può essere sufficiente per guastare molte grazie. Quanto agli individui, il caso di Acan è emble­matico, come ben ricorderete. Il suo peccato – di aver sot­tratto dal bottino un bel mantello di Sennar e una certa quantità d’oro e argento – attirò la sconfitta sulle forze di Israele, e quindi la morte per sé, per i suoi figli e figlie. (Cf. Gs 7)

Guardiamoci dal pensare che la provvidenza di Dio sia materialmente diversa ora, perché non ci è dato di vederla. La principale differenza fra il suo modo di trattare con i giu­dei e con i cristiani è solo questa: che verso i primi assume­va forme visibili mentre verso i secondi forme non visibili. Noi non vediamo gli effetti della sua ira ora, come allora, ma essi sono altrettanto reali e più terribili, in quanto pro­porzionati alla grandezza dei privilegi abusati.

Può essere considerato un altro esempio di disobbedien­za ristretta ad un solo particolare, che si accompagna in pari tempo con molta eccellenza per altri aspetti: il caso del distacco dalla Chiesa. Quando incontriamo persone che hanno defezionato dalla Chiesa, o che si oppongono attiva­mente ad essa, o che respingono parte delle sue dottrine, può talora avvenire di riscontrare tanta presenza di buoni principi e di giusta condotta in esse, da farci rimanere per­plessi, e da indurci a chiederci se le loro opinioni possano essere davvero sbagliate, o se per questo esse ne siano dan­neggiate. Si osservi che sto parlando di coloro che si oppon­gono alla verità, quando avrebbero avuto modo di capire meglio. Ancora, non vorrei che dimenticaste che i doni più alti della grazia sono del tutto invisibili, come anche le punizioni. Ma parliamo di ciò che si vede in coloro che deli­beratamente si oppongono alla Chiesa. Dico che è probabile che la nostra immaginazione sia colpita da ciò che appare in essi di fede e santità; ancor più ciò può avvenire nell’imma­ginazione delle persone stesse, che spesso non hanno alcun dubbio quanto ad essere nella grazia di Dio. Mi riferisco a quanti, nella loro separazione dalla Chiesa, risultano ribelli a Dio; non possiamo sapere chi siano, e non siamo quindi assolutamente in grado di esprimere giudizi su alcuno. Tuttavia vorrei che tutti coloro che vengono a trovarsi assie­me a persone che, essendo separatiste, potrebbero essere ribelli a Dio, tenessero a mente questo: che la loro apparente santità e religiosità, per quanto grandi , non provano che esse siano realmente sante e religiose, nel caso avessero quest’unico peccato segreto a loro carico nel libro del cielo. Avviene per loro, per analogia, la stessa cosa che accade a un uomo che può essere in buona salute, aver le braccia e le mani sue proprie, la testa a posto, la mente attiva, eppure avere un organo ammalato, di un’affezione che non appare immediatamente, ma rimane latente, ed è tuttavia mortale, tale da portare a distanza di tempo a morte certa. Come nell’esempio che portavo, una persona può essere retta e nobil­mente ispirata, priva di doppi fini e fortemente determina­ta, garbata e gentile, mortificata e caritatevole, e tuttavia può coltivare sentimenti di vendetta verso un certo indivi­duo, e così dimostrare che il suo cuore è mosso da un qual­che altro principio che non è l’amore di Dio; la stessa cosa può accadere con persone che sembrano buone, e capriccio­samente lasciano la Chiesa. I loro meriti religiosi, quali che siano, non sono loro realmente utili contro questo o qualsia­si altro peccato di ribellione.

Per concludere. Ho suggerito soltanto uno o due pensieri su un tema alquanto ampio; con la grazia di Dio vi potranno essere utili. Saranno utili se ci condurranno a temere di noi stessi. “Chi può comprendere i propri errori?”, dice il santo Davide. “Purificami, Signore, dalla mie colpe nascoste”. Quanto è terribile quel versetto che dice: “il vostro peccato vi raggiungerà”! Chi può cimentarsi a dire per se stesso quali peccati di ribellione abbia commesso e quando li abbia compiuti? Chi può dire quanto spesso si ripetono, e, se cosi, quanto continuo diventi il suo scivolare dalla grazia? Quanto ci è necessario purificarci ed emendarci ogni giorno! Quanto ci è necessario accostarci a Dio in fede e penitenza per cercare da lui la misura di perdono, di fiducia, di forza, che egli vorrà accordarci! Quanto ci è necessario persistere alla sua presenza, rimanere all’ombra del suo trono, per usare di tutti i mezzi ed espedienti che egli ci consente, per essere saldi nei suoi ordinamenti, zelanti nei suoi precetti, per non trovarci privi di protezione e impotenti quando egli verrà a visitare la terra!

Ancora, quale costante preghiera dobbiamo offrirgli perché egli sia misericordioso con noi nel giorno terribile del Giudizio! Sarà davvero un momento terribile, quando saremo di fronte a lui sotto lo sguardo di uomini e angeli per essere giudicati secondo le nostre opere! Sarà terribile per noi e per tutti i nostri amici. Allora il giorno della grazia sarà tramontato; le preghiere non saranno utili, quando i libri saranno aperti. Preghiamo per noi e gli uni per gli altri finché dura l’oggi. Preghiamo Cristo per i meriti della sua croce e passione, di aver misericordia per noi, per tutti quel­li che amiamo, per tutta la Chiesa; di perdonarci, di rivelarci i nostri peccati, di donarci pentimento e cambiamento di vita, di donarci grazia attuale, e di concederci, secondo la ricchezza del suo amore, felicità futura nel suo regno eterno.

Beato John Henry Newman, Sermoni Parrocchiali, IV, 3

Trad. italiana da: John Henry Newman. Sermoni sulla Chiesa. Conferenze sulla dottrina della giustificazione. Sermoni penitenziali. Trad. a cura di L. Chitarin, ESD, Bologna 2004, pp. 785-797.

 

“La santità è necessaria per la beatitudine futura” Beato John Henry Newman

«La santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore» (Eb 12,14)

In questo testo parve bene allo Spirito Santo comunicarci in poche parole una verità religiosa essenziale – particolarità questa che la rende più incisiva, mentre la verità in se stessa è affermata in un modo o nell’altro in ogni parte della Scrittura. Ripetutamente ci viene detto che la santificazione dei peccatori è il grande scopo che nostro Signore ebbe di mira nell’assumere la natura umana, e che quindi nessuno, tranne i santi, sarà accettato per amor suo nell’ultimo giorno. Tutta la storia della redenzione, l’alleanza di misericor­dia in tutte le sue parti e disposizioni, attestano la necessità della santità per la salvezza, altrettanto quanto lo attesta anche la nostra coscienza. Ciò che altrove è implicito nella narrazione o esplicitato in forma di precetto, nel testo viene dottrinalmente ribadito come del tutto necessario, come la conseguenza di una legge irreversibile della natura delle cose e come la determinazione imperscrutabile della volontà divina. Ora, qualcuno potrà chiedere: «Come mai la santità è una qualificazione necessaria per essere ammessi in paradiso? Perché la Bibbia ci ingiunge tanto strettamente di amare, temere Dio, e obbedirgli, di essere giusti, onesti, miti, puri di cuore, disposti al perdono e all’abnegazione, religiosa­mente ispirati, umili e rassegnati? L’uomo sa bene di essere debole e corrotto; perché gli si comanda di essere così religio­so e soprannaturale? Perché gli si richiede (con quel forte lin­guaggio della Scrittura) di diventare “una nuova creatura”? Dato che l’uomo è per natura quello che è, non sarebbe un atto di più grande misericordia, da parte di Dio, salvarlo semplicemente senza questa santità, che è per lui così diffi­cile, e tuttavia (come sembra) è per lui così necessaria?».

Ma è una questione, questa, che non abbiamo il diritto di porre. È sufficiente, per un peccatore, sapere che una via gli è stata aperta per la salvezza, senza ulteriori spiegazioni sul perché questa e non un’altra via sia stata scelta dalla divina sapienza. La vita eterna è «il dono di Dio». Senza dubbio Dio può prescrivere a che condizioni egli lo concede; e se egli ha stabilito che la via della vita sia la santità, ciò è sufficiente; non spetta a noi indagare perché egli abbia stabilito così.

Però la questione può essere proposta con riverenza e nell’intento di accrescere la comprensione della nostra con­dizione e delle nostre prospettive; in tal caso il tentativo di rispondervi sarà utile, se condotto con sobrietà. Procederò dunque a esporre una delle ragioni per cui, secondo la Scrittura, un’effettiva santità è necessaria, come il testo afferma, per la futura felicità.

Essere santi è, con le parole che ci suggerisce la nostra Chiesa, avere «la vera circoncisione dello Spirito», cioè: sepa­rarsi dal peccato, odiare le opere del mondo, la carne e il demonio; compiacersi dell’osservanza dei comandamenti di Dio; comportarsi come egli vorrebbe, che ci comportassimo; vivere abitualmente come se vedessimo il mondo futuro, come se avessimo spezzato i legami di questa vita e fossimo già morti. Perché mai non possiamo essere salvi senza possedere une tale mentalità e temperamento?

Rispondo così: se una persona non santa fosse ammessa in paradiso, non sarebbe felice di trovarvisi; e non sarebbe per­ciò misericordia permettergli di entrare.

1. Se una certa forma mentis, un certo stato del cuore e degli affetti, sono necessari per entrare in paradiso, le nostre azioni concorreranno alla nostra salvezza, principalmente in quanto tenderanno a produrre o ad accentuare tale forma mentis. Le opere buone (come sono chiamate) sono richieste, non perché abbiano alcunché di meritorio in se stesse, non perché abbiano di per sé la capacità di stornare l’ira di Dio dai nostri peccati, o di guadagnarci il paradiso, ma perché sono i mezzi, con l’aiuto della grazia di Dio, per rafforzare ed evidenziare quel principio di santità che Dio ci ha messo nel cuore, e senza il quale (come dice il testo) non possiamo vedere Dio. Più numerosi sono gli atti di carità, di abnega­zione, di sopportazione, tanto più, evidentemente, le nostre menti riceveranno l’impronta di un carattere caritatevole, altruista, paziente. Quanto più frequenti sono le nostre pre­ghiere; quanto più umili, pazienti e religiose sono le nostre attività quotidiane, tanto più questa comunione con Dio, queste sante opere, saranno i mezzi per santificare i nostri cuori, e prepararci per la futura presenza di Dio. Gli atti esterni, compiuti per coerenza ai principi, creano degli abiti interiori. Ripeto, ciascun atto di obbedienza alla volontà di Dio, le buone opere (come sono chiamate), ci sono proficue in quanto gradualmente ci separano dal mondo dei sensi e imprimono nei nostri cuori un carattere soprannaturale.

E chiaro quali siano le opere che non concorrono alla nostra salvezza: tutte quelle che, o non hanno l’effetto di cambiare il nostro cuore, o hanno un effetto negativo. Che cosa si dovrà dire di quanti pensano che sia una cosa facile piacere a Dio, e raccomandarsi a lui? Di quanti lo servono stentatamente e chiamano ciò il cammino della fede e se ne dichiarano soddisfatti? Siffatte persone – è fin troppo evi­dente – invece di avvantaggiarsi dei loro atti di benevolenza onestà, o giustizia, possono esserne (potrei perfino dire) danneggiate. Infatti, questi atti, per quanto buoni in se stes­si, sono compiuti per alimentare, in queste persone, uno spi­rito cattivo, uno stato d’animo corrotto – cioè amor proprio, presunzione, fede in se stessi -, e non fanno sì che queste persone volgano lo sguardo dal mondo al Padre degli spiri­ti. In modo simile, gli atti puramente esteriori di venire in chiesa e di recitare orazioni, che sono evidentemente dei doveri per tutti, sono veramente proficui soltanto per quelli che li compiono con spirito soprannaturale. Perché soltanto queste persone compiono queste opere ad emendamento del loro cuore; mentre persino la più esatta devozione este­riore non è utile, se non lo rende migliore.

2. Ma ci sono altre conseguenze da osservare. Se la san­tità non consiste semplicemente nel compiere un certo numero di buone azioni, ma consiste nel carattere interiore che ne consegue, con la grazia di Dio, nel compierle, quanto lontana da quella santità è la moltitudine degli uomini! Essi non sono obbedienti nemmeno nelle opere esteriori che costituiscono il primo gradino per giungervi. Devono essere persino istruiti a compiere opere buone, come mezzo per cambiare il loro cuore, che è il fine. Ne consegue immediatamente, anche se la Scrittura non lo afferma esplicitamente, che nessuno è in grado di prepararsi per il paradiso, cioè di diventare santo, in breve tempo. Per lo meno noi non vedia­mo come ciò sia possibile; e ciò, anche se si tratta di una semplice deduzione della ragione, è un pensiero serio. Ma purtroppo! Come ci sono persone che pensano di salvarsi con qualche ristretto adempimento, così ve ne sono altre che suppongono di poter essere salve da un momento all’altro per mezzo di una fede improvvisata e facilmente fatta pro­pria. Moltissimi uomini che vivono nella dimenticanza di Dio, tacitano la loro coscienza, quando è agitata, ripropo­nendosi di pentirsi in futuro. Quanto spesso si trascinano così, finché la morte non li sorprende! Ma supporremo che essi effettivamente comincino a pentirsi un certo giorno. Anzi supporremo che Dio onnipotente li perdoni. e li am­metta in paradiso. Nulla più di questo è richiesto? Saranno adatti a servirlo? Ma non è questo il punto sul quale ho insi­stito, che cioè lo stato in cui si trovano non lo consentirà loro? Non è stato provato che, anche se ammessi colà senza un mutamento del cuore, non vi troverebbero piacere? E un mutamento del cuore può avvenire in un giorno? Nemmeno il più superficiale può mutare così rapidamente. Possiamo cambiare con una parola per intero la nostra mentalità e il nostro carattere? Non è la santità il risultato di molti pazien­ti e ripetuti sforzi di obbedire, che gradualmente agiscono su di noi, e che dapprima modificano e poi cambiano il nostro cuore? Non osiamo, certo, mettere limiti alla miseri­cordia e al potere di Dio, quanto ad effettuare pentimenti tardivi nella vita, anche dove egli ci ha rivelato la normalità del suo governo morale; pure è certamente nostro dovere tenere fermamente di fronte a noi e mettere in pratica quelle verità generali che la sua Parola ha enunciato. La sua santa Parola ci ammonisce in vari modi che, come nessuno che non sia santo troverà felicità in paradiso, così nessuno può imparare ad essere tale in breve tempo, e quando vuole. Ciò risulta implicito nel testo che menziona una qualificazione che sappiamo richiedere ordinariamente del tempo prima che la si possa acquisire. Ciò è chiaramente fatto intendere nella parabola dell’abito nuziale, (Cf. Mt 22,11; 25,1) nella quale l’interiore san­tificazione è presentata come una condizione distinta dal­l’accettazione dell’offerta di misericordia, e da non perdere negligentemente di vista nei nostri pensieri, come se fosse una necessaria conseguenza di essa. D’altra parte, la para­bola delle dieci vergini, che ci dimostra che è necessario essere forniti dell’olio di santità per incontrare lo sposo, evi­denzia il tempo richiesto per procurarselo. Da parte loro le Lettere di S. Paolo ci assicurano che è talmente possibile pre­sumere della grazia divina, da lasciasi sfuggire il tempo opportuno e rinchiudersi nella condanna già prima del ter­mine della propria vita.

Desidero parlarvi, fratelli miei, non come se foste estra­nei alle misericordie di Dio, ma, al contrario, proprio perché siete partecipi dell’alleanza di grazia in Cristo, e proprio per questa ragione vi trovate in speciale pericolo, dato che sol­tanto quelli che hanno avuto tale privilegio possono incor­rere nel peccato di renderlo vano. D’altra parte nemmeno parlo a voi quasi foste peccatori inveterati e caparbi, esposti al rischio imminente di compromettere, o all’eventualità di aver già compromesso, la vostra speranza del paradiso. Ma temo che vi siano di quelli che, se esaminassero accura­tamente la propria coscienza, sarebbero costretti ad ammet­tere di non aver fatto del servizio di Dio il loro primo e maggiore impegno; e temo che la loro obbedienza, per chia­marla così, sia stata una routine nella quale il loro cuore non ha avuto parte, e che abbiano agito rettamente nel mondo soprattutto per riguardo ai loro interessi mondani. Temo vi siano alcuni che, quale che sia la loro religiosità, hanno tali timori al proprio riguardo, da convincerli che dovranno decidersi un giorno o l’altro ad obbedire a Dio con maggio­re esattezza, timori tali da convincerli di peccato, ma non sufficienti a dar loro il senso della sua nefandezza o della sua pericolosità. Tali persone si prendono gioco del tempo riservato alla misericordia. Ottenere il dono della santità è il lavoro di una vita. Nessuno sarà mai perfetto quaggiù, tanto incline al peccato è la nostra natura. Nel procrastinare il giorno del pentimento, queste persone rimandano ad alcuni giorni incerti, quando son venuti meno la forza e il vigore, quell’opera per la quale l’intera vita basta appena. Tale opera è grande e ardua oltre ogni dire. Vi è molto residuo di pec­cato persino nel migliore degli uomini, e «se il giusto a sten­to si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore?».(1 Pt 4,18) La loro condanna può giungere in ogni istante; e se questo pensiero non deve far disperare per oggi, deve sempre far tremare per domani.

Forse altri potranno dire: «Non ignoriamo il potere della religione e entro certi limiti la amiamo; abbiamo sani princi­pi, veniamo in chiesa a pregare; questa è la prova che siamo preparati per il paradiso; siamo salvi, e quanto è stato detto non vale per noi». Non siate, fratelli miei, nel numero di costoro. Un’importante prova del nostro essere veri servi di Dio è il nostro desiderio di servirlo meglio; e state pur certi che chi è contento del proprio avanzamento nella santità cri­stiana, è per lo meno in stato di cecità, e forse in grande pe­ricolo. Se siamo realmente toccati dalla grazia della santità, aborriremo il peccato come qualcosa di vile, irrazionale, e depravante. Molti, è vero, si accontentano di visioni parziali e confuse della religione, e di motivazioni ambigue. Non accontentatevi di qualcosa di meno della perfezione; eserci­tatevi giorno dopo giorno a crescere in conoscenza e in gra­zia; cosicché possiate alla fine presentarvi alla presenza di Dio onnipotente.

In conclusione: mentre noi qui fatichiamo per conforma­re i nostri cuori al modello della santità del Padre nostro celeste, ci è di conforto sapere che non siamo lasciati a noi stessi, ma che lo Spirito Santo ci è vicino con la sua grazia, e ci rende capaci di dominare e mutare le nostre menti. È un conforto e un incoraggiamento, perché è una cosa inquietante e terribile sapere che Dio opera in noi e attraverso di noi. (Cf. Fil 2,12.18) Noi siamo strumenti, e soltanto strumenti, per la nostra sal­vezza. Nessuno dica che lo scoraggio, e che gli propongo un impegno al di là delle sue forze. Tutti noi abbiamo i doni della grazia datici in consegna fin dalla giovinezza. Lo sap­piamo bene, ma non sfruttiamo il nostro privilegio. Ci fac­ciamo idee codarde circa le difficoltà, e di conseguenza non sperimentiamo la grandezza dei doni che ci sono dati per farvi fronte. Se poi avviene che ci rendiamo conto fino in fondo dell’entità dell’opera che ci è richiesta, passiamo subi­to a pensare che Dio sia un padrone severo, che pretende troppo da una razza peccatrice. Stretta davvero è la via della vita, ma infinito è l’amore e il potere che Dio esplica per guidarci attraverso essa, tramite la Chiesa, continuatrice di Cristo.

Bl. John Henry Newman, PPS I,I in italiano: Newman, Sermoni sulla Chiesa….  EDS Bologna 2004, 837-848.

 

“Quando verrà il giorno in cui io potrò baciare realmente e visibilmente le tue sacre piaghe?” Meditazione di John Henry Newman

Quando verrà il giorno in  cui io potrò baciare realmente e visibilmente le tue sacre piaghe? In quel giorno sarò  interamente purificato dai miei peccati e dalle mie impurità e sarò  degno d’avvicinarmi al mio Dio incarnato, lassù, nella tua casa di luce.  Quale mattino splendente sarà quello in cui, soddi­sfatti tutti i miei  debiti, io vedrò per la prima volta il tuo volto, con­templerò senza  tremare i tuoi occhi, le tue labbra misericordiose, m’inginocchierò con  gioia per baciare i tuoi piedi e riceverò il ben­ venuto nelle tue  braccia!

O mio solo vero amante, voglio amarti ora per poterti amare  anche allora. Quale giorno, il giorno dell’eternità, in cui rassomiglierò  così poco a quello che sono ora, qui in terra, dove mi sento vivere in un corpo di morte, distratto e tormentato da mille pensieri.

O  mio Signore, quale giorno sarà quello in cui l’a­vrò troncata col  peccato veniale o mortale, in cui io mi presenterò degno di te e  perfetto ai tuoi occhi, capace di sostenere la tua presenza, non  tremando sotto i tuoi sguardi, non tremando all’esame scrutatore degli  angeli e degli arcangeli.

John Henry Newman, Meditazioni e Preghiere, a cura di Velocci G. Jaca Book Milano 2002, 73-74.

 

“Gesù con il suo Spirito è presente” Pensiero del Beato John Henry Newman

“Quanto più la mano di Dio è segreta, tanto più è potente; quanto più è silenziosa, tanto più è terribile. Approfittiamo perciò di quello che ogni giorno, ogni ora che passa ci insegnano. Il mondo sembra proseguire per il suo corso ordinario. Non vi è nulla di celestiale nelle notizie di ogni giorno, nel volto della massa, nelle azioni dei potenti, nelle decisioni dei superbi. E tuttavia Gesù con il suo Spirito è presente; la presenza del Figlio eterno, molto più gloriosa, più potente di quando egli era visibilmente sulla terra, è con noi”

Beato John Henry Newman, PPS IV, 15.

Beato John Henry Newman: “Ripeto, senza una qualche idea giusta del nostro cuore e del peccato, non possiamo avere un’idea giusta del governo morale, di un salvatore o santificatore; e nel professare di crederci, useremmo parole senza attribuire ad esse precisi distinti significati. Perciò la conoscenza di sé è alla radice di tutta la reale conoscenza religiosa”

SE NON ABBIAMO COSCIENZA DEL NOSTRO PECCATO NON CAPIREMO MAI IL VALORE DELLA GRAZIA DI CRISTO E DELLA SUA SALVEZZA, QUESTO SUCCEDE PERCHE’ NON SIAMO UMILI E NON PREGHIAMO CON IL CUORE!

Sentite cosa diceva Don GIUSSANI:

“Così noi non conosciamo il dolore, il dolore del peccato. Perché il dolore è il dolore del peccato; da quando Dio è morto per salvare gli uomini, l’unico dolore è il peccato. Il dolore, che è il peccato, è l’humus misterioso in cui attecchisce quella cosa umana e sovraumana, più umana di tutte le altre e più sovraumana di tutte le altre, che è l’amore.

Dobbiamo conoscere il dolore, l’unico vero dolore che è quello che genera l’amore. L’amore pronuncia un nome – un nome! –, e dentro questo nome i nomi di tutti gli uomini e anche di tutte le cose sono come schiacciati dentro: come una madre che voglia proteggere i cinque bambini e le sue mani non arrivassero che a tre, perché è piccola!”

 

John Henry Newman – Sermoni sulla Chiesa. Conferenze sulla dottrina della giustificazione. Sermoni penitenziali. (Fonte: THE INTERNATIONAL CENTRE OF NEWMAN FRIENDS)

“I propri errori chi li conosce? Purificami, o Signore, dalle mie colpe nascoste” (Sal 18 (19), 13).

Può sembrare strano, ma molti cristiani trascorrono la loro vita senza alcuno sforzo di raggiungere una corretta conoscenza di se stessi. Si accontentano di impressioni vaghe e generiche circa il loro effettivo stato; se hanno qual­cosa in più di questo, si tratta di esperienze casuali, quali i fatti della vita a volte impongono. Ma nulla di esatto e siste­matico, che non rientra nemmeno nei loro desideri avere.

Quando dico che è strano, non è per suggerire che la conoscenza di sé sia facile; è quanto mai difficile conoscere se stessi anche parzialmente, e da questo punto di vista l’i­gnoranza di se stessi non è una cosa strana. La stranezza sta nel fatto che si affermi di credere e di praticare le grandi verità cristiane, mentre si è così ignoranti di se stessi, tenen­do conto che la conoscenza di sé è una condizione necessa­ria per la comprensione di quelle verità. Quindi non è trop­po dire che tutti quelli che trascurano il dovere di un abitua­le esame di coscienza, adoperano in molti casi parole senza averne il senso. Le dottrine del perdono dei peccati, e della nuova nascita dal peccato, non possono essere comprese senza una certa giusta conoscenza della natura del peccato, cioè, del nostro cuore. […]

Ripeto, senza una qualche idea giusta del nostro cuore e del peccato, non possiamo avere un’idea giusta del governo morale, di un salvatore o santificatore; e nel professare di crederci, useremmo parole senza attribuire ad esse precisi distinti significati. Perciò la conoscenza di sé è alla radice di tutta la reale conoscenza religiosa; ed è invano – peggio che invano -, un inganno e un danno, pensare di comprendere le dottrine cristiane come cose ovvie, unicamente in merito all’insegnamento che si può ricavare dai libri, o dall’ascolta­re prediche, o da qualsiasi altro mezzo esteriore, per quanto eccellente, preso in sé e per sé. Perché è in proporzione alla conoscenza e alla comprensione del nostro cuore e della nostra natura, che comprendiamo cosa significhi Dio gover­natore e giudice, ed è in proporzione alla nostra compren­sione della natura della disobbedienza e della nostra reale colpevolezza, che avvertiamo quale sia la benedizione della rimozione del peccato, della redenzione, del perdono, della santificazione, che altrimenti si riducono a mere parole. La conoscenza di sé è la chiave dei precetti e delle dottrine della Scrittura. […] E allora, quan­do abbiamo sperimentato cosa sia leggere se stessi, avremo utilità dalle dottrine della Chiesa e della Bibbia.

Certo, la conoscenza di sé può avere gradazioni. Probabilmente nessuno ignora se stesso totalmente; e anche il cristiano più maturo conosce se stesso solo «in parte». Comunque, la maggioranza degli uomini si accontentano di una esigua conoscenza del loro cuore, e quindi di una fede superficiale. Questo è il punto sul quale mi propongo di insistere. Gli uomini non si turbano all’idea di avere innu­merevoli colpe nascoste. Non ci pensano, non le vedono né come peccati né come ostacoli alla forza della fede, e continuano a vivere come se non avessero nulla da apprendere.

Consideriamo con attenzione la forte presunzione che esiste, che cioè noi tutti abbiamo delle serie colpe nascoste: un fatto che, credo, tutti sono pronti ad ammettere in termi­ni generali, anche se pochi amano considerare con calma e in termini pratici; cosa che ora cercherò di fare.

1. Il metodo più rapido per convincerci dell’esistenza in noi di colpe ignote a noi stessi, è considerare come chiara­mente vediamo le colpe nascoste degli altri. Non vi è ragione per supporre che noi siamo diversi dagli altri attorno a noi; e se noi vediamo in loro dei peccati che essi non vedono, si può presumere che anche loro abbiano le loro scoperte su di noi, che ci sorprenderebbe di ascoltare. […] Ad esempio: ci sono persone che agiscono principalmente per interesse, mentre pensano di compiere azioni generose e virtuose; si spendono gratuitamente, oppure si mettono a rischio, lodati dal mondo e da se stessi, come se agissero per alti principi. Ma un osserva­tore più attento può scoprire, quale causa principale delle loro buone azioni, sete di guadagno, amore degli applausi, ostentazione, o la mera soddisfazione di essere indaffarato e attivo. Questa può essere non solo la condizione degli altri, ma anche la nostra; o, se non lo è, può esserlo una infermità simile, la soggezione a qualche altro peccato, che gli altri vedono, e noi non vediamo.

Ma se dite che non c’è alcuno che veda in noi dei peccati di cui noi non siamo consapevoli (benché questa sia una supposizione alquanto temeraria da fare), pure, perché mai la gamma delle nostre mancanze dovrebbe dipendere dalla conoscenza accidentale che qualcuno ha di noi? Se anche tutto il mondo parlasse bene di noi, e le persone buone ci salutassero fraternamente, dopo tutto vi è un Giudice che prova le reni e il cuore. Egli conosce il nostro stato reale. Lo abbiamo pressantemente supplicato di dischiuderci la conoscenza del nostro cuore? Se no, questa stessa omissione fa presumere contro di noi. Anche se dappertutto nella Chiesa fossimo lodati, possiamo essere certi che egli vede in noi innumerevoli pecche, profonde e odiose, di cui non abbiamo l’idea. Se l’uomo vede tanto male nella natura umana, che cosa deve vedere Dio? «Se il nostro cuore ci con­danna, Dio è più grande del nostro cuore, e conosce ogni cosa». Dio non solo registra ogni giorno contro di noi atti peccaminosi, di cui noi non siamo consapevoli, ma anche i pensieri del cuore. Gli impulsi dell’orgoglio, della vanità, della concupiscenza, dell’impurità, del malumore, del risen­timento, che si susseguono nelle momentanee emozioni di ogni giorno, sono a lui noti. Noi non li riconosciamo; ma quanto importante sarebbe riconoscerli!

2. Questa considerazione ci è suggerita già a prima vista. Riflettiamo ora sulla scoperta di nostre mancanze nascoste, provocate da incidenti occasionali. Pietro seguiva Gesù bal­danzosamente, e non sospettava del suo cuore, fino a che nell’ora della tentazione non lo tradì, e lo portò a rinnegare il suo Signore. Davide visse anni di felice obbedienza men­tre conduceva vita privata. Quale fede illuminata e calma appare dalla sua risposta a Saul a proposito di Golia: «Il Signore mi ha liberato dagli artigli del leone e dagli arti­gli dell’orso. Egli mi libererà dalle mani di questo filisteo»! Anzi, non soltanto nella sua vita privata e segregata, fra gravi tribolazioni, e fra gli abusi di Saul, egli continuò a essere fedele al suo Dio; anni e anni egli procedette, irrobu­stendo il suo cuore, e praticando il timor di Dio; ma il potere e la ricchezza indebolirono la sua fede, e ad un certo punto prevalsero su di lui. Venne il momento in cui un profeta poté ritorcere su di lui: «Tu sei quell’uomo» che tu hai condannato. A parole, aveva conservato i suoi principi, ma li aveva smarriti nel suo cuore. Ezechia è un altro esempio di un uomo religioso che resse bene alla tribolazione, ma che ad un certo punto cadde sotto la tentazione delle ricchezze, che al seguito di altre grazie straordinarie gli erano state concesse. – E se le cose stanno così nel caso dei santi, predi­letti di Dio, quale (possiamo supporre) sarà il nostro vero stato spirituale ai suoi occhi? È questo un pensiero serio. L’ammonimento da dedurne è di non pensare mai di avere la dovuta conoscenza di sé stessi fino a che non si sia stati esposti a molti generi di tentazioni e provati da ogni lato. L’integrità da un lato del nostro carattere non attesta l’inte­grità da un altro lato. Non possiamo dire come ci comporte­remmo se venissimo a trovarci in tentazioni differenti da quelle che abbiamo sperimentato finora. Questo pensiero deve tenerci in umiltà. Siamo peccatori, ma non sappiamo quanto. Solo lui che è morto per i nostri peccati lo sa.

3. Fin qui non possiamo scansarci: dobbiamo ammettere di non conoscere noi stessi da quei lati nei quali non siamo stati messi alla prova. Ma al di là di questo; se non ci cono­scessimo nemmeno là dove siamo stati messi alla prova e trovati fedeli? Una circostanza notevole e spesso rilevata è che, se guardiamo ad alcuni dei santi più eminenti della Scrittura, troveremo che i loro errori recensiti si sono verifi­cati in quelle parti dei loro doveri nelle quali ciascuno di loro era stato maggiormente provato, e in cui generalmente aveva dimostrato perfetta obbedienza. Il fedele Abramo per mancanza di fede negò che Sara fosse sua moglie. Mosè, il più mite degli uomini, fu escluso dalla terra promessa per una intemperanza verbale. La sapienza di Salomone fu sedotta ad inchinarsi agli idoli. […] Se dunque uomini, che senza dubbio conoscevano se stessi meglio di quanto ci conosciamo noi, avevano in sé tanta do­se di nascosta infermità, persino in quelle parti del loro ca­rattere che erano più libere da biasimo, che dobbiamo pen­sare di noi stessi? E se le nostre stesse virtù sono così mac­chiate da imperfezioni, che devono essere le molteplici e ignote circostanze aggravanti la colpa dei nostri peccati?Questa è una terza presunzione contro di noi.

4. Pensate anche a questo. Non c’è nessuno che, comin­ciando a esaminare se stesso e a pregare per conoscere se stesso (come Davide nel testò), non trovi entro di sé mancan­ze in abbondanza che prima gli erano interamente o quasi interamente ignote. Che sia così, lo apprendiamo da biogra­fie e agiografie, e dalla nostra esperienza. È per questo che gli uomini migliori sono sempre i più umili: avendo nella loro mente una unità di misura dell’eccellenza morale più esigente di quella che hanno gli altri, e conoscendo meglio se stessi, intravedono l’ampiezza e la profondità della propria natura peccaminosa, e sono costernati e spaventati di sé. Gli’uomini, in genere, non possono capire questo; e se a volte l’autoaccusa, abituale per gli uomini religiosi, si esprime a parole, pensano che provenga da ostentazione, o da uno strano stato di alterazione mentale, o da un accesso di malinconia e depressione. Mentre la confessione di un buon uomo contro se stesso è realmente una testimonianza contro tutte le persone irriflessive che l’ascoltano, e un invito loro rivolto ad esaminare il loro cuore. Senza dubbio, più esami­niamo noi stessi, più imperfetti e ignoranti ci troveremo.

5. Anche se un uomo persevera in preghiera e vigilanza fino al giorno della sua morte, non arriverà al fondo del suo cuore. Benché conosca sempre più di se stesso col diventare più serio e coscienzioso, pure la piena manifestazione dei segreti che là si trovano è riservata per l’altro mondo. E all’ultimo giorno, chi può dire lo spavento e il terrore di un uomo che sulla terra è vissuto per se stesso, assecondan­do la sua volontà perversa, seguendo nozioni improvvisate del vero e del falso, eludendo la croce e i rimproveri di Cristo, quando i suoi occhi si apriranno di fronte al trono di Dio, e gli saranno evidenti i suoi innumerevoli peccati, la sua abituale dimenticanza di Dio, l’abuso dei suoi talenti, il mal-uso e spreco del suo tempo, e l’originaria inesplorata peccaminosità della sua natura? Per gli stessi veri servi di Cristo, la prospettiva è terrificante. […] Senza dubbio, tutti dovremo sopporta­re la cruda e terrificante visione del nostro vero io; dovremo sopportare quell’ultima prova del fuoco prima dell’accetta­zione, ma che sarà una agonia spirituale e una seconda morte per tutti coloro che allora non saranno sostenuti dalla forza di colui che morì per portarci in salvo oltre quel fuoco, e nel quale essi sulla terra abbiano creduto.

[…] Richiamiamoci alla mente gli impedimenti che si frappongono alla conoscenza di sé, e al senso della propria ignoranza, e giudicate.

1.Per prima cosa, la conoscenza di sé non è una cosa ovvia; comporta fatica e lavoro. Supporre che la conoscenza delle lingue sia data dalla natura e supporre che la cono­scenza del nostro cuore sia naturale, sarebbero la stessa cosa. Il semplice sforzo di una abituale riflessività è penoso per molti, per non parlare della difficoltà del riflettere cor­rettamente. Chiedersi perché facciamo questo o quello, con­siderare i principi che ci guidano, e vedere se agiamo in coscienza o per più scadenti motivi, è penoso. Siamo pieni di occupazioni, e il tempo libero che abbiamo siamo pronti a dedicarlo a qualche impegno meno severo e affaticante.

2.L’amor proprio, poi, vuole la sua parte. Speriamo il meglio, e questo ci risparmia la noia di esaminarci. L’amor proprio è istintivamente conservatore. Pensiamo di caute­larci sufficientemente ammettendo che al massimo possano esserci rimaste nascoste solo alcune colpe; e le aggiungiamo quando pareggiamo i conti con la nostra coscienza. Ma se conoscessimo la verità, troveremmo che non abbiamo che debiti, debiti maggiori di quanto pensiamo e sempre in aumento.

3.Un tale giudizio favorevole di noi stessi sarà particolar­mente in noi prevalente, se avremo la sfortuna di avere inin­terrottamente buona salute, euforia, comodità. La salute del corpo e della mente è una grande benedizione, se la si sa portare; ma se non è tenuta a freno da «veglie e digiuni», darà comunemente alla persona l’illusione di essere migliore di quanto sia in realtà. Le difficoltà ad agire correttamente, sia che provengano dall’interiorità che dall’esterno, mettono a prova la coerenza; ma quando le cose procedono senza intoppi, e per attuare qualcosa non abbiamo che da deside­rarlo, non possiamo dire fino a che punto agiamo o non agiamo per senso del dovere. L’euforico si compiace di tutto, specie di se stesso. Può agire con vigore e prontezza, e scambiare per fede quella che è meramente una sua energia costitutiva. È allegro e contento; e pensa che sia quella la pace cristiana. Se è felice in famiglia, egli scambia tali affetti natu­rali per la benevolenza cristiana e per la solida tempra dell’a­more cristiano. In breve, egli è nel sogno, dal quale nulla potrebbe salvarlo tranne una umiltà più profonda; ma nulla, ordinariamente, lo libera tranne l’incontro con la sofferenza. […]

4.C’è ancora da considerare la forza dell’abitudine. La coscienza, inizialmente, ci ammonisce contro il peccato; ma se non è ascoltata, smette presto di richiamarci; in tal modo il peccato, prima conosciuto, diventa occulto. Sembra allora (ed è questa una riflessione impressionante) che più colpe­voli siamo, meno lo sappiamo; e questo perché più spesso pecchiamo, meno ne siamo angosciati. Penso che molti di noi, riflettendo, possano ritrovare, nella loro personale espe­rienza, esempi del fatto che noi gradualmente dimentichia­mo la scorrettezza di certi comportamenti, di cui inizial­mente avevamo avuto l’esatta percezione. Tanta è la forza dell’abitudine. Per suo tramite, ad esempio, gli uomini giungono a permettersi vari generi di disonestà. Giungono, negli affari, ad affermare ciò che non è vero, o quello che non sono sicuri che sia vero. Imbrogliano e ingannano; anzi, probabilmente cadono ancora più in basso nei comporta­menti egoistici, senza accorgersene, mentre continuano meticolosamente nell’osservanza dei precetti della Chiesa e conservano una religiosità formale. Oppure, indulgenti con se stessi, si danno ai piaceri della mensa, fanno sfoggio di residenze lussuose, e meno che mai pensano ai doveri cri­stiani della semplicità e dell’astinenza. Non si può supporre che essi da sempre abbiano ritenuto giustificabile un tal modo di vivere; perché altri ne sono colpiti; e ciò che altri avvertono ora, senza dubbio anch’essi lo avvertivano un tempo. Ma tale è la forza dell’abitudine. Un terzo esempio è quello del dovere della preghiera personale; inizialmente viene omessa con rimorso, ma ben presto con indifferenza. Ma non è meno peccato per il solo fatto che non avvertiamo che lo sia. L’abitudine l’ha resa un peccato nascosto.

5. Alla forza dell’abitudine deve essere aggiunta quella degli usi e costumi. Qui ogni epoca ha le sue storture; e que­ste hanno tale influenza, che persino le persone dabbene, per il fatto di vivere nel mondo, sono inconsapevolmente portate fuori strada da esse. In un’epoca è prevalso un fero­ce odio persecutorio contro gli eretici; in un’altra, un’odiosa esaltazione della ricchezza e dei mezzi per procurarsela; in un’altra, una irreligiosa venerazione delle facoltà pura­mente intellettuali; in un’altra, il lassismo morale; in un’altra, la noncuranza degli ordinamenti e della disciplina della Chiesa. Le persone religiose, se non fanno speciale attenzio­ne, risentiranno delle deviazioni di moda nella loro epoca […]. Tuttavia la loro ignoranza del male non cambia la natura del peccato: il peccato è sempre quello che è, solo le abitudini generali lo rendono segreto.

6. Ora, qual è la nostra principale guida in mezzo alle perverse e seducenti costumanze del mondo? La Bibbia, evi­dentemente. «Il mondo passa, ma la parola del Signore dura in eterno». Quanto esteso e rafforzato deve necessariamen­te essere questo segreto dominio del peccato su di noi, se consideriamo quanto poco leggiamo la Sacra Scrittura! La nostra coscienza si corrompe, è vero; ma la parola della verità, anche se cancellata dalle nostre menti, rimane nella Scrittura, luminosa nella sua eterna giovinezza e purezza. Eppure, non studiamo la Sacra Scrittura per svegliare e risa­nare le nostre menti. Chiedetevi, fratelli miei: quanto cono­sco io della Bibbia? Vi è una parte qualsiasi della Bibbia che abbiate letto con attenzione e per intero? Per esempio, uno dei Vangeli? Conoscete qualcosa di più delle opere e delle parole di nostro Signore di quanto avete sentito leggere in chiesa? Avete confrontato i suoi precetti, o quelli di S. Paolo, o quelli di qualcun altro degli Apostoli, con la vostra con­dotta giornaliera? Avete pregato e fatto degli sforzi per conformarvi ad essi? Se sì, bene; perseverate in questo. Se no, è chiaro che non possedete, perché non avete cercato di pos­sedere, un’idea adeguata di quel perfetto carattere cristiano al quale avete il dovere di tendere, e nemmeno della vostra attuale situazione di peccato; siete nel numero di quelli che «non vengono alla luce, perché non siano svelate le loro opere».

Queste osservazioni possono servire per darvi il senso della difficoltà di raggiungere una giusta conoscenza di noi stessi, e del conseguente pericolo a cui siamo esposti: di darci pace, quando non c’è pace.

Molte cose sono contro di noi; è chiaro. Ma il nostro pre­mio futuro non meriterà che lottiamo? E non merita che peniamo e soffriamo, se con ciò potremo sfuggire al fuoco inestinguibile? Ci aggrada il pensiero di scendere nella tomba con sul capo un peso di peccati ignorati e non riprovali? Possiamo accontentarci di una così irreale fede in Cristo, che ha lasciato uno spazio insufficiente all’umiliazione, o alla gratitudine, o al desiderio e sforzo di santificazione? Come possiamo sentire l’urgenza dell’aiuto di Dio, o la nostra dipendenza da lui, o il nostro debito verso di lui, o la natura del suo dono, se non conosciamo noi stessi? […] Se ricevete la verità rivelata unicamente tramite gli occhi e le orecchie, crederete a delle parole, non a delle cose; e ingannerete voi stessi. Potrete ritenervi saldi nella fede, ma sarete nella più totale ignoranza.

L’unica pratica veramente interprete dell’insegnamento scritturistico è l’obbedienza ai comandamenti di Dio, che implica conoscenza del peccato e della santità, e il desiderio e lo sforzo di piacere a lui. Senza cono­scenza di sé siete personalmente privi di radice in voi stessi; potete resistere per qualche tempo, ma a fronte dell’afflizio­ne o della persecuzione la vostra fede verrà meno. Questo è perché molti in questo tempo (ma pure in ogni epoca) diventano infedeli, eretici, scismatici, sleali spregiatori della Chiesa. Ripudiano la forma della verità, perché non è stata per loro più che una forma. Non reggono, perché non hanno mai provato che Dio fa grazia; e non hanno mai avuto espe­rienza del suo potere e del suo amore, perché non hanno mai conosciuto la loro propria debolezza e indigenza. Que­sta può essere la condizione futura di alcuni di noi, se oggi induriamo il nostro cuore: l’apostasia. Un giorno, in questo mondo, potremmo trovarci apertamente fra i nemici di Dio e della sua Chiesa.

Ma anche se ci fosse risparmiata una tale vergogna, quale vantaggio potremmo, alla fine, avere dal professare senza comprendere? Dire che si ha la fede, quando non si hanno le opere? In tal caso rimarremmo nella vigna celeste come una pianta rachitica, infruttuosi, privi in noi del principio interiore di crescita. E, alla fine, saremmo svergognati di fronte a Cristo e ai suoi angeli, come «alberi di fine stagione, senza frutto, due volte morti, sradicati», anche se morissi­mo in esteriore comunione con la Chiesa.

Pensare a queste cose, e esserne allarmati, è il primo passo verso una obbedienza accettabile; sentirsi tranquilli, è essere in pericolo. Dovremo sperimentare cos’è il peccato nell’al di là, se non ce ne rendiamo conto ora. Dio ci dà ogni grazia per scegliere la sofferenza del pentimento, prima del sopraggiungere dell’ira ventura.

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