Papa Benedetto XVI: “Chi vive nella grazia è santo” “Noi siamo santi, se lasciamo operare la Sua grazia in noi”

 

“Chi vive nella grazia è santo”

 

Papa Benedetto XVI: «Cari amici, l’apostolo san Paolo, in molte delle sue lettere, non teme di chiamare “santi” i suoi contemporanei, i membri delle comunità locali. Qui si rende evidente che ogni battezzato – ancor prima di poter compiere opere buone – è santificato da Dio. Nel Battesimo, il Signore accende, per così dire, una luce nella nostra vita, una luce che il catechismo chiama la grazia santificante. Chi conserva tale luce, chi vive nella grazia è santo».

 

Veglia di preghiera con i giovani fiera di Freiburg im Breisgau, sabato 24 settembre 2011

 
“Noi siamo santi, se lasciamo operare la Sua grazia in noi”

 

Papa Benedetto XVI: «Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. Cari amici, Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita. Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la Sua grazia in noi».

 

Veglia di preghiera con i giovani fiera di Freiburg im Breisgau, sabato 24 settembre 2011

 

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Rivelazioni di Gesù Cristo a Santa Metilde di Hackeborn “Se uno si lega le mani per non fare nessun’opera di peccato, io lo Onorerò, liberandolo da ogni fatica; gli darò il riposo eterno, esalterò le sue buone opere unite con le mie, con tale magnificenza che l’intera corte celeste ne riceverà un grande aumento di gaudio”.

DAL  “IL LIBRO DELLA GRAZIA SPECIALE”

RIVELAZIONI DI SANTA METILDE VERGINE DELL’ORDINE DI S. BENEDETTO

 

CAPITOLO X

 

LA RINUNCIA ALLA PROPRIA VOLONTÀ

Una persona la pregò di offrire al Signore un grave sacrificio che aveva fatto per amor di Lui; era un atto di rinuncia alla volontà propria. Metilde adempì questo messaggio durante la messa e dal ciborio, dove era contenuto il Corpo del Signore, vide uscire la figura di un infante che ad un tratto si fece grande a segno da diventare una bellissima vergine, la quale simboleggiava la volontà. divina. Alcune persone, essendosi approssimate a questa vergine, la guardavano con infinita tenerezza, l’abbracciavano e si mettevano a conversare con lei. Queste significavano le anime che si applicano a conformare la loro volontà il quella di Dio nelle loro pene come nelle loro gioie, e si sottomettono sempre agli ordini dei maggiori.

Ella vide pure dall’altra parte uno sguattero con gli abiti anneriti dal fumo, il quale era il simbolo della volontà propria e del sentimento proprio. Questo spregevole servo si sforzava di distogliere da quella vergine le suddette persone e di attirare a sé i loro sguardi. Parecchie non prestarono attenzione ad una tale insidia e si misero subito a contemplare la vergine; ma altre, essendosi rivolte verso quell’omiciattolo nero, gli sorridevano confabulando e bisbigliando con lui.

Queste ultime significavano le anime che si distolgono talvolta dalla volontà divina per seguire la propria volontà e preferiscono abbondare nel proprio senso piuttosto che accomodarsi agli avvisi dei loro Superiori. Se non ritornano con la penitenza verso quella Vergine, cioè verso la volontà di Dio, dovranno soffrire con quell’omiciattolo una perpetua povertà, perché la volontà propria non genera nulla nella vita spirituale se non l’eterna indigenza.

CAPITOLO XII

IL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO

Quella pia vergine vide un giorno il Signor Gesù e in faccia a Lui un uomo in piedi. Nel divin Cuore scorse pure una ruota che girava senza posa e una corda lunga che si dirigeva verso il cuore di quell’uomo nel quale era pure una ruota in movimento.

Questo uomo raffigurava tutti i mortali e la ruota significava che Dio agli uomini ha fatto parte del suo libero arbitrio, dando loro la libera volontà di volgersi al bene o al male.

La corda è la volontà di Dio che attira sempre al bene; essa dal Cuore di Dio va al cuore dell’uomo, e quanto più la ruota gira rapidamente, tanto più l’uomo si avvicina a Dio. Ma se la creatura sceglie il male, la ruota tosto si mette a girare in senso contrario e l’uomo si allontana da Dio. Se poi persevera nel male sino alla morte, la corda si spezza e l’uomo cade nell’eterna dannazione. Se si rialza con la penitenza, Dio, sempre pronto a perdonare, di nuovo lo accoglie nella sua grazia; la ruota allora gira nel medesimo senso di prima e l’uomo ritorna ad avvicinarsi a Dio.

CAPITOLO XIII

 

MORTIFICARE I SENSI

Metilde, in un trasporto d’amore, aveva detto al Signore: “Come vorrei essere vostra prigioniera” ! Il Signore si degnò rispondere: “Chi desidera essere mio prigioniero su la terra, deve distogliere i suoi occhi dà ogni sguardo illecito o inutile, ed incatenarli; ed io gli aprirò gli occhi nella gloria del mio cielo, gli svelerò la luce del mio volto e gli manifesterò la mia gloria; a lui mi rivelerò in una maniera così deliziosa che la milizia celeste ne rimarrà esultante ed ammirata.

“Deve pure chiudere le orecchie alle inutilità ed alle cose pericolose; ed io nell’eternità userò della più soave melodia della mia voce nel cantargli la dolce armonia di una gloria tutta particolare.

“Se terrà la sua bocca chiusa ad ogni parola oziosa o nociva, io gliela aprirò per lodarmi così perfettamente che celebrerà la mia gloria con una dignità speciale.

“Se uno tiene lontano dal suo cuore ogni pensiero vano o, perverso ed ogni desiderio nocivo, lo arricchirò con tale una liberalità che avrà in suo potere me stesso e tutto ciò che vorrà; inoltre il suo cuore eternamente trasalirà nel mio divin Cuore e vi godrà una deliziosa libertà.

“Se uno si lega le mani per non fare nessun’opera di peccato, io lo Onorerò, liberandolo da ogni fatica; gli darò il riposo eterno, esalterò le sue buone opere unite con le mie. con tale magnificenza che l’intera corte celeste ne riceverà un grande aumento di gaudio”.

CAPITOLO XIV

 

LA PREGHIERA IN COMUNE

In una pressante necessità, la Comunità delle Suore aveva recitato un intero salterio e l’aveva affidato alla Serva di Cristo perché lo presentasse a Dio. Ella disse al suo Angelo custode: “Angelo mio diletto, voi conoscete come siete conosciuto, mentre io non conosco che in parte (I Cor., XIII, 12); vogliate dunque presentare le nostre preghiere al Re che voi servite nella gloria e nelle delizie”.

L’Angelo rispose: “No, io non conosco come sono conosciuto, perché Colui che mi ha fatto mi conosce nella sua somma potenza, nella sua somma sapienza, nel suo sommo amore, mentre io lo conosco soltanto giusta la misura del mio spirito creato. Tuttavia, nel presentare al mio Dio il tuo messaggio, sono più felice di una madre che vedesse il suo unico figlio colmato di onori e di ricchezze”.

L’Angelo pigliò quelle preghiere e le offri al suo Signore, il quale disse: “Quante sono le persone che hanno recitato queste preghiere, altrettante volte voglio rimirarle con gli occhi della mia misericordia ed inclinare verso di loro le orecchie della mia clemenza”.

CAPITOLO XV

 

GESÙ CRISTO SUPPLISCE A CIÒ CHE CI MANCA.

Quella Serva di Dio pregava un giorno per una persona che le aveva confidato quanto fosse triste l’anima sua perché non amava Dio, né lo serviva con divozione.

Metilde si trovava ella pure oppressa da grande tristezza, credendosi affatto inutile, perché dopo aver ricevuto grazie così grandi non amava Dio come avrebbe dovuto. Il Signore le disse: “Orsù, diletta mia, non darti alla tristezza; tutto quanto è mio è tuo”.

Ella ripigliò: “Se davvero tutto quanto è vostro è mio, anche il vostro amore è dunque mio, e il vostro amore siete Voi medesimo, come dice San Giovanni: Dio è amore (Joann. IV, 16); ve l’offro dunque questo amore, perché supplisca a tutto ciò che mi manca”.

Il Signore graziosamente accettò tale offerta: “Va bene, rispose, quando vorrai lodarmi od amarmi e non potrai soddisfare il tuo desiderio, tu dirai: lo vi lodo, o buon Gesù; a tutto ciò che mi manca, ve ne supplico, supplite Voi stesso. – E quando desidererai amarmi, dirai: Vi amo, o buon Gesù; a ciò che mi manca, degnatevi di supplire Voi medesimo con l’offrire al Padre vostro per me l’amore del vostro Cuore.

“A quella persona per la quale tu preghi, dirai che offra me stesso al Padre per lei; se lo farà anche migliaia di volte al giorno, altrettante volte mi offrirò per lei al Padre, perché io non provo mai né tedio né stanchezza”.

CAPITOLO XVI

 

NELLA TRISTEZZA

Avendo rivolto a Dio una preghiera per un’altra persona, che era, molto rattristata, Metilde ricevette questa risposta: “Reciti sovente questo versetto: Siete benedetto, o Adonai, nel firmamento del cielo, degno di lode e glorioso ed esaltato nei secoli, Voi che avete fatto il cielo, la terra, il mare e tutto quanto essi contengono! Siate lodato, glorificato ed esaltato nei secoli. Alleluia[1].

“Se mai le viene alla mente il pensiero che non si trovi nel numero degli eletti, si comporti come uno che cammina in una valle tenebrosa, il quale se d’un tratto vedesse il sole, volentieri dalla vane oscura salirebbe sul colle e a questo modo sfuggirebbe alle tenebre. Così deve fare lei pure; se si trova avvolta nelle nubi della tristezza, salga sul monte della speranza e mi contempli con gli occhi della fede, perché io sono il celeste firmamento in cui sono fisse, a guisa di astri, le anime di tutti gli eletti. Tali astri benché talvolta siano velati dalle nuvole dei peccati e dalla nebbia dell’ignoranza, tuttavia non possono oscurarsi nel loro firmamento, cioè nel mio divino splendore; perché gli eletti, quantunque talvolta siano involti in gravi peccati, io nondimeno li miro sempre in quella carità nella quale li elessi, e in quella eterna luce alla quale devono pervenire.

“Laonde è cosa buona all’uomo che sovente pensi e ripensi alla mia gratuita bontà la quale, dopo averlo eletto, può nei suoi meravigliosi e segreti giudizi, rimirarlo come giusto, anche se attualmente si trovi nel peccato; perché con infinito amore penso a lui onde sostituire al male quel bene che voglio vedere in lui. Perciò mi benedica perché sono l’eterno firmamento degli eletti, con queste parole: Che tutti gli Angeli ed i Santi vi benedicano![2], desiderando di lodarmi con loro”.

* * *

Pregando ancora per un’altra persona, Metilde ebbe dal Signore questa risposta: “Quando uno si trova nella pena, si prostri ai miei piedi e vi deponga il suo peso, confidandolo tutto a me con questa preghiera: Guardate, ve ne preghiamo, o Signore, questo vostro servo per il quale Nostro Signore non ha dubitato di abbandonarsi nelle mani dei suoi nemici e di soffrire il supplizio della Croce. Per il medesimo Gesù Cristo nostro Signore. Così sia[3].

“Così mi preghi ch’io lo rimiri con occhio di misericordia e illumini l’anima sua, facendogli conoscere per qual motivo e con quale amore ho permesso ciò che l’affligge; quindi sopporti per la mia. gloria la sua pena e tutte le sue avversità.

“Si rivolga inoltre alle mie mani, dicendo il responsorio: “Emitte Domine sapientiam etc.: Inviate o Signore la divina sapienza dal trono d’ella vostra Maestà, affinché dimori con me, e si degni di prendere parte ai miei travagli, perché in ogni tempo io conosca il mezzo di piacervi. Datemi, o Signore, questa sapienza che assiste ai vostri consigli eterni.

“Così domandi che la mia sapienza sia la sua cooperatrice e l’aiuti a sopportare quelle pene per la gloria mia, per la sua utilità propria e a beneficio di tutti.

“Infine, si accosti al mio Cuore, dicendo: “O mira circa nos tuae pietatis dignatio, etc., poi O admirabile pretium, etc., O meravigliosa condiscendenza della vostra bontà per noi; eccesso incomparabile della vostra carità! Per riscattare lo schiavo, avete dato il Figlio vostro! O prezzo ammirabile con cui avete abolito la schiavitù del mondo, spezzato le barriere infernali e aperto per noi la porta della vita! – Preghi in questo modo affinché l’amore del mio divin Cuore il quale mi indusse a portare il carico delle pene di tutti gli uomini, l’aiuti a sopportare con amore riconoscente il peso della sua tristezza”.

* * *

Mentre Metilde ringraziava il Signore per il desiderio da Lui espresso con queste parole: Ho grandemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi (Luc. XXII, 15), il Signore si degnò di dirle: “Io vorrei che tutti si ricordassero della lunga attesa che venne imposta a questo mio desiderio; così porterebbero pazienza quando i loro desiderii non vengono subito esauditi”.

NELLA TRIBOLAZIONE

OFFRIRE A DIO IL PROPRIO CUORE.

Metilde, mentre pregava per una persona che desiderava essere sicura della sua perseveranza nel bene, vide l’anima della medesima in ginocchio davanti a Dio cui porgeva il proprio cuore sotto il simbolo di una coppa con due anse, le quali significavano la volontà e il desiderio con cui offriva il suo cuore al Signore. Dio accettò volentieri questa coppa e se la nascose in seno. Presso di Lui vi erano due anfore, una d’oro alla sua destra, l’altra d’argento alla sua sinistra, e ciò che Egli alternativamente versava ,dall’una e dall’altra si mescolava in quella coppa. Dalla prima anfora scorrevano le dolcezze della sua Divinità, dall’altra gli stenti della sua Umanità. Non è forse ciò che Egli ad un tempo versa nel cuore dell’uomo, quando nella pena gli fa sentire le dolcezze della divina consolazione e in pari tempo gli dona in premio i meriti della sua santa Umanità?

Il Signore disse: “Quando un’anima viene afflitta da qualche pena, se avesse subito l’intenzione di darmi da bere, le mie labbra nel portarsi al calice, vi infonderebbero tale una dolcezza che la tristezza diventerebbe per lui nobile e fruttuosa. Ma se l’uomo per il primo beve nel calice, corrompe la bevanda; e quanto più beve, tanto più la coppa diventa amara, dimodochè non è più conveniente ch’io vi accosti le labbra, a meno che venga purificata dalla penitenza e dalla confessione”.

Questo deve intendersi in questo modo: Quando ci assale la tristezza, dobbiamo subito offrirne il peso a Dio; e Dio ci manderà la dolcezza della sua consolazione, ci animerà a portar pazienza, e non permetterà che l’afflizione resti per noi senza frutto. Che se l’uomo per debolezza nella sua pena cadrà in fallo nei pensieri o nelle parole, la sua colpa sarà subito cancellata con la penitenza. Ma quando uno vuole portare da sé medesimo il peso dei suoi affanni, cade nell’impazienza e quanto più se ne occupa, ora per raccontarli, ora per pensarci nella sua mente, tanto più con maggior gravezza e amarezza ne resta afflitto; quando poi ritorna in sé stesso, non ardisce più offrirli al Signore, perché ciò gli sembra sconveniente. Tuttavia, neppure allora deve perdere la fiducia, perché se con la confessione e la penitenza purificherà quella sua pena, potrà ancora offrirla a Dio con un cuore contrito ed umiliato.

Dopo queste parole, il Signore con bontà abbracciò quella persona dicendo: “L’anima tua non mi sarà mai rapita”. Poi la bene dì tracciando sopra di lei il segno della croce accompagnata da Queste parole: “La mia Divinità ti benedica, la mia Umanità ti conforti, la mia Pietà ti nutrisca, l’Amor mio ti conservi.”.

CAPITOLO XVII

 

NEL CUORE DI DIO L’ANIMA

DEVE CERCARE TUTTO CIÒ CHE DESIDERA

Metilde, pregando per una persona che a lei si era raccomandata, domandava a1 Signore che desse a quella un cuore puro, umile, animato da buoni desiderii, ardente e tutto spirituale. Sentì questa risposta: “Ciò che vuole, ciò di cui ha bisogno, lo cerchi nel mio Cuore; mi preghi alla maniera di un figlio che al padre suo esprime tutti i suoi desiderii. Vuole la purità? ricorra alla mia innocenza; vuole l’umiltà? la pigli dalla mia umiltà; Nel medesimo tesoro prenda pure lo spirito di desiderio; con tutta fiducia si approprii il mio amore e tutta la mia santa e divina vita”.

Metilde soggiunse: “Mio Signore, vi prego che abbiate a trattare quella persona con misericordia nei suoi estremi momenti, dandole in quell’ora la sicurezza che non verrà mai separata da Voi”.

Il Signore rispose: “Qual è l’uomo saggio che getterebbe via o distruggerebbe un tesoro carissimo acquistato a forza di gravi stenti? Nella mia santa Umanità santificai tutto il suo essere umano; col battesimo vivificai nel mio spirito tutto il suo essere spirituale. Aderisca dunque a me per mezzo delle mie due nature. A me affidi le sue tentazioni, le sue avversità e tutto ciò che è dell’uomo esteriore, unendo tutto alla mia Umanità; e per tutto ciò che riguarda l’uomo spirituale, tutto indirizzi a me solo, con la speranza, la gioia e l’amore: ed io non l’abbandonerò mai”.

CAPITOLO XVIII

 

RIPARARE CON LA LODE LE PROPRIE NEGLIGENZE

Pregando un giorno per una persona afflitta, Metilde la vide davanti al Signore, il quale diceva: “Ecco, io le ‘rimetto tutti i suoi peccati; ma dovrà con la lode riparare; le sue colpe e le sue negligenze. Quando nel Prefazio della messa sentirà queste parole: Per quem majestatem tuam laudant Angeli: Cristo per il quale gli Angeli lodano la vostra Maestà mi loderà in unione con quella celeste e suprema lode con la quale le persone dell’adorabile Trinità lodano se stesse e reciprocamente si lodano a vicenda. È questa suprema lode che si sparge dapprima nella Beata Vergine Maria e in seguito negli Angeli e nei Santi. Reciti un Pater e lo offra in unione con questa lode che il cielo, la terra, ed ogni creatura fanno risonare per lodarmi e benedirmi. Chieda che per me, ossia per Gesù Cristo Figlio di Dio, la sua preghiera sia accetta, poiché ciò che viene offerto al Padre per mezzo mio, sommamente gli piace. In tal modo, io supplirò ai suoi peccati ed alle sue negligenze”.

Chiunque si dedica alla medesima pratica, deve credere con piena fiducia che riceverà la medesima grazia, poiché, come sopra ha detto il Signore, è impossibile che l’uomo non consegua tutto quanto crede e spera.

CAPITOLO XIX

 

IL SIGNORE SI RIVESTE DELL’ANIMA

Una suora essendosi trovata sofferente in un giorno di festa, quella vergine di Cristo, compresa da un sentimento di tenerezza, rivolgeva al Signore per lei preghiere e dolci lamenti, dolendosi perché Egli avesse in tal modo resa inferma una suora a Lui diletta, in un giorno in cui essa in coro l’avrebbe servito con tanto fervore e con tanta divozione. ­ “E da quando, rispose:il Signore, mi sarebbe proibito di giocondamente trastullarmi a mio talento e far festa con la mia diletta? Quando una persona è ammalata, io mi rivesto dell’anima sua come di un manto di gloria, e nella letizia del mio Cuore, mi presento a mio Padre rendendogli grazie e lodi per tutte le sofferenze di quella”. E soggiunse: “Se qualcuno desidera ch’io mi rivesta pure dell’anima sua fin dal mattino sospiri con ardore verso di me, desiderando ch’io compia in lui in quella giornata tutte le sue opere. Aspirandomi, per così dire, in lui coi suoi sospiri, diventerà il mio vestito; e in quella guisa che l’anima vivifica e regge il corpo, così l’anima che vive di me, per me opera tutto”.

***

Il Signore disse ancora: “Grandi sono gli effetti del gemito. Mai nessuno gemé davanti a Dio, senza ch’io mi avvicini a lui. I sospiri che provengono dall’amore e dal desiderio di me stesso o della mia grazia, operano nell’anima, tre buoni effetti: dapprima la fortificano, come un profumo soave e forte riconforta l’uomo; poi, la illuminano come il sole rischiara una casa oscura; da ultimo, diffondono dolcezza nelle sue azioni e nelle sue sofferenze, comunicando loro un sapore più delizioso. Ma il gemito che nasce dalla contrizione dei peccati, come un buon messaggero riconcilia l’anima con Dio, ottiene grazia al colpevole e rasserena la coscienza turbata”.

A Metilde venne allora in mente questo pensiero: “Come può verificarsi la parola di Ezechiele. (XVIII, 22): In qualunque ora il peccatore sospirerà, oblierò tutte le sue iniquità, poiché a meno d’impossibilità rimane l’obbligo di confessare tutti i propri peccati?”; Il Signore si degnò rispondere: “Quando si abbia domandato grazia per un servitore colpevole, questi non ha tuttavia la presunzione di presentarsi subito alla presenza del Suo padrone, ma incomincia col lavarsi e vestirsi convenientemente. In tal modo è giusto che il peccatore già rientrato in grazia si purifichi dalle sue macchie e si rivesta dell’ornamento e delle bellezze delle virtù”.

CAPITOLO XX

 

COME L’UOMO DEBBA RICORRERE A DIO

Avevano supplicato quella pia Serva di Cristo di pregare per una persona che desiderava conoscere in qual modo potesse vivere in conformità col beneplacito di Dio. Il Signore le diede questa risposta: “Si comporti come una giovane sposa che adorna il suo capo, le sue mani, le sue braccia, e si copre di un manto.

“Il suo capo rappresenta la mia Divinità, ch’essa con la lode e la riverenza può coronare come di un diadema.

“Le sue mani e le sue braccia saranno ornate di anelli, di braccialetti e di gioielli, se nelle sue azioni e nel suo lavoro si unirà all’intenzione che animava le mie opere e le mie fatiche.

“Porti l’anello della sapienza, ossia si dedichi all’assidua lettura dei libri sacri, perché la sposa della Sapienza ha il dovere di essere dotta nelle cose divine.

“Porti l’anello dell’amore, ossia ami Dio solo con tutto il cuore e con tutte le forze; poi l’anello della fede, conservando gelosamente la fedeltà che mi ha giurata; l’anello della nobiltà, imitando le mie virtù: l’umiltà, l’obbedienza, la pazienza, la povertà volontaria e le altre mie virtù che la nobiliteranno e la renderanno degna dei miei abbracci.

“Adorni pure il suo petto; ossia si trattenga in pensieri di amore. Delle mie parole, delle mie azioni e delle mie sofferenze si faccia un mazzolino che porterà sempre sul suo cuore per un mio intimo ricordo. Si avvolga infine nel manto del buon esempio, mostrandosi agli occhi altrui come un modello di ogni virtù”.

* * *

Un’altra volta, pregando ancora con la medesima intenzione, le parve che il Signore stendesse la mano verso quèlla persona e che, la medesima badasse ciascuna delle dita di questa divina mano. Metilde intese il senso di questo atto nel modo seguente: Il mignolo significava che doveva amare e venerare tutte le opere e le sofferenze dell’Umanità di Gesù Cristo; l’anulare indicava l’intimo amore e la fedeltà dovuta a Cristo suo Sposo; il medio, l’elevazione della conoscenza e della contemplazione; l’indice, la sapienza e l’istruzione ch’essa doveva porgere a chi ne aveva bisogno; il pollice infine, la forza e la perseveranza nel divino amore e nelle opere buone. Quel bacio alle dita del Signore dava ad intendere che non basta possedere queste virtù, ma che bisogna inoltre amarle, poiché l’anima giunge a trovarvi le proprie delizie nella proporzione. in cui realmente le acquista.

CAPITOLO XXI

 

COME COMPORTARSI COL SIGNORE

Metilde pregò per una persona che desiderava sapere quale fosse principalmente la volontà di Dio a suo riguardo. Ella udì la seguente risposta: “Si comporti con me come un figlio che ama teneramente suo padre, perciò a lui unicamente si rivolge per ottenere ogni cosa che possa desiderare e a motivo della sua filiale affezione trova sempre bello e prezioso ciò che ne riceve. Così, quella persona desideri ardentemente la mia grazia, e qualunque cosa ch’io le dia, non la ritenga mai né piccola né di poco valore; bensì, mossa dall’amore, tutto riceva con profonda riconoscenza e di tutto mi renda grazie.

“Si comporti ancora come una giova ne sposa che, non essendo distinta né per bellezza, né per ricchezza, né per nobiltà, soltanto per amore venne scelta, amata ed innalzata agli onori del regno. Questa sposa naturalmente sarà. più riconoscente e più fedele ed amerà di più; che se dovrà. soffrire qualche cosa da parte del Re suo sposo o per lui, dimostrerà maggior pazienza. In tal modo quella persona si ricordi continuamente ch’io la elessi gratuitamente prima ancora della crèazione del mondo; e la riscattai col prezzo del mio sangue; più ancora, la destinai ad un amore speciale ed alla familiarità con me.

“Poi, prenda verso di me l’atteggiamento di un amico il quale ritiene come suo tutto quanto concerne l’amico; cerchi dunque, lei pure, in ogni cosa la gloria di Dio e per quanto può la promuova sempre, né mai guardi con indifferenza ciò che può oltraggiare il Signore.

“Se tuttavia non giunge in questo modo al compimento dei suoi desiderii, ovvero le viene sottratta la sua grazia solita o la consolazione, non si affligga, né pensi che ciò sia indizio che Dio sia malcontento di lei e l’abbandoni. Quando un buon padre rifiuta ad un figlio suo una cosa che questo figlio vuole, ma non è conveniente; quando uno sposo prende verso la sposa un contegno severo, non è la collera che li ispira, ma il desiderio di dare al figlio ed alla sposa qualche ammaestramento.

“Così, Dio vuole mettere alla prova la fedeltà delle anime; non già che la ignori, Lui che conosce tutte le cose prima che esistano (Sap. VIII, 8), ma vuole che sia esaltata davanti ai Santi tutti”.

* * *

Per un’altra persona, il Signore le disse: “Si diporti meco in tre modi: dapprima allorquando si trova in società, si comporti con me come un cagnolino il quale, benché sia scacciato, ritorna senza posa dietro al suo padrone; cosi, se nel conversare con gli uomini viene offesa da qualche parola, non si perda nell’impazienza; se si sente turbata, il pentimento la riconduca a me e confidi nella mia misericordia la quale anche per un sol gemito tutto perdona.

“In coro o nella preghiera, si comporti con me come la sposa col suo sposo, dimostrandomi il suo amore e la sua tenera familiarità.

“Nella santa comunione, venga da me come una regina dal suo Re. Una regina ammessa alla mensa del Re si mostra liberale, e fa con prodigalità doni ed elemosine; essa dunque a tutti generosamente distribuisca i beni che dal suo Re celeste le vengono donati, e a tutti caritatevolmente sovvenga con le sue preghiere”.

* * *

Una volta, mentre la Serva di Cristo si raccomandava alla gloriosa Vergine Maria, le parve che Maria la coprisse del suo manto come di una valida protezione, dicendo: “L’anima che vuol entrare in società con mio Figlio, deve comportarsi come una nobile figliuola la quale, unita con uno sposo di condizione molto superiore, per l’onore di lui con grande attenzione osserva tutte le regole dell’etichetta, per paura di dargli dispiacere con la minima scorrettezza. Così l’anima deve guardarsi bene da qualsiasi peccato volontario per quanto sia piccolo.

“Inoltre, in tutte le sue necessità e in tutti i suoi desiderii, cerchi in Dio un sicuro – rifugio, e a Lui solo chieda soccorso e consolazione. Se Dio non le concede subito il desiderato sollievo, sopporti con pazienza, a guisa di una sposa fedele la quale unicamente allo sposo confida i suoi segreti ed i suoi bisogni, perché ritiene cosa sconveniente essere consolata da altri fuorché da lui.

“Infine imiti per quanto è possibile le virtù del Figlio mio. Perché Gesù Cristo fu umile ed obbediente, si sforzi di sottomettersi ad ogni creatura ed anche, se le circostanze lo esigessero, di obbedire sino alla morte. Un atto di virtù unito in tal modo alle virtù di Cristo è più nobile di mille altri che siano fatti senza questa intenzione”.

CAPITOLO XXII

 

CRISTO COMUNICA ALL’UOMO LE SUE OPERE ­

COME SI TENGA PREZIOSA L’ANIMA NOSTRA

Pregando un giorno per una religiosa impegnata in ogni sorta di faccende, soprattutto nelle più vili, Metilde la vide come in orazione davanti al Signore, in ginocchio, le mani levate al cielo. Il Signore su le mani di questa persona applicò le sue divine mani dalle quali scorreva un liquore profumato. Egli faceva stillare questo balsamo a goccia a goccia, dicendo: “Ecco, io ti dono tutte le mie opere per santificare le tue e supplire a ciò che ti manca”. Metilde intese così che le fatiche di quella religiosa erano molto gradite a Dio. Il Signore soggiunse: “Quando la sua occupazione le impedirà di pensare a me, reciti l’antifona: Gratias tibi, Deus etc.: Vi rendo grazie, o Trinità veramente una e Verità trina: o quest’altra: Ex quo omnia, dal quale ogni cosa, per il quale ogni cosa nel quale ogni cosa. A Lui la gloria nei secoli. Si sforzi inoltre di dimostrarsi affabile e mansueta con tutti”.

* * *

Pregando ancora per un’altra religiosa, Metilde vide il Signore prendere quella suora per mano e condurla in un prato delizioso e tutto fiorito. Questo le fece intendere che quella suora prima di morire sarebbe provata da varie malattie.

Il Signore sul petto portava delle rose, dei gigli e dei piccoli scudi d’oro che quella suora da lui ricevette con gaudio e fiducia, poi li aggiustò sopra di sé stessa come trastullandosi. Metilde intese che i piccoli scudi d’oro indicavano la costanza e la vittoria; le rose, la pazienza per cui quell’anima avrebbe trionfato delle malattie; i gigli, la purezza del cuore per cui sarebbe stata somigliante a Cristo.

Metilde disse al Signore: “Io vi prego; o dolcissimo mio Dio, che nell’ora della sua morte le facciate gustare un saggio della vita eterna, ossia la sicurezza di non essere mai da Voi separata”.

Il Signore rispose: “Quale navigante, dopo aver felicemente trasportato al porto le sue ricchezze, le getterebbe allora volontariamente in mare? Quest’anima, ch’io ho eletta fin dall’infanzia per la vita religiosa, che ho tenuta con la mano destra e condotta nella mia volontà (Ps. LXXXII, 24), quando l’avrò resa perfetta secondo il mio beneplacito, la assumerò con me nella gloria”.

CAPITOLO XXIII

ISTRUZIONI E CONSOLAZIONI

PER LE ANIME AFFLITTE

Quella divota Vergine, mentre pregava per un’anima afflitta, da Dio ricevette questa risposta: “In questo mondo io camminai per tre vie, nelle quali dovrà pure seguirmi chi vorrà imitarmi perfettamente. La prima fu arida e stretta, la seconda cosparsa di fiori e piantata ad alberi fertili; la terza, piena di spine e di triboli.

“La prima è quella della povertà volontaria che mi tenni strettamente abbracciata in tutti i giorni della mia vita; la seconda è la mia vita medesima, piena di virtù e degna di ogni lode: la terza è la mia amara ed acerba Passione. Perciò chi vuole seguirmi, per amore della povertà non desideri nessun possesso in questo mondo; poi imiti la mia vita lodevolissima; e infine, per amor mio sopporti volentieri le pene e le tribolazioni”.

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Pregando per un’altra anima che molto soffriva, Metilde dal Signore ebbe questa risposta: “Se qualcuno è talmente rattristato che gli sembri di voler piuttosto morire che sopportare la sua tristezza, offra a me la sua pena, proponendosi di voler per l’avvenire sopportarla sino a tanto, che mi piacerà. Quante volte mi farà quest’offerta, tante volte la riceverò come se avesse sofferto la Passione per me”.

Come una persona risentiva un’estrema tristezza, Metilde nella sua compassione, devotamente pregò onde ottenerle la consolazione dello Spirito Santo. Il Signore disse: “Perché si turba? L’ho creata per me, a lei mi sono dato per tutto quanto può desiderare da me. Le sono stato padre nella creazione, madre nella redenzione, fratello nella divisione del regno e sorella per la nostra dolce compagna”.

Una persona che aveva da lagnarsi di un’altra, venne a confidarle le sue pene. Essa si rivolse al Signore, il quale rispose: “Le dirai di consegnare a me i suoi nemici, ed io, in eterna ricompensa, darò me stesso a lei con tutti i miei Santi”.

* * *

Una volta Metilde vide sé stessa in piedi in presenza del Signore, in atto di salutare le di Lui sacratissime piaghe le quali erano ornate di gemme preziose. Restandone ella meravigliata, il Signore le disse:

“In quella guisa che le perle hanno un valore speciale e possono anche scacciare certe malattie[4], così le mie piaghe hanno un’efficacia tale che guariscono tutte le. infermità dell’anima.

“Vi sono dei cuori timidi che non ardiscono mai affidarsi alla mia tenerezza e nel loro timore cercano di fuggire la mia faccia; si può dire che sono colpiti da paralisi tremolante; se volessero rifugiarsi nella mia Passione e sovente salutare le mie piaghe con amore, tosto si troverebbero liberati da ogni timore.

“Altri sono instabili e vagabondi e corrono da un pensiero all’altro; basta una parola per farli cadere nell’impazienza e nella collera. Se volessero ricordarsi della mia Passione ed imprimere nei loro cuori le mie piaghe, acquisterebbero la stabilità dell’animo e ritroverebbero la pazienza.

“Ve ne sono altri che sono affetti da paralisi dormiente, vale a dire che in tutto operano con pigrizia e tiepidezza. Quanto sarebbe efficace per liberarli dall’accidia il ricordo della mia Passione con l’attenta considerazione delle mie piaghe così profonde e dolorose!”

* * *

La Santa si mise a pregare per una persona, e le sembrò di vederla davanti a Dio coperta di una veste bianca. Le mani del Signore erano posate su le mani di essa, ciò che faceva intendere che la destra del Signore avrebbe dato a quest’anima aiuto e forza per ogni opera buona, mentre la sinistra l’avrebbe protetta contro ogni avversità.

Il Signore disse: “A quella persona dirai che trattenga le sue lagrime. Quando non lo può, le unisca almeno alle mie, dolendosi che non siano versate per i peccatori o per mio amore. Allora, secondo il suo desiderio, presenterò al Padre mio, come lode, le sue lagrime unite con le mie”.

Pregando un’altra volta per la medesima, ne vide l’anima sotto la forma ai un bambino che pareva in piedi nel Cuore di Dio, e in pari tempo teneva tra le mani questo divin Cuore. Il Signore disse: “Venga da me con tale confidenza in tutte le sue tribolazioni, si tenga nel mio Cuore, vi cerchi la consolazione e io non l’abbandonerò mai”.

LE LAGRIME TRASFORMATE

Una persona provava una gran pena perché, per una sua infermità, non poteva trattenere le lagrime. Durante quasi cinque anni, aveva tanto pianto, che senza un soccorso speciale della divina misericordia, ne avrebbe perduta o la vista o il sentimento. Supplicò dunque la Santa di pregare il Signore affinché, nella sua clemenza, la volesse liberare da tale penosa prova. Mossa da profonda compassione, la Santa sovente la consolava e raddoppiava le sue preghiere per lei. Quella persona allora fu d’un tratto liberata, a segno che Metilde domandò al Signore come mai una tristezza simile avesse potuto così d’un tratto scomparire.

Il Signore rispose: “La sua liberazione, è effetto della mia bontà”; e soggiunse: “Le dirai che mi preghi di trasformare tutte quelle lagrime come se le avesse sparse per amore, per divozione o per contrizione dei suoi peccati”.

Da tali parole Metilde restò vivamente sorpresa; come mai lagrime versate così inutilmente potrebbero venire trasformate in lagrime sante? – “Essa confidi unicamente nella mia bontà, disse il Signore, e nella misura della sua fede: compirò in lei l’opera mia”.

O stupenda ed ammirabile condiscendenza della misericordia divina, che nella sua liberalità, si degna venire in aiuto d’egli infelici con tali consolazioni! Lettore, tu che senti come Dio per mezzo della santa sua Amante, abbia dato agli uomini le sue consolazioni, ti consiglio di appropriartele e farle tue, perché Dio, come ancora le rivelò, si compiace che tu pure richieda per te medesimo quel beneficio spirituale che ha concesso ad altri.

Gran numero di persone per mezzo di Metilde ricevettero spirituali consolazioni; ma il più delle volte la Santa le porgeva sotto forma di istruzioni, come se le avesse imparate da qualche intermediario. Dio sia dunque benedetto per averci concesso una tale mediatrice che si è dimostrata tenera madre degli infelici con le continue preghiere, le zelanti istruzioni e dolcissime consolazioni!


[1] Benedictus es Adonai in firmamento coeli, et laudabilis, et gloriosus, et superexaltatus in saecula!

[2] Simul benedicant te, Domine, omnes Angeli et Sancti tui!

[3] Respice, Domine sancte, Pater omnipotens, super me famulum tuum, pro quo Dominus noster Jesus Christus non dubitavit: manibus tradi nocentium et Crucis subire tormentum. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

[4] Secondo una credenza propria di quei tempi.

Rivelazioni di Gesù a Santa Brigida : “I cieli e la terra e tutte le cose in essi contenute non possono contenermi; eppure voglio abitare nel cuore tuo, ch’è solo un pezzo di carne”

Dalle Rivelazioni di Gesù a Santa Brigida

Parole di immensa carità, da parte dello Sposo alla Sposa, circa il moltiplicarsi dei falsi cristiani. Riferimento alla crocifissione di Cristo e affermazione che, se fosse possibile, Egli sarebbe ancora pronto a morire per i peccatori.

Capitolo Trentesimo

Io sono Iddio, che ha creato tutte le cose per gli uomini, perché fosse tutto a loro servizio e profitto. Ma l’uomo abusa a suo danno di tutte le cose create per lui. Inoltre non si cura di Dio e lo ama meno delle creature. I giudei mi inflissero tre specie di supplizi nella mia Passione. Il primo fu il legno, al quale fui affisso, flagellato e coronato. Il secondo fu il ferro, col quale mi inchiodarono mani e piedi. Il terzo, il fiele che mi dettero a bere. Mi bestemmiavano poi come fossi un pazzo, per la morte da me volontariamente scelta e dicevano falsa la mia dottrina. Costoro si sono ora moltiplicati nel mondo e son pochi quelli che mi consolano.

Mi mettono in croce infatti con la volontà di peccato, mi flagellano con l’impazienza, perché non sanno sopportare per me una parola. E mi coronano con le spine della loro superbia, per cui vogliono essere più in alto di me. Mi feriscono col ferro mani e piedi, gloriandosi del peccato e si ostinano a non temermi. Per fiele mi danno tormenti. Per la Passione, alla quale andai giubilando, mi chiamano bugiardo e falso. In verità, se volessi io potrei sommergere loro e tutto il mondo, a causa dei peccati. Ma, se li sommergessi, coloro che restano mi servirebbero nel timore; e questo non sarebbe giusto, perché l’uomo deve servirmi per amore. Se poi venissi personalmente e mi rendessi visibile tra loro, sopporterebbero gli occhi loro di vedermi e gli orecchi di udirmi? Come può infatti l’uomo mortale vedere l’immortale? In verità, sarei disposto a morire ancora liberamente per amore dell’uomo, se fosse possibile.  Allora apparve la beata Vergine Maria, alla quale il Figlio disse: Che vuoi tu, Madre mia, mia eletta? E lei: Abbi pietà, o Figlio mio, delle tue creature, per la tua gloria. Ed Egli rispose: Per te, farò ancora una volta misericordia.

Poi lo Sposo parlava alla Sposa dicendo: Io sono Dio e il Signore degli Angeli. Io sono il Signore della morte e della vita. Io stesso voglio abitare nel tuo cuore. Ecco fin dove ti amo. I cieli e la terra e tutte le cose in essi contenute non possono contenermi; eppure voglio abitare nel cuore tuo, ch’è solo un pezzo di carne. Che dunque potrai temere allora e di che aver bisogno, se avrai in te Dio potentissimo, nel quale è ogni bene? Nel cuore perciò, mio tabernacolo, devono esserci tre cose: un letto, ove riposiamo; una sede, ove sediamo; una luce, da cui siamo illuminati. Vi sia dunque nel tuo cuore il letto per riposare, cioè la quiete, perché tu riposi dai cattivi pensieri e dai desideri del mondo e sempre consideri il gaudio eterno. La sede dev’essere la volontà di restare sempre con me, anche quando ti accadrà d’uscire. È contro natura infatti restar sempre fermi. E sempre sta fermo colui che ha sempre la volontà di stare col mondo e mai di stare con me. La luce, ossia il lume, dev’essere la fede, con la quale tu creda che tutto io posso e che sono onnipotente sopra ogni cosa.

Parole della Madre alla sposa, che spiegano l’eccellenza del Figlio suo e come Cristo sia più crudelmente messo in croce dai nemici cattivi cristiani che non lo fosse da parte dei Giudei e che, perciò, essi saranno più aspramente e più dolorosamente puniti.
Capitolo Trentasettesimo
La Madre diceva: Il Figlio mio possedette tre beni. Nessuno, come Lui, ebbe un corpo tanto delicato, composto di due nature ottime, cioè divinità e umanità e così puro che, come in un occhio tersissimo non c’è alcun neo, così neppure nel suo corpo poteva trovarsi deformità alcuna. Il secondo bene era che mai peccò. Difatti gli altri figli portano i peccati dei parenti e quelli propri. Egli invece non peccò mai e portò i peccati di tutti. Il terzo era che alcuni muoiono per Iddio e con maggior premio, Egli moriva tanto per i nemici suoi che per me e gli amici suoi. Ma quando i suoi nemici lo misero in croce, gli fecero quattro cose. Per prima, lo coronarono di spine. Poi gli piagarono con i chiodi le mani e i piedi. Poi gli dettero il fiele. Infine gli ferirono il costato.
Ma io mi lamento ora che il Figlio mio più dolorosamente è crocifisso dai suoi nemici, che sono ora nel mondo, che non facessero allora i Giudei. Infatti, sebbene la divinità sia impassibile e non possa morire, tuttavia essi lo crocifiggono con i propri vizi. Come infatti un uomo sarebbe giudicato e condannato per l’offesa e per la lesione fatta all’immagine d’un suo nemico, anche se l’immagine non ne soffrisse, per la cattiva volontà d’offendere si riterrebbe effettuata, così i loro vizi, con i quali crocifiggono spiritualmente il Figlio mio, sono più abominevoli e più gravi di quelli di coloro che lo crocifissero nel corpo.
Ma tu forse potresti chiedermi: come lo crocifiggono? Sì. Lo pongono dapprima sulla croce da loro preparata, quando non si curano dei precetti del loro Creatore e Signore e lo disprezzano quando Egli li ammonisce, per mezzo dei servi suoi, a servirlo e, disprezzandolo, fanno quel che loro piace. Crocifiggono poi la mano destra, quando chiamano giustizia l’ingiustizia, dicendo: Il peccato non è così grave né così nemico di Dio come suol dirsi, né Dio punisce alcuno eternamente, ma l’ha minacciato per intimorirlo. Perché infatti lo avrebbe redento, se avesse voluto perderlo? E non badano che il minimo dei peccati, se l’uomo se ne compiace, basta al supplizio eterno. E giacché Dio non lascia impunito nessun minimo peccato, come nessun minimo bene senza ricompensa, perciò sarà sempiterno il supplizio, perché sempiterna è la loro volontà di peccato che il Figlio mio vede nel cuore e reputa come eseguita. Avendone infatti la volontà, così anche l’eseguirebbero, se glielo permettesse il Figlio mio.
Gli crocifiggono poi la mano sinistra, quando cambiano la virtù in vizio, ostinandosi nel peccato e dicendo: « Se avremo detto una volta, alla fine: “Pietà di me, o Dio”, è tanta la divina misericordia, che otterremo perdono ». Questo non è virtù; è voler peccare e non emendarsi, è volere il premio senza la fatica, senza che ci sia contrizione di cuore, con la quale emendare volontariamente, compatibilmente con la debolezza o altro impedimento. Infine gli crocifiggono i piedi, quando si dilettano nel fare il peccato e mai pensano all’amara passione del Figlio mio, né mai lo ringraziano dall’intimo del cuore, dicendo: O quanto fu dolorosa la tua passione, o Dio, grazie e lode a te per la tua morte! Mai esce questo dalla loro bocca.
Lo coronano poi di derisioni, quando deridono i miei servi e ritengono inutile servire a Dio. Gli danno del fiele quando godono ed esultano nel peccato. E non pensano mai quanto sia grave e molteplice. Gli feriscono il fianco, quando vogliono ostinarsi nel peccato.
Dico davvero a te e potrai dirlo agli amici miei che costoro sono più ingiusti nel giudicarlo, più crudeli dei suoi crocifissori, più impudenti di quelli che lo vendettero e si deve a loro maggior castigo che a quelli. Pilato sapeva bene che il Figlio mio era innocente e non degno di alcuna morte: tuttavia, quasi contro la propria volontà, condannò il Figlio mio alla morte perché temette la perdita del potere e la ribellione dei Giudei. Ma che avevano da temere costoro, se lo avessero servito? e se lo avessero onorato, che avrebbero perduto mai del proprio onore e della propria dignità? Perciò saranno essi giudicati più rigorosamente e sono peggiori di Pilato davanti al Figlio mio, perché Pilato lo giudicò per la richiesta e la volontà degli altri, con qualche timore; questi invece lo giudicano per volontà propria e senza alcun timore quando lo disonorano col peccato, da cui potrebbero astenersi. Ma non se ne astengono, né si vergognano del peccato commesso, perché non pensano che sono indegni dei benefici di Colui al quale non servono.
Sono peggiori di Giuda, perché Giuda, tradito che ebbe il Signore, capì ch’era Dio e che aveva gravemente peccato contro di Lui e s’impiccò, disperato, affrettandosi all’inferno, ritenendosi indegno di vivere. Ma questi conoscono bene il loro peccato e vi si ostinano, non provandone alcun dolore. E vogliono con una certa qual violenza e potenza prendere il regno dei cieli, ma non con le opere; pensano di averlo con vana presunzione, mentre a nessuno sarà dato se non a chi avrà operato e sofferto qualcosa per Iddio.
Son peggiori anche dei suoi crocifissori, perché quando essi videro le opere buone del Figlio mio, che cioè risuscitò i morti, guarì i lebbrosi, pensavano fra loro: Costui fa cose straordinarie e insolite, getta a terra chi vuole con una parola sola, conosce i nostri pensieri, fa quello che vuole. Se avrà il suo processo, soggiaceremo tutti al suo potere e saremo suoi sudditi. Perciò lo crocifissero per invidia, per non sottometterglisi. Se infatti avessero saputo che era il Re della gloria, mai lo avrebbero crocifisso. Questi invece vedono ogni giorno le sue opere, le sue grandi meraviglie, godono dei suoi benefici, odono come va servito e sanno come andare a Lui, ma pensano fra sé: Se bisogna lasciar tutte le cose temporali, se bisogna fare la sua volontà e non la nostra, questo è grave e insopportabile. Perciò disprezzano la sua volontà, perché non sia al di sopra della loro, crocifiggono il Figlio mio per ostinazione, aggiungendo, contro la loro coscienza, peccato a peccato.
Essi son peggiori dei crocifissori, perché i Giudei lo fecero per invidia e perché non sapevano che fosse Dio; questi invece sanno che è Dio e per propria malizia e presunzione, a causa della loro cupidigia, lo crocifiggono in ispirito più dolorosamente, che non quelli nella carne, perché questi sono stati redenti e quelli non lo erano ancora.  Perciò, mia Sposa, obbedisci al Figlio mio e temilo, perché come è misericordioso, Egli è anche giusto.

Parola di esortazione della Vergine alla sposa ad amare il Figlio suo sopra tutte le cose e come nella gloriosa Vergine siano tutte le virtù e grazie.

Capitolo Quarantaduesimo
Diceva la Madre: Ebbi tre cose io, con le quali piacqui al Figlio mio. L’umiltà, per cui nessuna creatura, né uomo, né angelo, fu di me più umile. Ebbi poi l’obbedienza, con la quale attesi ad obbedire in tutto al Figlio mio. Infine una speciale carità.
Perciò dal Figlio mio sono stata tre volte onorata. Dapprima infatti sono stata fatta più onorabile degli Angeli e degli uomini, perché nessuna virtù c’è in Dio, che non sia anche in me, sebbene Egli sia la sorgente e il creatore di tutto. Io sono la creatura sua, cui concesse in preferenza la grazia sua. Secondariamente, a motivo dell’obbedienza ottenni tanto potere, che non c’è peccatore così malvagio che si volga a me con cuore pentito e volontà d’emendarsi e non ottenga il perdono. Infine per la carità Iddio mi è tanto vicino che chi vede Dio vede anche me e può in me vedere la divinità e umanità come in uno specchio e me in Dio.
Chiunque infatti vede Dio, vede tre Persone. La Divinità poi mi prese anima e corpo e mi riempì d’ogni virtù, talmente che non c’è virtù in Dio che non risplenda in me, sebbene lo stesso Dio sia Padre e datore di tutte le virtù. Come infatti avviene che in due corpi, assieme uniti, quel che riceve uno l’abbia anche l’altro, così fece Dio con me. Così non v’è dolcezza che non sia in me. Come chi avendo il più, ne fa parte a un altro. L’anima mia e il mio corpo sono più puri del Sole e più chiari d’uno specchio. E come in uno specchio si vedrebbero, posto che fosse possibile, le tre Persone, così nella purità mia si può vedere il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Io difatti ho avuto il Figlio nel mio grembo con la Divinità. Così Egli è visto in me, Dio-uomo, come in uno specchio, perché sono stata glorificata. Perciò, sposa del Figlio mio, studiati di imitare la mia umiltà e non amare altri che il Figlio mio.

Parole del Figlio alla Sposa, che dicono come l’uomo ascende da un piccolo bene al Bene perfetto e da un piccolo male al sommo supplizio.
Capitolo Quarantatreesimo
Il Figlio di Dio diceva: Da poco bene proviene spesso una grande ricompensa. Il dattero ha un odore meraviglioso e nel suo frutto ha un osso. Se posto in terra fertile, ingrossa e dà frutti e diventa un grande albero. Ma se è posto in terra secca, inaridisce. È troppo secca di beni quella terra che si diletta nel peccato. In essa se si getta il seme della virtù, non germina. Fertile invece è la terra di quell’anima che riconosce il suo peccato e geme e se ne pente. In essa, se si getta il seme del dattero, cioè la severità dei miei giudizi e della mia potenza, s’affondano nell’anima tre radici. La prima, il pensiero di nulla poter fare senza il mio aiuto e perciò il ricorso a me nella preghiera. La seconda è cominciare a dare anche una piccola elemosina per il mio nome. La terza, il distacco da tutti gli affari suoi, per servire a me. Poi comincia l’astinenza, il digiuno e il rinnegamento della volontà propria e questo è il tronco dell’albero. Poi crescono i rami della carità, quando attira al bene tutti quelli che può. Poi cresce il frutto, quando comunica anche agli altri quello che sa e tende con tutta devozione a rendermi onore più che può. Questo è il frutto che io gusto.
Così dunque da un piccolo bene si sale al perfetto; quando s’affonda la radice con una piccola devozione, cresce il tronco con l’astinenza; si moltiplicano i rami con la carità; ingrossa il frutto con la predicazione. Similmente da un piccolo male decade l’uomo alla estrema maledizione e al sommo supplizio. Non sai tu qual è per le cose che germinano e crescono, il danno più grave e oneroso? Certamente, il piccolo che sta per nascere col parto e non può nascere e muore nelle viscere materne. E ne soffre e muore la stessa madre, che – assieme al figlio – il padre porta al sepolcro e getta a marcire nella fossa. Così fa con l’anima il diavolo. L’anima viziosa è infatti come sposa del demonio, del quale segue in tutto la volontà, che dal diavolo quasi concepisce, quando si compiace del peccato e ne gode. Come infatti la madre da un piccolo seme, ch’è un po’ di liquido, concepisce e fruttifica, così fa un gran frutto al diavolo l’anima che si diletta nel peccato. Poi si formano le membra e si rafforza il corpo, quando s’aggiunge peccato a peccato e aumentano ogni giorno. A questo punto la madre si gonfia e vorrebbe partorire, ma non ne è capace. Perché, consumata la natura nel peccato, viene a noia la vita, volentieri vorrebbe peccare di più e non può, né le è permesso dal Signore. C’è allora la paura di non poter compiere la propria volontà, manca la forza e la gioia di vivere. Dovunque dolori e preoccupazioni.
Si rompono allora le acque (il ventre), quando sopraggiunge la disperazione di poter fare alcun bene. E si muore, quando si bestemmia e si rimprovera Dio giudice e si è condotti così dal padre diavolo al sepolcro dell’inferno, dove è sepolto in eterno con la putredine e il figlio della colpa.  Ecco come da piccolo che è, aumenta e cresce il peccato fino alla dannazione.

Parole del Creatore alla Sposa, come Egli sia disprezzato dagli uomini, i quali non pensano a quello che fece per carità, parlando per bocca dei Profeti e anche soffrendo per essi, né curandosi dell’ira sua, manifestata con severi castighi contro gli ostinati.
Capitolo Quarantaquattresimo
Io sono il Creatore di tutto, il Signore. Io feci il mondo e il mondo mi ha disprezzato. Sento come una voce dal mondo, quella di un’ape regina la quale raccoglie il miele. Difatti come l’ape regina, quando vola, subito torna a terra ed emette voci roche e soffocate, così odo come una voce soffocata nel mondo che dice: Non m’importa che cosa avvenga poi. E tutti dicono: Non ci importa.
Davvero all’uomo non importa, né considera quello che io ho fatto per amore, parlando per bocca dei Profeti, predicando io stesso e soffrendo per lui. Non si cura di quel che fece la mia ira, castigando i cattivi e i ribelli. S’accorgono d’essere mortali, sono incerti dell’ora, e non se ne curano. Odono e vedono la mia giustizia, applicata per i peccati, al Faraone, ai Sodomiti; quella che usai con i Re e gli altri Principi e che ogni giorno permetto nelle guerre e in altre tribolazioni: e tutto questo per loro è oscuro.
Perciò come api regine svolazzano dove vogliono. Volano a volte infatti, come saltellando, perché s’alzano con la superbia loro e subito s’abbassano quando tornano alla loro lussuria e gola. Raccolgono anche il dolce, ma per se stessi e terra terra, perché l’uomo lavora e raccoglie per l’utile del corpo, non dell’anima; per l’onore terreno, non per quello eterno. Mutano quell’utile temporale in pena, che a nulla loro giova, in eterno supplizio. Perciò, per le preghiere della Madre mia manderò la mia voce a quelle api, dalle quali sono segregati gli amici miei, i quali non sono nel mondo se non col corpo; la mia voce chiara, che annunzierà la misericordia. E se l’ascolteranno, si salveranno.

Parole della Madre e del Figlio, di benedizione e di lode reciproca e per la grazia concessa alla Madre per quelli che sono in Purgatorio e in questo mondo.
Capitolo Cinquantesimo
La Madre parlava al Figlio, dicendo: Benedetto il nome tuo Figlio mio, benedetto senza fine con la tua Divinità, ch’è senza principio e senza fine. Tre cose meravigliose sono nella tua Divinità: cioè la potenza, la sapienza, la virtù. La tua potenza è come fuoco ardentissimo, davanti al quale qualunque cosa per quanto immutabile e solida diventa strame secco, che si cambia in fuoco. La tua sapienza è come un mare, che è insondabile per l’immensità e quando ribolle e trasborda copre valli e monti; così la sapienza tua non può essere abbracciata e capita. Oh, come hai creato con sapienza l’uomo e lo ponesti sopra ogni tua creatura! Oh, come sapientemente assegnasti gli uccelli all’aria, le bestie alla terra, i pesci al mare e a ciascuno assegnasti il tempo suo e l’ordine! E come meravigliosamente a tutti dai la vita e la togli! Con quanta sapienza dai la saggezza agli stolti e la togli ai superbi. La tua virtù è come la luce del sole, che risplende in cielo e di questo splendore riempie la terra: così la virtù tua abbonda in ogni senso ed ogni cosa riempie. Perciò sii tu benedetto, Figlio mio, che sei il mio Dio e il mio Signore.
Rispose il Figlio: Madre mia carissima, le tue parole sono dolci per me, perché provengono dall’anima tua. Tu sei come aurora che sorge nella chiarità. Tu risplendesti su tutti i cieli e la tua luce ed il tuo chiarore sono superiori a tutti gli Angeli. Con il tuo chiarore hai attirato a te il Sole vero, cioè la mia Divinità. Infatti il Sole della mia Divinità venendo a te si fissò in te, e per il suo calore sei stata più di tutti accesa nella mia carità. Per il suo splendore sei più di tutti illuminata dalla mia sapienza. Per mezzo tuo sono state spazzate le tenebre della terra e sono stati illuminati tutti i cieli. Nella mia verità dico che la purezza tua, a me gradita più di tutti gli Angeli, attrasse in te la mia Divinità, perché fossi infiammata dallo Spirito, per il quale mi racchiudesti nel tuo grembo, vero uomo e vero Dio, da cui l’uomo è stato illuminato e gli Angeli letificati. Perciò benedetta sii tu dal Figlio tuo benedetto. Per questo non c’è tua richiesta che non sia da me esaudita e, per te, tutti quelli che invocano misericordia, con volontà di emendarsi, avranno grazia. Perché come il calore procede dal sole, così per te sarà data ogni misericordia. Tu sei infatti quasi sorgente sovrabbondante, da cui ai miseri sgorga la misericordia.
Risponde ancora la Madre al Figlio suo: Sia tua, Figlio mio, ogni virtù e gloria. Tu sei il mio Dio e la misericordia è tutto il bene che ho da te. Tu sei come un seme, che pur non seminato tuttavia cresce e fa frutto, dove cento e dove mille. Da te infatti proviene ogni misericordia, la quale per essere infinita è anche ineffabile e bene può essere indicata col numero centenario, nel quale è come la perfezione: da te infatti è ogni progresso e ogni profitto.
E il Figlio alla Madre: Ben mi assomigliasti, o Madre, a un seme che non veniva seminato e tuttavia crebbe, perché quando venni in te con la Divinità e con la mia umanità, non fu per commistione di seme e tuttavia crebbi in te, da cui procedette la misericordia per tutti, bene hai detto. Ora dunque che, con le dolcissime parole della tua bocca, attiri da me misericordia, chiedimi quel che vuoi e l’avrai.
Rispose la Madre: Figlio mio, giacché ho trovato misericordia presso di te, chiederò misericordia per i miseri. Quattro luoghi ci sono. Il primo è il cielo, ove sono gli Angeli e le Anime dei Santi, che non hanno bisogno se non di te e in te infatti hanno ogni bene. Il secondo è l’inferno e quelli che l’abitano son pieni di malizia ed esclusi da ogni misericordia. Perciò nessun bene può mai loro occorrere. Il terzo luogo è il Purgatorio ove hanno bisogno della misericordia, perché afflitti per tre ragioni. Sono turbati nelle orecchie, non udendo altro che dolori di pene e miserie. Nella vista, altro non vedendo che la propria miseria. E sono afflitti nel tatto, dal calore d’un fuoco insopportabile e dalla grave pena. Concedi loro, Signor mio e Figlio mio, per queste mie preghiere, la tua misericordia.
Rispose il Figlio: Volentieri per te concederò loro una triplice misericordia. Anzitutto, il loro udito sarà alleviato, la loro vista mitigata, la loro pena sarà resa più leggera e mite; inoltre tutti quelli che d’ora in poi si troveranno nella pena massima del Purgatorio, verranno alla media e coloro che si troveranno nella media verranno alla più leggera e coloro che si troveranno già nella pena più leggera passeranno al riposo.
Rispose la Madre: Lode e onore a te, Signor mio. E subito soggiunse al Figlio: Il quarto luogo è il mondo e quelli che l’abitano hanno bisogno di tre cose: della contrizione dei peccati, della soddisfazione, della fortezza per fare il bene. Rispose il Figlio: Chiunque avrà invocato il tuo Nome e nutrirà in te speranza col proposito di emendarsi, avrà queste tre cose e poi il Regno dei cieli. È tanta infatti la dolcezza nelle tue parole, che io non posso rifiutarti quel che chiedi, perché altro non vuoi che quel ch’io voglio. Tu infatti sei come una fiamma, la quale fa luce e arde, e dalla quale si accendono i lumi spenti e quelli che mai furono accesi prendono vigore; così per la tua carità, che mi rapì il cuore ed a te m’attrasse, risorgeranno quelli che per i peccati sono morti e si rafforzeranno nella mia carità coloro che sono tiepidi come nerofumo.                       

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