Don Giacomo Tantardini: «Lasciati portare dal legno della Sua umiltà» La Confessione, il Peccato e la Grazia.

«Lasciati portare dal legno della Sua umiltà»

Una delle meditazioni degli esercizi spirituali predicati da don Giacomo Tantardini ai sacerdoti della diocesi suburbicaria di Porto – Santa Rufina nel novembre 2006      

di don Giacomo Tantardini    

Quelli che seguono sono solo alcuni suggerimenti, come aiuto a vivere il sacramento della penitenza, il sacramento della confessione.  Vorrei iniziare ripetendo l’invito di sant’Agostino a «lasciarsi portare dal legno della Sua umiltà». Dobbiamo attraversare il mare della vita, dobbiamo arrivare al Signore, che è la nostra felicità. L’unico modo per  attraversare questo mare è lasciarsi portare dal legno della Sua umiltà. Lasciarsi portare da questa nave che è la croce del Signore. A me è cara l’espressione di sant’Agostino: «Lasciati portare dal legno della Sua umiltà». Che cos’è la confessione se non accettare umilmente di lasciarsi portare dal Signore, dal legno della Sua umiltà? Se non accettare umilmente di confessare i nostri poveri peccati così come Gesù ha voluto, così come la santa Chiesa ha stabilito?

Per questo mi sono permesso di dare a chi lo voleva il piccolo libro Chi prega si salva, come aiuto a confessarsi bene, così come la santa Chiesa suggerisce, anzi comanda. Permettetemi di accennare a un’intuizione, una  scoperta per me recente: chi si confessa bene, diventa santo. È stata una scoperta recente (l’anno scorso, durante la santa messa nella festa di Tutti i Santi, mentre leggevo il Vangelo delle beatitudini) e di un’evidenza immediata: chi si confessa bene, diventa santo. Chi si confessa bene, con umiltà, con sincerità, con la completezza dell’accusa, diventa santo.     Diventa santo nei tempi del Signore, ma chi si confessa bene diventa santo. Chi si lascia portare umilmente dal legno della Sua umiltà, diventa     santo. Diventare santi vuol dire che la presenza di Gesù Cristo diventa sempre più cara, sempre più vicina. «Familiaritas stupenda nimis / sempre più stupenda», come dice l’Imitazione di Cristo, «la Sua familiarità». Come dice una strofa dell’inno Iesu dulcis memoria, questo lungo inno medievale che è attribuito a san Bernardo.

È la strofa che negli ultimi mesi della sua vita don Giussani più frequentemente ripeteva: «O Iesu mi dulcissime, / O  Gesù mio dolcissimo, / spes suspirantis  animae, / Tu speranza del mio cuore che geme [di  noi che sospiriamo, come diciamo nella Salve Regina], / te quaerunt piae lacrimae / Ti cercano le mie lacrime pie [lacrime che non pretendono, che attendono, che domandano] / et clamor mentis intimae / e il grido ultimo del cuore». Anche quando, magari, questo grido del cuore non sale neppure alle nostre labbra. Ecco, se ci confessiamo bene, diventiamo santi. Cioè, la presenza del Signore, la Sua presenza, la Sua bellezza («Cara beltà»), la Sua dolcezza diventa più cara e più vicina alla nostra vita.

Leggiamo ora il brano del rinnegamento di Pietro e dello sguardo di Gesù a Pietro, secondo il Vangelo di Luca: «Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa  del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”, ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22, 54-62).

Vorrei suggerirvi tre brevi pensieri di sant’Ambrogio. Sant’Ambrogio è uno dei Padri della Chiesa che più evidenzia la misericordia. Forse la frase con cui     conclude l’Esamerone, il racconto della creazione, è nota a tutti voi: «Ha creato il cielo e non leggo che si sia riposato, ha creato la terra e non leggo che si sia riposato, ha creato il sole, la luna e le stelle e non  leggo che abbia riposato. Leggo che ha creato l’uomo e allora si  è riposato / habens cui peccata     dimitteret / perché finalmente aveva uno cui poteva perdonare i peccati». Questo è il riposo di Dio. Lo dice Gesù nel  Vangelo: «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo [cioè nel cuore di Dio] per un peccatore che si converte che  non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7). Ambrogio non aggiunge nulla a queste parole di Gesù circa la gioia del cuore di Dio; semplicemente è bello che dica che Dio si è riposato perché finalmente aveva uno cui poteva perdonare i peccati. Il brano che ora leggo è tratto dal commento di  sant’Ambrogio al Vangelo di Luca: «Bonae lacrimae quae lavant culpam. / Come sono buone  [care al cuore] le lacrime che lavano i peccati. / Denique quos Iesus respicit plorant. / Pertanto, quelli che Gesù guarda, si mettono a piangere [quando Gesù guarda un povero peccatore, questo si mette a piangere]. Pietro ha negato una prima volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva guardato. Pietro ha negato una seconda volta e non ha pianto perché il Signore ancora non lo aveva guardato. Pietro ha negato la terza volta: / respexit Iesus et ille amarissime flevit / Gesù lo ha guardato e lui ha pianto amaramente».

Il pianto non viene dal peccato. «Chi commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). Il peccato ci conduce al vizio, non al pianto. «Se il Figlio vi fa liberi sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). Quando Gesù  guarda, si piange. E si piange nella memoria di Lui. «Il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò» (Lc 22, 61). Si piange non per l’umiliazione, si piange perché si è così voluti bene. Si piange per gratitudine, perché siamo guardati così. Perché, poveri peccatori, siamo così voluti bene. «Respice, Domine Iesu, / Guardaci, Signore Gesù, / ut sciamus nostrum deflere peccatum. / perché impariamo a  piangere i nostri peccati. / Unde etiam lapsus sanctorum utilis. / Per questo anche il peccato dei santi è utile. Non mi ha recato nessun danno che Pietro Lo abbia tradito, mi ha giovato il fatto che [Gesù] lo abbia perdonato».

Un secondo brano. Ambrogio sta commentando un salmo, e  parla di Pietro: «Quem Dominus respicit salvat. / Chi il Signore guarda, lo salva. Pertanto, nella passione del Signore, quando Pietro tradì / [e qui Ambrogio dice una cosa che mi sembra così bella] sermone, non mente / [quando Pietro tradì] con la     parola, ma non con il cuore…». Così sant’Ambrogio distingue i peccati di fragilità dal progetto del peccato. Anche i peccati di     fragilità possono essere peccati mortali; non è questo che sant’Ambrogio contesta. I nostri peccati di fragilità possono essere peccati mortali, se ci sono le tre condizioni perché un’azione sia peccato mortale. Ma il peccato di fragilità è diverso dal progetto del peccato. Il peccato di fragilità è diverso dall’avere la progettualità del peccato. Ambrogio ha nei confronti di Pietro questo sguardo di tenerezza, come verso     un bambino che sbaglia. Pietro ha rinnegato, ma con le labbra (sermone) non con il cuore (non mente). E aggiunge un’osservazione stupenda: «(benché le parole di Pietro che Lo rinnega siano più piene di fede che non la dottrina di molti [le parole di Pietro, che per paura Lo tradisce, non distruggono un attaccamento al Signore, un attaccamento più fedele che non i  discorsi di molti]) /respexit eum Christus / Cristo lo ha guardato / et Petrus flevit; / e Pietro ha pianto; e così [col pianto] ha lavato il proprio errore. / Ita quem visus est voce denegare /  Così colui che con la parola è sembrato agli altri [forse     anche a Giovanni quando ha visto Pietro dire quello che ha detto] rinnegare  il Signore, / lacrimis fatebatur / con le lacrime Lo testimoniava». Con le lacrime Pietro ha testimoniato il Signore.

Vorrei aggiungere un’osservazione. C’è un indizio che distingue la fragilità del peccato dalla progettualità del peccato, ed è evitare le occasioni prossime di peccato. Lo diremo nell’Atto di dolore quando ci confesseremo. L’indizio che il peccato non è il nostro progetto, è la volontà di fuggire le occasioni prossime di peccato. Perché il peccato si compie nel cuore. Il peccato si compie quando si aderisce nel cuore al desiderio cattivo. È nel cuore che si compie il peccato. Il gesto, qualunque gesto peccaminoso, è una conseguenza del cuore che aderisce al desiderio cattivo; del cuore che cede al desiderio cattivo, invece di mettersi in ginocchio a domandare. Anche il mettersi in ginocchio, anche solo questo gesto fisico di mettersi in ginocchio, come è prezioso al Signore! Mettersi in ginocchio e domandare. E la grazia della domanda certa, quando il Signore la dona, la certezza della domanda che chiede senza dubitare è infallibile. Lo dice Gesù  (cf. Mc 11, 23-25). Lo scrive l’apostolo prediletto: «Chiunque rimane in Lui non può peccare» (1Gv 3, 6). Quando si rimane nel Signore non si pecca. Quando il Signore dona di rimanere in Lui, questa preghiera è infallibile. Evitare le occasioni prossime di peccato è il segno che i nostri sono poveri peccati di fragilità, ma che non sono il progetto della nostra vita. Non sono una progettualità cattiva.

Cito un terzo brano, sempre di sant’Ambrogio, tratto dal Commento al Salmo 1188 al versetto: «“Adiutor et susceptor meus es tu, et in verbum tuum spero” / “Tu sei il mio aiuto e il mio sostegno e spero nella tua parola”». In questo brano di sant’Ambrogio sono raccolte tutte le cose che ci siamo detti in questi giorni. «Adiutor per legem, / Tu sei aiuto con la legge [i dieci comandamenti], / susceptor per Evangelium / Tu sei sostegno [mi prendi in braccio] con la grazia». Questa è la sintesi del cammino morale cristiano. Con la legge ci aiuti. La legge fa conoscere i comandamenti di Dio. La legge ha come scopo semplicemente quello di indicarci e farci conoscere con chiarezza ciò che bisogna fare e ciò che bisogna evitare. E la legge non si mette in pratica se vi si fanno sopra discorsi teologici. La legge si mette in pratica in virtù di un’altra realtà distinta dalla legge che è la grazia.

È bellissima la lettura del breviario della festa della Natività della Madonna, in cui sant’Andrea di Creta, vescovo, afferma che, come sono distinte e non     confuse la natura umana e la natura divina del Verbo incarnato, così anche la legge e la grazia sono due realtà distinte, non confuse.Ciascuna realtà conserva le sue caratteristiche. La legge ha la caratteristica di indicare con chiarezza la strada, la grazia ha la caratteristica di prendere in braccio e di portare e quindi di far camminare sulla strada. «Adiutor per legem, susceptor per gratiam. Quos lege adiuvit, in carne suscepit /Quelli che ha aiutato con la legge [indicando la strada] li ha portati nella Sua carne / quia scriptum est: / perché è stato scritto: / “Hic peccata nostra portat” /     “Questi porta su di sé i nostri peccati” / et ideo in verbum eius spero. / e perciò io spero nella Sua parola. / Pulchre autem ait: / È bello che il salmo dica: /     “In verbum tuum speravi”, / “Ho sperato nella Tua parola”, / hoc est: Non in prophetas speravi, / cioè: Non ho sperato nei profeti [buona è la profezia ma non ho sperato nei profeti], / non in legem, / non ho sperato nella legge [buona è la legge di Dio ma non ho sperato nella legge], / sed in verbum tuum speravi / ma ho sperato nella Tua parola / hoc est in adventum tuum… / cioè che Tu venga…»: questa è la cosa più bella! Ho sperato nella Tua parola cioè che Tu venga. Cioè nel Tuo venire a me. Se guardiamo un bambino, un bambino non spera astrattamente nella mamma. Il bambino spera che la mamma gli stia vicino. Che la mamma venga vicino a lui; «… ut venias / … che Tu venga /et suscipias peccatores, / e prenda in braccio i peccatori, / delicta condones, / perdoni i nostri delitti, / ovem lassam tuis in cruce humeris bonus pastor inponas / e metta come buon pastore sulle Tue spalle, cioè     sulla Tua croce, questa pecorella affaticata». Come è bello:«In verbum tuum speravi / ho sperato nella Tua parola / hoc est in adventum tuum, / cioè nel Tuo  arrivare, / ut venias / che Tu venga vicino /et suscipias / e Tu prenda in braccio» questa pecorella smarrita che sono io. Conclude Ambrogio: «Se uno spera in Gesù Cristo, si deve allontanare dalla compagnia dei cattivi».

Un piccolo accenno decisivo: se uno spera in Lui, evita le occasioni prossime di peccato (cf. 1Gv 3, 3). 

Concludo con due preghiere della liturgia ambrosiana. Due preghiere di sant’Ambrogio. Prima preghiera, dall’inno Al canto del gallo, Aeterne rerum conditor, che nell’antica liturgia ambrosiana si recitava sempre, ogni giorno, al Mattutino. Insieme all’inno dei Vespri Deus creator omnium, l’inno Aeterne rerum     conditor credo che sia la più bella poesia della letteratura cristiana antica: «Iesu, labantes respice / O Gesù, guarda noi che cadiamo [i lapsi erano quelli che durante le persecuzioni avevano tradito la fede] / et nos videndo corrige; / e sollevaci guardandoci [corrige vuol dire cum-regere, sollevare]; / si respicis labes  cadunt / se Tu ci guardi i peccati vengono meno / fletuque culpa solvitur / e nel pianto la colpa viene sciolta». Seconda preghiera, una piccola preghiera, la preghiera  del Buon ladrone. Come sarà per santa Teresina di Gesù Bambino, così per sant’Ambrogio il Buon ladrone è uno dei santi preferiti. L’inno di Pasqua, Hic est dies verus Dei, di sant’Ambrogio, è tutto sul Buon ladrone. Nella liturgia di oggi del breviario, san Cirillo di Gerusalemme usa la stessa espressione che usa sant’Ambrogio in questo inno: il Signore dona la salvezza «con la fede di un istante». La preghiera dice: «Manum tuam porrige lapsis / Porgi la tua mano a noi che siamo caduti, / qui latroni confitenti Paradisi ianuas aperuisti / Tu che al ladrone che Ti ha riconosciuto hai aperto le porte del Paradiso».

Come è bello quel latroni confitenti! Non ha fatto niente quell’assassino. Lo ha solo riconosciuto. Ha solo riconosciuto. Confessio. E domandato. Supplex confessio: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno». Solo quel «Gesù», quel: «Ricordati  di me». Solo quel riconoscimento supplice. E Gesù gli ha detto: «Oggi sarai con me in Paradiso» (cf. Lc 23, 39-43). Oggi, in questo istante. Come nel sacramento della confessione: «Io ti assolvo». Così, in questa fede di un istante, così si comunica anche a noi la salvezza di Gesù Cristo.

Sulla concupiscenza.
Il desiderio cattivo e il desiderio buono

Appunti dalle lezioni di don Giacomo Tantardini alla Libera Università San Pio V di Roma, anno 2000-2001

di don Giacomo Tantardini

Senso religioso, peccato originale, fede in sant’Agostino, don Giacomo Tantardini

Nel De Spiritu et littera Agostino chiama l’attrattiva della grazia concupiscenza buona1.

Il termine concupiscenza cristianamente indica che la dinamica umana è ferita dal peccato. Anche la dimensione più alta della dinamica umana, il senso religioso, che è la sintesi dello spirito umano, è ferito. «La concupiscenza [questa è una definizione del Concilio di Trento] nei battezzati non è peccato, ma dal peccato nasce e al peccato inclina»2. Non la dinamica umana così come è uscita dalle mani del Creatore, ma le dinamiche umane, dopo il peccato originale, sono ferite dal peccato e tendono a corrompersi nei vizi. Così che dalla considerazione degli stessi vizi (vitia) si possono intravvedere le tendenze buone originarie (appetitus)3. Questo termine, concupiscenza, è uno dei termini che gli stessi apostoli usano. Lo si trova nelle lettere di Paolo (per esempio Rm 7, 7), nelle lettere di Pietro (2Pt 1, 4), nella lettera di Giacomo (Gc 1, 14-15) e nelle lettere di Giovanni (1Gv 2, 16).

L’alternativa a questo impulso può essere solo una concupiscenza buona, più evidente e corrispondente al cuore che non la concupiscenza dovuta alla ferita del peccato originale. Se non fosse più evidente e corrispondente al cuore non ci sarebbe reale motivo per diventare e rimanere cristiani.

Oggi leggeremo due brani del De Spiritu et littera.

De Spiritu et littera 4, 6

«Doctrina quippe illa qua mandatum accipimus continenter recteque vivendi / Quella dottrina dalla quale riceviamo il comandamento di vivere sobriamente e piamente [sobriamente e piamente per usare due termini di Paolo nella lettera a Tito (Tt 2, 12)] / littera est occidens nisi adsit vivificans Spiritus / è lettera che uccide se non è presente lo Spirito che dona la vita». Questa è come la sintesi di tutto quello che Agostino scrive nel De Spiritu et littera. Quella dottrina – potremmo tradurre la dottrina della fede e della morale evidentemente buona – è lettera che uccide se non è presente, se non viene donato lo Spirito che dà la vita.

«[…] Nam hoc ideo elegit Apostolus generale quiddam, quo cuncta complexus est, tamquam haec esset vox legis ab omni peccato prohibentis, quod ait: “Non concupisces” [Agostino sta commentando la Lettera ai Romani, in particolare il capitolo 7]; / […] Ecco perché l’apostolo ha scelto [come espressione della dottrina] il comandamento più generale, nel quale ha riassunto tutti i comandamenti, come se fosse questa la voce della legge che proibisce ogni peccato; cioè il comandamento che dice: “non desiderare”; / neque enim illum peccatum nisi concupiscendo committitur / e infatti nessun peccato si commette se non attraverso il desiderio». Nessun peccato viene commesso se non attraverso il desiderio. L’inizio del peccato è sempre e solo il desiderio. Come dice Gesù quando, parlando del sesto comandamento «Non commettere adulterio», afferma: «Ma io vi dico: Chiunque guarda una donna per desiderarla / iam moechatus est eam in corde suo / ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 27).

Questo non per una rigidezza più grande rispetto alla legge di Mosè4, ma perché così sia evidente che occorre un altro desiderio per vincere il peccato. Se il peccato inizia dal desiderio, occorre qualcosa che sia al livello del desiderio, occorre qualcosa che desti, con un’attrattiva più grande, un desiderio buono. Se il peccato avviene nel cuore col desiderare, per non commettere peccati occorre un’attrattiva buona che attinga al cuore, al desiderio. Così proprio quella che sembra l’affermazione moralmente più esigente di Gesù, è l’affermazione più antimoralistica che esiste. Per cui è così evidente, per esperienza, che il peccato si compie quando, tentati dal diavolo, non si domanda. Non si compie dopo, si compie lì. Quando uno non domanda, ha già deciso in cuore suo il peccato, ha già compiuto il peccato. La domanda destata dalla grazia, infatti, non può peccare (cfr. 1Gv 3, 6. 9. 22).

«Neque enim ullum peccatum nisi concupiscendo commititur. / Nessun peccato infatti avviene se non attraverso il desiderio. / Proinde quae hoc praecipit bona et laudabilis lex est. / Dunque quella legge che comanda di non desiderare è buona e lodevole. / Sed ubi sanctus non adiuvat Spiritus inspirans pro concupiscentia mala concupiscentiam bonam / Ma dove non aiuta lo Spirito Santo ispirando invece del desiderio cattivo un desiderio buono, / hoc est caritatem diffundens in cordibus nostris / cioè diffondendo la carità nei nostri cuori [la carità è questa concupiscenza buona. Carità cioè un’attrattiva che unisce. Delectatio è l’attrattiva e dilectio è l’unità cui l’attrattiva porta. Questa è la carità. L’attrattiva Gesù. La carità è l’attrattiva di quella presenza fino all’adesione a quella presenza, l’attrattiva fino all’abbraccio5], profecto illa lex, quamvis bona, auget prohibendo desiderium malum / senza dubbio quella legge, sebbene buona, aumenta, con la proibizione, il desiderio cattivo». La legge, evidentemente buona, aumenta di fatto il desiderio cattivo. Dicendo “non desiderare la donna d’altri”, questo comando buono aumenta nell’uomo il desiderio della donna d’altri.

E Agostino suggerisce l’esempio dell’impeto delle acque. Quando le acque corrono verso un’unica direzione, se si mette qualcosa che impedisce alle acque di correre, una volta che hanno travolto questo impedimento, esse corrono con più violenza e con più massa.

«[…] Nescio quo enim modo hoc ipsum, quod concupiscitur, fit iocundius, dum vetatur. / […] Io non so perché capita che si desideri con più piacere una cosa proprio quando viene vietata. / Et hoc est quod fallit peccatum per mandatum / Ed è per questo che il peccato seduce attraverso il comandamento [proprio per il fatto che la legge buona dice di non desiderare la donna d’altri, il peccato usa di questa legge buona per aumentare il desiderio, per sedurre] / et per illud occidit, / e attraverso esso uccide, / cum accedit etiam praevaricatio quae nulla est ubi lex non est / perché vi si aggiunge anche la trasgressione, che non ci sarebbe se non ci fosse la legge». Quindi la legge aggiunge al peccato anche il fatto di essere una trasgressione. Non solo si compie una cosa cattiva, ma si disubbidisce alla legge. Si trasgredisce la legge, mentre la trasgressione non ci sarebbe se non ci fosse la legge.
Ma la frase centrale di questo brano è: «Sed ubi sanctus non adiuvat Spiritus inspirans pro concupiscentia mala / Ma dove non aiuta lo Spirito Santo ispirando, invece del desiderio cattivo, / concupiscentiam bonam... / un desiderio buono…».

Inspirans vuol dire che tocca la sorgente del cuore lì dove il desiderio nasce. È tutto qui. Occorre un’attrattiva che attinga dove il desiderio nasce. E questo si può solo domandare6. Altrimenti si può apparire giusti davanti agli uomini, ma non davanti a Dio che scruta i cuori. Perché anche se uno non va contro nessun comandamento, Dio che scruta i cuori sa che preferirebbe, nel suo cuore, come desiderio, andare contro il comandamento. Soltanto che circostanze – che sono comunque strumento del disegno del Signore – gli impediscono o non favoriscono il soddisfare quello che come desiderio preferirebbe (cfr. De Spiritu et littera 8, 13-14). Se il peccato si compie al livello del desiderio, l’alternativa al peccato non può che essere un’attrattiva che tocca il cuore lì dove il desiderio nasce. L’alternativa può essere solo un’attrattiva buona invece dell’impulso cattivo. Questa attrattiva buona si chiama anche carità. La carità (dilectio) compie l’attrattiva (delectatio) nell’abbraccio, nell’unità (cfr. 1Cor 6, 17).

Papa Paolo VI: “SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA” “È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina”

 

PAPA PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 agosto 1968

 

I mirabili doni della scienza soprannaturale

LA PERSONALITÀ DEL SEGUACE DI CRISTO

Diletti Figli e Figlie!

In queste conversazioni Noi andiamo cercando qualche nota caratteristica del cristiano; Noi vogliamo individuare qualche elemento che qualifica il seguace di Cristo in quanto tale, e che definisce intimamente la sua nuova personalità. Vi è una differenza esistenziale fra il cristiano ed uno che non lo è? Certamente. Vi è una differenza che lo caratterizza profondamente; ed è appunto il «carattere» cristiano, quell’impronta spirituale, che, in vario grado, tre sacramenti stampano indelebilmente nell’anima di chi li riceve, come ognuno sa: il battesimo, che consacra il fedele con un certo potere sacerdotale al culto di Dio e lo fa membro del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1 Petr. 2, 5); la cresima, che lo abilita alla professione e alla milizia cristiana (cfr. Act. 8, 17; S. Th. 3, 72, 5); e l’ordine sacro, che lo assimila al sacerdozio potestativo di Cristo e lo fa suo qualificato ministro (cfr. Presb. Ord., n. 2). Il carattere comporta una prerogativa originale, propria del cristiano, che così segnato acquista una data qualificazione incancellabile, con un certo potere spirituale di compiere date azioni in ordine ai rapporti con Dio e conseguentemente nella comunità ecclesiale (cfr. S. Th. 3, 63, 2). S. Agostino ne parlò più volte, polemizzando con i Donatisti (cfr. Contra Epist. Parmeniani, II, 28); il Concilio di Firenze dapprima (cfr. Denz. Sch. 1310; 695), poi il Concilio di Trento tradussero in termini dogmatici l’insegnamento tradizionale della Chiesa al riguardo (cfr. Denz.-Sch. 1609; 852-1797; 960).

IMPEGNO ALLA FEDELTÀ AL RISCHIO ALLA TESTIMONIANZA

Una meditazione sarebbe da farsi su questo «segno distintivo», impresso nel cristiano, il quale sigillo si sovrappone all’immagine divina, già delineata, per via di natura, nell’anima razionale dell’uomo, e vi configura, sempre più marcato, il volto di Cristo, che diventa il volto del cristiano insignito da tale mistica impressione. È questa una stupenda antropologia, della quale spesso non si fa abbastanza caso nella concezione dell’uomo diventato cristiano. Anzi oggi la tendenza alla secolarizzazione, o alla trascuranza dei valori e dei doveri religiosi, porta a negligere la fisionomia cristiana modellata dal carattere sacramentale, così che sovente essa viene mascherata (perché cassare non si può) da sembianze profane, quasi per farle riprendere un profilo puramente naturale o anche pagano, dimenticando che la qualifica cristiana non è semplicemente nominale, ma reale, e comporta un?inserzione in Cristo, decisiva per il destino di chi gli è seguace, impegnandolo a fondo, se non vuol tradire l’onore del suo titolo, alla fedeltà, al rischio, alla testimonianza (cfr. Act. 11, 26; 1 Phil. 4, 16).

SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA

Ma vi è di più. Vi è la grazia, lo stato di grazia, cioè quella luce, quella qualità di cui l’anima è rivestita, anzi profondamente investita e imbevuta, quando il nuovo, soprannaturale rapporto, al quale Dio ha voluto elevare l’uomo che a Lui si abbandona, si stabilisce nello sforzo da parte dell’uomo della conversione, della disponibilità fiduciosa, e nell’accettazione della sua Parola, mediante la fede, in umile implorante amore, al quale subito l’Amore infinito, ch’è Dio stesso, risponde col fuoco dello Spirito Santo, vivificante nell’uomo la forma di Cristo. È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nell’ Anima, nella nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina. Lo stato di grazia non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita stessa di Dio, per cui noi diventiamo in certa misura partecipi della sua trascendente natura, è una elevazione all’adozione di figli del Padre celeste, di fratelli di Cristo, di membra vive del Corpo mistico mediante l’animazione dello Spirito Santo. È un rapporto personale: ma pensate: fra il Dio vivente, misterioso e inaccessibile per la sua infinita pienezza, e la nostra infima persona. È un rapporto che dovrebbe diventare cosciente; ma solo i puri di cuore, i contemplativi, quelli che vivono nella cella interiore del loro spirito, i santi ce ne sanno dire qualche cosa. Anche i teologi ci possono bene istruire. Perché è un rapporto ancora segreto; non è evidente, non cade nell’ambito dell’esperienza sensibile, sebbene la coscienza educata acquista una certa sensibilità spirituale; avverte in sé i «frutti dello spirito», di cui San Paolo fa un lungo elenco: «la carità, il gaudio, la pace» (questi specialmente: una gioia interiore, e poi la pace, la tranquillità della coscienza), e poi: la pazienza, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la padronanza di sé, la castità (Gal. 5, 22): pare d’intravedere il profilo d’un santo. Questa è la grazia; questa è la trasfigurazione dell’uomo che vive in Cristo.

Nessuna meraviglia se tale condizione, di per sé forte e permanente («nulla ci potrà separare dalla carità di Dio», dice ancora San Paolo [Rom. 8, 39]), è tuttavia delicata ed esigente; essa proietta sulla vita morale dell’uomo doveri particolari, sensibilità finissime; e fortunatamente infonde anche energie nuove e proporzionate, affinché l’equilibrio di questa soprannaturale posizione sia fermo e gioioso. Ma resta il fatto ch’esso può essere turbato e rovesciato, quando noi disgraziatamente lo disprezziamo e preferiamo scendere al livello della nostra natura animale e corrotta; quando commettiamo un volontario distacco dall’ordine a cui Dio ci ha associato, dalla sua vita fluente nella circolazione della nostra, cioè un peccato vero e volontario, che perciò, quando è grave, chiamiamo mortale.

LA TRISTE DEVIAZIONE DEL PECCATO

È strano vedere come molti cristiani oggi hanno un comportamento molto discutibile rispetto a tale condizione soprannaturale della nostra vita: da un lato cercano di minimizzare il concetto di peccato, coonestando anche gravi infrazioni della norma morale e quindi della condizione indispensabile della nostra relazione con Dio, come fosse senza importanza, e come fosse necessario, per francare la coscienza da possibili eccessivi timori, da scrupoli imbarazzanti e fantastici, non dare sufficiente peso alla rovina che il peccato produce; dall’altro, attribuiscono a sé la guida dello Spirito Santo, conferendo ai propri pensieri e alla propria condotta un gratuito e spesso fallace carisma di sicurezza e d’infallibilità. È una tendenza di moda, questa; e spesso in tacita polemica con l’economia propria della grazia, che esige ordinariamente l’intervento sacramentale per essere stabilita, conservata e alimentata e, se occorre, ristabilita.

I SUPREMI FULGORI: LA PAROLA DI DIO, L’AZIONE SACRAMENTALE, LA CHIESA

Ricordiamo, Figli carissimi, che durante la nostra vita temporale a noi non è dato «vedere» le realtà divine (cfr. Io. 20, 29); è dato «sapere»; ed anche questo sapere deriva non da una conoscenza naturale e normale, ma dalla fede; l’uomo credente procede «come se vedesse l’invisibile» (Hebr. 11, 27; cfr. Loew, Comme s’il voyait l’invisible, riferito all’apostolato); e la sicurezza., in via ordinaria, gli è data da segni, da certi segni sacri, simbolo e causa strumentale di ciò che rappresentano, i sacramenti. Il mistero della salvezza a noi è comunicato mediante due vie: quella obiettiva della Parola di Dio, cioè soggettivamente della fede; e quella dell’azione sacramentale. Alle quali vie una terza possiamo aggiungere, quella della Chiesa, quel grande sacramento che tutti gli altri contiene e dispensa, e che stilizza cristianamene la nostra vita e ci offre l’atmosfera dello Spirito, di cui essa è anima e che a noi, se fedeli, fa respirare.

Sì, è questa scienza soprannaturale dell’uomo un mondo difficile, un regno insolito ed arduo; ma è il vero mondo della nostra vocazione umana e cristiana; un regno che i violenti, cioè i violenti, forti e risoluti, conquistano e rapiscono (Matth. 11, 12); ma un regno vicino (Luc. 9, 10), un regno che già ci circonda, fino ad essere già fra noi, dentro di noi (Luc. 17, 21); un regno che i poveri, gli umili, i semplici, i fanciulli, i puri di cuore possono facilmente possedere. A tanto Cristo vi invita, e a ciò vi conduca anche la Nostra Benedizione Apostolica.

 

SANT’AGOSTINO: -Cristiani di nome, non di fatto- “Perché mai Gesù non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio”

 

DAL COMMENTO ALLA LETTERA DI SAN GIOVANNI, SANT’AGOSTINO

 

[Confessare il peccato e lottare con la grazia di Dio.]

3. Se voi sapete che egli è giusto, sappiate che chiunque si diporta giustamente, è nato da lui (1 Gv 2, 29). Attualmente la nostra giustizia deriva dalla fede. La giustizia perfetta si trova solo negli angeli, ma se li mettiamo a confronto con Dio, dovremo dire che a mala pena essi sono nella giustizia. Ma se esiste una giustizia relativamente perfetta nelle anime e negli spiriti creati da Dio, questa si trova negli angeli buoni santi e giusti, che non hanno abbandonato Dio con nessun peccato, non sono caduti in atti di superbia, ma sono sempre rimasti fedeli nella contemplazione del Verbo di Dio, nulla avendo di più dolce se non la visione di colui dal quale sono stati creati. Orbene in questi angeli noi troviamo la perfetta giustizia, mentre in noi si trova quella giustizia che ha avuto inizio dalla fede secondo lo Spirito. Allorché leggevamo il salmo, avete sentito queste parole: Incominciate a lodare il Signore con la confessione (Sal 146, 7). Il salmista dunque ci dice di incominciare: ora l’inizio della nostra giustizia è la confessione dei nostri peccati. Se hai incominciato a non scusare il tuo peccato, già hai dato inizio alla tua giustificazione: essa diventerà poi perfetta, quando il tuo unico diletto sarà la giustizia, e la morte sarà assorbita nella vittoria (cf. 1 Cor 15, 54), né più ti attirerà la concupiscenza, non si avrà più in te la lotta contro la carne ed il sangue e tu avrai la corona della vittoria, il trionfo sul nemico: allora ci sarà anche in te la perfetta giustizia.

Per il momento dobbiamo ancora combattere e se combattiamo significa che ancora ci troviamo nello stadio; possiamo infliggere ferite ma anche essere feriti, ed aspettiamo di vedere chi sarà il vincitore. Ora vincitore sarà colui che riesce a ferire, non facendo affidamento sulle sue forze, ma sulla spinta di Dio. Il diavolo è solo nel combatterci. Noi vinciamo il diavolo se stiamo vicini a Dio. Se pretendi di opporti da solo al diavolo, sarai sconfitto. Egli è un avversario avveduto ed esperto. Quante vittorie ha al suo attivo! Guardate da quale altezza ci ha precipitato: per farci nascere mortali, riuscì a scacciare dal paradiso i nostri progenitori. Che cosa fare dunque, dal momento che egli è tanto esperto? Si invochi l’Onnipotente contro il diavolo che è un nemico agguerrito. Abiti dentro di te colui che non può essere vinto, ed allora certamente vincerai colui che è solito vincere. Chi però il diavolo riesce sempre a vincere? Colui nel quale non abita il Signore. Adamo, infatti, mentre era nel paradiso disprezzò, come sapete, il comando del Signore e divenne superbo, desiderando essere indipendente, non più soggetto alla volontà di Dio; e così cadde dalla sua condizione di immortalità e di beatitudine (cf. Gn 3, 6). Ci fu un tempo un uomo agguerrito anche se mortale, che, sedendo nello sterco tra putridi vermi, vinse il diavolo: fu Adamo stesso che lo vinse nella persona di Giobbe, essendo questi un suo discendente; Adamo, quando era nel paradiso, subì la sconfitta; quando invece si trovò nello sterco, conseguì la vittoria. Quando era nel paradiso diede ascolto alle parole suasive della donna, che le aveva sentite suggerire dal diavolo; ma quando si trovò in mezzo allo sterco, egli disse ad Eva: Hai parlato da donnetta stolta (Gb 2, 10). Là, nel paradiso, si lasciò suggestionare, ma qui sa rispondere a tono; quando era in condizioni di felicità, si lasciò convincere; ma quando si trovò in mezzo alla disgrazia, ottenne la vittoria. Fate perciò attenzione, o fratelli, alle parole successive di questa Epistola: ci viene raccomandato di vincere il diavolo, ma non da soli. Se sapete che egli è giusto – ci dice l’apostolo Giovanni – sappiate che chi agisce con giustizia è nato da lui, cioè da Dio, da Cristo. Parlando di chi è nato da lui è a noi che si rivolge. Dunque per il fatto di essere nati da lui già siamo perfetti.

[Cristiani di nome, non di fatto.]

4. Ascoltate: Ecco quale amore ci mostrò il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà (1 Gv 3, 1). Chi di figlio ha soltanto il nome, non è vero figlio, che vantaggio ha da tal nome, se nulla significa per lui? Quanti si dicono medici ma non sanno curare i malati! Quanti hanno il nome di guardia, ma dormono tutta la notte! Allo stesso modo molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita, non nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità. Ricordate, o fratelli, quanto avete udito: Ecco quale amore ci ha dimostrato il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà. Per questo il mondo non ci conosce; dal momento che il mondo non ha conosciuto il Padre, non conosce neanche noi (1 Gv 3, 1). Il mondo è tutto cristiano e in pari tempo è tutto empio; gli empi infatti sono sparsi in tutto il mondo e lo stesso si verifica per le persone pie: gli uni non conoscono gli altri. Come sappiamo che non si conoscono a vicenda? Da questo: che gli empi lanciano insulti contro coloro che vivono bene. Fate bene attenzione perché costoro si trovano forse anche in mezzo a voi.

Ciascuno di voi già vive religiosamente, già disprezza le cose del secolo, non va agli spettacoli, non si ubriaca come si trattasse di un rito, non si rende impuro (e la cosa è molto importante) nelle feste dei santi, col pretesto di ottenere il loro patrocinio. Perché mai, dunque, chi non compie tali azioni viene insultato da chi le compie? Ma come potrebbe essere oggetto di insulto, se fosse conosciuto? Perché allora non sono conosciuti? Perché il mondo non conosce il Padre. Chi sono coloro che formano il mondo? Evidentemente quelli che abitano il mondo, così come, dicendo casa, si intende parlare dei suoi abitatori. Queste cose già le abbiamo dette e ripetute, né ci stanchiamo di ripeterle. Quando sentite parlare del mondo in senso cattivo, dovete intendere solo gli amatori del mondo. Essi abitano nel mondo in quanto lo amano; e poiché lo abitano, hanno anche meritato di assumerne il nome. Il mondo perciò non ci conosce, perché non conosce il Padre. Gesù stesso camminava per le strade del mondo ed era Dio in carne umana, Dio nascosto nella debolezza della carne. Perché mai non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio: amando ciò che la febbre suggeriva loro, facevano ingiuria al medico.

[Cristo è venuto per essere giudicato, tornerà per giudicare.]

5. Ma noi che faremo? Già siamo nati da lui, ma poiché restiamo ancora nella speranza, l’Apostolo ha aggiunto: Dilettissimi, ora siamo figli di Dio. Lo siamo già fin d’ora? Che cosa allora dobbiamo aspettare, se già siamo figli di Dio? Non ancora ci è stato rivelato ciò che saremo. Saremo qualcosa di diverso da ciò che sono i figli di Dio? Ascoltate le parole che seguono: Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Comprenda la vostra Carità questa grande cosa: sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è. Fate attenzione e vedete chi è qui indicato con la parola: è. Già voi sapete chi viene così chiamato. Viene detto è non soltanto chi è di nome ma chi è anche di fatto; chi ha un essere immutabile, eterno, incorruttibile; un essere che non migliora, perché già perfetto, né diminuisce perché eterno. Che cosa significa questo? In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Che cosa significano queste altre parole? Egli pur sussistendo in forma divina non giudicò un’usurpazione essere uguale a Dio (Fil 2, 6).

I cattivi non possono vedere Cristo nella sua forma divina, come il Verbo di Dio, l’Unigenito del Padre, uguale al Padre. Anche i cattivi invece potevano vederlo come Verbo fatto carne: nel giorno del giudizio lo vedranno anche i cattivi; egli verrà a giudicare, così come era venuto per essere giudicato. Egli è, nella medesima forma, uomo e Dio. Dice la Scrittura: Sia maledetto l’uomo che mette la sua speranza nell’uomo (Ger 17, 5). Egli venne come uomo, per essere giudicato, e come uomo verrà a giudicare. Se fosse impossibile vederlo, perché mai è stato scritto: Guarderanno a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37)? Degli empi infatti è detto che lo vedranno e saranno confusi. In che senso allora non potranno vederlo, quando il Signore metterà alcuni alla sua destra ed altri alla sua sinistra? A quelli che metterà alla destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio, possedete il Regno (Mt 25, 34). A quelli di sinistra dirà invece: Andate al fuoco eterno (Mt 25,.41). Essi vedranno in Cristo solo l’aspetto di servo, non vedranno la sua forma di Dio. Perché? Perché sono empi ed il Signore stesso dice: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Godremo dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia (cf. 1 Cor 2, 9): una visione che supererà tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza.

[Il desiderio amplia le nostre capacità recettive.]

6. Che cosa saremo dunque, allorché potremo godere questa visione? Che cosa ci è stato promesso? Saremo simili a lui, perché lo vedremo come è. La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto immaginatelo colla mente. Che cosa sono le rivelazioni di Giovanni messe a confronto con Colui che è? Che cosa possiamo esprimere noi che siamo creature assolutamente impari alla sua grandezza? Torniamo adesso a parlare della sua unzione, di quell’unzione che insegna interiormente ciò che a parole non possiamo esprimere. Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla.

La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l’otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti. Ammirate l’apostolo Paolo che dilata le capacità della sua anima, per poter accogliere ciò che avverrà. Egli dice infatti: Non che io abbia già raggiunto il fine o che io sia perfetto; non penso di avere già raggiunto la perfezione, o fratelli (Fil 3, 12-13). Ma allora che cosa fai, o Paolo, in questa vita, se non hai raggiunto la soddisfazione del tuo desiderio? Una sola cosa, inseguire con tutta l’anima la palma della vocazione celeste, dimentico di ciò che mi sta dietro, proteso invece a ciò che mi sta davanti (Fil 3, 13-14). Ha dunque affermato di essere proteso in avanti e di tendere al fine con tutto se stesso. Comprendeva bene di essere ancora incapace di accogliere ciò che occhio umano non vide, né orecchio intese, né fantasia immaginò.

In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall’amore del mondo. Già l’abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo intorno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com’è.

[L’attesa paziente rafforza il desiderio.]

7. Ed ognuno che ha questa speranza in lui (1 Gv 3, 3). Vedete dunque come egli ci ha posto nella speranza. Considerate la perfetta armonia tra il pensiero dell’apostolo Paolo e quello del suo confratello nell’apostolato. Nella speranza – afferma san Paolo – noi siamo salvati. La speranza che si vede, non è speranza. Se uno vede qualcosa, come può sperarla? Se dunque speriamo ciò che non vediamo, attendiamolo nella pazienza (Rm 8, 24-25). La pazienza da parte sua mette in esercizio il desiderio. Anche a te tocca mantenerti costante, dal momento che Dio sempre resta; persevera nel cammino verso di lui, e lo raggiungerai; egli infatti, verso cui sei indirizzato, non si allontanerà. Vedete: chiunque spera in lui, si rende puro così come egli è puro (1 Gv 3, 3).

Vedete come Dio non distrugge il libero arbitrio; dice infatti si rende puro. Chi ci rende puri se non Dio? Ma Dio non ti purifica, se tu non lo vuoi. Per il fatto che insieme alla volontà di Dio metti anche la tua, tu rendi puro te stesso. Questo non si verifica in forza delle tue capacità, ma per merito di Colui che viene ad abitare dentro di te. Siccome però in questi atti c’è la parte della tua volontà, anche a te ne è attribuito il merito. Ma in tal modo che tu debba dire col salmo: Sii tu il mio aiuto, non abbandonarmi (Sal 26, 9). Se dici: sii tu il mio aiuto, significa che qualche cosa stai facendo; perché se nulla fai, in che cosa Dio dovrebbe aiutarti?

[Giustificazione e fede.]

8. Chiunque fa peccato, commette anche una iniquità (1 Gv 3, 4). Nessuno dica: il peccato non è una iniquità; non si dica: io sono peccatore ma non una persona iniqua. Perché: chiunque fa peccato, commette anche una iniquità. Il peccato è una iniquità. Che faremo dunque dei nostri peccati e delle nostre iniquità? Ascolta che cosa aggiunge Giovanni: Voi sapete che Gesù si è rivelato per togliere via il peccato e che in lui non c’è peccato (1 Gv 3, 5). Proprio colui nel quale non c’è peccato, è venuto a togliere il peccato. Se il peccato si trovasse anche in lui, occorrerebbe toglierlo da lui; ed egli non sarebbe in grado di toglierlo agli altri. Chiunque rimane in lui non pecca. Nella misura in cui uno rimane in lui, non pecca. Chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce (1 Gv 3, 6).

Qui sorge un grande problema. Nessuna meraviglia che Giovanni affermi: chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce. Noi ora non lo vediamo ma lo vedremo un giorno; noi non lo conosciamo ma lo conosceremo; noi crediamo in uno che ancora non conosciamo. Forse vuol dire che lo conosciamo per fede ma non lo conosciamo ancora nella visione? No, perché nella fede noi lo vediamo e lo conosciamo. Se non lo vedessimo per mezzo della fede, perché mai siamo detti illuminati? C’è una illuminazione che si attua con la fede e c’è una illuminazione che si attua nella visione diretta. Finché dura il pellegrinaggio terreno, noi non camminiamo nella visione ma nella fede (cf. 2 Cor 5, 7). Anche la nostra giustizia si attua dunque nella fede, non già nella visione, e sarà perfetta quando raggiungeremo la visione. Non dobbiamo abbandonare la giustizia che proviene dalla fede, perché il giusto vive di fede (Rm 1, 17), ci dice l’Apostolo. Chiunque rimane in lui non pecca; infatti chi pecca, né lo vede, né lo conosce. Chi pecca è uno che non crede, perché se credesse, per quanto dipendesse dalla sua fede, egli non peccherebbe.

Papa Benedetto XVI: “La vita di preghiera consiste nell’essere stabilmente alla presenza di Cristo, averne coscienza, avere un rapporto con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le altre nostre relazioni” “Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere.” “liturgia: essa è l’atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare.È l’atto nel quale entriamo in contatto con Dio: Egli viene a noi, e noi siamo illuminati da Lui”

 

Papa Benedetto XVI Preghiera e Liturgia:

“La vita di preghiera consiste nell’essere stabilmente alla presenza di Cristo, averne coscienza, avere un rapporto con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le altre nostre relazioni”. “Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui. Il cristiano riscopre la sua vera identità in Cristo, «primogenito di ogni creatura», nel quale sussistono tutte le cose (cfr Col 1,15ss). Nell’identificarmi con Lui, nell’essere una cosa sola con Lui, riscopro la mia identità personale, quella di vero figlio che guarda a Dio come a un Padre pieno di amore.” “Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere.”

Cari amici, la Chiesa si rende visibile in molti modi: nell’azione caritativa, nei progetti di missione, nell’apostolato personale che ogni cristiano deve realizzare nel proprio ambiente. Però il luogo in cui la si sperimenta pienamente come Chiesa è nella liturgia: essa è l’atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare. È l’atto nel quale entriamo in contatto con Dio: Egli viene a noi, e noi siamo illuminati da Lui” “E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano” “l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna.”

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 3 ottobre 2012

 

Cari fratelli e sorelle,

nella scorsa catechesi ho iniziato a parlare di una delle fonti privilegiate della preghiera cristiana: la sacra liturgia, che – come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica – è «partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. Nella liturgia ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine» (n. 1073). Oggi vorrei che ci chiedessimo: nella mia vita, riservo uno spazio sufficiente alla preghiera e, soprattutto, che posto ha nel mio rapporto con Dio la preghiera liturgica, specie la Santa Messa, come partecipazione alla preghiera comune del Corpo di Cristo che è la Chiesa?

Nel rispondere a questa domanda dobbiamo ricordare anzitutto che la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo (cfr ibid., 2565). Quindi la vita di preghiera consiste nell’essere abitualmente alla presenza di Dio e averne coscienza, nel vivere in relazione con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le altre nostre relazioni. Questa comunione di vita con Dio, Uno e Trino, è possibile perché per mezzo del Battesimo siamo stati inseriti in Cristo, abbiamo iniziato ad essere una sola cosa con Lui (cfr Rm 6,5).

In effetti, solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero (cfr Mt 11,27). Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui. Il cristiano riscopre la sua vera identità in Cristo, «primogenito di ogni creatura», nel quale sussistono tutte le cose (cfr Col 1,15ss). Nell’identificarmi con Lui, nell’essere una cosa sola con Lui, riscopro la mia identità personale, quella di vero figlio che guarda a Dio come a un Padre pieno di amore.

Ma non dimentichiamo: Cristo lo scopriamo, lo conosciamo come Persona vivente, nella Chiesa. Essa è il «suo Corpo». Tale corporeità può essere compresa a partire dalle parole bibliche sull’uomo e sulla donna: i due saranno una carne sola (cfr Gn 2,24; Ef 5,30ss.; 1 Cor 6,16s). Il legame inscindibile tra Cristo e la Chiesa, attraverso la forza unificante dell’amore, non annulla il «tu» e l’«io», bensì li innalza alla loro unità più profonda. Trovare la propria identità in Cristo significa giungere a una comunione con Lui, che non mi annulla, ma mi eleva alla dignità più alta, quella di figlio di Dio in Cristo: «la storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più» (Enc. Deus caritas est, 17). Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere.

Così, partecipando alla liturgia, facciamo nostra la lingua della madre Chiesa, apprendiamo a parlare in essa e per essa. Naturalmente, come ho già detto, questo avviene in modo graduale, poco a poco. Devo immergermi progressivamente nelle parole della Chiesa, con la mia preghiera, con la mia vita, con la mia sofferenza, con la mia gioia, con il mio pensiero. E’ un cammino che ci trasforma.

Penso allora che queste riflessioni ci permettano di rispondere alla domanda che ci siamo fatti all’inizio: come imparo a pregare, come cresco nella mia preghiera? Guardando al modello che ci ha insegnato Gesù, il Padre nostro, noi vediamo che la prima parola è «Padre» e la seconda è «nostro». La risposta, quindi, è chiara: apprendo a pregare, alimento la mia preghiera, rivolgendomi a Dio come Padre e pregando-con-altri, pregando con la Chiesa, accettando il dono delle sue parole, che mi diventano poco a poco familiari e ricche di senso. Il dialogo che Dio stabilisce con ciascuno di noi, e noi con Lui, nella preghiera include sempre un «con»; non si può pregare Dio in modo individualista. Nella preghiera liturgica, soprattutto l’Eucaristia, e – formati dalla liturgia – in ogni preghiera, non parliamo solo come singole persone, bensì entriamo nel «noi» della Chiesa che prega. E dobbiamo trasformare il nostro «io» entrando in questo «noi».

Vorrei richiamare un altro aspetto importante. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo: «Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa» (n. 1097); quindi è il «Cristo totale», tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo che celebra. La liturgia allora non è una specie di «auto-manifestazione» di una comunità, ma è invece l’uscire dal semplice «essere-se-stessi», essere chiusi in se stessi, e l’accedere al grande banchetto, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. La liturgia implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo «noi» universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’«io», nel Corpo di Cristo che è la Chiesa.

In questo dobbiamo tenere presente e accettare la logica dell’incarnazione di Dio: Egli si è fatto vicino, presente, entrando nella storia e nella natura umana, facendosi uno di noi. E questa presenza continua nella Chiesa, suo Corpo. La liturgia allora non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui. Ogni giorno deve crescere in noi la convinzione che la liturgia non è un nostro, un mio «fare», ma è azione di Dio in noi e con noi.

Quindi, non è il singolo – sacerdote o fedele – o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. Questa universalità ed apertura fondamentale, che è propria di tutta la liturgia, è una delle ragioni per cui essa non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale.

Anche nella liturgia della più piccola comunità è sempre presente la Chiesa intera. Per questo non esistono «stranieri» nella comunità liturgica. In ogni celebrazione liturgica partecipa assieme tutta la Chiesa, cielo e terra, Dio e gli uomini. La liturgia cristiana, anche se si celebra in un luogo e uno spazio concreto ed esprime il «sì» di una determinata comunità, è per sua natura cattolica, proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i Vescovi, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più fruttuosamente in essa si realizza il senso autentico della liturgia.

Cari amici, la Chiesa si rende visibile in molti modi: nell’azione caritativa, nei progetti di missione, nell’apostolato personale che ogni cristiano deve realizzare nel proprio ambiente. Però il luogo in cui la si sperimenta pienamente come Chiesa è nella liturgia: essa è l’atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare. È l’atto nel quale entriamo in contatto con Dio: Egli viene a noi, e noi siamo illuminati da Lui. Per questo, quando nelle riflessioni sulla liturgia noi centriamo la nostra attenzione soltanto su come renderla attraente, interessante bella, rischiamo di dimenticare l’essenziale: la liturgia si celebra per Dio e non per noi stessi; è opera sua; è Lui il soggetto; e noi dobbiamo aprirci a Lui e lasciarci guidare da Lui e dal suo Corpo che è la Chiesa.

Chiediamo al Signore di imparare ogni giorno a vivere la sacra liturgia, specialmente la Celebrazione eucaristica, pregando nel «noi» della Chiesa, che dirige il suo sguardo non a se stessa, ma a Dio, e sentendoci parte della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Grazie.

 

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 26 settembre 2012

[Video]

 

La Liturgia, scuola di preghiera: il Signore stesso ci insegna a pregare

Cari fratelli e sorelle,

in questi mesi abbiamo compiuto un cammino alla luce della Parola di Dio, per imparare a pregare in modo sempre più autentico guardando ad alcune grandi figure dell’Antico Testamento, ai Salmi, alle Lettere di san Paolo e all’Apocalisse, ma soprattutto guardando all’esperienza unica e fondamentale di Gesù, nel suo rapporto con il Padre celeste. In realtà, solo in Cristo l’uomo è reso capace di unirsi a Dio con la profondità e la intimità di un figlio nei confronti di un padre che lo ama, solo in Lui noi possiamo rivolgerci in tutta verità a Dio chiamandolo con affetto “Abbà! Padre!”. Come gli Apostoli, anche noi abbiamo ripetuto in queste settimane e ripetiamo a Gesù oggi: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1).

Inoltre, per apprendere a vivere ancora più intensamente la relazione personale con Dio abbiamo imparato a invocare lo Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti, perché è Lui che «viene in aiuto alla nostra debolezza: da noi non sappiamo come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), dice san Paolo, e noi sappiamo come abbia ragione.

A questo punto, dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. La Sacra Scrittura è un permanente dialogo tra Dio e l’uomo, un dialogo progressivo nel quale Dio si mostra sempre più vicino, nel quale possiamo conoscere sempre meglio il suo volto, la sua voce, il suo essere; e l’uomo impara ad accettare di conoscere Dio, a parlare con Dio. Quindi, in queste settimane, leggendo la Sacra Scrittura, abbiamo cercato, dalla Scrittura, da questo dialogo permanente, di imparare come possiamo entrare in contatto con Dio.

C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.

Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene.

Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio.

Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. Tra tanti progetti, il testo sulla sacra liturgia sembrò essere quello meno controverso, e, proprio per questo, capace di costituire come una specie di esercizio per apprendere la metodologia del lavoro conciliare. Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti della Chiesa. Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera.

Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.

Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è
sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, « la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio.

In questa linea, vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.

Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.

Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). Grazie.


 

 

VISITA PASTORALE A LORETO NEL 50° ANNIVERSARIO DEL VIAGGIO DI GIOVANNI XXIII
(4 OTTOBRE 2012)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza della Madonna di Loreto
Giovedì, 4 ottobre 2012

Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’episcopato, cari fratelli e sorelle!

Il 4 ottobre del 1962, il Beato Giovanni XXIII venne in pellegrinaggio a questo Santuario per affidare alla Vergine Maria il Concilio Ecumenico Vaticano II, che si sarebbe inaugurato una settimana dopo. In quella occasione, egli, che nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna, si rivolse a lei con queste parole: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi» (AAS 54 [1962], 727).

A distanza di cinquant’anni, dopo essere stato chiamato dalla divina Provvidenza a succedere sulla cattedra di Pietro a quel Papa indimenticabile, anch’io sono venuto qui pellegrino per affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Cari amici! A voi tutti porgo il mio più cordiale saluto. Ringrazio l’Arcivescovo di Loreto, Mons. Giovanni Tonucci, per le calorose espressioni di benvenuto. Saluto gli altri Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Padri Cappuccini, ai quali è affidata la cura pastorale del santuario, e le Religiose. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dott. Paolo Niccoletti, che pure ringrazio per le sue cortesi parole, al Rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari presenti. E la mia riconoscenza va a tutti coloro che hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questo mio Pellegrinaggio.

Come ricordavo nella Lettera Apostolica di indizione, attraverso l’Anno della fede «intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede» (Porta fidei, 8). E proprio qui a Loreto abbiamo l’opportunità di metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata «beata» perché «ha creduto» (Lc 1,45). Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione; il Verbo si è fatto carne, e Maria, la serva del Signore, è il canale privilegiato attraverso il quale Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Maria ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando «luogo» della sua presenza, «luogo» in cui dimora il Figlio di Dio. Qui possiamo richiamare le parole del Salmo con le quali, secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita terrena dicendo al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”» (10,5.7). Maria dice parole simili di fronte all’Angelo che le rivela il piano di Dio su di lei: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa «casa vivente» del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale (cfr AAS 54 [1962], 724). E’ un invito che risuona oggi con particolare forza. Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna.

Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo «a casa»; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio. È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere solo a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione.

La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3).

C’è ancora un punto importante del racconto evangelico dell’Annunciazione che vorrei sottolineare, un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione.

Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio che ripercorre quello del Beato Giovanni XXIII – e che avviene, provvidenzialmente, nel giorno in cui si fa memoria di san Francesco di Assisi, vero «Vangelo vivente» – vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!

“La vita come Vocazione” Messaggi di Gesù rivelati a Benedetta: “C’è il reale e l’ideale: io sono il Dio del reale, che viene nella tua vita quotidiana ed agisce in essa.” “l’incarnazione non è solo un evento storico che è finito, ma è una verità perenne, che in modo misterioso si concretizza continuamente.” “è la fede che consente al tuo cuore di “vedere” Colui che è e deve essere Invisibile ai tuoi occhi mortali.”

 

Messaggi di Gesù rivelati a Benedetta

 

Anima mia,

spesso ti sorprendo ripiegata su te stessa, ad osservare, con minuzia, le tue debolezze e le tue inclinazioni. Ci sono momenti in cui sei particolarmente abile ad ingrandire quelli che credi essere i tuoi difetti. Ti sorprendo perché, che te ne accorga o meno, cerco di allontanarti da pensieri che ti fanno soffrire inutilmente. Allora dico al tuo cuore che ti amo come sei e non come vorresti essere. C’è il reale e l’ideale: io sono il Dio del reale, che viene nella tua vita quotidiana ed agisce in essa.

 

Altre volte ti piace abbandonarti all’immaginazione e costruisci i cosiddetti “castelli in aria”. Sono divagazioni apparentemente innocue ma, certamente, non sono utili per te. Sono forse un modo per fuggire un presente che non gradisci. Forse questo tuo cercare di eludere la realtà, per nasconderti in un ideale immaginario, non è un passatempo così innocuo come pensi. Di fatto, elabori il tuo vissuto e fai delle proiezioni che poi si riveleranno essere ben distanti dalla realtà futura.

 

Ti meravigli perché dico “forse” e te ne chiedi la ragione. E’ presto detto: voglio indurti a riflettere, perché tu stessa faccia luce dentro di te.

 

Diciamolo francamente: non ti piaci. Non ti piaci come carattere, temi di essere stata poco dotata di talenti o di non averli saputi riconoscere. Oppure, se li hai riconosciuti, temi di non averli trafficati in modo adeguato. Non ti piaci come persona. Ti sei costruita dei modelli mentali secondo i tuoi gusti e, in base ad essi, vorresti raggiungere la perfezione, ma ti sembra impossibile e per questo ti rattristi.

 

Non ti senti capita e amata da chi ti sta intorno. E quelli che ti amano non lo fanno come tu vorresti. A dire il vero il tuo umore varia spesso e così pure le tue reazioni a quanto ti circonda. In ogni caso, se stai centrata su te stessa, non puoi a tua volta capire e amare chi ti sta intorno.

 

E’ difficile la vita: lo so. Vorresti cambiarla: so anche questo.

 

Ora guardiamo, in specifico, al tuo cammino spirituale. Tu sei ancora tentata di scinderlo dalla vita concreta e reale di ogni istante. C’è ancora in te un muro di divisione che Io vengo ad abbattere, se me lo consenti. Cosa è per te la fede? Non ti sembra una domanda pertinente?

Invece lo è, perché la fede va vissuta, quindi diventa reale, non un ideale in cui rifugiarsi in determinate circostanze.

 

Io ti amo concretamente e non idealmente. Io ti amo come sei e tu fai fatica a credere a questo, perché, se lo credessi realmente, anche tu ameresti te stessa come sei e gli altri come sono. Io amo la vita di ciascuno sulla terra: l’incarnazione non è solo un evento storico che è finito, ma è una verità perenne, che in modo misterioso si concretizza continuamente.

Io amo le piccole cose della tua vita: la cura della famiglia, del lavoro e di te stessa.

 

Io amo anche molte cose che tu detesti. Tutto amo, tranne il peccato.

E tu? Sei più selettiva, vero?

Sei meticolosa nel giudicare quello che è bello o brutto, quello che buono e quello che è cattivo, ma alla fine torni sempre ad esaminare minuziosamente te stessa e non ti piaci.

 

Non ti piaci: questo è il punto di partenza dal quale prendono vita le tue azioni, e questo è il punto di arrivo, quando ti trovi a riflettere. E qui sta l’errore: sei incentrata su te stessa.

Io sono l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine: in Me devono prendere vita le tue azioni e in Me devono trovare il loro compimento.

 

Anima bella, ti sei donata a Me, quindi sei Mia. Sei d’accordo su questo? Allora perché continui a comportarti come se non fosse vero? Io ho accolto la tua offerta e tu mi appartieni.

Non parliamo di ideale, ma di reale, quindi comportati di conseguenza.

 

Quando Io ho libertà di azione, trasformo la mia creatura, portandola alla perfezione reale e personale e non ideale. Forse non diventerai mai come desideri, perché non conosci il prodigio che è nascosto in te. Sei un prodigio, perché sei figlia di Dio e lo sei per grazia, perché tu non te ne possa vantare.

 

Ieri mi piacevi com’eri, oggi mi piaci come sei e domani mi piacerai come sarai.

Ieri ti amavo com’eri, oggi ti amo come sei e domani ti amerò come sarai. Questa suddivisone di tempi è per farti riflettere sul mio Amore che è eterno e fedele. Ti amo perché sono Amore; ti amo perché mi piace amarti. Ti amo realmente, costantemente e pazientemente.

Non mi stanco di correggerti, di perdonarti, di benedirti.

 

Quando ti svegli al mattino Io ti amo,

quando ti lavi e ti vesti, Io ti amo,

quando fai colazione, Io ti amo,

quando scambi le prime parole, Io ti amo,

quando inizi le tue occupazioni, Io ti amo,

durante tutte le tue attività, Io ti amo,

in tutte le tue relazioni personali, Io ti amo,

nelle tue solitudini, Io ti amo,

nelle tue fatiche, Io ti amo,

nel tuo riposo, Io ti amo,

nella tue gioie, Io ti amo,

nelle tue sofferenze, Io ti amo,

nelle tue debolezze, Io ti amo,

nelle tue infedeltà, Io ti amo

in tutta la tua vita, Io ti amo.

 

IO TI AMO SEMPRE E COMUNQUE

 

L’Amore di Dio, infatti, è gratuito, preveniente e misericordioso.

E’ l’Amore del tuo Dio che ti trasforma e ti porterà alla perfezione, ma tu sei chiamata a collaborare, accogliendo umilmente il tuo Dio che viene a vivere con te e in te le tue giornate, fino all’ultima ora.

 

Io sono Amore e non è troppo difficile accogliermi, ma non è neppure facile.

Anima mia, devi uscire da te stessa. Per andare dove? Devi venire a Me e andare verso il prossimo con amore. Più amore riceverai da Me e più amore donerai al prossimo. Nell’amore troverai la gioia, perché sei stata creata per amore: per riceverlo e per donarlo. Cerca l’umiltà.

In questa vita trovi anche tribolazioni, ma sono nulla in confronto della gioia che puoi trovare nell’amore.

 

Anima mia, ricorda le parole che Dio disse ad Abramo:

“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione” (Genesi 12,1-2)

 

Oggi dico a te, anima mia: esci da te stessa e seguimi. Ricevi la benedizione che farà grande il tuo nome e tu stessa diventerai una benedizione. Ricevi e dona con pienezza del cuore.

 

Anima mia, perché tu non abbia dubbi, ti ripeto che queste mie Parole sono per tutti coloro che le vorranno accogliere: sono per te che mi leggi, se lo vuoi.

 

Ora e sempre ti amo come sei, anima cara.

 

                                                                                     Gesù Amore

 

Vieni e vedi.

 

Anima mia bella, che mi cerchi, che cerchi la mia Dimora e la tua stessa dimora, ti amo.

Dove abito Io e dove abiti tu? Ti sorprende questa domanda e la tua intelligenza sembra fornita di molte risposte, ma conosci la risposta del tuo cuore? Io parlo al tuo cuore e da esso attendo le risposte. Mi sembra giusto, non trovi?

Anima mia bella che soffri e che cerchi il mio Volto ascolta: i passi del tuo vagare sono da Me contanti e le tue lacrime sono da me raccolte nell’otre, una ad una. (cfr Salmo 55,9)

 

Ma tu mi stai cercando, vero? Tu stai cercando la mia Volontà e il mio Volto, che non è nascosto, ma è dove tu non stai cercando. Eppure non ti lasci trovare perché, in verità, sono Io che incessantemente ti cerco per stare con te. Sempre. Ma che strano, Io ti cerco e tu mi cerchi, eppure sembra che non ci troviamo. Dov’è il luogo dell’incontro e l’ora dell’appuntamento?

L’appuntamento è dove tu sei adesso. Ora e qui. Sì, Io ti trovo ma tu sembra che stai cercando non Me, bensì qualcun altro. Forse te stessa? La cosa non mi meraviglia, perché potrai constatare anche tu, leggendo il Santo Vangelo, che non fui riconosciuto nelle mie Apparizioni di Risorto. Ci fu chi mi scambiò per l’ortolano, chi per un viandante…. Non ti ha sorpreso questo fatto? Dopo la Risurrezione avevo cambiato aspetto e i miei erano chiamati a riconoscermi per fede. Così anche tu, che mi cerchi e non mi trovi.

 

A volte pensi che se Io facessi un’Apparizione straordinaria nella tua vita, tutto cambierebbe.

Si, ti piacerebbe avere una visione della mia Persona e pensi che questo ti aiuterebbe a credere. Non è affatto così. Se mi vedessi, ancora non crederesti, ma se crederai mi vedrai, perché è la fede che consente al tuo cuore di “vedere” Colui che è e deve essere Invisibile ai tuoi occhi mortali.

 

Anima mia bella, continua a cercarmi e, come un buon investigatore, cerca di raccogliere gli indizi che trovi nelle tue giornate feriali e festive. Io sono sempre Presente: giorno e notte.

 

Eccomi a darti un indizio importante e prendo riferimento dalle parole che dissi al mio caro Pietro:“ In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». (Giovanni 21,18)

Ora a te dico: quando, nella tua vita passata, non mi cercavi, andavi dove volevi e facevi quello che potevi, ritenendoti responsabile del tuo destino e padrona della tua vita. Poi hai incontrato l’Amore mio ed hai cominciato a conoscermi, ad amarmi e a cercare la mia Volontà.

Sì, sono Io che ti voglio portare dove tu non vuoi. Non volermene per questo, perché ti amo e quando contrario i tuoi desideri è solo per il tuo bene.

Tu fuggi le croci, seguendo il tuo istinto naturale, ma Io ti invito ad abbracciarle per portarti oltre e ti dico: seguimi!

 

Anche il mio buon Pietro, da giovane, credeva di amarmi e, per questo, non voleva che Io accettassi il supplizio della croce. Ho rimproverato Pietro perché Io sono Verità, ma il mio Cuore Divino si è commosso di fronte al suo povero amore umano. Se tu sapessi come si intenerisce il mio Cuore per le più piccole manifestazioni del tuo amore per Me!

Sia benedetto il tuo misero amore, anima mia. Lo rendo sacro come le due monetine della povera vedova. Ma questo non basta, mia diletta. Se tu mi ami per quello che sei, cioè piccola creatura, è ben giusto che Io ti ami per quel che sono, cioè Dio Onnipotente.

Ed è proprio perché ti amo con tutto Me stesso, che ti voglio innalzare a Me e, per fare ciò, è necessario che Io ti conduca dove tu non vuoi.

 

Sai la cosa strana qual’ è? Il mio buon Pietro voleva rimanere sul Tabor perché era bello per lui stare lì (cfr Marco9,5) e fu dispiaciuto quando dissi che dovevamo scendere. Tu non lo sai, ma mi disse ancora che “era bello per lui stare lì” molto tempo dopo, quando lo condussi dove lui non avrebbe mai voluto andare. Ho condotto alla croce tutte le anime che hanno voluto seguirmi ed esse mi hanno ringraziato, riconoscendo il mio Amore e il Bene immenso a cui le ho portate. Ho portato le croci insieme a loro, li ho portati alla gioia per mezzo della croce.

 

E’ difficile credere? Sì, lo so che è difficile. Nella tua vita ci sono state tante croci e ancora ce ne saranno. Se ti chiedi il perché, non troverai risposta esaustiva in questa vita, ma già da ora ti dico che alcune te le costruisci da sola, altre ti sono caricate dagli uomini, altre dalle potenze delle tenebre. In fondo, però, risultano solo due forze contrapposte: il bene e il male. Tu da che parte stai?

 

Quando dico che Io ti conduco alla croce, intendo dire che ti insegno a portarla come figlia di Dio. Io porto te e la tua croce, ma anche tu devi fare la tua parte, collaborando con Me che sono il tuo Redentore.

 

Avevamo iniziato questo discorso parlando di dimore, cioè di stabili abitazioni, vero?

E avevamo fatto un accenno alle lacrime. Forse anche tu ne stai versando in questo periodo della tua vita. Sono Io che ti ho condotto dove tu non volevi. Non indaghiamo ora sull’origine della tua sofferenza, perché non è utile per il mio scopo, che è la tua santificazione, ma sappi che Io abito anche nella tua croce e anche tu, volente o nolente, ci abiti. Sulla croce siamo insieme. Sii certa di questo e non prendertela con Me come fece il cattivo ladrone.

 

Sei abbastanza salda nella fede per non adirarti con Me? Sì, lo sei. E’ sufficiente che tu lo voglia. Lo vuoi? Anche se lo so, mi piace sentirlo da te, perché voglio portarti alla riflessione.

 

Tu mi chiedi di guarire le tue ferite, tu mi chiedi di aiutarti nelle difficoltà, tu mi chiedi di fortificare la tua fede, tu mi chiedi di salvarti, di condurti alla vita eterna, di compiere in te la mia Volontà? E’ vero tutto questo? Ebbene, Io lo sto facendo, ma lo sto facendo a modo Mio e non a modo tuo. Non sentirti delusa, se credi in Me. Saresti in contraddizione con te stessa.

 

La prova che stai attraversando, piccola o grande che sia, è giusta e proporzionata a te.

Tu puoi attingere da Me tutto l’aiuto che ti serve, sempre che tu non voglia portare da sola il tuo carico. Meglio sarebbe se il tuo peso fosse portato da Me e da te insieme: devi volerlo e devi accettarmi per quello che sono: tuo Dio e tuo Redentore.

 

In verità ti dico, anima mia bella, che prove ne avrai fino all’ultimo giorno, ma dovresti rallegrarti pensando che Io sono con te tutti i giorni, fino alla fine del tuo peregrinare terrestre.

Le prove servono per liberarti, guarirti, santificarti e portarti in paradiso. Concordi con me che questo è lo scopo della tua vita, o no? Se sì, perché tendi a lamentarti? Perché dai ancora ascolto al mentitore, l’avversario Mio e tuo? Convertiti e credi alla Buona Novella del Vangelo.

 

Non ho detto a chi mi seguiva di sopportare la croce, ma ho detto di prendere ogni giorno la sua croce e di seguirmi. Portare e sopportare sono due verbi dal significato molto diverso. Anima mia bella, prendi forza da Me.

 

Ti dicevo prima che gli uomini non riconobbero il Risorto- che Io sono – se non per mezzo della fede, ed ugualmente è per te. Io sono ovunque, sempre Presente nella tua vita. Sono Presente nei tuoi fratelli, sono Presente negli avvenimenti, sono Presente in te e in tutta la creazione.

 

Io parlo al tuo cuore e ti conduco dove tu non vuoi, ma se credi in Me e mi segui, Io ti conduco verso la gioia presente ed eterna. Così, infatti, è il Regno di Dio: “giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”. (cfr Romani 14,17)

 

Ho anche detto che “stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano” (Matteo 7,14)

Anima mia bella, è la porta della sofferenza che conduce alla vita, è la porta della prova che conduce alla santità e alla gioia presente e futura. Mi dirai: come è possibile questo?

 

Come mia Madre, pronuncia il tuo “Eccomi” accogliendo con fede tutto quello che Dio propone e dispone nella tua vita e vedrai la potenza dello Spirito Santo agire in te. Non dimenticare che nulla è impossibile a Dio.

 

E’ scritto : “Nella tua volontà è la mia gioia, mai dimenticherò la tua parola” (Salmo 118,14)

 

Il salmista ha trovato la Sorgente della Gioia nella mia Volontà ed aggiunge che mai dimenticherà la mia parola, questo significa che la custodisce nel profondo del cuore.

 

E tu? Hai avuto qualche esperienza della gioia che la tua anima trova nella mia Volontà? Quella è la Via da percorrere. E custodisci la mia Parola nel tuo cuore, meditandola e intessendo con essa la trama dei tuoi giorni?

 

Anima mia bella, accogli la mia Volontà per quello che è, cioè come Dono d’Amore, anche se incomprensibile per la tua intelligenza e crocifiggente per i tuoi sensi.

Vivi la fede che professi a parole. Nella tua prova di oggi e in tutte le prove della tua vita Io sono Presente con la mia Potenza d’Amore.

Io sono Colui che trasforma la tristezza in gioia. Io sono Colui che guarisce.

 

E’ scritto, infatti: “Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida. (Salmo 83,13)

 

Non è beato chi ha tutto quello che desidera secondo i suoi istinti naturali, bensì chi confida in Me. Le difficoltà, le traversie, le sofferenze, le problematiche di cui è costellato il tuo cammino non sono certo per scoraggiarti, per avvilirti, o per renderti la vita dura. No, l’Amore, cioè Dio, ha previsto con Sapienza il mezzo più opportuno per guarirti e santificarti. Questo vuole Dio e questo vuole anche il profondo del tuo cuore.

 

Perciò “non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. (Giovanni 14,1)

 

Anima mia bella, Io ti dico che la vita ti porrà davanti tanti ostacoli, perché tu li possa superare con il mio Aiuto. E, superandoli, gioirà il tuo cuore. Fortificati nella fede ed avanza con coraggio, perché Io sono con te.

 

Voglio farti vincere la paura che ti paralizza. Voglio che tu sia libera da ogni laccio presente o passato che ti ha legato al nemico della tua gioia. Voglio liberarti da tutte le afflizioni.

 

Ti scandalizzi se ti dico che è bene che tu abbia da affrontare tante dolorose prove?

Eppure “è beato colui che non si scandalizza di me.” (Matteo 11,6)

Le beatitudini, secondo la Scrittura, abitano proprio dove tu non vai a cercare, vero?

Ma Io so cosa è bene per te e te lo provvedo ogni giorno con divina precisione.

 

Voglio farti un esempio piccolino: se devi insegnare a un bimbo a leggere e scrivere, lo farai con pazienza, ritornando sempre ad insistere sugli errori che fa, perché possa correggersi e non farli più, vero? Allo stesso modo il tuo Dio insiste sugli errori che fai, ponendoti davanti tutte le tue difficoltà, finchè tu non le abbia superate, una ad una.

 

Se un’esperienza dolorosa ti ha provocato una ferita nel cuore, Io, che sono Medico e Medicina, dovrò trattare quella ferita a modo Mio e, nel trattarla, sentirai dolore, ma non temere di soffrire, perché Io sono capace di rendere dolce anche la sofferenza. Non ti dissi che Io sono la tua Gioia? E’ ben giusto che in Me coesistano dolore e gioia e la gioia può essere ben più grande del dolore, se hai fede in Me. Non avere paura di nulla, neppure della sofferenza, se vuoi trovare la gioia piena.

 

Io voglio la tua guarigione totale. Vieni a Me con fede.

 

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le anime vostre. Io mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. (Matteo 11,28-30)

 

Anima mia bella, vieni a Me, vieni con fede, vieni con la preghiera del cuore, vieni sempre e sempre mi troverai.

 

Se comprendi che sei impotente di fronte alle tue difficoltà, vieni a Me.

Se ti rendi conto che non riesci a superare le avversità della tua vita, vieni a Me.

Se ti si ripresenta, in modo diverso, un problema legato al tuo passato, vieni a Me.

Io ti libererò dagli affanni, io ti salverò dalle sconfitte, Io ti guarirò dalle tue infermità.

 

Rinnega te stessa, prendi con coraggio le tue croci e seguimi. Non resterai delusa, perché Io sono Colui che fa nuove tutte le cose.

 

Parlo sempre al tuo cuore ma la mia Voce è dolce e soave, sommessa come una brezza leggera che ti accarezza: non potrai udirla se le voci disordinate dei tuoi pensieri affannosi turbano la quiete che il mio Santo Spirito ti infonde. Io sono Buono con tutti e non faccio violenza a nessuno. Stai attenta a quello che vuoi, perché Io rispetto la tua libertà.

 

Non ti chiedo cose impossibili, non chiedo i tuoi meriti. Chiedo, invece, la tua fede: sono diventato uomo per divinizzarti e il Progetto su di te è perfetto e giungerà a compimento nella misura della tua collaborazione.

 

Anima mia bella, credi alla mia Parola, viva e operante. Credi nel potere della mia risurrezione.

Io regno in Cielo e in terra. Io faccio nuove tutte le cose. Non fermarti, dunque, alla sofferenza sterile, alla rassegnazione, non crogiolarti nella tristezza, non scoraggiarti di fronte all’impossibile, perché Io, il tuo Dio, sono con te e tutto rendo possibile, secondo il mio Progetto di salvezza.

 

Hai mai pensato, anima mia bella, come ti è facile credere al male e come invece ti è difficile credere al bene? Non permettere che l’avversario ti vinca, ma sii vittoriosa nella fede, combattendo la buona battaglia e continuando il tuo cammino nella mia Pace.

 

Ti amo teneramente, ti invito a custodire la mia Parola, e a seguirmi.

 

RICORDA CHE IO SONO COLUI CHE FA NUOVE TUTTE LE COSE.

 

Ascolta: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi
;

non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
Ecco sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita”. (Apocalisse 21,1-6)

 

Anima mia bella, guarda e imita la Mamma nostra, la Santissima Vergine Maria. Rimani unita a Dio e a Lei, per mezzo della preghiera, della tua buona volontà, delle buone opere.

Impegnati nel cammino che ti conduce alla gioia presente e senza fine.

 

Ti amo, sempre ti ho amato e sempre ti amerò.

 

                                                        Il tuo Gesù, nato, vissuto, morto e Risorto per te.

 

 

Io sono Eucaristia

 

 

Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!».

Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».(Giovanni 13,8)

 

 

Piccola anima che amo,

ti riconosci? Anche tu, come Pietro, non riesci a accettare un Dio che serve, che si umilia fino alla fine per esaltare te, perché ti ama. Tu mi ami e anche Pietro mi amava e proprio per questa ragione rifiutò, con tanta determinazione, il servizio umiliante che offrivo.

 

Come ho gradito l’amore imperfetto di Pietro, ugualmente gradisco il tuo, ma vengo ad insegnarti ad amare fino alla perfezione perché sono il Maestro. Io ti insegno ad amare come Io amo. Ascoltami.

 

Come ai miei tempi terreni gli uomini si aspettavano un Messia potente e terribile, che avrebbe riportato giustizia e diritto, e non poterono riconoscere il Dio Bambino apparso nella scena del mondo in debolezza, ugualmente, in ogni generazione, gli uomini non sanno riconoscere il Dio che si umilia e serve tutti, anche i traditori.

 

Comprendi cosa significa conversione? Significa rinunciare alle proprie convinzioni.

Comprendi cosa significa credere al Vangelo? Significa accogliere Dio che viene in vesti che umanamente non puoi riconoscere e credere alla sua Parola che, oggi come sempre, tiene salde le fondamenta dell’universo, operando sempre quello che dice.

 

Chi mi riconobbe subito, nelle mie Apparizioni, dopo la Risurrezione? Come mai, in principio, nessuno mi riconobbe? Erano abituati a conoscermi nella carne, ma da Risorto dovevano imparare a riconoscermi per mezzo della fede. Questo insegnai a loro prima della mia ascensione. Così è anche per te, oggi.

 

Io, il tuo Dio vivo e vero, vengo a te in Corpo, Sangue, Anima e Divinità per mezzo della Santissima Eucaristia. Umilmente nascosto nelle specie del pane e del vino vengo a satollarti di vita eterna, portandoti ogni grazia di cui hai bisogno per continuare il tuo cammino verso il Cielo. Ad ogni celebrazione della Santa Messa, Io stesso, per mezzo del sacerdote, pronuncio le Parole sacre della consacrazione. Quelle Parole che compiono immediatamente il prodigio della trasunstanziazione e Io, il tuo Dio, divento cibo per te.

 

Ti invito al banchetto sacro dove Io sono Colui che ti serve in tutto, fino a farsi cibo: riesci a pensare un annichilimento più grande? E riesci a credere che il tuo Dio ti ami talmente tanto da farsi pane per alimentare la tua vita? Questo è un grande mistero che ti chiedo di credere poiché ho detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. (Giovanni 6,54)

 

E ho detto anche: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”(Giovanni 11,40)

Il tuo Dio viene a te, per mezzo dell’Eucaristia, per rimanere con te tutti i giorni fino alla fine del mondo e per servirti incessantemente. Se tu credi di ricevere nella Santa Ostia il tuo Salvatore, ti comporterai di conseguenza e vedrai i prodigi che Egli compie nella tua vita. Io ti assicuro che non esiste miracolo più grande su questa terra della Santissima Eucaristia, nella quale Io sono Presente, Vivo e Vero, per accoglierti, per amarti, per servirti e perché tu abbia parte con Me, che sono morto e risorto per te.

 

Cosa significa avere parte con Me?

Significa accogliere il tuo Dio per quello che realmente E’ e lasciarsi trasformare in Lui, nella sua Vita, nella sua Missione, nella sua Gloria di Figlio di Dio: a ognuno secondo il Disegno Divino, nelle diversità personali e nella complementarietà che formano il Corpo Mistico.

Significa accogliere il Mistero dell’unità di Dio con gli uomini e degli uomini tra di loro, e cioè desiderare di amare tutti come Lui ama tutti senza fare differenze.

Significa voler diventare dono per i fratelli perché Dio si è fatto Dono per te.

Significa rinnegare se stessi per seguire il Signore: questa è la Comunione.

Significa renderti conto che sei una pietra viva della Santa Chiesa di Dio.

 

Quando il sacerdote ti offre il Corpo del Signore e tu, ricevendolo, dici: “Amen” sai cosa stai dicendo? Con quella parola tu dai il tuo assenso al Signore a rinnovare il suo mistero in te.

E poi, ricevuto il Corpo e Sangue del tuo Dio, hai in te la forza per operare insieme con Lui, per portare la sua Luce nel tuo vivere quotidiano. La celebrazione non termina quando esci dalla Chiesa, ma deve continuare nella tua vita, perché tu hai ricevuto la Santissima Eucaristia e sei diventata un tabernacolo vivente.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci che operai nel mio ministero fu un nulla rispetto alla moltiplicazione della grazia che avviene ad ogni consacrazione e ad ogni santa comunione.

Tu sei chiamata a partecipare con gioia a questo mistero di salvezza, ringraziando il tuo Dio.

 

Avere parte con Me significa portarMi nelle strade del mondo, continuare, insieme a Me, il rendimento di Grazie a Dio, Datore di ogni bene, essere pronti, insieme a Me, ad umiliarsi per innalzare i fratelli. Significa vivere in pienezza la carità per trovare, in essa, la gioia piena a cui anela il tuo cuore. Io servo con gioia perché amo.

 

Ho detto: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.(Giovanni 13,34)”

Piccola anima mia, da sola questo è impossibile, ma tutto puoi in Colui che ti dà forza. (Filippesi 4,13)

 

Vivere la Comunione significa credere che puoi amare con il mio Cuore, perché Io vengo ad amare con il tuo cuore. Credi alla mia Parola e permettimi di aiutarti a compiere quello che non potresti da sola: amare e trovare nell’amore la tua gioia.

 

Piccola anima, siediti e stai comoda, voglio prendere ancora asciugamano, acqua e catino per lavarti i piedi e lo farò, se tu me lo permetti. Ceneremo insieme e ci rallegreremo e poi Io con te e tu con Me andremo a lavare i piedi ai nostri fratelli e saremo beati, perché faremo la Volontà di Dio, nostro Padre.

 

Queste cose ti ho detto, usando anche similitudini, perché tu possa meglio comprendere la grandezza della tua vocazione: l’Amore eterno.

 

 

Piccola anima, ti amo.                                                                       

  

Gesù Eucaristia 

 

 

                       

Dio: l’Eterno Presente.

 

Scrivi, bambina. E’ il mio Cuore che ti parla.

Ti ho detto: “Fermati per riposare un po’” e tu sei venuta presso il mio altare a cercare riposo. Riposa, piccola, appoggiandoti sul mio Cuore come fece il discepolo prediletto.

Vivo con te le tribolazioni della vita presente e so che oltre non potresti resistere. Per questo ti faccio riposare e ti parlo della vita terrena che per molti fratelli è sempre più tribolata. Io non metto mai alla prova oltre le vostre forze e quando arrivo al massimo della vostra misura è per il vostro bene e un giorno capirete e mi ringrazierete.

Il tempo di Dio è l’Eterno Presente e anche voi che mi seguite dovete sforzarvi di vivere nel tempo presente. Di fatto ora esiste solo il presente e voi vivete solo il momento presente.

Il passato e il futuro sono le conseguenze del presente giacchè se non esistesse il presente non esisterebbero.

Nel presente IO SONO. E’ anche vero che ERO e che SARO’ ma ciò non sarebbe possibile se Io ora non fossi.

Così la vostra vita: una successione interminabile di “ attimo presente.”

Voi siete chiamati a vivere la pienezza dell’attimo presente perché solo il presente è Vita.

Solo il presente è creativo cioè è il tempo della creazione continua. Solo il presente produce i frutti spirituali e materiali che desiderate, anzi, molto di più.

Se poteste comprendere la Parola: “Ad ogni giorno basta la sua pena!” voi vi incamminereste verso quella libertà interiore che desiderate perché sareste liberati da molti pesi e preoccupazioni.

Venite a Me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed Io vi ristorerò. Non vi dico di venire a Me domani, vi dico di venire adesso a troverete il ristoro per le anime vostre.

Ascoltate!

Riflettete con Me sul passato.

Il passato per voi è un tempo sterile in quanto nulla potete aggiungere e nulla potete togliere a quanto è stato. Rimuginando sul passato voi rendete sterile anche il momento presente che invece potrebbe essere molto fecondo. Perché restate così legati al passato e soprattutto alle esperienze più dolorose? Ebbene, tenete ciò che è buono del vostro passato, ciò che vi è servito per crescere come uomini saggi e affidateMi tutto il resto. Liberatevi delle vostre sofferenze passate, dei travagli e delle tribolazioni, delle offese ricevute e donate tutto e tutti alla Mia Misericordia. Anche voi stessi.

Liberatevi anche dal futuro che ancora non è. Anche il futuro è un tempo sterile per voi. Mentre voi pensate e progettate il futuro rendete sterile il presente che è l’unico tempo creativo in cui potete agire uniti a Me e trarre da Me il potere di cambiare le cose. Il futuro poi vi porta spesso preoccupazioni e tristezze e vi allontana da Me perché si intiepidisce la vostra fede.

IO SONO QUI ADESSO

IO TI AMO QUI ADESSO

Anime care, fissate nella mente e nel cuore queste mie Parole che hanno il potere di farvi riposare come bimbi sul seno della mamma.

Figli miei, convertitevi e credete al Vangelo!

Accogliete il presente nella sua pienezza: accogliete ciò che vi piace e ugualmente ciò che non vi piace.

Accogliete il presente che Dio vi dona istante dopo istante e credete nell’Amore del Padre che vi provvede quanto è meglio per farvi raggiungere la gioia senza fine.

Nell’accoglienza della vita presente giorno dopo giorno e ora dopo ora voi accogliete la Volontà di Dio e per rispondere a quanto Dio desidera che voi facciate rimanete uniti a Lui con amore filiale. Dio non chiede i miracoli agli uomini: è Lui che compie i miracoli nei vostri cuori se trova l’accoglienza che desidera.

La vita che vivete non è mai banale: anche le cose più piccole vissute in unione d’amore con il vostro Dio portano frutti meravigliosi non solo per voi ma per tutti.

CercateMi perché chi cerca trova. CercateMi ora e qui e trovateMi in voi e intorno a voi.

Fuggite il male e cercate sempre ciò che è buono e conforme alla Verità poiché siete figli della luce.

Chiedete al Padre di potare l’albero della vostra vita dai rami che non portano frutto perché la vostra vita possa portare più frutto e la vostra gioia illumini il vostro volto.

Quanto a voi, fuggite la tentazione che vi allontana da Dio e abbiate sempre più fede affinchè la vostra fede sposti le montagne che avete nei vostri cuori diventati duri e tristi.

Confidate nell’amore di Dio e nella sua Provvidenza. Siete figli di Dio, di cosa avete paura?

Vivete il presente nella sua pienezza e lo vedrete dilatarsi perché sarà il vostro cuore che si dilaterà all’Amore di Dio che è Eterno Presente.

Miei amati figli, vi stringo tutti sul mio Cuore.

 

Gesù                                                         

 

 

Rivelazioni della Vergine Madre di Dio a Suor Maria: “In questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime”

 

Dalla “Mistica città di Dio,Vita della Vergine Madre di Dio” rivelata alla Venerabile Suor Maria di Ágreda

Insegnamento della Regina del cielo

 

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce e sinderesi, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

Santo Curato d’Ars : “Amiamo il buon Dio, fratelli miei, con tutto il nostro cuore, e così possederemo il nostro paradiso in questo mondo!” Omelia sull’Eucaristia “La mia carne è vero cibo” (Gv 6,55)

 

SANTO CURATO D’ARS

OMELIA SULL’EUCARISTIA

 

 

“La mia carne è vero cibo” (Gv 6,55)

Omelia pronunciata per il giovedì santo

 

Miei cari fratelli, potremmo trovare nella nostra santa religione un momento più prezioso, una circostanza più felice dell’istante in cui Gesù Cristo istituì l’adorabile Sacramento dell’altare? No, fratelli miei, no, perché questo avvenimento ci ricorda l’immenso amore di Dio per le sue creature. È vero che in tutto ciò che Dio ha fatto, le sue perfezioni si manifestano in modo infinito. Creando il mondo, egli ha fatto esplodere la grandezza della sua potenza; governando questo immenso universo, ci dà la prova di una sapienza incomprensibile; e anche noi possiamo dire con il salmo 103: “Sì, Dio mio, sei infinitamente grande nelle più piccole cose,e nella creazione degli insetti più vili.” Ma quello che ci dimostra nell’istituzione di questo grande Sacramento dell’Amore, non è solo la sua potenza e la sua saggezza, ma l’amore immenso del suo cuore per noi. “Sapendo molto bene che era vicino il tempo per ritornare da suo Padre”, non volle rassegnarsi a lasciarci soli sulla terra, tra tanti nemici che non cercavano altro che la nostra perdizione. Sì, prima di istituire questo Sacramento d’Amore, Gesù Cristo sapeva molto bene a quanto disprezzo e profanazione stava per esporsi; ma tutto ciò non fu capace di fermarlo; Egli volle che noi avessimo la felicità di trovarlo tutte le volte che lo avessimo cercato. Per mezzo di questo sacramento Egli s’impegna a restare in mezzo a noi giorno e notte; in Lui troveremo un Dio Salvatore, che ogni giorno si offrirà per noi per soddisfare la giustizia di suo Padre.

Vi mostrerò come Gesù Cristo ci ha amati nell’istituzione di questo sacramento, in modo da ispirarvi un rispetto e un amore grande verso di Lui nel sacramento adorabile dell’Eucarestia. Quale felicità, fratelli miei per una creatura ricevere il suo Dio! Nutrirsene! Riempire di Lui la propria anima! Oh amore infinito, immenso e inconcepibile!… Può mai un cristiano riflettere su queste cose e non morire d’amore e di stupore considerando la sua indegnità?… E’ vero che in tutti i sacramenti che Gesù Cristo ha istituito ci dimostra una misericordia infinita. Nel sacramento del Battesimo, ci strappa dalle mani di Lucifero, e ci rende figli di Dio, suo padre; ci apre il cielo che ci era stato chiuso; ci rende partecipi di tutti i tesori della sua Chiesa; e, se siamo fedeli ai nostri impegni, ci viene assicurata una felicità eterna. Nel sacramento della Penitenza, ci mostra e ci rende partecipi della sua misericordia infinita; infatti ci strappa dall’inferno dove i nostri peccati pieni di malizia ci avevano trascinati, e ci applica nuovamente i meriti infiniti della sua morte e della sua passione. Nel sacramento della Confermazione, ci dona uno Spirito di luce che ci guida nella via della virtù e ci fa conoscere il bene che dobbiamo fare e il male che dobbiamo evitare; in più ci dona uno Spirito di forza per superare tutto quello che può impedirci di raggiungere la salvezza. Nel sacramento dell’ Unzione degli infermi, vediamo con gli occhi della fede che Gesù Cristo ci copre con i meriti della sua morte e della sua passione. Nel sacramento dell’ Ordine, Gesù Cristo partecipa tutti i suoi poteri ai suoi sacerdoti; essi lo fanno discendere sull’altare. Nel sacramento del Matrimonio, noi vediamo che Gesù Cristo santifica tutte le nostre azioni, perfino quelle che sembrano seguire le inclinazioni corrotte della natura.

Ma nel sacramento adorabile dell’ Eucarestia, va oltre: Egli vuole, per la felicità delle sue creature, che il suo corpo, la sua anima e la sua divinità siano presenti in tutti gli angoli del mondo, affinchè tutte le volte che lo si voglia lo si possa trovare, e con Lui troveremo ogni genere di felicità. Se ci troviamo nella sofferenza e nella disgrazia, Egli ci consolerà e ci darà sollievo. Se siamo malati o ci guarirà o ci darà la forza per soffrire in modo da meritare il cielo. Se il demonio, il mondo e le nostre cattive inclinazioni ci muovono guerra, Egli ci darà le armi per combattere, per resistere e conseguire la vittoria. Se siamo poveri, ci arricchirà di ogni specie di ricchezza per il tempo e per l’eternità. Questa è già una grande grazia, penserete voi. Oh! No, fratelli miei, il suo amore non è ancora soddisfatto. Egli vuole ancora farci altri doni, che il suo amore immenso ha trovato nel suo cuore ardente d’amore per il mondo, questo mondo ingrato che pur essendo colmato di tanti beni, continua a oltraggiare il suo Benefattore.

Ma ora, fratelli miei, mettiamo da parte l’ingratitudine degli uomini per un momento, e apriamo la porta di questo Cuore sacro e adorabile, raccogliamoci un momento nelle sue fiamme d’amore e vedremo ciò che può un Dio che ci ama. Oh mio Dio! Chi potrebbe comprenderlo e non morire d’amore e di dolore vedendo da una parte tanto amore e dall’altra tanto disprezzo e ingratitudine? Noi leggiamo nel Vangelo che Gesù Cristo, sapendo molto bene che il momento in cui i Giudei l’ avrebbero fatto morire sarebbe arrivato, disse ai suoi apostoli “che egli desiderava tanto celebrare la Pasqua con loro.” Essendo arrivato il momento per noi assolutamente felice, si mise a tavola, volendo lasciarci un pegno del suo amore. Si alza da tavola, lascia i suoi vestiti e si cinge con un grembiule; avendo versato l’acqua in un catino, comincia a lavare i piedi dei suoi apostoli e perfino di Giuda, sapendo molto bene che stava per tradirlo. In tal modo voleva mostrarci con quale purezza dobbiamo avvicinarci a lui. Essendosi rimesso a tavola, prese il pane nelle sue mani sante e venerabili; poi alzando gli occhi al cielo per rendere grazie al Padre suo, per farci comprendere che questo grande dono ci viene dal cielo, lo benedisse e lo distribuì ai suoi apostoli dicendo loro: “mangiatene tutti, questo è veramente il mio Corpo, che sarà offerto per voi,”. Avendo poi preso il calice, che conteneva vino mescolato con l’acqua, lo benedisse allo stesso modo e lo presentò loro dicendo: “Bevetene tutti, questo è il mio Sangue, che sarà sparso per la remissione dei peccati, e ogni volta che ripeterete le medesime parole, produrrete lo stesso miracolo, e cioè trasformerete il pane mel mio Corpo e il vino nel mio Sangue”. Quale grande amore, fratelli miei, ci dimostra il nostro Dio nell’istituzione dell’adorabile sacramento dell’eucaristia! Ditemi, fratelli miei, di quale sentimento di rispetto, non saremmo stati penetrati se fossimo stati sulla terra, e avessimo visto con i nostri occhi Gesù Cristo mentre istituiva questo grande Sacramento d’amore? Eppure questo grande miracolo si ripete ogni volta che il sacerdote celebra la Santa Messa, allorchè questo divino Salvatore si rende presente sui nostri altari. Per farvi comprendere veramente la grandezza di questo mistero, ascoltatemi e capirete quanto grande dovrebbe essere il rispetto che dobbiamo avere verso questo sacramento.

Ci racconta la storia che un sacerdote mentre celebrava la santa messa in una chiesa della città di Bolsena, subito dopo aver pronunciato le parole della consacrazione, poiché dubitava della realtà del Corpo di Gesù Cristo nell’Ostia santa, cioè metteva in dubbio che le parole della consacrazione avessero davvero trasformato il pane nel Corpo di Gesù Cristo e il vino nel suo Sangue, nello stesso istante la santa Ostia fu completamente coperta di sangue. Fu come se Gesù Cristo avesse voluto rimproverare il suo ministro per la mancanza di fede, facendogli così recuperare la fede che aveva perso a causa del suo dubbio; e nello stesso tempo ha voluto mostrarci per mezzo di questo miracolo che noi dobbiamo essere convinti della sua Presenza reale nella santa eucaristia. Questa santa Ostia versò sangue con tanta abbondanza che il corporale, la tovaglia e lo stesso altare ne furono inondati. Il papa allorchè fu a conoscenza di questo miracolo comandò che gli portassero il corporale insanguinato; gli fu portato e venne accolto con grande trionfo e deposto nella chiesa di Orviette. In seguito fu costruita una magnifica chiesa per accogliere la preziosa reliquia e ogni anno la si porta in processione nel giorno della Festa. Vedete, fratelli miei, come questo fatto deve confermare la fede di coloro che hanno qualche dubbio. Quale grande amore ci dimostra Gesù Cristo, scegliendo la vigilia del giorno che doveva essere messo a morte, per istituire un sacramento per mezzo del quale può restare in mezzo a noi ed essere nostro Padre, nostro Consolatore e nostra eterna felicità! Siamo più fortunati di coloro che erano suoi contemporanei perché Egli poteva essere presente solo in un luogo oppure bisognava fare molti chilometri per avere la fortuna di vederlo; noi ,invece, lo troviamo oggi in tutti i luoghi del mondo, e questa felicità ci è stata promessa fino alla fine del mondo. Oh. Immenso amore di Dio per le sue creature! Nulla può fermarlo, quando si tratta di mostrarci la grandezza del suo amore. Si racconta che un sacerdote di Friburgo mentre portava l’Eucaristia a un malato, si trovò a passare per una piazza dove c’era molta gente che danzava. Il musicista, sebbene non fosse religioso, si fermò dicendo: “Sento la campanella, stanno portando il buon Dio a un malato, mettiamoci in ginocchio”. Però in questa compagnia si trovò una donna empia, ispirata dal demonio la quale diceva : “Si continui pure, perchè anche le bestie di mio padre hanno le campanelle appese al collo, però quando passano nessuno si ferma e si mette in ginocchio”. Tutta la gente applaudì a queste parole e continuarono a danzare. In quel medesimo istante arrivò una tempesta così forte che tutti coloro che danzavano furono spazzati via e non si è saputo mai più che fine abbiano fatto. Aihmè! Fratelli miei! Questi miserabili pagarono molto caro il disprezzo che ebbero verso la presenza di Gesù Cristo! Ciò deve farci comprendere quale grande rispetto noi gli dobbiamo!

Noi vediamo che Gesù Cristo, per fare questo grande miracolo, scelse il pane che è il nutrimento di tutti, sia dei ricchi che dei poveri, di chi è forte come di chi è debole, per mostrarci che questo cibo celeste è per tutti i cristiani che vogliono conservare la vita della grazia e la forza per combattere il demonio. Sappiamo che quando Gesù Cristo operò questo grande miracolo, alzò gli occhi al cielo per rendere grazia al Padre suo, per farci capire quanto Egli abbia desiderato questo momento felice per noi, affinchè avessimo la prova della grandezza del suo amore. “Sì, figli miei, ci dice questo divino salvatore, il mio Sangue è impaziente di essere sparso per voi; il mio Corpo arde dal desiderio di essere spezzato per guarire le vostre piaghe; piuttosto che essere afflitto per l’amara tristezza che mi causa il pensiero delle mie sofferenze e della mia morte, al contrario sono colmo di gioia. E questo perché voi troverete nelle mie sofferenze e nella mia morte un rimedio a tutti i vostri mali”.

Oh! quale grande amore, fratelli miei, un Dio dimostra per le sue creature! San Paolo ci dice che nel mistero dell’Incarnazione, Egli ha nascosto la sua divinità. Ma nel sacramento dell’Eucaristia, è arrivato persino a nascondere la sua umanità. Ah! fratelli miei, non c’è altri che la fede che possa cogliere un mistero così incomprensibile. Sì, fratelli miei, in qualunque luogo ci troviamo, volgiamo con piacere i nostri pensieri, i nostri desideri, verso il luogo dove riposa questo Corpo adorabile, unendoci agli angeli che lo adorano con tanto rispetto. Guardiamoci bene dal fare come quegli empi che non hanno alcun rispetto per quei templi che sono così santi, così rispettabili e così sacri, per la presenza di un Dio fatto uomo, che, giorno e notte, abita in mezzo a noi…

Spesso vediamo che il Padre eterno punisce rigorosamente coloro che disprezzano il suo divin Figlio. Leggiamo nella storia che un sarto si trovava nella casa dove veniva portato il buon Dio a un malato. Quelli che si trovavano presso il malato, gli suggerirono di mettersi in ginocchio, ma egli non volle, anzi con una orribile bestemmia, disse: “Io dovrei mettermi in ginocchio? Rispetto molto di più un ragno, che è l’animale più vile, piuttosto che il vostro Gesù Cristo, che volete farmi adorare”. Ahimè! fratelli miei, di cosa è capace uno che ha perso la fede! Ma il buon Dio non lasciò impunito questo orribile peccato: nello stesso momento, un grosso ragno tutto nero si distaccò dal soffitto di tavole, e si venne a posare sulla bocca del bestemmiatore, e gli punse le labbra. Subito si gonfiò e morì all’istante. Vedete, fratelli miei, come siamo colpevoli allorchè non abbiamo un grande rispetto per la presenza di Gesù Cristo. No, fratelli miei, non cessiamo mai di contemplare questo mistero d’amore dove un Dio, uguale a suo Padre, nutre i suoi figli, non con un cibo ordinario, né con quella manna di cui era nutrito il popolo ebreo nel deserto, ma con il suo Corpo adorabile e con il suo Sangue prezioso. Chi mai avrebbe potuto immaginarlo, se non fosse stato lui stesso a dirlo e a farlo, nel medesimo tempo? Oh! fratelli miei, quanto sono degne, tutte queste meraviglie, della nostra ammirazione e del nostro amore! Un Dio, dopo essersi addossato le nostre debolezze, ci rende partecipi di tutti i suoi beni! O nazioni cristiane, quanto siete fortunate ad avere un Dio così buono e così ricco!…

Leggiamo in san Giovanni (Apocalisse), che egli vide un angelo al quale il Padre Eterno dava il vaso del suo furore per riversarlo su tutte le nazioni; ma qui vediamo tutto il contrario. Il Padre Eterno mette nelle mani del suo Figlio il vaso della sua misericordia per essere sparso su tutte le nazioni della terra. Parlandoci del suo Sangue adorabile, egli ci dice, come ai suoi apostoli: “Bevetene tutti, e vi troverete la remissione dei vostri peccati e la vita eterna”. O ineffabile felicità!… o felice sorgente che dimostra fino alla fine del mondo che questa fede deve costituire tutta la nostra gioia!

Gesù Cristo non ha smesso di fare miracoli per condurci a una fede viva nella sua presenza reale. Leggiamo nella storia che c’era una donna cristiana molto povera. Avendo avuto in prestito da un ebreo una piccola somma di denaro, gli diede in pegno il suo vestito migliore. Essendo vicina la festa di Pasqua, ella pregò l’ebreo di rendergli per un giorno il vestito che gli aveva dato. L’ebreo le disse che non solo era disposto a restituirgli i suoi effetti personali, ma anche i suoi soldi, a condizione soltanto che gli avesse portato la santa Ostia, quando l’avrebbe ricevuta dalle mani del prete. Il desiderio che questa miserabile aveva di riavere i suoi effetti e di non essere obbligata a restituire il denaro che aveva preso in prestito, la portò a compiere un’azione orribile. L’indomani si recò nella chiesa della sua parrocchia. Appena ebbe ricevuto la santa Ostia sulla lingua, si affrettò a prenderla e a metterla in un fazzoletto. La portò a quel miserabile ebreo che non le aveva fatto quella richiesta se non per scatenare il suo furore contro Gesù Cristo. Quest’uomo abominevole trattò Gesù Cristo con un furore spaventoso, e vedremo come Gesù Cristo stesso mostrò quanto fosse sensibile agli oltraggi che gli erano rivolti. L’ebreo cominciò col mettere l’Ostia su un tavolo e le diede tanti colpi di temperino, finchè non fu soddisfatto, ma questo disgraziato vide subito uscire dalla santa ostia sangue in abbondanza, tanto che suo figlio ne rabbrividì. Poi avendola tolta da sopra il tavolo, l’appese alla parete con un chiodo e le diede tanti colpi di frusta, fino a che volle. Poi la trafisse con una lancia e ne uscì di nuovo sangue. Dopo tutte queste crudeltà, la gettò in una caldaia d’acqua bollente: subito l’acqua sembrò mutarsi in sangue. L’Ostia allora prese le sembianze di Gesù Cristo in croce: ciò lo terrorizzò a tal punto che corse a nascondersi in un angolo della casa. In quel momento i figli di questo ebreo, quando vedevano i cristiani che andavano in chiesa, dicevano loro: “Dove andate? Nostro padre ha ucciso il vostro Dio, è morto e non lo troverete più”. Una donna che ascoltava ciò che dicevano quei ragazzi, entrò in casa e vide la santa Ostia che era ancora sotto le sembianze di Gesù Cristo crocifisso; poi riprese la sua forma ordinaria. Avendo la donna preso un vaso, la santa Ostia andò a posarsi in esso. Allora la donna, tutta felice e contenta, la portò subito nella chiesa di san Giovanni in Grève, dove fu riposta in un luogo conveniente per esservi adorata. Quanto a quello sciagurato, gli fu offerto il perdono se avesse voluto convertirsi, divenendo cristiano; ma egli era talmente indurito, che preferiva bruciare vivo piuttosto che farsi cristiano. Tuttavia sua moglie, i suoi figli e molti ebrei si fecero battezzare. A causa dei miracoli che Gesù Cristo aveva operato, e per non perdere il ricordo di queste meraviglie, la casa fu trasformata in una chiesa; vi si stabilì una comunità, affinchè ci fossero di continuo persone occupate a fare onorevole riparazione a Gesù Cristo, per gli oltraggi che quello sciagurato ebreo gli aveva rivolti.

Non possiamo ascoltare tutto ciò, fratelli miei, senza fremere. Ebbene! fratelli miei, ecco a cosa si espone Gesù Cristo per amore nostro, a cosa egli resterà esposto fino alla fine del mondo. Quale grande amore, fratelli miei, di un Dio per noi! A quali eccessi lo conduce l’amore per le sue creature!

Noi diciamo che Gesù Cristo, tenendo il calice nelle sue mani sante, disse ai suoi apostoli: “Ancora un po’ e questo sangue prezioso sarà versato in un modo sanguinoso e visibile; è per voi che sta per essere sparso; l’ardore che io nutro per versarlo nei vostri cuori, mi ha fatto usare questo mezzo. E’ vero che la gelosia dei miei nemici è sicuramente una delle cause della mia morte, ma non è una causa fra le principali; le accuse che hanno inventato contro di me per distruggermi, la perfidia del discepolo che mi tradì, la viltà del giudice che mi condannò e la crudeltà dei carnefici che mi vollero far morire, sono altrettanti strumenti dei quali il mio amore infinito si serve per dimostrarvi quanto io vi ami”. Sì, fratelli miei, è per la remissione dei nostri peccati che questo sangue sta per essere versato, e questo sacrificio si rinnoverà ogni giorno per la remissione dei nostri peccati. Vedete, fratelli miei, quanto Gesù Cristo ci ama, poiché egli si sacrifica per noi alla giustizia del Padre suo con tanta premura e, ancor più, vuole che questo sacrificio si rinnovi ogni giorno e in tutti i luoghi del mondo. Quale felicità per noi, fratelli miei, sapere che i nostri peccati, prima ancora di essere stati commessi, sono già stati espiati nel momento del grande sacrificio della croce!

Veniamo spesso, fratelli miei, ai piedi dei nostri tabernacoli, per consolarci nelle nostre pene, per fortificarci nelle nostre debolezze. Ci è capitata la grande disgrazia di aver peccato? Il sangue adorabile di Gesù Cristo domanderà grazia per noi. Ah! fratelli miei, la fede dei primi cristiani era molto più viva della nostra! Nei primi tempi, un gran numero di cristiani attraversava il mare per andare a visitare i luoghi santi, dove si era operato il mistero della nostra Redenzione. Quando veniva mostrato loro il cenacolo dove Gesù Cristo aveva istituito questo divino sacramento, consacrato per nutrire le nostre anime, quando veniva mostrato loro il posto dove egli aveva inumidito il terreno con le sue lacrime e con il suo sangue, durante la sua preghiera nell’agonia, essi non potevano lasciare questi luoghi santi senza versare lacrime in abbondanza. Ma quando li si conduceva sul Calvario, dove egli aveva sopportato per noi tanti tormenti, essi sembrava che non potessero più vivere; erano inconsolabili, perché quei luoghi ricordavano loro il tempo, le azioni e i misteri che erano stati operati per noi; essi sentivano riaccendersi la fede e il cuore ardere di un nuovo fuoco: O felici luoghi, gridavano, dove si sono verificati tanti prodigi per la nostra salvezza!”. Ma, fratelli miei, senza andare così lontano, senza prenderci il fastidio di attraversare i mari e senza esporci a tanti pericoli, non abbiamo forse Gesù Cristo in mezzo a noi, non soltanto in quanto Dio ma anche in Corpo e Anima? Le nostre chiese non sono forse altrettanto degne di rispetto di questi luoghi santi dove si recavano quei pellegrini? Oh! fratelli miei, la nostra fortuna è troppo grande! No, no, noi non potremo mai comprenderla appieno!

Popolo felice quello dei cristiani, che vede riattualizzarsi ogni giorno tutti i prodigi che l’Onnipotenza di Dio operò una volta sul Calvario per salvare gli uomini! Come mai, fratelli miei, non nutriamo lo stesso amore, la stessa riconoscenza, il medesimo rispetto, dal momento che gli stessi miracoli avvengono ogni giorno sotto i nostri occhi? Ahimè! è perché abbiamo spesso abusato di queste grazie, che il buon Dio, per punizione della nostra ingratitudine, ci ha tolto in parte la fede; a mala pena riusciamo a reggere e a convincerci che siamo alla presenza di Dio. Dio mio! quale disgrazia per colui che ha perso la fede! Ahimè! fratelli miei, dal momento in cui abbiamo perso la fede, non nutriamo che disprezzo per questo augusto Sacramento, e quanti arrivano fino all’empietà, deridendo coloro che hanno la grande felicità di venire ad attingere le grazie e le forze necessarie per salvarsi! Temiamo, fratelli miei, che il buon Dio non ci punisca del poco rispetto che abbiamo per la sua presenza adorabile; eccone un esempio dei più terribili. Il cardinal Baronio riporta nei suoi Annali, che c’era nella città di Lusignan, vicino Poitiers, un tale che aveva un grande disprezzo per la persona di Gesù Cristo: egli derideva e disprezzava coloro che frequentavano i sacramenti, mettendo in ridicolo la loro devozione. Tuttavia il buon Dio, che ama di più la conversione del peccatore che la sua perdizione, gli fece provare molte volte i rimorsi di coscienza; egli si accorgeva chiaramente che agiva male, che coloro dei quali si burlava erano più felici di lui; ma quando si ripresentava l’occasione, ricominciava, e in tal modo, un po’ alla volta, finì per soffocare i rimorsi salutari che il buon Dio gli donava. Ma, per meglio camuffarsi, si studiò di guadagnare l’amicizia di un santo religioso, superiore del monastero di Bonneval, che si trovava là vicino. Vi andava sovente, e se ne gloriava, e sebbene empio, si mostrava buono allorché stava in compagnia di quei buoni religiosi.

Il superiore, che aveva più o meno compreso ciò che aveva nell’anima, gli disse più volte: “Mio caro amico, tu non hai abbastanza rispetto per la presenza di Gesù Cristo nel sacramento adorabile dell’altare; ma io credo che se vuoi cambiar vita, ti conviene abbandonare il mondo e ritirarti in un monastero per fare penitenza. Tu sai quante volte hai profanato i sacramenti, sei ricoperto di sacrilegi; se dovessi morire, saresti gettato nell’inferno per tutta l’eternità. Credimi, pensa a riparare le tue profanazioni; come puoi continuare a vivere in uno stato così deplorevole?”. Il pover’uomo sembrava ascoltarlo e approfittare dei suoi consigli, poiché sentiva da sé che la sua coscienza era carica di sacrilegi, ma non voleva fare quel piccolo sacrificio per cambiare, di modo che, nonostante i suoi ripensamenti, restava sempre lo stesso. Ma il buon Dio, stancatosi della sua empietà e dei suoi sacrilegi, l’abbandonò a se stesso. Cadde malato. L’abate si affrettò ad andarlo a trovare, sapendo in quale pessimo stato si trovava la sua anima. Il pover’uomo, vedendo questo buon padre, che era un santo, che veniva a trovarlo, si mise a piangere di gioia e, forse nella speranza che venisse a pregare per lui, per aiutarlo a uscire dal pantano dei suoi sacrilegi, chiese all’abate di restare un po’ con lui. Essendo giunta la notte, tutti si ritirarono, tranne l’abate che restò col malato. Questo povero infelice si mise a urlare terribilmente: “Ah! padre mio soccorrimi! Ah! Ah! padre mio, vieni, vieni ad aiutarmi!”. Ma, ahimè! non c’era più tempo, il buon Dio l’aveva abbandonato in punizione dei suoi sacrilegi e della sua empietà. “Ah! padre mio, ecco due leoni spaventosi che vogliono afferrarmi! Ah! padre mio, corri in mio aiuto!”. L’abate, tutto spaventato, si gettò in ginocchio per chiedere perdono per lui; ma era ormai troppo tardi, la giustizia di Dio lo aveva consegnato in potere dei demoni. Il malato, d’un colpo, cambia il tono della voce e, calmatosi, si mette a parlare con lui, come uno che non ha nessuna malattia ed è pienamente in sé: “Padre mio, gli dice, quei leoni che poco fa mi erano attorno, si sono dileguati”.

Ma, mentre parlavano familiarmente tra di loro, il malato perse la parola e sembrò essere morto. Tuttavia il religioso, pur credendolo morto, volle vedere come andava a finire questa triste storia, perciò trascorse il resto della notte al fianco del malato. Questo povero infelice, dopo qualche istante, ritornò in sé, riprese la parola come prima, e disse al superiore: “Padre mio, or ora sono stato citato davanti al tribunale di Gesù Cristo, e le mie empietà e i miei sacrilegi sono la causa per cui sono stato condannato a bruciare nell’inferno”. Il superiore, tutto tremante, si mise a pregare, per chiedere se ci fosse ancora speranza per la salvezza di questo infelice. Ma il moribondo, vedendolo pregare gli dice: ” Padre mio, smetti di pregare; il buon Dio non ti esaudirà mai a mio riguardo, i demoni sono al mio fianco; non aspettano che il momento della mia morte, che non tarderà, per trascinarmi nell’inferno dove brucerò per tutta l’eternità”. All’improvviso, preso da terrore gridò: “Ah! padre mio, il demonio mi afferra; addio, padre mio, ho disprezzato i tuoi consigli e per questo sono dannato”. Dicendo questo, vomitò la sua anima maledetta nell’inferno…

Il superiore se ne andò versando copiose lacrime sulla sorte di questo povero infelice, che, dal letto era cascato nell’inferno. Ahimè! fratelli miei, quanto è grande il numero di questi profanatori, di quei cristiani che hanno perso la fede a causa dei tanti sacrilegi commessi. Ahimè! fratelli miei, se vediamo tanti cristiani che non frequentano più i sacramenti, o che non li frequentano se non molto raramente, non andiamo a cercare altri motivi che i sacrilegi. Ahimè! quanti altri cristiani ci sono che, lacerati dai rimorsi della loro coscienza, sentendosi colpevoli di sacrilegio, attendono la morte, vivendo in uno stato che fa tremare il cielo e la terra. Ah! fratelli miei, non continuate oltre; voi non vi trovate ancora nella situazione sciagurata di quell’infelice dannato di cui abbiamo parlato poc’anzi, ma chi vi assicura che, prima di morire, non sarete anche voi abbandonati da Dio al vostro destino, come lui, e gettati nel fuoco eterno? O mio Dio, come si fa a vivere in uno stato così spaventoso? Ah! fratelli miei, siamo ancora in tempo, torniamo indietro, andiamo a gettarci ai piedi di Gesù Cristo, riposto nel sacramento adorabile dell’Eucaristia. Egli offrirà di nuovo i meriti della sua morte e della sua passione al Padre suo, in nostro favore, e così saremo sicuri di ottenere misericordia. Sì, fratelli miei, possiamo essere certi che, se avremo un grande rispetto per la presenza di Gesù Cristo nel Sacramento adorabile dei nostri altari, otterremo tutto ciò che desideriamo. Poiché, fratelli miei, si fanno tante processioni dedicate all’adorazione di Gesù Cristo nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, per ripagarlo degli oltraggi che riceve, seguiamolo in queste processioni, camminiamo dietro di lui con lo stesso rispetto e devozione con cui i primi cristiani lo seguivano nelle sue predicazioni, allorché espandeva ovunque, nel suo passaggio, ogni sorta di benedizioni. Sì, fratelli miei, noi possiamo constatare, per mezzo di numerosi esempi che la storia ci offre, come il buon Dio punisce i profanatori della presenza adorabile del suo Corpo e del suo Sangue. Si narra che un ladro, essendo entrato di notte in una chiesa, trafugò tutti i vasi sacri in cui erano custodite le sante ostie; poi le condusse in un luogo, una piazza, presso Saint-Denis. Giunto là, volle controllare di nuovo i vasi sacri, per vedere se fosse rimasta ancora qualche ostia.

Ne trovò ancora una che, appena il vaso venne aperto, volò in aria, volteggiando attorno a lui. Fu proprio questo prodigio che fece scoprire il ladro alla gente, che lo fermò. L’abate di Saint-Denis fu avvertito e a sua volta informò del fatto il vescovo di Parigi. La santa Ostia era rimasta miracolosamente sospesa nell’aria. Allorché il vescovo, essendo accorso con tutti i suoi preti e con numerose altre persone, giunse in processione sul posto, la santa Ostia andò a posarsi nel ciborio del prete che l’aveva consacrata. In seguito fu portata in una chiesa dove fu istituita una messa settimanale in ricordo di questo miracolo.

Adesso ditemi, fratelli miei, che volete di più per sentire in voi un grande rispetto per la presenza di Gesù Cristo, sia che ci troviamo nelle nostre chiese, sia che lo seguiamo nelle nostre processioni? Veniamo a Lui con una grande fiducia. Egli è buono, è misericordioso, ci ama, e per questo siamo certi di ricevere tutto ciò che gli domandiamo. Però dobbiamo possedere l’umiltà, la purezza, l’amore di Dio, il disprezzo della vita…; stiamo bene attenti a non lasciarci andare alle distrazioni… Amiamo il buon Dio, fratelli miei, con tutto il nostro cuore, e così possederemo il nostro paradiso in questo mondo!

Dio parla a Santa Caterina da siena: “Io sono il Sommo Bene remunero ogni bene e punisco ogni colpa!” “L’eucaristia, i sacerdoti buoni e quelli indegni”

 

DAL DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA di SANTA CATERINA DA SIENA

 

Il sole eucaristico

Questa è la grandezza data atutte le creature dotate di ragione; ma fra queste ho eletto i miei ministri per la vostra salvezza, affinchè per mezzo loro vi fosse somministrato il Sangue dell’umile e Immacolato Agnello, l’Unigenito mio Figlio. A costoro ho dato di amministrare il Sole, donando loro il lume della scienza, il calore della divina Carità e il colore unito al calore ed alla luce,cioè il Sangue e il Corpo del Figlio mio! Questo Corpo è un Sole, perchè è una cosa sola con me, che sono il Sole vero. Tanto è unito a me, che l’Uno non si può separare nè dividere dall’Altro, come avviene del sole il cui calore è indivisibile dalla luce, e la luce dal calore, grazie alla loro perfetta unione! (…) Io sono quel Sole, Dio Eterno dal quale procede il Figlio e lo Spirito Santo.

Dello Spirito Santo è proprio il fuoco; del Figlio è propria la Sapienza; in questa Sapienza i miei ministri ricevono un lume di grazia perchè somministrano questo stesso Lume con la Luce che ne proviene e con gratitudine per il beneficio ricevuto da me, Padre Eterno, seguendo la dottrina di questa Sapienza, l’Unigenito Figlio mio! Questo Lume ha in sè il colore della vostra umanità…(…) A chi l’ho dato da amministrare? Ai miei ministri nel corpo mistico della santa Chiesa, affinchè aveste vita attraverso il dono del Suo Corpo in Cibo e del Suo Sangue in bevanda. (…)

Nell’Eucarestia è tutto Dio e tutto Uomo.

E come il sole non può dividersi, così nella bianchezza dell’Ostia Io sono tutto unito: Dio e uomo! Se l’Ostia si spezzasse e fosse possibile farne migliaia di frammenti, in ciascuno è tutto Dio e tutto uomo, come ho detto! Come lo specchio può andare in frantumi, e tuttavia non si divide l’immagine che si vede in ogni suo pezzo, così anche dividendo questa Ostia non vengo diviso Io, tutto Dio e tutto uomo, ma sono tutto in ciascuna parte! (…)

113. (…) Essi sono i consacrati da Me, ed Io li chiamo i miei “cristi” perchè ho dato loro me stesso da amministrare per voi, ponendoli come fiori profumati nel corpo mistico della santa Chiesa….”

Dialogo, pag.276:

I Ministri buoni

119. Ma ora voglio dare ristoro alla tua anima, mitigando il dolore provocato dalle tenebre di questi sudditi miserabili; ti mostrerò la santa vita dei miei ministri, dei quali t’ho detto che hanno la condizione perfetta del sole: essi mitigano il fetore del peccato con il profumo delle loro virtù e rischiarano le tenebre con la loro luce; con questa luce vorrò, poi, che tu meglio conosca anche la tenebra e i difetti di quei miei ministri ai quali ho già accennato. Perciò apri l’occhio dell’intelletto e guarda in me, sole di giustizia, e vedrai i gloriosi ministri che hanno assunto la condizione del sole per averlo bene elargito.

Come ti dissi di Pietro, il principe degli Apostoli che ricevette le chiavi del regno dei cieli, così ti parlo degli altri che nel giardino della santa Chiesa hanno amministrato il lume, cioè il Corpo e il Sangue del Figlio mio Unigenito, Sole unito a me e non da me diviso, come t’ho spiegato, e tutti i Sacramenti della santa Chiesa – i quali tutti, hanno valore e vita in virtù del Sangue sparso – ognuno di essi collocato con diverso grado, secondo il suo stato, ad amministrare la Grazia dello Spirito Santo. Con che cosa l’hanno amministrato? Con il lume della Grazia che hanno ricevuto dal lume di Verità!

Se mi chiedi: ” Questo lume è solo?”, rispondo che non è solo, in quanto il lume di grazia non può essere né solo né diviso; è necessario che lo si riceva tutto, diversamente non lo si riceve affatto. Chi è in peccato mortale viene perciò stesso privato del lume della Grazia; chi invece è in stato di grazia, ha l’occhio dell’intelletto illuminato nella conoscenza di Me, che gli ho data la Grazia e la virtù con cui la grazia si conserva; perciò costui in quel lume conosce la miseria del peccato e la sua causa, che è l’amor proprio sensitivo, e per questo lo odia. Grazie a questo santo odio egli riceve nel suo cuore il calore della Divina Carità, perché l’affetto segue l’intelletto! (…)

Perciò con il loro calore fanno germogliare le anime sterili illuminandole col lume della scienza. Con la loro vita santa e ordinata scacciano le tenebre dei peccati mortali e delle altre infedeltà, e portano ordine nella vita di chi viveva disordinatamente nelle tenebre del peccato e nel gelo della mancanza della carità. Vedi, dunque, come essi sono sole, perché hanno assunta la condizione perfetta del sole da Me, Sole vero, infatti una cosa sola con me ed Io con loro per slancio puro d’amore, come in altri luoghi ti ho spiegato. (Gv. 17, capitolo intero)

Ognuno di loro ha illustrato la santa Chiesa, secondo lo stato al quale Io l’ho eletto: Pietro con la predicazione, la dottrina e il martirio del sangue; Gregorio con la scienza e con santi scritti, e con vita di specchiata virtù: Silvestro soprattutto con le dispute contro gli infedeli, testimoniando la santissima fede nelle parole e nelle azioni, e ricevendo da Me ogni sua virtù. Se poi guardi ad Agostino e a Tommaso, a Girolamo e agli altri, vedrai quanta luce hanno effuso su questa Sposa, come lucerne poste sul candelabro, estirpando gli errori, in vera e perfetta umiltà! Come affamati del mio onore e della salvezza delle anime, essi con diletto mangiavano questo Cibo sulla Mensa della santissima Croce; i martiri con il sangue che profumava al mio cospetto, e col profumo del sangue e della virtù e con il lume della scienza, producevano copiosi frutti nella Sposa di Cristo, Figlio mio Unigenito: accrescevano la fede, chi stava nelle tenebre veniva alla luce e in lui risplendeva il lume della fede; i prelati posti in stato di autorità dal Cristo in terra, mi offrivano sacrificio di giustizia, con una vita onesta e santa!

La perla della giustizia risplendeva in loro e nei loro. Con giustizia mi rendevano quanto mi è dovuto, rendendo gloria e lode al mio nome, e a se stessi riserbavano l’odio e disgusto….Con umiltà schiacciano la superbia e si presentavano alla Mensa dell’Altare come angeli; in purezza di cuore, arsi nel fuoco della carità! E poiché prioma avevano fatta giustizia di se stessi, perciò esercitavano giustizia verso i sudditi, desiderando vederli vivere virtuosamente e correggendoli senza alcun timore servile, in quanto non avevano mira di se stessi: così erano buoni pastori, seguaci del Buon Pastore che è la mia Verità, da me donatavi affinchè vi governasse quali sue pecore, e che volli desse la Sua vita per voi…(Gv.10,11). Costoro hanno seguito le Sue orme, Figlio mio Unigenito; perciò si preoccuparono di correggere e di non lasciare imputridire le membra del Corpo Mistico per mancanza di correzione, ma correggevano caritatevolmente…Questi erano i veri lavoratori dell’orto del Signore….(…) Perciò Io voglio che tu sappia che se nel mondo tra secolari e religiosi, tra chierici e pastori della santa Chiesa, è sopravvenuta tanta tenebra, ciò ha una sola causa: è venuto a mancare il lume della giustizia e si è diffusa il lume dell’ingiustizia…

 

I ministri indegni…

121. Ora fa attenzione, carissima figlia, perchè ti voglio mostrare la vita scellerata di alcuni di loro, e parlartene affinchè tu e gli altri miei servi abbiate più motivi per offrirmi umili e continue preghiere per loro. Da qualsiasi lato tu ti volga, secolari e religiosi, chierici e prelati, piccoli e grandi, giovani e vecchi, e gente d’ogni specie, altro non vedi che le offese ch’essi m’arrecano; e da tutti si eleva un fetore di peccato mortale. Questo fetore a me non porta alcun danno, nè può nuocermi, ma molto danno fa a loro stessi….

(apro un inciso: Caterina da Siena prosegue con una descrizione e un quadro generale delle miserie morali di parte del clero dei suoi tempi; un quadro crudo e doloroso. Gli studiosi degli scritti cateriniani non trovano un caso che queste pagine siano state precedute dall’elogio di alcuni santi, Padri della Chiesa e Papi e dal rispetto che, comunque sia, il credente deve ai ministri di Dio. Lo scopo di Caterina è la riforma della Chiesa anche attraverso le preghiere e i sacrifici dei fedeli i quali li vuole coinvolti non perchè giudichino, ma per aiutare spiritualmente e fraternamente la santa Chiesa. Perciò il suo Amore per la Chiesa rimane inalterato, anzi, ne riceve maggior stimolo e di offerta di sè stessa per la sua riforma e di specchio per i viandanti…)

Riprendiamo il Dialogo:

Sino ad ora t’ho parlato della eccellenza dei miei ministri, e delle virtù di quelli buoni, per ristorare la tua anima; ma anche perchè tu possa meglio conoscere la miseria di quelli cattivi e vedere quanto maggior punizione meritano e intollerabili pene, allostesso modo in cui gli eletti a me carissimi meritano maggior premio: l’opposto accadrà a questi miserabili, chè ne riceveranno pene crudeli!

Figlia mia, ascolta con dolore e amarezza di cuore! dove essi hanno posto il loro principio e che cosa considerano loro fondamento? l’hanno posto nell’amor proprio, nell’amore di se stessi, donde è germogliato l’albero della superbia, madre della indiscrezione. Poichè, infatti, sono senza discrezione, attribuiscono a se stessi l’onore e la gloria andando in cerca di gradi elevati, amando gli ornamenti e con ciò mi arrecano offesa e vergogna! E attribuiscono a se stessi ciò che non appartiene a loro, mentre danno a me quello che non è mio; a me infatti si deve l’onore e la gloria, e lode al mio Nome; a loro si deve l’odio della propria sensualità e la vera conoscenza di sè, che si ottiene quando ci si reputa indegni del grandissimo ministero ricevuto da me; essi invece fanno al contrario….

E’ per questa miserabile superbia e avarizia, generata dall’amore sensitivo, ch’essi hanno negletta la cura delle anime, buttandosi alla sola cura delle cose temporali, e lasciando le mie pecorelle, quelle che Io ho affidato alle loro mani, abbandonate e senza pastore…(Mt.9,36) Così le lasciano senza pascolo e senza nutrimento, nè spirituale, nè temporale. Spiritualmente essi somministrano sì, i sacramenti della santa Chiesa – i quali non possono essere nè tolti, nè sminuiti nella loro potenza da nessun loro difetto – ma non vi alimentano con preghiere che vengono dal loro cuore, nè vi nutrono con la fame e con il desiderio della vostra salvezza, conducendo una vita onesta e santa….(…)

Guai, guai alla loro misera vita! Quel che il Verbo, Unigenito Figlio mio, acquistò con tanta sofferenza sul legno della santissima Croce, essi lo buttano con pubbliche meretrici. Divorando le anime riscattate dal Sangue di Cristo, miserabilmente straziandole in molti e diversi modi……O templi del demonio, Io vi ho scelti affinchè foste come angeli in terra durante questa vita, e voi vi siete fatti demoni e ne avete preso l’ufficio suo! I demoni distribuiscono le tenebre che sono loro proprie e somministarno sofferenze tormentose; sottraggono anime alla Grazia con molteplici molestie e tentazioni di varia natura: benchè nessun peccato può toccare l’anima che non lo voglia, i demoni fanno di tutto perchè l’anima vi cada.

(apro una riflessione: faccio mia la sofferenza di Caterina da Siena alla luce di queste rivelazioni…pensando alla mia epoca, oggi, quando sento dire da molti sacerdoti che il diavolo non esiste…..Disse un santo nel ‘700 che l’opera più grande che il diavolo era riuscito a fare è stata quella di “far credere all’uomo di non esistere” e così lui agisce indisturbato….Argomento scottante e attuale…se si pensa che il Dialogo è stato dettato poco dopo il 1300….)

Riprendiamo il Dialogo, leggiamo ancora:

Così questi miserabili, indegni d’essere chiamati ministri, sono diventati demoni incarnati poichè per loro colpa si sono conformati con la volontà del demonio e se ne assumono i compiti all’atto in cui somministrano me, vero Lume, giacendo essi nelle tenebre del peccato mortale; e somministrano l’oscurità della loro vita disordinata e scellerata ai loro sudditi e alle altre creature dotate di ragione! In tal modo generano confusione e sofferenza nelle menti delle creature che li vedono in tal disordine.

E’ anche vero che chi li segue non è esente dalla colpa, dal momento che nessuno è costretto a colpa di peccato mortale, nè da questi demoni visibili, nè da quelli invisibili! Perciò nessuno guardi alla loro vita, nè imiti quel che fanno, ma come siete stati avvertiti dal mio Vangelo, ognuno faccia quel che essi dicono…(Mt.23,3), cioè, metta in atto la dottrina datavi nel corpo mistico della santa Chiesa, pervenutavi attraverso le Sacre Scritture per mezzo dei suoi annunciatori, e non consideri i guai che essi meritano, nè imiti la loro strafottenza, e nemmeno li punisca, perchè punendoli, si offenderebbe Me. A loro lasciate la loro malvagità, da loro prendete la dottrina perchè non permetto che essa sia toccata nemmeno dai demoni, lasciate a me la loro punizione: Io sono il Sommo Bene remunero ogni bene e punisco ogni colpa!

Nè sarà loro risparmiata la mia punizione a causa della dignità che deriva dall’essere miei ministri: anzi, se non si correggeranno, saranno puniti ancor più duramente degli altri poichè, come è già spiegato nel mio Vangelo, richiederò a ciascuno i talenti che ho loro donati!

Gesù dice : “Per entrare in cielo bisogna farsi violenza.” (cfr. Mt 11, 12) “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.” (Lc 9)

 

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano! (Matteo 7,13-14)

 

 

IL GRANDE SEGRETO

PER DIVENTARE SANTO

 

San Luigi Maria Grignon di Monfort

 

Alcuni pezzi del libro:

 

Violenza a se stesso

 

73. 3) Bisogna sradicare e troncare i cardi e le spine, che potrebbero soffocare questo Albero o impedirgli di produrre il suo frutto: bisogna, cioè, essere fedele a tagliare e troncare, con la mortificazione e la violenza a se stesso, tutti i piaceri inutili e le occupazioni vane con le creature; in altre parole, crocifiggere la carne, osservare il silenzio, mortificare i sensi.

 

Niente amor proprio

74. 4) Bisogna che i bruchi non lo danneggiano. Questi bruchi sono l’amore di se stesso e delle proprie comodità; essi mangiano le foglie verdi e distruggono le belle speranze che l’Albero dava di produrre frutti: poiché l’amor proprio e l’amor di Maria non si accordano affatto.

 

Orrore del peccato

75. 5) Bisogna tenere lontano le bestie, che sono i peccati, i quali potrebbero seccare l’Albero della Vita con il solo loro contatto; bisogna che nemmeno lo sfiori il loro alito, cioè i peccati veniali, che sono sempre pericolosissimi, qualora non se ne abbia dispiacere.

 

Facoltà agli esercizi

76. 6) Bisogna innaffiare continuamente quest’Albero divino con Messe, Comunioni ed altre preghiere pubbliche o private, altrimenti esso non darebbe più frutti.

 

Pace nelle prove

77. 7) Non bisogna crucciarsi se quest’Albero è agitato e scosso dal vento; perché occorre che il vento delle tentazioni lo investa per farlo cadere, e le nevi ed i ghiacci lo circondino per farlo morire; il che significa; il che significa che questa devozione a Maria Vergine sarà necessariamente combattuta e contraddetta; ma purché si sia costanti nel coltivarlo, nulla si deve temere.

 

Il frutto dell’Albero della vita è l’amabile ed adorabile Gesù

78. Anima predestinata, se coltiverai in tal modo il tuo Albero della Vita, di recente piantato nella tua anima dallo Spirito Santo, io ti assicuro che in poco tempo esso crescerà così in alto, che gli uccelli del cielo vi abiteranno, e diverrà così perfetto, che infine a tempo opportuno darà il suo frutto di onore e di grazia, cioè l’amabile ed adorabile Gesù, che fu e sarà sempre l’unico frutto di Maria.

Felice l’anima in cui è piantata Maria, l’Albero della Vita; più felice quella in cui Maria ha potuto crescere e fiorire; felicissima quella in cui Maria produce il suo frutto: ma fra tutte felicissima quella che gusta e conserva questo frutto fino alla morte e nei secoli dei secoli. Amen.

Beata Elisabetta della Trinità : “Non c’è che una via, quella della croce. Fuori di questa, non c’è salvezza. Ma ciò costa alla natura.E’ duro mortificare i sensi, romperla con le cattive abitudini …” ” Bisogna morire con Cristo, cioè morire a tutto per non vivere che di Lui”

 

 ” Dio in me, io in lui ” , sia questo il nostro motto!

 

PENSIERI DI BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA’:

1. Umile Gesù, divino esemplare, sarò fedele agnello del tuo gregge, ti seguirò portando la mia croce, non ascoltando che la tua parola!

2. Senza di te, lo sai, non valgo niente, ma se tu mi fortifichi, Signore, sarò capace di ogni sacrificio.

3. Della tua fiamma incandescente e pura brucia l’anima mia, Spirito Santo, consumala nel tuo divino amore!

4. Incrollabile è la mia fiducia nella tua divina Provvidenza… Gesù, a te completamente m’abbandono.

5. Profonda solitudine, lontana dai rumori del mondo, come in alto l’ani ma mia sollevi, fino ai cieli!

6. La preghiera è il vincolo delle anime.

7. Che tristezza lasciare il tabernacolo, congedarsi dall’Ospite divino! Ma sei sempre con me, sei nel mio cuore … unico mio Diletto.

8. Oggi ho avuto la gioia di offrire a Gesù molti sacrifici per vincere il mio difetto predominante. Mi sono costati tanto e riconosco perciò tutta la mia debolezza.

9.Come è breve la vita! E’ un attimo. Il bambino, vedendo i capelli bianchi del vecchio, le sue spalle curve, si chiede: quando sarò anch’io così ? E quel giorno gli sembra tanto lontano. In realtà la vita è come un torrente impetuoso verso un immenso oceano… verso l’eternità.

10. Quanto desidero di riportare anime a Gesù! Darei la mia vita solo per contribuire al riscatto di una di quelle anime che Gesù ha tanto amato.

11. O Gesù, mio amore, mia vita, mio Sposo diletto, la tua croce, ti supplico, dammi la tua croce, voglio portarla insieme con te. Tu hai sofferto abbastanza per me, voglio ora consolarti. Mi carico dei peccati del mondo. Non vedere che me, non colpire che me!

12. Troveremo la sorgente della pietà nella santa Comunione, da cui attingeremo luce e forza.

13. Tu sai, Gesù, quanto desidero progredire per essere da te più amata. Sì, mio Gesù, sono gelosa del tuo amore e, per parte mia, ti amo tanto che, in certi momenti, mi sembra di morire!

14. Mio Dio, voi sapete che se io soffro, se soprattutto desidero soffrire tanto, non è perchè penso alla mia eternità, ma solo per consolarvi, per ricondurre a voi le anime, per mostrarvi il mio amore.

15. Quando ricevo un’osservazione ingiusta, mi sento come ribollire il sangue nelle vene, tutto il mio essere si ribella! … Ma Gesù è con me, odo la sua voce in fondo al cuore, e allora mi sento disposta a sopportare tutto per amore di lui.

16. Poiché mi è quasi impossibile impormi altre sofferenze, devo pure persuadermi che la sofferenza fisica e corporale non è che un mezzo, prezioso del resto, per arrivare alla mortificazione interiore e al pieno distacco da se stessi.

17. Farò tutti gli sforzi per essere fedele a questa mia decisione di rinunciare sempre a me stessa. Non è sempre così facile, ma con te, o Gesù, mia forza, mia vita, non è forse sicura la vittoria?

18. Con quanto slancio ho pregato, supplicato Dio onnipotente per i poveri peccatori! Con quanta passione gli ho rinnovato il sacrificio della mia vita, offrendomi in olocausto, a somiglianza di Gesù, mio Sposo diletto!

19. Bisogna amare le anime, ricercarle con vera passione. E’ grande la loro bellezza. Se avessimo visto la bellezza di un’anima pura, crederemmo di aver visto Dio.

20. Chiedete e riceverete. La preghiera è infallibile, bisogna pregare.
Dio lo ha detto formalmente. Non è un consiglio, ma un ordine.

21. Dio è buono. Anche la nostra anima è dotata di una squisita bontà. Sa amare, donarsi, sacrificarsi.

22. La vita possiamo riassumerla così: molti dolori, molte lacrime, molte illusioni, la speranza di una felicità sempre attesa e mai raggiunta. Tuttavia ci si attacca a questa vita. Che pazzia!

23. Ho tanta sete di soffrire, di ricondurre anime a Dio. Sono avida di sacrifici e benedico tutti quelli che incontro nel corso delle mie giornate.

24. La morte viene a colpirci nel momento che meno ce l’ aspettiamo.
Dio stesso l’ha detto. Quante morti improvvise! Domani, questa notte, ci risparmierà. la morte come ha fatto oggi?

25. La penitenza è una tavola di salvezza che Gesù ci porge nel mare di questa vita. Afferriamoci ad essa!

26. Che la mia vita sia d’ora in poi un tormento continuo,. ma possa consolarti, o Gesù, e dimostrarti tutto il mio amore. Le anime, le anime! Che io possa conquistarne tante. “O soffrire, o morire! “.

27. La preghiera è così potente sul cuore di Dio! Pregare con perseveranza, senza scoraggiarsi, anche se dovessimo morire senza essere esauditi.

28. Spesso una buona parola, mormorata a proposito, può fare tanto bene. Non trascuriamo mai di dirne una, se si presenta l’occasione.

29. Se il cattivo esempio è cosa tanto terribile e funesta, quanto bene può fare il buon esempio! E’ più eloquente d’ogni predica. Spesse volte, quanti si sono convertiti a contatto con persone sante, fossero pure delle donnette!

30. Stiamo pronti sempre, per non temere la morte, per poterla anzi invocare a gran voce come la liberazione definitiva da questa terra d’esilio e l’inizio dell’unione eterna con Dio, che amiamo al di sopra di tutto.

31. L’ impurità. è il vizio più vergognoso, quello che più dispiace a Gesù. Grazie, mio Diletto, d’ aver conservato puro questo cuore, che è tutto tuo ! Maria, madre mia, vegliate sempre su di me!

32. La sofferenza è la scala che ci conduce a Dio, al cielo.

33. Il timore è l’inizio della sapienza, ma colui che agirà solo per timore, non farà. un passo avanti in questa virtù. Bisogna pensare all’amore, alla misericordia di Dio.

34. Questo mondo non può soddisfarmi. Languisco, soffro, piango, perché cerco te, mio Diletto.

35. Quale attrattiva nella sofferenza, quando si accetta e si desidera! Che abbondante sorgente di merito ! Non esiste una via più sicura della croce. Dio stesso l’ha scelta.

36. Se la preghiera è una cosa tanto bella e consolante, se lavorare per Iddio è ammirevole, nulla tuttavia può eguagliare il merito e la bellezza della sofferenza. In essa non vi è traccia di amor proprio.

37. La carità è indispensabile. Il cristiano si riconosce dalla sua carità.

38. Dio ci ha indicato le armi contro la tentazione: Vegliate e pregate!

39. Come è difficile sopportare i differenti caratteri! Un santo ha detto che questo è il fiore della carità.

40. L’anima che medita ha la salvezza assicurata. La meditazione consiste nel riflettere stando alla presenza di Dio, e il demonio fa di tutto per distoglierne le anime. Egli sa bene quanto è efficace questo mezzo per avanzare nelle virtù.

41. Quante persone “devote”, che al mattino fanno la Comunione e poi cadono in giudizi temerari e in ogni sorta di maldicenze, più o meno abilmente celate !

42. Mi piace vedere la Madonna nell’atto di contemplare il suo Gesù morto e giacente tra le sue braccia. Che cosa non ha sofferto questo cuore di Madre?

43. Non c’è che una via, quella della croce. Fuori di questa, non c’è salvezza. Ma ciò costa alla natura.

E’ duro mortificare i sensi, romperla con le cattive abitudini …

44. L’umiltà è la sorgente delle grazie. Colui che si crede vile e miserabile, Dio lo colma dei suoi favori.

45. Lo Scapolare è l’insegna di Maria. Un’anima che lo porta e che, bene inteso, fa tutti gli sforzi per salvarsi, non può cadere nell’inferno, è impossibile.

46. Gesù mi vuole tutta per se, per amare, pregare, soffrire.

47. Si deve sentire, entrando nelle nostre case, che Dio vi è presente, che egli vi è amato e rispettato.

48. Essere umili significa essere molto amati da Gesù. I superbi non li può vedere. Ciò lo possiamo comprendere riflettendo all’antipatia che ci ispirano le persone altezzose e soddisfatte di sé. Il mondo non le può sopportare e le critica. Neppure Dio le può amare.

49. L’anima abituata al peccato veniale finisce per non scorgere più il limite che la separa dalla colpa grave.

50. La pietà deve essere guidata dall’amore e non dal timore. Si lavora sempre con passione per colui che si ama.

51. Non scoraggiarsi mai. E’ più difficile liberarsi dallo scoraggiamento che dal peccato. Non inquietarsi se non si costatano progressi nello stato della propria anima. Spesso Dio permette questo per evitare un sentimento di orgoglio. Egli sa vedere i nostri progressi e contare ogni nostro sforzo.

52. Il Rosario è la catena che ci unisce a Maria. Con la pratica della recita del Rosario… Maria ci tende la mano Maria dirige la nostra barchetta sulle onde agitate di questa vita… siamo sicuri di arrivare al porto della salvezza eterna.

53. Dobbiamo assistere alla santa Messa con i sentimenti che avrebbero riempito il nostro cuore sul Calvario.

54. Come vorrei farti dimenticare, o Signore, con la piena del mio amore,tutte le ingratitudini del mondo! .Non sentirti solo, io t’amerò per quelli che ti dimenticano. Lo so, sono troppo povera e cattiva per aspirare a tanto, ma ti amo, o Gesù, ti amo fino alla morte!

55. L’ Eucaristia è il colmo dell’amore divino. Qui Gesù non ci dà solo i suoi meriti e i suoi dolori, ma tutto se stesso.

56. Ti renderò amore per amore, sangue per sangue, o mio Sposo diletto!
Sei morto per me, ebbene, ogni giorno
morirò a me stessa, ogni giorno affronterà nuove sofferenze, ogni giorno sopporterà un nuovo martirio. Tutto per te, solo per te, che amo tanto!

57. Guardo il mondo, gli oggetti del mondo come cose tra le quali devo solo passare, non vi attacco per nulla il cuore.

58. Quando qualcosa mi costa, quando resto esitante, Gesù insiste in modo che mi è impossibile opporgli un rifiuto.

59. Non bisogna essere egoisti nei nostri affetti!

60. Quando penso a tutte le mie debolezze, alla mia tiepidezza verso di te, la tua bontà mi confonde. Piango allora, o Gesù, ma quelle lacrime sono così dolci!

61. Che io non cerchi nulla fuori di te, o Gesù,perchè tu solo puoi contentare il mio cuore.

62. Solitudine e silenzio … Al di dentro si può sempre essere così, perché quando il cuore è preso, nulla al mondo potrebbe distrarlo. I rumori sfiorano la superficie, nel profondo non c’è altri che Gesù.

63. Che bella cosa pregare l’uno per l’altro, darsi appuntamento presso il buon Dio, dove non esiste più ne distanza ne separazione!

64. Mio Diletto, mentre i carnefici foravano i tuoi piedi e le tue mani, mentre subivi mille torture sulla croce, vedevi le mie colpe senza numero e tutte le mie infedeltà!

65. Ci sono delle cose che pedono il loro profumo non appena sono esposte all’aria. Così ci sono dei pensieri intimi che non possono tradursi nel linguaggio della terra senza perdere subito il loro significato profondo e celeste.

66. Mio Gesù, riceverti ogni giorno, e poi, da una Comunione all’altra vivere unita a te. Oh, quest’intimità è il paradiso sulla terra!

67. La preghiera deve essere umile, fiduciosa, perseverante, continua. Sì,
continua,perchè offrendo tutte le nostre azioni a Dio, non operando che per lui, vivendo nell’unione con nostro Signore, anche le azioni più semplici diventano
meritorie davanti a Dio.

68. Sento in questo istante suonare le campane e mi sembra che m’invitino a salire più in alto, al di sopra di questa terra, nelle regioni infinite dove non c’è che Dio.

69. Cristo è la sorgente, andiamo a dissetarci presso il nostro prediletto.
Lui solo può saziare il nostro cuore.

70. Signore, che la mia vita sia un’orazione continua, che nulla mai possa distrarmi da te, ne le preoccupazioni, ne i piaceri, ne la sofferenza. Che sia inabissata in te, che faccia tutto sotto il tuo sguardo.

71. Restiamo in raccoglimento accanto a Colui che è, accanto all’Immutabile, la cui luce risplende sempre su di noi. Noi siamo coloro che non sono.

72. ” Amore “. Questa parola racchiude, mi sembra, tutta la santità. Amiamolo dunque il nostro Diletto, ma di un amore calmo e profondo!

73. Come è bello perdersi, sparire in Dio! Si sente bene che non si è più che uno strumento, che è lui che agisce, che è tutto.

74. E’ duro far soffrire quelli che si amano, ma è per Gesù. Se egli non mi sostenesse, in certi momenti mi domando che cosa diventerei; ma egli è con me e con lui si può tutto.

75. Che sistemi Iddio tutte le cose secondo il suo beneplacito, non voglio che quello che lui vuole, non desidero che quello che lui desidera. Non gli chiedo che una cosa: amarlo con tutta l’anima, ma di un amore vero, forte, generoso.

76. Non ci resta che fare il vuoto, staccarci da tutto perchè non ci sia che Cristo, lui solo … e non siamo più noi a vivere, ma lui viva in noi. Ai piedi della croce si sente così bene questo vuoto delle creature, questa sete infinita di lui.

77. La festa di Natale parla tanto all’anima e mi sembra che inviti a morire a tutto per rinascere ad una vita nuova, una vita tutta d’amore. Oh, se potessi essere piccola come Gesù e poi crescere al suo fianco mettendo i piedi sulle orme dei suoi passi divini!

78. Anche in mezzo al mondo si può ascoltare Dio nel silenzio di un cuore che non vuole essere che suo.

79. Fare la volontà del Signore è ciò che vi è di più bello.

80. Mi sembra che nulla possa distrarre da Dio quando non si agisce che per lui, sempre sua sua santa presenza, sotto quello sguardo divino che penetra nel più intimo dell’anima.

81. O dolce vita nella Trinità, tutta luce, tutta amore!

82. Gesù appare sempre di più al mio pensiero come l’aquila divina. Noi siamo la preda del suo amore. Ci afferra, ci pone sulle sue ali e ci porta lontano ad altezze sublimi dove l’anima e il cuore amano perdersi! Lasciamoci prendere e portare dove egli vuole.

83. Bisogna morire con Cristo, cioè morire a tutto per non vivere che di lui.

84. Unire, identificare la nostra volontà con quella di Gesù: allora si è sempre felici, sempre contenti.

85. Lasciamoci crocifiggere con il nostro Diletto. E’ così bello soffrire per lui! Attraverso questa sofferenza cresce in noi la sua somiglianza. così gli restituiamo un po’ di amore e non c’è cosa più bella che dare qualche cosa a chi si ama.

86. ” Dio in me, io in lui “, sia questo il nostro motto.

87. Che importa il sentimento ? Forse Dio è anche più vicino quando meno lo sentiamo. E’ qui, nel fondo dell’anima, che amo cercarlo. Preoccupiamoci di non lasciarlo mai solo e che la nostra vita sia una continua preghiera.

88. E’ là, ai piedi della croce, che ci si sente la fidanzata di Cristo. Tutte le oscurità, tutte le nostre sofferenze finiscono per attaccarci al nostro unico Tutto. Ci purificano l’anima per condurci all’unione.

89. In cielo non potremo più soffrire per colui che amiamo. Approfittiamo perciò ora di ognuna delle nostre sofferenze per consolare il nostro Diletto!

90. Che gioioso mistero la presenza di Dio dentro di noi, in questo intimo santuario delle nostre anime, dove semprelo possiamo trovare, anche quando non avvertiamo più sensibilmente la sua presenza!

91. Andiamo a Gesù attraverso la pura fede.

92. Quanto grande è la bontà del divino Fidanzato e quanto più viva sembra rifulgere nell’ oscurità della prova ! Si direbbe che proprio allora ci è più vicino, che più intima è l’unione con lui. Non siamo le sue vittime? Egli ci segna con il suggello della croce perchè gli rassomigliamo di più.

93. Certe volte ho nostalgia del cielo. Come vorrei andarmene lassù, accanto a Dio!

94. Non è forse sempre Gesù che ci presenta la gioia e il dolore, la salute o la malattia, la consolazione o la croce? Sì, amiamo, benediciamo la volontà tutta amore che ci manda queste sofferenze.

95. Io lo sento, il Diletto mi chiama a vivere in quelle regioni dove l’uno con lui si consuma.

96. Gesù sia talmente in me che lo si senta avvicinandomi e si pensi a lui! Noi s.iamo le sue ostie viventi, i suoi piccoli cibori.

97. Amiamo, amiamo con quell’amore calmo, generoso, profondo, che non retrocede davanti a nessuna sofferenza, restiamo ai piedi della croce dove ci chiama il nostro Diletto e quando non ne possiamo più, limitiamoci a guardarlo.

98. Il buon Dio non restringe il cuore di coloro che si danno a lui. Al contrario lo dilata. Dietro le grate non si dimenticano quelli che si sono lasciati. Più si è vicini al buon Dio, più si ama.

99. Amo tanto questo mistero della santissima Trinità: è un abisso in cui mi perdo!

100. Rimaniamo unite sempre ai piedi della croce, immobili e silenziose presso il divin Crocifisso, ad ascoltarlo e penetrare tutti i suoi segreti. Ci svelerà tutto, è lui che ci condurrà al Padre.

101. Forse non ci rivedremo mai più sulla terra. Oh, come sarà bello ritrovarsi lassù per non più lasciarci!

102.E’ tanto bello sentire che il nostro unico Tutto è qui con noi, e non c’è che lui, nient’altro che lui.

103. Ho trovato il mio cielo sulla terra in questa cara solitudine del Carmelo dove sono sola con Dio solo. Fo’ tutto con lui e a tutto vado con una gioia divina. O che spazzi, o che la vori, o che sia all’orazione, tutto trovo bello e delizioso,perchè è il mio. Maestro che vedo dappertutto!

104. Dopo la Comunione, possediamo tutto il cielo nella nostra anima, eccetto la visione.

105. Mi piace tanto guardare questa cara Santa [santa Maddalena] ai piedi del Maestro. Oh come è bello restare là silenziosa… e non vedere più e non udire più altro che lui!

106. Il Carmelo non è ancora il cielo, ma non è più neppure la terra. Come è buono Dio ad avermi presa qui!

107. Si può pregare il buon Dio lavorando: basta pensare a lui. Allora tutto diventa dolce e facile,perché non si è soli ad agire, vi è Gesù.

108. Non c’è da temere che la mia felicità passi,perchè Dio ne è l’unico oggetto ed egli non cambia!

109. Tutto è delizioso al Carmelo: si trova il buon Dio al bucato come all’orazione. Non c’è che lui dappertutto! Lo si vive, lo si respira.

110. Tutti i tesori che sono rinchiusi nell’anima del Cristo sono miei. Mi sento così tanto ricca. Con quanta felicità vado ad attingere a questa sorgente per tutti coloro che amo e che mi hanno fatto del bene!

111. Mi metto lì, davanti alla nostra finestrella con il mio Crocifisso e tiro l’ago con ardore, mentre l’anima mia resta accanto a lui.

112. Il cuore della Vergine. E’ un cuore che ha conosciuto tutti i tormenti e tutti gli strazi, eppure seppe conservarsi sempre calmo e forte,perchè appoggiato a quello del Cristo.

113. Non essere più che uno con il buon Dio significa possedere il cielo nella fede, aspettando la visione faccia a faccia.

114. Mi sembra che la mia preghiera sia onnipotente,perchè non sono io che prega, ma il mio Cristo che prega in me.

115. Domando a Dio di rivelarti le dolcezze della sua presenza e di fare della tua anima un santuario in cUi egli possa venire a consolarsi.

116. La fede è il faccia a faccia nelle tenebre.

117. Pur essendo Marta, si può restare come Maddalena sempre accanto al Maestro contemplandol.o con uno sguardo amorosissimo.

118. Offri a Dio tutto quello che ferisce il tuo cuore, confidagli tutto. Pensa che giorno e notte hai qualcuno nella tua anima, che non ti lascia mai sola.

119. Dio è il consolatore supremo e ci ama di un amore che noi non potremo mai comprendere.

120. Gesù dà la sua croce ai suoi veri amici per accostarsi sempre più ad essi.

121. La giornata del giovedl santo, trascorsa vicino a lui, è stata veramente bella e vi avrei passato anche la notte, ma il Maestro ha voluto che mi riposassi. In fondo che importa? Lo si trova tanto nel sonno quanto nell’orazione, perché è lui in tutto, dappertutto e sempre!

122. Dio ha disegni che noi non comprendiamo sempre, ma che dobbiamo adorare.

123. Viviamo con Dio come con un amico, rendiamo viva la nostra fede allo scopo di comunicare con Dio attraverso tutto ciò che fa i santi. Noi portiamo in noi il nostro cielo, poiché colui che sazia i glorificati nella luce della visione, si dà a noi nella fede e nel mistero.

124. Guardiamo troppo a noi stessi, vorremmo vedere e corllprendere, e non abbiamo abbastanza fiuucia in Colui che ci avvolge con il suo cuore.

125. Egli affascina. Egli rapisce. Sotto lo sguardo di Cristo l’orizzonte diviene così bello, così vasto, così luminoso! L’amo appassionatamente e in lui ho tutto! E’ attraverso di lui, al riflesso della sua luce che devo guardare ogni cosa, andare a tutto!

126. Non bisogna arrestarsi davanti alla croce e guardarla in se stessa, ma, raccogliendosi nella luminosità della fede, bisogna salire più in alto e pensare che
essa è lo strumento che obbedisce all’amore di Dio.

127. L’abbandono, ecco ciò che ci affida a Dio. Quando tutto s’ingarbuglia, quando il presente è così doloroso e l’avvenire mi appare più scuro, chiudo gli occhi e mi abbandono come un bambino nelle braccia di quel Padre che è nei cieli.

128. Una carmelitana è un’ anima che ha fissato il Crocifisso, che l’ha visto offrirsi come vittima al Padre per le anime, e raccogliendosi in questa grande visione della carità. del Cristo, ha capito la passione d’amore della sua anima e ha voluto donarsi come lui.

129. Io vorrei essere tutta silenziosa, tutta adorante per poter penetrare sempre più nel Diletto ed essere tanto piena di lui da poterlo donare mediante la preghiera a quelle povere anime che ignorano il dono di Dio!

130. Non c’ è altro legno capace come quello della croce per far divampare nell’anima il fuoco dell’amore!

131. Il Maestro è sempre con te, non lasciarlo mai. Attraverso le tue azioni, le tue sofferenze, anche quando il corpo è spezzato, rimani sotto il suo sguardo; bada al presente, vivendo dentro la tua anima.

132. Gesù ha pianto quand’era sulla terra; unisci le tue lacrime a quelle divine di lui, adora con lui la volontà del Padre che non ferisce se non perché ama.

133. In tutto e per tutto viviamo ogni nostro momento in comunione con questo divino Verbo Incarnato, con Gesù che abita in noi e vuole svelarci ogni suo mistero.

134. Nel silenzio, nella solitudine, in una orazione che non termina mai perché si continua in tutto, la carmelitana vive già come in cielo ” di Dio solo “.

135. Dio è il principio e il vincolo indissolubile di ogni vera e profonda amicizia.

136. Gesù Cristo è sempre vivo in noi, sempre operante nella nostra anima. Lasciamoci costruire da lui e sia l’anima della nostra anima, la vita della nostra vita, affinché possiamo dire con san Paolo: Per me vivere è Cristo.

137. Mi sento immersa nel mistero della carità di Cristo e quando mi metto a guardare indietro, vedo come una divina persecuzione d’amore sulla mia anima.

138. Le nostre anime si uniscono
per consolare il Maestro. Quante offese riceve nel mondo e come è dimenticato! Apriamogli noi la porta e non lasciamolo mai solo in quel santuario che è la nostra anima.

139. Mi sembra che bisognerebbe avvicinarsi tanto al Maestro, avere tanta comunione con la sua anima, accordarsi in tutto ai suoi movimenti e poi andare come lui a compiere la volontà del Padre.

140. Come sarà bello quando il velo cadrà, finalmente, e godremo l’eterno ” faccia a faccia ” con Colui che unicamente amiamo. Nell’attesa vivo nell’amore, mi ci getto dentro e mi ci perdo. E’ l’ Infinito, quell’ Infinito di cui è affamata l’anima mia.

141. Il sacerdote e la carmelitana possono irradiare Dio, donarlo alle anime solo se restano a contatto con le sorgenti divine.

142. Durante la quaresima vorrei, come dice san Paolo: Seppellirmi con Cristo in Dio, perdermi in quella Trinità che sarà un giorno la nostra visione e, sotto il suo divino fulgore, sprofondarmi nell’abisso del mistero.

143. Se siamo fedeli nel vivere della vita del Cristo, se ci immedesimiamo con tutti i moti dell’anima del Crocifisso, con tutta semplicità, allora non abbiamo più da temere le nostre debolezze: egli sarà la nostra forza, nessuno ci potrà separare da lui.

144. Ora non ho più che un desiderio: amare il Crocifisso, amarlo in ogni momento, zelare il suo onore e formare la sua felicità come una vera sposa, renderlo contento preparandogli una dimora e un rifugio nella mia anima dove fargli dimenticare, a forza di amore, tutte le ingiurie e il male della terra!

145. E’ così bella la fede! E’ il cielo nelle tenebre, ma un giorno il velo cadrà e contempleremo nella sua luce Colui che amiamo.

146. Amo tanto la mia cara clausura e qualche volta mi sono domandata se non amassi troppo questa cara celletta dove si sta così bene ” sola con il Solo “.

147. Aspettando il ” Veni ” dello Sposo, bisogna spendersi, soffrire per lui e soprattutto amarlo molto.

148. Dentro di me c’è una solitudine dove Cristo dimora, e questa nessuno me la potrà rapire.

149. Mi sembra che nulla ci dica l’amore che è nel cuore di Dio più dell’Eucaristia. E’l’unione consumata, è lui in noi e noi in lui.

150. Quanto si è felici quando si vive nell’intimità col buon Dio, quando si fa della propria vita un cuore a cuore con lui, un continuo scambio d’amore, quando si sa trovare il Maestro in fondo alla propria anima. Allora non si è più soli mai, si sente il bisogno della solitudine per gioire della presenza dell’Ospite adorato.

151. Avviciniamoci alla Vergine tutta pura, tutta luminosa, affinché ci introduca in colui che essa penetra così profondamente, e la nostra vita divenga così una continua continua comunione, tutta un moto spontaneo verso Dio.

152. Il nostro motto deve essere questa parola di san Paolo: La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio.

153. La salute non le permette di stare occupata. Ma può restare con il Signore. Lo renda vivo con la sua fede, pensi che dimora dentro di lei, gli faccia sempre compagnia.

154. Per me la cella è qualcosa di sacro, è il santuario intimo dello Sposo, nulla che non sia per lui e la sua piccola sposa. Ci stiamo così bene tutti e due. Io taccio e ascolto … Che gioia non udire altra voce che la sua. Io l’amo! E continuo ad amarlo pur tirando l’ago e lavorando in questo ruvido saio che tanto ho desiderato indossare.

155. Dio è così buono che bisogna tutto sperare dal suo amore.

156. Che importa l’occupazione in cui [Dio] mi vuole? Dal momento che egli è sempre con me, l’orazione, il cuore a cuore non può averne fine mai. Lo sento così vivo nella mia anima, non ho che da raccogliermi per incontrarlo dentro di me e qui sta tutta la mia felicità.

157. La Professione [religiosa] nonè che un’aurora ed ogni giorno la mia ” vita di sposa ” mi appare più bella, più luminosa, più immersa nella pace e nell’amore.

158. Compresi che il mio cielo cominciava sulla terra, il cielo della fede, con la sofferenza e l’immolazione per colui che amo.

159. AI Carmelo gustiamo la calma, la pace di Dio. Apparteniamo a lui e stiamo sotto la sua protezione.

160. Gesù ha messo nel mio cuore una sete d’infinito e un bisogno così grande di amare che lui solo lo può saziare. Perciò vado a lui come il bambino alla mamma, affinché egli mi riempia di sé, m’invada, mi prenda e porti fra le sue braccia. Mi sembra che occorra essere semplici così col buon Dio.

161. La Regola è là, dal mattino alla sera, per esprimerci istante per istante, la volontà del buon Dio. Come amo questa Regola, che è la forma nella quale egli mi vuole santa!

162. Come è bello dare quando si ama! ed io l’amo tanto quel Dio che è geloso di avermi tutta per se. Sento tanto amore intorno alla mia anima. E’ come un oceano in cui mi getto e mi perdo.

163. Il sacrificio è un sacramento che ci dà Dio. Egli lo invia a quelli che ama e che vuole vicini a se.

164, Bisogna separarsi da tutto per possedere Colui che è tutto.

165. Noi siamo così deboli, anzi non siamo altro che miseria; ma il Signore lo sa bene, ed ama perdonarci. risollevarci e poi rapirci con se, nella sua purità, nella sua santità infinita.

166. Non ho che da amare Dio e lasciarmi amare, ad ogni istante, in ogni cosa: svegliarmi nell’amore, muovermi nell’amore, addormentarmi nell’amore, con l’anima nella sua anima, il cuore nel suo cuore, gli occhi nei suoi occhi, affinché attraverso il contatto egli mi purifichi, mi liberi dalla mia miseria.

167. Sono ” Elisabetta della Trinità “, cioè Elisabetta che scompare, si perde nei Tre e si lascia invadere da loro.

168. Mi sembra che i santi siano delle anime che ad ogni istante ” si dimenticano “, che si perdono in Colui che amano, senza ritorni su se stesse, senza rimpianti delle creature.

169. Quando viene la sera, dopo un dialogo d’amore che non è mai cessato nel nostro cuore, addormentiamoci ancora nell’amore. Forse vedremo dei difetti, delle infedeltà: abbandoniamole all’amore.E’ un fuoco che consuma. Facciamo così il nostro purgatorio nell’amore!

170. E’così bello essere bambini del buon Dio, lasciarsi portare sempre da lui, riposare nel suo amore.

171. E’ tutta la Trinità. che dimora in noi e sarà la nostra visione nel cielo.

172. Se guardo le cose dal lato terreno, vedo la solitudine ed anche il vuoto, perchè non posso dire che il mio cuore non abbia sofferto. Ma se il mio sguardo rimane sempre fisso su Cristo, mio astro luminoso, allora tutto il resto scompare ed io mi perdo in lui come una goccia d’acqua nell’oceano, in una calma e serenità sconfinata: la stupenda pace di Dio.

173. Lo Sposo divino scava abissi nella mia anima, abissi che lui solo può riempire. Per questo mi conduce dentro un silenzio profondo dal quale non vorrei uscire mai più.

174. C’è tanto da espiare, tanto da domandare e credo che per venire incontro a tante necessità bisogna diventare una preghiera continua ed amare molto: è così grande la potenza di un’anima abbandonata all’amore.

175. Eccomi divenuta una rispettabile zia … Non ho ancora visto la nipotina altro che in fotografia; me la devono condurre al primo raggio di sole ed è per me una gioia adorare la santissima Trinità in questa animuccia divenuta il suo tempio col battesimo: che che mistero!

176. Quale potenza esercita sulle anime l’apostolo che resta sempre unito alla sorgente delle acque vive! Allora la sua anima può traboccare e riversare tutt’intorno la vita senza vuotarsi mai, perchè comunica coll’Infinito.

177. Dio si china su di noi con tutta la sua carità, di giorno e di notte, per comunicarci, infonderci la sua. vita divina allo scopo di trasformarci in creature deificate che lo riflettano dovunque.

178. Lasciamoci invadere dalla linfa divina, che il Maestro sia la vita della nostra vita, l’anima della nostra anima e restiamo consapevolmente, giorno e notte, sotto la sua protezione divina.

179. Mi pare che le anime sulla terra e i glorificati nella luce della visione siano così vicini gli uni agli altri, perchè tutti sono in comunione con uno stesso Dio, con un medesimo Padre, che si dona agli uni nella fede e nel mistero, e sazia gli altri dei suoi splendori divini, ma è pur sempre lo stesso Dio che portiamo dentro di noi.

180. Gesù è il mio tutto, il mio unico tutto. Che gioia, che pace dona all’anima questo pensiero!

181. Non sono mai sola: il mio Cristo è qui, sempre orante in me, ed io mi unisco alla sua preghiera.

182. L ‘anima ha bisogno di silenzio
per adorare.

183. Che cosa vi può essere di più dolce che donare a Colui che si ama?

184. E’ la legge di quaggiù: il sacrificio accanto alla gioia. Il buon Dio vuol ricordarci che ancora non siamo arrivati al termine della felicità, ma vi siamo orientati e lui stesso vuole guidarci nelle sue braccia.

185. Una carmelitana deve essere una silenziosa, ma se la sua penna tace, la sua anima e il suo cuore dimenticano lo spazio per portarsi accanto a quelli a cui essa rimane profondamente unita.

186. E’ qualche cosa di così grande, di così divino la sofferenza! Mi sembra che se i Beati in cielo potessero invidiarci qualcosa, c’invidierebbero questo tesoro. E’ una leva così potente sul cuore del buon Dio!

187. Se tu conoscessi il Maestro, la preghiera non ti annoierebbe più. In realtà. è un riposo, una distensione. E’ un andare con tutta semplicità da colui che si ama.

188. Viviamo d’amore, d’adorazione, d’oblio di noi stessi, in una pace tutta gioia e confidenza, perchè noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio.

189. Gesù è ancora e sempre vivo. Vivo nell’adorabile sacramento del tabernacolo, vivo nelle nostre anime … Poiché vive in noi, teniamogli compagnia come l’amico all’amico!

190. I santi, loro avevano appreso la vera scienza: quella che ci fa evadere dalle cose create, e soprattutto da noi stessi, per lanciarci in Dio e non vivere che di lui!

191. La vita del Carmelo è una comunione con Dio dal mattino alla sera e dalla sera al mattino. Se non fosse lui a riempire le nostre celle e i nostri chiostri, come tutto sarebbe vuoto! Ma noi lo scorgiamo in tutto perchè lo portiamo in noi, e la nostra vita è un cielo anticipato.

192. Il buon Dio talvolta fa attendere, ma la sua provvidenza paterna governa tutto.

193. Cerchiamo di essere per Cristo in certo modo un’umanità supplementare in cui egli possa realizzare tutto il suo mistero. lo l’ho pregato di stabilirsi in me come adoratore, come riparatore, come salvatore e non so dire quanta pace mi dà il pensiero che egli supplisce alle mie impotenze.

194. Se io cado ad ogni istante che passa, Gesù è pronto a rialzarmi e portarmi più avanti nella sua intimità, nell’abisso di quella essenza divina che abitiamo già. per la grazia e nella quale vorrei seppellirmi a tale profondità, che nulla potesse più farmene uscire.

195. Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente per stabilirmi in voi, immobile e’ quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.

196. Sforziamoci di essere delle anime sacrificate! Vale a dire, delle anime sincere nel loro amore.

197. O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi, voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio fissare sempre voi e restare sotto la vostra grande luce.

198. O Spirito d’ amore, scendete sopra di me, aflinche si faccia nella mia anima come un’ incarnazione del Verbo ed io sia per lui un’aggiunta d’umanità nella quale egli rinnovi tutto il suo mistero.

199. Mio Dio, pacificate la mia anima, fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del vostro riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice!

200. Sento la mia impotenza, o mio amato Gesù, e vi chiedo di rivestirmi di voi stesso, di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituirvi a me, affinche la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita.

201. Quando si fissa lo sguardo in questo mondo divino che ci avvolge fin da questo esilio e nel quale possiamo già muoverci, come si dileguano le cose di quaggiù!

202.E’ l’unione tutta intima con il Signore che forma la nostra vita al Carmelo, ne costituisce l’essenza e ci rende tanto cara la nostra solitudine.

203. Ci sono due parole che per me riassumono tutta la santità, tutto l’apostolato: ” unione, amore “.

204. Santifichiamoci per le anime: poiché siamo tutti membra d’un solo corpo, nella misura in cui possediamo la vita divina, potremo comunicarla e diffonderla
nel grande organismo della Chiesa.

205. Chiediamo al Bambino Gesù che ci consumi nella sua fiamma divina, in quel fuoco che è venuto a portare sulla terra.

206. Tutto consiste nel fare la volontà del buon Dio.

207. Perché Dio sia veramente il nostro re, eclissiamoci, dimentichiamoci, siamo soltanto la lode della sua gloria, secondo la bella espressione dell’ Apostolo.

208. Dio è il santo ed abita in noi allo scopo di salvarci, di purificarci, di trasformarci in lui.

209. Mi ha amato e si è sacrificato per me. Mi sembra che tutta la dottrina dell’amore, quello vero e forte, sia racchiusa in queste poche parole.

210. Ama sempre la preghiera… e quando dico la preghiera, non intendo tanto l’imporsi una quantità di preghiere vocali ogni giorno, ma quella elevazione dell’anima a Dio attraverso tutte le cose, che ci mette in una specie di continua comunione con la santissima Trinità, così semplicemente, facendo tutto sotto il suo sguardo.

211. Un’anima unita a Gesù è un vivente sorriso che lo riflette e lo dona.

212. La vita È una sequela di sofferenze e credo che i beati di questo mondo siano coloro che hanno scelto la croce come loro porzione di eredità, e l’hanno fatto per amore di Cristo.

213. Dobbiamo accettare tutto come se ci arrivasse direttamente dalla mano divina del Padre celeste che ci ama e si serve di tutte le cose per unirci più intimamente a lui.

214. Solo per la via della rinunzia si perviene al traguardo divino.

215. La morte non è altro che il sonno del bambino che si addormenta sul cuore della mamma. Finalmente la notte dell’esilio sarà tramontata per sempre, ed entreremo nel possesso dell’eredità dei Santi nella luce.

216. La mia anima: santuario interiore nel quale vivo giorno e notte con colui che è l’Amico di tutti i momenti.

217. Qui, sulla terra, tutto si compie nel sacrificio.

218. Che il Dio tutto amore sia la sua immutabile dimora, la sua cella e il suo chiostro in mezzo al mondo! Si ricordi ch’egli abita nel centro più intimo dell’ anima come in un santuario dove vuol essere amato senza posa fino all’adorazione.

219. Mi piace contemplare la croce. Essa mi rivela gli eccessi d’amore del mio Maestro e mi dice che l’amore non si paga che con l’amore.

220. Anche il matrimonio è una vocazione. Quanti Santi vi hanno glorificato Dio!

221. Più si dà a Dio, più egli si dà a noi.

222. Che mistero inafferrabile è la morte e, al tempo stesso, che atto semplice per chi è vissuto di fede!

223. Sono convinta che la carmelitana attinga realmente tutta la sua felicità a questa sorgente divina: la fede.

224. Uno solo È il segreto della nostra purezza verginale: restare nell’amore, cioè in Dio.

225. Guardi ad ogni sofferenza e ad ogni prova come ad una prova d’amore che le viene direttamente da parte del buon Dio per unirla a lui.

226. Credo che il segreto della pace e della felicità sia quella di dimenticarsi, di disinteressarsi di se stessi.

227. Mi sembra che l’ anima più debole, perfino la più colpevole, sia quella che ha più margine di speranza e l’atto che essa compie, per dimenticarsi e gettarsi nelle braccia di Dio, lo glorifichi più che tutti i ripiegamenti su se stessa.

228. Nulla deve sembrare un ostacolo per andare a Dio.

229. Sembrerà difficile dimenticarsi. Invece è tanto semplice. Basta pensare a Dio che abita in noi come nel suo tempio.

230. Non è guardando alla nostra miseria che saremo purificati, ma guardando a Colui che È tutto purezza e santità.

231. Facciamo il vuoto nella nostra anima perchè Cristo possa slanciarsi in essa e comunicarle quell’ eterna vita che è la sua.

232. La vita del sacerdote, come quella della carmelitana, è un avvento che prepara l’Incarnazione nelle anime.

233. Domandiamo a Gesù di renderci veri nel nostro amore, cioè di trasformarci in vittime di sacrificio,perchè mi sembra che il sacrificio non sia altro che l’amore tradotto in azione.

234. Ascoltiamo il Maestro nel silenzio dell’orazione! Egli È il Principio, che parla al di dentro di noi.

235. [Gesù] ad ogni istante del giorno voglio uscir da me stessa e, sotto il tuo sguardo soltanto, immolarmi in silenzio.

236. Beata l’anima che è arrivata al distacco totale! Essa ama veramente.

237. Il buon Dio ha tanto bisogno di sacrifici per compensare tutto il male che si fa, ed è una cosa, questa, così poco compresa nel mondo.

238. Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’Amore!

239. Il buon Dio mi fa comprendere nella sua luce quale tesoro è la sofferenza e non capiremo mai abbastanza fino a che punto egli ci ama quando ci prova.

240. Quando il velo cadrà, con quale gioia mi innabisserò fin nel segreto del volto divino! E’ qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù nella terra.

241. Se hai da soffrire, pensa che sei più amato ancora e canta sempre ” grazie! “.

242. Vediamo nel Vangelo che il buon Dio vuole talvolta farci attendere, ma non rifiuta nulla alla fede, alla confidenza, all’amore. Bisogna “prenderlo dalla parte del cuore “, diceva una piccola carmelitana, morta in odore di santità! … [Santa Teresa di Lisieux].

243. La croce è un pegno dell’amore di Dio.

244. Nella solitudine della mia piccola infermeria, siamo cosi felici tutti e due. E’ un cuore a cuore [con Dio]
che dura notte e giorno. E’ così delizioso!

245. Prepariamo la nostra eternità, viviamo con Dio,perchè lui solo ci può accompagnare ed aiutare in questo grande passaggio.

246. E’ un segno di predilezione e di misericordia da parte del Maestro l’aver inviato questa malattia alla sua piccola sposa.

247. Il Signore ama i cuori forti e generosi.

248. Solo in Dio tutto È puro, bello e santo. Fortunatamente, fin da questo, esilio possiamo vivere in lui! E pertanto la felicità del mio Maestro basta a rendermi felice e mi abbandono ìn lui perchè faccia in me quello che desidera.

249. Quant’è dolce vivere nell’attesa dello Sposo!

250. Ah, come sarei felice se Dio volesse far cadere il velo e la mia anima potesse slanciarsi in lui e contemplare la sua bellezza in un eterno faccia a faccia! In questa prospettiva, vivo nel cielo della fede, al centro della mia anima, e mi studio di essere la felicità del Maestro, cercando di essere già sulla terra la lode della sua gloria.

251. Quali che siano i disegni del Maestro sopra di lei, viva con lui al di dentro.

252. Da vera figlia di santa Teresa, desidero essere apostolo per dare la più grande gloria a Colui che amo.

253. Sia fedele alla sua risoluzione, si eserciti nella via del sacrificio e della rinuncia,perchè questa dev’essere la grande legge per ogni vita cristiana.

254. La prospettiva di andare a vedere Colui che amo nella sua ineffabile bellezza, e di inabissarmi in quella Trinità che È stata il mio cielo già qui sulla terra, mi mette nell’anima una gioia immensa. Oh, quanto mi costerebbe tornare sulla terra! Mi sembra cosi vuota quando esco dal mio bel sogno.

255. Si ritiri nell’intimo della sua anima e vi troverà il suo Diletto pronto a farle tante grazie.

256. L’amore deve culminare nel sacrificio.

257. Quanto è soave e dolce la morte per le anime che non hanno amato che Dio, che, secondo il linguaggio di san Paolo, non hanno ricercato le cose visibili perchè sono passeggere, ma le cose invisibili perchè durano eterne!

258. Sono sempre qui sul mio lettino [di ammalata], completamente abbandonata nelle mani del Maestro, serena e contenta in anticipo per tutto quello che a lui piacerà.

259. Come in cielo non si dimenticano quelli che sono sulla terra, cosi io penso a quelli che ho lasciato e prego perloro.

260. Pensa che la tua anima è il tempio di Dio, ad ogni istante del giorno e della notte le tre Persone Divine abitano in te. Quando si ha coscienza di questo, si entra in una intimità davvero adorabile, non si è più soli mai.

261. La caratteristica dell’amore è di dare sempre e di sempre ricevere.

262. Oh, come sarei felice se il mio Maestro volesse anche che versassi il sangue per lui! Ma se non posso essere martire del sangue, voglio esserlo dell’amore.

263. Amare è tanto semplice, è l’abbandono a tutte le volontà del Maestro, come lui si è abbandonato a quelle del Padre; è dimorare in lui,perchè il cuore che ama non vive piùin se stesso, ma in colui che forma l’oggetto del suo amore; è soffrire con lui, raccogliendo con gioia ogni sacrificio, ogni immolazione che ci permettono di dare gioia al suo cuore.

264. Ci si immagina talvolta che nel chiostro non si sappia più amare, ma è vero tutto il contrario! Per parte mia non ho avuto mai più affettto di ora;
mi sembra che il mio cuore si sia dilatato.

265. Quale opera di distruzione sento in tutto il mio essere! E’la via del calvario che si è aperta ed io sono felicissima di camminarvi come una sposa accanto al divino Crocifisso.

266. La caratteristica dell’amore è di non ricercare mai se stesso, di non riservarsi nulla, ma di dare tutto a Colui che si ama.

267. Non perdiamo un solo sacrificio, ce ne sono tanti da raccogliere in una giornata!

268. Che importa ciò che sentiamo? Dio è l’immutabile, colui che non cambia mai. T’ ama oggi come t’amava ieri, come t’amerà domani, anche se lo hai fatto soffrire.

269. Sarebbe così bello ed io non me ne sento degna: partecipare alle sofferenze del mio Sposo Crocifisso ed andare incontro con lui alla mia passsione, per essere come lui redentrice.

270. Amo tanto la solititdine con Dio solo e conduco una piccola vita eremitica davvero deliziosa. Essa È lontana dall’essere esente da impotenze: ho bisogno anch’io di cercare il mio Maestro che sa nascondersi, ma allora risveglio la mia fede e sono piùcontenta di non godere della sua presenza, per far godere lui del mio amore.

271. Con quale pace, con quale raccoglimento Maria si avvicinava ad ogni cosa, faceva ogni cosa! Come anche le cose più banali erano da lei divinizzate! In tutto e per tutto la Vergine restava in adorazione del dono di Dio. E questo non le impediva di prodigarsi al di fuori, quando si trattava di esercitare la carità.

272. Una ” lode di gloria ” È una anima di silenzio, che si tiene come una lira sotto il tocco dello Spirito Santo per farne uscire delle armonie divine. Essa sa che la sofferenza È una corda che produce dei suoni piùbelli ancora ed ama farsene il suo strumento per commuovere più deliziosamente il cuore di Dio.

273. La Trinità, ecco la nostra dimora, la nostra casa, la casa paterna dalla quale non dobbiamo uscire più. Il Signore l’ha detto un giorno: Lo schiavo non dimora sempre nella casa, ma il figlio vi dimora sempre.

274. E’ così semplice l’intimità con Dio e riposa piùche stancare, come un bambino si riposa sotto lo sguardo della mamma.

275. Una ” lode di gloria ” è una anima che dimora in Dio, che lo ama di un amore puro e disinteressato, senza ricercare se stessa nella dolcezza di questo amore, che lo ama al di sopra di tutti i suoi doni come se nulla avesse ricevuto, fino a desiderare il bene dell’oggetto così amato.

276. Se sapessimo apprezzate il valore della sofferenza, ne saremmo affamati.

277. Le ricchezze immense che Dio ha per natuta, noi le possiamo conquistare mediante I’amote, che fa vivere Dio in noi e noi in Dio.

278. Una ” lode di gloria ” È uno specchio che tiflette Dio in tutto ciò che egli è, è come un abisso senza fondo in cui egli può fluire ed espandersi.

279. Come soddisfare le esigenze dello sguardo divino, se non restando semplicemente e amotosamente volti verso di lui,perchè possa riflettere in noi
la sua immagine, come il sole si riflette attraverso un limpido cristallo?

280. La forma dell’ anima è Dio, che deve imprimersi in lei come il sigillo sulla cera, come la matca sul proprio oggetto.

281. Con calma e forza, insieme con il divino Crocifisso, saliremo anche noi il calvario cantando nel profondo delle nostre anime e facendo salire verso il Padre un inno di ringraziamento, perchè quelli che camminano per questa via dolorosa sono proprio coloro che egli ha conosciuto e predestinato per essere conformi all’immagine del Figlio suo divino, il Crocifisso per amore.

282. L’amore, ecco ciò che attira, che trascina Dio alla sua creatura. Non un amore di sensibilità, ma quell’amore forte come la morte e che le grandi acque non possono estinguere.

283. Finchè la nostra anima ha dei capricci estranei all’unione divina, delle fantasie di si e no, restiamo allo stato d’infanzia, non camminiamo a passi di gigante nell’amore,perchè il fuoco non ha ancora bruciato tutta la scoria, l’oro non è puro, siamo ancora i cercatori di noi stessi, Dio non ha consumato tutta la nostra ostilità a lui.

284. Quotidie morior. Muoio ogni giorno. Diminuisco, rinunzio ogni giorno più a me stessa,perchè il Cristo cresca e sia esaltato in me.

285. Dimorate in me! E’il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma dimorate in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate, agite in me.
Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa.

286. Saremo glorificati nella misura in cui saremo stati conformi all’immagine del Figlio divino. Contempliamo perciò quest’ Immagine adorata, teniamoci senza posa sotto la luce che da lei emana, affinchè s’imprima in noi. Poi andiamo a tutte le cose con quell’atteggiamento dell’anima col quale vi andava il nostro Maestro santo.

287. Mai ,l’umile collocherà Dio troppo in alto o se stesso troppo in basso.

288. Si scires donum Dei! Vi è una creatura, Maria, che conobbe questo dono di Dio, una creatura che non ne perdette neppure una goccia, una creatura che fu tanto pura e luminosa da sembrare la luce stessa. “Speculum iustitiae “: una creatura la cui vita fu così semplice e perduta in Dio, che è quasi impossibile parlarne.

289. Adoriamo Dio in spirito, cioè, teniamo il cuore e il pensiero fissi in lui, lo spirito pieno della sua conoscenza, mediante il lume della fede. Adoriamolo in verità, cioè, con le nostre opere, perchè è soprattutto attraverso le nostre azioni che siamo veri. Ciò equivale a far sempre quello che piace al Padre, di cui siamo figli.

290. Aiutami a preparare la mia eternità: sembra che la strada non sia più tanto lunga.

291. Oh, non l’ho mai tanto amata come ora la santa Vergine! Piango di gioia pensando che questa creatura tutta serena, tutta luminosa, È mia madre.

292. poiché è l’amore che unisce l’anima a Dio, più intenso è l’amore, più essa entra profondamente in Dio e si concentra in lui.

293. Ogni circostanza, ogni avvenimento, ogni sofferenza come ogni gioia, è un sacramento che ci dà Dio.

294. Nell’ attesa che il Padre mi glorifichi, voglio essere la lode incessante della sua gloria.

295. Con il Maestro divino si accomoda tutto tanto facilmente.

296. Guardando lassù, è un riposo per l’anima, se si pensa che il cielo È la casa del Padre, che vi siamo attesi come figli tanto amati che tornano al focolare dopo un periodo di esilio, e che per condurci a quella meta Dio stesso si è fatto nostro compagno di viaggio.

297. So bene che il buon Dio esaudisce le preghiere dei piccoli ed io sono la sua bambina. Egli si comporta con me come una mamma piena di tenerezza.

298. La beatitudine mi attira sempre di più. Ormai tra il Maestro e me non si tratta che di questo e tutta la sua occupazione non mira che a prepararmi alla vita eterna.

299. Desid’ererei tanto che il Padre potesse riconoscere in me l’immagine del Crocifisso per amore, poiché san Paolo, il mio caro Santo, dice che Dio nella sua prescienza ci ha predestinato a questa rassomiglianza e conformità.

300. Ah, come vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se acconsentissero a vivere in questa intimità [col Signore]. Esse però non sanno aspettare. Se Dio non si dà loro in maniera sensibile, abbandonano la sua santa presenza, e, quando egli arriva armato di tutti i suoi doni, non trova nessuno: l’anima è al di fuori, nelle cose esteriori, non abita più nel proprio intimo.

301. Che gioia credere che Dio ci ama fino al punto di abitare in noi, di farsi il compagno del nostro esilio, il confidente, l’amico di tutti i momenti!

302. Se cado ad ogni istante, nella fede, con piena confidenza, da Gesù mi farò rialzare. So che mi petdonerà e cancellerà tutto con cura gelosa, soprattutto mi spoglierà e libererà da tutte le mie miserie, di quanto in me si oppone all’azione di Dio.

303. L’ anima che, attraverso la profondità del suo sguardo interiore, contempla in tutte le cose Dio nella semplicità che da tutto la separa, è un’anima ” risplendente “, è un giorno che trasmette al giorno il messaggio della sua gloria.

304. Ecco una verità tanto consolante. Le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, le mie stesse colpe narrano la gloria dell’ Eterno. Anche le mie sofferenze dell’anima e del corpo narrano la gloria del mio Maestro.

305. E’ la fede, la bella luce della fede che m’ illumina. Essa sola deve rischiarare il mio cammino incontro allo Sposo.

306. L’anima che conserva ancora qualche cosa nel suo dominio interiore, le cui potenze non sono tutte ” incluse ” in Dio, non può essere una perfetta ” lode di gloria “, non è in grado di cantare senza interruzione quel canticum magnum di cui parla san Paolo.

307. L’ anima che vuole servire Dio notte e giorno nel suo tempio, voglio dire il santuario interiore di cui parla San Paolo quando dice: Il tempio di Dio è santo, e voi siete questo tempio, quest’anima deve essere decisa a prendereparte, realmente, alla passione del suo Maestro.

308. Anche la preghiera della vergine, come quella di Cristo, fu sempre questa: Ecce Eccomi! Chi? L’ ancella del Signore, l’ultima delle sue creature, lei, la sua Madre! Fu cosi
vera nella sua umiltà,perchè fu sempre dimentica, ignara, libera di se stessa.

309. Un’anima che discute sul proprio io, che s’occupa delle sue sensibilità, che tien dietro ad un pensiero inutile, ad un qualunque desiderio, quell’anima disperde le sue forze, non è tutta ordinata a Dio … la sua lira non vibra all’unisono, e quando il Maestro la tocca, non può cavarne armonie divine. Vi è ancora troppo d’umano, È come stonata.

310. Quando sarò totalmente identificata con questo divino esemplare [il Crocifisso], tutta passata in lui, e lui in me, allora adempirò la mia vocazione eterna, quella per la quale Dio mi ha scelta in Cristo ” in principio “, quella che seguirà” in aeternum “, allorche, lanciata
nel seno della mia Trinità, sarò l’incessante lode della sua gloria.

311. La mia anima È sempre tra le mie mani. Sono le parole che risuonavano nell’anima del Maestro, ed ecco perché , in mezzo a tutte le angosce, egli restava sempre il Mite, il Forte. La mia anima è sempre tra le mie mani … che altro significano queste parole se non il perfetto possesso di se alla presenza del Dio della pace, del Re Pacifico?

312. La Vergine conservava queste cose nel suo cuore. Tutta la sua vita si può riassumere in queste poche parole. Viveva nel suo cuore, a tale profondità, che lo sguardo umano non la può seguire. Quando leggo nel Vangelo che Maria percorse in tutta fretta le montagne della Giudea, per andare a compiere il suo ufficio di carità presso la sua cugina Elisabetta, la vedo passare così bella, così calma e maestosa, tutta raccolta dentro di sé col Verbo di Dio.

313. Nescivi. – Non so più niente! , non voglio sapere più niente al di fuori della conoscenza di lui, della comunione alle sue sofferenze, della conformità alla sua morte.

314. L’adorazione È una parola del cielo più che della terra. Mi sembra che si possa definire l’estasi dell’amore. E’ l’amore schiacciato dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza immensa dell’oggetto amato, che cade in una specie di deliquio, in un silenzio pieno e profondo … È la lode piùbella,perchè È quella che si canta in seno alla beata Trinità.

315. Fissiamo il Maestro, e questo sguardo di fede semplice e amoroso ci separi da tutto e metta come una nube tra noi e le cose di quaggiù.

316. Se tu sapessi il dono di Dio e chi È colui che ti crocifigge! E’ l’Amore!

317. Mi sembra di aver trovato la mia abitazione: È quest’immenso dolore che fu quello del Maestro, in una parola, È lui stesso, l’Uomo dei dolori.

318. Se il buon Dio non mi guarisce, è perchè questo È il suo beneplacito: vedere la sua piccola ostia in stato di immolazione.

319. Tutta la Trinità: abita nell’anima che ama nella verità, cioè custodendo la sua parola.

320. Ah, non disprezziamo la nostra felicità! Senza dubbio la natura può avere le sue angosce di fronte alla sofferenza. Il Maestro ha voluto Conoscere quest’umiliazione, ma la volontà deve intervenire per dominare ogni impressione e dire al Padre: Sia fatta la tua volontà e non la mia!

321. Alla luce dell’eternità, l’anima vede le cose al punto giusto. Oh, come tutto ciò che non è stato fatto per Iddio e con Dio è vuoto!

322. La vita è una cosa tanto seria: ogni minuto ci è stato dato per radicarci di più in Dio, secondo l’espressione di San Paolo,perchè sia più sorprendente la nostra somiglianza col nostro divino modello, più intima l’unione. Ma per realizzare questo piano, che è quello di Dio stesso, ecco ii segreto: ” dimenticarsi, mettersi in disparte “, non tener conto di se, guardare al Maestro, non guardare che a lui, ricevere in egual modo, come direttamente provenienti dal suo amore, la gioia o il dolore, questo colloca l’anima ad altezze tanto serene.

323. La sposa appartiene allo sposo. Il mio Gesù mi ha presa. Vuole che sia per lui una ” umanità aggiunta ” nella quale egli possa ancora soffrire per la gloria del Padre, per correre incontro ai bisogni della sua Chiesa.

324. Oh, come comprendo il valore della sofferenza! Non credevo che tanta dolcezza si nascondesse nel fondo del calice e vado ripetendo che la felicità, che ho trovato al Carmelo, così grande, così vera, aumenta in proporzione della sofferenza.

325. Non ho paura della mia debolezza. Da qui deriva la mia confidenza perchè il Forte è in me e la sua virtù è onnipotente. Essa opera, dice l’ Apostolo, al di là di ciò che possiamo operare noi.

326. Dio ha tanto amato la compagnia del dolore che l’ha scelta per il suo Figlio e il Figlio si è coricato su questo letto e si è accordato con il Padre in questo amore.

327. Mai il cuore del Maestro fu così traboccante d’amore come nell’istante supremo in cui stava per lasciare i suoi!
Mi sembra che accada qualche cosa di analogo nella sua piccola sposa, alla sera della sua vita, ed io sento come un’onda che sale dal mio cuore fino al suo! …

328. Un’ anima che vive unita a Dio non fa che del soprannaturale, e le azioni più banali, anziché separarla da lui, la ravvicineranno invece sempre di più.

329. E’ il buon Dio che si compiace di immolare la sua piccola ostia, ma questa messa che egli celebra insieme con me e di cui il suo amore è il sacerdote, Può durare molto tempo ancora: la piccola vittima non trova lungo il tempo tra le mani di colui che la sacrifica e può dire che, se attraversa il sentiero della sofferenza, molto più ancora si trova sulla strada della felicità, del vero, di colui che nessuno le potrebbe rapire.

330. La sofferenza mi attira sempre di più, questo desiderio la vince quasi su quello del cielo, che pure era fortissimo.

331. Mi sembra che felici in questo mondo siano coloro che hanno abbastanza disprezzo e dimenticanza di sé per scegliere la croce come loro eredità.

332. Ad ogni nuova sofferenza bacio la croce del mio Maestro e gli dico: ” grazie, non ne sono degna “,perchè penso che la sofferenza fu la compagna della sua vita ed io non merito di essere trattata come lui dal Padre suo.

333. L’orgoglio si pasce dell’amore di sé. Ebbene, bisogna che l’amore di Dio sia così forte, da spegnere ogni amore di noi stessi.

334. Il Maestro mi ha ricordato che egli è la mia dimora e non spetta a me scegliere le mie sofferenze. Mi getto perciò con lui nel mare del dolore con tutte le sue paure e le sue angosce.

335. Che splendido ideale la morte per coloro che Dio ha custodito per se e che non hanno ricercato le cose visibili, perchè sono passeggere, ma le cose invisibili,perchè sono eterne!

336. Mi sento cosi disfatta, cosi sfinita che vorrei gettare un grido! Ma l’Essere che è la pienezza dell’amore mi viene a visitare e mi fa compagnia concedendomi la sua intimità e facendomi comprendere che non mi risparmierà sofferenze fino a tanto che sarò sulla terra.

337. Sento che il Maestro incalza. Non mi parla più che dell’eternità d’amore, in tono sempre più grave, più serio: vorrei vivere cosi intensamente ogni minuto!

338. Noi non dovremmo avere altro ideale che di conformarci a questo modello divino [Gesù Crocifisso]. Quale ardore ci porterebbe al sacrificio, al disprezzo di noi stessi, se avessimo sempre gli occhi del cuore orientati verso di lui!

339. Come è bello vivere qui al Carmelo! Credo che lo lascerò presto per il cielo, ma il passaggio mi sembra tanto semplice e l’attesa tanto dolce per la sposa che aspira a vedere nella sua grande luce Colui che ama!

340. Sulla mia croce, dove gusto gioie sconosciute, comprendo che il dolore è la rivelazione dell’amore ed io mi ci precipito. E’ la mia residenza prediletta, è là che trovo la pace e il riposo, là dove sono sicura di incontrare il Maestro e di dimorare in lui.

341. Prima di morire, sogno di essere trasformata in Gesù Crocifisso e questo mi dà tanta forza nella sofferenza.

342. Mai la mia felicità È stata così grande, così vera come dopo che Dio si è degnato associarmi ai dolori del divino Crocifisso, perchè soffra nella mia carne quel che manca alla sua passione, come diceva san Paolo.

343. Non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l’amo perchè mi rende conforme a colui che è il mio Sposo e il mio amore.

344. Come si vive di fede al Carmelo e come l’immaginazione e il sentimento sono esclusi dai nostri rapporti con Dio!

345. Oh, se tu sapessi come la sofferenza è necessaria perchè si compia nell’anima l’opera di Dio!

346. E’una gioia cosi grande per il buon Dio vedere un’anima riconoscere la propria incapacità.

347. Ho compassione profonda per le anime che non vivono più su dellaterra e delle sue banalità. Penso che sono delle schiave e vorrei dir loro: Scuotete questo giogo che pesa su di voi, che ne fate di questi ceppi che v’ incatenano a voi stesse e a cose inferiori a voi?

348. Il buon Dio ha un desiderio immenso di arricchirci delle sue grazie, ma siamo noi che ne fissiamo la misura nella proporzione in cui ci lasciamo immolare da lui, immolare nella gioia, nel rendimento di grazie, come il Maestro, dicendo con lui: Non berrò il calice, che il Padre mio mi ha preparato?

349. Bisogna prendere coscienza che Dio si trova nel più intimo di noi ed affrontare tutto con lui. Allora non si è mai banali, neppure facendo le azioni più ordinarie,perchè non si vive in queste cose, ma si va al di là di esse.

350. Quando si sa porre la propria gioia nella sofferenza, che pace deliziosa!

351. Come sono felice al pensiero che il Maestro verrà presto a prendermi!

352. Sono tutta presa dalla Passione e quando si vede tutto ciò che il Maestro ha sofferto nel cuore, nell’anima, nel corpo, si sente come il bisogno di ricambiargli tutto questo: sembra che si desidererebbe soffrire tutto quello che egli ha sofferto.

353. L’amore sia il suo chiostro e lo porti così sempre con se e troverà la solitudine in mezzo al rumore e alla folla.

354. Nutri la tua anima dei grandi pensieri della fede, che le rivelano tutta la sua ricchezza e il fine per il quale Dio l’ha creata.

355. Un’anima soprannaturale non tratta mai con le cause seconde, ma solo con Dio. Allora È veramente grande, veramente libera,perchè essa ha incluso la sua volontà in quella di Dio.

356. Penso di andare presto in seno alla luce e all’amore.

357. Un’anima che vivesse nella fede, sotto lo sguardo di Dio, che avesse quell’occhio semplice di cui parla il Cristo nel Vangelo, cioè quella purezza d’ intenzione che non mira che a Dio, quell’ anima, mi sembra, vivrebbe anche nell’umiltà e saprebbe riconoscere i doni che egli le ha elargito,perchè l’umiltà è verità. Non s’approprierebbe di nulla, ma tutto riferirebbe a Dio, come faceva la santa Vergine.

358. Quando ci si presenta una grande sofferenza o un minimo sacrificio, oh, pensiamo immediatamente che è la
nostra ora, l’ora in cui ci disponiamo a dare la prova del nostro amore a Colui, che ci ha amato troppo.

359. Mi sembra che l’anima più libera sia quella piùdimentica di sé. Se mi si chiedesse il segreto della felicità, direi che sta nel non tenere più conto di se, nel negarsi ogni momento. Ecco un buon modo di far morire l’orgoglio. E’ come un prenderlo per fame.

360. Ogni anima gettata nella sofferenza vive a fianco del Maestro; essa abita con Gesù Cristo quell’ immensità del dolore che ha cantato il profeta: è la dimora dei predestinati, di coloro che il Padre ha conosciuto e che vuole conformi al suo divin Figlio, il Crocifisso

361. Vorrei gridare a tutte le anime e dir loro la vanità, il nulla di tutto quello che passa senza essere fatto per Iddio

362. Mi rifugio interamente nella preghiera del Maestro e resto piena di fiducia nella sua vlrtù onnipotente

363. Mi sembra che in cielo la mia missione sarà quella di attirare le anime aiutandole ad uscire da se $tesse per aderire a Dio, con un moto tutto spontaneo e pieno d’amore, e di tenerle in quel grande silenzio interno, che permette a Dio d’imprimersi in loro, di trasformarle in lui stesso.

364. La mia mano non può più tenere la penna … E’ arrivato, credo, il grande giorno, cosi ardentemente desiderato, del mio incontro con lo Sposo, uncamente amato, adorato.

365. In quest’ultima ora del mio esilio, in questa bella sera della mia vita, come tutto mi appare nella sua importanza alla luce che viene dall’eternità!

366. A Dio, lo ringrazi per me, perchè la sua bontà È immensa. Le dò appuntamento nell’eredità dei Santi.

367. Viviamo d’amore per morire d’amore e glorificare il Dio tutto amore!

 

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