A quale grado d’interiorità si consuma l’incontro con Cristo!

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 marzo 1972

INCONTRO PERSONALE CON CRISTO

E noi dobbiamo, noi pure, incontrare Cristo, vivo, reale, nell’apparizione, non sensibile, ma sacramentale, concettuale almeno, del suo mistero pasquale? Così dev’essere. E fra le innumerevoli cose, che un tale fatto suggerisce a spiegazione e a commento, noi qui due sole proponiamo un istante alla vostra considerazione.

La prima cosa riguarda il dove ed il come avviene il nostro incontro pasquale con Cristo; diciamo l’incontro che veramente importa e che riveste importanza eccezionale per la nostra esistenza e per la nostra mentalità. L’incontro è interiore. Diciamo interiore, cioè dentro di noi, nella nostra anima, nella cella intima della nostra personalità. Dovremmo aggiungere anche: nella chiarezza della nostra coscienza, e perciò nella folgorante impressione della misteriosa presenza di Cristo in noi, nell’impetuosa confessione della nostra umiltà (Cfr. Luc. 5, 8; Matth. 8, 8), nell’ineffabile esperienza della nostra comunione con Lui (Cfr. Io. 6, 57); ma questa, per sé ovvia, effusione dei sentimenti primordiali della coscienza religiosa (Cfr. Luc. 1, 43, 46), non sempre ci è dato gustare; inesperti siamo e spesso rimaniamo, come fanciulli, come forestieri, come infermi, al linguaggio della devozione psicologica, e ancor più della conversazione mistica. Pazienza. Ciò che importa si è che l’incontro con Cristo avviene dentro di noi, nell’ambito della vita interiore, nella sfera personale della nostra religiosità, e innanzi tutto della nostra fede. Non dimentichiamo, dicendo questo, la veste rituale e la specie sacramentale, che determinano sensibilmente l’incontro di cui parliamo; né tanto meno ignoriamo l’aspetto comunitario in cui si celebra la cena-sacrificio della Eucaristia, e l’effetto (la res) principale che scaturisce dalla partecipazione a tale sacramento, cioè l’unità del corpo mistico (Cfr. 1 Cor. 10, 17; S. TH. III, 73, 3); ma ora la nostra attenzione si ferma sull’interiorità della Pasqua, anzi di tutta la vita cristiana, vista sotto questo suo primo aspetto essenziale e generatore d’ogni sua manifestazione soprannaturale: la sua interiorità.

Ci vengono opportune le parole di S. Agostino, maestro di vita interiore, circa l’asse su cui si svolge la vita religiosa: Noli foras ire, in teipsum redi; in interiore homine habitat veritas (S. AUG. De vera rel., 39; PL 34, 154). Non voler uscire al di fuori, ma ritorna in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità. Ora questo invito alla vita interiore e alla ricerca e all’espressione della verità religiosa, nella ricorrenza della Pasqua, si rivolge all’uomo moderno in maniera particolare; e ci dà ragione sia del perché l’uomo, ai nostri giorni, sia facilmente areligioso, o antireligioso; e sia perché dove egli, l’uomo contemporaneo, ritorni religioso, come tale volentieri si comporti e si esprima. Oggi l’uomo vive massimamente fuori di sé; vogliamo dire: estroflesso; anche quando fa professione di libertà, egli è di solito assai condizionato esteriormente. Se libero è colui che è principio dei suoi atti (Causa sui, come dicono i filosofi – cfr. S. TH. I, 83, 1 ad 3; Metaph. II, 9; Contra Gent. II, 48), noi possiamo domandarci se siamo liberi, cioè padroni di noi stessi, quando l’ambiente, i vincoli sociali, l’opinione pubblica, gli interessi temporali, la moda, il linguaggio dei sensi, ci obbligano a vivere prescindendo da un giudizio di verità o di scelta generato dal nostro spirito. Non è la religione che soffoca la libertà; è piuttosto la mancanza di libertà che soffoca la religione, impedisce cioè quell’orientamento razionale e morale e vitale, che nelle sue superiori e naturali esigenze tenderebbe al mondo religioso.

LA NOSTRA AUTENTICITÀ CRISTIANA

Il punto d’incontro naturale con Dio è nel cuore dell’uomo. E così è anche nell’ordine del regno di Dio, annunciato da Cristo. Tutto ciò che l’economia evangelica ci offre d’esteriore è mezzo, è via, è segno, è sacramento per condurci a quella realtà soprannaturale, che si celebra al contatto dello spirito umano con lo Spirito di Dio. Citiamo ad esempio, «Quando tu vuoi pregare (cioè incontrarti con Dio), entra nella tua camera, chiudi la porta, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti esaudirà» (Matth. 6, 6). Del resto la nostra religione non è una adesione alla Parola di Dio? Per questo ci ammonisce S. Paolo: «La parola di Dio abiti in voi abbondantemente» (Col. 3, 16). E questa adesione, che altro non è se non la fede, quale primo effetto produce? Ancora S. Paolo risponde: «Per mezzo della fede abita Cristo nei vostri cuori» (Eph. 3, 17); a tal punto ch’egli dirà di sé ciò che ogni cristiano dovrebbe poter applicare a se stesso: «Io vivo, ma non più io, vive in me Cristo» (Gal. 2, 20).

A quale grado d’interiorità si consuma l’incontro con Cristo! Esso tende ad una identità. Questo ci dimostra quanto sia saggio lo sforzo della preparazione pasquale, il quale ci aiuta a rientrare in noi stessi, ab exterioribus ad interiora, quando ci invita all’ascoltazione della parola di Dio, ad un po’ di silenzio interiore ed esteriore, ad un po’ di riflessione cosciente, a qualche ritiro spirituale, cioè ad una libera disponibilità all’incontro di Cristo. L’appuntamento vero con Lui che passa (Pasqua vuol dire passaggio) è nel cenacolo silenzioso della nostra persona. Saremo noi là, dentro di noi, pronti all’appuntamento pasquale?

La seconda cosa circa l’incontro pasquale, che potrebbe dare tema ad altro discorso (a cui ora rinunciamo) è l’autenticità; la nostra autenticità cristiana. «Fare la Pasqua», come ordinariamente si dice, significa appunto questo: confrontare la nostra vita con l’impegno che la qualifica cristiana, e attingere da Cristo stesso la grazia per renderla tale. Ma non vogliamo tediare oltre la vostra pazienza. Vi basti sapere che il «fare la Pasqua» è la prova ed è il principio della nostra autenticità di seguaci e di fedeli di Cristo. Ed è questo il nostro augurio per voi, per noi tutti, con la nostra Apostolica Benedizione.

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