Stupenda Omelia di Don Luigi Giussani (26 dicembre 1944) -Il CENTUPLO e IL SACRIFICIO “Io parlo, fratelli, della pace interiore, senza di cui non si può godere completamente di nulla ma che è quasi impossibile far capire a uno che non la prova”-

Che differenza con le parole fumose che si sentono oggi nel movimento.

 

 

Santo Stefano ovvero dell’amicizia di Cristo


Omelia di Luigi Giussani per la festa di Santo Stefano
Desio, 26 dicembre 1944

Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam.

 

Le sacre vesti che i ministri rivestono all’altare non han più il candore di ieri. Rosse sono: simbolo di sangue. Accanto alla dolcissima contemplazione di un Dio bambino riscaldato dall’amore della Madre, quale contrasto la visione di Stefano che muore fra il grandinare delle pietre, coperto di sangue! Con che raccapriccio il nostro pensiero passa dal canto degli angeli e dai volti affettuosi dei pastori alle figure urlanti e frementi d’odio dei lapidatori di Stefano!

 

Ma l’accostamento è denso di significato. Nel fulgore di luce che circonda la capanna di Betlem si delinea maestosa la figura della Croce.

 

S. Stefano fu il primo che per seguire il Maestro Divino sacrificò la propria vita. La festa del suo martirio unitamente a quella del S. Natale di cui completa il pensiero, ci danno una lezione di sacrificio. Il suo martirio ci indica un mezzo per aiutarci a vivere questa lezione di sacrificio; il suo martirio ce ne fa vedere i frutti preziosi.

 

Noi non comprenderemo nulla del vero significato del Natale, se non sentiamo vivamente che Dio si fece uomo per salvare noi: e per salvarci doveva sacrificarsi. Il Bambino, che contempliamo in questi giorni con tutto l’affetto e la riconoscenza di uomini credenti, porta impresso sulla sua fronte a programma di tutta la sua vita e monito alla nostra anima pensosa: «Io son nato a morire per te». Quando la nostra mamma da piccoli ci insegnava a compiere ogni giorno della novena del S. Natale un piccolo fioretto perché il Bambino Gesù ci stesse più comodamente sul fieno rigido e la paglia non lo facesse soffrire – Lui che sarebbe morto in Croce per nostro amore -, la nostra mamma senza saperlo coglieva in modo ingenuo, ma reale, il vero senso della nascita di Dio nel mondo, quello cioè di un profondo sacrificio.

 

Pensiamo: l’Infinito di Dio si è racchiuso in un minuscolo corpo di bambino. Egli, che ha creato tutto ciò che esiste, si è umiliato a nascere come un meschino figlio di uomo. Egli, l’Eterno, Bellissimo, Incorruttibile ha rivestito questa nostra carne, che ci pesa con tutte le sue esigenze, le sue infermità, la sua condanna a morire e a dissolversi. Egli, ai cui cenni tutte quante le creature si muovono come un canto immenso in Suo onore, ha vissuto in mezzo ai piccoli uomini, trattato colla stessa indifferenza con cui guardiamo le persone ignote che ci passano accanto. Egli, che costruì con meravigliosa sapienza tutte le leggi dell’universo e che conosce anche il più piccolo pensiero che s’alza dal nostro cuore nell’oscurità silenziosa della notte, fu trattato da pazzo. Egli, la giustizia vera, fu condannato ingiustamente. Egli, la vita stessa, in cui ogni vita affonda le radici di sua esistenza, morto sul patibolo degli schiavi. Egli, l’Amore, il cui sguardo trasformava una vita intera, la cui parola consolava una vita intera e di cui il tocco solo delle vesti risanava, giustiziato come un assassino.

 

La storia del Bambino di Nazareth è una storia di dolore ed è come una grande strada su cui tutti gli uomini, senza distinzione, devono camminare: ma vi è chi la percorre bestemmiando; vi è chi la percorre scuotendo la testa incredulo e senza persuasione; vi è chi la percorre come un lungo lamento, intontito, senza comprendere la meta divina; vi è infine chi la percorre con religiosa rassegnazione: vero martire, cioè testimone di Gesù Cristo – come Stefano -, è colui che si sforza almeno di percorrerla con amore. La vita dell’uomo è colma di fatiche, di rinunce, di dolore: ma l’uomo è attaccato alla sua vita terrena con un istinto formidabile; l’uomo su di essa fabbrica tutti i suoi sogni; in essa colloca tutte le sue speranze; per essa spende tutte le sue fatiche; per tenere la sua vita terrena l’uomo rinuncerebbe volentieri alla certezza di una vita felice nell’aldilà; il dolore e le pene che trova, si sforza bene di diminuirle: con un istinto profondo di egoismo, che cerca di scaricare su chi lo circonda la maggior quantità possibile di pesi, che cerca di asservirsi gli altri, che del bisogno e delle pene del prossimo si disinteressa con sollecitudine. In questa mentalità ogni malato è tenuto come un tollerato; ogni povero è un disgraziato; chi piange, un infelice; ogni essere debole e impotente, una cosa disprezzabile; ogni anima mite, un obbrobrio; ogni individuo poco quotato in società, un fallito. Così sorge l’abborrimento a ciò che costa, la nausea del dovere che impone fatica, l’odio al sacrificio.

 

A questo punto, per contrasto, mi pare quasi che S. Stefano sorga tra il cumulo dei sassi scagliati, a ricordarci una pagina di Vangelo. Un giorno Gesù si azzardò a dire chiaramente ai discepoli che Egli di lì a poco sarebbe dovuto essere crocifisso. Pietro, presolo per un braccio, si mise a rimproverarlo che così parlasse. Gesù, alzato lo sguardo severo ai discepoli, e con una voce che deve aver fatto rimanere assai male il povero Pietro: «Indietro, Satana – gli intimò -, tu ragioni non collo Spirito di Dio, ma collo spirito di questo mondo» (cfr. Mc 8,33). Indietro, Satana! La distinzione tra Cristo e l’anticristo, fra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita. Il sacrificio ha una funzione redentrice, perché è la strada che Cristo ha battuto per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa. Il sacrificio ha una funzione educatrice, perché ci impedisce di cullare l’illusione che la vita terrena debba durare indefinitamente; ci impedisce di scambiare la misera via del pellegrino colla luminosa eterna felicità della patria. Indietro, Satana! aveva risposto Cristo a Pietro; e levando poi la voce perché l’avesse a sentire anche la folla che gli s’andava accalcando intorno: «Chi mi vuol seguire, su, prenda la sua croce. Perché chi non vuole soffrire ora, soffrirà per sempre; ma chi si sacrificherà ora, godrà per sempre. Che importa a un uomo il divenir padrone dell’universo, se poi perde l’anima sua? Che cosa in cambio darà l’uomo per la sua anima?» (cfr. Mc 8,34-37). Come dovette sentire questo pensiero S. Stefano quando veniva spinto a viva forza fuori dalla Sinagoga e trascinato per le viuzze ingombre dalle baracche dei rigattieri fino al Palazzo del Sommo Sacerdote, per essere condannato alla morte.

 

Lezione di sacrificio quella di Natale e S. Stefano, ma quale il mezzo per poterla vivere? Ce lo indica S. Stefano colla sua appassionata dedizione al Signore Gesù. Si potrebbe esprimere così: «Non bisogna sentirsi da soli». Quando due sposi fedeli si sentono l’uno vicino all’altro; quando i genitori si sentono vicini ai loro figlioli e i figli accanto ai genitori, la loro forza davanti al sacrificio non è forse centuplicata? Quando degli amici veri si sentono solidali e compatti nel loro Ideale, la loro forza davanti ad ogni ostacolo non si ingigantisce a dismisura? Oh fratelli, e sposo e genitore e figlio e amici altro non sono che una espressione sensibile di Cristo benedetto, l’invisibile ma vero sposo e padre e madre e figlio ed amico, sempre desto accanto a noi con affetto infinitamente premuroso per sostenerci colla sua forza divina. Ma bisogna “credergli”. E credere non è appena prestar fede alle sue parole, ma aderire alla Sua Persona, sentire la Sua Persona sempre presente, dominatrice di ogni attività della vita, di ogni relazione sociale, perfino di ogni forma di pensiero e di sentimento interiore. Dobbiamo poter affermare che nella vita giudicheremmo o agiremmo in modo completamente diverso, se Nostro Signore Gesù Cristo non esistesse: perché Egli è ogni giorno il nostro Maestro personale. «Mi chiamate Maestro, e fate bene: perché lo sono» (cfr. Gv 13,13). È questa fede profonda nella presenza vivente di Nostro Signore Gesù Cristo che fece di Stefano il primo martire: eccolo, ritto, colle braccia elevate mentre la gragniuola di sassi gli cade addosso furibonda: e «lo lapidarono, mentre egli pregava dicendo: “Signore Gesù, accogli l’anima mia”» (cfr. At 7,59).

 

Un ultimo riflesso ci suggerisce la festa di oggi. «Noi abbiamo abbandonato tutto, Signore, per seguirti» (cfr. Mt 19,27), esclamò una volta Pietro a Gesù. E voleva quasi soggiungere: «Che ci darai?». Gesù rispose alla domanda sottintesa: «Il centuplo in questa vita e la vita eterna» (cfr. Mt 19,29). Il centuplo in questa vita. È una gloria anche terrena: dopo tanti secoli ancora oggi milioni di uomini in tutto il mondo rendono il loro canto di omaggio a S. Stefano e la sua apoteosi s’innalza come una magnifica cattedrale, fatta di ammirazione, di gloria, di amore, di entusiasmo, di venerazione. Ma soprattutto il frutto del sacrificio accolto sulla terra è la pace. Il bene dell’esilio è la pace, come il bene della patria è la felicità. Io parlo, fratelli, della pace interiore, senza di cui non si può godere completamente di nulla; della pace interiore, perché quella esterna in tanto è necessaria in quanto che senza di essa diviene molto più difficile il mantenere quella interiore dello spirito: noi oggi ne abbiamo l’esperienza. La pace vera, quella che importa e che è la sicurezza grande della coscienza che cerca di fare la volontà di Dio; la pace vera, quella che importa e che è la tranquillità profonda che ognuno di noi può sentire, ma che è quasi impossibile far capire a uno che non la prova; che ci lascia lo strazio e il dolore e l’ansia della fatica, ma che in fondo all’anima, appena ci ritorniamo, ci fa trovare una fedele rassegnazione, una silenziosa e certa speranza; la pace vera, quella che importa e che è una pazienza piena di bontà e di comprensione per gli altri, che son tutti nostri fratelli e miseri come noi. Ecco Stefano, colpito a morte, cade in ginocchio con un ultimo grido pieno di pace: «Signore, perdona loro questo peccato» (cfr. At 7,60).

 

Ci dia Gesù Bambino, per intercessione della Madonna, come la diede al Suo primo martire, la forza sovrumana di saperLo seguire sulla strada della Croce, che è la legge di ogni vita, che è la legge di ogni vero amore, che è – ora – soprattutto la legge della vera amicizia con Cristo. Questa forza Egli la darà ai suoi poveri fratelli uomini, i cui giorni disgraziati fanno toccare con mano come non siamo fatti per la terra.

 

A noi che dobbiamo soffrire e non vogliamo soffrire, noi che dobbiamo piangere e versiamo con amarezza impotente le nostre lacrime; noi che siamo spogliati e martoriati, e ci ribelliamo con istinto di belve ferite agli strappi rudi; noi che dobbiamo morire e vorremmo fuggire dalla morte con raccapriccio e con orrore. Ci dia di soffrire in pace; di piangere in pace; di sentirci martoriati in pace; di morire in pace.

 

Nella sua visione dell’Apocalisse S. Giovanni vide davanti al trono dell’Agnello, cioè di Cristo, una immensa moltitudine di persone biancovestita, con una palma tra le mani. Domandò chi fossero: «Essi sono coloro che vennero dalla tribolazione e hanno reso bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello [cioè nella croce e nel dolore]. Perciò ora sono davanti al trono di Dio. Essi non avranno più né fame né sete, né il sole mai tramonterà per essi. E l’Agnello li condurrà per sempre alla sorgente della vita, della felicità, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (cfr. Ap 7,14-17). Et absterget Deus omnem lacrimam ex oculis eorum. Che meravigliosa cosa! Ricordiamo, fratelli, nel nostro dolore, la visione di S. Giovanni, e confortiamoci al dolcissimo pensiero che «Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi».

 

Omelia di Luigi Giussani

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Meditazione di don Giacomo Tantardini (Amico di Don Luigi Giussani): “Nel ventre tuo si raccese l’amore” “Te cerca il grido del cuore, quando dormiamo e quando siamo svegli. Te, Gesù Cristo, figlio di Maria, Figlio di Dio, il grido di ogni cuore cerca”

“Nel ventre tuo si raccese l’amore Per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore” ( Dante)

“La carità è quando il desiderio del cuore è soddisfatto, quando ciò che il cuore desidera è appagato.”

 

Meditazione di don Giacomo Tantardini ( recentemente scomparso) Santuario di San Leopoldo Mandic – Padova mercoledì 18 dicembre 2002

 

di don Giacomo Tantardini

Spesso, quando occorre parlare, mi vengono alla mente le parole di Péguy che sono così attuali: «Ce ne han dette tante, o Regina degli Apostoli / Abbiamo perso il gusto per i discorsi / Non abbiamo più altari se non i vostri / Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice». Questa sera le mie parole, il dovere di parlare, quindi l’ubbidienza a questo dovere, vorrebbero soltanto ridestare in me e in voi questa preghiera semplice, questo «vieni», «sì, vieni», «vieni, Gesù». Non si può dire nulla al Signore se non domandando. Questa è una delle cose più belle che il Signore, nell’esperienza di grazia che facciamo, ci ha reso possibile sperimentare. Un bambino non dimostra che la mamma c’è. Quando dice «mamma» ne riconosce la presenza chiedendo di essere voluto bene. Non è una dimostrazione. Non si dimostra una presenza. Quando la si riconosce, si domanda. Non per nulla il Credo cristiano è una preghiera. In fondo, al Signore si può solo dire: «Vieni», «sì, vieni».
Lo pensavo in questi giorni: quante volte abbiamo detto «sia fatta la Tua volontà» come una risposta nostra! Ma l’uomo non può dire «sia fatta la Tua volontà» se non come domanda. «Sia fatta la Tua volontà» è una domanda. Anche quando diciamo noi queste parole, non è una risposta nostra, è una domanda. Soprattutto nei momenti in cui è come impossibile che dal cuore salga una parola così. «Sia fatta la Tua volontà» è una domanda. Che accada in noi. Ma il soggetto non siamo noi che facciamo la Sua volontà. Sia fatta la Tua volontà in me, ma sia fatta da Te, da Te sia fatta la Tua volontà in me. Il Padre nostro è una preghiera.

Ora voglio accennare a una cosa, che è stata per me una scoperta, la settimana scorsa, assistendo a una messa. Ascoltando parlare un prete, un buon sacerdote. Ho ripensato improvvisamente al mio vecchio parroco, quello per cui da piccolo sono entrato in seminario (dopo la terza media, perché mio papà e mia mamma non hanno voluto che ci andassi dopo la quinta elementare). Il prete per cui sono entrato in seminario era proprio un buon prete, semplice e molto concreto. E pensavo che tutte le parole che diceva in fondo erano moralistiche. In fondo parlava soltanto dei comandamenti. Di quello che bisognava fare. Eppure tutte le parole che diceva erano cattoliche.

Mentre, mi dicevo, le parole che questo prete sta dicendo sono tutte gnostiche. La gnosi o gnosticismo è la grande eresia che san Giovanni, il discepolo prediletto, definisce così: «L’An­ticristo è colui che nega che il Figlio di Dio Gesù è venuto nella carne». Tutte le parole del mio vecchio parroco rimandavano all’umanità di Gesù. E quindi ai sacramenti. Tutte! E invece tutte le parole che si dicono adesso rimandano a idee. A idee cristiane, perché si riferiscono a contenuti cristiani. Ma sono idee, sono parole cristiane in cui non c’è più l’umanità di Gesù.

L’umanità di Gesù.

L’uomo creato da Dio aveva peccato. E c’erano stati tanti secoli di attesa del Messia. Poi duemila anni fa è venuto. L’umanità di Gesù è qualcosa di reale, che ha iniziato ad esistere a Nazareth quando è avvenuto il suo concepimento. La Madonna ha detto «eccomi» e il Figlio eterno di Dio è diventato carne. In quel momento ha incominciato ad essere uomo, solo in quel momento, prima era solo Dio. In quel momento ha cominciato ad essere anche uomo. L’umanità di Gesù vuol dire che la sua mamma l’ha portato nove mesi nel suo ventre. Gesù non sarebbe vero uomo se non fosse stato soggetto al tempo e allo spazio. Soggetto al tempo e allo spazio: nove mesi nel piccolo ventre di Maria. E in quei nove mesi la Madonna guardava la sua pancia che diventava più grossa. Alvus tumescit virginis. È stato sottomesso al tempo. E poi il parto mirabile, cioè pieno di stupore, a Betlemme. Talis decet partus Deum. E poi il bambino è diventato grande, a dodici anni già rispondeva e interrogava i dottori della legge. E poi, dopo i trent’anni di silenzio e lavoro a Nazareth, i miracoli, i suoi discepoli. Poi la morte. E la morte è stata morte reale. E la resurrezione non coincide con la morte, ma è avvenuta il mattino del terzo giorno dopo la morte. Il mattino di Pasqua.

Invece, la perversione della gnosi è che non ci sono più queste distinzioni reali. Non ci sono più! La morte è vita, il dolore è felicità, il peccato è grazia. No! Il peccato è peccato. Il peccato mortale dà la morte all’anima, e se si muore in peccato mortale si va all’inferno. Tutto è affidato alla misericordia di Dio che è e rimane mistero. E così con speranza nei confronti di ogni uomo, cioè pregando, la santa Chiesa dice che se si muore in grazia di Dio si va in Paradiso, ma se si muore in peccato mortale si precipita nella seconda morte che non ha fine, nella morte eterna.

Tutto questo è come se non esistesse più. Le parole non rimandano più a queste cose così semplici, cioè non rimandano più all’umanità di Gesù. Diceva Péguy: che cosa è un bambino cristiano rispetto a un bambino non cristiano? «Un bambino cristiano è un bambino al quale migliaia di volte è stata presentata davanti agli occhi l’infanzia di Gesù». È stata presentata la storia di Gesù. Non delle idee, ma la storia di Gesù. E così le domande non dobbiamo artificiosamente suscitarle noi. È la realtà che desta le domande al cuore. È la vita che pone le domande. E la risposta a tutte le domande che la vita pone non è una spiegazione cristiana che diamo noi. La risposta a tutte le domande che la vita pone è l’umanità di Gesù. La risposta al dolore è Gesù e questi crocefisso. Il Venerdì Santo è morto in croce. E la notte precedente, quella notte del Giovedì Santo(noctem cruentam criminis / quella notte cruenta di quel crimine così grande), quella notte ha sofferto fino a sudare sangue nell’orto del Getsemani. E poi il processo, la flagellazione, la coronazione di spine. La Sua umanità! Non la risposta cristiana che ci inventiamo noi. Questa Sua umanità, guardare la Sua umanità è risposta al dolore. E così il mistero rimane intatto, e nel cuore, se il Signore lo tocca, rimane compiuta l’attesa e compiuta ogni risposta.

Insomma, cinquant’anni fa le parole che si ascoltavano in chiesa, anche le più moralistiche, rimandavano all’umanità di Gesù. Rimandavano a una storia, rimandavano a un uomo che era stato concepito nel ventre di sua madre che si chiamava Maria, che era stato portato nove mesi in grembo, che era stato partorito, che era stato allattato (come abbiamo ascoltato prima: Lactas sacrato ubere), allattato come ogni bambino, che aveva iniziato a sorridere come ogni bambino sorride a suo papà e a sua mamma. Quel bambino, diventato grande, aveva vissuto quei tre anni raccogliendo una piccola compagnia attorno a sé. Quell’uomo è tutto ciò che il Mistero ha voluto rivelarci e comunicarci. Quell’uomo è Dio. «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia». Così Giovanni, il discepolo prediletto. E san Paolo: «In Lui abita corporalmente la pienezza di Dio». Tutto ciò che Dio ha voluto manifestarci e donarci è nella Sua umanità.

«Tabernaculum eius, caro eius» scrive sant’Agostino. La dimora di Dio è la Sua carne. La Sua umanità: come guardava, come domandava, come si stupiva, come piangeva, come si affaticava. Come quando si è seduto al pozzo di Giacobbe, quel pomeriggio, quando quella donna, che non era certo la donna più morale del villaggio, è andata ad attingere l’acqua. Tutto quello che Dio è, che il Mistero eterno e infinito è, noi lo conosciamo e ne godiamo attraverso la Sua umanità. Abbracciando, guardando la Sua umanità. Tant’è vero che la sera del Giovedì Santo, a Filippo (Filippo è un apostolo simpatico, perché fa tante domande. Così come tutti gli apostoli che sono uno più simpatico dell’altro) che gli chiedeva: «Mostraci il Padre e ci basta», Gesù guardandolo ha risposto: «Filippo, è da tanto tempo che sono con te e tu ancora non mi conosci? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Chi ha visto me. Non in una visione mistica. Chi ha visto con gli occhi, con gli occhi di carne, chi ha visto quell’uomo ha visto il Padre.

Insomma, la settimana scorsa è come se avessi intuito per la prima volta… E mi sono venute alla mente le parole di san Girolamo: «Ingemuit totus orbis, et arianum se esse miratus est». Tutto il mondo si è accorto con sgomento di non essere più cristiano. Perché il cristianesimo è solo questo. Si è accorto di non essere più cristiano, con tutte le sue parole cristiane. Con tutte le sue idee cristiane, di non essere più cristiano. Se non c’è più riferimento immediato, se le parole non rimandano immediatamente alla Sua umanità, non c’è più cristianesimo. Non c’è più questa storia meravigliosa. Non c’è più né creazione né grazia, tanto è vero che confondono la creazione e la grazia. Non c’è più né peccato né salvezza, tanto è vero che confondono il peccato e la salvezza, arrivando a dire che nel peccato si trova la salvezza. Tutto si confonde, perché non c’è più il rimando immediato alla Sua umanità, alla Sua storia.

Accennerò ora a tre cose che i canti di Natale che abbiamo ascoltato questa sera hanno suggerito.

1. La prima cosa, innanzitutto, contro cui la gnosi, la grande eresia gnostica combatte, è il fatto che la creatura è buona ed è stata ferita dal peccato originale. Il peccato originale. Tutti i canti che abbiamo ascoltato (tutti!) parlano del peccato originale. Quod Eva tristis abstulit. Dicono che Eva è diventata triste. Era così bella quella compagnia, era così bello il Paradiso terrestre. Era una sorpresa continua. È diventata triste, Eva, peccando, e ci ha fatto cadere in questa condizione che non è più bella. Rimane il cuore che attende, ma la condizione non è più bella. E invece della sorpresa, c’è la preoccupazione. Questa è una delle cose più belle che dice Péguy. Che cosa ha provocato il peccato originale? Ha reso tutto una preoccupazione. Invece della sorpresa, ha reso tutto un darsi da fare, una preoccupazione.
Riguardo al peccato originale vi voglio leggere la strofa dell’inno di Alessandro Manzoni sul Natale, perché è riassuntiva della condizione dell’uomo che nasce ferito dal peccato. «Qual mai tra i nati all’odio». Così si nasce dopo il peccato di Adamo ed Eva, si nasce all’odio. «Voi siete tutti cattivi», dice Gesù. «Qual mai tra i nati all’odio, / Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile / Potesse dir: perdona?». Chi poteva dire «perdona» al Santo inaccessibile, che non aveva un volto? Perché, prima dell’umanità di Gesù, il Mistero non aveva un volto da guardare, prima di quell’umanità che si è potuta guardare, che Maria ha guardato, che Giuseppe ha guardato. Quei due ragazzi che per primi hanno visto Dio, quando lei, Maria, l’ha partorito.
«Qual mai tra i nati all’odio, / Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile…». Inaccessibile. A cui non si può arrivare. Tant’è vero che in un canto si dice che «tu sei la porta aperta del cielo», tu, Madonna, tu, Sua madre, sei porta spalancata, pervia, facile, a Dio. «Quale era mai persona, / Che al Santo inaccessibile / Potesse dir: perdona? / Far novo patto eterno?». Chi poteva rinnovare l’alleanza, per cui il Mistero, il Signore, il Creatore non avrebbe più destato paura? Perché dopo il peccato l’uomo ha paura di Dio: «Ho avuto paura e mi sono nascosto». Chi poteva ridonare quell’amicizia per cui l’avvicinarsi di Dio non fa paura, ma è una compagnia ineffabile, una sorpresa continua?
Far novo patto eterno? / Al vincitore inferno / La preda sua strappar?». All’inferno che aveva trionfato strappare la preda.
Questa è la condizione dell’uomo. Si nasce così, e nessuno avrebbe potuto neppure dire «perdona». Si nasce così. Ma, proprio perché si nasce così, i cristiani non condannano nessuno. Perché quell’uomo che si è imbattuto nei briganti, scendendo da Gerusalemme a Gerico, e che è rimasto sull’orlo della strada mezzo morto, ferito mortalmente, il Buon Samaritano, che è Gesù, che passava, non lo ha condannato. Non gli ha detto «guarda come sei disperato». No, ha avuto compassione di lui. Se non si accetta il peccato originale, ci si condanna a vicenda, ci si ricatta a vicenda. Non c’è nemmeno quella compassione che un pagano come Cicerone diceva essere la virtù più umana. Si è nati feriti, si è nati cattivi. Alla lunga a nessuno è possibile da solo osservare nemmeno quelle leggi scritte nel cuore che sono i dieci comandamenti. Si è poveri peccatori. Il Buon Samaritano non ha accusato nessuno, non ha sgridato nessuno, ha preso in braccio, ha messo sulla sua cavalcatura, ha asciugato e fasciato le piaghe di quest’uomo ferito.

2. Ma è accaduto qualcosa. L’uomo non poteva dire «perdona», l’uomo non poteva ritornare, come il sasso che cade dalla montagna e sta sul fondo della valle e non può ritornare se una forza amica, altra dal sasso, non lo tira su. Lo dice ancora Manzoni nello stesso inno. Ma è accaduto qualcosa. E questo lo accenno con le parole di Dante. «Nel ventre tuo si raccese l’amore». Duemila anni fa. Duemila anni fa! Non fuori del tempo. Ma in un momento del tempo. A Nazareth, in quel paese di estrema periferia del popolo eletto, nella Galilea dei gentili. In quel momento di tempo, «nel ventre tuo», nel ventre di quella ragazza di nome Maria, di quella donna (non della Donna con la D maiuscola), nel ventre di quella donna (quel ventre, quella carne e quel sangue) «si raccese l’amore». L’amore, la possibilità di essere perdonati, la possibilità di dire «perdona», si accese nel ventre di quella ragazza.

«Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo». Non per le parole che diciamo, non per le risposte che ci inventiamo noi: «per lo cui caldo». Caldo, cosa c’è di più fisico del caldo, del caldo che si è acceso nel ventre di quella ragazza? «Per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore». «Per lo cui caldo» la vita rifiorisce, la vita, che era stata ferita mortalmente, rifiorisce. «Per lo cui caldo», per il caldo di quella presenza umana che è stata concepita nel ventre di Maria. «Nel ventre tuo si raccese l’amore / per lo cui caldo». A contatto con questa umanità, a contatto visibile… perché dopo nove mesi l’ha partorito, con un parto stupendo, con un parto senza dolore. Mentre il parto di ogni donna, in conseguenza del peccato originale, è un parto nel dolore, il parto di questa donna, di questa ragazza, è stato un parto nello stupore. Com’è bello ciò che la Chiesa chiama la verginità nel parto di Maria. Un parto che riempiva di stupore. Così l’ha partorito, con un parto che ha riempito lei, e poi Giuseppe, e poi i pastori… ha riempito quelli che poi lo hanno visto di stupore.

«Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace» in Paradiso. In Paradiso la vita fiorisce per sempre. Ma già qui, quando questo caldo raggiunge il cuore, anche solo per un istante, anche solo con una stilla di questa rugiada, anche solo con una promessa di germoglio di primavera… questo caldo, raggiungendo i cuori, fa germogliare. «Così è germinato questo fiore».
Vi voglio leggere come san Pio X nel suo catechismo, in maniera così semplice e bella, dice queste cose. «In che modo il Figlio di Dio si è fatto uomo? Il Figlio di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo e un’anima, come abbiamo noi, nel seno purissimo di Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo». Dio ha preso un corpo e un’anima come li abbiamo noi. Il corpo è venuto tutto da quella ragazza, tutto dal suo sangue e dalla sua carne. Un corpo umano. E poi ancora: «Il Figlio di Dio, facendosi uomo» (perché è accaduto, è avvenuto! Verbum caro factum est: è avvenuto che il Verbo eterno si è fatto carne. È accaduto duemila anni fa a Nazareth), «cessò di essere Dio? Il Figlio di Dio, facendosi uomo, non cessò di esser Dio, ma, restando vero Dio, cominciò ad essere anche vero uomo». E poi l’ultima: «Gesù Cristo è stato sempre? Gesù Cristo come Dio è stato sempre; come uomo cominciò ad essere dal momento dell’Incarnazione». Come uomo cominciò ad esistere quando Maria ha detto sì.

3. Cosa accade quando questo caldo raggiunge il cuore dell’uomo, il caldo riacceso nel ventre di quella ragazza? «Nel ventre tuo si raccese l’amore». L’amore! La possibilità di essere perdonati. Fino a quell’istante, a quel momento, di questo amore, di questo perdono si intravvedeva solo l’ombra, il riflesso, l’attesa. L’Antico Testamento è ombra, riflesso rispetto alla realtà. Quando arriva la realtà, l’ombra viene con rispetto messa da parte. Quando c’è la presenza che ama, uno guarda la presenza, senza continuare a guardare la fotografia. Così è il rapporto tra la realtà umana di Gesù e l’Antica Alleanza. La realtà umana di Gesù è l’imprevisto e imprevedibile compimento di ogni attesa. «Tutto è stato fatto in vista di Lui».
Quando questo caldo raggiunge il cuore, cosa desta? Desta nel cuore la speranza. Quando questo caldo raggiunge il cuore dell’uomo, stupisce il cuore dell’uomo. La seconda virtù, la speranza, indica questo stupore. Quando lo raggiunge, commuove il cuore dell’uomo. Quando questo caldo tocca il cuore, l’uomo, preoccupato, ha un istante in cui si stupisce, in cui non è più preoccupato. Affaccendato in mille cose, preoccupato (pre-occupato vuol dire che il cuore è appesantito da tante cose), il cuore si stupisce. E il cuore ritorna, ridiventa o diventa come quello del bambino. Quando questo caldo raggiunge il cuore, desta questa commozione, desta questo stupore, desta questa speranza. Questa speranza non è un mero sapere che dopo ci sarà qualcosa. Questa speranza è l’inizio di quel fiorire del Paradiso sulla terra. Il germoglio è l’inizio, non è ancora il fiore completo. La prima gemma è solo l’inizio. Quando questo caldo tocca il cuore, il cuore germoglia. Si chiama speranza.

Leggiamo Dante. «Qui se’ a noi» qui in Paradiso, è san Bernardo che prega, «meridïana face / di caritate». In Paradiso è diverso dalla terra. Perché il Paradiso è questo amore assicurato per sempre. In terra tutto è solo in speranza, cioè in stupore, in stupore reale ma precario, tanto è vero che si può perdere. La grazia di Dio si può perdere. Anzi, dice il dogma della fede, senza un aiuto speciale della grazia, non si può rimanere in grazia. Quindi è uno stupore precario. Reale, certissimo, ma precario. «Le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle». Così Giussani, descrivendo la sua vita. «Le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva e mi accade davanti agli occhi». Tessendo così la trama di un cammino che mi accadeva e che mi accade davanti agli occhi.

«Qui se’ a noi meridïana face / di caritate», qui sei a noi sole splendente di carità, splendore di carità. La carità è quando il desiderio del cuore è soddisfatto, quando ciò che il cuore desidera è appagato. «E giuso», giù sulla terra, «intra ’ mortali»: come è realista il cristianesimo: tra coloro che vanno verso la morte. «E giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace». Sei la possibilità che quello stupore si rinnovi continuamente. Tu! Tu, o Maria, Tu, o Madonna, sei la possibilità che la grazia di Dio si rinnovi, sei la possibilità che quel caldo («nel ventre tuo si raccese l’amore») tocchi il nostro cuore, lo tocchi così che la nostra vita vada da inizio in inizio, lo abbracci possibilmente in ogni istante. La santità è quando quel caldo abbraccia quasi (quasi, perché la terra non è il Paradiso) ogni istante. Padre Leopoldo è stato così. Quel caldo, quello stupore quasi ogni istante abbracciava il cuore, così che era caro al cuore. «Lo stupore vero», intuiva Cesare Pavese, «è fatto non di novità, ma di memoria». Così che diventa caro al cuore, come la casa in cui il cuore abita.

«Qui se’ a noi meridïana face / di caritate, e giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace». E poi Dante conclude, parlando della preghiera. Che cosa può fare l’uomo, l’uomo ferito dal peccato e l’uomo graziato, quando questo caldo, riacceso duemila anni fa nel ventre di Maria, lo raggiunge? L’uomo può domandare. «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ali». Donna, sei tanto grande e tanto vali, che chi vuole grazia e a te non ricorre, il suo desiderio è come se volesse volare senza le ali. Ma poi c’è una strofa ancora più bella, più bella, perché suggerisce che anche il domandare è frutto della Sua grazia. «La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fïate / liberamente al dimandar precorre». E questo è un mistero. Il mistero più ineffabile della predilezione di Dio: che non solo risponde alla domanda, ma precorre la stessa domanda. Altrimenti non sapremmo neppure domandare. La tua benignità, di te, Maria, non solo soccorre a chi domanda, ma tante volte (possiamo anche dire sempre, altrimenti non si domanda, altrimenti si pretende o si dicono parole) «liberamente al dimandar precorre». Precorre, viene prima, precede. «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Precede vuol dire che viene prima, viene prima anche della domanda. Per domandare occorre, almeno all’orizzonte ultimo, essere attratti, essere destati da quel caldo che si è acceso nel ventre di Maria.

E così concludo. Prima, in ginocchio, nella celletta di padre Leopoldo, ho promesso di concludere dicendo queste cose. Dicendo quella che, secondo me, non secondo me, secondo la santa Chiesa, è l’alternativa alla grande eresia di cui all’inizio dicevo, quando parlavo della gnosi nella Chiesa. Fu Giuda, uno dei dodici, a tradirlo. La persecuzione del mondo, del diavolo, avviene sempre attraverso cristiani. Giuda, uno dei dodici, l’ha tradito: era uno dei dodici! Così Pietro e Paolo, uccisi a Roma per invidia di cristiani. È sempre così. Anche oggi è così. Comunque, l’alternativa all’Anticristo, a chi non riconosce Gesù, il Figlio di Dio nella carne, secondo me sono tre cose.

La prima è la confessione.

La confessione così come il Concilio di Trento ha definito che è. Alla cui umile fedeltà il Papa ha richiamato recentemente tutto il popolo cristiano. La confessione, cioè accusa sincera, completa, umile, breve e prudente (sono le cinque caratteristiche dell’accusa dei peccati del catechismo di san Pio X. La confessione sincera e completa di tutti i singoli peccati mortali. La confessione comporta questo realismo. Per cui il peccato è peccato). E il gesto, il più semplice di questo mondo, di un povero peccatore, magari molto più peccatore di te, come è il confessore, un gesto posto da lui, ma realizzato da Gesù Cristo, un gesto di Gesù Cristo ti perdona. Il sacramento della confessione come Gesù lo ha istituito e la santa Chiesa domanda che sia: giudizio e misericordia. Tant’è vero che nel catechismo, quand’ero piccolo, c’era un’immagine che descriveva bene il fatto che se uno si confessa male compie sacrilegio. Era l’immagine di un bambino che si allontanava con dietro le spalle il diavolo. Mentre c’era l’immagine dell’angelo custode vicino a un bambino sorridente che si confessava bene. La confessione, quindi, come la santa Chiesa domanda che ci si confessi. Il sacramento della confessione è il primo modo con cui Maria ha sconfitto da sola tutte le eresie. Così diceva un’antifona della liturgia ripresa da san Giovanni Bosco nella sua preghiera alla Madonna: «Tu che hai distrutto da sola [da sola lei, non noi!] tutte le eresie del mondo».

La seconda cosa è il santo Rosario.

Vi leggo alcune frasi di papa Luciani, quand’era patriarca di Venezia, sul Rosario. «Personalmente, quando parlo da solo a Dio e alla Madonna, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo». Questo vale per tutta la vita. Essere adulti nella fede vuol dire accorgersi più facilmente di quello che si è, cioè niente: «Senza di me non potete far nulla». Prosegue papa Luciani: «…per abbandonarmi alla tenerezza spontanea che ha un bambino davanti a papà e mamma. Essere davanti a Dio quello che in realtà sono con la miseria e con il meglio di me stesso. Il Rosario, preghiera semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo. E non me ne vergogno punto». Il Rosario (con il Padre nostro, l’Ave Maria e le giaculatorie che si ripetono) è la preghiera in cui siamo quello che realmente siamo, cioè niente. In cui per grazia diventiamo bambini, in cui il cuore diventa bambino, così che entra (che entra, già dicendo il Rosario!) nel Regno dei cieli. Così che il cuore rifiorisce.

E infine la terza cosa: le giaculatorie.

La confessione, il Rosario, le giaculatorie. Le giaculatorie, cioè le piccole preghiere. Come quando si entra in chiesa e si dice: «Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento». Ogni momento! E uno s’accorge magari che è da tanto tempo che non dice grazie. Ma entrando in chiesa e facendo la genuflessione, uno ripete: «Sia lodato e ringraziato ogni momento». E il grazie di quell’istante abbraccia tutto, abbraccia le ore, i giorni, le settimane e i mesi in cui uno non ha mai detto grazie. E poi quell’altra giaculatoria, così semplice e cara, che tante volte Giussani ci ha raccomandato: «Veni, Sancte Spiritus, veni per Mariam». Vieni, o Santo Spirito. Lo Spirito Santo è Colui che nel ventre di Maria «raccese l’amore», Colui che ha destato nel ventre di Maria l’amore. Lo Spirito Santo è l’infinita corrispondenza tra il Padre e il Figlio. Mi sorprende questa cosa, da quando l’ho intuita. È l’infinita corrispondenza tra il Padre e il Figlio. L’infinita, eterna, sovrabbondante corrispondenza tra il Padre che genera e il Figlio che è generato. Per cui per sovrabbondanza di corrispondenza, e non per dialettica, per sovrabbondanza di gioia la Trinità ha creato il mondo e ha creato anche me. «Veni, Sancte Spiritus, veni per Mariam». Vieni attraverso Maria.

Termino ripetendo la strofa di un inno che Giussani quindici giorni fa ha suggerito: «Jesu mi dulcissime», Gesù mia dolcezza. Intendevo dire solo questo, solo dire l’umanità di Gesù. «Jesu mi dulcissime», Gesù dolcezza per me. Solo una presenza è dolcezza al cuore. Dolcezza è una parola che per due volte nella Salve Regina ripetiamo alla Madonna: «dulcedo», dolcezza, «dulcis virgo Maria». Così, affidando a lei quello che noi non siamo capaci e che tante volte non vogliamo… «Jesu mi dulcissime, spes suspirantis animae»: speranza, sorpresa, commozione dell’anima che sospira, che attende («il mio gemito a te non è nascosto»). È la vita, è la realtà che fa sospirare. Le cose fanno sospirare. «Spes suspirantis animae». Anima che sospira, anche quando non ce ne accorgiamo, a quella dolcezza, che sospira a quella presenza che Maria ha portato in grembo nove mesi e che ha partorito a Betlemme. «Spes suspirantis animae. Te quaerunt piae lacrymae». Ti cercano le lacrime pie. Lacrime, perché il dolore della vita fa piangere. Anche i nostri poveri peccati fanno piangere. E le lacrime si trasfigurano in lacrime di gratitudine. Altrimenti dopo un po’ non si piange neppure più, dopo un po’ anche il volto si irrigidisce e diventa una maschera. Le lacrime del dolore, di fronte a questa presenza, diventano lacrime di gratitudine, perché il Suo perdono, la Sua dolcezza, la Sua tenerezza è più grande. «Te quaerunt piae lacrymae et clamor mentis intimae». Te cerca il grido del cuore, quando dormiamo e quando siamo svegli. Te, Gesù Cristo, figlio di Maria, Figlio di Dio, il grido di ogni cuore cerca. E a noi, per grazia, è stato dato di iniziare a cercare e di essere trovati già qui sulla terra.

 

 

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