Beato John Henry Newman “Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io”.Il peccato, l’unica cosa al mondo che non sia sua!

 

Mio Dio, io ti adoro perché hai preso su di te il peso dei peccatori, di coloro i quali ti offendono e ti affliggono continuamente. Tu hai assunto il compito di un servo per gente che non l’aveva chiesto. Ti adoro per la tua incomprensibile condiscendenza a prenderti cura di me. O mio Dio, tu avresti potuto lasciarmi fare il mio corso, ed andar diritto all’Inferno per la mia cattiva volontà e la fiducia che avevo in me stesso! Avresti potuto abbandonarmi in quella profonda inimicizia con te, che è la morte dell’anima. Io sarei morto doppiamente, e nessuno, all’infuori di me stesso, ne sarebbe stato responsabile. Ma tu, Eterno Padre, sei stato buono per me più di quanto lo sono io stesso. Mi hai dato la tua grazia, l’hai effusa su di me, ed è per questo che io vivo.

Mio Dio, Consolatore eterno, io adoro te, che sei la luce e la vita dell’anima mia. Nella tua infinita bontà fin da principio tu sei entrato nella mia anima, ne hai preso possesso, e vi hai eretto il tuo tempio. Con la tua grazia, che mi unisce agli angeli e ai santi, tu hai abitato in me in un modo ineffabile.

O mio Dio, posso io peccare, quando tu sei così intimamente unito a me? Posso io dimenticare chi è con me, chi è in me? Posso io cacciare un ospite divino per una cosa che egli aborre più di ogni altra, che è l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua? Mio Dio, di fronte al peccato io mi trovo in una doppia sicurezza: innanzi tutto il timore di profanare al tuo cospetto tutto ciò che tu sei per me; quindi la fiducia che questa stessa presenza mi preserverà dal peccato. Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io. Voglio fare uso di ciò che mi hai dato, voglio invocarti quando sono provato o tentato. Voglio guardarmi dalla negligenza e dalla non curanza in cui cado di continuo. Con la tua grazia non ti abbandonerò mai.

 

Beato John Henry Newman

Monsignor Michael F. Hull : Errori nell’escatologia contemporanea “Balthasar afferma l’esistenza dell’inferno, ma nega che un uomo possa andarvi, affermando che una tale probabilità è infinitesimale. Ciò equivale a respingere la dottrina dell’inferno e a negare il libero arbitrio dell’uomo.”

 

 

 

Errori nell’escatologia contemporanea Monsignor Michael F. Hull

 

 

Il Concilio Vaticano II non ha trattato l’escatologia per sè. Poiché però l’escatologia è legata in modo indissolubile alla cristologia, alla soteriologia e all’ecclesiologia, i Padri non hanno potuto non esprimere alcuni insegnamenti escatologici, in particolare discutendo della Chiesa in Lumen gentium (nn. 48-51) e Gaudium et spes (nn 38-39) e nei principi fondamentali di Nostra aetate, Dignitatis humanae Ýe Ad gentes divinitus. Tradizionalmente, il cattolicesimo romano parlava dei De novissimis, definizione gradualmente sostituita dal termine “escatologia”, che significa studio delle “cose estreme” (ta eschata): morte, giudizio, cielo e inferno. Certo, negli anni successivi al Concilio è sorta una pletora di ambiguità e di errori relativi alle cose escatologiche, molti dei quali proseguono nei giorni nostri. Enumerarli uno per uno, andrebbe ben oltre i limiti di questa presentazione. Nel 1979 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito in modo succinto gli insegnamenti fondamentali della Chiesa sulle cose ultime. Questo correttivo ha posto in evidenza l’importanza dell’escatologia nelle speculazioni teologiche contemporanee, importanza persistente, soprattutto all’inizio di questo nuovo millennio. I cristiani si preoccupano costantemente – e giustamente – delle cose ultime. È attraverso le cose ultime che le promesse di Cristo giungono al loro compimento. Non deve pertanto sorprendere che in questo ambito nascano ambiguità ed errori, anche mentre la Chiesa insegna in modo fermo e convincente le verità rivelate sulla morte, il giudizio, il cielo e gli inferi. Come ci si potrebbe attendere, l’escatologia ruota intorno a queste quattro realtà e al rapporto tra di esse. Tra queste quattro realtà, ve ne sono due che oggi presentano poche difficoltà, ossia la morte e il cielo. La morte è una realtà molto chiara: ognuno di noi affronta l’immanenza della propria morte e di quella delle persone care. Sebbene possiamo interrogarci sul come e sul perché, non possiamo metterne in discussione la realtà e l’ineludibilità. Ciò che ci attende attraverso l’orrore e il buio della morte è la promessa della vita eterna, la promessa di una vita successiva. Il cielo è sia una speranza innata, sia una realtà rivelata: ognuno di noi desidera trascendere la minaccia dell’annullamento di se stesso e dei propri cari. Il cielo è la sconfitta della morte. “Passato un breve sonno, veglieremo in eterno. E non vi sarà più morte; morte, morrai”. In un certo senso, morte e cielo vanno insieme. La prospettiva del cielo come espressa in Giovanni 14, e la risurrezione illustrata da San Paolo (1 Tessalonicesi 4, 13; 5, 11; e Corinzi, 15) rappresentano una difficoltà relativamente minore nell’escatologia contemporanea. Il giudizio e l’inferno sono invece questioni completamente diverse. Mentre entriamo nel ventunesimo secolo, portiamo con noi un grande bagaglio del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Soprattutto, sosteniamo l’attacco dell’indifferenza religiosa, che si è trasformata in pluralismo religioso. Non solo vi è chi afferma che l’affiliazione religiosa, in particolare il battesimo in Cristo, è irrilevante, ma vi è anche chi sostiene che la giustificazione può giungere attraverso persone e strumenti diversi da Gesù Cristo e la Sua Chiesa. Strettamente collegato a tale modo di pensare è il riferimento a teorie deterministiche psicologiche, sociologiche e socio-biologiche che screditano la responsabilità umana. Secondo tali teorie, gli esseri umani fondamentalmente non sono responsabili delle proprie scelte. Le cattive azioni – o il peccato, se possiamo osare parlare di una cosa simile – sarebbero quindi il risultato di una personalità squilibrata, di relazioni inadeguate o di un’eredità genetica. L’idea di un giudizio che non sia medico o terreno, oggi per molti è un anatema. Ne consegue dunque che non può esistere un inferno, o che, anche se un tale posto dovesse esistere, non vi sarebbe nessuno. Dunque in un certo senso anche il giudizio e l’inferno vanno insieme. Gli errori principali nell’escatologia sono pertanto radicati nella negazione del giudizio o nella negazione di conseguenze di un tale giudizio che siano diverse dal purgatorio o dalla ricompensa, ossia nella negazione dell’inferno. Nei termini dell’escatologia, il primo problema riguarda lo stato dei non battezzati al momento del giudizio. Nonostante i battesimi di sangue e desiderio, l’insegnamento costante della Chiesa, derivante dalle parole che il Signore ha rivolto a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3, 5), è che non conosciamo il destino dei non battezzati dopo la morte. Sebbene in tali casi facciamo affidamento sulla misericordia di Dio, non possiamo affermare la salvezza per i non battezzati. Il secondo problema riguarda invece lo stato dei colpevoli al momento del giudizio. Anche supponendo che i cristiani e i non cristiani si presentino fianco a fianco dinnanzi al tribunale divino, non possiamo affermare il perdono per il peccatore impenitente. Ancora una volta ci affidiamo alla misericordia di Dio. Sono tutti cristiani? Questo è importante? Alcuni pensieri teologici attuali, indubbiamente influenzati dalle teorie politiche dell’uguaglianza e della democrazia, nonché da un’errata interpretazione di Dignitatis humanae, quando si tratta della salvezza desiderano una parità di risultato piuttosto che una parità di opportunità. Ossia: alcuni sono scontenti di trovare tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella loro libertà umana; desiderano invece vedere tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella giustificazione. Tuttavia, negando le conseguenze della libertà umana di accettare il Salvatore e della collaborazione dell’uomo alla propria salvezza, essi negano gli effetti del battesimo e affermano che tutti gli uomini, battezzati e non, possono vedere realizzate le promesse fatte da Cristo ai battezzati. In altri termini, anche se qualcuno ha rifiutato Cristo nella propria vita, sarà con Lui nel regno di Dio. Sapendo che questi pensieri sono contrari alle Scritture e alla tradizione, si cerca di risolvere il problema dell’incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa in due modi distinti. Il primo consiste nell’affermare che tutti gli esseri umani sono cristiani, sia che essi scelgano di esserlo, sia che non lo scelgano, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano. Il secondo modo consiste nel rigettare le esigenze del cristianesimo, ossia nell’affermare che esse valgono per gli uni ma non per gli altri, che vi sono altre vie di salvezza al di fuori di Cristo. La nozione del “cristiano anonimo” è legata strettamente all’opera di Karl Rahner. In poche parole, Rahner ha esposto la tesi secondo cui alcuni uomini, che non sono stati battezzati e che non hanno vincolo o conoscenza alcuna del cristianesimo, in qualche modo sono cristiani anonimi. Poiché tutti gli uomini per loro natura sono ordinati a Dio e capaci di percepire la Sua grazia santificante che opera in loro, coloro che esistenzialmente accettano tale grazia manifestano il desiderio implicito di essere incorporati in Cristo e nella Sua Chiesa. Giacché vivono giustamente e secondo coscienza, essi sono, in effetti, cristiani e quindi uomini redenti. Sebbene Rahner abbia avuto l’accortezza di precisare che non tutti i non cristiani sono cristiani anonimi e che chiunque venga salvato, viene salvato attraverso il mistero pasquale di Cristo, in molte menti è sorto il concetto che ogni persona che sia fondamentalmente di buona volontà e orientata a Cristo venga salvata: in realtà tutti, nel profondo del proprio cuore, sarebbero cristiani. Sebbene questo cristianesimo anonimo possa apparire confortante a taluni, altri, le cui riflessioni li hanno portati a considerare il cristianesimo anonimo indebitamente trionfalistico, in quanto presume di porre il cristianesimo al di sopra delle altre religioni , lo considerano un abominio. Fondamentalmente, le teorie del cristianesimo anonimo vogliono mantenere l’aspirazione della Chiesa, includendo nei suoi confini (in)visibili il maggior numero possibile di persone. Tuttavia, tra il cristianesimo implicito come cammino per la salvezza e le religioni non cristiane come cammino per la salvezza il passo è breve. Perché Cristo dovrebbe essere l’unico mediatore della salvezza? Quando si tratta della salvezza, è importante essere o non essere cristiano? Non sorprende, quindi, scoprire che la breve distanza tra i due concetti viene superata da tutti coloro che vorrebbero rendere il cristianesimo una specie di primus inter pares tra le religioni, come ad esempio Jacques Dupuis . Il libro di Dupuis ha già ricevuto grande attenzione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non ci soffermeremo qui su tale testo, soprattutto in considerazione del fatto che la dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione ha già risposto alle difficoltà in questione . In effetti, non tutti gli uomini sono – in modo implicito o esplicito – cristiani. E il cristianesimo, l’incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa attraverso il sacramento del battesimo, in ultimo e alla fine dei tempi, sarà importante. Pensarla diversamente significa sbagliare. Fino a che punto può arrivare un tale errore? Quanto profondamente può influire sullo sforzo missionario della Chiesa? Riflettiamo sulle osservazioni di un sacerdote missionario americano in Bangladesh sulle persone che egli serve: “Non m’interessa che diventino cristiani. Voglio che siano i migliori musulmani possibili”. Questo modo di pensare non può conciliarsi con il comandamento del Signore: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 19-20) Tutti vengono salvati? Pur volendo ammettere, per amor di discussione, che tutti gli uomini, cristiani e non, sono giustificati, resterebbe sempre il problema dei reprobi. Sebbene i diversi determinismi sembrerebbero escludere ogni colpevolezza, gli Stalin del secolo scorso e i Domiziani del primo secolo fanno esitare. Nondimeno, la teoria della salvezza universale, secondo cui tutti gli uomini alla fine godranno della visione beatifica, è certamente di moda. Tale nozione è radicata nel concetto di una apokatastasis pant*n (restaurazione di tutte le cose) alla fine dei tempi. Esso è stato introdotto come eresia da San Clemente d’Alessandria , e spesso si afferma che sia stato sostenuto da Origene. In breve, la teoria dell’apokatastasis afferma l’eventuale rinnovamento di tutte le persone e di tutte le cose in Cristo; anche gli angeli caduti saranno reintegrati e ovviamente l’inferno finirà. Per ovvie ragioni, l’apokatastasis è stata ampiamente criticata nella Chiesa primordiale . Attualmente la nozione della salvezza universale è strettamente associata all’opera di Hans Urs von Balthasar, il cui universalismo continua a ispirare dibattiti. Sebbene abbia prontamente distinto le sue riflessioni dall’apokatastasis, il modo di pensare di Balthasar è abbastanza simile. Secondo lui, la misericordia di Dio ci obbliga a sperare che tutti siano salvati e che l’inferno sia riservato soltanto agli angeli caduti. Per quanto riguarda gli uomini, che sono diversi nell’ordine creato e incapaci di prendere le decisioni finali degli angeli, Balthasar sostiene la possibilità dell’inferno solo come teoria (che però deve essere conservata in quanto aiuta a motivare l’uomo al bene). Balthasar afferma: “L’amore misericordioso può quindi discendere su tutti. Riteniamo che lo faccia. E ora, possiamo assumere che vi siano anime che rimangono perpetuamente chiuse a tale amore? Si tratta di una possibilità che per principio non può essere respinta. Nella realtà essa può diventare infinitesimale – proprio per ciò che la grazia preparatoria può realizzare nell’anima”. In altre parole, la grazia continua ad operare nell’anima, nella vita presente e futura, finché l’anima non si predispone alla redenzione. Poiché non vi sono limiti alla misericordia e all’amore divini, non possono esservi limiti alla nostra speranza di redenzione per tutte le anime. Secondo Balthasar, è nostro dovere mantenere la speranza teologica che nessun’anima sarà dannata. In termini semplici, possiamo nutrire una speranza umana che tutte le anime siano salvate, ma la speranza teologica viene esclusa dalla rivelazione divina. Come ha domandato C. S. Lewis: “Sarei disposto a pagare qualsiasi cifra per poter dire sinceramente ‘tutti saranno salvati’. Ma la mia ragione risponde ‘per loro volontà o senza di essa?’. Se dico ‘senza la loro volontà’, scorgo subito una contraddizione: come può l’atto volontario supremo dell’arrendevolezza essere involontario? Se dico ‘per loro volontà’, la mia ragione risponde: ‘in che modo, se non si arrendono?'” . In sostanza, Balthasar afferma l’esistenza dell’inferno, ma nega che un uomo possa andarvi, affermando che una tale probabilità è infinitesimale. Ciò equivale a respingere la dottrina dell’inferno e a negare il libero arbitrio dell’uomo. Balthasar aggira la questione dell’esistenza dell’inferno lasciandovi gli angeli caduti. Per quanto riguarda invece l’arbitrio dell’uomo, egli affronta il problema parlando della contrapposizione della volontà divina che tutti siano salvati e il libero arbitrio dell’uomo, facendolo però in modo inadeguato. Balthasar afferma: “La libertà dell’uomo non può essere infranta o neutralizzata dalla libertà divina, ma può benissimo essere, per così dire, superata in astuzia”. Superata in astuzia? Per quanto tale affermazione possa essere intelligente, essa non è né esplicativa né illuminante. Sembrerebbe che il modo di intendere la misericordia e l’amore divini di Balthasar calpesti la giustizia divina e la libertà umana. Non ha senso parlare di libertà umana se il fine ultimo di ogni uomo è determinato in partenza , ma è quasi un inganno divino che gli uomini vengano manovrati abilmente nelle loro scelte più importanti (anche se attraverso una specie di perpetua purgazione divina). Inoltre, la tesi di Balthasar ignora un’intuizione espressa in modo molto eloquente da John Henry Newman che, nel commentare la Lettera agli Ebrei 12, 14, ha affermato che “anche supponendo che si accettasse che un uomo che non abbia condotto una vita santa entri in cielo, egli non vi sarebbe felice; non sarebbe quindi un atto di misericordia permettergli di entrarvi”. La misericordia divina, per come ne parla Balthasar, sembra essere o un annullamento della libertà dell’uomo o un’inosservanza della sua volontà. Newman prosegue: “Oserei anche andare oltre – fa paura, ma è giusto dirlo – se volessimo immaginare una punizione per un’anima empia, reproba, forse non potremmo immaginarne una maggiore che chiamarla in cielo”. Di fatti, esiste un inferno – non solo per gli angeli caduti, ma anche per i peccatori impenitenti, cristiani e non, che prendono le loro decisioni in questa vita – e alcuni vi andranno. La parabola di Gesù su Lazzaro ed Epulone (Luca 16, 19-31) mette sufficientemente in guardia dalla possibilità di andare all’inferno e le osservazioni di Gesù sulla porta stretta (Matteo 7, 13-14) non fanno che accrescere tale possibilità. Sebbene Balthasar e tutti coloro che sostengono la teoria della salvezza universale abbiano ragione quando affermano che la Chiesa non ha mai formalmente parlato di una persona che è all’inferno come invece fa delle singole persone in cielo di fronte al processo di canonizzazione, sostenere che all’inferno non vi sia nessuno è tutt’altra cosa. La “seconda morte” (Apocalisse 2, 11; 20, 6,14; 21, 8), è una possibilità reale. Come afferma il Santo Padre, “le parole di Cristo sono inequivocabili. Nel Vangelo di Matteo Egli parla chiaramente di coloro che andranno al supplizio eterno (cfr. Matteo 25, 46)”. Pensarla diversamente significa sbagliare. Fino a che punto può arrivare un simile errore? Quanto profondamente può influire sul ministero pastorale della Chiesa? Si pensi alle omelie, ora molto comuni, che spesso vengono pronunciate ai funerali cristiani, secondo cui il defunto è passato direttamente da questo mondo a quello celeste, senza che venga fatta menzione del peccato, del giudizio particolare o dell’inferno, e nemmeno del purgatorio. Tale modo di pensare non può essere conciliato con le parole del Signore relative ai malvagi: “E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Matteo 25, 46). Conclusione. L’ammonimento di nostro Signore, secondo cui quanti hanno fatto il bene avranno una risurrezione della vita e quanti hanno fatto il male avranno una risurrezione di condanna (Giovanni 5, 29) è un articolo della fede. Ci serve a ricordare che la nostra è una religione di rivelazione divina e non di razionalizzazione umana. Mentre noi potremmo avere difficoltà a conciliare la misericordia e la giustizia di Dio, per Lui non è così. Giacché la Chiesa è il “sacramento della salvezza”, essa non può tirarsi indietro nella sua missione di salvare il mondo attraverso la proclamazione della verità su Gesù Cristo come Salvatore e Giudice dell’umanità, unico e universale. Attualmente sono sorte numerose ambiguità circa la fine dei tempi, ma nessuna di queste è più pericolosa ed errata di quelle che negano la necessità del battesimo per la salvezza e affermano la salvezza di tutti. Tale negazione è deleteria per gli sforzi missionari della Chiesa; tale affermazione è deleteria per il ministero pastorale della Chiesa. Dobbiamo sempre ricordare che la fede in Cristo e il comportamento morale in questa vita sono vincolati inesorabilmente alla vita futura e all’eschaton. Dobbiamo sempre ricordare che ciò che crediamo e ciò che facciamo alla fine conterà. In caso contrario, rischiamo di diluire la fede in un pluralismo e una presunzione tali, da doverci far temere la peggior risposta possibile alla domanda del Signore in Luca 18, 8: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Fonte: http://www.clerus.org/clerus/index_ita.html

 

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori : “Chi prega si salva, chi non prega si danna” DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA – SENZA LA PREGHIERA È IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI

 

«DEL GRAN MEZZO DELLA PREGHIERA»
di S. Alfonso M. De’ Liguori

 

DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA
I. – LA PREGHIERA È NECESSARIA ALLA SALUTE, DI NECESSITA DI MEZZO.

Fu già errore dei pelagiani il dire, che l’orazione non è necessaria a conseguire la salute. Diceva l’empio loro maestro Pelagio, che l’uomo in tanto solamente si perde, in quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa! diceva Santo Agostino: «Pelagio d’ogni altra cosa voleva trattare, fuorché dell’orazione» (De natura et orat. c. XVII), ch’è l’unico mezzo, come teneva ed insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che scrisse già S. Giacomo: «Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso» (Gc 1,5).Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, né mai stancarsi(Lc 18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt 26,41).Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, orate,come vogliono comunemente i teologi, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo diceva, che questi testi s’intendevano non già dell’orazione, ma solamente della necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il bene operare: ma questo fu suo errore e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessio, «non potersi negare senza errare nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constando evidentemente dalle Scritture, essere l’orazione l’unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salute» (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9). La ragione è chiara. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene. Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compire, ma niente potete fare. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia, neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l’Apostolo: Da per noi neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5).Se dunque non possiamo neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci significano tante altre Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6). Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie leggi, e le pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I: «Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare». Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: «Se alcuno avrà detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo, l’uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la grazia della giustificazione, sia scomunicato» (Sess. 6, can. 3). L’autore dell’Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così conservare il loro essere; ma l’uomo poi l’ha formato in tal stato, che esso solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l’uomo è affatto impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia. Ma questo aiuto della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo concede se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: «Crediamo che niuno giunga a salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi la salute, se non è da Dio aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera»(De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto dall’altra che tale soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute? È vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione alla fede, alla penitenza, dice S. Agostino, che Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo tiene poi per certo che le altre grazie (e specialmente il dono della perseveranza) non si concedono se non a chi prega (De Dono pers. c. 16). Ond’è che i teologi comunemente con san Basilio, san Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo: «Dopo il battesimo poi è necessaria all’uomo una continua orazione, affine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente» (3 p. q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l’Angelico, della necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell’agone non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi(1 Tm 2,5). All’incontro senza l’aiuto divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto divino solo per l’orazione si concede; dunque senza orazione non v’è salute. Che poi l’orazione sia l’unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo conferma più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo che ilSignore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi, vuol donarcele non per altro mezzo che per l’orazione (2, 2.ae, q. 83, 2).E lo stesso scrisse S. Gregorio: «Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che Dio avanti i secoli dispone loro di dare» (Lib. i. Dial.cap. 8). Non già, dice S. Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha stabilito il Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie i alla salute per mezzo della preghiera, dicendo:“Chiedete ed otterrete, cercate, e troverete” (Matth. 7,7). Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18).Il Signore, dice S. Agostino, bene desidera e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuol dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli si protesta con dire: «Chiedete ed otterrete». Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Siccome l’umore è necessario alle piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l’orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: «siccome il corpo senza dell’anima non può vivere, così l’anima senza l’orazione è morta, e manda cattivo odore» (De or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama anche l’orazione cibo dell’anima perché «senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza l’orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l’anima» (De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri, denotano l’assoluta necessità, ch’essi insegnano d’esservi in pregare per conseguire la salute.

II. – SENZA LA PREGHIERA È IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI.

L’orazione inoltre è l’arma più necessaria per difenderci dai nemici: chi di questa non s’avvale, dice S. Tommaso, è perduto. Non dubita il Santo di ritenere che Adamo cadde perché non si raccomandò a Dio allora che fu tentato (P. I. q. 94, a. 4). E lo stesso scrisse S. Gelasio parlando degli angeli ribelli: «Che cioè ricevendo invano la grazia di Dio, senza pregare non seppero rimanere fedeli» (Epist. adversus Pelag. haeret.). San Carlo Borromeo in una lettera Pastorale (Litt. pastor. De or. in com.) avverte, che tra tutti i mezzi che Gesù Cristo ci ha raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla preghiera: ed in ciò ha voluto che si distinguesse la sua Chiesa e Religione dalle altre sette, volendo che ella si chiamasse specialmente casa d’orazione. La casa mia sarà chiamata casa d’orazione (Mt 21,13). Conclude S. Carlo nella suddetta lettera, che la preghiera è il principio, il progresso e il complemento di tutte le virtù. Sicché nelle tenebre, nelle miserie e nei pericoli, in cui ci troviamo (diceva re Giosafat) non abbiamo in che altro fondare le nostre speranze, che in sollevare gli occhi a Dio e dalla sua misericordia impetrare colle preghiere la nostra salvezza (2 Cron 20,12). E così anche praticava Davide; non trovando altro mezzo per non esser preda dei nemici, che pregare continuamente il Signore a liberarlo dalle loro insidie:«Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore perché Egli trarrà dal laccio i miei piedi (Sal 24,15). Sicché altro egli non faceva che pregare dicendo: «A me volgi il tuo sguardo, e abbi pietà di me, perché io son solo e son povero» (Ibid. 24,16). «Gridai a te: dammi salute affinché osservi i tuoi precetti» (Sal 118,146).Signore, volgete a me gli occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi: mentre io non posso niente, e fuori di Voi non ho chi possa aiutarmi. Ed infatti come potremmo noi resistere alle forze dei nostri nemici, ed osservare i divini precetti, specialmente dopo il peccato di Adamo, che ci ha resi così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo dell’orazione, per cui possiamo già dal Signore impetrare la luce e la forza bastante per osservarli? Fu già bestemmia quella che disse Lutero, cioè che dopo il peccato di Adamo sia assolutamente impossibile agli uomini l’osservanza della divina legge. Giansenio ancora disse che alcuni precetti ai giusti erano impossibili secondo le presenti forze che hanno. E sin qui la sua proposizione avrebbe potuto spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla Chiesa per quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la grazia divina a renderli possibili. È vero, dice S. Agostino, che l’uomo per la sua debolezza non può già adempiere alcuni precetti con le presenti forze e con la grazia ordinaria, ossia comune a tutti; ma ben può con la preghiera ottenere l’aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: «Iddio non comanda cose impossibili, ma nel comandare ti avvisa di fare quel che puoi, e chiedere quel che non puoi, ed aiuta affinché tu lo possa» (De nat. et grat. cap. XLIII). È celebre questo testo del Santo, che poi fu adottato e fatto dogma di fede dal Concilio di Trento (Sess. VI, cap. II). Ed ivi immediatamente soggiunse il santo Dottore: «Vediamo in che modo… (cioè, come l’uomo può fare quel che non può). Per mezzo della medicina potrà quello che non può per la sua infermità» (Ibid. cap. LXIX). E vuol dire che con la preghiera otteniamo il rimedio alla nostra debolezza; poiché pregando noi, Iddio ci dona la forza a far quel che noi non possiamo. Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che il Signore, abbia voluto imporci l’osservanza della legge, e che poi ci abbia imposto una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutti i suoi precetti, egli ci ammonisce a far le cose difficili con l’aiuto maggiore che possiamo impetrare per mezzo della preghiera (Sess. VI, cap. LXIX). Ma perché, dirà taluno, ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, affinché noi attendiamo ad ottenere con l’orazione l’aiuto per fare ciò che non possiamo (De gr. et lib. arb. c. 16). E in altro luogo: «La legge fu data affinché domandassimo la grazia; la grazia fu donata, affinché fosse adempita la legge»(De sp. et lit. c. 19). La legge non può osservarsi senza la grazia; e Dio a questo fine ha dato la legge, affinché noi sempre lo supplicassimo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: «La legge è buona per chi ne usa legittimamente. Che vuol dire dunque servirsi legittimamente della legge?» (Serm. 156). E risponde: «riconoscere per mezzo della legge la propria infermità e domandare il divino aiuto onde conseguire la salute» (Serm. 156). Dice dunque S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla, affinché poi impetriamo, col pregare, l’aiuto divino che sana la nostra debolezza. Lo stesso scrisse S. Bernardo, dicendo: «Chi siamo noi, e qual è la nostra forza che possiamo resistere a tante tentazioni? Questo certamente ricercava Iddio che, vedendo noi la nostra debolezza, e che non abbiamo in pronto altro aiuto, ricorressimo con tutta umiltà alla sua misericordia» (Serm. v. De Quadrag.). Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili e per esercitarci alla confidenza: e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi con la preghiera otteniamo dalla sua misericordia l’aiuto a resistere. Specialmente, si avverta che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce: ci fa scordare di tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere ancora le verità della fede, quasi perdere anche il timore dei castighi divini: poiché ella si congiura con l’inclinazione naturale, che con somma violenza ne spinge ai piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L’unica difesa contro questa tentazione è la preghiera; dice S. Gregorio Nisseno: «L’orazione è il presidio della pudicizia» (De or. Dom. I.). E lo disse prima Salomone: ‘Tosto ch’io seppi come non poteva essere continente se Dio non mel concedeva, io mi presentai al Signore, e lo pregai” (Sap 8,21). La castità è una virtù che non abbiamo forza di osservare se Dio non ce la concede, e Dio non concede questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la domanda certamente l’otterrà. Pertanto dice S. Tommaso contro Giansenio, che non dobbiamo dire essere a noi impossibile il precetto, poiché quantunque non possiamo noi osservarlo con le nostre forze, lo possiamo nondimeno con l’aiuto divino (1, 2, q. 109, a. 4, ad 2). Né dicasi, che sembra un’ingiustizia il comandare ad uno zoppo che cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è ingiustizia, sempre che gli sia dato il modo di trovare rimedio al suo difetto; onde se egli poi segue a zoppicare, la colpa è sua (De perfect. iust. c. III). Insomma, dice lo stesso santo Dottore, che non saprà mai vivere bene chi non saprà ben pregare (S. 55. in app.). Ed all’incontro, dice S. Francesco d’Assisi, che senza orazione non può sperarsi mai alcun buon frutto in un’anima. A torto dunque si scusano quei peccatori che dicono di non aver forza di resistere alla tentazione. Ma se voi, li rimprovera S. Giacomo, non avete questa forza, perché non la domandate? Voi non l’avete, perché non la cercate (Gc 4,2). Non vi è dubbio, che noi siamo troppo deboli per resistere agli assalti dei nostri nemici, ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice l’Apostolo, e non permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze: “Ma fedele è Dio, il quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinché possiate sostenere”(1 Cr 10,13). Commenta Primasio: «Con l’aiuto della grazia farà provenire questo, che possiate sopportare la tentazione». Noi siamo deboli, ma Iddio è forte: quando noi gli domandiamo l’aiuto, allora egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente vi prometteva lo stesso Apostolo dicendo: “Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio conforto” (Fil 4,13). «Non ha scusa dunque, dice S. Giovanni Crisostomo, chi cade perché trascura di pregare, poiché se avesse pregato, non sarebbe restato vinto dai nemici» (Serm. De Moyse).

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -Ma se il Papa per mantenere l’ostacolo alla venuta dell’Anticristo viene ad essere disconosciuto, messo da parte, rigettato, con lui sparirà anche l’ostacolo e l’Anticristo sarà libero di comparire-

 

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

 

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

Conclusione: – Chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia levato di mezzo.

 

Sommario. – I. Un ostacolo alla venuta dell’Anticristo e un custode per mantenere l’ostacolo. – II Che ha fatto Leone XIII per mantenerlo. – III. Che cosa fa attualmente Pio X. – IV. Che sarebbe l’apostasia se divenisse generale. – V. Tutto si può restaurare in Cristo.

 

I.

 

Poichè l’apostasia deve essere il mezzo preparatorio alla venuta dell’Anticristo, e il flagello più formidabile che metterà in iscompiglio, il mondo; non è dunque chiaro che abbiamo da lottare per respingerlo, sforzandoci di ricondurre a Gesù Cristo e alla chiesa le nazioni, le famiglie, gli individui, che se ne son separati o minacciano di farlo? Il vento d’acciecamento e di defezione che trasporta già una parte della società e la vuol laicizzata, ossia sottratta al Vangelo e alla Chiesa, forse è passeggero, avendo Dio fatto sanabili le nazioni. L’idea cristiana può anche ora rallegrare, imbalsamare e vivificare il mondo come per il passato. Non bisogna dunque scoraggiarsi.

Tutt’altro! bisogna mettersi risolutamente all’opera e mettervisi con confidenza e generosità. Leone XIII non ne dette l’esempio e Pio X non lo dà attualmente?

Che non fece Leone XIII per rattenere gli individui e le nazioni sul baratro fatale dell’apostasia? Limitiamoci alle nazioni.

Tutta la politica religiosa di quel gran Papa sembra essersi ispirata a quella esortazione di S. Paolo: “Chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia levato di mezzo: Qui tenet nunc, retineat, donec de medio fiat[1].

È noto in qual occasione S. Paolo fece intendere quest’ esortazione. Dopo aver delineato il ritratto dell’Anticristo, come è stato riprodotto in questo pagine, S. Paolo scoprì ancora ai Tessalonicesi che un ostacolo ritardava la venuta dell’uomo del peccato: “Voi sapete che sia quello che lo rattiene, affinchè sia manifestato a suo tempo[2]; poi aggiunge: “Che chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia tolto di mezzo“. Siccome la Tradizione non ha conservato le spiegazioni verbali date dall’Apostolo ai Tessalonicesi, alcune opinioni contrarissime si sono formate nel corso dei secoli. Rispettando profondamente le une e le altre, noi preferiamo quella data da san Tommaso d’Aquino. L’interpretazione dell’Angelo delle scuole spiega, il passato e rischiara l’avvenire.

Risulta evidentemente dalle parole di san Paolo che v’ha, contro l’apparizione dell’Anticristo , un ostacolo (to« kate«con) e qualcuno che trattiene l’ostacolo (oj kate«cwn); v’ha una barriera e una contro barriera. L’Anticristo non farà la sua apparizione se non quando, rigettato e messo da parte il custode dell’ostacolo, l’ostacolo stesso sarà tolto.

Or qual è quest’ ostacolo, qual è la barriera ?

È, risponde S. Tommaso, l’unione e la sottomissione alla Chiesa Romana, sede e centro della fede cattolica. Finchè la società rimarrà fedele e sottomessa all’impero spirituale romano, trasformazione dell’antico impero temporale romano[3], l’Anticristo non potrà comparire. Questa è la barriera, questo e l’ostacolo.

Ma, per benefizio di Dio, accanto a questo ostacolo, v’è un custode, incaricato di vegliare, incaricato di custodirlo; e questo custode è il Papa, Vicario di Gesù Cristo. Finchè il custode sarà riconosciuto, rispettato, ubbidito, l’ostacolo sussisterà, la società rimarrà fedele all’impero spirituale romano e alla fede cattolica. Ma se questo custode, il Papa, viene ad essere disconosciuto, messo da parte, rigettato, con lui sparirà anche l’ostacolo e l’Anticristo sarà libero di comparire: “Qui tenet, scilicet, romanum imperium, teneat illud donec ipsum fiat de medio. Quia medium est dum universis circumquaque imperat, quibus ab ipso recedentibus, de medio anferetur, et tunc ille iniquus opportuno sibi tempore revelabitur[4].

 

 

II.

 

Ebbene, Leone XIII non fu fedele all’esortazione dell’Apostolo? Non si sforzò di mantenere l’ostacolo, cioè la fedeltà alla fede cattolica e all’impero spirituale romano? È stato questo lo scopo di tutta la sua vita pontificale, come lo esprimeva un giorno al Sacro Collegio: “Il governo della Chiesa, diceva egli, ci apparve da prima come un peso formidabile e tale è ancora pel sopravvenire di tempi malvagi e la condizione fatta difficile alla Chiesa, dal timore di un avvenire più terribile ancora per la Chiesa e la società… A questo scopo abbiamo creduto che l’opera più opportuna e più conforme alla Nostra dignità era di mostrare ai popoli e ai principi questo porto di salute e di aiutarli ad entrarvi. Noi abbiamo consacrato la Nostra vita a questo scopo, persuasi che noi facciamo così per gli interessi della religione e della società”[5].

Con quanta costanza e fermezza questo scopo non è stato seguito dall’augusto Pontefice! Appena posto al governo della navicella di Pietro, Leone XIII, come il pescatore che riprende una dopo l’altra le maglie rotte delle sue reti malconcie, si mise a riprendere tutti i fili intricati delle relazioni diplomatiche. Ogni Stato, non solamente dell’ Europa, ma del mondo intero, fu l’obietto delle sue cortesie e delle sue cure: Chi or rattiene, rattenga. Limitiamoci a un compendio rapido de’ suoi sforzi per ricuperare, magari con un sol filo, le nazioni alla Chiesa:

Concordato con la Repubblica dell’Equatore (nel 1881).

Concordato con l’Austria-Ungheria per la Bosnia e l’Erzegovina (1888l).

Accordo col governo Russo su certe questioni ecclesiastiche (l882).

Convenzioni colla Svizzera per regolare l’amministrazione ecclesiastica del Ticino e l’amministrazione regolare della diocesi di Basilea (1884).

Concordato col Portogallo per le Indie Orientali (1885).

Concordato col Montenegro (1886).

Ristabilimento delle relazioni diplomatiche col Belgio (1886).

Promozione di un cardinale negli Stati Uniti (1886).

Arbitraggio tra la Germania e la Spagna, riguardo alle Caroline (1886).

Scambio di benevoli rapporti con la Turchia, la Persia, la Cocincina, la Cina (1886).

Conciliazioni con la Germania e cessazione del Kulturkampf (1887).

Concordato colla repubblica della Colombia (1887).

Riallacciamento delle relazioni diplomatiche con la Russia (1888).

Conciliazioni col governo Inglese su certi punti dell’amministrazione ecclesiastica dell’isola di Malta (1890).

Appello all’Oriente e visita di un Legato, il cardinal Langénieux, a Gerusalemme (1893) ecc. ecc.

Quanto cure, quanta pazienza, quanta prudenza tutti questi spinosi negoziati non hanno richiesto! Ma importava che Colui che rattiene, rattenga! Nella sua allocuzione al Sacro Collegio, in occasione dei XXV˚ anniversario della sua elezione, il 29 febbr. 1903 Leone XIII diceva: “Ecco l’ultima nostra lezione: ascoltatela ed imprimetevela bene nell’anima: Iddio ordina di ricercare soltanto nella Chiesa la salute, di ricercare l’istrumento della salute, veramente forte e sempre utile, nel Pontificato Romano”.

Ma tra tutte le nazioni che Leone XIII cercò così di richiamare e ritenere nell’unione col Pontificato Romano, ve ne è una, la Francia, ~ cui il suo cuore paterno prodigò forse più che a ogni altra tesori d’affetto, di longanimità e di delicatezza. Perchè il male v’era più profondo, e la tendenza all’apostasia più grave, non indietreggiò dinanzi ad alcun sacrifizio per arrestare la defezione! Il giornale Il Monitore di Roma lo disse con tali parole che ci sembra utile riferire. “Chi più del Papa attuale ha versato sulla Francia tesori d’affettuosa longanimità e di paterna misericordia? Si esamini la storia delle relazioni tra Parigi e Roma durante questo pontificato. Quando si è veduto unirsi il tatto più meraviglioso alla pazienza più dolce, mentre la guerra incrudeliva, le istituzioni religiose minacciavano di cadere in ruina, quando le più basse passioni di parte erano condotte all’assalto contro la Chiesa? È Leone XIII che ha scritto quell’Enciclica Nobilissima Gallorum gens il cui titolo solo, superbo ed armonico, resterà sempre come un omaggio glorioso reso a questa nazione privilegiata; è Leone XIII che ha indirizzato al sig. Grévy una lettera di pace e di spirito di conciliazione, per arrestare la Repubblica sulla via dei conflitti; è lui che, non ostante le riduzioni continuamente fatte al bilancio dei culti, volle onorar quel paese creando tre cardinali, sicchè la Francia resterà sempre, dopo Roma, alla testa del Sacro Collegio; è lui che ha esaurite tutte le vie della riconciliazione, che non ha voluto nè rompere col Governo, nè lasciare scindere il Concordato, che è la base della pace religiosa in Francia; è, in una parola, lui, e forse lui solo che, colla maestà della sua pazienza e maestria, ha mantenuto gli ultimi avanzi di lunghi secoli d’armonia e di feconda cooperazione. Alla dolcezza di Pio VII, Leone XIII ha unito l’affezione affettiva, continuamente operosa, lo spirito ponderato, l’equilibrio armonioso degli atti e degli insegnamenti, per forzare in qualche modo il partito al potere a indietreggiare dinanzi a tante responsabilità e mancanze. Al disopra delle fervide gare delle combriccole parlamentari, Leone XIII ha veduto ed amato la Francia; non ha voluto farne la vittima espiatrice della persecuzione del radicalismo alleato colla framassoneria”[6].

Sì, un giorno la storia lo dirà, Leone XIII fece di tutto per strappare la Francia all’apostasia, per conservarle i benefizi inapprezzabili della pace civile e religiosa. E tuttavia con quanta ingratitudine non hanno pagato i suoi sforzi! Quanti lamenti contro le sue direzioni pontificie! Quante accuse, quante violenze di linguaggio! Ma egli sempre calmo e intrepido in mezzo alle contraddizioni da qualunque parte vengano, non cessò di effettuare la sua parola: “Una gran tempesta si prepara, bisogna sostenere una lotta accanita”. Questa lotta accanita, o magnanimo Pontefice, voi la sosteneste per mantenere l’ostacolo contro l’apostasia della Primogenita della Chiesa. È per esser fedele fino all’ultimo momento alla vostra missione di custode dell’unione, che voi volete morire in piedi!

 

 

III

 

L’esempio dato da Leone XIII viene conti-nuato da Pio X gloriosamente regnante. Assiso appena sulla cattedra di S. Pietro , una delle prime parole del novello Pontefice è questa : “Tutto ciò che Leone XIII ha detto,scritto e fatto, Pio X l’ha confermato e lo conferma”. Leone XIII aveva faticato, lottato e sofferto per tener unite le nazioni, magari con un filo, alla Chiesa Romana, centro della fede cattolica e ostacolo alla venuta dell’Anticristo: Chi or lo rattiene lo rattenga! Prima che allontanarsi da questo programma Pio X ha affermato ed anche aumentato: “Non solamente ricuperare, ma tutto restaurare: Instaurare omnia in Christo, tutto restaurare in Cristo”[7]. , Quando Leone XIII, ben sapendo le distruzioni progettate dalle sette massoniche e anticristiane, ordinò, come segno della perpetuità della Chiesa , il riabbellimento di S. Giovanni Laterano, si racconta elle dicesso agli architetti: “Mentre il mondo s’allontana da Cristo, io voglio che la sua immagine risplenda in una chiesa più bella![8]” Non è solamente in una chiesa più bella, quella del Laterano, ma nel mondo intero, che Pio X ha la nobile ambizione eli far risplendere l’immagine di Cristo: Tutto restaurare in Cristo! Coll’Enciclica pontificia E supremi apostolatus cathedra, le grandi linee di questa restaurazione sono tracciate. Già sotto la condotta sì perspicace, sì ferma del nuovo Papa, i cattolici si organizzano, prendono posizione, riparano le breccie e fanno fronte al nemico. “Perchè, infatti, la guerra è dichiarata”. Il Pontefice lo afferma. Egli ha inteso “fremer le nazioni” ed ha sorpreso “i popoli che meditano cose vane”. O piuttosto ha avvicinato l’orecchio al cuore dell’umanità agonizzante ed ha compreso che una malattia acuta la rode fino a minacciarla di morte. Questa malattia è l’abbandono di Dio: è l’apostasia. È la ribellione dell’orgoglio che si innalza contro il Creatore, contro Dio da cui deriva ogni benefizio, per dirgli di ritirarsi dall’uomo: Recede a nobis, È il delitto dell’uomo che sostituisce sè stesso a Dio. È la follia dell’Anticristo che si presenta invece di Dio medesimo alle adorazioni del mondo: le verità sante non solamente impugnate, ma rigettate con disprezzo; la legge divina calpestata, la morale cristiana sconosciuta o vilipesa. E, come conseguenza inevitabile, in mezzo ai progressi materiali che nessuno può contestare, la lotta dell’uomo contro l’uomo, ogni di più implacabile”[9].

Al momento presente due vie stanno dunque dinanzi alla società umana: O corrispondere agli insegnamenti di Leone XIII e agli inviti di Pio X. E questa sarebbe la restaurazione in Cristo, la guarigione delle nazioni, il ritorno ad una saggia e vera libertà, all’eguaglianza di tutti nel cuore di Dio, a una fratellanza sincera tra i piccoli e i grandi, tra il capitale e il lavoro.

O, disprezzando gli insegnamenti di Leone decimoterzo e gli inviti di Pio X, la società umana si ostinerà a proseguire la via nella quale si è incamminata; e allora questa potrà essere, in un tempo non lontano, il generalizzarsi dell’apostasia.

 

 

IV.

 

Che cos’è dunque l’apostasia generalizzata? Un episodio del popolo ebraico, nell’XI secolo della sua storia, lo spiega:

Uno de’ suoi profeti , Ezechiele , era stato trasportato in ispirito dal soffio di Dio nel tempio di Gerusalemme, in quel famoso tempio in cui si concentrava la vita intiera della nazione: Figliuolo dell’uomo, alza i tuoi occhi e guarda, dice il Signore al suo Profeta. Fili hominis, leva oculos! E il Profeta alzando gli occhi, guardò nel santuario, la parte più santa del tempio, e vi vide un idolo, l’idolo della Gelosia. Questo ora Baal, la più infame di tutto le divinità fenicie, chiamata cosi da Jahvé stesso, ferito al cuore. E davanti a Baal chi dunque stava prostrato? Il sacerdozio!… Si, una parte del sacerdozio, alcuni sacerdoti divenuti apostati![10] Il Profeta rimase stupefatto. Ma già il soffio di Dio lo trascina in un’altra parte del tempio: Figliuolo dell’uomo, apri la muraglia, Fili hominis, fode parietem. Ed a traverso al foro praticato nella muraglia, il Profeta scopre una stanza segreta; sui muri di questa stanza segreta, tutto all’intorno, pitture di rettili e di animali, dinanzi a queste pitture di rettili e d’animali, settanta uomini, co’ turiboli in mano, che le adoravano. E i settanta uomini che cosi adoravano le pitture dei rettili e degli animali, erano settanta seniori, cioè i nobili, la classe dirigente presso il popolo ebraico; e la classe dirigente era divenuta spostata[11]. Il Profeta tremava; ma il soffio di Dio ancora lo trasportò in un’altra parte dei tempio: Figliuolo dell’uomo, volgiti da questa parte e vedrai! Adhuc conversus videbis! Ed il Profeta voltandosi, vide alcune donne assise per terra. Queste donne assise in terra piangevano; ma quello ch’esse piangevano, era Adonai, il Dio della voluttà, che si diceva morto. Lacrime e singhiozzi! Ah! vi ha ordinariamente qualcosa di sacro nelle lacrime. Ma mentre nella donna, solamente le tenerezze legittime o le estasi della pietà dovrebbero farle versare, sulla faccia apostata delle indegne discendenti di Rebecca e di Rachele, era la passione non soddisfatta che io faceva versare![12]

Ma il soffio di Dio trasportò, per la quarta volta, il Profeta, all’ingresso del tempio. Tu, certamente, figliuolo dell’uomo, hai veduto! Se anche altrove ti volgerai, vedrai. Certe vidisti, fili hominis; adhuc conversus videbis. E il Profeta guardando vide venticinque uomini vicini al vestibolo. Questi venticinque uomini vicini al vestibolo voltavano la schiena al tempio dei Signore e la faccia all’oriente e adoravano il sole. Ora, questi venticinque uomini in fondo al tempio appartenevano al popolo; e perchè il popolo è precipitoso nelle sue conclusioni, si vede bene che i venticinque uomini voltavano la schiena al tempio del Signore[13].

E così, popolo, donne, nobili, sacerdozio: l’apostasia era dappertutto, in alto e in basso della società giudaica. L’ apostasia, il più grande de’ peccati, che consiste, come indica l’etimologia della parola (ajpo« stasi«ß) mettersi lontano; lontano dalla verità conosciuta, lontano dalla vera religione. L’apostata nel giudaismo si metteva lontano dal Dio unico. L’apostata nel cristianesimo si mette lontano da Cristo Redentore e dal Papa suo Vicario, che lo rappresenta qui in terra.

Ma il Signore, dice la Bibbia, continua a rivolgersi al profeta Ezechiele: Certamente, o figliuolo dell’uomo, tu hai veduto; è forse piccola cosa per la casa di Giuda il fare queste abominazioni al suo Dio? eppure le hanno commesse e mi hanno irritato[14]. Anch’io pertanto nel mio furore agirò… Successe allora una di quelle scene bibliche che provano quanto è paziente in questo mondo la giustizia di Dio.

La scena s’era ingrandita. Tutti i veli erano caduti. Jeova stesso, in persona, s’era all’improvviso manifestato al suo Profeta. Il Signore aveva preso un atteggiamento di maestà oltraggiata, stava in procinto di andarsene. Fiamme abbaglianti l’attorniavano da tutte le parti. Non eran più angeli dalle forme graziose, come nella visione di Giacobbe, che gli facevano scorta, ma quattro animali straordinari, ciascuno de’ quali aveva alla sua volta figura d’uomo, di toro, di leone, d’aquila, che gli formavano come un cocchio[15]. Ora, cosa degna d’esser notata, Jahvé, che stava per abbandonare Gerusalemme, non poteva risolversi a lasciare muovere il suo cocchio. Il Profeta lo vide, quando, lasciato il santuario, si era fermato nel vestibolo de’ sacerdoti: e pareva attendesse un grido di pentimento; il corteo s’arresta ancora sulla soglia del tempio: una terza volta in mezzo alla città. A ciascuna formata si sentiva come un romore di singhiozzi: “Popolo mio, Popolo mio, che t’ho dunque fatto per dover esser trattato in tal guisa da te Non sono io che ho benedetto la tua cuna, il posto di onore che tu occupi? Non sono io che ti ho dato una terra privilegiata, uomini grandi, eroine, una letteratura, una storia senza uguali? Convertiti dunque, o Gerusalemme, chè vi è tempo ancora! Tu ti sei adirata; ma io non voglio adirarmi!… , Ed il corteo si rimise in marcia. Si era arrivati alle mura della città; il cocchio le passa. Sembrava che tutto fosse ormai finito. Ebbene, no. Oh tenacità dell’amore, che ha risoluto di tentar l’ultima prova. Sovra una montagna vicino a Gerusalemme, quella degli Olivi, andò a porsi la gloria del Signore. Là, riferisce un’antica tradizione ebraica, Jahvé attese tre mesi, nel medesimo punto dove, sei secoli più tardi, il Cristo rigettato doveva fare ascoltare il suo singhiozzo di dolore: Geusalemme, Gerusalemme, io ho voluto radunare i tuoi figli! Ma finalmente, dopo lungo attendere, un giorno, il cocchio disparve…[16].

Alcune settimane più tardi l’esercito dei Caldei col terribile Nabucodonosor e, in seguito, quello de’ Romani con Tito, l’uno e l’altro, agili come leopardi, mettevano tutto a fuoco e sangue: e sulle ruine di quella che ora una patria, si poteva innalzare una colonna con questa iscrizione : Finis Judaeae! Fine della Giudea!

Con l’Anticristo, succeduto all’apostasia generale, questa sarà più che la ruina delle nazioni, sarà un giogo pesante e ignominioso, tale che l’umanità non ne avrà nel passato subito uno simile[17].

Che Dio delle misericordie salvi per lungo tempo ancora la società da un si terribile avvenire. Apportando ai piedi di Pio X un costante e generoso concorso, i cattolici possono sperare una riedificazione dell’edifizio sociale, che richiamerà i bei giorni. Pio X stesso, la pensa così e ne fa cenno nella sua enciclica “sull’Azione cattolica”. – “Quale prosperità e benessere, quale pace e concordia, quale rispettosa soggezione all’Autorità e quale eccellente governo si otterrebbero nel mondo, se si potesse attuare per tutto il perfetto ideale della civiltà cristiana. Ma posta la lotta continua della carne contro lo spirito, delle tenebre contro la luce, di Satana contro Dio, tanto non è da sperare, almeno nella sua piena misura. Non per questo è da perdere punto il coraggio. La Chiesa va innanzi imperterrita, o mentre diffonde il regno di Dio là dove non fu peranco predicato, si studia per ogni maniera di riparare alle perdite nel regno già conquistato. Instaurare omnia in Christo è sempre stata la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo. Ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono”[18].

La nostra vecchia Europa, parte costitutiva e, per lungo tempo, principale di questa civiltà cristiana non contiene più questi elementi di ristorazione?… “Figlio dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che si vede da questa parte (e vi ringraziamo, o Signore, di farcelo vedere), è un santuario, ma un santuario mondo da ogni idolo di Gelosia. In questo santuario, un sacerdozio, e quanto è bello nella scarsa gerarchia questo sacerdozio! Alcuni sacerdoti intorno ai loro vescovi, alcuni vescovi intorno al Papa, il Papa unito a Cristo! Sulla faccia di molti, le stimmate del dolore; ma sulle loro labbra il cantico di S. Paolo: “Maledetti, benediciamo, Maledicimur et benedicimus: perseguitati, abbiamo pazienza; bestemmiati, porgiamo suppliche”[19]. O Europa puoi andar superba del sacerdozio cattolico! Spera, spera ancora… Questo sacerdozio può giovare ancora per molto tempo al bene delle nazioni!

“Figliuolo dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che ancora si vede, o Signore, è la fede addormentata che si risveglia nelle classi elevate, un movimento che principia, scuole che rinascono, circoli, patronati, catechismi che si moltiplicano, congressi che si tengono, una stampa coraggiosa che combatte, le idee di giustizia, di diritto, di libertà che si raddrizzano, vibrano, non vogliono morire.

“E da questa parte ancora, figliuolo dell’uomo, che cosa tu vedi? Adhuc conversus videbis?

Si vedono, o Signore, donne in ginocchioni, che piangono. Ma questa volta le lacrime versate sono per il Signore; per il Signore nell’amore; per il Signore nella penitenza; per il Signore nell’espiazione. Vergini dei Carmelo, Figlie della Carità , Piccole suore dei Poveri, o spose di Gesù Cristo! E voi ancora, o madri cristiane, nobili donne di tutti i paesi! Un mondo empio vi motteggia o vi bestemmia. Si sappia almeno che, sovra un suolo che trema e in un orizzonte di tempeste, vi sono cuori di donne che amano Gesù Cristo, la Chiesa e la patria di un amore di cui le labbra sono impotenti a esprimere gli infuocati ardori. Il cielo ne è commosso, e la terra esulta di speranza.

“Figliuolo dell’uomo, voltati da questa parte, che vedi tu? Adhuc conversus videbis?

Quello che si vede, o Signore, è uno spettacolo incantevole! Sono operai, lavoratori, i figliuoli del popolo, di quel popolo il cuore del quale ha per sì lungo tempo e sì fortemente palpitato per Gesù Cristo! Fuori del tempio di Dio, dove i settari e i caporioni li avevano trascinati, si vedono dei gruppi che. rivoltano, che risalgono, che ritornano al tempio del Signore. Le loro mani tese si volgono di nuovo verso la croce: e, al bisogno, il loro petto diverrebbe scudo per difenderla.

 

V.

 

Allo spettacolo di questi segni consolatori e fortificanti, ah! non è la disperazione nè lo scoraggiamento, ma la confidenza e l’energia che devono trovar posto nel loro cuore. Con Pio X abbiamo la volontà e la forza di tutto restaurare in Cristo. Ricondurre la società a Cristo! tutto il resto è secondario dinanzi a questo grande compito. Impavidi e fedeli ai consigli pontifici![20] l Tale dove essere la nostra parola d’ordine. Le ultime generazioni cristiane, nel loro insieme più provate di noi, sapranno innalzarsi sino all’eroismo, per mantenere contro l’Anticristo il complesso delle verità cristiane, base di ogni civiltà. Lasciamo ad esse un profumo d’esempi che le allieti e le incoraggi.

Affermare le verità cristiane, comunicare le verità cristiane, difendere le verità cristiane, sono le tre parole che compendiano i nostri doveri verso Cristo e la società. Per compiere questi doveri la Chiesa non risparmia pene e fatiche e, ad esempio della Chiesa, non le deve risparmiare neppure il cristiano.

 


[1] II  Thess. II, 7.

[2] II  Thess. II, 6,7. “ Et quid deitneat scitis, ut reveletur in suo tempore… tantum ut qui tenet nunc, teneat, donec de medo fiat”.

[3] “Cum temporale Romanorum imperium a longo jam tempore sit eversum, nec tamen apparuerit Antichristus, ipsa patet experientia id de temporali hoc imperio intelligi non debere.

“De qua itaque?

“De defectione a spirituali Romanorum imperio, seu de defectione generali a fide catholica romanae Ecclesiae: Ita S. Thomas, et alii communiter.

“Dicendum, inquit S. Thomas, quod nondum cessavit (Romanorum imperium), sed est commutatum de temporali in spirituale; et ideo dicendum est quod discessio a romano impeio itelligi debet, non solum a temporali, sed a spirituali, scilicet a fide catholica romanae Ecclesiae (Bernard. a Piconio, Epist. B. Pauli triplex expositit.: II Epist. Ad Thess., cap. II, 3.)

[4] S. Thomas, Opusc. LXVIII, De Antichrist., ed. di Parma, 1864, t. XVII, p. 439. – L’espressione ebraica “De medio fiat” significa, dice Estio, la separazione da qualcuno o da più. “Exibunt Angeli, et separabunt malos de medio justorum” (Matth. XIII). “Exite de medio eorum, et separamini” (II Corinth. VI)

[5] Allocuz. di Leone XIII al Sacro Collegio 2 marzo 1887.

[6] Il Monitore di Roma, 24 maggio 1886

[7] Encicl. E supremi apostolatus cathedra.

[8] L’Univers, 26 luglio 1896.

[9] Lettera di S, E. il cardinal Coulliè, arcivescovo di Lione, per la pubblicazione dell’ Encicl. E supremi apostolatus cathedra.

[10] Ezech. VIII, 3-6.

[11] Ezech. VIII, 7-12.

[12] Id. VIII, 13,14.

[13] Ezech. VIII, 15-18.

[14] Id. VIII, 17, 18.

[15] Ezech. VIII, 2-4; I, 4-14; 26-28.

[16] Ezech. VIII, 6; IX, 3; X, 4, 18, 19; XI, 22, 23.

[17] Si domanda: Questo generalizzarsi dell’apostasia, che darà luogo alla venuta dell’Antecristo, sarà un fatto compiuto prima della sua venuta; oppure, già stabilita o, piuttosto, già stabilita in larga scala, si compirà soltanto pel fatto e sotto il regno del figlio di perdizione?

L’apostasia o la separazione dalla fede cattolica e dal Pontificato romano, dovrà essere generale, un fatto compiuto, dicono Engelberto, Trionfo, Estio. – Esso non sarà che una via da compiersi, ma già su larga scala, rispondono il Sote, il Bellarmino, Giustiniano. Quest’ultima opinione sembra più probabile, poichè S. Paolo dice che dopo la defezione e l’apostasia, l’Anticristo apparirà in omne seuctione iniquitatis (II Thess. II, 10). Esso dunque aumenterà l’apostasia e la renderà più universale.

[18] Lett. Encicl. di S. S. Pio X ai vescovi d’Italia sull’Azione Cattolica, 11 giugno 1905.

[19] I Cor. IV, 12.

[20] È questa l’insistente preghiera di Pio X nella lettera indirizzata al cardinale arcivescovo di Lione:

 

Al nostro caro Figlio, S. Eminenza Rev. Pietro Coullié, Cardinal Prete, Arcivescovo di Lione e Vienna.

 

PIO X PAPA

 

Carissimo Figlio, salute e apostolica benedizione.

 

L’attenzione che hai avuto verso di Noi, scrivendoci ultimamente, nell’anniversario della Nostra esaltazione al sommo Pontificato ci é stata di vero conforto in mezzo a tutte le Nostre preoccupazioni specialmente a quelle procurateci, come ben comprenderai, dalle cose di Francia. I sentimenti di profondo attaccamento e di rispettosa unione alla Nostra persona e alla Sede Apostolica, che tu vi manifesti, Ci erano già noti. Ma ciò che nella tua lettera Ci è riuscito particolarmente grato è la confidenza con cui affermi che i  tuoi compatriotti non abbandoneranno giammai la fede degli avi; e che nella tua diocesi specialmente, tutti i fedeli si uniscano fermamente per la difesa della fede e gareggino di zelo nell’obbedire alle prescrizioni del Pontefice romano. Qual soggetto di consolazione per Noi! v’e bisogno di dirtelo? È questa una prova smagliante che Dio è ancora con la Francia, e che non permetterà mai che essa cada nell’abisso in cui vorrebbe precipitarla la malizia di troppi.

In quanto a Noi non cesseremo mai d’implorare la divina misericordia su di te, la tua chiesa e la tua patria; ma al tempo stesso Noi preghiamo, noi supplichiamo tutti i buoni di ascoltare con zelo ogni dì più docile le istruzioni del Vicario di Cristo per la comune salvezza.

Dato in Roma, presso S. Pietro, il 9 agosto 1905, anno terzo del nostro pontificato.

 

PIO X PAPA.

 

 

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -INCERTEZZA DELL’EPOCA DELLA VENUTA DELL’ANTICRISTO E PROIBIZIONE DI FISSARLA.-

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

INCERTEZZA DELL’EPOCA DELLA VENUTA

DELL’ANTICRISTO E PROIBIZIONE DI FISSARLA.

 

 

Sommario. – I. Silenzio della Tradizione e della Scrittura sull’epoca della venuta dell’Anticristo. – II. Testo del V Concilio ecumenico di Laterano che proibisce di fissarla. – III. Motivi di questa proibizione. – IV. Ciò che é tollerato.

 

I.

 

In qual anno del mondo comparirà l’Anticristo?

Nessuno saprebbe dirlo, poichè la Tradizione e la Scrittura tacciono su questo punto. Dio solo ne conosce l’anno e l’ora, ed è un segreto che si è riserbato. Tutte le investigazioni son dunque vane. V’ha una barriera che è insormontabile. L’apostolo san Paolo, scrivendo dell’Anticristo ai Tessalonicesi, ha fatto allusione a questa barriera nelle seguenti espressioni: … Affinchè sia manifestato a suo tempo, Ut reveletur in suo tempore[1]. In qual epoca del mondo arriverà questo tempo? Siccome l’apostolo san Paolo non lo ha indicato, ma si e’ servito di un’espressione indeterminata; la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e sempre prudente, non ha aggiunto nulla e non aggiungerà nulla alla breve indicazione dell’Apostolo. Rispettando la sua riserva, s’è astenuta da sollevare il volo o di guardare più oltre.

 

 

II.

 

Inoltre, per tagliar corto alle indiscrezioni che s’eran prodotte, non ha esitato di proibire sotto pena di scomunica di annunziare per un’epoca determinata la venuta dell’Anticristo e il giorno del giudizio finale. Sotto Leone X, nell’anno 1516, il 11 avanti le calende di gennaio, nel V concilio ecumenico di Laterano[2] venne emanato questo decreto: “Ordiniamo a tutti coloro che esercitano l’ufficio della predicazione o che l’eserciteranno in futuro, di non presumere di fissare nelle loro predicazioni o nelle loro affermazioni un tempo determinato per i mali futuri, sia per la venuta dell’Anticristo, sia per il giudizio finale: attesochè la verità ha detto: Non v’è dato di conoscere il tempo o il momento che il Padre ha fissato di sua propria autorità: coloro dunque che, sino al presente, hanno osato asserire simili cose, hanno mentito, e si è avverato che, per fatto loro, un gran danno è stato arrecato all’autorità di coloro che predicano saggiamente”[3].

 

 

III.

 

I motivi di questa proibizione sono indicati nel testo di essa:

Prima di tutto, il rispetto dovuto alla volontà di Dio. Egli è il padrone assoluto del tempo e di quanto in esso succede: non conviene, dunque, che gli uomini, da indiscreti voglian conoscere, in antecedenza, il risultato de’ suoi eterni decreti. Come si devono comportare, riguardo a questi eterni decreti, lo, dice l’autore ispirato dell’Ecclesiastico: “Non cercare quello the è sopra di te, e non voler indagare quelle cose che sorpassano le tue forze… Non essere curioso scrutatore delle molte opere di Dio[4]. Il rispetto dovuto ai decreti e alle opere di Dio, la penna di sant’Agostino l’ha espresso in quest’ammirabile sentenza: “Onora ciò che ancora non comprendi, e tanto più onoralo quanto i veli son più fitti. Quanto più uno è degno di onore tanti più veli pendono nella sua casa. I veli comandano l’onore dovuto al segreto e si alzano a coloro che si vogliono onorare”[5].

Il secondo motivo della proibizione è di risparmiare ai fedeli preoccupazioni fastidiose, pericolose pe’ doveri da compiere all’ora presente. Si ricordi la paura de’ Tessalonicesi che san Paolo fu costretto a rassicurare: “Noi vi preghiamo, o fratelli, che non vi lasciate atterrire; …quasi imminente sia il giorno del Signore[6]. E dopo aver tracciato il ritratto dell’Anticristo nel capitolo II della sua lettera, l’Apostolo lo fa seguire, al capitolo III, da questo consiglio: “Abbiam udito che alcuni tra voi procedono disordinatamente, i quali non fanno nulla, ma si affaccendano senza pro. Ora a questi tali facciamo sapere e li scongiuriamo nel Signor Gesù Cristo, che lavorando in silenzio mangino il loro pane[7].

Il terzo motivo è d’impedire gli scandali, sempre dannosi alle anime. Perchè allorquando l’avvenimento non giustifica le predizioni avventate, coloro che son deboli nella fede ne prendono occasione per disprezzare le vere profezie della Scrittura e di dubitarne. Così è accaduto più d’una volta in diversi tempi; e la storia ecclesiastica ha dovuto registrare i nomi di molti di questi sognatori che ebbero l’audacia di annunziare per un’epoca determinata la venuta dell’Anticristo; per esempio :

Un giovane parigino visionario annunzia pubblicamente da una cattedra di Parigi, verso il 960, che l’Anticristo verrebbe alla fine dell’anno 1000. Fu confutato vittoriosamente da Abbone, il futuro abate di Fleury[8]:

Fluentino da Firenze, condannato nel 1105 da Pasquale II;

Arnoldo da Villanuova, condannato nel 1311. Avea fissato la venuta e la persecuzione dell’Auticristo all’anno 1377:

Bartolomeo Janovesio, condannato da Papa Urbano V per aver fissato questa venuta nel giorno della Pentecoste del 1360;

Niccolò Cusin l’annunziò per gli anni 1700 o 1734;

Mmmero Bruschio, pel 15S9 o 1643:

Girolamo Cardano, per l’anno 1800:

M. d’Hedouville, tra il 1952 e 1953;

L’autore anonimo dei Precursori dell’Anticristo, per l’anno 1957;

L’abate Maitre fissa la fine del mondo alla fine del secolo XX o nel corso del XXI.

Questi esempi non sono una dimostrazione della sapienza della Chiesa nel proibire che ha fatto di fissare una data determinata sia per questa venuta, sia per la fine del mondo?[9]

 

 

IV

 

Si potrà dire che essa proibisce egualmente di emettere delle congetture? No: la proibizione fatta dal V Concilio ecumenico di Laterano non va più in là. Essa riguarda solamente ogni data fissa. Le generalità, le congetture prudenti, l’indicazione dei segni precursori restano cose permesse, ad esempio di certi Padri e d’eminenti Dottori che non ne sono mancanti.

Eusebio “designa la venuta dell’avversario, il quale avrà la libertà di assalire la Chiesa di Cristo”[10].

Giuda Cyr, altro storico ecclesiastico, crede che la venuta dell’Anticristo sia prossima[11].

Tertulliano parla dell’Anticristo che si avvicina: “Antichristo jam instante[12].

S. Cipriano: “Dovete tener per certo che il tempo dell’afflizione è cominciato, che la fine del secolo e il tempo dell’Anticristo si avvicinano”[13].

Sant’Ilario parla dell’Anticristo imminente: “imminentis Antichristi[14].

San Basilio: “Non siamo all’ultim’ora? Non è questa l’apostasia? Non si manifesta l’empio, il figlio della perdizione?”[15]

Sant’Ambrogio: “Perchè siamo arrivati alla fine del mondo, certe malattie ne sono i segni. La malattia del mondo, è la fame; la malattia del mondo, è la poste la malattia del mondo, è la persecuzione”[16].

San Girolamo: “Noi non curiamo che l’Anticristo si avvicina”[17].

San Bernardo, descrivendo le empietà del suo secolo, emette questo grido d’allarme: “Sol questo ci resta da vedere che l’uomo del peccato, il figliuolo di perdizione, faccia la sua comparsa”[18].

San Gregorio Magno: ” Il re della superbia è vicino. Rex superbiae prope est[19].

Altre citazioni potrebbero esser riferite. Chi non conosce, del resto, la famosa omelia del citato gran Papa san Gregorio, sui “segni della fine del mondo”, omelia che la Chiesa, ogni anno rimette sotto gli occhi dei sacerdoti e dei fedeli, la prima domenica dell’Avvento, per ricordar ad essi la fine dei tempi? Di questi segni precursori, san Gregorio nota che alcuni sono adempiuti, e altri non tarderanno ad esserlo. “Ex quibus profecto onnibus alta jam facta cernimus, alia in proximo ventura formidamus[20].

Come s’è potuto vedere, alcuni de’ Padri citati non si son permessi di fissare una data certa per la venuta dell’Anticristo o per la fine dei mondo. Essi si fermano tutti alle generalità, rammentano i segni, congetturano; non fissano nulla. La loro maniera di predicare o di scrivere, è conforme agli annunzi alle volte deterininati e prudenti del nostro Signore stesso, e del suo apostolo san Paolo. Ai capitoli XXIV e XXV di san Matteo, nostro Signore annunzia chiaramente la fine del mondo, ne dà i segni precursori, ma non fissa la data. Ad esempio del suo Maestro, san Paolo, al capitolo II della seconda lettera ai Tessalonicesi, annunzia chiaramente l’Anticristo, ma non fissa la data della sua venuta; si limita a indicare il segno precursore di questo avvenimento: l’Apostasia: Discessio primum et revelatus fuerit homo peccati[21].

 

 


[1] II Thess. II, 6.

[2] Sess. XI, Constit. Supernus majestatis praesidio.

[3]Mandantes omnibus, qui hoc onus praedicationis sustinent, quique in futurum sustinebunt, ut tempus qua fixum futurorum malorum, vel Antichristi adventum aut certum, diem Judicii praedicare, vel asserere, e nequaquam prasumant; cum Veritas dicat: Non est Vestrum nosse tempora vel momenta, qua Pater posuit in sua potestate: ipsosque qui hactenus, similia asserere ausi sunt, mentitos, ac eorum causa, reliquorum etiam recte praedicantium auctoritati non modicum detractum fuisse constet. (Cit. in Ferraris, Prompt. bibl. alla parola Praedicare. Mansi, Sacrorum Conciliorum collectio, t. XXII. p. 945-947).

[4] Ecclesiastic. III, 22-24.

[5]Honora quod nondum intelligis et tanto magis honora quanto plura vela cernis. Quanto enim quisque honaratior est, tanto plura vela pendent in domo ejus. Vela faciunt honorem secreti; sed honorantibus levantur vela“. (S. August., Serm. LI, 5).

[6] II Thess. II, 11, 12.

[7] II Thess. III. 11, 12.

[8] Abbonis apologeticum in Migne, Patr. Lat.,  t. CXXXIX, c. 162.

[9] Tra gli autori che hanno fissato una data alla venuta dell’Anticristo, ci siamo meravigliati di trovarvi il ven. servo di Dio Bartolomeo Holzhauser, restauratore della disciplina ecclesiastica in Germania, fondatore dell’Associazione dei Preti secolari viventi in comune, morto il 20 maggio 1658. Autore di una Interpretazione dell’Apocalisse, applauditissima in Germania, e in cui vi sono certamente delle pagine bellissime e commoventissime, L’Holzhauser ha scritto quanto segue: “Alla metà dell’anno di Gesù Cristo 1865, nel secolo XIX, nascerà l’Anticristo e vivrà cinquantacinque anni e mezzo. Negli ultimi tra anni e mezzo della sua vita, perseguiterà col più grande furore la cristianità, e d’accordo col suo falso profeta l’antipapa, sterminerà la Chiesa, disperderà il gregge di Gesù Cristo, vincerà ed ucciderá tutti i fedeli colla possanza che gli verrà data per quarantadue mesi sovra ogni tribù, popolo, lingua e nazione, per far guerra contro i santi di Dio e per vincerli durante il tempo in cui sarà assiso nella pienezza del suo regno. Così dunque, nel 1911, il figlio di perdizione sarà ucciso nel cinquantaseiesimo anno della sua vita dal soffio, cioè dalla parola, che uscirà dalla bocca di Gesù di Nazaret crocifisso”. (Interpretazione dell’Apocalisse, 3ª ediz., t. II, pag. 120, Parigi, 1872: librer. Lodovico Vivés). – Se la causa di beatificazione del ven. servo di Dio si dovrà proseguire, queste linee non siano un ostacolo. L’onorevole Promotore della Fede esamini bene da quale spirito provengono. Nel caso in cui non fossero che un’interpretazione personale, non si potrebbe invocare in favore del loro autore l’ignoranza del decreto del V° Concilio Lateranense, cioè la buona fede? Errare humanum est, specialmente quando si tratta di un decreto ricoperto dalla polvere dei secoli, ed ignorato da moltissimi nella Chiesa. Se ci siamo presi la libertà di rimettere in evidenza questo decreto, lo abbiamo fatto perché nei tempi turbolenti in cui si trovano la Chiesa e la società umana, le anime stiano in guardia contro calcoli capaci di inquietarle.

[10] Euseb., Hist. Eccl., lib. V, cap. I.

[11] Euseb., Hist. Eccl., lib. V, cap. VI.

[12] Tertull., De fuga in persecuzione, c. XII.

[13] S. Cyprian., Epist. LVI ad Thibaritanos.

[14] S. Hilar., Lib. contra Auxentium.

[15] S. Basil., Epist. LXXI ad Alexandrinos.

[16] S. Ambros., Oratio in obit. Satyri fratris.

[17] S. Hieronym., Epist. II ad Ageruch.

[18] S. Bernard., Serm. 6 in Psalm. 90.

[19] S. Gregor. Magn., Epist. XXXVIII ad Joan. Constantin.

[20] Id., Hom. I in Evang.

[21] II Thess. II, 3.

Dal Libro l’ ANTICRISTO di Agostino Lèmann -PERSONA, REGNO, PERSECUZIONE,FINE-

 

DAL LIBRO “L’ ANTICRISTO” DEL SACERDOTE  AGOSTINO LÉMANN

APPROVAZIONI ECCLESIASTICHE:

 

Lettera del Cardinale MERRY DEL VAL, Approvazione alla I. edizione, Approvazione alla II. Edizione, Imprimatur

 

PERSONA, REGNO, PERSECUZIONE,

FINE DELL’ANTICRISTO.

 

Sommario. – I. Cose certe. – II. Cose probabili. III. Cose indecise. – IV. Cose fantastiche.

 

Prima certezza: – L’Anticristo sarà una prova per i buoni, un castigo per gli empi e gli apostati.

 

Prova: – “Ecco che quel corno faceva guerra contro de’ santi e li superava[1]. – “E fu conceduto a lei (alla Bestia) di far la guerra coi santi e di vincerli[2].

Castigo: – “L’arrivo di quest’empio apra luogo… con tutte le seduzioni dell’iniquità per coloro i quali si perdono, per non aver abbracciato l’amor della Verità per essere salvi. E perciò manderà Dio l’operazione dell’errore, talmente che credano alla menzogna, onde siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell’iniquità[3].

Dio non pone la pietra d’inciampo sulla via dei cattivi, se non allorquando han proprio meritato la punizione: essi mettono allora il colmo ai loro delitti.

È, dunque, per una permissione divina che si avvererà la venuta dell’Anticristo. Per provare, da una parte, la fede degli eletti, per castigare, dall’altra, l’apostasia di un gran numero, Satana riceverà, come avvenne con Giobbe, la libertà d’esercitare, per un dato tempo, la sua funesta possanza contro il genere umano. Allora sorgerà colui che S. Ireneo chiama il compendio di ogni malizia[4], e sorgerà quel tempo di persecuzione, di cui nostro Signore ha detto: “Grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo sino a quest’oggi, nè mai sarà[5].

 

Seconda certezza: – L’Anticristo sarà un uomo, un individuo.

 

Bisogna che prima si sia manifestato l’uomo del peccato[6].

L’Anticristo non è dunque una finzione, un mito, come una penna di critico leggiero, quella di Rénan, si è sforzata di stabilire[7]. Esso non deve inoltre esser confuso con una setta qualunque, una collezione d’empi, un centro d’ateismo, un periodo di persecuzione, come hanno pensato alcune anime pie. L’Anticristo sarà un vero individuo, una persona, che sorgerà, è vero, in un’epoca d’ateismo e di sétte perverso, ma, pur ritenendo legami stretti con queste sétte e con questo centro di ateismo, non lascerà d’essere una persona, un individuo “avente gli occhi di un uomo ed una bocca che proferiva grandi cose e bestemmie[8].

 

Terza certezza: – L’Anticristo non sarà Satana incarnato, nè un demonio sotto apparenza umana, ma un membro della famiglia umana, un uomo, nient’ altro che un uomo. “L’uomo del peccato[9].

Senza dubbio quest’essere sarà ispirato da Satana e sarà come il suo strumento; Satana sarà il suo consigliere e il suo ispiratore invisibile: gli presterà il suo appoggio, ma non sarà l’Anticristo egli stesso[10].

 

Quarta certezza: – L’Anticristo sarà seduttore per certe sue qualità personali.

Questo corno aveva occhi quasi occhi d’uomo e una bocca che spacciava cose grandi[11]. – “E fu data alla bestia una bocca per dir cose grandi[12]. – “E adorarono la bestia dicendo. Chi è da paragonarsi colla bestia?[13]L’arrivo di quest’empio sarà con tutte le seduzioni dell’iniquità[14].

È un errore popolare quello di figurarsi l’Anticristo sotto apparenze ributtanti, come un compendio di tutto le laidezze fisiche. Questo proviene probabilmente dall’interpretazione data a questo passo dell’Apocalisse: “Io vidi una bestia elle saliva dal mare, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue coma dieci diademi, e sopra le sue teste nomi di bestemmia. E la bestia ch’io vidi era simile al pardo, e i suoi piedi come piedi d’orso, e la sua bocca come bocca di leone”[15].

Lungi dal rappresentare l’esteriore fisico dell’Anticristo, questo passo simbolico non ha altro scopo che di darci un’idea della sua vasta potenza e dell’estensione del suo impero, cose di cui tra poco tratteremo. i. diversi testi, che sono stati riportati, provano, al contrario, che la persona dell’Anticristo non mancherà di attrattive seduttrici. So, infatti, la descrizione di Daniele fa risaltare gli occhi dell’Anticristo: “Questo corno aveva occhi quasi occhi d’uomo” è perchè gli occhi denotano l’intelligenza, la perspicacia, l’abilità. Ma fra le bellezze seduttrici, Daniele e l’Apocalisse s’accordano a descrivere, come più dannose, la bellezza della voce e dell’eloquenza : “E fu dato alla bestia una bocca per dire cose grandi“. Cose grandi! Gli interpreti danno generalmente a queste espressioni il senso di parole strane, di parole d’orgoglio, di ribellione… di enormità. Ma la parola ebraica in Daniele “NDb√rVbår” significando “grandissimo“, indica che si può trattare anche di parole sublimi, eloquenti, affascinanti. L’angelo decaduto avendo scelto l’Anticristo come capo visibile dell’ultima battaglia da combattersi contro Cristo e la sua Chiesa, gli comunicherà qualche cosa delle bellezze naturali e incomparabili che l’Eden contemplò un tempo con stupore in Lucifero, bellezze che a lui non furon tolte, ma di cui abusa per fare il male. Sotto questa influenza occulta, il sublime, nella bocca dei figliuolo di perdizione, s’ unirà alla bestemmia; e questa tentazione del sublime sarà così attraente, che gli eletti stessi, se è possibile, saranno ingannati[16]. V’ha di più: il ritratto, tracciato nell’epistola ai Tessalonicesi, lascia intravedere nell’Anticristo una potenza di seduzione più vasta di quella della voce e dell’eloquenza: Con tutte le seduzioni dell’iniquità, vi è detto; per conseguenza, seduzione di una bella presenza e di un bel volto, seduzione di un bell’ingegno, seduzione di una falsa virtù, seduzione di prestigi e falsi miracoli uniti alla seduzione della voce e dell’eloquenza. Ed è, per questo che la terra, sedotta e in mezzo all’ammirazione griderà: Chi è da paragonarsi colla Bestia?

 

Quinta certezza: – I principî dell’Anticristo saranno umili e poco osservati.

Io considerava le corna, quand’ecco un altro piccolo corno spuntò in mezzo a queste[17].

L’espressione piccolo significa una potenza debole al suo principio; essa parrà da prima affatto trascurabile[18].

 

Sesta certezza: – L’Anticristo crescerà e farà conquiste.

Tre delle prime corna le furono svelte all’apparire di questo[19]. – “Questo corno era maggiore di tutti gli altri[20]. – “E l’angelo così mi disse: I dieci corni saran dieci re; e un altro si alzerà dopo di essi… e umilierà tre regi[21].

L’Anticristo crescerà sino a diventar re, e re conquistatore. Tre de’ dieci corni, cioè tre degli Stati nati, smembrati dall’antico impero romano, cadranno sotto la sua potenza. Essi saranno svèlti all’apparire di esso; ebraismo che significa: svèlti da lui. E anche notato che l’aspetto del piccolo corno divenne maggiore di quello de’ suoi compagni. Questa denominazione di “compagni“, applicata ai dieci corni indica che i dieci Stati esisteranno simultaneamente; l’Anticristo, undicesimo corno, è sorto e cresciuto in mezzo ad essi, e riesce ad abbatterne tre. Se è detto dall’Angelo che un altro si alzerà dopo di essi, l’espressione dopo di essi significa che l’Anticristo apparirà dopo la sparizione dei dieci re o dei dieci Stati, poichè, secondo il versetto 8 (quinta certezza), il piccolo corno (l’Anticristo) sorge, s’innalza in mezzo ai dieci Stati (ai dieci corni) e riesce ad abbatterne tre. Che significa dunque l’espressione dopo di essi? Significa che il regno dell’Anticristo deriverà dalla medesima sorgente che gli altri suoi predecessori, cioè dalle rovine dell’antico impero romano[22].

 

Settima certezza: – L’impero dell’Anticristo sarà universale.

E fu dato potere alla Bestia sopra ogni tribù e popolo e lingua e nazione[23].

Quest’accumulamento di espressioni non lascia alcun dubbio sulla universalità dell’ impero dell’Anticristo. Esso diventerà, o da sè medesimo o per mezzo de’ suoi luogotenenti, padrone del mondo. Si avrà allora la cattolicità dell’anticristianesimo dinanzi alla cattolicità della Chiesa.

Come nostro Signore meritò di riscattare col suo sangue l’umanità tutta intera[24], così l’Anticristo, in maniera opposta e per una permissione divina, estenderà per un dato tempo, il suo giogo di ferro e di empietà sopra ogni tribù e popolo e lingua e nazione[25]. Le scoperte moderne, che abbreviano il tempo e fanno sparire le distanze, mostrano che “l’uomo del peccato” non mancherà dei mezzi per arrivare a questo dominio. Alla facilità delle comunicazioni, unirà al suo servizio la potenza, detta scientifica, con tutto ciò che v’è mischiato di antirazionale e di anticristiano. Concentrando così le forze dello spirito rivoluzionario, trascinerà le folle sempre pronte a seguire tutti i servaggi. Coll’appoggio che troverà nelle società anticristiane[26], questo nemico di Gesù Cristo potrà formare in breve tempo un impero gigantesco. Allora si avvereranno in tutta la loro pienezza quelle espressioni dell’epistola ai Tessalonicesi: Revelabitur ille iniquus, quest’empio si manifesterà: egli sarà in evidenza, la sua potenza risplenderà per ogni dove.

 

Ottava certezza: – L’Anticristo farà una guerra accanita a Dio e alla Chiesa.

E parlerà male contro l’Altissimo e calpesterà i santi dell’Altissimo e si crederà di poter cangiare i tempi e le leggi[27]. – “Ed essa (la Bestia) aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo. E fu conceduto a lei di far guerra ai santi e di vincerli[28].

Se si interroga la Tradizione e le si domanda in qual maniera avverrà, secondo i testi, la persecuzione dell’ Anticristo, si alza S. Agostino e risponde: “La prima persecuzione (quella dei Cesari), fu violenta: per costringere i cristiani a sacrificare agli idoli, si proscrivevano, si tormentavano, si scannavano. La seconda, quella attuale, è insidiosa e ipocrita : gli eretici ed i fratelli sleali ne sono gli autori. Più tardi ne succederà un’altra, più funesta delle precedenti; perchè aggiungerà la seduzione alla violenza, e questa sarà la persecuzione dell’Anticristo”[29].

Subito il suo odio si rivolgerà contro Dio medesimo: “E la Bestia aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo“. Proibizione di rendere a Dio il menomo culto, proibizione di pronunziarne il nome, proibizione di comunicare colla Chiesa, suo tabernacolo vivente, proibizione di onorare i santi del cielo. Ma, al contrario, libertà di bestemmia contro Dio, libertà di bestemmia contro il suo nome, libertà di bestemmia contro la Chiesa, libertà di bestemmia contro i santi del cielo! Ma, tra tutte queste bestemmie, quelle proferite dall’Anticristo provocheranno un entusiasmo indescrivibile. Da un punto all’altro del mondo si spaccerà, si ripeterà: “Chi è da paragonarsi colla Bestia?” Tale sarà il grido di trionfo di empietà e d’orgia che farà rintronare l’aria! grido selvaggio che sarà la più grande bestemmia di cui gli uomini si saranno resi colpevoli, poichè esso supporrà che tutto ciò che esiste e che viene da Dio sia inferiore alla Bestia, portavoce di Lucifero[30].

E, insieme a questi attentati contro Dio, oppressione della Chiesa, oppressione di tutti coloro che vorranno rimanere fedeli a Gesù Cristo[31]. Contro di essi ogni sorta d’iniqui provvedimenti. Eccone alcuni:

Proscrizione di ogni insegnamento cristiano. Non più neutralità, ma proscrizione! Proibizione assoluta d’insegnare le verità cristiane e, per conseguenza, soppressione di scuole, chiusura di chiese, interdizione di predicazione. Esclusione eziandio di un insegnamento qualunque.

Già sotto Giuliano l’Apostata s’era fatta un a prova di questo iniquo provvedimento. “Allora, così scrive S. Gregorio di Nazianzo, si spogliarono le chiese, e le ricchezze ne furono trasportato nei templi degli idoli che si restauravano a spese de’ cristiani. Allora si chiusero le scuole e fu vietato ai cristiani d’insegnare la grammatica, la retorica, la medicina e le arti liberali. Non sta bene, diceva sghignazzando l’imperatore Giuliano, che gli adoratori del vero Dio coltivino le muse e la letteratura pagana, poichè stimano le nostro divinità infami ed empia la nostra scienza”[32].

Altro iniquo provvedimento: Lacerazione e distruzione dei Libri santi. Si farà anche più che proscrivere le opere in cui s’incontra il nome di Dio, come già si è fatto; si perseguiteranno specialmente i Libri santi, per lacerarli e distruggerli. Così avvenne nei tempi passati, durante la cruda persecuzione di Antioco Epifane, preludio, secondo la testimonianza di S. Girolamo, a quella dell’ Anticristo[33]. Si vide allora, come rilevasi dal primo libro dei Maccabei, tutto un esercito di funzionari e di sbirri occupati a invader le case, e a frugarne tutti i nascondigli. “Stracciati i libri della legge di Dio, li gettarono ad ardere nel fuoco. E se presso alcuni trovavano i libri del testamento del Signore, erano trucidati a tenor dell’editto del re[34].

Allora eziandio, secondo un altro passo del medesimo libro, torme di Ebrei fedeli abbandonarono Gerusalemme per rifugiarsi nelle montagne, nel profondo delle caverne. Gli sfortunati avevano, per salvarsi la vita, lasciato tutto, salvo qualche foglietto di quei, libri, rapiti alla fiamma e imporporati del sangue dei martiri. Morenti di fame e di freddo, ma vicini a questi foglietti, li leggevano, per rinvigorire l’animo, alla luce vacillante di torce pallide come le loro facce. Ma avvenne che quelle caverne della Giudea s’illuminarono, come più tardi le catacombe romane, di tali fiamme divine e di tali entusiasmi, che, dopo pochi anni di persecuzione, Gionata Maccabeo, uno dei superstiti di quelle lotte eroiche, Poteva rispondere agli Sparziati, i quali gli avean proposto un’alleanza: “Noi, non abbiamo bisogno di consolazioni umane, perché abbiamo per nostra consolazione i Libri santi, che sono nelle nostre mani”[35].

Ancora un altro provvedimento iniquo: Insegnamento obbligatorio ed universale dell’errore. Questo intanto si prepara nelle scuole senza Dio, o piuttosto contro Dio. Rese generali al tempo dell’Anticristo, esso poseranno la loro mano di ferro, per piegarli all’apostasia, non solamente sui giovanotti e le fanciulle, ma ancora sui bambini incapaci di difendersi, ad onta delle proteste dei padri e delle lacrime delle loro madri !

Sotto l’oppressione di questi iniqui provvedimenti e di altri ancora, si vedrà adempire alla lettera una delle più formidabili sentenze della santa Scrittura: “La verità sarà abbattuta sopra la terra, Prosternetur veritas in terra[36]. Nella lunga serie dei tentativi umani sin dall’origine dei secoli si è veduta la verità diminuita, sbeffeggiata, sfigurata, ma rovesciata a terra, mai! O che ciò sarà al tempo dell’Anticristo? Nessuno lo creda! Se il profeta Daniele adoperò questa espressione, l’adoperò per dipingere in modo energico tutto il furore che si sarebbe visto nella persecuzione di Antioco, e tutto il furore che si vedrà in quella dell’Anticristo. Egli usa lo stesso linguaggio, allorchè, parlando delle prove alle quali i fedeli cristiani saranno sottoposti, annunzia che “il corno farà la guerra contro de’ santi e li supererà[37]. Si, assalti contro i cristiani, assalti contro la verità cristiana. Ma mentre i santi, assaliti e feriti nei loro corpi, rimarranno impavidi, indipendenti e fermi nella loro anima, la verità cristiana, meglio radicata nel seno della Chiesa di quel che non sono le montagne nelle viscere della terra, renderà vani tutti questi assalti; e gli ultimi discendenti dei nostri contemporanei ripeteranno come noi, all’ora del canto del vespro, quel versetto del salmo, che proclama il felice esito delle battaglie di Dio: “Veritas Domini manet in aeternum, La verità del Signore è immutabile in eterno”![38]

Ma, tra i testi che annunziano la guerra incessante che l’Anticristo farà a Dio e alla Chiesa, ve n’è uno che non bisogna lasciare senza spiegazione: “Ed ei si crederà di poter cangiare, dice Daniele, i tempi e le leggi”. Che stanno a significare queste parole? Voglion dire che l’Anticristo si arrogherà una Potenza sovrumana, poichè appartiene soltanto a Dio, legislatore supremo, di regolare e di cambiare i tempi. L’uomo del peccato vorrà rovesciare tutto le istituzioni più sacre, tutti i fondamenti della religione e della società. Se n’è già avuto una specie di saggio da parte dei suoi precursori. Maometto cambiò i giorni festivi e la legge pubblicando il Corano. Anche ai giorni nefasti della tirannide giacobina, nel 1792, il culto cattolico venne proibito in Francia, ed il computo de’ tempi modificato introducendo un nuovo calendario. Ai santi di ciascun giorno, i cui nomi furono cancellati, si fecero succedere i legumi, gli animali, la carota e perfino il porco…

Ma a che pro rammentare il passato? Il presente non è bastantemente istruttivo e minaccioso? Non vi è stato in sono al parlamento di una grande Nazione europea chi ha osato proporre poco fa la modificazione seguente perchè venisse eretta a legge: “Le quattro feste dette concordatarie, stabilite sotto un vocabolo religioso, si chiameranno, cominciando dalla promulgazione della presente legge: quella dell’Ascensione, festa dei Fiori; quella dell’Assunzione, festa delle Raccolto; quella di Ognissanti, festa dei Ricordi; quella del Natale, festa della Famiglia”?[39] Il motivo allegato dall’autore di tale modificazione era questo: “Il cristianesimo ha fatto sparire tutte le feste dell’ antichità… Le feste pagane avevano almeno un merito, quello di idealizzare la vita, di esaltarla, di celebrarla. Il cristianesimo ha voluto metter sempre tra l’uomo e la natura il suo Dio”. E con 356 voti contro 195 la modificazione proposta venne respinta. Se sarà ripresa al tempo dell’uomo nefasto, che crederà di poter cangiare i tempi e le leggi, otterrà una maggioranza.

Ma ecco l’abominazione delle abominazioni.

 

Nona certezza: – L’Anticristo si spaccerà per Dio e vorrà essere adorato lui solo.

“L’avversario che s’innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora, talmente che sederà egli nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio”[40]. – “Ed essi adoreranno la Bestia”[41].

Le parole: “L’avversario che si innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora” ci stordiscono. Esse rivelano subito che l’uomo d’iniquità vorrà essere adorato, e adorato lui solo. Allorchè il più bello tra gli angeli distolse gli occhi dalla faccia del Signore e li rivolse su sè stesso, rimase sedotto, inebriato della propria bellezza, ed osò pretendere di essere adorato, ma insieme a Dio: “Salirò al cielo, diceva in cuor suo, sopra tutte le stelle innalzerò il mio trono, salirò sul monte del testamento, sarà simile all’Altissimo”[42]. L’ Anticristo sarà più sacrilego di Lucifero. Eccitato da lui non tenterà solamente di eguagliare Dio, di assidersi accanto a lui sulla sommità delle nubi; pretenderà di sostituirlo ed essere adorato lui solo. Persuaderà gli uomini che egli solo è il vero Dio e che fuori di lui non esisto altro Dio. La formula incomunicabile che Dio s, è riserbato sin ab eterno: “Io sono il Signore, e non havvene un altro”[43], l’Anticristo se ne approprierà[44].

La conseguenza di questa pretensione incredibile sarà, il testo lo indica, che l’uomo d’iniquità non farà solamente la guerra al vero Dio e alla vera religione, ma a tutti i culti esistenti. S’è avuto come un abbozzo di questo avvenimento in un fatto della persecuzione di Antioco Epifane. Questo principe empio, di cui erasi vaticinato che s’innalzerebbe e insolentirebbe contro tutti gli dei[45], non si peritò infatti di prendere sulle sue monete il nome di qeóß,, Dio, e di ordinare a tutti i suoi sudditi di praticare la sua propria religione[46]. Cosa degna di nota: tutte le false religioni del suo regno si sottomisero immediatamente a questo editto, senza manco l’ombra di resistenza: “Tutte le nazioni si accordarono in obbedire al comando del re Antioco”[47]. E frattanto non erano in piccolo numero queste false religioni, poichè il regno di Siria, circondato al settentrione dall’Asia Minore, al mezzogiorno dall’Egitto, al levante dall’impero dei Parti, a tramontana dal Mediterraneo, abbracciava, nella vasta estensione, tutte le false divinità della Mesopotamia, di Ninive, della Siria, d’Ammone, di Moab, della Samaria, d’una parte dell’Arabia, dell’Idumea, del paese dei Filistei. Eppure nemmeno l’ombra di una protesta: “Tutte le nazioni si accordarono in obbedire“. Infatti è nella natura dell’ errore, e si vedrà anche meglio al tempo del vero Anticristo, il curvarsi con prontezza sotto il giogo di un padrone, e non opporsi alla più detestabile delle tirannidi, a quella che esige la rinunzia della coscienza, il silenzio del vinto, il silenzio dello schiavo.

A Gerusalemme vi furono molte defezioni.

Parecchi Giudei ebbero la debolezza di sottomettersi. Ma la maggior parte della nazione rimase fedele al vero Dio. Come sotto il colpo di una commozione repentina, la fede assopita si risvegliò, levandosi calma e, intrepida dinanzi al tiranno delle coscienze.

Fu allora che si aprì il martirologio della Sinagoga, dove si videro inseriti, alla testa di migliaia di vittime, i nomi indimenticabili del santo vecchio Eleazaro, dei sette Maccabei e della loro madre[48]. Per tre anni e mezzo, questo martirologio rimarrà aperto…

L’editto di Antioco, che ordinava l’unità dei culto in tutto il regno siriaco, era stato seguito da un secondo editto, speciale per Israele, cioè per la vera religione. Siccome, il suo tenore è molto istruttivo, per il tempo presente, e più specialmente per l’avvenire, così merita di esser fatto conoscere:

“Proibizione di fare nel tempio di Dio gli olocausti e i sacrifizi e le oblazioni.

Proibizione di santificare il sabato e le solennità.

Sian profanati i luoghi santi e il popol santo d’Israele.

Si innalzino altari e templi agli idoli, e a loro s’immolino carni di porco e bestie immonde.

Non si pratichi la circoncisione e si contamini con ogni sorta d’immondezze e di abominazioni, l’anima dei bambini affinchè si diinentichino della legge di Dio e ne conculchino tutti i precetti. E tutti quelli che non obbediscono all’ordine del re Antioco, siano messi a morte”[49].

Per quanto sembrino mostruosi quest’ordini, tuttavia saranno sorpassati sotto il dominio dell’Anticristo, poichè tutti saranno obbligati ad adorare la sua persona[50]. L’autore ispirato dell’Apocalisse, che ha intraveduto da lontano quest’adorazione, ha fremuto e ha mandato questo grido d’orrore: Ed essi adoreranno la Bestia[51]. Così verrà stravolto e profanato, ai piedi del ministro di Satana, quel bel testo delle Scritture consacrato al vero Dio: “Le fatiche dell’Egitto, il commercio dell’Etiopia, e i Sabei uomini di grande statura passeranno dalla tua parte e saran tuoi; cammineran dietro a te colle mani legate e te adoreranno e a te porgeranno preghiere. In te solamente è Dio, e non è Dio fuori di te[52]. L’Apocalisse aggiunge un’ultima notizia: insieme a quest’adorazione della Bestia, vi sarà l’adorazione del Dragone, di Satana “E adorarono il dragone che dette potestà alla Bestia[53]. L’adorazione di Satana negli antri tenebrosi di certe logge massoniche non si pratica forse già?

 

Decima certezza: – Per mezzo di prodigi diabolici l’Anticristo pretenderà dimostrare che egli è Dio.

La venuta di quest’empio per operazione di Satana sarà con tutta potenza e con segni e prodigi bugiardi[54].

Con miracoli numerosi e strepitosi Gesù Cristo avea provato la sua filiazione e missione divina. “Le opere che mi ha dato il Padre da adempire, queste opere stesse le quali io fo, testificano a favor mio, che il Padre mi ha mandato”[55]. L’Anticristo avrà la pretensione di stabilire ugualmente la sua falsa divinità su prodigi esteriori. E con l’aiuto di Satana, per la potenza di lui, li compirà.

Ma questi miracoli saranno veri ?

“Si domanda spesso, dice S. Agostino, se queste espressioni di segni o prodigi ingannatori vogliono fare intendere l’inanità de’ prodigi di cui l’Anticristo abuserà contro l’uomo, essendo tutte questo opere apparenti: o devo dirsi che la verità stessa di questi miracoli trascinerà alla menzogna coloro che crederanno vedervi la presenza della forza divina?” E l’illustre dottore risponde: “Si saprà più tardi”[56].

Questo imbarazzo ha fatto nascere due opinioni differenti. Alcuni pensano che i miracoli, fatti dall’Anticristo con la potenza di Satana, saranno reali, veri miracoli e che trascineranno alla menzogna, cioè alla credenza della divinità dell’Anticristo[57].

Altri stimano che tutti i miracoli dell’Anticristo saranno bugiardi, il demonio illudendo i sensi de’ suoi seguaci[58].

Qualunque sentenza si adotti, ciò che v’ha di certo, si è che i prodigi compiuti dall’uomo del peccato saranno considerevoli, le parole accumulate di “miracoli, segni, prodigi”, indicano una molteplicità che sbalordisce.

 

Undecima certezza: – Il dominio e la persecuzione dell’Anticristo saranno passaggeri, l’uomo del peccato sarà distrutto.

Il giudizio sarà assiso, affinchè si tolga a lui la potenza, ed ei sia distrutto, e per sempre perisca[59]. “E la Bestia fu presa[60]. – “…Quest’iniquo, cui il Signor Gesù ucciderà coi fiato della sua bocca, e lo annichilerà con lo splendore di sua venuta[61].

Dopo tante dure prove, ecco finalmente l’annunzio consolante: L’Anticristo, quando sarà arrivato a poco a poco al fastigio del potere, verrà subito rovesciato per sempre. “E la Bestia fu presa”. La vittoria sarà facile quanto subitanea. Infatti non sarà necessario un grand’atto di potenza divina per distruggere l’Empio, Il soffio di Gesù ed il primo splendore della sua seconda venuta saranno bastanti a rovesciar per sempre il figliuolo di perdizione, l’uomo abominevole, che pareva invincibile.

In qual punto del suo regno nefasto, ne accadrà la ruina? Non ci fermeremo a indagarlo, ma è certissimo che accadrà… Un giorno, quando la persecuzione di Antioco Epifane s’era alquanto rallentata, un cocchio sollevando turbini di polvere, si dirigeva a galoppo vertiginoso sulla via d’Ecbatana a Babilonia, alla volta di Gerusalemme. Irritato, perchè il sangue de’ martiri non correva più a torrenti, un uomo assiso su questo cocchio non cessava di affrettarne, con esecrabili bestemmie, la corsa vertiginosa: “Vola dunque, urlava ad ogni istante al suo auriga, non sai che ho stabilito di arrivare a Gerusalemme! Voglio farne la tomba de’ Giudei; darò i loro cadaveri in preda agli uccelli di rapina e alle fiere; sterminerò anche i loro bambini”[62]. Scintille meno infuocate della rabbia dell’uomo, assiso sul carro[63], mandavano le zampe de’ cavalli; e in questa corsa d’inferno, alberi, case, colline, sparivano come ombre… Or ecco che all’improvviso un romore sinistro si fa sentire. Piomba dal cielo la vendetta divina. L’uomo empio è caduto dal suo cocchio. Dalle sue membra contuse e dalle sue carni ancor vive usciva, di mezzo a migliaia di vermi, un tal fetore che nessuno dell’esercito, che lo seguiva, volle trasportare questo Anticristo dell’Antico Testamento[64].

Infatti era lui, Antioco! ed il compito assegnatogli dalla permissione divina era finito.

Aveva, colla sua persecuzione, ravvivata la fede ed il coraggio degli eletti, le cui vesti si eran purificate nel sangue de’ martiri.

Avea curvato e schiacciato sotto il ferreo piede tutte le false religioni e tutti gli apostati[65].

Egli stesso, apostata e scellerato più di tutti[66], era annichilito senza opera d’uomo, come avea profetizzato Daniele[67].

Ma Gerusalemme era in piedi ! Sotto le sue mura risuonavano le trombe vittoriose dei Maccabei…

Qualche cosa di più rapido e di più improvviso succederà contro il vero Anticristo, quello del Nuovo Testamento. Un semplice soffio della bocca di Cristo lo ucciderà, ed il primo splendore della sua venuta lo annienterà.

Come all’alba le tenebre spariscono all’apparire del sole, così all’avvicinarsi del Sole di giustizia, anche avanti la gloria della seconda venuta, senza alcuno sforzo di Cristo, il Corno sarà svelto, la Bestia sparirà, l’uomo d’iniquità sarà distrutto.

 

II.

 

Prima probabilità:   I Giudei acclameranno l’Anticristo come Messia e lo aiuteranno a stabilire il suo regno.

Io son venuto nel nome del Padre Mio e non mi ricevete: se un altro verrà di propria autorità o riceverete[68].

E su questa parola, indirizzata da Gesù Cristo ai Giudei, suoi contemporanei e suoi nemici, che questa credenza si è stabilita: e si può dire che tale sia il sentimento unanime dei Padri della Chiesa. Nominiamo S. Ireneo, S. Ippolito, S. Ilario, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Gregorio di Nazianzo, sant’Efrem, sant’Ambrogio, Rufino, S. Girolamo, S. Giovanni Crisostomo, S. Prospero, S. Cirillo Alessandrino, Teodoreto, Vittorino, S. Gregorio il Grande, Andrea di Cesarea, il Venerabile Beda, S. Giovanni Damasceno, Teofilatto, sant’Anselmo, ecc.

Basterà qui citare i più rinomati.

San Girolamo: “Il Signore, parlando dell’Anticristo, disse ai Giudei: Io son venuto nel nome del Padre mio e non mi ricevete; un altro verrà di propria autorità e lo riceverete. I Giudei dopo aver disprezzata la verità nella persona di Gesù Cristo, riceveranno la menzogna, ricevendo l’Anticristo”[69].

S. Crisostomo: “Chi è colui che il Salvatore annunzia come da venire, ma non in nome del Padre? l’Anticristo: e denunzia in modo evidente la perfidia dei Giudei”[70].

S. Ambrogio: “Questo mostra che i Giudei, i quali non han voluto credere in Gesù Cristo, crederanno nell’Anticristo”[71].

S. Efrem: “L’Anticristo colmerà di favori in modo speciale la nazione giudaica. Ma pur di onori straordinari la Nazione deicida lo coprirà e applaudirà al suo regno”[72].

S. Gregorio Magno: “I Giudei rimetteranno tutta la loro confidenza in un uomo, essi che ricusarono di credere al Redentore, quando alla fine del mondo si affideranno all’Anticristo”[73].

S. Giovanni Damasceno: “I Giudei hanno dunque rigettato il Signore Gesù Cristo e Dio e Figlio di Dio; essi riceveranno al contrario l’impostore che si attribuirà arrogantemente la divinità”[74].

S. Ippolito, discepolo di S. Ireneo e uno dei primi che abbia scritto su questo soggetto, fa cosi parlare i Giudei: “Essi si domanderanno gli uni gli altri: «Si trova nella nostra generazione un uomo così buono e cosi giusto?» Andranno a lui e gli diranno : «Noi tutti ti serviremo; riponiamo in te la nostra confidenza; ti riconosciamo come il più giusto di tutta la terra; da te aspettiamo la salute». E lo proclameranno re”[75].

Ogni meraviglia vien meno dinanzi a questi commenti e a questi annunzi che vengono dall’alto, specialmente quando si vede ogni giorno più crescere l’enorme potenza finanziaria de’ Giudei, i loro intrighi, il salire che fanno ai primi posti nei principali Stati, la loro unione da un punto all’altro del mondo. Dinanzi ad una tal preponderanza non si dura molta fatica a comprendere e ad ammettere come essi potrebbero contribuire allo stabilimento della formidabile potenza dell’Anticristo.

Quest’acclamazione della sua persona e l’aiuto, che gli presterebbero son dunque cose probabili. Ma perchè non certe?

Eccone la ragione:

La maggior parte delle testimonianze patristiche su riferite, si fondano su quelle parole da Gesù Cristo indirizzato ai Giudei: “Io son venuto nel nome del Padre mio e non mi ricevete, un altro verrà, di propria autorità e lo riceverete”[76]. Ora a proposito di questo testo, S. Tommaso d’Aquino osserva che, dopo il vero Cristo, un gran numero di falsi Cristi essendo già comparsi presso i Giudei ed essendo stati ricevuti da loro[77], egli suppone che il testo, considerato in sè stesso, si riferisca non all’Anticristo, ma a qualcuno di que’ falsi Messia, di que’ falsi Cristi. Tuttavia, aggiunge san Tommaso, questo testo può essere con probabilità riferito secondo il senso relativo all’Anticristo, a causa dell’autorità dei SS. Padri, che l’hanno inteso così: “Locus probabilis est propter auctoritatem sanctorum Patrum[78].

 

Seconda probabilità: – La persecuzione, dell’Anticristo durerà tre anni e mezzo.

“I santi saranno posti in mano a lui pei un tempo, due tempi e per la meta di un tempo”[79]. – “Fu dato potere alla Bestia di agire per mesi quarantadue”[80].

Si disse precedentemente (11ª certezza) che la potenza e la persecuzione dell’ Anticristo sarebbero passeggere. Questo è certo. Ma sarà possibile precisarne la durata?

Non si può dare, su tal punto, altro che una risposta probabile, non certa, secondo i due testi citati. Quello di Daniele, infatti, è misterioso: esso non precisa che tre tempi e mezzo, senza determinare ciò che bisogna intendere per quelle espressioni, che possono significare un periodo di giorni, di mesi, di anni, di secoli. Molti commentatori antichi (S. Efrem, S. Girolamo, Teodoreto, ecc.), moderni e contemporanei suppongono che un tempo corrisponda ad un anno. Dal testo infatti, dell’Apocalisse è chiarito quello di Daniele. Vaticinando che la persecuzione dell’Anticristo durerà quarantadue mesi, l’Apocalisse autorizza a concludere che “un tempo e due tempi e la metà di un tempo, rappresentano tre anni e mezzo, durata equivalente a quarantadue mesi[81].

Un’osservazione ingegnosa è stata fatta. “Bisogna osservare che Daniele non dice semplicemente tre tempi e mezzo, ma: un tempo, due tempi… Egli divide così l’êra dell’Anticristo in tre periodi integrali: uno relativamente corto, durante il quale il nemico di Dio e degli uomini stabilirà la Sua possanza; il secondo più lungo, che lo vedrà esercitare la sua influenza nefasta: il terzo, che sembrava dovesse prolungarsi più ancora, sarà al contrario cortissimo, perchè il suo potere sarà all’improvviso fiaccato dal Signore”[82].

 

 

III.

 

Son cose indecise quelle che non sono stabilite nè dal consenso unanime dei Padri, nè da testi precisi della Sacra Scrittura.

 


[1] Dan. VII, 21.

[2] Apoc. XIII, 7.

[3] II Thess. II, 9-11.

[4] “Recapitulatio universae iniquitatis” (Ireneus, Advers. Haeres., l. V, XXIX).

[5] Matth. XXIV, 21.

[6] II Thess II, 3.

[7] Rénan, L’Antéchrist, Paris, 1873, pag, 478, 479.

[8] Dan. VII, 8, 20; Apoc. XIII, 5. – Catech. Conc. Trid., P. 1, art. VII, n. VIII: Signa iudicium praecedentia: – “Dicendum est Antichristum futurum esse verum hominem. Existimo esse assertionem certam de fide. (Suarez, De Antichristo, sect. I, n, 4; ediz. Vivés, t. XIX, Paris 1860).

[9] II Thess. II, 3.

[10]Dicendum est, Antichristum non solum futurum verum hominem, sed etiam veram humanam personam, propriam, et connaturalem humanitati: itaque non erit persona demonis incarnata” (Suarez, De Antichr., sect. I, n. 5). – S. Thom., Summ. theol., P. III, q. 8, a. 8. “Erit homo (non daemon incamatus, ut quidam Scholastici opinati sunt); sed homo pessimus“. (Van Stennkiste, Pauli Epistolae, t. II, p. 276).

[11] Dan. VII, 8.

[12] Apoc. XIII, 5.

[13] Id., 4.

[14] II Thess. II, 8-10.

[15] Apoc. XIII, 5.

[16] Matth. XXIV, 24.

[17] Dan. 7, 8.

[18]Est certum Antichristum non habiturum aliquod regnum ªure haereditario, sed habiturum potius humilem originem, et paulatim ac fraudolenter regnum occupaturum“. (Suarez, De Antichr., sect. V, n. 2).

Vocatur cornu parvum, quod sensim crescet, quodque non haereditate, sed fraude regnum obtinebit” (Corn. a Lapide, in II Epist. ad Thesss. II, 11, ediz. Vivès, t. XIX).

[19] Dan. VII, 8.

[20] Id. 20.

[21] Id. 24.

[22]Antichristum futurum esse regem magnumque monarcham aperte colligitur ex Daniel VII, supposita communi interpretalione Sanctorum, qui de Antichristo ea loca intelligunt. Cap. enim VII explicatur, cornu illud parvulum, quod Antichristum significare diximus iis verbis: «Cornua decem, decem reges erunt, et alius consurget post eos, et ipso potentior erit prioribus, et tres reges humiliabit». Erit ergo absque ulla dubitatione Antichristo rex temporalis“. (Suarez, De Antichr., sect, V, n. 1).

[23] Apoc. XIII, 7.

[24] Id. V, 19.

[25]Cum dicitur regnaturusrus in universo orbe, non est necesse intelligi de omnibus provinciis Asiae, Africae et Europae, in quibus fides et Ecclesia diutius viguit: Praeterea, etiamsi priori modo intelligitur, non erit factu difficile, preaesertim eum neque copia auri et argenti, neque daemonum industria defutura sit“. (Suarez, De Antichr., sect, V, n. 4). – Cf. Corn. a Lapide, II epist. in Thess, II; ediz. Vivès, t. XIX, p. 162.

[26] Un celebre scrittore, Donoso Cortes, ha avuto come un’intuizione di questo impero nefasto, nei disegni attuali della demagogia:         “… Di là quelle aspirazioni immense al dominio universale per la futura demagogia che si estenderà su tutti i continenti e fino agli ultimi confini della terra ; di là quel progetti d’una follia furiosa, che pretende mescolare e confondere tutte le famiglie, tutte le classi, tutti i popoli, tutte le razze umano, per triturarle insieme nel gran mortaio della rivoluzione, affinché da questo oscuro e sanguinoso caos esca un giorno il Dio unico, vincitore di tutto ciò che è dissimile, il Dio universale, vincitore di tutto ciò che e particolare, il Dio eterno, senza principio e senza fine, vincitore di tutto ciò che nasce e muore; il Dio Demagogia annunziato dagli ultimi profeti, astro unico del firmamento futuro, che apparirà portato dalla tempesta, coronato di folgori e servito dagli uragani. La Demagogia è il gran Tutto, il vero Dio, Dio armato d’un solo attributo, l’onnipotenza, e senza bontà, senza misericordia e senza amore che sono le tre grandi debolezze del Dio cattolico. A questi tratti chi non riconoscerebbe il Dio dell’orgoglio, Lucifero?” – “Quando si considerino attentamente queste abbominevoli dottrine, pare impossibile di non vedervi qualcosa del segno misterioso, ma visibile, il cui orrore sarà riconosciuto al tempo annunziato dall’Apocalisse. Se un timore religioso non impedisse cercar di sollevare il velo che cuopre questi tempi terribili, io potrei forse appoggiare su potenti ragioni d’analogia questa opinione: che il grande impero anticristiano sarà un impero demagogico colossale, retto da un plebeo di grandezza satanica, l’uomo del peccato” (Donoso Cortes, Oeuvres, t. II, p. 229, 230).

[27] Dan. VII, 27.

[28] Apoc. XIII, 6, 7.

[29] S. Aug, Enarratio in Psalm., IX, n. 27.

[30] È come una prefazione alle bestemmie dell’Anticristo intese e sopportate dalla società contemporanea. “Il primo dovere dell’uomo intelligente, ha osato dire Proudhon, é scancellare incessantemente l’idea di Dio dal suo spirito e dalla sua coscienza; perché Dio, se esiste, é essenzialmente ostile alla nostra natura… Dio é sciocchezza e viltà; Dio è ipocrisia e menzogna; Dio è tirannia e miseria; Dio è il male”. (Système des contradictions, cap. VIII, t. I, pag. 382).

[31]Certum est Antichristum persecuturum esse Ecclesiam; et fideles, ac sanctos acerbius ti cri,delius quani ab ullo nunquam tyranno tentati aut afflicti fuerint. Hoc de fide est… Secundo dicendum est persecutionom hanc non tantum futuram esse temporalem, sed etiam spiritualem“. (Suarez, De Antichr., sect. VI, nn. 1 e 2).

[32] Greg. Naz., Oratio in Julianum.

[33] Hunc locum plerique nostrorum ad Antichristum, et quod sub Antiocho in typo factum est, sub illo veritate dicunt esse complendum… Sicut igitur Salvator habet et Salomonem el caeteros sanctos in typum adventus sui; sic et Antichristus pessimum regem Antiochum, qui sanctos pesecutus est, templumque violavit recte typum sui habuisse credendus est. (Hieron., Comment. in Dan., cc. VIII, 14; XI, 21).

[34] I Mach. I, 59, 60.

[35] I Mach. II, 28-80; XII, 8, 9, 13, 14, 15, – Joseph, Antiq., lib. XII, c. VI.

[36] Dan. VIII, 12.

[37] Dan. VII, 21.

[38] Ps. CXVI, 2.

[39] Modificazione proposta dal Gérault-Richard alla Camera dei deputati nella seduta del 2 luglio 1905.

[40] II Thess. II, 4.

[41] Apoc. XIII, 4.

[42] Isaia, XIV, 14.

[43] Id., XLV, 5, 6, 18, 22.

[44]Dicendum est Antichristum docturum ac persuasurum hominibus, ut credant nullum esse verum Deum praeter seipsum; verisimile autem est non esse hoc docturum, donec rerum omnium potiatur“. (Suarez, De Antichr., sect. IV n. 4).

[45] Dan. XI, 36.

[46] I Machab. cap. I, vers. 43; Diodoro Siculo, XXXI, 1; Polibio XXXI, 4 ecc.

[47] Mach. I, 44.

[48] II Mach. VI e VII.

[49] I Mach., 46-52. – Joseph, Antiq., lib. XII, cap. V.

[50] Apoc. XIII, 12-15.

[51] Id. XIII, 4.

[52] Isaia, XLV, 14.

[53] Apoc. XIII.

[54] II Thess. II, 9.

[55] S. Giovanni, V, 36.

[56] S. Agostino, La Città di Dio, lib. XX, n. XX.

[57] Suarez, De Antichr., sect: IV, n. 10.

[58] Bern. a Piconio, II Ep. ad Thess., cap. II, 9. – Corn. a

Lapide. II Thess. II, 9.

[59] Dan. VII, 26.

[60] Apoc. XIX, 20.

[61] II Thess. II, 8.

[62] “Antioco fuori di se per lo sdegno… ordinò che il suo cocchio accelerasse, e camminava senza darsi riposo, spronato dalla vendetta del cielo, perchè con tanta arroganza avea detto, che andava a Gerusalemme, e che volea farne una sepoltura de’ Giudei… Aveva detto che li darebbe in preda agli uccelli di rapina e alle fiere e di sterminarli anche col loro bambini”. (II Mach. IX, 4,15).

[63] “Spirando fiamme contro i Giudei, pregava perchè si accelerasse il viaggio”. (Id. IX, 7)

[64] II Mach. IX, 7-9.

[65] I Mach. I, 41, 45.

[66] II Mach. IX, 13-28.

[67] Dan. VIII, 25.

[68] S. Giovanni, V, 43.

[69] Hieron., Epist. 151 ad Algasiam, quaest. II. – Comm. in Dan., II, 24; – in Abdiam, XVIII; – in Zachar., II, 17.

[70] Chrysost., Homil. XL in Joannem.

[71] Ambros., in Psalm. XLIII.

[72] Ephr., Serm. de Antichr.

[73] Gregor. Magn., in I Regum, II.

[74] Johann. Damasc., De fide orthodoxa, lib. IV, oap. XXVII.

[75] Hippol., Oratio de cosummat. Mundi.

[76] S. Giovanni, v, 43.

[77] Enumeriamo alcuni di questi pseudo Cristi: Teuda, in Palestina, l’anno 45. – Simon Mago, in Palestina, nel 34-37. – Menandro, nello stesso tempo. – Dositeo, in Palestina, nel 50-60. – Barcoba, in Palestina, Del 138. – Mosé, nell’isola di Creta, nel 434. – Giuliano, in Palestina, nel 580. – Un Siro sotto il regno di Leone Isaurico, nel 721. – Sereno, in Ispagna, nel 724. – Un altro in Francia, nel 1137. – Un altro in Persia, nel 1138. – Un altro a Cordova, nel 1157. – Un altro a Fez, nel 1167. – Un altro in Arabia, nel 1167. – Un altro in Babilonia, nel 1168. – Un altro in Persia, nel 1174, – David Almusser, in Moravia, nel 1176. – Un altro, nel 1280. – David Eldavid, in Persia, nel 1300. – Ismael Sophi in Mesopotamia, nel 1497. – Il rabbino Lenilen, in Austria, nel 1500. – Un altro in Ispagna, nel 1534. – Un altro nelle Indie Orientali, nel 1615. – Un altro in Olanda nel 1624, – Zabathai Tzevi, in Turchia, nel 1666.

[78] S. Thomas, Opusc. de Antichr., sect. 1, § 3. – Suarez, De Antichr., sect. 1, n. 7.

[79] Dan. VII, 25.

[80] Apoc. XII, 5.

[81] “Queste espressioni: un tempo, due tempi e la metà di un tempo, significano un anno e due anni e la metà di un anno: e per conseguenza tre anni e sei mesi… e, in un altro passo della Scrittura, si determina il numero dei mesi. (S. Agost. Città di Dio, lib. XX, n. 23). Anche la persecuzione di Antioco duro tre anni e sei mesi”. Antichristi suprema potestas ac monarchia tantum per tres annos et dimidium durabit. Loquar autem de monarchia et suprema potestate, quia, ut dicitur, data est illi potestas in omnem tribum, et populum, et linguam et gentem. Quantum vero temporis in augenda stabiliendaque monarchia ponere debeat, non mihi constat; quia neque ex preadictis locis satis colligitur, acque videtur admodum verisimile, brevi tempore trium annorum, cum dimidio haec omnia esse perfecturum. Illud ergo solum est certum, ad summum permansurum in throno suo tribus annis cum dimidio, stalimque se ipsum interficiendum, et regnum eius evertendum. (Suarez, De Antichr. sect. II, n. 3).

[82] Fillon, La Sainte Bible commentée: Daniel, cap. VII, vers. 23-27.

Gesù rivela alla mistica Maria Valtorta il futuro dell’umanità

 

 

Il Futuro dell’umanità nelle  profezie di Maria Valtorta

 

(I testi sono  dell’edizione  1985)

 

“Maria: è l’ora delle tenebre. Le cose si compiono come in  sogno te le ho mostrate.       Non è arrivato fin troppo presto il momento della sicura conoscenza?  Prega con tutta te stessa, perché il momento è tremendo per se stesso e per  le conseguenze. Se le persone sapessero riflettere, si sforzerebbero ad essere  buone per piegare la Bontà in loro favore. Invece e sempre la stessa parola che  devo dire: l’egoismo le domina. Perciò preghiere, sacramenti e sacramentali,  resi impuri dall’egoismo, non hanno potere contro Lucifero che sconvolge il  mondo”. “I Quaderni del 1943”, pag.  218

 

Dice Gesù:       Se si osservasse per bene quanto da qualche tempo avviene, e specie dagli inizi di questo secolo che precede il secondo mille, si dovrebbe pensare che i sette sigilli sono stati aperti.       Mai come ora Io mi sono agitato per tornare fra voi con la mia Parola a radunare le schiere dei miei eletti per partire con essi e coi miei angeli a dare battaglia alle forze occulte che lavorano per scavare all’umanità le porte dell’abisso.       Guerra, fame, pestilenze, strumenti di omicidio bellico – che sono più che le bestie feroci menzionate dal Prediletto – terremoti, segni del cielo, eruzioni dalle viscere del suolo e chiamate miracolose a vie mistiche di piccole anime mosse dall’Amore, persecuzioni contro i miei seguaci, altezze d’anime e bassezze di corpi, nulla manca dei segni per cui può parervi prossimo il momento della mia Ira e della mia Giustizia.       Nell’orrore che provate, esclamate: ‘Il tempo è giunto; e più tremendo di così non può divenire!’. E chiamate a gran voce la fine che ve ne liberi.       La chiamano i colpevoli, irridendo e maledicendo come sempre; la chiamano i buoni che non possono più oltre vedere il Male trionfare sul Bene.       Pace miei eletti! Ancora un poco e poi verrò.       La somma di sacrificio necessaria a giustificare la creazione dell’uomo e il Sacrificio del Figlio di Dio non è ancora compiuta.       Ancora non è terminato lo schieramento delle mie coorti e gli Angeli del Segno non hanno ancora posto il sigillo glorioso su tutte le fronti di coloro che hanno meritato d’essere eletti alla gloria.       L’obbrobrio della terra è tale che il suo fumo, di poco dissimile da quello che scaturisce dalla dimora di Satana, sale sino ai piedi del trono di Dio con sacrilego impeto.       Prima della apparizione della mia Gloria occorre che oriente e occidente siano purificati per essere degni dell’apparire del mio Volto.       Incenso che purifica e olio che consacra il grande, sconfinato altare – dove l’ultima Messa sarà celebrata da Me, Pontefice eterno, servito all’altare da tutti i santi che cielo e terra avranno in quell’ora – sono le preghiere dei miei santi, dei diletti al mio Cuore, dei già segnati del mio Segno: della Croce benedetta, prima che gli angeli del Segno li abbiano contrassegnati.       E’ sulla terra che il segno si incide ed è la vostra volontà che lo incide.       Poi gli angeli lo empiono di un oro incandescente che non si cancella e che fa splendere come sole la vostra fronte nel mio Paradiso.       Grande è l’orrore di ora, diletti miei; ma quanto, quanto, quanto ha ancora da aumentare per essere l’Orrore dei Tempi ultimi!       E se veramente pare che  assenzio sia mescolato al pane, al vino, al sonno dell’uomo, molto, molto, molto altro assenzio deve ancora gocciare nelle vostre acque, sulle vostre tavole, sui vostri giacigli prima che abbiate raggiunto l’amarezza totale che sarà la compagnia degli ultimi giorni di questa razza creata dall’Amore, salvata dall’Amore e che si è venduta all’Odio.       Che se Caino andò ramigando sulla terra per avere ucciso un sangue, innocente, ma sempre sangue inquinato dalla colpa d’origine, e non trovò chi lo levasse dal tormento del ricordo perché il segno di Dio era su di lui per suo castigo – e generò nell’amarezza e nell’amarezza visse e vide vivere e nell’amarezza morì – che non deve soffrire la razza dell’uomo che uccise di fatto e uccide, col desiderio, il Sangue innocentissimo che lo ha salvato?       Dunque pensate pure che questi sono i prodromi, ma non è ancora l’ora.

Vi sono i precursori di colui che ho detto potersi chiamare: ‘Negazione’, ‘Male fatto carne’, ‘Orrore’, ‘Sacrilegio’, ‘Figlio di Satana’, ‘Vendetta’, ‘Distruzione’, e potrei continuare a dargli nomi di chiara e paurosa indicazione.       Ma egli non vi è ancora.

Sarà persona molto in alto, in alto come un astro umano che brilli in un cielo umano. Ma un astro di sfera soprannaturale, il quale, cedendo alla lusinga del Nemico, conoscerà la superbia dopo l’umiltà, l’ateismo dopo la fede, la lussuria dopo la castità, la fame dell’oro dopo l’evangelica povertà, la sete degli onori dopo il nascondimento.  Meno pauroso il vedere piombare una stella dal firmamento che non vedere precipitare nelle spire di Satana questa creatura già eletta, la quale del suo padre di elezione copierà il peccato.  Lucifero, per superbia, divenne il Maledetto e l’Oscuro.  L’Anticristo, per superbia di un‘ora, diverrà il maledetto e l’oscuro dopo essere stato un astro del mio esercito.   A premio della sua abiura, che scrollerà i cieli sotto un brivido di orrore e farà tremare le colonne della mia Chiesa nello sgomento che susciterà il suo precipitare, otterrà l’aiuto completo di Satana, il quale darà ad esso le chiavi del pozzo dell’abisso perché lo apra. Ma lo spalanchi del tutto perché ne escano gli strumenti d’orrore che nei millenni Satana ha fabbricato per portare gli uomini alla totale disperazione, di modo che da loro stessi invochino Satana Re, e corrano al seguito dell’Anticristo, l’unico che potrà spalancare le porte d’abisso per farne uscire il Re dell’abisso, così come il Cristo ha aperto le porte dei Cieli per farne uscire la grazia e il perdono, che fanno degli uomini dei simili a Dio e re di un Regno eterno in cui il Re dei re sono Io. Come il Padre ha dato a Me ogni potere, così Satana ha dato ad esso ogni potere, e specie ogni potere di seduzione, per trascinare al suo seguito i deboli e i corrosi dalle febbri delle ambizioni come lo è esso, loro capo. Ma nella sua sfrenata ambizione troverà ancora troppo scarsi gli aiuti soprannaturali di Satana e cercherà altri aiuti nei nemici del Cristo, i quali, armati di armi sempre più micidiali, quali la loro libidine verso il Male li poteva indurre a creare per seminare disperazione nelle folle, lo aiuteranno sinchè Dio non dirà il suo ‘Basta’ e li incenerirà col fulgore del suo aspetto.  Molto, troppo – e non per sete buona e per onesto desiderio di porre riparo al male incalzante, ma sibbene soltanto per curiosità inutile – molto, troppo si è arzigogolato, nei secoli, su quanto Giovanni dice nel Cap. 10 dell’Apocalisse.  Ma sappi, Maria, che Io permetto si sappia quanto può essere utile sapere e velo quanto trovo utile che voi non sappiate.   Troppo deboli siete, poveri figli miei, per conoscere il nome d’onore dei ‘sette tuoni’ apocalittici.       Il mio Angelo ha detto a Giovanni: “Sigilla quello che han detto i sette tuoni e non lo scrivere”. Io dico che ciò che è sigillato non è ancora ora che sia aperto e se Giovanni non lo ha scritto Io non lo dirò.  Del resto non tocca a voi gustare quell’orrore e perciò… Non vi resta che pregare per coloro che lo dovranno subire, perché la forza non naufraghi in essi e non passino a far parte della turba di coloro che sotto la sferza del flagello non conosceranno penitenza e bestemmieranno Iddio in luogo di chiamarlo in loro aiuto.  Molti di questi sono già sulla terra e il loro seme sette volte sette più demoniaco di essi.  Io, non il mio angelo, Io stesso giuro che quando sarà finito il tuono della settima tromba e compito l’orrore del settimo flagello, senza che la razza di Adamo riconosca il Cristo Re, Signore, Redentore e Dio, e invocata la sua Misericordia, il suo Nome nel quale è la salvezza, Io, per il mio Nome e per la mia Natura, giuro che fermerò l’attimo dell’eternità. Cesserà il tempo e comincerà il Giudizio. Il Giudizio che divide in eterno il Bene dal Male dopo millenni di convivenza sulla terra.  Il Bene tornerà alla sorgente da cui è venuto. Il Male precipiterà dove è già stato precipitato dal momento della ribellione di Lucifero e da dove è uscito per turbare la debolezza di Adamo nella seduzione del senso e dell’orgoglio. Allora il Mistero di Dio si compirà. Allora conoscerete Iddio. Tutti, tutti gli uomini della terra, da Adamo all’ultimo nato, radunati come granelli di rena sulla duna del lido eterno, vedranno Iddio Signore, Creatore, Giudice, Re. “I Quaderni del 1943” 20.8.43.      Pagine da 145 a 149

“Ti ho già detto che quanto è detto negli antichi libri ha un  riferimento nel presente. È come se una serie di specchi ripetesse, portandolo  sempre più avanti, uno spettacolo visto più addietro. Il mondo ripete se  stesso negli errori e nei ravvedimenti, con questa differenza però: che gli errori si sono sempre più perfezionati con l’evoluzione della razza  verso la cosiddetta civiltà, mentre i  ravvedimenti sono divenuti sempre più embrionali. Perché?       Perché, col passare del mondo dall’età fanciulla ad età più completa,  sono cresciute la malizia e la superbia del mondo. Ora siete nel culmine  dell’età del mondo e avete raggiunto anche il culmine della malizia e della  superbia. Non pensare però che avete ancora tanto da vivere quanto siete  vissuti. Siete al culmine, e ciò dovrebbe dire: avete altrettanto da vivere. Ma  non sarà.       La parabola discendente del mondo verso la fine non sarà lunga come  quella ascendente. Sara un precipitare nella fine. [La fine dei tempi,  la fine del tempo delle nazioni; poi verrà il Regno di Dio sulla Terra,  un’unica Nazione, un unico popolo, un’ unica Fede]. Vi fanno precipitare  appunto malizia e superbia. Due pesi che vi trascinano nel baratro della fine,  al tremendo giudizio. Superbia e malizia,  oltreché trascinarvi nella parabola discendente, vi ottundono talmente lo  spirito da rendervi sempre più incapaci di fermare, col ravvedimento sincero,  la discesa”, “I Quaderni del 1943”, pagg.  226 – 227

 

“La battaglia fra Me e lui non avrà fine altro che quando l’uomo  sarà giudicato in tutti i suoi esemplari. E la vittoria finale sarà mia ed  eterna. Ora la Belva infernale, sempre vinta e sempre più feroce per esser  vinta, mi odia di odio infinito e sconvolge la Terra per ferire il mio Cuore. Ma Io sono il Vincitore di Satana. Là dove egli insozza, Io passo col fuoco dell’amore  a mondare. E se con inesausta pazienza non avessi continuato la mia opera di  Maestro e Redentore, ormai sareste tutti dei demoni”. “I Quaderni del l943”, pag.  615

“E in verità vi dico che ora è un momento in cui, per ordine del  padre della menzogna, i suoi figli mietono fra le anime, che erano create  per Me e che inutilmente ho fertilizzate col mio Sangue. Messe abbondante più  che ogni diabolica speranza concepisse, e i Cieli fremono per il pianto del  Redentore che vede la rovina dei due terzi del mondo dei cristiani. E dire  due terzi è ancora poco”. “I Quaderni del 1943”, pag.  395

 

“Se il mondo fosse misericordioso!… Il mondo possederebbe Iddio, e  ciò che vi tortura cadrebbe come foglia morta. Ma il mondo, e nel mondo specie  i cristiani, hanno sostituito l’Amore con l’Odio, la Verità con l’Ipocrisia, la  Luce con le Tenebre, Dio con Satana. E Satana, là dove lo seminai Misericordia  e la crebbi col mio Sangue, sparge i suoi triboli e li fa prosperare col suo  soffio d’inferno. Verrà la sua ora di sconfitta. Ma per ora viene Lui perché  voi lo aiutate. Beati però coloro che sanno rimanere nella Verità e  lavorare per la Verità. La loro misericordia avrà il premio in Cielo”. “I Quaderni del 1943”, pag.  213

 

“Le guerre vengono” da Satana che sa che i tempi stringono e  che questa. [II guerra mondiale] è una delle lotte decisive che  anticipano la mia venuta. Sì. Dietro il paravento delle razze, delle  egemonie, dei diritti, dietro il movente delle necessità politiche, si celano,  in realtà, Cielo e Inferno che combattono fra loro. E basterebbe che metà dei  credenti nel Dio vero, ma che dico? meno di questo, meno di un quarto dei credenti,   fosse realmente credente nel mio Nome perché le armi di Satana venissero  domate. Ma dove è la Fede?” “I Quaderni del 1943”, pagg.  24 – 25

 

“Considera il mio Fulgore e la mia Bellezza rispetto alla nera  mostruosità della Bestia. Non avere paura di guardare anche se è spettacolo  repellente. Sei fra le mie braccia. Esso non può accostarsi e nuocerti. Lo  vedi? Non ti guarda neppure. Ha già tante prede da seguire. Ora ti pare che meriti  lasciare Me per seguire lui?.       Eppure il mondo lo segue e lascia Me per lui. Guarda come è satollo e  palpitante. É la sua ora di festa. Ma guarda anche come cerca l’ombra  per agire. Odia la Luce, e si chiamava Lucifero! Lo vedi come ipnotizza coloro  che non sono segnati dal mio Sangue?! Accumula i suoi  sforzi perché sa che è la sua ora e che si avvicina l’ora mia in cui sarà vinto  in eterno. La sua infernale astuzia e intelligenza satanica sono un continuo  operare di Male, in contrapposto al nostro uno e trino operare di Bene, per  aumentare la sua preda.       Ma astuzia e intelligenza non prevarrebbero se negli uomini fossero il  mio Sangue e la loro onesta volontà. Troppe cose mancano all’uomo per avere  armi da opporre alla Bestia, ed essa lo sa e apertamente agisce, senza neppure  più velarsi di apparenze bugiarde. La sua schifosa bruttezza ti spinga ad una  sempre maggiore diligenza e a una sempre maggiore penitenza. Per te e per i  tuoi disgraziati fratelli che hanno l’anima orba o sedotta e non vedono, o vedendolo,  corrono incontro al Maligno, pur di averne l’aiuto di un’ora da pagare con una  eternità di dannazione”. “l Quaderni del l943”, pag.  224

 

“Guai alla terra se venisse un giorno in  cui l’occhio di Dio non potesse più scegliere fra i figli dell’uomo gli esseri predestinati ad essere i miei portatori di  Luce e di Voce! Guai! Vorrebbe dire che fra i miliardi di uomini non vi e più  un giusto e un generoso, poiché i predestinati sono fra i giusti che mai  offesero Giustizia, e i generosi che hanno superato tutto, se stessi per primi,  per servire Me”. “I Quaderni del 1943”, pag.  409

 

La Gerusalemme di cui parla Isaia è  quaggiù la mia Chiesa, anticamera della celeste Gerusalemme. In essa è abbondanza  non di ricchezze umane, ma di tesori divini di Perdono e di Scienza, come nella  celeste Gerusalemme sono tesori divini di beatitudini. Nessuna forza umana  potrà, come turbine, devastare la mia Chiesa  al punto di distruggerla. Io sarò con lei, a far da piolo e da corda.       Quando l’ora sarà, in cui la terra cesserà d’essere, dagli angeli sarà  trasportata in Cielo la mia Chiesa, che non può perire perché cementata dal  Sangue di un Dio e dei suoi santi. “I Quaderni del 1943”,  pag. 330 (vedi il capitolo “l’Anticristo”).

 

Un popolo, dice Isaia, sarà colpito dalla spada di Giustizia. Ma saranno  molti di più, poiché il mondo ha fornicato col demonio in molte sue parti. Ed  altre ancora sono in procinto di peccare, nonostante tutto quanto Io ho operato  per tenerle nella via della Vita. Pregare, pregare, pregare molto per impedire  nuove condanne, originate da nuove fornicazioni. I demoni… oh! i demoni sono  già là dove Io punirò.Sono i  demoni, insediati da padroni nei cuori, quelli che portano a morte le nazioni.   E vi sono popoli in cui pochi cuori non siano dimora dei demoni: legioni e legioni demoniache muovono, come  fantocci, intere nazioni. E come posso Io regnare là dove i cuori si sono fatti dimora dei figli di Lucifero?  Altre applicazioni ha la parola profetica, ma Io ho voluto fartela vedere con  riferimenti all’ora che vivete. Né dirti di più per non accasciarti di più.  Prega. Il tuo Dio ti aprirà le porte prima che tu conosca il massimo orrore  [infatti Maria Valtorta mori ne1 1961]”. “I Quaderni del 1943”, pag.  330

 

“… questa non è guerra di uomini ma di Satana contro gli  spiriti. Né ne sono vittime unicamente chi  perisce in battaglia o sotto le macerie di una casa. Sono vittime della lotta  di Satana agli spiriti anche, e soprattutto, coloro che perdono fede e speranza  e carità, e non la vita di un’ora mortale perdono, ma la Vita eterna, morendo  alla Grazia di Dio”. “I Quaderni del l944”, pag.  353

 

“Vorreste che Io venissi e mi mostrassi per terrorizzare e  incenerire i colpevoli. O miseri! Non sapete quello che chiedete! Purtroppo  verrò. Dico: “Purtroppo”, perché la mia  sarà  venuta di Giudizio e giudizio tremendo. Avessi a venire per salvarvi non  direi così e non cercherei di allontanare i tempi della mia venuta, ma anzi mi  precipiterei con ansia per salvarvi ancora.       Ma il mio secondo avvento sarà avvento di Giudizio severo, inesorabile,  generale, e per la maggior parte di voi sarà giudizio di condanna. Non sapete  quello che chiedete. Ma se anche Io mi mostrassi, dove è nei cuori, e specie in  quelli maggiormente colpevoli delle sciagure di ora, quel tanto residuo di fede  e di rispetto che li farebbe curvare col volto a terra per chiedermi pietà e  perdono?       No, figli che chiedete al Padre vendetta mentre Egli è Padre di perdono!  Se anche il mio Volto balenasse nei vostri cieli e la mia Voce, che ha fatto i  mondi, tuonasse da oriente ad occidente, le cose non muterebbero. Ma soltanto  un nuovo coro blasfemo di insulti, ma soltanto una nuova ridda di ingiurie  sarebbero lanciati contro la mia Persona. Ripeto: potrei fare un miracolo e lo  farei se sapessi che poi voi vi pentite e divenite migliori.       Voi, grandi colpevoli che portate i piccoli a disperare e a chiedere  vendetta, e voi, piccoli colpevoli che chiedete  vendetta. Ma né voi,  grandi colpevoli, né voi, piccoli colpevoli, vi pentireste e non diverreste migliori  dopo il miracolo. Calpestereste anzi, in una furia di gioia colpevole, i corpi  dei puniti, demeritando subito al mio cospetto, e vi montereste sopra per  opprimere, a vostra volta, da quel trono fondato su una punizione. Questo vorreste.  Che Io colpissi per potere colpire a vostra volta.       Io sono Dio e vedo nel cuore degli uomini e perciò non vi ascolto in  questo. Non voglio che vi danniate tutti. I grandi colpevoli sono già  giudicati, Ma voi tento di salvarvi. E quest’ora, per voi, è vaglio di salvezza. Cadranno in potere del Principe dei demoni coloro che già hanno in loro la  zizzania del demoni, mentre coloro che hanno in cuore il grano di frumento  germinante l’eterno Pane, germoglieranno in Me in vita eterna”. “I Quaderni del 1943”, pagg.  26 – 27

 

“Pensatelo bene: la colpa è radice alla colpa. Una nasce  sull’altra. E la marea del male cresce. E Dio non può piegarsi là dove vede  affezione alla colpa. E se è penoso che gli innocenti soffrano per una  espiazione generale, è giusto che coloro che non sanno svellere dal loro cuore  la colpa provino l’abbandono di Dio con tutto il suo tossico che morde le  viscere e fa urlare di spasimo, così come Io ho urlato.

Io che non ho gridato per essere torturato  dai flagelli, dalle spine, dai chiodi. E ancora e sempre vi dico: “State  uniti a Me. Io ero solo a pregare il Padre. Ma voi soli non siete. Voi avete  con voi il Salvatore, il Figlio dell’Altissimo. Pregate il Padre con Me, nel  mio Nome”. E a te, piccolo Giovanni, dico che tu mi vedi così perché  realmente Io grido per voi, facendo mie le vostre presenti lordure per vincere  la Giustizia del Padre, che è talmente offesa che non si vuole piegare a  misericordia.

L’amore che ho per voi e la pietà che provo  per voi mi danno dolore di mistica crocifissione e grido, grido in nome vostro,  per persuadere il Padre a non lasciarvi più oltre nell’abbandono. È l’ora di Satana. Ma voi che siete la mia corte della  Terra, voi, anime vittime, portate al culmine il vostro sacrificio, portatelo  al tormento dell’ora di nona e rimanete fedeli anche in quell’oceano di  desolazione che è quell’ora e dite con Me: “Dio mio, Dio mio”.  Empiamo del nostro pregare il Cielo, o anime che mi imitate nel farvi salvatori  dei fratelli attraverso il sacrificio vostro. Che il Padre senta fondersi in  pietà il suo sdegno, e la sua Giustizia si plachi. Una volta ancora”. “I Quaderni del 1944”, pagg.  217 – 218

 

Ma che credete?. Che Io, che ero così alieno dai discorsi, abbia aggiunto  parole per il gusto di dire delle parole? No. Io ho detto il puro necessario  per portarvi alla perfezione. E se nel grande insegnamento evangelico vi è di  che dare salvezza alla vostra anima, nei tocchi più minuti vi è di che darvi la  perfezione. I primi sono i comandi.   Disubbidire a quelli vuol dire morire alla Vita.    I secondi sono i consigli. Ubbidire a questi vuol dire avere sempre più  sollecita santità e accostarsi sempre più alla Perfezione del Padre. Ora nel  Vangelo di Matteo è detto: “Per il moltiplicarsi dell’iniquità si  raffredderà la carità in molti” [Mt 24,12]. Ecco, figli, una grande verità  che è poco meditata. Di che soffrite ora? Della mancanza di amore. Cosa sono le guerre, in fondo? Odio. Cosa è l’odio? L’antitesi  dell’amore. Le ragioni politiche. Lo spazio vitale? Una frontiera ingiusta? Un affronto  politico? Scuse, scuse. Non vi amate, Non vi sentite fratelli. Non vi ricordate che siete tutti venuti da  un sangue, che nascete tutti a un modo, che morite tutti ad un mondo, che avete  tutti fame, sete, freddo, sonno ad un modo e bisogno di pane, di vesti, di  casa, di fuoco ad un modo. Non vi ricordate che Io ho detto: “Amatevi. Dal  come vi amerete si capirà se siete miei discepoli. Amate il prossimo vostro  come voi stessi”.    Le credete parole di fola queste verità. La credete dottrina di un pazzo  questa dottrina mia. La sostituite con molte povere dottrine umane. Povere o  malvagie a seconda del loro creatore. Ma anche le più perfette fra esse, se  sono diverse dalla mia sono imperfette. Come la mitica statua, avranno molta  parte di esse di metallo pregiato. Ma la base sarà di fango e provocherà infine  il crollo di tutta la dottrina. E nel crollo la rovina di coloro che ad esse si  erano appoggiati, La mia non crolla.  Chi si appoggia ad essa non si rovina, ma sale a sempre maggior sicurezza:  sale al Cielo, all’alleanza con Dio sulla terra, al possesso di Dio oltre la  terra. Ma la carità non può esistere dove vive l’iniquità. Perché la carità è  Dio e Dio non convive col Male. Perciò chi ama il Male odia Dio. Odiando Dio  aumenta le sue iniquità e sempre più si separa da Dio-Carità. Ecco un cerchio  dal quale non si esce e che si stringe per torturarvi. Potenti od umili, avete  aumentato le vostre colpe. Trascurate il Vangelo, deriso i Comandamenti,  dimenticato Iddio, poiché non può dire di ricordarlo chi vive secondo la carne,  chi vive secondo la superbia della mente, chi vive secondo i consigli di Satana,  avete calpestato la famiglia, avete rubato, bestemmiato, ammazzato,  testimoniato il falso, mentito, fornicato, vi siete fatti dell’illecito lecito.  Qui rubando un posto, una moglie, una sostanza; là, più in alto, rubando  un potere o una libertà nazionale, aumentando il vostro ladrocinio con la colpa  di menzogna per giustificare ai popoli il vostro operato che li manda a morte.  I poveri popoli che non chiedono che di vivere tranquilli! E che voi aizzate  con velenose menzogne scagliandoli l’uno contro l’altro per garantirvi un  benessere che non vi è lecito conseguire al prezzo del sangue, delle lacrime,  del sacrificio di intere nazioni. Ma i singoli, quanta colpa hanno nella grande  colpa dei grandi! É la catasta delle piccole colpe singole quella che crea  la base alla Colpa. Se ognuno vivesse santamente senza avidità di carne, di  denaro, di potere, come potrebbe crearsi la Colpa? I delinquenti ci sarebbero  ancora. Ma sarebbero resi innocui perché nessuno li servirebbe.  Come pazzi ben isolati, essi continuerebbero a farneticare dietro ai loro  sogni osceni di sopraffazioni. Ma i sogni non diverrebbero mai realtà. Per  quanto Satana li aiutasse, il suo aiuto sarebbe reso nullo dalla unità contraria  di tutta l’umanità fatta santa dal vivere secondo Dio. E l’umanità avrebbe  inoltre Dio con sé. Dio benigno verso i suoi figli ubbidienti e buoni. La  carità sarebbe dunque nei cuori. Viva e santificante. E l’iniquità cadrebbe.  Vedete, o figli, la necessità di amare per non esser iniqui, e la  necessità di non esser iniqui per possedere l’amore? Sforzatevi ad amare. Se  amaste… Un pochino solo! Se cominciaste ad amare. Basterebbe l’inizio e poi tutto progredirebbe da sè”. 28-03-1944 “I Quaderni del 1944”,  pagg. 294 – 296

 

Giorni fa il Padre [Padre Migliorini] ha scritto che rimaneva perplesso  circa la vera fonte del flagello attuale “perché un regno diviso in se  stesso non è più un regno”. Mostrerò al Padre che ciò può essere, essendo  la divisione puramente apparente. Lucifero, nelle sue manifestazioni, ha sempre  cercato di imitare Iddio. Così come Dio ha dato ad ogni Nazione il suo  angelo tutelare, Lucifero le ha dato il suo demone. Ma come i diversi angeli delle Nazioni  ubbidiscono ad un unico Dio, così i diversi demoni delle Nazioni ubbidiscono ad  un unico Lucifero. L’ordine dato da Lucifero nella presente vicenda ai diversi  demoni non è diverso  a seconda degli Stati. È un ordine unico per tutti. Donde si comprende  che il regno di Satana non è diviso e perciò dura.       Questo ordine può essere enunciato cosi : “Seminate orrore,  disperazione, errori, perché i popoli si stacchino, maledicendolo, da  Dio”. I demoni ubbidiscono e seminano orrore e disperazione, spengono  la fede, strozzano la speranza, distruggono la carità. Sulle rovine seminano  odio, lussuria, ateismo. Seminano l’inferno.       E riescono perché trovano già il terreno propizio. Anche i miei angeli  lottano a difesa del Paese che ho loro assegnato. Ma i miei angeli non trovano  terreno propizio. Onde rimangono soccombenti rispetto ai nemici infernali. Per  vincere, i miei angeli dovrebbero essere aiutati da animi viventi nel e per il  Bene. Viventi in Me. Ne trovano. Ma sono troppo pochi rispetto a quelli che non  credono, non amano, non perdonano, non sanno soffrire. È il caso di ripetere: “Satana ha chiesto di vagliarvi”. E, dal vaglio, risulta che la  corruzione è come nei tempi del diluvio, aggravata dal fatto che voi avete a lato  il Cristo e la sua Chiesa, mentre ai tempi di Noè ciò non era.       L’ ho gai detto e lo ripeto: “Questa è lotta fra Cielo e  inferno”. Voi non siete che un bugiardo paravento. Dietro le vostre  schiere battagliano angeli e demoni. Dietro i vostri pretesti è la ragione  vera: la lotta di Satana contro Cristo. Questa è una delle prime selezioni  dell’Umanità, che si avvicina alla sua ora ultima, per separare la messe  degli eletti dalla messe dei reprobi. Ma purtroppo la messe degli eletti è  piccola rispetto all’altra. Quando Cristo verrà per vincere l’eterno  antagonista nel suo Profeta troverà pochi segnati, nello spirito, dalla  Croce”. “I Quaderni del 1943”, pagg.  182 – 183

“Questo linguaggio è troppo duro! Costui vuole fare di noi delle  vittime della sua follia” dicono tuttora gli uomini quando lo li esorto a  vita giusta e li istruisco sul come va intesa e praticata la Religione per  farne forma di vita che dia Vita eterna. E non si accorgono che così dicendo  confessano di essere degradati dalla loro condizione di uomini. Parlano di evoluzione,  di superuomo. Orbene, mettiamo l’uomo quale Io l’ho trovato portato a questo  punto dopo la sua discesa dal Paradiso. Fa il diagramma come Io ti conduco la  mano e finito il diagramma vedrai che non vi è superamento ma abbassamento. Evoluzione? Quando i  superbi e falsi superbi di ora parlano di evoluzione presuppongono il concetto  “ascesa”. Ma evolversi vuole dire procedere da un punto verso  1’altro. E allora per spirali si può procedere verso l’alto come verso il  basso. Non sai fare la spirale? Fa una parabola.

Vedi? Se faceva la parte di destra evolveva al Cielo. Ha voluto quella di  sinistra. Si è evoluto verso l’Inferno. Ecco il “superuomo” attuale,  “l’evoluto” attuale! Al quale pare follia vivere almeno da “uomo”  se non riesce a divenire “angelo”. E si dice: “vittima”,  perché lo esorto a vivere da uomo. E folle mi dice. Sì, molto folle! Per amore!  Amami. Amami tu piccolo Giovanni…”“I Quaderni dal 1945 al 1950”,  pagg. 146 – 148

 

“Ti ho detto un giorno che l’eterno invidioso cerca di copiare Dio  in tutte le manifestazioni di Dio, Dio ha i suoi arcangeli fedeli. Satana ha i  suoi. Michele: testimonianza di Dio, ha un emulo infernale; e cosi l’ha  Gabriele: forza di Dio. La prima bestia, uscente dal mare, [Ap 13,1-10] che  con voce di bestemmia fa proclamare agli illusi: “Chi e simile alla  bestia?”, corrisponde a Michele.       Vinta e piagata dallo stesso nella battaglia fra le schiere di Dio e di  Lucifero, all’inizio del tempo, guarita da Satana, ha odio di morte verso  Michele, e amore, se d’amore può parlarsi fra i demoni,  ma è meglio dire:  soggezione assoluta per Satana. Ministro fedele del suo re maledetto, usa  della intelligenza per nuocere alla stirpe dell’uomo, creatura di Dio, e per  servire il suo padrone. Forza senza fine e senza misura e usata da essa per persuadere  l’uomo a cancellare, da se stesso, il mio segno che fa orrore agli spiriti  delle tenebre. Levato quello, col peccato che leva la grazia, crisma luminoso  sul vostro essere, la Bestia può accostarsi ed indurre l’uomo ad adorarla come  fosse un Dio ed a servirla nel delitto.

Se l’uomo riflettesse a quale soggezione si dona collo sposare la colpa,  non peccherebbe. Ma l’uomo non riflette. Guarda il momento e la gioia del  momento, e peggio di Esaù baratta la divina genitura per un piatto di lenticchie.  Satana, però, non usa soltanto di questo violento seduttore dell’uomo. Per  quanto l’uomo poco rifletta, in genere, vi sono ancora troppi uomini che, non  per amore, ma per timore del castigo, non vogliono peccare gravemente.       Ed ecco allora l’altro ministro satanico,  la seconda bestia. [Ap 3,11-18] Sotto veste d’agnello ha spirito di dragone.  È la seconda manifestazione di Satana e corrisponde a Gabriele, perché  annuncia la Bestia ed è la sua forza più forte: quella che smantella senza  parere e persuade con tanta dolcezza che è giusto seguire le orme della Bestia.  É inutile parlare di potenza politica e di terra. No. Se mai potete riferire  alla prima il nome di Potenza umana e alla seconda di Scienza umana. E se la  Potenza di per sé stessa produce dei ribelli, la Scienza, quando è unicamente  umana, corrompe senza produrre ribellione e trae in perdizione un numero  infinito di adepti. Quanti si perdono per superbia della mente che fà loro  spregiare la Fede e uccidere l’anima con l’orgoglio che separa da Dio! Che se Io  mieterò all’ultimo giorno la messe della terra, già un mietitore è fra voi. Ed  è questo spirito di Male che vi falcia e non fa di voi spighe di eterno grano,  ma paglia per le dimore di Satana”. “I Quaderni del 1943”, pagg.  152 – 153

29 – l0. Dice Gesù:

Quando faccio dire a Sofonia che io porterò  via ogni cosa dalla terra, gli faccio profetare ciò che avverrà nella  antivigilia del tempo ultimo, quello che poi io annunciai parlando, adombrato  sotto la descrizione della [887] rovina del Tempio e di Gerusalemme, della  distruzione del mondo, e ciò che profetò il Prediletto nel suo Apocalisse.       Le voci si susseguono. Anzi posso dire che, come in un edificio sacro  elevato a testimoniare la gloria del Signore, le voci salgono da pinnacolo a  pinnacolo, da profeta a profeta antecedente a Cristo, sino al culmine maggiore  su cui parla il Verbo durante il suo vivere d’uomo, e poi scendono da pinnacolo  a pinnacolo, nei secoli, per bocca dei profeti susseguenti al Cristo.

È come un concerto che canta le lodi, le volontà, le glorie del  Signore, e durerà sino al momento in cui le trombe angeliche aduneranno i morti  dei sepolcri e i morti dello spirito, i viventi della terra e i viventi del  Cielo, perché si prostrino davanti alla visibile gloria del Signore e odano la  parola della Parola di Dio, quella Parola che infiniti hanno respinta o  trascurata, disubbidita, schernita, disprezzata, quella Parola che venne [888]:  Luce nel mondo, e che il mondo non volle accogliere preferendo le tenebre. >>>”I Quaderni del 1943″, pagg.  506 – 511″


LEON BLOY diceva nei primi del ‘900 : “Siamo alla bancarotta delle anime, al deficit irreparabile della coscienza cristiana.” “Un corpo vigoroso e fiorente può essere il tabernacolo di un’anima putrefatta. Nulla è meno vero di quest’orribile realtà.” “E’ spaventoso pensare che viviamo in mezzo a una folla di morti che crediamo essere vivi”

 

Morti che crediamo essere vivi

 

Rimarrà la putrefazione universale.
E’ necessario richiamare alla memoria l’importanza infinita d’un’anima viva; importanza tale, che, l’indomani d’un cataclisma, un solo uomo risparmiato basterebbe a rappresentare provvisoriamente una generazione. Questo, non c’è bisogno di dirlo, dev’essere inteso in senso spirituale. La popolazione del globo è valutata da mille e quattro a mille e cinquecento milioni d’individui. Quante anime realmente vivono in questo brulichìo d’esseri umani? Una ogni centomila, forse, od una ogni cento milioni. Non si sa. Vi sono uomini superiori, uomini anche di genio, se volete, la cui anima non è stata investita dal soffio della vita e che muoiono senza aver vissuto. Un cuore semplice dirà ogni giorno, piangendo d’angoscia: «In che rapporti sono io con lo Spirito di Dio, con lo Spirito Santo? Vivo io veramente o sono un morto da portare alla sepoltura?». E’ spaventoso pensare che viviamo in mezzo a una folla di morti che crediamo essere vivi; che l’amico, il compagno, il fratello forse, che ho visti questa mattina e che rivedrò questa sera, hanno una vita soltanto organica, una sembianza di vita, una caricatura d’esistenza, e che in realtà essi si distinguono appena da coloro i quali si squagliano nelle tombe.

E’ intollerabile ammettere, ad esempio, che si possa esser nati da un padre e da una madre che non erano vivi; che questo prete, qui all’altare, non è forse molto diverso da un morto, e che il Farmaco d’immortalità, il Pane che egli ha consacrato affinché la vostra anima ne riceva la vita eterna, egli sta per darvelo con una mano di cadavere, pronunziando con voce defunta le sante parole della liturgia! Eppure si muovono e agiscono, tutti questi fantasmi, con una regolarità perfetta. La messa di questo prete è valida quanto quella d’un santo. L’assoluzione che egli dà ai peccatori è certa. La forza del suo ministero soprannaturale perdura fino a tanto che la morte non abbia definitivamente trionfato su di lui. E così è per tutti i mezzi morti che ci vanno d’attorno e che noi siamo costretti a chiamare, anticipatamente, defunti. Si continua meccanicamente ad agire e finanche a pensare con un’anima priva di vita. Un corpo vigoroso e fiorente può essere il tabernacolo di un’anima putrefatta. Nulla è meno vero di quest’orribile realtà. Si sa di santi che ebbero il terrificante privilegio di distinguere all’odore le anime. La pastora della Salette, Melania, ne fu soffocata, si dice, tutta la vita. Penitenza infernale che ella accettò e che non si può considerare senza spavento.

La putrefazione universale, conseguenza dei paurosi castighi che spopolerebbero una parte della terra, s’intenda dunque come putrefazione delle anime. Qualche raro amico di Dio deve sentire già fin da adesso qualche cosa dell’orribile odore. Certamente questa guerra interminabile provocata dai demoni ha talmente avvilito i caratteri, che si può dire che tutti i cuori striscino per terra. Mentre gli uni si fanno massacrare, a fine di salvare quanto è possibile del patrimonio dei secoli, gli altri, in numero infinito, si costruiscono, con i grumi disseccati del sangue delle vittime, case comode e agiate. L’avarizia più feroce, la cupidigia più insolente si sono insediate così integralmente in luogo di tutto quel che costituiva l’onore del popolo, che ci si gloria di far fortuna assassinando la patria già mutilata. Viene rispettato tutto quello che è materialmente vantaggioso. Il tradimento stesso, attuato con profitto dai furbi, è un’aureola; e la ghigliottina piange. Bisognerebbe esser privi di ragione quanto di fiuto per non sentire che il corpo sociale tutto quanto è una carogna simile a quella di Beaudelaire, «da cui uscivano neri battaglioni di larve» e di cui « il lezzo era sì forte che, sull’erba, l’amata credette di svenire». Quest’abominio, che non può più essere scongiurato che col fuoco, aumenta ogni giorno con paurosa rapidità. E ci si avvezza: la vigliaccheria degli uni si fa complice della scellerataggine degli altri, mentre coloro che dovrebbero esserne più inorriditi si rassegnano in silenzio, incrociando le braccia, al sudiciume e alla corruzione. Siamo alla bancarotta delle anime, al deficit irreparabile della coscienza cristiana. E’ dunque più che evidente che Dio sarà presto costretto a rinnovare ogni cosa, perché così, in verità, non è più possibile vivere a lungo. Tutti quelli fra i nostri morti che sono entrati da vittoriosi nella vita eterna e tutti i vecchi santi della Francia, ove da tanti secoli sono onorati, non tollererebbero che si compisse l’intossicazione di una terra che fu data a Gesù Cristo in dote specialissima. Essi intraprenderebbero non so che cosa. Vedremmo cose da fare tremare o piangere d’amore, cose certamente inaudite e che nessuno avrebbe potuto prevedere, indizi certi dell’avvento inimmaginabile.

Leon Bloy, Nelle tenebre, La putrefazione

 

” CHI PREGA SI SALVA, CHI NON PREGA SI DANNA” Sant’ Alfonso Maria De’ Liguori e le massime eterne, consigli per la santità

Per viver sempre bene bisogna che c’imprimiamo nella mente certe massime generali di vita eterna:

Ogni cosa di questa vita finisce, il godere e ‘l patire; e l’eternità non finisce mai.

A che servono in punto di morte tutte le grandezze di questo mondo?

Quel che viene da Dio, o di prospero o di avverso, tutto è buono, ed è per nostro bene.

Bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto.

Senza Dio non può aversi mai vera pace.

Solo l’amare Dio e salvarsi l’anima è necessario.

Solo del peccato si dee temere.

Perduto Dio è perduto tutto.

Chi non desidera niente di questo mondo è padrone di tutto il mondo.

Chi prega si salva, chi non prega si perde.

Si muoia, e si dia gusto a Dio.

Costi Dio quanto vuol, non fu mai caro.

A chi si ha meritato l’inferno ogni pena è leggiera.

Tutto soffre chi mira Gesù in croce.

Ciò che non si fa per Dio tutto diventa pena.

Chi vuol solo Dio è ricco d’ogni bene.

Beato chi può dire di cuore: Gesù mio, te solo voglio e niente più.

Chi ama Dio, in ogni cosa troverà piacere; chi non ama Dio, in niuna cosa troverà vero piacere.

I mezzi principali per la perfezione sono: per 1º Fuggire ogni peccato deliberato, benchè leggiero; ma se per disgrazia commettiamo qualche mancanza, guardiamoci di adirarcene con noi stessi con impazienza; bisogna allora pentircene con pace, e, facendo un atto d’amore a Gesù Cristo, promettergli di più non commetterla, cercandogli aiuto.

 Per 2º Desiderare di giungere alla perfezione de’ santi e di patire ogni cosa per dar gusto a Gesù Cristo; e se non abbiamo questo desiderio, pregare Gesù Cristo che per sua bontà ce lo conceda, perchè altrimenti, se non desideriamo con vero desiderio di farci santi, non daremo mai un passo per avanzarci nella perfezione.

 Per 3º Avere una vera risoluzione di giungere alla perfezione. Chi non ha questa ferma risoluzione, opera con debolezza, e nelle occasioni non supera le ripugnanze; all’incontro un’anima risoluta, coll’aiuto di Dio che non manca mai, vince tutto.

 Per 4º Fare due ore o almeno un’ora di orazione mentale ogni giorno; e senza precisa necessità non lasciarla mai per qualunque tedio, aridità o agitazione in cui ci troviamo.

 Per 5º Frequentar la comunione più volte la settimana, secondo l’ubbidienza del direttore, poichè contra il consenso del medesimo non dee farsi la comunione frequente. E lo stesso corre per le mortificazioni esterne di digiuni, cilizi, discipline e simili; tali mortificazioni fatte senza l’ubbidienza del padre spirituale o guasteranno la sanità o apporteranno vanagloria. E perciò è necessario avere il direttore particolare per regolar il tutto colla di lui ubbidienza.

 Per 6º Usar continuamente la preghiera, col raccomandarci a Gesù Cristo per tutti i bisogni che ci occorrono; col ricorrere ancora all’intercessione dell’Angelo custode, de’ santi avvocati e singolarmente della divina Madre, per le mani di cui Iddio concede a noi tutte le grazie. — Già si è dimostrato verso la fine del capo VIII, che dalla preghiera dipende ogni nostro bene. — Bisogna specialmente cercare a Dio ogni giorno la perseveranza nella sua grazia, la quale perseveranza chi la cerca l’ottiene, e chi non la cerca non l’ottiene e si danna; cercare a Gesù Cristo il suo santo amore e l’uniformità perfetta alla sua volontà. E bisogna cercar le grazie sempre per li meriti di Gesù Cristo. Queste preghiere bisogna farle da che ci leviamo la mattina, e poi replicarle nell’orazione mentale, nella comunione, nella visita al SS. Sagramento e la sera nell’esame di coscienza. Principalmente in tempo di tentazioni bisogna che cerchiamo a Dio l’aiuto per resistere, e particolarmente se sono tentazioni contro la castità, invocando allora più volte in aiuto i SS. Nomi di Gesù e di Maria. Chi prega vince: chi non prega è vinto.

In quanto all’umiltà, non invanirsi delle ricchezze, degli onori, della nobiltà, del talento e di ogni altro pregio naturale; e tanto meno de’ pregi spirituali, pensando che tutti sono doni di Dio. Tenerci per li peggiori di tutti, e perciò aver contento di vederci disprezzati dagli altri; e non fare come fanno alcuni, che dicono essere i peggiori di tutti e poi vogliono esser trattati meglio di tutti. Quindi accettare con umiltà le riprensioni senza scusarci, neppur quando siamo incolpati a torto, purchè non fosse necessaria la difesa per evitare lo scandalo degli altri.

 Tanto più guardarsi di voler comparire nel mondo, e cercare onori dagli uomini. Perciò tenere avanti gli occhi la gran massima di S. Francesco che tanto siamo noi, quanto siamo avanti a Dio. Peggio sarebbe poi ad un religioso il cercare offici di onore e di superiorità nella religione: l’onore d’un religioso è l’essere il più umile di tutti; e quegli è il più umile, che abbraccia con maggiore allegrezza le umiliazioni.

 Distaccar il cuore da tutte le creature. Chi sta attaccato a qualche cosa di terra, benchè minima, non potrà mai volare ed unirsi tutto con Dio.

 Distaccarci specialmente dall’affetto de’ parenti. Diceva S. Filippo Neri: «Quanto noi mettiamo d’affetto alle creature, tanto ne togliamo a Dio». E trattandosi dell’elezione dello stato, bisogna che specialmente ci guardiamo da’ parenti che cercano più i loro interessi che il nostro profitto. — Distaccarci da’ rispetti umani e dalla vana stima degli uomini; e sopra tutto distaccarci dalla propria volontà. Bisogna lasciar tutto per acquistar il tutto. Totum pro toto, scrive il da Kempis.

 Non adirarci mai per qualunque accidente; e se mai qualche volta ci vediamo sorpresi dall’ira, subito allora raccomandiamoci a Dio, ed allora asteniamoci di operare e di parlare, finchè non ci assicuriamo che l’ira è già sedata. Perciò è spediente che nell’orazione ci prepariamo a tutti gl’incontri che possono avvenirci, acciocchè allora non ce ne risentiamo con colpa; ricordandoci di quel che confessava di se stesso S. Francesco di Sales: «Io non mi sono mai risentito, che appresso non me ne sia pentito».

 Tutta la santità consiste nell’amare Dio, e tutto l’amore a Dio consiste nel far la sua volontà. Bisogna dunque rassegnarsi senza riserba a tutto quel che Dio dispone di noi; e perciò abbracciar con pace tutti gli eventi prosperi ed avversi che vuole Dio, quello stato che vuole Dio, quella sanità che vuole Dio. Ed a ciò dirigere tutte le nostre preghiere, acciocchè Dio ci faccia adempire la sua santa volontà. E per accertare la divina volontà, dipendere dall’ubbidienza del superiore per chi è religioso, e del confessore per chi è secolare; tenendo per certo quel che diceva S. Filippo Neri: «Di quello che si fa per ubbidienza non se ne ha da render conto a Dio». S’intende, purchè la cosa non sia evidente peccato.

 Contra le tentazioni due sono i rimedi, la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione, perchè sebbene le tentazioni di peccare non vengono da Dio, nondimeno Iddio le permette per nostro bene; e però guardiamoci di adirarci, per moleste che sieno le tentazioni; rassegniamoci allora nel volere di Dio che le permette, ed armiamoci a superarle colla preghiera che fra tutte è l’arma più forte e più sicura per vincere i nemici. — I mali pensieri non son peccati, sieno laidissimi ed empi quanto si voglia: solo i mali consensi sono peccati. Invocando i Nomi SS. di Gesù e di Maria, non mai resteremo vinti. — Quando la tentazione assalta, giova allora rinnovare il proposito di voler prima morire che offendere Dio; giova ancora segnarci più volte col segno della croce e coll’acqua santa, e giova anche molto lo scovrire la tentazione al confessore; ma il rimedio più necessario è la preghiera, cercando l’aiuto a resistere a Gesù ed a Maria.

Nella desolazione poi di spirito due sono gli atti in cui dobbiamo principalmente esercitarci: 1. umiliarci confessando di meritare di essere così trattati; 2. rassegnarci nella volontà di Dio, abbandonandoci in braccio alla divina bontà. Quando Dio ci consola, apparecchiamoci alle tribulazioni che per lo più succedono alle consolazioni. Quando poi ci fa star desolati, umiliamoci e rassegniamoci nella divina volontà, e trarremo assai maggior profitto dalla desolazione che dalla consolazione.

Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità. “Rivelazioni di Gesù a Santa Faustina Kowalska” La visione dell’inferno, del purgatorio e del Paradiso.

Visione dell’inferno: la privazione dell’amore

20.X.1936 (II Quaderno) – Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’Inferno. É un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi della coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale, acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda ed indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall’altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Ora non posso parlare di questo. Ho l’ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto ubbidirmi. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la misericordia di Dio per loro.”

Visione del Purgatorio: l’amore imperfetto

I.VIII.1925 – In un momento mi trovai in un luogo nebbioso, invaso dal fuoco e, in esso, una folla enorme di anime sofferenti. Queste anime pregano con grande fervore, ma senza efficacia per se stesse: soltanto noi le possiamo aiutare. Le fiamme che bruciavano loro, non mi toccavano. Il mio Angelo Custode non mi abbandonò un solo istante. E chiesi a quelle anime quale fosse il loro maggior tormento. Ed unanimemente mi risposero che il loro maggior tormento è l’ardente desiderio di Dio. Scorsi la Madonna che visitava le anime del purgatorio. Le anime chiamano Maria «Stella del Mare». Ella reca loro refrigerio. Avrei voluto parlare più a lungo con loro, ma il mio Angelo Custode mi fece cenno d’uscire. Ed uscimmo dalla porta di quella prigione di dolore. Udii nel mio intimo una voce che disse: «La Mia Misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia».

Visione del Paradiso: l’amore come totalità

27.XI.1936 – Oggi in ispirito sono stata in paradiso e ho visto l’inconcepibile bellezza e felicità che ci attende dopo la morte. Ho visto come tutte le creature rendono incessantemente onore e gloria a Dio. Ho visto quanto è grande la felicità in Dio, che si riversa su tutte le creature, rendendole felici. Poi ogni gloria ed onore che ha reso felici le creature ritorna alla sorgente ed esse entrano nella profondità di Dio, contemplano la vita interiore di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che non riusciranno mai né a capire né a sviscerare. Questa sorgente di felicità è immutabile nella sua essenza, ma sempre nuova e scaturisce per la beatitudine di tutte le creature. Comprendo ora San Paolo che ha detto: «Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò nel cuore d’uomo ciò che Dio prepara per coloro che Lo amano». E Dio mi fece conoscere la sola ed unica cosa che ai Suoi occhi ha un valore infinito e questa è l’amore di Dio, l’amore, l’amore ed ancora una volta l’amore. E nulla è paragonabile ad un solo atto di puro amor di Dio. Oh, quali ineffabili favori concede Iddio ad un’anima che Lo ama sinceramente! Oh, felici quelle anime che già qui su questa terra godono dei Suoi particolari favori! Ed esse sono le anime piccole ed umili. Grande è la Maestà di Dio, che ho conosciuto più a fondo, che gli spiriti celesti adorano secondo il grado della loro grazia e la gerarchia in cui si dividono. La mia anima quando ha visto la potenza e la grandezza di Dio non è stata colpita dallo spavento né dal timore; no, no, assolutamente no! La mia anima è stata colmata di serenità e d’amore e più conosco la grandezza di Dio e più gioisco per come Egli è. E gioisco immensamente per la sua grandezza e sono lieta di essere così piccola, perché, proprio perché sono piccola, mi prende in braccio e mi tiene accanto al Suo cuore. O mio Dio, quanta pena mi fanno gli uomini che non credono nella vita eterna! Quanto prego per loro, affinché li investa il raggio della Misericordia e Dio li stringa al Suo seno paterno. O Amore, o regina delle virtù! L’amore non conosce timore; attraversa tutti i cori degli angeli che montano la guardia davanti al Suo trono. Esso non teme nessuno, esso raggiunge Dio e s’immerge in Lui come nel suo unico tesoro. Il Cherubino con la spada di fuoco, che fa la guardia al paradiso, non ha potere su di esso. O puro amor di Dio, quanto sei grande ed impareggiabile! Oh, se le anime conoscessero la Tua potenza!

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